IL CENTENARIO DEL METASTASIOQuanti monumenti! Quanti centenari!Le nostre piazze sono popolate di statue in toga, in brache corte, qualche volta nude: il bilancio dei municipi ha nelle categorie delle spese ordinarie, quelle per la celebrazione del centenario del paese. Una volta si spendeva per la festa del santo protettore; ora, poichè in Italia sentiamo sempre il bisogno di festeggiare qualche cosa, si spende per la festa del poeta, dello storico, del pittore, qualche volta pur troppo anche dell’uomo politico che nacque all’ombra del campanile. Nessun proprietario è sicuro che l’autorità municipale non venga un bel giorno a incastrargli un epitafio nella facciata della casa col suo bravoqui nacque o qui dimorò o qui morì l’illustre tal de’ tali. Comincia a diventare un incomodo, una servitù da tenere a calcolo nel contratto d’affitto. Vedremo degli avvisi così:Da affittare: appartamento composto di sei camere e cucina. Acqua dell’acquedotto: vista del giardino: non v’è morto alcun uomo illustre. Ma gli appartamenti in condizioni così felici saranno pochi. Qual’è la casa che non abbia oramai la disgrazia di avere ospitato un uomo celebre?Ora è la volta del Metastasio, del quale a Roma fu celebrato il centenario mercoledì scorso. Sono già in vista molte altre consimili solennità, come il centenario di P. Ovidio Nasone; e coll’aiuto di Dio e dei Santi speriamo di vedere quelli di Orazio, di Ennio, di Pitagora e via via fino al padre Adamo, che, secondo me, ci ha più diritto di tutti. Che voglia di stare allegri fiorisce in Italia!Sono pochi anni che il Metastasio era vituperato come l’Offenbach italiano. Vi ricordate che dopo la batosta del1870 la Francia, con un acume straordinario, riconobbe la causa delle proprie disgrazie nelle operette dell’allegro maestro tedesco. Allo stesso modo l’Italia, dai disinganni del 1815 fino alla fortunata aurora del 1859, fu convinta che la sua fiacchezza derivava dai versi del Metastasio. Vittorio Alfieri, lo scrittore di ferro, aveva così duramente calcata la sua forte mano sul mite poeta, sullo scrittore delle dame incipriate! E poi il Metastasio era stato poeta cesareo, e gli si imputava questa qualificazione come se egli avesse apostatato servendo poesia italiana all’imperatore austriaco. Non si badava ai tempi: la repulsione del povero abate era istintiva, patriottica, e forte delle teorie e degli esempi alfieriani. Pareva che il Metastasio dovesse essere cancellato dalla gloriosa nota di ridicolo come il Querno, o d’infamia come l’Aretino. Invece gli fanno il centenario!Egli è che l’Italia si è ricreduta di molti giudizi che in altri tempi le erano suggeriti dalla passione, santa ma cieca. Allora era necessario, giusto quasi, il declamare contro al poeta che ad ogni modo era stato servitore di chi poi ci oppresse così duramente: oggi non più. Se la Corte Imperiale di Vienna avesse ancora la bizzarra idea di chiamare un poeta italiano ai suoi servigi, molti biasimerebbero chi accettasse, un po’ per quei sentimenti democratici che ci hanno fatto democratizzare perfino la nostra Corte, un po’ pel resto delle vecchie idee, per lo strascico delle vecchie formule retoriche dalle quali i popoli si lasciano trascinare all’entusiasmo ed al martirio e che, esaminate dopo che il tempo ci ha raffreddati, appaiono così meschine. Ma tuttavia disapprovando energicamente chi accettasse, non potremmo a meno di fare delle considerazioni benevole sulla cosa in sè, dalle quali altri potrebbe anche esser tratto ad applaudire chi accettasse.Infatti, si direbbe, quale onore per la nostr’arte, per la nostra nazione! Hanno bisogno di noi! La Grecia, vinse Roma; noi liberi, vinciamo i Teutoni: ed altre belle e sonanti frasi come queste. Un professore che sia chiamato a insegnare di là dai monti ci par sempre tanto più bravo di quelli che rimangono a casa. Un pittore che stia a Parigi deve essere migliore di un altro che stia a Napoli. I nostri libri non sono accettati come buoni, le nostre poesie non sono degne di attenzione se prima non furono almeno tradotte in tedesco. Un uomo insomma, qualunque sia la sua professione, o medico o commediante, o ministro o cavallerizzo, non ci pare completo se non ha fatto il suo giro all’estero, se non viene di là con la laurea straniera. Mi pare dunque che si finirebbe agloriarsi di fornir noi i poeti ai Teutoni ed agli Sciti, e che quella carica diverrebbe onesta per chi la tiene ed onorevole alla stessa patria, come nessuno rimproverò mai allo Spontini, al Cherubini, al Rossini, l’aver occupato cariche onorifiche sotto governi e sotto re stranieri.Non dico se questo sia un male o un bene: dico solo che oggi, a sangue freddo, si può vedere che l’esser poeta cesareo nel 1730, non implicava quella idea di apostasia e di tradimento che si pensava trent’anni addietro: dico che se vediamo ora la perfetta onorabilità di quella posizione in quel tempo, resta distrutta una delle grandi cause di antipatia che l’Italia abbia fin qui avuto verso l’abate Metastasio, e, per quanto oramai i centenari ci abbian rotto le tasche, vada pel centenario.Ma resta l’accusa alfieriana. La poesia del Metastasio è di latte e rose, molle, corruttrice, sfibratrice. Abbiamo bisogno di uomini forti, non di sdolcinati Licida; di forti madri, non di Fillidi inzuccherate. Ci bisogna Tirteo e non Anacreonte; la tromba e non la zampogna!Lasciamo andare l’ideaproudhonianadell’arte utile e miglioratrice, poichè oramai le teorie di Bentham, che hanno tanta fortuna, e tanto sèguito altrove, dalla poesia furono volando. Ma chi vi ha mai detto che si voglia rifare il Metastasio? Si tratta di assegnargli il posto che gli spetta tra i nostri poeti, non di proporlo ad esempio agli scolaretti. Ha il suo posto il mollissimo Ovidio accanto al durissimo Tacito; perchè negare il suo al Metastasio. come se si temesse di mancar di rispetto a Vittorio Alfieri?L’arte del Metastasio è molle e sfibratrice? Ma è l’arte del suo tempo! Quando cesseremo dunque dal giudicare scindendo l’autore dall’età sua, dimenticando l’ambiente dove attingeva le sue ispirazioni, dove una data forma artistica gli si imponeva? Volete voi che l’Alighieri possa vivere e scrivere la Comedia al di fuori del Trecento, in mezzo agli abatini incipriati ed alle dame in guardinfante? Allora si pensava così, si sentiva così, e il Metastasio cantava necessariamente a quel modo. Si può deplorare che l’Italia della prima metà del secolo passato non sia stata la Grecia che debellò Serse, o la Francia rivoluzionaria che vinse l’Europa conservatrice: ma poichè l’Italia era così l’arte sua non poteva essere altro che così. La colpa non è del Metastasio, il quale a buon conto non ha ammollito o sfibrato i generali di Maria Teresa che lo applaudivano, non ha messo il latte e miele nelle vene di Maria Antonietta di Francia o di Carolinadi Napoli che furono sue discepole, non ha avuto nè poteva avere alcuna influenza sui contemporanei perchè l’arte non ne ha, e non ne ha mai avuto: egli serviva al suo tempo e da quello era tratto, sforzato, a cantare a quel modo e non in altro. Bisogna giudicare il poeta cesareo, non coi criteri del Quarantotto o del Cinquantanove, ma con quelli del suo tempo. La storia non c’è per nulla? Credete che la causa di Sedan sia nelleBelle Hélène?Via, mettiamo le cose al loro posto.Arte molle? Certo, dopo quella dell’Alfieri; ma al suo tempo, no. Imaginate voi gli spettatori delle opere del Metastasio? Credete voi che trovassero molle il poeta cesareo quelle dame e quei signori mollissimi che dovevano poi essere inchiodati come in una vetrina di museo nelGiornodel Parini? A loro doveva apparire più che forte il poeta che trascina Catone moribondo sulla scena e che davanti a Cesare gli fa proferire la parola romana,altrovePortatemi a morir!...L’Attilio Regoloha dei punti in cui c’è forza anche per noi che veniamo dopo all’Alfieri. L’ultima scena vi par molle?Romani, addio! Siano i congedi estremiDegni di noi. Lode agli Dei, vi lascio,E vi lascio Romani. Ah, conservateIllibato il gran nome e voi sareteGli arbitri della terra, e il mondo interoRoman diventerà. Numi custodiDi quest’almo terren, Dee protettriciDella stirpe d’Enea, confido a voiQuesto popol d’eroi. Sian vostra curaQuesto suol, questi tetti e queste mura.Fate che sempre in esseLa costanza, la fe’, la gloria alberghi,La giustizia e il valore. E se giammaiMinaccia al CampidoglioAlcun astro maligno influssi rei,Ecco Regolo, o Dei! Regolo soloSia la vittima vostra, e si consumiTutta l’ira del ciel sul capo mio:Ma Roma illesa... Ah, qui si piange! Addio!Vi ricordate l’esclamazione del povero Leopardi:L’armi, qua l’armi! Io soloCombatterò, procomberò sol io!Dammi, o ciel, che sia focoAgl’italici petti il sangue mio!E’ mollezza questa? E ricordate che il Metastasio scriveva, non dei drammi, ma dei libretti d’opera: ricordate che noi, i quali un secolo dopo gli rimproveriamo l’arte sua, gli contendiamo la gloria che gli spetta, tolleriamo ilraggio lunar di miele,l’orma dei passi spietatied altre splendidissime e fortissime minchionerie: ricordate che pubblico avessero lo cose del Metastasio e vedrete che l’accusa alfieriana deve esser molto attenuata. Al suo tempo egli doveva parer troppo forte, ruvido anche, ed è ingiusto considerarlo fuori del suo tempo. Certo non è modello da proporsi; ma lasciando anche che oramai modelli non se ne propongono più, chi proporrebbe da imitare il Petrarca? Eppure la sua grandezza non si discute.Del resto poi l’arte del Metastasio è arte italiana, arte indigena, e non dobbiamo respingerla come una scomunicata. Sia il giudizio nostro quale si voglia, anche lontanissimo dagli entusiasmi del La Harpe e dello Schlegel, non dobbiamo disconoscere il nostro sangue. Il Metastasio scende in diritta linea dal Guarini: ilPastor Fidorecitato alla corte di Ferrara è il babbo dell’Olimpiaderecitata alla corte di Vienna. È arte nostra, che si può discutere che si può non amare, ma alla quale non si può negar posto senza esser ingiusti o ignoranti.Celebrare il centenario del Metastasio mostra la nostra voglia di divertirci; di far dei discorsi per l’inaugurazione dei busti e delle lapidi; di far dei comitati, delle commissioni, dei presidenti, dei parlamentini che finiscono in un pranzo. Ma nello stesso tempo che il vecchio pregiudizio se ne va, che la tesi giacobina tende ad uscire dalla critica e dalla storia letteraria.Buon viaggio!
IL CENTENARIO DEL METASTASIOQuanti monumenti! Quanti centenari!Le nostre piazze sono popolate di statue in toga, in brache corte, qualche volta nude: il bilancio dei municipi ha nelle categorie delle spese ordinarie, quelle per la celebrazione del centenario del paese. Una volta si spendeva per la festa del santo protettore; ora, poichè in Italia sentiamo sempre il bisogno di festeggiare qualche cosa, si spende per la festa del poeta, dello storico, del pittore, qualche volta pur troppo anche dell’uomo politico che nacque all’ombra del campanile. Nessun proprietario è sicuro che l’autorità municipale non venga un bel giorno a incastrargli un epitafio nella facciata della casa col suo bravoqui nacque o qui dimorò o qui morì l’illustre tal de’ tali. Comincia a diventare un incomodo, una servitù da tenere a calcolo nel contratto d’affitto. Vedremo degli avvisi così:Da affittare: appartamento composto di sei camere e cucina. Acqua dell’acquedotto: vista del giardino: non v’è morto alcun uomo illustre. Ma gli appartamenti in condizioni così felici saranno pochi. Qual’è la casa che non abbia oramai la disgrazia di avere ospitato un uomo celebre?Ora è la volta del Metastasio, del quale a Roma fu celebrato il centenario mercoledì scorso. Sono già in vista molte altre consimili solennità, come il centenario di P. Ovidio Nasone; e coll’aiuto di Dio e dei Santi speriamo di vedere quelli di Orazio, di Ennio, di Pitagora e via via fino al padre Adamo, che, secondo me, ci ha più diritto di tutti. Che voglia di stare allegri fiorisce in Italia!Sono pochi anni che il Metastasio era vituperato come l’Offenbach italiano. Vi ricordate che dopo la batosta del1870 la Francia, con un acume straordinario, riconobbe la causa delle proprie disgrazie nelle operette dell’allegro maestro tedesco. Allo stesso modo l’Italia, dai disinganni del 1815 fino alla fortunata aurora del 1859, fu convinta che la sua fiacchezza derivava dai versi del Metastasio. Vittorio Alfieri, lo scrittore di ferro, aveva così duramente calcata la sua forte mano sul mite poeta, sullo scrittore delle dame incipriate! E poi il Metastasio era stato poeta cesareo, e gli si imputava questa qualificazione come se egli avesse apostatato servendo poesia italiana all’imperatore austriaco. Non si badava ai tempi: la repulsione del povero abate era istintiva, patriottica, e forte delle teorie e degli esempi alfieriani. Pareva che il Metastasio dovesse essere cancellato dalla gloriosa nota di ridicolo come il Querno, o d’infamia come l’Aretino. Invece gli fanno il centenario!Egli è che l’Italia si è ricreduta di molti giudizi che in altri tempi le erano suggeriti dalla passione, santa ma cieca. Allora era necessario, giusto quasi, il declamare contro al poeta che ad ogni modo era stato servitore di chi poi ci oppresse così duramente: oggi non più. Se la Corte Imperiale di Vienna avesse ancora la bizzarra idea di chiamare un poeta italiano ai suoi servigi, molti biasimerebbero chi accettasse, un po’ per quei sentimenti democratici che ci hanno fatto democratizzare perfino la nostra Corte, un po’ pel resto delle vecchie idee, per lo strascico delle vecchie formule retoriche dalle quali i popoli si lasciano trascinare all’entusiasmo ed al martirio e che, esaminate dopo che il tempo ci ha raffreddati, appaiono così meschine. Ma tuttavia disapprovando energicamente chi accettasse, non potremmo a meno di fare delle considerazioni benevole sulla cosa in sè, dalle quali altri potrebbe anche esser tratto ad applaudire chi accettasse.Infatti, si direbbe, quale onore per la nostr’arte, per la nostra nazione! Hanno bisogno di noi! La Grecia, vinse Roma; noi liberi, vinciamo i Teutoni: ed altre belle e sonanti frasi come queste. Un professore che sia chiamato a insegnare di là dai monti ci par sempre tanto più bravo di quelli che rimangono a casa. Un pittore che stia a Parigi deve essere migliore di un altro che stia a Napoli. I nostri libri non sono accettati come buoni, le nostre poesie non sono degne di attenzione se prima non furono almeno tradotte in tedesco. Un uomo insomma, qualunque sia la sua professione, o medico o commediante, o ministro o cavallerizzo, non ci pare completo se non ha fatto il suo giro all’estero, se non viene di là con la laurea straniera. Mi pare dunque che si finirebbe agloriarsi di fornir noi i poeti ai Teutoni ed agli Sciti, e che quella carica diverrebbe onesta per chi la tiene ed onorevole alla stessa patria, come nessuno rimproverò mai allo Spontini, al Cherubini, al Rossini, l’aver occupato cariche onorifiche sotto governi e sotto re stranieri.Non dico se questo sia un male o un bene: dico solo che oggi, a sangue freddo, si può vedere che l’esser poeta cesareo nel 1730, non implicava quella idea di apostasia e di tradimento che si pensava trent’anni addietro: dico che se vediamo ora la perfetta onorabilità di quella posizione in quel tempo, resta distrutta una delle grandi cause di antipatia che l’Italia abbia fin qui avuto verso l’abate Metastasio, e, per quanto oramai i centenari ci abbian rotto le tasche, vada pel centenario.Ma resta l’accusa alfieriana. La poesia del Metastasio è di latte e rose, molle, corruttrice, sfibratrice. Abbiamo bisogno di uomini forti, non di sdolcinati Licida; di forti madri, non di Fillidi inzuccherate. Ci bisogna Tirteo e non Anacreonte; la tromba e non la zampogna!Lasciamo andare l’ideaproudhonianadell’arte utile e miglioratrice, poichè oramai le teorie di Bentham, che hanno tanta fortuna, e tanto sèguito altrove, dalla poesia furono volando. Ma chi vi ha mai detto che si voglia rifare il Metastasio? Si tratta di assegnargli il posto che gli spetta tra i nostri poeti, non di proporlo ad esempio agli scolaretti. Ha il suo posto il mollissimo Ovidio accanto al durissimo Tacito; perchè negare il suo al Metastasio. come se si temesse di mancar di rispetto a Vittorio Alfieri?L’arte del Metastasio è molle e sfibratrice? Ma è l’arte del suo tempo! Quando cesseremo dunque dal giudicare scindendo l’autore dall’età sua, dimenticando l’ambiente dove attingeva le sue ispirazioni, dove una data forma artistica gli si imponeva? Volete voi che l’Alighieri possa vivere e scrivere la Comedia al di fuori del Trecento, in mezzo agli abatini incipriati ed alle dame in guardinfante? Allora si pensava così, si sentiva così, e il Metastasio cantava necessariamente a quel modo. Si può deplorare che l’Italia della prima metà del secolo passato non sia stata la Grecia che debellò Serse, o la Francia rivoluzionaria che vinse l’Europa conservatrice: ma poichè l’Italia era così l’arte sua non poteva essere altro che così. La colpa non è del Metastasio, il quale a buon conto non ha ammollito o sfibrato i generali di Maria Teresa che lo applaudivano, non ha messo il latte e miele nelle vene di Maria Antonietta di Francia o di Carolinadi Napoli che furono sue discepole, non ha avuto nè poteva avere alcuna influenza sui contemporanei perchè l’arte non ne ha, e non ne ha mai avuto: egli serviva al suo tempo e da quello era tratto, sforzato, a cantare a quel modo e non in altro. Bisogna giudicare il poeta cesareo, non coi criteri del Quarantotto o del Cinquantanove, ma con quelli del suo tempo. La storia non c’è per nulla? Credete che la causa di Sedan sia nelleBelle Hélène?Via, mettiamo le cose al loro posto.Arte molle? Certo, dopo quella dell’Alfieri; ma al suo tempo, no. Imaginate voi gli spettatori delle opere del Metastasio? Credete voi che trovassero molle il poeta cesareo quelle dame e quei signori mollissimi che dovevano poi essere inchiodati come in una vetrina di museo nelGiornodel Parini? A loro doveva apparire più che forte il poeta che trascina Catone moribondo sulla scena e che davanti a Cesare gli fa proferire la parola romana,altrovePortatemi a morir!...L’Attilio Regoloha dei punti in cui c’è forza anche per noi che veniamo dopo all’Alfieri. L’ultima scena vi par molle?Romani, addio! Siano i congedi estremiDegni di noi. Lode agli Dei, vi lascio,E vi lascio Romani. Ah, conservateIllibato il gran nome e voi sareteGli arbitri della terra, e il mondo interoRoman diventerà. Numi custodiDi quest’almo terren, Dee protettriciDella stirpe d’Enea, confido a voiQuesto popol d’eroi. Sian vostra curaQuesto suol, questi tetti e queste mura.Fate che sempre in esseLa costanza, la fe’, la gloria alberghi,La giustizia e il valore. E se giammaiMinaccia al CampidoglioAlcun astro maligno influssi rei,Ecco Regolo, o Dei! Regolo soloSia la vittima vostra, e si consumiTutta l’ira del ciel sul capo mio:Ma Roma illesa... Ah, qui si piange! Addio!Vi ricordate l’esclamazione del povero Leopardi:L’armi, qua l’armi! Io soloCombatterò, procomberò sol io!Dammi, o ciel, che sia focoAgl’italici petti il sangue mio!E’ mollezza questa? E ricordate che il Metastasio scriveva, non dei drammi, ma dei libretti d’opera: ricordate che noi, i quali un secolo dopo gli rimproveriamo l’arte sua, gli contendiamo la gloria che gli spetta, tolleriamo ilraggio lunar di miele,l’orma dei passi spietatied altre splendidissime e fortissime minchionerie: ricordate che pubblico avessero lo cose del Metastasio e vedrete che l’accusa alfieriana deve esser molto attenuata. Al suo tempo egli doveva parer troppo forte, ruvido anche, ed è ingiusto considerarlo fuori del suo tempo. Certo non è modello da proporsi; ma lasciando anche che oramai modelli non se ne propongono più, chi proporrebbe da imitare il Petrarca? Eppure la sua grandezza non si discute.Del resto poi l’arte del Metastasio è arte italiana, arte indigena, e non dobbiamo respingerla come una scomunicata. Sia il giudizio nostro quale si voglia, anche lontanissimo dagli entusiasmi del La Harpe e dello Schlegel, non dobbiamo disconoscere il nostro sangue. Il Metastasio scende in diritta linea dal Guarini: ilPastor Fidorecitato alla corte di Ferrara è il babbo dell’Olimpiaderecitata alla corte di Vienna. È arte nostra, che si può discutere che si può non amare, ma alla quale non si può negar posto senza esser ingiusti o ignoranti.Celebrare il centenario del Metastasio mostra la nostra voglia di divertirci; di far dei discorsi per l’inaugurazione dei busti e delle lapidi; di far dei comitati, delle commissioni, dei presidenti, dei parlamentini che finiscono in un pranzo. Ma nello stesso tempo che il vecchio pregiudizio se ne va, che la tesi giacobina tende ad uscire dalla critica e dalla storia letteraria.Buon viaggio!
Quanti monumenti! Quanti centenari!
Le nostre piazze sono popolate di statue in toga, in brache corte, qualche volta nude: il bilancio dei municipi ha nelle categorie delle spese ordinarie, quelle per la celebrazione del centenario del paese. Una volta si spendeva per la festa del santo protettore; ora, poichè in Italia sentiamo sempre il bisogno di festeggiare qualche cosa, si spende per la festa del poeta, dello storico, del pittore, qualche volta pur troppo anche dell’uomo politico che nacque all’ombra del campanile. Nessun proprietario è sicuro che l’autorità municipale non venga un bel giorno a incastrargli un epitafio nella facciata della casa col suo bravoqui nacque o qui dimorò o qui morì l’illustre tal de’ tali. Comincia a diventare un incomodo, una servitù da tenere a calcolo nel contratto d’affitto. Vedremo degli avvisi così:Da affittare: appartamento composto di sei camere e cucina. Acqua dell’acquedotto: vista del giardino: non v’è morto alcun uomo illustre. Ma gli appartamenti in condizioni così felici saranno pochi. Qual’è la casa che non abbia oramai la disgrazia di avere ospitato un uomo celebre?
Ora è la volta del Metastasio, del quale a Roma fu celebrato il centenario mercoledì scorso. Sono già in vista molte altre consimili solennità, come il centenario di P. Ovidio Nasone; e coll’aiuto di Dio e dei Santi speriamo di vedere quelli di Orazio, di Ennio, di Pitagora e via via fino al padre Adamo, che, secondo me, ci ha più diritto di tutti. Che voglia di stare allegri fiorisce in Italia!
Sono pochi anni che il Metastasio era vituperato come l’Offenbach italiano. Vi ricordate che dopo la batosta del1870 la Francia, con un acume straordinario, riconobbe la causa delle proprie disgrazie nelle operette dell’allegro maestro tedesco. Allo stesso modo l’Italia, dai disinganni del 1815 fino alla fortunata aurora del 1859, fu convinta che la sua fiacchezza derivava dai versi del Metastasio. Vittorio Alfieri, lo scrittore di ferro, aveva così duramente calcata la sua forte mano sul mite poeta, sullo scrittore delle dame incipriate! E poi il Metastasio era stato poeta cesareo, e gli si imputava questa qualificazione come se egli avesse apostatato servendo poesia italiana all’imperatore austriaco. Non si badava ai tempi: la repulsione del povero abate era istintiva, patriottica, e forte delle teorie e degli esempi alfieriani. Pareva che il Metastasio dovesse essere cancellato dalla gloriosa nota di ridicolo come il Querno, o d’infamia come l’Aretino. Invece gli fanno il centenario!
Egli è che l’Italia si è ricreduta di molti giudizi che in altri tempi le erano suggeriti dalla passione, santa ma cieca. Allora era necessario, giusto quasi, il declamare contro al poeta che ad ogni modo era stato servitore di chi poi ci oppresse così duramente: oggi non più. Se la Corte Imperiale di Vienna avesse ancora la bizzarra idea di chiamare un poeta italiano ai suoi servigi, molti biasimerebbero chi accettasse, un po’ per quei sentimenti democratici che ci hanno fatto democratizzare perfino la nostra Corte, un po’ pel resto delle vecchie idee, per lo strascico delle vecchie formule retoriche dalle quali i popoli si lasciano trascinare all’entusiasmo ed al martirio e che, esaminate dopo che il tempo ci ha raffreddati, appaiono così meschine. Ma tuttavia disapprovando energicamente chi accettasse, non potremmo a meno di fare delle considerazioni benevole sulla cosa in sè, dalle quali altri potrebbe anche esser tratto ad applaudire chi accettasse.
Infatti, si direbbe, quale onore per la nostr’arte, per la nostra nazione! Hanno bisogno di noi! La Grecia, vinse Roma; noi liberi, vinciamo i Teutoni: ed altre belle e sonanti frasi come queste. Un professore che sia chiamato a insegnare di là dai monti ci par sempre tanto più bravo di quelli che rimangono a casa. Un pittore che stia a Parigi deve essere migliore di un altro che stia a Napoli. I nostri libri non sono accettati come buoni, le nostre poesie non sono degne di attenzione se prima non furono almeno tradotte in tedesco. Un uomo insomma, qualunque sia la sua professione, o medico o commediante, o ministro o cavallerizzo, non ci pare completo se non ha fatto il suo giro all’estero, se non viene di là con la laurea straniera. Mi pare dunque che si finirebbe agloriarsi di fornir noi i poeti ai Teutoni ed agli Sciti, e che quella carica diverrebbe onesta per chi la tiene ed onorevole alla stessa patria, come nessuno rimproverò mai allo Spontini, al Cherubini, al Rossini, l’aver occupato cariche onorifiche sotto governi e sotto re stranieri.
Non dico se questo sia un male o un bene: dico solo che oggi, a sangue freddo, si può vedere che l’esser poeta cesareo nel 1730, non implicava quella idea di apostasia e di tradimento che si pensava trent’anni addietro: dico che se vediamo ora la perfetta onorabilità di quella posizione in quel tempo, resta distrutta una delle grandi cause di antipatia che l’Italia abbia fin qui avuto verso l’abate Metastasio, e, per quanto oramai i centenari ci abbian rotto le tasche, vada pel centenario.
Ma resta l’accusa alfieriana. La poesia del Metastasio è di latte e rose, molle, corruttrice, sfibratrice. Abbiamo bisogno di uomini forti, non di sdolcinati Licida; di forti madri, non di Fillidi inzuccherate. Ci bisogna Tirteo e non Anacreonte; la tromba e non la zampogna!
Lasciamo andare l’ideaproudhonianadell’arte utile e miglioratrice, poichè oramai le teorie di Bentham, che hanno tanta fortuna, e tanto sèguito altrove, dalla poesia furono volando. Ma chi vi ha mai detto che si voglia rifare il Metastasio? Si tratta di assegnargli il posto che gli spetta tra i nostri poeti, non di proporlo ad esempio agli scolaretti. Ha il suo posto il mollissimo Ovidio accanto al durissimo Tacito; perchè negare il suo al Metastasio. come se si temesse di mancar di rispetto a Vittorio Alfieri?
L’arte del Metastasio è molle e sfibratrice? Ma è l’arte del suo tempo! Quando cesseremo dunque dal giudicare scindendo l’autore dall’età sua, dimenticando l’ambiente dove attingeva le sue ispirazioni, dove una data forma artistica gli si imponeva? Volete voi che l’Alighieri possa vivere e scrivere la Comedia al di fuori del Trecento, in mezzo agli abatini incipriati ed alle dame in guardinfante? Allora si pensava così, si sentiva così, e il Metastasio cantava necessariamente a quel modo. Si può deplorare che l’Italia della prima metà del secolo passato non sia stata la Grecia che debellò Serse, o la Francia rivoluzionaria che vinse l’Europa conservatrice: ma poichè l’Italia era così l’arte sua non poteva essere altro che così. La colpa non è del Metastasio, il quale a buon conto non ha ammollito o sfibrato i generali di Maria Teresa che lo applaudivano, non ha messo il latte e miele nelle vene di Maria Antonietta di Francia o di Carolinadi Napoli che furono sue discepole, non ha avuto nè poteva avere alcuna influenza sui contemporanei perchè l’arte non ne ha, e non ne ha mai avuto: egli serviva al suo tempo e da quello era tratto, sforzato, a cantare a quel modo e non in altro. Bisogna giudicare il poeta cesareo, non coi criteri del Quarantotto o del Cinquantanove, ma con quelli del suo tempo. La storia non c’è per nulla? Credete che la causa di Sedan sia nelleBelle Hélène?Via, mettiamo le cose al loro posto.
Arte molle? Certo, dopo quella dell’Alfieri; ma al suo tempo, no. Imaginate voi gli spettatori delle opere del Metastasio? Credete voi che trovassero molle il poeta cesareo quelle dame e quei signori mollissimi che dovevano poi essere inchiodati come in una vetrina di museo nelGiornodel Parini? A loro doveva apparire più che forte il poeta che trascina Catone moribondo sulla scena e che davanti a Cesare gli fa proferire la parola romana,
altrove
Portatemi a morir!...
L’Attilio Regoloha dei punti in cui c’è forza anche per noi che veniamo dopo all’Alfieri. L’ultima scena vi par molle?
Romani, addio! Siano i congedi estremiDegni di noi. Lode agli Dei, vi lascio,E vi lascio Romani. Ah, conservateIllibato il gran nome e voi sareteGli arbitri della terra, e il mondo interoRoman diventerà. Numi custodiDi quest’almo terren, Dee protettriciDella stirpe d’Enea, confido a voiQuesto popol d’eroi. Sian vostra curaQuesto suol, questi tetti e queste mura.Fate che sempre in esseLa costanza, la fe’, la gloria alberghi,La giustizia e il valore. E se giammaiMinaccia al CampidoglioAlcun astro maligno influssi rei,Ecco Regolo, o Dei! Regolo soloSia la vittima vostra, e si consumiTutta l’ira del ciel sul capo mio:Ma Roma illesa... Ah, qui si piange! Addio!
Vi ricordate l’esclamazione del povero Leopardi:
L’armi, qua l’armi! Io soloCombatterò, procomberò sol io!Dammi, o ciel, che sia focoAgl’italici petti il sangue mio!
E’ mollezza questa? E ricordate che il Metastasio scriveva, non dei drammi, ma dei libretti d’opera: ricordate che noi, i quali un secolo dopo gli rimproveriamo l’arte sua, gli contendiamo la gloria che gli spetta, tolleriamo ilraggio lunar di miele,l’orma dei passi spietatied altre splendidissime e fortissime minchionerie: ricordate che pubblico avessero lo cose del Metastasio e vedrete che l’accusa alfieriana deve esser molto attenuata. Al suo tempo egli doveva parer troppo forte, ruvido anche, ed è ingiusto considerarlo fuori del suo tempo. Certo non è modello da proporsi; ma lasciando anche che oramai modelli non se ne propongono più, chi proporrebbe da imitare il Petrarca? Eppure la sua grandezza non si discute.
Del resto poi l’arte del Metastasio è arte italiana, arte indigena, e non dobbiamo respingerla come una scomunicata. Sia il giudizio nostro quale si voglia, anche lontanissimo dagli entusiasmi del La Harpe e dello Schlegel, non dobbiamo disconoscere il nostro sangue. Il Metastasio scende in diritta linea dal Guarini: ilPastor Fidorecitato alla corte di Ferrara è il babbo dell’Olimpiaderecitata alla corte di Vienna. È arte nostra, che si può discutere che si può non amare, ma alla quale non si può negar posto senza esser ingiusti o ignoranti.
Celebrare il centenario del Metastasio mostra la nostra voglia di divertirci; di far dei discorsi per l’inaugurazione dei busti e delle lapidi; di far dei comitati, delle commissioni, dei presidenti, dei parlamentini che finiscono in un pranzo. Ma nello stesso tempo che il vecchio pregiudizio se ne va, che la tesi giacobina tende ad uscire dalla critica e dalla storia letteraria.
Buon viaggio!