[48]La calata degli Ungheri in Italia nel novecento, romanzo storico originale; inIl Ricoglitore, di Milano, vol. XVII [1822], pp. 181-198 e 253-263; vol. XVIII [1822], pp. 43-54, 124-128 e 238-258; vol. XIX [1823], pp. 39-64. Ne venne fatta una tiratura a parte con la data del 1823.[49]Albertazzi A.,Del Romanzo, Milano, Vallardi, 1904; pp. 153 e 162.[50]Infatti è firmata G. Il Manzoni regalò questa copia all'ab. Giuseppe Bottelli di Arona. Venne poi in mano al prof. Alfeo Pozzi, che la donò al conte Ippolito Cibrario di Torino.[51]Storia di Clarice Visconti, Duchessa di Milano, diPrechac,versione italiana, con note e tavola cronologica, diG. Agrati, Milano, Giusti, 1827; in-12. di pp. 166. Prezzo lire 1.50.[52]Ne scrisse oltre 400 pagine, che formano le due prime parti. Cfr.Ricotti E.,Della vita e delle opere di Cesare Balbo, reminiscenze, Firenze, Le Monnier, 1856; pag. 34.[53]Assai più tardi Giuseppe Montani di Cremona incominciò anche lui a scrivere un romanzo. Era intitolato:Milano, Beccaria e Verri. Cfr.Vannucci A.,Memorie della vita e degli scritti di Giuseppe Montani, Capolago, tip. Elvetica, 1843; pp.31-32.[54]Cantù C.,Alessandro Manzoni, reminiscenze; I, 153-154.[55]Ugoni F.,Della vita e degli scritti di Camillo Ugoni; in Della letteratura italiana nella seconda metà del secolo XVIII, opera postuma diCamillo Ugoni, Milano, Bernardoni, 1857; vol. IV, pp. 511-512.[56]Ugoni C., Op. cit.; IV, 335.[57]Alessandro Pestalozza, che fu amico del Manzoni ed era ritenuto dal Rosmini il più valente degli espositori del suo sistema filosofico, mostrando un giorno l'edizione illustrata de'Promessi Sposiad Antonio Buccellati, giovinetto allora di quindici anni, gli diceva: «Di questo libro, nella prima età, tu assapori gustosamente il dialogo; durante il corso di rettorica, ti allettano le descrizioni; fatto adulto negli studi, ti si rivela la storia intima del nostro popolo nel secolo XVII; e poi e poi ogni volta che tu lo rilegga, in ogni linea senti e ritrovi la storia dell'uomo; gli è questo il miglior trattato di psicologia e morale che io conosca».[58]È invece così intitolata:Sul commercio de' commestibili e caro prezzo del vitto. Opera storico-popolare diMelchiorre Gioia,istoriografo della Repubblica Cisalpina, Milano, 1º Brumale, anno X. Presso Pirotta e Maspero stampatori-librai; due vol. in-16.Fu poi ristampata tra leOpere minoridiMelchiorre Gioiae ne forma il vol. XII, Lugano, presso Giuseppe Ruggia e C., MDCCCXXXV.[59]Buccellati A.,Manzoni ossia del progresso morale, civile e letterario quale si manifesta nelle opere di Alessandro Manzoni, letture fatte avanti il R. Istituto Lombardo di scienze e lettere, Milano, tip. editrice Lombarda, 1873; vol. II, pp. 41-42.[60]Il Casanova così dava ragguaglio al suo amico Gaetano Bernardi della prima visita che fece al Poeta: «Stamani, mandando dentro la lettera del Bonghi e del Trotti, sono andato avanti ad Alessandro Manzoni. Che bell'uomo, che bell'uomo! Anche questo! Ho rotto facilmente il ghiaccio, assicurandolo che io non ero lì per doverlo lodare, ma perchè gli volevo bene. Dopo pochi momenti eravamo insieme come vecchie conoscenze. Basta dire che, entrato all'una in punto, ne sono uscito alle cinque: quattr'ore con Alessandro Manzoni! S'è parlato di religione, di politica, di poesia, di tutto (e qui è stato un gran merito mio) deiPromessi Sposie dell'altre sue opere. Ho tenuto più di tre quarti d'ora in mano il libro dove furono abbozzati gliInni sacri. È un volume prezioso. LaPentecostebisogna vederlo lì come nacque e come di mano in mano andò, non perfezionandosi, ma ricominciando».[61]Cfr.La lettera ad Alfonso Della Valle di Casanova sulle correzioni ai Promessi Sposi; inScritti postumi, I, 251-293.[62]Morbio C.,Alessandro Manzoni ed i suoi autografi, notizie e studi, Firenze, tip. Editrice dell'Associazione, 1874; pp. 30-31.[63]S[tampa] S[tefano],Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici, appunti e memorie, Milano, Hoepli, 1885; pp. 60-61.Nel vol. II [Milano, Cogliati, 1889], a p. 133 torna a scrivere: «Ciò che suggerì l'idea del romanzo al Manzoni fu la grida, di cui ho già parlato. A prima vista par poco, eppure è moltissimo; perchè il Manzoni aggiunse tosto:—Da quella grida e dall'esservi contemplata la proibizione di fare un matrimonio qualunque, venne naturalmente tutto il resto, e la peste poi mi offriva un finale terribile e di molto effetto e che poteva sciogliere tutte le difficoltà del romanzo.—Anche queste sono parole dettemi dal Manzoni».[64]Carcano G.,Vita di Alessandro Manzoni, Milano, Rechiedei, 1873; pp. 22-24.[65]Dal Manzoni fu poi fatta decorare con alcuni ornati di terra cotta, di gusto Bramantesco, e rimase talmente contento del lavoro, che sotto una fotografia della facciata, che donò all'artista, scrisse di sua mano:Al Sig. Andrea De Boni, a cui è dovuta la felice invenzione di questo ornato, il proprietarioAlessandro Manzoni.[66]De Gubernatis A.,Alessandro Manzoni, studio biografico, Firenze, Successori Le Monnier, 1879; pp. 220-222, 225 e 228.[67]Cestaro F. P.,La storia nei«Promessi Sposi»; inStudi storici e letterari, Torino, Roux, 1894; p. 289[68]Albertazzi A.,Del Romanzo, Milano, Vallardi, 1904; p. 196.[69]In uno de' presentiBrani, in quello in cui il Manzoni discute intorno all'amore ne' romanzi con un essere immaginario, pone in bocca a costui: «Questa vostra storia non ricorda nulla di quello che gl'infelici giovani hanno sentito, non descrive i principj, li aumenti, le comunicazioni del loro affetto, insomma non li dimostra innamorati». S'affretta però a rispondergli: «ribocca invece di queste cose, e deggio confessare che sono anzi la parte più elaborata dell'opera: ma nel trascrivere, e nel rifare, io salto tutti i passi di questo genere». Osserva il prof.Rodolfo Renier[I Promessi Sposi in formazione; nelFanfulla della Domenica, ann. XXVII, n. 5, 20 gennaio 1905]: «ciò non risponde al vero, se pure non si tratti di abbozzi parziali, anteriori alla prima minuta, dei quali ignoro l'esistenza». Di questi abbozzi non ce n'è neppur uno tra le sue carte, e certo non ce ne furon mai. È una finzione bella e buona.[70]Si legge a pag. 27 del vol. I, libro 1º, capo 1º, e forma, in parte, la nota seconda, che finisce a pag. 29.[71]Cfr. quanto scrivo a pp. 536-543 del presente volume.[72]Il prof. Raffaello Masi, che conobbe il Manzoni negli ultimi anni, afferma che «cominciò a scrivere iPromessi Sposiin dialetto», ma «il Fauriel ne lo distolse». Cfr.Capitelli G.,Excelsior, prose, Lanciano, Carabba, 1893; p. 167. Il Fauriel, come vedremo, venne a trovare il Manzoni quando il lavoro era già innanzi, e nel loro carteggio non se ne ha traccia. Nessuno poi della famiglia e nessuno de' più intimi accennò mai alla cosa.[73]Per moltissimi anni la casa del Manzoni fu piena de' vecchi frontespizi e delle vecchie copertine, come ebbe a dirmi la mia buona e compianta cugina Vittoria Manzoni ne' Giorgini, figlia del Poeta, che, sebbene bambina, (era nata il 17 settembre del '22), ne ricevette una tale impressione, da non scordarla mai più.[74]Al Manzoni, mentre stava tratteggiando la figura di don Abbondio, venivano di continuo sulla punta della penna delle trovate piene di umorismo, ma si riteneva dal metterle in carta, pensando che, in fin de' conti, dipingeva un sacerdote, e che per conseguenza ci voleva misura. Lo confidò al suo intimo amico don Paolo Pecchio, curato di Brusuglio, che lo raccontò a me ne' tanti colloqui manzoniani avuti insieme ne' miei soggiorni a Brusuglio. E anzi soggiunse, che una volta al Manzoni, nel tornargliene a parlare, scappò di bocca: «Se nel Seicento fosse usato il matrimonio civile e avessi potuto metter sulla scena un Sindaco, quante gliene avrei fatte fare e quante gliene avrei fatte dire!»[75]Da una lettera scritta da Ermes Visconti, il 3 aprile del 1822, a Gaetano Cattaneo, che allora, per caso, si trovava a Venezia, si raccolgono alcune notizie intorno a questi lavori. «Manzoni ha già da un pezzo finito l'Adelchi, con due cori: presto il manoscritto sarà presentato alla Censura, ma il copista gli fa perdere di molto tempo. Staremo a sentire il giudizio che ne porterà ilgran traduttore» [Goethe]. «Non vi manca altro se non che Walter Scott gli traduca il romanzo diFermo e Lucia, quando l'avrà fatto. Ci ho proprio gusto che l'onore di una tal traduzione sia toccato al maggiore de' poeti viventi, e non a quello che comunemente è stimato il maggiore. Intanto il Manzoni ha quasi terminato gli studi per la tragedia diSpartaco, anzi ha già abbozzato il disegno degli atti. Ti aspetta con impazienza: il maestro antiquario gli deve anche questa volta servire di Pegaso. Insomma ha bisogno d'informarsi da te su molti dettagli relativi aiTraci, aigladiatori, aibastimenti degli antichi, e va pigliala. Proprio vero: la poesia romantica è fatta a posta per dispensare la gente dallo studio».[76]Il Fauriel arrivò a Milano ai primi di novembre del 1823 e si trattenne col Manzoni tutto l'inverno; nell'aprile del '24 fece una gita a Venezia, nel maggio una corsa a Trieste, nel giugno tornò a convivere col Manzoni, e rimase a Brusuglio fino agli ultimi di novembre. Passato che ebbe a Firenze l'inverno, nell'aprile del '25 eccolo di nuovo ospite dell'amico, che lasciò soltanto al principio d'ottobre, Cfr.D'Ancona A.,Spigolature nell'Archivio della Polizia Austriaca di Milano, nellaNuova Antologia, serie IV, vol. LXXIX, fascicolo del 16 gennaio 1899, pp. 194-195.[77]LoSpencer Kennard[Romanzi e romanzieri italiani, Firenze, Barbèra, 1904; I, 39] nota che il Manzoni «si serve di questo personaggio come di un istrumento necessario allo svolgimento del romanzo; ma lo abbandona non appena gli ha fatto rappresentare la sua parte, non appena Lucia è uscita dal monastero per andare inconscia verso il tranello che dovrebbe essere la sua rovina. Da quel momento Gertrude sparisce dal romanzo e la sua sorte resta per il lettore oscura e misteriosa come le mura del suo convento». Il critico americano evidentemente ignora che il Manzoni accorciò quell'episodio. Al taglio fatto dall'A. accenna il Tommaseo in una delle sue lettere al Vieusseux, senza data, ma forse del luglio del '26: «Si dice che un bell'episodio di delitto di certa monaca illustre egli l'abbia lasciato, per consiglio d'alcuno tra gli amici suoi». Ne tocca anche nella infelice rassegna che de'Promessi Sposifece nella vecchiaAntologia: «il carattere della Signora sarebbe più individuale e più vivo, se l'A., come la pubblica voce afferma, non avesse per eccesso di delicatezza troncata la parte dei suoi traviamenti». In quello stesso giornale anche Giuseppe Montani ricordò l'episodio della Signora, «troncato chi crede per ragioni d'arte, chi per altre». Scrive ilRenier[I Promessi Sposi in formazione. I. La Signora; nel Fanfulla della Domenica, ann. XXVII, n. 3, 15 gennaio 1905]: «L'episodio, di cui il Manzoni s'era invaghito, aveva già troppo il carattere di un romanzo nel romanzo; e perciò l'amico Fauriel consigliava di sopprimerlo. A questo partito radicale l'A. non seppe decidersi; ma ne eliminò una parte, ne eliminò anche troppa parte. Perchè? Possibile che il romanziere non siasi avveduto essere quelle due scene, rappresentate con plasticità geniale, più utili all'azione principale che quella lunga preparazione remota, per cui Gertrude divenne monaca contro voglia e spergiura e complice d'omicidio? Se si doveva adoperare il ferro chirurgico sulla carne viva del magnifico episodio, perchè rispettare tanto ciò che era più lontano dalla storia dei due sposi, il lento ed inevitabile pervertimento, mentre spietatamente si recidevano le circostanze essenziali del primo delitto e gli stimoli irresistibili al secondo? Bisogna pur pensare che gli scrupoli religiosi di monsig. Tosi avessero qualche presa sull'animo del Manzoni. È vero che nella prima stesura aveva messo le mani avanti dicendo:Il Ripamonti racconta di questa infelice cose più forti di quelle che sieno nella nostra storia; e noi ci serviamo anzi delle notizie che egli ci ha lasciate, per render più compiuta la storia particolare della Signora. Queste cose però, quantunque rese più che probabili da una tale testimonianza, e quantunque essenziali al filo del nostro racconto, noi le avremmo taciute; avremmo anche soppresso tutto e il racconto, se non avessimo potuto anche raccontare in Progresso un tale mutamento d'animo nella Signora, che non solo tempera e raddolcisce l'impressione sinistra che deggiono fare i primi fatti della Signora, ma deve creare una impressione d'opposto genere e consolante». Cfr. le pp. 32-34 dei presentiBrani. Il Renier prosegue: «Questa giustificazione etica, ricercata nella esemplarità finale di quell'intermezzo storico, indusse forse la coscienza del Manzoni a non sopprimere di sana pianta quei due capitoli, che tanto gli piacevano; ma rimaneva pur sempre il pericolo di eccitare soverchiamente, con rappresentazioni vivaci, il raccapriccio dei lettori per scene pur troppo seguite in un luogo sacro, tra quelle che avrebbero dovuto essere le spose del Signore. Chi sappia ciò che il Manzoni pensava a questo proposito, troverà per avventura in questo timore la ragione sufficiente della mutilazione. I successivi portamenti della Signora non avevano relazione diretta con la favola principale del romanzo, e furono eliminati; le due scene, di cui non si poteva far senza, furono ridotte con tanta arte, che la fantasia dei lettori potesse colmare la loro misteriosa indeterminatezza. Così si tacitavano gli scrupoli e si ubbidiva anche un poco alle esigenze dell'economia del libro, alle quali per altro don Alessandro non era disposto a sacrificare troppo le sue personali inclinazioni e i suoi gusti. Si tenga presente che, malgrado tutti i consigli ed i consiglieri, il vero ed assoluto arbitro nell'opera propria rimase pur sempre lui».Che gli «scrupoli religiosi» del Vescovo di Pavia avessero «qualche presa» sul Manzoni, e che lo trattenesse il timore «di eccitare soverchiamente, con rappresentazioni vivaci, il raccapriccio de' lettori» per delitti commessi tra le mura d'un monastero e da persone che si erano consacrate a Dio, come inclina a ritenere il Renier, è da escludere allatto. Uno de' più intimi amici del Manzoni, il compianto don Paolo Pecchio, curato di Brusuglio, un giorno interrogato da me sulle ragioni che spinsero il Poeta ad accorciare l'episodio della Signora, sopprimendone l'ultimo capitolo; il Pecchio, che conosceva quel capitolo, avendoglielo dato a leggere lo stesso Manzoni, ebbe a dichiararmi nel modo più reciso, che le ragioni furono unicamente estetiche e per nulla religiose. Anzi mi soggiunse:Questo non è un apprezzamento mio; me lo dichiarò di sua bocca don Alessandro.Perchè mai il Manzoni nell'adoperare, come dice il Renier, il ferro chirurgico sulla carne viva dell'episodio, rispettò tanto «ciò che era più lontano dalla storia dei due sposi, il lento e inevitabile pervertimento», e invece recise «le circostanze essenziali del primo delitto e gli stimoli irresistibili al secondo?» A me la ragione par chiara. Il Manzoni con lo scrivere iPromessi Sposisi è proposto di dipingere con fedeltà storica la Lombardia nel secolo XVII. De' delitti nel romanzo ce n'eran già parecchi, e il racconto d'un omicidio di più niente aggiungeva al quadro. Non poteva togliere neppure una virgola dalle numerose pagine della monacazione, essendo necessario, nel dipingere i costumi d'allora, tener conto delle arti malvagia messe in opera dalle famiglie per seppellire le proprie figliole ne' chiostri. Dato il tradimento che la Signora doveva commettere a danno di Lucia, affidata a lei e sotto la sua protezione, bisognava far conoscere come e perchè si era pervertita. Insomma, di ciò che aveva scritto, tutto era necessario, anzi indispensabile, all'infuori de' delitti. Fu lì che menò le forbici.[78]Anche dopo pubblicato il romanzo, il Manzoni dette a leggere ad alcuni de' suoi più intimi questo capitolo soppresso; uno anzi di essi, col consenso suo, lo trascrisse. Fu l'ab. Giuseppe Bottelli di Arona, che tradusse in latino con molta eleganza iSepolcridel Foscolo e le dueEpistoledel Pindemonte e del Torti. Quando morì il 19 luglio del 1841, il Manzoni, il Grossi e il Torti, tutti e tre insieme, gli composero l'iscrizione, dal dott. Luigi, suo fratello, murata sulla sepoltura. Della cordiale amicizia che ebbe per lui il Foscolo, stanno lì a renderne testimonianze le tre affettuosissime lettere che gli scrisse Ugo e sono a stampa nell'Epistolario[I, 102, 106 e 110]. IlCantù[Reminiscenze; II, 43] ricorda «un viaggio in Svizzera per monte Cenere», che diede alla luce. Così ne parla lo Stampa [Op. cit.; I, 231]: «Conobbi l'ab. Bottelli, persona molto colta, celebre latinista, simpatica, bella testa, di alta persona, bravissimo giocator di tarocchi, al quale però teneva fronte onorevolmente il Manzoni, che si lamentava solo, (ben inteso, così per ischerzo) che il Bottelli giocasse con troppo sprezzante noncuranza, come se non trovasse avversari degni di tenergli testa». Serbò sempre come un gioiello il capitolo della Signora, e lo mostrava agli amici, rilevandone la singolare bellezza. Dopo la sua morte, passò nelle mani del fratello, insieme con la ricca e scelta libreria, che poi donò, ma solo in parte, al Comune di Arona: il meglio, col carteggio e i manoscritti, l'ebbe don Carlo Trivi; non però il capitolo manzoniano, andato soggetto a curiose vicende. Di bocca in bocca la voce dell'esistenza di questo manoscritto arrivò agli orecchi di monsig. Ferdinando Minucci, arcivescovo di Firenze, e si accese in lui così vivo il desiderio di leggerlo, che lo fece chiedere in prestito al Bottelli, senza, peraltro, poterlo avere. Il rifiuto non lo sgomentò per nulla, e il 21 marzo del '43 scrisse di punto in bianco al Manzoni: «Di soverchia arditezza comparirò a V. S. «Ill.ᵐᵃ reo, osando, siccome sono, affatto a Lei sconosciuto, dirigerle questa mia lettera. Non ho potuto però a meno di rivolgermi a Lei dopo che il sig. Luigi Bottelli di Arona, pregato da un mio rispettabile amico, perchè si compiacesse favorirmi una copia del manoscritto da esso posseduto di alcuni brani che V. S. Ill.ᵐᵃ credè eliminare nella pubblicazione del suo non mai abbastanza lodato romanzoI Promessi Sposi, ha risposto,che abuserebbe della confidenza dell'autore acconsentendo all'inchiesta, da esso avendone positivo divieto. Ecco, rispettabilissimo sig. cavaliere, il motivo dell'incomodo che oso recarle, nella dolce lusinga che a me, non ultimo fra i tanti estimatori delle squisite sue produzioni, si compiacerà consentire acciò dal sig. Bottelli possa io ricevere la dimandata copia, ovvero favorirmela di per sè con un tratto più lusinghiero dell'esimia sua gentilezza, promettendo fin d'ora e strettamente obbligandomi di non comunicarla ad alcuno, se così le piace d'impormi». Il Manzoni ricevette questa lettera del Minucci insieme con una di Paolo Rambaldi, sua vecchia conoscenza, che era allora Rettore del Seminario Fiorentino, con la quale lo scongiurava ad appagare «il desiderio grandissimo» dell'Arcivescovo. Il Manzoni, il 5 d'aprile, pregò il Bottelli «di voler soddisfare il desiderio del buon prelato, il quale, del resto, e come accade spesso, sarà gastigato coll'ottenere il suo intento». Finiva con dirgli: «quando codesta copia, che, come credo e spero, è unica, gli sarà ritornata, io riguarderei come un vero favore, o se volesse mandarla a me, o, che è tutt'uno, farmi sapere d'averla distrutta». Il Bottelli, invece d'inviarla al Minucci, la spedì al Manzoni; e fu lui che la mandò all'Arcivescovo di Firenze, col mezzo del Rambaldi, al quale l'accompagnò con questa lettera, scritta da Milano il 19 d'aprile: «Veneratissimo sig. Rettore. Eccole il manoscritto, che la prego di rimettere a Monsignore, il quale quando gli avrà fatto l'onore non meritato di leggerlo, voglia compiacersi, con tutto il suo comodo, di ritornarlo a me, giacchè chi lo possedeva m'ha fatto il piacere di cedermelo. Non voglio lasciarmi sfuggire questa nuova, e sempre per me fortunata occasione di presentare, per di Lei mezzo, a Monsignore i più umili e devoti ossequi. E Lei abbia la bontà, dal tetto in giù, e la carità, dal tetto in su, di rammentarsi qualche volta di chi, con affettuoso rispetto, ha l'onore di dirsi suo umil.ᵐᵒ aff.ᵐᵒ servitoreAlessandro Manzoni».Il Minucci, letta che l'ebbe, restituì la copia al Manzoni; ma l'impressione di quella lettura fu in lui viva e profonda, nè gli si cancellò mai più dalla mente, tanto rimase colpito dalla bellezza di quelle pagine; come ebbe a confidarmi Cesare Guasti, uno degli intimi suoi. Il Manzoni si lusingava che quella copia fosse «unica» e non lo era. L'ab. Giuseppe Bottelli l'aveva data a leggere e lasciata trascrivere a fr. Giulio Arrigoni di Bergamo, valentissimo predicatore, che il Grossi presentò al Manzoni con un biglietto, dove era scritto: «è uno dei molti che desiderano di conoscerti, ma uno dei pochi che lo meritino». L'Arrigoni, che fu poi professore dell'Università di Pisa e arcivescovo di Lucca, negli ultimi anni della vita, una sera, volle farmi una gradita sorpresa e mi lesse quel capitolo; me lo lesse, come sapeva legger lui, nel porgere e nel modulare la voce, inarrivabile addirittura. Non rifiniva di dirmi: che peccato che il Manzoni l'abbia tolto dal romanzo![79]Luigi Zerbi,La Signora di Monza nella storia, notizie e documenti; nell'Archivio storico lombardo, ann. XVII [1890], fasc. III, pp. 675-753.[80]Ragionamenti sulla storia lombarda del secolo XVII per commento aiPromessi Sposidel Manzoni; nell'Indicatore, di Milano, tom. XI, fasc. 31 [aprile 1832], pp. 63-98; fasc. 33 [giugno 1832], pp. 328-383; tom. XII, fascicolo 34 [luglio 1832], pp. 91-141, e fasc. 36 [settembre 1832], pp. 297-312. Ne venne fatta una tiratura a parte, col titolo:Sulla storia lombarda del secolo XVII, ragionamenti diCesare Cantùper commento aiPromessi Sposidi Alessandro Manzoni, Milano, presso l'editore dell'Indicatore, presso la Ditta Antonio Fortunato Stella e figli, [coi tipi di Luigi Nervetti], M.DCCC.XXXII; in-8. di pp.viii-200.[81]Iosephi Ripamonti,canonici scalensis, chronistae urbis Mediolani, Historiae patriae decadis V libri VI, Mediolani, ex Regio Palatio apud Jo. Baptistam et Julium Caesarem Malatestam Regios Typographos, senza anno; pp. 358-377.[82]I Promessi Sposi, cap. IX.[83]A[mbrosoli F.],La Signora di Monza; inL'Eco, di Milano, ann. VIII, n. 5, 12 gennaio 1835.[84]Custodi P.,Nuove illustrazioni sulla Signora di Monza, [lettera]Al Sig. Gioacchino Crivelli archivista dell'Ecc.ᵐᵃ Casa Borromeo Arese; inL'Eco, ann. VIII, n. 115, 19 ottobre 1835[85]Cantù Cesare,Maria Virginia de Leiva o la Signora di Monza; inVite e ritratti delle donne celebrid'ogni paese, opera della Duchessa d'Abrantès, continuata per cura di letterati italiani, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1837; vol. III, pp. 9-24, col ritratto della Signora, litografato da P. Bertolotti, su disegno di M. S. V. tolto «dal quadro posseduto dal sig. dott. Angelo Appiani custode dell'I. R. Palazzo di Monza». Intorno a questo preteso ritratto cfr.Mezzotti F.,Effigie della Signora di Monza ravveduta, scopertasi presso una ragguardevole famiglia di Monza; inL'Eco, ann. VIII, n. 38, 30 marzo 1835; e anche:Appiani Angelo,Rinvenimento dell'effigie della Signora di Monza, nellaGazzetta privilegiata di Milano, n. 112, 2 aprile 1835.[86]Cfr.La Signora di Monza;in Italiani illustri ritratti daCesare Cantù,Terza edizione, Milano, Gaetano Brigola e comp., senza anno; vol. III, pp. 601-617.[87]Il Leopardi, il 17 giugno del 1828, scriveva al padre: «Qui si pubblicherà fra non molto una specie di continuazione di quel romanzo» [I Promessi Sposi], «la quale passa tutta per le mie mani. Sarà una cosa che varrà poco; e mi dispiace il dirlo, perchè l'autore è mio amico, e ha voluto confidare a me solo questo secreto, e mi costringe a riveder la sua opera, pagina per pagina, ma io non so che ci fare». Monaldo gli rispondeva: «Perchè mai questo amico vostro s'impegna a continuare il romanzo di Manzoni? Quell'opera deve essere imitata quanto si può, ma nessuno speri di eguagliarla: ed essa resterà sempre somma ed inarrivabile nella sua classe. Il mettersi dunque tanto scopertamente in linea con esso, è voler sentire dichiarata da tutto il mondo la propria inferiorità». Si tratta appunto del prof. Giovanni Rosini e della suaMonaca di Monza. Pure, al primo apparire, verso la fine di marzo del 1829, levò rumore: basti dire cheGiuseppe Montaninell'Antologia[tom. XXXIV, n. 100, aprile 1829, pp. 75-113] trovava il carattere della Gertrude del Rosini «migliore di quello dell'episodio manzoniano». Il Rosini, prima che la suaMonaca«uscisse de' chiostri della stamperia, ne mostrava a Giampietro Vieusseux certe bellezze a parte a parte, scoprendo con gusto le cose proibite, mezzo velate»; e incontrato che essa ebbe spaccio e fortuna, tanto se ne inorgoglì, da credere e ripetere: «Il Manzoni non mi sa perdonare che la mia Monaca abbia sotterrati i suoi Sposi». Cfr.Tommaseo N.,Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo, memorie, Firenze, 1863; p. 119.[88]Mezzottidott. F.,Il Pozzo della Spagnuola, avventura monzese; inL'Eco, di Milano, ann. VIII, n. 25, 27 febbraio 1835, n. 26, 2 marzo 1835, e n. 38, 30 marzo 1835.[89]La Signora di Monza e le Streghe del Tirolo, processi famosi del secolo decimosettimo, per la prima volta cavati dalle filze originali, per cura del C.T. Dandolo,cavaliere dell'Ordine pontificio di S. Gregario Magno, dell'Ordine sardo de' Santi Maurizio e Lazzaro, dottore in Legge e socio di molte Accademie, Milano, Tipografia e Libreria Arcivescovile Ditta Boniardi-Pogliani di Ermenegildo Besozzi, 1855; in-8. La parte riguardante la Signora di Monza occupa le pp. 9-179. È adorna del fac-simile della scrittura di lei e del suo preteso ritratto. Ne fu fatta una «seconda edizione» economica a Milano, per Gaetano Schiepatti [tip. Fratelli Borroni, 1864; in-16]. Vi mancano però le «sentenze ed allegati;» in tutto venti documenti.[90]Questa pubblicazione tornò sgradita anche al canonico Aristide Sala, archivista arcivescovile, che il 23 luglio del 1855 così ne scriveva al conte Tullio Dandolo: «Ho veduto per pochi istanti la sua pubblicazione del Processo della Signora di Monza sul tavolo di un amico. Il primo periodo della prefazione mi ha vivamente ferito. Come può Ella buttarmi in faccia che questi importanti fascicoli si lasciavano dimenticatipolverosi in tarlato scaffale, ove è da credere continuerebbero a dormirvi sonni indisturbati, se una volontà generosa e fidente, ecc. mentre Ella li ha veduti portar le traccie d'essere stati più volte accuratamente rappezzati, ricuciti, ordinati, numerizzati, rubricati e quindi anche letti e studiati; e sa benissimo come per consegnarli a Lei furono levati da una secreta custodia, munita di apposita chiave, praticata in uno scaffale di recente costruzione? E là senza dubbio avrebbero quei fascicoli continuato a rimanere in geloso riserbo; ma non già perchè gli impiegati di questa Curia Arcivescovile sieno tali, quali Ella sembra voglia far credere, da non conoscere la preziosità degli oggetti che posseggono, nè di saper usare dei farmachi eroici, di cui tengono sepolto il tesoro, sibbene perchè nessuno era, nessuno è, nella persuasione che si potesse o convenisse pubblicare quel processo; e per soprappiù quella stessavolontà generosa e fidente, di cui la S. V. fa menzione, aveva dato al sottoscritto fin da quando fu nominato Archivista le più precise e severe prescrizioni allo scopo che nessuno il leggesse od il vedesse, non solo, ma nè tampoco trapelasse il posto ov'era conservato. Come poi questavolontà generosa e fidente, sì severa su di un tal punto con tutti gli altri, per Lei sia stata all'opposto facile tanto e indulgente dacomandareche le fosse consegnato per dieci giorni, anzi da permettergliene perfino la pubblicazione, io non debbo investigarlo, ma, comunque sia, ciò non vale a distruggere la realtà delle cose suesposte. Qual sorta poi d'importanza, qual senso Ella pretenda attribuire all'aver io fatto legare in un volume il processo in discorso innanzi di eseguire l'ordine che m'imponeva di consegnarglielo, confesso di non saperlo capire; poichè però vedo che Ella ha voluto nella sua Prefazione accennare anche a questa inezia, io debbo ritenere che la V. S. non l'abbia fatto oziosamente. Giovami quindi di richiamare la cosa alla perfetta sua semplicità. Finchè il processo della Signora di Monza doveva restare nascosto a tutti, si poteva aspettare il compimento dell'intrapreso generale riordinamento e classificazione degli atti d'Archivio, per farlo poi mettere in assetto col rimanente; venuta invece l'occasione di doverlo affidare ad una terza persona e lasciarlo sortire dall'Archivio, diventava indispensabile farlo legare in volume ad ovviare la troppo facile lacerazione di quei logori fogli e la dispersione degli autografi e pezze volanti che vi erano incluse. Del resto, appunto perchè Ella aveva dovuto accorgersi che insistendo per avere il processo e per essere abilitato a stamparlo aveva fatto cosa spiacevole a molti, di ben diverso parere del suo, si sarebbe sperato ch'Ella, riuscito essendo nell'intento, avesse almeno la delicatezza di schivare tutte quelle espressioni che potevano offendere coloro che lo vedevano a proprio malcosto venuto in luce».Ebbe questa risposta dal Dandolo: «Pregiato mio Signore, Veramente la sua lettera d'oggi stesso (della quale Le piacque farmi firmare dall'usciere latore la ricevuta, quasichè non avesse a parermi soverchio d'averla ricevuta senza l'aggiunta della controsegnata dichiarazione) si assume darmi più di una lezione di delicatezza: dubito forte s'Ella avesse titolo di infliggermele; certo io l'ho di risponderle e di ricambiargliele. Ella mi riprende d'aver parlato di tarlato scaffale e di fascicoli polverosi, mentre, valga il vero, lo scaffale era nuovo e i fascicoli vestivano camicia recente: quando io scrissi così, mi fu sventura porre la mente piuttosto al passato di quell'Archivio che al presente; nè mi diedi cura in affare sì da poco di attenermi scrupolosamente alla verità, dal momento che l'Archivio non doveva essere nominato e il pubblico era destinato a rimanersi all'oscuro dell'archivista a cui quelle malaugurate parole sarebbon parute riferirsi: è da credere che mi seducesse l'effetto pittorico della frase; ed Ella deve abituarsi così ad essere indulgente in fatto di frasi ai letterati, ove si tratti d'inezie, come a ricordarsi manco di sè quando altri per una perdonabile sbadataggine mostrò di non ricordarsene. Ella, che ad ogni mia parola attribuisce una gravità, a cui son ben lontano dall'aspirare, non sa bene a qual fine io accennassi l'avvenuta compenetrazione de' fascicoli in volume, e s'inquieta a investigarlo, quasi anche in ciò si celi insidia ed offesa; mi è caro tranquillarla su questo particolare: accennai del volume per poter dire delle pagine e citarle numerizzate. Se una volontà, ripeterò, generosa e fidente posemi in grado di leggere, studiare, trasuntare e pubblicare il processo della Signora di Monza, tal volontà giace troppo al di sopra della di Lei disapprovazione, perchè io non abbia a starmene contento della fiducia dimostratami e tranquillo dell'uso che ne feci, nonostante le riprensioni di cui Ella mi fa segno; mostrando con questo di non essersi formati retti giudizj di ciò che siamo ambidue. Ella è per certo uno zelante archivista; ma spingere lo zelo, o dirò meglio l'amore dei proprj modi di giudicare, sino alla incriminazione sottintesa del suo Superiore, che mi diè quelle carte, ed esplicita di me, che ne usai, questo, con sua buona pace, è togliersi troppo alla modestia delle attribuzioni che le competono. Quanto a me, sono scrittore abbastanza noto e da molto tempo per la sua devozione alle idee cattoliche, alla cui difesa elettivamente e coraggiosamente mi consacrai; reputai opportuno circoscrivere, precisare un fatto famoso, cui l'indefinito aveva fin qui indefinitamente ampliato; e lo corredai di commenti che ne avessero a mitigare e, se mi riusciva, a distruggere i mal influssi che già esercitò a notizia di tutti. Quest'aperta e non impugnabile intenzione mia avrebbe dovuto procacciarmi da un degno ecclesiastico, qual Ella è, benevolenza e non antipatia. Le lezioni, in generale, son buone a riceversi dagli anziani, dagli autorizzati a darle. Assai più giovane di me e senza titolo a costituirmisi ammonitore e riprensore, la prego di credere che non mi tengo così basso nella mia propria opinione e nella altrui da far buon viso ad un foglio del tenore del suo».Una petulanza così sguaiata mosse a sdegno quella stessavolontà generosa e fidenteche aveva, contro il parere del Sala, accordato al Dandolo il permesso di pubblicare il processo, vale a dire il Provicario Caccia, che, presa la penna, scrisse a difesa del malmenato archivista: «Il Dandolo alla lettera del sig. Sala ha dato un senso che non è il suo ed ha trasportato la questione in un campo ben diverso da quello in cui doveva di propria natura restringersi. La lettera del Sala aveva tutte le formalità d'una lettera d'ufficio e quindi anche quella della ricevuta sul libro di consegna. Il Sala non aveva scritto quella lettera senza aver prima consultato il Provicario, non l'aveva spedita senza prima avergliela letta; tolta quindi ogni intenzione di incriminare il Superiore. Il Sala non parla nemmeno del libro del Dandolo, parla solo della prefazione; tolta quindi anche l'intenzione di riprendere l'autore dell'uso che gli era stato concesso di fare del manoscritto in discorso. Se il Sala accenna che nessuno è nella Curia persuaso che quel libro si potesse o convenisse pubblicarlo, lo fa solo per dare il motivo della dimenticanza in cui parve al Dandolo che fosse tenuto quel processo. Se confessa d'essere stato di diverso parere del Dandolo e del Superiore, lo fa perchè avendo d'altronde piegato allaespressa volontàdel Superiore medesimo, trovava in ciò di avere un titolo di più ai riguardi del Dandolo. Del resto, della concessione Superiore il Sala protesta nella di lui lettera chenon deve investigarne le ragioni. Il Sala si era prefisso unicamente di far capire al sig. Dandolo che la superiore concessione gli dava bensì il diritto di usare del manoscritto per il bene, non quello di intaccare l'onore dell'Ufficio dal quale fu per lui levato. Il Dandolo più che all'infelice passata condizione dell'Archivio Arcivescovile poteva più facilmente e poteva più volentieri por mente al bell'ordine che di presente vi s'introduce. Appunto perchè agli occhi del Dandolo il Sala non ha altro merito in fuori di quello di essere uno zelante archivista, perchè togliergli anche questo poco merito con una men vera allusione? Quando si han da dire parole che ponno dispiacere, non è buona scusa la bellezza della frase o la poca riflessione. Un buon cattolico non scrive lettere così umilianti ad un sacerdote, come il Dandolo ha fatto. Il Sala ha usato del proprio diritto; assalito, si è difeso; e chi scrive parole che toccano una terza persona si mette nella posizione di dover permettere che vi si risponda. Il Dandolo è tanto più ingiusto col Sala, in quanto il Sala quando, pregato dal Dandolo stesso, espose al Superiore il proprio sentimento circa la chiesta pubblicazione del Processo, parlò del Dandolo con profusione di stima per le sue buone intenzioni e per le sue cattoliche idee».Di tutte queste lettere, che sono inedite, se ne trovano le copie tra le carte del Manzoni, il quale tenne dietro alla controversia con vivo interesse.[91]Virginie de Leyva ou intérieur d'un convent de femmes en Italie au commencement du dix-septième siècle d'après les documents originaux, parPhilarète Chasles,professeur au Collége de France, Conservateur à la Bibliothèque Mazarine. Seconde édition, ornée du portrait authentique de Virginie de Leyva, d'après Daniel Crespi, Paris, Poulet-Malassis, libraire-éditeur; 1862; in-12. di pp.xii-204.[92]La Signora di Monza(Sœur Virginie-Marie de Leyva)et son procès, 1595-1609,parA. Renzi,membre et administrateur de l'Institut historique de France, etc.Paris, E. Dentu, éditeur-libraire de la Societé des gens de lettres, 1862; in-8. di pp. viii-192, colla «Effig. della Penit. Ravved. Suor Virginia Maria Leyva» dipinta da Daniele Crespi.[93]A. Verona,Virginia de Leyva (la Monaca di Monza) e i conventi in Italia nel secolo XVII, annotazioni storico-critiche, a proposito dell'opera: «Virginia de Leyva ossia l'interno di un monastero in Italia sul principio del secolo XVII, dai documenti originali, per Filarete Chasles»; nellaRivista contemporanea, di Torino, ann. IX, vol. XXVI, fasc. 95, ottobre 1861; pp. 124-129.[94]La Perseveranza, di Milano, n.º 28, 8 aprile 1875.
[48]La calata degli Ungheri in Italia nel novecento, romanzo storico originale; inIl Ricoglitore, di Milano, vol. XVII [1822], pp. 181-198 e 253-263; vol. XVIII [1822], pp. 43-54, 124-128 e 238-258; vol. XIX [1823], pp. 39-64. Ne venne fatta una tiratura a parte con la data del 1823.[49]Albertazzi A.,Del Romanzo, Milano, Vallardi, 1904; pp. 153 e 162.[50]Infatti è firmata G. Il Manzoni regalò questa copia all'ab. Giuseppe Bottelli di Arona. Venne poi in mano al prof. Alfeo Pozzi, che la donò al conte Ippolito Cibrario di Torino.[51]Storia di Clarice Visconti, Duchessa di Milano, diPrechac,versione italiana, con note e tavola cronologica, diG. Agrati, Milano, Giusti, 1827; in-12. di pp. 166. Prezzo lire 1.50.[52]Ne scrisse oltre 400 pagine, che formano le due prime parti. Cfr.Ricotti E.,Della vita e delle opere di Cesare Balbo, reminiscenze, Firenze, Le Monnier, 1856; pag. 34.[53]Assai più tardi Giuseppe Montani di Cremona incominciò anche lui a scrivere un romanzo. Era intitolato:Milano, Beccaria e Verri. Cfr.Vannucci A.,Memorie della vita e degli scritti di Giuseppe Montani, Capolago, tip. Elvetica, 1843; pp.31-32.[54]Cantù C.,Alessandro Manzoni, reminiscenze; I, 153-154.[55]Ugoni F.,Della vita e degli scritti di Camillo Ugoni; in Della letteratura italiana nella seconda metà del secolo XVIII, opera postuma diCamillo Ugoni, Milano, Bernardoni, 1857; vol. IV, pp. 511-512.[56]Ugoni C., Op. cit.; IV, 335.[57]Alessandro Pestalozza, che fu amico del Manzoni ed era ritenuto dal Rosmini il più valente degli espositori del suo sistema filosofico, mostrando un giorno l'edizione illustrata de'Promessi Sposiad Antonio Buccellati, giovinetto allora di quindici anni, gli diceva: «Di questo libro, nella prima età, tu assapori gustosamente il dialogo; durante il corso di rettorica, ti allettano le descrizioni; fatto adulto negli studi, ti si rivela la storia intima del nostro popolo nel secolo XVII; e poi e poi ogni volta che tu lo rilegga, in ogni linea senti e ritrovi la storia dell'uomo; gli è questo il miglior trattato di psicologia e morale che io conosca».[58]È invece così intitolata:Sul commercio de' commestibili e caro prezzo del vitto. Opera storico-popolare diMelchiorre Gioia,istoriografo della Repubblica Cisalpina, Milano, 1º Brumale, anno X. Presso Pirotta e Maspero stampatori-librai; due vol. in-16.Fu poi ristampata tra leOpere minoridiMelchiorre Gioiae ne forma il vol. XII, Lugano, presso Giuseppe Ruggia e C., MDCCCXXXV.[59]Buccellati A.,Manzoni ossia del progresso morale, civile e letterario quale si manifesta nelle opere di Alessandro Manzoni, letture fatte avanti il R. Istituto Lombardo di scienze e lettere, Milano, tip. editrice Lombarda, 1873; vol. II, pp. 41-42.[60]Il Casanova così dava ragguaglio al suo amico Gaetano Bernardi della prima visita che fece al Poeta: «Stamani, mandando dentro la lettera del Bonghi e del Trotti, sono andato avanti ad Alessandro Manzoni. Che bell'uomo, che bell'uomo! Anche questo! Ho rotto facilmente il ghiaccio, assicurandolo che io non ero lì per doverlo lodare, ma perchè gli volevo bene. Dopo pochi momenti eravamo insieme come vecchie conoscenze. Basta dire che, entrato all'una in punto, ne sono uscito alle cinque: quattr'ore con Alessandro Manzoni! S'è parlato di religione, di politica, di poesia, di tutto (e qui è stato un gran merito mio) deiPromessi Sposie dell'altre sue opere. Ho tenuto più di tre quarti d'ora in mano il libro dove furono abbozzati gliInni sacri. È un volume prezioso. LaPentecostebisogna vederlo lì come nacque e come di mano in mano andò, non perfezionandosi, ma ricominciando».[61]Cfr.La lettera ad Alfonso Della Valle di Casanova sulle correzioni ai Promessi Sposi; inScritti postumi, I, 251-293.[62]Morbio C.,Alessandro Manzoni ed i suoi autografi, notizie e studi, Firenze, tip. Editrice dell'Associazione, 1874; pp. 30-31.[63]S[tampa] S[tefano],Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici, appunti e memorie, Milano, Hoepli, 1885; pp. 60-61.Nel vol. II [Milano, Cogliati, 1889], a p. 133 torna a scrivere: «Ciò che suggerì l'idea del romanzo al Manzoni fu la grida, di cui ho già parlato. A prima vista par poco, eppure è moltissimo; perchè il Manzoni aggiunse tosto:—Da quella grida e dall'esservi contemplata la proibizione di fare un matrimonio qualunque, venne naturalmente tutto il resto, e la peste poi mi offriva un finale terribile e di molto effetto e che poteva sciogliere tutte le difficoltà del romanzo.—Anche queste sono parole dettemi dal Manzoni».[64]Carcano G.,Vita di Alessandro Manzoni, Milano, Rechiedei, 1873; pp. 22-24.[65]Dal Manzoni fu poi fatta decorare con alcuni ornati di terra cotta, di gusto Bramantesco, e rimase talmente contento del lavoro, che sotto una fotografia della facciata, che donò all'artista, scrisse di sua mano:Al Sig. Andrea De Boni, a cui è dovuta la felice invenzione di questo ornato, il proprietarioAlessandro Manzoni.[66]De Gubernatis A.,Alessandro Manzoni, studio biografico, Firenze, Successori Le Monnier, 1879; pp. 220-222, 225 e 228.[67]Cestaro F. P.,La storia nei«Promessi Sposi»; inStudi storici e letterari, Torino, Roux, 1894; p. 289[68]Albertazzi A.,Del Romanzo, Milano, Vallardi, 1904; p. 196.[69]In uno de' presentiBrani, in quello in cui il Manzoni discute intorno all'amore ne' romanzi con un essere immaginario, pone in bocca a costui: «Questa vostra storia non ricorda nulla di quello che gl'infelici giovani hanno sentito, non descrive i principj, li aumenti, le comunicazioni del loro affetto, insomma non li dimostra innamorati». S'affretta però a rispondergli: «ribocca invece di queste cose, e deggio confessare che sono anzi la parte più elaborata dell'opera: ma nel trascrivere, e nel rifare, io salto tutti i passi di questo genere». Osserva il prof.Rodolfo Renier[I Promessi Sposi in formazione; nelFanfulla della Domenica, ann. XXVII, n. 5, 20 gennaio 1905]: «ciò non risponde al vero, se pure non si tratti di abbozzi parziali, anteriori alla prima minuta, dei quali ignoro l'esistenza». Di questi abbozzi non ce n'è neppur uno tra le sue carte, e certo non ce ne furon mai. È una finzione bella e buona.[70]Si legge a pag. 27 del vol. I, libro 1º, capo 1º, e forma, in parte, la nota seconda, che finisce a pag. 29.[71]Cfr. quanto scrivo a pp. 536-543 del presente volume.[72]Il prof. Raffaello Masi, che conobbe il Manzoni negli ultimi anni, afferma che «cominciò a scrivere iPromessi Sposiin dialetto», ma «il Fauriel ne lo distolse». Cfr.Capitelli G.,Excelsior, prose, Lanciano, Carabba, 1893; p. 167. Il Fauriel, come vedremo, venne a trovare il Manzoni quando il lavoro era già innanzi, e nel loro carteggio non se ne ha traccia. Nessuno poi della famiglia e nessuno de' più intimi accennò mai alla cosa.[73]Per moltissimi anni la casa del Manzoni fu piena de' vecchi frontespizi e delle vecchie copertine, come ebbe a dirmi la mia buona e compianta cugina Vittoria Manzoni ne' Giorgini, figlia del Poeta, che, sebbene bambina, (era nata il 17 settembre del '22), ne ricevette una tale impressione, da non scordarla mai più.[74]Al Manzoni, mentre stava tratteggiando la figura di don Abbondio, venivano di continuo sulla punta della penna delle trovate piene di umorismo, ma si riteneva dal metterle in carta, pensando che, in fin de' conti, dipingeva un sacerdote, e che per conseguenza ci voleva misura. Lo confidò al suo intimo amico don Paolo Pecchio, curato di Brusuglio, che lo raccontò a me ne' tanti colloqui manzoniani avuti insieme ne' miei soggiorni a Brusuglio. E anzi soggiunse, che una volta al Manzoni, nel tornargliene a parlare, scappò di bocca: «Se nel Seicento fosse usato il matrimonio civile e avessi potuto metter sulla scena un Sindaco, quante gliene avrei fatte fare e quante gliene avrei fatte dire!»[75]Da una lettera scritta da Ermes Visconti, il 3 aprile del 1822, a Gaetano Cattaneo, che allora, per caso, si trovava a Venezia, si raccolgono alcune notizie intorno a questi lavori. «Manzoni ha già da un pezzo finito l'Adelchi, con due cori: presto il manoscritto sarà presentato alla Censura, ma il copista gli fa perdere di molto tempo. Staremo a sentire il giudizio che ne porterà ilgran traduttore» [Goethe]. «Non vi manca altro se non che Walter Scott gli traduca il romanzo diFermo e Lucia, quando l'avrà fatto. Ci ho proprio gusto che l'onore di una tal traduzione sia toccato al maggiore de' poeti viventi, e non a quello che comunemente è stimato il maggiore. Intanto il Manzoni ha quasi terminato gli studi per la tragedia diSpartaco, anzi ha già abbozzato il disegno degli atti. Ti aspetta con impazienza: il maestro antiquario gli deve anche questa volta servire di Pegaso. Insomma ha bisogno d'informarsi da te su molti dettagli relativi aiTraci, aigladiatori, aibastimenti degli antichi, e va pigliala. Proprio vero: la poesia romantica è fatta a posta per dispensare la gente dallo studio».[76]Il Fauriel arrivò a Milano ai primi di novembre del 1823 e si trattenne col Manzoni tutto l'inverno; nell'aprile del '24 fece una gita a Venezia, nel maggio una corsa a Trieste, nel giugno tornò a convivere col Manzoni, e rimase a Brusuglio fino agli ultimi di novembre. Passato che ebbe a Firenze l'inverno, nell'aprile del '25 eccolo di nuovo ospite dell'amico, che lasciò soltanto al principio d'ottobre, Cfr.D'Ancona A.,Spigolature nell'Archivio della Polizia Austriaca di Milano, nellaNuova Antologia, serie IV, vol. LXXIX, fascicolo del 16 gennaio 1899, pp. 194-195.[77]LoSpencer Kennard[Romanzi e romanzieri italiani, Firenze, Barbèra, 1904; I, 39] nota che il Manzoni «si serve di questo personaggio come di un istrumento necessario allo svolgimento del romanzo; ma lo abbandona non appena gli ha fatto rappresentare la sua parte, non appena Lucia è uscita dal monastero per andare inconscia verso il tranello che dovrebbe essere la sua rovina. Da quel momento Gertrude sparisce dal romanzo e la sua sorte resta per il lettore oscura e misteriosa come le mura del suo convento». Il critico americano evidentemente ignora che il Manzoni accorciò quell'episodio. Al taglio fatto dall'A. accenna il Tommaseo in una delle sue lettere al Vieusseux, senza data, ma forse del luglio del '26: «Si dice che un bell'episodio di delitto di certa monaca illustre egli l'abbia lasciato, per consiglio d'alcuno tra gli amici suoi». Ne tocca anche nella infelice rassegna che de'Promessi Sposifece nella vecchiaAntologia: «il carattere della Signora sarebbe più individuale e più vivo, se l'A., come la pubblica voce afferma, non avesse per eccesso di delicatezza troncata la parte dei suoi traviamenti». In quello stesso giornale anche Giuseppe Montani ricordò l'episodio della Signora, «troncato chi crede per ragioni d'arte, chi per altre». Scrive ilRenier[I Promessi Sposi in formazione. I. La Signora; nel Fanfulla della Domenica, ann. XXVII, n. 3, 15 gennaio 1905]: «L'episodio, di cui il Manzoni s'era invaghito, aveva già troppo il carattere di un romanzo nel romanzo; e perciò l'amico Fauriel consigliava di sopprimerlo. A questo partito radicale l'A. non seppe decidersi; ma ne eliminò una parte, ne eliminò anche troppa parte. Perchè? Possibile che il romanziere non siasi avveduto essere quelle due scene, rappresentate con plasticità geniale, più utili all'azione principale che quella lunga preparazione remota, per cui Gertrude divenne monaca contro voglia e spergiura e complice d'omicidio? Se si doveva adoperare il ferro chirurgico sulla carne viva del magnifico episodio, perchè rispettare tanto ciò che era più lontano dalla storia dei due sposi, il lento ed inevitabile pervertimento, mentre spietatamente si recidevano le circostanze essenziali del primo delitto e gli stimoli irresistibili al secondo? Bisogna pur pensare che gli scrupoli religiosi di monsig. Tosi avessero qualche presa sull'animo del Manzoni. È vero che nella prima stesura aveva messo le mani avanti dicendo:Il Ripamonti racconta di questa infelice cose più forti di quelle che sieno nella nostra storia; e noi ci serviamo anzi delle notizie che egli ci ha lasciate, per render più compiuta la storia particolare della Signora. Queste cose però, quantunque rese più che probabili da una tale testimonianza, e quantunque essenziali al filo del nostro racconto, noi le avremmo taciute; avremmo anche soppresso tutto e il racconto, se non avessimo potuto anche raccontare in Progresso un tale mutamento d'animo nella Signora, che non solo tempera e raddolcisce l'impressione sinistra che deggiono fare i primi fatti della Signora, ma deve creare una impressione d'opposto genere e consolante». Cfr. le pp. 32-34 dei presentiBrani. Il Renier prosegue: «Questa giustificazione etica, ricercata nella esemplarità finale di quell'intermezzo storico, indusse forse la coscienza del Manzoni a non sopprimere di sana pianta quei due capitoli, che tanto gli piacevano; ma rimaneva pur sempre il pericolo di eccitare soverchiamente, con rappresentazioni vivaci, il raccapriccio dei lettori per scene pur troppo seguite in un luogo sacro, tra quelle che avrebbero dovuto essere le spose del Signore. Chi sappia ciò che il Manzoni pensava a questo proposito, troverà per avventura in questo timore la ragione sufficiente della mutilazione. I successivi portamenti della Signora non avevano relazione diretta con la favola principale del romanzo, e furono eliminati; le due scene, di cui non si poteva far senza, furono ridotte con tanta arte, che la fantasia dei lettori potesse colmare la loro misteriosa indeterminatezza. Così si tacitavano gli scrupoli e si ubbidiva anche un poco alle esigenze dell'economia del libro, alle quali per altro don Alessandro non era disposto a sacrificare troppo le sue personali inclinazioni e i suoi gusti. Si tenga presente che, malgrado tutti i consigli ed i consiglieri, il vero ed assoluto arbitro nell'opera propria rimase pur sempre lui».Che gli «scrupoli religiosi» del Vescovo di Pavia avessero «qualche presa» sul Manzoni, e che lo trattenesse il timore «di eccitare soverchiamente, con rappresentazioni vivaci, il raccapriccio de' lettori» per delitti commessi tra le mura d'un monastero e da persone che si erano consacrate a Dio, come inclina a ritenere il Renier, è da escludere allatto. Uno de' più intimi amici del Manzoni, il compianto don Paolo Pecchio, curato di Brusuglio, un giorno interrogato da me sulle ragioni che spinsero il Poeta ad accorciare l'episodio della Signora, sopprimendone l'ultimo capitolo; il Pecchio, che conosceva quel capitolo, avendoglielo dato a leggere lo stesso Manzoni, ebbe a dichiararmi nel modo più reciso, che le ragioni furono unicamente estetiche e per nulla religiose. Anzi mi soggiunse:Questo non è un apprezzamento mio; me lo dichiarò di sua bocca don Alessandro.Perchè mai il Manzoni nell'adoperare, come dice il Renier, il ferro chirurgico sulla carne viva dell'episodio, rispettò tanto «ciò che era più lontano dalla storia dei due sposi, il lento e inevitabile pervertimento», e invece recise «le circostanze essenziali del primo delitto e gli stimoli irresistibili al secondo?» A me la ragione par chiara. Il Manzoni con lo scrivere iPromessi Sposisi è proposto di dipingere con fedeltà storica la Lombardia nel secolo XVII. De' delitti nel romanzo ce n'eran già parecchi, e il racconto d'un omicidio di più niente aggiungeva al quadro. Non poteva togliere neppure una virgola dalle numerose pagine della monacazione, essendo necessario, nel dipingere i costumi d'allora, tener conto delle arti malvagia messe in opera dalle famiglie per seppellire le proprie figliole ne' chiostri. Dato il tradimento che la Signora doveva commettere a danno di Lucia, affidata a lei e sotto la sua protezione, bisognava far conoscere come e perchè si era pervertita. Insomma, di ciò che aveva scritto, tutto era necessario, anzi indispensabile, all'infuori de' delitti. Fu lì che menò le forbici.[78]Anche dopo pubblicato il romanzo, il Manzoni dette a leggere ad alcuni de' suoi più intimi questo capitolo soppresso; uno anzi di essi, col consenso suo, lo trascrisse. Fu l'ab. Giuseppe Bottelli di Arona, che tradusse in latino con molta eleganza iSepolcridel Foscolo e le dueEpistoledel Pindemonte e del Torti. Quando morì il 19 luglio del 1841, il Manzoni, il Grossi e il Torti, tutti e tre insieme, gli composero l'iscrizione, dal dott. Luigi, suo fratello, murata sulla sepoltura. Della cordiale amicizia che ebbe per lui il Foscolo, stanno lì a renderne testimonianze le tre affettuosissime lettere che gli scrisse Ugo e sono a stampa nell'Epistolario[I, 102, 106 e 110]. IlCantù[Reminiscenze; II, 43] ricorda «un viaggio in Svizzera per monte Cenere», che diede alla luce. Così ne parla lo Stampa [Op. cit.; I, 231]: «Conobbi l'ab. Bottelli, persona molto colta, celebre latinista, simpatica, bella testa, di alta persona, bravissimo giocator di tarocchi, al quale però teneva fronte onorevolmente il Manzoni, che si lamentava solo, (ben inteso, così per ischerzo) che il Bottelli giocasse con troppo sprezzante noncuranza, come se non trovasse avversari degni di tenergli testa». Serbò sempre come un gioiello il capitolo della Signora, e lo mostrava agli amici, rilevandone la singolare bellezza. Dopo la sua morte, passò nelle mani del fratello, insieme con la ricca e scelta libreria, che poi donò, ma solo in parte, al Comune di Arona: il meglio, col carteggio e i manoscritti, l'ebbe don Carlo Trivi; non però il capitolo manzoniano, andato soggetto a curiose vicende. Di bocca in bocca la voce dell'esistenza di questo manoscritto arrivò agli orecchi di monsig. Ferdinando Minucci, arcivescovo di Firenze, e si accese in lui così vivo il desiderio di leggerlo, che lo fece chiedere in prestito al Bottelli, senza, peraltro, poterlo avere. Il rifiuto non lo sgomentò per nulla, e il 21 marzo del '43 scrisse di punto in bianco al Manzoni: «Di soverchia arditezza comparirò a V. S. «Ill.ᵐᵃ reo, osando, siccome sono, affatto a Lei sconosciuto, dirigerle questa mia lettera. Non ho potuto però a meno di rivolgermi a Lei dopo che il sig. Luigi Bottelli di Arona, pregato da un mio rispettabile amico, perchè si compiacesse favorirmi una copia del manoscritto da esso posseduto di alcuni brani che V. S. Ill.ᵐᵃ credè eliminare nella pubblicazione del suo non mai abbastanza lodato romanzoI Promessi Sposi, ha risposto,che abuserebbe della confidenza dell'autore acconsentendo all'inchiesta, da esso avendone positivo divieto. Ecco, rispettabilissimo sig. cavaliere, il motivo dell'incomodo che oso recarle, nella dolce lusinga che a me, non ultimo fra i tanti estimatori delle squisite sue produzioni, si compiacerà consentire acciò dal sig. Bottelli possa io ricevere la dimandata copia, ovvero favorirmela di per sè con un tratto più lusinghiero dell'esimia sua gentilezza, promettendo fin d'ora e strettamente obbligandomi di non comunicarla ad alcuno, se così le piace d'impormi». Il Manzoni ricevette questa lettera del Minucci insieme con una di Paolo Rambaldi, sua vecchia conoscenza, che era allora Rettore del Seminario Fiorentino, con la quale lo scongiurava ad appagare «il desiderio grandissimo» dell'Arcivescovo. Il Manzoni, il 5 d'aprile, pregò il Bottelli «di voler soddisfare il desiderio del buon prelato, il quale, del resto, e come accade spesso, sarà gastigato coll'ottenere il suo intento». Finiva con dirgli: «quando codesta copia, che, come credo e spero, è unica, gli sarà ritornata, io riguarderei come un vero favore, o se volesse mandarla a me, o, che è tutt'uno, farmi sapere d'averla distrutta». Il Bottelli, invece d'inviarla al Minucci, la spedì al Manzoni; e fu lui che la mandò all'Arcivescovo di Firenze, col mezzo del Rambaldi, al quale l'accompagnò con questa lettera, scritta da Milano il 19 d'aprile: «Veneratissimo sig. Rettore. Eccole il manoscritto, che la prego di rimettere a Monsignore, il quale quando gli avrà fatto l'onore non meritato di leggerlo, voglia compiacersi, con tutto il suo comodo, di ritornarlo a me, giacchè chi lo possedeva m'ha fatto il piacere di cedermelo. Non voglio lasciarmi sfuggire questa nuova, e sempre per me fortunata occasione di presentare, per di Lei mezzo, a Monsignore i più umili e devoti ossequi. E Lei abbia la bontà, dal tetto in giù, e la carità, dal tetto in su, di rammentarsi qualche volta di chi, con affettuoso rispetto, ha l'onore di dirsi suo umil.ᵐᵒ aff.ᵐᵒ servitoreAlessandro Manzoni».Il Minucci, letta che l'ebbe, restituì la copia al Manzoni; ma l'impressione di quella lettura fu in lui viva e profonda, nè gli si cancellò mai più dalla mente, tanto rimase colpito dalla bellezza di quelle pagine; come ebbe a confidarmi Cesare Guasti, uno degli intimi suoi. Il Manzoni si lusingava che quella copia fosse «unica» e non lo era. L'ab. Giuseppe Bottelli l'aveva data a leggere e lasciata trascrivere a fr. Giulio Arrigoni di Bergamo, valentissimo predicatore, che il Grossi presentò al Manzoni con un biglietto, dove era scritto: «è uno dei molti che desiderano di conoscerti, ma uno dei pochi che lo meritino». L'Arrigoni, che fu poi professore dell'Università di Pisa e arcivescovo di Lucca, negli ultimi anni della vita, una sera, volle farmi una gradita sorpresa e mi lesse quel capitolo; me lo lesse, come sapeva legger lui, nel porgere e nel modulare la voce, inarrivabile addirittura. Non rifiniva di dirmi: che peccato che il Manzoni l'abbia tolto dal romanzo![79]Luigi Zerbi,La Signora di Monza nella storia, notizie e documenti; nell'Archivio storico lombardo, ann. XVII [1890], fasc. III, pp. 675-753.[80]Ragionamenti sulla storia lombarda del secolo XVII per commento aiPromessi Sposidel Manzoni; nell'Indicatore, di Milano, tom. XI, fasc. 31 [aprile 1832], pp. 63-98; fasc. 33 [giugno 1832], pp. 328-383; tom. XII, fascicolo 34 [luglio 1832], pp. 91-141, e fasc. 36 [settembre 1832], pp. 297-312. Ne venne fatta una tiratura a parte, col titolo:Sulla storia lombarda del secolo XVII, ragionamenti diCesare Cantùper commento aiPromessi Sposidi Alessandro Manzoni, Milano, presso l'editore dell'Indicatore, presso la Ditta Antonio Fortunato Stella e figli, [coi tipi di Luigi Nervetti], M.DCCC.XXXII; in-8. di pp.viii-200.[81]Iosephi Ripamonti,canonici scalensis, chronistae urbis Mediolani, Historiae patriae decadis V libri VI, Mediolani, ex Regio Palatio apud Jo. Baptistam et Julium Caesarem Malatestam Regios Typographos, senza anno; pp. 358-377.[82]I Promessi Sposi, cap. IX.[83]A[mbrosoli F.],La Signora di Monza; inL'Eco, di Milano, ann. VIII, n. 5, 12 gennaio 1835.[84]Custodi P.,Nuove illustrazioni sulla Signora di Monza, [lettera]Al Sig. Gioacchino Crivelli archivista dell'Ecc.ᵐᵃ Casa Borromeo Arese; inL'Eco, ann. VIII, n. 115, 19 ottobre 1835[85]Cantù Cesare,Maria Virginia de Leiva o la Signora di Monza; inVite e ritratti delle donne celebrid'ogni paese, opera della Duchessa d'Abrantès, continuata per cura di letterati italiani, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1837; vol. III, pp. 9-24, col ritratto della Signora, litografato da P. Bertolotti, su disegno di M. S. V. tolto «dal quadro posseduto dal sig. dott. Angelo Appiani custode dell'I. R. Palazzo di Monza». Intorno a questo preteso ritratto cfr.Mezzotti F.,Effigie della Signora di Monza ravveduta, scopertasi presso una ragguardevole famiglia di Monza; inL'Eco, ann. VIII, n. 38, 30 marzo 1835; e anche:Appiani Angelo,Rinvenimento dell'effigie della Signora di Monza, nellaGazzetta privilegiata di Milano, n. 112, 2 aprile 1835.[86]Cfr.La Signora di Monza;in Italiani illustri ritratti daCesare Cantù,Terza edizione, Milano, Gaetano Brigola e comp., senza anno; vol. III, pp. 601-617.[87]Il Leopardi, il 17 giugno del 1828, scriveva al padre: «Qui si pubblicherà fra non molto una specie di continuazione di quel romanzo» [I Promessi Sposi], «la quale passa tutta per le mie mani. Sarà una cosa che varrà poco; e mi dispiace il dirlo, perchè l'autore è mio amico, e ha voluto confidare a me solo questo secreto, e mi costringe a riveder la sua opera, pagina per pagina, ma io non so che ci fare». Monaldo gli rispondeva: «Perchè mai questo amico vostro s'impegna a continuare il romanzo di Manzoni? Quell'opera deve essere imitata quanto si può, ma nessuno speri di eguagliarla: ed essa resterà sempre somma ed inarrivabile nella sua classe. Il mettersi dunque tanto scopertamente in linea con esso, è voler sentire dichiarata da tutto il mondo la propria inferiorità». Si tratta appunto del prof. Giovanni Rosini e della suaMonaca di Monza. Pure, al primo apparire, verso la fine di marzo del 1829, levò rumore: basti dire cheGiuseppe Montaninell'Antologia[tom. XXXIV, n. 100, aprile 1829, pp. 75-113] trovava il carattere della Gertrude del Rosini «migliore di quello dell'episodio manzoniano». Il Rosini, prima che la suaMonaca«uscisse de' chiostri della stamperia, ne mostrava a Giampietro Vieusseux certe bellezze a parte a parte, scoprendo con gusto le cose proibite, mezzo velate»; e incontrato che essa ebbe spaccio e fortuna, tanto se ne inorgoglì, da credere e ripetere: «Il Manzoni non mi sa perdonare che la mia Monaca abbia sotterrati i suoi Sposi». Cfr.Tommaseo N.,Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo, memorie, Firenze, 1863; p. 119.[88]Mezzottidott. F.,Il Pozzo della Spagnuola, avventura monzese; inL'Eco, di Milano, ann. VIII, n. 25, 27 febbraio 1835, n. 26, 2 marzo 1835, e n. 38, 30 marzo 1835.[89]La Signora di Monza e le Streghe del Tirolo, processi famosi del secolo decimosettimo, per la prima volta cavati dalle filze originali, per cura del C.T. Dandolo,cavaliere dell'Ordine pontificio di S. Gregario Magno, dell'Ordine sardo de' Santi Maurizio e Lazzaro, dottore in Legge e socio di molte Accademie, Milano, Tipografia e Libreria Arcivescovile Ditta Boniardi-Pogliani di Ermenegildo Besozzi, 1855; in-8. La parte riguardante la Signora di Monza occupa le pp. 9-179. È adorna del fac-simile della scrittura di lei e del suo preteso ritratto. Ne fu fatta una «seconda edizione» economica a Milano, per Gaetano Schiepatti [tip. Fratelli Borroni, 1864; in-16]. Vi mancano però le «sentenze ed allegati;» in tutto venti documenti.[90]Questa pubblicazione tornò sgradita anche al canonico Aristide Sala, archivista arcivescovile, che il 23 luglio del 1855 così ne scriveva al conte Tullio Dandolo: «Ho veduto per pochi istanti la sua pubblicazione del Processo della Signora di Monza sul tavolo di un amico. Il primo periodo della prefazione mi ha vivamente ferito. Come può Ella buttarmi in faccia che questi importanti fascicoli si lasciavano dimenticatipolverosi in tarlato scaffale, ove è da credere continuerebbero a dormirvi sonni indisturbati, se una volontà generosa e fidente, ecc. mentre Ella li ha veduti portar le traccie d'essere stati più volte accuratamente rappezzati, ricuciti, ordinati, numerizzati, rubricati e quindi anche letti e studiati; e sa benissimo come per consegnarli a Lei furono levati da una secreta custodia, munita di apposita chiave, praticata in uno scaffale di recente costruzione? E là senza dubbio avrebbero quei fascicoli continuato a rimanere in geloso riserbo; ma non già perchè gli impiegati di questa Curia Arcivescovile sieno tali, quali Ella sembra voglia far credere, da non conoscere la preziosità degli oggetti che posseggono, nè di saper usare dei farmachi eroici, di cui tengono sepolto il tesoro, sibbene perchè nessuno era, nessuno è, nella persuasione che si potesse o convenisse pubblicare quel processo; e per soprappiù quella stessavolontà generosa e fidente, di cui la S. V. fa menzione, aveva dato al sottoscritto fin da quando fu nominato Archivista le più precise e severe prescrizioni allo scopo che nessuno il leggesse od il vedesse, non solo, ma nè tampoco trapelasse il posto ov'era conservato. Come poi questavolontà generosa e fidente, sì severa su di un tal punto con tutti gli altri, per Lei sia stata all'opposto facile tanto e indulgente dacomandareche le fosse consegnato per dieci giorni, anzi da permettergliene perfino la pubblicazione, io non debbo investigarlo, ma, comunque sia, ciò non vale a distruggere la realtà delle cose suesposte. Qual sorta poi d'importanza, qual senso Ella pretenda attribuire all'aver io fatto legare in un volume il processo in discorso innanzi di eseguire l'ordine che m'imponeva di consegnarglielo, confesso di non saperlo capire; poichè però vedo che Ella ha voluto nella sua Prefazione accennare anche a questa inezia, io debbo ritenere che la V. S. non l'abbia fatto oziosamente. Giovami quindi di richiamare la cosa alla perfetta sua semplicità. Finchè il processo della Signora di Monza doveva restare nascosto a tutti, si poteva aspettare il compimento dell'intrapreso generale riordinamento e classificazione degli atti d'Archivio, per farlo poi mettere in assetto col rimanente; venuta invece l'occasione di doverlo affidare ad una terza persona e lasciarlo sortire dall'Archivio, diventava indispensabile farlo legare in volume ad ovviare la troppo facile lacerazione di quei logori fogli e la dispersione degli autografi e pezze volanti che vi erano incluse. Del resto, appunto perchè Ella aveva dovuto accorgersi che insistendo per avere il processo e per essere abilitato a stamparlo aveva fatto cosa spiacevole a molti, di ben diverso parere del suo, si sarebbe sperato ch'Ella, riuscito essendo nell'intento, avesse almeno la delicatezza di schivare tutte quelle espressioni che potevano offendere coloro che lo vedevano a proprio malcosto venuto in luce».Ebbe questa risposta dal Dandolo: «Pregiato mio Signore, Veramente la sua lettera d'oggi stesso (della quale Le piacque farmi firmare dall'usciere latore la ricevuta, quasichè non avesse a parermi soverchio d'averla ricevuta senza l'aggiunta della controsegnata dichiarazione) si assume darmi più di una lezione di delicatezza: dubito forte s'Ella avesse titolo di infliggermele; certo io l'ho di risponderle e di ricambiargliele. Ella mi riprende d'aver parlato di tarlato scaffale e di fascicoli polverosi, mentre, valga il vero, lo scaffale era nuovo e i fascicoli vestivano camicia recente: quando io scrissi così, mi fu sventura porre la mente piuttosto al passato di quell'Archivio che al presente; nè mi diedi cura in affare sì da poco di attenermi scrupolosamente alla verità, dal momento che l'Archivio non doveva essere nominato e il pubblico era destinato a rimanersi all'oscuro dell'archivista a cui quelle malaugurate parole sarebbon parute riferirsi: è da credere che mi seducesse l'effetto pittorico della frase; ed Ella deve abituarsi così ad essere indulgente in fatto di frasi ai letterati, ove si tratti d'inezie, come a ricordarsi manco di sè quando altri per una perdonabile sbadataggine mostrò di non ricordarsene. Ella, che ad ogni mia parola attribuisce una gravità, a cui son ben lontano dall'aspirare, non sa bene a qual fine io accennassi l'avvenuta compenetrazione de' fascicoli in volume, e s'inquieta a investigarlo, quasi anche in ciò si celi insidia ed offesa; mi è caro tranquillarla su questo particolare: accennai del volume per poter dire delle pagine e citarle numerizzate. Se una volontà, ripeterò, generosa e fidente posemi in grado di leggere, studiare, trasuntare e pubblicare il processo della Signora di Monza, tal volontà giace troppo al di sopra della di Lei disapprovazione, perchè io non abbia a starmene contento della fiducia dimostratami e tranquillo dell'uso che ne feci, nonostante le riprensioni di cui Ella mi fa segno; mostrando con questo di non essersi formati retti giudizj di ciò che siamo ambidue. Ella è per certo uno zelante archivista; ma spingere lo zelo, o dirò meglio l'amore dei proprj modi di giudicare, sino alla incriminazione sottintesa del suo Superiore, che mi diè quelle carte, ed esplicita di me, che ne usai, questo, con sua buona pace, è togliersi troppo alla modestia delle attribuzioni che le competono. Quanto a me, sono scrittore abbastanza noto e da molto tempo per la sua devozione alle idee cattoliche, alla cui difesa elettivamente e coraggiosamente mi consacrai; reputai opportuno circoscrivere, precisare un fatto famoso, cui l'indefinito aveva fin qui indefinitamente ampliato; e lo corredai di commenti che ne avessero a mitigare e, se mi riusciva, a distruggere i mal influssi che già esercitò a notizia di tutti. Quest'aperta e non impugnabile intenzione mia avrebbe dovuto procacciarmi da un degno ecclesiastico, qual Ella è, benevolenza e non antipatia. Le lezioni, in generale, son buone a riceversi dagli anziani, dagli autorizzati a darle. Assai più giovane di me e senza titolo a costituirmisi ammonitore e riprensore, la prego di credere che non mi tengo così basso nella mia propria opinione e nella altrui da far buon viso ad un foglio del tenore del suo».Una petulanza così sguaiata mosse a sdegno quella stessavolontà generosa e fidenteche aveva, contro il parere del Sala, accordato al Dandolo il permesso di pubblicare il processo, vale a dire il Provicario Caccia, che, presa la penna, scrisse a difesa del malmenato archivista: «Il Dandolo alla lettera del sig. Sala ha dato un senso che non è il suo ed ha trasportato la questione in un campo ben diverso da quello in cui doveva di propria natura restringersi. La lettera del Sala aveva tutte le formalità d'una lettera d'ufficio e quindi anche quella della ricevuta sul libro di consegna. Il Sala non aveva scritto quella lettera senza aver prima consultato il Provicario, non l'aveva spedita senza prima avergliela letta; tolta quindi ogni intenzione di incriminare il Superiore. Il Sala non parla nemmeno del libro del Dandolo, parla solo della prefazione; tolta quindi anche l'intenzione di riprendere l'autore dell'uso che gli era stato concesso di fare del manoscritto in discorso. Se il Sala accenna che nessuno è nella Curia persuaso che quel libro si potesse o convenisse pubblicarlo, lo fa solo per dare il motivo della dimenticanza in cui parve al Dandolo che fosse tenuto quel processo. Se confessa d'essere stato di diverso parere del Dandolo e del Superiore, lo fa perchè avendo d'altronde piegato allaespressa volontàdel Superiore medesimo, trovava in ciò di avere un titolo di più ai riguardi del Dandolo. Del resto, della concessione Superiore il Sala protesta nella di lui lettera chenon deve investigarne le ragioni. Il Sala si era prefisso unicamente di far capire al sig. Dandolo che la superiore concessione gli dava bensì il diritto di usare del manoscritto per il bene, non quello di intaccare l'onore dell'Ufficio dal quale fu per lui levato. Il Dandolo più che all'infelice passata condizione dell'Archivio Arcivescovile poteva più facilmente e poteva più volentieri por mente al bell'ordine che di presente vi s'introduce. Appunto perchè agli occhi del Dandolo il Sala non ha altro merito in fuori di quello di essere uno zelante archivista, perchè togliergli anche questo poco merito con una men vera allusione? Quando si han da dire parole che ponno dispiacere, non è buona scusa la bellezza della frase o la poca riflessione. Un buon cattolico non scrive lettere così umilianti ad un sacerdote, come il Dandolo ha fatto. Il Sala ha usato del proprio diritto; assalito, si è difeso; e chi scrive parole che toccano una terza persona si mette nella posizione di dover permettere che vi si risponda. Il Dandolo è tanto più ingiusto col Sala, in quanto il Sala quando, pregato dal Dandolo stesso, espose al Superiore il proprio sentimento circa la chiesta pubblicazione del Processo, parlò del Dandolo con profusione di stima per le sue buone intenzioni e per le sue cattoliche idee».Di tutte queste lettere, che sono inedite, se ne trovano le copie tra le carte del Manzoni, il quale tenne dietro alla controversia con vivo interesse.[91]Virginie de Leyva ou intérieur d'un convent de femmes en Italie au commencement du dix-septième siècle d'après les documents originaux, parPhilarète Chasles,professeur au Collége de France, Conservateur à la Bibliothèque Mazarine. Seconde édition, ornée du portrait authentique de Virginie de Leyva, d'après Daniel Crespi, Paris, Poulet-Malassis, libraire-éditeur; 1862; in-12. di pp.xii-204.[92]La Signora di Monza(Sœur Virginie-Marie de Leyva)et son procès, 1595-1609,parA. Renzi,membre et administrateur de l'Institut historique de France, etc.Paris, E. Dentu, éditeur-libraire de la Societé des gens de lettres, 1862; in-8. di pp. viii-192, colla «Effig. della Penit. Ravved. Suor Virginia Maria Leyva» dipinta da Daniele Crespi.[93]A. Verona,Virginia de Leyva (la Monaca di Monza) e i conventi in Italia nel secolo XVII, annotazioni storico-critiche, a proposito dell'opera: «Virginia de Leyva ossia l'interno di un monastero in Italia sul principio del secolo XVII, dai documenti originali, per Filarete Chasles»; nellaRivista contemporanea, di Torino, ann. IX, vol. XXVI, fasc. 95, ottobre 1861; pp. 124-129.[94]La Perseveranza, di Milano, n.º 28, 8 aprile 1875.
[48]La calata degli Ungheri in Italia nel novecento, romanzo storico originale; inIl Ricoglitore, di Milano, vol. XVII [1822], pp. 181-198 e 253-263; vol. XVIII [1822], pp. 43-54, 124-128 e 238-258; vol. XIX [1823], pp. 39-64. Ne venne fatta una tiratura a parte con la data del 1823.
[48]La calata degli Ungheri in Italia nel novecento, romanzo storico originale; inIl Ricoglitore, di Milano, vol. XVII [1822], pp. 181-198 e 253-263; vol. XVIII [1822], pp. 43-54, 124-128 e 238-258; vol. XIX [1823], pp. 39-64. Ne venne fatta una tiratura a parte con la data del 1823.
[49]Albertazzi A.,Del Romanzo, Milano, Vallardi, 1904; pp. 153 e 162.
[49]Albertazzi A.,Del Romanzo, Milano, Vallardi, 1904; pp. 153 e 162.
[50]Infatti è firmata G. Il Manzoni regalò questa copia all'ab. Giuseppe Bottelli di Arona. Venne poi in mano al prof. Alfeo Pozzi, che la donò al conte Ippolito Cibrario di Torino.
[50]Infatti è firmata G. Il Manzoni regalò questa copia all'ab. Giuseppe Bottelli di Arona. Venne poi in mano al prof. Alfeo Pozzi, che la donò al conte Ippolito Cibrario di Torino.
[51]Storia di Clarice Visconti, Duchessa di Milano, diPrechac,versione italiana, con note e tavola cronologica, diG. Agrati, Milano, Giusti, 1827; in-12. di pp. 166. Prezzo lire 1.50.
[51]Storia di Clarice Visconti, Duchessa di Milano, diPrechac,versione italiana, con note e tavola cronologica, diG. Agrati, Milano, Giusti, 1827; in-12. di pp. 166. Prezzo lire 1.50.
[52]Ne scrisse oltre 400 pagine, che formano le due prime parti. Cfr.Ricotti E.,Della vita e delle opere di Cesare Balbo, reminiscenze, Firenze, Le Monnier, 1856; pag. 34.
[52]Ne scrisse oltre 400 pagine, che formano le due prime parti. Cfr.Ricotti E.,Della vita e delle opere di Cesare Balbo, reminiscenze, Firenze, Le Monnier, 1856; pag. 34.
[53]Assai più tardi Giuseppe Montani di Cremona incominciò anche lui a scrivere un romanzo. Era intitolato:Milano, Beccaria e Verri. Cfr.Vannucci A.,Memorie della vita e degli scritti di Giuseppe Montani, Capolago, tip. Elvetica, 1843; pp.31-32.
[53]Assai più tardi Giuseppe Montani di Cremona incominciò anche lui a scrivere un romanzo. Era intitolato:Milano, Beccaria e Verri. Cfr.Vannucci A.,Memorie della vita e degli scritti di Giuseppe Montani, Capolago, tip. Elvetica, 1843; pp.31-32.
[54]Cantù C.,Alessandro Manzoni, reminiscenze; I, 153-154.
[54]Cantù C.,Alessandro Manzoni, reminiscenze; I, 153-154.
[55]Ugoni F.,Della vita e degli scritti di Camillo Ugoni; in Della letteratura italiana nella seconda metà del secolo XVIII, opera postuma diCamillo Ugoni, Milano, Bernardoni, 1857; vol. IV, pp. 511-512.
[55]Ugoni F.,Della vita e degli scritti di Camillo Ugoni; in Della letteratura italiana nella seconda metà del secolo XVIII, opera postuma diCamillo Ugoni, Milano, Bernardoni, 1857; vol. IV, pp. 511-512.
[56]Ugoni C., Op. cit.; IV, 335.
[56]Ugoni C., Op. cit.; IV, 335.
[57]Alessandro Pestalozza, che fu amico del Manzoni ed era ritenuto dal Rosmini il più valente degli espositori del suo sistema filosofico, mostrando un giorno l'edizione illustrata de'Promessi Sposiad Antonio Buccellati, giovinetto allora di quindici anni, gli diceva: «Di questo libro, nella prima età, tu assapori gustosamente il dialogo; durante il corso di rettorica, ti allettano le descrizioni; fatto adulto negli studi, ti si rivela la storia intima del nostro popolo nel secolo XVII; e poi e poi ogni volta che tu lo rilegga, in ogni linea senti e ritrovi la storia dell'uomo; gli è questo il miglior trattato di psicologia e morale che io conosca».
[57]Alessandro Pestalozza, che fu amico del Manzoni ed era ritenuto dal Rosmini il più valente degli espositori del suo sistema filosofico, mostrando un giorno l'edizione illustrata de'Promessi Sposiad Antonio Buccellati, giovinetto allora di quindici anni, gli diceva: «Di questo libro, nella prima età, tu assapori gustosamente il dialogo; durante il corso di rettorica, ti allettano le descrizioni; fatto adulto negli studi, ti si rivela la storia intima del nostro popolo nel secolo XVII; e poi e poi ogni volta che tu lo rilegga, in ogni linea senti e ritrovi la storia dell'uomo; gli è questo il miglior trattato di psicologia e morale che io conosca».
[58]È invece così intitolata:Sul commercio de' commestibili e caro prezzo del vitto. Opera storico-popolare diMelchiorre Gioia,istoriografo della Repubblica Cisalpina, Milano, 1º Brumale, anno X. Presso Pirotta e Maspero stampatori-librai; due vol. in-16.Fu poi ristampata tra leOpere minoridiMelchiorre Gioiae ne forma il vol. XII, Lugano, presso Giuseppe Ruggia e C., MDCCCXXXV.
[58]È invece così intitolata:Sul commercio de' commestibili e caro prezzo del vitto. Opera storico-popolare diMelchiorre Gioia,istoriografo della Repubblica Cisalpina, Milano, 1º Brumale, anno X. Presso Pirotta e Maspero stampatori-librai; due vol. in-16.
Fu poi ristampata tra leOpere minoridiMelchiorre Gioiae ne forma il vol. XII, Lugano, presso Giuseppe Ruggia e C., MDCCCXXXV.
[59]Buccellati A.,Manzoni ossia del progresso morale, civile e letterario quale si manifesta nelle opere di Alessandro Manzoni, letture fatte avanti il R. Istituto Lombardo di scienze e lettere, Milano, tip. editrice Lombarda, 1873; vol. II, pp. 41-42.
[59]Buccellati A.,Manzoni ossia del progresso morale, civile e letterario quale si manifesta nelle opere di Alessandro Manzoni, letture fatte avanti il R. Istituto Lombardo di scienze e lettere, Milano, tip. editrice Lombarda, 1873; vol. II, pp. 41-42.
[60]Il Casanova così dava ragguaglio al suo amico Gaetano Bernardi della prima visita che fece al Poeta: «Stamani, mandando dentro la lettera del Bonghi e del Trotti, sono andato avanti ad Alessandro Manzoni. Che bell'uomo, che bell'uomo! Anche questo! Ho rotto facilmente il ghiaccio, assicurandolo che io non ero lì per doverlo lodare, ma perchè gli volevo bene. Dopo pochi momenti eravamo insieme come vecchie conoscenze. Basta dire che, entrato all'una in punto, ne sono uscito alle cinque: quattr'ore con Alessandro Manzoni! S'è parlato di religione, di politica, di poesia, di tutto (e qui è stato un gran merito mio) deiPromessi Sposie dell'altre sue opere. Ho tenuto più di tre quarti d'ora in mano il libro dove furono abbozzati gliInni sacri. È un volume prezioso. LaPentecostebisogna vederlo lì come nacque e come di mano in mano andò, non perfezionandosi, ma ricominciando».
[60]Il Casanova così dava ragguaglio al suo amico Gaetano Bernardi della prima visita che fece al Poeta: «Stamani, mandando dentro la lettera del Bonghi e del Trotti, sono andato avanti ad Alessandro Manzoni. Che bell'uomo, che bell'uomo! Anche questo! Ho rotto facilmente il ghiaccio, assicurandolo che io non ero lì per doverlo lodare, ma perchè gli volevo bene. Dopo pochi momenti eravamo insieme come vecchie conoscenze. Basta dire che, entrato all'una in punto, ne sono uscito alle cinque: quattr'ore con Alessandro Manzoni! S'è parlato di religione, di politica, di poesia, di tutto (e qui è stato un gran merito mio) deiPromessi Sposie dell'altre sue opere. Ho tenuto più di tre quarti d'ora in mano il libro dove furono abbozzati gliInni sacri. È un volume prezioso. LaPentecostebisogna vederlo lì come nacque e come di mano in mano andò, non perfezionandosi, ma ricominciando».
[61]Cfr.La lettera ad Alfonso Della Valle di Casanova sulle correzioni ai Promessi Sposi; inScritti postumi, I, 251-293.
[61]Cfr.La lettera ad Alfonso Della Valle di Casanova sulle correzioni ai Promessi Sposi; inScritti postumi, I, 251-293.
[62]Morbio C.,Alessandro Manzoni ed i suoi autografi, notizie e studi, Firenze, tip. Editrice dell'Associazione, 1874; pp. 30-31.
[62]Morbio C.,Alessandro Manzoni ed i suoi autografi, notizie e studi, Firenze, tip. Editrice dell'Associazione, 1874; pp. 30-31.
[63]S[tampa] S[tefano],Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici, appunti e memorie, Milano, Hoepli, 1885; pp. 60-61.Nel vol. II [Milano, Cogliati, 1889], a p. 133 torna a scrivere: «Ciò che suggerì l'idea del romanzo al Manzoni fu la grida, di cui ho già parlato. A prima vista par poco, eppure è moltissimo; perchè il Manzoni aggiunse tosto:—Da quella grida e dall'esservi contemplata la proibizione di fare un matrimonio qualunque, venne naturalmente tutto il resto, e la peste poi mi offriva un finale terribile e di molto effetto e che poteva sciogliere tutte le difficoltà del romanzo.—Anche queste sono parole dettemi dal Manzoni».
[63]S[tampa] S[tefano],Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici, appunti e memorie, Milano, Hoepli, 1885; pp. 60-61.
Nel vol. II [Milano, Cogliati, 1889], a p. 133 torna a scrivere: «Ciò che suggerì l'idea del romanzo al Manzoni fu la grida, di cui ho già parlato. A prima vista par poco, eppure è moltissimo; perchè il Manzoni aggiunse tosto:—Da quella grida e dall'esservi contemplata la proibizione di fare un matrimonio qualunque, venne naturalmente tutto il resto, e la peste poi mi offriva un finale terribile e di molto effetto e che poteva sciogliere tutte le difficoltà del romanzo.—Anche queste sono parole dettemi dal Manzoni».
[64]Carcano G.,Vita di Alessandro Manzoni, Milano, Rechiedei, 1873; pp. 22-24.
[64]Carcano G.,Vita di Alessandro Manzoni, Milano, Rechiedei, 1873; pp. 22-24.
[65]Dal Manzoni fu poi fatta decorare con alcuni ornati di terra cotta, di gusto Bramantesco, e rimase talmente contento del lavoro, che sotto una fotografia della facciata, che donò all'artista, scrisse di sua mano:Al Sig. Andrea De Boni, a cui è dovuta la felice invenzione di questo ornato, il proprietarioAlessandro Manzoni.
[65]Dal Manzoni fu poi fatta decorare con alcuni ornati di terra cotta, di gusto Bramantesco, e rimase talmente contento del lavoro, che sotto una fotografia della facciata, che donò all'artista, scrisse di sua mano:Al Sig. Andrea De Boni, a cui è dovuta la felice invenzione di questo ornato, il proprietarioAlessandro Manzoni.
[66]De Gubernatis A.,Alessandro Manzoni, studio biografico, Firenze, Successori Le Monnier, 1879; pp. 220-222, 225 e 228.
[66]De Gubernatis A.,Alessandro Manzoni, studio biografico, Firenze, Successori Le Monnier, 1879; pp. 220-222, 225 e 228.
[67]Cestaro F. P.,La storia nei«Promessi Sposi»; inStudi storici e letterari, Torino, Roux, 1894; p. 289
[67]Cestaro F. P.,La storia nei«Promessi Sposi»; inStudi storici e letterari, Torino, Roux, 1894; p. 289
[68]Albertazzi A.,Del Romanzo, Milano, Vallardi, 1904; p. 196.
[68]Albertazzi A.,Del Romanzo, Milano, Vallardi, 1904; p. 196.
[69]In uno de' presentiBrani, in quello in cui il Manzoni discute intorno all'amore ne' romanzi con un essere immaginario, pone in bocca a costui: «Questa vostra storia non ricorda nulla di quello che gl'infelici giovani hanno sentito, non descrive i principj, li aumenti, le comunicazioni del loro affetto, insomma non li dimostra innamorati». S'affretta però a rispondergli: «ribocca invece di queste cose, e deggio confessare che sono anzi la parte più elaborata dell'opera: ma nel trascrivere, e nel rifare, io salto tutti i passi di questo genere». Osserva il prof.Rodolfo Renier[I Promessi Sposi in formazione; nelFanfulla della Domenica, ann. XXVII, n. 5, 20 gennaio 1905]: «ciò non risponde al vero, se pure non si tratti di abbozzi parziali, anteriori alla prima minuta, dei quali ignoro l'esistenza». Di questi abbozzi non ce n'è neppur uno tra le sue carte, e certo non ce ne furon mai. È una finzione bella e buona.
[69]In uno de' presentiBrani, in quello in cui il Manzoni discute intorno all'amore ne' romanzi con un essere immaginario, pone in bocca a costui: «Questa vostra storia non ricorda nulla di quello che gl'infelici giovani hanno sentito, non descrive i principj, li aumenti, le comunicazioni del loro affetto, insomma non li dimostra innamorati». S'affretta però a rispondergli: «ribocca invece di queste cose, e deggio confessare che sono anzi la parte più elaborata dell'opera: ma nel trascrivere, e nel rifare, io salto tutti i passi di questo genere». Osserva il prof.Rodolfo Renier[I Promessi Sposi in formazione; nelFanfulla della Domenica, ann. XXVII, n. 5, 20 gennaio 1905]: «ciò non risponde al vero, se pure non si tratti di abbozzi parziali, anteriori alla prima minuta, dei quali ignoro l'esistenza». Di questi abbozzi non ce n'è neppur uno tra le sue carte, e certo non ce ne furon mai. È una finzione bella e buona.
[70]Si legge a pag. 27 del vol. I, libro 1º, capo 1º, e forma, in parte, la nota seconda, che finisce a pag. 29.
[70]Si legge a pag. 27 del vol. I, libro 1º, capo 1º, e forma, in parte, la nota seconda, che finisce a pag. 29.
[71]Cfr. quanto scrivo a pp. 536-543 del presente volume.
[71]Cfr. quanto scrivo a pp. 536-543 del presente volume.
[72]Il prof. Raffaello Masi, che conobbe il Manzoni negli ultimi anni, afferma che «cominciò a scrivere iPromessi Sposiin dialetto», ma «il Fauriel ne lo distolse». Cfr.Capitelli G.,Excelsior, prose, Lanciano, Carabba, 1893; p. 167. Il Fauriel, come vedremo, venne a trovare il Manzoni quando il lavoro era già innanzi, e nel loro carteggio non se ne ha traccia. Nessuno poi della famiglia e nessuno de' più intimi accennò mai alla cosa.
[72]Il prof. Raffaello Masi, che conobbe il Manzoni negli ultimi anni, afferma che «cominciò a scrivere iPromessi Sposiin dialetto», ma «il Fauriel ne lo distolse». Cfr.Capitelli G.,Excelsior, prose, Lanciano, Carabba, 1893; p. 167. Il Fauriel, come vedremo, venne a trovare il Manzoni quando il lavoro era già innanzi, e nel loro carteggio non se ne ha traccia. Nessuno poi della famiglia e nessuno de' più intimi accennò mai alla cosa.
[73]Per moltissimi anni la casa del Manzoni fu piena de' vecchi frontespizi e delle vecchie copertine, come ebbe a dirmi la mia buona e compianta cugina Vittoria Manzoni ne' Giorgini, figlia del Poeta, che, sebbene bambina, (era nata il 17 settembre del '22), ne ricevette una tale impressione, da non scordarla mai più.
[73]Per moltissimi anni la casa del Manzoni fu piena de' vecchi frontespizi e delle vecchie copertine, come ebbe a dirmi la mia buona e compianta cugina Vittoria Manzoni ne' Giorgini, figlia del Poeta, che, sebbene bambina, (era nata il 17 settembre del '22), ne ricevette una tale impressione, da non scordarla mai più.
[74]Al Manzoni, mentre stava tratteggiando la figura di don Abbondio, venivano di continuo sulla punta della penna delle trovate piene di umorismo, ma si riteneva dal metterle in carta, pensando che, in fin de' conti, dipingeva un sacerdote, e che per conseguenza ci voleva misura. Lo confidò al suo intimo amico don Paolo Pecchio, curato di Brusuglio, che lo raccontò a me ne' tanti colloqui manzoniani avuti insieme ne' miei soggiorni a Brusuglio. E anzi soggiunse, che una volta al Manzoni, nel tornargliene a parlare, scappò di bocca: «Se nel Seicento fosse usato il matrimonio civile e avessi potuto metter sulla scena un Sindaco, quante gliene avrei fatte fare e quante gliene avrei fatte dire!»
[74]Al Manzoni, mentre stava tratteggiando la figura di don Abbondio, venivano di continuo sulla punta della penna delle trovate piene di umorismo, ma si riteneva dal metterle in carta, pensando che, in fin de' conti, dipingeva un sacerdote, e che per conseguenza ci voleva misura. Lo confidò al suo intimo amico don Paolo Pecchio, curato di Brusuglio, che lo raccontò a me ne' tanti colloqui manzoniani avuti insieme ne' miei soggiorni a Brusuglio. E anzi soggiunse, che una volta al Manzoni, nel tornargliene a parlare, scappò di bocca: «Se nel Seicento fosse usato il matrimonio civile e avessi potuto metter sulla scena un Sindaco, quante gliene avrei fatte fare e quante gliene avrei fatte dire!»
[75]Da una lettera scritta da Ermes Visconti, il 3 aprile del 1822, a Gaetano Cattaneo, che allora, per caso, si trovava a Venezia, si raccolgono alcune notizie intorno a questi lavori. «Manzoni ha già da un pezzo finito l'Adelchi, con due cori: presto il manoscritto sarà presentato alla Censura, ma il copista gli fa perdere di molto tempo. Staremo a sentire il giudizio che ne porterà ilgran traduttore» [Goethe]. «Non vi manca altro se non che Walter Scott gli traduca il romanzo diFermo e Lucia, quando l'avrà fatto. Ci ho proprio gusto che l'onore di una tal traduzione sia toccato al maggiore de' poeti viventi, e non a quello che comunemente è stimato il maggiore. Intanto il Manzoni ha quasi terminato gli studi per la tragedia diSpartaco, anzi ha già abbozzato il disegno degli atti. Ti aspetta con impazienza: il maestro antiquario gli deve anche questa volta servire di Pegaso. Insomma ha bisogno d'informarsi da te su molti dettagli relativi aiTraci, aigladiatori, aibastimenti degli antichi, e va pigliala. Proprio vero: la poesia romantica è fatta a posta per dispensare la gente dallo studio».
[75]Da una lettera scritta da Ermes Visconti, il 3 aprile del 1822, a Gaetano Cattaneo, che allora, per caso, si trovava a Venezia, si raccolgono alcune notizie intorno a questi lavori. «Manzoni ha già da un pezzo finito l'Adelchi, con due cori: presto il manoscritto sarà presentato alla Censura, ma il copista gli fa perdere di molto tempo. Staremo a sentire il giudizio che ne porterà ilgran traduttore» [Goethe]. «Non vi manca altro se non che Walter Scott gli traduca il romanzo diFermo e Lucia, quando l'avrà fatto. Ci ho proprio gusto che l'onore di una tal traduzione sia toccato al maggiore de' poeti viventi, e non a quello che comunemente è stimato il maggiore. Intanto il Manzoni ha quasi terminato gli studi per la tragedia diSpartaco, anzi ha già abbozzato il disegno degli atti. Ti aspetta con impazienza: il maestro antiquario gli deve anche questa volta servire di Pegaso. Insomma ha bisogno d'informarsi da te su molti dettagli relativi aiTraci, aigladiatori, aibastimenti degli antichi, e va pigliala. Proprio vero: la poesia romantica è fatta a posta per dispensare la gente dallo studio».
[76]Il Fauriel arrivò a Milano ai primi di novembre del 1823 e si trattenne col Manzoni tutto l'inverno; nell'aprile del '24 fece una gita a Venezia, nel maggio una corsa a Trieste, nel giugno tornò a convivere col Manzoni, e rimase a Brusuglio fino agli ultimi di novembre. Passato che ebbe a Firenze l'inverno, nell'aprile del '25 eccolo di nuovo ospite dell'amico, che lasciò soltanto al principio d'ottobre, Cfr.D'Ancona A.,Spigolature nell'Archivio della Polizia Austriaca di Milano, nellaNuova Antologia, serie IV, vol. LXXIX, fascicolo del 16 gennaio 1899, pp. 194-195.
[76]Il Fauriel arrivò a Milano ai primi di novembre del 1823 e si trattenne col Manzoni tutto l'inverno; nell'aprile del '24 fece una gita a Venezia, nel maggio una corsa a Trieste, nel giugno tornò a convivere col Manzoni, e rimase a Brusuglio fino agli ultimi di novembre. Passato che ebbe a Firenze l'inverno, nell'aprile del '25 eccolo di nuovo ospite dell'amico, che lasciò soltanto al principio d'ottobre, Cfr.D'Ancona A.,Spigolature nell'Archivio della Polizia Austriaca di Milano, nellaNuova Antologia, serie IV, vol. LXXIX, fascicolo del 16 gennaio 1899, pp. 194-195.
[77]LoSpencer Kennard[Romanzi e romanzieri italiani, Firenze, Barbèra, 1904; I, 39] nota che il Manzoni «si serve di questo personaggio come di un istrumento necessario allo svolgimento del romanzo; ma lo abbandona non appena gli ha fatto rappresentare la sua parte, non appena Lucia è uscita dal monastero per andare inconscia verso il tranello che dovrebbe essere la sua rovina. Da quel momento Gertrude sparisce dal romanzo e la sua sorte resta per il lettore oscura e misteriosa come le mura del suo convento». Il critico americano evidentemente ignora che il Manzoni accorciò quell'episodio. Al taglio fatto dall'A. accenna il Tommaseo in una delle sue lettere al Vieusseux, senza data, ma forse del luglio del '26: «Si dice che un bell'episodio di delitto di certa monaca illustre egli l'abbia lasciato, per consiglio d'alcuno tra gli amici suoi». Ne tocca anche nella infelice rassegna che de'Promessi Sposifece nella vecchiaAntologia: «il carattere della Signora sarebbe più individuale e più vivo, se l'A., come la pubblica voce afferma, non avesse per eccesso di delicatezza troncata la parte dei suoi traviamenti». In quello stesso giornale anche Giuseppe Montani ricordò l'episodio della Signora, «troncato chi crede per ragioni d'arte, chi per altre». Scrive ilRenier[I Promessi Sposi in formazione. I. La Signora; nel Fanfulla della Domenica, ann. XXVII, n. 3, 15 gennaio 1905]: «L'episodio, di cui il Manzoni s'era invaghito, aveva già troppo il carattere di un romanzo nel romanzo; e perciò l'amico Fauriel consigliava di sopprimerlo. A questo partito radicale l'A. non seppe decidersi; ma ne eliminò una parte, ne eliminò anche troppa parte. Perchè? Possibile che il romanziere non siasi avveduto essere quelle due scene, rappresentate con plasticità geniale, più utili all'azione principale che quella lunga preparazione remota, per cui Gertrude divenne monaca contro voglia e spergiura e complice d'omicidio? Se si doveva adoperare il ferro chirurgico sulla carne viva del magnifico episodio, perchè rispettare tanto ciò che era più lontano dalla storia dei due sposi, il lento ed inevitabile pervertimento, mentre spietatamente si recidevano le circostanze essenziali del primo delitto e gli stimoli irresistibili al secondo? Bisogna pur pensare che gli scrupoli religiosi di monsig. Tosi avessero qualche presa sull'animo del Manzoni. È vero che nella prima stesura aveva messo le mani avanti dicendo:Il Ripamonti racconta di questa infelice cose più forti di quelle che sieno nella nostra storia; e noi ci serviamo anzi delle notizie che egli ci ha lasciate, per render più compiuta la storia particolare della Signora. Queste cose però, quantunque rese più che probabili da una tale testimonianza, e quantunque essenziali al filo del nostro racconto, noi le avremmo taciute; avremmo anche soppresso tutto e il racconto, se non avessimo potuto anche raccontare in Progresso un tale mutamento d'animo nella Signora, che non solo tempera e raddolcisce l'impressione sinistra che deggiono fare i primi fatti della Signora, ma deve creare una impressione d'opposto genere e consolante». Cfr. le pp. 32-34 dei presentiBrani. Il Renier prosegue: «Questa giustificazione etica, ricercata nella esemplarità finale di quell'intermezzo storico, indusse forse la coscienza del Manzoni a non sopprimere di sana pianta quei due capitoli, che tanto gli piacevano; ma rimaneva pur sempre il pericolo di eccitare soverchiamente, con rappresentazioni vivaci, il raccapriccio dei lettori per scene pur troppo seguite in un luogo sacro, tra quelle che avrebbero dovuto essere le spose del Signore. Chi sappia ciò che il Manzoni pensava a questo proposito, troverà per avventura in questo timore la ragione sufficiente della mutilazione. I successivi portamenti della Signora non avevano relazione diretta con la favola principale del romanzo, e furono eliminati; le due scene, di cui non si poteva far senza, furono ridotte con tanta arte, che la fantasia dei lettori potesse colmare la loro misteriosa indeterminatezza. Così si tacitavano gli scrupoli e si ubbidiva anche un poco alle esigenze dell'economia del libro, alle quali per altro don Alessandro non era disposto a sacrificare troppo le sue personali inclinazioni e i suoi gusti. Si tenga presente che, malgrado tutti i consigli ed i consiglieri, il vero ed assoluto arbitro nell'opera propria rimase pur sempre lui».Che gli «scrupoli religiosi» del Vescovo di Pavia avessero «qualche presa» sul Manzoni, e che lo trattenesse il timore «di eccitare soverchiamente, con rappresentazioni vivaci, il raccapriccio de' lettori» per delitti commessi tra le mura d'un monastero e da persone che si erano consacrate a Dio, come inclina a ritenere il Renier, è da escludere allatto. Uno de' più intimi amici del Manzoni, il compianto don Paolo Pecchio, curato di Brusuglio, un giorno interrogato da me sulle ragioni che spinsero il Poeta ad accorciare l'episodio della Signora, sopprimendone l'ultimo capitolo; il Pecchio, che conosceva quel capitolo, avendoglielo dato a leggere lo stesso Manzoni, ebbe a dichiararmi nel modo più reciso, che le ragioni furono unicamente estetiche e per nulla religiose. Anzi mi soggiunse:Questo non è un apprezzamento mio; me lo dichiarò di sua bocca don Alessandro.Perchè mai il Manzoni nell'adoperare, come dice il Renier, il ferro chirurgico sulla carne viva dell'episodio, rispettò tanto «ciò che era più lontano dalla storia dei due sposi, il lento e inevitabile pervertimento», e invece recise «le circostanze essenziali del primo delitto e gli stimoli irresistibili al secondo?» A me la ragione par chiara. Il Manzoni con lo scrivere iPromessi Sposisi è proposto di dipingere con fedeltà storica la Lombardia nel secolo XVII. De' delitti nel romanzo ce n'eran già parecchi, e il racconto d'un omicidio di più niente aggiungeva al quadro. Non poteva togliere neppure una virgola dalle numerose pagine della monacazione, essendo necessario, nel dipingere i costumi d'allora, tener conto delle arti malvagia messe in opera dalle famiglie per seppellire le proprie figliole ne' chiostri. Dato il tradimento che la Signora doveva commettere a danno di Lucia, affidata a lei e sotto la sua protezione, bisognava far conoscere come e perchè si era pervertita. Insomma, di ciò che aveva scritto, tutto era necessario, anzi indispensabile, all'infuori de' delitti. Fu lì che menò le forbici.
[77]LoSpencer Kennard[Romanzi e romanzieri italiani, Firenze, Barbèra, 1904; I, 39] nota che il Manzoni «si serve di questo personaggio come di un istrumento necessario allo svolgimento del romanzo; ma lo abbandona non appena gli ha fatto rappresentare la sua parte, non appena Lucia è uscita dal monastero per andare inconscia verso il tranello che dovrebbe essere la sua rovina. Da quel momento Gertrude sparisce dal romanzo e la sua sorte resta per il lettore oscura e misteriosa come le mura del suo convento». Il critico americano evidentemente ignora che il Manzoni accorciò quell'episodio. Al taglio fatto dall'A. accenna il Tommaseo in una delle sue lettere al Vieusseux, senza data, ma forse del luglio del '26: «Si dice che un bell'episodio di delitto di certa monaca illustre egli l'abbia lasciato, per consiglio d'alcuno tra gli amici suoi». Ne tocca anche nella infelice rassegna che de'Promessi Sposifece nella vecchiaAntologia: «il carattere della Signora sarebbe più individuale e più vivo, se l'A., come la pubblica voce afferma, non avesse per eccesso di delicatezza troncata la parte dei suoi traviamenti». In quello stesso giornale anche Giuseppe Montani ricordò l'episodio della Signora, «troncato chi crede per ragioni d'arte, chi per altre». Scrive ilRenier[I Promessi Sposi in formazione. I. La Signora; nel Fanfulla della Domenica, ann. XXVII, n. 3, 15 gennaio 1905]: «L'episodio, di cui il Manzoni s'era invaghito, aveva già troppo il carattere di un romanzo nel romanzo; e perciò l'amico Fauriel consigliava di sopprimerlo. A questo partito radicale l'A. non seppe decidersi; ma ne eliminò una parte, ne eliminò anche troppa parte. Perchè? Possibile che il romanziere non siasi avveduto essere quelle due scene, rappresentate con plasticità geniale, più utili all'azione principale che quella lunga preparazione remota, per cui Gertrude divenne monaca contro voglia e spergiura e complice d'omicidio? Se si doveva adoperare il ferro chirurgico sulla carne viva del magnifico episodio, perchè rispettare tanto ciò che era più lontano dalla storia dei due sposi, il lento ed inevitabile pervertimento, mentre spietatamente si recidevano le circostanze essenziali del primo delitto e gli stimoli irresistibili al secondo? Bisogna pur pensare che gli scrupoli religiosi di monsig. Tosi avessero qualche presa sull'animo del Manzoni. È vero che nella prima stesura aveva messo le mani avanti dicendo:Il Ripamonti racconta di questa infelice cose più forti di quelle che sieno nella nostra storia; e noi ci serviamo anzi delle notizie che egli ci ha lasciate, per render più compiuta la storia particolare della Signora. Queste cose però, quantunque rese più che probabili da una tale testimonianza, e quantunque essenziali al filo del nostro racconto, noi le avremmo taciute; avremmo anche soppresso tutto e il racconto, se non avessimo potuto anche raccontare in Progresso un tale mutamento d'animo nella Signora, che non solo tempera e raddolcisce l'impressione sinistra che deggiono fare i primi fatti della Signora, ma deve creare una impressione d'opposto genere e consolante». Cfr. le pp. 32-34 dei presentiBrani. Il Renier prosegue: «Questa giustificazione etica, ricercata nella esemplarità finale di quell'intermezzo storico, indusse forse la coscienza del Manzoni a non sopprimere di sana pianta quei due capitoli, che tanto gli piacevano; ma rimaneva pur sempre il pericolo di eccitare soverchiamente, con rappresentazioni vivaci, il raccapriccio dei lettori per scene pur troppo seguite in un luogo sacro, tra quelle che avrebbero dovuto essere le spose del Signore. Chi sappia ciò che il Manzoni pensava a questo proposito, troverà per avventura in questo timore la ragione sufficiente della mutilazione. I successivi portamenti della Signora non avevano relazione diretta con la favola principale del romanzo, e furono eliminati; le due scene, di cui non si poteva far senza, furono ridotte con tanta arte, che la fantasia dei lettori potesse colmare la loro misteriosa indeterminatezza. Così si tacitavano gli scrupoli e si ubbidiva anche un poco alle esigenze dell'economia del libro, alle quali per altro don Alessandro non era disposto a sacrificare troppo le sue personali inclinazioni e i suoi gusti. Si tenga presente che, malgrado tutti i consigli ed i consiglieri, il vero ed assoluto arbitro nell'opera propria rimase pur sempre lui».
Che gli «scrupoli religiosi» del Vescovo di Pavia avessero «qualche presa» sul Manzoni, e che lo trattenesse il timore «di eccitare soverchiamente, con rappresentazioni vivaci, il raccapriccio de' lettori» per delitti commessi tra le mura d'un monastero e da persone che si erano consacrate a Dio, come inclina a ritenere il Renier, è da escludere allatto. Uno de' più intimi amici del Manzoni, il compianto don Paolo Pecchio, curato di Brusuglio, un giorno interrogato da me sulle ragioni che spinsero il Poeta ad accorciare l'episodio della Signora, sopprimendone l'ultimo capitolo; il Pecchio, che conosceva quel capitolo, avendoglielo dato a leggere lo stesso Manzoni, ebbe a dichiararmi nel modo più reciso, che le ragioni furono unicamente estetiche e per nulla religiose. Anzi mi soggiunse:Questo non è un apprezzamento mio; me lo dichiarò di sua bocca don Alessandro.
Perchè mai il Manzoni nell'adoperare, come dice il Renier, il ferro chirurgico sulla carne viva dell'episodio, rispettò tanto «ciò che era più lontano dalla storia dei due sposi, il lento e inevitabile pervertimento», e invece recise «le circostanze essenziali del primo delitto e gli stimoli irresistibili al secondo?» A me la ragione par chiara. Il Manzoni con lo scrivere iPromessi Sposisi è proposto di dipingere con fedeltà storica la Lombardia nel secolo XVII. De' delitti nel romanzo ce n'eran già parecchi, e il racconto d'un omicidio di più niente aggiungeva al quadro. Non poteva togliere neppure una virgola dalle numerose pagine della monacazione, essendo necessario, nel dipingere i costumi d'allora, tener conto delle arti malvagia messe in opera dalle famiglie per seppellire le proprie figliole ne' chiostri. Dato il tradimento che la Signora doveva commettere a danno di Lucia, affidata a lei e sotto la sua protezione, bisognava far conoscere come e perchè si era pervertita. Insomma, di ciò che aveva scritto, tutto era necessario, anzi indispensabile, all'infuori de' delitti. Fu lì che menò le forbici.
[78]Anche dopo pubblicato il romanzo, il Manzoni dette a leggere ad alcuni de' suoi più intimi questo capitolo soppresso; uno anzi di essi, col consenso suo, lo trascrisse. Fu l'ab. Giuseppe Bottelli di Arona, che tradusse in latino con molta eleganza iSepolcridel Foscolo e le dueEpistoledel Pindemonte e del Torti. Quando morì il 19 luglio del 1841, il Manzoni, il Grossi e il Torti, tutti e tre insieme, gli composero l'iscrizione, dal dott. Luigi, suo fratello, murata sulla sepoltura. Della cordiale amicizia che ebbe per lui il Foscolo, stanno lì a renderne testimonianze le tre affettuosissime lettere che gli scrisse Ugo e sono a stampa nell'Epistolario[I, 102, 106 e 110]. IlCantù[Reminiscenze; II, 43] ricorda «un viaggio in Svizzera per monte Cenere», che diede alla luce. Così ne parla lo Stampa [Op. cit.; I, 231]: «Conobbi l'ab. Bottelli, persona molto colta, celebre latinista, simpatica, bella testa, di alta persona, bravissimo giocator di tarocchi, al quale però teneva fronte onorevolmente il Manzoni, che si lamentava solo, (ben inteso, così per ischerzo) che il Bottelli giocasse con troppo sprezzante noncuranza, come se non trovasse avversari degni di tenergli testa». Serbò sempre come un gioiello il capitolo della Signora, e lo mostrava agli amici, rilevandone la singolare bellezza. Dopo la sua morte, passò nelle mani del fratello, insieme con la ricca e scelta libreria, che poi donò, ma solo in parte, al Comune di Arona: il meglio, col carteggio e i manoscritti, l'ebbe don Carlo Trivi; non però il capitolo manzoniano, andato soggetto a curiose vicende. Di bocca in bocca la voce dell'esistenza di questo manoscritto arrivò agli orecchi di monsig. Ferdinando Minucci, arcivescovo di Firenze, e si accese in lui così vivo il desiderio di leggerlo, che lo fece chiedere in prestito al Bottelli, senza, peraltro, poterlo avere. Il rifiuto non lo sgomentò per nulla, e il 21 marzo del '43 scrisse di punto in bianco al Manzoni: «Di soverchia arditezza comparirò a V. S. «Ill.ᵐᵃ reo, osando, siccome sono, affatto a Lei sconosciuto, dirigerle questa mia lettera. Non ho potuto però a meno di rivolgermi a Lei dopo che il sig. Luigi Bottelli di Arona, pregato da un mio rispettabile amico, perchè si compiacesse favorirmi una copia del manoscritto da esso posseduto di alcuni brani che V. S. Ill.ᵐᵃ credè eliminare nella pubblicazione del suo non mai abbastanza lodato romanzoI Promessi Sposi, ha risposto,che abuserebbe della confidenza dell'autore acconsentendo all'inchiesta, da esso avendone positivo divieto. Ecco, rispettabilissimo sig. cavaliere, il motivo dell'incomodo che oso recarle, nella dolce lusinga che a me, non ultimo fra i tanti estimatori delle squisite sue produzioni, si compiacerà consentire acciò dal sig. Bottelli possa io ricevere la dimandata copia, ovvero favorirmela di per sè con un tratto più lusinghiero dell'esimia sua gentilezza, promettendo fin d'ora e strettamente obbligandomi di non comunicarla ad alcuno, se così le piace d'impormi». Il Manzoni ricevette questa lettera del Minucci insieme con una di Paolo Rambaldi, sua vecchia conoscenza, che era allora Rettore del Seminario Fiorentino, con la quale lo scongiurava ad appagare «il desiderio grandissimo» dell'Arcivescovo. Il Manzoni, il 5 d'aprile, pregò il Bottelli «di voler soddisfare il desiderio del buon prelato, il quale, del resto, e come accade spesso, sarà gastigato coll'ottenere il suo intento». Finiva con dirgli: «quando codesta copia, che, come credo e spero, è unica, gli sarà ritornata, io riguarderei come un vero favore, o se volesse mandarla a me, o, che è tutt'uno, farmi sapere d'averla distrutta». Il Bottelli, invece d'inviarla al Minucci, la spedì al Manzoni; e fu lui che la mandò all'Arcivescovo di Firenze, col mezzo del Rambaldi, al quale l'accompagnò con questa lettera, scritta da Milano il 19 d'aprile: «Veneratissimo sig. Rettore. Eccole il manoscritto, che la prego di rimettere a Monsignore, il quale quando gli avrà fatto l'onore non meritato di leggerlo, voglia compiacersi, con tutto il suo comodo, di ritornarlo a me, giacchè chi lo possedeva m'ha fatto il piacere di cedermelo. Non voglio lasciarmi sfuggire questa nuova, e sempre per me fortunata occasione di presentare, per di Lei mezzo, a Monsignore i più umili e devoti ossequi. E Lei abbia la bontà, dal tetto in giù, e la carità, dal tetto in su, di rammentarsi qualche volta di chi, con affettuoso rispetto, ha l'onore di dirsi suo umil.ᵐᵒ aff.ᵐᵒ servitoreAlessandro Manzoni».Il Minucci, letta che l'ebbe, restituì la copia al Manzoni; ma l'impressione di quella lettura fu in lui viva e profonda, nè gli si cancellò mai più dalla mente, tanto rimase colpito dalla bellezza di quelle pagine; come ebbe a confidarmi Cesare Guasti, uno degli intimi suoi. Il Manzoni si lusingava che quella copia fosse «unica» e non lo era. L'ab. Giuseppe Bottelli l'aveva data a leggere e lasciata trascrivere a fr. Giulio Arrigoni di Bergamo, valentissimo predicatore, che il Grossi presentò al Manzoni con un biglietto, dove era scritto: «è uno dei molti che desiderano di conoscerti, ma uno dei pochi che lo meritino». L'Arrigoni, che fu poi professore dell'Università di Pisa e arcivescovo di Lucca, negli ultimi anni della vita, una sera, volle farmi una gradita sorpresa e mi lesse quel capitolo; me lo lesse, come sapeva legger lui, nel porgere e nel modulare la voce, inarrivabile addirittura. Non rifiniva di dirmi: che peccato che il Manzoni l'abbia tolto dal romanzo!
[78]Anche dopo pubblicato il romanzo, il Manzoni dette a leggere ad alcuni de' suoi più intimi questo capitolo soppresso; uno anzi di essi, col consenso suo, lo trascrisse. Fu l'ab. Giuseppe Bottelli di Arona, che tradusse in latino con molta eleganza iSepolcridel Foscolo e le dueEpistoledel Pindemonte e del Torti. Quando morì il 19 luglio del 1841, il Manzoni, il Grossi e il Torti, tutti e tre insieme, gli composero l'iscrizione, dal dott. Luigi, suo fratello, murata sulla sepoltura. Della cordiale amicizia che ebbe per lui il Foscolo, stanno lì a renderne testimonianze le tre affettuosissime lettere che gli scrisse Ugo e sono a stampa nell'Epistolario[I, 102, 106 e 110]. IlCantù[Reminiscenze; II, 43] ricorda «un viaggio in Svizzera per monte Cenere», che diede alla luce. Così ne parla lo Stampa [Op. cit.; I, 231]: «Conobbi l'ab. Bottelli, persona molto colta, celebre latinista, simpatica, bella testa, di alta persona, bravissimo giocator di tarocchi, al quale però teneva fronte onorevolmente il Manzoni, che si lamentava solo, (ben inteso, così per ischerzo) che il Bottelli giocasse con troppo sprezzante noncuranza, come se non trovasse avversari degni di tenergli testa». Serbò sempre come un gioiello il capitolo della Signora, e lo mostrava agli amici, rilevandone la singolare bellezza. Dopo la sua morte, passò nelle mani del fratello, insieme con la ricca e scelta libreria, che poi donò, ma solo in parte, al Comune di Arona: il meglio, col carteggio e i manoscritti, l'ebbe don Carlo Trivi; non però il capitolo manzoniano, andato soggetto a curiose vicende. Di bocca in bocca la voce dell'esistenza di questo manoscritto arrivò agli orecchi di monsig. Ferdinando Minucci, arcivescovo di Firenze, e si accese in lui così vivo il desiderio di leggerlo, che lo fece chiedere in prestito al Bottelli, senza, peraltro, poterlo avere. Il rifiuto non lo sgomentò per nulla, e il 21 marzo del '43 scrisse di punto in bianco al Manzoni: «Di soverchia arditezza comparirò a V. S. «Ill.ᵐᵃ reo, osando, siccome sono, affatto a Lei sconosciuto, dirigerle questa mia lettera. Non ho potuto però a meno di rivolgermi a Lei dopo che il sig. Luigi Bottelli di Arona, pregato da un mio rispettabile amico, perchè si compiacesse favorirmi una copia del manoscritto da esso posseduto di alcuni brani che V. S. Ill.ᵐᵃ credè eliminare nella pubblicazione del suo non mai abbastanza lodato romanzoI Promessi Sposi, ha risposto,che abuserebbe della confidenza dell'autore acconsentendo all'inchiesta, da esso avendone positivo divieto. Ecco, rispettabilissimo sig. cavaliere, il motivo dell'incomodo che oso recarle, nella dolce lusinga che a me, non ultimo fra i tanti estimatori delle squisite sue produzioni, si compiacerà consentire acciò dal sig. Bottelli possa io ricevere la dimandata copia, ovvero favorirmela di per sè con un tratto più lusinghiero dell'esimia sua gentilezza, promettendo fin d'ora e strettamente obbligandomi di non comunicarla ad alcuno, se così le piace d'impormi». Il Manzoni ricevette questa lettera del Minucci insieme con una di Paolo Rambaldi, sua vecchia conoscenza, che era allora Rettore del Seminario Fiorentino, con la quale lo scongiurava ad appagare «il desiderio grandissimo» dell'Arcivescovo. Il Manzoni, il 5 d'aprile, pregò il Bottelli «di voler soddisfare il desiderio del buon prelato, il quale, del resto, e come accade spesso, sarà gastigato coll'ottenere il suo intento». Finiva con dirgli: «quando codesta copia, che, come credo e spero, è unica, gli sarà ritornata, io riguarderei come un vero favore, o se volesse mandarla a me, o, che è tutt'uno, farmi sapere d'averla distrutta». Il Bottelli, invece d'inviarla al Minucci, la spedì al Manzoni; e fu lui che la mandò all'Arcivescovo di Firenze, col mezzo del Rambaldi, al quale l'accompagnò con questa lettera, scritta da Milano il 19 d'aprile: «Veneratissimo sig. Rettore. Eccole il manoscritto, che la prego di rimettere a Monsignore, il quale quando gli avrà fatto l'onore non meritato di leggerlo, voglia compiacersi, con tutto il suo comodo, di ritornarlo a me, giacchè chi lo possedeva m'ha fatto il piacere di cedermelo. Non voglio lasciarmi sfuggire questa nuova, e sempre per me fortunata occasione di presentare, per di Lei mezzo, a Monsignore i più umili e devoti ossequi. E Lei abbia la bontà, dal tetto in giù, e la carità, dal tetto in su, di rammentarsi qualche volta di chi, con affettuoso rispetto, ha l'onore di dirsi suo umil.ᵐᵒ aff.ᵐᵒ servitoreAlessandro Manzoni».
Il Minucci, letta che l'ebbe, restituì la copia al Manzoni; ma l'impressione di quella lettura fu in lui viva e profonda, nè gli si cancellò mai più dalla mente, tanto rimase colpito dalla bellezza di quelle pagine; come ebbe a confidarmi Cesare Guasti, uno degli intimi suoi. Il Manzoni si lusingava che quella copia fosse «unica» e non lo era. L'ab. Giuseppe Bottelli l'aveva data a leggere e lasciata trascrivere a fr. Giulio Arrigoni di Bergamo, valentissimo predicatore, che il Grossi presentò al Manzoni con un biglietto, dove era scritto: «è uno dei molti che desiderano di conoscerti, ma uno dei pochi che lo meritino». L'Arrigoni, che fu poi professore dell'Università di Pisa e arcivescovo di Lucca, negli ultimi anni della vita, una sera, volle farmi una gradita sorpresa e mi lesse quel capitolo; me lo lesse, come sapeva legger lui, nel porgere e nel modulare la voce, inarrivabile addirittura. Non rifiniva di dirmi: che peccato che il Manzoni l'abbia tolto dal romanzo!
[79]Luigi Zerbi,La Signora di Monza nella storia, notizie e documenti; nell'Archivio storico lombardo, ann. XVII [1890], fasc. III, pp. 675-753.
[79]Luigi Zerbi,La Signora di Monza nella storia, notizie e documenti; nell'Archivio storico lombardo, ann. XVII [1890], fasc. III, pp. 675-753.
[80]Ragionamenti sulla storia lombarda del secolo XVII per commento aiPromessi Sposidel Manzoni; nell'Indicatore, di Milano, tom. XI, fasc. 31 [aprile 1832], pp. 63-98; fasc. 33 [giugno 1832], pp. 328-383; tom. XII, fascicolo 34 [luglio 1832], pp. 91-141, e fasc. 36 [settembre 1832], pp. 297-312. Ne venne fatta una tiratura a parte, col titolo:Sulla storia lombarda del secolo XVII, ragionamenti diCesare Cantùper commento aiPromessi Sposidi Alessandro Manzoni, Milano, presso l'editore dell'Indicatore, presso la Ditta Antonio Fortunato Stella e figli, [coi tipi di Luigi Nervetti], M.DCCC.XXXII; in-8. di pp.viii-200.
[80]Ragionamenti sulla storia lombarda del secolo XVII per commento aiPromessi Sposidel Manzoni; nell'Indicatore, di Milano, tom. XI, fasc. 31 [aprile 1832], pp. 63-98; fasc. 33 [giugno 1832], pp. 328-383; tom. XII, fascicolo 34 [luglio 1832], pp. 91-141, e fasc. 36 [settembre 1832], pp. 297-312. Ne venne fatta una tiratura a parte, col titolo:Sulla storia lombarda del secolo XVII, ragionamenti diCesare Cantùper commento aiPromessi Sposidi Alessandro Manzoni, Milano, presso l'editore dell'Indicatore, presso la Ditta Antonio Fortunato Stella e figli, [coi tipi di Luigi Nervetti], M.DCCC.XXXII; in-8. di pp.viii-200.
[81]Iosephi Ripamonti,canonici scalensis, chronistae urbis Mediolani, Historiae patriae decadis V libri VI, Mediolani, ex Regio Palatio apud Jo. Baptistam et Julium Caesarem Malatestam Regios Typographos, senza anno; pp. 358-377.
[81]Iosephi Ripamonti,canonici scalensis, chronistae urbis Mediolani, Historiae patriae decadis V libri VI, Mediolani, ex Regio Palatio apud Jo. Baptistam et Julium Caesarem Malatestam Regios Typographos, senza anno; pp. 358-377.
[82]I Promessi Sposi, cap. IX.
[82]I Promessi Sposi, cap. IX.
[83]A[mbrosoli F.],La Signora di Monza; inL'Eco, di Milano, ann. VIII, n. 5, 12 gennaio 1835.
[83]A[mbrosoli F.],La Signora di Monza; inL'Eco, di Milano, ann. VIII, n. 5, 12 gennaio 1835.
[84]Custodi P.,Nuove illustrazioni sulla Signora di Monza, [lettera]Al Sig. Gioacchino Crivelli archivista dell'Ecc.ᵐᵃ Casa Borromeo Arese; inL'Eco, ann. VIII, n. 115, 19 ottobre 1835
[84]Custodi P.,Nuove illustrazioni sulla Signora di Monza, [lettera]Al Sig. Gioacchino Crivelli archivista dell'Ecc.ᵐᵃ Casa Borromeo Arese; inL'Eco, ann. VIII, n. 115, 19 ottobre 1835
[85]Cantù Cesare,Maria Virginia de Leiva o la Signora di Monza; inVite e ritratti delle donne celebrid'ogni paese, opera della Duchessa d'Abrantès, continuata per cura di letterati italiani, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1837; vol. III, pp. 9-24, col ritratto della Signora, litografato da P. Bertolotti, su disegno di M. S. V. tolto «dal quadro posseduto dal sig. dott. Angelo Appiani custode dell'I. R. Palazzo di Monza». Intorno a questo preteso ritratto cfr.Mezzotti F.,Effigie della Signora di Monza ravveduta, scopertasi presso una ragguardevole famiglia di Monza; inL'Eco, ann. VIII, n. 38, 30 marzo 1835; e anche:Appiani Angelo,Rinvenimento dell'effigie della Signora di Monza, nellaGazzetta privilegiata di Milano, n. 112, 2 aprile 1835.
[85]Cantù Cesare,Maria Virginia de Leiva o la Signora di Monza; inVite e ritratti delle donne celebrid'ogni paese, opera della Duchessa d'Abrantès, continuata per cura di letterati italiani, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1837; vol. III, pp. 9-24, col ritratto della Signora, litografato da P. Bertolotti, su disegno di M. S. V. tolto «dal quadro posseduto dal sig. dott. Angelo Appiani custode dell'I. R. Palazzo di Monza». Intorno a questo preteso ritratto cfr.Mezzotti F.,Effigie della Signora di Monza ravveduta, scopertasi presso una ragguardevole famiglia di Monza; inL'Eco, ann. VIII, n. 38, 30 marzo 1835; e anche:Appiani Angelo,Rinvenimento dell'effigie della Signora di Monza, nellaGazzetta privilegiata di Milano, n. 112, 2 aprile 1835.
[86]Cfr.La Signora di Monza;in Italiani illustri ritratti daCesare Cantù,Terza edizione, Milano, Gaetano Brigola e comp., senza anno; vol. III, pp. 601-617.
[86]Cfr.La Signora di Monza;in Italiani illustri ritratti daCesare Cantù,Terza edizione, Milano, Gaetano Brigola e comp., senza anno; vol. III, pp. 601-617.
[87]Il Leopardi, il 17 giugno del 1828, scriveva al padre: «Qui si pubblicherà fra non molto una specie di continuazione di quel romanzo» [I Promessi Sposi], «la quale passa tutta per le mie mani. Sarà una cosa che varrà poco; e mi dispiace il dirlo, perchè l'autore è mio amico, e ha voluto confidare a me solo questo secreto, e mi costringe a riveder la sua opera, pagina per pagina, ma io non so che ci fare». Monaldo gli rispondeva: «Perchè mai questo amico vostro s'impegna a continuare il romanzo di Manzoni? Quell'opera deve essere imitata quanto si può, ma nessuno speri di eguagliarla: ed essa resterà sempre somma ed inarrivabile nella sua classe. Il mettersi dunque tanto scopertamente in linea con esso, è voler sentire dichiarata da tutto il mondo la propria inferiorità». Si tratta appunto del prof. Giovanni Rosini e della suaMonaca di Monza. Pure, al primo apparire, verso la fine di marzo del 1829, levò rumore: basti dire cheGiuseppe Montaninell'Antologia[tom. XXXIV, n. 100, aprile 1829, pp. 75-113] trovava il carattere della Gertrude del Rosini «migliore di quello dell'episodio manzoniano». Il Rosini, prima che la suaMonaca«uscisse de' chiostri della stamperia, ne mostrava a Giampietro Vieusseux certe bellezze a parte a parte, scoprendo con gusto le cose proibite, mezzo velate»; e incontrato che essa ebbe spaccio e fortuna, tanto se ne inorgoglì, da credere e ripetere: «Il Manzoni non mi sa perdonare che la mia Monaca abbia sotterrati i suoi Sposi». Cfr.Tommaseo N.,Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo, memorie, Firenze, 1863; p. 119.
[87]Il Leopardi, il 17 giugno del 1828, scriveva al padre: «Qui si pubblicherà fra non molto una specie di continuazione di quel romanzo» [I Promessi Sposi], «la quale passa tutta per le mie mani. Sarà una cosa che varrà poco; e mi dispiace il dirlo, perchè l'autore è mio amico, e ha voluto confidare a me solo questo secreto, e mi costringe a riveder la sua opera, pagina per pagina, ma io non so che ci fare». Monaldo gli rispondeva: «Perchè mai questo amico vostro s'impegna a continuare il romanzo di Manzoni? Quell'opera deve essere imitata quanto si può, ma nessuno speri di eguagliarla: ed essa resterà sempre somma ed inarrivabile nella sua classe. Il mettersi dunque tanto scopertamente in linea con esso, è voler sentire dichiarata da tutto il mondo la propria inferiorità». Si tratta appunto del prof. Giovanni Rosini e della suaMonaca di Monza. Pure, al primo apparire, verso la fine di marzo del 1829, levò rumore: basti dire cheGiuseppe Montaninell'Antologia[tom. XXXIV, n. 100, aprile 1829, pp. 75-113] trovava il carattere della Gertrude del Rosini «migliore di quello dell'episodio manzoniano». Il Rosini, prima che la suaMonaca«uscisse de' chiostri della stamperia, ne mostrava a Giampietro Vieusseux certe bellezze a parte a parte, scoprendo con gusto le cose proibite, mezzo velate»; e incontrato che essa ebbe spaccio e fortuna, tanto se ne inorgoglì, da credere e ripetere: «Il Manzoni non mi sa perdonare che la mia Monaca abbia sotterrati i suoi Sposi». Cfr.Tommaseo N.,Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo, memorie, Firenze, 1863; p. 119.
[88]Mezzottidott. F.,Il Pozzo della Spagnuola, avventura monzese; inL'Eco, di Milano, ann. VIII, n. 25, 27 febbraio 1835, n. 26, 2 marzo 1835, e n. 38, 30 marzo 1835.
[88]Mezzottidott. F.,Il Pozzo della Spagnuola, avventura monzese; inL'Eco, di Milano, ann. VIII, n. 25, 27 febbraio 1835, n. 26, 2 marzo 1835, e n. 38, 30 marzo 1835.
[89]La Signora di Monza e le Streghe del Tirolo, processi famosi del secolo decimosettimo, per la prima volta cavati dalle filze originali, per cura del C.T. Dandolo,cavaliere dell'Ordine pontificio di S. Gregario Magno, dell'Ordine sardo de' Santi Maurizio e Lazzaro, dottore in Legge e socio di molte Accademie, Milano, Tipografia e Libreria Arcivescovile Ditta Boniardi-Pogliani di Ermenegildo Besozzi, 1855; in-8. La parte riguardante la Signora di Monza occupa le pp. 9-179. È adorna del fac-simile della scrittura di lei e del suo preteso ritratto. Ne fu fatta una «seconda edizione» economica a Milano, per Gaetano Schiepatti [tip. Fratelli Borroni, 1864; in-16]. Vi mancano però le «sentenze ed allegati;» in tutto venti documenti.
[89]La Signora di Monza e le Streghe del Tirolo, processi famosi del secolo decimosettimo, per la prima volta cavati dalle filze originali, per cura del C.T. Dandolo,cavaliere dell'Ordine pontificio di S. Gregario Magno, dell'Ordine sardo de' Santi Maurizio e Lazzaro, dottore in Legge e socio di molte Accademie, Milano, Tipografia e Libreria Arcivescovile Ditta Boniardi-Pogliani di Ermenegildo Besozzi, 1855; in-8. La parte riguardante la Signora di Monza occupa le pp. 9-179. È adorna del fac-simile della scrittura di lei e del suo preteso ritratto. Ne fu fatta una «seconda edizione» economica a Milano, per Gaetano Schiepatti [tip. Fratelli Borroni, 1864; in-16]. Vi mancano però le «sentenze ed allegati;» in tutto venti documenti.
[90]Questa pubblicazione tornò sgradita anche al canonico Aristide Sala, archivista arcivescovile, che il 23 luglio del 1855 così ne scriveva al conte Tullio Dandolo: «Ho veduto per pochi istanti la sua pubblicazione del Processo della Signora di Monza sul tavolo di un amico. Il primo periodo della prefazione mi ha vivamente ferito. Come può Ella buttarmi in faccia che questi importanti fascicoli si lasciavano dimenticatipolverosi in tarlato scaffale, ove è da credere continuerebbero a dormirvi sonni indisturbati, se una volontà generosa e fidente, ecc. mentre Ella li ha veduti portar le traccie d'essere stati più volte accuratamente rappezzati, ricuciti, ordinati, numerizzati, rubricati e quindi anche letti e studiati; e sa benissimo come per consegnarli a Lei furono levati da una secreta custodia, munita di apposita chiave, praticata in uno scaffale di recente costruzione? E là senza dubbio avrebbero quei fascicoli continuato a rimanere in geloso riserbo; ma non già perchè gli impiegati di questa Curia Arcivescovile sieno tali, quali Ella sembra voglia far credere, da non conoscere la preziosità degli oggetti che posseggono, nè di saper usare dei farmachi eroici, di cui tengono sepolto il tesoro, sibbene perchè nessuno era, nessuno è, nella persuasione che si potesse o convenisse pubblicare quel processo; e per soprappiù quella stessavolontà generosa e fidente, di cui la S. V. fa menzione, aveva dato al sottoscritto fin da quando fu nominato Archivista le più precise e severe prescrizioni allo scopo che nessuno il leggesse od il vedesse, non solo, ma nè tampoco trapelasse il posto ov'era conservato. Come poi questavolontà generosa e fidente, sì severa su di un tal punto con tutti gli altri, per Lei sia stata all'opposto facile tanto e indulgente dacomandareche le fosse consegnato per dieci giorni, anzi da permettergliene perfino la pubblicazione, io non debbo investigarlo, ma, comunque sia, ciò non vale a distruggere la realtà delle cose suesposte. Qual sorta poi d'importanza, qual senso Ella pretenda attribuire all'aver io fatto legare in un volume il processo in discorso innanzi di eseguire l'ordine che m'imponeva di consegnarglielo, confesso di non saperlo capire; poichè però vedo che Ella ha voluto nella sua Prefazione accennare anche a questa inezia, io debbo ritenere che la V. S. non l'abbia fatto oziosamente. Giovami quindi di richiamare la cosa alla perfetta sua semplicità. Finchè il processo della Signora di Monza doveva restare nascosto a tutti, si poteva aspettare il compimento dell'intrapreso generale riordinamento e classificazione degli atti d'Archivio, per farlo poi mettere in assetto col rimanente; venuta invece l'occasione di doverlo affidare ad una terza persona e lasciarlo sortire dall'Archivio, diventava indispensabile farlo legare in volume ad ovviare la troppo facile lacerazione di quei logori fogli e la dispersione degli autografi e pezze volanti che vi erano incluse. Del resto, appunto perchè Ella aveva dovuto accorgersi che insistendo per avere il processo e per essere abilitato a stamparlo aveva fatto cosa spiacevole a molti, di ben diverso parere del suo, si sarebbe sperato ch'Ella, riuscito essendo nell'intento, avesse almeno la delicatezza di schivare tutte quelle espressioni che potevano offendere coloro che lo vedevano a proprio malcosto venuto in luce».Ebbe questa risposta dal Dandolo: «Pregiato mio Signore, Veramente la sua lettera d'oggi stesso (della quale Le piacque farmi firmare dall'usciere latore la ricevuta, quasichè non avesse a parermi soverchio d'averla ricevuta senza l'aggiunta della controsegnata dichiarazione) si assume darmi più di una lezione di delicatezza: dubito forte s'Ella avesse titolo di infliggermele; certo io l'ho di risponderle e di ricambiargliele. Ella mi riprende d'aver parlato di tarlato scaffale e di fascicoli polverosi, mentre, valga il vero, lo scaffale era nuovo e i fascicoli vestivano camicia recente: quando io scrissi così, mi fu sventura porre la mente piuttosto al passato di quell'Archivio che al presente; nè mi diedi cura in affare sì da poco di attenermi scrupolosamente alla verità, dal momento che l'Archivio non doveva essere nominato e il pubblico era destinato a rimanersi all'oscuro dell'archivista a cui quelle malaugurate parole sarebbon parute riferirsi: è da credere che mi seducesse l'effetto pittorico della frase; ed Ella deve abituarsi così ad essere indulgente in fatto di frasi ai letterati, ove si tratti d'inezie, come a ricordarsi manco di sè quando altri per una perdonabile sbadataggine mostrò di non ricordarsene. Ella, che ad ogni mia parola attribuisce una gravità, a cui son ben lontano dall'aspirare, non sa bene a qual fine io accennassi l'avvenuta compenetrazione de' fascicoli in volume, e s'inquieta a investigarlo, quasi anche in ciò si celi insidia ed offesa; mi è caro tranquillarla su questo particolare: accennai del volume per poter dire delle pagine e citarle numerizzate. Se una volontà, ripeterò, generosa e fidente posemi in grado di leggere, studiare, trasuntare e pubblicare il processo della Signora di Monza, tal volontà giace troppo al di sopra della di Lei disapprovazione, perchè io non abbia a starmene contento della fiducia dimostratami e tranquillo dell'uso che ne feci, nonostante le riprensioni di cui Ella mi fa segno; mostrando con questo di non essersi formati retti giudizj di ciò che siamo ambidue. Ella è per certo uno zelante archivista; ma spingere lo zelo, o dirò meglio l'amore dei proprj modi di giudicare, sino alla incriminazione sottintesa del suo Superiore, che mi diè quelle carte, ed esplicita di me, che ne usai, questo, con sua buona pace, è togliersi troppo alla modestia delle attribuzioni che le competono. Quanto a me, sono scrittore abbastanza noto e da molto tempo per la sua devozione alle idee cattoliche, alla cui difesa elettivamente e coraggiosamente mi consacrai; reputai opportuno circoscrivere, precisare un fatto famoso, cui l'indefinito aveva fin qui indefinitamente ampliato; e lo corredai di commenti che ne avessero a mitigare e, se mi riusciva, a distruggere i mal influssi che già esercitò a notizia di tutti. Quest'aperta e non impugnabile intenzione mia avrebbe dovuto procacciarmi da un degno ecclesiastico, qual Ella è, benevolenza e non antipatia. Le lezioni, in generale, son buone a riceversi dagli anziani, dagli autorizzati a darle. Assai più giovane di me e senza titolo a costituirmisi ammonitore e riprensore, la prego di credere che non mi tengo così basso nella mia propria opinione e nella altrui da far buon viso ad un foglio del tenore del suo».Una petulanza così sguaiata mosse a sdegno quella stessavolontà generosa e fidenteche aveva, contro il parere del Sala, accordato al Dandolo il permesso di pubblicare il processo, vale a dire il Provicario Caccia, che, presa la penna, scrisse a difesa del malmenato archivista: «Il Dandolo alla lettera del sig. Sala ha dato un senso che non è il suo ed ha trasportato la questione in un campo ben diverso da quello in cui doveva di propria natura restringersi. La lettera del Sala aveva tutte le formalità d'una lettera d'ufficio e quindi anche quella della ricevuta sul libro di consegna. Il Sala non aveva scritto quella lettera senza aver prima consultato il Provicario, non l'aveva spedita senza prima avergliela letta; tolta quindi ogni intenzione di incriminare il Superiore. Il Sala non parla nemmeno del libro del Dandolo, parla solo della prefazione; tolta quindi anche l'intenzione di riprendere l'autore dell'uso che gli era stato concesso di fare del manoscritto in discorso. Se il Sala accenna che nessuno è nella Curia persuaso che quel libro si potesse o convenisse pubblicarlo, lo fa solo per dare il motivo della dimenticanza in cui parve al Dandolo che fosse tenuto quel processo. Se confessa d'essere stato di diverso parere del Dandolo e del Superiore, lo fa perchè avendo d'altronde piegato allaespressa volontàdel Superiore medesimo, trovava in ciò di avere un titolo di più ai riguardi del Dandolo. Del resto, della concessione Superiore il Sala protesta nella di lui lettera chenon deve investigarne le ragioni. Il Sala si era prefisso unicamente di far capire al sig. Dandolo che la superiore concessione gli dava bensì il diritto di usare del manoscritto per il bene, non quello di intaccare l'onore dell'Ufficio dal quale fu per lui levato. Il Dandolo più che all'infelice passata condizione dell'Archivio Arcivescovile poteva più facilmente e poteva più volentieri por mente al bell'ordine che di presente vi s'introduce. Appunto perchè agli occhi del Dandolo il Sala non ha altro merito in fuori di quello di essere uno zelante archivista, perchè togliergli anche questo poco merito con una men vera allusione? Quando si han da dire parole che ponno dispiacere, non è buona scusa la bellezza della frase o la poca riflessione. Un buon cattolico non scrive lettere così umilianti ad un sacerdote, come il Dandolo ha fatto. Il Sala ha usato del proprio diritto; assalito, si è difeso; e chi scrive parole che toccano una terza persona si mette nella posizione di dover permettere che vi si risponda. Il Dandolo è tanto più ingiusto col Sala, in quanto il Sala quando, pregato dal Dandolo stesso, espose al Superiore il proprio sentimento circa la chiesta pubblicazione del Processo, parlò del Dandolo con profusione di stima per le sue buone intenzioni e per le sue cattoliche idee».Di tutte queste lettere, che sono inedite, se ne trovano le copie tra le carte del Manzoni, il quale tenne dietro alla controversia con vivo interesse.
[90]Questa pubblicazione tornò sgradita anche al canonico Aristide Sala, archivista arcivescovile, che il 23 luglio del 1855 così ne scriveva al conte Tullio Dandolo: «Ho veduto per pochi istanti la sua pubblicazione del Processo della Signora di Monza sul tavolo di un amico. Il primo periodo della prefazione mi ha vivamente ferito. Come può Ella buttarmi in faccia che questi importanti fascicoli si lasciavano dimenticatipolverosi in tarlato scaffale, ove è da credere continuerebbero a dormirvi sonni indisturbati, se una volontà generosa e fidente, ecc. mentre Ella li ha veduti portar le traccie d'essere stati più volte accuratamente rappezzati, ricuciti, ordinati, numerizzati, rubricati e quindi anche letti e studiati; e sa benissimo come per consegnarli a Lei furono levati da una secreta custodia, munita di apposita chiave, praticata in uno scaffale di recente costruzione? E là senza dubbio avrebbero quei fascicoli continuato a rimanere in geloso riserbo; ma non già perchè gli impiegati di questa Curia Arcivescovile sieno tali, quali Ella sembra voglia far credere, da non conoscere la preziosità degli oggetti che posseggono, nè di saper usare dei farmachi eroici, di cui tengono sepolto il tesoro, sibbene perchè nessuno era, nessuno è, nella persuasione che si potesse o convenisse pubblicare quel processo; e per soprappiù quella stessavolontà generosa e fidente, di cui la S. V. fa menzione, aveva dato al sottoscritto fin da quando fu nominato Archivista le più precise e severe prescrizioni allo scopo che nessuno il leggesse od il vedesse, non solo, ma nè tampoco trapelasse il posto ov'era conservato. Come poi questavolontà generosa e fidente, sì severa su di un tal punto con tutti gli altri, per Lei sia stata all'opposto facile tanto e indulgente dacomandareche le fosse consegnato per dieci giorni, anzi da permettergliene perfino la pubblicazione, io non debbo investigarlo, ma, comunque sia, ciò non vale a distruggere la realtà delle cose suesposte. Qual sorta poi d'importanza, qual senso Ella pretenda attribuire all'aver io fatto legare in un volume il processo in discorso innanzi di eseguire l'ordine che m'imponeva di consegnarglielo, confesso di non saperlo capire; poichè però vedo che Ella ha voluto nella sua Prefazione accennare anche a questa inezia, io debbo ritenere che la V. S. non l'abbia fatto oziosamente. Giovami quindi di richiamare la cosa alla perfetta sua semplicità. Finchè il processo della Signora di Monza doveva restare nascosto a tutti, si poteva aspettare il compimento dell'intrapreso generale riordinamento e classificazione degli atti d'Archivio, per farlo poi mettere in assetto col rimanente; venuta invece l'occasione di doverlo affidare ad una terza persona e lasciarlo sortire dall'Archivio, diventava indispensabile farlo legare in volume ad ovviare la troppo facile lacerazione di quei logori fogli e la dispersione degli autografi e pezze volanti che vi erano incluse. Del resto, appunto perchè Ella aveva dovuto accorgersi che insistendo per avere il processo e per essere abilitato a stamparlo aveva fatto cosa spiacevole a molti, di ben diverso parere del suo, si sarebbe sperato ch'Ella, riuscito essendo nell'intento, avesse almeno la delicatezza di schivare tutte quelle espressioni che potevano offendere coloro che lo vedevano a proprio malcosto venuto in luce».
Ebbe questa risposta dal Dandolo: «Pregiato mio Signore, Veramente la sua lettera d'oggi stesso (della quale Le piacque farmi firmare dall'usciere latore la ricevuta, quasichè non avesse a parermi soverchio d'averla ricevuta senza l'aggiunta della controsegnata dichiarazione) si assume darmi più di una lezione di delicatezza: dubito forte s'Ella avesse titolo di infliggermele; certo io l'ho di risponderle e di ricambiargliele. Ella mi riprende d'aver parlato di tarlato scaffale e di fascicoli polverosi, mentre, valga il vero, lo scaffale era nuovo e i fascicoli vestivano camicia recente: quando io scrissi così, mi fu sventura porre la mente piuttosto al passato di quell'Archivio che al presente; nè mi diedi cura in affare sì da poco di attenermi scrupolosamente alla verità, dal momento che l'Archivio non doveva essere nominato e il pubblico era destinato a rimanersi all'oscuro dell'archivista a cui quelle malaugurate parole sarebbon parute riferirsi: è da credere che mi seducesse l'effetto pittorico della frase; ed Ella deve abituarsi così ad essere indulgente in fatto di frasi ai letterati, ove si tratti d'inezie, come a ricordarsi manco di sè quando altri per una perdonabile sbadataggine mostrò di non ricordarsene. Ella, che ad ogni mia parola attribuisce una gravità, a cui son ben lontano dall'aspirare, non sa bene a qual fine io accennassi l'avvenuta compenetrazione de' fascicoli in volume, e s'inquieta a investigarlo, quasi anche in ciò si celi insidia ed offesa; mi è caro tranquillarla su questo particolare: accennai del volume per poter dire delle pagine e citarle numerizzate. Se una volontà, ripeterò, generosa e fidente posemi in grado di leggere, studiare, trasuntare e pubblicare il processo della Signora di Monza, tal volontà giace troppo al di sopra della di Lei disapprovazione, perchè io non abbia a starmene contento della fiducia dimostratami e tranquillo dell'uso che ne feci, nonostante le riprensioni di cui Ella mi fa segno; mostrando con questo di non essersi formati retti giudizj di ciò che siamo ambidue. Ella è per certo uno zelante archivista; ma spingere lo zelo, o dirò meglio l'amore dei proprj modi di giudicare, sino alla incriminazione sottintesa del suo Superiore, che mi diè quelle carte, ed esplicita di me, che ne usai, questo, con sua buona pace, è togliersi troppo alla modestia delle attribuzioni che le competono. Quanto a me, sono scrittore abbastanza noto e da molto tempo per la sua devozione alle idee cattoliche, alla cui difesa elettivamente e coraggiosamente mi consacrai; reputai opportuno circoscrivere, precisare un fatto famoso, cui l'indefinito aveva fin qui indefinitamente ampliato; e lo corredai di commenti che ne avessero a mitigare e, se mi riusciva, a distruggere i mal influssi che già esercitò a notizia di tutti. Quest'aperta e non impugnabile intenzione mia avrebbe dovuto procacciarmi da un degno ecclesiastico, qual Ella è, benevolenza e non antipatia. Le lezioni, in generale, son buone a riceversi dagli anziani, dagli autorizzati a darle. Assai più giovane di me e senza titolo a costituirmisi ammonitore e riprensore, la prego di credere che non mi tengo così basso nella mia propria opinione e nella altrui da far buon viso ad un foglio del tenore del suo».
Una petulanza così sguaiata mosse a sdegno quella stessavolontà generosa e fidenteche aveva, contro il parere del Sala, accordato al Dandolo il permesso di pubblicare il processo, vale a dire il Provicario Caccia, che, presa la penna, scrisse a difesa del malmenato archivista: «Il Dandolo alla lettera del sig. Sala ha dato un senso che non è il suo ed ha trasportato la questione in un campo ben diverso da quello in cui doveva di propria natura restringersi. La lettera del Sala aveva tutte le formalità d'una lettera d'ufficio e quindi anche quella della ricevuta sul libro di consegna. Il Sala non aveva scritto quella lettera senza aver prima consultato il Provicario, non l'aveva spedita senza prima avergliela letta; tolta quindi ogni intenzione di incriminare il Superiore. Il Sala non parla nemmeno del libro del Dandolo, parla solo della prefazione; tolta quindi anche l'intenzione di riprendere l'autore dell'uso che gli era stato concesso di fare del manoscritto in discorso. Se il Sala accenna che nessuno è nella Curia persuaso che quel libro si potesse o convenisse pubblicarlo, lo fa solo per dare il motivo della dimenticanza in cui parve al Dandolo che fosse tenuto quel processo. Se confessa d'essere stato di diverso parere del Dandolo e del Superiore, lo fa perchè avendo d'altronde piegato allaespressa volontàdel Superiore medesimo, trovava in ciò di avere un titolo di più ai riguardi del Dandolo. Del resto, della concessione Superiore il Sala protesta nella di lui lettera chenon deve investigarne le ragioni. Il Sala si era prefisso unicamente di far capire al sig. Dandolo che la superiore concessione gli dava bensì il diritto di usare del manoscritto per il bene, non quello di intaccare l'onore dell'Ufficio dal quale fu per lui levato. Il Dandolo più che all'infelice passata condizione dell'Archivio Arcivescovile poteva più facilmente e poteva più volentieri por mente al bell'ordine che di presente vi s'introduce. Appunto perchè agli occhi del Dandolo il Sala non ha altro merito in fuori di quello di essere uno zelante archivista, perchè togliergli anche questo poco merito con una men vera allusione? Quando si han da dire parole che ponno dispiacere, non è buona scusa la bellezza della frase o la poca riflessione. Un buon cattolico non scrive lettere così umilianti ad un sacerdote, come il Dandolo ha fatto. Il Sala ha usato del proprio diritto; assalito, si è difeso; e chi scrive parole che toccano una terza persona si mette nella posizione di dover permettere che vi si risponda. Il Dandolo è tanto più ingiusto col Sala, in quanto il Sala quando, pregato dal Dandolo stesso, espose al Superiore il proprio sentimento circa la chiesta pubblicazione del Processo, parlò del Dandolo con profusione di stima per le sue buone intenzioni e per le sue cattoliche idee».
Di tutte queste lettere, che sono inedite, se ne trovano le copie tra le carte del Manzoni, il quale tenne dietro alla controversia con vivo interesse.
[91]Virginie de Leyva ou intérieur d'un convent de femmes en Italie au commencement du dix-septième siècle d'après les documents originaux, parPhilarète Chasles,professeur au Collége de France, Conservateur à la Bibliothèque Mazarine. Seconde édition, ornée du portrait authentique de Virginie de Leyva, d'après Daniel Crespi, Paris, Poulet-Malassis, libraire-éditeur; 1862; in-12. di pp.xii-204.
[91]Virginie de Leyva ou intérieur d'un convent de femmes en Italie au commencement du dix-septième siècle d'après les documents originaux, parPhilarète Chasles,professeur au Collége de France, Conservateur à la Bibliothèque Mazarine. Seconde édition, ornée du portrait authentique de Virginie de Leyva, d'après Daniel Crespi, Paris, Poulet-Malassis, libraire-éditeur; 1862; in-12. di pp.xii-204.
[92]La Signora di Monza(Sœur Virginie-Marie de Leyva)et son procès, 1595-1609,parA. Renzi,membre et administrateur de l'Institut historique de France, etc.Paris, E. Dentu, éditeur-libraire de la Societé des gens de lettres, 1862; in-8. di pp. viii-192, colla «Effig. della Penit. Ravved. Suor Virginia Maria Leyva» dipinta da Daniele Crespi.
[92]La Signora di Monza(Sœur Virginie-Marie de Leyva)et son procès, 1595-1609,parA. Renzi,membre et administrateur de l'Institut historique de France, etc.Paris, E. Dentu, éditeur-libraire de la Societé des gens de lettres, 1862; in-8. di pp. viii-192, colla «Effig. della Penit. Ravved. Suor Virginia Maria Leyva» dipinta da Daniele Crespi.
[93]A. Verona,Virginia de Leyva (la Monaca di Monza) e i conventi in Italia nel secolo XVII, annotazioni storico-critiche, a proposito dell'opera: «Virginia de Leyva ossia l'interno di un monastero in Italia sul principio del secolo XVII, dai documenti originali, per Filarete Chasles»; nellaRivista contemporanea, di Torino, ann. IX, vol. XXVI, fasc. 95, ottobre 1861; pp. 124-129.
[93]A. Verona,Virginia de Leyva (la Monaca di Monza) e i conventi in Italia nel secolo XVII, annotazioni storico-critiche, a proposito dell'opera: «Virginia de Leyva ossia l'interno di un monastero in Italia sul principio del secolo XVII, dai documenti originali, per Filarete Chasles»; nellaRivista contemporanea, di Torino, ann. IX, vol. XXVI, fasc. 95, ottobre 1861; pp. 124-129.
[94]La Perseveranza, di Milano, n.º 28, 8 aprile 1875.
[94]La Perseveranza, di Milano, n.º 28, 8 aprile 1875.