[95]Quando il Cantù scrisse il commento al Romanzo frequentava la casa del Manzoni; e che egli, come afferma loStampa[I, 65], «abbia tolto dalle confidenziali conversazioni tenute col Manzoni la sostanza del commento non solo, ma le indicazioni per le necessarie ricerche onde compirlo, è una verità». Nella prima edizione, riguardo alla Signora, altro non fece che tradurre il passo del Ripamonti in cui si raccontano i casi di lei; riprodusse il passo anche nelle successive edizioni, ma notando: «tanto e nulla più sapeva di quella infelice Alessandro Manzoni allorquando la scelse per uno de' suoi personaggi... Il suo seduttore Manzoni lo chiamò Egidio, e non seppe di che famiglia, come non entrò nel suo disegno di mostrarne la fine. Però nel Frisi.... leggevasi abbastanza per poter discoprire il vero essere di quel tristo». L'opera del Frisi, del resto, era ignota anche allo stesso Cantù quando scrisse e stampò per la prima volta il commento, nel quale nulla sa dire di Egidio e della sua famiglia.[96]Ecco quanto scrive: «Terminò il ramo Osio monzese in Gio. Paolo e Teodoro, fratelli, il primo de' quali avendo commesso un delitto con suor Virginia Leva, monaca del monastero di S. Margherita in Monza, circa il 1600, soggiacque alla confisca de' suoi beni, e per ordine del Senato di Milano venne demolita nel 1608 la di lui casa, situata sulla piazza del detto monastero, coll'essersi eretta nell'arca di detta casa una colonna colla statua della Giustizia in memoria del fatto». Cfr.Frisi Anton-Francesco,Memorie storiche di Monza e sua corte raccolte ed esaminate, Milano, nella Stamperia di Gaetano Motta, 1794; vol. II, p. 224.[97]Camerini E.,Prefazionealla prima edizione postuma de'Promessi Sposifatta a Milano da Edoardo Sonzogno nel 1873.[98]Cantù C.,Alessandro Manzoni, reminiscenze; I, 160.[99]Luzio A.,Manzoni e Diderot. La Monaca di Monza e la Religieuse, saggio critico, Milano, fratelli Dumolard editori, 1884; in-16. di pp. 96. Ne dette un saggio inLa Domenica letteraria, ann. I, n. 45, 10 decembre 1882, col titolo:La Monaca di Monza.[100]Cfr.Bertana E.,Postilla manzoniana: La Monaca di Monza; nel Giornale storico della letteratura italiana; XXXV, 172-175.[101]Casati Carlo,Nuove notizie intorno a Tommaso De-Marini, tratte da documenti inediti; nell'Archivio storico lombardo, serie II, ann. XIII [1886], pp. 584-640.[102]Cfr.La Perseveranzadel 22 gennaio 1898.[103]Vidari G.,La Gertrude, l'Innominato e fra Cristoforo; inLa Rassegna nazionale, di Firenze, ann. XVII, vol. 86, 1 e 16 decembre 1895, pp. 528-571 e 672-693.[104]Zerbi L.,L'Egidio dei«Promessi Sposi»nella famiglia e nella storia, notizie e documenti, Como, tip. editrice Luzzani Angelo, 1895; in-8. di pp. 86, con l'albero del ramo di Monza della famiglia Osio e la topografia del monastero di S. Margherita di Monza e sue adiacenze, con le case degli Osii, desunta da uno schema tracciato nell'anno 1623 dall'ing. camerale Ettore Barca.[105]Avancini D.,L'amore nei«Promessi Sposi»—La Monaca di Monza, saggio critico, Milano, Albrighi, Segati e C. editori [tipografia Umberto Allegretti], 1898; in-12, di pp. 72, oltre il frontespizio.[106]Nel 1898Gentile Paganiincominciò a stampare nellaTerza raccolta milanese illustrata di notizie storiche, topografiche ed altre di Milano e suo territorio la sua Storia rinnovata della Signora di Monza(1575-1650)secondo documenti autentici, ma dopo la 3ᵃ dispensa, ossia alla pag. 32, ne smise la pubblicazione.[107]Litta P., Famiglia Pio di Carpi; tav. IV.[108]Il Dandolo, benchè si sbracci a dire che le istituzioni monastiche «non corrono pericolo di subire intacco o crollo in conseguenza d'un fatto isolato», nello stampare il processo tagliò e omise tutto quello che non gli andava a genio, mostrando, alla stregua de' fatti, che la verità gli faceva paura. Il processo o non andava stampato, o bisognava stamparlo nella sua integrità. Si credeva e si lamentava perduto; invece, per buona fortuna, è stato rinvenuto fin dal 1899, quando l'Archivio della Curia arcivescovile venne trasportato in un altro locale.[109]La sentenza lo dichiara «valde gravatum, ac vehementer indiciatum, et respective confessum ac convinctum de enormibus ac atrocibus delictis, criminibus, excessibus et peccatis, videlicet: 1.º quod nonnullis annis elapsis, cum Jo. Paulus Osius (suam tunc domum habitationis habentem Modoetiae prope monasterium monialium sanctae Margaritae dicti oppidi, ac ipsi monasterio coherente), amorem duceret cum sorore Virginia Maria Leva, moniali professa in dicto monasterio, et hunc amorem partecipasset praefato presbitero Paulo secum deambulando in viridario dicti Osii, contiguo praefato monasterio, ex quo dictus Osius videbat praefatam monialem Leva, ac amorem fruebat, et peteret ab eo auxilium pro obtinenda gratia praedictae monialis; idem presbiter Paulus, ad effectum praefatum, quamplures litteras amatorias scripserit propria manu antedictae moniali Virginiae Mariae pro praefato Osio, asserendo precipue in illis respective licere se invicem deosculari absque peccato, adducendo falso auctoritatem divi Augustini, ac minime incurri in excomunicationem ingrediendo septa monasterii monialium; et ad id ei persuadendum, ac eandem monialem decipiendam, trasmissus fuerit ad ipsam liber casuum conscientiae legendus, (ipso presbitero Paulo consultore); 2.º quod, ad effectum de quo supra, dictus presbiter Paulus baptizaverit calamitas, easque tradiderit praefato Jo. Paulo Osio, qui accedendo ad parlatorium dicti monasterii noctu (eodem presbitero Paulo conscio et concomitante, sed remanente extra parlatorium pro custodia) eamdem calamitam, prius ab ipsomet Osio deosculata ac linita, tradidit praefatae sorori Virginiae similiter deosculandam ac lambendam.... 4.º principaliter, quod dictus presbiter Paulus eamdem sororem Virginiam Mariam Leva tum litteris et carminibus ad eam datis, cum et sermonibus viva voce cum ea factis accedendo ad parlatorium, tentaverit habere amasia ac sibi eius amorem conciliare procuraverit». Nè qui si arrestano le scelleraggini di questo perverso; ma fortunatamente non è involta in esse la disgraziata Signora, che pur troppo ebbe la sventura di trovarselo al fianco, consigliere e istigatore alla colpa. È la più losca figura del processo; più losca dello stesso Osio. E pure, di tutti i colpevoli, fu quello che ebbe minore il castigo! Venne condannato a remare per due anni sulle galere e, scontata la pena, al bando perpetuo da Monza e quindici miglia in giro, con minaccia della degradazione dagli ordini sacri, della perdita de' benefizi di curato e d'altri tre anni di galera se ardisse trasgredire questo bando. La sentenza è del 24 gennaio 1609. Gli fu letta il giorno 27, e prese a gridare: «io non accetto niente di questa sentenza, come ingiusta ed iniqua; anzi me ne appello al Papa, perchè mi trovo aggravatissimo, essendo io inconscio di aver commesso tali delitti, che son tutte imposture fabbricatemi da nemici». Cfr.Dandolo T.,La Signora di Manza e le Streghe del Tirolo, processi famosi, Milano, 1855; pp. 110-116.[110]Prima scrisse:occuperà tutto il resto del capitolo. Da principio infatti questa discussione formò il capitolo IX, che era intitolato:Digressione; avendo poi il Manzoni stabilito di rinnovare la numerazione de' capitoli in ogni tomo, divenne il capitolo I del tomo II, con l'intestatura:Digressione—La Signora. (Ed.)[111]L'addio de' due promessi sposi, nella prima minuta, era questo: «Qui Fermo avrebbe dovuto sostare almeno tutta la giornata, ma Agnese e Lucia lo persuasero a partire, ed egli parti, tristo, incerto dell'avvenire, ma certo almeno che un cuore rispondeva al suo e viveva delle sue stesse speranze». Ecco il racconto di questo addio nella seconda minuta: «Renzo avrebbe voluto fermarsi quivi almeno tutto quel giorno, veder le donne allogate, render loro i primi servigi; ma il Padre aveva raccomandato a queste di farlo continuar tosto il viaggio. Allegarono quindi esse e quegli ordini e cento altre ragioni: che la gente ciarlerebbe, che la separazione più ritardata sarebbe più dolorosa, che egli potrebbe venir presto a dare e ad intendere novelle; tanto che il giovane si risolvè di partire. Furono presi più partitamente i concerti; Lucia non nascose le lagrime, Renzo rattenne a stento le sue, e stringendo fortissimamente la mano ad Agnese, disse con voce soffocata:A rivederci, e partì».La copia per la censura ha una sola variante: invecedi farlo continuar tosto il viaggio,legge:di mandarlo tosto per la sua strada. (Ed.)[112]Prima scrisse:freddi. (Ed.)[113]Un giovane Gesuita prese a dimostrare in un discorso, detto pubblicamente, che Racine non era nè cristiano, nè poeta. I Gesuiti biasimarono quella insolenza e per mezzo di Boileau fecero sapere a Racine che avrebbe soddisfazione. Ecco un passo della risposta di Racine: «Vous pouvez assurer le Père Bonhours, que, bien loin d'être fâché contre le régent qui a tant déclamé contro mes pièces de théâtre, peu sen faut que je ne le remercie d'avoir prêché une si bonne morale dans leur collège». [Nota del Manzoni].[114]Prima questo periodo finiva così:non ne uscirebbe un costrutto più strano.... (Ed.)[115]Il Bonghi dette un cenno di questa discussione, fatta dal Manzoni tra sè stesso e un personaggio immaginario, e ne riportò alcuni de' tratti più caratteristici; e quell'accenno e que' tratti dettero origine e formarono il soggetto di due scritti notevoli del senatore Antonio Fogazzaro e del prof. Damiano Avancini. Cfr.Bonghi R.Alessandro Manzoni, discorso; in Inaugurazione della Sala Manzoniana nella Biblioteca Nazionale Braidense allapresenta delle LL. MM. il Re e la Regina e di S. A. R. il Principe di Napoli—5 novembreMDCCCLXXXVI, Milano, tip. Bernardoni di C. Rebeschini e C., 1886; pp. 19-21.—Fogazzaro A.Un'opinione di Alessandro Manzoni[discorso letto al Circolo filologico di Firenze il 28 marzo 1887]; inDiscorsi, Milano, tip. editrice di L. F. Cogliati, 1898; pp. 3-29.Avancini D.L'amore nei«Promessi Sposi—La Monaca di Monza, saggio critico, Milano, Albrighi, Segati e C. editori, 1898; in-16º di pp. 72.[116]Prima aveva scritto:una barba. (Ed.)[117]Prima:ha trovato non tutto quello che cercava, ma qualche; poi:come chi crede. (Ed.)[118]Soprasingolareè scrittoegregia. (Ed.)[119]Il periodo che segue lo rifece più volte. Da principio scrisse: «La fronte, stretta in un velo di lino, non si distingueva da esso che come un bianco avorio da un bianco foglio di carta»; poi tornò a scrivere: «La parte della fronte che usciva dal velo di lino era di diversa, ma non disuguale bianchezza, e si distingueva da esso come un candido avorio si distingue da un bianco foglio di carta». E di nuovo: «Sotto ad una stretta benda di lino si vedeva una parte della fronte, di diversa, ma di non diseguale bianchezza, e si distingueva da quella come un candido avorio risalta su un bianco foglio di carta». Questo ultimo periodo lo mutò così: «e si distingueva dalla benda come un candido avorio.... un bianco foglio di carta». (Ed.)[120]Senza dar di frego aerratico, il Manzoni vi scrisse sopra:vagabondo. (Ed.)[121]Segue, cancellato:alquanto scarne. (Ed.)[122]Prima scrisse:colorate d'un roseo vivace spiccavano in quella bianchezza; poi:dolcemente prominenti. (Ed.)[123]Segue, cancellato:che scendeva sul seno. (Ed.)[124]Prima:le forme più regolari; poi:una proporzione di forme regolare e maestosa. (Ed.)[125]Prima scrisse:guadagno; parola che, per altro, non cancellò. (Ed.)[126]Prima:pericoli, che il suo onore poteva correre. (Ed.)[127]Prima scrisse:contristare, nè gli dette di frego. (Ed.)[128]Prima:della vostra mente. (Ed.)[129]Segue cancellato:e un nostro buon religioso l'hanno tolta dalle sue; poi:tolta intatta da. (Ed.)[130]Proseguiva così: «Io so che il terrore può far parlare una povera figlia contra il suo cuore, con tanta sicurezza, con tante proteste, con tanti giuramenti, come più che se parlasse dal fondo del cuore». (Ed.)[131]Qui termina il capitolo primo del tomo secondo e segue il capitolo secondo intitolato:La Signora, tuttavia. (Ed.)[132]Gli alti spiriti, e basta mi pare indicare che la fanciullina, quando le donzelle le insegnavano ch'era bella, aveva appena sei anni, altrimenti non v'era bisogno di avvisatori. [Postilla di Ermes Visconti].[133]Bada che quest'idea confusa non sia troppo per una fanciullina di sei anni. Kant diceva: è difficile mettersine' panni delle ideede' fanciulli, de' selvaggi e de' gonzi. [Postilla del Visconti].[134]Prima scrisse:non uscì in Lombardia. (Ed.)[135]Prima:mediocremente pensato. (Ed.)[136]Così rifece, ma poi cancellò, questo periodo: «Se alcuno conosce qualche libro composto e stampato in Milano dalla invenzione della stampa fino alla metà del secolo decimosettimo, il qual libro sia scritto grammaticalmente e contenga idee, non dico splendide, ma connesse con senso comune». (Ed.)[137]Sopra:cosa di più, scrisse poi:indeterminata. (Ed.)[138]Bravo! Sarà come la zoppa madre Perpetua; come la madre Reparata, che tossisce sempre ed ha un gozzo come un popone, ecc. ecc. [Postilla del Visconti].[139]Qui mi pare il luogo di porre l'idea confusa, e che a poco a poco si fa chiara, finchè diventa la parola interiore che detta la risposta. [Postilla del Visconti].[140]Segue, cancellato: «La povera fanciulla si raffigurava la collera e le minacce dei parenti, le arti di ogni genere che si sarebbero poste in opera per soggiogarla, ma conchiudeva col pensiero che ilsìdoveva dirlo ella e non lo direbbe. Così si teneva bastantemente sicura;». (Ed.)[141]A quattordici anni? Dunque è al principio della vera adolescenza. [Postilla del Visconti].[142]Segue, cancellato: «Chi, condotto da una disciplina ragionata ed amorevole, arriva a quella età, coll'intelletto educato alle massime serie e gioconde ad un tempo della Religione; e si trova avviato in una occupazione utile e gradita, nella quale s'accorga ad ogni passo d'un progresso, e veggia sempre più da vicino uno scopo alla via che sta percorrendo; chi finalmente nello stesso tempo stanchi e rinforzi il corpo con esercizio costante, quegli ha una pubertà felice e si prepara a vincere i pericoli delle età che la seguono. Ma la povera Geltrude non era in tali circo....». (Ed.)[143]Segue questo periodo, che è cancellato con due freghi col lapis, ed ha in margine, pure a lapis, una postilla che dire:Periodo inutile. Non l'aveva letto.Ecco il periodo: «Ma le circostanze della povera Geltrude erano ben diverse: tutto tendeva per essa arealizzareogni pericolo di quella età e a renderla turbolenta e funesta per l'avvenire». (Ed.)[144]Le educande e le monache, credo, possono passeggiare più volte in un giorno nel loro orto. Merate! Merate! In quante maniere tu guasti l'intelletto dei poveri tuoi ospiti per forza. [Postilla dei Visconti].[145]Seguiva e poi lo cancellò: «che in verità erano più comuni e più abbondanti a quei tempi che non lo sieno ai nostri». (Ed.)[146]Le educande, credo, non vanno in coro. Direi la chiesa delle monache, dietro l'altar maggiore separata, ecc., ecc., ecc. [Postilla del Visconti].[147]Di fianco a tutto questo periodo, daGeltrudeapensierii il Visconti tirò una linea, e scrisse in margine:più chiaro, signor mio colendissimo. (Ed.)[148]Non capisco davvero. [Postilla del Visconti].[149]Frase equivoca: potrà intendersi a rovescio. [Postilla del Visconti].[150]Varianti: «e davano pur da pensare»; «e se ne faceva pur caso assai». (Ed.)[151]Parli come avrebbe parlato una Grida di quel tempo:e con altre pene maggiori ad arbitrio di Sua Eccellenza. [Postilla del Visconti].[152]E di fatti un fanciullo di dieci anni ne capirebbe subito di che si tratti! [Postilla del Visconti].[153]Indicare qui chiaramente che per altro non erasi ancor piegata alla risoluzione di farsi monaca. [Postilla del Visconti].[154]Qui termina il capitolo II del tomo secondo, intitolato:La Signora, tuttavia, e incomincia il capitolo III, che non ha nessun titolo. (Ed.)[155]Prima scrisse:che sta sul suo; poi come nel testo; ma ilriposanon gli andava a sangue, e, senza però cancellarlo, v'unì due varianti:s'abbandona, esi dondola. (Ed.)[156]Segue, cancellato: «che le era permesso di uscire dalla prigione colla sua donna». (Ed.)[157]Segue, cancellato: «Finalmente raddolcito alquanto il tuono». (Ed.)[158]Quante fandonie si possono dire ingenuamente a' giovanetti e alle giovanette. [Nota del Visconti].[159]Il Visconti sottolineò le parole: «e che non v'era asilo, riposo, sicurezza», e scrisse in margine:Cancella, cancella, cancella il sottolineato. Il resto optime! Geltrude è come Wildsire interrogata da Ratcliffe; le sottolineate la farebbero divenire quale fu all'interrogazione di Marpitlau.(Ed.)[160]Segue, cancellato: «o che si fosse inteso più». (Ed.)[161]Direi: a certe mire. [Nota del Visconti].[162]Segue, cancellato: «tante volte ch'egli farebbe uno splendido collocamento se la sorella si facesse monaca, che riguardava assolutamente come un dovere di questa il chiudersi in un chiostro». (Ed.)[163]Oscuro il perchè si premette che ora non v'è indiscrezione. Affare di stile. [Postilla del Visconti].[164]Qui termina il capitolo III e incomincia il capitolo IV. (Ed.)[165]Per giudicar bene il sig. abate doveva non essere un sempliciotto. [Postilla del Visconti].[166]Troppo ascetismo: e per una monacazione con voti irrevocabili, con sanzione di legge civile! [Postilla del Visconti].[167]Consegueè equivoco da schivarsi necessariamente in questo luogo. [Postilla del Visconti].[168]Ascetico e, lo dirò francamente, di cattivo gusto. Il seguito spiega l'idea, e benissimo. [Postilla del Visconti].[169]Excellent! ma quando le seppe queste arti? È d'uopo d'un cenno che le spieghi. [Postilla del Visconti].[170]Di qualche contadinella mezzo contraffatta, di qualche signora di Monza con un visodi Baroni, che venisse al parlatorio. [Postilla del Visconti].[171]Il Visconti propone di correggere: «che stava bene con qualunque acconciatura». (Ed.)[172]Staccatezza?[Postilla del Visconti].[173]Qui termina il capitolo IV e incomincia il V. (Ed.)[174]In margine si legge di mano del Manzoni: «Si dirà che Geltrude non era più maestra, ma che continuava ad abitare quel quartiere, per distinzione, etc.». (Ed.)[175]Più chiara la descrizione architettonica. È facile farla, indicando prima i tre corritoj, dire quali parti del monastero v'erano attigue o, per dir meglio, confinanti all'interno. Poi descrivere l'appartamento della Signora, come hai fatto, ed indicar la coerenza colla parte rustica della casa del sig. Luganagero. [Postilla del Visconti].[176]Educandefa imbroglio: direi della Signora. [Postilla del Visconti].[177]Ti regalerò a tempo e luogo una bottiglia di Cipro, se farai un cenno del Marchese Perrone e del suo libro a giustificazione della tua asserzione. [Postilla del Visconti].[178]Segue cancellato: «una falsa gioja; il suo fallo la innebriò; perchè talvolta le passioni che preparano dolori per tutta la vita». (Ed.)[179]Dici troppo, almeno in parole, perchè non dici troppo nel valore che gli dava la tua mente quando scrivesti. Ma letteralmente si cade in contradizione coi movimenti devoti, per intervalli, della Signora. [Postilla del Visconti].[180]Qui termina il Capitolo V e incomincia quello VI. (Ed.)[181]Il Visconti sottolineò le parole: «fatto ciò ch'era inteso: non resta più che di riporre le cose in ordine» e scrisse in margine: «Mutare il sottolineato: perchè? nol so dire, ma vi è in me qualche cosa che lo dice». (Ed.)[182]Idem. [Postilla del Visconti].[183]Segue, cancellato:manda. Nell'autografo poi mancano i fogli 60 e 61 con i quali finiva il capitolo. (Ed.)[184]È un brano del capitolo VII del tomo II della prima minuta. (Ed.)[185]Accennare perchè non potè fuggire in chiesa: la folla. [Postilla del Manzoni].[186]NB. Si supponga una conoscenza più stretta, visite periodiche di D. Rodrigo, etc. per evitare gl'impacci d'una prima visita per una domanda di tal natura. Questo avviso servirà per tutta la narrazione seguente. (Postilla del Manzoni).[187]Qui termina il capitolo VII, del quale il presente episodio è un brano, e incomincia quello VIII. (Ed.)[188]Questo «sogghigno», nel primo getto del Romanzo, è ricordato quando Don Rodrigo fu colto dalla peste. Ecco cosa scrive il Manzoni. «Finalmente, presso al mattino, s'addormentò. E tosto gli parve di trovarsi in quella chiesa dei cappuccini di Pescarenico, dinnanzi alla quale, se vi ricorda, egli sogghignò in passando, nella sua gita al Conte del Sagrato. Gli pareva d'essere innanzi innanzi nella chiesa, circondato e stretto da una gran folla; non sapeva come gli fosse venuto il pensiero di portarsi in quel luogo, e si rodeva contro sè stesso. Guardava quei circostanti; erano sparuti e lividi, con gli occhi spenti, incavati, colle labbra pendenti, come insensati; egli stavano addosso e lo stringevano quasi col loro peso, e sopra tutto gli pareva che o con le gomita, o come che fosse, lo premessero al lato sinistro, al di sopra del cuore, dove sentiva una puntura spiacevole, dolorosa. Voleva dire: largo, canaglia; faceva atti di minaccia a coloro perchè gli dessero passaggio ad uscire; ma quegli nè parevano muoversi, nè mutare sembianza, nè risentirsi in alcun modo; stavano tuttavia come insensati. Alcuni su la faccia, su le spalle, che nude uscivano tra le vesti lacere, mostravano macchie e buboni. Don Rodrigo si restringeva in sè, ritirava le mani, le membra, per non toccare quei corpi pestilenti; ma ad ogni movimento incappava in qualche membro infetto. E non vedendo la via d'uscire, strepitava, ansava; l'affanno l'avrebbe destato, quand'ecco gli parve che tutti gli occhi si volgessero alla parte della chiesa dov'era il pulpito: guatò anch'egli, e vide spuntare in su dal parapetto un non so che di liscio e lucido; poi alzarsi e comparir più distinto un cocuzzolo calvo, poi due occhi, una faccia, una barba lunga e bianca, un frate ritto ed alto; era fra Cristoforo. Tanto più Don Rodrigo avrebbe voluto fuggire; ma la folla degli incantati era fitta ed immobile. Gli parve allora che il frate, girando gli occhj su l'uditorio, senza fermarli sopra di lui, sclamasse ad alta voce: Per li nostri peccati, la fame! Per li nostri peccati, la guerra! Per li nostri peccati, la peste! La peste! Povera gente; essa vi rode tutti, dal primo fino all'ultimo: tutti avete i segni della morte in volto: beati quelli fra voi che sono preparati a riceverla. Ma... e qui pareva a Don Rodrigo che il frate ristesse, come sopraffatto da un pensiero repentino e profondo: ed egli stava ansioso attendendo. Gli pareva gli uditori non facessero pur vista di scuotersi, e che il frate tutto ad un tratto guardando a lui, e come ravvisandolo, fermandolo col guardo e colla mano alzata, come un bracco sopra una pernice, dicesse ad alta voce: Tu sei quell'uomo! Or ci sei giunto, ascolta. Quanto ti sarebbe costato il rinunziare a quel capriccio infame! Torna indietro colla mente e dillo. Un picciolo pensiero di pietà: ma tu non hai voluto. Tu hai messo, da una parte, su la bilancia l'angoscia, l'obbrobrio, il crepacuore, il terrore d'un'anima innocente; hai pesato, e hai detto: non è niente: pesa più il mio capriccio. Ora le bilance sono rivolte: l'angoscia si versa sopra di te: prova se è niente.—A queste parole Don Rodrigo voleva gridare, nascondersi, fuggire, e si destò spaventato». (Ed.)[189]NB. Il bravo riconosca Don Rodrigo e lo lasci andare a cavallo per distinzione, ma senza compagni. [Postilla del Manzoni].[190]Prima scrisse:Montanaruolo. Nell'inventare il soprannome de' bravi, il Manzoni trovò un aiuto nel suo amico Tommaso Grossi, al quale scriveva: «Quanto al soprannome del Bravo bergamasco, sappi che non ti lascio requiare, fin che non ne hai trovato uno a mio talento. Nessuno dei proposti è buono. Ella s'ingegni. Voglio una parola indicante qualche qualità fisica notabile, che non sia però parola ingiuriosa; o una parola di giuramento, però decente; o un aggiunto di qualità morale, ecc. Io ho dovuto inventarne due, e sono: lo Sfregiato e il Tiradritto. Così s'inventano i soprannomi!». (Ed.)[191]Prima:Nibbiotto. (Ed.)[192]Prima:Schioppettino. (Ed.)[193]Riguardo alla casa ecco quanto aveva scritto nel capitolo VIII del tomo I: «Rimaneva da pensare alla custodia delle case, le quali erano prive dei loro custodi naturali. Le chiavi furono consegnate al Padre [Cristoforo]: quelle di Agnese per esser date in mano d'una sua sorella, e quelle di Fermo per un suo cognato. Il Padre ricevette le commissioni d'entrambi, procurando di acquietare la sollecitudine di Agnese». Ne torna a parlare nel capitolo VII del tomo II: «Menico, il quale era pur dolente della fuga delle sue parenti, ma che almeno in questa sventura aveva avuto la felice occasione di far qualche cosa, non ebbe pace fin che non confidò quello che aveva fatto a dei ragazzi suoi coetanei, i quali riuscivano a contargli le congetture che avevano intese, e ai quali egli aveva da raccontare qualche cosa di più fondato. I ragazzi corsero a casa, e si seppe tosto che Lucia, Agnese e Fermo erano andati la notte al convento. Le congetture divennero allora un po' più uniformi e più fondate, giacchè tutti avevano qualche sentore della turpe caccia che Don Rodrigo dava a Lucia». Segue, cancellato: «Quando poi si vide comparire il mattino il Padre Cristoforo con le chiavi della casetta d'Agnese e dare le disposizioni per la custodia di quella». In margine poi si legge di mano del Manzoni: «N.B. per toglier molti impicci che nascono dal lasciare la casa abbandonata, si dia un padre a Lucia, o qualche altro parente che abiti insieme». (Ed.)
[95]Quando il Cantù scrisse il commento al Romanzo frequentava la casa del Manzoni; e che egli, come afferma loStampa[I, 65], «abbia tolto dalle confidenziali conversazioni tenute col Manzoni la sostanza del commento non solo, ma le indicazioni per le necessarie ricerche onde compirlo, è una verità». Nella prima edizione, riguardo alla Signora, altro non fece che tradurre il passo del Ripamonti in cui si raccontano i casi di lei; riprodusse il passo anche nelle successive edizioni, ma notando: «tanto e nulla più sapeva di quella infelice Alessandro Manzoni allorquando la scelse per uno de' suoi personaggi... Il suo seduttore Manzoni lo chiamò Egidio, e non seppe di che famiglia, come non entrò nel suo disegno di mostrarne la fine. Però nel Frisi.... leggevasi abbastanza per poter discoprire il vero essere di quel tristo». L'opera del Frisi, del resto, era ignota anche allo stesso Cantù quando scrisse e stampò per la prima volta il commento, nel quale nulla sa dire di Egidio e della sua famiglia.[96]Ecco quanto scrive: «Terminò il ramo Osio monzese in Gio. Paolo e Teodoro, fratelli, il primo de' quali avendo commesso un delitto con suor Virginia Leva, monaca del monastero di S. Margherita in Monza, circa il 1600, soggiacque alla confisca de' suoi beni, e per ordine del Senato di Milano venne demolita nel 1608 la di lui casa, situata sulla piazza del detto monastero, coll'essersi eretta nell'arca di detta casa una colonna colla statua della Giustizia in memoria del fatto». Cfr.Frisi Anton-Francesco,Memorie storiche di Monza e sua corte raccolte ed esaminate, Milano, nella Stamperia di Gaetano Motta, 1794; vol. II, p. 224.[97]Camerini E.,Prefazionealla prima edizione postuma de'Promessi Sposifatta a Milano da Edoardo Sonzogno nel 1873.[98]Cantù C.,Alessandro Manzoni, reminiscenze; I, 160.[99]Luzio A.,Manzoni e Diderot. La Monaca di Monza e la Religieuse, saggio critico, Milano, fratelli Dumolard editori, 1884; in-16. di pp. 96. Ne dette un saggio inLa Domenica letteraria, ann. I, n. 45, 10 decembre 1882, col titolo:La Monaca di Monza.[100]Cfr.Bertana E.,Postilla manzoniana: La Monaca di Monza; nel Giornale storico della letteratura italiana; XXXV, 172-175.[101]Casati Carlo,Nuove notizie intorno a Tommaso De-Marini, tratte da documenti inediti; nell'Archivio storico lombardo, serie II, ann. XIII [1886], pp. 584-640.[102]Cfr.La Perseveranzadel 22 gennaio 1898.[103]Vidari G.,La Gertrude, l'Innominato e fra Cristoforo; inLa Rassegna nazionale, di Firenze, ann. XVII, vol. 86, 1 e 16 decembre 1895, pp. 528-571 e 672-693.[104]Zerbi L.,L'Egidio dei«Promessi Sposi»nella famiglia e nella storia, notizie e documenti, Como, tip. editrice Luzzani Angelo, 1895; in-8. di pp. 86, con l'albero del ramo di Monza della famiglia Osio e la topografia del monastero di S. Margherita di Monza e sue adiacenze, con le case degli Osii, desunta da uno schema tracciato nell'anno 1623 dall'ing. camerale Ettore Barca.[105]Avancini D.,L'amore nei«Promessi Sposi»—La Monaca di Monza, saggio critico, Milano, Albrighi, Segati e C. editori [tipografia Umberto Allegretti], 1898; in-12, di pp. 72, oltre il frontespizio.[106]Nel 1898Gentile Paganiincominciò a stampare nellaTerza raccolta milanese illustrata di notizie storiche, topografiche ed altre di Milano e suo territorio la sua Storia rinnovata della Signora di Monza(1575-1650)secondo documenti autentici, ma dopo la 3ᵃ dispensa, ossia alla pag. 32, ne smise la pubblicazione.[107]Litta P., Famiglia Pio di Carpi; tav. IV.[108]Il Dandolo, benchè si sbracci a dire che le istituzioni monastiche «non corrono pericolo di subire intacco o crollo in conseguenza d'un fatto isolato», nello stampare il processo tagliò e omise tutto quello che non gli andava a genio, mostrando, alla stregua de' fatti, che la verità gli faceva paura. Il processo o non andava stampato, o bisognava stamparlo nella sua integrità. Si credeva e si lamentava perduto; invece, per buona fortuna, è stato rinvenuto fin dal 1899, quando l'Archivio della Curia arcivescovile venne trasportato in un altro locale.[109]La sentenza lo dichiara «valde gravatum, ac vehementer indiciatum, et respective confessum ac convinctum de enormibus ac atrocibus delictis, criminibus, excessibus et peccatis, videlicet: 1.º quod nonnullis annis elapsis, cum Jo. Paulus Osius (suam tunc domum habitationis habentem Modoetiae prope monasterium monialium sanctae Margaritae dicti oppidi, ac ipsi monasterio coherente), amorem duceret cum sorore Virginia Maria Leva, moniali professa in dicto monasterio, et hunc amorem partecipasset praefato presbitero Paulo secum deambulando in viridario dicti Osii, contiguo praefato monasterio, ex quo dictus Osius videbat praefatam monialem Leva, ac amorem fruebat, et peteret ab eo auxilium pro obtinenda gratia praedictae monialis; idem presbiter Paulus, ad effectum praefatum, quamplures litteras amatorias scripserit propria manu antedictae moniali Virginiae Mariae pro praefato Osio, asserendo precipue in illis respective licere se invicem deosculari absque peccato, adducendo falso auctoritatem divi Augustini, ac minime incurri in excomunicationem ingrediendo septa monasterii monialium; et ad id ei persuadendum, ac eandem monialem decipiendam, trasmissus fuerit ad ipsam liber casuum conscientiae legendus, (ipso presbitero Paulo consultore); 2.º quod, ad effectum de quo supra, dictus presbiter Paulus baptizaverit calamitas, easque tradiderit praefato Jo. Paulo Osio, qui accedendo ad parlatorium dicti monasterii noctu (eodem presbitero Paulo conscio et concomitante, sed remanente extra parlatorium pro custodia) eamdem calamitam, prius ab ipsomet Osio deosculata ac linita, tradidit praefatae sorori Virginiae similiter deosculandam ac lambendam.... 4.º principaliter, quod dictus presbiter Paulus eamdem sororem Virginiam Mariam Leva tum litteris et carminibus ad eam datis, cum et sermonibus viva voce cum ea factis accedendo ad parlatorium, tentaverit habere amasia ac sibi eius amorem conciliare procuraverit». Nè qui si arrestano le scelleraggini di questo perverso; ma fortunatamente non è involta in esse la disgraziata Signora, che pur troppo ebbe la sventura di trovarselo al fianco, consigliere e istigatore alla colpa. È la più losca figura del processo; più losca dello stesso Osio. E pure, di tutti i colpevoli, fu quello che ebbe minore il castigo! Venne condannato a remare per due anni sulle galere e, scontata la pena, al bando perpetuo da Monza e quindici miglia in giro, con minaccia della degradazione dagli ordini sacri, della perdita de' benefizi di curato e d'altri tre anni di galera se ardisse trasgredire questo bando. La sentenza è del 24 gennaio 1609. Gli fu letta il giorno 27, e prese a gridare: «io non accetto niente di questa sentenza, come ingiusta ed iniqua; anzi me ne appello al Papa, perchè mi trovo aggravatissimo, essendo io inconscio di aver commesso tali delitti, che son tutte imposture fabbricatemi da nemici». Cfr.Dandolo T.,La Signora di Manza e le Streghe del Tirolo, processi famosi, Milano, 1855; pp. 110-116.[110]Prima scrisse:occuperà tutto il resto del capitolo. Da principio infatti questa discussione formò il capitolo IX, che era intitolato:Digressione; avendo poi il Manzoni stabilito di rinnovare la numerazione de' capitoli in ogni tomo, divenne il capitolo I del tomo II, con l'intestatura:Digressione—La Signora. (Ed.)[111]L'addio de' due promessi sposi, nella prima minuta, era questo: «Qui Fermo avrebbe dovuto sostare almeno tutta la giornata, ma Agnese e Lucia lo persuasero a partire, ed egli parti, tristo, incerto dell'avvenire, ma certo almeno che un cuore rispondeva al suo e viveva delle sue stesse speranze». Ecco il racconto di questo addio nella seconda minuta: «Renzo avrebbe voluto fermarsi quivi almeno tutto quel giorno, veder le donne allogate, render loro i primi servigi; ma il Padre aveva raccomandato a queste di farlo continuar tosto il viaggio. Allegarono quindi esse e quegli ordini e cento altre ragioni: che la gente ciarlerebbe, che la separazione più ritardata sarebbe più dolorosa, che egli potrebbe venir presto a dare e ad intendere novelle; tanto che il giovane si risolvè di partire. Furono presi più partitamente i concerti; Lucia non nascose le lagrime, Renzo rattenne a stento le sue, e stringendo fortissimamente la mano ad Agnese, disse con voce soffocata:A rivederci, e partì».La copia per la censura ha una sola variante: invecedi farlo continuar tosto il viaggio,legge:di mandarlo tosto per la sua strada. (Ed.)[112]Prima scrisse:freddi. (Ed.)[113]Un giovane Gesuita prese a dimostrare in un discorso, detto pubblicamente, che Racine non era nè cristiano, nè poeta. I Gesuiti biasimarono quella insolenza e per mezzo di Boileau fecero sapere a Racine che avrebbe soddisfazione. Ecco un passo della risposta di Racine: «Vous pouvez assurer le Père Bonhours, que, bien loin d'être fâché contre le régent qui a tant déclamé contro mes pièces de théâtre, peu sen faut que je ne le remercie d'avoir prêché une si bonne morale dans leur collège». [Nota del Manzoni].[114]Prima questo periodo finiva così:non ne uscirebbe un costrutto più strano.... (Ed.)[115]Il Bonghi dette un cenno di questa discussione, fatta dal Manzoni tra sè stesso e un personaggio immaginario, e ne riportò alcuni de' tratti più caratteristici; e quell'accenno e que' tratti dettero origine e formarono il soggetto di due scritti notevoli del senatore Antonio Fogazzaro e del prof. Damiano Avancini. Cfr.Bonghi R.Alessandro Manzoni, discorso; in Inaugurazione della Sala Manzoniana nella Biblioteca Nazionale Braidense allapresenta delle LL. MM. il Re e la Regina e di S. A. R. il Principe di Napoli—5 novembreMDCCCLXXXVI, Milano, tip. Bernardoni di C. Rebeschini e C., 1886; pp. 19-21.—Fogazzaro A.Un'opinione di Alessandro Manzoni[discorso letto al Circolo filologico di Firenze il 28 marzo 1887]; inDiscorsi, Milano, tip. editrice di L. F. Cogliati, 1898; pp. 3-29.Avancini D.L'amore nei«Promessi Sposi—La Monaca di Monza, saggio critico, Milano, Albrighi, Segati e C. editori, 1898; in-16º di pp. 72.[116]Prima aveva scritto:una barba. (Ed.)[117]Prima:ha trovato non tutto quello che cercava, ma qualche; poi:come chi crede. (Ed.)[118]Soprasingolareè scrittoegregia. (Ed.)[119]Il periodo che segue lo rifece più volte. Da principio scrisse: «La fronte, stretta in un velo di lino, non si distingueva da esso che come un bianco avorio da un bianco foglio di carta»; poi tornò a scrivere: «La parte della fronte che usciva dal velo di lino era di diversa, ma non disuguale bianchezza, e si distingueva da esso come un candido avorio si distingue da un bianco foglio di carta». E di nuovo: «Sotto ad una stretta benda di lino si vedeva una parte della fronte, di diversa, ma di non diseguale bianchezza, e si distingueva da quella come un candido avorio risalta su un bianco foglio di carta». Questo ultimo periodo lo mutò così: «e si distingueva dalla benda come un candido avorio.... un bianco foglio di carta». (Ed.)[120]Senza dar di frego aerratico, il Manzoni vi scrisse sopra:vagabondo. (Ed.)[121]Segue, cancellato:alquanto scarne. (Ed.)[122]Prima scrisse:colorate d'un roseo vivace spiccavano in quella bianchezza; poi:dolcemente prominenti. (Ed.)[123]Segue, cancellato:che scendeva sul seno. (Ed.)[124]Prima:le forme più regolari; poi:una proporzione di forme regolare e maestosa. (Ed.)[125]Prima scrisse:guadagno; parola che, per altro, non cancellò. (Ed.)[126]Prima:pericoli, che il suo onore poteva correre. (Ed.)[127]Prima scrisse:contristare, nè gli dette di frego. (Ed.)[128]Prima:della vostra mente. (Ed.)[129]Segue cancellato:e un nostro buon religioso l'hanno tolta dalle sue; poi:tolta intatta da. (Ed.)[130]Proseguiva così: «Io so che il terrore può far parlare una povera figlia contra il suo cuore, con tanta sicurezza, con tante proteste, con tanti giuramenti, come più che se parlasse dal fondo del cuore». (Ed.)[131]Qui termina il capitolo primo del tomo secondo e segue il capitolo secondo intitolato:La Signora, tuttavia. (Ed.)[132]Gli alti spiriti, e basta mi pare indicare che la fanciullina, quando le donzelle le insegnavano ch'era bella, aveva appena sei anni, altrimenti non v'era bisogno di avvisatori. [Postilla di Ermes Visconti].[133]Bada che quest'idea confusa non sia troppo per una fanciullina di sei anni. Kant diceva: è difficile mettersine' panni delle ideede' fanciulli, de' selvaggi e de' gonzi. [Postilla del Visconti].[134]Prima scrisse:non uscì in Lombardia. (Ed.)[135]Prima:mediocremente pensato. (Ed.)[136]Così rifece, ma poi cancellò, questo periodo: «Se alcuno conosce qualche libro composto e stampato in Milano dalla invenzione della stampa fino alla metà del secolo decimosettimo, il qual libro sia scritto grammaticalmente e contenga idee, non dico splendide, ma connesse con senso comune». (Ed.)[137]Sopra:cosa di più, scrisse poi:indeterminata. (Ed.)[138]Bravo! Sarà come la zoppa madre Perpetua; come la madre Reparata, che tossisce sempre ed ha un gozzo come un popone, ecc. ecc. [Postilla del Visconti].[139]Qui mi pare il luogo di porre l'idea confusa, e che a poco a poco si fa chiara, finchè diventa la parola interiore che detta la risposta. [Postilla del Visconti].[140]Segue, cancellato: «La povera fanciulla si raffigurava la collera e le minacce dei parenti, le arti di ogni genere che si sarebbero poste in opera per soggiogarla, ma conchiudeva col pensiero che ilsìdoveva dirlo ella e non lo direbbe. Così si teneva bastantemente sicura;». (Ed.)[141]A quattordici anni? Dunque è al principio della vera adolescenza. [Postilla del Visconti].[142]Segue, cancellato: «Chi, condotto da una disciplina ragionata ed amorevole, arriva a quella età, coll'intelletto educato alle massime serie e gioconde ad un tempo della Religione; e si trova avviato in una occupazione utile e gradita, nella quale s'accorga ad ogni passo d'un progresso, e veggia sempre più da vicino uno scopo alla via che sta percorrendo; chi finalmente nello stesso tempo stanchi e rinforzi il corpo con esercizio costante, quegli ha una pubertà felice e si prepara a vincere i pericoli delle età che la seguono. Ma la povera Geltrude non era in tali circo....». (Ed.)[143]Segue questo periodo, che è cancellato con due freghi col lapis, ed ha in margine, pure a lapis, una postilla che dire:Periodo inutile. Non l'aveva letto.Ecco il periodo: «Ma le circostanze della povera Geltrude erano ben diverse: tutto tendeva per essa arealizzareogni pericolo di quella età e a renderla turbolenta e funesta per l'avvenire». (Ed.)[144]Le educande e le monache, credo, possono passeggiare più volte in un giorno nel loro orto. Merate! Merate! In quante maniere tu guasti l'intelletto dei poveri tuoi ospiti per forza. [Postilla dei Visconti].[145]Seguiva e poi lo cancellò: «che in verità erano più comuni e più abbondanti a quei tempi che non lo sieno ai nostri». (Ed.)[146]Le educande, credo, non vanno in coro. Direi la chiesa delle monache, dietro l'altar maggiore separata, ecc., ecc., ecc. [Postilla del Visconti].[147]Di fianco a tutto questo periodo, daGeltrudeapensierii il Visconti tirò una linea, e scrisse in margine:più chiaro, signor mio colendissimo. (Ed.)[148]Non capisco davvero. [Postilla del Visconti].[149]Frase equivoca: potrà intendersi a rovescio. [Postilla del Visconti].[150]Varianti: «e davano pur da pensare»; «e se ne faceva pur caso assai». (Ed.)[151]Parli come avrebbe parlato una Grida di quel tempo:e con altre pene maggiori ad arbitrio di Sua Eccellenza. [Postilla del Visconti].[152]E di fatti un fanciullo di dieci anni ne capirebbe subito di che si tratti! [Postilla del Visconti].[153]Indicare qui chiaramente che per altro non erasi ancor piegata alla risoluzione di farsi monaca. [Postilla del Visconti].[154]Qui termina il capitolo II del tomo secondo, intitolato:La Signora, tuttavia, e incomincia il capitolo III, che non ha nessun titolo. (Ed.)[155]Prima scrisse:che sta sul suo; poi come nel testo; ma ilriposanon gli andava a sangue, e, senza però cancellarlo, v'unì due varianti:s'abbandona, esi dondola. (Ed.)[156]Segue, cancellato: «che le era permesso di uscire dalla prigione colla sua donna». (Ed.)[157]Segue, cancellato: «Finalmente raddolcito alquanto il tuono». (Ed.)[158]Quante fandonie si possono dire ingenuamente a' giovanetti e alle giovanette. [Nota del Visconti].[159]Il Visconti sottolineò le parole: «e che non v'era asilo, riposo, sicurezza», e scrisse in margine:Cancella, cancella, cancella il sottolineato. Il resto optime! Geltrude è come Wildsire interrogata da Ratcliffe; le sottolineate la farebbero divenire quale fu all'interrogazione di Marpitlau.(Ed.)[160]Segue, cancellato: «o che si fosse inteso più». (Ed.)[161]Direi: a certe mire. [Nota del Visconti].[162]Segue, cancellato: «tante volte ch'egli farebbe uno splendido collocamento se la sorella si facesse monaca, che riguardava assolutamente come un dovere di questa il chiudersi in un chiostro». (Ed.)[163]Oscuro il perchè si premette che ora non v'è indiscrezione. Affare di stile. [Postilla del Visconti].[164]Qui termina il capitolo III e incomincia il capitolo IV. (Ed.)[165]Per giudicar bene il sig. abate doveva non essere un sempliciotto. [Postilla del Visconti].[166]Troppo ascetismo: e per una monacazione con voti irrevocabili, con sanzione di legge civile! [Postilla del Visconti].[167]Consegueè equivoco da schivarsi necessariamente in questo luogo. [Postilla del Visconti].[168]Ascetico e, lo dirò francamente, di cattivo gusto. Il seguito spiega l'idea, e benissimo. [Postilla del Visconti].[169]Excellent! ma quando le seppe queste arti? È d'uopo d'un cenno che le spieghi. [Postilla del Visconti].[170]Di qualche contadinella mezzo contraffatta, di qualche signora di Monza con un visodi Baroni, che venisse al parlatorio. [Postilla del Visconti].[171]Il Visconti propone di correggere: «che stava bene con qualunque acconciatura». (Ed.)[172]Staccatezza?[Postilla del Visconti].[173]Qui termina il capitolo IV e incomincia il V. (Ed.)[174]In margine si legge di mano del Manzoni: «Si dirà che Geltrude non era più maestra, ma che continuava ad abitare quel quartiere, per distinzione, etc.». (Ed.)[175]Più chiara la descrizione architettonica. È facile farla, indicando prima i tre corritoj, dire quali parti del monastero v'erano attigue o, per dir meglio, confinanti all'interno. Poi descrivere l'appartamento della Signora, come hai fatto, ed indicar la coerenza colla parte rustica della casa del sig. Luganagero. [Postilla del Visconti].[176]Educandefa imbroglio: direi della Signora. [Postilla del Visconti].[177]Ti regalerò a tempo e luogo una bottiglia di Cipro, se farai un cenno del Marchese Perrone e del suo libro a giustificazione della tua asserzione. [Postilla del Visconti].[178]Segue cancellato: «una falsa gioja; il suo fallo la innebriò; perchè talvolta le passioni che preparano dolori per tutta la vita». (Ed.)[179]Dici troppo, almeno in parole, perchè non dici troppo nel valore che gli dava la tua mente quando scrivesti. Ma letteralmente si cade in contradizione coi movimenti devoti, per intervalli, della Signora. [Postilla del Visconti].[180]Qui termina il Capitolo V e incomincia quello VI. (Ed.)[181]Il Visconti sottolineò le parole: «fatto ciò ch'era inteso: non resta più che di riporre le cose in ordine» e scrisse in margine: «Mutare il sottolineato: perchè? nol so dire, ma vi è in me qualche cosa che lo dice». (Ed.)[182]Idem. [Postilla del Visconti].[183]Segue, cancellato:manda. Nell'autografo poi mancano i fogli 60 e 61 con i quali finiva il capitolo. (Ed.)[184]È un brano del capitolo VII del tomo II della prima minuta. (Ed.)[185]Accennare perchè non potè fuggire in chiesa: la folla. [Postilla del Manzoni].[186]NB. Si supponga una conoscenza più stretta, visite periodiche di D. Rodrigo, etc. per evitare gl'impacci d'una prima visita per una domanda di tal natura. Questo avviso servirà per tutta la narrazione seguente. (Postilla del Manzoni).[187]Qui termina il capitolo VII, del quale il presente episodio è un brano, e incomincia quello VIII. (Ed.)[188]Questo «sogghigno», nel primo getto del Romanzo, è ricordato quando Don Rodrigo fu colto dalla peste. Ecco cosa scrive il Manzoni. «Finalmente, presso al mattino, s'addormentò. E tosto gli parve di trovarsi in quella chiesa dei cappuccini di Pescarenico, dinnanzi alla quale, se vi ricorda, egli sogghignò in passando, nella sua gita al Conte del Sagrato. Gli pareva d'essere innanzi innanzi nella chiesa, circondato e stretto da una gran folla; non sapeva come gli fosse venuto il pensiero di portarsi in quel luogo, e si rodeva contro sè stesso. Guardava quei circostanti; erano sparuti e lividi, con gli occhi spenti, incavati, colle labbra pendenti, come insensati; egli stavano addosso e lo stringevano quasi col loro peso, e sopra tutto gli pareva che o con le gomita, o come che fosse, lo premessero al lato sinistro, al di sopra del cuore, dove sentiva una puntura spiacevole, dolorosa. Voleva dire: largo, canaglia; faceva atti di minaccia a coloro perchè gli dessero passaggio ad uscire; ma quegli nè parevano muoversi, nè mutare sembianza, nè risentirsi in alcun modo; stavano tuttavia come insensati. Alcuni su la faccia, su le spalle, che nude uscivano tra le vesti lacere, mostravano macchie e buboni. Don Rodrigo si restringeva in sè, ritirava le mani, le membra, per non toccare quei corpi pestilenti; ma ad ogni movimento incappava in qualche membro infetto. E non vedendo la via d'uscire, strepitava, ansava; l'affanno l'avrebbe destato, quand'ecco gli parve che tutti gli occhi si volgessero alla parte della chiesa dov'era il pulpito: guatò anch'egli, e vide spuntare in su dal parapetto un non so che di liscio e lucido; poi alzarsi e comparir più distinto un cocuzzolo calvo, poi due occhi, una faccia, una barba lunga e bianca, un frate ritto ed alto; era fra Cristoforo. Tanto più Don Rodrigo avrebbe voluto fuggire; ma la folla degli incantati era fitta ed immobile. Gli parve allora che il frate, girando gli occhj su l'uditorio, senza fermarli sopra di lui, sclamasse ad alta voce: Per li nostri peccati, la fame! Per li nostri peccati, la guerra! Per li nostri peccati, la peste! La peste! Povera gente; essa vi rode tutti, dal primo fino all'ultimo: tutti avete i segni della morte in volto: beati quelli fra voi che sono preparati a riceverla. Ma... e qui pareva a Don Rodrigo che il frate ristesse, come sopraffatto da un pensiero repentino e profondo: ed egli stava ansioso attendendo. Gli pareva gli uditori non facessero pur vista di scuotersi, e che il frate tutto ad un tratto guardando a lui, e come ravvisandolo, fermandolo col guardo e colla mano alzata, come un bracco sopra una pernice, dicesse ad alta voce: Tu sei quell'uomo! Or ci sei giunto, ascolta. Quanto ti sarebbe costato il rinunziare a quel capriccio infame! Torna indietro colla mente e dillo. Un picciolo pensiero di pietà: ma tu non hai voluto. Tu hai messo, da una parte, su la bilancia l'angoscia, l'obbrobrio, il crepacuore, il terrore d'un'anima innocente; hai pesato, e hai detto: non è niente: pesa più il mio capriccio. Ora le bilance sono rivolte: l'angoscia si versa sopra di te: prova se è niente.—A queste parole Don Rodrigo voleva gridare, nascondersi, fuggire, e si destò spaventato». (Ed.)[189]NB. Il bravo riconosca Don Rodrigo e lo lasci andare a cavallo per distinzione, ma senza compagni. [Postilla del Manzoni].[190]Prima scrisse:Montanaruolo. Nell'inventare il soprannome de' bravi, il Manzoni trovò un aiuto nel suo amico Tommaso Grossi, al quale scriveva: «Quanto al soprannome del Bravo bergamasco, sappi che non ti lascio requiare, fin che non ne hai trovato uno a mio talento. Nessuno dei proposti è buono. Ella s'ingegni. Voglio una parola indicante qualche qualità fisica notabile, che non sia però parola ingiuriosa; o una parola di giuramento, però decente; o un aggiunto di qualità morale, ecc. Io ho dovuto inventarne due, e sono: lo Sfregiato e il Tiradritto. Così s'inventano i soprannomi!». (Ed.)[191]Prima:Nibbiotto. (Ed.)[192]Prima:Schioppettino. (Ed.)[193]Riguardo alla casa ecco quanto aveva scritto nel capitolo VIII del tomo I: «Rimaneva da pensare alla custodia delle case, le quali erano prive dei loro custodi naturali. Le chiavi furono consegnate al Padre [Cristoforo]: quelle di Agnese per esser date in mano d'una sua sorella, e quelle di Fermo per un suo cognato. Il Padre ricevette le commissioni d'entrambi, procurando di acquietare la sollecitudine di Agnese». Ne torna a parlare nel capitolo VII del tomo II: «Menico, il quale era pur dolente della fuga delle sue parenti, ma che almeno in questa sventura aveva avuto la felice occasione di far qualche cosa, non ebbe pace fin che non confidò quello che aveva fatto a dei ragazzi suoi coetanei, i quali riuscivano a contargli le congetture che avevano intese, e ai quali egli aveva da raccontare qualche cosa di più fondato. I ragazzi corsero a casa, e si seppe tosto che Lucia, Agnese e Fermo erano andati la notte al convento. Le congetture divennero allora un po' più uniformi e più fondate, giacchè tutti avevano qualche sentore della turpe caccia che Don Rodrigo dava a Lucia». Segue, cancellato: «Quando poi si vide comparire il mattino il Padre Cristoforo con le chiavi della casetta d'Agnese e dare le disposizioni per la custodia di quella». In margine poi si legge di mano del Manzoni: «N.B. per toglier molti impicci che nascono dal lasciare la casa abbandonata, si dia un padre a Lucia, o qualche altro parente che abiti insieme». (Ed.)
[95]Quando il Cantù scrisse il commento al Romanzo frequentava la casa del Manzoni; e che egli, come afferma loStampa[I, 65], «abbia tolto dalle confidenziali conversazioni tenute col Manzoni la sostanza del commento non solo, ma le indicazioni per le necessarie ricerche onde compirlo, è una verità». Nella prima edizione, riguardo alla Signora, altro non fece che tradurre il passo del Ripamonti in cui si raccontano i casi di lei; riprodusse il passo anche nelle successive edizioni, ma notando: «tanto e nulla più sapeva di quella infelice Alessandro Manzoni allorquando la scelse per uno de' suoi personaggi... Il suo seduttore Manzoni lo chiamò Egidio, e non seppe di che famiglia, come non entrò nel suo disegno di mostrarne la fine. Però nel Frisi.... leggevasi abbastanza per poter discoprire il vero essere di quel tristo». L'opera del Frisi, del resto, era ignota anche allo stesso Cantù quando scrisse e stampò per la prima volta il commento, nel quale nulla sa dire di Egidio e della sua famiglia.
[95]Quando il Cantù scrisse il commento al Romanzo frequentava la casa del Manzoni; e che egli, come afferma loStampa[I, 65], «abbia tolto dalle confidenziali conversazioni tenute col Manzoni la sostanza del commento non solo, ma le indicazioni per le necessarie ricerche onde compirlo, è una verità». Nella prima edizione, riguardo alla Signora, altro non fece che tradurre il passo del Ripamonti in cui si raccontano i casi di lei; riprodusse il passo anche nelle successive edizioni, ma notando: «tanto e nulla più sapeva di quella infelice Alessandro Manzoni allorquando la scelse per uno de' suoi personaggi... Il suo seduttore Manzoni lo chiamò Egidio, e non seppe di che famiglia, come non entrò nel suo disegno di mostrarne la fine. Però nel Frisi.... leggevasi abbastanza per poter discoprire il vero essere di quel tristo». L'opera del Frisi, del resto, era ignota anche allo stesso Cantù quando scrisse e stampò per la prima volta il commento, nel quale nulla sa dire di Egidio e della sua famiglia.
[96]Ecco quanto scrive: «Terminò il ramo Osio monzese in Gio. Paolo e Teodoro, fratelli, il primo de' quali avendo commesso un delitto con suor Virginia Leva, monaca del monastero di S. Margherita in Monza, circa il 1600, soggiacque alla confisca de' suoi beni, e per ordine del Senato di Milano venne demolita nel 1608 la di lui casa, situata sulla piazza del detto monastero, coll'essersi eretta nell'arca di detta casa una colonna colla statua della Giustizia in memoria del fatto». Cfr.Frisi Anton-Francesco,Memorie storiche di Monza e sua corte raccolte ed esaminate, Milano, nella Stamperia di Gaetano Motta, 1794; vol. II, p. 224.
[96]Ecco quanto scrive: «Terminò il ramo Osio monzese in Gio. Paolo e Teodoro, fratelli, il primo de' quali avendo commesso un delitto con suor Virginia Leva, monaca del monastero di S. Margherita in Monza, circa il 1600, soggiacque alla confisca de' suoi beni, e per ordine del Senato di Milano venne demolita nel 1608 la di lui casa, situata sulla piazza del detto monastero, coll'essersi eretta nell'arca di detta casa una colonna colla statua della Giustizia in memoria del fatto». Cfr.Frisi Anton-Francesco,Memorie storiche di Monza e sua corte raccolte ed esaminate, Milano, nella Stamperia di Gaetano Motta, 1794; vol. II, p. 224.
[97]Camerini E.,Prefazionealla prima edizione postuma de'Promessi Sposifatta a Milano da Edoardo Sonzogno nel 1873.
[97]Camerini E.,Prefazionealla prima edizione postuma de'Promessi Sposifatta a Milano da Edoardo Sonzogno nel 1873.
[98]Cantù C.,Alessandro Manzoni, reminiscenze; I, 160.
[98]Cantù C.,Alessandro Manzoni, reminiscenze; I, 160.
[99]Luzio A.,Manzoni e Diderot. La Monaca di Monza e la Religieuse, saggio critico, Milano, fratelli Dumolard editori, 1884; in-16. di pp. 96. Ne dette un saggio inLa Domenica letteraria, ann. I, n. 45, 10 decembre 1882, col titolo:La Monaca di Monza.
[99]Luzio A.,Manzoni e Diderot. La Monaca di Monza e la Religieuse, saggio critico, Milano, fratelli Dumolard editori, 1884; in-16. di pp. 96. Ne dette un saggio inLa Domenica letteraria, ann. I, n. 45, 10 decembre 1882, col titolo:La Monaca di Monza.
[100]Cfr.Bertana E.,Postilla manzoniana: La Monaca di Monza; nel Giornale storico della letteratura italiana; XXXV, 172-175.
[100]Cfr.Bertana E.,Postilla manzoniana: La Monaca di Monza; nel Giornale storico della letteratura italiana; XXXV, 172-175.
[101]Casati Carlo,Nuove notizie intorno a Tommaso De-Marini, tratte da documenti inediti; nell'Archivio storico lombardo, serie II, ann. XIII [1886], pp. 584-640.
[101]Casati Carlo,Nuove notizie intorno a Tommaso De-Marini, tratte da documenti inediti; nell'Archivio storico lombardo, serie II, ann. XIII [1886], pp. 584-640.
[102]Cfr.La Perseveranzadel 22 gennaio 1898.
[102]Cfr.La Perseveranzadel 22 gennaio 1898.
[103]Vidari G.,La Gertrude, l'Innominato e fra Cristoforo; inLa Rassegna nazionale, di Firenze, ann. XVII, vol. 86, 1 e 16 decembre 1895, pp. 528-571 e 672-693.
[103]Vidari G.,La Gertrude, l'Innominato e fra Cristoforo; inLa Rassegna nazionale, di Firenze, ann. XVII, vol. 86, 1 e 16 decembre 1895, pp. 528-571 e 672-693.
[104]Zerbi L.,L'Egidio dei«Promessi Sposi»nella famiglia e nella storia, notizie e documenti, Como, tip. editrice Luzzani Angelo, 1895; in-8. di pp. 86, con l'albero del ramo di Monza della famiglia Osio e la topografia del monastero di S. Margherita di Monza e sue adiacenze, con le case degli Osii, desunta da uno schema tracciato nell'anno 1623 dall'ing. camerale Ettore Barca.
[104]Zerbi L.,L'Egidio dei«Promessi Sposi»nella famiglia e nella storia, notizie e documenti, Como, tip. editrice Luzzani Angelo, 1895; in-8. di pp. 86, con l'albero del ramo di Monza della famiglia Osio e la topografia del monastero di S. Margherita di Monza e sue adiacenze, con le case degli Osii, desunta da uno schema tracciato nell'anno 1623 dall'ing. camerale Ettore Barca.
[105]Avancini D.,L'amore nei«Promessi Sposi»—La Monaca di Monza, saggio critico, Milano, Albrighi, Segati e C. editori [tipografia Umberto Allegretti], 1898; in-12, di pp. 72, oltre il frontespizio.
[105]Avancini D.,L'amore nei«Promessi Sposi»—La Monaca di Monza, saggio critico, Milano, Albrighi, Segati e C. editori [tipografia Umberto Allegretti], 1898; in-12, di pp. 72, oltre il frontespizio.
[106]Nel 1898Gentile Paganiincominciò a stampare nellaTerza raccolta milanese illustrata di notizie storiche, topografiche ed altre di Milano e suo territorio la sua Storia rinnovata della Signora di Monza(1575-1650)secondo documenti autentici, ma dopo la 3ᵃ dispensa, ossia alla pag. 32, ne smise la pubblicazione.
[106]Nel 1898Gentile Paganiincominciò a stampare nellaTerza raccolta milanese illustrata di notizie storiche, topografiche ed altre di Milano e suo territorio la sua Storia rinnovata della Signora di Monza(1575-1650)secondo documenti autentici, ma dopo la 3ᵃ dispensa, ossia alla pag. 32, ne smise la pubblicazione.
[107]Litta P., Famiglia Pio di Carpi; tav. IV.
[107]Litta P., Famiglia Pio di Carpi; tav. IV.
[108]Il Dandolo, benchè si sbracci a dire che le istituzioni monastiche «non corrono pericolo di subire intacco o crollo in conseguenza d'un fatto isolato», nello stampare il processo tagliò e omise tutto quello che non gli andava a genio, mostrando, alla stregua de' fatti, che la verità gli faceva paura. Il processo o non andava stampato, o bisognava stamparlo nella sua integrità. Si credeva e si lamentava perduto; invece, per buona fortuna, è stato rinvenuto fin dal 1899, quando l'Archivio della Curia arcivescovile venne trasportato in un altro locale.
[108]Il Dandolo, benchè si sbracci a dire che le istituzioni monastiche «non corrono pericolo di subire intacco o crollo in conseguenza d'un fatto isolato», nello stampare il processo tagliò e omise tutto quello che non gli andava a genio, mostrando, alla stregua de' fatti, che la verità gli faceva paura. Il processo o non andava stampato, o bisognava stamparlo nella sua integrità. Si credeva e si lamentava perduto; invece, per buona fortuna, è stato rinvenuto fin dal 1899, quando l'Archivio della Curia arcivescovile venne trasportato in un altro locale.
[109]La sentenza lo dichiara «valde gravatum, ac vehementer indiciatum, et respective confessum ac convinctum de enormibus ac atrocibus delictis, criminibus, excessibus et peccatis, videlicet: 1.º quod nonnullis annis elapsis, cum Jo. Paulus Osius (suam tunc domum habitationis habentem Modoetiae prope monasterium monialium sanctae Margaritae dicti oppidi, ac ipsi monasterio coherente), amorem duceret cum sorore Virginia Maria Leva, moniali professa in dicto monasterio, et hunc amorem partecipasset praefato presbitero Paulo secum deambulando in viridario dicti Osii, contiguo praefato monasterio, ex quo dictus Osius videbat praefatam monialem Leva, ac amorem fruebat, et peteret ab eo auxilium pro obtinenda gratia praedictae monialis; idem presbiter Paulus, ad effectum praefatum, quamplures litteras amatorias scripserit propria manu antedictae moniali Virginiae Mariae pro praefato Osio, asserendo precipue in illis respective licere se invicem deosculari absque peccato, adducendo falso auctoritatem divi Augustini, ac minime incurri in excomunicationem ingrediendo septa monasterii monialium; et ad id ei persuadendum, ac eandem monialem decipiendam, trasmissus fuerit ad ipsam liber casuum conscientiae legendus, (ipso presbitero Paulo consultore); 2.º quod, ad effectum de quo supra, dictus presbiter Paulus baptizaverit calamitas, easque tradiderit praefato Jo. Paulo Osio, qui accedendo ad parlatorium dicti monasterii noctu (eodem presbitero Paulo conscio et concomitante, sed remanente extra parlatorium pro custodia) eamdem calamitam, prius ab ipsomet Osio deosculata ac linita, tradidit praefatae sorori Virginiae similiter deosculandam ac lambendam.... 4.º principaliter, quod dictus presbiter Paulus eamdem sororem Virginiam Mariam Leva tum litteris et carminibus ad eam datis, cum et sermonibus viva voce cum ea factis accedendo ad parlatorium, tentaverit habere amasia ac sibi eius amorem conciliare procuraverit». Nè qui si arrestano le scelleraggini di questo perverso; ma fortunatamente non è involta in esse la disgraziata Signora, che pur troppo ebbe la sventura di trovarselo al fianco, consigliere e istigatore alla colpa. È la più losca figura del processo; più losca dello stesso Osio. E pure, di tutti i colpevoli, fu quello che ebbe minore il castigo! Venne condannato a remare per due anni sulle galere e, scontata la pena, al bando perpetuo da Monza e quindici miglia in giro, con minaccia della degradazione dagli ordini sacri, della perdita de' benefizi di curato e d'altri tre anni di galera se ardisse trasgredire questo bando. La sentenza è del 24 gennaio 1609. Gli fu letta il giorno 27, e prese a gridare: «io non accetto niente di questa sentenza, come ingiusta ed iniqua; anzi me ne appello al Papa, perchè mi trovo aggravatissimo, essendo io inconscio di aver commesso tali delitti, che son tutte imposture fabbricatemi da nemici». Cfr.Dandolo T.,La Signora di Manza e le Streghe del Tirolo, processi famosi, Milano, 1855; pp. 110-116.
[109]La sentenza lo dichiara «valde gravatum, ac vehementer indiciatum, et respective confessum ac convinctum de enormibus ac atrocibus delictis, criminibus, excessibus et peccatis, videlicet: 1.º quod nonnullis annis elapsis, cum Jo. Paulus Osius (suam tunc domum habitationis habentem Modoetiae prope monasterium monialium sanctae Margaritae dicti oppidi, ac ipsi monasterio coherente), amorem duceret cum sorore Virginia Maria Leva, moniali professa in dicto monasterio, et hunc amorem partecipasset praefato presbitero Paulo secum deambulando in viridario dicti Osii, contiguo praefato monasterio, ex quo dictus Osius videbat praefatam monialem Leva, ac amorem fruebat, et peteret ab eo auxilium pro obtinenda gratia praedictae monialis; idem presbiter Paulus, ad effectum praefatum, quamplures litteras amatorias scripserit propria manu antedictae moniali Virginiae Mariae pro praefato Osio, asserendo precipue in illis respective licere se invicem deosculari absque peccato, adducendo falso auctoritatem divi Augustini, ac minime incurri in excomunicationem ingrediendo septa monasterii monialium; et ad id ei persuadendum, ac eandem monialem decipiendam, trasmissus fuerit ad ipsam liber casuum conscientiae legendus, (ipso presbitero Paulo consultore); 2.º quod, ad effectum de quo supra, dictus presbiter Paulus baptizaverit calamitas, easque tradiderit praefato Jo. Paulo Osio, qui accedendo ad parlatorium dicti monasterii noctu (eodem presbitero Paulo conscio et concomitante, sed remanente extra parlatorium pro custodia) eamdem calamitam, prius ab ipsomet Osio deosculata ac linita, tradidit praefatae sorori Virginiae similiter deosculandam ac lambendam.... 4.º principaliter, quod dictus presbiter Paulus eamdem sororem Virginiam Mariam Leva tum litteris et carminibus ad eam datis, cum et sermonibus viva voce cum ea factis accedendo ad parlatorium, tentaverit habere amasia ac sibi eius amorem conciliare procuraverit». Nè qui si arrestano le scelleraggini di questo perverso; ma fortunatamente non è involta in esse la disgraziata Signora, che pur troppo ebbe la sventura di trovarselo al fianco, consigliere e istigatore alla colpa. È la più losca figura del processo; più losca dello stesso Osio. E pure, di tutti i colpevoli, fu quello che ebbe minore il castigo! Venne condannato a remare per due anni sulle galere e, scontata la pena, al bando perpetuo da Monza e quindici miglia in giro, con minaccia della degradazione dagli ordini sacri, della perdita de' benefizi di curato e d'altri tre anni di galera se ardisse trasgredire questo bando. La sentenza è del 24 gennaio 1609. Gli fu letta il giorno 27, e prese a gridare: «io non accetto niente di questa sentenza, come ingiusta ed iniqua; anzi me ne appello al Papa, perchè mi trovo aggravatissimo, essendo io inconscio di aver commesso tali delitti, che son tutte imposture fabbricatemi da nemici». Cfr.Dandolo T.,La Signora di Manza e le Streghe del Tirolo, processi famosi, Milano, 1855; pp. 110-116.
[110]Prima scrisse:occuperà tutto il resto del capitolo. Da principio infatti questa discussione formò il capitolo IX, che era intitolato:Digressione; avendo poi il Manzoni stabilito di rinnovare la numerazione de' capitoli in ogni tomo, divenne il capitolo I del tomo II, con l'intestatura:Digressione—La Signora. (Ed.)
[110]Prima scrisse:occuperà tutto il resto del capitolo. Da principio infatti questa discussione formò il capitolo IX, che era intitolato:Digressione; avendo poi il Manzoni stabilito di rinnovare la numerazione de' capitoli in ogni tomo, divenne il capitolo I del tomo II, con l'intestatura:Digressione—La Signora. (Ed.)
[111]L'addio de' due promessi sposi, nella prima minuta, era questo: «Qui Fermo avrebbe dovuto sostare almeno tutta la giornata, ma Agnese e Lucia lo persuasero a partire, ed egli parti, tristo, incerto dell'avvenire, ma certo almeno che un cuore rispondeva al suo e viveva delle sue stesse speranze». Ecco il racconto di questo addio nella seconda minuta: «Renzo avrebbe voluto fermarsi quivi almeno tutto quel giorno, veder le donne allogate, render loro i primi servigi; ma il Padre aveva raccomandato a queste di farlo continuar tosto il viaggio. Allegarono quindi esse e quegli ordini e cento altre ragioni: che la gente ciarlerebbe, che la separazione più ritardata sarebbe più dolorosa, che egli potrebbe venir presto a dare e ad intendere novelle; tanto che il giovane si risolvè di partire. Furono presi più partitamente i concerti; Lucia non nascose le lagrime, Renzo rattenne a stento le sue, e stringendo fortissimamente la mano ad Agnese, disse con voce soffocata:A rivederci, e partì».La copia per la censura ha una sola variante: invecedi farlo continuar tosto il viaggio,legge:di mandarlo tosto per la sua strada. (Ed.)
[111]L'addio de' due promessi sposi, nella prima minuta, era questo: «Qui Fermo avrebbe dovuto sostare almeno tutta la giornata, ma Agnese e Lucia lo persuasero a partire, ed egli parti, tristo, incerto dell'avvenire, ma certo almeno che un cuore rispondeva al suo e viveva delle sue stesse speranze». Ecco il racconto di questo addio nella seconda minuta: «Renzo avrebbe voluto fermarsi quivi almeno tutto quel giorno, veder le donne allogate, render loro i primi servigi; ma il Padre aveva raccomandato a queste di farlo continuar tosto il viaggio. Allegarono quindi esse e quegli ordini e cento altre ragioni: che la gente ciarlerebbe, che la separazione più ritardata sarebbe più dolorosa, che egli potrebbe venir presto a dare e ad intendere novelle; tanto che il giovane si risolvè di partire. Furono presi più partitamente i concerti; Lucia non nascose le lagrime, Renzo rattenne a stento le sue, e stringendo fortissimamente la mano ad Agnese, disse con voce soffocata:A rivederci, e partì».
La copia per la censura ha una sola variante: invecedi farlo continuar tosto il viaggio,legge:di mandarlo tosto per la sua strada. (Ed.)
[112]Prima scrisse:freddi. (Ed.)
[112]Prima scrisse:freddi. (Ed.)
[113]Un giovane Gesuita prese a dimostrare in un discorso, detto pubblicamente, che Racine non era nè cristiano, nè poeta. I Gesuiti biasimarono quella insolenza e per mezzo di Boileau fecero sapere a Racine che avrebbe soddisfazione. Ecco un passo della risposta di Racine: «Vous pouvez assurer le Père Bonhours, que, bien loin d'être fâché contre le régent qui a tant déclamé contro mes pièces de théâtre, peu sen faut que je ne le remercie d'avoir prêché une si bonne morale dans leur collège». [Nota del Manzoni].
[113]Un giovane Gesuita prese a dimostrare in un discorso, detto pubblicamente, che Racine non era nè cristiano, nè poeta. I Gesuiti biasimarono quella insolenza e per mezzo di Boileau fecero sapere a Racine che avrebbe soddisfazione. Ecco un passo della risposta di Racine: «Vous pouvez assurer le Père Bonhours, que, bien loin d'être fâché contre le régent qui a tant déclamé contro mes pièces de théâtre, peu sen faut que je ne le remercie d'avoir prêché une si bonne morale dans leur collège». [Nota del Manzoni].
[114]Prima questo periodo finiva così:non ne uscirebbe un costrutto più strano.... (Ed.)
[114]Prima questo periodo finiva così:non ne uscirebbe un costrutto più strano.... (Ed.)
[115]Il Bonghi dette un cenno di questa discussione, fatta dal Manzoni tra sè stesso e un personaggio immaginario, e ne riportò alcuni de' tratti più caratteristici; e quell'accenno e que' tratti dettero origine e formarono il soggetto di due scritti notevoli del senatore Antonio Fogazzaro e del prof. Damiano Avancini. Cfr.Bonghi R.Alessandro Manzoni, discorso; in Inaugurazione della Sala Manzoniana nella Biblioteca Nazionale Braidense allapresenta delle LL. MM. il Re e la Regina e di S. A. R. il Principe di Napoli—5 novembreMDCCCLXXXVI, Milano, tip. Bernardoni di C. Rebeschini e C., 1886; pp. 19-21.—Fogazzaro A.Un'opinione di Alessandro Manzoni[discorso letto al Circolo filologico di Firenze il 28 marzo 1887]; inDiscorsi, Milano, tip. editrice di L. F. Cogliati, 1898; pp. 3-29.Avancini D.L'amore nei«Promessi Sposi—La Monaca di Monza, saggio critico, Milano, Albrighi, Segati e C. editori, 1898; in-16º di pp. 72.
[115]Il Bonghi dette un cenno di questa discussione, fatta dal Manzoni tra sè stesso e un personaggio immaginario, e ne riportò alcuni de' tratti più caratteristici; e quell'accenno e que' tratti dettero origine e formarono il soggetto di due scritti notevoli del senatore Antonio Fogazzaro e del prof. Damiano Avancini. Cfr.Bonghi R.Alessandro Manzoni, discorso; in Inaugurazione della Sala Manzoniana nella Biblioteca Nazionale Braidense allapresenta delle LL. MM. il Re e la Regina e di S. A. R. il Principe di Napoli—5 novembreMDCCCLXXXVI, Milano, tip. Bernardoni di C. Rebeschini e C., 1886; pp. 19-21.—Fogazzaro A.Un'opinione di Alessandro Manzoni[discorso letto al Circolo filologico di Firenze il 28 marzo 1887]; inDiscorsi, Milano, tip. editrice di L. F. Cogliati, 1898; pp. 3-29.Avancini D.L'amore nei«Promessi Sposi—La Monaca di Monza, saggio critico, Milano, Albrighi, Segati e C. editori, 1898; in-16º di pp. 72.
[116]Prima aveva scritto:una barba. (Ed.)
[116]Prima aveva scritto:una barba. (Ed.)
[117]Prima:ha trovato non tutto quello che cercava, ma qualche; poi:come chi crede. (Ed.)
[117]Prima:ha trovato non tutto quello che cercava, ma qualche; poi:come chi crede. (Ed.)
[118]Soprasingolareè scrittoegregia. (Ed.)
[118]Soprasingolareè scrittoegregia. (Ed.)
[119]Il periodo che segue lo rifece più volte. Da principio scrisse: «La fronte, stretta in un velo di lino, non si distingueva da esso che come un bianco avorio da un bianco foglio di carta»; poi tornò a scrivere: «La parte della fronte che usciva dal velo di lino era di diversa, ma non disuguale bianchezza, e si distingueva da esso come un candido avorio si distingue da un bianco foglio di carta». E di nuovo: «Sotto ad una stretta benda di lino si vedeva una parte della fronte, di diversa, ma di non diseguale bianchezza, e si distingueva da quella come un candido avorio risalta su un bianco foglio di carta». Questo ultimo periodo lo mutò così: «e si distingueva dalla benda come un candido avorio.... un bianco foglio di carta». (Ed.)
[119]Il periodo che segue lo rifece più volte. Da principio scrisse: «La fronte, stretta in un velo di lino, non si distingueva da esso che come un bianco avorio da un bianco foglio di carta»; poi tornò a scrivere: «La parte della fronte che usciva dal velo di lino era di diversa, ma non disuguale bianchezza, e si distingueva da esso come un candido avorio si distingue da un bianco foglio di carta». E di nuovo: «Sotto ad una stretta benda di lino si vedeva una parte della fronte, di diversa, ma di non diseguale bianchezza, e si distingueva da quella come un candido avorio risalta su un bianco foglio di carta». Questo ultimo periodo lo mutò così: «e si distingueva dalla benda come un candido avorio.... un bianco foglio di carta». (Ed.)
[120]Senza dar di frego aerratico, il Manzoni vi scrisse sopra:vagabondo. (Ed.)
[120]Senza dar di frego aerratico, il Manzoni vi scrisse sopra:vagabondo. (Ed.)
[121]Segue, cancellato:alquanto scarne. (Ed.)
[121]Segue, cancellato:alquanto scarne. (Ed.)
[122]Prima scrisse:colorate d'un roseo vivace spiccavano in quella bianchezza; poi:dolcemente prominenti. (Ed.)
[122]Prima scrisse:colorate d'un roseo vivace spiccavano in quella bianchezza; poi:dolcemente prominenti. (Ed.)
[123]Segue, cancellato:che scendeva sul seno. (Ed.)
[123]Segue, cancellato:che scendeva sul seno. (Ed.)
[124]Prima:le forme più regolari; poi:una proporzione di forme regolare e maestosa. (Ed.)
[124]Prima:le forme più regolari; poi:una proporzione di forme regolare e maestosa. (Ed.)
[125]Prima scrisse:guadagno; parola che, per altro, non cancellò. (Ed.)
[125]Prima scrisse:guadagno; parola che, per altro, non cancellò. (Ed.)
[126]Prima:pericoli, che il suo onore poteva correre. (Ed.)
[126]Prima:pericoli, che il suo onore poteva correre. (Ed.)
[127]Prima scrisse:contristare, nè gli dette di frego. (Ed.)
[127]Prima scrisse:contristare, nè gli dette di frego. (Ed.)
[128]Prima:della vostra mente. (Ed.)
[128]Prima:della vostra mente. (Ed.)
[129]Segue cancellato:e un nostro buon religioso l'hanno tolta dalle sue; poi:tolta intatta da. (Ed.)
[129]Segue cancellato:e un nostro buon religioso l'hanno tolta dalle sue; poi:tolta intatta da. (Ed.)
[130]Proseguiva così: «Io so che il terrore può far parlare una povera figlia contra il suo cuore, con tanta sicurezza, con tante proteste, con tanti giuramenti, come più che se parlasse dal fondo del cuore». (Ed.)
[130]Proseguiva così: «Io so che il terrore può far parlare una povera figlia contra il suo cuore, con tanta sicurezza, con tante proteste, con tanti giuramenti, come più che se parlasse dal fondo del cuore». (Ed.)
[131]Qui termina il capitolo primo del tomo secondo e segue il capitolo secondo intitolato:La Signora, tuttavia. (Ed.)
[131]Qui termina il capitolo primo del tomo secondo e segue il capitolo secondo intitolato:La Signora, tuttavia. (Ed.)
[132]Gli alti spiriti, e basta mi pare indicare che la fanciullina, quando le donzelle le insegnavano ch'era bella, aveva appena sei anni, altrimenti non v'era bisogno di avvisatori. [Postilla di Ermes Visconti].
[132]Gli alti spiriti, e basta mi pare indicare che la fanciullina, quando le donzelle le insegnavano ch'era bella, aveva appena sei anni, altrimenti non v'era bisogno di avvisatori. [Postilla di Ermes Visconti].
[133]Bada che quest'idea confusa non sia troppo per una fanciullina di sei anni. Kant diceva: è difficile mettersine' panni delle ideede' fanciulli, de' selvaggi e de' gonzi. [Postilla del Visconti].
[133]Bada che quest'idea confusa non sia troppo per una fanciullina di sei anni. Kant diceva: è difficile mettersine' panni delle ideede' fanciulli, de' selvaggi e de' gonzi. [Postilla del Visconti].
[134]Prima scrisse:non uscì in Lombardia. (Ed.)
[134]Prima scrisse:non uscì in Lombardia. (Ed.)
[135]Prima:mediocremente pensato. (Ed.)
[135]Prima:mediocremente pensato. (Ed.)
[136]Così rifece, ma poi cancellò, questo periodo: «Se alcuno conosce qualche libro composto e stampato in Milano dalla invenzione della stampa fino alla metà del secolo decimosettimo, il qual libro sia scritto grammaticalmente e contenga idee, non dico splendide, ma connesse con senso comune». (Ed.)
[136]Così rifece, ma poi cancellò, questo periodo: «Se alcuno conosce qualche libro composto e stampato in Milano dalla invenzione della stampa fino alla metà del secolo decimosettimo, il qual libro sia scritto grammaticalmente e contenga idee, non dico splendide, ma connesse con senso comune». (Ed.)
[137]Sopra:cosa di più, scrisse poi:indeterminata. (Ed.)
[137]Sopra:cosa di più, scrisse poi:indeterminata. (Ed.)
[138]Bravo! Sarà come la zoppa madre Perpetua; come la madre Reparata, che tossisce sempre ed ha un gozzo come un popone, ecc. ecc. [Postilla del Visconti].
[138]Bravo! Sarà come la zoppa madre Perpetua; come la madre Reparata, che tossisce sempre ed ha un gozzo come un popone, ecc. ecc. [Postilla del Visconti].
[139]Qui mi pare il luogo di porre l'idea confusa, e che a poco a poco si fa chiara, finchè diventa la parola interiore che detta la risposta. [Postilla del Visconti].
[139]Qui mi pare il luogo di porre l'idea confusa, e che a poco a poco si fa chiara, finchè diventa la parola interiore che detta la risposta. [Postilla del Visconti].
[140]Segue, cancellato: «La povera fanciulla si raffigurava la collera e le minacce dei parenti, le arti di ogni genere che si sarebbero poste in opera per soggiogarla, ma conchiudeva col pensiero che ilsìdoveva dirlo ella e non lo direbbe. Così si teneva bastantemente sicura;». (Ed.)
[140]Segue, cancellato: «La povera fanciulla si raffigurava la collera e le minacce dei parenti, le arti di ogni genere che si sarebbero poste in opera per soggiogarla, ma conchiudeva col pensiero che ilsìdoveva dirlo ella e non lo direbbe. Così si teneva bastantemente sicura;». (Ed.)
[141]A quattordici anni? Dunque è al principio della vera adolescenza. [Postilla del Visconti].
[141]A quattordici anni? Dunque è al principio della vera adolescenza. [Postilla del Visconti].
[142]Segue, cancellato: «Chi, condotto da una disciplina ragionata ed amorevole, arriva a quella età, coll'intelletto educato alle massime serie e gioconde ad un tempo della Religione; e si trova avviato in una occupazione utile e gradita, nella quale s'accorga ad ogni passo d'un progresso, e veggia sempre più da vicino uno scopo alla via che sta percorrendo; chi finalmente nello stesso tempo stanchi e rinforzi il corpo con esercizio costante, quegli ha una pubertà felice e si prepara a vincere i pericoli delle età che la seguono. Ma la povera Geltrude non era in tali circo....». (Ed.)
[142]Segue, cancellato: «Chi, condotto da una disciplina ragionata ed amorevole, arriva a quella età, coll'intelletto educato alle massime serie e gioconde ad un tempo della Religione; e si trova avviato in una occupazione utile e gradita, nella quale s'accorga ad ogni passo d'un progresso, e veggia sempre più da vicino uno scopo alla via che sta percorrendo; chi finalmente nello stesso tempo stanchi e rinforzi il corpo con esercizio costante, quegli ha una pubertà felice e si prepara a vincere i pericoli delle età che la seguono. Ma la povera Geltrude non era in tali circo....». (Ed.)
[143]Segue questo periodo, che è cancellato con due freghi col lapis, ed ha in margine, pure a lapis, una postilla che dire:Periodo inutile. Non l'aveva letto.Ecco il periodo: «Ma le circostanze della povera Geltrude erano ben diverse: tutto tendeva per essa arealizzareogni pericolo di quella età e a renderla turbolenta e funesta per l'avvenire». (Ed.)
[143]Segue questo periodo, che è cancellato con due freghi col lapis, ed ha in margine, pure a lapis, una postilla che dire:Periodo inutile. Non l'aveva letto.Ecco il periodo: «Ma le circostanze della povera Geltrude erano ben diverse: tutto tendeva per essa arealizzareogni pericolo di quella età e a renderla turbolenta e funesta per l'avvenire». (Ed.)
[144]Le educande e le monache, credo, possono passeggiare più volte in un giorno nel loro orto. Merate! Merate! In quante maniere tu guasti l'intelletto dei poveri tuoi ospiti per forza. [Postilla dei Visconti].
[144]Le educande e le monache, credo, possono passeggiare più volte in un giorno nel loro orto. Merate! Merate! In quante maniere tu guasti l'intelletto dei poveri tuoi ospiti per forza. [Postilla dei Visconti].
[145]Seguiva e poi lo cancellò: «che in verità erano più comuni e più abbondanti a quei tempi che non lo sieno ai nostri». (Ed.)
[145]Seguiva e poi lo cancellò: «che in verità erano più comuni e più abbondanti a quei tempi che non lo sieno ai nostri». (Ed.)
[146]Le educande, credo, non vanno in coro. Direi la chiesa delle monache, dietro l'altar maggiore separata, ecc., ecc., ecc. [Postilla del Visconti].
[146]Le educande, credo, non vanno in coro. Direi la chiesa delle monache, dietro l'altar maggiore separata, ecc., ecc., ecc. [Postilla del Visconti].
[147]Di fianco a tutto questo periodo, daGeltrudeapensierii il Visconti tirò una linea, e scrisse in margine:più chiaro, signor mio colendissimo. (Ed.)
[147]Di fianco a tutto questo periodo, daGeltrudeapensierii il Visconti tirò una linea, e scrisse in margine:più chiaro, signor mio colendissimo. (Ed.)
[148]Non capisco davvero. [Postilla del Visconti].
[148]Non capisco davvero. [Postilla del Visconti].
[149]Frase equivoca: potrà intendersi a rovescio. [Postilla del Visconti].
[149]Frase equivoca: potrà intendersi a rovescio. [Postilla del Visconti].
[150]Varianti: «e davano pur da pensare»; «e se ne faceva pur caso assai». (Ed.)
[150]Varianti: «e davano pur da pensare»; «e se ne faceva pur caso assai». (Ed.)
[151]Parli come avrebbe parlato una Grida di quel tempo:e con altre pene maggiori ad arbitrio di Sua Eccellenza. [Postilla del Visconti].
[151]Parli come avrebbe parlato una Grida di quel tempo:e con altre pene maggiori ad arbitrio di Sua Eccellenza. [Postilla del Visconti].
[152]E di fatti un fanciullo di dieci anni ne capirebbe subito di che si tratti! [Postilla del Visconti].
[152]E di fatti un fanciullo di dieci anni ne capirebbe subito di che si tratti! [Postilla del Visconti].
[153]Indicare qui chiaramente che per altro non erasi ancor piegata alla risoluzione di farsi monaca. [Postilla del Visconti].
[153]Indicare qui chiaramente che per altro non erasi ancor piegata alla risoluzione di farsi monaca. [Postilla del Visconti].
[154]Qui termina il capitolo II del tomo secondo, intitolato:La Signora, tuttavia, e incomincia il capitolo III, che non ha nessun titolo. (Ed.)
[154]Qui termina il capitolo II del tomo secondo, intitolato:La Signora, tuttavia, e incomincia il capitolo III, che non ha nessun titolo. (Ed.)
[155]Prima scrisse:che sta sul suo; poi come nel testo; ma ilriposanon gli andava a sangue, e, senza però cancellarlo, v'unì due varianti:s'abbandona, esi dondola. (Ed.)
[155]Prima scrisse:che sta sul suo; poi come nel testo; ma ilriposanon gli andava a sangue, e, senza però cancellarlo, v'unì due varianti:s'abbandona, esi dondola. (Ed.)
[156]Segue, cancellato: «che le era permesso di uscire dalla prigione colla sua donna». (Ed.)
[156]Segue, cancellato: «che le era permesso di uscire dalla prigione colla sua donna». (Ed.)
[157]Segue, cancellato: «Finalmente raddolcito alquanto il tuono». (Ed.)
[157]Segue, cancellato: «Finalmente raddolcito alquanto il tuono». (Ed.)
[158]Quante fandonie si possono dire ingenuamente a' giovanetti e alle giovanette. [Nota del Visconti].
[158]Quante fandonie si possono dire ingenuamente a' giovanetti e alle giovanette. [Nota del Visconti].
[159]Il Visconti sottolineò le parole: «e che non v'era asilo, riposo, sicurezza», e scrisse in margine:Cancella, cancella, cancella il sottolineato. Il resto optime! Geltrude è come Wildsire interrogata da Ratcliffe; le sottolineate la farebbero divenire quale fu all'interrogazione di Marpitlau.(Ed.)
[159]Il Visconti sottolineò le parole: «e che non v'era asilo, riposo, sicurezza», e scrisse in margine:Cancella, cancella, cancella il sottolineato. Il resto optime! Geltrude è come Wildsire interrogata da Ratcliffe; le sottolineate la farebbero divenire quale fu all'interrogazione di Marpitlau.(Ed.)
[160]Segue, cancellato: «o che si fosse inteso più». (Ed.)
[160]Segue, cancellato: «o che si fosse inteso più». (Ed.)
[161]Direi: a certe mire. [Nota del Visconti].
[161]Direi: a certe mire. [Nota del Visconti].
[162]Segue, cancellato: «tante volte ch'egli farebbe uno splendido collocamento se la sorella si facesse monaca, che riguardava assolutamente come un dovere di questa il chiudersi in un chiostro». (Ed.)
[162]Segue, cancellato: «tante volte ch'egli farebbe uno splendido collocamento se la sorella si facesse monaca, che riguardava assolutamente come un dovere di questa il chiudersi in un chiostro». (Ed.)
[163]Oscuro il perchè si premette che ora non v'è indiscrezione. Affare di stile. [Postilla del Visconti].
[163]Oscuro il perchè si premette che ora non v'è indiscrezione. Affare di stile. [Postilla del Visconti].
[164]Qui termina il capitolo III e incomincia il capitolo IV. (Ed.)
[164]Qui termina il capitolo III e incomincia il capitolo IV. (Ed.)
[165]Per giudicar bene il sig. abate doveva non essere un sempliciotto. [Postilla del Visconti].
[165]Per giudicar bene il sig. abate doveva non essere un sempliciotto. [Postilla del Visconti].
[166]Troppo ascetismo: e per una monacazione con voti irrevocabili, con sanzione di legge civile! [Postilla del Visconti].
[166]Troppo ascetismo: e per una monacazione con voti irrevocabili, con sanzione di legge civile! [Postilla del Visconti].
[167]Consegueè equivoco da schivarsi necessariamente in questo luogo. [Postilla del Visconti].
[167]Consegueè equivoco da schivarsi necessariamente in questo luogo. [Postilla del Visconti].
[168]Ascetico e, lo dirò francamente, di cattivo gusto. Il seguito spiega l'idea, e benissimo. [Postilla del Visconti].
[168]Ascetico e, lo dirò francamente, di cattivo gusto. Il seguito spiega l'idea, e benissimo. [Postilla del Visconti].
[169]Excellent! ma quando le seppe queste arti? È d'uopo d'un cenno che le spieghi. [Postilla del Visconti].
[169]Excellent! ma quando le seppe queste arti? È d'uopo d'un cenno che le spieghi. [Postilla del Visconti].
[170]Di qualche contadinella mezzo contraffatta, di qualche signora di Monza con un visodi Baroni, che venisse al parlatorio. [Postilla del Visconti].
[170]Di qualche contadinella mezzo contraffatta, di qualche signora di Monza con un visodi Baroni, che venisse al parlatorio. [Postilla del Visconti].
[171]Il Visconti propone di correggere: «che stava bene con qualunque acconciatura». (Ed.)
[171]Il Visconti propone di correggere: «che stava bene con qualunque acconciatura». (Ed.)
[172]Staccatezza?[Postilla del Visconti].
[172]Staccatezza?[Postilla del Visconti].
[173]Qui termina il capitolo IV e incomincia il V. (Ed.)
[173]Qui termina il capitolo IV e incomincia il V. (Ed.)
[174]In margine si legge di mano del Manzoni: «Si dirà che Geltrude non era più maestra, ma che continuava ad abitare quel quartiere, per distinzione, etc.». (Ed.)
[174]In margine si legge di mano del Manzoni: «Si dirà che Geltrude non era più maestra, ma che continuava ad abitare quel quartiere, per distinzione, etc.». (Ed.)
[175]Più chiara la descrizione architettonica. È facile farla, indicando prima i tre corritoj, dire quali parti del monastero v'erano attigue o, per dir meglio, confinanti all'interno. Poi descrivere l'appartamento della Signora, come hai fatto, ed indicar la coerenza colla parte rustica della casa del sig. Luganagero. [Postilla del Visconti].
[175]Più chiara la descrizione architettonica. È facile farla, indicando prima i tre corritoj, dire quali parti del monastero v'erano attigue o, per dir meglio, confinanti all'interno. Poi descrivere l'appartamento della Signora, come hai fatto, ed indicar la coerenza colla parte rustica della casa del sig. Luganagero. [Postilla del Visconti].
[176]Educandefa imbroglio: direi della Signora. [Postilla del Visconti].
[176]Educandefa imbroglio: direi della Signora. [Postilla del Visconti].
[177]Ti regalerò a tempo e luogo una bottiglia di Cipro, se farai un cenno del Marchese Perrone e del suo libro a giustificazione della tua asserzione. [Postilla del Visconti].
[177]Ti regalerò a tempo e luogo una bottiglia di Cipro, se farai un cenno del Marchese Perrone e del suo libro a giustificazione della tua asserzione. [Postilla del Visconti].
[178]Segue cancellato: «una falsa gioja; il suo fallo la innebriò; perchè talvolta le passioni che preparano dolori per tutta la vita». (Ed.)
[178]Segue cancellato: «una falsa gioja; il suo fallo la innebriò; perchè talvolta le passioni che preparano dolori per tutta la vita». (Ed.)
[179]Dici troppo, almeno in parole, perchè non dici troppo nel valore che gli dava la tua mente quando scrivesti. Ma letteralmente si cade in contradizione coi movimenti devoti, per intervalli, della Signora. [Postilla del Visconti].
[179]Dici troppo, almeno in parole, perchè non dici troppo nel valore che gli dava la tua mente quando scrivesti. Ma letteralmente si cade in contradizione coi movimenti devoti, per intervalli, della Signora. [Postilla del Visconti].
[180]Qui termina il Capitolo V e incomincia quello VI. (Ed.)
[180]Qui termina il Capitolo V e incomincia quello VI. (Ed.)
[181]Il Visconti sottolineò le parole: «fatto ciò ch'era inteso: non resta più che di riporre le cose in ordine» e scrisse in margine: «Mutare il sottolineato: perchè? nol so dire, ma vi è in me qualche cosa che lo dice». (Ed.)
[181]Il Visconti sottolineò le parole: «fatto ciò ch'era inteso: non resta più che di riporre le cose in ordine» e scrisse in margine: «Mutare il sottolineato: perchè? nol so dire, ma vi è in me qualche cosa che lo dice». (Ed.)
[182]Idem. [Postilla del Visconti].
[182]Idem. [Postilla del Visconti].
[183]Segue, cancellato:manda. Nell'autografo poi mancano i fogli 60 e 61 con i quali finiva il capitolo. (Ed.)
[183]Segue, cancellato:manda. Nell'autografo poi mancano i fogli 60 e 61 con i quali finiva il capitolo. (Ed.)
[184]È un brano del capitolo VII del tomo II della prima minuta. (Ed.)
[184]È un brano del capitolo VII del tomo II della prima minuta. (Ed.)
[185]Accennare perchè non potè fuggire in chiesa: la folla. [Postilla del Manzoni].
[185]Accennare perchè non potè fuggire in chiesa: la folla. [Postilla del Manzoni].
[186]NB. Si supponga una conoscenza più stretta, visite periodiche di D. Rodrigo, etc. per evitare gl'impacci d'una prima visita per una domanda di tal natura. Questo avviso servirà per tutta la narrazione seguente. (Postilla del Manzoni).
[186]NB. Si supponga una conoscenza più stretta, visite periodiche di D. Rodrigo, etc. per evitare gl'impacci d'una prima visita per una domanda di tal natura. Questo avviso servirà per tutta la narrazione seguente. (Postilla del Manzoni).
[187]Qui termina il capitolo VII, del quale il presente episodio è un brano, e incomincia quello VIII. (Ed.)
[187]Qui termina il capitolo VII, del quale il presente episodio è un brano, e incomincia quello VIII. (Ed.)
[188]Questo «sogghigno», nel primo getto del Romanzo, è ricordato quando Don Rodrigo fu colto dalla peste. Ecco cosa scrive il Manzoni. «Finalmente, presso al mattino, s'addormentò. E tosto gli parve di trovarsi in quella chiesa dei cappuccini di Pescarenico, dinnanzi alla quale, se vi ricorda, egli sogghignò in passando, nella sua gita al Conte del Sagrato. Gli pareva d'essere innanzi innanzi nella chiesa, circondato e stretto da una gran folla; non sapeva come gli fosse venuto il pensiero di portarsi in quel luogo, e si rodeva contro sè stesso. Guardava quei circostanti; erano sparuti e lividi, con gli occhi spenti, incavati, colle labbra pendenti, come insensati; egli stavano addosso e lo stringevano quasi col loro peso, e sopra tutto gli pareva che o con le gomita, o come che fosse, lo premessero al lato sinistro, al di sopra del cuore, dove sentiva una puntura spiacevole, dolorosa. Voleva dire: largo, canaglia; faceva atti di minaccia a coloro perchè gli dessero passaggio ad uscire; ma quegli nè parevano muoversi, nè mutare sembianza, nè risentirsi in alcun modo; stavano tuttavia come insensati. Alcuni su la faccia, su le spalle, che nude uscivano tra le vesti lacere, mostravano macchie e buboni. Don Rodrigo si restringeva in sè, ritirava le mani, le membra, per non toccare quei corpi pestilenti; ma ad ogni movimento incappava in qualche membro infetto. E non vedendo la via d'uscire, strepitava, ansava; l'affanno l'avrebbe destato, quand'ecco gli parve che tutti gli occhi si volgessero alla parte della chiesa dov'era il pulpito: guatò anch'egli, e vide spuntare in su dal parapetto un non so che di liscio e lucido; poi alzarsi e comparir più distinto un cocuzzolo calvo, poi due occhi, una faccia, una barba lunga e bianca, un frate ritto ed alto; era fra Cristoforo. Tanto più Don Rodrigo avrebbe voluto fuggire; ma la folla degli incantati era fitta ed immobile. Gli parve allora che il frate, girando gli occhj su l'uditorio, senza fermarli sopra di lui, sclamasse ad alta voce: Per li nostri peccati, la fame! Per li nostri peccati, la guerra! Per li nostri peccati, la peste! La peste! Povera gente; essa vi rode tutti, dal primo fino all'ultimo: tutti avete i segni della morte in volto: beati quelli fra voi che sono preparati a riceverla. Ma... e qui pareva a Don Rodrigo che il frate ristesse, come sopraffatto da un pensiero repentino e profondo: ed egli stava ansioso attendendo. Gli pareva gli uditori non facessero pur vista di scuotersi, e che il frate tutto ad un tratto guardando a lui, e come ravvisandolo, fermandolo col guardo e colla mano alzata, come un bracco sopra una pernice, dicesse ad alta voce: Tu sei quell'uomo! Or ci sei giunto, ascolta. Quanto ti sarebbe costato il rinunziare a quel capriccio infame! Torna indietro colla mente e dillo. Un picciolo pensiero di pietà: ma tu non hai voluto. Tu hai messo, da una parte, su la bilancia l'angoscia, l'obbrobrio, il crepacuore, il terrore d'un'anima innocente; hai pesato, e hai detto: non è niente: pesa più il mio capriccio. Ora le bilance sono rivolte: l'angoscia si versa sopra di te: prova se è niente.—A queste parole Don Rodrigo voleva gridare, nascondersi, fuggire, e si destò spaventato». (Ed.)
[188]Questo «sogghigno», nel primo getto del Romanzo, è ricordato quando Don Rodrigo fu colto dalla peste. Ecco cosa scrive il Manzoni. «Finalmente, presso al mattino, s'addormentò. E tosto gli parve di trovarsi in quella chiesa dei cappuccini di Pescarenico, dinnanzi alla quale, se vi ricorda, egli sogghignò in passando, nella sua gita al Conte del Sagrato. Gli pareva d'essere innanzi innanzi nella chiesa, circondato e stretto da una gran folla; non sapeva come gli fosse venuto il pensiero di portarsi in quel luogo, e si rodeva contro sè stesso. Guardava quei circostanti; erano sparuti e lividi, con gli occhi spenti, incavati, colle labbra pendenti, come insensati; egli stavano addosso e lo stringevano quasi col loro peso, e sopra tutto gli pareva che o con le gomita, o come che fosse, lo premessero al lato sinistro, al di sopra del cuore, dove sentiva una puntura spiacevole, dolorosa. Voleva dire: largo, canaglia; faceva atti di minaccia a coloro perchè gli dessero passaggio ad uscire; ma quegli nè parevano muoversi, nè mutare sembianza, nè risentirsi in alcun modo; stavano tuttavia come insensati. Alcuni su la faccia, su le spalle, che nude uscivano tra le vesti lacere, mostravano macchie e buboni. Don Rodrigo si restringeva in sè, ritirava le mani, le membra, per non toccare quei corpi pestilenti; ma ad ogni movimento incappava in qualche membro infetto. E non vedendo la via d'uscire, strepitava, ansava; l'affanno l'avrebbe destato, quand'ecco gli parve che tutti gli occhi si volgessero alla parte della chiesa dov'era il pulpito: guatò anch'egli, e vide spuntare in su dal parapetto un non so che di liscio e lucido; poi alzarsi e comparir più distinto un cocuzzolo calvo, poi due occhi, una faccia, una barba lunga e bianca, un frate ritto ed alto; era fra Cristoforo. Tanto più Don Rodrigo avrebbe voluto fuggire; ma la folla degli incantati era fitta ed immobile. Gli parve allora che il frate, girando gli occhj su l'uditorio, senza fermarli sopra di lui, sclamasse ad alta voce: Per li nostri peccati, la fame! Per li nostri peccati, la guerra! Per li nostri peccati, la peste! La peste! Povera gente; essa vi rode tutti, dal primo fino all'ultimo: tutti avete i segni della morte in volto: beati quelli fra voi che sono preparati a riceverla. Ma... e qui pareva a Don Rodrigo che il frate ristesse, come sopraffatto da un pensiero repentino e profondo: ed egli stava ansioso attendendo. Gli pareva gli uditori non facessero pur vista di scuotersi, e che il frate tutto ad un tratto guardando a lui, e come ravvisandolo, fermandolo col guardo e colla mano alzata, come un bracco sopra una pernice, dicesse ad alta voce: Tu sei quell'uomo! Or ci sei giunto, ascolta. Quanto ti sarebbe costato il rinunziare a quel capriccio infame! Torna indietro colla mente e dillo. Un picciolo pensiero di pietà: ma tu non hai voluto. Tu hai messo, da una parte, su la bilancia l'angoscia, l'obbrobrio, il crepacuore, il terrore d'un'anima innocente; hai pesato, e hai detto: non è niente: pesa più il mio capriccio. Ora le bilance sono rivolte: l'angoscia si versa sopra di te: prova se è niente.—A queste parole Don Rodrigo voleva gridare, nascondersi, fuggire, e si destò spaventato». (Ed.)
[189]NB. Il bravo riconosca Don Rodrigo e lo lasci andare a cavallo per distinzione, ma senza compagni. [Postilla del Manzoni].
[189]NB. Il bravo riconosca Don Rodrigo e lo lasci andare a cavallo per distinzione, ma senza compagni. [Postilla del Manzoni].
[190]Prima scrisse:Montanaruolo. Nell'inventare il soprannome de' bravi, il Manzoni trovò un aiuto nel suo amico Tommaso Grossi, al quale scriveva: «Quanto al soprannome del Bravo bergamasco, sappi che non ti lascio requiare, fin che non ne hai trovato uno a mio talento. Nessuno dei proposti è buono. Ella s'ingegni. Voglio una parola indicante qualche qualità fisica notabile, che non sia però parola ingiuriosa; o una parola di giuramento, però decente; o un aggiunto di qualità morale, ecc. Io ho dovuto inventarne due, e sono: lo Sfregiato e il Tiradritto. Così s'inventano i soprannomi!». (Ed.)
[190]Prima scrisse:Montanaruolo. Nell'inventare il soprannome de' bravi, il Manzoni trovò un aiuto nel suo amico Tommaso Grossi, al quale scriveva: «Quanto al soprannome del Bravo bergamasco, sappi che non ti lascio requiare, fin che non ne hai trovato uno a mio talento. Nessuno dei proposti è buono. Ella s'ingegni. Voglio una parola indicante qualche qualità fisica notabile, che non sia però parola ingiuriosa; o una parola di giuramento, però decente; o un aggiunto di qualità morale, ecc. Io ho dovuto inventarne due, e sono: lo Sfregiato e il Tiradritto. Così s'inventano i soprannomi!». (Ed.)
[191]Prima:Nibbiotto. (Ed.)
[191]Prima:Nibbiotto. (Ed.)
[192]Prima:Schioppettino. (Ed.)
[192]Prima:Schioppettino. (Ed.)
[193]Riguardo alla casa ecco quanto aveva scritto nel capitolo VIII del tomo I: «Rimaneva da pensare alla custodia delle case, le quali erano prive dei loro custodi naturali. Le chiavi furono consegnate al Padre [Cristoforo]: quelle di Agnese per esser date in mano d'una sua sorella, e quelle di Fermo per un suo cognato. Il Padre ricevette le commissioni d'entrambi, procurando di acquietare la sollecitudine di Agnese». Ne torna a parlare nel capitolo VII del tomo II: «Menico, il quale era pur dolente della fuga delle sue parenti, ma che almeno in questa sventura aveva avuto la felice occasione di far qualche cosa, non ebbe pace fin che non confidò quello che aveva fatto a dei ragazzi suoi coetanei, i quali riuscivano a contargli le congetture che avevano intese, e ai quali egli aveva da raccontare qualche cosa di più fondato. I ragazzi corsero a casa, e si seppe tosto che Lucia, Agnese e Fermo erano andati la notte al convento. Le congetture divennero allora un po' più uniformi e più fondate, giacchè tutti avevano qualche sentore della turpe caccia che Don Rodrigo dava a Lucia». Segue, cancellato: «Quando poi si vide comparire il mattino il Padre Cristoforo con le chiavi della casetta d'Agnese e dare le disposizioni per la custodia di quella». In margine poi si legge di mano del Manzoni: «N.B. per toglier molti impicci che nascono dal lasciare la casa abbandonata, si dia un padre a Lucia, o qualche altro parente che abiti insieme». (Ed.)
[193]Riguardo alla casa ecco quanto aveva scritto nel capitolo VIII del tomo I: «Rimaneva da pensare alla custodia delle case, le quali erano prive dei loro custodi naturali. Le chiavi furono consegnate al Padre [Cristoforo]: quelle di Agnese per esser date in mano d'una sua sorella, e quelle di Fermo per un suo cognato. Il Padre ricevette le commissioni d'entrambi, procurando di acquietare la sollecitudine di Agnese». Ne torna a parlare nel capitolo VII del tomo II: «Menico, il quale era pur dolente della fuga delle sue parenti, ma che almeno in questa sventura aveva avuto la felice occasione di far qualche cosa, non ebbe pace fin che non confidò quello che aveva fatto a dei ragazzi suoi coetanei, i quali riuscivano a contargli le congetture che avevano intese, e ai quali egli aveva da raccontare qualche cosa di più fondato. I ragazzi corsero a casa, e si seppe tosto che Lucia, Agnese e Fermo erano andati la notte al convento. Le congetture divennero allora un po' più uniformi e più fondate, giacchè tutti avevano qualche sentore della turpe caccia che Don Rodrigo dava a Lucia». Segue, cancellato: «Quando poi si vide comparire il mattino il Padre Cristoforo con le chiavi della casetta d'Agnese e dare le disposizioni per la custodia di quella». In margine poi si legge di mano del Manzoni: «N.B. per toglier molti impicci che nascono dal lasciare la casa abbandonata, si dia un padre a Lucia, o qualche altro parente che abiti insieme». (Ed.)