UNA BIOGRAFIA SBAGLIATA

UNA BIOGRAFIA SBAGLIATACerti uomini nascono disgraziati, muoiono disgraziati e sono perseguitati dalla disgrazia anche dopo la morte. Di questi fu senza dubbio Alfonso La Marmora. Non pesò tanto laguardia della grave morasulle ossa di re Manfredi, come sulla tomba dello sventurato generale pesa la biografia scritta dal Massari.Non c’è quistione di partito. Anzi la gran differenza tra le opinioni politiche del Massari e quelle che professa questo giornale è guarentigia dell’imparzialità di un giudizio espresso qui. Nessuno può sospettare che si voglia combattere nel Massari un avversario incomodo, un nemico pericoloso. Il Massari è tra i vinti, e mentre questo spiega i panegirici accordati al suo libro dai colleghi di sventura, assicura anche i lettori intorno ai giudizi di coloro che non sono nè vinti nè vincitori. Qui non ci può esser passione.E non si dicecritica, ma si dicegiudizi; poichè alla critica bisognerebbe un bagaglio di prove non consentito alla capacità delle colonne di un giornale. Se, per esempio, si volesse dire che il libro del Massari è un modello di quella verbosità incolora che riempie le orecchie senza passare il timpano, in riga di buona critica bisognerebbe provarlo riproducendo e commentando quattro quarti del volume; ed i lettori non lo meritano. Almeno gli opuscoli del Chiala, narrando episodi della vita dello sfortunato generale, faranno capire la inflessibilità di un carattere retto le rigidezze stoiche di una coscienza severa, e spiegano come un uomo salito ad altezza pari all’ingegno possa tuttavia rimanere rispettabile. Sta bene che uno scrittore si innamori del suo tema, ma s’intende acqua e non tempesta,s’intende biografia e non elogio, s’intende che la storia non anneghi nella inondazione degli epiteti laudativi.Intanto il Massari è di quelli che odiano svisceratamente la retorica; e loda Silvio Pellico cosìpuro di retorica, scrivendo un libro dove ad una figura ne succede subito un’altra, dove l’etopeia, l’esortazione, l’enfasi si rincorrono affannosamente senza una pagina di riposo! Al discepolo fedele del Gioberti si possono perdonare i sopravvissuti entusiasmi pelPrimato, ma allo storico come si può perdonare la continua tensione lirica del concetto, l’insistente fraseologia elogiastica della forma? Dappertutto il delirio del panegirista turba la serenità dello storico, dappertutto si sente una turgidezza faticosa, una idropisia di ammirazione che spesso muove al sorriso.E questi voli ammiratorii che tendono alle altezze dell’apoteosi, e precipitano spesso nelle bassure dell’ingenuità. Come non sorridere leggendo che il La Marmora nella campagna del 1848 «diede saggio di molta perizia ed accorgimento e dimostrò con quanta attenzione avessee studiate le campagne napoleoniche. Difatti egli distribuì le truppe nelle identiche posizioni, e perfino nei più minuti avamposti dove Napoleone collocò le truppe francesi?» Dio buono! È egli possibile di esser tanto ingenuo di non avvedersi della puerilità di questa lode? È possibile che il Massari, per quanto profano all’arte militare, non si accorga che la perizia di un generale non sta certo nel mettere le sentinelle nel posto preciso in cui cinquant’anni prima le mise un altro generale?Nè davvero può parer troppo troppo grave lo storico che mette la Divina Provvidenza tra gli argomenti spiegativi del fatto. Che questoDeus ex machinaappaia qualche volta nella scappata finale dei discorsi della Corona o nei proclami dell’imperatore di Germania, sta benissimo, poichè ogni cosa può esser detta sotto l’usbergo della legale irresponsabilità. Ma che uno storico asserisca che per fare l’Italia erano necessari grandi uomini e che la Provvidenza li ha fatti nascere a tempo opportuno; che uno storico ammetta tranquillamente la missione provvidenziale del conte di Cavour, pare così strano caso, da veder bene che non si tratta ormai di sistemi storici, ma preistorici. Così tutti errarono credendo il La Marmora ed il conte di Cavour uomini di carne ed ossa come gli altri. Erano invece essere superiori come gli eoni de’ gnostici, spiriti più vicini al trono di Dio ed incarnati per divina misericordia e provvidenza, senza colpa nè merito de’ genitori e degli eventi. Il caso non è nuovo.A questo modo anche Filostrato Lemnio scrisse la biografia di Apollonio Tianeo.Solo resta che i lodatori del libro del Massari non sono nè giusti nè leali se non lodano anche ilDio liberaledi Quirico Filopanti, accanto al quale affettano di passare sorridendo. Non è lecito approvare questa teoria delle missioni provvidenziali, così cara ai Bonaparte, e metter poi in canzonella un sistema filosofico che per riguardo alla metempsicosi può vantarsi di risalire a Pitagora. E coloro che lodano la provvidenzialità dell’incarnazione del La Marmora dovrebbero lodare tanto più gliavatardegli Emanueli in quanto almeno il sistema del Filopanti spazia nei liberi campi dell’ipotesi filosofica, mentre il Massari crede di stare nella cerchia de’ fatti provati, nella positiva severità della storia.Che se poi si volesse dire che quelle frasi non includono un sistema, ma sono modi di dire entrati ormai nello stile e nella lingua comune, bisognerebbe rispondere che non c’è retorica più pericolosa di quella degli odiatori feroci della retorica.Ma deve essere sistema e non abuso di frasi fatte, poichè tutto mostra un sistema in questo libro; il sistema stesso che regna negliActa Sanctorum. La letteratura cattolica, dai gravi Bollandisti agli ameni scrittori de’ giornali clericali, ha oramai tessuto la biografia di parecchie migliaia di beati, senza far altro mai che lodare. Sarà una necessità per le religioni ed i partiti, che vivono di polemica, ma certo è strano che solo in quelle religioni ed in quei partiti vivano gli uomini assolutamente esenti da ogni peccato, magari veniale. Così almeno pare da queste apologie, le quali procedono, non per prove, ma per sentenze. Così il Massari sentenzia che nel La Marmora il soldato fu il creatore dello statista, e non spetta nemmeno che ci possa essere chi contraddica. Per lui, nel La Marmora non fu alcun difetto. Ma se ci fosse chi stimasse il La Marmora uomo come gli altri e quindi soggetto a difetti, che cosa risponderebbe l’apologista? E i difetti dello statista perchè non potrebbero anche essere attribuiti alla educazione del soldato? L’abitudine della obbedienza passiva e del comando assoluto, la satiriasi della disciplina non potrebbero aver tolto forza all’ingegno dello statista, tanto da farne uno di quegli onesti ma stretti esecutori di regolamenti che perdono una casa per salvare una tegola?Mancava all’apoteosi del La Marmora che si volesse provare il suo liberalismo di antica data. Il povero generale, che per disgrazia dei suoi apologisti ha scritto parecchi libri, afferma in quello suiSegreti di Statodinon essersi occupato di politica prima del 1818, ed il Chiala neiRicordidella giovinezza del La Marmora conferma la cosa non solo, ma riferendo un brano di memorie anonime, fa vedere come la pensasse il conservatorissimo colonello di artiglieria. Ma l’apologista lo fa spettatore attento ed illuminato, spettatore che ha la coscienza di diventar presto e necessariamente attore egli pure. Per poco il La Marmora non prende il posto di Mazzini, e come, a quanto pare, ebbe la chiaroveggenza in fatto di cose militari tanto che i disastri del 1848 e 1849 furono da lui predetti e avvennero perchè non vennero seguiti i suoi consigli, così poco mancò che senza di lui l’unità d’Italia dovesse rimanere sempre un sogno di poeta o una utopia di filosofo. Proprio si vede che il La Marmora era l’uomo provvidenziale!Ma basta. Venire agli anni più vicini non giova, perchè i ricordi sono troppo amaramente vivi e le obiezioni all’apologia, se sono facili, possono però sembrare appassionate. Si desidera solo di sapere che razza di lingua sia quella usata dal Massari. Lingua italiana non sembrerebbe.Così, scorrendo coll’occhio le prime cinquanta pagine, senza essere molto delicati, si possono trovare alla pagina terzagli eventi grandiosie si può leggere nella quintaincominciarono la loro vita publica con la carriera militare, e secarrierasi vuol prendere perstrada, pare che si dovesse cominciare a camminare noncon unamain una carriera. E se questa vi pare troppa pedanteria, dite che cosa èaddirsi alla carriera militare(pag. 17).—Mettersi in risalto(pag. 18)—Carlo Alberto pigliava interessamento alle sorti dell’esercito(Id.)—Gli eventi si fazionavano al pensiero(pag. 22)—L’esercito aveva raggiunto un risultamento (pag. 27)—Palle vibrate da mani italiane(pag. 43)—Nel proseguio di tempo (pag. 58), ed altre parole e frasi da far inorridire Attila,flagellum Dei.Per conchiudere con un sentenza, poichè si parla di un libro di sentenze, bisognerà dire che non si poteva rendere peggior servigio al povero generale La Marmora. Proprio non lo meritava.

UNA BIOGRAFIA SBAGLIATACerti uomini nascono disgraziati, muoiono disgraziati e sono perseguitati dalla disgrazia anche dopo la morte. Di questi fu senza dubbio Alfonso La Marmora. Non pesò tanto laguardia della grave morasulle ossa di re Manfredi, come sulla tomba dello sventurato generale pesa la biografia scritta dal Massari.Non c’è quistione di partito. Anzi la gran differenza tra le opinioni politiche del Massari e quelle che professa questo giornale è guarentigia dell’imparzialità di un giudizio espresso qui. Nessuno può sospettare che si voglia combattere nel Massari un avversario incomodo, un nemico pericoloso. Il Massari è tra i vinti, e mentre questo spiega i panegirici accordati al suo libro dai colleghi di sventura, assicura anche i lettori intorno ai giudizi di coloro che non sono nè vinti nè vincitori. Qui non ci può esser passione.E non si dicecritica, ma si dicegiudizi; poichè alla critica bisognerebbe un bagaglio di prove non consentito alla capacità delle colonne di un giornale. Se, per esempio, si volesse dire che il libro del Massari è un modello di quella verbosità incolora che riempie le orecchie senza passare il timpano, in riga di buona critica bisognerebbe provarlo riproducendo e commentando quattro quarti del volume; ed i lettori non lo meritano. Almeno gli opuscoli del Chiala, narrando episodi della vita dello sfortunato generale, faranno capire la inflessibilità di un carattere retto le rigidezze stoiche di una coscienza severa, e spiegano come un uomo salito ad altezza pari all’ingegno possa tuttavia rimanere rispettabile. Sta bene che uno scrittore si innamori del suo tema, ma s’intende acqua e non tempesta,s’intende biografia e non elogio, s’intende che la storia non anneghi nella inondazione degli epiteti laudativi.Intanto il Massari è di quelli che odiano svisceratamente la retorica; e loda Silvio Pellico cosìpuro di retorica, scrivendo un libro dove ad una figura ne succede subito un’altra, dove l’etopeia, l’esortazione, l’enfasi si rincorrono affannosamente senza una pagina di riposo! Al discepolo fedele del Gioberti si possono perdonare i sopravvissuti entusiasmi pelPrimato, ma allo storico come si può perdonare la continua tensione lirica del concetto, l’insistente fraseologia elogiastica della forma? Dappertutto il delirio del panegirista turba la serenità dello storico, dappertutto si sente una turgidezza faticosa, una idropisia di ammirazione che spesso muove al sorriso.E questi voli ammiratorii che tendono alle altezze dell’apoteosi, e precipitano spesso nelle bassure dell’ingenuità. Come non sorridere leggendo che il La Marmora nella campagna del 1848 «diede saggio di molta perizia ed accorgimento e dimostrò con quanta attenzione avessee studiate le campagne napoleoniche. Difatti egli distribuì le truppe nelle identiche posizioni, e perfino nei più minuti avamposti dove Napoleone collocò le truppe francesi?» Dio buono! È egli possibile di esser tanto ingenuo di non avvedersi della puerilità di questa lode? È possibile che il Massari, per quanto profano all’arte militare, non si accorga che la perizia di un generale non sta certo nel mettere le sentinelle nel posto preciso in cui cinquant’anni prima le mise un altro generale?Nè davvero può parer troppo troppo grave lo storico che mette la Divina Provvidenza tra gli argomenti spiegativi del fatto. Che questoDeus ex machinaappaia qualche volta nella scappata finale dei discorsi della Corona o nei proclami dell’imperatore di Germania, sta benissimo, poichè ogni cosa può esser detta sotto l’usbergo della legale irresponsabilità. Ma che uno storico asserisca che per fare l’Italia erano necessari grandi uomini e che la Provvidenza li ha fatti nascere a tempo opportuno; che uno storico ammetta tranquillamente la missione provvidenziale del conte di Cavour, pare così strano caso, da veder bene che non si tratta ormai di sistemi storici, ma preistorici. Così tutti errarono credendo il La Marmora ed il conte di Cavour uomini di carne ed ossa come gli altri. Erano invece essere superiori come gli eoni de’ gnostici, spiriti più vicini al trono di Dio ed incarnati per divina misericordia e provvidenza, senza colpa nè merito de’ genitori e degli eventi. Il caso non è nuovo.A questo modo anche Filostrato Lemnio scrisse la biografia di Apollonio Tianeo.Solo resta che i lodatori del libro del Massari non sono nè giusti nè leali se non lodano anche ilDio liberaledi Quirico Filopanti, accanto al quale affettano di passare sorridendo. Non è lecito approvare questa teoria delle missioni provvidenziali, così cara ai Bonaparte, e metter poi in canzonella un sistema filosofico che per riguardo alla metempsicosi può vantarsi di risalire a Pitagora. E coloro che lodano la provvidenzialità dell’incarnazione del La Marmora dovrebbero lodare tanto più gliavatardegli Emanueli in quanto almeno il sistema del Filopanti spazia nei liberi campi dell’ipotesi filosofica, mentre il Massari crede di stare nella cerchia de’ fatti provati, nella positiva severità della storia.Che se poi si volesse dire che quelle frasi non includono un sistema, ma sono modi di dire entrati ormai nello stile e nella lingua comune, bisognerebbe rispondere che non c’è retorica più pericolosa di quella degli odiatori feroci della retorica.Ma deve essere sistema e non abuso di frasi fatte, poichè tutto mostra un sistema in questo libro; il sistema stesso che regna negliActa Sanctorum. La letteratura cattolica, dai gravi Bollandisti agli ameni scrittori de’ giornali clericali, ha oramai tessuto la biografia di parecchie migliaia di beati, senza far altro mai che lodare. Sarà una necessità per le religioni ed i partiti, che vivono di polemica, ma certo è strano che solo in quelle religioni ed in quei partiti vivano gli uomini assolutamente esenti da ogni peccato, magari veniale. Così almeno pare da queste apologie, le quali procedono, non per prove, ma per sentenze. Così il Massari sentenzia che nel La Marmora il soldato fu il creatore dello statista, e non spetta nemmeno che ci possa essere chi contraddica. Per lui, nel La Marmora non fu alcun difetto. Ma se ci fosse chi stimasse il La Marmora uomo come gli altri e quindi soggetto a difetti, che cosa risponderebbe l’apologista? E i difetti dello statista perchè non potrebbero anche essere attribuiti alla educazione del soldato? L’abitudine della obbedienza passiva e del comando assoluto, la satiriasi della disciplina non potrebbero aver tolto forza all’ingegno dello statista, tanto da farne uno di quegli onesti ma stretti esecutori di regolamenti che perdono una casa per salvare una tegola?Mancava all’apoteosi del La Marmora che si volesse provare il suo liberalismo di antica data. Il povero generale, che per disgrazia dei suoi apologisti ha scritto parecchi libri, afferma in quello suiSegreti di Statodinon essersi occupato di politica prima del 1818, ed il Chiala neiRicordidella giovinezza del La Marmora conferma la cosa non solo, ma riferendo un brano di memorie anonime, fa vedere come la pensasse il conservatorissimo colonello di artiglieria. Ma l’apologista lo fa spettatore attento ed illuminato, spettatore che ha la coscienza di diventar presto e necessariamente attore egli pure. Per poco il La Marmora non prende il posto di Mazzini, e come, a quanto pare, ebbe la chiaroveggenza in fatto di cose militari tanto che i disastri del 1848 e 1849 furono da lui predetti e avvennero perchè non vennero seguiti i suoi consigli, così poco mancò che senza di lui l’unità d’Italia dovesse rimanere sempre un sogno di poeta o una utopia di filosofo. Proprio si vede che il La Marmora era l’uomo provvidenziale!Ma basta. Venire agli anni più vicini non giova, perchè i ricordi sono troppo amaramente vivi e le obiezioni all’apologia, se sono facili, possono però sembrare appassionate. Si desidera solo di sapere che razza di lingua sia quella usata dal Massari. Lingua italiana non sembrerebbe.Così, scorrendo coll’occhio le prime cinquanta pagine, senza essere molto delicati, si possono trovare alla pagina terzagli eventi grandiosie si può leggere nella quintaincominciarono la loro vita publica con la carriera militare, e secarrierasi vuol prendere perstrada, pare che si dovesse cominciare a camminare noncon unamain una carriera. E se questa vi pare troppa pedanteria, dite che cosa èaddirsi alla carriera militare(pag. 17).—Mettersi in risalto(pag. 18)—Carlo Alberto pigliava interessamento alle sorti dell’esercito(Id.)—Gli eventi si fazionavano al pensiero(pag. 22)—L’esercito aveva raggiunto un risultamento (pag. 27)—Palle vibrate da mani italiane(pag. 43)—Nel proseguio di tempo (pag. 58), ed altre parole e frasi da far inorridire Attila,flagellum Dei.Per conchiudere con un sentenza, poichè si parla di un libro di sentenze, bisognerà dire che non si poteva rendere peggior servigio al povero generale La Marmora. Proprio non lo meritava.

Certi uomini nascono disgraziati, muoiono disgraziati e sono perseguitati dalla disgrazia anche dopo la morte. Di questi fu senza dubbio Alfonso La Marmora. Non pesò tanto laguardia della grave morasulle ossa di re Manfredi, come sulla tomba dello sventurato generale pesa la biografia scritta dal Massari.

Non c’è quistione di partito. Anzi la gran differenza tra le opinioni politiche del Massari e quelle che professa questo giornale è guarentigia dell’imparzialità di un giudizio espresso qui. Nessuno può sospettare che si voglia combattere nel Massari un avversario incomodo, un nemico pericoloso. Il Massari è tra i vinti, e mentre questo spiega i panegirici accordati al suo libro dai colleghi di sventura, assicura anche i lettori intorno ai giudizi di coloro che non sono nè vinti nè vincitori. Qui non ci può esser passione.

E non si dicecritica, ma si dicegiudizi; poichè alla critica bisognerebbe un bagaglio di prove non consentito alla capacità delle colonne di un giornale. Se, per esempio, si volesse dire che il libro del Massari è un modello di quella verbosità incolora che riempie le orecchie senza passare il timpano, in riga di buona critica bisognerebbe provarlo riproducendo e commentando quattro quarti del volume; ed i lettori non lo meritano. Almeno gli opuscoli del Chiala, narrando episodi della vita dello sfortunato generale, faranno capire la inflessibilità di un carattere retto le rigidezze stoiche di una coscienza severa, e spiegano come un uomo salito ad altezza pari all’ingegno possa tuttavia rimanere rispettabile. Sta bene che uno scrittore si innamori del suo tema, ma s’intende acqua e non tempesta,s’intende biografia e non elogio, s’intende che la storia non anneghi nella inondazione degli epiteti laudativi.

Intanto il Massari è di quelli che odiano svisceratamente la retorica; e loda Silvio Pellico cosìpuro di retorica, scrivendo un libro dove ad una figura ne succede subito un’altra, dove l’etopeia, l’esortazione, l’enfasi si rincorrono affannosamente senza una pagina di riposo! Al discepolo fedele del Gioberti si possono perdonare i sopravvissuti entusiasmi pelPrimato, ma allo storico come si può perdonare la continua tensione lirica del concetto, l’insistente fraseologia elogiastica della forma? Dappertutto il delirio del panegirista turba la serenità dello storico, dappertutto si sente una turgidezza faticosa, una idropisia di ammirazione che spesso muove al sorriso.

E questi voli ammiratorii che tendono alle altezze dell’apoteosi, e precipitano spesso nelle bassure dell’ingenuità. Come non sorridere leggendo che il La Marmora nella campagna del 1848 «diede saggio di molta perizia ed accorgimento e dimostrò con quanta attenzione avessee studiate le campagne napoleoniche. Difatti egli distribuì le truppe nelle identiche posizioni, e perfino nei più minuti avamposti dove Napoleone collocò le truppe francesi?» Dio buono! È egli possibile di esser tanto ingenuo di non avvedersi della puerilità di questa lode? È possibile che il Massari, per quanto profano all’arte militare, non si accorga che la perizia di un generale non sta certo nel mettere le sentinelle nel posto preciso in cui cinquant’anni prima le mise un altro generale?

Nè davvero può parer troppo troppo grave lo storico che mette la Divina Provvidenza tra gli argomenti spiegativi del fatto. Che questoDeus ex machinaappaia qualche volta nella scappata finale dei discorsi della Corona o nei proclami dell’imperatore di Germania, sta benissimo, poichè ogni cosa può esser detta sotto l’usbergo della legale irresponsabilità. Ma che uno storico asserisca che per fare l’Italia erano necessari grandi uomini e che la Provvidenza li ha fatti nascere a tempo opportuno; che uno storico ammetta tranquillamente la missione provvidenziale del conte di Cavour, pare così strano caso, da veder bene che non si tratta ormai di sistemi storici, ma preistorici. Così tutti errarono credendo il La Marmora ed il conte di Cavour uomini di carne ed ossa come gli altri. Erano invece essere superiori come gli eoni de’ gnostici, spiriti più vicini al trono di Dio ed incarnati per divina misericordia e provvidenza, senza colpa nè merito de’ genitori e degli eventi. Il caso non è nuovo.A questo modo anche Filostrato Lemnio scrisse la biografia di Apollonio Tianeo.

Solo resta che i lodatori del libro del Massari non sono nè giusti nè leali se non lodano anche ilDio liberaledi Quirico Filopanti, accanto al quale affettano di passare sorridendo. Non è lecito approvare questa teoria delle missioni provvidenziali, così cara ai Bonaparte, e metter poi in canzonella un sistema filosofico che per riguardo alla metempsicosi può vantarsi di risalire a Pitagora. E coloro che lodano la provvidenzialità dell’incarnazione del La Marmora dovrebbero lodare tanto più gliavatardegli Emanueli in quanto almeno il sistema del Filopanti spazia nei liberi campi dell’ipotesi filosofica, mentre il Massari crede di stare nella cerchia de’ fatti provati, nella positiva severità della storia.

Che se poi si volesse dire che quelle frasi non includono un sistema, ma sono modi di dire entrati ormai nello stile e nella lingua comune, bisognerebbe rispondere che non c’è retorica più pericolosa di quella degli odiatori feroci della retorica.

Ma deve essere sistema e non abuso di frasi fatte, poichè tutto mostra un sistema in questo libro; il sistema stesso che regna negliActa Sanctorum. La letteratura cattolica, dai gravi Bollandisti agli ameni scrittori de’ giornali clericali, ha oramai tessuto la biografia di parecchie migliaia di beati, senza far altro mai che lodare. Sarà una necessità per le religioni ed i partiti, che vivono di polemica, ma certo è strano che solo in quelle religioni ed in quei partiti vivano gli uomini assolutamente esenti da ogni peccato, magari veniale. Così almeno pare da queste apologie, le quali procedono, non per prove, ma per sentenze. Così il Massari sentenzia che nel La Marmora il soldato fu il creatore dello statista, e non spetta nemmeno che ci possa essere chi contraddica. Per lui, nel La Marmora non fu alcun difetto. Ma se ci fosse chi stimasse il La Marmora uomo come gli altri e quindi soggetto a difetti, che cosa risponderebbe l’apologista? E i difetti dello statista perchè non potrebbero anche essere attribuiti alla educazione del soldato? L’abitudine della obbedienza passiva e del comando assoluto, la satiriasi della disciplina non potrebbero aver tolto forza all’ingegno dello statista, tanto da farne uno di quegli onesti ma stretti esecutori di regolamenti che perdono una casa per salvare una tegola?

Mancava all’apoteosi del La Marmora che si volesse provare il suo liberalismo di antica data. Il povero generale, che per disgrazia dei suoi apologisti ha scritto parecchi libri, afferma in quello suiSegreti di Statodinon essersi occupato di politica prima del 1818, ed il Chiala neiRicordidella giovinezza del La Marmora conferma la cosa non solo, ma riferendo un brano di memorie anonime, fa vedere come la pensasse il conservatorissimo colonello di artiglieria. Ma l’apologista lo fa spettatore attento ed illuminato, spettatore che ha la coscienza di diventar presto e necessariamente attore egli pure. Per poco il La Marmora non prende il posto di Mazzini, e come, a quanto pare, ebbe la chiaroveggenza in fatto di cose militari tanto che i disastri del 1848 e 1849 furono da lui predetti e avvennero perchè non vennero seguiti i suoi consigli, così poco mancò che senza di lui l’unità d’Italia dovesse rimanere sempre un sogno di poeta o una utopia di filosofo. Proprio si vede che il La Marmora era l’uomo provvidenziale!

Ma basta. Venire agli anni più vicini non giova, perchè i ricordi sono troppo amaramente vivi e le obiezioni all’apologia, se sono facili, possono però sembrare appassionate. Si desidera solo di sapere che razza di lingua sia quella usata dal Massari. Lingua italiana non sembrerebbe.

Così, scorrendo coll’occhio le prime cinquanta pagine, senza essere molto delicati, si possono trovare alla pagina terzagli eventi grandiosie si può leggere nella quintaincominciarono la loro vita publica con la carriera militare, e secarrierasi vuol prendere perstrada, pare che si dovesse cominciare a camminare noncon unamain una carriera. E se questa vi pare troppa pedanteria, dite che cosa èaddirsi alla carriera militare(pag. 17).—Mettersi in risalto(pag. 18)—Carlo Alberto pigliava interessamento alle sorti dell’esercito(Id.)—Gli eventi si fazionavano al pensiero(pag. 22)—L’esercito aveva raggiunto un risultamento (pag. 27)—Palle vibrate da mani italiane(pag. 43)—Nel proseguio di tempo (pag. 58), ed altre parole e frasi da far inorridire Attila,flagellum Dei.

Per conchiudere con un sentenza, poichè si parla di un libro di sentenze, bisognerà dire che non si poteva rendere peggior servigio al povero generale La Marmora. Proprio non lo meritava.


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