IL MONUMENTO A RABELAISNel giorno 25 del passato luglio, a Tours, fu scoperto il monumento dedicato a Francesco Rabelais. La statua, opera dello scultore Dumaige rappresenta il buon curato di Meudon in piedi con alcuni fogli nella sinistra e la penna nella destra. Sembra che pensi a qualcuno de’ suoi matti personaggi e stia per scriverne qualche cosa, poichè nella faccia energicamente modellata e più nelle labbra grosse, un po’ sensuali, appare come un sorriso incominciato che vuol finire in una allegra risata. Tranne una lontana reminiscenza delle notissime maschere de’ fauni pompeiani che si può sorprendere sui lineamenti della statua, l’opera è riuscita e buona.Lo zoccolo porta scritti i due versi che stanno avanti al prologo delGargantua:Mieulx est de ris que de larmes escriprePour ce que rire est propre de l’homme.Nessun monumento fu meglio meritato in questi tempi così fertili di monumenti. Il Rabelais infatti dotò la Francia di un genere letterario che non ha riscontro in nessuna delle letterature moderne, poichè le fantasie del Swift, che nella parte mitica vi si avvicinano di più mancano affatto poi di quella gaiezza, di quella sana allegria che stanno in fondo a tutti i capitoli delGargantuae delPantagruel. Si è voluto, specialmente dal Brunet, fare il Teofilo Folengo il padre legittimo del Rabelais, ma l’originalità di questo si rifiuta alle ipotesi di una paternità troppo discutibile. È ben vero che i due autori erano due frati sfratati per odio della vita claustrale, ma il mantovano cercava nella libertà l’amore di quella donna che troviamoquasi deificata nelCaos del tri per uno, mentre il francese cercava la scienza esclusa da quei chiostri dove studiare il greco era segno d’eresia.Certo il Rabelais conosceva le opere del Folengo e le cita e ne toglie qualche episodio, come quello notissimo deimoutonsdePanurge. Con molti arguti ragionamenti si può supporre che il Fracassus dell’uno sia il prototipo del Gargantua dell’altro e che Panurgio sia figlio putativo di Cingar; ma la condotta generale, l’intento, l’esecuzione delle due opere differiscono tanto, che la pretesa analogia non può esistere altro che per coloro i quali leggono spensieratamente i libri di cui sentenziano. Eppure, solo a badarci, si vede che, mentre l’italiano cerca il ridicolo nella forma, nella parodia classica esteriore, il francese lo cerca invece nella sostanza, nella satira, nell’ironia acuta, affettando appunto una forma facile, quasi famigliare. Quando si trovano a sfogarsi contro i loro nemici i frati, Merlino declama con tutta la solennità retorica degli esametri sonanti, ingiuria, apostrofa, grida: mentre Alcofribas sogghigna raccontando freddamente come se non fosse fatto suo, scherza e ride come se non sapesse che le sue argute barzellette sono avvelenate. Le due satire sono diverse in tutto, come la satira classica e declamatoria di Salvator Rosa è diversa dalla satira moderna e fina di Giuseppe Giusti.Se il piovano Arlotto ne’ suoi scherzi avesse avuto un perchè, se non si fosse contentato di far la burla per la burla, ma avesse usato utilmente del suo bizzarro ingegno, il curato di Meudon avrebbe trovato un rivale nel curato di San Cresei. Ma la fortuna nostra nol volle, ed invece di un libro che rinchiuda in sè qualche cosa, come l’os médullairedel Rabelais, abbiamo una insulsa raccolta di facezie così così.Francesco Rabelais visse in un momento critico della storia moderna e fiorì in quella prima metà del secolo XVI che vide compiersi il Rinascimento e principiare la Riforma. Nei giorni del grande sforzo della Chiesa e del concilio Tridentino si elaborava infatti una rivoluzione nello spirito umano ed una crisi generale nel cristianesimo, ma in Italia pochi o nessuno seppero prender parte o profittare della Battaglia. Pur troppo il Rinascimento si arrestò presso di noi alla parte formale, estrinseca. Gli umanisti avevano scossi tanti pregiudizi, sfidate tante scomuniche, per contentarsi, i più audaci, di un platonismo alessandrino, per adagiarsi in uno scetticismo morbido ed indifferente, mascherato di paganesimo. L’Italiamancò allora di forza e cercò negli antichi l’ispirazione e l’educazione del proprio genio artistico, cercò e raggiunse l’eleganza, la correttezza plastica, il gusto squisito: ma per amore della sua tranquillità epicurea non osò abbandonare la ricerca della bellezza per la ricerca della verità. Per questo i pochi italiani, che come eccezione confermano la regola e ardiscono entrare nel campo temuto, odiano questa indifferenza degli umanisti che vuol parere stoica a forza di ingegnosi filosofemi, ma che in fondo rimane spesso cinica; per questo i pensatori italiani di quell’epoca protestano contro un’arte scettica che prodiga i suoi sorrisi al papa e all’imperatore, che offre le proprie carezze a chi la sa meglio lodare e pagare; per questo, frate Girolamo Savonarola brucia pubblicamente come vanità i quadri, le statue ed i libri neo-pagani. Il Rinascimento da noi mancò di virilità, come di morale.Così l’Italia, che aveva dischiuse le porte di una nuova civiltà al resto del mondo, si fermò sulla soglia. S’era avvicinata all’antichità piuttosto per entusiasmo che per freddo ragionamento, ed era stata guidata da una profonda passione per la bellezza, piuttosto che dalla sete di critica e di scienza. Così aveva prodotto una miriade gloriosa di letterati, d’artisti e di poeti, e molto minor numero di veri eruditi e di filosofi originali. Gli umanisti di Francia, di Germania e dei Paesi Bassi, discepoli dei nostri, proseguirono invece l’opera appena abbozzata da Pico della Mirandola e, seppero conciliare il Rinascimento alla Riforma, almeno fino a che le rigidezze iconoclaste del calvinismo non infransero l’opera loro. Reuchlin, Erasmo, Budè, Melantone, de Bèze, Ramus, gli Stefani, i Froben, Hutten, Lutero stesso, Calvino stesso, provengono direttamente dal Rinascimento italiano, ne traggono la loro forza principale, lo trascinano alla battaglia e vincono nel segno suo. A che giovano i sublimi artisti della corte di Leone X contro i polemisti d’oltralpe? A che giova Raffaello contro Lutero? Se i papi vorranno salvare il cattolicismo dovranno pure accorgersi che l’umanesimo italiano non resce a nulla, fermato com’è alla forma, e dovranno ricorrere all’ultima ragione della guerra od al colpo di Stato del concilio Tridentino. Così lemaccheroneedel Folengo che hanno toccato forse l’estremo della bizzarria e del ridicolo formale, rimangono ben vuote, bene inani, davanti specialmente agli ultimi libri delPantagruel.Se le fantasie dello Swift hanno qualche somiglianza esteriore con quelle del Rabelais, il concetto dell’opera, l’ispirazione, la condotta e la conclusione sono così dissimili, che è forza abbandonare subito ogni tentativo di confronto tra il bilioso denigratore del genere umano el’allegro difensore del buon senso e del senso comune. Plutarco stesso, maestro di arzigogoli da far parallelismi biografici, non ci potrebbe riuscire. Ma c’è un libro immortale, cui ricorre subito il pensiero in questo genere di fantasie, ed è ilDon Chisciotte; altroos médullaireche sotto la scorza delle bizzarrie esterne racchiude la polpa di un intento letterario.Però, a guardarci bene, l’esame, invece di confermare l’analogia, convince del contrario. Don Chisciotte pare un tipo del Rabelais rovesciato. Pantagruel ed i suoi giocondi compagni sono tante personificazioni del buon senso che compiono un viaggio attraverso le fallacie del mondo esterno e le riducono al loro vero valore giudicandole serenamente o mettendole argutamente in canzone. Nel cavaliere mancego accade invece l’opposto. La menzogna è dentro di lui poichè egli è pazzo, e il buon Sancio glielo dice spesso ed egli medesimo confessaloco soy, loco he da ser. La fallacia qui non è più oggettiva, ma completamente soggettiva, poichè mentre i bravi pantagruelisti, sani di spirito, si muovono in un mondo fantastico, il cavaliere dalla Triste Figura porta a spasso i fantasmi della sua mente nel mondo reale e contemporaneo. Mentreles nobles championstagliano a pezzi sorridendo giganti ariostei e fecondi indigeni di Utopia, e compiono ironiche prodezze contro vanità che paiono persone, il povero Don Chisciotte trasforma invece nella sua mente malata i mulini a vento in cavalieri, le osterie in castelli e le serve in damigelle. Il punto di partenza è dunque affatto opposto.E di qui viene anche la grande diversità d’intonazione dell’opera intera, poichè mentre nel romanzo spagnuolo domina una certa malinconia desolata, nel francese ride un’allegria inesausta e piena che vi accompagna dal primo all’ultimo capitolo. Il povero soldato di Lepanto, che aveva vissuto una vita di miserie e disillusioni, che cominciava in carcere il suo capolavoro, assistendo alla decadenza della patria, non poteva abbandonarsi spontaneamente alla ilarità del francese del Rinascimento, che anche nelle traversie proprie e della patria poteva conservare inconcussa la speranza, nell’avvenire e la fede nel trionfo della ragione. Don Chisciotte non ci fa ridere, ma ci fa pietà; appena desta un sorriso che lascia la bocca amara, e ci vogliono quasi persuadere d’aver sott’occhio un libello letterario contro i romanzi cavallereschi, invece di una satira profonda contro l’amore della gloria e l’entusiasmo della generosità. Il povero pazzo cade sotto l’ultimo disinganno, e non può sopravvivere ai fantasmi splendidi che avevano consolato le sue tribolazioni. Eglichiude gli occhi per sempre quando gli vengono meno le due grandi forze della vita, la fede e l’amore; e la sua morte chiude dolorosamente la melanconia odissea, dove il sorriso non è che pianto represso. Pantagruel ci conduce invece allegramente con lui sino all’oracolo della diva bottiglia, il cui bacchico responso conclude il libro come un sonoro scoppio di risa. Così, a dispetto di certe analogie esteriori che condussero il Gervinus fino a metter il Mendoza e Quevedo de Villegas accanto al Rabelais come inventori del romanzo comico, si può concludere che i confronti tentati da molti, dal Montaigne in qua, peccano, non solo di precisione, ma di fondamento, e che il curato di Meudon è solo e grande in un genere letterario non tentato dallo stesso Cervantes.Certo mancano poi al Rabelais parecchie qualità estrinseche, le quali mancarono a quasi tutti gli umanisti non italiani. Il gusto in lui specialmente non è molto fino, ed i suoi scherzi grassi, le sue allusioni poco pulite peccherebbero mortalmente di volgarità se allagauloiseriesboccata il tempo non avesse dato quella vernice d’arcaismo che copre molte magagne. I nostri scrittori del Rinascimento, eccettuati gli schiettamente pornografici come l’Aretino e il Franco, quando si trovano in faccia ad una particolarità scabrosa cercano di mascherare la volgarità coll’argutezza, e ci troviamo così ricchissimi di motti, di proverbi, di frasi che paiono scherzi e in fondo sono vere oscenità. Il Rabelais invece, come poi Beroaldo di Verville, il Despériers e gli altriconteurs gaulois, non rifuggono dalla parola propria, dalla frase tecnica, e narrano con tranquilla fronte i loro aneddoti scatologici.Così ilGargantuaed ilPantagruel, che potrebbero quasi dirsi libri di educazione, debbono esser tenuti lontani dagli adolescenti curiosi. È ben vero che questo turpiloquio sta nel libro come il pepe in certe vivande e ne aguzza il sapore. È vero che adoperando sul Rabelais le forbici dei correttori del Boccaccio si cincischierebbe il libro intero e si ridurrebbe ad un insulso racconto da bimbi: ma è doloroso che sia così, poichè ilcantitaliano, ben più ipocrita in certe cose di quello degli inglesi, ci ha impedito finora di avere la traduzione di un’opera insigne, come l’hanno altre nazioni europee che non sono per questo nè più immorali nè più sboccate di noi.L’anno scorso a Certaldo fu inaugurato un monumento al Boccaccio: quest’anno a Tours uno al Rabelais. Lasciamo i rimpianti agli scandalizzati che adotterebbero volentieri le perifrasi britanniche per esprimere i calzoni, e caviamoci il cappello, sperando che queste inaugurazioni siano un sintomo buono.
IL MONUMENTO A RABELAISNel giorno 25 del passato luglio, a Tours, fu scoperto il monumento dedicato a Francesco Rabelais. La statua, opera dello scultore Dumaige rappresenta il buon curato di Meudon in piedi con alcuni fogli nella sinistra e la penna nella destra. Sembra che pensi a qualcuno de’ suoi matti personaggi e stia per scriverne qualche cosa, poichè nella faccia energicamente modellata e più nelle labbra grosse, un po’ sensuali, appare come un sorriso incominciato che vuol finire in una allegra risata. Tranne una lontana reminiscenza delle notissime maschere de’ fauni pompeiani che si può sorprendere sui lineamenti della statua, l’opera è riuscita e buona.Lo zoccolo porta scritti i due versi che stanno avanti al prologo delGargantua:Mieulx est de ris que de larmes escriprePour ce que rire est propre de l’homme.Nessun monumento fu meglio meritato in questi tempi così fertili di monumenti. Il Rabelais infatti dotò la Francia di un genere letterario che non ha riscontro in nessuna delle letterature moderne, poichè le fantasie del Swift, che nella parte mitica vi si avvicinano di più mancano affatto poi di quella gaiezza, di quella sana allegria che stanno in fondo a tutti i capitoli delGargantuae delPantagruel. Si è voluto, specialmente dal Brunet, fare il Teofilo Folengo il padre legittimo del Rabelais, ma l’originalità di questo si rifiuta alle ipotesi di una paternità troppo discutibile. È ben vero che i due autori erano due frati sfratati per odio della vita claustrale, ma il mantovano cercava nella libertà l’amore di quella donna che troviamoquasi deificata nelCaos del tri per uno, mentre il francese cercava la scienza esclusa da quei chiostri dove studiare il greco era segno d’eresia.Certo il Rabelais conosceva le opere del Folengo e le cita e ne toglie qualche episodio, come quello notissimo deimoutonsdePanurge. Con molti arguti ragionamenti si può supporre che il Fracassus dell’uno sia il prototipo del Gargantua dell’altro e che Panurgio sia figlio putativo di Cingar; ma la condotta generale, l’intento, l’esecuzione delle due opere differiscono tanto, che la pretesa analogia non può esistere altro che per coloro i quali leggono spensieratamente i libri di cui sentenziano. Eppure, solo a badarci, si vede che, mentre l’italiano cerca il ridicolo nella forma, nella parodia classica esteriore, il francese lo cerca invece nella sostanza, nella satira, nell’ironia acuta, affettando appunto una forma facile, quasi famigliare. Quando si trovano a sfogarsi contro i loro nemici i frati, Merlino declama con tutta la solennità retorica degli esametri sonanti, ingiuria, apostrofa, grida: mentre Alcofribas sogghigna raccontando freddamente come se non fosse fatto suo, scherza e ride come se non sapesse che le sue argute barzellette sono avvelenate. Le due satire sono diverse in tutto, come la satira classica e declamatoria di Salvator Rosa è diversa dalla satira moderna e fina di Giuseppe Giusti.Se il piovano Arlotto ne’ suoi scherzi avesse avuto un perchè, se non si fosse contentato di far la burla per la burla, ma avesse usato utilmente del suo bizzarro ingegno, il curato di Meudon avrebbe trovato un rivale nel curato di San Cresei. Ma la fortuna nostra nol volle, ed invece di un libro che rinchiuda in sè qualche cosa, come l’os médullairedel Rabelais, abbiamo una insulsa raccolta di facezie così così.Francesco Rabelais visse in un momento critico della storia moderna e fiorì in quella prima metà del secolo XVI che vide compiersi il Rinascimento e principiare la Riforma. Nei giorni del grande sforzo della Chiesa e del concilio Tridentino si elaborava infatti una rivoluzione nello spirito umano ed una crisi generale nel cristianesimo, ma in Italia pochi o nessuno seppero prender parte o profittare della Battaglia. Pur troppo il Rinascimento si arrestò presso di noi alla parte formale, estrinseca. Gli umanisti avevano scossi tanti pregiudizi, sfidate tante scomuniche, per contentarsi, i più audaci, di un platonismo alessandrino, per adagiarsi in uno scetticismo morbido ed indifferente, mascherato di paganesimo. L’Italiamancò allora di forza e cercò negli antichi l’ispirazione e l’educazione del proprio genio artistico, cercò e raggiunse l’eleganza, la correttezza plastica, il gusto squisito: ma per amore della sua tranquillità epicurea non osò abbandonare la ricerca della bellezza per la ricerca della verità. Per questo i pochi italiani, che come eccezione confermano la regola e ardiscono entrare nel campo temuto, odiano questa indifferenza degli umanisti che vuol parere stoica a forza di ingegnosi filosofemi, ma che in fondo rimane spesso cinica; per questo i pensatori italiani di quell’epoca protestano contro un’arte scettica che prodiga i suoi sorrisi al papa e all’imperatore, che offre le proprie carezze a chi la sa meglio lodare e pagare; per questo, frate Girolamo Savonarola brucia pubblicamente come vanità i quadri, le statue ed i libri neo-pagani. Il Rinascimento da noi mancò di virilità, come di morale.Così l’Italia, che aveva dischiuse le porte di una nuova civiltà al resto del mondo, si fermò sulla soglia. S’era avvicinata all’antichità piuttosto per entusiasmo che per freddo ragionamento, ed era stata guidata da una profonda passione per la bellezza, piuttosto che dalla sete di critica e di scienza. Così aveva prodotto una miriade gloriosa di letterati, d’artisti e di poeti, e molto minor numero di veri eruditi e di filosofi originali. Gli umanisti di Francia, di Germania e dei Paesi Bassi, discepoli dei nostri, proseguirono invece l’opera appena abbozzata da Pico della Mirandola e, seppero conciliare il Rinascimento alla Riforma, almeno fino a che le rigidezze iconoclaste del calvinismo non infransero l’opera loro. Reuchlin, Erasmo, Budè, Melantone, de Bèze, Ramus, gli Stefani, i Froben, Hutten, Lutero stesso, Calvino stesso, provengono direttamente dal Rinascimento italiano, ne traggono la loro forza principale, lo trascinano alla battaglia e vincono nel segno suo. A che giovano i sublimi artisti della corte di Leone X contro i polemisti d’oltralpe? A che giova Raffaello contro Lutero? Se i papi vorranno salvare il cattolicismo dovranno pure accorgersi che l’umanesimo italiano non resce a nulla, fermato com’è alla forma, e dovranno ricorrere all’ultima ragione della guerra od al colpo di Stato del concilio Tridentino. Così lemaccheroneedel Folengo che hanno toccato forse l’estremo della bizzarria e del ridicolo formale, rimangono ben vuote, bene inani, davanti specialmente agli ultimi libri delPantagruel.Se le fantasie dello Swift hanno qualche somiglianza esteriore con quelle del Rabelais, il concetto dell’opera, l’ispirazione, la condotta e la conclusione sono così dissimili, che è forza abbandonare subito ogni tentativo di confronto tra il bilioso denigratore del genere umano el’allegro difensore del buon senso e del senso comune. Plutarco stesso, maestro di arzigogoli da far parallelismi biografici, non ci potrebbe riuscire. Ma c’è un libro immortale, cui ricorre subito il pensiero in questo genere di fantasie, ed è ilDon Chisciotte; altroos médullaireche sotto la scorza delle bizzarrie esterne racchiude la polpa di un intento letterario.Però, a guardarci bene, l’esame, invece di confermare l’analogia, convince del contrario. Don Chisciotte pare un tipo del Rabelais rovesciato. Pantagruel ed i suoi giocondi compagni sono tante personificazioni del buon senso che compiono un viaggio attraverso le fallacie del mondo esterno e le riducono al loro vero valore giudicandole serenamente o mettendole argutamente in canzone. Nel cavaliere mancego accade invece l’opposto. La menzogna è dentro di lui poichè egli è pazzo, e il buon Sancio glielo dice spesso ed egli medesimo confessaloco soy, loco he da ser. La fallacia qui non è più oggettiva, ma completamente soggettiva, poichè mentre i bravi pantagruelisti, sani di spirito, si muovono in un mondo fantastico, il cavaliere dalla Triste Figura porta a spasso i fantasmi della sua mente nel mondo reale e contemporaneo. Mentreles nobles championstagliano a pezzi sorridendo giganti ariostei e fecondi indigeni di Utopia, e compiono ironiche prodezze contro vanità che paiono persone, il povero Don Chisciotte trasforma invece nella sua mente malata i mulini a vento in cavalieri, le osterie in castelli e le serve in damigelle. Il punto di partenza è dunque affatto opposto.E di qui viene anche la grande diversità d’intonazione dell’opera intera, poichè mentre nel romanzo spagnuolo domina una certa malinconia desolata, nel francese ride un’allegria inesausta e piena che vi accompagna dal primo all’ultimo capitolo. Il povero soldato di Lepanto, che aveva vissuto una vita di miserie e disillusioni, che cominciava in carcere il suo capolavoro, assistendo alla decadenza della patria, non poteva abbandonarsi spontaneamente alla ilarità del francese del Rinascimento, che anche nelle traversie proprie e della patria poteva conservare inconcussa la speranza, nell’avvenire e la fede nel trionfo della ragione. Don Chisciotte non ci fa ridere, ma ci fa pietà; appena desta un sorriso che lascia la bocca amara, e ci vogliono quasi persuadere d’aver sott’occhio un libello letterario contro i romanzi cavallereschi, invece di una satira profonda contro l’amore della gloria e l’entusiasmo della generosità. Il povero pazzo cade sotto l’ultimo disinganno, e non può sopravvivere ai fantasmi splendidi che avevano consolato le sue tribolazioni. Eglichiude gli occhi per sempre quando gli vengono meno le due grandi forze della vita, la fede e l’amore; e la sua morte chiude dolorosamente la melanconia odissea, dove il sorriso non è che pianto represso. Pantagruel ci conduce invece allegramente con lui sino all’oracolo della diva bottiglia, il cui bacchico responso conclude il libro come un sonoro scoppio di risa. Così, a dispetto di certe analogie esteriori che condussero il Gervinus fino a metter il Mendoza e Quevedo de Villegas accanto al Rabelais come inventori del romanzo comico, si può concludere che i confronti tentati da molti, dal Montaigne in qua, peccano, non solo di precisione, ma di fondamento, e che il curato di Meudon è solo e grande in un genere letterario non tentato dallo stesso Cervantes.Certo mancano poi al Rabelais parecchie qualità estrinseche, le quali mancarono a quasi tutti gli umanisti non italiani. Il gusto in lui specialmente non è molto fino, ed i suoi scherzi grassi, le sue allusioni poco pulite peccherebbero mortalmente di volgarità se allagauloiseriesboccata il tempo non avesse dato quella vernice d’arcaismo che copre molte magagne. I nostri scrittori del Rinascimento, eccettuati gli schiettamente pornografici come l’Aretino e il Franco, quando si trovano in faccia ad una particolarità scabrosa cercano di mascherare la volgarità coll’argutezza, e ci troviamo così ricchissimi di motti, di proverbi, di frasi che paiono scherzi e in fondo sono vere oscenità. Il Rabelais invece, come poi Beroaldo di Verville, il Despériers e gli altriconteurs gaulois, non rifuggono dalla parola propria, dalla frase tecnica, e narrano con tranquilla fronte i loro aneddoti scatologici.Così ilGargantuaed ilPantagruel, che potrebbero quasi dirsi libri di educazione, debbono esser tenuti lontani dagli adolescenti curiosi. È ben vero che questo turpiloquio sta nel libro come il pepe in certe vivande e ne aguzza il sapore. È vero che adoperando sul Rabelais le forbici dei correttori del Boccaccio si cincischierebbe il libro intero e si ridurrebbe ad un insulso racconto da bimbi: ma è doloroso che sia così, poichè ilcantitaliano, ben più ipocrita in certe cose di quello degli inglesi, ci ha impedito finora di avere la traduzione di un’opera insigne, come l’hanno altre nazioni europee che non sono per questo nè più immorali nè più sboccate di noi.L’anno scorso a Certaldo fu inaugurato un monumento al Boccaccio: quest’anno a Tours uno al Rabelais. Lasciamo i rimpianti agli scandalizzati che adotterebbero volentieri le perifrasi britanniche per esprimere i calzoni, e caviamoci il cappello, sperando che queste inaugurazioni siano un sintomo buono.
Nel giorno 25 del passato luglio, a Tours, fu scoperto il monumento dedicato a Francesco Rabelais. La statua, opera dello scultore Dumaige rappresenta il buon curato di Meudon in piedi con alcuni fogli nella sinistra e la penna nella destra. Sembra che pensi a qualcuno de’ suoi matti personaggi e stia per scriverne qualche cosa, poichè nella faccia energicamente modellata e più nelle labbra grosse, un po’ sensuali, appare come un sorriso incominciato che vuol finire in una allegra risata. Tranne una lontana reminiscenza delle notissime maschere de’ fauni pompeiani che si può sorprendere sui lineamenti della statua, l’opera è riuscita e buona.
Lo zoccolo porta scritti i due versi che stanno avanti al prologo delGargantua:
Mieulx est de ris que de larmes escriprePour ce que rire est propre de l’homme.
Nessun monumento fu meglio meritato in questi tempi così fertili di monumenti. Il Rabelais infatti dotò la Francia di un genere letterario che non ha riscontro in nessuna delle letterature moderne, poichè le fantasie del Swift, che nella parte mitica vi si avvicinano di più mancano affatto poi di quella gaiezza, di quella sana allegria che stanno in fondo a tutti i capitoli delGargantuae delPantagruel. Si è voluto, specialmente dal Brunet, fare il Teofilo Folengo il padre legittimo del Rabelais, ma l’originalità di questo si rifiuta alle ipotesi di una paternità troppo discutibile. È ben vero che i due autori erano due frati sfratati per odio della vita claustrale, ma il mantovano cercava nella libertà l’amore di quella donna che troviamoquasi deificata nelCaos del tri per uno, mentre il francese cercava la scienza esclusa da quei chiostri dove studiare il greco era segno d’eresia.
Certo il Rabelais conosceva le opere del Folengo e le cita e ne toglie qualche episodio, come quello notissimo deimoutonsdePanurge. Con molti arguti ragionamenti si può supporre che il Fracassus dell’uno sia il prototipo del Gargantua dell’altro e che Panurgio sia figlio putativo di Cingar; ma la condotta generale, l’intento, l’esecuzione delle due opere differiscono tanto, che la pretesa analogia non può esistere altro che per coloro i quali leggono spensieratamente i libri di cui sentenziano. Eppure, solo a badarci, si vede che, mentre l’italiano cerca il ridicolo nella forma, nella parodia classica esteriore, il francese lo cerca invece nella sostanza, nella satira, nell’ironia acuta, affettando appunto una forma facile, quasi famigliare. Quando si trovano a sfogarsi contro i loro nemici i frati, Merlino declama con tutta la solennità retorica degli esametri sonanti, ingiuria, apostrofa, grida: mentre Alcofribas sogghigna raccontando freddamente come se non fosse fatto suo, scherza e ride come se non sapesse che le sue argute barzellette sono avvelenate. Le due satire sono diverse in tutto, come la satira classica e declamatoria di Salvator Rosa è diversa dalla satira moderna e fina di Giuseppe Giusti.
Se il piovano Arlotto ne’ suoi scherzi avesse avuto un perchè, se non si fosse contentato di far la burla per la burla, ma avesse usato utilmente del suo bizzarro ingegno, il curato di Meudon avrebbe trovato un rivale nel curato di San Cresei. Ma la fortuna nostra nol volle, ed invece di un libro che rinchiuda in sè qualche cosa, come l’os médullairedel Rabelais, abbiamo una insulsa raccolta di facezie così così.
Francesco Rabelais visse in un momento critico della storia moderna e fiorì in quella prima metà del secolo XVI che vide compiersi il Rinascimento e principiare la Riforma. Nei giorni del grande sforzo della Chiesa e del concilio Tridentino si elaborava infatti una rivoluzione nello spirito umano ed una crisi generale nel cristianesimo, ma in Italia pochi o nessuno seppero prender parte o profittare della Battaglia. Pur troppo il Rinascimento si arrestò presso di noi alla parte formale, estrinseca. Gli umanisti avevano scossi tanti pregiudizi, sfidate tante scomuniche, per contentarsi, i più audaci, di un platonismo alessandrino, per adagiarsi in uno scetticismo morbido ed indifferente, mascherato di paganesimo. L’Italiamancò allora di forza e cercò negli antichi l’ispirazione e l’educazione del proprio genio artistico, cercò e raggiunse l’eleganza, la correttezza plastica, il gusto squisito: ma per amore della sua tranquillità epicurea non osò abbandonare la ricerca della bellezza per la ricerca della verità. Per questo i pochi italiani, che come eccezione confermano la regola e ardiscono entrare nel campo temuto, odiano questa indifferenza degli umanisti che vuol parere stoica a forza di ingegnosi filosofemi, ma che in fondo rimane spesso cinica; per questo i pensatori italiani di quell’epoca protestano contro un’arte scettica che prodiga i suoi sorrisi al papa e all’imperatore, che offre le proprie carezze a chi la sa meglio lodare e pagare; per questo, frate Girolamo Savonarola brucia pubblicamente come vanità i quadri, le statue ed i libri neo-pagani. Il Rinascimento da noi mancò di virilità, come di morale.
Così l’Italia, che aveva dischiuse le porte di una nuova civiltà al resto del mondo, si fermò sulla soglia. S’era avvicinata all’antichità piuttosto per entusiasmo che per freddo ragionamento, ed era stata guidata da una profonda passione per la bellezza, piuttosto che dalla sete di critica e di scienza. Così aveva prodotto una miriade gloriosa di letterati, d’artisti e di poeti, e molto minor numero di veri eruditi e di filosofi originali. Gli umanisti di Francia, di Germania e dei Paesi Bassi, discepoli dei nostri, proseguirono invece l’opera appena abbozzata da Pico della Mirandola e, seppero conciliare il Rinascimento alla Riforma, almeno fino a che le rigidezze iconoclaste del calvinismo non infransero l’opera loro. Reuchlin, Erasmo, Budè, Melantone, de Bèze, Ramus, gli Stefani, i Froben, Hutten, Lutero stesso, Calvino stesso, provengono direttamente dal Rinascimento italiano, ne traggono la loro forza principale, lo trascinano alla battaglia e vincono nel segno suo. A che giovano i sublimi artisti della corte di Leone X contro i polemisti d’oltralpe? A che giova Raffaello contro Lutero? Se i papi vorranno salvare il cattolicismo dovranno pure accorgersi che l’umanesimo italiano non resce a nulla, fermato com’è alla forma, e dovranno ricorrere all’ultima ragione della guerra od al colpo di Stato del concilio Tridentino. Così lemaccheroneedel Folengo che hanno toccato forse l’estremo della bizzarria e del ridicolo formale, rimangono ben vuote, bene inani, davanti specialmente agli ultimi libri delPantagruel.
Se le fantasie dello Swift hanno qualche somiglianza esteriore con quelle del Rabelais, il concetto dell’opera, l’ispirazione, la condotta e la conclusione sono così dissimili, che è forza abbandonare subito ogni tentativo di confronto tra il bilioso denigratore del genere umano el’allegro difensore del buon senso e del senso comune. Plutarco stesso, maestro di arzigogoli da far parallelismi biografici, non ci potrebbe riuscire. Ma c’è un libro immortale, cui ricorre subito il pensiero in questo genere di fantasie, ed è ilDon Chisciotte; altroos médullaireche sotto la scorza delle bizzarrie esterne racchiude la polpa di un intento letterario.
Però, a guardarci bene, l’esame, invece di confermare l’analogia, convince del contrario. Don Chisciotte pare un tipo del Rabelais rovesciato. Pantagruel ed i suoi giocondi compagni sono tante personificazioni del buon senso che compiono un viaggio attraverso le fallacie del mondo esterno e le riducono al loro vero valore giudicandole serenamente o mettendole argutamente in canzone. Nel cavaliere mancego accade invece l’opposto. La menzogna è dentro di lui poichè egli è pazzo, e il buon Sancio glielo dice spesso ed egli medesimo confessaloco soy, loco he da ser. La fallacia qui non è più oggettiva, ma completamente soggettiva, poichè mentre i bravi pantagruelisti, sani di spirito, si muovono in un mondo fantastico, il cavaliere dalla Triste Figura porta a spasso i fantasmi della sua mente nel mondo reale e contemporaneo. Mentreles nobles championstagliano a pezzi sorridendo giganti ariostei e fecondi indigeni di Utopia, e compiono ironiche prodezze contro vanità che paiono persone, il povero Don Chisciotte trasforma invece nella sua mente malata i mulini a vento in cavalieri, le osterie in castelli e le serve in damigelle. Il punto di partenza è dunque affatto opposto.
E di qui viene anche la grande diversità d’intonazione dell’opera intera, poichè mentre nel romanzo spagnuolo domina una certa malinconia desolata, nel francese ride un’allegria inesausta e piena che vi accompagna dal primo all’ultimo capitolo. Il povero soldato di Lepanto, che aveva vissuto una vita di miserie e disillusioni, che cominciava in carcere il suo capolavoro, assistendo alla decadenza della patria, non poteva abbandonarsi spontaneamente alla ilarità del francese del Rinascimento, che anche nelle traversie proprie e della patria poteva conservare inconcussa la speranza, nell’avvenire e la fede nel trionfo della ragione. Don Chisciotte non ci fa ridere, ma ci fa pietà; appena desta un sorriso che lascia la bocca amara, e ci vogliono quasi persuadere d’aver sott’occhio un libello letterario contro i romanzi cavallereschi, invece di una satira profonda contro l’amore della gloria e l’entusiasmo della generosità. Il povero pazzo cade sotto l’ultimo disinganno, e non può sopravvivere ai fantasmi splendidi che avevano consolato le sue tribolazioni. Eglichiude gli occhi per sempre quando gli vengono meno le due grandi forze della vita, la fede e l’amore; e la sua morte chiude dolorosamente la melanconia odissea, dove il sorriso non è che pianto represso. Pantagruel ci conduce invece allegramente con lui sino all’oracolo della diva bottiglia, il cui bacchico responso conclude il libro come un sonoro scoppio di risa. Così, a dispetto di certe analogie esteriori che condussero il Gervinus fino a metter il Mendoza e Quevedo de Villegas accanto al Rabelais come inventori del romanzo comico, si può concludere che i confronti tentati da molti, dal Montaigne in qua, peccano, non solo di precisione, ma di fondamento, e che il curato di Meudon è solo e grande in un genere letterario non tentato dallo stesso Cervantes.
Certo mancano poi al Rabelais parecchie qualità estrinseche, le quali mancarono a quasi tutti gli umanisti non italiani. Il gusto in lui specialmente non è molto fino, ed i suoi scherzi grassi, le sue allusioni poco pulite peccherebbero mortalmente di volgarità se allagauloiseriesboccata il tempo non avesse dato quella vernice d’arcaismo che copre molte magagne. I nostri scrittori del Rinascimento, eccettuati gli schiettamente pornografici come l’Aretino e il Franco, quando si trovano in faccia ad una particolarità scabrosa cercano di mascherare la volgarità coll’argutezza, e ci troviamo così ricchissimi di motti, di proverbi, di frasi che paiono scherzi e in fondo sono vere oscenità. Il Rabelais invece, come poi Beroaldo di Verville, il Despériers e gli altriconteurs gaulois, non rifuggono dalla parola propria, dalla frase tecnica, e narrano con tranquilla fronte i loro aneddoti scatologici.
Così ilGargantuaed ilPantagruel, che potrebbero quasi dirsi libri di educazione, debbono esser tenuti lontani dagli adolescenti curiosi. È ben vero che questo turpiloquio sta nel libro come il pepe in certe vivande e ne aguzza il sapore. È vero che adoperando sul Rabelais le forbici dei correttori del Boccaccio si cincischierebbe il libro intero e si ridurrebbe ad un insulso racconto da bimbi: ma è doloroso che sia così, poichè ilcantitaliano, ben più ipocrita in certe cose di quello degli inglesi, ci ha impedito finora di avere la traduzione di un’opera insigne, come l’hanno altre nazioni europee che non sono per questo nè più immorali nè più sboccate di noi.
L’anno scorso a Certaldo fu inaugurato un monumento al Boccaccio: quest’anno a Tours uno al Rabelais. Lasciamo i rimpianti agli scandalizzati che adotterebbero volentieri le perifrasi britanniche per esprimere i calzoni, e caviamoci il cappello, sperando che queste inaugurazioni siano un sintomo buono.