LA CRONACA DI DINO COMPAGNI[3]I dubbi nati sull’autenticità della Cronaca del Compagni misero a rumore pochi anni sono il campo letterario ed erudito. Il povero Fanfani, con un impeto che oltrepassò spesso i giusti confini, fu il campione dellacontraffazione. Il signor Isidoro Del Lungo, con un riserbo che in lui e nella sua parte parve spesso sfiducia, era ed è il campione dell’autenticità. Da molto tempo era annunciato ed aspettato un grave commento del signor Del Lungo alla Cronaca, commento che avrebbe sciolto ogni dubbio e rischiarato ogni oscurità; ed eccolo, morto appena da pochi mesi il più tenace avversario, eccolo alla luce con un volume di proemio al quale presto farà seguito un secondo.Sono sciolti ora i dubbi? Per dare una sentenza ci vuole uno studio profondo della lingua e della storia fiorentina ne’ primi anni del secolo decimoquarto, e, quanto a me, confesso candidamente di non essere giudice competente. Lascio quindi la toga e la bilancia a chi per lungo studio e grande amore sia giunto in autorità di sentenziare, ed aspetto almeno le risposte della parte avversa. Però avendo seguito con attenzione curiosa le fasi di questo processo, non posso resistere alla tentazione di esprimere l’effetto che ha prodotto in me il poderoso lavoro del Del Lungo, e lo faccio volentieri, pensando che spesso il parere dei minimi è utile come segno dell’impressione de’ più, e che la leggenda d’ella serva del Molière non è da sprezzare.Intanto l’autenticità lasciamola da parte. Il Del Lungo in questi due volumi non ne parla, che anzi l’ammette apriori, sino a correggere col Compagni il Villani (p. 35, nota 13 ecc.). La seconda parte del primo volume, che è sotto i torchi, dovendo ragionare delle vicende del testo, credo ne parlerà, benchè l’indice già pubblicato non ne lasci che poca speranza. Che se tacesse, sarebbe peccato, poichè tacere non è il miglior modo di aver ragione. È vero che questa eterna questione fa capolino da per tutto, dal facsimile del codice Ashburnham sino quasi alle minime glosse. È evidente un continuo sforzo di combattere senza averne le apparenze, di confutare fingendo di sprezzare le obbiezioni, tacendone gli autori. Ma poichè al Del Lungo sembra profanazione il dubitare di cosa da lui ammessa con così profonda e sincera convinzione, e poichè non è mia intenzione fare una polemica dove voglio soltanto esporre impressioni; rimanendo tuttavia nel mio scetticismo (non soddisfatto nè pro, nè contro, anche dopo il codice trovato), lascerò da parte, come ho detto, la questione dell’autenticità, e la irrequieta ombra del Fanfani ce lo perdoni.E a dirla in poche parole, l’impressione è che la Cronaca sia una brutta cosa, vuoi come opera storica, vuoi come lavoro letterario. Basterebbe già a farlo vedere l’enorme puntello di commenti che richiesero i pochi fogli del testo. Tanti non ne richiese Dante che non scrisse una storia. E lo stesso commentatore, versato quant’altri mai in cose di storia fiorentina, e per di più, se non erro, accademico della Crusca, molte volte ha dovuto pentirsi e correggersi e racconciare e disfare e rifare. Le tracce sono palpabili nel libro e l’istinto del bibliografo trova subito le carte soppresse e sostituite, come a pagine 21, 49, 59 ecc. E per mediocre che questo istinto sia, fa subito trovare il mal fatto che sta fra le pagine 50 e 51, dove nella pag. 50, sostituita alla vecchia, la nota 19 finisce a piè di pagina, mentre a pag. 51 seguita una nota vecchia che non potè essere soppressa tutta, non solo, ma che è citata alla nota XII, 4. Questa erculea fatica, spesso inane come le carte confessano, durata da un uomo come il Del Lungo, fa manifestamente vedere che razza di pasticcio sia la Cronaca così leggermente portata al cielo dal Giordani, abbagliato dal falso luccicchìoì delle apostrofi generose e dello stile apocalittico. A che pro, si aggiunga, rafforzare ogni parola del testo con un quaderno di prove tratte dagli archivi o dalle cronache, quando di certe cose nessuno dubita? Perchè la coscienza trae il commentatore a provare, per esempio, che il gonfalone portava la croce rossa in campo bianco, se nonfosse che egli stesso sente come le affermazioni del Compagni non hanno valore se non han prova? Direbbe il Fanfani il noto adagioexcusatio non petita, con quel che segue. Ma si potrebbe anco dire che quanto più l’abbondanza delle glosse fa notare la precisione dei punti non controversi, tanto più fa risaltare l’errore dove è forza confessarlo. Come scusare, per esempio, l’inesplicabile silenzio intorno alla guerra di Pisa, sulla quale pure Dino fu chiamato a consulta? E non è strano il silenzio circa il tentativo dei Grandi nel luglio 1295, fatto viemeglio risaltare dalla scusa addotta dal commentatore, il quale ci dice che Dino in quel punto aveva fretta di venire al suo argomento, mentre allora appunto si perde a narrare storielle, come quella della lanterna del Pecora? Storielle che parvero al Del Lungo dare una imagineassai più vera che non il Villanidello stato di Firenze dopo cacciato Giano della Bella. Ma i criteri di questa verità relativa non possono desumersi che dalla fede che si ha nell’autore, in quello stesso autore i cui errori debbono esser così spesso confessati. Ed ecco come accade che tutto l’apparato difensivo, allorchè si mostra e si confessa debole qualche punto, fa i leggitori più severi, o almeno più dubitosi e non a torto.Soltanto a dare un saggio delle osservazioni possibili, dei dubbi non risolti, degli errori confessati, ci vorrebbe troppo più che un volume. Scorrete solo le prime cento pagine, ed ecco alcune delle cose che si potrebbero dire: Pag. 8.Fiume di acqua dolce. Fiumi d’acqua salata non ce n’è, e non suffraga l’esempio addotto dei «Fatti di Cesare», che dicefiumi di dolce acque. Questo è ilchiare, fresche e dolci acquedel Petrarca, che a trasmutarle inacque dolcisi vede subito quello che diventano.—Pag. 14. Dice Dino che il Buondelmonti doveva sposare una Giantruffetti, ed invece era una Amidei. Il commentatore nota che ad ogni modo l’Amidei aveva per zio un Giantruffetti e «la differenza è dipoco momento». Da padre a zio ci corre!—Pag. 19. La parentesi che interclude le nozze di m. Forese è correzione del commentatore. Potrebbe essere impugnata, notando che imontò,riguardò,dièecc., sono passati perfetti tanto quanto iconcordaronoe gliordinaronoche vengon dopo, nè segnan quindi un tempo speciale pel periodo intercluso.—Pag. 28. La storia del Lucchese Priore di Arezzo morto in una cisterna non resta di esser contraddetta da quel L. Aretino detto alla pagina seguente di maggiore autorità che non il Vilani, come quello che narra fatti dellacittà sua nativa.—Pag. 29. La questione circa il Vescovo di Arezzo, che era degli libertini mentre Dino lo vuoi de’ Pazzi, rimane tal quale. Il Del Lungo confessa l’errore, cercandone la giustificazione nell’errore simile di un cronista più recente e nella parentela fra le due famiglie. Ed errore sia.—Pag. 30. È confessato errore quel che Dino afferma circa il castello di Poggio S. Cecilia, che non era del Vescovo ma dei Sanesi; e sia errore.—È riconosciuta alterata, almeno nelle date, la storia dell’arbitrato fiorentino; e sia.—È confessata errata la data dellaterza guerra dei fiorentini in Toscana; e sia.—Pagine 38, 39. La famosa descrizione della Battaglia di Campaldino resta sempre buja.Missono i feditori alla frontiera della schiera... e i palesi furono attelati dinanzi. Dinanzi a chi? Alla schiera? Ma c’erano i feditori. Dinanzi ai feditori? Ma come allora questi erano alla fronte della schiera? Annota il Del Lungo:in prima linea... di fianco. Ma Dino dice:dinanzie nondi fianco, che non è lo stesso. E il resto della battaglia lasciamolo stare.—Pag. 50.Ventiquattroarti perventunaè confessato errore. Grave, poichè al tempo di cui si parla e nel tempo in cui si scrive dallo storico, le arti non furono mai ventiquattro. Un ex-priore e gonfaloniere non lo sapeva? Ma errore sia.—Pag. 52, 53. L’imbroglio dei Galigai! Dice Dino: «Pochi malefici si nascondeano che dagli avversari non fussimo ritrovati; molti ne furono puniti secondo la legge. I primi che vi caddono furono i Galigai, perchè un di costoro ferì un Benivieni in Francia, e io Dino Compagni, ritrovandomi gonfaloniero di giustizia nel 1293, andai alle loro case e de’ loro consorti e quelle feci disfare secondo la legge». È parlar chiaro. Resta solo che il Benivieni fu ucciso da uno dei Galli e che la esecuzione relativa prima in data fu opera di Baldo Ruffoli. Il commentatore ripiega così: Dino non dice di essere stato il primo ad eseguire la legge, ma il primo a punire il maleficio già nascosto, poi dagli avversari scoperto. Il ripiego è ben sottile e veramente Dino dice chemolti furono puniti secondo la leggee primi i Galigai, ma lasciamo stare. Resta però che il Galigai sarebbe reo dell’assassinio del Benivieni, secondo Dino, mentre risulta che il reo fu invece uno dei Galli. Ed ecco il commentatore ricorre ad una ipotesi. Il Galigai era complice dei Galli: questi fu scoperto subito e l’esecuzione fu fatta dal Ruffoli; quegli più tardi e l’esecuzione fu opera di Dino. Siamo nel campo delle ipotesi ed è qui che ci sarebbe voluto qualcuno di quei documenti tanto inutili altrove, ed è ben lecito non fidarsi di uno storico che per essere capito ha bisogno dipotrebbe essere. Ma come accade poiche Dino continua subito: «Questo principio seguitò ecc.?» Ci pare che questo principio significhi che la esecuzione fu la prima in data. Dino non può aver parlato in generale dei principii di un ordine di fatti riferendosi ad un fatto solo, speciale e determinato. Annota il Del Lungo: «A questi esempi di rigore tenne dietro ecc.». No; il fatto è sol uno e doveva dirsi: «A questo esempio». Dunque? Dunque Dino dice una bugia e la dice apposta. Dunque come fidarci di questo storico?—Pag. 69.Scesono col gonfaloniere in piazza. Non dice così il Villani. Chi ha ragione?—Pag. 74. Non furonoventimilai fiorini pagati allo Chalons. Si confessa l’errore, e sia.—Pag. 81.Molti furono che cercono i malefici si trovassino che ne furono malcontenti per essere colpevoli. Questa curiosa strambezza è così annotata:Molti i quali... si erano creduti di assicurarsi col mostrare zelo e così di ricoprire i loro malefizi, si trovarono a vederseli scoperti. Ma non dice il testo che fingessero a quel modo per coprirsi; dice solamente e sinceramente,cercorno i malefici si trovassino. La spiegazione è ingegnosa, ma rinchiude in sè la affermazione di un fatto del quale non si trova traccia nell’autore, e quando uno storico ha bisogno di puntelli simili può andare a riporsi.—Pag. 90. Guido Cavalcanti era forse gentile verso il 1300, ma non giovane come dice Dino. Dato che avesse almeno vent’anni quando nel 1267 sposò la figlia di Farinata degli Uberti, nel 1300 passava la cinquantina. Dice il Del Lungo che la inimicizia tra Corso Donati e Guido era antica forse, e che agli esordi di quella si riferisce la parolagiovane. Ma Dino narra un fatto vicino al 1300. Non sarebbe strano il discorso di chi dicesse: Adolfo Thiers, valente giovane, che s’era occupato di studi storici e politici, fu fatto presidente della repubblica? Thiers si occupò di storia da giovane e Guido può aver odiato Corso da giovane. Ma quello fu fatto presidente da vecchio e questi da vecchio avrebbe lanciato il dardo a Corso, poco giovane anch’egli. Che stranezze dunque dice lo storico? E per finire? sono belli doti di uno scrittore, e specialmente di storia, quelle continue anticipazioni e retrocessioni nel racconto, fatte senza che lo si annunzi, e che in certi luoghi, come nel racconto delle prime divisioni de’ Cerchi e de’ Donati, vogliono una data ad ogni frase? E la storiella dell’Acciajuoli, che venne poi, con che criterio cronologico è incastrata in quella del potestà Monfiorito da Padova, che non era da Padova ma di Treviso? E tutto l’andirivieni di fatti o più recenti o più vecchi che fanno un labirinto intorno alla legazione del Cardinale d’Acquasparta? Ma che storico è questo che ha bisogno di tanto commento dove si diceal lettore ad ogni tratto: bada, questo accade prima, questo poi, qui torna un passo indietro come nelle favole, qui fa un passo avanti come i profeti? Ma fermiamoci a queste prime cento pagine e solo a quello che salta agli occhi ad una prima lettura. Chi vuol seguire troverà di peggio, e se ci si raccapezza in quell’indovinello del terzo libro, anche dopo le note e i rabberciamenti, è bravo. E mi fermo, poichè solo da queste cento pagine sembra giustificata la mia impressione prima, che cioè il Compagni, come scrittore e come storico, non meriti il chiasso che se ne fece. Il commento del Del Lungo è opera grave e magistrale che diverrà una miniera aperta di documenti e di prove storiche, ma non potrà far mai bello quel che non è, e sicuro quel che è provato falso tanto spesso. Questo sembra oramai provato dallo stesso commento. Resta ora, e prenderà nuove forze e nuovi aspetti, la quistione della contraffazione, o almeno dell’alterazione; ma spetta ora la parola ai maestri. Parlino dunque.—
LA CRONACA DI DINO COMPAGNI[3]I dubbi nati sull’autenticità della Cronaca del Compagni misero a rumore pochi anni sono il campo letterario ed erudito. Il povero Fanfani, con un impeto che oltrepassò spesso i giusti confini, fu il campione dellacontraffazione. Il signor Isidoro Del Lungo, con un riserbo che in lui e nella sua parte parve spesso sfiducia, era ed è il campione dell’autenticità. Da molto tempo era annunciato ed aspettato un grave commento del signor Del Lungo alla Cronaca, commento che avrebbe sciolto ogni dubbio e rischiarato ogni oscurità; ed eccolo, morto appena da pochi mesi il più tenace avversario, eccolo alla luce con un volume di proemio al quale presto farà seguito un secondo.Sono sciolti ora i dubbi? Per dare una sentenza ci vuole uno studio profondo della lingua e della storia fiorentina ne’ primi anni del secolo decimoquarto, e, quanto a me, confesso candidamente di non essere giudice competente. Lascio quindi la toga e la bilancia a chi per lungo studio e grande amore sia giunto in autorità di sentenziare, ed aspetto almeno le risposte della parte avversa. Però avendo seguito con attenzione curiosa le fasi di questo processo, non posso resistere alla tentazione di esprimere l’effetto che ha prodotto in me il poderoso lavoro del Del Lungo, e lo faccio volentieri, pensando che spesso il parere dei minimi è utile come segno dell’impressione de’ più, e che la leggenda d’ella serva del Molière non è da sprezzare.Intanto l’autenticità lasciamola da parte. Il Del Lungo in questi due volumi non ne parla, che anzi l’ammette apriori, sino a correggere col Compagni il Villani (p. 35, nota 13 ecc.). La seconda parte del primo volume, che è sotto i torchi, dovendo ragionare delle vicende del testo, credo ne parlerà, benchè l’indice già pubblicato non ne lasci che poca speranza. Che se tacesse, sarebbe peccato, poichè tacere non è il miglior modo di aver ragione. È vero che questa eterna questione fa capolino da per tutto, dal facsimile del codice Ashburnham sino quasi alle minime glosse. È evidente un continuo sforzo di combattere senza averne le apparenze, di confutare fingendo di sprezzare le obbiezioni, tacendone gli autori. Ma poichè al Del Lungo sembra profanazione il dubitare di cosa da lui ammessa con così profonda e sincera convinzione, e poichè non è mia intenzione fare una polemica dove voglio soltanto esporre impressioni; rimanendo tuttavia nel mio scetticismo (non soddisfatto nè pro, nè contro, anche dopo il codice trovato), lascerò da parte, come ho detto, la questione dell’autenticità, e la irrequieta ombra del Fanfani ce lo perdoni.E a dirla in poche parole, l’impressione è che la Cronaca sia una brutta cosa, vuoi come opera storica, vuoi come lavoro letterario. Basterebbe già a farlo vedere l’enorme puntello di commenti che richiesero i pochi fogli del testo. Tanti non ne richiese Dante che non scrisse una storia. E lo stesso commentatore, versato quant’altri mai in cose di storia fiorentina, e per di più, se non erro, accademico della Crusca, molte volte ha dovuto pentirsi e correggersi e racconciare e disfare e rifare. Le tracce sono palpabili nel libro e l’istinto del bibliografo trova subito le carte soppresse e sostituite, come a pagine 21, 49, 59 ecc. E per mediocre che questo istinto sia, fa subito trovare il mal fatto che sta fra le pagine 50 e 51, dove nella pag. 50, sostituita alla vecchia, la nota 19 finisce a piè di pagina, mentre a pag. 51 seguita una nota vecchia che non potè essere soppressa tutta, non solo, ma che è citata alla nota XII, 4. Questa erculea fatica, spesso inane come le carte confessano, durata da un uomo come il Del Lungo, fa manifestamente vedere che razza di pasticcio sia la Cronaca così leggermente portata al cielo dal Giordani, abbagliato dal falso luccicchìoì delle apostrofi generose e dello stile apocalittico. A che pro, si aggiunga, rafforzare ogni parola del testo con un quaderno di prove tratte dagli archivi o dalle cronache, quando di certe cose nessuno dubita? Perchè la coscienza trae il commentatore a provare, per esempio, che il gonfalone portava la croce rossa in campo bianco, se nonfosse che egli stesso sente come le affermazioni del Compagni non hanno valore se non han prova? Direbbe il Fanfani il noto adagioexcusatio non petita, con quel che segue. Ma si potrebbe anco dire che quanto più l’abbondanza delle glosse fa notare la precisione dei punti non controversi, tanto più fa risaltare l’errore dove è forza confessarlo. Come scusare, per esempio, l’inesplicabile silenzio intorno alla guerra di Pisa, sulla quale pure Dino fu chiamato a consulta? E non è strano il silenzio circa il tentativo dei Grandi nel luglio 1295, fatto viemeglio risaltare dalla scusa addotta dal commentatore, il quale ci dice che Dino in quel punto aveva fretta di venire al suo argomento, mentre allora appunto si perde a narrare storielle, come quella della lanterna del Pecora? Storielle che parvero al Del Lungo dare una imagineassai più vera che non il Villanidello stato di Firenze dopo cacciato Giano della Bella. Ma i criteri di questa verità relativa non possono desumersi che dalla fede che si ha nell’autore, in quello stesso autore i cui errori debbono esser così spesso confessati. Ed ecco come accade che tutto l’apparato difensivo, allorchè si mostra e si confessa debole qualche punto, fa i leggitori più severi, o almeno più dubitosi e non a torto.Soltanto a dare un saggio delle osservazioni possibili, dei dubbi non risolti, degli errori confessati, ci vorrebbe troppo più che un volume. Scorrete solo le prime cento pagine, ed ecco alcune delle cose che si potrebbero dire: Pag. 8.Fiume di acqua dolce. Fiumi d’acqua salata non ce n’è, e non suffraga l’esempio addotto dei «Fatti di Cesare», che dicefiumi di dolce acque. Questo è ilchiare, fresche e dolci acquedel Petrarca, che a trasmutarle inacque dolcisi vede subito quello che diventano.—Pag. 14. Dice Dino che il Buondelmonti doveva sposare una Giantruffetti, ed invece era una Amidei. Il commentatore nota che ad ogni modo l’Amidei aveva per zio un Giantruffetti e «la differenza è dipoco momento». Da padre a zio ci corre!—Pag. 19. La parentesi che interclude le nozze di m. Forese è correzione del commentatore. Potrebbe essere impugnata, notando che imontò,riguardò,dièecc., sono passati perfetti tanto quanto iconcordaronoe gliordinaronoche vengon dopo, nè segnan quindi un tempo speciale pel periodo intercluso.—Pag. 28. La storia del Lucchese Priore di Arezzo morto in una cisterna non resta di esser contraddetta da quel L. Aretino detto alla pagina seguente di maggiore autorità che non il Vilani, come quello che narra fatti dellacittà sua nativa.—Pag. 29. La questione circa il Vescovo di Arezzo, che era degli libertini mentre Dino lo vuoi de’ Pazzi, rimane tal quale. Il Del Lungo confessa l’errore, cercandone la giustificazione nell’errore simile di un cronista più recente e nella parentela fra le due famiglie. Ed errore sia.—Pag. 30. È confessato errore quel che Dino afferma circa il castello di Poggio S. Cecilia, che non era del Vescovo ma dei Sanesi; e sia errore.—È riconosciuta alterata, almeno nelle date, la storia dell’arbitrato fiorentino; e sia.—È confessata errata la data dellaterza guerra dei fiorentini in Toscana; e sia.—Pagine 38, 39. La famosa descrizione della Battaglia di Campaldino resta sempre buja.Missono i feditori alla frontiera della schiera... e i palesi furono attelati dinanzi. Dinanzi a chi? Alla schiera? Ma c’erano i feditori. Dinanzi ai feditori? Ma come allora questi erano alla fronte della schiera? Annota il Del Lungo:in prima linea... di fianco. Ma Dino dice:dinanzie nondi fianco, che non è lo stesso. E il resto della battaglia lasciamolo stare.—Pag. 50.Ventiquattroarti perventunaè confessato errore. Grave, poichè al tempo di cui si parla e nel tempo in cui si scrive dallo storico, le arti non furono mai ventiquattro. Un ex-priore e gonfaloniere non lo sapeva? Ma errore sia.—Pag. 52, 53. L’imbroglio dei Galigai! Dice Dino: «Pochi malefici si nascondeano che dagli avversari non fussimo ritrovati; molti ne furono puniti secondo la legge. I primi che vi caddono furono i Galigai, perchè un di costoro ferì un Benivieni in Francia, e io Dino Compagni, ritrovandomi gonfaloniero di giustizia nel 1293, andai alle loro case e de’ loro consorti e quelle feci disfare secondo la legge». È parlar chiaro. Resta solo che il Benivieni fu ucciso da uno dei Galli e che la esecuzione relativa prima in data fu opera di Baldo Ruffoli. Il commentatore ripiega così: Dino non dice di essere stato il primo ad eseguire la legge, ma il primo a punire il maleficio già nascosto, poi dagli avversari scoperto. Il ripiego è ben sottile e veramente Dino dice chemolti furono puniti secondo la leggee primi i Galigai, ma lasciamo stare. Resta però che il Galigai sarebbe reo dell’assassinio del Benivieni, secondo Dino, mentre risulta che il reo fu invece uno dei Galli. Ed ecco il commentatore ricorre ad una ipotesi. Il Galigai era complice dei Galli: questi fu scoperto subito e l’esecuzione fu fatta dal Ruffoli; quegli più tardi e l’esecuzione fu opera di Dino. Siamo nel campo delle ipotesi ed è qui che ci sarebbe voluto qualcuno di quei documenti tanto inutili altrove, ed è ben lecito non fidarsi di uno storico che per essere capito ha bisogno dipotrebbe essere. Ma come accade poiche Dino continua subito: «Questo principio seguitò ecc.?» Ci pare che questo principio significhi che la esecuzione fu la prima in data. Dino non può aver parlato in generale dei principii di un ordine di fatti riferendosi ad un fatto solo, speciale e determinato. Annota il Del Lungo: «A questi esempi di rigore tenne dietro ecc.». No; il fatto è sol uno e doveva dirsi: «A questo esempio». Dunque? Dunque Dino dice una bugia e la dice apposta. Dunque come fidarci di questo storico?—Pag. 69.Scesono col gonfaloniere in piazza. Non dice così il Villani. Chi ha ragione?—Pag. 74. Non furonoventimilai fiorini pagati allo Chalons. Si confessa l’errore, e sia.—Pag. 81.Molti furono che cercono i malefici si trovassino che ne furono malcontenti per essere colpevoli. Questa curiosa strambezza è così annotata:Molti i quali... si erano creduti di assicurarsi col mostrare zelo e così di ricoprire i loro malefizi, si trovarono a vederseli scoperti. Ma non dice il testo che fingessero a quel modo per coprirsi; dice solamente e sinceramente,cercorno i malefici si trovassino. La spiegazione è ingegnosa, ma rinchiude in sè la affermazione di un fatto del quale non si trova traccia nell’autore, e quando uno storico ha bisogno di puntelli simili può andare a riporsi.—Pag. 90. Guido Cavalcanti era forse gentile verso il 1300, ma non giovane come dice Dino. Dato che avesse almeno vent’anni quando nel 1267 sposò la figlia di Farinata degli Uberti, nel 1300 passava la cinquantina. Dice il Del Lungo che la inimicizia tra Corso Donati e Guido era antica forse, e che agli esordi di quella si riferisce la parolagiovane. Ma Dino narra un fatto vicino al 1300. Non sarebbe strano il discorso di chi dicesse: Adolfo Thiers, valente giovane, che s’era occupato di studi storici e politici, fu fatto presidente della repubblica? Thiers si occupò di storia da giovane e Guido può aver odiato Corso da giovane. Ma quello fu fatto presidente da vecchio e questi da vecchio avrebbe lanciato il dardo a Corso, poco giovane anch’egli. Che stranezze dunque dice lo storico? E per finire? sono belli doti di uno scrittore, e specialmente di storia, quelle continue anticipazioni e retrocessioni nel racconto, fatte senza che lo si annunzi, e che in certi luoghi, come nel racconto delle prime divisioni de’ Cerchi e de’ Donati, vogliono una data ad ogni frase? E la storiella dell’Acciajuoli, che venne poi, con che criterio cronologico è incastrata in quella del potestà Monfiorito da Padova, che non era da Padova ma di Treviso? E tutto l’andirivieni di fatti o più recenti o più vecchi che fanno un labirinto intorno alla legazione del Cardinale d’Acquasparta? Ma che storico è questo che ha bisogno di tanto commento dove si diceal lettore ad ogni tratto: bada, questo accade prima, questo poi, qui torna un passo indietro come nelle favole, qui fa un passo avanti come i profeti? Ma fermiamoci a queste prime cento pagine e solo a quello che salta agli occhi ad una prima lettura. Chi vuol seguire troverà di peggio, e se ci si raccapezza in quell’indovinello del terzo libro, anche dopo le note e i rabberciamenti, è bravo. E mi fermo, poichè solo da queste cento pagine sembra giustificata la mia impressione prima, che cioè il Compagni, come scrittore e come storico, non meriti il chiasso che se ne fece. Il commento del Del Lungo è opera grave e magistrale che diverrà una miniera aperta di documenti e di prove storiche, ma non potrà far mai bello quel che non è, e sicuro quel che è provato falso tanto spesso. Questo sembra oramai provato dallo stesso commento. Resta ora, e prenderà nuove forze e nuovi aspetti, la quistione della contraffazione, o almeno dell’alterazione; ma spetta ora la parola ai maestri. Parlino dunque.—
I dubbi nati sull’autenticità della Cronaca del Compagni misero a rumore pochi anni sono il campo letterario ed erudito. Il povero Fanfani, con un impeto che oltrepassò spesso i giusti confini, fu il campione dellacontraffazione. Il signor Isidoro Del Lungo, con un riserbo che in lui e nella sua parte parve spesso sfiducia, era ed è il campione dell’autenticità. Da molto tempo era annunciato ed aspettato un grave commento del signor Del Lungo alla Cronaca, commento che avrebbe sciolto ogni dubbio e rischiarato ogni oscurità; ed eccolo, morto appena da pochi mesi il più tenace avversario, eccolo alla luce con un volume di proemio al quale presto farà seguito un secondo.
Sono sciolti ora i dubbi? Per dare una sentenza ci vuole uno studio profondo della lingua e della storia fiorentina ne’ primi anni del secolo decimoquarto, e, quanto a me, confesso candidamente di non essere giudice competente. Lascio quindi la toga e la bilancia a chi per lungo studio e grande amore sia giunto in autorità di sentenziare, ed aspetto almeno le risposte della parte avversa. Però avendo seguito con attenzione curiosa le fasi di questo processo, non posso resistere alla tentazione di esprimere l’effetto che ha prodotto in me il poderoso lavoro del Del Lungo, e lo faccio volentieri, pensando che spesso il parere dei minimi è utile come segno dell’impressione de’ più, e che la leggenda d’ella serva del Molière non è da sprezzare.
Intanto l’autenticità lasciamola da parte. Il Del Lungo in questi due volumi non ne parla, che anzi l’ammette apriori, sino a correggere col Compagni il Villani (p. 35, nota 13 ecc.). La seconda parte del primo volume, che è sotto i torchi, dovendo ragionare delle vicende del testo, credo ne parlerà, benchè l’indice già pubblicato non ne lasci che poca speranza. Che se tacesse, sarebbe peccato, poichè tacere non è il miglior modo di aver ragione. È vero che questa eterna questione fa capolino da per tutto, dal facsimile del codice Ashburnham sino quasi alle minime glosse. È evidente un continuo sforzo di combattere senza averne le apparenze, di confutare fingendo di sprezzare le obbiezioni, tacendone gli autori. Ma poichè al Del Lungo sembra profanazione il dubitare di cosa da lui ammessa con così profonda e sincera convinzione, e poichè non è mia intenzione fare una polemica dove voglio soltanto esporre impressioni; rimanendo tuttavia nel mio scetticismo (non soddisfatto nè pro, nè contro, anche dopo il codice trovato), lascerò da parte, come ho detto, la questione dell’autenticità, e la irrequieta ombra del Fanfani ce lo perdoni.
E a dirla in poche parole, l’impressione è che la Cronaca sia una brutta cosa, vuoi come opera storica, vuoi come lavoro letterario. Basterebbe già a farlo vedere l’enorme puntello di commenti che richiesero i pochi fogli del testo. Tanti non ne richiese Dante che non scrisse una storia. E lo stesso commentatore, versato quant’altri mai in cose di storia fiorentina, e per di più, se non erro, accademico della Crusca, molte volte ha dovuto pentirsi e correggersi e racconciare e disfare e rifare. Le tracce sono palpabili nel libro e l’istinto del bibliografo trova subito le carte soppresse e sostituite, come a pagine 21, 49, 59 ecc. E per mediocre che questo istinto sia, fa subito trovare il mal fatto che sta fra le pagine 50 e 51, dove nella pag. 50, sostituita alla vecchia, la nota 19 finisce a piè di pagina, mentre a pag. 51 seguita una nota vecchia che non potè essere soppressa tutta, non solo, ma che è citata alla nota XII, 4. Questa erculea fatica, spesso inane come le carte confessano, durata da un uomo come il Del Lungo, fa manifestamente vedere che razza di pasticcio sia la Cronaca così leggermente portata al cielo dal Giordani, abbagliato dal falso luccicchìoì delle apostrofi generose e dello stile apocalittico. A che pro, si aggiunga, rafforzare ogni parola del testo con un quaderno di prove tratte dagli archivi o dalle cronache, quando di certe cose nessuno dubita? Perchè la coscienza trae il commentatore a provare, per esempio, che il gonfalone portava la croce rossa in campo bianco, se nonfosse che egli stesso sente come le affermazioni del Compagni non hanno valore se non han prova? Direbbe il Fanfani il noto adagioexcusatio non petita, con quel che segue. Ma si potrebbe anco dire che quanto più l’abbondanza delle glosse fa notare la precisione dei punti non controversi, tanto più fa risaltare l’errore dove è forza confessarlo. Come scusare, per esempio, l’inesplicabile silenzio intorno alla guerra di Pisa, sulla quale pure Dino fu chiamato a consulta? E non è strano il silenzio circa il tentativo dei Grandi nel luglio 1295, fatto viemeglio risaltare dalla scusa addotta dal commentatore, il quale ci dice che Dino in quel punto aveva fretta di venire al suo argomento, mentre allora appunto si perde a narrare storielle, come quella della lanterna del Pecora? Storielle che parvero al Del Lungo dare una imagineassai più vera che non il Villanidello stato di Firenze dopo cacciato Giano della Bella. Ma i criteri di questa verità relativa non possono desumersi che dalla fede che si ha nell’autore, in quello stesso autore i cui errori debbono esser così spesso confessati. Ed ecco come accade che tutto l’apparato difensivo, allorchè si mostra e si confessa debole qualche punto, fa i leggitori più severi, o almeno più dubitosi e non a torto.
Soltanto a dare un saggio delle osservazioni possibili, dei dubbi non risolti, degli errori confessati, ci vorrebbe troppo più che un volume. Scorrete solo le prime cento pagine, ed ecco alcune delle cose che si potrebbero dire: Pag. 8.Fiume di acqua dolce. Fiumi d’acqua salata non ce n’è, e non suffraga l’esempio addotto dei «Fatti di Cesare», che dicefiumi di dolce acque. Questo è ilchiare, fresche e dolci acquedel Petrarca, che a trasmutarle inacque dolcisi vede subito quello che diventano.—Pag. 14. Dice Dino che il Buondelmonti doveva sposare una Giantruffetti, ed invece era una Amidei. Il commentatore nota che ad ogni modo l’Amidei aveva per zio un Giantruffetti e «la differenza è dipoco momento». Da padre a zio ci corre!—Pag. 19. La parentesi che interclude le nozze di m. Forese è correzione del commentatore. Potrebbe essere impugnata, notando che imontò,riguardò,dièecc., sono passati perfetti tanto quanto iconcordaronoe gliordinaronoche vengon dopo, nè segnan quindi un tempo speciale pel periodo intercluso.—Pag. 28. La storia del Lucchese Priore di Arezzo morto in una cisterna non resta di esser contraddetta da quel L. Aretino detto alla pagina seguente di maggiore autorità che non il Vilani, come quello che narra fatti dellacittà sua nativa.—Pag. 29. La questione circa il Vescovo di Arezzo, che era degli libertini mentre Dino lo vuoi de’ Pazzi, rimane tal quale. Il Del Lungo confessa l’errore, cercandone la giustificazione nell’errore simile di un cronista più recente e nella parentela fra le due famiglie. Ed errore sia.—Pag. 30. È confessato errore quel che Dino afferma circa il castello di Poggio S. Cecilia, che non era del Vescovo ma dei Sanesi; e sia errore.—È riconosciuta alterata, almeno nelle date, la storia dell’arbitrato fiorentino; e sia.—È confessata errata la data dellaterza guerra dei fiorentini in Toscana; e sia.—Pagine 38, 39. La famosa descrizione della Battaglia di Campaldino resta sempre buja.Missono i feditori alla frontiera della schiera... e i palesi furono attelati dinanzi. Dinanzi a chi? Alla schiera? Ma c’erano i feditori. Dinanzi ai feditori? Ma come allora questi erano alla fronte della schiera? Annota il Del Lungo:in prima linea... di fianco. Ma Dino dice:dinanzie nondi fianco, che non è lo stesso. E il resto della battaglia lasciamolo stare.—Pag. 50.Ventiquattroarti perventunaè confessato errore. Grave, poichè al tempo di cui si parla e nel tempo in cui si scrive dallo storico, le arti non furono mai ventiquattro. Un ex-priore e gonfaloniere non lo sapeva? Ma errore sia.—Pag. 52, 53. L’imbroglio dei Galigai! Dice Dino: «Pochi malefici si nascondeano che dagli avversari non fussimo ritrovati; molti ne furono puniti secondo la legge. I primi che vi caddono furono i Galigai, perchè un di costoro ferì un Benivieni in Francia, e io Dino Compagni, ritrovandomi gonfaloniero di giustizia nel 1293, andai alle loro case e de’ loro consorti e quelle feci disfare secondo la legge». È parlar chiaro. Resta solo che il Benivieni fu ucciso da uno dei Galli e che la esecuzione relativa prima in data fu opera di Baldo Ruffoli. Il commentatore ripiega così: Dino non dice di essere stato il primo ad eseguire la legge, ma il primo a punire il maleficio già nascosto, poi dagli avversari scoperto. Il ripiego è ben sottile e veramente Dino dice chemolti furono puniti secondo la leggee primi i Galigai, ma lasciamo stare. Resta però che il Galigai sarebbe reo dell’assassinio del Benivieni, secondo Dino, mentre risulta che il reo fu invece uno dei Galli. Ed ecco il commentatore ricorre ad una ipotesi. Il Galigai era complice dei Galli: questi fu scoperto subito e l’esecuzione fu fatta dal Ruffoli; quegli più tardi e l’esecuzione fu opera di Dino. Siamo nel campo delle ipotesi ed è qui che ci sarebbe voluto qualcuno di quei documenti tanto inutili altrove, ed è ben lecito non fidarsi di uno storico che per essere capito ha bisogno dipotrebbe essere. Ma come accade poiche Dino continua subito: «Questo principio seguitò ecc.?» Ci pare che questo principio significhi che la esecuzione fu la prima in data. Dino non può aver parlato in generale dei principii di un ordine di fatti riferendosi ad un fatto solo, speciale e determinato. Annota il Del Lungo: «A questi esempi di rigore tenne dietro ecc.». No; il fatto è sol uno e doveva dirsi: «A questo esempio». Dunque? Dunque Dino dice una bugia e la dice apposta. Dunque come fidarci di questo storico?—Pag. 69.Scesono col gonfaloniere in piazza. Non dice così il Villani. Chi ha ragione?—Pag. 74. Non furonoventimilai fiorini pagati allo Chalons. Si confessa l’errore, e sia.—Pag. 81.Molti furono che cercono i malefici si trovassino che ne furono malcontenti per essere colpevoli. Questa curiosa strambezza è così annotata:Molti i quali... si erano creduti di assicurarsi col mostrare zelo e così di ricoprire i loro malefizi, si trovarono a vederseli scoperti. Ma non dice il testo che fingessero a quel modo per coprirsi; dice solamente e sinceramente,cercorno i malefici si trovassino. La spiegazione è ingegnosa, ma rinchiude in sè la affermazione di un fatto del quale non si trova traccia nell’autore, e quando uno storico ha bisogno di puntelli simili può andare a riporsi.—Pag. 90. Guido Cavalcanti era forse gentile verso il 1300, ma non giovane come dice Dino. Dato che avesse almeno vent’anni quando nel 1267 sposò la figlia di Farinata degli Uberti, nel 1300 passava la cinquantina. Dice il Del Lungo che la inimicizia tra Corso Donati e Guido era antica forse, e che agli esordi di quella si riferisce la parolagiovane. Ma Dino narra un fatto vicino al 1300. Non sarebbe strano il discorso di chi dicesse: Adolfo Thiers, valente giovane, che s’era occupato di studi storici e politici, fu fatto presidente della repubblica? Thiers si occupò di storia da giovane e Guido può aver odiato Corso da giovane. Ma quello fu fatto presidente da vecchio e questi da vecchio avrebbe lanciato il dardo a Corso, poco giovane anch’egli. Che stranezze dunque dice lo storico? E per finire? sono belli doti di uno scrittore, e specialmente di storia, quelle continue anticipazioni e retrocessioni nel racconto, fatte senza che lo si annunzi, e che in certi luoghi, come nel racconto delle prime divisioni de’ Cerchi e de’ Donati, vogliono una data ad ogni frase? E la storiella dell’Acciajuoli, che venne poi, con che criterio cronologico è incastrata in quella del potestà Monfiorito da Padova, che non era da Padova ma di Treviso? E tutto l’andirivieni di fatti o più recenti o più vecchi che fanno un labirinto intorno alla legazione del Cardinale d’Acquasparta? Ma che storico è questo che ha bisogno di tanto commento dove si diceal lettore ad ogni tratto: bada, questo accade prima, questo poi, qui torna un passo indietro come nelle favole, qui fa un passo avanti come i profeti? Ma fermiamoci a queste prime cento pagine e solo a quello che salta agli occhi ad una prima lettura. Chi vuol seguire troverà di peggio, e se ci si raccapezza in quell’indovinello del terzo libro, anche dopo le note e i rabberciamenti, è bravo. E mi fermo, poichè solo da queste cento pagine sembra giustificata la mia impressione prima, che cioè il Compagni, come scrittore e come storico, non meriti il chiasso che se ne fece. Il commento del Del Lungo è opera grave e magistrale che diverrà una miniera aperta di documenti e di prove storiche, ma non potrà far mai bello quel che non è, e sicuro quel che è provato falso tanto spesso. Questo sembra oramai provato dallo stesso commento. Resta ora, e prenderà nuove forze e nuovi aspetti, la quistione della contraffazione, o almeno dell’alterazione; ma spetta ora la parola ai maestri. Parlino dunque.—