V.Ratto di Lucia.Lucia uscì nella via e s'incamminò con grande attenzione, con gran riserbo, con un gran battito al cuore, tutta raccolta in sè, studiando la sua strada con le indicazioni che aveva avute e con la memoria che le restava della strada già fatta. Giunse così all'uscita del borgo (perchè il convento dov'ella s'avviava era al di fuori in picciola distanza), riconobbe la porta per dove era entrata la prima volta, e prese a sinistra la via che l'era stata insegnata.Tutte le strade del Milanese erano a quel tempo anguste, tortuose e nel pian paese profonde e, come quivi si dice, invallate, a guisa di un letto di fiume, fra due rive di campi, alte non di rado un uomo, e orlate di piante, che, intrecciate al pedale di rovi, di biancospini e di pruni, riunivano in alto i rami loro in volta dall'una all'altra parte: e tali sono ancora in gran parte le strade comunali.Quando Lucia si trovò soletta in una strada simile, si pentì quasi di essersi tanto rischiata, e studiò il passo, per giunger presto, proponendo fermamentedi non ritornar dal convento a casa senza una qualche scorta. Ma, voltato uno di quei tanti andirivieni, vide una carrozza da viaggio ferma nel mezzo della via, e fuori della carrozza, innanzi allo sportello, che era aperto, due uomini che guardavano su e giù per la via, come incerti del cammino. E per quella presunzione comune che coloro i quali vanno in carrozza sieno galantuomini, Lucia si sentì tutta rincorata, e le parve d'aver trovata una salvaguardia alla metà appunto del cammino, nel luogo più lontano dall'abitato, e dove il bisogno era più grande. Continuò adunque più animosamente a camminare, e quando fu presso alla carrozza tanto che si potessero distinguer le parole, intese uno di quelli, che stavano al di fuori, dire, con una pronunzia e con un linguaggio, che lo fece conoscere a Lucia per bergamasco: ecco una buona donna che c'insegnerà la strada. Giunta a paro della carrozza, quel medesimo le si volse con un atto più cortese che non fosse la sua faccia, e le disse[208]: buona giovane, sapreste voi insegnarci la strada di Monza? Mentre costui parlava, l'altro s'era posto dinanzi a Lucia in modo da sbarrarle la via, ma come un uomo che sta per udire. Loro signori, rispose Lucia, sono voltati a rovescio: Monza è per di qua (alzando la mano e stendendo il pollice al disopradelle spalle), girino la carrozza, e vadano per questa strada, e saranno a Monza in poco più d'unmiserere. Così detto, voleva continuare il suo cammino, e s'avvicinava alla riva, per passare senza urtare quel forastiero che stava lì ritto come un termine, e senza dirgli che facesse largo, cosa che alla nostra povera forese sarebbe sembrata troppo famigliare. Un momento, disse colui che le aveva già parlato, ritenendola dolcemente: noi siamo ben impacciati in queste strade dell'altro mondo: non potreste voi farci la cortesia di salire in carrozza con noi e d'insegnarci la strada fino a Monza?—Signori miei, disse Lucia arrossando e maravigliandosi della proposta, io ho fretta d'andare pei fatti miei, vadano per di qua, e non possono fallire.—Voi siete bene schifa, rispose il malandrino; e mentre egli proferiva queste poche parole, l'altro, che era nella via, afferrò d'improvviso Lucia pei fianchi, la sollevò, e con l'ajuto del compagno la pose a forza nella carrozza, dove fu tosto presa, ritenuta, posta a sedere da due che vi erano. Il malandrino, che aveva parlato, la seguì, l'altro chiuse lo sportello, e il cocchiere sferzò i cavalli, e la carrozza partì di galoppo. Lucia, al sentirsi presa, levò un grido, lo raddoppiò quando si sentì alzata e ficcata nella carrozza, ma quando vi fu, una manaccia villana le cacciò un fazzoletto sulla bocca e le soffocò il grido nella gola. Lucia si divincolava, ma era tenuta da tutte le parti, faceva forza per pingersi versolo sportello, per farsi vedere alla strada, ai compagni, ma due braccia nerborute la tenevano per di dietro come conficcata al fondo della carrozza, due braccia nerborute ve la rispingevano per dinanzi, mentre tre bocche d'inferno dicevano con la voce più dolce che era lor concesso di formare: zitto, zitto, non abbiate paura, non vogliamo farvi male; non è niente, non è niente. Lucia, tra per la sorpresa, tra per lo terrore, che andava sempre crescendo, tra pei pensieri tutti oscuri e tutti orrendi[209], che le passavano in furia per la mente, tra per lo sforzo che faceva e quello che pativa, sentì mancare gli spiriti: le sue idee si abbujarono, cominciò a veder come confusi fra di loro quegli orridi visacci che le stavano dinanzi, un sudore freddo le coperse il volto, allentò le braccia, lasciò cadere indietro la testa, abbandonò la persona al fondo della carrozza e svenne.—Coraggio, coraggio, dicevano gli scherani, ma Lucia non intendeva più nulla.—Diavolo! disse uno dei malandrini, par morta.—Niente, niente, disse un altro, ci vorrebbe un po' d'aceto da mettergli sotto il naso.—È lì covato l'aceto: disse il terzo, se potesse servire quel fiasco di vino che è riposto lì sotto il sedile.—Che vino? riprese il secondo, aceto vorrebb'essere.—Vedete che mala ventura, disse ancora il terzo: se giungessi arso di sete in una osteria disabitata, a cercar vino, troverei aceto, e qui che aceto ci vorrebbe....—Taci, gaglioffo, che non è tempo da sciocchezze, interruppe il secondo.—Ohè! disse il primo, non dà segno di vita: se fosse morta davvero, avremmo fatta una bella spedizione.—Noi abbiamo eseguiti gli ordini puntualmente, rispose il secondo; se fosse accaduta una disgrazia, non è nostra colpa.—Che morta? disse il terzo; è un picciolo fastidio che le è venuto: eh! le donne ne hanno per meno d'assai: or ora tornerà in sè.Mentre quegli sciagurati tenevano questo consiglio ed esprimevano la loro inquietudine in uno stile degno del loro animo, la carrozza era uscita dalla via più battuta, aveva imboccata una stradella di traverso pei campi, e continuava rapidamente il suo cammino.Intanto colui che aveva afferrata Lucia, ed era un bravo di Egidio[210], rimasto nella strada quando lacarrozza partì, si guardò intorno, e certo che nessuno lo aveva scorto, spiccò un salto sul pendìo d'una riva, abbracciò un ramo della siepe, con un altro salto fu sull'alto della riva, e si appiattò ad un polloneto di castagni, che conservavano ancora tanto delle lor foglie da nascondere un birbone. Il primo grido di Lucia era stato inteso nei campi di qua e di là da pochi lavoratori che v'erano, e questi accorsero alla riva per guardare nella strada che fosse, ma cercando di adocchiare nascosti dalla siepe per non entrare in qualche impiccio, per non toccarne, per non essere citati come testimonj, per non immischiarsi in somma, che è il pensiero il più comune nei tempi i cui i violenti fanno la legge. Mettevano la faccia ai fori della siepe e guatavano: altri videro una carrozza che si allontanava di galoppo, e stette lì qualche tempo a seguirla col guardo, a bocca aperta; altri non vide nulla e si fermò per qualche tempo; altri, che era accorso ad un punto della via per cui la carrozza non era ancora passata, la vide venire, trascorrere, vide una bocca d'archibugio che usciva dallo sportello, e si ritirò tosto, fingendo di non aver nemmeno badato. Tornati poi a casa, raccontarono quello che avevano veduto, e si sparse la voce che qualche cosa era accaduta. Il bravo d'Egidio quando sentì tutto quieto intorno al suo nascondiglio, ne uscì per una parte che dava su una via diversa, e con l'aria d'un uomo che non ha intesa una novità, se ne andò a render conto al padrone dell'esito felice della spedizione.Egidio lo ricompensò di quattrini e di lodi, e lo mandò tosto attorno, per raccontare la novella nel modo che ad entrambi e ai loro amici conveniva che fosse creduta, o almeno per confondere il giudizio pubblico e stornarlo dalle congetture che potevano condurlo alla verità. Il bravo tolse con sè, senza saperlo, quella dea che ha tanti occhi quante penne e tante lingue quanti occhi, (debb'essere una bella dea) e si avviò. Il campo più opportuno ad un tal uomo e ad un tale uffizio, la taverna, era allora deserta a cagione della carestia che di giorno in giorno cresceva e si diffondeva in tutte le parti del Milanese. Mangiare e bere non era più per nessuno un oggetto di divertimento; era divenuto per tutti un bisogno difficile da soddisfare. Andò dunque in su la piazza, luogo sempre popolato di oziosi, ma più che mai in quell'anno calamitoso, in cui erano forzati all'ozio anche i più operosi. Quella piazza di Monza, come tutte le piazze, tutte le vie, tutti i campi della Lombardia presentava il più tristo spettacolo. Poveri di professione, che dopo d'avere invano domandato un soccorso ad uomini divenuti poveri anch'essi, stavano in fila l'uno appresso dell'altro, appoggiati ad un muro soleggiato, stringendosi di tempo in tempo nelle spalle, aggrinzati, cenciosi, aventi un bordone nella destra e tenendo stretta tra il braccio sinistro e le costole una arida scodella di legno, aspettando l'ora d'andare a ricevere quel poco nutrimento che si poteva distribuire alle porte deiconventi, dei monasteri, di qualche facoltoso caritatevole. Qua e là crocchj di artigiani senza lavoro, e di contadini quasi senza ricolto, di possidenti altre volte agiati, ma che in quell'anno sapevano di dover combattere colla fame[211]; tutti tristi, sparuti, scorati. I più rubesti, i meglio pasciuti che si vedessero, erano qualche bravi, che vivevano delle provvigioni dei potenti a cui servivano, e ai quali nessun fornajo avrebbe osato di dare un rifiuto o di richiedere un pronto pagamento. I discorsi abituali di quei crocchj erano miseria e disperazione; vociferazioni contra i fornaj e contra gli accapparratori, imprecazioni mormorate sommessamente contra i potenti, contra i magistrati, racconti di grano partito, di grano arrivato ed occultato, di morti di fame, e di tumulti in altre terre dello Stato. Pochi giorni prima una gran parte del popolo si era sollevata in Milano; e dopo quel sollevamento, estinto con le promesse e seppellito coi supplizj, si erano pubblicate leggi quali il popolo le desiderava. Questo fatto era stato in tutta la Lombardia ed era ancora il soggetto dei discorsi; e il fatto, come le conseguenze, era narrato diversamente, come suole accadere: ognuno arrecava qualche nuova circostanza, che dava luogo a qualche nuova riflessione. Ma in quel momento inMonza l'avvenimento locale occupava tutti i pensieri e tutte le bocche: in tutti i crocchj si parlava di Lucia. Il bravo si avvicinò ad uno di quelli, come uno sfaccendato, e stette ascoltando.—Erano due carrozze di signori bergamaschi, diceva un barbassoro, accompagnate da uomini a cavallo: la giovane si mise a fuggire pel campo di Martino Stoppa, ma fu raggiunta e portata via di peso. E continuò, con voce più sommessa, in aria misteriosa: debb'essere qualche gran tiranno bergamasco.—Io ho inteso da chi l'ha inteso da uno che v'era, disse un altro, che le carrozze erano tre, e che la gente le fece fermare, ma quei signori misero fuori gli archibugj, e allora, mi capite, i galantuomini hanno dovuto dar luogo.—Poh! disse il bravo, vedete un po' come le cose si contano. A me ha detto uno là (accennando un crocchio lontano) che la giovane era d'accordo, che si era trovata lì per andarsene, e che quegli che l'ha portata via era un suo innamorato.—Oh, disse uno, se la cosa fosse così se ne sarebbe andata senza schiamazzo.—No, rispose il bravo, perchè aveva promesso ad un altro per far piacere ai suoi parenti; e voleva far credere di esser rapita. Così dicono quelli che pretendono d'essere informati.—Ohè! disse un altro barbassoro, che la fosse una mostra per ingannare i merlotti!Questa opinione, dopo un breve dibattimento,prevalse; perchè essendo quella che supponeva nel fatto una malizia più raffinata, veniva a supporre più fino accorgimento in chi la teneva: e chi l'avesse rifiutata poteva passare per un semplicione da lasciarsi ingannare alle più grossolane apparenze di virtù.Quando il degno servitore di Egidio vide che la sementa non era gittata in terreno sterile e che avrebbe fruttato, si spiccò da quel crocchio, dicendo: Oh avete il buon tempo voi altri; per me m'accontenterei che sparissero tutte le giovani, purchè venissero pagnotte abbastanza. Quegli altri ad uno ad uno se n'andarono chi qua, chi là a riferire la storia; si disputò assai; le opinioni rimasero divise, ma la più preponderante fu quella che dava occasione di ragionare profondamente sulle astuzie delle donne che fanno la semplice, sulla dabbenaggine della Signora, che aveva raccolta quella mozzina. Il tiro della povera Lucia fu raccontato con mille particolari; si riferirono di lei mille altre astuzie. Il romore giunse ben presto al monastero; già la fattora, tornata a casa, non trovando Lucia, sulle prime pensò ch'ella fosse andata alla chiesa del monastero; non vedendola poi ricomparire, stava per andarne in cerca, quando s'intese che Lucia era stata rapita, o si era fatta rapire. Il monastero fu sottosopra. La Signora (quando ci siamo rallegrati di non aver più a parlarne ci era uscito di mente che avremmo dovuto far qui menzione di essa: ma ce ne sbrigheremo in due parole) la Signora, a tutto addottrinata, fece lemaraviglie, mandò gente in cerca, non volle credere che Lucia le avesse fatto un tiro di questa sorta, disse che era pronta a mettere la mano nel fuoco per quella ragazza. Mandò finalmente a chiamare il Padre Guardiano che gliel'aveva raccomandata. Ma il Padre Guardiano, al quale erano pur giunti i diversi romori del fatto, era in istrada, per udire dalla Signora come la faccenda fosse. La Signora si mostrò con lui come con gli altri tutta maravigliata: disse che sperava ancora che Lucia verrebbe, che sarebbe una di quelle tante ciarle che mettono attorno gli scioperati. Se m'avesse ingannato.... aggiunse; ma non lo posso credere di quella ragazza. Ad ogni modo io sono tanto più afflitta di questo tristo accidente, in quanto io aveva pensato seriamente ad ajutare questa povera giovane, e credeva di aver trovato ajuti nelle mie aderenze per metterla al sicuro dal suo persecutore. Aveva anzi molto desiderio di sentire il parere del Padre Guardiano, ma ora questi disegni non servono più a nulla.È chiaro che la Signora gittò queste poche parole, per potere in caso spiegare la commissione da lei data a Lucia, se mai questa potesse un giorno rivelarla: per potere allora far vedere che non era stato un pretesto per allontanarla e darla in mano ai rapitori. Ma della commissione la Signora non ne parlò al Guardiano; probabilmente perchè non voleva che si dicesse che Lucia si era posta su quella strada per suo ordine, e ne nascesse qualche sospetto.Se questa fosse una storia inventata non mancherebbe certamente qualche lettore il quale troverebbe un gran difetto di previdenza nella perfidia ordita da Egidio e dalla Signora, poichè se Lucia avesse un giorno potuto parlare, se si fosse risaputo che quando fu presa ella andava per ordini di Geltrude, quanto maggior sospetto non sarebbe caduto sopra di questa per avere essa taciuta al Guardiano una circostanza tanto importante, della quale doveva così ben ricordarsi, che non avrebbe certo dissimulata se avesse operato schiettamente. Quei lettori i quali vorrebbero che in una storia anche le insidie fossero fatte perfettamente, se la prenderebbero coll'inventore, ma questa critica non può aver luogo, perchè noi raccontiamo una storia quale è avvenuta. Del resto, questo stesso difetto ci dà il campo di porre qui una riflessione consolante, in mezzo ad un sì tristo racconto: che è un disegno sapientissimo della Provvidenza, rotolatrice del mondo, che le perfidie le più studiate a danno altrui, non sono mai tanto bene studiate, tanto bene eseguite, che non rimanga sempre qualche traccia della mano che le ha ordite. L'uomo che intraprende una buona azione, quando sia un po' avvezzo a riflettere, prevede sovente che non sarà senza inconvenienti; i birbanti avrebbero una parte troppo buona nelle cose di questo mondo se dovessero nelle loro birberie essere esenti da ogni perplessità[212].La carrozza correva tuttavia velocemente, gl'indegni guardiani di Lucia consultavano non senza sollecitudine su lo stato di essa, guardandola fisamente, cercando nel suo volto pallido e immobile le apparenze della vita, aspettando ansiosamente ch'ella ne desse alcun segno; quando la poveretta cominciò a rinvenire come da un sonno profondo, diede un sospiro e aperse gli occhi. Penò qualche tempo a distinguere i luridi oggetti che la circondavano, e a raccapezzare le idee già confuse e incerte che avevano preceduto il suo deliquio, a confrontarle con le prime che si affacciavano alla sua mente ritornata; finalmente, a poco a poco riprendendo le forze, riprese tutto il pensiero, e comprese la sua orribile situazione. I bravi, senza ardire di porle le mani addosso e guardandola con un certo rispetto, le andavano facendo animo, e ripetendo: coraggio, non è niente, non vogliamo farvi male; siamo galantuomini. Il primo uso che fece Lucia della vita fu di gettarsi con forza verso lo sportello per vedere dove fosse, se gente passasse, se potesse lanciarsi al di fuori ad ogni pericolo: ma appena potè scorgere che il luogo ch'ella attraversava rapidamente era un bosco, che anima vivente non v'era: che le braccia villane, che l'avevano già conficcata la prima volta al fondo della carrozza, ve la conficcarono di nuovo. Levò ella allora un altro grido, ma la stessa manaccia tornò in furia con lo stesso fazzoletto e il padrone di quella manaccia disse nello stesso momento: Facciamo i nostri patti:noi non vi faremo male, non vi toccheremo, ma voi non cercherete nè di fuggire, nè di gridare: già è inutile, ma pure se voleste tentarlo, noi siamo qui amici, o nemici, come vorrete.—Lasciatemi andare, disse Lucia, con voce soffocata dallo sdegno e dallo spavento: lasciatemi andare subito, subito: io non son vostra, lasciatemi andare.—Non possiamo, rispose il malandrino.—Dove mi conducete? dove sono? voglio andare al convento dei cappuccini.—Ohibò! ohibò! disse sogghignando colui, che le ragazze non istanno bene coi cappuccini. Venite con noi di buona voglia.—No, no, rispose Lucia, alzando la voce; ma il fazzoletto fu alzato.—Lasciatemi andare, per amor di Dio, ripigliò ella con voce più fioca. Dove mi conducete?—In casa di galantuomini, vicino a casa vostra, rispose il malandrino.—No, no, disse ancora Lucia: lasciatemi andare.—Ma se questo è contra i nostri ordini, rispose un altro.—Chi vi può dare questi ordini? domandò Lucia: ricordatevi della giustizia, ricordatevi dell'inferno, ricordatevi della morte.—Pensieri tristi, replicò quello dal fazzoletto: voi ci volete far malinconia, e noi vi conduciamo a stare allegra.—Santissima Vergine ajuto! gridò Lucia, ma il malandrino, con volto iracondo, le protestò che s'ella gridava un'altra volta, il fazzoletto sarebbe rimasto sulla sua bocca fino a ch'ella fosse giunta al luogo destinato. E, sforzandosi d'esser garbato, aggiunse: già siamo vicini, parlerete con chi può comandare: noi siamo servitori che facciamo il nostro dovere, è inutile che ci diciate le vostre ragioni.—Oh per amore di Dio, della Madonna, riprese Lucia in tuono supplichevole, con voce interrotta da singulti, e senza pur pensare ad asciugare le lagrime che le rigavano tutta la faccia, per amore di Dio, lasciatemi andare: io sono una povera creatura, che non vi ha mai fatto male; vi perdono quello che mi avete fatto, e pregherò Dio per voi: se avete anche voi una figlia, una moglie, una madre, qualche persona cara a questo mondo, pensate quello che patirebbero se fossero in questo stato; pensate all'anima vostra; fate una buona opera, che vi può salvare: fatemi questa carità, acciocchè Dio vi usi misericordia, lasciatemi qui.—Non possiamo, risposero tutti e tre; commossi alquanto da quel lamento. Non possiamo, ripetè il capo; ma non abbiate paura, fatevi animo, già non vi conduciamo in un deserto; state tranquilla: se volete parlare, noi vi risponderemo; se volete tacere, noi non parleremo; non temete, nessuno vi toccherà; e così dicendo si ristringeva contra la carrozza, lasciando più spazio a Lucia perchè fosse meno disagiata,perchè non fosse oppressa da una vicinanza, ch'egli stesso sentiva in quel momento quanto dovesse essere incomoda e ributtante. Gli altri due, si andavano pure ristringendo dal loro lato, facendo luogo a Lucia, e tenendosi come in distanza, stornando gli occhi da quel volto accorato, ma fermi nel loro atroce proposito di eseguire la commissione: come il villanello che a fatica si è arrampicato all'albero per togliere un uccelletto dal nido, e lo tiene nelle mani, e lo sente dibattersi e tremare, e sente il cuore della povera bestiuola battere affannosamente contra la palma che lo stringe; prova pure qualche pietà; allenta le dita alquanto, per non affogare la povera bestiuola, per non farle male; ma aprire il pugno, lasciarla tornare al suo nido: oh no! Il figlio del padrone gli ha chiesto l'uccelletto, gli ha promessa una bella moneta s'egli sapeva snidarlo e portarglielo vivo.Lucia, dopo avere ancora indarno pregato; ditemi dove mi conducete, richiese di nuovo.—In casa di galantuomini, e non vi possiamo dire altro, rispose quegli che le stava vicino.Lucia, vedendo che le preghiere riuscivano inutili come la resistenza, e stanca dell'ambascia e dello stento, incrocicchiò le braccia sul petto, si strinse nell'angolo della carrozza in silenzio: e, perduta ogni speranza di soccorso umano, si rivolse a Dio, da cui tutto sperava; e pregò fervidamente, da prima col cuore; indi, cavato di tasca il rosario, che tenevasempre con sè, cominciò a recitarlo con voce sommessa. I bravi tacevano, guardando di tratto in tratto quello ch'ella faceva, e sospirando tutti il fine di quella spedizione: e Lucia, di tempo in tempo fermandosi nella sua preghiera a Dio, per voltarsi a coloro in forza dei quali ella si trovava, ricominciava a supplicarli. Ma non udiva rispondersi altro che: non possiamo: la sua preghiera era esaudita, ma il momento non era venuto[213].Erano già due ore che la carrozza correva, sempre per istrade deserte, attraversando boscaglie e campi abbandonati alla felce ed alla scopa (una gran parte del territorio Milanese era allora ridotto a quello stato dalle guerre, dalle gravezze insopportabili, dall'ignoranza, dalla specie di barbarie insomma in cui erano gli abitanti e i legislatori). Il sole declinava verso l'orizzonte quando Lucia sentì un romore continuo sempre crescente, come di un'acqua rapidamente corrente. Era l'Adda infatti, a cui la carrozza si avvicinava: il bravo, che stava sulla serpe accanto al cocchiere, urtò col gomito, chiamando quelli di dentro; uno di essi pose la testa fuori dello sportello, e l'altro gli disse: il battello c'è. Ah! bravo, dissero tutti e tre quei di dentro. Lucia, vedendo che si stava per fare qualche cosada cui doveva decidersi il suo destino, ricominciò le sue preghiere, ma il vicino lieto di essere alla fine della sua incombenza e di non aver più a combattere con le istanze di quella infelice, le impose silenzio, dicendo: Zitto, zitto, abbiamo altro in capo che di darvi retta ora; siamo occupati. La carrozza si fermò presso la riva, quel della serpe fece un segno, a cui fu risposto dal battello, e tosto ne uscirono tre bravi con una vecchia, e si avviarono verso la carrozza, Lucia strillava, i bravi le comandavano di tacere, replicando: non abbiate paura, e già tutto è inutile, son tutti nostri amici. Lucia allora si rannicchiò tutta alla carrozza, invocando la Vergine nel cuore, e proponendo di lasciarsi piuttosto uccidere che di uscire volontariamente da quel luogo, il quale, per quanto orrendo le fosse, le pareva un asilo, poichè vi aveva passate due ore, e non sapeva dove, a che sarebbe strascinata quando ne fosse fuori. Mentre si stava così tutta rannicchiata, udì chiamarsi da una voce femminile, aperse gli occhi e vide allo sportello la vecchia, rivolta verso di lei. Una donna parve in quel momento a Lucia un angiolo del paradiso; si sollevò, e con volto supplichevole, e con una certa fiducia le disse: Oh brava donna, che fate voi qui? ajutatemi; se questi sono vostri amici, pregateli che mi lascino venire con voi; salvatemi, salvatemi.—Scendete e venite con me, rispose la vecchia; indi, rivolta ai bravi, raggrizzando la fronte e scontorcendo la bocca: Maledetti, disse, le avete fatto paura?—Ma la vedete sana e salva....? rispondeva il capo, quando Lucia, chinandosi e sporgendosi dalla carrozza a prendere con le mani le braccia della vecchia; non dite niente, interruppe, quel che è stato è stato, purchè mi lascino venire con voi.—Scendete, venite, disse la vecchia.—Ma con voi sola, rispose Lucia.—Andiamo, andiamo, disse ancora la vecchia; e presa Lucia, la trascinava, mentre i bravi della carrozza l'ajutavano a scendere, quasi portandola.—No, no, disse Lucia.—Zitto, zitto, disse la vecchia, venite colle buone.—Ma voi siete d'accordo con questi scellerati, gridava Lucia.—Zitto, zitto, continuava a dire la vecchia, e così Lucia fu portata al battello.Guardò intorno e non vide altro che la boscaglia, la riva e il fiume e il battello; alzò gli occhi, e vide al di sopra della cima dei monti la cima tagliata a sega delResegone, alle falde del quale era la sua casa, dov'era sua madre, dove aveva passati i primi suoi anni nella pace; e l'accoramento le tolse anco la forza di gridare; tutta grondante di lagrime, affannata, quasi fuor di sè, fu posta a sedere nel battello sotto la tenda: la vecchia le si pose a canto, il capo di quelli che erano venuti in carrozza saltò pure nel battello, stette al di fuori coi bravi venuti per acqua; i quali tosto, puntati i remi alla riva, ne fecero allontanare il battello, pigliarono l'alto delfiume, diedero dei remi nell'acqua e il battello partì. Appena Lucia ebbe ripreso un po' di fiato, si pose ginocchioni dinanzi la vecchia, domandandole dov'era condotta, pregandola di farla deporre su qualche riva, pregandola pei nomi i più temuti ed amati dai cristiani, ma la vecchia, inflessibile, immobile, non rispose altro che: zitto, zitto. Lucia ricominciò a pregare Colui che ode anche quando non risponde, si abbandonò alla sua provvidenza. Dopo forse due altre ore di viaggio il battello approdò, la notte precipitava, e Lucia, sbigottita, tremante, non sapeva più in che mondo si fosse: fu tolta in questo stato dal battello, posta in una lettiga, e portata al castello del Conte del Sagrato.La vecchia accompagnava la lettiga, entrò insieme in casa, la fece deporre in una stanza, dove rimase sola con Lucia; dicendo a coloro che l'avevano portata che andassero ad avvertire il signor Conte[214]. Ma il signor Conte aveva già intesa dal Tanabuso la relazione del rapimento, del viaggio e dell'arrivo. Ebbene, aveva egli detto al Tanabuso, fatto?—Fatto, rispose il Tanabuso.—A dovere?—A dovere.—Non c'è stato bisogno di spiegar le unghie?—Tutto è andato quietamente; e qui fece il Tanabuso la sua narrazione. E aggiunse: Tutto è corso a verso, com'ella vede, signor padrone; ma una sola cosa ci ha dato un po' di disturbo.—Che è? chiese il Conte.—Quella ragazza, rispose il Tanabuso... quella povera ragazza.... un tal guaire, un tal piangere, un tal pregare.... restar lì come morta..... guardarci un po' come diavoli, un po' con gli occhi pietosi..... che... che...—Che? disse il Conte; sentiamo un po' questa che vuol essere nuova, ribaldaccio.—Che mi ha fatto compassione.—Ohè! disse il Conte, bisognerà che ti dia doppia mancia per quello che ha patito il tuo povero cuore.—Possa io diventare un birro se non è così, rispose il Tanabuso: mi ha fatto compassione. Dico la verità, signor padrone, avrei avuto più caro che l'ordine fosse stato di darle una schioppettata, alla lontana, prima di sentirla discorrere.Ora, riprese il Conte, lascia da parte la compassione, cacciati la via fra le gambe, vanne diritto al castello di quel Don Rodrigo: sai dov'è posto? (Il Tanabuso accennò di sì), fagli dire che sei mandato da me, dagli questo segno nelle mani, e torna a casa. La giornata è stata faticosa, ma tu sai che il tuo padrone vuole essere servito, ma sa anche pagare...—Oh! illustrissimo!....—Taci, e vanne tosto..... ma no, aspetta: dimmi un poco come ha fatto costei per moverti a compassione. Che abbia un patto col diavolo?—Niente, niente, signor padrone, era proprio il crepacuore che aveva quella ragazza. Se non avessi avuto un comando del mio padrone.....—Ebbene?....—L'avrei lasciata andare.—Oh! andiamo a vederla costei; e tu aspetta, partirai domattina... dopo aver ricevuto i miei ordini.... tanto fa che quello inspagnolato aspetti qualche ora di più..... Domattina sii all'erta per tempo.Il Tanabuso partì, facendo un inchino, e il Conte s'avviò alla stanza dove Lucia stava in guardia della vecchia. Bussò, disse: son io, e tosto il chiavistello di dentro corse romoreggiando negli anelli, e la porta fu spalancata. Lucia si stava seduta sul pavimento, acquattata, accosciata nell'angolo della stanza il più lontano dalla porta, nel luogo che entrando le era sembrato il più nascosto, si stava quivi aggomitolata, con la faccia occultata e compressa nelle palme, tutta tremante di spavento, e quasi fuori di sè. Al romore che fece la porta, alla pedata del Conte, che entrava, trasalì, ma non levò la faccia, non mosse membro, anzi fece uno sforzo per ristringersi ancor più tutta insieme; e stette con un battito sempre crescente, aspettando e paventando quello che avvenisse.—Dov'è questa ragazza? disse il Conte alla vecchia.—Eccola, rispose umilmente la malnata.—Come? disse il Conte, l'avete gettata là come un sacco di cenci.—Oh, s'è posta dove ha voluto.—Ehi! quella giovane, disse il Conte, avvicinandosi a Lucia: dove diavolo vi siete posta a sedere? alzatevi, non voglio farvi male..... lasciatevi vedere.Lucia non si mosse.—Peggio per voi, disse il Conte, se volete fare il bell'umore. Ah! ah! non sapete dove siete: pretendereste voi di resistermi? Abbassate subito quelle mani, ch'io voglio vedervi.Queste parole furono dette con un tuono così minaccioso, che le mani di Lucia obbedirono quasi senza il comando della volontà: e Lucia lasciò vedere la sua faccia spaventata e dolente. Alzò ella allora gli occhi al volto del Conte, che la stava guardando attentamente; e dopo un momento gli disse con una voce in cui al tremito dello sgomento era mista la sicurezza d'una indignazione disperata: che male gli ho fatto io?—E che male voglio io fare a voi, scioccherella? rispose il Conte, con voce più mite. Credete forse di essere condotta al macello? Verrà un giorno che riderete di tutto questo vostro spavento, e riderete forse anche di me, che vi rispondo ora così sul serio.—Ridere! Oh Dio! rispose Lucia—ridere! e guardando un momento come smemorata, diede in un nuovo scoppio di pianto.—Sì, sì, tutte voi altre fate così, replicò il Conte.—Ma perchè, riprese Lucia, mi fa ella patire le pene dell'inferno? Mi dica che cosa le ho fatto? Oh non mi faccia più patire così: Dio glielo potrebbe rendere un giorno....—Dio, Dio: sempre Dio coloro che non hanno niente altro: sempre rinfacciar questo Dio, come se gli avessero parlato. Dov'è questo vostro Dio?—È da per tutto, è qui, rispose Lucia; è qui a vedere s'ella si muove a pietà di me, per usarle pietà in ricambio un giorno. Oh abbia misericordia d'una poveretta, mi lasci andare, lasci ch'io mi ricoveri in qualche chiesa, su le montagne, in un bosco. Oh lo vedo; tutto dipende da lei: con una parola ella mi può salvare: dica questa parola. Non so dove sono, ma troverò la strada per andare da mia madre: oh Dio! non è forse lontana: ho visto i miei monti: oh s'ella sentisse quel ch'io patisco! non conviene ad un uomo che ha da morire far tanto patire una creatura innocente: mi lasci andare! oh se pregherò Dio per lei! la benedirò sempre. E animata nel suo discorso, si levò da sedere, si pose in ginocchio, giunse le mani al petto e continuò: Che cosa le costa dire una parola? Non iscacci una buona ispirazione, un sentimento di pietà. Oh, Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia!—Che pazza curiosità ho avuto di venirla a vedere, pensava tra sè il Conte. Dugento doppie! ne ho bisogno.—Costoro vogliono essere ben pagati—eh!hanno ragione: espongono la loro vita: ma vorrei piuttosto toglierne cinquanta a quattro usuraj, e farli scannare tutti e quattro.—Non mi dica di no, continuava Lucia, sempre singhiozzando, sono una povera figlia. S'ella provasse a pregare, a pregare, a cercar misericordia senza poterla ottenere! E se le accadesse una disgrazia!... ma no, no, io pregherò per lei il Signore e la Vergine..... mi lasci andare.....—State di buon animo, rispose il Conte, senza intenzione di nulla promettere, senza sapere egli stesso che senso avessero le sue parole, ma spinto da un bisogno di far cessare quell'angoscia e quel lamento, di consolare quella creatura.—Oh, disse Lucia, Dio la benedica, ella mi lascia andare.—State di buon animo, ripetè il Conte, cercate di riposare.... domani.... parleremo....—E voi, rivolto alla vecchia, voi, disse, fate ch'ella non abbia da lagnarsi pure di una parola torta. Ora vi si allestirà la cena.... ristoratevi, e dormite tranquilla.—No, no, rispose Lucia, mi lasci andar subito....—Domani.... domani ci parleremo, replicò il Conte, e con un rapido movimento andò verso la porta ed uscì.Lucia, tutta piena della speranza di ottenere la sua liberazione, si alzò e volle correr dietro al Conte, ma quando si trovò sull'uscio non ardì movere unpasso più in là, nè chiamare: tornò indietro come spaventata, e si raccosciò di nuovo nel suo angolo.—Volete dunque cenare? le disse la vecchia.—No, no; badate bene a partire di qua, rispose Lucia, ricordatevi di quello che vi ha detto il vostro padrone: chiudete la porta. La vecchia obbedì, e tornata: mettetevi a letto e dormite dunque, disse.—No: io non mi voglio muovere di qui, replicò Lucia.—Che pazzie?....—Non voglio, replicò di nuovo Lucia risolutamente: quel coraggio di disperazione ch'ella si sentiva da quando a quando era stato accresciuto e corroborato da quella compassione ch'ella aveva veduta nel Conte, dalle parole di speranza che egli le aveva date, e dagli ordini ch'egli aveva lasciati con impero alla vecchia.—Ih! ih! che fumo ha costei, disse tra sè la mala vecchia. Maledette le giovani che hanno sempre ragione e quando sono svergognate e quando fanno le smorfiose.—Badate a non ispegnere quella lucerna, disse Lucia.—Sì, sì, rispose la vecchia, e senza più rivolger la parola a Lucia, si coricò brontolando[215].Lucia rimase nel suo angolo. Era questo per lei in quella orrenda[216]giornata il primo momento di riposo; ma quale riposo! I pensieri che l'avevano assalita tumultuosamente ad intervalli nel giorno, tornavano tutti in una volta ad assediare la povera sua mente. Le memorie così recenti, così vive, così atroci di quelle ore, di quel viaggio, di quell'arrivo, si affollavano alla sua fantasia. L'avrebbero oppressa se fossero state memorie d'un pericolo trascorso: e che dovevano fare, nel mezzo del pericolo stesso, nella durata, nella orribile incertezza dell'avvenimento! Qual passato! e qual presente! quel silenzio, quella compagnia, quel luogo: qual notte! e per giungere a quel domani! L'infelice intravedeva ben qualche cosa della orditura spaventosa del laccio dove era stata tirata, ma rifuggiva dal pensiero di scoprirne più in là. Di quando in quando le parole di speranza del Conte la rincoravano: le andava ripetendo fra sè, s'immaginava di essere l'indomani fuori di quell'antro con sua madre, ma un altro avvenire possibile rispingeva questa immaginazione, e a tutta forza veniva a collocarsi nella sua mente. Tremava, si faceva animo, sperava, disperava, pregava. Le forze del corpo finalmente cedettero ad un tale combattimento dell'animo e Lucia fu presa da una febbre violenta. Le sue idee divennero più vive, più forti, ma più interterrotte,più mescolate, più varie, si urtarono più rapidamente, e la confusione, togliendole una parte della coscienza, rese sofferibile un'angoscia che altrimenti ella non avrebbe potuto sofferire e vivere. Nel calore della sua preghiera, le parve ad un tratto che la preghiera sarebbe stata più accetta, certamente esaudita, se con la preghiera ella avesse offerto in sacrificio quelle che altre volte erano state le sue più liete speranze. L'unica speranza di quel momento, quella di uscire da quel pericolo, le parve con questo divenire più fondata, più ferma: aperse gli occhj, li girò con sospetto e con ansietà nel barlume di quella stanza; tese l'orecchio e non udì altro che il russare della vecchia; si levò chetamente, stette ginocchioni; e votò alla Vergine di viver casta, senza nozze terrene, s'ella poteva uscire intatta da quel pericolo. Proferito il voto, o quello che a Lucia parve tale, ella si sentì come racconsolata; si raccosciò nel suo angolo, e passò il resto della notte in un letargo febbrile, interrotto da sussulti e da vaneggiamenti.
Ratto di Lucia.
Lucia uscì nella via e s'incamminò con grande attenzione, con gran riserbo, con un gran battito al cuore, tutta raccolta in sè, studiando la sua strada con le indicazioni che aveva avute e con la memoria che le restava della strada già fatta. Giunse così all'uscita del borgo (perchè il convento dov'ella s'avviava era al di fuori in picciola distanza), riconobbe la porta per dove era entrata la prima volta, e prese a sinistra la via che l'era stata insegnata.
Tutte le strade del Milanese erano a quel tempo anguste, tortuose e nel pian paese profonde e, come quivi si dice, invallate, a guisa di un letto di fiume, fra due rive di campi, alte non di rado un uomo, e orlate di piante, che, intrecciate al pedale di rovi, di biancospini e di pruni, riunivano in alto i rami loro in volta dall'una all'altra parte: e tali sono ancora in gran parte le strade comunali.
Quando Lucia si trovò soletta in una strada simile, si pentì quasi di essersi tanto rischiata, e studiò il passo, per giunger presto, proponendo fermamentedi non ritornar dal convento a casa senza una qualche scorta. Ma, voltato uno di quei tanti andirivieni, vide una carrozza da viaggio ferma nel mezzo della via, e fuori della carrozza, innanzi allo sportello, che era aperto, due uomini che guardavano su e giù per la via, come incerti del cammino. E per quella presunzione comune che coloro i quali vanno in carrozza sieno galantuomini, Lucia si sentì tutta rincorata, e le parve d'aver trovata una salvaguardia alla metà appunto del cammino, nel luogo più lontano dall'abitato, e dove il bisogno era più grande. Continuò adunque più animosamente a camminare, e quando fu presso alla carrozza tanto che si potessero distinguer le parole, intese uno di quelli, che stavano al di fuori, dire, con una pronunzia e con un linguaggio, che lo fece conoscere a Lucia per bergamasco: ecco una buona donna che c'insegnerà la strada. Giunta a paro della carrozza, quel medesimo le si volse con un atto più cortese che non fosse la sua faccia, e le disse[208]: buona giovane, sapreste voi insegnarci la strada di Monza? Mentre costui parlava, l'altro s'era posto dinanzi a Lucia in modo da sbarrarle la via, ma come un uomo che sta per udire. Loro signori, rispose Lucia, sono voltati a rovescio: Monza è per di qua (alzando la mano e stendendo il pollice al disopradelle spalle), girino la carrozza, e vadano per questa strada, e saranno a Monza in poco più d'unmiserere. Così detto, voleva continuare il suo cammino, e s'avvicinava alla riva, per passare senza urtare quel forastiero che stava lì ritto come un termine, e senza dirgli che facesse largo, cosa che alla nostra povera forese sarebbe sembrata troppo famigliare. Un momento, disse colui che le aveva già parlato, ritenendola dolcemente: noi siamo ben impacciati in queste strade dell'altro mondo: non potreste voi farci la cortesia di salire in carrozza con noi e d'insegnarci la strada fino a Monza?
—Signori miei, disse Lucia arrossando e maravigliandosi della proposta, io ho fretta d'andare pei fatti miei, vadano per di qua, e non possono fallire.
—Voi siete bene schifa, rispose il malandrino; e mentre egli proferiva queste poche parole, l'altro, che era nella via, afferrò d'improvviso Lucia pei fianchi, la sollevò, e con l'ajuto del compagno la pose a forza nella carrozza, dove fu tosto presa, ritenuta, posta a sedere da due che vi erano. Il malandrino, che aveva parlato, la seguì, l'altro chiuse lo sportello, e il cocchiere sferzò i cavalli, e la carrozza partì di galoppo. Lucia, al sentirsi presa, levò un grido, lo raddoppiò quando si sentì alzata e ficcata nella carrozza, ma quando vi fu, una manaccia villana le cacciò un fazzoletto sulla bocca e le soffocò il grido nella gola. Lucia si divincolava, ma era tenuta da tutte le parti, faceva forza per pingersi versolo sportello, per farsi vedere alla strada, ai compagni, ma due braccia nerborute la tenevano per di dietro come conficcata al fondo della carrozza, due braccia nerborute ve la rispingevano per dinanzi, mentre tre bocche d'inferno dicevano con la voce più dolce che era lor concesso di formare: zitto, zitto, non abbiate paura, non vogliamo farvi male; non è niente, non è niente. Lucia, tra per la sorpresa, tra per lo terrore, che andava sempre crescendo, tra pei pensieri tutti oscuri e tutti orrendi[209], che le passavano in furia per la mente, tra per lo sforzo che faceva e quello che pativa, sentì mancare gli spiriti: le sue idee si abbujarono, cominciò a veder come confusi fra di loro quegli orridi visacci che le stavano dinanzi, un sudore freddo le coperse il volto, allentò le braccia, lasciò cadere indietro la testa, abbandonò la persona al fondo della carrozza e svenne.
—Coraggio, coraggio, dicevano gli scherani, ma Lucia non intendeva più nulla.
—Diavolo! disse uno dei malandrini, par morta.
—Niente, niente, disse un altro, ci vorrebbe un po' d'aceto da mettergli sotto il naso.
—È lì covato l'aceto: disse il terzo, se potesse servire quel fiasco di vino che è riposto lì sotto il sedile.
—Che vino? riprese il secondo, aceto vorrebb'essere.
—Vedete che mala ventura, disse ancora il terzo: se giungessi arso di sete in una osteria disabitata, a cercar vino, troverei aceto, e qui che aceto ci vorrebbe....
—Taci, gaglioffo, che non è tempo da sciocchezze, interruppe il secondo.
—Ohè! disse il primo, non dà segno di vita: se fosse morta davvero, avremmo fatta una bella spedizione.
—Noi abbiamo eseguiti gli ordini puntualmente, rispose il secondo; se fosse accaduta una disgrazia, non è nostra colpa.
—Che morta? disse il terzo; è un picciolo fastidio che le è venuto: eh! le donne ne hanno per meno d'assai: or ora tornerà in sè.
Mentre quegli sciagurati tenevano questo consiglio ed esprimevano la loro inquietudine in uno stile degno del loro animo, la carrozza era uscita dalla via più battuta, aveva imboccata una stradella di traverso pei campi, e continuava rapidamente il suo cammino.
Intanto colui che aveva afferrata Lucia, ed era un bravo di Egidio[210], rimasto nella strada quando lacarrozza partì, si guardò intorno, e certo che nessuno lo aveva scorto, spiccò un salto sul pendìo d'una riva, abbracciò un ramo della siepe, con un altro salto fu sull'alto della riva, e si appiattò ad un polloneto di castagni, che conservavano ancora tanto delle lor foglie da nascondere un birbone. Il primo grido di Lucia era stato inteso nei campi di qua e di là da pochi lavoratori che v'erano, e questi accorsero alla riva per guardare nella strada che fosse, ma cercando di adocchiare nascosti dalla siepe per non entrare in qualche impiccio, per non toccarne, per non essere citati come testimonj, per non immischiarsi in somma, che è il pensiero il più comune nei tempi i cui i violenti fanno la legge. Mettevano la faccia ai fori della siepe e guatavano: altri videro una carrozza che si allontanava di galoppo, e stette lì qualche tempo a seguirla col guardo, a bocca aperta; altri non vide nulla e si fermò per qualche tempo; altri, che era accorso ad un punto della via per cui la carrozza non era ancora passata, la vide venire, trascorrere, vide una bocca d'archibugio che usciva dallo sportello, e si ritirò tosto, fingendo di non aver nemmeno badato. Tornati poi a casa, raccontarono quello che avevano veduto, e si sparse la voce che qualche cosa era accaduta. Il bravo d'Egidio quando sentì tutto quieto intorno al suo nascondiglio, ne uscì per una parte che dava su una via diversa, e con l'aria d'un uomo che non ha intesa una novità, se ne andò a render conto al padrone dell'esito felice della spedizione.Egidio lo ricompensò di quattrini e di lodi, e lo mandò tosto attorno, per raccontare la novella nel modo che ad entrambi e ai loro amici conveniva che fosse creduta, o almeno per confondere il giudizio pubblico e stornarlo dalle congetture che potevano condurlo alla verità. Il bravo tolse con sè, senza saperlo, quella dea che ha tanti occhi quante penne e tante lingue quanti occhi, (debb'essere una bella dea) e si avviò. Il campo più opportuno ad un tal uomo e ad un tale uffizio, la taverna, era allora deserta a cagione della carestia che di giorno in giorno cresceva e si diffondeva in tutte le parti del Milanese. Mangiare e bere non era più per nessuno un oggetto di divertimento; era divenuto per tutti un bisogno difficile da soddisfare. Andò dunque in su la piazza, luogo sempre popolato di oziosi, ma più che mai in quell'anno calamitoso, in cui erano forzati all'ozio anche i più operosi. Quella piazza di Monza, come tutte le piazze, tutte le vie, tutti i campi della Lombardia presentava il più tristo spettacolo. Poveri di professione, che dopo d'avere invano domandato un soccorso ad uomini divenuti poveri anch'essi, stavano in fila l'uno appresso dell'altro, appoggiati ad un muro soleggiato, stringendosi di tempo in tempo nelle spalle, aggrinzati, cenciosi, aventi un bordone nella destra e tenendo stretta tra il braccio sinistro e le costole una arida scodella di legno, aspettando l'ora d'andare a ricevere quel poco nutrimento che si poteva distribuire alle porte deiconventi, dei monasteri, di qualche facoltoso caritatevole. Qua e là crocchj di artigiani senza lavoro, e di contadini quasi senza ricolto, di possidenti altre volte agiati, ma che in quell'anno sapevano di dover combattere colla fame[211]; tutti tristi, sparuti, scorati. I più rubesti, i meglio pasciuti che si vedessero, erano qualche bravi, che vivevano delle provvigioni dei potenti a cui servivano, e ai quali nessun fornajo avrebbe osato di dare un rifiuto o di richiedere un pronto pagamento. I discorsi abituali di quei crocchj erano miseria e disperazione; vociferazioni contra i fornaj e contra gli accapparratori, imprecazioni mormorate sommessamente contra i potenti, contra i magistrati, racconti di grano partito, di grano arrivato ed occultato, di morti di fame, e di tumulti in altre terre dello Stato. Pochi giorni prima una gran parte del popolo si era sollevata in Milano; e dopo quel sollevamento, estinto con le promesse e seppellito coi supplizj, si erano pubblicate leggi quali il popolo le desiderava. Questo fatto era stato in tutta la Lombardia ed era ancora il soggetto dei discorsi; e il fatto, come le conseguenze, era narrato diversamente, come suole accadere: ognuno arrecava qualche nuova circostanza, che dava luogo a qualche nuova riflessione. Ma in quel momento inMonza l'avvenimento locale occupava tutti i pensieri e tutte le bocche: in tutti i crocchj si parlava di Lucia. Il bravo si avvicinò ad uno di quelli, come uno sfaccendato, e stette ascoltando.
—Erano due carrozze di signori bergamaschi, diceva un barbassoro, accompagnate da uomini a cavallo: la giovane si mise a fuggire pel campo di Martino Stoppa, ma fu raggiunta e portata via di peso. E continuò, con voce più sommessa, in aria misteriosa: debb'essere qualche gran tiranno bergamasco.
—Io ho inteso da chi l'ha inteso da uno che v'era, disse un altro, che le carrozze erano tre, e che la gente le fece fermare, ma quei signori misero fuori gli archibugj, e allora, mi capite, i galantuomini hanno dovuto dar luogo.
—Poh! disse il bravo, vedete un po' come le cose si contano. A me ha detto uno là (accennando un crocchio lontano) che la giovane era d'accordo, che si era trovata lì per andarsene, e che quegli che l'ha portata via era un suo innamorato.
—Oh, disse uno, se la cosa fosse così se ne sarebbe andata senza schiamazzo.
—No, rispose il bravo, perchè aveva promesso ad un altro per far piacere ai suoi parenti; e voleva far credere di esser rapita. Così dicono quelli che pretendono d'essere informati.
—Ohè! disse un altro barbassoro, che la fosse una mostra per ingannare i merlotti!
Questa opinione, dopo un breve dibattimento,prevalse; perchè essendo quella che supponeva nel fatto una malizia più raffinata, veniva a supporre più fino accorgimento in chi la teneva: e chi l'avesse rifiutata poteva passare per un semplicione da lasciarsi ingannare alle più grossolane apparenze di virtù.
Quando il degno servitore di Egidio vide che la sementa non era gittata in terreno sterile e che avrebbe fruttato, si spiccò da quel crocchio, dicendo: Oh avete il buon tempo voi altri; per me m'accontenterei che sparissero tutte le giovani, purchè venissero pagnotte abbastanza. Quegli altri ad uno ad uno se n'andarono chi qua, chi là a riferire la storia; si disputò assai; le opinioni rimasero divise, ma la più preponderante fu quella che dava occasione di ragionare profondamente sulle astuzie delle donne che fanno la semplice, sulla dabbenaggine della Signora, che aveva raccolta quella mozzina. Il tiro della povera Lucia fu raccontato con mille particolari; si riferirono di lei mille altre astuzie. Il romore giunse ben presto al monastero; già la fattora, tornata a casa, non trovando Lucia, sulle prime pensò ch'ella fosse andata alla chiesa del monastero; non vedendola poi ricomparire, stava per andarne in cerca, quando s'intese che Lucia era stata rapita, o si era fatta rapire. Il monastero fu sottosopra. La Signora (quando ci siamo rallegrati di non aver più a parlarne ci era uscito di mente che avremmo dovuto far qui menzione di essa: ma ce ne sbrigheremo in due parole) la Signora, a tutto addottrinata, fece lemaraviglie, mandò gente in cerca, non volle credere che Lucia le avesse fatto un tiro di questa sorta, disse che era pronta a mettere la mano nel fuoco per quella ragazza. Mandò finalmente a chiamare il Padre Guardiano che gliel'aveva raccomandata. Ma il Padre Guardiano, al quale erano pur giunti i diversi romori del fatto, era in istrada, per udire dalla Signora come la faccenda fosse. La Signora si mostrò con lui come con gli altri tutta maravigliata: disse che sperava ancora che Lucia verrebbe, che sarebbe una di quelle tante ciarle che mettono attorno gli scioperati. Se m'avesse ingannato.... aggiunse; ma non lo posso credere di quella ragazza. Ad ogni modo io sono tanto più afflitta di questo tristo accidente, in quanto io aveva pensato seriamente ad ajutare questa povera giovane, e credeva di aver trovato ajuti nelle mie aderenze per metterla al sicuro dal suo persecutore. Aveva anzi molto desiderio di sentire il parere del Padre Guardiano, ma ora questi disegni non servono più a nulla.
È chiaro che la Signora gittò queste poche parole, per potere in caso spiegare la commissione da lei data a Lucia, se mai questa potesse un giorno rivelarla: per potere allora far vedere che non era stato un pretesto per allontanarla e darla in mano ai rapitori. Ma della commissione la Signora non ne parlò al Guardiano; probabilmente perchè non voleva che si dicesse che Lucia si era posta su quella strada per suo ordine, e ne nascesse qualche sospetto.Se questa fosse una storia inventata non mancherebbe certamente qualche lettore il quale troverebbe un gran difetto di previdenza nella perfidia ordita da Egidio e dalla Signora, poichè se Lucia avesse un giorno potuto parlare, se si fosse risaputo che quando fu presa ella andava per ordini di Geltrude, quanto maggior sospetto non sarebbe caduto sopra di questa per avere essa taciuta al Guardiano una circostanza tanto importante, della quale doveva così ben ricordarsi, che non avrebbe certo dissimulata se avesse operato schiettamente. Quei lettori i quali vorrebbero che in una storia anche le insidie fossero fatte perfettamente, se la prenderebbero coll'inventore, ma questa critica non può aver luogo, perchè noi raccontiamo una storia quale è avvenuta. Del resto, questo stesso difetto ci dà il campo di porre qui una riflessione consolante, in mezzo ad un sì tristo racconto: che è un disegno sapientissimo della Provvidenza, rotolatrice del mondo, che le perfidie le più studiate a danno altrui, non sono mai tanto bene studiate, tanto bene eseguite, che non rimanga sempre qualche traccia della mano che le ha ordite. L'uomo che intraprende una buona azione, quando sia un po' avvezzo a riflettere, prevede sovente che non sarà senza inconvenienti; i birbanti avrebbero una parte troppo buona nelle cose di questo mondo se dovessero nelle loro birberie essere esenti da ogni perplessità[212].
La carrozza correva tuttavia velocemente, gl'indegni guardiani di Lucia consultavano non senza sollecitudine su lo stato di essa, guardandola fisamente, cercando nel suo volto pallido e immobile le apparenze della vita, aspettando ansiosamente ch'ella ne desse alcun segno; quando la poveretta cominciò a rinvenire come da un sonno profondo, diede un sospiro e aperse gli occhi. Penò qualche tempo a distinguere i luridi oggetti che la circondavano, e a raccapezzare le idee già confuse e incerte che avevano preceduto il suo deliquio, a confrontarle con le prime che si affacciavano alla sua mente ritornata; finalmente, a poco a poco riprendendo le forze, riprese tutto il pensiero, e comprese la sua orribile situazione. I bravi, senza ardire di porle le mani addosso e guardandola con un certo rispetto, le andavano facendo animo, e ripetendo: coraggio, non è niente, non vogliamo farvi male; siamo galantuomini. Il primo uso che fece Lucia della vita fu di gettarsi con forza verso lo sportello per vedere dove fosse, se gente passasse, se potesse lanciarsi al di fuori ad ogni pericolo: ma appena potè scorgere che il luogo ch'ella attraversava rapidamente era un bosco, che anima vivente non v'era: che le braccia villane, che l'avevano già conficcata la prima volta al fondo della carrozza, ve la conficcarono di nuovo. Levò ella allora un altro grido, ma la stessa manaccia tornò in furia con lo stesso fazzoletto e il padrone di quella manaccia disse nello stesso momento: Facciamo i nostri patti:noi non vi faremo male, non vi toccheremo, ma voi non cercherete nè di fuggire, nè di gridare: già è inutile, ma pure se voleste tentarlo, noi siamo qui amici, o nemici, come vorrete.
—Lasciatemi andare, disse Lucia, con voce soffocata dallo sdegno e dallo spavento: lasciatemi andare subito, subito: io non son vostra, lasciatemi andare.
—Non possiamo, rispose il malandrino.
—Dove mi conducete? dove sono? voglio andare al convento dei cappuccini.
—Ohibò! ohibò! disse sogghignando colui, che le ragazze non istanno bene coi cappuccini. Venite con noi di buona voglia.
—No, no, rispose Lucia, alzando la voce; ma il fazzoletto fu alzato.
—Lasciatemi andare, per amor di Dio, ripigliò ella con voce più fioca. Dove mi conducete?
—In casa di galantuomini, vicino a casa vostra, rispose il malandrino.
—No, no, disse ancora Lucia: lasciatemi andare.
—Ma se questo è contra i nostri ordini, rispose un altro.
—Chi vi può dare questi ordini? domandò Lucia: ricordatevi della giustizia, ricordatevi dell'inferno, ricordatevi della morte.
—Pensieri tristi, replicò quello dal fazzoletto: voi ci volete far malinconia, e noi vi conduciamo a stare allegra.
—Santissima Vergine ajuto! gridò Lucia, ma il malandrino, con volto iracondo, le protestò che s'ella gridava un'altra volta, il fazzoletto sarebbe rimasto sulla sua bocca fino a ch'ella fosse giunta al luogo destinato. E, sforzandosi d'esser garbato, aggiunse: già siamo vicini, parlerete con chi può comandare: noi siamo servitori che facciamo il nostro dovere, è inutile che ci diciate le vostre ragioni.
—Oh per amore di Dio, della Madonna, riprese Lucia in tuono supplichevole, con voce interrotta da singulti, e senza pur pensare ad asciugare le lagrime che le rigavano tutta la faccia, per amore di Dio, lasciatemi andare: io sono una povera creatura, che non vi ha mai fatto male; vi perdono quello che mi avete fatto, e pregherò Dio per voi: se avete anche voi una figlia, una moglie, una madre, qualche persona cara a questo mondo, pensate quello che patirebbero se fossero in questo stato; pensate all'anima vostra; fate una buona opera, che vi può salvare: fatemi questa carità, acciocchè Dio vi usi misericordia, lasciatemi qui.
—Non possiamo, risposero tutti e tre; commossi alquanto da quel lamento. Non possiamo, ripetè il capo; ma non abbiate paura, fatevi animo, già non vi conduciamo in un deserto; state tranquilla: se volete parlare, noi vi risponderemo; se volete tacere, noi non parleremo; non temete, nessuno vi toccherà; e così dicendo si ristringeva contra la carrozza, lasciando più spazio a Lucia perchè fosse meno disagiata,perchè non fosse oppressa da una vicinanza, ch'egli stesso sentiva in quel momento quanto dovesse essere incomoda e ributtante. Gli altri due, si andavano pure ristringendo dal loro lato, facendo luogo a Lucia, e tenendosi come in distanza, stornando gli occhi da quel volto accorato, ma fermi nel loro atroce proposito di eseguire la commissione: come il villanello che a fatica si è arrampicato all'albero per togliere un uccelletto dal nido, e lo tiene nelle mani, e lo sente dibattersi e tremare, e sente il cuore della povera bestiuola battere affannosamente contra la palma che lo stringe; prova pure qualche pietà; allenta le dita alquanto, per non affogare la povera bestiuola, per non farle male; ma aprire il pugno, lasciarla tornare al suo nido: oh no! Il figlio del padrone gli ha chiesto l'uccelletto, gli ha promessa una bella moneta s'egli sapeva snidarlo e portarglielo vivo.
Lucia, dopo avere ancora indarno pregato; ditemi dove mi conducete, richiese di nuovo.
—In casa di galantuomini, e non vi possiamo dire altro, rispose quegli che le stava vicino.
Lucia, vedendo che le preghiere riuscivano inutili come la resistenza, e stanca dell'ambascia e dello stento, incrocicchiò le braccia sul petto, si strinse nell'angolo della carrozza in silenzio: e, perduta ogni speranza di soccorso umano, si rivolse a Dio, da cui tutto sperava; e pregò fervidamente, da prima col cuore; indi, cavato di tasca il rosario, che tenevasempre con sè, cominciò a recitarlo con voce sommessa. I bravi tacevano, guardando di tratto in tratto quello ch'ella faceva, e sospirando tutti il fine di quella spedizione: e Lucia, di tempo in tempo fermandosi nella sua preghiera a Dio, per voltarsi a coloro in forza dei quali ella si trovava, ricominciava a supplicarli. Ma non udiva rispondersi altro che: non possiamo: la sua preghiera era esaudita, ma il momento non era venuto[213].
Erano già due ore che la carrozza correva, sempre per istrade deserte, attraversando boscaglie e campi abbandonati alla felce ed alla scopa (una gran parte del territorio Milanese era allora ridotto a quello stato dalle guerre, dalle gravezze insopportabili, dall'ignoranza, dalla specie di barbarie insomma in cui erano gli abitanti e i legislatori). Il sole declinava verso l'orizzonte quando Lucia sentì un romore continuo sempre crescente, come di un'acqua rapidamente corrente. Era l'Adda infatti, a cui la carrozza si avvicinava: il bravo, che stava sulla serpe accanto al cocchiere, urtò col gomito, chiamando quelli di dentro; uno di essi pose la testa fuori dello sportello, e l'altro gli disse: il battello c'è. Ah! bravo, dissero tutti e tre quei di dentro. Lucia, vedendo che si stava per fare qualche cosada cui doveva decidersi il suo destino, ricominciò le sue preghiere, ma il vicino lieto di essere alla fine della sua incombenza e di non aver più a combattere con le istanze di quella infelice, le impose silenzio, dicendo: Zitto, zitto, abbiamo altro in capo che di darvi retta ora; siamo occupati. La carrozza si fermò presso la riva, quel della serpe fece un segno, a cui fu risposto dal battello, e tosto ne uscirono tre bravi con una vecchia, e si avviarono verso la carrozza, Lucia strillava, i bravi le comandavano di tacere, replicando: non abbiate paura, e già tutto è inutile, son tutti nostri amici. Lucia allora si rannicchiò tutta alla carrozza, invocando la Vergine nel cuore, e proponendo di lasciarsi piuttosto uccidere che di uscire volontariamente da quel luogo, il quale, per quanto orrendo le fosse, le pareva un asilo, poichè vi aveva passate due ore, e non sapeva dove, a che sarebbe strascinata quando ne fosse fuori. Mentre si stava così tutta rannicchiata, udì chiamarsi da una voce femminile, aperse gli occhi e vide allo sportello la vecchia, rivolta verso di lei. Una donna parve in quel momento a Lucia un angiolo del paradiso; si sollevò, e con volto supplichevole, e con una certa fiducia le disse: Oh brava donna, che fate voi qui? ajutatemi; se questi sono vostri amici, pregateli che mi lascino venire con voi; salvatemi, salvatemi.
—Scendete e venite con me, rispose la vecchia; indi, rivolta ai bravi, raggrizzando la fronte e scontorcendo la bocca: Maledetti, disse, le avete fatto paura?
—Ma la vedete sana e salva....? rispondeva il capo, quando Lucia, chinandosi e sporgendosi dalla carrozza a prendere con le mani le braccia della vecchia; non dite niente, interruppe, quel che è stato è stato, purchè mi lascino venire con voi.
—Scendete, venite, disse la vecchia.
—Ma con voi sola, rispose Lucia.
—Andiamo, andiamo, disse ancora la vecchia; e presa Lucia, la trascinava, mentre i bravi della carrozza l'ajutavano a scendere, quasi portandola.
—No, no, disse Lucia.
—Zitto, zitto, disse la vecchia, venite colle buone.
—Ma voi siete d'accordo con questi scellerati, gridava Lucia.
—Zitto, zitto, continuava a dire la vecchia, e così Lucia fu portata al battello.
Guardò intorno e non vide altro che la boscaglia, la riva e il fiume e il battello; alzò gli occhi, e vide al di sopra della cima dei monti la cima tagliata a sega delResegone, alle falde del quale era la sua casa, dov'era sua madre, dove aveva passati i primi suoi anni nella pace; e l'accoramento le tolse anco la forza di gridare; tutta grondante di lagrime, affannata, quasi fuor di sè, fu posta a sedere nel battello sotto la tenda: la vecchia le si pose a canto, il capo di quelli che erano venuti in carrozza saltò pure nel battello, stette al di fuori coi bravi venuti per acqua; i quali tosto, puntati i remi alla riva, ne fecero allontanare il battello, pigliarono l'alto delfiume, diedero dei remi nell'acqua e il battello partì. Appena Lucia ebbe ripreso un po' di fiato, si pose ginocchioni dinanzi la vecchia, domandandole dov'era condotta, pregandola di farla deporre su qualche riva, pregandola pei nomi i più temuti ed amati dai cristiani, ma la vecchia, inflessibile, immobile, non rispose altro che: zitto, zitto. Lucia ricominciò a pregare Colui che ode anche quando non risponde, si abbandonò alla sua provvidenza. Dopo forse due altre ore di viaggio il battello approdò, la notte precipitava, e Lucia, sbigottita, tremante, non sapeva più in che mondo si fosse: fu tolta in questo stato dal battello, posta in una lettiga, e portata al castello del Conte del Sagrato.
La vecchia accompagnava la lettiga, entrò insieme in casa, la fece deporre in una stanza, dove rimase sola con Lucia; dicendo a coloro che l'avevano portata che andassero ad avvertire il signor Conte[214]. Ma il signor Conte aveva già intesa dal Tanabuso la relazione del rapimento, del viaggio e dell'arrivo. Ebbene, aveva egli detto al Tanabuso, fatto?
—Fatto, rispose il Tanabuso.
—A dovere?
—A dovere.
—Non c'è stato bisogno di spiegar le unghie?
—Tutto è andato quietamente; e qui fece il Tanabuso la sua narrazione. E aggiunse: Tutto è corso a verso, com'ella vede, signor padrone; ma una sola cosa ci ha dato un po' di disturbo.
—Che è? chiese il Conte.
—Quella ragazza, rispose il Tanabuso... quella povera ragazza.... un tal guaire, un tal piangere, un tal pregare.... restar lì come morta..... guardarci un po' come diavoli, un po' con gli occhi pietosi..... che... che...
—Che? disse il Conte; sentiamo un po' questa che vuol essere nuova, ribaldaccio.
—Che mi ha fatto compassione.
—Ohè! disse il Conte, bisognerà che ti dia doppia mancia per quello che ha patito il tuo povero cuore.
—Possa io diventare un birro se non è così, rispose il Tanabuso: mi ha fatto compassione. Dico la verità, signor padrone, avrei avuto più caro che l'ordine fosse stato di darle una schioppettata, alla lontana, prima di sentirla discorrere.
Ora, riprese il Conte, lascia da parte la compassione, cacciati la via fra le gambe, vanne diritto al castello di quel Don Rodrigo: sai dov'è posto? (Il Tanabuso accennò di sì), fagli dire che sei mandato da me, dagli questo segno nelle mani, e torna a casa. La giornata è stata faticosa, ma tu sai che il tuo padrone vuole essere servito, ma sa anche pagare...
—Oh! illustrissimo!....
—Taci, e vanne tosto..... ma no, aspetta: dimmi un poco come ha fatto costei per moverti a compassione. Che abbia un patto col diavolo?
—Niente, niente, signor padrone, era proprio il crepacuore che aveva quella ragazza. Se non avessi avuto un comando del mio padrone.....
—Ebbene?....
—L'avrei lasciata andare.
—Oh! andiamo a vederla costei; e tu aspetta, partirai domattina... dopo aver ricevuto i miei ordini.... tanto fa che quello inspagnolato aspetti qualche ora di più..... Domattina sii all'erta per tempo.
Il Tanabuso partì, facendo un inchino, e il Conte s'avviò alla stanza dove Lucia stava in guardia della vecchia. Bussò, disse: son io, e tosto il chiavistello di dentro corse romoreggiando negli anelli, e la porta fu spalancata. Lucia si stava seduta sul pavimento, acquattata, accosciata nell'angolo della stanza il più lontano dalla porta, nel luogo che entrando le era sembrato il più nascosto, si stava quivi aggomitolata, con la faccia occultata e compressa nelle palme, tutta tremante di spavento, e quasi fuori di sè. Al romore che fece la porta, alla pedata del Conte, che entrava, trasalì, ma non levò la faccia, non mosse membro, anzi fece uno sforzo per ristringersi ancor più tutta insieme; e stette con un battito sempre crescente, aspettando e paventando quello che avvenisse.
—Dov'è questa ragazza? disse il Conte alla vecchia.
—Eccola, rispose umilmente la malnata.
—Come? disse il Conte, l'avete gettata là come un sacco di cenci.
—Oh, s'è posta dove ha voluto.
—Ehi! quella giovane, disse il Conte, avvicinandosi a Lucia: dove diavolo vi siete posta a sedere? alzatevi, non voglio farvi male..... lasciatevi vedere.
Lucia non si mosse.
—Peggio per voi, disse il Conte, se volete fare il bell'umore. Ah! ah! non sapete dove siete: pretendereste voi di resistermi? Abbassate subito quelle mani, ch'io voglio vedervi.
Queste parole furono dette con un tuono così minaccioso, che le mani di Lucia obbedirono quasi senza il comando della volontà: e Lucia lasciò vedere la sua faccia spaventata e dolente. Alzò ella allora gli occhi al volto del Conte, che la stava guardando attentamente; e dopo un momento gli disse con una voce in cui al tremito dello sgomento era mista la sicurezza d'una indignazione disperata: che male gli ho fatto io?
—E che male voglio io fare a voi, scioccherella? rispose il Conte, con voce più mite. Credete forse di essere condotta al macello? Verrà un giorno che riderete di tutto questo vostro spavento, e riderete forse anche di me, che vi rispondo ora così sul serio.
—Ridere! Oh Dio! rispose Lucia—ridere! e guardando un momento come smemorata, diede in un nuovo scoppio di pianto.
—Sì, sì, tutte voi altre fate così, replicò il Conte.
—Ma perchè, riprese Lucia, mi fa ella patire le pene dell'inferno? Mi dica che cosa le ho fatto? Oh non mi faccia più patire così: Dio glielo potrebbe rendere un giorno....
—Dio, Dio: sempre Dio coloro che non hanno niente altro: sempre rinfacciar questo Dio, come se gli avessero parlato. Dov'è questo vostro Dio?
—È da per tutto, è qui, rispose Lucia; è qui a vedere s'ella si muove a pietà di me, per usarle pietà in ricambio un giorno. Oh abbia misericordia d'una poveretta, mi lasci andare, lasci ch'io mi ricoveri in qualche chiesa, su le montagne, in un bosco. Oh lo vedo; tutto dipende da lei: con una parola ella mi può salvare: dica questa parola. Non so dove sono, ma troverò la strada per andare da mia madre: oh Dio! non è forse lontana: ho visto i miei monti: oh s'ella sentisse quel ch'io patisco! non conviene ad un uomo che ha da morire far tanto patire una creatura innocente: mi lasci andare! oh se pregherò Dio per lei! la benedirò sempre. E animata nel suo discorso, si levò da sedere, si pose in ginocchio, giunse le mani al petto e continuò: Che cosa le costa dire una parola? Non iscacci una buona ispirazione, un sentimento di pietà. Oh, Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia!
—Che pazza curiosità ho avuto di venirla a vedere, pensava tra sè il Conte. Dugento doppie! ne ho bisogno.—Costoro vogliono essere ben pagati—eh!hanno ragione: espongono la loro vita: ma vorrei piuttosto toglierne cinquanta a quattro usuraj, e farli scannare tutti e quattro.
—Non mi dica di no, continuava Lucia, sempre singhiozzando, sono una povera figlia. S'ella provasse a pregare, a pregare, a cercar misericordia senza poterla ottenere! E se le accadesse una disgrazia!... ma no, no, io pregherò per lei il Signore e la Vergine..... mi lasci andare.....
—State di buon animo, rispose il Conte, senza intenzione di nulla promettere, senza sapere egli stesso che senso avessero le sue parole, ma spinto da un bisogno di far cessare quell'angoscia e quel lamento, di consolare quella creatura.
—Oh, disse Lucia, Dio la benedica, ella mi lascia andare.
—State di buon animo, ripetè il Conte, cercate di riposare.... domani.... parleremo....
—E voi, rivolto alla vecchia, voi, disse, fate ch'ella non abbia da lagnarsi pure di una parola torta. Ora vi si allestirà la cena.... ristoratevi, e dormite tranquilla.
—No, no, rispose Lucia, mi lasci andar subito....
—Domani.... domani ci parleremo, replicò il Conte, e con un rapido movimento andò verso la porta ed uscì.
Lucia, tutta piena della speranza di ottenere la sua liberazione, si alzò e volle correr dietro al Conte, ma quando si trovò sull'uscio non ardì movere unpasso più in là, nè chiamare: tornò indietro come spaventata, e si raccosciò di nuovo nel suo angolo.
—Volete dunque cenare? le disse la vecchia.
—No, no; badate bene a partire di qua, rispose Lucia, ricordatevi di quello che vi ha detto il vostro padrone: chiudete la porta. La vecchia obbedì, e tornata: mettetevi a letto e dormite dunque, disse.
—No: io non mi voglio muovere di qui, replicò Lucia.
—Che pazzie?....
—Non voglio, replicò di nuovo Lucia risolutamente: quel coraggio di disperazione ch'ella si sentiva da quando a quando era stato accresciuto e corroborato da quella compassione ch'ella aveva veduta nel Conte, dalle parole di speranza che egli le aveva date, e dagli ordini ch'egli aveva lasciati con impero alla vecchia.
—Ih! ih! che fumo ha costei, disse tra sè la mala vecchia. Maledette le giovani che hanno sempre ragione e quando sono svergognate e quando fanno le smorfiose.
—Badate a non ispegnere quella lucerna, disse Lucia.
—Sì, sì, rispose la vecchia, e senza più rivolger la parola a Lucia, si coricò brontolando[215].
Lucia rimase nel suo angolo. Era questo per lei in quella orrenda[216]giornata il primo momento di riposo; ma quale riposo! I pensieri che l'avevano assalita tumultuosamente ad intervalli nel giorno, tornavano tutti in una volta ad assediare la povera sua mente. Le memorie così recenti, così vive, così atroci di quelle ore, di quel viaggio, di quell'arrivo, si affollavano alla sua fantasia. L'avrebbero oppressa se fossero state memorie d'un pericolo trascorso: e che dovevano fare, nel mezzo del pericolo stesso, nella durata, nella orribile incertezza dell'avvenimento! Qual passato! e qual presente! quel silenzio, quella compagnia, quel luogo: qual notte! e per giungere a quel domani! L'infelice intravedeva ben qualche cosa della orditura spaventosa del laccio dove era stata tirata, ma rifuggiva dal pensiero di scoprirne più in là. Di quando in quando le parole di speranza del Conte la rincoravano: le andava ripetendo fra sè, s'immaginava di essere l'indomani fuori di quell'antro con sua madre, ma un altro avvenire possibile rispingeva questa immaginazione, e a tutta forza veniva a collocarsi nella sua mente. Tremava, si faceva animo, sperava, disperava, pregava. Le forze del corpo finalmente cedettero ad un tale combattimento dell'animo e Lucia fu presa da una febbre violenta. Le sue idee divennero più vive, più forti, ma più interterrotte,più mescolate, più varie, si urtarono più rapidamente, e la confusione, togliendole una parte della coscienza, rese sofferibile un'angoscia che altrimenti ella non avrebbe potuto sofferire e vivere. Nel calore della sua preghiera, le parve ad un tratto che la preghiera sarebbe stata più accetta, certamente esaudita, se con la preghiera ella avesse offerto in sacrificio quelle che altre volte erano state le sue più liete speranze. L'unica speranza di quel momento, quella di uscire da quel pericolo, le parve con questo divenire più fondata, più ferma: aperse gli occhj, li girò con sospetto e con ansietà nel barlume di quella stanza; tese l'orecchio e non udì altro che il russare della vecchia; si levò chetamente, stette ginocchioni; e votò alla Vergine di viver casta, senza nozze terrene, s'ella poteva uscire intatta da quel pericolo. Proferito il voto, o quello che a Lucia parve tale, ella si sentì come racconsolata; si raccosciò nel suo angolo, e passò il resto della notte in un letargo febbrile, interrotto da sussulti e da vaneggiamenti.
VI.Conversione del Conte del Sagrato.Il Conte, partito da quella stanza, andò secondo il suo costume a visitare i posti del suo castello, a vedere se le guardie erano poste ai luoghi stabiliti, se tutto era in ordine, e si chiuse nella sua stanza. Ma l'immagine di Lucia non l'aveva mai abbandonato nel suo giro: ma quando egli si trovò solo nella sua stanza, senza più nulla da fare che d'ascoltare i suoi pensieri, e di dormire, se avesse potuto, quella immagine più viva, più potente si pose a sedere nella sua mente, e vi stette.Che sciocca curiosità da femminetta, m'è venuta, andava egli pensando, di andare a vedere questa giovane? Ho dovuto sentire dalla sua bocca di quelle cose che nessun uomo vivente avrebbe ardito dirmi sul volto. Le ho sentite e mi seccano. Perchè non è figlia d'uno spagnuolo? o di qualcuno di quei sozzi birbanti che m'hanno bandito: che avrei goduto di sentirla guaire, di vederla tremante ai miei piedi. Ma costei non mi ha mai fatto male... Ecco lo andavaripetendo... pareva sapesse che questa era la corda da toccare per farmi compassione... Compassione!... ma certo io ho avuto compassione: la sento ancora... e qualche cosa di peggio... Che diavolo ho io addosso questa notte?... Ha fatto compassione perfino al Tanabuso! Oh aveva ragione quella bestia, quando disse che sarebbe stato men male averle data una schioppettata... Poveretta! una schioppettata.... no, credo che mi avrebbe fatto compassione anche morta. Eh sciocchezza! i morti almeno non si stanno a guardare, non si sentono, non vi si mettono ginocchioni davanti... è un conto saldato. Dicono mo' i preti che un giorno hanno a risuscitar tutti quanti! Poh! imposture! imposture, non è vero, non è vero. Vorrebb'essere una bella processione.E qui cominciarono a schierarsi dinanzi alla sua memoria tutti quelli ch'egli aveva cacciati o fatti cacciare dal mondo, dal primo ch'egli, essendo ancor giovanetto, aveva passato con una stoccata, per una rivalità d'amore, fino all'ultimo, che aveva fatto scannare, per servire alla vendetta di un suo corrispondente; tutti coi loro volti, nell'atto del morire, e quelli che egli non aveva veduti, ma uccisi soltanto col comando, la sua fantasia dava loro i volti e gli atti.Via, via, sciocchezze, diceva: sono io diventato un ragazzo? domani a giorno chiaro riderò di me. E se domani a sera costoro mi tornassero in mente? Che dovessi passar sempre la notte così? Diavolo! comincio ad invecchiare: vorrebb'essere un tristo vivere,e un tristo... morire. Che cosa m'ha detto quella poveretta? Oh Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia. Che sa mai quella contadina? L'ha inteso dire dal curato e lo ha creduto. Imposture. Ho sempre detto imposture, e quando aveva proferita questa parola, bastava, ma adesso non serve... tornano sempre quei pensieri. Sono io quello? Sono stato tanto tempo un uomo, non ci ho pensato; ho avuto l'animo di farne tante, tante... Ebbene! ne ho fatte troppe... se non le avessi fatte... in verità sarebbe meglio. A buon conto l'opera di misericordia sono in tempo di farla. Poniamo che appena fatto il giorno io entri nella sua stanza: la poveretta si spaventa; ma io le dirò subito, subito: vi lascio in libertà, vi farò condurre a casa. Oh come si cangerà in volto! che cosa mi dirà! mi darà delle benedizioni, che mi faranno bene. Voglio badar bene a tutto quello che mi dirà, e ricordarmene per pensarvi la notte. Oh sono fanciullaggini... ma a buon conto io non posso dormire. Ma quando verrà giorno! Che notte eterna! Mi pare quella notte ch'io passai ad agguattare dietro un angolo quel temerario di Vercellino, che doveva tornare dal festino di corte... Ecco, io stava lì cheto, cheto; quando sentiva una pesta, guardava fiso, fiso; non era egli, ed io ritto e cheto nel mio angolo: sento una pedata che mi par quella, sporgo il capo, guardo, è colui; fuori, addosso col mio stocco: mandò un gemito, e mi cadde sulle gambe, gli diedi una spinta e me ne andai... Oh che coraggio aveva allora! ero un uomo! e in un momentosono diventato.... che cosa son diventato? Che è accaduto? Non son sempre quello? Ecco, anche quel Vercellino vorrei non averlo ammazzato: se doveva pensare così un giorno, era meglio che avessi pensato così sempre. Vieni, o luce maledetta, ch'io possa uscire da questo covaccio di triboli, e andare a vedere quella ragazza. Ma devo lasciarla andare? Vedremo; vedremo come mi sentirò. Se potessi dormire almeno un'ora, forse mi sveglierei coll'animo di questa mattina. In questi e simili pensieri passò il Conte del Sagrato quasi tutta la notte; finalmente, non essendo il giorno lontano, la stanchezza lo vinse, e si assopì. Ma i pensieri che avevano riempiuta la sua veglia, trasmutati ora alquanto e rivestiti di forme più strane e più terribili lo accompagnarono nel sonno. Era già levato il sole, e il Conte stava affannoso sotto il giogo di quei sogni rammentatori, quando a poco a poco egli cominciò a risentirsi, scosso, come e quasi chiamato da un romore monotono, continuo, insolito. Stette alquanto tra il sonno e la veglia, e finalmente tutto desto, e gettato un gran sospiro, riconobbe un suono festoso di campane, e pensò che potesse essere, nè gli sovvenne di cosa che potesse essere allora cagione di festa. Si alzò, si vestì rapidamente, e prima d'andare alla stanza di Lucia (che la risoluzione gliene era rimasta) si fece alla finestra della sua stanza, che dominava il pendìo, prima rapido, poi più lento e quasi piano fino al lago; e qua e là villaggi sparsie case solitarie. Guardò intorno, e vide contadini e contadine, in abito da festa, per tutti i viottoli avviarsi verso la strada che conduceva al Milanese; altri uscire dalle porte e parlarsi quelli che s'incontravano in aria di premura e di festa. Che diavolo hanno in corpo costoro? disse egli fra sè, e tosto, chiamato uno de' suoi fidati, domandò la cagione di quel movimento e di quel concorso; e intese[217]che s'era risaputo la sera antecedente che il cardinale Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano, era giunto improvvisamente a Lecco, per visitare le parrocchie di quei contorni; e che tutti accorrevano a vedere quell'uomo, il quale dovunque si portasse attraeva sempre folla[218].Il Conte congedò con un cenno del capo il fidato, e rimase ancora un momento alla finestra a guardare; dicendo fra sè: come sono contenti costoro! e perchè? Perchè è arrivato un uomo che si porrà un bell'abito, e darà loro delle parole, e alzerà le mani tagliando l'aria in croce. Oh! come saltano: sembrano cavrioli: eh! avranno forse, certo, dormito meglio di me! Tanto contenta questa canaglia... edio... Voglio andare anch'io,—voglio veder questo uomo, che li fa esser tanto vogliosi, tanto contenti. Andrò, andrò. Voglio[219]parlargli; voglio un po' vedere anch'io quest'uomo. Ne dicono tante cose! Eh! come mi accoglierà egli? ricordati che sei il Conte del Sagrato. Ma che ho io paura di brutti musi? Io andare da lui: a che fare? che dirgli? Certo mi mostrerà due occhj arrovellati—Non importa: voglio andare a sentire che parole ha costui per render la gente così allegra[220]. Così detto, o pensato, il Conte stette un momento in fra due se dovevaprima andare alla stanza di Lucia. Dopo aver pensato qualche tempo: no, diss'egli, fra sè: non la vedrò: non voglio obbligarmi a nulla; voglio venirne all'acqua chiara con questo Federigo. Potrei lasciarla andare, e pentirmi. Se comincio a fuggire da uno spauracchio, a desistere da un'impresa, è finita, non son più un uomo. Parlato che avrò con costui mi convincerò che sono sciocchezze, e sarò più forte di prima... o se... costui... mi facesse... cangiare... sono sempre a tempo. Andiamo; sarà quel che sarà.Chiamò un'altra donna, alla quale, in presenza delTanabuso, impose che si portasse sola alla stanza di Lucia, che vedesse che nulla le mancasse, e che sopratutto ordinasse alla vecchia guardiana di trattarla con dolcezza e con rispetto; e che nessun uomo ardisse avvicinarsi a quella stanza.Dato quest'ordine, pensò se dovesse pigliar seco una scorta; e oh! via, disse, per dei preti e dei contadini? Vergogna! Se ci sarà alcuno che non mi conosca non avrà nulla da dirmi; per quelli che mi conoscono...!Così il Conte solo, ma tutto armato, uscì dal castello, scese l'erta e giunse nella via pubblica, la quale brulicava di viandanti; la turba cresceva ad ogni istante: a misura che la fama del Cardinale arrivato si diffondeva di terra in terra, tutti accorrevano. Ma in quella via affollata, il Conte camminava solo: quegli che se lo vedevano arrivare al fianco, s'inchinavano umilmente, e si scostavano come per rispetto, e allentavano il passo per restargli addietro: taluno di quegli che lo precedevano, rivolgendosi a caso a guardarsi dietro le spalle, lo scorgeva, lo annunziava sotto voce ai compagni, e tutti studiavano il passo per non trovarglisi in paro. Giunto al villaggio, sulla piazzetta, dov'era la chiesa e la casa del Parroco, trovò il Conte una turba dei già arrivati, che aspettavano il momento in cui il Cardinale entrasse nella chiesa per celebrare gli ufficj divini. E qui pure tutti quelli a cui si avvicinava, svignavano pian piano. Il Conte affrontò uno di questi prudenti in modo chenon gli potesse sfuggire e gli chiese bruscamente, come annojato che era di quel troppo rispetto, dove fosse il cardinale Borromeo. È lì nella casa del curato, rispose riverentemente l'interrogato. Il Conte si avviò alla casa fra la turba, che si divideva come le acque del Mar Rosso al passaggio degli Ebrei, ed entrò sicuramente nella casa. Quivi un bisbiglio, una curiosità timida, un'ansia, un non saper come accoglierlo. Egli, rivolto ad un prete, gli disse che voleva parlare col Cardinale, e chiedeva di essergli tosto annunziato. Il prete, che era del paese, fu contento d'avere una commissione del Conte per allontanarsi da lui, e riferì l'ambasciata ad un altro prete del seguito del Cardinale. Quegli si ritirò a consultare coi suoi compagni; e finalmente, di mala voglia entrò, per dire a Federigo quale visita si presentava.[221]
Conversione del Conte del Sagrato.
Il Conte, partito da quella stanza, andò secondo il suo costume a visitare i posti del suo castello, a vedere se le guardie erano poste ai luoghi stabiliti, se tutto era in ordine, e si chiuse nella sua stanza. Ma l'immagine di Lucia non l'aveva mai abbandonato nel suo giro: ma quando egli si trovò solo nella sua stanza, senza più nulla da fare che d'ascoltare i suoi pensieri, e di dormire, se avesse potuto, quella immagine più viva, più potente si pose a sedere nella sua mente, e vi stette.
Che sciocca curiosità da femminetta, m'è venuta, andava egli pensando, di andare a vedere questa giovane? Ho dovuto sentire dalla sua bocca di quelle cose che nessun uomo vivente avrebbe ardito dirmi sul volto. Le ho sentite e mi seccano. Perchè non è figlia d'uno spagnuolo? o di qualcuno di quei sozzi birbanti che m'hanno bandito: che avrei goduto di sentirla guaire, di vederla tremante ai miei piedi. Ma costei non mi ha mai fatto male... Ecco lo andavaripetendo... pareva sapesse che questa era la corda da toccare per farmi compassione... Compassione!... ma certo io ho avuto compassione: la sento ancora... e qualche cosa di peggio... Che diavolo ho io addosso questa notte?... Ha fatto compassione perfino al Tanabuso! Oh aveva ragione quella bestia, quando disse che sarebbe stato men male averle data una schioppettata... Poveretta! una schioppettata.... no, credo che mi avrebbe fatto compassione anche morta. Eh sciocchezza! i morti almeno non si stanno a guardare, non si sentono, non vi si mettono ginocchioni davanti... è un conto saldato. Dicono mo' i preti che un giorno hanno a risuscitar tutti quanti! Poh! imposture! imposture, non è vero, non è vero. Vorrebb'essere una bella processione.
E qui cominciarono a schierarsi dinanzi alla sua memoria tutti quelli ch'egli aveva cacciati o fatti cacciare dal mondo, dal primo ch'egli, essendo ancor giovanetto, aveva passato con una stoccata, per una rivalità d'amore, fino all'ultimo, che aveva fatto scannare, per servire alla vendetta di un suo corrispondente; tutti coi loro volti, nell'atto del morire, e quelli che egli non aveva veduti, ma uccisi soltanto col comando, la sua fantasia dava loro i volti e gli atti.
Via, via, sciocchezze, diceva: sono io diventato un ragazzo? domani a giorno chiaro riderò di me. E se domani a sera costoro mi tornassero in mente? Che dovessi passar sempre la notte così? Diavolo! comincio ad invecchiare: vorrebb'essere un tristo vivere,e un tristo... morire. Che cosa m'ha detto quella poveretta? Oh Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia. Che sa mai quella contadina? L'ha inteso dire dal curato e lo ha creduto. Imposture. Ho sempre detto imposture, e quando aveva proferita questa parola, bastava, ma adesso non serve... tornano sempre quei pensieri. Sono io quello? Sono stato tanto tempo un uomo, non ci ho pensato; ho avuto l'animo di farne tante, tante... Ebbene! ne ho fatte troppe... se non le avessi fatte... in verità sarebbe meglio. A buon conto l'opera di misericordia sono in tempo di farla. Poniamo che appena fatto il giorno io entri nella sua stanza: la poveretta si spaventa; ma io le dirò subito, subito: vi lascio in libertà, vi farò condurre a casa. Oh come si cangerà in volto! che cosa mi dirà! mi darà delle benedizioni, che mi faranno bene. Voglio badar bene a tutto quello che mi dirà, e ricordarmene per pensarvi la notte. Oh sono fanciullaggini... ma a buon conto io non posso dormire. Ma quando verrà giorno! Che notte eterna! Mi pare quella notte ch'io passai ad agguattare dietro un angolo quel temerario di Vercellino, che doveva tornare dal festino di corte... Ecco, io stava lì cheto, cheto; quando sentiva una pesta, guardava fiso, fiso; non era egli, ed io ritto e cheto nel mio angolo: sento una pedata che mi par quella, sporgo il capo, guardo, è colui; fuori, addosso col mio stocco: mandò un gemito, e mi cadde sulle gambe, gli diedi una spinta e me ne andai... Oh che coraggio aveva allora! ero un uomo! e in un momentosono diventato.... che cosa son diventato? Che è accaduto? Non son sempre quello? Ecco, anche quel Vercellino vorrei non averlo ammazzato: se doveva pensare così un giorno, era meglio che avessi pensato così sempre. Vieni, o luce maledetta, ch'io possa uscire da questo covaccio di triboli, e andare a vedere quella ragazza. Ma devo lasciarla andare? Vedremo; vedremo come mi sentirò. Se potessi dormire almeno un'ora, forse mi sveglierei coll'animo di questa mattina. In questi e simili pensieri passò il Conte del Sagrato quasi tutta la notte; finalmente, non essendo il giorno lontano, la stanchezza lo vinse, e si assopì. Ma i pensieri che avevano riempiuta la sua veglia, trasmutati ora alquanto e rivestiti di forme più strane e più terribili lo accompagnarono nel sonno. Era già levato il sole, e il Conte stava affannoso sotto il giogo di quei sogni rammentatori, quando a poco a poco egli cominciò a risentirsi, scosso, come e quasi chiamato da un romore monotono, continuo, insolito. Stette alquanto tra il sonno e la veglia, e finalmente tutto desto, e gettato un gran sospiro, riconobbe un suono festoso di campane, e pensò che potesse essere, nè gli sovvenne di cosa che potesse essere allora cagione di festa. Si alzò, si vestì rapidamente, e prima d'andare alla stanza di Lucia (che la risoluzione gliene era rimasta) si fece alla finestra della sua stanza, che dominava il pendìo, prima rapido, poi più lento e quasi piano fino al lago; e qua e là villaggi sparsie case solitarie. Guardò intorno, e vide contadini e contadine, in abito da festa, per tutti i viottoli avviarsi verso la strada che conduceva al Milanese; altri uscire dalle porte e parlarsi quelli che s'incontravano in aria di premura e di festa. Che diavolo hanno in corpo costoro? disse egli fra sè, e tosto, chiamato uno de' suoi fidati, domandò la cagione di quel movimento e di quel concorso; e intese[217]che s'era risaputo la sera antecedente che il cardinale Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano, era giunto improvvisamente a Lecco, per visitare le parrocchie di quei contorni; e che tutti accorrevano a vedere quell'uomo, il quale dovunque si portasse attraeva sempre folla[218].
Il Conte congedò con un cenno del capo il fidato, e rimase ancora un momento alla finestra a guardare; dicendo fra sè: come sono contenti costoro! e perchè? Perchè è arrivato un uomo che si porrà un bell'abito, e darà loro delle parole, e alzerà le mani tagliando l'aria in croce. Oh! come saltano: sembrano cavrioli: eh! avranno forse, certo, dormito meglio di me! Tanto contenta questa canaglia... edio... Voglio andare anch'io,—voglio veder questo uomo, che li fa esser tanto vogliosi, tanto contenti. Andrò, andrò. Voglio[219]parlargli; voglio un po' vedere anch'io quest'uomo. Ne dicono tante cose! Eh! come mi accoglierà egli? ricordati che sei il Conte del Sagrato. Ma che ho io paura di brutti musi? Io andare da lui: a che fare? che dirgli? Certo mi mostrerà due occhj arrovellati—Non importa: voglio andare a sentire che parole ha costui per render la gente così allegra[220]. Così detto, o pensato, il Conte stette un momento in fra due se dovevaprima andare alla stanza di Lucia. Dopo aver pensato qualche tempo: no, diss'egli, fra sè: non la vedrò: non voglio obbligarmi a nulla; voglio venirne all'acqua chiara con questo Federigo. Potrei lasciarla andare, e pentirmi. Se comincio a fuggire da uno spauracchio, a desistere da un'impresa, è finita, non son più un uomo. Parlato che avrò con costui mi convincerò che sono sciocchezze, e sarò più forte di prima... o se... costui... mi facesse... cangiare... sono sempre a tempo. Andiamo; sarà quel che sarà.
Chiamò un'altra donna, alla quale, in presenza delTanabuso, impose che si portasse sola alla stanza di Lucia, che vedesse che nulla le mancasse, e che sopratutto ordinasse alla vecchia guardiana di trattarla con dolcezza e con rispetto; e che nessun uomo ardisse avvicinarsi a quella stanza.
Dato quest'ordine, pensò se dovesse pigliar seco una scorta; e oh! via, disse, per dei preti e dei contadini? Vergogna! Se ci sarà alcuno che non mi conosca non avrà nulla da dirmi; per quelli che mi conoscono...!
Così il Conte solo, ma tutto armato, uscì dal castello, scese l'erta e giunse nella via pubblica, la quale brulicava di viandanti; la turba cresceva ad ogni istante: a misura che la fama del Cardinale arrivato si diffondeva di terra in terra, tutti accorrevano. Ma in quella via affollata, il Conte camminava solo: quegli che se lo vedevano arrivare al fianco, s'inchinavano umilmente, e si scostavano come per rispetto, e allentavano il passo per restargli addietro: taluno di quegli che lo precedevano, rivolgendosi a caso a guardarsi dietro le spalle, lo scorgeva, lo annunziava sotto voce ai compagni, e tutti studiavano il passo per non trovarglisi in paro. Giunto al villaggio, sulla piazzetta, dov'era la chiesa e la casa del Parroco, trovò il Conte una turba dei già arrivati, che aspettavano il momento in cui il Cardinale entrasse nella chiesa per celebrare gli ufficj divini. E qui pure tutti quelli a cui si avvicinava, svignavano pian piano. Il Conte affrontò uno di questi prudenti in modo chenon gli potesse sfuggire e gli chiese bruscamente, come annojato che era di quel troppo rispetto, dove fosse il cardinale Borromeo. È lì nella casa del curato, rispose riverentemente l'interrogato. Il Conte si avviò alla casa fra la turba, che si divideva come le acque del Mar Rosso al passaggio degli Ebrei, ed entrò sicuramente nella casa. Quivi un bisbiglio, una curiosità timida, un'ansia, un non saper come accoglierlo. Egli, rivolto ad un prete, gli disse che voleva parlare col Cardinale, e chiedeva di essergli tosto annunziato. Il prete, che era del paese, fu contento d'avere una commissione del Conte per allontanarsi da lui, e riferì l'ambasciata ad un altro prete del seguito del Cardinale. Quegli si ritirò a consultare coi suoi compagni; e finalmente, di mala voglia entrò, per dire a Federigo quale visita si presentava.[221]