RABELAIS IN ITALIA

RABELAIS IN ITALIAPur troppo Francesco Rabelais è quasi sconosciuto in Italia. Gl’Inglesi hanno la traduzione dell’Urchard che è reputato il miglior lavoro possibile in simil genere, ed i lavori lessicografici del Coltgrave valsero a far conoscere l’originale anche a coloro che hanno poca famigliarità colla lingua francese del secolo XVI. I Tedeschi, oltre la fortunata imitazione del Fischart, hanno la traduzione di Gottlob Regis, molto più recente, e ricca di un lavoro pazientissimo di riproduzioni, varianti, confronti e note, che può parer pesante a molti, ma che non cessa di essere curiosissimo. L’Olanda ha la traduzione di quel Claudio Gallitalo che il Graesse, senza dubbio per errore, chiama Gabitalo. L’Italia invece non solo non ha traduzione alcuna, ma con tutto il contatto che ci fu tra la letteratura nostra e la francese, prima ai tempi di Francesco I, poi a quelli di Enrico IV, non ci è dato di rinvenire presso nessun autore il nome del Rabelais, o qualche allusione al suo libro. Sbaglierò, ma fuori di queste parole:—Cominciò a voltare, quando la vita del francese Gargantuasso—che si trovano nellePiacevoli et ridicolose facetie di M. Poncino della Torre, cremonese (Venezia, Salicalo, 1609, facezia 46), non c’è da trovare altro. E forse questa allusione non è diretta all’opera del Rabelais, ma alle tradizioni popolari sulle quali egli lavorò il primo saggio del Gargantua, pubblicato a Lione nel 1532.Quali sono le ragioni per le quali il Rabelais non fu e non è conosciuto in Italia? Certo l’Italia in passato ebbe, in argomento di letteratura, piuttosto un commercio di esportazione verso la Francia, che di importazione; commercio che ora è affatto invertito, per quanto l’Italia comincilentamente a produrre del suo ed a guadagnare il tempo perduto in sterili battaglie di scuole, di lingua, di ipocrisie devote. Pure la prevalente esportazione letteraria al tempo degli ultimi Valois e dei primi Borboni, non può spiegare questa ignoranza italiana intorno al Luciano, all’Apulejo moderno. Quando Enrico Estienne scriveva i suoi dialoghidu nouveau langage françois italianizéed il Ronsard si compiaceva di quei latinismi ed italianismi messi in caricatura dal Rabelais col suoescolier Limousinqualche anno prima, gli Italiani non esportavano soltanto. Le stesse invasioni francesi portavano in Italia qualche cosa delle letterature d’oltralpe, e più tardi, al tempo di Caterina de’ Medici, gli scambi divennero tanto reciproci da poter dire che Arrigo Caterino Davila ci venne di Francia. Aggiungasi che il Rabelais fu tre volte in Italia e fu in relazione coi signori romani, da quel che che appare nellaCosmografiadel viaggiatore Thevet. E certo il bizzarro frate sfratato fece bel altro a Roma che cercar semi d’insalata pel suo amico il vescovo di Mailezais, ed il suo primo pensiero non fu certo quello d’importare in Francia la lattuga romana. Il Vescovo, ci dice il Colletet, gli affidò importanti e delicatissimi affari; e le sue suppliche al Papa per essere assolto dalle censure incorse nell’abbandonare il convento, e la bolla di Paolo III (27 gennaio 1536) che gli accordava il chiesto indulto, dovettero obbligarlo e frequentare illustre persone e colte società. Come dunque, dopo la fama a cui salì dappoi, nessuno a Roma si ricordò di lui, nessuno in Italia seppe il suo nome? Come mai, di uno dei più grandi scrittori di una principalissima lingua neo-latina non si hanno traduzioni che nelle lingue del settentrione, ed è appunto presso i popoli del mezzodì, ai quali il Rabelais appartenne e pei quali scrisse, che il suo nome è poco meno che sconosciuto?Prima di tutto non è paradosso il sostenere che i contatti del Rabelais coll’Italia furono appunto una delle ragioni che valsero a impedire la mutua simpatia. Il Rabelais non fu della tenera pasta di Abraham giudeo, il quale dai vizi de’ religiosi argomentò la virtù della religione. Egli invece capì subito che cosa era questa ortodossia cattolica fondata sulla magnificenza vana e sulla fede cieca. Capì la scienza secca ed artificiale che il cattolicismo tentava di opporre alle obiezioni della Riforma, e l’arte machiavellica che moveva le corporazioni religiose alla difesa della opulenza pontificia e i sovrani alla difesa dell’arca santa del diritto divino. Vide lo scadimento morale d’Italia e lo scadimento intellettuale che cominciava appunto allora, e sentì fermentarsi dentro quel lievito di ribellione contro tutte le imbecillità degli umili e le bestialitàdei grandi, col quale impastò poi la sua opera eterna. Ad ogni pagina del suo libro sentì il disprezzo per la gerarchia ecclesiastica, la satira alla gerarchia civile, l’odio alle istituzioni monastiche, la ribellione che non risparmia nulla, nemmeno i rituali, (Venite aposemus—Gargant., cap. 4), nemmeno le sacre carte (Et germinavit radix Iesse, capitolo 39). Egli, che trovava troppo caphard il Calvino, dovette ricevere ben tristi impressioni in Italia e nella società che gli toccò frequentare, dove la ipocrisia e la doppiezza erano tenute per belle e decorose arti di governo e di fortuna. Quale stima poteva avere l’ironico Rabelais di quella Italia che tollerava che la sua religione servisse per trovare un Ducato a Pier Luigi Farnese, la più oscena figura del suo secolo?Questa triste opinione che, non a torto, il Rabelais ebbe dell’Italia d’allora, fece sì che le allusioni italiane che si trovano nel suo libro, senza essere maligne, sono spesso o quasi inconsciamente poco benevole. Non parliamo di tutto ciò che riguarda la Chiesa e la sua gerarchia, poichè un terzo del libro si può dire che non riguardi ad altro. Soltanto, sfogliando qua e là il Gargantua, si può capir subito, come la simpatia del Rabelais per le cose italiane non deve essere stata grande. Nelle prime pagine del prologo troviamo la vecchia accusa di plagiario data al Poliziano. Credete voi, egli ci dice, che Omero scrivendo l’Iliadee l’Odisseapensasse mai alle allegorie che da lui hanno burattato Plutarco, Eraclide Pontico, Eustazio, Fornutoet que d’iceux Politian a desrobé?Le cose del Giovio non erano ignote al Rabelais, ed è strano che volendo dir male del Poliziano non abbia riportata la voce che lo storico da Como raccolse dalle labbra di Leone X, che cioè il Poliziano rubasse al Tifernate morente la traduzione di Erodiano. Già il Lascari aveva accusato il Poliziano con mordaci parole per certi pretesi plagi alla vita di Omero attribuita ad Erodoto, e se crediamo alla narrazione del Duareno questa accusa sarebbe stata fatta proprio in scuola, il che mostra che si riferisce allaprelezionee non alleSelveo più specialmente all’Ambra, come sembra credere il Del Lungo. Il Budé invece, il buon amico del Rabelais, parlando nelle sue annotazioni alle Pandette dell’opuscolode Homeroattribuito a Plutarco, ci dice che il Poliziano, bravo uomo per verità, ma non troppo galantuomo, non arrossì di saccheggiare quell’opuscolo e di darlo per suo, mentre non fece che la fatica materiale di copiarlo. Non cadeva in acconcio al Rabelais di ricordare un’altra accusa del Budé al Poliziano, quella cioè di aver saccheggiato i versi di incerto autore che vanno uniti a quelli di Prisciano, e ciò nella lettera a Francesco Ursino.Certo però allude alPanepistemonallorchè lo accusa di aver saccheggiato Eraclide Pontico, Eustazio e Fornuto. Il meglio poi è questo, che uno dei principali personaggi del Rabelais si chiama appuntoEpistemon, nome greco che tradisce una reminiscenza del libro del Poliziano.Non è il caso qui di difendere il Poliziano, che del resto fu troppo ben difeso. Rimandiamo alle gravi parole che il Menekenio disse intorno a queste accuse, chiamandoleturpissime ed accolte solo dal pessimo volgo. Vogliamo solo far notare come il Rabelais, buon grecista egli stesso ed in caso di conoscere quanto fondamento avessero simili asserzioni, preferì di accettare ciecamente l’accusa del suo amico Budè, tanto poca stima aveva del Poliziano e delle cose nostre.E quasi a cagione di scherno nel cap. 9 ricorda il bizzarro ed oscuro libro:Hypnerotomachia Poliphili, del domenicano A. Colonna; libro sul quale si desidera ancora uno studio critico che scopra la verità dei filosofemi sotto i geroglifici male capiti. E nella ridicola dissertazione sul significato dei colori bianco ed azzurro ricorda come autorità l’invettiva del Valla contro Bartolo, diretta al Decembrio. Tra i libri ridicoli che servirono alla istruzione di Gargantua, tra gliHurtebise,Fasquin,Tropditeux,Gualehaut,Jehan le Veu,de Billonio,Brelingandus et un tas d’autres, c’è anche unPassavantus cum commentoche non può essere se non lo Specciodella vera penitenzastampato a Firenze nel 1495 e dopo, non potendo essere la notissimaEpistola m. Benedicti Passavantiiscritta da Th. de Bèze contro il presidente Lyset, poichè la prima edizione è del 1553, anno della morte del Rabelais. Nè forse meno ironicamente è ricordato nel cap. 24 il dialogo di Nicolò Leoniceno:Samnutus, sive de ludo talario.—Dialogo del resto eruditissimo, che si trova ultimo nella edizione veneta del De Gregorio, 1524 (tra parentesi, nell’Ambrosiana c’è del Leoniceno una traduzione del—de bello Gothorum—di Procopio: è piena d’ioditismi, sotto il nome di Nicolò da Lonigo, e dedicata al duca Ercole di Ferrara. L’Argelati (Bib. de’ Volg., III, 297, nota c) non si accorse che da Lonigo o Leoniceno vuol dire lo stesso). Ingiustissima poi è l’ingiuria scagliata al Pontano nel capitolo 19, dove è battezzato anagrammaticamente Taponnus, forma latinizzata ditaponotampon, turacciolo, e peggio. Il Rabelais aveva fatto stampare nel 1532 come antichi ed autentici un testamento ed un contratto di vendita. I documenti erano invece apocrifi ed autore ne era il Pontano. Il Rabelais naturalmente ci prese cappello ed ingiuriò il Pontano, al quale diede per di più delpoeta secolare, che nel gergo della Sorbona significavaeterodosso, e lo citò come autorità nella ridicolissima arringa diJanotus de Bragmardo.Queste poco benevoli allusioni alle cose italiane, raccolte nel solo Gargantua, suffragano abbastanza l’opinione nostra intorno alla poca simpatia del Rabelais per l’Italia. Ma più che questi colpi di dente e le allusioni ai veleni (il craignoit ly bouconi de Lombard., cap. 3) crediamo che a tener lontano i libri del Rabelais dall’Italia abbia contribuito la loro fama di dubbia cattolicità. Intendiamo dubbia per gli intolleranti e maligni come il Puits-Herbault prima ed il padre Garasse di poi. Inutilmente il Calvino, che aveva cercato di attrarre a sè il Rabelais, lo sconfessò altamente e lo trattò di ateo. L’amicizia del frate sfratato col Dolet, col Despèriers, col Marot e con altri, non giovò alla sua reputazione presso i cattolici militanti. La sua odissea monastica, l’odio contro ai conventi, i libri troppo liberi per le orecchie cattoliche e pieni di scherzi e di allusioni e di equivoci che non rispettano nulla (ad formam nasietc.,Garg.40), gli mossero contro tutti queicagots et papelards, la razza de’ quali non è ancora spenta. Basti a provarlo la fiera lotta che dovette sostenere nel 1545 per la stampa del terzo libro delPantagruel; lotta nella quale la Sorbona non si diè vinta che davanti all’intervento del re. Immaginiamo dunque quel che si doveva pensare del Rabelais in Italia al tempo della furibonda reazione cattolica di Paolo III!È quindi troppo naturale che le sue bizzarre opere siano state tenute lontane come pregne d’infezione e pericolose alla serenità delle coscienze. Non è infatti il genere delle cose trattate, non è l’arcaismo gramaticale ed ortografico cosìbhonomme; ma così ostico ai profani, che impedì la diffusione del pantagruelismo in Italia. Vediamo iContes drolatiquesdi Onorato Balzac conosciutissimi tra noi, benchè arditi, benchè arcaici, mentre l’Apologie pour Hérodotedi Enrico Estienne e l’Arte de parvenirdi Beroaldo de Verville che dovrebbero avere lettori a migliaia sono conosciuti da pochissimi. L’Italia, nè allora nè poi, non fu paese dove un Filippo d’Orléans potesse andare a messa con Luigi XIV, recando seco le opere del Rabelais invece del Breviario. La poca fama che ebbe il Rabelais in Italia devesi dunque attribuire in gran parte alle precauzioni prese dai pastori per evitare l’infezione del gregge, fino a che, sotto il dominio spagnuolo, si spense affatto in Italia e nelle lettere quella indipendenza di pensiero che sola avrebbe potuto accettare volentieri le argute fantasie del parroco di Meudon.Qui si presenta spontanea una domanda. Quello che non fu fatto, si potrebbe fare? Non sapremmo davvero rispondere.Ci pare che una traduzione del Rabelais, dovrebbe esser fatta con una tale spiritosa affettazione di arcaismo nella lingua e maliziosa serietà d’esposizione che richiederebbero molto ingegno e profondissima pratica della lingua e dello stile del Trecento e del Cinquecento. Se le ragioni cattoliche esposte più sopra non lo avessero vietato, una simile traduzione avrebbe potuto esser atta in quel periodo di tempo che cominciò colle minute purità del padre Cesari e finì colle melense pappolate del padre Bresciani. Certo il Rabelais non si potrebbe tradurre come il Giusti si provò a tradurre il Montaigne.La traduzione però non verrà. Tutti coloro che hanno interesse a conoscere il Rabelais, conoscono la lingua francese. Quelli che non lo conoscono, si contentano dei romanzi di Ponson du Terrail tradotti, e buon pro faccia a tutti quanti.

RABELAIS IN ITALIAPur troppo Francesco Rabelais è quasi sconosciuto in Italia. Gl’Inglesi hanno la traduzione dell’Urchard che è reputato il miglior lavoro possibile in simil genere, ed i lavori lessicografici del Coltgrave valsero a far conoscere l’originale anche a coloro che hanno poca famigliarità colla lingua francese del secolo XVI. I Tedeschi, oltre la fortunata imitazione del Fischart, hanno la traduzione di Gottlob Regis, molto più recente, e ricca di un lavoro pazientissimo di riproduzioni, varianti, confronti e note, che può parer pesante a molti, ma che non cessa di essere curiosissimo. L’Olanda ha la traduzione di quel Claudio Gallitalo che il Graesse, senza dubbio per errore, chiama Gabitalo. L’Italia invece non solo non ha traduzione alcuna, ma con tutto il contatto che ci fu tra la letteratura nostra e la francese, prima ai tempi di Francesco I, poi a quelli di Enrico IV, non ci è dato di rinvenire presso nessun autore il nome del Rabelais, o qualche allusione al suo libro. Sbaglierò, ma fuori di queste parole:—Cominciò a voltare, quando la vita del francese Gargantuasso—che si trovano nellePiacevoli et ridicolose facetie di M. Poncino della Torre, cremonese (Venezia, Salicalo, 1609, facezia 46), non c’è da trovare altro. E forse questa allusione non è diretta all’opera del Rabelais, ma alle tradizioni popolari sulle quali egli lavorò il primo saggio del Gargantua, pubblicato a Lione nel 1532.Quali sono le ragioni per le quali il Rabelais non fu e non è conosciuto in Italia? Certo l’Italia in passato ebbe, in argomento di letteratura, piuttosto un commercio di esportazione verso la Francia, che di importazione; commercio che ora è affatto invertito, per quanto l’Italia comincilentamente a produrre del suo ed a guadagnare il tempo perduto in sterili battaglie di scuole, di lingua, di ipocrisie devote. Pure la prevalente esportazione letteraria al tempo degli ultimi Valois e dei primi Borboni, non può spiegare questa ignoranza italiana intorno al Luciano, all’Apulejo moderno. Quando Enrico Estienne scriveva i suoi dialoghidu nouveau langage françois italianizéed il Ronsard si compiaceva di quei latinismi ed italianismi messi in caricatura dal Rabelais col suoescolier Limousinqualche anno prima, gli Italiani non esportavano soltanto. Le stesse invasioni francesi portavano in Italia qualche cosa delle letterature d’oltralpe, e più tardi, al tempo di Caterina de’ Medici, gli scambi divennero tanto reciproci da poter dire che Arrigo Caterino Davila ci venne di Francia. Aggiungasi che il Rabelais fu tre volte in Italia e fu in relazione coi signori romani, da quel che che appare nellaCosmografiadel viaggiatore Thevet. E certo il bizzarro frate sfratato fece bel altro a Roma che cercar semi d’insalata pel suo amico il vescovo di Mailezais, ed il suo primo pensiero non fu certo quello d’importare in Francia la lattuga romana. Il Vescovo, ci dice il Colletet, gli affidò importanti e delicatissimi affari; e le sue suppliche al Papa per essere assolto dalle censure incorse nell’abbandonare il convento, e la bolla di Paolo III (27 gennaio 1536) che gli accordava il chiesto indulto, dovettero obbligarlo e frequentare illustre persone e colte società. Come dunque, dopo la fama a cui salì dappoi, nessuno a Roma si ricordò di lui, nessuno in Italia seppe il suo nome? Come mai, di uno dei più grandi scrittori di una principalissima lingua neo-latina non si hanno traduzioni che nelle lingue del settentrione, ed è appunto presso i popoli del mezzodì, ai quali il Rabelais appartenne e pei quali scrisse, che il suo nome è poco meno che sconosciuto?Prima di tutto non è paradosso il sostenere che i contatti del Rabelais coll’Italia furono appunto una delle ragioni che valsero a impedire la mutua simpatia. Il Rabelais non fu della tenera pasta di Abraham giudeo, il quale dai vizi de’ religiosi argomentò la virtù della religione. Egli invece capì subito che cosa era questa ortodossia cattolica fondata sulla magnificenza vana e sulla fede cieca. Capì la scienza secca ed artificiale che il cattolicismo tentava di opporre alle obiezioni della Riforma, e l’arte machiavellica che moveva le corporazioni religiose alla difesa della opulenza pontificia e i sovrani alla difesa dell’arca santa del diritto divino. Vide lo scadimento morale d’Italia e lo scadimento intellettuale che cominciava appunto allora, e sentì fermentarsi dentro quel lievito di ribellione contro tutte le imbecillità degli umili e le bestialitàdei grandi, col quale impastò poi la sua opera eterna. Ad ogni pagina del suo libro sentì il disprezzo per la gerarchia ecclesiastica, la satira alla gerarchia civile, l’odio alle istituzioni monastiche, la ribellione che non risparmia nulla, nemmeno i rituali, (Venite aposemus—Gargant., cap. 4), nemmeno le sacre carte (Et germinavit radix Iesse, capitolo 39). Egli, che trovava troppo caphard il Calvino, dovette ricevere ben tristi impressioni in Italia e nella società che gli toccò frequentare, dove la ipocrisia e la doppiezza erano tenute per belle e decorose arti di governo e di fortuna. Quale stima poteva avere l’ironico Rabelais di quella Italia che tollerava che la sua religione servisse per trovare un Ducato a Pier Luigi Farnese, la più oscena figura del suo secolo?Questa triste opinione che, non a torto, il Rabelais ebbe dell’Italia d’allora, fece sì che le allusioni italiane che si trovano nel suo libro, senza essere maligne, sono spesso o quasi inconsciamente poco benevole. Non parliamo di tutto ciò che riguarda la Chiesa e la sua gerarchia, poichè un terzo del libro si può dire che non riguardi ad altro. Soltanto, sfogliando qua e là il Gargantua, si può capir subito, come la simpatia del Rabelais per le cose italiane non deve essere stata grande. Nelle prime pagine del prologo troviamo la vecchia accusa di plagiario data al Poliziano. Credete voi, egli ci dice, che Omero scrivendo l’Iliadee l’Odisseapensasse mai alle allegorie che da lui hanno burattato Plutarco, Eraclide Pontico, Eustazio, Fornutoet que d’iceux Politian a desrobé?Le cose del Giovio non erano ignote al Rabelais, ed è strano che volendo dir male del Poliziano non abbia riportata la voce che lo storico da Como raccolse dalle labbra di Leone X, che cioè il Poliziano rubasse al Tifernate morente la traduzione di Erodiano. Già il Lascari aveva accusato il Poliziano con mordaci parole per certi pretesi plagi alla vita di Omero attribuita ad Erodoto, e se crediamo alla narrazione del Duareno questa accusa sarebbe stata fatta proprio in scuola, il che mostra che si riferisce allaprelezionee non alleSelveo più specialmente all’Ambra, come sembra credere il Del Lungo. Il Budé invece, il buon amico del Rabelais, parlando nelle sue annotazioni alle Pandette dell’opuscolode Homeroattribuito a Plutarco, ci dice che il Poliziano, bravo uomo per verità, ma non troppo galantuomo, non arrossì di saccheggiare quell’opuscolo e di darlo per suo, mentre non fece che la fatica materiale di copiarlo. Non cadeva in acconcio al Rabelais di ricordare un’altra accusa del Budé al Poliziano, quella cioè di aver saccheggiato i versi di incerto autore che vanno uniti a quelli di Prisciano, e ciò nella lettera a Francesco Ursino.Certo però allude alPanepistemonallorchè lo accusa di aver saccheggiato Eraclide Pontico, Eustazio e Fornuto. Il meglio poi è questo, che uno dei principali personaggi del Rabelais si chiama appuntoEpistemon, nome greco che tradisce una reminiscenza del libro del Poliziano.Non è il caso qui di difendere il Poliziano, che del resto fu troppo ben difeso. Rimandiamo alle gravi parole che il Menekenio disse intorno a queste accuse, chiamandoleturpissime ed accolte solo dal pessimo volgo. Vogliamo solo far notare come il Rabelais, buon grecista egli stesso ed in caso di conoscere quanto fondamento avessero simili asserzioni, preferì di accettare ciecamente l’accusa del suo amico Budè, tanto poca stima aveva del Poliziano e delle cose nostre.E quasi a cagione di scherno nel cap. 9 ricorda il bizzarro ed oscuro libro:Hypnerotomachia Poliphili, del domenicano A. Colonna; libro sul quale si desidera ancora uno studio critico che scopra la verità dei filosofemi sotto i geroglifici male capiti. E nella ridicola dissertazione sul significato dei colori bianco ed azzurro ricorda come autorità l’invettiva del Valla contro Bartolo, diretta al Decembrio. Tra i libri ridicoli che servirono alla istruzione di Gargantua, tra gliHurtebise,Fasquin,Tropditeux,Gualehaut,Jehan le Veu,de Billonio,Brelingandus et un tas d’autres, c’è anche unPassavantus cum commentoche non può essere se non lo Specciodella vera penitenzastampato a Firenze nel 1495 e dopo, non potendo essere la notissimaEpistola m. Benedicti Passavantiiscritta da Th. de Bèze contro il presidente Lyset, poichè la prima edizione è del 1553, anno della morte del Rabelais. Nè forse meno ironicamente è ricordato nel cap. 24 il dialogo di Nicolò Leoniceno:Samnutus, sive de ludo talario.—Dialogo del resto eruditissimo, che si trova ultimo nella edizione veneta del De Gregorio, 1524 (tra parentesi, nell’Ambrosiana c’è del Leoniceno una traduzione del—de bello Gothorum—di Procopio: è piena d’ioditismi, sotto il nome di Nicolò da Lonigo, e dedicata al duca Ercole di Ferrara. L’Argelati (Bib. de’ Volg., III, 297, nota c) non si accorse che da Lonigo o Leoniceno vuol dire lo stesso). Ingiustissima poi è l’ingiuria scagliata al Pontano nel capitolo 19, dove è battezzato anagrammaticamente Taponnus, forma latinizzata ditaponotampon, turacciolo, e peggio. Il Rabelais aveva fatto stampare nel 1532 come antichi ed autentici un testamento ed un contratto di vendita. I documenti erano invece apocrifi ed autore ne era il Pontano. Il Rabelais naturalmente ci prese cappello ed ingiuriò il Pontano, al quale diede per di più delpoeta secolare, che nel gergo della Sorbona significavaeterodosso, e lo citò come autorità nella ridicolissima arringa diJanotus de Bragmardo.Queste poco benevoli allusioni alle cose italiane, raccolte nel solo Gargantua, suffragano abbastanza l’opinione nostra intorno alla poca simpatia del Rabelais per l’Italia. Ma più che questi colpi di dente e le allusioni ai veleni (il craignoit ly bouconi de Lombard., cap. 3) crediamo che a tener lontano i libri del Rabelais dall’Italia abbia contribuito la loro fama di dubbia cattolicità. Intendiamo dubbia per gli intolleranti e maligni come il Puits-Herbault prima ed il padre Garasse di poi. Inutilmente il Calvino, che aveva cercato di attrarre a sè il Rabelais, lo sconfessò altamente e lo trattò di ateo. L’amicizia del frate sfratato col Dolet, col Despèriers, col Marot e con altri, non giovò alla sua reputazione presso i cattolici militanti. La sua odissea monastica, l’odio contro ai conventi, i libri troppo liberi per le orecchie cattoliche e pieni di scherzi e di allusioni e di equivoci che non rispettano nulla (ad formam nasietc.,Garg.40), gli mossero contro tutti queicagots et papelards, la razza de’ quali non è ancora spenta. Basti a provarlo la fiera lotta che dovette sostenere nel 1545 per la stampa del terzo libro delPantagruel; lotta nella quale la Sorbona non si diè vinta che davanti all’intervento del re. Immaginiamo dunque quel che si doveva pensare del Rabelais in Italia al tempo della furibonda reazione cattolica di Paolo III!È quindi troppo naturale che le sue bizzarre opere siano state tenute lontane come pregne d’infezione e pericolose alla serenità delle coscienze. Non è infatti il genere delle cose trattate, non è l’arcaismo gramaticale ed ortografico cosìbhonomme; ma così ostico ai profani, che impedì la diffusione del pantagruelismo in Italia. Vediamo iContes drolatiquesdi Onorato Balzac conosciutissimi tra noi, benchè arditi, benchè arcaici, mentre l’Apologie pour Hérodotedi Enrico Estienne e l’Arte de parvenirdi Beroaldo de Verville che dovrebbero avere lettori a migliaia sono conosciuti da pochissimi. L’Italia, nè allora nè poi, non fu paese dove un Filippo d’Orléans potesse andare a messa con Luigi XIV, recando seco le opere del Rabelais invece del Breviario. La poca fama che ebbe il Rabelais in Italia devesi dunque attribuire in gran parte alle precauzioni prese dai pastori per evitare l’infezione del gregge, fino a che, sotto il dominio spagnuolo, si spense affatto in Italia e nelle lettere quella indipendenza di pensiero che sola avrebbe potuto accettare volentieri le argute fantasie del parroco di Meudon.Qui si presenta spontanea una domanda. Quello che non fu fatto, si potrebbe fare? Non sapremmo davvero rispondere.Ci pare che una traduzione del Rabelais, dovrebbe esser fatta con una tale spiritosa affettazione di arcaismo nella lingua e maliziosa serietà d’esposizione che richiederebbero molto ingegno e profondissima pratica della lingua e dello stile del Trecento e del Cinquecento. Se le ragioni cattoliche esposte più sopra non lo avessero vietato, una simile traduzione avrebbe potuto esser atta in quel periodo di tempo che cominciò colle minute purità del padre Cesari e finì colle melense pappolate del padre Bresciani. Certo il Rabelais non si potrebbe tradurre come il Giusti si provò a tradurre il Montaigne.La traduzione però non verrà. Tutti coloro che hanno interesse a conoscere il Rabelais, conoscono la lingua francese. Quelli che non lo conoscono, si contentano dei romanzi di Ponson du Terrail tradotti, e buon pro faccia a tutti quanti.

Pur troppo Francesco Rabelais è quasi sconosciuto in Italia. Gl’Inglesi hanno la traduzione dell’Urchard che è reputato il miglior lavoro possibile in simil genere, ed i lavori lessicografici del Coltgrave valsero a far conoscere l’originale anche a coloro che hanno poca famigliarità colla lingua francese del secolo XVI. I Tedeschi, oltre la fortunata imitazione del Fischart, hanno la traduzione di Gottlob Regis, molto più recente, e ricca di un lavoro pazientissimo di riproduzioni, varianti, confronti e note, che può parer pesante a molti, ma che non cessa di essere curiosissimo. L’Olanda ha la traduzione di quel Claudio Gallitalo che il Graesse, senza dubbio per errore, chiama Gabitalo. L’Italia invece non solo non ha traduzione alcuna, ma con tutto il contatto che ci fu tra la letteratura nostra e la francese, prima ai tempi di Francesco I, poi a quelli di Enrico IV, non ci è dato di rinvenire presso nessun autore il nome del Rabelais, o qualche allusione al suo libro. Sbaglierò, ma fuori di queste parole:—Cominciò a voltare, quando la vita del francese Gargantuasso—che si trovano nellePiacevoli et ridicolose facetie di M. Poncino della Torre, cremonese (Venezia, Salicalo, 1609, facezia 46), non c’è da trovare altro. E forse questa allusione non è diretta all’opera del Rabelais, ma alle tradizioni popolari sulle quali egli lavorò il primo saggio del Gargantua, pubblicato a Lione nel 1532.

Quali sono le ragioni per le quali il Rabelais non fu e non è conosciuto in Italia? Certo l’Italia in passato ebbe, in argomento di letteratura, piuttosto un commercio di esportazione verso la Francia, che di importazione; commercio che ora è affatto invertito, per quanto l’Italia comincilentamente a produrre del suo ed a guadagnare il tempo perduto in sterili battaglie di scuole, di lingua, di ipocrisie devote. Pure la prevalente esportazione letteraria al tempo degli ultimi Valois e dei primi Borboni, non può spiegare questa ignoranza italiana intorno al Luciano, all’Apulejo moderno. Quando Enrico Estienne scriveva i suoi dialoghidu nouveau langage françois italianizéed il Ronsard si compiaceva di quei latinismi ed italianismi messi in caricatura dal Rabelais col suoescolier Limousinqualche anno prima, gli Italiani non esportavano soltanto. Le stesse invasioni francesi portavano in Italia qualche cosa delle letterature d’oltralpe, e più tardi, al tempo di Caterina de’ Medici, gli scambi divennero tanto reciproci da poter dire che Arrigo Caterino Davila ci venne di Francia. Aggiungasi che il Rabelais fu tre volte in Italia e fu in relazione coi signori romani, da quel che che appare nellaCosmografiadel viaggiatore Thevet. E certo il bizzarro frate sfratato fece bel altro a Roma che cercar semi d’insalata pel suo amico il vescovo di Mailezais, ed il suo primo pensiero non fu certo quello d’importare in Francia la lattuga romana. Il Vescovo, ci dice il Colletet, gli affidò importanti e delicatissimi affari; e le sue suppliche al Papa per essere assolto dalle censure incorse nell’abbandonare il convento, e la bolla di Paolo III (27 gennaio 1536) che gli accordava il chiesto indulto, dovettero obbligarlo e frequentare illustre persone e colte società. Come dunque, dopo la fama a cui salì dappoi, nessuno a Roma si ricordò di lui, nessuno in Italia seppe il suo nome? Come mai, di uno dei più grandi scrittori di una principalissima lingua neo-latina non si hanno traduzioni che nelle lingue del settentrione, ed è appunto presso i popoli del mezzodì, ai quali il Rabelais appartenne e pei quali scrisse, che il suo nome è poco meno che sconosciuto?

Prima di tutto non è paradosso il sostenere che i contatti del Rabelais coll’Italia furono appunto una delle ragioni che valsero a impedire la mutua simpatia. Il Rabelais non fu della tenera pasta di Abraham giudeo, il quale dai vizi de’ religiosi argomentò la virtù della religione. Egli invece capì subito che cosa era questa ortodossia cattolica fondata sulla magnificenza vana e sulla fede cieca. Capì la scienza secca ed artificiale che il cattolicismo tentava di opporre alle obiezioni della Riforma, e l’arte machiavellica che moveva le corporazioni religiose alla difesa della opulenza pontificia e i sovrani alla difesa dell’arca santa del diritto divino. Vide lo scadimento morale d’Italia e lo scadimento intellettuale che cominciava appunto allora, e sentì fermentarsi dentro quel lievito di ribellione contro tutte le imbecillità degli umili e le bestialitàdei grandi, col quale impastò poi la sua opera eterna. Ad ogni pagina del suo libro sentì il disprezzo per la gerarchia ecclesiastica, la satira alla gerarchia civile, l’odio alle istituzioni monastiche, la ribellione che non risparmia nulla, nemmeno i rituali, (Venite aposemus—Gargant., cap. 4), nemmeno le sacre carte (Et germinavit radix Iesse, capitolo 39). Egli, che trovava troppo caphard il Calvino, dovette ricevere ben tristi impressioni in Italia e nella società che gli toccò frequentare, dove la ipocrisia e la doppiezza erano tenute per belle e decorose arti di governo e di fortuna. Quale stima poteva avere l’ironico Rabelais di quella Italia che tollerava che la sua religione servisse per trovare un Ducato a Pier Luigi Farnese, la più oscena figura del suo secolo?

Questa triste opinione che, non a torto, il Rabelais ebbe dell’Italia d’allora, fece sì che le allusioni italiane che si trovano nel suo libro, senza essere maligne, sono spesso o quasi inconsciamente poco benevole. Non parliamo di tutto ciò che riguarda la Chiesa e la sua gerarchia, poichè un terzo del libro si può dire che non riguardi ad altro. Soltanto, sfogliando qua e là il Gargantua, si può capir subito, come la simpatia del Rabelais per le cose italiane non deve essere stata grande. Nelle prime pagine del prologo troviamo la vecchia accusa di plagiario data al Poliziano. Credete voi, egli ci dice, che Omero scrivendo l’Iliadee l’Odisseapensasse mai alle allegorie che da lui hanno burattato Plutarco, Eraclide Pontico, Eustazio, Fornutoet que d’iceux Politian a desrobé?Le cose del Giovio non erano ignote al Rabelais, ed è strano che volendo dir male del Poliziano non abbia riportata la voce che lo storico da Como raccolse dalle labbra di Leone X, che cioè il Poliziano rubasse al Tifernate morente la traduzione di Erodiano. Già il Lascari aveva accusato il Poliziano con mordaci parole per certi pretesi plagi alla vita di Omero attribuita ad Erodoto, e se crediamo alla narrazione del Duareno questa accusa sarebbe stata fatta proprio in scuola, il che mostra che si riferisce allaprelezionee non alleSelveo più specialmente all’Ambra, come sembra credere il Del Lungo. Il Budé invece, il buon amico del Rabelais, parlando nelle sue annotazioni alle Pandette dell’opuscolode Homeroattribuito a Plutarco, ci dice che il Poliziano, bravo uomo per verità, ma non troppo galantuomo, non arrossì di saccheggiare quell’opuscolo e di darlo per suo, mentre non fece che la fatica materiale di copiarlo. Non cadeva in acconcio al Rabelais di ricordare un’altra accusa del Budé al Poliziano, quella cioè di aver saccheggiato i versi di incerto autore che vanno uniti a quelli di Prisciano, e ciò nella lettera a Francesco Ursino.Certo però allude alPanepistemonallorchè lo accusa di aver saccheggiato Eraclide Pontico, Eustazio e Fornuto. Il meglio poi è questo, che uno dei principali personaggi del Rabelais si chiama appuntoEpistemon, nome greco che tradisce una reminiscenza del libro del Poliziano.

Non è il caso qui di difendere il Poliziano, che del resto fu troppo ben difeso. Rimandiamo alle gravi parole che il Menekenio disse intorno a queste accuse, chiamandoleturpissime ed accolte solo dal pessimo volgo. Vogliamo solo far notare come il Rabelais, buon grecista egli stesso ed in caso di conoscere quanto fondamento avessero simili asserzioni, preferì di accettare ciecamente l’accusa del suo amico Budè, tanto poca stima aveva del Poliziano e delle cose nostre.

E quasi a cagione di scherno nel cap. 9 ricorda il bizzarro ed oscuro libro:Hypnerotomachia Poliphili, del domenicano A. Colonna; libro sul quale si desidera ancora uno studio critico che scopra la verità dei filosofemi sotto i geroglifici male capiti. E nella ridicola dissertazione sul significato dei colori bianco ed azzurro ricorda come autorità l’invettiva del Valla contro Bartolo, diretta al Decembrio. Tra i libri ridicoli che servirono alla istruzione di Gargantua, tra gliHurtebise,Fasquin,Tropditeux,Gualehaut,Jehan le Veu,de Billonio,Brelingandus et un tas d’autres, c’è anche unPassavantus cum commentoche non può essere se non lo Specciodella vera penitenzastampato a Firenze nel 1495 e dopo, non potendo essere la notissimaEpistola m. Benedicti Passavantiiscritta da Th. de Bèze contro il presidente Lyset, poichè la prima edizione è del 1553, anno della morte del Rabelais. Nè forse meno ironicamente è ricordato nel cap. 24 il dialogo di Nicolò Leoniceno:Samnutus, sive de ludo talario.—Dialogo del resto eruditissimo, che si trova ultimo nella edizione veneta del De Gregorio, 1524 (tra parentesi, nell’Ambrosiana c’è del Leoniceno una traduzione del—de bello Gothorum—di Procopio: è piena d’ioditismi, sotto il nome di Nicolò da Lonigo, e dedicata al duca Ercole di Ferrara. L’Argelati (Bib. de’ Volg., III, 297, nota c) non si accorse che da Lonigo o Leoniceno vuol dire lo stesso). Ingiustissima poi è l’ingiuria scagliata al Pontano nel capitolo 19, dove è battezzato anagrammaticamente Taponnus, forma latinizzata ditaponotampon, turacciolo, e peggio. Il Rabelais aveva fatto stampare nel 1532 come antichi ed autentici un testamento ed un contratto di vendita. I documenti erano invece apocrifi ed autore ne era il Pontano. Il Rabelais naturalmente ci prese cappello ed ingiuriò il Pontano, al quale diede per di più delpoeta secolare, che nel gergo della Sorbona significavaeterodosso, e lo citò come autorità nella ridicolissima arringa diJanotus de Bragmardo.

Queste poco benevoli allusioni alle cose italiane, raccolte nel solo Gargantua, suffragano abbastanza l’opinione nostra intorno alla poca simpatia del Rabelais per l’Italia. Ma più che questi colpi di dente e le allusioni ai veleni (il craignoit ly bouconi de Lombard., cap. 3) crediamo che a tener lontano i libri del Rabelais dall’Italia abbia contribuito la loro fama di dubbia cattolicità. Intendiamo dubbia per gli intolleranti e maligni come il Puits-Herbault prima ed il padre Garasse di poi. Inutilmente il Calvino, che aveva cercato di attrarre a sè il Rabelais, lo sconfessò altamente e lo trattò di ateo. L’amicizia del frate sfratato col Dolet, col Despèriers, col Marot e con altri, non giovò alla sua reputazione presso i cattolici militanti. La sua odissea monastica, l’odio contro ai conventi, i libri troppo liberi per le orecchie cattoliche e pieni di scherzi e di allusioni e di equivoci che non rispettano nulla (ad formam nasietc.,Garg.40), gli mossero contro tutti queicagots et papelards, la razza de’ quali non è ancora spenta. Basti a provarlo la fiera lotta che dovette sostenere nel 1545 per la stampa del terzo libro delPantagruel; lotta nella quale la Sorbona non si diè vinta che davanti all’intervento del re. Immaginiamo dunque quel che si doveva pensare del Rabelais in Italia al tempo della furibonda reazione cattolica di Paolo III!

È quindi troppo naturale che le sue bizzarre opere siano state tenute lontane come pregne d’infezione e pericolose alla serenità delle coscienze. Non è infatti il genere delle cose trattate, non è l’arcaismo gramaticale ed ortografico cosìbhonomme; ma così ostico ai profani, che impedì la diffusione del pantagruelismo in Italia. Vediamo iContes drolatiquesdi Onorato Balzac conosciutissimi tra noi, benchè arditi, benchè arcaici, mentre l’Apologie pour Hérodotedi Enrico Estienne e l’Arte de parvenirdi Beroaldo de Verville che dovrebbero avere lettori a migliaia sono conosciuti da pochissimi. L’Italia, nè allora nè poi, non fu paese dove un Filippo d’Orléans potesse andare a messa con Luigi XIV, recando seco le opere del Rabelais invece del Breviario. La poca fama che ebbe il Rabelais in Italia devesi dunque attribuire in gran parte alle precauzioni prese dai pastori per evitare l’infezione del gregge, fino a che, sotto il dominio spagnuolo, si spense affatto in Italia e nelle lettere quella indipendenza di pensiero che sola avrebbe potuto accettare volentieri le argute fantasie del parroco di Meudon.

Qui si presenta spontanea una domanda. Quello che non fu fatto, si potrebbe fare? Non sapremmo davvero rispondere.Ci pare che una traduzione del Rabelais, dovrebbe esser fatta con una tale spiritosa affettazione di arcaismo nella lingua e maliziosa serietà d’esposizione che richiederebbero molto ingegno e profondissima pratica della lingua e dello stile del Trecento e del Cinquecento. Se le ragioni cattoliche esposte più sopra non lo avessero vietato, una simile traduzione avrebbe potuto esser atta in quel periodo di tempo che cominciò colle minute purità del padre Cesari e finì colle melense pappolate del padre Bresciani. Certo il Rabelais non si potrebbe tradurre come il Giusti si provò a tradurre il Montaigne.

La traduzione però non verrà. Tutti coloro che hanno interesse a conoscere il Rabelais, conoscono la lingua francese. Quelli che non lo conoscono, si contentano dei romanzi di Ponson du Terrail tradotti, e buon pro faccia a tutti quanti.


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