TOMMASO CARLYLE

TOMMASO CARLYLEÈ morto Carlyle, scrittore o profondamente disprezzato o immensamente amato in Inghilterra; ma a ogni modo celeberrimo in patria e fuori, salvo in Italia, dove è forse affatto sconosciuto. Noi disgraziatamente o siamo ignoranti come zucche, o, se sappiamo qualche cosa, un pregiudizio classico ci vieta poi di conoscer bene le cose straniere; tutt’al più leggiamo i romanzi che fanno più rumore a Parigi o applaudiamo le commedie mal tradotte dal francese. E anche questo lo facciamo più per moda che per persuasione.L’odio allo straniero, che ci condusse all’indipendenza, lo portammo anche nella letteratura. I puristi c’insegnarono a disprezzare quel che viene di fuori; e questochauvinismeletterario miseramente orgoglioso, se può aver avuto un’azione buona sulle tendenze nazionali ed unitarie, se ebbe forza di salvarci almeno la italianità della lingua, ci lasciò tuttavia parecchi pregiudizi nelle ossa, e ci sono tuttavia moltissimi i quali si credono ancora ai tempi di Augusto quando solo in Italia si sapeva leggere e scrivere, o scherniscono amaramente tutto quello che viene dalsettentrional vedovo sito, o, se dal settentrione ci vengono busse o capolavori, si consolano brontolando: «Gino, eravamo grandi—E là non eran nati». Bel gusto!Intanto, ne’ licei e nelle università, una mandra di preti mal spretati imbottisce la testa dei ragazzi con tutte le vacuità della metafisica e dell’ontologia e scarica unafoedissima ventris proluviesdi teorie semicattoliche e di sistemi mal digeriti, rubando il tempo ai discepoli e le paghe allo Stato. Di quel che accade al di là de’ confini non si sa nulla in quei ritrovi che pretendono d’esserscuole, o tutt’al più ci s’imparano le confutazioni barocche male imparate dai chiarissimi sulle traduzioni delle traduzioni. E poichè quelli che insegnano scienze meno imbecilli, poichè gli sperimentatori ed i veri scienziati dovettero pure studiare anche quel che fu studiato al di là dell’Alpi, le rozze arpie se ne dolgono e, ferite nella loro ignoranza, strillano ferocemente, vituperano tutto quello che non è italiano, scomunicano quel che non sanno e, non potendo far altro, vogliono che il loro odio ebete alla scienza straniera sembri patriottismo. Così una vergognosa schiera di ciarloni cento volte apostati e mille volte ignoranti si sforzano a mantener vivi i pregiudizi più meschini e dannosi alla coltura nazionale: così i giovani delle nostre scuole conoscono tutti i più cretini filosofastri del bel paese e non conoscono nemmeno per sentita a dire Schopenhauer, Bain od Hartmann: così in Italia pochi conoscono la storia di Federico II del Broglio e nessuno quella del Carlyle.Oh, se invece di insegnare ai poveri martiri dei licei le teoriche dell’assoluto e, dopo Kant, le dimostrazioni dell’esistenza di Dio, si insegnasse loro a leggere e ad intendere le lingue straniere! Se invece di questi sistemi trascendentali che nascono e rinascono da Talete in qua, per essere confutati e distrutti il giorno dopo; se invece di tante scempiate inanità che entrano da un orecchio per uscire dall’altro, si mettessero i giovani in grado di studiare da loro se ne avranno voglia; se, invece di pretendere di fornire ai ragazzi il lavoro, bell’è fatto, si dessero loro invece gli strumenti per lavorare, non sarebbe meglio? Io mi rivolgo alla coscienza di tutti quelli che studiarono nei nostri licei e chieggo che mi dicano sinceramente a che giovò loro la metafisica imparata con tanta fatica? Dicano se non dimenticarono perfino la prima parola!Tommaso Carlyle è morto; e quando i giornali hanno annunziato il caso, si può scommettere che quasi tutti coloro che uscirono dai licei e dalle università con diplomi, lodi e premi, si rivolsero la comica domanda di Don Abbondio: «Carneade? Chi era Carneade?»Eppure in Inghilterra pochi nomi furono celebri come il suo; eppure in Germania e in Francia, egli fu conosciuto più che non siano da noi Ponson du Terrail o Fortunato di Boisgobey. Ma noi conosciamo troupe beneRocamboleoMonsieur Lecoqper conoscere ilSartor resartuse leLetture sugli eroi. Dicono che nelSartor resartusegli si ricordò molto di Gian Paolo Ritcher; ma chi era costui? Era l’autore delTitane delLevana; un altro Carneadeche fuori di qui è stimato un gigante: ma noi abbiamo studiato troppo la metafisica per saperlo.Del resto, se Tomaso Carlyle fosse nato in Italia, o sarebbe rimasto sempre nel suo villaggio a far l’agricoltore come il padre, o, se avesse osato di scrivere come scrisse, l’avrebbero stimato matto e magari canzonato come un Tito Livio Cianchettini mal riuscito. Poichè in lui c’era qualche cosa di apocalittico che scattava fuori da uno strano miscuglio di puritanismo scozzese, di democratismo francese, di misticismo tedesco. Se non nellaVita di Federico II, certo nelle altre sue opere lo stile è spesso oscuro, spesso eccitato, quasi isterico, e qualche volta, in interi periodi che mancano del verbo, in parentesi interminabili, tra le apostrofi, le allegorie, le prosopopee, saltano fuori incomprensibili astrazioni miste ditruismsvolgarissimi ed eloquenti. Guai a lui se fosse stato italiano, colla sua moltitudine di barbarismi, di neologismi e di solecismi! Il suo nome sarebbe rimasto nelle scuole a perpetuo esempio, come alla gogna, insieme ai nomi dell’Achillini e del Preti che sono proposti al vituperio dei discepoli dai maestri che non lesserò mai nè i sonetti dell’uno, nè i madrigali dell’altro. Un Carlyle italiano non si può immaginare.E perchè? Perchè noi cerchiamo piuttosto la correzione che l’originalità, mentre in Inghilterra anexcentric manè sempre il bene arrivato. Rabelais, Swift, Gian Paolo Richter non potrebbero avere scritto qui, dove l’umorismosi ferma ad una parodia letteraria—La Secchia rapita, dove l’imitazione fu sempre il canone più osservato della stilistica, dove dopo il Petrarca vengono centomila petrarchisti che riempiono un secolo intero, dove l’Arcadia può fondare una colonia per ogni città con leggi fisse di poetica e i voti monastici della povertà, della castità e della obbedienza. Non biasimo; constato solo un fatto innegabile; noto solo che, Dante in fuori, gli ingegni profondamente originali da noi si contano sulle dita e che le innovazioni letterarie del Trecento in qua sono piuttosto formali che altro. Galileo, ingegno tanto singolare nella scienza ed innovatore grandissimo, nelle cose letterarie abborre l’originalità e scomunica il Tasso che gli pare troppo rivoluzionario. Il nuovo ci fa sempre paura e, ieri ancora, l’abate Zanella inorridiva nellaNuova Antologiapei tentativi di introdurre nuovi metri nella prosodia italiana, poichè, secondo lui, ne riceverebbe detrimento la nostralingua poetica. Per chi nol sapesse, questa intangibilelingua poeticaè quella degli antichi, o dei moderni che parlano ancora come il Petrarca; consiste nel chiamarlampauna lanterna,salmail corpo elirala chitarra.Ora, se le piccole novità di forma, se quasi minime differenze verbali mettono in pensiero gli uomini còlti e d’ingegno, immaginiamoci che spavento farebbe l’originalità ardita e sprezzante di uno scrittore come Carlyle. Fuori di qui, perchè l’originalità sia tollerata e applaudita, ci vuole molto ingegno, direi quasi genio; ma da noi forse non basterebbe.NelSartor resartusdomina una curiosa figura, quella del dottor Teufelsdreck (la lingua poetica non può aiutarmi, bisogna ricorrere al latino: il nome del dottore significaexcrementum diaboli), dipinta con unhumorstravagante, ma pieno d’estro nella satira e che si mantiene tale e quale sino in fondo al libro. Si può non convenire col Carlyle, che nel suo puritanismo ha degli slanci di entusiasmo religioso più da sacerdote che da laico. Da giovane era stato tirato su per lo stato ecclesiastico, e poichè il dettoSemel abbas semper abbasè una verità sacrosanta, così di quando in quando sotto allo scrittore troviamo il predicatore. Per esempio, ilSartor resartus, che può parere, a chi non bada, una bizzarria satirica senza tesi, non è invece che lo sviluppo della massima di Fichte, che tutte le cose nell’universo visibile, noi stessi e gli uomini tutti, non siamo che una specie di veste sotto la quale si nasconde la realtà assoluta; che l’universo intero non è che una delle forme dell’eterno spirito di Dio; che il tempo e lo spazio sono soltanto modi dei nostri sensi imperfetti, così che ildovee ilquando, benchè in apparenza inseparabili dal nostro pensiero, non aderiscono altro che superficialmente al pensiero stesso; che noi dobbiamo concepire Dio come abitante unquiduniversale, unadessoperpetuo, e considerare la natura come la veste ch’egli porta per rendersi visibile agli occhi nostri. Vedete un po’ che razza di sogni possono sognare questi fuchi dell’intelligenza, i filosofi trascendentali!Or bene, questo era il sistema filosofico del Carlyle. Secondo lui i fenomeni della nostra vita sociale, gli aspetti esterni, le modalità di questo mondo non sono che vesti dello spirito umano, utili e convenienti fin che servono, ma che si logorano presto e debbono essere gettati. Per un puritano è già un sistema assai libero e che, lasciando intatto l’assoluto, rende possibile nella pratica l’evoluzione delle idee e della morale, staccandosi affatto dall’ortodossia vecchia sulla immobilità eterna delle leggi del bene e del male. Su questo dato filosofico ricamò curiosamente il Carlyle, e gli strani commentari e le riflessioni bizzarre del dottor Teufelsdreck non fanno perdere di vista l’idea fondamentale del libro. Questa inimitabile figura di un solitario filosofo tedesco, dicono i signori Elia Régnaulte Ulisse Barot, colla sua immensa erudizione, le sue stravaganti avventure, lo stoicismo sublime che lo fa volare a cento miglia in alto sopra questo mondo, la bontà inalterabile, la pietà, il coraggio, la lingua mezzo mistica e mezzo plebea, è unatrovata, uno dei tipi più curiosi che si conoscano. Ed è vero. Benchè il Teufelsdreck ricordi un po’ troppo il dottor Schopp delTitandi Gian Paolo, è una delle figure più bizzarre e indimenticabili della letteratura contemporanea.«I nostri maestri, dice Teufelsdreck, erano insopportabili pedanti che non conoscevano affatto la natura umana e peggio quella dei bambini; insomma non conoscevano altro che i loro dizionari e i libri dei conti trimestrali.»«Ci schiacciavano sotto il peso d’innumerevoli parole morte, e questo lo chiamavano sviluppare lo spirito della gioventù. Come mai un mulino da gerundi, inanimato, automatico, il compasso del quale sarà fabbricato di qui ad un secolo a Norimberga con del legno e del cuoio, come mai potrebbe aiutare lo sviluppo di qualche cosa, tanto più dello spirito, che non cresce come una pianta, ma che si sviluppa pel misterioso contatto dello spirito? Come mai potrà dare luce e fiamma colui, l’anima del quale è un focolare spento, pieno di ceneri agghiacciate? I professori d’Hinter-Schalg (me ne duole per la ingua poetica, mahinterschalgvuol dire sculacciata) conoscevano benissimo la sintassi; e quanto all’anima umana, sapevano solo che c’era in lei una facoltà chiamata memoria che poteva essere sviluppata flagellando con un nerbo i tessuti muscolari e l’epidermide».Il nervo di bue come stimolo alla memoria non costuma più; ma dei professori d’Hinter-Schlag che conoscono bene la sintassi e poco i loro discepoli, ce ne sono ancora. Anzi ce ne sono di quelli che non conoscono nemmeno il loro tempo, o, se lo conoscono, vorrebbero farlo tornare addietro. Il Carlyle attribuisce al suo Teufelsdreck, apostolo della fede trascendentale, le opinioni più incredibili espresse colla massima gravità, dedotte logicamente dalla sua filosofia della veste, illustrate dagli esempi più grotteschi ed espresse in un linguaggio caricatura di quello dei professori di filosofia tedeschi. Eppure, sotto la scorza dell’eroicomico, circola la linfa della verità. Certe pitture sono ridicole, ma vere oggi come verso il 1830, epoca della apparizione delSartor resartus. Le amare satire alla società inglese d’allora conservano ancora tutto il loro sale, come quelle di Giovenale e di Persio, e la posterità senza dubbio confermerà il soprannomedi great censor of ageche i contemporanei decretarono al Carlyle.Ma ilSartor resartusnon può essere tradotto e meno poi inteso in italiano: meglio sarebbe, per dare un’idea dell’ingegno strano e grande del Carlyle, tradurre laStoria della rivoluzione francese, specie di poema epico in prosa che o ripugna o seduce, secondo i gusti, ma che non può essere confuso tra le cose noiose e mediocri. È vero che gli Inglesi, i quali stentano alle volte a capire il Carlyle nell’originale, hanno sentenziato ch’egli è intraducibile; ma se non la fisonomia intera e precisa dello stranissimo scrittore, pure una sua immagine abbastanza viva si potrebbe riprodurre, e ne varrebbe la pena.Ma, pur troppo, se studiamo ci tocca di studiar metafisica, o se traduciamo ci tocca di tradurre Ponson du Terrail. Pazienza. «Gino, eravamo grandi.—E là non eran nati». Consoliamoci con questo.

TOMMASO CARLYLEÈ morto Carlyle, scrittore o profondamente disprezzato o immensamente amato in Inghilterra; ma a ogni modo celeberrimo in patria e fuori, salvo in Italia, dove è forse affatto sconosciuto. Noi disgraziatamente o siamo ignoranti come zucche, o, se sappiamo qualche cosa, un pregiudizio classico ci vieta poi di conoscer bene le cose straniere; tutt’al più leggiamo i romanzi che fanno più rumore a Parigi o applaudiamo le commedie mal tradotte dal francese. E anche questo lo facciamo più per moda che per persuasione.L’odio allo straniero, che ci condusse all’indipendenza, lo portammo anche nella letteratura. I puristi c’insegnarono a disprezzare quel che viene di fuori; e questochauvinismeletterario miseramente orgoglioso, se può aver avuto un’azione buona sulle tendenze nazionali ed unitarie, se ebbe forza di salvarci almeno la italianità della lingua, ci lasciò tuttavia parecchi pregiudizi nelle ossa, e ci sono tuttavia moltissimi i quali si credono ancora ai tempi di Augusto quando solo in Italia si sapeva leggere e scrivere, o scherniscono amaramente tutto quello che viene dalsettentrional vedovo sito, o, se dal settentrione ci vengono busse o capolavori, si consolano brontolando: «Gino, eravamo grandi—E là non eran nati». Bel gusto!Intanto, ne’ licei e nelle università, una mandra di preti mal spretati imbottisce la testa dei ragazzi con tutte le vacuità della metafisica e dell’ontologia e scarica unafoedissima ventris proluviesdi teorie semicattoliche e di sistemi mal digeriti, rubando il tempo ai discepoli e le paghe allo Stato. Di quel che accade al di là de’ confini non si sa nulla in quei ritrovi che pretendono d’esserscuole, o tutt’al più ci s’imparano le confutazioni barocche male imparate dai chiarissimi sulle traduzioni delle traduzioni. E poichè quelli che insegnano scienze meno imbecilli, poichè gli sperimentatori ed i veri scienziati dovettero pure studiare anche quel che fu studiato al di là dell’Alpi, le rozze arpie se ne dolgono e, ferite nella loro ignoranza, strillano ferocemente, vituperano tutto quello che non è italiano, scomunicano quel che non sanno e, non potendo far altro, vogliono che il loro odio ebete alla scienza straniera sembri patriottismo. Così una vergognosa schiera di ciarloni cento volte apostati e mille volte ignoranti si sforzano a mantener vivi i pregiudizi più meschini e dannosi alla coltura nazionale: così i giovani delle nostre scuole conoscono tutti i più cretini filosofastri del bel paese e non conoscono nemmeno per sentita a dire Schopenhauer, Bain od Hartmann: così in Italia pochi conoscono la storia di Federico II del Broglio e nessuno quella del Carlyle.Oh, se invece di insegnare ai poveri martiri dei licei le teoriche dell’assoluto e, dopo Kant, le dimostrazioni dell’esistenza di Dio, si insegnasse loro a leggere e ad intendere le lingue straniere! Se invece di questi sistemi trascendentali che nascono e rinascono da Talete in qua, per essere confutati e distrutti il giorno dopo; se invece di tante scempiate inanità che entrano da un orecchio per uscire dall’altro, si mettessero i giovani in grado di studiare da loro se ne avranno voglia; se, invece di pretendere di fornire ai ragazzi il lavoro, bell’è fatto, si dessero loro invece gli strumenti per lavorare, non sarebbe meglio? Io mi rivolgo alla coscienza di tutti quelli che studiarono nei nostri licei e chieggo che mi dicano sinceramente a che giovò loro la metafisica imparata con tanta fatica? Dicano se non dimenticarono perfino la prima parola!Tommaso Carlyle è morto; e quando i giornali hanno annunziato il caso, si può scommettere che quasi tutti coloro che uscirono dai licei e dalle università con diplomi, lodi e premi, si rivolsero la comica domanda di Don Abbondio: «Carneade? Chi era Carneade?»Eppure in Inghilterra pochi nomi furono celebri come il suo; eppure in Germania e in Francia, egli fu conosciuto più che non siano da noi Ponson du Terrail o Fortunato di Boisgobey. Ma noi conosciamo troupe beneRocamboleoMonsieur Lecoqper conoscere ilSartor resartuse leLetture sugli eroi. Dicono che nelSartor resartusegli si ricordò molto di Gian Paolo Ritcher; ma chi era costui? Era l’autore delTitane delLevana; un altro Carneadeche fuori di qui è stimato un gigante: ma noi abbiamo studiato troppo la metafisica per saperlo.Del resto, se Tomaso Carlyle fosse nato in Italia, o sarebbe rimasto sempre nel suo villaggio a far l’agricoltore come il padre, o, se avesse osato di scrivere come scrisse, l’avrebbero stimato matto e magari canzonato come un Tito Livio Cianchettini mal riuscito. Poichè in lui c’era qualche cosa di apocalittico che scattava fuori da uno strano miscuglio di puritanismo scozzese, di democratismo francese, di misticismo tedesco. Se non nellaVita di Federico II, certo nelle altre sue opere lo stile è spesso oscuro, spesso eccitato, quasi isterico, e qualche volta, in interi periodi che mancano del verbo, in parentesi interminabili, tra le apostrofi, le allegorie, le prosopopee, saltano fuori incomprensibili astrazioni miste ditruismsvolgarissimi ed eloquenti. Guai a lui se fosse stato italiano, colla sua moltitudine di barbarismi, di neologismi e di solecismi! Il suo nome sarebbe rimasto nelle scuole a perpetuo esempio, come alla gogna, insieme ai nomi dell’Achillini e del Preti che sono proposti al vituperio dei discepoli dai maestri che non lesserò mai nè i sonetti dell’uno, nè i madrigali dell’altro. Un Carlyle italiano non si può immaginare.E perchè? Perchè noi cerchiamo piuttosto la correzione che l’originalità, mentre in Inghilterra anexcentric manè sempre il bene arrivato. Rabelais, Swift, Gian Paolo Richter non potrebbero avere scritto qui, dove l’umorismosi ferma ad una parodia letteraria—La Secchia rapita, dove l’imitazione fu sempre il canone più osservato della stilistica, dove dopo il Petrarca vengono centomila petrarchisti che riempiono un secolo intero, dove l’Arcadia può fondare una colonia per ogni città con leggi fisse di poetica e i voti monastici della povertà, della castità e della obbedienza. Non biasimo; constato solo un fatto innegabile; noto solo che, Dante in fuori, gli ingegni profondamente originali da noi si contano sulle dita e che le innovazioni letterarie del Trecento in qua sono piuttosto formali che altro. Galileo, ingegno tanto singolare nella scienza ed innovatore grandissimo, nelle cose letterarie abborre l’originalità e scomunica il Tasso che gli pare troppo rivoluzionario. Il nuovo ci fa sempre paura e, ieri ancora, l’abate Zanella inorridiva nellaNuova Antologiapei tentativi di introdurre nuovi metri nella prosodia italiana, poichè, secondo lui, ne riceverebbe detrimento la nostralingua poetica. Per chi nol sapesse, questa intangibilelingua poeticaè quella degli antichi, o dei moderni che parlano ancora come il Petrarca; consiste nel chiamarlampauna lanterna,salmail corpo elirala chitarra.Ora, se le piccole novità di forma, se quasi minime differenze verbali mettono in pensiero gli uomini còlti e d’ingegno, immaginiamoci che spavento farebbe l’originalità ardita e sprezzante di uno scrittore come Carlyle. Fuori di qui, perchè l’originalità sia tollerata e applaudita, ci vuole molto ingegno, direi quasi genio; ma da noi forse non basterebbe.NelSartor resartusdomina una curiosa figura, quella del dottor Teufelsdreck (la lingua poetica non può aiutarmi, bisogna ricorrere al latino: il nome del dottore significaexcrementum diaboli), dipinta con unhumorstravagante, ma pieno d’estro nella satira e che si mantiene tale e quale sino in fondo al libro. Si può non convenire col Carlyle, che nel suo puritanismo ha degli slanci di entusiasmo religioso più da sacerdote che da laico. Da giovane era stato tirato su per lo stato ecclesiastico, e poichè il dettoSemel abbas semper abbasè una verità sacrosanta, così di quando in quando sotto allo scrittore troviamo il predicatore. Per esempio, ilSartor resartus, che può parere, a chi non bada, una bizzarria satirica senza tesi, non è invece che lo sviluppo della massima di Fichte, che tutte le cose nell’universo visibile, noi stessi e gli uomini tutti, non siamo che una specie di veste sotto la quale si nasconde la realtà assoluta; che l’universo intero non è che una delle forme dell’eterno spirito di Dio; che il tempo e lo spazio sono soltanto modi dei nostri sensi imperfetti, così che ildovee ilquando, benchè in apparenza inseparabili dal nostro pensiero, non aderiscono altro che superficialmente al pensiero stesso; che noi dobbiamo concepire Dio come abitante unquiduniversale, unadessoperpetuo, e considerare la natura come la veste ch’egli porta per rendersi visibile agli occhi nostri. Vedete un po’ che razza di sogni possono sognare questi fuchi dell’intelligenza, i filosofi trascendentali!Or bene, questo era il sistema filosofico del Carlyle. Secondo lui i fenomeni della nostra vita sociale, gli aspetti esterni, le modalità di questo mondo non sono che vesti dello spirito umano, utili e convenienti fin che servono, ma che si logorano presto e debbono essere gettati. Per un puritano è già un sistema assai libero e che, lasciando intatto l’assoluto, rende possibile nella pratica l’evoluzione delle idee e della morale, staccandosi affatto dall’ortodossia vecchia sulla immobilità eterna delle leggi del bene e del male. Su questo dato filosofico ricamò curiosamente il Carlyle, e gli strani commentari e le riflessioni bizzarre del dottor Teufelsdreck non fanno perdere di vista l’idea fondamentale del libro. Questa inimitabile figura di un solitario filosofo tedesco, dicono i signori Elia Régnaulte Ulisse Barot, colla sua immensa erudizione, le sue stravaganti avventure, lo stoicismo sublime che lo fa volare a cento miglia in alto sopra questo mondo, la bontà inalterabile, la pietà, il coraggio, la lingua mezzo mistica e mezzo plebea, è unatrovata, uno dei tipi più curiosi che si conoscano. Ed è vero. Benchè il Teufelsdreck ricordi un po’ troppo il dottor Schopp delTitandi Gian Paolo, è una delle figure più bizzarre e indimenticabili della letteratura contemporanea.«I nostri maestri, dice Teufelsdreck, erano insopportabili pedanti che non conoscevano affatto la natura umana e peggio quella dei bambini; insomma non conoscevano altro che i loro dizionari e i libri dei conti trimestrali.»«Ci schiacciavano sotto il peso d’innumerevoli parole morte, e questo lo chiamavano sviluppare lo spirito della gioventù. Come mai un mulino da gerundi, inanimato, automatico, il compasso del quale sarà fabbricato di qui ad un secolo a Norimberga con del legno e del cuoio, come mai potrebbe aiutare lo sviluppo di qualche cosa, tanto più dello spirito, che non cresce come una pianta, ma che si sviluppa pel misterioso contatto dello spirito? Come mai potrà dare luce e fiamma colui, l’anima del quale è un focolare spento, pieno di ceneri agghiacciate? I professori d’Hinter-Schalg (me ne duole per la ingua poetica, mahinterschalgvuol dire sculacciata) conoscevano benissimo la sintassi; e quanto all’anima umana, sapevano solo che c’era in lei una facoltà chiamata memoria che poteva essere sviluppata flagellando con un nerbo i tessuti muscolari e l’epidermide».Il nervo di bue come stimolo alla memoria non costuma più; ma dei professori d’Hinter-Schlag che conoscono bene la sintassi e poco i loro discepoli, ce ne sono ancora. Anzi ce ne sono di quelli che non conoscono nemmeno il loro tempo, o, se lo conoscono, vorrebbero farlo tornare addietro. Il Carlyle attribuisce al suo Teufelsdreck, apostolo della fede trascendentale, le opinioni più incredibili espresse colla massima gravità, dedotte logicamente dalla sua filosofia della veste, illustrate dagli esempi più grotteschi ed espresse in un linguaggio caricatura di quello dei professori di filosofia tedeschi. Eppure, sotto la scorza dell’eroicomico, circola la linfa della verità. Certe pitture sono ridicole, ma vere oggi come verso il 1830, epoca della apparizione delSartor resartus. Le amare satire alla società inglese d’allora conservano ancora tutto il loro sale, come quelle di Giovenale e di Persio, e la posterità senza dubbio confermerà il soprannomedi great censor of ageche i contemporanei decretarono al Carlyle.Ma ilSartor resartusnon può essere tradotto e meno poi inteso in italiano: meglio sarebbe, per dare un’idea dell’ingegno strano e grande del Carlyle, tradurre laStoria della rivoluzione francese, specie di poema epico in prosa che o ripugna o seduce, secondo i gusti, ma che non può essere confuso tra le cose noiose e mediocri. È vero che gli Inglesi, i quali stentano alle volte a capire il Carlyle nell’originale, hanno sentenziato ch’egli è intraducibile; ma se non la fisonomia intera e precisa dello stranissimo scrittore, pure una sua immagine abbastanza viva si potrebbe riprodurre, e ne varrebbe la pena.Ma, pur troppo, se studiamo ci tocca di studiar metafisica, o se traduciamo ci tocca di tradurre Ponson du Terrail. Pazienza. «Gino, eravamo grandi.—E là non eran nati». Consoliamoci con questo.

È morto Carlyle, scrittore o profondamente disprezzato o immensamente amato in Inghilterra; ma a ogni modo celeberrimo in patria e fuori, salvo in Italia, dove è forse affatto sconosciuto. Noi disgraziatamente o siamo ignoranti come zucche, o, se sappiamo qualche cosa, un pregiudizio classico ci vieta poi di conoscer bene le cose straniere; tutt’al più leggiamo i romanzi che fanno più rumore a Parigi o applaudiamo le commedie mal tradotte dal francese. E anche questo lo facciamo più per moda che per persuasione.

L’odio allo straniero, che ci condusse all’indipendenza, lo portammo anche nella letteratura. I puristi c’insegnarono a disprezzare quel che viene di fuori; e questochauvinismeletterario miseramente orgoglioso, se può aver avuto un’azione buona sulle tendenze nazionali ed unitarie, se ebbe forza di salvarci almeno la italianità della lingua, ci lasciò tuttavia parecchi pregiudizi nelle ossa, e ci sono tuttavia moltissimi i quali si credono ancora ai tempi di Augusto quando solo in Italia si sapeva leggere e scrivere, o scherniscono amaramente tutto quello che viene dalsettentrional vedovo sito, o, se dal settentrione ci vengono busse o capolavori, si consolano brontolando: «Gino, eravamo grandi—E là non eran nati». Bel gusto!

Intanto, ne’ licei e nelle università, una mandra di preti mal spretati imbottisce la testa dei ragazzi con tutte le vacuità della metafisica e dell’ontologia e scarica unafoedissima ventris proluviesdi teorie semicattoliche e di sistemi mal digeriti, rubando il tempo ai discepoli e le paghe allo Stato. Di quel che accade al di là de’ confini non si sa nulla in quei ritrovi che pretendono d’esserscuole, o tutt’al più ci s’imparano le confutazioni barocche male imparate dai chiarissimi sulle traduzioni delle traduzioni. E poichè quelli che insegnano scienze meno imbecilli, poichè gli sperimentatori ed i veri scienziati dovettero pure studiare anche quel che fu studiato al di là dell’Alpi, le rozze arpie se ne dolgono e, ferite nella loro ignoranza, strillano ferocemente, vituperano tutto quello che non è italiano, scomunicano quel che non sanno e, non potendo far altro, vogliono che il loro odio ebete alla scienza straniera sembri patriottismo. Così una vergognosa schiera di ciarloni cento volte apostati e mille volte ignoranti si sforzano a mantener vivi i pregiudizi più meschini e dannosi alla coltura nazionale: così i giovani delle nostre scuole conoscono tutti i più cretini filosofastri del bel paese e non conoscono nemmeno per sentita a dire Schopenhauer, Bain od Hartmann: così in Italia pochi conoscono la storia di Federico II del Broglio e nessuno quella del Carlyle.

Oh, se invece di insegnare ai poveri martiri dei licei le teoriche dell’assoluto e, dopo Kant, le dimostrazioni dell’esistenza di Dio, si insegnasse loro a leggere e ad intendere le lingue straniere! Se invece di questi sistemi trascendentali che nascono e rinascono da Talete in qua, per essere confutati e distrutti il giorno dopo; se invece di tante scempiate inanità che entrano da un orecchio per uscire dall’altro, si mettessero i giovani in grado di studiare da loro se ne avranno voglia; se, invece di pretendere di fornire ai ragazzi il lavoro, bell’è fatto, si dessero loro invece gli strumenti per lavorare, non sarebbe meglio? Io mi rivolgo alla coscienza di tutti quelli che studiarono nei nostri licei e chieggo che mi dicano sinceramente a che giovò loro la metafisica imparata con tanta fatica? Dicano se non dimenticarono perfino la prima parola!

Tommaso Carlyle è morto; e quando i giornali hanno annunziato il caso, si può scommettere che quasi tutti coloro che uscirono dai licei e dalle università con diplomi, lodi e premi, si rivolsero la comica domanda di Don Abbondio: «Carneade? Chi era Carneade?»

Eppure in Inghilterra pochi nomi furono celebri come il suo; eppure in Germania e in Francia, egli fu conosciuto più che non siano da noi Ponson du Terrail o Fortunato di Boisgobey. Ma noi conosciamo troupe beneRocamboleoMonsieur Lecoqper conoscere ilSartor resartuse leLetture sugli eroi. Dicono che nelSartor resartusegli si ricordò molto di Gian Paolo Ritcher; ma chi era costui? Era l’autore delTitane delLevana; un altro Carneadeche fuori di qui è stimato un gigante: ma noi abbiamo studiato troppo la metafisica per saperlo.

Del resto, se Tomaso Carlyle fosse nato in Italia, o sarebbe rimasto sempre nel suo villaggio a far l’agricoltore come il padre, o, se avesse osato di scrivere come scrisse, l’avrebbero stimato matto e magari canzonato come un Tito Livio Cianchettini mal riuscito. Poichè in lui c’era qualche cosa di apocalittico che scattava fuori da uno strano miscuglio di puritanismo scozzese, di democratismo francese, di misticismo tedesco. Se non nellaVita di Federico II, certo nelle altre sue opere lo stile è spesso oscuro, spesso eccitato, quasi isterico, e qualche volta, in interi periodi che mancano del verbo, in parentesi interminabili, tra le apostrofi, le allegorie, le prosopopee, saltano fuori incomprensibili astrazioni miste ditruismsvolgarissimi ed eloquenti. Guai a lui se fosse stato italiano, colla sua moltitudine di barbarismi, di neologismi e di solecismi! Il suo nome sarebbe rimasto nelle scuole a perpetuo esempio, come alla gogna, insieme ai nomi dell’Achillini e del Preti che sono proposti al vituperio dei discepoli dai maestri che non lesserò mai nè i sonetti dell’uno, nè i madrigali dell’altro. Un Carlyle italiano non si può immaginare.

E perchè? Perchè noi cerchiamo piuttosto la correzione che l’originalità, mentre in Inghilterra anexcentric manè sempre il bene arrivato. Rabelais, Swift, Gian Paolo Richter non potrebbero avere scritto qui, dove l’umorismosi ferma ad una parodia letteraria—La Secchia rapita, dove l’imitazione fu sempre il canone più osservato della stilistica, dove dopo il Petrarca vengono centomila petrarchisti che riempiono un secolo intero, dove l’Arcadia può fondare una colonia per ogni città con leggi fisse di poetica e i voti monastici della povertà, della castità e della obbedienza. Non biasimo; constato solo un fatto innegabile; noto solo che, Dante in fuori, gli ingegni profondamente originali da noi si contano sulle dita e che le innovazioni letterarie del Trecento in qua sono piuttosto formali che altro. Galileo, ingegno tanto singolare nella scienza ed innovatore grandissimo, nelle cose letterarie abborre l’originalità e scomunica il Tasso che gli pare troppo rivoluzionario. Il nuovo ci fa sempre paura e, ieri ancora, l’abate Zanella inorridiva nellaNuova Antologiapei tentativi di introdurre nuovi metri nella prosodia italiana, poichè, secondo lui, ne riceverebbe detrimento la nostralingua poetica. Per chi nol sapesse, questa intangibilelingua poeticaè quella degli antichi, o dei moderni che parlano ancora come il Petrarca; consiste nel chiamarlampauna lanterna,salmail corpo elirala chitarra.Ora, se le piccole novità di forma, se quasi minime differenze verbali mettono in pensiero gli uomini còlti e d’ingegno, immaginiamoci che spavento farebbe l’originalità ardita e sprezzante di uno scrittore come Carlyle. Fuori di qui, perchè l’originalità sia tollerata e applaudita, ci vuole molto ingegno, direi quasi genio; ma da noi forse non basterebbe.

NelSartor resartusdomina una curiosa figura, quella del dottor Teufelsdreck (la lingua poetica non può aiutarmi, bisogna ricorrere al latino: il nome del dottore significaexcrementum diaboli), dipinta con unhumorstravagante, ma pieno d’estro nella satira e che si mantiene tale e quale sino in fondo al libro. Si può non convenire col Carlyle, che nel suo puritanismo ha degli slanci di entusiasmo religioso più da sacerdote che da laico. Da giovane era stato tirato su per lo stato ecclesiastico, e poichè il dettoSemel abbas semper abbasè una verità sacrosanta, così di quando in quando sotto allo scrittore troviamo il predicatore. Per esempio, ilSartor resartus, che può parere, a chi non bada, una bizzarria satirica senza tesi, non è invece che lo sviluppo della massima di Fichte, che tutte le cose nell’universo visibile, noi stessi e gli uomini tutti, non siamo che una specie di veste sotto la quale si nasconde la realtà assoluta; che l’universo intero non è che una delle forme dell’eterno spirito di Dio; che il tempo e lo spazio sono soltanto modi dei nostri sensi imperfetti, così che ildovee ilquando, benchè in apparenza inseparabili dal nostro pensiero, non aderiscono altro che superficialmente al pensiero stesso; che noi dobbiamo concepire Dio come abitante unquiduniversale, unadessoperpetuo, e considerare la natura come la veste ch’egli porta per rendersi visibile agli occhi nostri. Vedete un po’ che razza di sogni possono sognare questi fuchi dell’intelligenza, i filosofi trascendentali!

Or bene, questo era il sistema filosofico del Carlyle. Secondo lui i fenomeni della nostra vita sociale, gli aspetti esterni, le modalità di questo mondo non sono che vesti dello spirito umano, utili e convenienti fin che servono, ma che si logorano presto e debbono essere gettati. Per un puritano è già un sistema assai libero e che, lasciando intatto l’assoluto, rende possibile nella pratica l’evoluzione delle idee e della morale, staccandosi affatto dall’ortodossia vecchia sulla immobilità eterna delle leggi del bene e del male. Su questo dato filosofico ricamò curiosamente il Carlyle, e gli strani commentari e le riflessioni bizzarre del dottor Teufelsdreck non fanno perdere di vista l’idea fondamentale del libro. Questa inimitabile figura di un solitario filosofo tedesco, dicono i signori Elia Régnaulte Ulisse Barot, colla sua immensa erudizione, le sue stravaganti avventure, lo stoicismo sublime che lo fa volare a cento miglia in alto sopra questo mondo, la bontà inalterabile, la pietà, il coraggio, la lingua mezzo mistica e mezzo plebea, è unatrovata, uno dei tipi più curiosi che si conoscano. Ed è vero. Benchè il Teufelsdreck ricordi un po’ troppo il dottor Schopp delTitandi Gian Paolo, è una delle figure più bizzarre e indimenticabili della letteratura contemporanea.

«I nostri maestri, dice Teufelsdreck, erano insopportabili pedanti che non conoscevano affatto la natura umana e peggio quella dei bambini; insomma non conoscevano altro che i loro dizionari e i libri dei conti trimestrali.»

«Ci schiacciavano sotto il peso d’innumerevoli parole morte, e questo lo chiamavano sviluppare lo spirito della gioventù. Come mai un mulino da gerundi, inanimato, automatico, il compasso del quale sarà fabbricato di qui ad un secolo a Norimberga con del legno e del cuoio, come mai potrebbe aiutare lo sviluppo di qualche cosa, tanto più dello spirito, che non cresce come una pianta, ma che si sviluppa pel misterioso contatto dello spirito? Come mai potrà dare luce e fiamma colui, l’anima del quale è un focolare spento, pieno di ceneri agghiacciate? I professori d’Hinter-Schalg (me ne duole per la ingua poetica, mahinterschalgvuol dire sculacciata) conoscevano benissimo la sintassi; e quanto all’anima umana, sapevano solo che c’era in lei una facoltà chiamata memoria che poteva essere sviluppata flagellando con un nerbo i tessuti muscolari e l’epidermide».

Il nervo di bue come stimolo alla memoria non costuma più; ma dei professori d’Hinter-Schlag che conoscono bene la sintassi e poco i loro discepoli, ce ne sono ancora. Anzi ce ne sono di quelli che non conoscono nemmeno il loro tempo, o, se lo conoscono, vorrebbero farlo tornare addietro. Il Carlyle attribuisce al suo Teufelsdreck, apostolo della fede trascendentale, le opinioni più incredibili espresse colla massima gravità, dedotte logicamente dalla sua filosofia della veste, illustrate dagli esempi più grotteschi ed espresse in un linguaggio caricatura di quello dei professori di filosofia tedeschi. Eppure, sotto la scorza dell’eroicomico, circola la linfa della verità. Certe pitture sono ridicole, ma vere oggi come verso il 1830, epoca della apparizione delSartor resartus. Le amare satire alla società inglese d’allora conservano ancora tutto il loro sale, come quelle di Giovenale e di Persio, e la posterità senza dubbio confermerà il soprannomedi great censor of ageche i contemporanei decretarono al Carlyle.

Ma ilSartor resartusnon può essere tradotto e meno poi inteso in italiano: meglio sarebbe, per dare un’idea dell’ingegno strano e grande del Carlyle, tradurre laStoria della rivoluzione francese, specie di poema epico in prosa che o ripugna o seduce, secondo i gusti, ma che non può essere confuso tra le cose noiose e mediocri. È vero che gli Inglesi, i quali stentano alle volte a capire il Carlyle nell’originale, hanno sentenziato ch’egli è intraducibile; ma se non la fisonomia intera e precisa dello stranissimo scrittore, pure una sua immagine abbastanza viva si potrebbe riprodurre, e ne varrebbe la pena.

Ma, pur troppo, se studiamo ci tocca di studiar metafisica, o se traduciamo ci tocca di tradurre Ponson du Terrail. Pazienza. «Gino, eravamo grandi.—E là non eran nati». Consoliamoci con questo.


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