APPENDICII.Il principio del Romanzo nella prima minuta.24 Aprile 1821.CAP. I.Il Curato di...Quel ramo del lago di Como d'onde esce l'Adda e che giace fra due catene non interrotte di monti da settentrione a mezzogiorno, dopo aver formati varj seni e per così dire piccioli golfi d'ineguale grandezza, si viene tutto ad un tratto a ristringere; ivi il fluttuamento delle onde si cangia in un corso diretto e continuato, di modo che dalla riva si può, per dir così, segnare il punto dove il lago divien fiume[145]. Il ponte, che in quel luogo congiunge le duerive, rende ancor più sensibile all'occhio ed all'orecchio questa trasformazione: poichè gli argini perpendicolari, che lo fiancheggiano, non lasciano venirle onde a battere sulle rive, ma le avviano rapide sotto gli archi; e presso a quegli argini uno può quasi sentire il doppio e diverso rumore dell'acqua, la quale qui viene a rompersi in piccioli cavalloni sull'arena, e a pochi passi, tagliata dalle pile di macigno, scorre sotto gli archi con uno strepito per così dire fluviale. Dalla parte che guarda a settentrione, e che a quel punto si può chiamare la riva destra dell'Adda, il ponte posa sopra un argine addossato alla estrema falda del Monte di S. Michele; il quale si bagnerebbe nel fiume se l'argine non vi fosse frapposto. Ma dall'opposto lato il ponte è appoggiato al lembo di una riviera che scende verso il lago con un molle pendìo, sul quale per lungo tratto il passeggero può quasi credere di scorrere una perfetta pianura. Questa riviera è manifestamente formata da tre grossi torrenti, i quali, spingendo la ghiaja, i ciottoli e i massi rotolati dal monte, hanno a poco a poco spinte le rive avanti nel lago, ed erano abbastanza vicini perchè le ghiaje gettate da essi a destra e a sinistra abbiano potuto col tempo toccarsi e formare un terreno sodo. Allora hanno cominciato a correre in un letto alquanto più regolare, poichè questi stessi depositi hanno loro servito d'argine, e il successivo loro impicciolimento, cagionato dall'abbassamento dei monti, dal diboscamento, e dalla dispersione delle acque, gli ha rinchiusi in un letto più angusto. Così il terreno che li divide ha potuto essere abitato e coltivato dagli uomini. Il lembo della riviera che viene a morire nel lago è di nuda e grossa arena presso ai torrenti, e uliginoso negli intervalli, ma appena appena dove il terreno s'alza al di sopra delle escrescenze del lago e del traripamento della foce dei torrenti, ivi tutto è prati, campagne e vigneti, e questo tratto d'ineguale lunghezza è in alcuniluoghi forse d'un miglio. Dove il pendìo diventa più ripido son più frequenti, e assai più lo erano per lo passato, gli ulivi; al di sopra di questi e sulle falde antiche dei monti cominciano le selve di castagni, e al di sopra di queste sorgono le ultime creste dei monti, in parte nudo e bruno macigno, in parte rivestite di pascoli verdissimi, in parte coperte di carpini, di faggi e di qualche abete. Fra questi alberi crescono pure varie specie di sorbi e di dafani, il cameceraso, il rododendro ferrugigno ed altre piante montane, le quali rallegrano e sorprendono il cittadino dilettante di giardini, che per la prima volta le vede in quei boschi, e che non avendole incontrate che negli orti e nei giardini, è avvezzo a considerarle colla fantasia come quasi un prodotto della coltura artificiale piuttosto che una spontanea creazione della natura. Dove poi la mano dell'uomo ha potuto portare una più fruttifera coltivazione, fino presso alle vette non ha lasciato di farlo, e si vedono di tratto in tratto dei piccioli vigneti posti su un rapido pendìo e che terminano col nudo sasso del comignolo. La riviera è tutta sparsa di case e di villaggi: altri alla riva del lago, anzi nel lago stesso quando le sue acque s'innalzano per le pioggie, altri sui varj punti del pendìo, fino al punto dove la montagna è nuda, perpendicolare ed inabitabile. Lecco è la principale di queste terre e dà il nome alla riviera: un grosso borgo a questi tempi e che altre volte aveva l'onore di essere un discretamente forte castello; onore al quale andava unito il piacere di avervi una stabile guarnigione ed un comandante, che all'epoca in cui accade la storia che siamo per narrare era spagnuolo. Dall'una all'altra di queste terre, dalle montagne al lago, da una montagna all'altra corrono molte stradicciuole, ora erte,ora dolcemente pendenti, ora piane, chiuse per lo più da muri fatti di grossi ciottoloni e coperti qua e là di antiche edere, le quali dopo aver colle barbe divorato il cemento, ficcano le barbe stesse fra un sasso e l'altro e servono esse di cemento al muro, che tutto nascondono. Di tempo in tempo invece di muri passano le anguste strade fra siepi, nelle quali al pruno e al biancospino s'intreccia di tratto in tratto il melagrano, il gelsomino, il lilac e il filadelfo. Una di queste strade percorre tutta la riviera, ora abbassandosi, ora tirando più verso il monte, ora in mezzo le vigne, ed ora sulla linea che divide i colti dalle selve. Questa strada è talvolta seppellita fra due muri che superano la testa del passeggero, dimodochè egli non vede altro che il cielo e le vette dei monti: ma spesso lascia un libero campo alla vista, la quale quasi ad ogni passo scopre nuovi, ampii e bellissimi prospetti. Poichè guardando verso settentrione tu vedi il lago chiuso nei monti che sporgono innanzi e rientrano e formano ad ogni tratto seni o ameni o tetri, finchè la vista si perde in uno sfondo azzurro di acque e di montagne; verso mezzogiorno vedi l'Adda, che, appena uscita dagli archi del ponte, torna a pigliar figura di lago, e poi si ristringe ancora e scorre come fiume, dove il letto è occupato da banchi di sabbia portati da torrenti, che formano come tanti istmi: dimodochè l'acqua si vede prolungarsi fino all'orizzonte come una larga e lucida spira. Sul capo hai i massi nudi e giganteschi e le foreste, e guardando sotto di te e in faccia, vedi il lungo pendìo, distinto dalle varie colture, che sembrano striscie di varj verdi, il ponte ed un breve tratto di fiume fra due larghi e limpidi stagni, e poscia, risalendo collo sguardo, lo arresti sul Monte Barro, che ti sorge in faccia e chiude il lago dall'altraparte. Ma non termina quel monte la vista da ogni parte, poichè di promontorio in promontorio declina fino ad una valle che lo separa dal monte vicino; e come in alcune parti la stradetta si eleva al di sopra del livello di questa valle, da quei punti il tuo occhio segue tra i due monti che hai in prospetto un'apertura, che dalla valle ti lascia travedere qualche parte dell'amenissimo piano che è posto al mezzogiorno del Monte Barro. La giacitura della riviera, i contorni e le viste lontane tutto concorrono a renderlo un paese che chiamerei uno dei più belli del mondo, se avendovi passata una gran parte della infanzia e della puerizia e le vacanze autunnali della prima giovinezza, non riflettessi che è impossibile dare un giudizio spassionato dei paesi a cui sono associate le memorie di quegli anni[146]. [Alla estremità del ramo] [Sulla riva meridionale del ramo del[Lario]Lario che] Quel ramo del lago di Como d'onde esce l'Adda e che giace fra due catene non interrotte di monti da settentrione a mezzogiorno, dopo aver formati varj seni e per così dire piccioli golfi d'ineguale grandezza, si [ristringe alla fine] [viene alla fine a ristringer per tal modo che] [ristringe] viene tutto ad un tratto a ristringere [per tal modo, e[ri]avvicina le sue[ri]due riviere a segno che si può[dire]fissare che a quel punto il lago cessi e il fiume cominci[.] [si può manifesta]e a cambiare l'ondeggiamento] ivi il fluttuamento [vario] delle onde si cangia in un corso [diretto e seguito che] diretto e continuato di modo che [si può] dalla riva si può per dir così segnare il punto dove il lago divien fiume. Il ponte che in quel luogo congiunge le due rive, [e che aumenta il corso[dell'acqua]e il rumore fluviale dell'acqua[dell'acqua]e le dà[per così]un rumore per così dire fluviale[compisce all'occhio] [rendono]rende ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione]». A questo punto si legge in margine: «[gli argini[che non lasciano batter]perpendicolari che non lasciano venir le onde a battere sulla riva ma le costringono in un letto, e le fanno correre sotto gli archi con uno strepito per così dire assolutamente fluviale]». Quindi prosegue nella colonna: «[rendono] [rende ancor più sensibile all'occhio ed alla fantasia[ed all]questa subita trasformazione:] rende ancor più sensibile all'occhio ed all'orecchio questa trasformazione: [poichè gli argini[non lasciano]perpendicolari che lo fiancheggiano non[perm]lasciano] [poichè cessano le rive] [poichè gli argini perpendicolari che lo fiancheggiano non lasciano ven] [poichè ivi cessano le rive] [poichè gli argini perpendicolari che lo fiancheggiano non lasciano] [poichè invece di batter sovra] poichè gli argini perpendicolari che lo fiancheggiano non lasciano venir le onde a battere sulla riva ma le avviano rapide sotto gli archi; [e l'uo] [e chi] [e l'uomo seduto presso] [e stando presso gli argini] [e dove] e presso a quegli argini uno può quasi sentire il doppio e diverso rumore dell'acqua, [e dove ella] la quale qui viene a rompersi in [onde sull] piccioli cavalloni sull'arena, e [dove scorre travolta dai] a pochi passi tagliata dalle pile di macigno scorre sotto gli archi con uno strepito per così dire fluviale». (Ed.)]Su questa stradetta veniva lentamente, dicendo l'ufizio ed avviandosi verso casa, una bella sera di autunno dell'anno 1628, il curato di una di quelle terre che abbiamo accennate di sopra[147].II.Il principio del Romanzo nella seconda minuta.Gli Sposi promessi.CAP. I.Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, chiuso e come guidato da due catene non interrotte di monti, stendendosi in seni e golfi d'ineguale grandezza, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, viene quasi tutto ad un tratto a ristringersi e a prender corso ed aspetto di fiume tra una montagna ed un'ampia riviera, formata lentamente dal deposito di tre grossi e vicini torrenti. Il lungo ponte, che in quel luogo congiunge le due rive, rende ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione, e par che divida il lago dall'Adda. A diritta, la testa del ponte posa su le radici del monte Sanmichele; l'altra è piantata nel lembo della riviera, che scende con lento pendìo, appoggiata alle falde della montagna nominatail Resegonedai molti suoi comignoli acuti e separati a guisa d'una sega. Il lembo estremo, interciso dalle foci dei torrenti, è di nuda e grossa ghiaja, e ad intervalli uliginoso. Ma dove il terreno comincia a sollevarsi sopra leescrescenze del lago e il traripamento dei torrenti, tutto è prati, campi e vigneti, sparsi di ville e di paesetti; al di sopra, dove l'erta si fa più ripida, e il monte comincia a separarsi in promontorii e in valli, sono selve di castagni, di carpini, di faggi, e al di sopra ancora le ultime creste dei monti, in parte nudo ed eretto macigno, in parte rivestite di verdissimi pascoli o di foreste, e cosparse di casali e di tugurii. Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace su la riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando egli ingrossa: un borgo considerevole al giorno d'oggi, e che s'incammina a diventare città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che siamo per narrare, Lecco era di più un passabilmente forte castello, e aveva perciò l'onore di alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnuoli, che insegnavano la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavano di tempo in tempo qualche marito, qualche padre, qualche fratello, e sul finire dell'estate non mancavano mai di spandersi nelle vigne per attaccare qualche grappolo ai tralci, ed aumentare così la vendemmia.Dall'una all'altra di quelle terre, dalle alture al lago, da una altura all'altra, giù per le picciole valli interposte, correvano, e corrono tuttavia molte stradicciuole, ora erte, ora dolcemente inclinate, or piane, chiuse per lo più da muri composti di grossi ciottoli, e rivestiti qua e là di antiche edere, che dopo aver divorato colle barbe il cemento, ne fanno le veci, e tengono legato il muro, che fanno verdeggiare. Per qualche tratto quelle stradicciuole sono affondate e come sepolte fra i muri, di modo che il passeggiero, levando il guardo, non vede altro che il cielo e qualche vetta di monte; ad altri intervalli ilmuro, che dalla parte più bassa sostiene la strada a guisa di bastione, non s'innalza sul suolo di quella più che un parapetto, e quivi la vista del viandante può spaziare per varii ed amenissimi prospetti. Verso settentrione domina l'azzurro piano del lago, tagliato da istmi e da promontorii, e su le rive paesetti che l'onda riflette capovolti; a mezzogiorno l'Adda che appena uscita dagli archi del ponte si allarga di nuovo in picciolo lago, poi si ristringe, e serpeggia, e si prolunga fino all'orizzonte in larga e lucida spira: sul capo del riguardante si mostrano i massi elevati, ineguali delle montagne, sotto di lui il pendìo coltivato, i paesetti, il ponte, in faccia la riva opposta del lago, e risalendo per essa il monte che lo chiude.Per una di queste stradicciuole tornava lentamente dal passeggio verso casa, al cadere del giorno 7 di novembre dell'anno 1628, il curato (questa è la prima reticenza del nostro autore) d'una delle terre accennate di sopra.III.Il principio del Romanzo nella copia per la censura[148].Gli Sposi promessi.CAP. I.Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, chiuso e come guidato da due catene non interrotte di monti, stendendosi in seni e golfi d'ineguale grandezza, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, viene quasi tutto ad un tratto a ristringersi tra una montagna, ed un'ampia riviera formata lentamente dal deposito di tre grossi, e vicini torrenti;e prende quivi corso ed aspetto di fiume. Il lungo ponte, che in quel luogo congiunge le due rive, rende ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione e par che divida il lago dall'Adda. A diritta, la testa del ponte posa su le radici delmonteSanmichele; l'altra è piantata nel lembo della riviera che scende con lento pendìo, appoggiata alle falde della montagna nominata il Resegone dai molti suoi comignoli acuti e separati, a guisadei denti d'una sega. Il lembo estremo, interciso dalle foci dei torrenti, è di nuda e grossa ghiaja e ad intervalli uliginoso. Ma dove il terreno comincia a sollevarsial disopradelleescrescenze del lagoe deltraripamento dei torrenti, tutto è prati, campi e vigneti, sparsi di ville e di paesetti.Più su, dove l'erta si fa più ripida, ed il monte comincia a separarsi in promontorii ed in valli, sono selve di castagni, di carpini, di faggi.Più suancora le ultime creste dei monti,in parte nudo ed eretto macigno, in parte rivestite di verdissimi pascoli o di foreste, e cosparse di casali e di tugurii. Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace su la riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando egli ingrossa: un borgo considerevole al giorno d'oggi, e che s'incammina a diventare città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che siamo per narrare, Lecco era di più un passabilmente forte castello, ed aveva perciò l'onore di alloggiare un comandante, ed il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavano la modestia alle fanciulle ed alle donne del paese, accarezzavano di tempo in tempo qualche marito, qualche padre, qualche fratello; e sul finire dell'estate non mancavano mai di spandersi nelle vigne per attaccare qualche grappolo ai tralci, ed aumentare così la vendemmia.Dall'una all'altra di quelle terre, dalle alture al lago, da una altura all'altra, giù per le picciole valli interposte, correvano e corrono tuttavia molte stradicciuole, ora erte, ora dolcemente inclinate, or piane, chiuse per lo più da muri composti di grossi ciottoli, e rivestiti qua elà di antiche edere che divorando colle barbe il cemento, si pongono in suo luogo, e tengono collegato il muro, che tutto d'esse verdeggia. Per qualche tratto sono quelle stradicciuole affondate e come sepolte fra i muri, di modo che il passeggiero, levando il guardo non iscopre altro che il cielo e qualche vetta di monte.Altrove son terrapieni, o giranti sull'orlo d'una spianata, o sporgenti in fuora dal pendìo come un lungo scaglione, sostenuti da muraglie che piombano erte al di fuori a guisa di bastione, ma sul sentiero non sorgono che ad altezza di parapetto; e quivi la vistadel viandante può spaziare per varii, ed amenissimi prospetti.Verso settentrione, domina l'azzurro piano del lago, tagliato da istmi, e da promontorii, e su le rive paesetti che l'onda riflette capovolti; a mezzogiorno l'Adda che appena uscita dagli archi del ponte si allarga di nuovo in piccolo lago, poi si ristringe e serpeggia e si prolunga fino all'orizzonte in larga e lucida spira: sul capo del riguardante si mostrano i massi elevati, ineguali delle montagne:al di sotto ilpendìo coltivato, i paesetti, il ponte: in faccia la riva opposta del lago, e risalendo per essa, il monte che lo chiude.Per una di queste stradicciuole tornava lentamente dal passeggio verso casa, al cadere del giorno 7 di novembre dell'anno 1628,don Abbondio *** curato d'una delle terre accennate di sopra. (Il nostro autore non la nomina; ed è questa la sua prima reticenza).IV.La fine del Romanzo nella prima minuta.Il tempo, che scorse tra le pubblicazioni e le nozze fu impiegato dagli sposi ai preparativi pel traslocamento a Bergamo e pel trasporto colà del loro modico avere, e Agnese, la quale, come il lettore se n'è avveduto, pareva sempre voler dominare nei discorsi, ma in fatto, povera donna, viveva per gli altri e faceva a modo dei suoi figlj, anche in questo caso si arrabattò per la causa comune: la vedova anch'essa non lasciava di dare una mano.Forse taluno di quegli che credono di veder meglio negli affari altrui, a prima giunta, che non vegga colui di cui sono gli affari, dopo avervi molto pensato, domanderà per qual motivo quella famiglia volesse abbandonare il luogo natale, la sua casuccia, il suo picciol fondo, ora che era tolto di mezzo colui che gl'impediva di posarvisi tranquillamente. Per tre ragioni principalmente.La prima: quantunque Fermo allora non ricevesse alcuna inquietudine per quella sua impresa di Milano, e la cattura fosse un titolo inoperoso, pure un sospetto, una reminiscenza, un mal uficio, poteva far risorgere l'antica querela e rimetterlo in Dio sa quale impiccio.La seconda è una di quelle ragioni che nel parlare astratto non si contano quasi per nulla, ma che nel caso concreto sono più potenti a determinare che molte altre. Ciò che Fermo aveva sofferto e temuto nel suo paese gliel'aveva reso spiacevole: il suo paese gli ricordava le angherie d'un soverchiatore, i pericoli della prigione e di peggio, poi il furore del popolo, che lo cercava a morte. Memorie di questo genere disgustano l'uomo dai luoghi che le richiamano, e se quei luoghi sono la patria, ne lo disgustano tanto più, appunto perchè gli guardava prima con fiducia e con affezione. Anche il bambolo riposa volentieri sul seno della nutrice, rifugge a quello da tutti i terrori, cerca con avidità la poppa, che lo ha nutricato fin allora, e s'accheta quando l'ha presa: ma se la nutrice, per divezzarlo, intinge la poppa d'assenzio, il bambino torce con dolore e con pianto il labbro da quella nuova amaritudine, e desidera un cibo diverso.Finalmente, i nostri sposi erano entrambi lavoratori di seta: triste circostanze gli avevano costretti a dismettere per molto tempo la loro professione; ma nè l'uno, nè l'altro aveva amore all'ozio; e il loro disegno era di ripigliare tosto il lavoro, per vivere tranquillamente e onestamente, e per nutrire ed allevare i figliuoli, che speravano, come tutti gli sposi fanno. Ora, l'industria della seta, come tutte le altre, era già decaduta spaventosamente nel Milanese, prima di quelle recenti sciagure; e queste le avevan poi dato l'ultimo crollo. Non è questo il luogo di descrivere quello stato di cose e di toccarne le cagioni. Già molte, nemiche d'ogni industria e d'ogni prosperità, appajono anche troppo in questa lunga storia; chi volesse conoscere le più immediate legga, se non le ha lette, le belle memorie storiche del conte P.Verri sulla economia pubblica dello Stato di Milano; e se vuol conoscere più a fondo, frughi nei documenti originali da cui quel valent'uomo ha cavate le sue memorie. Basti a noi il dire che l'uomo, il quale aveva abilità e voglia di lavorare, stentava nel Milanese, e che nel Bergamasco, come in altri Stati vicini, si offerivano esenzioni, privilegii ed altri incoraggiamenti ai lavoratori che volessero trasportarvisi. Questa differenza fece uscire una folla di operaj e rivivere in quegli Stati molte manifatture che perirono nel Milanese, dove avevano fiorito. Differente, per conseguenza, era anche l'aspetto dei due paesi. In Bergamo (non vogliam dire che fosse il paradiso terrestre) dopo la pestilenza, si vedevano tuttavia i tristi segni e i tristi effetti di quella: la spopolazione, le terre incolte, l'ardire cresciuto nei ribaldi, le abitudini dell'ozio e del vagabondare: ma in quella petulanza stessa v'era una cert'aria di allegria, nata, se non dalla abbondanza, almeno dalla sufficienza dei mezzi e dei capitali: quegli poi che avevano voglia di far bene trovavano in quei capitali una facilità grande e pronta. Ma nel Milanese una cagione viva e incessante di miseria sopravviveva alle miserie della peste: un sistema che onorava l'orgoglio ozioso, che favoriva la soverchieria perturbatrice, che alimentava tutti gli studj del raggiro e delle ciarle, un sistema oppressivo e impotente, insensato e immutabile, un sistema di rapine e di ostacoli, impediva l'industria, la pace e l'allegria.Scelta dunque un'altra patria, i nostri eroi erano però impacciati del come convertire in danaro i pochi beni che dovevano lasciare nel paese dove erano nati: ma la fortuna—non osiamo dire la provvidenza—la fortuna, che voleva favorirli in tutto, come uno scrittore che voglia terminar lietamente una storiainventata per ozio, trovò un ripiego anche a questo. I beni di Don Rodrigo erano passati per fedecommesso ad un parente lontano, il quale era un uomo di ben diverso conio, un galantuomo, un amico del cardinal Federigo. Prima di anelare a prender possesso di quella eredità, trovandosi egli col cardinale, gliene parlò.—Avrete forse una occasione di far del bene e di riparare il male che ha fatto Don Rodrigo, gli disse il Cardinale, e gli raccontò in succinto la persecuzione fatta da quello sgraziato ai nostri sposi e il danno di ogni genere che ne avevan patito. Se son vivi tuttora, soggiunse, non vi prego di far loro del bene, che con voi non fa bisogno; ma di darmi notizia di loro, e di dire a quella buona giovane ch'io mi ricordo sempre di lei e mi raccomando alle sue orazioni. Il galantuomo, appena giunto al castellotto, si fece indicare il villaggio degli sposi e si presentò al curato. Don Abbondio, al vedere il nuovo padrone di quella altre volte caverna di ladroni, umano, cortese, affabile, rispettoso verso i preti, voglioso di far del bene, non si può dire quanto ne fosse edificato. E quando quel signore lo richiese di Fermo e di Lucia e gli manifestò le sue intenzioni benevole, Don Abbondio non solo si prestò volentieri a secondarle, ma lo fece con una ispirazione molto felice.—Signor mio, diss'egli, questa buona gente è risoluta di lasciar questo paese; e il miglior servizio ch'ella possa render loro è di comperare quei pochi fondi che tengono qui. A lei potrà convenire di aggiungerli ai suoi possessi, e quella gente si troverà fuori d'un grande impiccio.Il signore gradì la proposta, anzi con molto garbo richiese Don Abbondio se non gli sarebbe dispiaciuto di condurlo a vedere quei fondi e insieme a conoscere quella brava gente.—È un onore immortale, disse Don Abbondio, facendo una gran riverenza; e andò in trionfo alla casa di Lucia con quel signore, il quale fece la proposta, che fu molto gradita. Il prezzo fu rimesso a Don Abbondio, a cui il signore disse all'orecchio che lo stabilisse molto alto. Don Abbondio così fece: ma il signore volle aggiungere qualche cosa: e per interrompere i ringraziamenti dei venditori, gli invitò a pranzo nel suo castello pel giorno dopo quello delle nozze.Quel giorno benedetto venne finalmente; gli sposi promessi furono marito e moglie; il banchetto fu molto lieto. Il giorno seguente ognuno può immaginarsi quali fossero i sentimenti degli sposi e quelli di Don Abbondio, entrando non solo con sicurezza, ma con accoglimento ospitale ed onorevole nel castello che era stato di Don Rodrigo: a render compiuta la festa mancava il Padre Cristoforo, ma egli era andato a star meglio. Non possiamo però ommettere una circostanza singolare di quel convito: il padrone non vi sedè, allegando che il pranzare a quell'ora non si confaceva al suo stomaco. Ma la vera cagione fu (oh miseria umana!) che quel brav'uomo non aveva saputo risolversi a sedere a mensa con due artigiani: egli, che si sarebbe recato ad onore di prestar loro i più bassi servigj, in una malattia. Tanto anche a chi è esercitato a vincere le più forti passioni è difficile il vincere una picciola abitudine di pregiudizio, quando un dovere inflessibile e chiaro non comandi la vittoria.Il terzo giorno, la buona vedova, con molte lagrime e con quelle promesse di rivedersi che si fanno anche quando si ignora se e quando sì potranno adempire, si staccò dalla sua Lucia e tornò a Milano: e gli sposi con la buona Agnese, che tutti edue ora chiamavano mamma, preso commiato da Don Abbondio, diedero un addio, che non fu senza un po' di crepacuore, ai loro monti, e s'avviarono a Bergamo. Avrebbero certamente divertito dalla loro strada per fare una visita al Conte del Sagrato, ma il terribile uomo era morto di peste, contratta nell'assistere ai primi appestati.La picciola colonia prosperò nel suo nuovo stabilimento col lavoro e con la buona condotta. Dopo nove mesi Agnese ebbe un bamboccio da portare attorno, e a cui dare dei baci, chiamandolo cattivaccio. Ella visse abbastanza per poter dire che la sua Lucia era stata una bella giovane e per sentir chiamar bella giovane una Agnese, che Lucia le diede qualche anno dopo il primo figliuolo[149]. Fermo pigliava sovente piacere a contare le sue avventure, e aggiungeva sempre: d'allora in poi ho imparato a non mischiarmi a quei che gridano in piazza, a non fare la tal cosa, a guardarmi dalla tal altra. Lucia però non si trovava appagatadi questa morale: le pareva confusamente che qualche cosa le mancasse. A forza di sentir ripetere la stessa canzone e di pensarvi ad ogni volta, ella disse un giorno a Fermo: Ed io, che debbo io avere imparato? io non sono andata a cercare i guaj, e i guaj sono venuti a cercarmi. Quando tu non volessi dire, aggiunse ella, soavemente sorridendo, che il mio sproposito sia stato quello di volerti bene e di promettermi a te. Fermo quella volta rimase impacciato, e Lucia, pensandovi ancor meglio, conchiuse che le scappate attirano bensì ordinariamente de' guaj; ma che la condotta la più cauta, la più innocente non assicura da quelli: e che quando essi vengono, o per colpa, o senza colpa, la fiducia in Dio gli raddolcisce e gli rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benchè trovata da una donnicciuola, ci è sembrata così opportuna, che abbiamo pensato di proporla come il costrutto morale di tutti gli avvenimenti che abbiamo narrati, e di terminare con essa la nostra storia.17 settembre 1823.V.La Serva di Don Abbondio.Colla compagnia di questi pensieri [Don Abbondio] giunse a casa, chiuse diligentemente la porta e andò a gettarsi su un seggiolone nel suo salotto, dove la sua serva Vittoria[150]stava parecchiando la tavola per la solita cena. Poche cose a questo mondo sono più difficili a nascondersi di quello che sieno i pensieri sul volto d'un curato agli occhi della serva. Ma lo spavento e l'agitazione di Don Abbondio erano così vivamente dipinti negli occhi, negli atti e in tutta la persona, che per distinguerli non vi sarebbero bisognati gli occhi della vecchia Vittoria.—Ma che cosa ha, signor padrone?—Niente, niente.Questa risposta di formalità, Vittoria se la dovevaaspettare, e non la contò per una risposta, e proseguì:—Come, niente? Signor padrone, ella ha avuto uno spavento: vuol darmi ad intendere?...—Quando dico niente, ripigliò Don Abbondio con impazienza, o è niente, o è cosa che non posso dire.Vittoria, vedendolo più presso alla confessione che non avrebbe sperato in due botte e risposte, andò sempre più incalzando.—Che non può dire nemmeno a me? Oh bella, chi si piglierà cura della sua salute? Chi rimedierà...—Tacete, tacete, e non parecchiate altro, che questa sera non cenerò.Quando Vittoria intese questo, fu certa che v'era una cosa da sapersi e che la cosa era grave, e giurò a sè stessa di non lasciare andare a dormire il curato senza averla saputa.—Ma, signor padrone, per l'amor di Dio mi dica che cosa ha: vuol ella ch'io sappia da altra parte che cosa le è accaduto?—Si, si, da brava, andate a fare schiamazzo, a metter la gente in sospetto.—Ma io non dirò niente, se ella mi toglie da questa inquietudine.—Non direte niente, come quando siete corsa a ripetere alla serva del curato nostro vicino tutti i miei lamenti contro il suo padrone, e m'avete messo nel caso di domandargli scusa, come quando...Vittoria sarebbe qui montata sulle furie se non avesse avuto un secreto da scavare, e se non avesse pensato che nulla allontana da questo intento come il piatire sopra cose estranee. Interruppe dunque Don Abbondio, ma in aria sommessa:—Oh, per amor del cielo, che va ella mai rimescolando:sono stata ben castigata; non aveva creduto far male, e dopo d'allora guarda che mi sia uscita una parola. Signor padrone, se io parlo...—Via, via, non giurate.—Ma vorrei poterla soccorrere, chi sa che io non abbia un povero parere da darle. Io l'ho sempre servita di cuore e con attenzione, ma ella sa, e qui fece una voce da piangere, ella sa che i misterj non li posso soffrire. Una serva fedele ha da sapere...In fondo il curato aveva voglia di scaricare il peso del suo cuore, onde fattigli ripetere seriamente i più grandi giuramenti, le narrò il miserabile caso: mentre la buona Vittoria, tra la gioja del trionfo e l'inquietudine del fatto, che non poteva esser lieto, spalancò gli orecchi e ristette colla posata alzata nel pugno, che tenne puntato sulla tavola.—Misericordia! sclamò Vittoria: oh gente senza timor di Dio, oh prepotenti, oh superbi, oh calpestatori dei poverelli, oh tizzoni d'inferno!—Zitto, zitto, a che serve tutto questo?—Ma come farà, signor padrone?—Oh! vedete, disse il curato in collera, i bei pareri che mi dà costei? Viene a domandarmi come farò, come farò, come se fosse ella nell'impiccio e che toccasse a me cavarnela.—Sa il cielo se me ne spiace, signor padrone; ma bisogna pensarci.—Sicuro, e nell'imbroglio son io.—Pur troppo, disse Vittoria, ma non si lasci spaventare: eh! se costoro potessero aver fatti come parole, il mondo sarebbe loro: Dio lascia fare, ma non strafare: e qualche volta cane che abbaja non morde.—Lo conoscete voi questo cane? e sapete quante volte ha morso?...—Lo conosco e so bene che...—Zitto, zitto, questo non serve.—Signor padrone, ella ci penserà questa notte, ma intanto non cominci a rovinarsi la salute per questo: mangi un boccone.—Ma, se non ho voglia.—Ma se le farà bene; e, detto questo, si avvicinò al seggiolone dov'era il curato e lo mosse alquanto, come per dargli la leva: il curato si alzò, ella spinse il seggiolone vicino alla tavola: il curato vi si ripose, e mangiato un boccone di mala voglia, facendo di tempo in tempo qualche esclamazione, come: Una bagattella! ad un galantuomo par mio, ed altre simili, se ne andò a letto colla intenzione di consultare tranquillamente e ordinatamente sui casi suoi[151].La consulta fu tempestosa e durò tutta la notte. L'egoismo, la debolezza e la paura vi si trovavano come in casa loro, l'astuzia doveva quindi essere incitata e ricevere l'incarico di proporre il partito, e così fu. Senza annojare il lettore colla relazione di tutte le fluttuazioni, dei ripieghi accettati e rigettati, basterà il dire che il partito di fare quello che si doveva, senza darsi per inteso della minaccia, non fu nemmeno discusso, che si pensò a quello di assentarsi, tanto da aspettare qualche benefizio dal tempo, ma questo anche fu rigettato, perchè non v'era spazio per eseguirlo. La celebrazione del matrimonio era stabilita pel giorno vegnente, e una partenza di buon mattino, senza lasciare nessuna disposizione, avrebbe avuto tutto il colore d'una fuga, ed esponeva a molti impicci e rendiconti. Fu però riservato questo ripiegoper l'ultimo, cercando intanto di guadagnar tempo e di agire sulla parte più debole. Don Abbondio si preparò a questo esperimento, passò in rassegna tutti i mezzi di superiorità e d'influenza che l'autorità, la scienza (in paragone di Fermo) e la pratica gli davano sopra quel povero giovane, e pensò al modo di farli giuocare. Questi bei trovati di Don Abbondio appariranno più chiaramente nel discorso ch'egli ebbe con Fermo. Fermo non si fece aspettare.···················L'accoglimento freddo e imbarazzato, l'impazienza e quasi la collera, il tuono continuo di rimbrotto, senza un perchè, quel farsi nuovo del matrimonio, che pure era concertato per quel giorno, e non ricusando mai di farlo quando che sia, parlare però come se fosse cosa da più non pensarvi, le insinuazioni fatte a Fermo di metterne il pensiero da un canto; il complesso insomma delle parole di Don Abbondio presentava un senso così incoerente e poco ragionevole, che a Fermo, ripensandovi così nell'uscire, non rimase più dubbio che non vi fosse di più, anzi tutt'altro di quello che Don Abbondio aveva detto. Stette Fermo in forse di ritornare al curato per incalzarlo a parlare, ma, sentendosi caldo, temette di non passare i limiti del rispetto, pensò alla fin fine che una settimana non ha più di sette giorni, e si avviò per portare alla sposa questa triste nuova. Sull'uscio del curato abbattè in Vittoria, che andava per una sua faccenda, e tosto pensò che forse da essa avrebbe potuto cavar qualche cosa, e, salutatala, entrò in discorso con lei.—Sperava che saremmo oggi stati allegri insieme, Vittoria.—Ma! quel che Dio vuole, povero Fermino.—Ditemi un poco, quale è la vera ragione delsignor curato per non celebrare il matrimonio oggi, come s'era convenuto.—Oh! vi pare ch'io sappia i secreti del signor curato?—È inutile avvertire che Vittoria pronunziò queste parole come si usa quando non si vuole esser creduto.—Via, ditemi quel che sapete; ajutate un povero figliuolo.—Mala cosa nascer povero, il mio Fermino.Per timore di annojare il lettore non trascriverò tutto il dialogo; dirò soltanto che Vittoria, fedele ai suoi giuramenti, non disse nulla positivamente, ma trovò un modo per combinare il rigore dei suoi doveri colla voglia di parlare. Invece di raccontare a Fermo ciò ch'ella sapeva, gli fece tante interrogazioni, e che toccavano talmente il fatto, noto a Vittoria, che avrebbero messo sulla via anche un uomo meno svegliato di Fermo, e meno interessato a scoprire la verità. Gli chiese se non s'era accorto, che qualche signore, qualche prepotente avesse gettati gli occhi sopra Lucia, etc.; parlò dei rischj che un curato corre a fare il suo dovere; del timore che uno scellerato impunito può incutere ad un galantuomo; fece insomma intender tanto, che a Fermo non mancava più che di sapere un nome. Finalmente, per timore, come si dice, di cantare, si separò da Fermo, raccomandandogli caldamente di non ridir nulla di ciò che le aveva detto.—Che volete ch'io taccia, disse Fermo, se non mi avete voluto dir nulla.—Eh! non è vero che non vi ho detto nulla? Me ne potrete esser testimonio, ma vi raccomando il segreto.—Così dicendo, si mise a correre per un viottolo che conduceva al luogo ov'ella era avviata. Fermo, che aveva acquistata tutta la certezza che unatrama iniqua era ordita contro di lui, e che il curato la sapeva, non potè più tenersi, e tornò in fretta alla casa di quello, risoluto di non uscire prima di sapere i fatti suoi, che gli altri sapevano così bene. Entrò dal curato.···················—Mi promettete ora, disse il curato, di non dir niente?Fermo, senza rispondere, gli chiese di nuovo perdono, eda lui, che molto anco voleaChiedere e udir, qual lume al soffio sparve.Don Abbondio, dopo d'averlo invano richiamato, tornò in casa, cercò Vittoria; Vittoria non v'era; egli non sapeva più quello che si facesse.Spesse volte è accaduto a personaggi assai più importanti di Don Abbondio di trovarsi in situazioni imbrogliate a segno di non sapere quale determinazione prendere, e non avendo nulla di opportuno da fare, e non potendo stare senza far nulla senza una buona ragione, trovarono che una febbre è una ragione ottima, e si posero al letto colla febbre. Questo disimpegno Don Abbondio non ebbe bisogno d'andarlo a cercare, perchè se lo trovò naturalmente. Lo spavento del giorno passato, l'agitazione della notte e lo spavento replicato di quella mattina lo servirono a maraviglia. Si ripose sul seggiolone tremando dal brivido e guardandosi le unghie e sospirando; giunse finalmente Vittoria. Risparmio al lettore i rimproveri e le scuse. Basti dire che Don Abbondio ordinò a Vittoria di chiamare due contadini suoi affidati e di tenerli come a guardia della casa, e di far sapere che il curato aveva la febbre. Dati questi ordini, sipose a letto, dove noi lo lasceremo senza più occuparci di lui un tratto di tempo, nel quale egli cessa d'avere un rapporto diretto colla nostra storia. Soltanto per prestarmi alla debolezza di quei lettori che non capiscono che l'uomo timido, il quale lascia di fare il suo dovere per ispavento, merita meno pietà dello scellerato consumato, il quale, cercando il male e facendolo spontaneamente, mostra almeno di avere una gran forza d'animo e di sentire le alte passioni, e che potrebbero essere solleciti per quel meschino, credo di doverli informare che Don Abbondio non morì di quella febbre.VI.La confessione di Lucia e il consiglio di Agnese.Parla! parla! Parlate! parlate! gridavano in una volta la madre e Fermo. Lucia[152], atterrita, costernata,vergognosa, singhiozzando, arrossando, sclamò: Santissima Vergine! Chi avrebbe creduto che le cose sarebbero giunte a questo segno! Quel senza timore di Dio dì Don Rodrigo veniva spesso alla filanda a vederci trarre la seta. Andava da un fornello all'altro, facendo a questa e a quella mille vezzi, l'uno peggio dell'altro: a chi ne diceva una trista, a chi una peggio e si pigliava tante libertà: chi fuggiva, chi gridava; e, pur troppo, v'era chi lasciava fare. Se ci lamentavamo al padrone, egli diceva: badatea fare il fatto vostro, non gli date ansa, sono scherzi, e borbottava poi: gli è un cavaliere, gli è un uomo che può fare del male; è un uomo che sa mostrare il viso. Quel tristo veniva talvolta con alcuni suoi amici, gente come lui. Un giorno mi trovò mentre io usciva e mi volle tirar in disparte, e si prese con me più libertà: io gli sfuggii, ed egli mi disse in collera: ci vedremo: i suoi amici ridevano di lui ed egli era ancor più arrabbiato. Allora io pensai di non andar più alla filanda, feci un po' di baruffa colla Marcellina, per aver un pretesto, e vi ricorderete, mamma, ch'io vi dissi che non ci andrei. Ma la filanda era sul finire, per grazia di Dio; e per quei pochi giorni io stetti sempre in mezzo alle altre, di modo ch'egli non mi potè cogliere. Ma la persecuzione non finì: colui mi aspettava quando io andava al mercato, e vi ricorderete, mamma, ch'io vi dissi che aveva paura d'andar sola, e non ci andai più: mi aspettava quand'io andava a lavare, ad ogni passo: io non dissi nulla; forse ho fatto male: ma pregai tanto Fermo che affrettasse le nozze: pensava che quando sarei sua moglie colui non ardirebbe più tormentarmi; ed ora... Qui le parole della povera Lucia furono tronche da un violento scoppio di pianto.—Birbone! assassino! dannato! sclamava Fermo, correndo su e giù per la stanza, e mettendo di tratto in tratto la mano sul manico del suo coltello.—Ma perchè non parlare a tua madre? disse Agnese: se io l'avessi saputo prima...Lucia non rispose, perchè la risposta, che si sentiva in mente, non era da darsi a sua madre: tutto il vicinato ne sarebbe stato informato. I singulti di Lucia la dispensavano dall'obbligo di parlare.—Non ne hai tu fatto parola con nessuno? ridimandò Agnese.—Si, mamma, l'ho detto al Padre Galdino[153]in confessione.—Hai fatto bene, ma dovevi dirlo anche a tua madre. E che ti ha detto il Padre Galdino?—Mi ha detto che cercassi di evitare colui; che non vedendomi, non si curerebbe più di me; che affrettassile nozze; e che se durava la persecuzione, egli ci penserebbe.—Oh che imbroglio! che imbroglio! riprese la madre.Fermo si arrestò tutt'ad un tratto; guardò Lucia con un atto di tenerezza accorata e rabbiosa e disse: questa è l'ultima che fa quel birbone.—Ah no. Fermo, per amor del cielo, gridò Lucia,gettandogli quasi le braccia al collo. No, per amor del cielo. Dio c'è anche pei poveri. Come volete ch'egli ci ajuti se facciamo del male?—No no, per amor del cielo, ripeteva Agnese.—Fermo! disse Lucia, voi avete un mestiere ed io so lavorare, andiamo lontano tanto che costui non senta più parlare di noi.—Ah! Lucia! e poi? non siamo ancora marito e moglie: il curato vorrà farci la fede di stato libero?non saremo pigliati come vagabondi? dove andarci a porre?Lucia ricadde nel pianto. Sentite, disse Agnese; sentitemi, che son vecchia. Era questa una confessioneche la buona Agnese faceva di rado, in caso di somma necessità e quando si trattava di dar fede alle sue parole. Io ho veduto un poco il mondo: non bisogna spaventarsi troppo: il diavolo non è mai brutto come si dipinge; e a noi povera gente le cose pajono talvolta imbrogliate, imbrogliate, perchè non abbiamo la pratica per uscirne. Io ho veduto molte volte dei casiche parevano disperati: un buon parere d'un uomo che aveva studiato aggiustò tutto. Fate a modo mio, Fermo. Pigliate quei quattro capponi, poveretti! che doveva sgozzare io questa mattina pel banchetto: teneteli bene stretti per le gambe, andate a Lecco: sapete dove abita il dottor Pèttola?[154].—Lo so benissimo.—Bene, andate da lui, presentategli i capponi:perchè, vedete, quando si vede che uno può regalare, gli si dà retta. Contategli tutto il fatto, e domandategli parere. Eh ne ho visto io della gente che non sapevano dove dar del capo, che andando a consultarsi con lui non trovavano la strada, e dopo d'avergli parlato tornarono a casa vispi come un tincotto che saltellando nella barca, per disperazione, cade nell'acqua e si trova in casa sua. Fate così, Fermo.Nelle situazioni molto imbrogliate il parere che piace più è quello di pigliar tempo per avere un altro parere definitivo: ogni consiglio che suggerisca una risoluzione presenta ostacoli, difficoltà, nuovi imbrogli: ma questo, di consigliarsi di nuovo e meglio, è semplice, non nuoce e nello stesso tempo dà una lusinga indeterminata che per questo mezzo si troverà una uscita[155].VII.Una digressione.Bisogna confessare che nei romanzi e nelle opere teatrali, generalmente parlando, si vive meglio che a questo mondo: ben è vero che vi s'incontrano birboni più feroci, più diabolici, più colossali, scelleraggini più raffinate, più ingegnose, più recondite, più ardite, che non nel corso reale degli avvenimenti; ma vi ha pure dei grandi vantaggi, ed uno che basta a compensare molti mali, uno dei più invidiabili si è che gli onesti, quelli che difendono la causa giusta, per quanto sieno inferiori di forze e battuti dalla fortuna, hanno sempre in faccia dell'empio, ancor che trionfante, una sicurezza, una risoluzione, una superiorità di animo e di linguaggio che dà loro la buona coscienza, e che la buona coscienza non dà sempre agli uomini realmente viventi. Questi, quando abbiano dalla parte loro la giustizia senza la forza, e vogliano pure ottenere qualche cosa difficile in favore della giustizia, sono obbligati a pensare ai mezzi per giungere a questo loro fine, e i mezzi sono tanto scarsi, e per porli in opera senza guastare la faccenda si incontrano tanti ostacoli, fa bisogno di tanti riguardi, che da tutte queste considerazionisi trovano posti necessariamente in uno stato di esitazione, di cautela e di studio che gli fa sovente scomparire in faccia ai loro avversarj, risoluti ed incoraggiati dalla forza e dalla abitudine di vincere, e spesse volte, convien dirlo, dal favore o sciocco, o perverso degli spettatori. L'uomo retto sente, a dir vero, con certezza e con ardore la giustizia della sua ragione, ma questa sua idea è un risultato, una conseguenza d'una serie di ragionamenti e di sentimenti, per la quale è trascorso il suo animo: se egli la esprime, fa ridere l'avversario, il quale per un'altra serie d'idee è giunto e si è posto in un risultato opposto: e pur troppo, tolti alcuni casi, l'uomo che non ha che sè per testimonio e per approvatore e che vede negli altri contraddizione e scherno perde facilmente fiducia, e quasi quasi è disposto a dubitare, o almeno si trova in quello stato di contrasto che fa comparire l'uomo imbarazzato. Avvien quindi spesse volte che un ribaldo mostra in tutti i suoi atti una disinvoltura, una soddisfazione che si prenderebbe quasi per la serenità della buona coscienza, se fosse più placida e più composta, e che l'uomo onesto e nella espressione esteriore e nell'animo interno mostra e prova talvolta una specie d'angustia e di vergogna, che si crederebbe rimorso, dimodochè a poco a poco finisce per essere soperchiato non solo nei fatti, ma anche nel discorso e nel contegno, e sta come un supplichevole e quasi come un reo dinanzi a colui che lo è veramente.Si è fatta questa riflessione per ispiegare come il buon Padre Cristoforo, il quale veniva per domandare a Don Rodrigo l'adempimento della più stretta giustizia e la cessazione della più vile iniquità, si rimase come confuso e vergognoso quando si trovò così solo con tutte le sue buone ragioni in mezzoad un crocchio romoroso e indisciplinato di amici di Don Rodrigo, e in sua presenza[156].···················In mezzo a questo trambusto vennero i servi a torre le mense, ricevendo e dando urtoni e gomitate: quindi si pose sul desco molle un gran piatto piramidaledi marroni arrostiti, e si portarono fiaschi di vino più prelibato, di quello che in Lombardia si chiama vino dellachiavetta, e del quale, per un privilegio singolare, ogni proprietario ha sempre il migliore del contorno. Gli elogj del vino, com'era giusto, ebbero una parte della conversazione, senza però cangiarla del tutto: il gridìo continuò per una buona mezz'ora: le parole che si sentivano più spesso eranoambrosiaeimpiccarli. Finalmente Don Rodrigo si alzò e con esso tutta la rubiconda brigata: e Don Rodrigo, fatte le sue scuse agli ospiti, si avvicinò al Padre Cristoforo e lo condusse seco in una stanza vicina[157].Ognuno può avere osservato che dalla peritosa sposa di contado fino a... fino all'uomo il più disinvolto e imperturbabile, e, per dirla in milanese, il più navigato, tutti hanno certi loro gesti famigliari, certi moti insignificanti, dei quali fanno uso quasi involontariamente, quando trovandosi con persone, colle quali non sieno molto addomesticati, non sanno troppo che dire, o aspettano il momento di dir cosa la quale non è attesa, nè sarà molto gradevole a chi deve intenderla. La differenza che passa tra gl'intrigati e i navigati (son costretto a prendere entrambi i vocaboli dal dialetto del mio paese, il quale non manca d'uomini dell'una e dell'altra specie) la differenza è che i primi coi loro moti incerti e vacillanti e goffi mostrano sempre più il loro imbarazzo e vi si vanno sempre più affondando, mentre negli altri questo disimpegno è nello stesso tempo un esercizio di eleganza e di superiorità. Tutte le classihanno una provvisione particolare e caratteristica di questi atti, e questa distinzione era più osservabile nei tempi in cui le classi erano più distinte per abitudini e anche pel costume di vestire, il quale si prestava naturalmente ad usi diversi di questo genere. Si potrebbe qui fare una erudita enumerazione di questi gesti, cominciando dai personaggi più celebri e dalle condizioni più note degli antichi Romani, o anche degli Egizj, ma sarebbe troppo provocare l'impazienza del lettore, avido certamente di seguire la nostra interessante storia. Diremo soltanto che gli atti più usuali dei cappuccini per avere, come dicono i francesi,une contenance, erano di accarezzarsi la barba, di fare scorrere il berrettino innanzi indietro dal sincipite all'occipite, di porre la mano destra nella larga manica sinistra e viceversa, o di stirarsi il cordone, o di palpare ad uno ad uno i grossi paternostri del rosario, che tenevano appeso alla cintola. Questa ultima operazione appunto faceva il Padre Cristoforo quando si trovò da solo a solo con Don Rodrigo; di modo che si avrebbe creduto che vi ponesse molta occupazione, ma il lettore sa che il buon Padre era preoccupato da tutt'altro. Del contegno di Don Rodrigo non occorre parlare, giacchè ognun sa che nessuno è tanto sciolto, franco, sgranchiato, quanto un ribaldo dopo un buon desinare. Stava egli però con qualche curiosità e con qualche sospetto di quello che il Padre fosse per dirgli; sospetto che il contegno un po' irresoluto del Padre aveva quasi cangiato in certezza, gli accennò con sussiego che sedesse, si pose egli pure a sedere, e ruppe il silenzio con queste parole:—In che posso obbedirla, Padre?—Questo era il suono delle parole, ma il modo con cui erano proferite voleva dire chiaramente: frate, bada a chi tu parli, e a quello che dirai.Il tuono insolente di quest'invito servì mirabilmente a togliere ogni imbarazzo al Padre Cristoforo; perchè, risvegliando quell'uomo vecchio che il Padre non aveva mai del tutto spogliato, mise in moto quello che v'era in lui di più franco e di più risoluto: cosicchè, invece di farsi animo, dovett'egli frenare l'impeto che lo spingeva a rispondere sullo stesso tuono, per non guastare l'opera delicata che stava per intraprendere. Onde, con modesta, ma assoluta franchezza, rispose:—Signor Don Rodrigo, il mio sacro ministero mi obbliga a passare un officio con vossignoria. Io desidero ardentemente che nessuna mia parola possa spiacerle, e per antivenire ad ogni disgusto, debbo assicurarla che in tutto quello ch'io sono per dire io ho di mira il bene di lei, quanto quello di qualunque altra persona.—Don Rodrigo non rispose che allungando il volto, stringendo le labbra, aggrottando le ciglia e dando ai suoi occhi una espressione ancor più minacciosa e sprezzante.VIII.Il Padre Cristoforo ripreso dal Guardiano di Pescarenico.Intanto il Padre Cristoforo, benchè fiaccato e frollo delle corse, dei disagj, delle inquietudini e delle parlate di quel giorno[158], aveva presa correndo la via per giungere al più presto al convento, e andava saltelloni giù per quel viottolo sassoso, torto e reso ancor più difficile dalla oscurità; andava il povero frate, parte ruminando gli accidenti della giornata e quello che poteva soprastare, parte pensando all'accoglienzache riceverebbe al convento giungendovi a notte già fitta. Vi giunse pur finalmente, mezzo sconquassato, e toccò modestamente il campanello, aspettando quel che Dio fosse per mandare. Il frate portinajo aperse e accolse il nostro figliuol prodigo con quel maladetto misto dì sussiego, di soddisfazione, di clemenza, di commiserazione e di mistero, che gli uomini (tranne l'uno per milione) mostrano sempre in faccia di colui che per qualche suo fallo, o anche per qualche sventura, sembra loro stare in cattivi panni. Il Padre Guardiano le vuoi parlare, disse costui al nostro amico, il quale seguì la sua scorta pei lunghi corridoj e per le scale, rassegnato a toccare una buona gridata e in angustia di ricevere una penitenza la quale gl'impedisse di potere all'indomani trovarsi col servo di Don Rodrigo e fare per gl'innocenti suoi protetti ciò che il caso avesse richiesto.Giunto alla cella del Guardiano, bussò sommessamente, e vista la faccia seria del Guardiano, si pose le mani al petto, curvò la persona, chinò la testa sul petto e disse: Padre, son balordo. Era questa, chi noi sapesse, la formola usata dai cappuccini per confessarsi in colpa al loro superiore. Bisogna sapere che il Guardiano era contento in fondo del cuore che il Padre Cristoforo avesse commesso un mancamento. Un lettore di otto anni potrebbe qui domandare: perchè faceva il volto serio, se era contento? e gli si risponderebbe, che appunto era contento perchè il Padre Cristoforo gli aveva dato il diritto dì fargli il volto serio. La condotta del nostro amico era tanto irreprensibile che il Guardiano non aveva mai avuto occasione di far uso sopra lui della sua autorità, voglio dire della autorità di riprendere e di punire, e alla prima occasione chene aveva, gli pareva di esser daddovero il Padre Guardiano. In oltre il Padre Cristoforo, senza fare il dottore, senza disputare, dava però a dividere chiaramente di non approvare alcuni tratti della condotta e della politica dei suoi confratelli e del suo capo, e più d'una volta aveva ricusato di operare di concerto con gli altri; biasimandoli così indirettamente, ma chiaramente: dal che veniva che i frati e il Guardiano avevano per lui più rispetto che amore. E il rispetto veniva, in parte, anche dalla fama di santo che il Padre Cristoforo aveva al di fuori, e che apportava al convento onore e limosine. Non è quindi da stupirsi se il Guardiano si dilettasse nel vedersi davanti balordo quel Padre Cristoforo e gustasse a lenti sorsi l'umiliazione di lui e il sentimento della propria autorità.—È questa l'ora, diss'egli gravemente, di ritornare al convento?—Padre, confesso che dovrei esser rientrato da molto tempo.—E perchè vi siete dunque tanto indugiato? perchè avete violata una regola, che conoscete così bene?—Fui trattenuto da un'opera di misericordia.Il Guardiano sapeva che il reo era incapace di mentire, e vide tosto che se avesse voluto andar più ricercando, avrebbe facilmente fatto rivelare al Padre Cristoforo cose che tornerebbero in suo onore: onde gli parve meglio fargli una ammonizione generale sul fallo di cui si era riconosciuto colpevole. Gli disse che preporre le opere volontarie di misericordia all'obbedienza era segno di orgoglio e di amore alla propria volontà: che non era bene quel bene che non è fatto secondo le regole: che bisogna prima fare il dovere e poi attendere alle opere di surerogazione:e altre cose di questo genere. Aggiunse poi che egli, Padre Cristoforo balordo, doveva conoscere di quanta importanza fosse la regola da lui infranta e per la disciplina e per evitare ogni scandalo; ma che per l'età sua e per esser questo il primo suo fallo contro la regola, e perchè si teneva certo che non v'era altro che la violazione della regola, si contentava per questa volta ch'egli prima di coricarsi recitasse un miserere colle braccia alzate: e così lo congedò e si gittò sul duro suo pagliaccio, più soddisfatto però che se si fosse posto sul letto il più delicato, poichè non è da dire quanta consolazione si senta nel far fare agli altri il loro dovere, e nel riprenderli quando se ne allontanano.Questa fu la mercede che il nostro Padre Cristoforo ebbe della sua giornata, spesa come abbiam detto. Tristo chi ne aspetta altre in questo mondo. Egli recitò il suo buonmisereree lo conchiuse dicendo: Dio, fate misericordia a me e a quel poveretto che io... toccate il cuore di Don Rodrigo, tenete la mano in testa al povero Fermo, salvate Lucia e benedite il Padre Guardiano[159]. Abbiate pietà dei peccatori, dei penitenti, dei giusti, dei fedeli e degli infedeli, degli oppressi e degli oppressori, dei cappuccini, dei zoccolanti e di tutti i regolari, di tutti gli ecclesiastici e di tutti i laici, dei popoli e dei principi, dei carcerati, dei giudici, dei banditi, dei ladri, dei birri, delle vedove, dei pupilli, dei bravi, dei zingari, degli indemoniati, deivivi e dei morti. Così sia. Quindi si gettò anch'egli sul suo canile, dove lo lasceremo dormire, che ne ha bisogno[160].IX.Il tentativo fallito del matrimonio clandestino.A)PRIMA MINUTA.Tra il primo concetto di una impresa terribile e l'adempimento, ha detto uno scrittore privo di buon gusto, l'intervallo è un sogno di fantasmi e di paure. Lucia era nelle angosce di questo sogno. Agnese, la stessa Agnese, così risoluta e disposta all'operare, era sopra pensiero, e trovava a stento le parole per rincorare la poveretta. Ma al momento in cui l'azione comincia e l'animo che fino allora tollerava i pensieri che gli passavano sopra, cacciandosi a vicenda e tornando, è costretto a comandare una risoluzione e a dirigere le azioni del corpo, allora egli si trova tutto trasformato: al terrore e al coraggio, che lo agitavano, succede un nuovo terrore, e un nuovo coraggio: l'impresa si affaccia alla mente come una apparizione nuova, inaspettata; si scoprono mezzi e ostacoli non pensati; ciò che sembrava più difficile si trova fatto quasi da sè, l'immaginazione si ferma spaventata, le membra niegano di moversi dinanzi ad un passo che era sembrato il più agevole: il cuore manca alle promesse che aveva fatte con più sicurezza.Quando s'intese bussare sommessamente alla porta[161], Lucia fu presa da tanto terrore, che risolvette in quel momento di soffrire ogni cosa, di esser sempre divisa da Fermo, piuttosto che eseguire la risoluzione presa; ma quando Fermo, entrato, disse: son qui, andiamo; quando tutti si mostrarono pronti ad avviarsi senza esitazione, come a cosa già determinata, Lucia, come strascinata, prese tremando un braccio della madre e un braccio di Fermo e s'avviò colla brigata avventurosa.Zitti, zitti, nelle tenebre, a passo misurato, giunsero dinanzi alla casa del nostro Don Abbondio, il quale era ben lontano pover uomo! dal pensare che una tanta burrasca si addensasse sul suo capo. Qui si separarono, come erano convenuti: e la coppia innocente, per un viottolo tortuoso, che girava attorno all'orto del curato, e sdrucciolando poi sommessamente dietro il muro di fianco della casa, venne a porsi presso all'angolo di essa; Fermo e Lucia, per trovarsi nel luogo più vicino alla porta ed entrare quando il destro verrebbe; Agnese, per uscire ad incontrare Perpetua nel momento opportuno. Toni, destro, col disutilaccio di Gervaso, che non sapeva far nulla da sè, e senza il quale non si poteva far nulla, si affacciarono bravamente alla porta e toccarono il martello.—Chi è? gridò una voce alla finestra, che si aperse in quel momento: era la voce di Perpetua. Malati non ce n'è, dovrei saperlo: è forse accaduta qualche disgrazia?—Son io, rispose Tonio, con mio fratello, che abbiamo bisogno di parlare col signor curato.—È ora questa da cristiani? rispose agramente Perpetua: che discrezione? tornate domani.—Sentite: tornerò, o non tornerò: mi trovavo alcuni pochi soldi per pagare al signor curato quel debituccio che sapete: ma se non si può, aspetterò un'altra occasione: questi so come spenderli, e verrò quando ne abbia guadagnati degli altri.—Aspettate, aspettate: vado e torno: ma perchè venire a quest'ora?—Se l'ora potete cangiarla, io non m'oppongo: per me son qui; e se non mi volete, me ne vado.—No no, aspettate un momento; torno con la risposta.Così dicendo richiuse la finestra: a questo punto Agnese si spiccò dai promessi, e, detto sotto voce a Lucia: coraggio; è un momento; gli è come far cavare un dente, venne a porsi dinanzi la fronte della casa, aspettando che Perpetua aprisse, per far vista di passare.Perpetua venne infatti tostamente, ed aperse la porta, e disse: dove siete?Quando i due fratelli si mostravano, Agnese passò dinanzi a loro, e salutò Perpetua, fermandosi un momento sui due piedi.Buona sera, Agnese, disse Perpetua, donde a quest'ora?—Vengo dalla filanda, rispose Agnese, e se sapeste... mi sono indugiata appunto in grazia vostra.—Oh perchè? riprese Perpetua: indi, rivolta ai due fratelli: entrate disse, salite pure, che vengo anch'io.—Quegli entrarono.—Perchè, ripigliò Agnese, una donna pettegola! non sanno le cose e voglion parlare... credereste? si ostinava a dire che non vi siete sposata con Beppo, perchè egli non vi ha voluto. Io sosteneva che voi l'avete rifiutato...—Certo, sono stata io; ma chi è costei?—Questo non fa... ma non potete credere quanto mi sia spiaciuto di non saper ben bene tutta la storia, per confonder colei.—È una bugiarderia, disse Perpetua, la più nera. Sentite come andò la faccenda, e ho testimonj, vedete. Ehi, Tonio, socchiudete la porta, e salite pure, ch'io verrò poi. Tonio rispose di dentro che si. Perpetua cominciò la sua storia e Agnese si avviò verso l'angolo della casa, opposto a quello dietro cui erano in agguato i due giovani, e quando pur passo passo vi fu giunta, lo voltò, seguita da Perpetua: e voltatolo, tossì per dar segno. Il segno fu inteso, e Fermo traendo Lucia, la quale correva come un leprotto inseguito, in punta di piè vennero fino alla porta, l'aprirono delicatamente e si trovarono nel vestibolo coi due fratelli, che gli stavano aspettando. Chiusero sommessamente il chiavistello[162]per di dentro e salirono insieme, mentre Agnese moltiplicava le inchieste, per trattenere la fante. I quattro congiurati, tutti diversamente commossi, ascesero le scale, e posati che furono sul pianerottolo: Toni disse ad alta voce:Deo gratias, ed entrò col fratello, mentre Don Abbondio, che gli aspettava, rispose: Avanti. Fermo e Lucia ristettero dietro la porta: senza muoversi, senza alitare: l'orecchio il più fino non avrebbe potuto ivi intender altro che il battito del cuore di Lucia. Toni, entrato, socchiuse la porta dietro di sè. Don Abbondio, convalescente della febbre, e non guarito della paura, stava seduto su un vecchio seggiolone, ravvolto in una vecchia zimarra, coperto il capo d'un vecchio camauro, sotto il quale si vedevauno sguardo sospettoso e teso, un lungo naso, e fra due guance pendenti una bocca quale ognuno l'ha dopo d'aver sorbita una ostica medicina. Aveva dinanzi a sè una vecchia tavola e sulla tavola una picciola lucerna, che mandava una luce scarsa sulla tavola e sui dintorni, e lasciava il resto nelle tenebre. Presso alla lucerna, era il breviale, e aperto dinanzi a Don Abbondio il Quaresimale[163].
APPENDICII.Il principio del Romanzo nella prima minuta.24 Aprile 1821.CAP. I.Il Curato di...Quel ramo del lago di Como d'onde esce l'Adda e che giace fra due catene non interrotte di monti da settentrione a mezzogiorno, dopo aver formati varj seni e per così dire piccioli golfi d'ineguale grandezza, si viene tutto ad un tratto a ristringere; ivi il fluttuamento delle onde si cangia in un corso diretto e continuato, di modo che dalla riva si può, per dir così, segnare il punto dove il lago divien fiume[145]. Il ponte, che in quel luogo congiunge le duerive, rende ancor più sensibile all'occhio ed all'orecchio questa trasformazione: poichè gli argini perpendicolari, che lo fiancheggiano, non lasciano venirle onde a battere sulle rive, ma le avviano rapide sotto gli archi; e presso a quegli argini uno può quasi sentire il doppio e diverso rumore dell'acqua, la quale qui viene a rompersi in piccioli cavalloni sull'arena, e a pochi passi, tagliata dalle pile di macigno, scorre sotto gli archi con uno strepito per così dire fluviale. Dalla parte che guarda a settentrione, e che a quel punto si può chiamare la riva destra dell'Adda, il ponte posa sopra un argine addossato alla estrema falda del Monte di S. Michele; il quale si bagnerebbe nel fiume se l'argine non vi fosse frapposto. Ma dall'opposto lato il ponte è appoggiato al lembo di una riviera che scende verso il lago con un molle pendìo, sul quale per lungo tratto il passeggero può quasi credere di scorrere una perfetta pianura. Questa riviera è manifestamente formata da tre grossi torrenti, i quali, spingendo la ghiaja, i ciottoli e i massi rotolati dal monte, hanno a poco a poco spinte le rive avanti nel lago, ed erano abbastanza vicini perchè le ghiaje gettate da essi a destra e a sinistra abbiano potuto col tempo toccarsi e formare un terreno sodo. Allora hanno cominciato a correre in un letto alquanto più regolare, poichè questi stessi depositi hanno loro servito d'argine, e il successivo loro impicciolimento, cagionato dall'abbassamento dei monti, dal diboscamento, e dalla dispersione delle acque, gli ha rinchiusi in un letto più angusto. Così il terreno che li divide ha potuto essere abitato e coltivato dagli uomini. Il lembo della riviera che viene a morire nel lago è di nuda e grossa arena presso ai torrenti, e uliginoso negli intervalli, ma appena appena dove il terreno s'alza al di sopra delle escrescenze del lago e del traripamento della foce dei torrenti, ivi tutto è prati, campagne e vigneti, e questo tratto d'ineguale lunghezza è in alcuniluoghi forse d'un miglio. Dove il pendìo diventa più ripido son più frequenti, e assai più lo erano per lo passato, gli ulivi; al di sopra di questi e sulle falde antiche dei monti cominciano le selve di castagni, e al di sopra di queste sorgono le ultime creste dei monti, in parte nudo e bruno macigno, in parte rivestite di pascoli verdissimi, in parte coperte di carpini, di faggi e di qualche abete. Fra questi alberi crescono pure varie specie di sorbi e di dafani, il cameceraso, il rododendro ferrugigno ed altre piante montane, le quali rallegrano e sorprendono il cittadino dilettante di giardini, che per la prima volta le vede in quei boschi, e che non avendole incontrate che negli orti e nei giardini, è avvezzo a considerarle colla fantasia come quasi un prodotto della coltura artificiale piuttosto che una spontanea creazione della natura. Dove poi la mano dell'uomo ha potuto portare una più fruttifera coltivazione, fino presso alle vette non ha lasciato di farlo, e si vedono di tratto in tratto dei piccioli vigneti posti su un rapido pendìo e che terminano col nudo sasso del comignolo. La riviera è tutta sparsa di case e di villaggi: altri alla riva del lago, anzi nel lago stesso quando le sue acque s'innalzano per le pioggie, altri sui varj punti del pendìo, fino al punto dove la montagna è nuda, perpendicolare ed inabitabile. Lecco è la principale di queste terre e dà il nome alla riviera: un grosso borgo a questi tempi e che altre volte aveva l'onore di essere un discretamente forte castello; onore al quale andava unito il piacere di avervi una stabile guarnigione ed un comandante, che all'epoca in cui accade la storia che siamo per narrare era spagnuolo. Dall'una all'altra di queste terre, dalle montagne al lago, da una montagna all'altra corrono molte stradicciuole, ora erte,ora dolcemente pendenti, ora piane, chiuse per lo più da muri fatti di grossi ciottoloni e coperti qua e là di antiche edere, le quali dopo aver colle barbe divorato il cemento, ficcano le barbe stesse fra un sasso e l'altro e servono esse di cemento al muro, che tutto nascondono. Di tempo in tempo invece di muri passano le anguste strade fra siepi, nelle quali al pruno e al biancospino s'intreccia di tratto in tratto il melagrano, il gelsomino, il lilac e il filadelfo. Una di queste strade percorre tutta la riviera, ora abbassandosi, ora tirando più verso il monte, ora in mezzo le vigne, ed ora sulla linea che divide i colti dalle selve. Questa strada è talvolta seppellita fra due muri che superano la testa del passeggero, dimodochè egli non vede altro che il cielo e le vette dei monti: ma spesso lascia un libero campo alla vista, la quale quasi ad ogni passo scopre nuovi, ampii e bellissimi prospetti. Poichè guardando verso settentrione tu vedi il lago chiuso nei monti che sporgono innanzi e rientrano e formano ad ogni tratto seni o ameni o tetri, finchè la vista si perde in uno sfondo azzurro di acque e di montagne; verso mezzogiorno vedi l'Adda, che, appena uscita dagli archi del ponte, torna a pigliar figura di lago, e poi si ristringe ancora e scorre come fiume, dove il letto è occupato da banchi di sabbia portati da torrenti, che formano come tanti istmi: dimodochè l'acqua si vede prolungarsi fino all'orizzonte come una larga e lucida spira. Sul capo hai i massi nudi e giganteschi e le foreste, e guardando sotto di te e in faccia, vedi il lungo pendìo, distinto dalle varie colture, che sembrano striscie di varj verdi, il ponte ed un breve tratto di fiume fra due larghi e limpidi stagni, e poscia, risalendo collo sguardo, lo arresti sul Monte Barro, che ti sorge in faccia e chiude il lago dall'altraparte. Ma non termina quel monte la vista da ogni parte, poichè di promontorio in promontorio declina fino ad una valle che lo separa dal monte vicino; e come in alcune parti la stradetta si eleva al di sopra del livello di questa valle, da quei punti il tuo occhio segue tra i due monti che hai in prospetto un'apertura, che dalla valle ti lascia travedere qualche parte dell'amenissimo piano che è posto al mezzogiorno del Monte Barro. La giacitura della riviera, i contorni e le viste lontane tutto concorrono a renderlo un paese che chiamerei uno dei più belli del mondo, se avendovi passata una gran parte della infanzia e della puerizia e le vacanze autunnali della prima giovinezza, non riflettessi che è impossibile dare un giudizio spassionato dei paesi a cui sono associate le memorie di quegli anni[146]. [Alla estremità del ramo] [Sulla riva meridionale del ramo del[Lario]Lario che] Quel ramo del lago di Como d'onde esce l'Adda e che giace fra due catene non interrotte di monti da settentrione a mezzogiorno, dopo aver formati varj seni e per così dire piccioli golfi d'ineguale grandezza, si [ristringe alla fine] [viene alla fine a ristringer per tal modo che] [ristringe] viene tutto ad un tratto a ristringere [per tal modo, e[ri]avvicina le sue[ri]due riviere a segno che si può[dire]fissare che a quel punto il lago cessi e il fiume cominci[.] [si può manifesta]e a cambiare l'ondeggiamento] ivi il fluttuamento [vario] delle onde si cangia in un corso [diretto e seguito che] diretto e continuato di modo che [si può] dalla riva si può per dir così segnare il punto dove il lago divien fiume. Il ponte che in quel luogo congiunge le due rive, [e che aumenta il corso[dell'acqua]e il rumore fluviale dell'acqua[dell'acqua]e le dà[per così]un rumore per così dire fluviale[compisce all'occhio] [rendono]rende ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione]». A questo punto si legge in margine: «[gli argini[che non lasciano batter]perpendicolari che non lasciano venir le onde a battere sulla riva ma le costringono in un letto, e le fanno correre sotto gli archi con uno strepito per così dire assolutamente fluviale]». Quindi prosegue nella colonna: «[rendono] [rende ancor più sensibile all'occhio ed alla fantasia[ed all]questa subita trasformazione:] rende ancor più sensibile all'occhio ed all'orecchio questa trasformazione: [poichè gli argini[non lasciano]perpendicolari che lo fiancheggiano non[perm]lasciano] [poichè cessano le rive] [poichè gli argini perpendicolari che lo fiancheggiano non lasciano ven] [poichè ivi cessano le rive] [poichè gli argini perpendicolari che lo fiancheggiano non lasciano] [poichè invece di batter sovra] poichè gli argini perpendicolari che lo fiancheggiano non lasciano venir le onde a battere sulla riva ma le avviano rapide sotto gli archi; [e l'uo] [e chi] [e l'uomo seduto presso] [e stando presso gli argini] [e dove] e presso a quegli argini uno può quasi sentire il doppio e diverso rumore dell'acqua, [e dove ella] la quale qui viene a rompersi in [onde sull] piccioli cavalloni sull'arena, e [dove scorre travolta dai] a pochi passi tagliata dalle pile di macigno scorre sotto gli archi con uno strepito per così dire fluviale». (Ed.)]Su questa stradetta veniva lentamente, dicendo l'ufizio ed avviandosi verso casa, una bella sera di autunno dell'anno 1628, il curato di una di quelle terre che abbiamo accennate di sopra[147].II.Il principio del Romanzo nella seconda minuta.Gli Sposi promessi.CAP. I.Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, chiuso e come guidato da due catene non interrotte di monti, stendendosi in seni e golfi d'ineguale grandezza, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, viene quasi tutto ad un tratto a ristringersi e a prender corso ed aspetto di fiume tra una montagna ed un'ampia riviera, formata lentamente dal deposito di tre grossi e vicini torrenti. Il lungo ponte, che in quel luogo congiunge le due rive, rende ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione, e par che divida il lago dall'Adda. A diritta, la testa del ponte posa su le radici del monte Sanmichele; l'altra è piantata nel lembo della riviera, che scende con lento pendìo, appoggiata alle falde della montagna nominatail Resegonedai molti suoi comignoli acuti e separati a guisa d'una sega. Il lembo estremo, interciso dalle foci dei torrenti, è di nuda e grossa ghiaja, e ad intervalli uliginoso. Ma dove il terreno comincia a sollevarsi sopra leescrescenze del lago e il traripamento dei torrenti, tutto è prati, campi e vigneti, sparsi di ville e di paesetti; al di sopra, dove l'erta si fa più ripida, e il monte comincia a separarsi in promontorii e in valli, sono selve di castagni, di carpini, di faggi, e al di sopra ancora le ultime creste dei monti, in parte nudo ed eretto macigno, in parte rivestite di verdissimi pascoli o di foreste, e cosparse di casali e di tugurii. Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace su la riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando egli ingrossa: un borgo considerevole al giorno d'oggi, e che s'incammina a diventare città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che siamo per narrare, Lecco era di più un passabilmente forte castello, e aveva perciò l'onore di alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnuoli, che insegnavano la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavano di tempo in tempo qualche marito, qualche padre, qualche fratello, e sul finire dell'estate non mancavano mai di spandersi nelle vigne per attaccare qualche grappolo ai tralci, ed aumentare così la vendemmia.Dall'una all'altra di quelle terre, dalle alture al lago, da una altura all'altra, giù per le picciole valli interposte, correvano, e corrono tuttavia molte stradicciuole, ora erte, ora dolcemente inclinate, or piane, chiuse per lo più da muri composti di grossi ciottoli, e rivestiti qua e là di antiche edere, che dopo aver divorato colle barbe il cemento, ne fanno le veci, e tengono legato il muro, che fanno verdeggiare. Per qualche tratto quelle stradicciuole sono affondate e come sepolte fra i muri, di modo che il passeggiero, levando il guardo, non vede altro che il cielo e qualche vetta di monte; ad altri intervalli ilmuro, che dalla parte più bassa sostiene la strada a guisa di bastione, non s'innalza sul suolo di quella più che un parapetto, e quivi la vista del viandante può spaziare per varii ed amenissimi prospetti. Verso settentrione domina l'azzurro piano del lago, tagliato da istmi e da promontorii, e su le rive paesetti che l'onda riflette capovolti; a mezzogiorno l'Adda che appena uscita dagli archi del ponte si allarga di nuovo in picciolo lago, poi si ristringe, e serpeggia, e si prolunga fino all'orizzonte in larga e lucida spira: sul capo del riguardante si mostrano i massi elevati, ineguali delle montagne, sotto di lui il pendìo coltivato, i paesetti, il ponte, in faccia la riva opposta del lago, e risalendo per essa il monte che lo chiude.Per una di queste stradicciuole tornava lentamente dal passeggio verso casa, al cadere del giorno 7 di novembre dell'anno 1628, il curato (questa è la prima reticenza del nostro autore) d'una delle terre accennate di sopra.III.Il principio del Romanzo nella copia per la censura[148].Gli Sposi promessi.CAP. I.Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, chiuso e come guidato da due catene non interrotte di monti, stendendosi in seni e golfi d'ineguale grandezza, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, viene quasi tutto ad un tratto a ristringersi tra una montagna, ed un'ampia riviera formata lentamente dal deposito di tre grossi, e vicini torrenti;e prende quivi corso ed aspetto di fiume. Il lungo ponte, che in quel luogo congiunge le due rive, rende ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione e par che divida il lago dall'Adda. A diritta, la testa del ponte posa su le radici delmonteSanmichele; l'altra è piantata nel lembo della riviera che scende con lento pendìo, appoggiata alle falde della montagna nominata il Resegone dai molti suoi comignoli acuti e separati, a guisadei denti d'una sega. Il lembo estremo, interciso dalle foci dei torrenti, è di nuda e grossa ghiaja e ad intervalli uliginoso. Ma dove il terreno comincia a sollevarsial disopradelleescrescenze del lagoe deltraripamento dei torrenti, tutto è prati, campi e vigneti, sparsi di ville e di paesetti.Più su, dove l'erta si fa più ripida, ed il monte comincia a separarsi in promontorii ed in valli, sono selve di castagni, di carpini, di faggi.Più suancora le ultime creste dei monti,in parte nudo ed eretto macigno, in parte rivestite di verdissimi pascoli o di foreste, e cosparse di casali e di tugurii. Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace su la riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando egli ingrossa: un borgo considerevole al giorno d'oggi, e che s'incammina a diventare città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che siamo per narrare, Lecco era di più un passabilmente forte castello, ed aveva perciò l'onore di alloggiare un comandante, ed il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavano la modestia alle fanciulle ed alle donne del paese, accarezzavano di tempo in tempo qualche marito, qualche padre, qualche fratello; e sul finire dell'estate non mancavano mai di spandersi nelle vigne per attaccare qualche grappolo ai tralci, ed aumentare così la vendemmia.Dall'una all'altra di quelle terre, dalle alture al lago, da una altura all'altra, giù per le picciole valli interposte, correvano e corrono tuttavia molte stradicciuole, ora erte, ora dolcemente inclinate, or piane, chiuse per lo più da muri composti di grossi ciottoli, e rivestiti qua elà di antiche edere che divorando colle barbe il cemento, si pongono in suo luogo, e tengono collegato il muro, che tutto d'esse verdeggia. Per qualche tratto sono quelle stradicciuole affondate e come sepolte fra i muri, di modo che il passeggiero, levando il guardo non iscopre altro che il cielo e qualche vetta di monte.Altrove son terrapieni, o giranti sull'orlo d'una spianata, o sporgenti in fuora dal pendìo come un lungo scaglione, sostenuti da muraglie che piombano erte al di fuori a guisa di bastione, ma sul sentiero non sorgono che ad altezza di parapetto; e quivi la vistadel viandante può spaziare per varii, ed amenissimi prospetti.Verso settentrione, domina l'azzurro piano del lago, tagliato da istmi, e da promontorii, e su le rive paesetti che l'onda riflette capovolti; a mezzogiorno l'Adda che appena uscita dagli archi del ponte si allarga di nuovo in piccolo lago, poi si ristringe e serpeggia e si prolunga fino all'orizzonte in larga e lucida spira: sul capo del riguardante si mostrano i massi elevati, ineguali delle montagne:al di sotto ilpendìo coltivato, i paesetti, il ponte: in faccia la riva opposta del lago, e risalendo per essa, il monte che lo chiude.Per una di queste stradicciuole tornava lentamente dal passeggio verso casa, al cadere del giorno 7 di novembre dell'anno 1628,don Abbondio *** curato d'una delle terre accennate di sopra. (Il nostro autore non la nomina; ed è questa la sua prima reticenza).IV.La fine del Romanzo nella prima minuta.Il tempo, che scorse tra le pubblicazioni e le nozze fu impiegato dagli sposi ai preparativi pel traslocamento a Bergamo e pel trasporto colà del loro modico avere, e Agnese, la quale, come il lettore se n'è avveduto, pareva sempre voler dominare nei discorsi, ma in fatto, povera donna, viveva per gli altri e faceva a modo dei suoi figlj, anche in questo caso si arrabattò per la causa comune: la vedova anch'essa non lasciava di dare una mano.Forse taluno di quegli che credono di veder meglio negli affari altrui, a prima giunta, che non vegga colui di cui sono gli affari, dopo avervi molto pensato, domanderà per qual motivo quella famiglia volesse abbandonare il luogo natale, la sua casuccia, il suo picciol fondo, ora che era tolto di mezzo colui che gl'impediva di posarvisi tranquillamente. Per tre ragioni principalmente.La prima: quantunque Fermo allora non ricevesse alcuna inquietudine per quella sua impresa di Milano, e la cattura fosse un titolo inoperoso, pure un sospetto, una reminiscenza, un mal uficio, poteva far risorgere l'antica querela e rimetterlo in Dio sa quale impiccio.La seconda è una di quelle ragioni che nel parlare astratto non si contano quasi per nulla, ma che nel caso concreto sono più potenti a determinare che molte altre. Ciò che Fermo aveva sofferto e temuto nel suo paese gliel'aveva reso spiacevole: il suo paese gli ricordava le angherie d'un soverchiatore, i pericoli della prigione e di peggio, poi il furore del popolo, che lo cercava a morte. Memorie di questo genere disgustano l'uomo dai luoghi che le richiamano, e se quei luoghi sono la patria, ne lo disgustano tanto più, appunto perchè gli guardava prima con fiducia e con affezione. Anche il bambolo riposa volentieri sul seno della nutrice, rifugge a quello da tutti i terrori, cerca con avidità la poppa, che lo ha nutricato fin allora, e s'accheta quando l'ha presa: ma se la nutrice, per divezzarlo, intinge la poppa d'assenzio, il bambino torce con dolore e con pianto il labbro da quella nuova amaritudine, e desidera un cibo diverso.Finalmente, i nostri sposi erano entrambi lavoratori di seta: triste circostanze gli avevano costretti a dismettere per molto tempo la loro professione; ma nè l'uno, nè l'altro aveva amore all'ozio; e il loro disegno era di ripigliare tosto il lavoro, per vivere tranquillamente e onestamente, e per nutrire ed allevare i figliuoli, che speravano, come tutti gli sposi fanno. Ora, l'industria della seta, come tutte le altre, era già decaduta spaventosamente nel Milanese, prima di quelle recenti sciagure; e queste le avevan poi dato l'ultimo crollo. Non è questo il luogo di descrivere quello stato di cose e di toccarne le cagioni. Già molte, nemiche d'ogni industria e d'ogni prosperità, appajono anche troppo in questa lunga storia; chi volesse conoscere le più immediate legga, se non le ha lette, le belle memorie storiche del conte P.Verri sulla economia pubblica dello Stato di Milano; e se vuol conoscere più a fondo, frughi nei documenti originali da cui quel valent'uomo ha cavate le sue memorie. Basti a noi il dire che l'uomo, il quale aveva abilità e voglia di lavorare, stentava nel Milanese, e che nel Bergamasco, come in altri Stati vicini, si offerivano esenzioni, privilegii ed altri incoraggiamenti ai lavoratori che volessero trasportarvisi. Questa differenza fece uscire una folla di operaj e rivivere in quegli Stati molte manifatture che perirono nel Milanese, dove avevano fiorito. Differente, per conseguenza, era anche l'aspetto dei due paesi. In Bergamo (non vogliam dire che fosse il paradiso terrestre) dopo la pestilenza, si vedevano tuttavia i tristi segni e i tristi effetti di quella: la spopolazione, le terre incolte, l'ardire cresciuto nei ribaldi, le abitudini dell'ozio e del vagabondare: ma in quella petulanza stessa v'era una cert'aria di allegria, nata, se non dalla abbondanza, almeno dalla sufficienza dei mezzi e dei capitali: quegli poi che avevano voglia di far bene trovavano in quei capitali una facilità grande e pronta. Ma nel Milanese una cagione viva e incessante di miseria sopravviveva alle miserie della peste: un sistema che onorava l'orgoglio ozioso, che favoriva la soverchieria perturbatrice, che alimentava tutti gli studj del raggiro e delle ciarle, un sistema oppressivo e impotente, insensato e immutabile, un sistema di rapine e di ostacoli, impediva l'industria, la pace e l'allegria.Scelta dunque un'altra patria, i nostri eroi erano però impacciati del come convertire in danaro i pochi beni che dovevano lasciare nel paese dove erano nati: ma la fortuna—non osiamo dire la provvidenza—la fortuna, che voleva favorirli in tutto, come uno scrittore che voglia terminar lietamente una storiainventata per ozio, trovò un ripiego anche a questo. I beni di Don Rodrigo erano passati per fedecommesso ad un parente lontano, il quale era un uomo di ben diverso conio, un galantuomo, un amico del cardinal Federigo. Prima di anelare a prender possesso di quella eredità, trovandosi egli col cardinale, gliene parlò.—Avrete forse una occasione di far del bene e di riparare il male che ha fatto Don Rodrigo, gli disse il Cardinale, e gli raccontò in succinto la persecuzione fatta da quello sgraziato ai nostri sposi e il danno di ogni genere che ne avevan patito. Se son vivi tuttora, soggiunse, non vi prego di far loro del bene, che con voi non fa bisogno; ma di darmi notizia di loro, e di dire a quella buona giovane ch'io mi ricordo sempre di lei e mi raccomando alle sue orazioni. Il galantuomo, appena giunto al castellotto, si fece indicare il villaggio degli sposi e si presentò al curato. Don Abbondio, al vedere il nuovo padrone di quella altre volte caverna di ladroni, umano, cortese, affabile, rispettoso verso i preti, voglioso di far del bene, non si può dire quanto ne fosse edificato. E quando quel signore lo richiese di Fermo e di Lucia e gli manifestò le sue intenzioni benevole, Don Abbondio non solo si prestò volentieri a secondarle, ma lo fece con una ispirazione molto felice.—Signor mio, diss'egli, questa buona gente è risoluta di lasciar questo paese; e il miglior servizio ch'ella possa render loro è di comperare quei pochi fondi che tengono qui. A lei potrà convenire di aggiungerli ai suoi possessi, e quella gente si troverà fuori d'un grande impiccio.Il signore gradì la proposta, anzi con molto garbo richiese Don Abbondio se non gli sarebbe dispiaciuto di condurlo a vedere quei fondi e insieme a conoscere quella brava gente.—È un onore immortale, disse Don Abbondio, facendo una gran riverenza; e andò in trionfo alla casa di Lucia con quel signore, il quale fece la proposta, che fu molto gradita. Il prezzo fu rimesso a Don Abbondio, a cui il signore disse all'orecchio che lo stabilisse molto alto. Don Abbondio così fece: ma il signore volle aggiungere qualche cosa: e per interrompere i ringraziamenti dei venditori, gli invitò a pranzo nel suo castello pel giorno dopo quello delle nozze.Quel giorno benedetto venne finalmente; gli sposi promessi furono marito e moglie; il banchetto fu molto lieto. Il giorno seguente ognuno può immaginarsi quali fossero i sentimenti degli sposi e quelli di Don Abbondio, entrando non solo con sicurezza, ma con accoglimento ospitale ed onorevole nel castello che era stato di Don Rodrigo: a render compiuta la festa mancava il Padre Cristoforo, ma egli era andato a star meglio. Non possiamo però ommettere una circostanza singolare di quel convito: il padrone non vi sedè, allegando che il pranzare a quell'ora non si confaceva al suo stomaco. Ma la vera cagione fu (oh miseria umana!) che quel brav'uomo non aveva saputo risolversi a sedere a mensa con due artigiani: egli, che si sarebbe recato ad onore di prestar loro i più bassi servigj, in una malattia. Tanto anche a chi è esercitato a vincere le più forti passioni è difficile il vincere una picciola abitudine di pregiudizio, quando un dovere inflessibile e chiaro non comandi la vittoria.Il terzo giorno, la buona vedova, con molte lagrime e con quelle promesse di rivedersi che si fanno anche quando si ignora se e quando sì potranno adempire, si staccò dalla sua Lucia e tornò a Milano: e gli sposi con la buona Agnese, che tutti edue ora chiamavano mamma, preso commiato da Don Abbondio, diedero un addio, che non fu senza un po' di crepacuore, ai loro monti, e s'avviarono a Bergamo. Avrebbero certamente divertito dalla loro strada per fare una visita al Conte del Sagrato, ma il terribile uomo era morto di peste, contratta nell'assistere ai primi appestati.La picciola colonia prosperò nel suo nuovo stabilimento col lavoro e con la buona condotta. Dopo nove mesi Agnese ebbe un bamboccio da portare attorno, e a cui dare dei baci, chiamandolo cattivaccio. Ella visse abbastanza per poter dire che la sua Lucia era stata una bella giovane e per sentir chiamar bella giovane una Agnese, che Lucia le diede qualche anno dopo il primo figliuolo[149]. Fermo pigliava sovente piacere a contare le sue avventure, e aggiungeva sempre: d'allora in poi ho imparato a non mischiarmi a quei che gridano in piazza, a non fare la tal cosa, a guardarmi dalla tal altra. Lucia però non si trovava appagatadi questa morale: le pareva confusamente che qualche cosa le mancasse. A forza di sentir ripetere la stessa canzone e di pensarvi ad ogni volta, ella disse un giorno a Fermo: Ed io, che debbo io avere imparato? io non sono andata a cercare i guaj, e i guaj sono venuti a cercarmi. Quando tu non volessi dire, aggiunse ella, soavemente sorridendo, che il mio sproposito sia stato quello di volerti bene e di promettermi a te. Fermo quella volta rimase impacciato, e Lucia, pensandovi ancor meglio, conchiuse che le scappate attirano bensì ordinariamente de' guaj; ma che la condotta la più cauta, la più innocente non assicura da quelli: e che quando essi vengono, o per colpa, o senza colpa, la fiducia in Dio gli raddolcisce e gli rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benchè trovata da una donnicciuola, ci è sembrata così opportuna, che abbiamo pensato di proporla come il costrutto morale di tutti gli avvenimenti che abbiamo narrati, e di terminare con essa la nostra storia.17 settembre 1823.V.La Serva di Don Abbondio.Colla compagnia di questi pensieri [Don Abbondio] giunse a casa, chiuse diligentemente la porta e andò a gettarsi su un seggiolone nel suo salotto, dove la sua serva Vittoria[150]stava parecchiando la tavola per la solita cena. Poche cose a questo mondo sono più difficili a nascondersi di quello che sieno i pensieri sul volto d'un curato agli occhi della serva. Ma lo spavento e l'agitazione di Don Abbondio erano così vivamente dipinti negli occhi, negli atti e in tutta la persona, che per distinguerli non vi sarebbero bisognati gli occhi della vecchia Vittoria.—Ma che cosa ha, signor padrone?—Niente, niente.Questa risposta di formalità, Vittoria se la dovevaaspettare, e non la contò per una risposta, e proseguì:—Come, niente? Signor padrone, ella ha avuto uno spavento: vuol darmi ad intendere?...—Quando dico niente, ripigliò Don Abbondio con impazienza, o è niente, o è cosa che non posso dire.Vittoria, vedendolo più presso alla confessione che non avrebbe sperato in due botte e risposte, andò sempre più incalzando.—Che non può dire nemmeno a me? Oh bella, chi si piglierà cura della sua salute? Chi rimedierà...—Tacete, tacete, e non parecchiate altro, che questa sera non cenerò.Quando Vittoria intese questo, fu certa che v'era una cosa da sapersi e che la cosa era grave, e giurò a sè stessa di non lasciare andare a dormire il curato senza averla saputa.—Ma, signor padrone, per l'amor di Dio mi dica che cosa ha: vuol ella ch'io sappia da altra parte che cosa le è accaduto?—Si, si, da brava, andate a fare schiamazzo, a metter la gente in sospetto.—Ma io non dirò niente, se ella mi toglie da questa inquietudine.—Non direte niente, come quando siete corsa a ripetere alla serva del curato nostro vicino tutti i miei lamenti contro il suo padrone, e m'avete messo nel caso di domandargli scusa, come quando...Vittoria sarebbe qui montata sulle furie se non avesse avuto un secreto da scavare, e se non avesse pensato che nulla allontana da questo intento come il piatire sopra cose estranee. Interruppe dunque Don Abbondio, ma in aria sommessa:—Oh, per amor del cielo, che va ella mai rimescolando:sono stata ben castigata; non aveva creduto far male, e dopo d'allora guarda che mi sia uscita una parola. Signor padrone, se io parlo...—Via, via, non giurate.—Ma vorrei poterla soccorrere, chi sa che io non abbia un povero parere da darle. Io l'ho sempre servita di cuore e con attenzione, ma ella sa, e qui fece una voce da piangere, ella sa che i misterj non li posso soffrire. Una serva fedele ha da sapere...In fondo il curato aveva voglia di scaricare il peso del suo cuore, onde fattigli ripetere seriamente i più grandi giuramenti, le narrò il miserabile caso: mentre la buona Vittoria, tra la gioja del trionfo e l'inquietudine del fatto, che non poteva esser lieto, spalancò gli orecchi e ristette colla posata alzata nel pugno, che tenne puntato sulla tavola.—Misericordia! sclamò Vittoria: oh gente senza timor di Dio, oh prepotenti, oh superbi, oh calpestatori dei poverelli, oh tizzoni d'inferno!—Zitto, zitto, a che serve tutto questo?—Ma come farà, signor padrone?—Oh! vedete, disse il curato in collera, i bei pareri che mi dà costei? Viene a domandarmi come farò, come farò, come se fosse ella nell'impiccio e che toccasse a me cavarnela.—Sa il cielo se me ne spiace, signor padrone; ma bisogna pensarci.—Sicuro, e nell'imbroglio son io.—Pur troppo, disse Vittoria, ma non si lasci spaventare: eh! se costoro potessero aver fatti come parole, il mondo sarebbe loro: Dio lascia fare, ma non strafare: e qualche volta cane che abbaja non morde.—Lo conoscete voi questo cane? e sapete quante volte ha morso?...—Lo conosco e so bene che...—Zitto, zitto, questo non serve.—Signor padrone, ella ci penserà questa notte, ma intanto non cominci a rovinarsi la salute per questo: mangi un boccone.—Ma, se non ho voglia.—Ma se le farà bene; e, detto questo, si avvicinò al seggiolone dov'era il curato e lo mosse alquanto, come per dargli la leva: il curato si alzò, ella spinse il seggiolone vicino alla tavola: il curato vi si ripose, e mangiato un boccone di mala voglia, facendo di tempo in tempo qualche esclamazione, come: Una bagattella! ad un galantuomo par mio, ed altre simili, se ne andò a letto colla intenzione di consultare tranquillamente e ordinatamente sui casi suoi[151].La consulta fu tempestosa e durò tutta la notte. L'egoismo, la debolezza e la paura vi si trovavano come in casa loro, l'astuzia doveva quindi essere incitata e ricevere l'incarico di proporre il partito, e così fu. Senza annojare il lettore colla relazione di tutte le fluttuazioni, dei ripieghi accettati e rigettati, basterà il dire che il partito di fare quello che si doveva, senza darsi per inteso della minaccia, non fu nemmeno discusso, che si pensò a quello di assentarsi, tanto da aspettare qualche benefizio dal tempo, ma questo anche fu rigettato, perchè non v'era spazio per eseguirlo. La celebrazione del matrimonio era stabilita pel giorno vegnente, e una partenza di buon mattino, senza lasciare nessuna disposizione, avrebbe avuto tutto il colore d'una fuga, ed esponeva a molti impicci e rendiconti. Fu però riservato questo ripiegoper l'ultimo, cercando intanto di guadagnar tempo e di agire sulla parte più debole. Don Abbondio si preparò a questo esperimento, passò in rassegna tutti i mezzi di superiorità e d'influenza che l'autorità, la scienza (in paragone di Fermo) e la pratica gli davano sopra quel povero giovane, e pensò al modo di farli giuocare. Questi bei trovati di Don Abbondio appariranno più chiaramente nel discorso ch'egli ebbe con Fermo. Fermo non si fece aspettare.···················L'accoglimento freddo e imbarazzato, l'impazienza e quasi la collera, il tuono continuo di rimbrotto, senza un perchè, quel farsi nuovo del matrimonio, che pure era concertato per quel giorno, e non ricusando mai di farlo quando che sia, parlare però come se fosse cosa da più non pensarvi, le insinuazioni fatte a Fermo di metterne il pensiero da un canto; il complesso insomma delle parole di Don Abbondio presentava un senso così incoerente e poco ragionevole, che a Fermo, ripensandovi così nell'uscire, non rimase più dubbio che non vi fosse di più, anzi tutt'altro di quello che Don Abbondio aveva detto. Stette Fermo in forse di ritornare al curato per incalzarlo a parlare, ma, sentendosi caldo, temette di non passare i limiti del rispetto, pensò alla fin fine che una settimana non ha più di sette giorni, e si avviò per portare alla sposa questa triste nuova. Sull'uscio del curato abbattè in Vittoria, che andava per una sua faccenda, e tosto pensò che forse da essa avrebbe potuto cavar qualche cosa, e, salutatala, entrò in discorso con lei.—Sperava che saremmo oggi stati allegri insieme, Vittoria.—Ma! quel che Dio vuole, povero Fermino.—Ditemi un poco, quale è la vera ragione delsignor curato per non celebrare il matrimonio oggi, come s'era convenuto.—Oh! vi pare ch'io sappia i secreti del signor curato?—È inutile avvertire che Vittoria pronunziò queste parole come si usa quando non si vuole esser creduto.—Via, ditemi quel che sapete; ajutate un povero figliuolo.—Mala cosa nascer povero, il mio Fermino.Per timore di annojare il lettore non trascriverò tutto il dialogo; dirò soltanto che Vittoria, fedele ai suoi giuramenti, non disse nulla positivamente, ma trovò un modo per combinare il rigore dei suoi doveri colla voglia di parlare. Invece di raccontare a Fermo ciò ch'ella sapeva, gli fece tante interrogazioni, e che toccavano talmente il fatto, noto a Vittoria, che avrebbero messo sulla via anche un uomo meno svegliato di Fermo, e meno interessato a scoprire la verità. Gli chiese se non s'era accorto, che qualche signore, qualche prepotente avesse gettati gli occhi sopra Lucia, etc.; parlò dei rischj che un curato corre a fare il suo dovere; del timore che uno scellerato impunito può incutere ad un galantuomo; fece insomma intender tanto, che a Fermo non mancava più che di sapere un nome. Finalmente, per timore, come si dice, di cantare, si separò da Fermo, raccomandandogli caldamente di non ridir nulla di ciò che le aveva detto.—Che volete ch'io taccia, disse Fermo, se non mi avete voluto dir nulla.—Eh! non è vero che non vi ho detto nulla? Me ne potrete esser testimonio, ma vi raccomando il segreto.—Così dicendo, si mise a correre per un viottolo che conduceva al luogo ov'ella era avviata. Fermo, che aveva acquistata tutta la certezza che unatrama iniqua era ordita contro di lui, e che il curato la sapeva, non potè più tenersi, e tornò in fretta alla casa di quello, risoluto di non uscire prima di sapere i fatti suoi, che gli altri sapevano così bene. Entrò dal curato.···················—Mi promettete ora, disse il curato, di non dir niente?Fermo, senza rispondere, gli chiese di nuovo perdono, eda lui, che molto anco voleaChiedere e udir, qual lume al soffio sparve.Don Abbondio, dopo d'averlo invano richiamato, tornò in casa, cercò Vittoria; Vittoria non v'era; egli non sapeva più quello che si facesse.Spesse volte è accaduto a personaggi assai più importanti di Don Abbondio di trovarsi in situazioni imbrogliate a segno di non sapere quale determinazione prendere, e non avendo nulla di opportuno da fare, e non potendo stare senza far nulla senza una buona ragione, trovarono che una febbre è una ragione ottima, e si posero al letto colla febbre. Questo disimpegno Don Abbondio non ebbe bisogno d'andarlo a cercare, perchè se lo trovò naturalmente. Lo spavento del giorno passato, l'agitazione della notte e lo spavento replicato di quella mattina lo servirono a maraviglia. Si ripose sul seggiolone tremando dal brivido e guardandosi le unghie e sospirando; giunse finalmente Vittoria. Risparmio al lettore i rimproveri e le scuse. Basti dire che Don Abbondio ordinò a Vittoria di chiamare due contadini suoi affidati e di tenerli come a guardia della casa, e di far sapere che il curato aveva la febbre. Dati questi ordini, sipose a letto, dove noi lo lasceremo senza più occuparci di lui un tratto di tempo, nel quale egli cessa d'avere un rapporto diretto colla nostra storia. Soltanto per prestarmi alla debolezza di quei lettori che non capiscono che l'uomo timido, il quale lascia di fare il suo dovere per ispavento, merita meno pietà dello scellerato consumato, il quale, cercando il male e facendolo spontaneamente, mostra almeno di avere una gran forza d'animo e di sentire le alte passioni, e che potrebbero essere solleciti per quel meschino, credo di doverli informare che Don Abbondio non morì di quella febbre.VI.La confessione di Lucia e il consiglio di Agnese.Parla! parla! Parlate! parlate! gridavano in una volta la madre e Fermo. Lucia[152], atterrita, costernata,vergognosa, singhiozzando, arrossando, sclamò: Santissima Vergine! Chi avrebbe creduto che le cose sarebbero giunte a questo segno! Quel senza timore di Dio dì Don Rodrigo veniva spesso alla filanda a vederci trarre la seta. Andava da un fornello all'altro, facendo a questa e a quella mille vezzi, l'uno peggio dell'altro: a chi ne diceva una trista, a chi una peggio e si pigliava tante libertà: chi fuggiva, chi gridava; e, pur troppo, v'era chi lasciava fare. Se ci lamentavamo al padrone, egli diceva: badatea fare il fatto vostro, non gli date ansa, sono scherzi, e borbottava poi: gli è un cavaliere, gli è un uomo che può fare del male; è un uomo che sa mostrare il viso. Quel tristo veniva talvolta con alcuni suoi amici, gente come lui. Un giorno mi trovò mentre io usciva e mi volle tirar in disparte, e si prese con me più libertà: io gli sfuggii, ed egli mi disse in collera: ci vedremo: i suoi amici ridevano di lui ed egli era ancor più arrabbiato. Allora io pensai di non andar più alla filanda, feci un po' di baruffa colla Marcellina, per aver un pretesto, e vi ricorderete, mamma, ch'io vi dissi che non ci andrei. Ma la filanda era sul finire, per grazia di Dio; e per quei pochi giorni io stetti sempre in mezzo alle altre, di modo ch'egli non mi potè cogliere. Ma la persecuzione non finì: colui mi aspettava quando io andava al mercato, e vi ricorderete, mamma, ch'io vi dissi che aveva paura d'andar sola, e non ci andai più: mi aspettava quand'io andava a lavare, ad ogni passo: io non dissi nulla; forse ho fatto male: ma pregai tanto Fermo che affrettasse le nozze: pensava che quando sarei sua moglie colui non ardirebbe più tormentarmi; ed ora... Qui le parole della povera Lucia furono tronche da un violento scoppio di pianto.—Birbone! assassino! dannato! sclamava Fermo, correndo su e giù per la stanza, e mettendo di tratto in tratto la mano sul manico del suo coltello.—Ma perchè non parlare a tua madre? disse Agnese: se io l'avessi saputo prima...Lucia non rispose, perchè la risposta, che si sentiva in mente, non era da darsi a sua madre: tutto il vicinato ne sarebbe stato informato. I singulti di Lucia la dispensavano dall'obbligo di parlare.—Non ne hai tu fatto parola con nessuno? ridimandò Agnese.—Si, mamma, l'ho detto al Padre Galdino[153]in confessione.—Hai fatto bene, ma dovevi dirlo anche a tua madre. E che ti ha detto il Padre Galdino?—Mi ha detto che cercassi di evitare colui; che non vedendomi, non si curerebbe più di me; che affrettassile nozze; e che se durava la persecuzione, egli ci penserebbe.—Oh che imbroglio! che imbroglio! riprese la madre.Fermo si arrestò tutt'ad un tratto; guardò Lucia con un atto di tenerezza accorata e rabbiosa e disse: questa è l'ultima che fa quel birbone.—Ah no. Fermo, per amor del cielo, gridò Lucia,gettandogli quasi le braccia al collo. No, per amor del cielo. Dio c'è anche pei poveri. Come volete ch'egli ci ajuti se facciamo del male?—No no, per amor del cielo, ripeteva Agnese.—Fermo! disse Lucia, voi avete un mestiere ed io so lavorare, andiamo lontano tanto che costui non senta più parlare di noi.—Ah! Lucia! e poi? non siamo ancora marito e moglie: il curato vorrà farci la fede di stato libero?non saremo pigliati come vagabondi? dove andarci a porre?Lucia ricadde nel pianto. Sentite, disse Agnese; sentitemi, che son vecchia. Era questa una confessioneche la buona Agnese faceva di rado, in caso di somma necessità e quando si trattava di dar fede alle sue parole. Io ho veduto un poco il mondo: non bisogna spaventarsi troppo: il diavolo non è mai brutto come si dipinge; e a noi povera gente le cose pajono talvolta imbrogliate, imbrogliate, perchè non abbiamo la pratica per uscirne. Io ho veduto molte volte dei casiche parevano disperati: un buon parere d'un uomo che aveva studiato aggiustò tutto. Fate a modo mio, Fermo. Pigliate quei quattro capponi, poveretti! che doveva sgozzare io questa mattina pel banchetto: teneteli bene stretti per le gambe, andate a Lecco: sapete dove abita il dottor Pèttola?[154].—Lo so benissimo.—Bene, andate da lui, presentategli i capponi:perchè, vedete, quando si vede che uno può regalare, gli si dà retta. Contategli tutto il fatto, e domandategli parere. Eh ne ho visto io della gente che non sapevano dove dar del capo, che andando a consultarsi con lui non trovavano la strada, e dopo d'avergli parlato tornarono a casa vispi come un tincotto che saltellando nella barca, per disperazione, cade nell'acqua e si trova in casa sua. Fate così, Fermo.Nelle situazioni molto imbrogliate il parere che piace più è quello di pigliar tempo per avere un altro parere definitivo: ogni consiglio che suggerisca una risoluzione presenta ostacoli, difficoltà, nuovi imbrogli: ma questo, di consigliarsi di nuovo e meglio, è semplice, non nuoce e nello stesso tempo dà una lusinga indeterminata che per questo mezzo si troverà una uscita[155].VII.Una digressione.Bisogna confessare che nei romanzi e nelle opere teatrali, generalmente parlando, si vive meglio che a questo mondo: ben è vero che vi s'incontrano birboni più feroci, più diabolici, più colossali, scelleraggini più raffinate, più ingegnose, più recondite, più ardite, che non nel corso reale degli avvenimenti; ma vi ha pure dei grandi vantaggi, ed uno che basta a compensare molti mali, uno dei più invidiabili si è che gli onesti, quelli che difendono la causa giusta, per quanto sieno inferiori di forze e battuti dalla fortuna, hanno sempre in faccia dell'empio, ancor che trionfante, una sicurezza, una risoluzione, una superiorità di animo e di linguaggio che dà loro la buona coscienza, e che la buona coscienza non dà sempre agli uomini realmente viventi. Questi, quando abbiano dalla parte loro la giustizia senza la forza, e vogliano pure ottenere qualche cosa difficile in favore della giustizia, sono obbligati a pensare ai mezzi per giungere a questo loro fine, e i mezzi sono tanto scarsi, e per porli in opera senza guastare la faccenda si incontrano tanti ostacoli, fa bisogno di tanti riguardi, che da tutte queste considerazionisi trovano posti necessariamente in uno stato di esitazione, di cautela e di studio che gli fa sovente scomparire in faccia ai loro avversarj, risoluti ed incoraggiati dalla forza e dalla abitudine di vincere, e spesse volte, convien dirlo, dal favore o sciocco, o perverso degli spettatori. L'uomo retto sente, a dir vero, con certezza e con ardore la giustizia della sua ragione, ma questa sua idea è un risultato, una conseguenza d'una serie di ragionamenti e di sentimenti, per la quale è trascorso il suo animo: se egli la esprime, fa ridere l'avversario, il quale per un'altra serie d'idee è giunto e si è posto in un risultato opposto: e pur troppo, tolti alcuni casi, l'uomo che non ha che sè per testimonio e per approvatore e che vede negli altri contraddizione e scherno perde facilmente fiducia, e quasi quasi è disposto a dubitare, o almeno si trova in quello stato di contrasto che fa comparire l'uomo imbarazzato. Avvien quindi spesse volte che un ribaldo mostra in tutti i suoi atti una disinvoltura, una soddisfazione che si prenderebbe quasi per la serenità della buona coscienza, se fosse più placida e più composta, e che l'uomo onesto e nella espressione esteriore e nell'animo interno mostra e prova talvolta una specie d'angustia e di vergogna, che si crederebbe rimorso, dimodochè a poco a poco finisce per essere soperchiato non solo nei fatti, ma anche nel discorso e nel contegno, e sta come un supplichevole e quasi come un reo dinanzi a colui che lo è veramente.Si è fatta questa riflessione per ispiegare come il buon Padre Cristoforo, il quale veniva per domandare a Don Rodrigo l'adempimento della più stretta giustizia e la cessazione della più vile iniquità, si rimase come confuso e vergognoso quando si trovò così solo con tutte le sue buone ragioni in mezzoad un crocchio romoroso e indisciplinato di amici di Don Rodrigo, e in sua presenza[156].···················In mezzo a questo trambusto vennero i servi a torre le mense, ricevendo e dando urtoni e gomitate: quindi si pose sul desco molle un gran piatto piramidaledi marroni arrostiti, e si portarono fiaschi di vino più prelibato, di quello che in Lombardia si chiama vino dellachiavetta, e del quale, per un privilegio singolare, ogni proprietario ha sempre il migliore del contorno. Gli elogj del vino, com'era giusto, ebbero una parte della conversazione, senza però cangiarla del tutto: il gridìo continuò per una buona mezz'ora: le parole che si sentivano più spesso eranoambrosiaeimpiccarli. Finalmente Don Rodrigo si alzò e con esso tutta la rubiconda brigata: e Don Rodrigo, fatte le sue scuse agli ospiti, si avvicinò al Padre Cristoforo e lo condusse seco in una stanza vicina[157].Ognuno può avere osservato che dalla peritosa sposa di contado fino a... fino all'uomo il più disinvolto e imperturbabile, e, per dirla in milanese, il più navigato, tutti hanno certi loro gesti famigliari, certi moti insignificanti, dei quali fanno uso quasi involontariamente, quando trovandosi con persone, colle quali non sieno molto addomesticati, non sanno troppo che dire, o aspettano il momento di dir cosa la quale non è attesa, nè sarà molto gradevole a chi deve intenderla. La differenza che passa tra gl'intrigati e i navigati (son costretto a prendere entrambi i vocaboli dal dialetto del mio paese, il quale non manca d'uomini dell'una e dell'altra specie) la differenza è che i primi coi loro moti incerti e vacillanti e goffi mostrano sempre più il loro imbarazzo e vi si vanno sempre più affondando, mentre negli altri questo disimpegno è nello stesso tempo un esercizio di eleganza e di superiorità. Tutte le classihanno una provvisione particolare e caratteristica di questi atti, e questa distinzione era più osservabile nei tempi in cui le classi erano più distinte per abitudini e anche pel costume di vestire, il quale si prestava naturalmente ad usi diversi di questo genere. Si potrebbe qui fare una erudita enumerazione di questi gesti, cominciando dai personaggi più celebri e dalle condizioni più note degli antichi Romani, o anche degli Egizj, ma sarebbe troppo provocare l'impazienza del lettore, avido certamente di seguire la nostra interessante storia. Diremo soltanto che gli atti più usuali dei cappuccini per avere, come dicono i francesi,une contenance, erano di accarezzarsi la barba, di fare scorrere il berrettino innanzi indietro dal sincipite all'occipite, di porre la mano destra nella larga manica sinistra e viceversa, o di stirarsi il cordone, o di palpare ad uno ad uno i grossi paternostri del rosario, che tenevano appeso alla cintola. Questa ultima operazione appunto faceva il Padre Cristoforo quando si trovò da solo a solo con Don Rodrigo; di modo che si avrebbe creduto che vi ponesse molta occupazione, ma il lettore sa che il buon Padre era preoccupato da tutt'altro. Del contegno di Don Rodrigo non occorre parlare, giacchè ognun sa che nessuno è tanto sciolto, franco, sgranchiato, quanto un ribaldo dopo un buon desinare. Stava egli però con qualche curiosità e con qualche sospetto di quello che il Padre fosse per dirgli; sospetto che il contegno un po' irresoluto del Padre aveva quasi cangiato in certezza, gli accennò con sussiego che sedesse, si pose egli pure a sedere, e ruppe il silenzio con queste parole:—In che posso obbedirla, Padre?—Questo era il suono delle parole, ma il modo con cui erano proferite voleva dire chiaramente: frate, bada a chi tu parli, e a quello che dirai.Il tuono insolente di quest'invito servì mirabilmente a togliere ogni imbarazzo al Padre Cristoforo; perchè, risvegliando quell'uomo vecchio che il Padre non aveva mai del tutto spogliato, mise in moto quello che v'era in lui di più franco e di più risoluto: cosicchè, invece di farsi animo, dovett'egli frenare l'impeto che lo spingeva a rispondere sullo stesso tuono, per non guastare l'opera delicata che stava per intraprendere. Onde, con modesta, ma assoluta franchezza, rispose:—Signor Don Rodrigo, il mio sacro ministero mi obbliga a passare un officio con vossignoria. Io desidero ardentemente che nessuna mia parola possa spiacerle, e per antivenire ad ogni disgusto, debbo assicurarla che in tutto quello ch'io sono per dire io ho di mira il bene di lei, quanto quello di qualunque altra persona.—Don Rodrigo non rispose che allungando il volto, stringendo le labbra, aggrottando le ciglia e dando ai suoi occhi una espressione ancor più minacciosa e sprezzante.VIII.Il Padre Cristoforo ripreso dal Guardiano di Pescarenico.Intanto il Padre Cristoforo, benchè fiaccato e frollo delle corse, dei disagj, delle inquietudini e delle parlate di quel giorno[158], aveva presa correndo la via per giungere al più presto al convento, e andava saltelloni giù per quel viottolo sassoso, torto e reso ancor più difficile dalla oscurità; andava il povero frate, parte ruminando gli accidenti della giornata e quello che poteva soprastare, parte pensando all'accoglienzache riceverebbe al convento giungendovi a notte già fitta. Vi giunse pur finalmente, mezzo sconquassato, e toccò modestamente il campanello, aspettando quel che Dio fosse per mandare. Il frate portinajo aperse e accolse il nostro figliuol prodigo con quel maladetto misto dì sussiego, di soddisfazione, di clemenza, di commiserazione e di mistero, che gli uomini (tranne l'uno per milione) mostrano sempre in faccia di colui che per qualche suo fallo, o anche per qualche sventura, sembra loro stare in cattivi panni. Il Padre Guardiano le vuoi parlare, disse costui al nostro amico, il quale seguì la sua scorta pei lunghi corridoj e per le scale, rassegnato a toccare una buona gridata e in angustia di ricevere una penitenza la quale gl'impedisse di potere all'indomani trovarsi col servo di Don Rodrigo e fare per gl'innocenti suoi protetti ciò che il caso avesse richiesto.Giunto alla cella del Guardiano, bussò sommessamente, e vista la faccia seria del Guardiano, si pose le mani al petto, curvò la persona, chinò la testa sul petto e disse: Padre, son balordo. Era questa, chi noi sapesse, la formola usata dai cappuccini per confessarsi in colpa al loro superiore. Bisogna sapere che il Guardiano era contento in fondo del cuore che il Padre Cristoforo avesse commesso un mancamento. Un lettore di otto anni potrebbe qui domandare: perchè faceva il volto serio, se era contento? e gli si risponderebbe, che appunto era contento perchè il Padre Cristoforo gli aveva dato il diritto dì fargli il volto serio. La condotta del nostro amico era tanto irreprensibile che il Guardiano non aveva mai avuto occasione di far uso sopra lui della sua autorità, voglio dire della autorità di riprendere e di punire, e alla prima occasione chene aveva, gli pareva di esser daddovero il Padre Guardiano. In oltre il Padre Cristoforo, senza fare il dottore, senza disputare, dava però a dividere chiaramente di non approvare alcuni tratti della condotta e della politica dei suoi confratelli e del suo capo, e più d'una volta aveva ricusato di operare di concerto con gli altri; biasimandoli così indirettamente, ma chiaramente: dal che veniva che i frati e il Guardiano avevano per lui più rispetto che amore. E il rispetto veniva, in parte, anche dalla fama di santo che il Padre Cristoforo aveva al di fuori, e che apportava al convento onore e limosine. Non è quindi da stupirsi se il Guardiano si dilettasse nel vedersi davanti balordo quel Padre Cristoforo e gustasse a lenti sorsi l'umiliazione di lui e il sentimento della propria autorità.—È questa l'ora, diss'egli gravemente, di ritornare al convento?—Padre, confesso che dovrei esser rientrato da molto tempo.—E perchè vi siete dunque tanto indugiato? perchè avete violata una regola, che conoscete così bene?—Fui trattenuto da un'opera di misericordia.Il Guardiano sapeva che il reo era incapace di mentire, e vide tosto che se avesse voluto andar più ricercando, avrebbe facilmente fatto rivelare al Padre Cristoforo cose che tornerebbero in suo onore: onde gli parve meglio fargli una ammonizione generale sul fallo di cui si era riconosciuto colpevole. Gli disse che preporre le opere volontarie di misericordia all'obbedienza era segno di orgoglio e di amore alla propria volontà: che non era bene quel bene che non è fatto secondo le regole: che bisogna prima fare il dovere e poi attendere alle opere di surerogazione:e altre cose di questo genere. Aggiunse poi che egli, Padre Cristoforo balordo, doveva conoscere di quanta importanza fosse la regola da lui infranta e per la disciplina e per evitare ogni scandalo; ma che per l'età sua e per esser questo il primo suo fallo contro la regola, e perchè si teneva certo che non v'era altro che la violazione della regola, si contentava per questa volta ch'egli prima di coricarsi recitasse un miserere colle braccia alzate: e così lo congedò e si gittò sul duro suo pagliaccio, più soddisfatto però che se si fosse posto sul letto il più delicato, poichè non è da dire quanta consolazione si senta nel far fare agli altri il loro dovere, e nel riprenderli quando se ne allontanano.Questa fu la mercede che il nostro Padre Cristoforo ebbe della sua giornata, spesa come abbiam detto. Tristo chi ne aspetta altre in questo mondo. Egli recitò il suo buonmisereree lo conchiuse dicendo: Dio, fate misericordia a me e a quel poveretto che io... toccate il cuore di Don Rodrigo, tenete la mano in testa al povero Fermo, salvate Lucia e benedite il Padre Guardiano[159]. Abbiate pietà dei peccatori, dei penitenti, dei giusti, dei fedeli e degli infedeli, degli oppressi e degli oppressori, dei cappuccini, dei zoccolanti e di tutti i regolari, di tutti gli ecclesiastici e di tutti i laici, dei popoli e dei principi, dei carcerati, dei giudici, dei banditi, dei ladri, dei birri, delle vedove, dei pupilli, dei bravi, dei zingari, degli indemoniati, deivivi e dei morti. Così sia. Quindi si gettò anch'egli sul suo canile, dove lo lasceremo dormire, che ne ha bisogno[160].IX.Il tentativo fallito del matrimonio clandestino.A)PRIMA MINUTA.Tra il primo concetto di una impresa terribile e l'adempimento, ha detto uno scrittore privo di buon gusto, l'intervallo è un sogno di fantasmi e di paure. Lucia era nelle angosce di questo sogno. Agnese, la stessa Agnese, così risoluta e disposta all'operare, era sopra pensiero, e trovava a stento le parole per rincorare la poveretta. Ma al momento in cui l'azione comincia e l'animo che fino allora tollerava i pensieri che gli passavano sopra, cacciandosi a vicenda e tornando, è costretto a comandare una risoluzione e a dirigere le azioni del corpo, allora egli si trova tutto trasformato: al terrore e al coraggio, che lo agitavano, succede un nuovo terrore, e un nuovo coraggio: l'impresa si affaccia alla mente come una apparizione nuova, inaspettata; si scoprono mezzi e ostacoli non pensati; ciò che sembrava più difficile si trova fatto quasi da sè, l'immaginazione si ferma spaventata, le membra niegano di moversi dinanzi ad un passo che era sembrato il più agevole: il cuore manca alle promesse che aveva fatte con più sicurezza.Quando s'intese bussare sommessamente alla porta[161], Lucia fu presa da tanto terrore, che risolvette in quel momento di soffrire ogni cosa, di esser sempre divisa da Fermo, piuttosto che eseguire la risoluzione presa; ma quando Fermo, entrato, disse: son qui, andiamo; quando tutti si mostrarono pronti ad avviarsi senza esitazione, come a cosa già determinata, Lucia, come strascinata, prese tremando un braccio della madre e un braccio di Fermo e s'avviò colla brigata avventurosa.Zitti, zitti, nelle tenebre, a passo misurato, giunsero dinanzi alla casa del nostro Don Abbondio, il quale era ben lontano pover uomo! dal pensare che una tanta burrasca si addensasse sul suo capo. Qui si separarono, come erano convenuti: e la coppia innocente, per un viottolo tortuoso, che girava attorno all'orto del curato, e sdrucciolando poi sommessamente dietro il muro di fianco della casa, venne a porsi presso all'angolo di essa; Fermo e Lucia, per trovarsi nel luogo più vicino alla porta ed entrare quando il destro verrebbe; Agnese, per uscire ad incontrare Perpetua nel momento opportuno. Toni, destro, col disutilaccio di Gervaso, che non sapeva far nulla da sè, e senza il quale non si poteva far nulla, si affacciarono bravamente alla porta e toccarono il martello.—Chi è? gridò una voce alla finestra, che si aperse in quel momento: era la voce di Perpetua. Malati non ce n'è, dovrei saperlo: è forse accaduta qualche disgrazia?—Son io, rispose Tonio, con mio fratello, che abbiamo bisogno di parlare col signor curato.—È ora questa da cristiani? rispose agramente Perpetua: che discrezione? tornate domani.—Sentite: tornerò, o non tornerò: mi trovavo alcuni pochi soldi per pagare al signor curato quel debituccio che sapete: ma se non si può, aspetterò un'altra occasione: questi so come spenderli, e verrò quando ne abbia guadagnati degli altri.—Aspettate, aspettate: vado e torno: ma perchè venire a quest'ora?—Se l'ora potete cangiarla, io non m'oppongo: per me son qui; e se non mi volete, me ne vado.—No no, aspettate un momento; torno con la risposta.Così dicendo richiuse la finestra: a questo punto Agnese si spiccò dai promessi, e, detto sotto voce a Lucia: coraggio; è un momento; gli è come far cavare un dente, venne a porsi dinanzi la fronte della casa, aspettando che Perpetua aprisse, per far vista di passare.Perpetua venne infatti tostamente, ed aperse la porta, e disse: dove siete?Quando i due fratelli si mostravano, Agnese passò dinanzi a loro, e salutò Perpetua, fermandosi un momento sui due piedi.Buona sera, Agnese, disse Perpetua, donde a quest'ora?—Vengo dalla filanda, rispose Agnese, e se sapeste... mi sono indugiata appunto in grazia vostra.—Oh perchè? riprese Perpetua: indi, rivolta ai due fratelli: entrate disse, salite pure, che vengo anch'io.—Quegli entrarono.—Perchè, ripigliò Agnese, una donna pettegola! non sanno le cose e voglion parlare... credereste? si ostinava a dire che non vi siete sposata con Beppo, perchè egli non vi ha voluto. Io sosteneva che voi l'avete rifiutato...—Certo, sono stata io; ma chi è costei?—Questo non fa... ma non potete credere quanto mi sia spiaciuto di non saper ben bene tutta la storia, per confonder colei.—È una bugiarderia, disse Perpetua, la più nera. Sentite come andò la faccenda, e ho testimonj, vedete. Ehi, Tonio, socchiudete la porta, e salite pure, ch'io verrò poi. Tonio rispose di dentro che si. Perpetua cominciò la sua storia e Agnese si avviò verso l'angolo della casa, opposto a quello dietro cui erano in agguato i due giovani, e quando pur passo passo vi fu giunta, lo voltò, seguita da Perpetua: e voltatolo, tossì per dar segno. Il segno fu inteso, e Fermo traendo Lucia, la quale correva come un leprotto inseguito, in punta di piè vennero fino alla porta, l'aprirono delicatamente e si trovarono nel vestibolo coi due fratelli, che gli stavano aspettando. Chiusero sommessamente il chiavistello[162]per di dentro e salirono insieme, mentre Agnese moltiplicava le inchieste, per trattenere la fante. I quattro congiurati, tutti diversamente commossi, ascesero le scale, e posati che furono sul pianerottolo: Toni disse ad alta voce:Deo gratias, ed entrò col fratello, mentre Don Abbondio, che gli aspettava, rispose: Avanti. Fermo e Lucia ristettero dietro la porta: senza muoversi, senza alitare: l'orecchio il più fino non avrebbe potuto ivi intender altro che il battito del cuore di Lucia. Toni, entrato, socchiuse la porta dietro di sè. Don Abbondio, convalescente della febbre, e non guarito della paura, stava seduto su un vecchio seggiolone, ravvolto in una vecchia zimarra, coperto il capo d'un vecchio camauro, sotto il quale si vedevauno sguardo sospettoso e teso, un lungo naso, e fra due guance pendenti una bocca quale ognuno l'ha dopo d'aver sorbita una ostica medicina. Aveva dinanzi a sè una vecchia tavola e sulla tavola una picciola lucerna, che mandava una luce scarsa sulla tavola e sui dintorni, e lasciava il resto nelle tenebre. Presso alla lucerna, era il breviale, e aperto dinanzi a Don Abbondio il Quaresimale[163].
Il principio del Romanzo nella prima minuta.
24 Aprile 1821.
CAP. I.
Il Curato di...
Quel ramo del lago di Como d'onde esce l'Adda e che giace fra due catene non interrotte di monti da settentrione a mezzogiorno, dopo aver formati varj seni e per così dire piccioli golfi d'ineguale grandezza, si viene tutto ad un tratto a ristringere; ivi il fluttuamento delle onde si cangia in un corso diretto e continuato, di modo che dalla riva si può, per dir così, segnare il punto dove il lago divien fiume[145]. Il ponte, che in quel luogo congiunge le duerive, rende ancor più sensibile all'occhio ed all'orecchio questa trasformazione: poichè gli argini perpendicolari, che lo fiancheggiano, non lasciano venirle onde a battere sulle rive, ma le avviano rapide sotto gli archi; e presso a quegli argini uno può quasi sentire il doppio e diverso rumore dell'acqua, la quale qui viene a rompersi in piccioli cavalloni sull'arena, e a pochi passi, tagliata dalle pile di macigno, scorre sotto gli archi con uno strepito per così dire fluviale. Dalla parte che guarda a settentrione, e che a quel punto si può chiamare la riva destra dell'Adda, il ponte posa sopra un argine addossato alla estrema falda del Monte di S. Michele; il quale si bagnerebbe nel fiume se l'argine non vi fosse frapposto. Ma dall'opposto lato il ponte è appoggiato al lembo di una riviera che scende verso il lago con un molle pendìo, sul quale per lungo tratto il passeggero può quasi credere di scorrere una perfetta pianura. Questa riviera è manifestamente formata da tre grossi torrenti, i quali, spingendo la ghiaja, i ciottoli e i massi rotolati dal monte, hanno a poco a poco spinte le rive avanti nel lago, ed erano abbastanza vicini perchè le ghiaje gettate da essi a destra e a sinistra abbiano potuto col tempo toccarsi e formare un terreno sodo. Allora hanno cominciato a correre in un letto alquanto più regolare, poichè questi stessi depositi hanno loro servito d'argine, e il successivo loro impicciolimento, cagionato dall'abbassamento dei monti, dal diboscamento, e dalla dispersione delle acque, gli ha rinchiusi in un letto più angusto. Così il terreno che li divide ha potuto essere abitato e coltivato dagli uomini. Il lembo della riviera che viene a morire nel lago è di nuda e grossa arena presso ai torrenti, e uliginoso negli intervalli, ma appena appena dove il terreno s'alza al di sopra delle escrescenze del lago e del traripamento della foce dei torrenti, ivi tutto è prati, campagne e vigneti, e questo tratto d'ineguale lunghezza è in alcuniluoghi forse d'un miglio. Dove il pendìo diventa più ripido son più frequenti, e assai più lo erano per lo passato, gli ulivi; al di sopra di questi e sulle falde antiche dei monti cominciano le selve di castagni, e al di sopra di queste sorgono le ultime creste dei monti, in parte nudo e bruno macigno, in parte rivestite di pascoli verdissimi, in parte coperte di carpini, di faggi e di qualche abete. Fra questi alberi crescono pure varie specie di sorbi e di dafani, il cameceraso, il rododendro ferrugigno ed altre piante montane, le quali rallegrano e sorprendono il cittadino dilettante di giardini, che per la prima volta le vede in quei boschi, e che non avendole incontrate che negli orti e nei giardini, è avvezzo a considerarle colla fantasia come quasi un prodotto della coltura artificiale piuttosto che una spontanea creazione della natura. Dove poi la mano dell'uomo ha potuto portare una più fruttifera coltivazione, fino presso alle vette non ha lasciato di farlo, e si vedono di tratto in tratto dei piccioli vigneti posti su un rapido pendìo e che terminano col nudo sasso del comignolo. La riviera è tutta sparsa di case e di villaggi: altri alla riva del lago, anzi nel lago stesso quando le sue acque s'innalzano per le pioggie, altri sui varj punti del pendìo, fino al punto dove la montagna è nuda, perpendicolare ed inabitabile. Lecco è la principale di queste terre e dà il nome alla riviera: un grosso borgo a questi tempi e che altre volte aveva l'onore di essere un discretamente forte castello; onore al quale andava unito il piacere di avervi una stabile guarnigione ed un comandante, che all'epoca in cui accade la storia che siamo per narrare era spagnuolo. Dall'una all'altra di queste terre, dalle montagne al lago, da una montagna all'altra corrono molte stradicciuole, ora erte,ora dolcemente pendenti, ora piane, chiuse per lo più da muri fatti di grossi ciottoloni e coperti qua e là di antiche edere, le quali dopo aver colle barbe divorato il cemento, ficcano le barbe stesse fra un sasso e l'altro e servono esse di cemento al muro, che tutto nascondono. Di tempo in tempo invece di muri passano le anguste strade fra siepi, nelle quali al pruno e al biancospino s'intreccia di tratto in tratto il melagrano, il gelsomino, il lilac e il filadelfo. Una di queste strade percorre tutta la riviera, ora abbassandosi, ora tirando più verso il monte, ora in mezzo le vigne, ed ora sulla linea che divide i colti dalle selve. Questa strada è talvolta seppellita fra due muri che superano la testa del passeggero, dimodochè egli non vede altro che il cielo e le vette dei monti: ma spesso lascia un libero campo alla vista, la quale quasi ad ogni passo scopre nuovi, ampii e bellissimi prospetti. Poichè guardando verso settentrione tu vedi il lago chiuso nei monti che sporgono innanzi e rientrano e formano ad ogni tratto seni o ameni o tetri, finchè la vista si perde in uno sfondo azzurro di acque e di montagne; verso mezzogiorno vedi l'Adda, che, appena uscita dagli archi del ponte, torna a pigliar figura di lago, e poi si ristringe ancora e scorre come fiume, dove il letto è occupato da banchi di sabbia portati da torrenti, che formano come tanti istmi: dimodochè l'acqua si vede prolungarsi fino all'orizzonte come una larga e lucida spira. Sul capo hai i massi nudi e giganteschi e le foreste, e guardando sotto di te e in faccia, vedi il lungo pendìo, distinto dalle varie colture, che sembrano striscie di varj verdi, il ponte ed un breve tratto di fiume fra due larghi e limpidi stagni, e poscia, risalendo collo sguardo, lo arresti sul Monte Barro, che ti sorge in faccia e chiude il lago dall'altraparte. Ma non termina quel monte la vista da ogni parte, poichè di promontorio in promontorio declina fino ad una valle che lo separa dal monte vicino; e come in alcune parti la stradetta si eleva al di sopra del livello di questa valle, da quei punti il tuo occhio segue tra i due monti che hai in prospetto un'apertura, che dalla valle ti lascia travedere qualche parte dell'amenissimo piano che è posto al mezzogiorno del Monte Barro. La giacitura della riviera, i contorni e le viste lontane tutto concorrono a renderlo un paese che chiamerei uno dei più belli del mondo, se avendovi passata una gran parte della infanzia e della puerizia e le vacanze autunnali della prima giovinezza, non riflettessi che è impossibile dare un giudizio spassionato dei paesi a cui sono associate le memorie di quegli anni[146]. [Alla estremità del ramo] [Sulla riva meridionale del ramo del[Lario]Lario che] Quel ramo del lago di Como d'onde esce l'Adda e che giace fra due catene non interrotte di monti da settentrione a mezzogiorno, dopo aver formati varj seni e per così dire piccioli golfi d'ineguale grandezza, si [ristringe alla fine] [viene alla fine a ristringer per tal modo che] [ristringe] viene tutto ad un tratto a ristringere [per tal modo, e[ri]avvicina le sue[ri]due riviere a segno che si può[dire]fissare che a quel punto il lago cessi e il fiume cominci[.] [si può manifesta]e a cambiare l'ondeggiamento] ivi il fluttuamento [vario] delle onde si cangia in un corso [diretto e seguito che] diretto e continuato di modo che [si può] dalla riva si può per dir così segnare il punto dove il lago divien fiume. Il ponte che in quel luogo congiunge le due rive, [e che aumenta il corso[dell'acqua]e il rumore fluviale dell'acqua[dell'acqua]e le dà[per così]un rumore per così dire fluviale[compisce all'occhio] [rendono]rende ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione]». A questo punto si legge in margine: «[gli argini[che non lasciano batter]perpendicolari che non lasciano venir le onde a battere sulla riva ma le costringono in un letto, e le fanno correre sotto gli archi con uno strepito per così dire assolutamente fluviale]». Quindi prosegue nella colonna: «[rendono] [rende ancor più sensibile all'occhio ed alla fantasia[ed all]questa subita trasformazione:] rende ancor più sensibile all'occhio ed all'orecchio questa trasformazione: [poichè gli argini[non lasciano]perpendicolari che lo fiancheggiano non[perm]lasciano] [poichè cessano le rive] [poichè gli argini perpendicolari che lo fiancheggiano non lasciano ven] [poichè ivi cessano le rive] [poichè gli argini perpendicolari che lo fiancheggiano non lasciano] [poichè invece di batter sovra] poichè gli argini perpendicolari che lo fiancheggiano non lasciano venir le onde a battere sulla riva ma le avviano rapide sotto gli archi; [e l'uo] [e chi] [e l'uomo seduto presso] [e stando presso gli argini] [e dove] e presso a quegli argini uno può quasi sentire il doppio e diverso rumore dell'acqua, [e dove ella] la quale qui viene a rompersi in [onde sull] piccioli cavalloni sull'arena, e [dove scorre travolta dai] a pochi passi tagliata dalle pile di macigno scorre sotto gli archi con uno strepito per così dire fluviale». (Ed.)]
Su questa stradetta veniva lentamente, dicendo l'ufizio ed avviandosi verso casa, una bella sera di autunno dell'anno 1628, il curato di una di quelle terre che abbiamo accennate di sopra[147].
Il principio del Romanzo nella seconda minuta.
Gli Sposi promessi.
CAP. I.
Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, chiuso e come guidato da due catene non interrotte di monti, stendendosi in seni e golfi d'ineguale grandezza, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, viene quasi tutto ad un tratto a ristringersi e a prender corso ed aspetto di fiume tra una montagna ed un'ampia riviera, formata lentamente dal deposito di tre grossi e vicini torrenti. Il lungo ponte, che in quel luogo congiunge le due rive, rende ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione, e par che divida il lago dall'Adda. A diritta, la testa del ponte posa su le radici del monte Sanmichele; l'altra è piantata nel lembo della riviera, che scende con lento pendìo, appoggiata alle falde della montagna nominatail Resegonedai molti suoi comignoli acuti e separati a guisa d'una sega. Il lembo estremo, interciso dalle foci dei torrenti, è di nuda e grossa ghiaja, e ad intervalli uliginoso. Ma dove il terreno comincia a sollevarsi sopra leescrescenze del lago e il traripamento dei torrenti, tutto è prati, campi e vigneti, sparsi di ville e di paesetti; al di sopra, dove l'erta si fa più ripida, e il monte comincia a separarsi in promontorii e in valli, sono selve di castagni, di carpini, di faggi, e al di sopra ancora le ultime creste dei monti, in parte nudo ed eretto macigno, in parte rivestite di verdissimi pascoli o di foreste, e cosparse di casali e di tugurii. Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace su la riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando egli ingrossa: un borgo considerevole al giorno d'oggi, e che s'incammina a diventare città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che siamo per narrare, Lecco era di più un passabilmente forte castello, e aveva perciò l'onore di alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnuoli, che insegnavano la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavano di tempo in tempo qualche marito, qualche padre, qualche fratello, e sul finire dell'estate non mancavano mai di spandersi nelle vigne per attaccare qualche grappolo ai tralci, ed aumentare così la vendemmia.
Dall'una all'altra di quelle terre, dalle alture al lago, da una altura all'altra, giù per le picciole valli interposte, correvano, e corrono tuttavia molte stradicciuole, ora erte, ora dolcemente inclinate, or piane, chiuse per lo più da muri composti di grossi ciottoli, e rivestiti qua e là di antiche edere, che dopo aver divorato colle barbe il cemento, ne fanno le veci, e tengono legato il muro, che fanno verdeggiare. Per qualche tratto quelle stradicciuole sono affondate e come sepolte fra i muri, di modo che il passeggiero, levando il guardo, non vede altro che il cielo e qualche vetta di monte; ad altri intervalli ilmuro, che dalla parte più bassa sostiene la strada a guisa di bastione, non s'innalza sul suolo di quella più che un parapetto, e quivi la vista del viandante può spaziare per varii ed amenissimi prospetti. Verso settentrione domina l'azzurro piano del lago, tagliato da istmi e da promontorii, e su le rive paesetti che l'onda riflette capovolti; a mezzogiorno l'Adda che appena uscita dagli archi del ponte si allarga di nuovo in picciolo lago, poi si ristringe, e serpeggia, e si prolunga fino all'orizzonte in larga e lucida spira: sul capo del riguardante si mostrano i massi elevati, ineguali delle montagne, sotto di lui il pendìo coltivato, i paesetti, il ponte, in faccia la riva opposta del lago, e risalendo per essa il monte che lo chiude.
Per una di queste stradicciuole tornava lentamente dal passeggio verso casa, al cadere del giorno 7 di novembre dell'anno 1628, il curato (questa è la prima reticenza del nostro autore) d'una delle terre accennate di sopra.
Il principio del Romanzo nella copia per la censura[148].
Gli Sposi promessi.
CAP. I.
Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, chiuso e come guidato da due catene non interrotte di monti, stendendosi in seni e golfi d'ineguale grandezza, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, viene quasi tutto ad un tratto a ristringersi tra una montagna, ed un'ampia riviera formata lentamente dal deposito di tre grossi, e vicini torrenti;e prende quivi corso ed aspetto di fiume. Il lungo ponte, che in quel luogo congiunge le due rive, rende ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione e par che divida il lago dall'Adda. A diritta, la testa del ponte posa su le radici delmonteSanmichele; l'altra è piantata nel lembo della riviera che scende con lento pendìo, appoggiata alle falde della montagna nominata il Resegone dai molti suoi comignoli acuti e separati, a guisadei denti d'una sega. Il lembo estremo, interciso dalle foci dei torrenti, è di nuda e grossa ghiaja e ad intervalli uliginoso. Ma dove il terreno comincia a sollevarsial disopradelleescrescenze del lagoe deltraripamento dei torrenti, tutto è prati, campi e vigneti, sparsi di ville e di paesetti.Più su, dove l'erta si fa più ripida, ed il monte comincia a separarsi in promontorii ed in valli, sono selve di castagni, di carpini, di faggi.Più suancora le ultime creste dei monti,in parte nudo ed eretto macigno, in parte rivestite di verdissimi pascoli o di foreste, e cosparse di casali e di tugurii. Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace su la riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando egli ingrossa: un borgo considerevole al giorno d'oggi, e che s'incammina a diventare città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che siamo per narrare, Lecco era di più un passabilmente forte castello, ed aveva perciò l'onore di alloggiare un comandante, ed il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavano la modestia alle fanciulle ed alle donne del paese, accarezzavano di tempo in tempo qualche marito, qualche padre, qualche fratello; e sul finire dell'estate non mancavano mai di spandersi nelle vigne per attaccare qualche grappolo ai tralci, ed aumentare così la vendemmia.Dall'una all'altra di quelle terre, dalle alture al lago, da una altura all'altra, giù per le picciole valli interposte, correvano e corrono tuttavia molte stradicciuole, ora erte, ora dolcemente inclinate, or piane, chiuse per lo più da muri composti di grossi ciottoli, e rivestiti qua elà di antiche edere che divorando colle barbe il cemento, si pongono in suo luogo, e tengono collegato il muro, che tutto d'esse verdeggia. Per qualche tratto sono quelle stradicciuole affondate e come sepolte fra i muri, di modo che il passeggiero, levando il guardo non iscopre altro che il cielo e qualche vetta di monte.Altrove son terrapieni, o giranti sull'orlo d'una spianata, o sporgenti in fuora dal pendìo come un lungo scaglione, sostenuti da muraglie che piombano erte al di fuori a guisa di bastione, ma sul sentiero non sorgono che ad altezza di parapetto; e quivi la vistadel viandante può spaziare per varii, ed amenissimi prospetti.Verso settentrione, domina l'azzurro piano del lago, tagliato da istmi, e da promontorii, e su le rive paesetti che l'onda riflette capovolti; a mezzogiorno l'Adda che appena uscita dagli archi del ponte si allarga di nuovo in piccolo lago, poi si ristringe e serpeggia e si prolunga fino all'orizzonte in larga e lucida spira: sul capo del riguardante si mostrano i massi elevati, ineguali delle montagne:al di sotto ilpendìo coltivato, i paesetti, il ponte: in faccia la riva opposta del lago, e risalendo per essa, il monte che lo chiude.
Per una di queste stradicciuole tornava lentamente dal passeggio verso casa, al cadere del giorno 7 di novembre dell'anno 1628,don Abbondio *** curato d'una delle terre accennate di sopra. (Il nostro autore non la nomina; ed è questa la sua prima reticenza).
La fine del Romanzo nella prima minuta.
Il tempo, che scorse tra le pubblicazioni e le nozze fu impiegato dagli sposi ai preparativi pel traslocamento a Bergamo e pel trasporto colà del loro modico avere, e Agnese, la quale, come il lettore se n'è avveduto, pareva sempre voler dominare nei discorsi, ma in fatto, povera donna, viveva per gli altri e faceva a modo dei suoi figlj, anche in questo caso si arrabattò per la causa comune: la vedova anch'essa non lasciava di dare una mano.
Forse taluno di quegli che credono di veder meglio negli affari altrui, a prima giunta, che non vegga colui di cui sono gli affari, dopo avervi molto pensato, domanderà per qual motivo quella famiglia volesse abbandonare il luogo natale, la sua casuccia, il suo picciol fondo, ora che era tolto di mezzo colui che gl'impediva di posarvisi tranquillamente. Per tre ragioni principalmente.
La prima: quantunque Fermo allora non ricevesse alcuna inquietudine per quella sua impresa di Milano, e la cattura fosse un titolo inoperoso, pure un sospetto, una reminiscenza, un mal uficio, poteva far risorgere l'antica querela e rimetterlo in Dio sa quale impiccio.
La seconda è una di quelle ragioni che nel parlare astratto non si contano quasi per nulla, ma che nel caso concreto sono più potenti a determinare che molte altre. Ciò che Fermo aveva sofferto e temuto nel suo paese gliel'aveva reso spiacevole: il suo paese gli ricordava le angherie d'un soverchiatore, i pericoli della prigione e di peggio, poi il furore del popolo, che lo cercava a morte. Memorie di questo genere disgustano l'uomo dai luoghi che le richiamano, e se quei luoghi sono la patria, ne lo disgustano tanto più, appunto perchè gli guardava prima con fiducia e con affezione. Anche il bambolo riposa volentieri sul seno della nutrice, rifugge a quello da tutti i terrori, cerca con avidità la poppa, che lo ha nutricato fin allora, e s'accheta quando l'ha presa: ma se la nutrice, per divezzarlo, intinge la poppa d'assenzio, il bambino torce con dolore e con pianto il labbro da quella nuova amaritudine, e desidera un cibo diverso.
Finalmente, i nostri sposi erano entrambi lavoratori di seta: triste circostanze gli avevano costretti a dismettere per molto tempo la loro professione; ma nè l'uno, nè l'altro aveva amore all'ozio; e il loro disegno era di ripigliare tosto il lavoro, per vivere tranquillamente e onestamente, e per nutrire ed allevare i figliuoli, che speravano, come tutti gli sposi fanno. Ora, l'industria della seta, come tutte le altre, era già decaduta spaventosamente nel Milanese, prima di quelle recenti sciagure; e queste le avevan poi dato l'ultimo crollo. Non è questo il luogo di descrivere quello stato di cose e di toccarne le cagioni. Già molte, nemiche d'ogni industria e d'ogni prosperità, appajono anche troppo in questa lunga storia; chi volesse conoscere le più immediate legga, se non le ha lette, le belle memorie storiche del conte P.Verri sulla economia pubblica dello Stato di Milano; e se vuol conoscere più a fondo, frughi nei documenti originali da cui quel valent'uomo ha cavate le sue memorie. Basti a noi il dire che l'uomo, il quale aveva abilità e voglia di lavorare, stentava nel Milanese, e che nel Bergamasco, come in altri Stati vicini, si offerivano esenzioni, privilegii ed altri incoraggiamenti ai lavoratori che volessero trasportarvisi. Questa differenza fece uscire una folla di operaj e rivivere in quegli Stati molte manifatture che perirono nel Milanese, dove avevano fiorito. Differente, per conseguenza, era anche l'aspetto dei due paesi. In Bergamo (non vogliam dire che fosse il paradiso terrestre) dopo la pestilenza, si vedevano tuttavia i tristi segni e i tristi effetti di quella: la spopolazione, le terre incolte, l'ardire cresciuto nei ribaldi, le abitudini dell'ozio e del vagabondare: ma in quella petulanza stessa v'era una cert'aria di allegria, nata, se non dalla abbondanza, almeno dalla sufficienza dei mezzi e dei capitali: quegli poi che avevano voglia di far bene trovavano in quei capitali una facilità grande e pronta. Ma nel Milanese una cagione viva e incessante di miseria sopravviveva alle miserie della peste: un sistema che onorava l'orgoglio ozioso, che favoriva la soverchieria perturbatrice, che alimentava tutti gli studj del raggiro e delle ciarle, un sistema oppressivo e impotente, insensato e immutabile, un sistema di rapine e di ostacoli, impediva l'industria, la pace e l'allegria.
Scelta dunque un'altra patria, i nostri eroi erano però impacciati del come convertire in danaro i pochi beni che dovevano lasciare nel paese dove erano nati: ma la fortuna—non osiamo dire la provvidenza—la fortuna, che voleva favorirli in tutto, come uno scrittore che voglia terminar lietamente una storiainventata per ozio, trovò un ripiego anche a questo. I beni di Don Rodrigo erano passati per fedecommesso ad un parente lontano, il quale era un uomo di ben diverso conio, un galantuomo, un amico del cardinal Federigo. Prima di anelare a prender possesso di quella eredità, trovandosi egli col cardinale, gliene parlò.—Avrete forse una occasione di far del bene e di riparare il male che ha fatto Don Rodrigo, gli disse il Cardinale, e gli raccontò in succinto la persecuzione fatta da quello sgraziato ai nostri sposi e il danno di ogni genere che ne avevan patito. Se son vivi tuttora, soggiunse, non vi prego di far loro del bene, che con voi non fa bisogno; ma di darmi notizia di loro, e di dire a quella buona giovane ch'io mi ricordo sempre di lei e mi raccomando alle sue orazioni. Il galantuomo, appena giunto al castellotto, si fece indicare il villaggio degli sposi e si presentò al curato. Don Abbondio, al vedere il nuovo padrone di quella altre volte caverna di ladroni, umano, cortese, affabile, rispettoso verso i preti, voglioso di far del bene, non si può dire quanto ne fosse edificato. E quando quel signore lo richiese di Fermo e di Lucia e gli manifestò le sue intenzioni benevole, Don Abbondio non solo si prestò volentieri a secondarle, ma lo fece con una ispirazione molto felice.
—Signor mio, diss'egli, questa buona gente è risoluta di lasciar questo paese; e il miglior servizio ch'ella possa render loro è di comperare quei pochi fondi che tengono qui. A lei potrà convenire di aggiungerli ai suoi possessi, e quella gente si troverà fuori d'un grande impiccio.
Il signore gradì la proposta, anzi con molto garbo richiese Don Abbondio se non gli sarebbe dispiaciuto di condurlo a vedere quei fondi e insieme a conoscere quella brava gente.
—È un onore immortale, disse Don Abbondio, facendo una gran riverenza; e andò in trionfo alla casa di Lucia con quel signore, il quale fece la proposta, che fu molto gradita. Il prezzo fu rimesso a Don Abbondio, a cui il signore disse all'orecchio che lo stabilisse molto alto. Don Abbondio così fece: ma il signore volle aggiungere qualche cosa: e per interrompere i ringraziamenti dei venditori, gli invitò a pranzo nel suo castello pel giorno dopo quello delle nozze.
Quel giorno benedetto venne finalmente; gli sposi promessi furono marito e moglie; il banchetto fu molto lieto. Il giorno seguente ognuno può immaginarsi quali fossero i sentimenti degli sposi e quelli di Don Abbondio, entrando non solo con sicurezza, ma con accoglimento ospitale ed onorevole nel castello che era stato di Don Rodrigo: a render compiuta la festa mancava il Padre Cristoforo, ma egli era andato a star meglio. Non possiamo però ommettere una circostanza singolare di quel convito: il padrone non vi sedè, allegando che il pranzare a quell'ora non si confaceva al suo stomaco. Ma la vera cagione fu (oh miseria umana!) che quel brav'uomo non aveva saputo risolversi a sedere a mensa con due artigiani: egli, che si sarebbe recato ad onore di prestar loro i più bassi servigj, in una malattia. Tanto anche a chi è esercitato a vincere le più forti passioni è difficile il vincere una picciola abitudine di pregiudizio, quando un dovere inflessibile e chiaro non comandi la vittoria.
Il terzo giorno, la buona vedova, con molte lagrime e con quelle promesse di rivedersi che si fanno anche quando si ignora se e quando sì potranno adempire, si staccò dalla sua Lucia e tornò a Milano: e gli sposi con la buona Agnese, che tutti edue ora chiamavano mamma, preso commiato da Don Abbondio, diedero un addio, che non fu senza un po' di crepacuore, ai loro monti, e s'avviarono a Bergamo. Avrebbero certamente divertito dalla loro strada per fare una visita al Conte del Sagrato, ma il terribile uomo era morto di peste, contratta nell'assistere ai primi appestati.
La picciola colonia prosperò nel suo nuovo stabilimento col lavoro e con la buona condotta. Dopo nove mesi Agnese ebbe un bamboccio da portare attorno, e a cui dare dei baci, chiamandolo cattivaccio. Ella visse abbastanza per poter dire che la sua Lucia era stata una bella giovane e per sentir chiamar bella giovane una Agnese, che Lucia le diede qualche anno dopo il primo figliuolo[149]. Fermo pigliava sovente piacere a contare le sue avventure, e aggiungeva sempre: d'allora in poi ho imparato a non mischiarmi a quei che gridano in piazza, a non fare la tal cosa, a guardarmi dalla tal altra. Lucia però non si trovava appagatadi questa morale: le pareva confusamente che qualche cosa le mancasse. A forza di sentir ripetere la stessa canzone e di pensarvi ad ogni volta, ella disse un giorno a Fermo: Ed io, che debbo io avere imparato? io non sono andata a cercare i guaj, e i guaj sono venuti a cercarmi. Quando tu non volessi dire, aggiunse ella, soavemente sorridendo, che il mio sproposito sia stato quello di volerti bene e di promettermi a te. Fermo quella volta rimase impacciato, e Lucia, pensandovi ancor meglio, conchiuse che le scappate attirano bensì ordinariamente de' guaj; ma che la condotta la più cauta, la più innocente non assicura da quelli: e che quando essi vengono, o per colpa, o senza colpa, la fiducia in Dio gli raddolcisce e gli rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benchè trovata da una donnicciuola, ci è sembrata così opportuna, che abbiamo pensato di proporla come il costrutto morale di tutti gli avvenimenti che abbiamo narrati, e di terminare con essa la nostra storia.
17 settembre 1823.
La Serva di Don Abbondio.
Colla compagnia di questi pensieri [Don Abbondio] giunse a casa, chiuse diligentemente la porta e andò a gettarsi su un seggiolone nel suo salotto, dove la sua serva Vittoria[150]stava parecchiando la tavola per la solita cena. Poche cose a questo mondo sono più difficili a nascondersi di quello che sieno i pensieri sul volto d'un curato agli occhi della serva. Ma lo spavento e l'agitazione di Don Abbondio erano così vivamente dipinti negli occhi, negli atti e in tutta la persona, che per distinguerli non vi sarebbero bisognati gli occhi della vecchia Vittoria.
—Ma che cosa ha, signor padrone?
—Niente, niente.
Questa risposta di formalità, Vittoria se la dovevaaspettare, e non la contò per una risposta, e proseguì:
—Come, niente? Signor padrone, ella ha avuto uno spavento: vuol darmi ad intendere?...
—Quando dico niente, ripigliò Don Abbondio con impazienza, o è niente, o è cosa che non posso dire.
Vittoria, vedendolo più presso alla confessione che non avrebbe sperato in due botte e risposte, andò sempre più incalzando.—Che non può dire nemmeno a me? Oh bella, chi si piglierà cura della sua salute? Chi rimedierà...
—Tacete, tacete, e non parecchiate altro, che questa sera non cenerò.
Quando Vittoria intese questo, fu certa che v'era una cosa da sapersi e che la cosa era grave, e giurò a sè stessa di non lasciare andare a dormire il curato senza averla saputa.
—Ma, signor padrone, per l'amor di Dio mi dica che cosa ha: vuol ella ch'io sappia da altra parte che cosa le è accaduto?
—Si, si, da brava, andate a fare schiamazzo, a metter la gente in sospetto.
—Ma io non dirò niente, se ella mi toglie da questa inquietudine.
—Non direte niente, come quando siete corsa a ripetere alla serva del curato nostro vicino tutti i miei lamenti contro il suo padrone, e m'avete messo nel caso di domandargli scusa, come quando...
Vittoria sarebbe qui montata sulle furie se non avesse avuto un secreto da scavare, e se non avesse pensato che nulla allontana da questo intento come il piatire sopra cose estranee. Interruppe dunque Don Abbondio, ma in aria sommessa:
—Oh, per amor del cielo, che va ella mai rimescolando:sono stata ben castigata; non aveva creduto far male, e dopo d'allora guarda che mi sia uscita una parola. Signor padrone, se io parlo...
—Via, via, non giurate.
—Ma vorrei poterla soccorrere, chi sa che io non abbia un povero parere da darle. Io l'ho sempre servita di cuore e con attenzione, ma ella sa, e qui fece una voce da piangere, ella sa che i misterj non li posso soffrire. Una serva fedele ha da sapere...
In fondo il curato aveva voglia di scaricare il peso del suo cuore, onde fattigli ripetere seriamente i più grandi giuramenti, le narrò il miserabile caso: mentre la buona Vittoria, tra la gioja del trionfo e l'inquietudine del fatto, che non poteva esser lieto, spalancò gli orecchi e ristette colla posata alzata nel pugno, che tenne puntato sulla tavola.
—Misericordia! sclamò Vittoria: oh gente senza timor di Dio, oh prepotenti, oh superbi, oh calpestatori dei poverelli, oh tizzoni d'inferno!
—Zitto, zitto, a che serve tutto questo?
—Ma come farà, signor padrone?
—Oh! vedete, disse il curato in collera, i bei pareri che mi dà costei? Viene a domandarmi come farò, come farò, come se fosse ella nell'impiccio e che toccasse a me cavarnela.
—Sa il cielo se me ne spiace, signor padrone; ma bisogna pensarci.
—Sicuro, e nell'imbroglio son io.
—Pur troppo, disse Vittoria, ma non si lasci spaventare: eh! se costoro potessero aver fatti come parole, il mondo sarebbe loro: Dio lascia fare, ma non strafare: e qualche volta cane che abbaja non morde.
—Lo conoscete voi questo cane? e sapete quante volte ha morso?...
—Lo conosco e so bene che...
—Zitto, zitto, questo non serve.
—Signor padrone, ella ci penserà questa notte, ma intanto non cominci a rovinarsi la salute per questo: mangi un boccone.
—Ma, se non ho voglia.
—Ma se le farà bene; e, detto questo, si avvicinò al seggiolone dov'era il curato e lo mosse alquanto, come per dargli la leva: il curato si alzò, ella spinse il seggiolone vicino alla tavola: il curato vi si ripose, e mangiato un boccone di mala voglia, facendo di tempo in tempo qualche esclamazione, come: Una bagattella! ad un galantuomo par mio, ed altre simili, se ne andò a letto colla intenzione di consultare tranquillamente e ordinatamente sui casi suoi[151].
La consulta fu tempestosa e durò tutta la notte. L'egoismo, la debolezza e la paura vi si trovavano come in casa loro, l'astuzia doveva quindi essere incitata e ricevere l'incarico di proporre il partito, e così fu. Senza annojare il lettore colla relazione di tutte le fluttuazioni, dei ripieghi accettati e rigettati, basterà il dire che il partito di fare quello che si doveva, senza darsi per inteso della minaccia, non fu nemmeno discusso, che si pensò a quello di assentarsi, tanto da aspettare qualche benefizio dal tempo, ma questo anche fu rigettato, perchè non v'era spazio per eseguirlo. La celebrazione del matrimonio era stabilita pel giorno vegnente, e una partenza di buon mattino, senza lasciare nessuna disposizione, avrebbe avuto tutto il colore d'una fuga, ed esponeva a molti impicci e rendiconti. Fu però riservato questo ripiegoper l'ultimo, cercando intanto di guadagnar tempo e di agire sulla parte più debole. Don Abbondio si preparò a questo esperimento, passò in rassegna tutti i mezzi di superiorità e d'influenza che l'autorità, la scienza (in paragone di Fermo) e la pratica gli davano sopra quel povero giovane, e pensò al modo di farli giuocare. Questi bei trovati di Don Abbondio appariranno più chiaramente nel discorso ch'egli ebbe con Fermo. Fermo non si fece aspettare.
L'accoglimento freddo e imbarazzato, l'impazienza e quasi la collera, il tuono continuo di rimbrotto, senza un perchè, quel farsi nuovo del matrimonio, che pure era concertato per quel giorno, e non ricusando mai di farlo quando che sia, parlare però come se fosse cosa da più non pensarvi, le insinuazioni fatte a Fermo di metterne il pensiero da un canto; il complesso insomma delle parole di Don Abbondio presentava un senso così incoerente e poco ragionevole, che a Fermo, ripensandovi così nell'uscire, non rimase più dubbio che non vi fosse di più, anzi tutt'altro di quello che Don Abbondio aveva detto. Stette Fermo in forse di ritornare al curato per incalzarlo a parlare, ma, sentendosi caldo, temette di non passare i limiti del rispetto, pensò alla fin fine che una settimana non ha più di sette giorni, e si avviò per portare alla sposa questa triste nuova. Sull'uscio del curato abbattè in Vittoria, che andava per una sua faccenda, e tosto pensò che forse da essa avrebbe potuto cavar qualche cosa, e, salutatala, entrò in discorso con lei.
—Sperava che saremmo oggi stati allegri insieme, Vittoria.
—Ma! quel che Dio vuole, povero Fermino.
—Ditemi un poco, quale è la vera ragione delsignor curato per non celebrare il matrimonio oggi, come s'era convenuto.
—Oh! vi pare ch'io sappia i secreti del signor curato?—È inutile avvertire che Vittoria pronunziò queste parole come si usa quando non si vuole esser creduto.
—Via, ditemi quel che sapete; ajutate un povero figliuolo.
—Mala cosa nascer povero, il mio Fermino.
Per timore di annojare il lettore non trascriverò tutto il dialogo; dirò soltanto che Vittoria, fedele ai suoi giuramenti, non disse nulla positivamente, ma trovò un modo per combinare il rigore dei suoi doveri colla voglia di parlare. Invece di raccontare a Fermo ciò ch'ella sapeva, gli fece tante interrogazioni, e che toccavano talmente il fatto, noto a Vittoria, che avrebbero messo sulla via anche un uomo meno svegliato di Fermo, e meno interessato a scoprire la verità. Gli chiese se non s'era accorto, che qualche signore, qualche prepotente avesse gettati gli occhi sopra Lucia, etc.; parlò dei rischj che un curato corre a fare il suo dovere; del timore che uno scellerato impunito può incutere ad un galantuomo; fece insomma intender tanto, che a Fermo non mancava più che di sapere un nome. Finalmente, per timore, come si dice, di cantare, si separò da Fermo, raccomandandogli caldamente di non ridir nulla di ciò che le aveva detto.
—Che volete ch'io taccia, disse Fermo, se non mi avete voluto dir nulla.
—Eh! non è vero che non vi ho detto nulla? Me ne potrete esser testimonio, ma vi raccomando il segreto.—Così dicendo, si mise a correre per un viottolo che conduceva al luogo ov'ella era avviata. Fermo, che aveva acquistata tutta la certezza che unatrama iniqua era ordita contro di lui, e che il curato la sapeva, non potè più tenersi, e tornò in fretta alla casa di quello, risoluto di non uscire prima di sapere i fatti suoi, che gli altri sapevano così bene. Entrò dal curato.
—Mi promettete ora, disse il curato, di non dir niente?
Fermo, senza rispondere, gli chiese di nuovo perdono, e
da lui, che molto anco volea
Chiedere e udir, qual lume al soffio sparve.
Don Abbondio, dopo d'averlo invano richiamato, tornò in casa, cercò Vittoria; Vittoria non v'era; egli non sapeva più quello che si facesse.
Spesse volte è accaduto a personaggi assai più importanti di Don Abbondio di trovarsi in situazioni imbrogliate a segno di non sapere quale determinazione prendere, e non avendo nulla di opportuno da fare, e non potendo stare senza far nulla senza una buona ragione, trovarono che una febbre è una ragione ottima, e si posero al letto colla febbre. Questo disimpegno Don Abbondio non ebbe bisogno d'andarlo a cercare, perchè se lo trovò naturalmente. Lo spavento del giorno passato, l'agitazione della notte e lo spavento replicato di quella mattina lo servirono a maraviglia. Si ripose sul seggiolone tremando dal brivido e guardandosi le unghie e sospirando; giunse finalmente Vittoria. Risparmio al lettore i rimproveri e le scuse. Basti dire che Don Abbondio ordinò a Vittoria di chiamare due contadini suoi affidati e di tenerli come a guardia della casa, e di far sapere che il curato aveva la febbre. Dati questi ordini, sipose a letto, dove noi lo lasceremo senza più occuparci di lui un tratto di tempo, nel quale egli cessa d'avere un rapporto diretto colla nostra storia. Soltanto per prestarmi alla debolezza di quei lettori che non capiscono che l'uomo timido, il quale lascia di fare il suo dovere per ispavento, merita meno pietà dello scellerato consumato, il quale, cercando il male e facendolo spontaneamente, mostra almeno di avere una gran forza d'animo e di sentire le alte passioni, e che potrebbero essere solleciti per quel meschino, credo di doverli informare che Don Abbondio non morì di quella febbre.
La confessione di Lucia e il consiglio di Agnese.
Parla! parla! Parlate! parlate! gridavano in una volta la madre e Fermo. Lucia[152], atterrita, costernata,vergognosa, singhiozzando, arrossando, sclamò: Santissima Vergine! Chi avrebbe creduto che le cose sarebbero giunte a questo segno! Quel senza timore di Dio dì Don Rodrigo veniva spesso alla filanda a vederci trarre la seta. Andava da un fornello all'altro, facendo a questa e a quella mille vezzi, l'uno peggio dell'altro: a chi ne diceva una trista, a chi una peggio e si pigliava tante libertà: chi fuggiva, chi gridava; e, pur troppo, v'era chi lasciava fare. Se ci lamentavamo al padrone, egli diceva: badatea fare il fatto vostro, non gli date ansa, sono scherzi, e borbottava poi: gli è un cavaliere, gli è un uomo che può fare del male; è un uomo che sa mostrare il viso. Quel tristo veniva talvolta con alcuni suoi amici, gente come lui. Un giorno mi trovò mentre io usciva e mi volle tirar in disparte, e si prese con me più libertà: io gli sfuggii, ed egli mi disse in collera: ci vedremo: i suoi amici ridevano di lui ed egli era ancor più arrabbiato. Allora io pensai di non andar più alla filanda, feci un po' di baruffa colla Marcellina, per aver un pretesto, e vi ricorderete, mamma, ch'io vi dissi che non ci andrei. Ma la filanda era sul finire, per grazia di Dio; e per quei pochi giorni io stetti sempre in mezzo alle altre, di modo ch'egli non mi potè cogliere. Ma la persecuzione non finì: colui mi aspettava quando io andava al mercato, e vi ricorderete, mamma, ch'io vi dissi che aveva paura d'andar sola, e non ci andai più: mi aspettava quand'io andava a lavare, ad ogni passo: io non dissi nulla; forse ho fatto male: ma pregai tanto Fermo che affrettasse le nozze: pensava che quando sarei sua moglie colui non ardirebbe più tormentarmi; ed ora... Qui le parole della povera Lucia furono tronche da un violento scoppio di pianto.
—Birbone! assassino! dannato! sclamava Fermo, correndo su e giù per la stanza, e mettendo di tratto in tratto la mano sul manico del suo coltello.
—Ma perchè non parlare a tua madre? disse Agnese: se io l'avessi saputo prima...
Lucia non rispose, perchè la risposta, che si sentiva in mente, non era da darsi a sua madre: tutto il vicinato ne sarebbe stato informato. I singulti di Lucia la dispensavano dall'obbligo di parlare.
—Non ne hai tu fatto parola con nessuno? ridimandò Agnese.
—Si, mamma, l'ho detto al Padre Galdino[153]in confessione.
—Hai fatto bene, ma dovevi dirlo anche a tua madre. E che ti ha detto il Padre Galdino?
—Mi ha detto che cercassi di evitare colui; che non vedendomi, non si curerebbe più di me; che affrettassile nozze; e che se durava la persecuzione, egli ci penserebbe.
—Oh che imbroglio! che imbroglio! riprese la madre.
Fermo si arrestò tutt'ad un tratto; guardò Lucia con un atto di tenerezza accorata e rabbiosa e disse: questa è l'ultima che fa quel birbone.
—Ah no. Fermo, per amor del cielo, gridò Lucia,gettandogli quasi le braccia al collo. No, per amor del cielo. Dio c'è anche pei poveri. Come volete ch'egli ci ajuti se facciamo del male?
—No no, per amor del cielo, ripeteva Agnese.
—Fermo! disse Lucia, voi avete un mestiere ed io so lavorare, andiamo lontano tanto che costui non senta più parlare di noi.
—Ah! Lucia! e poi? non siamo ancora marito e moglie: il curato vorrà farci la fede di stato libero?non saremo pigliati come vagabondi? dove andarci a porre?
Lucia ricadde nel pianto. Sentite, disse Agnese; sentitemi, che son vecchia. Era questa una confessioneche la buona Agnese faceva di rado, in caso di somma necessità e quando si trattava di dar fede alle sue parole. Io ho veduto un poco il mondo: non bisogna spaventarsi troppo: il diavolo non è mai brutto come si dipinge; e a noi povera gente le cose pajono talvolta imbrogliate, imbrogliate, perchè non abbiamo la pratica per uscirne. Io ho veduto molte volte dei casiche parevano disperati: un buon parere d'un uomo che aveva studiato aggiustò tutto. Fate a modo mio, Fermo. Pigliate quei quattro capponi, poveretti! che doveva sgozzare io questa mattina pel banchetto: teneteli bene stretti per le gambe, andate a Lecco: sapete dove abita il dottor Pèttola?[154].—Lo so benissimo.—Bene, andate da lui, presentategli i capponi:perchè, vedete, quando si vede che uno può regalare, gli si dà retta. Contategli tutto il fatto, e domandategli parere. Eh ne ho visto io della gente che non sapevano dove dar del capo, che andando a consultarsi con lui non trovavano la strada, e dopo d'avergli parlato tornarono a casa vispi come un tincotto che saltellando nella barca, per disperazione, cade nell'acqua e si trova in casa sua. Fate così, Fermo.
Nelle situazioni molto imbrogliate il parere che piace più è quello di pigliar tempo per avere un altro parere definitivo: ogni consiglio che suggerisca una risoluzione presenta ostacoli, difficoltà, nuovi imbrogli: ma questo, di consigliarsi di nuovo e meglio, è semplice, non nuoce e nello stesso tempo dà una lusinga indeterminata che per questo mezzo si troverà una uscita[155].
Una digressione.
Bisogna confessare che nei romanzi e nelle opere teatrali, generalmente parlando, si vive meglio che a questo mondo: ben è vero che vi s'incontrano birboni più feroci, più diabolici, più colossali, scelleraggini più raffinate, più ingegnose, più recondite, più ardite, che non nel corso reale degli avvenimenti; ma vi ha pure dei grandi vantaggi, ed uno che basta a compensare molti mali, uno dei più invidiabili si è che gli onesti, quelli che difendono la causa giusta, per quanto sieno inferiori di forze e battuti dalla fortuna, hanno sempre in faccia dell'empio, ancor che trionfante, una sicurezza, una risoluzione, una superiorità di animo e di linguaggio che dà loro la buona coscienza, e che la buona coscienza non dà sempre agli uomini realmente viventi. Questi, quando abbiano dalla parte loro la giustizia senza la forza, e vogliano pure ottenere qualche cosa difficile in favore della giustizia, sono obbligati a pensare ai mezzi per giungere a questo loro fine, e i mezzi sono tanto scarsi, e per porli in opera senza guastare la faccenda si incontrano tanti ostacoli, fa bisogno di tanti riguardi, che da tutte queste considerazionisi trovano posti necessariamente in uno stato di esitazione, di cautela e di studio che gli fa sovente scomparire in faccia ai loro avversarj, risoluti ed incoraggiati dalla forza e dalla abitudine di vincere, e spesse volte, convien dirlo, dal favore o sciocco, o perverso degli spettatori. L'uomo retto sente, a dir vero, con certezza e con ardore la giustizia della sua ragione, ma questa sua idea è un risultato, una conseguenza d'una serie di ragionamenti e di sentimenti, per la quale è trascorso il suo animo: se egli la esprime, fa ridere l'avversario, il quale per un'altra serie d'idee è giunto e si è posto in un risultato opposto: e pur troppo, tolti alcuni casi, l'uomo che non ha che sè per testimonio e per approvatore e che vede negli altri contraddizione e scherno perde facilmente fiducia, e quasi quasi è disposto a dubitare, o almeno si trova in quello stato di contrasto che fa comparire l'uomo imbarazzato. Avvien quindi spesse volte che un ribaldo mostra in tutti i suoi atti una disinvoltura, una soddisfazione che si prenderebbe quasi per la serenità della buona coscienza, se fosse più placida e più composta, e che l'uomo onesto e nella espressione esteriore e nell'animo interno mostra e prova talvolta una specie d'angustia e di vergogna, che si crederebbe rimorso, dimodochè a poco a poco finisce per essere soperchiato non solo nei fatti, ma anche nel discorso e nel contegno, e sta come un supplichevole e quasi come un reo dinanzi a colui che lo è veramente.
Si è fatta questa riflessione per ispiegare come il buon Padre Cristoforo, il quale veniva per domandare a Don Rodrigo l'adempimento della più stretta giustizia e la cessazione della più vile iniquità, si rimase come confuso e vergognoso quando si trovò così solo con tutte le sue buone ragioni in mezzoad un crocchio romoroso e indisciplinato di amici di Don Rodrigo, e in sua presenza[156].
In mezzo a questo trambusto vennero i servi a torre le mense, ricevendo e dando urtoni e gomitate: quindi si pose sul desco molle un gran piatto piramidaledi marroni arrostiti, e si portarono fiaschi di vino più prelibato, di quello che in Lombardia si chiama vino dellachiavetta, e del quale, per un privilegio singolare, ogni proprietario ha sempre il migliore del contorno. Gli elogj del vino, com'era giusto, ebbero una parte della conversazione, senza però cangiarla del tutto: il gridìo continuò per una buona mezz'ora: le parole che si sentivano più spesso eranoambrosiaeimpiccarli. Finalmente Don Rodrigo si alzò e con esso tutta la rubiconda brigata: e Don Rodrigo, fatte le sue scuse agli ospiti, si avvicinò al Padre Cristoforo e lo condusse seco in una stanza vicina[157].
Ognuno può avere osservato che dalla peritosa sposa di contado fino a... fino all'uomo il più disinvolto e imperturbabile, e, per dirla in milanese, il più navigato, tutti hanno certi loro gesti famigliari, certi moti insignificanti, dei quali fanno uso quasi involontariamente, quando trovandosi con persone, colle quali non sieno molto addomesticati, non sanno troppo che dire, o aspettano il momento di dir cosa la quale non è attesa, nè sarà molto gradevole a chi deve intenderla. La differenza che passa tra gl'intrigati e i navigati (son costretto a prendere entrambi i vocaboli dal dialetto del mio paese, il quale non manca d'uomini dell'una e dell'altra specie) la differenza è che i primi coi loro moti incerti e vacillanti e goffi mostrano sempre più il loro imbarazzo e vi si vanno sempre più affondando, mentre negli altri questo disimpegno è nello stesso tempo un esercizio di eleganza e di superiorità. Tutte le classihanno una provvisione particolare e caratteristica di questi atti, e questa distinzione era più osservabile nei tempi in cui le classi erano più distinte per abitudini e anche pel costume di vestire, il quale si prestava naturalmente ad usi diversi di questo genere. Si potrebbe qui fare una erudita enumerazione di questi gesti, cominciando dai personaggi più celebri e dalle condizioni più note degli antichi Romani, o anche degli Egizj, ma sarebbe troppo provocare l'impazienza del lettore, avido certamente di seguire la nostra interessante storia. Diremo soltanto che gli atti più usuali dei cappuccini per avere, come dicono i francesi,une contenance, erano di accarezzarsi la barba, di fare scorrere il berrettino innanzi indietro dal sincipite all'occipite, di porre la mano destra nella larga manica sinistra e viceversa, o di stirarsi il cordone, o di palpare ad uno ad uno i grossi paternostri del rosario, che tenevano appeso alla cintola. Questa ultima operazione appunto faceva il Padre Cristoforo quando si trovò da solo a solo con Don Rodrigo; di modo che si avrebbe creduto che vi ponesse molta occupazione, ma il lettore sa che il buon Padre era preoccupato da tutt'altro. Del contegno di Don Rodrigo non occorre parlare, giacchè ognun sa che nessuno è tanto sciolto, franco, sgranchiato, quanto un ribaldo dopo un buon desinare. Stava egli però con qualche curiosità e con qualche sospetto di quello che il Padre fosse per dirgli; sospetto che il contegno un po' irresoluto del Padre aveva quasi cangiato in certezza, gli accennò con sussiego che sedesse, si pose egli pure a sedere, e ruppe il silenzio con queste parole:—In che posso obbedirla, Padre?—Questo era il suono delle parole, ma il modo con cui erano proferite voleva dire chiaramente: frate, bada a chi tu parli, e a quello che dirai.
Il tuono insolente di quest'invito servì mirabilmente a togliere ogni imbarazzo al Padre Cristoforo; perchè, risvegliando quell'uomo vecchio che il Padre non aveva mai del tutto spogliato, mise in moto quello che v'era in lui di più franco e di più risoluto: cosicchè, invece di farsi animo, dovett'egli frenare l'impeto che lo spingeva a rispondere sullo stesso tuono, per non guastare l'opera delicata che stava per intraprendere. Onde, con modesta, ma assoluta franchezza, rispose:—Signor Don Rodrigo, il mio sacro ministero mi obbliga a passare un officio con vossignoria. Io desidero ardentemente che nessuna mia parola possa spiacerle, e per antivenire ad ogni disgusto, debbo assicurarla che in tutto quello ch'io sono per dire io ho di mira il bene di lei, quanto quello di qualunque altra persona.—Don Rodrigo non rispose che allungando il volto, stringendo le labbra, aggrottando le ciglia e dando ai suoi occhi una espressione ancor più minacciosa e sprezzante.
Il Padre Cristoforo ripreso dal Guardiano di Pescarenico.
Intanto il Padre Cristoforo, benchè fiaccato e frollo delle corse, dei disagj, delle inquietudini e delle parlate di quel giorno[158], aveva presa correndo la via per giungere al più presto al convento, e andava saltelloni giù per quel viottolo sassoso, torto e reso ancor più difficile dalla oscurità; andava il povero frate, parte ruminando gli accidenti della giornata e quello che poteva soprastare, parte pensando all'accoglienzache riceverebbe al convento giungendovi a notte già fitta. Vi giunse pur finalmente, mezzo sconquassato, e toccò modestamente il campanello, aspettando quel che Dio fosse per mandare. Il frate portinajo aperse e accolse il nostro figliuol prodigo con quel maladetto misto dì sussiego, di soddisfazione, di clemenza, di commiserazione e di mistero, che gli uomini (tranne l'uno per milione) mostrano sempre in faccia di colui che per qualche suo fallo, o anche per qualche sventura, sembra loro stare in cattivi panni. Il Padre Guardiano le vuoi parlare, disse costui al nostro amico, il quale seguì la sua scorta pei lunghi corridoj e per le scale, rassegnato a toccare una buona gridata e in angustia di ricevere una penitenza la quale gl'impedisse di potere all'indomani trovarsi col servo di Don Rodrigo e fare per gl'innocenti suoi protetti ciò che il caso avesse richiesto.
Giunto alla cella del Guardiano, bussò sommessamente, e vista la faccia seria del Guardiano, si pose le mani al petto, curvò la persona, chinò la testa sul petto e disse: Padre, son balordo. Era questa, chi noi sapesse, la formola usata dai cappuccini per confessarsi in colpa al loro superiore. Bisogna sapere che il Guardiano era contento in fondo del cuore che il Padre Cristoforo avesse commesso un mancamento. Un lettore di otto anni potrebbe qui domandare: perchè faceva il volto serio, se era contento? e gli si risponderebbe, che appunto era contento perchè il Padre Cristoforo gli aveva dato il diritto dì fargli il volto serio. La condotta del nostro amico era tanto irreprensibile che il Guardiano non aveva mai avuto occasione di far uso sopra lui della sua autorità, voglio dire della autorità di riprendere e di punire, e alla prima occasione chene aveva, gli pareva di esser daddovero il Padre Guardiano. In oltre il Padre Cristoforo, senza fare il dottore, senza disputare, dava però a dividere chiaramente di non approvare alcuni tratti della condotta e della politica dei suoi confratelli e del suo capo, e più d'una volta aveva ricusato di operare di concerto con gli altri; biasimandoli così indirettamente, ma chiaramente: dal che veniva che i frati e il Guardiano avevano per lui più rispetto che amore. E il rispetto veniva, in parte, anche dalla fama di santo che il Padre Cristoforo aveva al di fuori, e che apportava al convento onore e limosine. Non è quindi da stupirsi se il Guardiano si dilettasse nel vedersi davanti balordo quel Padre Cristoforo e gustasse a lenti sorsi l'umiliazione di lui e il sentimento della propria autorità.
—È questa l'ora, diss'egli gravemente, di ritornare al convento?
—Padre, confesso che dovrei esser rientrato da molto tempo.
—E perchè vi siete dunque tanto indugiato? perchè avete violata una regola, che conoscete così bene?
—Fui trattenuto da un'opera di misericordia.
Il Guardiano sapeva che il reo era incapace di mentire, e vide tosto che se avesse voluto andar più ricercando, avrebbe facilmente fatto rivelare al Padre Cristoforo cose che tornerebbero in suo onore: onde gli parve meglio fargli una ammonizione generale sul fallo di cui si era riconosciuto colpevole. Gli disse che preporre le opere volontarie di misericordia all'obbedienza era segno di orgoglio e di amore alla propria volontà: che non era bene quel bene che non è fatto secondo le regole: che bisogna prima fare il dovere e poi attendere alle opere di surerogazione:e altre cose di questo genere. Aggiunse poi che egli, Padre Cristoforo balordo, doveva conoscere di quanta importanza fosse la regola da lui infranta e per la disciplina e per evitare ogni scandalo; ma che per l'età sua e per esser questo il primo suo fallo contro la regola, e perchè si teneva certo che non v'era altro che la violazione della regola, si contentava per questa volta ch'egli prima di coricarsi recitasse un miserere colle braccia alzate: e così lo congedò e si gittò sul duro suo pagliaccio, più soddisfatto però che se si fosse posto sul letto il più delicato, poichè non è da dire quanta consolazione si senta nel far fare agli altri il loro dovere, e nel riprenderli quando se ne allontanano.
Questa fu la mercede che il nostro Padre Cristoforo ebbe della sua giornata, spesa come abbiam detto. Tristo chi ne aspetta altre in questo mondo. Egli recitò il suo buonmisereree lo conchiuse dicendo: Dio, fate misericordia a me e a quel poveretto che io... toccate il cuore di Don Rodrigo, tenete la mano in testa al povero Fermo, salvate Lucia e benedite il Padre Guardiano[159]. Abbiate pietà dei peccatori, dei penitenti, dei giusti, dei fedeli e degli infedeli, degli oppressi e degli oppressori, dei cappuccini, dei zoccolanti e di tutti i regolari, di tutti gli ecclesiastici e di tutti i laici, dei popoli e dei principi, dei carcerati, dei giudici, dei banditi, dei ladri, dei birri, delle vedove, dei pupilli, dei bravi, dei zingari, degli indemoniati, deivivi e dei morti. Così sia. Quindi si gettò anch'egli sul suo canile, dove lo lasceremo dormire, che ne ha bisogno[160].
Il tentativo fallito del matrimonio clandestino.
A)PRIMA MINUTA.
Tra il primo concetto di una impresa terribile e l'adempimento, ha detto uno scrittore privo di buon gusto, l'intervallo è un sogno di fantasmi e di paure. Lucia era nelle angosce di questo sogno. Agnese, la stessa Agnese, così risoluta e disposta all'operare, era sopra pensiero, e trovava a stento le parole per rincorare la poveretta. Ma al momento in cui l'azione comincia e l'animo che fino allora tollerava i pensieri che gli passavano sopra, cacciandosi a vicenda e tornando, è costretto a comandare una risoluzione e a dirigere le azioni del corpo, allora egli si trova tutto trasformato: al terrore e al coraggio, che lo agitavano, succede un nuovo terrore, e un nuovo coraggio: l'impresa si affaccia alla mente come una apparizione nuova, inaspettata; si scoprono mezzi e ostacoli non pensati; ciò che sembrava più difficile si trova fatto quasi da sè, l'immaginazione si ferma spaventata, le membra niegano di moversi dinanzi ad un passo che era sembrato il più agevole: il cuore manca alle promesse che aveva fatte con più sicurezza.
Quando s'intese bussare sommessamente alla porta[161], Lucia fu presa da tanto terrore, che risolvette in quel momento di soffrire ogni cosa, di esser sempre divisa da Fermo, piuttosto che eseguire la risoluzione presa; ma quando Fermo, entrato, disse: son qui, andiamo; quando tutti si mostrarono pronti ad avviarsi senza esitazione, come a cosa già determinata, Lucia, come strascinata, prese tremando un braccio della madre e un braccio di Fermo e s'avviò colla brigata avventurosa.
Zitti, zitti, nelle tenebre, a passo misurato, giunsero dinanzi alla casa del nostro Don Abbondio, il quale era ben lontano pover uomo! dal pensare che una tanta burrasca si addensasse sul suo capo. Qui si separarono, come erano convenuti: e la coppia innocente, per un viottolo tortuoso, che girava attorno all'orto del curato, e sdrucciolando poi sommessamente dietro il muro di fianco della casa, venne a porsi presso all'angolo di essa; Fermo e Lucia, per trovarsi nel luogo più vicino alla porta ed entrare quando il destro verrebbe; Agnese, per uscire ad incontrare Perpetua nel momento opportuno. Toni, destro, col disutilaccio di Gervaso, che non sapeva far nulla da sè, e senza il quale non si poteva far nulla, si affacciarono bravamente alla porta e toccarono il martello.
—Chi è? gridò una voce alla finestra, che si aperse in quel momento: era la voce di Perpetua. Malati non ce n'è, dovrei saperlo: è forse accaduta qualche disgrazia?
—Son io, rispose Tonio, con mio fratello, che abbiamo bisogno di parlare col signor curato.
—È ora questa da cristiani? rispose agramente Perpetua: che discrezione? tornate domani.
—Sentite: tornerò, o non tornerò: mi trovavo alcuni pochi soldi per pagare al signor curato quel debituccio che sapete: ma se non si può, aspetterò un'altra occasione: questi so come spenderli, e verrò quando ne abbia guadagnati degli altri.
—Aspettate, aspettate: vado e torno: ma perchè venire a quest'ora?
—Se l'ora potete cangiarla, io non m'oppongo: per me son qui; e se non mi volete, me ne vado.
—No no, aspettate un momento; torno con la risposta.
Così dicendo richiuse la finestra: a questo punto Agnese si spiccò dai promessi, e, detto sotto voce a Lucia: coraggio; è un momento; gli è come far cavare un dente, venne a porsi dinanzi la fronte della casa, aspettando che Perpetua aprisse, per far vista di passare.
Perpetua venne infatti tostamente, ed aperse la porta, e disse: dove siete?
Quando i due fratelli si mostravano, Agnese passò dinanzi a loro, e salutò Perpetua, fermandosi un momento sui due piedi.
Buona sera, Agnese, disse Perpetua, donde a quest'ora?
—Vengo dalla filanda, rispose Agnese, e se sapeste... mi sono indugiata appunto in grazia vostra.
—Oh perchè? riprese Perpetua: indi, rivolta ai due fratelli: entrate disse, salite pure, che vengo anch'io.—Quegli entrarono.
—Perchè, ripigliò Agnese, una donna pettegola! non sanno le cose e voglion parlare... credereste? si ostinava a dire che non vi siete sposata con Beppo, perchè egli non vi ha voluto. Io sosteneva che voi l'avete rifiutato...
—Certo, sono stata io; ma chi è costei?
—Questo non fa... ma non potete credere quanto mi sia spiaciuto di non saper ben bene tutta la storia, per confonder colei.
—È una bugiarderia, disse Perpetua, la più nera. Sentite come andò la faccenda, e ho testimonj, vedete. Ehi, Tonio, socchiudete la porta, e salite pure, ch'io verrò poi. Tonio rispose di dentro che si. Perpetua cominciò la sua storia e Agnese si avviò verso l'angolo della casa, opposto a quello dietro cui erano in agguato i due giovani, e quando pur passo passo vi fu giunta, lo voltò, seguita da Perpetua: e voltatolo, tossì per dar segno. Il segno fu inteso, e Fermo traendo Lucia, la quale correva come un leprotto inseguito, in punta di piè vennero fino alla porta, l'aprirono delicatamente e si trovarono nel vestibolo coi due fratelli, che gli stavano aspettando. Chiusero sommessamente il chiavistello[162]per di dentro e salirono insieme, mentre Agnese moltiplicava le inchieste, per trattenere la fante. I quattro congiurati, tutti diversamente commossi, ascesero le scale, e posati che furono sul pianerottolo: Toni disse ad alta voce:Deo gratias, ed entrò col fratello, mentre Don Abbondio, che gli aspettava, rispose: Avanti. Fermo e Lucia ristettero dietro la porta: senza muoversi, senza alitare: l'orecchio il più fino non avrebbe potuto ivi intender altro che il battito del cuore di Lucia. Toni, entrato, socchiuse la porta dietro di sè. Don Abbondio, convalescente della febbre, e non guarito della paura, stava seduto su un vecchio seggiolone, ravvolto in una vecchia zimarra, coperto il capo d'un vecchio camauro, sotto il quale si vedevauno sguardo sospettoso e teso, un lungo naso, e fra due guance pendenti una bocca quale ognuno l'ha dopo d'aver sorbita una ostica medicina. Aveva dinanzi a sè una vecchia tavola e sulla tavola una picciola lucerna, che mandava una luce scarsa sulla tavola e sui dintorni, e lasciava il resto nelle tenebre. Presso alla lucerna, era il breviale, e aperto dinanzi a Don Abbondio il Quaresimale[163].