SER LAPO MAZZEICon la molto reverenda Accademia della Crusca non ho altro di comune che il pio desiderio di scrivere in lingua italiana; non so dunque chi sia l’arciconsolo, chi tenga il manico del frullone, chi impasti, chi inforni e chi serva in tavola. Così non so se il signor Cesare Guasti appartenga da presso o da lontano al sodalizio cheil più bel fior ne coglie, bench’io lo supponga; primo perchè mi pare di averlo sentito ricordare nel processo Cerquetti di stravagante memoria; poi perchè i toscani di una certa coltura son tutti della Crusca. Se poi non lo fosse, peggio per l’Accademia.Mentre alcuni accademici si contentano di ringhiare e d’abbaiare come i botoli de’ barocciai, e riescono, a forza di pettegolezzi muliebri, alla indecorosa scena del Tribunale di Milano dove il mio buon Cerquetti si sentì condannare a due lire di multa per aver detto all’Accademia quel che non si dice ad una donnaccia, c’è però chi lavora nella bottega dell’arciconsolo, e le buone tradizioni non sono perdute ancora. E quando anche il Guasti, in un momento di bile accademica, avesse peccato in quel ridicolissimo processo Cerquetti, molto gli deve esser perdonato perchè almeno egli lavora, ed a cose più utili che sgusciar parole, bollare avverbi, a notimizzare preposizioni, come parecchi Carneadi del Vocabolario sempiterno.Dio nella sua infinita misericordia mi libererà dalla tentazione di mettere il naso nel misterioso buratto; così egli mi tenga le sue sante mani sul capo e non permetta ch’io sia mai accademico di nessuna Accademia o cavaliere di nessun ordine. Lascio dunque a chi se ne intende il magro gusto di giudicare della bontà e serietà del Vocabolarioe mi fermo a lodare le pubblicazioni curiose ed utili del Guasti, come quella delle lettere di Alessandra Macinghi degli Strozzi e questa dell’epistolario di ser Lapo Mazzei. Sbaglierò perchè, ripeto, sono volgo profano; ma mi pare che simili pubblicazioni dove le parole sono vive, dove si può dire, operano e significano nella continuità di un discorso quasi di uno che parli, siano più utili di quei lessici dove le parole sono morte, ordinate in classi ed esposte al pubblico come le farfalle e i calabroni infilzati negli spilli sotto le vetrine dei musei.E, in queste lettere di ser Lapo Mazzei, c’è ben altro che parole. C’è una risurrezione meravigliosa di parecchie persone, le quali ci tornano davanti agli occhi dell’intelletto, non già solitarie come statue di monumenti che per miracolo si movessero e parlassero, ma col tempo loro, coi loro congiunti ed amici, colle passioni, le virtù, i difetti di ciascuno e l’azione e la relazione di ciascuno cogli altri. E’ insomma un frammento di società che risuscita col suo ambiente, i suoi colori veri, il suo sangue e la sua carne. E’ la Crusca mi bolli la parola, è laborghesiadel Trecento che esce dal sepolcro, getta il sudario e si offre viva agli occhi, quasi al tatto, degli epigoni meravigliati. Davvero a legger quelle lettere del buon notaio si scorda che ora sulla via da Firenze a Prato ci corre iltramway(o Crusca, come si dice?), e par di vedere il buon Lapo trottare tranquillamente sulla sua muletta per salire al poderetto di Grignano a vedere come mettano le vigne.Francesco di Marco Datini da Prato fu mercante ricchissimo ed ebbe banchi suoi in Firenze, in Avignone, in Pisa, in Genova, in Valenza di Spagna, in Barcellona ed in Maiorca. Venuto su dal nulla, il popolo adattò a lui la storiella del povero giovane arricchito per avere recata una gatta in una isola infestata dai sorci; storiella vecchia e cosmopolita, che la ballata inglese adatta allord mayordi Londra, Dick Vittington, e dal suo gattoPuss. Buon cristiano quanto buon mercante, non avendo altri figli che una bastarda natagli da una schiavetta che teneva in casa, pensò di spianarsi la via del paradiso lasciando, come fece, tutto il suo ai poveri. IlCeppo, istituzione del Datini, vive ancora; forse perchè il fondatore e il suo consigliere ser Lapo, con giudizio raro in quei tempi, misero ogni studio ad allontanare in perpetuo ogni pretenzione d’ingerenza ecclesiastica dall’opera pia: e colla istituzione vive ancora benedetta in Prato la memoria del benefico mercante. La buona stella che salvò ilCeppodalle burrasche per cinque secoli, lo salvi da un prossimorimaneggiamentodelle opere pie.In un sottoscala abitato dai sorci, dai tarli e qualche volta, pare, visitato dai ladri, gli amministratori dell’opera, più teneri della fortuna de’ poveri, forse, che degli archivi e delle cartacce, tennero ammucchiati fino a pochi anni addietro i documenti vecchi delCeppo. Questa negligenza di cinque secoli chi sa se venne solo per nuocere? Chi sa se le carte preziose siano state più al sicuro nel sottoscala che negli armadi di qualche biblioteca? Lasciamo andare: basti che un bel giorno gli amministratori, forse presi da vergogna, pensarono a riordinare l’archivio, ed incaricarono della faccenda un tal sacerdote Benelli che, amico del Guasti, gli fece vedere le lettere di ser Lapo al Datini. Il Guasti è di Prato, e il pensiero di erigere al proprio benefico concittadino un monumentoaere perennius, lo mosse alla pubblicazione del curioso epistolario. Pare che il Guasti abbia il felice istinto delle pubblicazioni utili sia alla storia che alla lingua, e basti quella delleCommissioni di Rinaldo degli Albizziper darmi ragione.Il carattere più curioso e, direi, più trecentista che si trovi in queste lettere, è quello dello stesso ser Lapo. Sembra tolto di peso da una novella del suo contemporaneo Sacchetti e ci si presenta con una tale evidenza che par quasi d’averlo conosciuto.Ser Lapo era pratese anch’egli, ma fino si può dire dalla giovanezza stava a Firenze a fare il notaio. Ebbe dimestichezza con Coluccio Salutati e più con Guido del Palagio che gli parve il più compiuto tipo di cittadino e di cristiano possibile. Ne parla sempre con una rispettosa amicizia che si avvicina alla venerazione e vuole che anche il Datini lo ami, lo frequenti e gli scriva; e se il Datini non lo fa, lo rimprovera. L’amicizia stessa che porta al suo ricco compatriata è delle più affettuose e profonde. Se questi gli fa un qualche regalo, subito la sua delicatezza si spaura; ma quando può, gli presta i più fedeli ed importanti servigi senza nessun secondo pensiero, per candida e servizievole amicizia. Quando non può dargli la sua opera, gli dà consigli cristiani, gli parla di Dio con ingenuità di core e di fede, confiamma d’amore, e gli procura la conoscenza di uomini riputati santi, come il beato Giovanni Dalle Celle ed il beato Giovanni Dominici. Si vede uno che, non potendo far altro, cerca di far del bene all’anima dell’amico al quale si è dato tutto, con amicizia sviscerata; e, sicuro della rettitudine propria, non teme di rimproverarlo quando lo crede necessario. Di queste amicizie, direte, non ce n’erano che allora. D’accordo, maoù sont elles les neiges d’antan?E ser Lapo non era poi il primo mozzorecchi capitato. Anch’egli fu squittinato pel Priorato, fu notaio della Signoriae dei dieci di Balia, ambasciatore a Faenza, e notaio della importante ambasceria che a Genova nel 1381 trattò della pace col Visconti. Ma, come amava icibi grossi, così non cercava gli onori e rimase contento all’esercizio della sua professione ed all’esser notaio dello Spedale di Santa Maria Nuova che amò più di casa sua. Era uomo di casa, ed amava la famiglia con una certa severità antica della quale ora non si troverebbe traccia che lontano, molto lontano dalle città. Ebbe più di quattordici figli da madonna Tessa (tacete, matti ricordi di Calandrino!) sua moglie, che ricorda di rado, quasi per caso, in queste lettere. Li amava alla sua maniera, facendoli imparare a leggere, scrivere e far di conto, poi avviandoli ad un’arte magari manuale, senza risparmiar nulla per loro ed avvenzzandoli al pensiero ed al bisogno di bastare a sè stessi colla certezza di nessuna eredità paterna. I notai de’ nostri giorni non avrebbero sicuro di queste idee.«Educatore severo, con un cuore tenerissimo; che i fanciulli ruzzassero (e’ dicesfogar le pazzie) gli piaceva: un figliuoletto che pativa di mal caduco, detto allora mal maestro, teneva a dormire seco. Servitù non aveva. La donna, non sana, cuciva ai figliuoli i calzoni o, come allora dicevano, le calze; e la roba faceva venir da Prato per risparmio. Alla donna confessa che talvolta eraamaro, ma dell’amor maritale conosceva la più pura sorgente ealbero della navechiama le madri.«Amava la villa, e come che a Grignano non avesse che pochi campi (e’ dice un orto) e qualche stanza dove abitava la madre sua vecchiarella, là spesso andava, così a cavallo, per rivedere monna Bartola e far le faccende della ricolta e della vendemmia. Gran pensiero si dava de’ vini; la vigna accomodava di propria mano; un po’ di buon aceto voleva in casa. Cibi grossi preferiva e vestire di poca apparenza: d’essere i suoi venuti dal contado si teneva onorato, e Carmignano gli viene spesso sulle labbra per far capire ch’egli aveva modi villerecci e cervello sottile».Insomma il nostro buon notaio era il modello di un repubblicano guelfo, di un democratico cristiano, trecentista e toscano.Ed era anche un modello d’impiegato. Non so come vadono ora le faccende allo Spedale di Santa Maria Nuova. Spero, credo, desidero che vadano a gonfie vele e che i lasciti siano amministrati sempre come quelli del 1348 dei quali disse Matteo Villani: «Questi lasciti si distribuiscono assai bene, perocchè lo Spedale e di grande elemosina e sempre abbonda di molti infermi uomini e femmine i quali son serviti e curati con molta diligenza e abbondanzadi buone cose da vivere e da sovvenire ai malati, governandosi per uomini e femmine di santa e buona vita». Ser Lapo era uno di questi uomini di santa e buona vita, e se gli amministratori presenti non aspirano alla canonizzazione, senza dubbio saranno rispettabili e di specchiata onestà come il buon notaio pratese. Ma si può però giurare, se non scommettere, che l’amministrazione sarà più complicata che non fosse al tempo di ser Lapo, che con un solocamarlinguzzomandava avanti tutta la barca. Tenevano meno libri, c’erano meno moduli e menocontrolliche non ci siano adesso. «Egli andava a veder le terre dello Spedale; nei beni lasciati per testamento indagava se fosse magagna di usure, perchè lo Spedale non si caricasse di legna verde; nell’esazione dei crediti regolava in modo le cose che gl’impotenti debitori non s’avessero a lamentare de’ poveri. Cinquantareditadiamministrare e secondo la volontà dei testatori distribuire l’entrata; e molte limosine che venivano così a mano dispensava; e perchè v’erano mercanti che a fin d’anno, veduto il guadagno dei loro traffici d’una parte facevano limosina, a lui andavano, come ad uomo che aveva il segreto di molte miserie, per far limosina che fossebuona. In tutto questo maneggiare nascoso di carità, gliene andava talvolta del proprio;minuzzoli(come’ e’ dice)del pane ch’io doveva mangiare. Ma per questo era più lieto; e ricevendo come notaro la mercede di dieci fiorini al mese credeva di viver del sudore de’ poveri». Davvero se gli impiegati non chieggono al papa la canonizzazione di ser Lapo Mazzei, hanno il pelo nel cuore.Una cosa soltanto mi sorprende in questo curioso epistolario. Quelli erano brutti tempi e la repubblica si trovava in uno de’ suoi più pericolosi cimenti: la lotta contro quel Conte di Virtù che Colucci Salutati chiamavaComes vitiorum. Senza dubbio ci furono dei momenti di gioia e di angoscia grande, e spesso lo spavento entrò nelle case e nel cuore dei cittadini. Ma il buon notaio appena parla delle cose pubbliche, se non quando si tratta di lavorare pel Datini e trovargli e fargli trovare raccomandazioni potenti per scansare qualche accrescimento di tasse nei maggiori bisogni della repubblica. Eppure, per quanto ser Lapo fosse distaccato dalle cose di questo mondo, eppure era buon cittadino ed aveva sostenuto cariche importanti. Egli invece nei momenti più critici cerca i buoni tribbiani e a prima vista pare un indifferente; un epicureo alla sua grossa maniera temperato di molta religione. Questo non me lo so spiegar bene. Che allora si parlasse di politica meno che ora, sia pure e tanto meglio ma che nella corrispondenza confidenziale di due amicinon vicini, uno dei quali era intrinseco anche dei principali personaggi della repubblica, non se ne facesse mai o quasi mai parola, mi sorprende. O come il Datini, che aveva tanti interessi, non cercava mai informarsi? O come ser Lapo era tanto indifferente alle vicende del paese che amava pure e serviva? Io non mi raccapezzo.Se l’argomento non fosse troppo delicato, ci sarebbe anche qualche cosa da dire intorno alla religione del nostro notaio. Cristiano più fedele, più umile, più convinto di lui non si potrebbe trovare; e nelle sue lettere qualche volta diventa ascetico come un romito contemplativo. Eppure qua e là gli scappa qualche frase strana, come sulla libertà della mente e su quel che dovrebbe fare il papa per tor via lo scandalo. Sicuro della purezza delle sue intenzioni, giudica sicuro più che oggi non sarebbe tollerato da una stretta ortodossia. Ma di questo lasciamo, prima perchè queste scappate non tolgono nulla alla fisonomia austeramente religiosa del nostro Lapo; poi perchè è ora di finire. Oramai il lettore vegga il resto da sè.
SER LAPO MAZZEICon la molto reverenda Accademia della Crusca non ho altro di comune che il pio desiderio di scrivere in lingua italiana; non so dunque chi sia l’arciconsolo, chi tenga il manico del frullone, chi impasti, chi inforni e chi serva in tavola. Così non so se il signor Cesare Guasti appartenga da presso o da lontano al sodalizio cheil più bel fior ne coglie, bench’io lo supponga; primo perchè mi pare di averlo sentito ricordare nel processo Cerquetti di stravagante memoria; poi perchè i toscani di una certa coltura son tutti della Crusca. Se poi non lo fosse, peggio per l’Accademia.Mentre alcuni accademici si contentano di ringhiare e d’abbaiare come i botoli de’ barocciai, e riescono, a forza di pettegolezzi muliebri, alla indecorosa scena del Tribunale di Milano dove il mio buon Cerquetti si sentì condannare a due lire di multa per aver detto all’Accademia quel che non si dice ad una donnaccia, c’è però chi lavora nella bottega dell’arciconsolo, e le buone tradizioni non sono perdute ancora. E quando anche il Guasti, in un momento di bile accademica, avesse peccato in quel ridicolissimo processo Cerquetti, molto gli deve esser perdonato perchè almeno egli lavora, ed a cose più utili che sgusciar parole, bollare avverbi, a notimizzare preposizioni, come parecchi Carneadi del Vocabolario sempiterno.Dio nella sua infinita misericordia mi libererà dalla tentazione di mettere il naso nel misterioso buratto; così egli mi tenga le sue sante mani sul capo e non permetta ch’io sia mai accademico di nessuna Accademia o cavaliere di nessun ordine. Lascio dunque a chi se ne intende il magro gusto di giudicare della bontà e serietà del Vocabolarioe mi fermo a lodare le pubblicazioni curiose ed utili del Guasti, come quella delle lettere di Alessandra Macinghi degli Strozzi e questa dell’epistolario di ser Lapo Mazzei. Sbaglierò perchè, ripeto, sono volgo profano; ma mi pare che simili pubblicazioni dove le parole sono vive, dove si può dire, operano e significano nella continuità di un discorso quasi di uno che parli, siano più utili di quei lessici dove le parole sono morte, ordinate in classi ed esposte al pubblico come le farfalle e i calabroni infilzati negli spilli sotto le vetrine dei musei.E, in queste lettere di ser Lapo Mazzei, c’è ben altro che parole. C’è una risurrezione meravigliosa di parecchie persone, le quali ci tornano davanti agli occhi dell’intelletto, non già solitarie come statue di monumenti che per miracolo si movessero e parlassero, ma col tempo loro, coi loro congiunti ed amici, colle passioni, le virtù, i difetti di ciascuno e l’azione e la relazione di ciascuno cogli altri. E’ insomma un frammento di società che risuscita col suo ambiente, i suoi colori veri, il suo sangue e la sua carne. E’ la Crusca mi bolli la parola, è laborghesiadel Trecento che esce dal sepolcro, getta il sudario e si offre viva agli occhi, quasi al tatto, degli epigoni meravigliati. Davvero a legger quelle lettere del buon notaio si scorda che ora sulla via da Firenze a Prato ci corre iltramway(o Crusca, come si dice?), e par di vedere il buon Lapo trottare tranquillamente sulla sua muletta per salire al poderetto di Grignano a vedere come mettano le vigne.Francesco di Marco Datini da Prato fu mercante ricchissimo ed ebbe banchi suoi in Firenze, in Avignone, in Pisa, in Genova, in Valenza di Spagna, in Barcellona ed in Maiorca. Venuto su dal nulla, il popolo adattò a lui la storiella del povero giovane arricchito per avere recata una gatta in una isola infestata dai sorci; storiella vecchia e cosmopolita, che la ballata inglese adatta allord mayordi Londra, Dick Vittington, e dal suo gattoPuss. Buon cristiano quanto buon mercante, non avendo altri figli che una bastarda natagli da una schiavetta che teneva in casa, pensò di spianarsi la via del paradiso lasciando, come fece, tutto il suo ai poveri. IlCeppo, istituzione del Datini, vive ancora; forse perchè il fondatore e il suo consigliere ser Lapo, con giudizio raro in quei tempi, misero ogni studio ad allontanare in perpetuo ogni pretenzione d’ingerenza ecclesiastica dall’opera pia: e colla istituzione vive ancora benedetta in Prato la memoria del benefico mercante. La buona stella che salvò ilCeppodalle burrasche per cinque secoli, lo salvi da un prossimorimaneggiamentodelle opere pie.In un sottoscala abitato dai sorci, dai tarli e qualche volta, pare, visitato dai ladri, gli amministratori dell’opera, più teneri della fortuna de’ poveri, forse, che degli archivi e delle cartacce, tennero ammucchiati fino a pochi anni addietro i documenti vecchi delCeppo. Questa negligenza di cinque secoli chi sa se venne solo per nuocere? Chi sa se le carte preziose siano state più al sicuro nel sottoscala che negli armadi di qualche biblioteca? Lasciamo andare: basti che un bel giorno gli amministratori, forse presi da vergogna, pensarono a riordinare l’archivio, ed incaricarono della faccenda un tal sacerdote Benelli che, amico del Guasti, gli fece vedere le lettere di ser Lapo al Datini. Il Guasti è di Prato, e il pensiero di erigere al proprio benefico concittadino un monumentoaere perennius, lo mosse alla pubblicazione del curioso epistolario. Pare che il Guasti abbia il felice istinto delle pubblicazioni utili sia alla storia che alla lingua, e basti quella delleCommissioni di Rinaldo degli Albizziper darmi ragione.Il carattere più curioso e, direi, più trecentista che si trovi in queste lettere, è quello dello stesso ser Lapo. Sembra tolto di peso da una novella del suo contemporaneo Sacchetti e ci si presenta con una tale evidenza che par quasi d’averlo conosciuto.Ser Lapo era pratese anch’egli, ma fino si può dire dalla giovanezza stava a Firenze a fare il notaio. Ebbe dimestichezza con Coluccio Salutati e più con Guido del Palagio che gli parve il più compiuto tipo di cittadino e di cristiano possibile. Ne parla sempre con una rispettosa amicizia che si avvicina alla venerazione e vuole che anche il Datini lo ami, lo frequenti e gli scriva; e se il Datini non lo fa, lo rimprovera. L’amicizia stessa che porta al suo ricco compatriata è delle più affettuose e profonde. Se questi gli fa un qualche regalo, subito la sua delicatezza si spaura; ma quando può, gli presta i più fedeli ed importanti servigi senza nessun secondo pensiero, per candida e servizievole amicizia. Quando non può dargli la sua opera, gli dà consigli cristiani, gli parla di Dio con ingenuità di core e di fede, confiamma d’amore, e gli procura la conoscenza di uomini riputati santi, come il beato Giovanni Dalle Celle ed il beato Giovanni Dominici. Si vede uno che, non potendo far altro, cerca di far del bene all’anima dell’amico al quale si è dato tutto, con amicizia sviscerata; e, sicuro della rettitudine propria, non teme di rimproverarlo quando lo crede necessario. Di queste amicizie, direte, non ce n’erano che allora. D’accordo, maoù sont elles les neiges d’antan?E ser Lapo non era poi il primo mozzorecchi capitato. Anch’egli fu squittinato pel Priorato, fu notaio della Signoriae dei dieci di Balia, ambasciatore a Faenza, e notaio della importante ambasceria che a Genova nel 1381 trattò della pace col Visconti. Ma, come amava icibi grossi, così non cercava gli onori e rimase contento all’esercizio della sua professione ed all’esser notaio dello Spedale di Santa Maria Nuova che amò più di casa sua. Era uomo di casa, ed amava la famiglia con una certa severità antica della quale ora non si troverebbe traccia che lontano, molto lontano dalle città. Ebbe più di quattordici figli da madonna Tessa (tacete, matti ricordi di Calandrino!) sua moglie, che ricorda di rado, quasi per caso, in queste lettere. Li amava alla sua maniera, facendoli imparare a leggere, scrivere e far di conto, poi avviandoli ad un’arte magari manuale, senza risparmiar nulla per loro ed avvenzzandoli al pensiero ed al bisogno di bastare a sè stessi colla certezza di nessuna eredità paterna. I notai de’ nostri giorni non avrebbero sicuro di queste idee.«Educatore severo, con un cuore tenerissimo; che i fanciulli ruzzassero (e’ dicesfogar le pazzie) gli piaceva: un figliuoletto che pativa di mal caduco, detto allora mal maestro, teneva a dormire seco. Servitù non aveva. La donna, non sana, cuciva ai figliuoli i calzoni o, come allora dicevano, le calze; e la roba faceva venir da Prato per risparmio. Alla donna confessa che talvolta eraamaro, ma dell’amor maritale conosceva la più pura sorgente ealbero della navechiama le madri.«Amava la villa, e come che a Grignano non avesse che pochi campi (e’ dice un orto) e qualche stanza dove abitava la madre sua vecchiarella, là spesso andava, così a cavallo, per rivedere monna Bartola e far le faccende della ricolta e della vendemmia. Gran pensiero si dava de’ vini; la vigna accomodava di propria mano; un po’ di buon aceto voleva in casa. Cibi grossi preferiva e vestire di poca apparenza: d’essere i suoi venuti dal contado si teneva onorato, e Carmignano gli viene spesso sulle labbra per far capire ch’egli aveva modi villerecci e cervello sottile».Insomma il nostro buon notaio era il modello di un repubblicano guelfo, di un democratico cristiano, trecentista e toscano.Ed era anche un modello d’impiegato. Non so come vadono ora le faccende allo Spedale di Santa Maria Nuova. Spero, credo, desidero che vadano a gonfie vele e che i lasciti siano amministrati sempre come quelli del 1348 dei quali disse Matteo Villani: «Questi lasciti si distribuiscono assai bene, perocchè lo Spedale e di grande elemosina e sempre abbonda di molti infermi uomini e femmine i quali son serviti e curati con molta diligenza e abbondanzadi buone cose da vivere e da sovvenire ai malati, governandosi per uomini e femmine di santa e buona vita». Ser Lapo era uno di questi uomini di santa e buona vita, e se gli amministratori presenti non aspirano alla canonizzazione, senza dubbio saranno rispettabili e di specchiata onestà come il buon notaio pratese. Ma si può però giurare, se non scommettere, che l’amministrazione sarà più complicata che non fosse al tempo di ser Lapo, che con un solocamarlinguzzomandava avanti tutta la barca. Tenevano meno libri, c’erano meno moduli e menocontrolliche non ci siano adesso. «Egli andava a veder le terre dello Spedale; nei beni lasciati per testamento indagava se fosse magagna di usure, perchè lo Spedale non si caricasse di legna verde; nell’esazione dei crediti regolava in modo le cose che gl’impotenti debitori non s’avessero a lamentare de’ poveri. Cinquantareditadiamministrare e secondo la volontà dei testatori distribuire l’entrata; e molte limosine che venivano così a mano dispensava; e perchè v’erano mercanti che a fin d’anno, veduto il guadagno dei loro traffici d’una parte facevano limosina, a lui andavano, come ad uomo che aveva il segreto di molte miserie, per far limosina che fossebuona. In tutto questo maneggiare nascoso di carità, gliene andava talvolta del proprio;minuzzoli(come’ e’ dice)del pane ch’io doveva mangiare. Ma per questo era più lieto; e ricevendo come notaro la mercede di dieci fiorini al mese credeva di viver del sudore de’ poveri». Davvero se gli impiegati non chieggono al papa la canonizzazione di ser Lapo Mazzei, hanno il pelo nel cuore.Una cosa soltanto mi sorprende in questo curioso epistolario. Quelli erano brutti tempi e la repubblica si trovava in uno de’ suoi più pericolosi cimenti: la lotta contro quel Conte di Virtù che Colucci Salutati chiamavaComes vitiorum. Senza dubbio ci furono dei momenti di gioia e di angoscia grande, e spesso lo spavento entrò nelle case e nel cuore dei cittadini. Ma il buon notaio appena parla delle cose pubbliche, se non quando si tratta di lavorare pel Datini e trovargli e fargli trovare raccomandazioni potenti per scansare qualche accrescimento di tasse nei maggiori bisogni della repubblica. Eppure, per quanto ser Lapo fosse distaccato dalle cose di questo mondo, eppure era buon cittadino ed aveva sostenuto cariche importanti. Egli invece nei momenti più critici cerca i buoni tribbiani e a prima vista pare un indifferente; un epicureo alla sua grossa maniera temperato di molta religione. Questo non me lo so spiegar bene. Che allora si parlasse di politica meno che ora, sia pure e tanto meglio ma che nella corrispondenza confidenziale di due amicinon vicini, uno dei quali era intrinseco anche dei principali personaggi della repubblica, non se ne facesse mai o quasi mai parola, mi sorprende. O come il Datini, che aveva tanti interessi, non cercava mai informarsi? O come ser Lapo era tanto indifferente alle vicende del paese che amava pure e serviva? Io non mi raccapezzo.Se l’argomento non fosse troppo delicato, ci sarebbe anche qualche cosa da dire intorno alla religione del nostro notaio. Cristiano più fedele, più umile, più convinto di lui non si potrebbe trovare; e nelle sue lettere qualche volta diventa ascetico come un romito contemplativo. Eppure qua e là gli scappa qualche frase strana, come sulla libertà della mente e su quel che dovrebbe fare il papa per tor via lo scandalo. Sicuro della purezza delle sue intenzioni, giudica sicuro più che oggi non sarebbe tollerato da una stretta ortodossia. Ma di questo lasciamo, prima perchè queste scappate non tolgono nulla alla fisonomia austeramente religiosa del nostro Lapo; poi perchè è ora di finire. Oramai il lettore vegga il resto da sè.
Con la molto reverenda Accademia della Crusca non ho altro di comune che il pio desiderio di scrivere in lingua italiana; non so dunque chi sia l’arciconsolo, chi tenga il manico del frullone, chi impasti, chi inforni e chi serva in tavola. Così non so se il signor Cesare Guasti appartenga da presso o da lontano al sodalizio cheil più bel fior ne coglie, bench’io lo supponga; primo perchè mi pare di averlo sentito ricordare nel processo Cerquetti di stravagante memoria; poi perchè i toscani di una certa coltura son tutti della Crusca. Se poi non lo fosse, peggio per l’Accademia.
Mentre alcuni accademici si contentano di ringhiare e d’abbaiare come i botoli de’ barocciai, e riescono, a forza di pettegolezzi muliebri, alla indecorosa scena del Tribunale di Milano dove il mio buon Cerquetti si sentì condannare a due lire di multa per aver detto all’Accademia quel che non si dice ad una donnaccia, c’è però chi lavora nella bottega dell’arciconsolo, e le buone tradizioni non sono perdute ancora. E quando anche il Guasti, in un momento di bile accademica, avesse peccato in quel ridicolissimo processo Cerquetti, molto gli deve esser perdonato perchè almeno egli lavora, ed a cose più utili che sgusciar parole, bollare avverbi, a notimizzare preposizioni, come parecchi Carneadi del Vocabolario sempiterno.
Dio nella sua infinita misericordia mi libererà dalla tentazione di mettere il naso nel misterioso buratto; così egli mi tenga le sue sante mani sul capo e non permetta ch’io sia mai accademico di nessuna Accademia o cavaliere di nessun ordine. Lascio dunque a chi se ne intende il magro gusto di giudicare della bontà e serietà del Vocabolarioe mi fermo a lodare le pubblicazioni curiose ed utili del Guasti, come quella delle lettere di Alessandra Macinghi degli Strozzi e questa dell’epistolario di ser Lapo Mazzei. Sbaglierò perchè, ripeto, sono volgo profano; ma mi pare che simili pubblicazioni dove le parole sono vive, dove si può dire, operano e significano nella continuità di un discorso quasi di uno che parli, siano più utili di quei lessici dove le parole sono morte, ordinate in classi ed esposte al pubblico come le farfalle e i calabroni infilzati negli spilli sotto le vetrine dei musei.
E, in queste lettere di ser Lapo Mazzei, c’è ben altro che parole. C’è una risurrezione meravigliosa di parecchie persone, le quali ci tornano davanti agli occhi dell’intelletto, non già solitarie come statue di monumenti che per miracolo si movessero e parlassero, ma col tempo loro, coi loro congiunti ed amici, colle passioni, le virtù, i difetti di ciascuno e l’azione e la relazione di ciascuno cogli altri. E’ insomma un frammento di società che risuscita col suo ambiente, i suoi colori veri, il suo sangue e la sua carne. E’ la Crusca mi bolli la parola, è laborghesiadel Trecento che esce dal sepolcro, getta il sudario e si offre viva agli occhi, quasi al tatto, degli epigoni meravigliati. Davvero a legger quelle lettere del buon notaio si scorda che ora sulla via da Firenze a Prato ci corre iltramway(o Crusca, come si dice?), e par di vedere il buon Lapo trottare tranquillamente sulla sua muletta per salire al poderetto di Grignano a vedere come mettano le vigne.
Francesco di Marco Datini da Prato fu mercante ricchissimo ed ebbe banchi suoi in Firenze, in Avignone, in Pisa, in Genova, in Valenza di Spagna, in Barcellona ed in Maiorca. Venuto su dal nulla, il popolo adattò a lui la storiella del povero giovane arricchito per avere recata una gatta in una isola infestata dai sorci; storiella vecchia e cosmopolita, che la ballata inglese adatta allord mayordi Londra, Dick Vittington, e dal suo gattoPuss. Buon cristiano quanto buon mercante, non avendo altri figli che una bastarda natagli da una schiavetta che teneva in casa, pensò di spianarsi la via del paradiso lasciando, come fece, tutto il suo ai poveri. IlCeppo, istituzione del Datini, vive ancora; forse perchè il fondatore e il suo consigliere ser Lapo, con giudizio raro in quei tempi, misero ogni studio ad allontanare in perpetuo ogni pretenzione d’ingerenza ecclesiastica dall’opera pia: e colla istituzione vive ancora benedetta in Prato la memoria del benefico mercante. La buona stella che salvò ilCeppodalle burrasche per cinque secoli, lo salvi da un prossimorimaneggiamentodelle opere pie.
In un sottoscala abitato dai sorci, dai tarli e qualche volta, pare, visitato dai ladri, gli amministratori dell’opera, più teneri della fortuna de’ poveri, forse, che degli archivi e delle cartacce, tennero ammucchiati fino a pochi anni addietro i documenti vecchi delCeppo. Questa negligenza di cinque secoli chi sa se venne solo per nuocere? Chi sa se le carte preziose siano state più al sicuro nel sottoscala che negli armadi di qualche biblioteca? Lasciamo andare: basti che un bel giorno gli amministratori, forse presi da vergogna, pensarono a riordinare l’archivio, ed incaricarono della faccenda un tal sacerdote Benelli che, amico del Guasti, gli fece vedere le lettere di ser Lapo al Datini. Il Guasti è di Prato, e il pensiero di erigere al proprio benefico concittadino un monumentoaere perennius, lo mosse alla pubblicazione del curioso epistolario. Pare che il Guasti abbia il felice istinto delle pubblicazioni utili sia alla storia che alla lingua, e basti quella delleCommissioni di Rinaldo degli Albizziper darmi ragione.
Il carattere più curioso e, direi, più trecentista che si trovi in queste lettere, è quello dello stesso ser Lapo. Sembra tolto di peso da una novella del suo contemporaneo Sacchetti e ci si presenta con una tale evidenza che par quasi d’averlo conosciuto.
Ser Lapo era pratese anch’egli, ma fino si può dire dalla giovanezza stava a Firenze a fare il notaio. Ebbe dimestichezza con Coluccio Salutati e più con Guido del Palagio che gli parve il più compiuto tipo di cittadino e di cristiano possibile. Ne parla sempre con una rispettosa amicizia che si avvicina alla venerazione e vuole che anche il Datini lo ami, lo frequenti e gli scriva; e se il Datini non lo fa, lo rimprovera. L’amicizia stessa che porta al suo ricco compatriata è delle più affettuose e profonde. Se questi gli fa un qualche regalo, subito la sua delicatezza si spaura; ma quando può, gli presta i più fedeli ed importanti servigi senza nessun secondo pensiero, per candida e servizievole amicizia. Quando non può dargli la sua opera, gli dà consigli cristiani, gli parla di Dio con ingenuità di core e di fede, confiamma d’amore, e gli procura la conoscenza di uomini riputati santi, come il beato Giovanni Dalle Celle ed il beato Giovanni Dominici. Si vede uno che, non potendo far altro, cerca di far del bene all’anima dell’amico al quale si è dato tutto, con amicizia sviscerata; e, sicuro della rettitudine propria, non teme di rimproverarlo quando lo crede necessario. Di queste amicizie, direte, non ce n’erano che allora. D’accordo, maoù sont elles les neiges d’antan?
E ser Lapo non era poi il primo mozzorecchi capitato. Anch’egli fu squittinato pel Priorato, fu notaio della Signoriae dei dieci di Balia, ambasciatore a Faenza, e notaio della importante ambasceria che a Genova nel 1381 trattò della pace col Visconti. Ma, come amava icibi grossi, così non cercava gli onori e rimase contento all’esercizio della sua professione ed all’esser notaio dello Spedale di Santa Maria Nuova che amò più di casa sua. Era uomo di casa, ed amava la famiglia con una certa severità antica della quale ora non si troverebbe traccia che lontano, molto lontano dalle città. Ebbe più di quattordici figli da madonna Tessa (tacete, matti ricordi di Calandrino!) sua moglie, che ricorda di rado, quasi per caso, in queste lettere. Li amava alla sua maniera, facendoli imparare a leggere, scrivere e far di conto, poi avviandoli ad un’arte magari manuale, senza risparmiar nulla per loro ed avvenzzandoli al pensiero ed al bisogno di bastare a sè stessi colla certezza di nessuna eredità paterna. I notai de’ nostri giorni non avrebbero sicuro di queste idee.
«Educatore severo, con un cuore tenerissimo; che i fanciulli ruzzassero (e’ dicesfogar le pazzie) gli piaceva: un figliuoletto che pativa di mal caduco, detto allora mal maestro, teneva a dormire seco. Servitù non aveva. La donna, non sana, cuciva ai figliuoli i calzoni o, come allora dicevano, le calze; e la roba faceva venir da Prato per risparmio. Alla donna confessa che talvolta eraamaro, ma dell’amor maritale conosceva la più pura sorgente ealbero della navechiama le madri.
«Amava la villa, e come che a Grignano non avesse che pochi campi (e’ dice un orto) e qualche stanza dove abitava la madre sua vecchiarella, là spesso andava, così a cavallo, per rivedere monna Bartola e far le faccende della ricolta e della vendemmia. Gran pensiero si dava de’ vini; la vigna accomodava di propria mano; un po’ di buon aceto voleva in casa. Cibi grossi preferiva e vestire di poca apparenza: d’essere i suoi venuti dal contado si teneva onorato, e Carmignano gli viene spesso sulle labbra per far capire ch’egli aveva modi villerecci e cervello sottile».
Insomma il nostro buon notaio era il modello di un repubblicano guelfo, di un democratico cristiano, trecentista e toscano.
Ed era anche un modello d’impiegato. Non so come vadono ora le faccende allo Spedale di Santa Maria Nuova. Spero, credo, desidero che vadano a gonfie vele e che i lasciti siano amministrati sempre come quelli del 1348 dei quali disse Matteo Villani: «Questi lasciti si distribuiscono assai bene, perocchè lo Spedale e di grande elemosina e sempre abbonda di molti infermi uomini e femmine i quali son serviti e curati con molta diligenza e abbondanzadi buone cose da vivere e da sovvenire ai malati, governandosi per uomini e femmine di santa e buona vita». Ser Lapo era uno di questi uomini di santa e buona vita, e se gli amministratori presenti non aspirano alla canonizzazione, senza dubbio saranno rispettabili e di specchiata onestà come il buon notaio pratese. Ma si può però giurare, se non scommettere, che l’amministrazione sarà più complicata che non fosse al tempo di ser Lapo, che con un solocamarlinguzzomandava avanti tutta la barca. Tenevano meno libri, c’erano meno moduli e menocontrolliche non ci siano adesso. «Egli andava a veder le terre dello Spedale; nei beni lasciati per testamento indagava se fosse magagna di usure, perchè lo Spedale non si caricasse di legna verde; nell’esazione dei crediti regolava in modo le cose che gl’impotenti debitori non s’avessero a lamentare de’ poveri. Cinquantareditadiamministrare e secondo la volontà dei testatori distribuire l’entrata; e molte limosine che venivano così a mano dispensava; e perchè v’erano mercanti che a fin d’anno, veduto il guadagno dei loro traffici d’una parte facevano limosina, a lui andavano, come ad uomo che aveva il segreto di molte miserie, per far limosina che fossebuona. In tutto questo maneggiare nascoso di carità, gliene andava talvolta del proprio;minuzzoli(come’ e’ dice)del pane ch’io doveva mangiare. Ma per questo era più lieto; e ricevendo come notaro la mercede di dieci fiorini al mese credeva di viver del sudore de’ poveri». Davvero se gli impiegati non chieggono al papa la canonizzazione di ser Lapo Mazzei, hanno il pelo nel cuore.
Una cosa soltanto mi sorprende in questo curioso epistolario. Quelli erano brutti tempi e la repubblica si trovava in uno de’ suoi più pericolosi cimenti: la lotta contro quel Conte di Virtù che Colucci Salutati chiamavaComes vitiorum. Senza dubbio ci furono dei momenti di gioia e di angoscia grande, e spesso lo spavento entrò nelle case e nel cuore dei cittadini. Ma il buon notaio appena parla delle cose pubbliche, se non quando si tratta di lavorare pel Datini e trovargli e fargli trovare raccomandazioni potenti per scansare qualche accrescimento di tasse nei maggiori bisogni della repubblica. Eppure, per quanto ser Lapo fosse distaccato dalle cose di questo mondo, eppure era buon cittadino ed aveva sostenuto cariche importanti. Egli invece nei momenti più critici cerca i buoni tribbiani e a prima vista pare un indifferente; un epicureo alla sua grossa maniera temperato di molta religione. Questo non me lo so spiegar bene. Che allora si parlasse di politica meno che ora, sia pure e tanto meglio ma che nella corrispondenza confidenziale di due amicinon vicini, uno dei quali era intrinseco anche dei principali personaggi della repubblica, non se ne facesse mai o quasi mai parola, mi sorprende. O come il Datini, che aveva tanti interessi, non cercava mai informarsi? O come ser Lapo era tanto indifferente alle vicende del paese che amava pure e serviva? Io non mi raccapezzo.
Se l’argomento non fosse troppo delicato, ci sarebbe anche qualche cosa da dire intorno alla religione del nostro notaio. Cristiano più fedele, più umile, più convinto di lui non si potrebbe trovare; e nelle sue lettere qualche volta diventa ascetico come un romito contemplativo. Eppure qua e là gli scappa qualche frase strana, come sulla libertà della mente e su quel che dovrebbe fare il papa per tor via lo scandalo. Sicuro della purezza delle sue intenzioni, giudica sicuro più che oggi non sarebbe tollerato da una stretta ortodossia. Ma di questo lasciamo, prima perchè queste scappate non tolgono nulla alla fisonomia austeramente religiosa del nostro Lapo; poi perchè è ora di finire. Oramai il lettore vegga il resto da sè.