STORIA DI VENEZIA NELLA VITA PRIVATA

STORIA DI VENEZIA NELLA VITA PRIVATAAssistiamo proprio ad una fioritura di storia veneta. Questo giornale, che ha la buona abitudine di additare ai suoi lettori le opere più importanti che vengono alla luce, rese già conto del volume del Morpurgo. Ed ecco gli editori Roux e Favale di Torino hanno dato fuori laStoria di Venezia nella vita privata, cioè l’opera di P. G. Molmenti che vinse il premio Querini-Stampalia.Non c’è niente di perfetto a questo mondo, e anche l’opera del Molmenti ci sembra tutt’altro che scevra di difetti. Lasciamo quel che riguarda i fatti o le riflessioni sui fatti: l’Istituto veneto ha giudicato e a noi non spetta rivedere i giudizi della dottissima Accademia. Ma per finirla subito con quel che ci pare debole in questo libro e bere l’amara pozione ad un tratto, diremo che il peccato più grave lo troviamo nell’arte. Non si dice che il libro sia scritto male, certo però è scritto in fretta. La stessa pagina sembra alle volte scritta da due persone diverse, tanta è la disuguaglianza dello stile. Accanto a certi periodi che paiono dettati col calore della lirica, si trovano strane negligenze, come a pagina 143, dove si fanno ruminare certi animali che non ruminano mai. Ma basta.Il piano è vasto e pieno di un abbondanza di fatti che potrebbe essere di utilità anche maggiore se l’autore non avesse temuto forse di parere pedante accumulando le note e le citazioni a pie’ di pagina. I costumi veneziani sono cominciati a studiare sino dalle origini della città, con troppa benevolenza, se si vuole, ma certo in conformità di quel che si trova ne’ pochi documenti rimasti. Se di qui a parecchi secoli non si trovassero altri monumenti nostri che i codici delle leggi, i tardi nepoti dovrebbero giudicarci a buon diritto giustissimi. Ma le infrazioni alle leggi, frequenti troppo, e i cavilli degli avvocati e l’ignoranza o la cieca partigianeria de’ giudici non sarebbero giunti sino a loro. Penserebbero che l’esecuzione delle leggi ci assicurasse una relativa felicità, una quiete invidiabile, ed invece... Così forse accade quando noigiudichiamo della sanità morale di un popolo dalle leggi che ci rimasero di lui. Erano eseguite? Erano impunemente violate? Chi lo sa! Lo storico non può in questi casi altro che esporre nudamente quel che si conosce di certo, e per quanto anche il Molmenti, che lascia trasparire gli entusiasmi dell’artista sotto la freddezza dello storico, ha dovuto esser breve nella introduzione del libro che ricerca i costumi dei veneti durante il periodo delle origini.E breve è anche la parte che riguarda l’età di mezzo. La storia di Venezia prima degli ultimi studi, come ce la presentavano i copiatori degli storici ufficiali, aveva qualche cosa di strano, di impossibile.Come si poteva ammettere una completa abdicazione del popolo, una perfetta soppressione dei diritti del governo della cosa pubblica nella classe più numerosa della società, senza una protesta, senza una ragione sufficiente? Non giova il dire che il commercio aveva assorbito tutta l’attenzione e la vitalità delle classi popolari.Commerciavano anche i nobili, ma comandavano, e le altre repubbliche italiane, specialmente le marinare, ci mostrano come il popolo poteva darsi agli affari ed ai guadagni senza rinunciare per questo al governo.LaSerratadel Maggior Consiglio sembra un colpo di Stato, contro una classe inferiore di nobili, o contro pretendenti alla nobiltà, non contro ai diritti legittimi di tutto intero il corpo sociale.La storia vera di Venezia non cominciò che dal giorno in cui gli archivi poterono esser tratti dal segreto geloso che li custodiva.Comincia col Darù e non è ancora se non abbozzata. Il libro del Molmenti, così pregevole sotto tanti aspetti, non è che una minima parte delle ricerche che dovrebbero scaturire dall’archivio Veneto e che scaturirebbero più copiosamente se il governo in questo argomento degli archivi non fosse degno dei più gravi biasimi.Un direttore ottimo, alcuni subalterni volenterosi non possono fare quel che si deve fare in un archivio di tanta importanza. Sommeiller e dieci operai non avrebbero forato così presto il Cenisio; e il Muratori stesso, cacciato ai Frari senza aiuto d’uomini e di danaro, ci farebbe cattiva figura.Ma in questo libro la parte più attraente, più copiosa di notizie curiose ed importanti è quella che riguarda lo splendore di Venezia. Se ci sembra un po’ troppo l’affermare che Venezia sia stata il centro vero dell’umanesimo, certo ne fu gran parte, e senza dubbio poi fu per lungo tempo officina libraria dell’Italia.Ma la coltura e l’arte presero in Venezia quell’aspetto di raffinato epicureismo, quella sensualità scevra di ogni grossolana bassezza che resero famose specialmente le feste e la pittura. E forse questo viene dalla politica saggia che seppe tener la Chiesa lontana o frenata.Non è eresia il dire che le tendenze dell’arte veneta si indovinano già nelle madonne del Gian Bellino così diverse dalle estetiche figure fiorentine. Non ci sono chiese meno religiose delle veneziane, se ne togli forse le principali di Roma. Lo stesso S. Marco è l’inno dell’opulenza, non la prece della umiltà, e i santi del Tiziano non hanno della leggenda cattolica nemmeno il vestito.La Venezia del Cinquecento è proprio quella che Paolo Veronese dipinse nel soffitto della sala del Gran Consiglio, bella, trionfante, splendida. Non c’è ombra di anemia cattolica in quelle vene turgide di sangue ricco e sano, non c’è floscezza di spiritualismo malato in quelle carni pompose e forti. L’arte vera, l’arte senza secondi fini, l’arte di Paolo che lasciava libero l’ingegno e la manosenza prendere tante cose in considerazione, fa immortale il trionfo della bionda dogaressa. La morale è facile, la religione è imprigionata nelle chiese, eppure la popolosa città non conta che centoottanta poveri! E a Madrid, e a Roma quanti ce n’erano?Ed è a notarsi, poi, che la decadenza non avvenne per la progressiva corruzione de’ costumi, ma pel disseccamento fatale delle fonti che mantenevano la ricchezza. Quando non ci fu più di lottare con le altre nazioni e di seguire le nuove vie del commercio, allora si cominciò a vivere come il ghiro addormentato nell’inverno, ed i guadagni che non scaturivano più dalla fonte legittima si attinsero poi alla disonesta. Così non la corruzione generò la decadenza, ma la decadenza generò la corruzione, e sembra destino che la storia di questa strana repubblica sorga sempre come un obiezione di fatto contro ai sistemi a priori, contro certe filosofie della storia che non sono se non aberrazioni metafisiche mal vestite di brandelli di cronache.Ma non è nell’ambito di un breve articolo che si può render conto di un libro denso di fatti come quello del Molmenti. Ci basta l’aver accennato almeno al suo piano, se non con l’idee dell’autore, certo senza sciocche prevenzioni di parte o di scuola. Il Molmenti ha cominciato col fare il critico, ed ha voluto senza dubbio che non si dica di lui quel che si dice di altri, che cioè fanno i critici per distrazione di non saper fare altro. Senza superstizioni d’idoli, senza religione di sètte, gli onesti plaudiranno sempre alle oneste fatiche.

STORIA DI VENEZIA NELLA VITA PRIVATAAssistiamo proprio ad una fioritura di storia veneta. Questo giornale, che ha la buona abitudine di additare ai suoi lettori le opere più importanti che vengono alla luce, rese già conto del volume del Morpurgo. Ed ecco gli editori Roux e Favale di Torino hanno dato fuori laStoria di Venezia nella vita privata, cioè l’opera di P. G. Molmenti che vinse il premio Querini-Stampalia.Non c’è niente di perfetto a questo mondo, e anche l’opera del Molmenti ci sembra tutt’altro che scevra di difetti. Lasciamo quel che riguarda i fatti o le riflessioni sui fatti: l’Istituto veneto ha giudicato e a noi non spetta rivedere i giudizi della dottissima Accademia. Ma per finirla subito con quel che ci pare debole in questo libro e bere l’amara pozione ad un tratto, diremo che il peccato più grave lo troviamo nell’arte. Non si dice che il libro sia scritto male, certo però è scritto in fretta. La stessa pagina sembra alle volte scritta da due persone diverse, tanta è la disuguaglianza dello stile. Accanto a certi periodi che paiono dettati col calore della lirica, si trovano strane negligenze, come a pagina 143, dove si fanno ruminare certi animali che non ruminano mai. Ma basta.Il piano è vasto e pieno di un abbondanza di fatti che potrebbe essere di utilità anche maggiore se l’autore non avesse temuto forse di parere pedante accumulando le note e le citazioni a pie’ di pagina. I costumi veneziani sono cominciati a studiare sino dalle origini della città, con troppa benevolenza, se si vuole, ma certo in conformità di quel che si trova ne’ pochi documenti rimasti. Se di qui a parecchi secoli non si trovassero altri monumenti nostri che i codici delle leggi, i tardi nepoti dovrebbero giudicarci a buon diritto giustissimi. Ma le infrazioni alle leggi, frequenti troppo, e i cavilli degli avvocati e l’ignoranza o la cieca partigianeria de’ giudici non sarebbero giunti sino a loro. Penserebbero che l’esecuzione delle leggi ci assicurasse una relativa felicità, una quiete invidiabile, ed invece... Così forse accade quando noigiudichiamo della sanità morale di un popolo dalle leggi che ci rimasero di lui. Erano eseguite? Erano impunemente violate? Chi lo sa! Lo storico non può in questi casi altro che esporre nudamente quel che si conosce di certo, e per quanto anche il Molmenti, che lascia trasparire gli entusiasmi dell’artista sotto la freddezza dello storico, ha dovuto esser breve nella introduzione del libro che ricerca i costumi dei veneti durante il periodo delle origini.E breve è anche la parte che riguarda l’età di mezzo. La storia di Venezia prima degli ultimi studi, come ce la presentavano i copiatori degli storici ufficiali, aveva qualche cosa di strano, di impossibile.Come si poteva ammettere una completa abdicazione del popolo, una perfetta soppressione dei diritti del governo della cosa pubblica nella classe più numerosa della società, senza una protesta, senza una ragione sufficiente? Non giova il dire che il commercio aveva assorbito tutta l’attenzione e la vitalità delle classi popolari.Commerciavano anche i nobili, ma comandavano, e le altre repubbliche italiane, specialmente le marinare, ci mostrano come il popolo poteva darsi agli affari ed ai guadagni senza rinunciare per questo al governo.LaSerratadel Maggior Consiglio sembra un colpo di Stato, contro una classe inferiore di nobili, o contro pretendenti alla nobiltà, non contro ai diritti legittimi di tutto intero il corpo sociale.La storia vera di Venezia non cominciò che dal giorno in cui gli archivi poterono esser tratti dal segreto geloso che li custodiva.Comincia col Darù e non è ancora se non abbozzata. Il libro del Molmenti, così pregevole sotto tanti aspetti, non è che una minima parte delle ricerche che dovrebbero scaturire dall’archivio Veneto e che scaturirebbero più copiosamente se il governo in questo argomento degli archivi non fosse degno dei più gravi biasimi.Un direttore ottimo, alcuni subalterni volenterosi non possono fare quel che si deve fare in un archivio di tanta importanza. Sommeiller e dieci operai non avrebbero forato così presto il Cenisio; e il Muratori stesso, cacciato ai Frari senza aiuto d’uomini e di danaro, ci farebbe cattiva figura.Ma in questo libro la parte più attraente, più copiosa di notizie curiose ed importanti è quella che riguarda lo splendore di Venezia. Se ci sembra un po’ troppo l’affermare che Venezia sia stata il centro vero dell’umanesimo, certo ne fu gran parte, e senza dubbio poi fu per lungo tempo officina libraria dell’Italia.Ma la coltura e l’arte presero in Venezia quell’aspetto di raffinato epicureismo, quella sensualità scevra di ogni grossolana bassezza che resero famose specialmente le feste e la pittura. E forse questo viene dalla politica saggia che seppe tener la Chiesa lontana o frenata.Non è eresia il dire che le tendenze dell’arte veneta si indovinano già nelle madonne del Gian Bellino così diverse dalle estetiche figure fiorentine. Non ci sono chiese meno religiose delle veneziane, se ne togli forse le principali di Roma. Lo stesso S. Marco è l’inno dell’opulenza, non la prece della umiltà, e i santi del Tiziano non hanno della leggenda cattolica nemmeno il vestito.La Venezia del Cinquecento è proprio quella che Paolo Veronese dipinse nel soffitto della sala del Gran Consiglio, bella, trionfante, splendida. Non c’è ombra di anemia cattolica in quelle vene turgide di sangue ricco e sano, non c’è floscezza di spiritualismo malato in quelle carni pompose e forti. L’arte vera, l’arte senza secondi fini, l’arte di Paolo che lasciava libero l’ingegno e la manosenza prendere tante cose in considerazione, fa immortale il trionfo della bionda dogaressa. La morale è facile, la religione è imprigionata nelle chiese, eppure la popolosa città non conta che centoottanta poveri! E a Madrid, e a Roma quanti ce n’erano?Ed è a notarsi, poi, che la decadenza non avvenne per la progressiva corruzione de’ costumi, ma pel disseccamento fatale delle fonti che mantenevano la ricchezza. Quando non ci fu più di lottare con le altre nazioni e di seguire le nuove vie del commercio, allora si cominciò a vivere come il ghiro addormentato nell’inverno, ed i guadagni che non scaturivano più dalla fonte legittima si attinsero poi alla disonesta. Così non la corruzione generò la decadenza, ma la decadenza generò la corruzione, e sembra destino che la storia di questa strana repubblica sorga sempre come un obiezione di fatto contro ai sistemi a priori, contro certe filosofie della storia che non sono se non aberrazioni metafisiche mal vestite di brandelli di cronache.Ma non è nell’ambito di un breve articolo che si può render conto di un libro denso di fatti come quello del Molmenti. Ci basta l’aver accennato almeno al suo piano, se non con l’idee dell’autore, certo senza sciocche prevenzioni di parte o di scuola. Il Molmenti ha cominciato col fare il critico, ed ha voluto senza dubbio che non si dica di lui quel che si dice di altri, che cioè fanno i critici per distrazione di non saper fare altro. Senza superstizioni d’idoli, senza religione di sètte, gli onesti plaudiranno sempre alle oneste fatiche.

Assistiamo proprio ad una fioritura di storia veneta. Questo giornale, che ha la buona abitudine di additare ai suoi lettori le opere più importanti che vengono alla luce, rese già conto del volume del Morpurgo. Ed ecco gli editori Roux e Favale di Torino hanno dato fuori laStoria di Venezia nella vita privata, cioè l’opera di P. G. Molmenti che vinse il premio Querini-Stampalia.

Non c’è niente di perfetto a questo mondo, e anche l’opera del Molmenti ci sembra tutt’altro che scevra di difetti. Lasciamo quel che riguarda i fatti o le riflessioni sui fatti: l’Istituto veneto ha giudicato e a noi non spetta rivedere i giudizi della dottissima Accademia. Ma per finirla subito con quel che ci pare debole in questo libro e bere l’amara pozione ad un tratto, diremo che il peccato più grave lo troviamo nell’arte. Non si dice che il libro sia scritto male, certo però è scritto in fretta. La stessa pagina sembra alle volte scritta da due persone diverse, tanta è la disuguaglianza dello stile. Accanto a certi periodi che paiono dettati col calore della lirica, si trovano strane negligenze, come a pagina 143, dove si fanno ruminare certi animali che non ruminano mai. Ma basta.

Il piano è vasto e pieno di un abbondanza di fatti che potrebbe essere di utilità anche maggiore se l’autore non avesse temuto forse di parere pedante accumulando le note e le citazioni a pie’ di pagina. I costumi veneziani sono cominciati a studiare sino dalle origini della città, con troppa benevolenza, se si vuole, ma certo in conformità di quel che si trova ne’ pochi documenti rimasti. Se di qui a parecchi secoli non si trovassero altri monumenti nostri che i codici delle leggi, i tardi nepoti dovrebbero giudicarci a buon diritto giustissimi. Ma le infrazioni alle leggi, frequenti troppo, e i cavilli degli avvocati e l’ignoranza o la cieca partigianeria de’ giudici non sarebbero giunti sino a loro. Penserebbero che l’esecuzione delle leggi ci assicurasse una relativa felicità, una quiete invidiabile, ed invece... Così forse accade quando noigiudichiamo della sanità morale di un popolo dalle leggi che ci rimasero di lui. Erano eseguite? Erano impunemente violate? Chi lo sa! Lo storico non può in questi casi altro che esporre nudamente quel che si conosce di certo, e per quanto anche il Molmenti, che lascia trasparire gli entusiasmi dell’artista sotto la freddezza dello storico, ha dovuto esser breve nella introduzione del libro che ricerca i costumi dei veneti durante il periodo delle origini.

E breve è anche la parte che riguarda l’età di mezzo. La storia di Venezia prima degli ultimi studi, come ce la presentavano i copiatori degli storici ufficiali, aveva qualche cosa di strano, di impossibile.

Come si poteva ammettere una completa abdicazione del popolo, una perfetta soppressione dei diritti del governo della cosa pubblica nella classe più numerosa della società, senza una protesta, senza una ragione sufficiente? Non giova il dire che il commercio aveva assorbito tutta l’attenzione e la vitalità delle classi popolari.

Commerciavano anche i nobili, ma comandavano, e le altre repubbliche italiane, specialmente le marinare, ci mostrano come il popolo poteva darsi agli affari ed ai guadagni senza rinunciare per questo al governo.

LaSerratadel Maggior Consiglio sembra un colpo di Stato, contro una classe inferiore di nobili, o contro pretendenti alla nobiltà, non contro ai diritti legittimi di tutto intero il corpo sociale.

La storia vera di Venezia non cominciò che dal giorno in cui gli archivi poterono esser tratti dal segreto geloso che li custodiva.

Comincia col Darù e non è ancora se non abbozzata. Il libro del Molmenti, così pregevole sotto tanti aspetti, non è che una minima parte delle ricerche che dovrebbero scaturire dall’archivio Veneto e che scaturirebbero più copiosamente se il governo in questo argomento degli archivi non fosse degno dei più gravi biasimi.

Un direttore ottimo, alcuni subalterni volenterosi non possono fare quel che si deve fare in un archivio di tanta importanza. Sommeiller e dieci operai non avrebbero forato così presto il Cenisio; e il Muratori stesso, cacciato ai Frari senza aiuto d’uomini e di danaro, ci farebbe cattiva figura.

Ma in questo libro la parte più attraente, più copiosa di notizie curiose ed importanti è quella che riguarda lo splendore di Venezia. Se ci sembra un po’ troppo l’affermare che Venezia sia stata il centro vero dell’umanesimo, certo ne fu gran parte, e senza dubbio poi fu per lungo tempo officina libraria dell’Italia.

Ma la coltura e l’arte presero in Venezia quell’aspetto di raffinato epicureismo, quella sensualità scevra di ogni grossolana bassezza che resero famose specialmente le feste e la pittura. E forse questo viene dalla politica saggia che seppe tener la Chiesa lontana o frenata.

Non è eresia il dire che le tendenze dell’arte veneta si indovinano già nelle madonne del Gian Bellino così diverse dalle estetiche figure fiorentine. Non ci sono chiese meno religiose delle veneziane, se ne togli forse le principali di Roma. Lo stesso S. Marco è l’inno dell’opulenza, non la prece della umiltà, e i santi del Tiziano non hanno della leggenda cattolica nemmeno il vestito.

La Venezia del Cinquecento è proprio quella che Paolo Veronese dipinse nel soffitto della sala del Gran Consiglio, bella, trionfante, splendida. Non c’è ombra di anemia cattolica in quelle vene turgide di sangue ricco e sano, non c’è floscezza di spiritualismo malato in quelle carni pompose e forti. L’arte vera, l’arte senza secondi fini, l’arte di Paolo che lasciava libero l’ingegno e la manosenza prendere tante cose in considerazione, fa immortale il trionfo della bionda dogaressa. La morale è facile, la religione è imprigionata nelle chiese, eppure la popolosa città non conta che centoottanta poveri! E a Madrid, e a Roma quanti ce n’erano?

Ed è a notarsi, poi, che la decadenza non avvenne per la progressiva corruzione de’ costumi, ma pel disseccamento fatale delle fonti che mantenevano la ricchezza. Quando non ci fu più di lottare con le altre nazioni e di seguire le nuove vie del commercio, allora si cominciò a vivere come il ghiro addormentato nell’inverno, ed i guadagni che non scaturivano più dalla fonte legittima si attinsero poi alla disonesta. Così non la corruzione generò la decadenza, ma la decadenza generò la corruzione, e sembra destino che la storia di questa strana repubblica sorga sempre come un obiezione di fatto contro ai sistemi a priori, contro certe filosofie della storia che non sono se non aberrazioni metafisiche mal vestite di brandelli di cronache.

Ma non è nell’ambito di un breve articolo che si può render conto di un libro denso di fatti come quello del Molmenti. Ci basta l’aver accennato almeno al suo piano, se non con l’idee dell’autore, certo senza sciocche prevenzioni di parte o di scuola. Il Molmenti ha cominciato col fare il critico, ed ha voluto senza dubbio che non si dica di lui quel che si dice di altri, che cioè fanno i critici per distrazione di non saper fare altro. Senza superstizioni d’idoli, senza religione di sètte, gli onesti plaudiranno sempre alle oneste fatiche.


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