X.

—Ah! ah! fu il saluto di Don Abbondio.—Il signor curato dirà che siamo venuti tardi, disse Toni inchinandosi, come pure fece più goffamente Gervaso.—Venite tardi in tutti i modi, rispose Don Abbondio. Basta, vediamo.—Sono venticinque buone lire di quelle con Sant'Ambrogio a cavallo, disse Toni, cavando un gruppetto di tasca.—Vediamo, replicò il curato: le prese, le volse e le rivolse e le numerò, e furono trovate irreprensibili.—Ora, signor curato, mi darà gli orecchini e la collana, della mia povera Tecla.—È giusto, rispose Don Abbondio; e andò ad un armadio e cacciata una chiave, guardandosi intorno, come per tener lontani gli spettatori, aperse una parte d'imposta, riempì l'apertura colla persona, introdusse la testa per guardare e un braccio per ritirare il pegno; lo ritirò, chiuse l'armadio, svolse la carta dov'era il pegno, e guardatolo, c'è tutto? disse, indi lo consegnò a Toni.—Ora, disse Toni, mi favorisca di una riga di quitanza.—Non vi fidate? rispose bruscamente Don Abbondio. Ecco, volete darmi anche quest'incomodo.—Che dice mai? s'io mi fido, signor curato: ma dalla vita alla morte...—Bene, bene, come volete. Oh che seccatura! Bisognerà ch'io ponga inchiostro nel calamajo. Perpetua! dov'è costei? Perpetua!—Perpetua era da basso, tutta affacendata a prepararle da cena: la lasci stare, signor curato: anche il calamajo, che farà più presto.Così, brontolando, tirò un cassettino dal tavolo, ne tolse carta, penna e calamajo, e si pose a scrivere, dettandosi ad alta voce la composizione. Frattando Toni e Gervaso, com'era convenuto, si posero dinanzi allo scrittore in modo da toglierli la veduta della porta; e come per ozio andavano soffregando coi piedi il pavimento, per dar agio ai di fuori di venire avanti senza essere intesi. Don Abbondio, tutto nella sua quitanza, non badava ad altro. Al fruscio dei quattro piedi Fermo strinse la mano di Lucia per darle risoluzione, la pigliò con sè e pian piano entrarono nella porta, Lucia più morta che viva, e si collocarono dietro i due fratelli. Don Abbondio, finito ch'ebbe di scrivere, rilesse attentamente da sè, quindi fatta lettura ad alta voce, prima di alzare gli occhi dalla carta: sarete contento? disse, e preso il foglio lo porse a Toni. Toni, allungando la mano per pigliarlo, si ritirò da una parte, Gervaso dall'altra, e i due sposi apparvero in mezzo[164]come all'alzare d'unsipario. Don Abbondio intravide, vide, si spaventò, si stupì, s'infuriò, pensò, prese una risoluzione, tutto questo nel tempo che Fermo impiegò a proferire le parole magiche: Signor curato, in presenza di questi testimoni, questa è mia moglie. Le labbra di Fermo non erano ancor tornate in riposo, che Don Abbondio aveva già lasciata cadere la quitanza fatta, afferrata colla manca e sollevata la lucerna e tirato colla destra a sè un tappeto, che copriva il tavolo, gettando a terra il breviale e il quaresimale, e balzando tra la seggiola e il tavolo s'era avvicinato a Lucia; la poveretta con voce tremante aveva appena potuto dire: e questo... che Don Abbondio gli aveva gettato scortesemente il tappeto sulla testa e sul volto, e tenendoglielo colle mani ravvolto e stretto sulla bocca, perch'ella non potesse proseguire, gridava a testa, come un toro ferito: tradimento! tradimento! ajuto! ajuto! Il lucignolo della lucerna, che Don Abbondio aveva lasciata cadere a terra, si moriva mandando un ultimo chiarore, e la povera Lucia, appoggiata a Fermo, coperta così di quel ruvido velo, pareva una statua sbozzata in creta, a cui un rozzo fattore dell'artefice copre la testa con un umido panno. Cessata ogni luce, Don Abbondio lasciò la poveretta, la quale già per sè non avrebbe più potuto proseguire, e pratico com'era del luogo, trovò tosto a tentone la porta della stanza vicina, v'entrò, vi si chiuse e continuò a gridare: tradimento! Perpetua! accorr'uomo: gente in casa! clandestino: tre anni di sospensione! una schioppettata! fuori di questa casa! fuori di questa casa! Perpetua! dov'è costei! Nella stanza tutto era confusione. Fermo, inseguendo come poteva il curato, aveva strascinata con sè Lucia alla porta e bussava gridando: apra, apra, non faccia schiamazzo: apra, o la vedremo. Toni,curvo a terra, girava le mani sul pavimento per trovare la sua quitanza, e Gervaso, spiritato, gridava e andava cercando la porta della scala per porsi in salvo.Don Abbondio, vedendo che il nimico non voleva sgomberare, si fece ad una finestra che dava sul sagrato, a gridare ajuto. Batteva la più bella luna del mondo, e l'ombra della chiesa e del campanile si disegnava sulle erbe lucenti del sagrato: per quell'ombra veniva tranquillamente[165]con un gran mazzo di chiavi pendente alla mano il sagrista, il quale, dopo suonata l'avemaria, era rimasto a scopare la chiesa e a governare gli arredi dell'altare. Lorenzo! gridò il curato, accorrete, gente in casa! ajuto. Lorenzo si sbigottì; ma con quella rapidità d'ingegno che danno i casi urgenti, pensò tosto al modo di dare al curato più soccorso ch'egli non chiedeva e di farlo senza suo rischio. Corse indietro alla porta della chiesa, scelse nel mazzo la grossissima chiave, aperse, entrò, andò difilato al campanile, prese la corda della più grossa campana e tirò a martello[166].B)SECONDA MINUTA.Tra il primo concetto d'una impresa terribile e l'adempimento (ha detto un barbaro[167]che non eraprivo d'ingegno) l'intervallo è un sogno pieno di fantasmi e di paure. Lucia era da molte ore nell'angoscedi questo sogno: e Agnese, la stessa Agnese, l'autrice del consiglio, stava sopra pensiero, e trovavaa stento parole per rincorare la figlia. Ma al momento del destarsi, al momento in cui si vuol pormano all'azione, l'animo si trova tutto trasformato. Al terrore e al coraggio, che vi battagliavano, succede un altro terrore, un altro coraggio: l'impresa si affaccia alla mente come una nuova apparizione: ciò che più si apprendeva da prima sembra talvoltadivenuto in un punto agevole: talvolta s'ingrandisce l'ostacolo che appena si era avvertito, l'immaginazione sì arretra spaventata, le membra negano il loro uficio, e il cuore manca alle promesse che aveva fatte con più sicurezza[168].Al bussare sommesso di Fermo, Lucia fu presa da tanto terrore, che risolvette in quel momento dì soffrire ogni cosa, di esser sempre divisa da lui, piuttosto che eseguire la risoluzione presa; ma quando Fermo sì fu mostrato, ed ebbe detto: son qui, andiamo; quando tutti si mostrarono pronti ad avviarsi senza esitazione, come a cosa stabilita, irrevocabile, Lucia non ebbe spazio nè cuore d'intromettere difficoltà; e, come strascinata, prese tremando un braccio della madre, un braccio del promesso sposo, e s'avviò, senza far motto, colla brigata avventuriera.Zitti, zitti, nelle tenebre, a passo misurato uscirono dalla porta e presero la strada fuori del paese. La più dritta e corta era di attraversarlo per divenire all'altro capo, dov'era la casa di don Abbondio: ma scelsero la più lunga onde camminare inosservati. Per una giravolta di stradicciuole al di fuori, giunsero in breve presso alla meta, e quivi si divisero. I due promessi rimasero nascosti dietro l'angolo della casa, Agnese con essi, ma dinanzi, per accorrere in tempo ad incontrare Perpetua e ad impadronirsene: Tonio col disutilaccio di Gervaso, che non sapeva far nulla da sè, e senza il quale non si poteva far nulla, si affacciarono bravamente alla porta e toccarono il martello.—Chi è, a quest'ora? gridò una voce alla finestra, che si aperse in quel momento: era la voce di Perpetua. Malati non ce n'è, ch'io sappia: è forse accaduta qualche disgrazia?—Son io, rispose Tonio, con mio fratello, che abbiamo bisogno di parlare col signor curato.—È ora da cristiani questa? rispose agramente Perpetua: che discrezione! tornate domani.—Sentite: tornerò, o non tornerò: ho riscossi non so che danari, e veniva a saldare quel debituccio che sapete: aveva qui venticinque belle berlinghe nuove: ma se non si può, pazienza: questi so come spenderli, e tornerò quando ne abbia riscossi degli altri.—Aspettate, aspettate: vado e torno: ma perchè venire a quest'ora?—Se l'ora potete cangiarla, io non m'oppongo: per me son qui; e se non mi volete, me ne vado.—No, no: aspettate un momento; torno con la risposta.Così dicendo richiuse la finestra: a questo punto Agnese si spiccò dai promessi, e detto sotto voce a Lucia: coraggio; è un momento; gli è come far cavare un dente, venne a porsi lungo la fronte della casa, poco lontano dalla porta, aspettando che tornasse Perpetua, per giungerle addosso[169].—Carneade! chi era costui? ruminava tra sè don Abbondio, seduto sul suo seggiolone nella stanza da letto, con un libricciuolo aperto dinanzi, quando Perpetua entrò a portargli l'imbasciata. Carneade! questo nome mi par bene di averlo inteso o letto; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli: ma chi diavolo era costui? Tanto il pover uomo era lontano dal pensare alla burrasca che gli si addensava sul capo! Bisogna sapere che don Abbondio si dilettava di leggere qualche linea ogni giorno, e un curato suo vicino, che aveva un po' di libreria, gli prestava un libro dopo l'altro, il primo che gli veniva alle mani. Quello su cui meditava in quel momento don Abbondio, convalescente della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto alla febbre) che non volesse lasciar credere, era un panegirico in onore di san Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione, nel duomo di Milano, due anni prima. Il santo vi era. paragonato, per l'amore dello studio, ad Archimede; e fin qui don Abbondio non trovava inciampo; perchè Archimede ne ha fatte di così belle[170],ha fatto dir tanto di sè, che per saperne qualche cosa, non fa mestieri una erudizione molto vasta. Ma dopoArchimede, l'oratore chiamava a paragone anche Carneade: e quivi il lettore era rimasto arrenato. Perpetua annunziò la visita di Tonio.—A quest'ora? disse anch'egli don Abbondio, com'era naturale.—Che vuoi ella? non hanno discrezione: ma se non lo piglia al volo...—Se non lo piglio ora, sa il cielo quando lo potrò pigliare. Fatelo venire. Ehi! ehi! siete poi ben sicura che sia egli, Tonio?—Diavolo! rispose Perpetua, e scese, aperse la porta, e disse: dove siete?Tonio si mostrò; e in quel momento si mostrò pure Agnese, come se passasse di quivi, e salutò Perpetua per nome, fermandosi sui due piedi.—Buona sera, Agnese, disse Perpetua: donde si viene a quest'ora?—Vengo dalla filanda, e se sapeste... mi sono indugiata appunto in grazia vostra.—Oh perchè? domandò Perpetua: e, rivolta ai due fratelli: entrate, disse, che vengo anch'io.—Perchè, ripigliò Agnese, una donna di quelle che non sanno le cose, e voglion parlare... credereste? si ostinava a dire che voi non vi siete sposata con Beppo Suolavecchia, nè con Anselmo Lunghigna[171], perchè non vi hanno voluta. Io sosteneva che voi gli avete rifiutati, l'uno e l'altro...—Sicuro. Oh la bugiarda! la bugiardona! chi è costei?—Ve lo dirò; ma non potete credere quanto mi sia spiaciuto di non saper bene tutta la storia, per confonder colei.È una bugiarderia, disse Perpetua, la più infame! Quanto a Beppo, tutti sanno, e hanno potuto vedere... Ehi, Tonio! socchiudete la porta, e salite pure, ch'io vengo.Tonio rispose di dentro che sì; e Perpetua proseguì la sua narrazione appassionata. In faccia alla porta di don Abbondio si apriva tra due casipole una stradetta, la quale non correva diritta più che la lunghezza di quelle, e volgeva, dietro ad una di esse, nei campi. Agnese vi s'avviò, come se volesse trarsi alquanto in disparte per parlare più liberamente: e veggendo poi che la narratrice le veniva dietro smemorata, voltò il canto, non senza un gran palpito, e Perpetua dietro. Agnese allora tossì forte. Era il segno: Fermo lo intese, fece animo a Lucia con una stretta di braccio, ed entrambi, in punta di piedi, voltarono anch'essi il lor canto, strisciaron quatti quatti rasente il muro, vennero alla porta, l'aprirono dilicatamente; uno e due, cheti e chinati, furono nell'andito, dove trovarono i due fratelli ad aspettare. Fermo abbassò pian piano il saliscendo nel monachetto: e tutti quattro su per le scale, non facendo pur romore per due. Giunti sul pianerottolo, i due fratelli si fecero in faccia alla porta della stanza che era di fianco alla scala; gli sposi si strinsero alla parete.—Deo gratias, disse Tonio, a voce spiegata.—Tonio, eh? Entrate, rispose la voce dì dentro. Il chiamato schiuse le imposte appena quanto era necessario per passare egli, e il fratel dietro. La riga di luce che uscì d'improvviso per quella apertura, e scorse a traverso il pavimento oscuro del pianerottolo, fece trepidare Lucia, come s'ella fosse scoverta. Entrati i fratelli, Tonio si richiuse dietro le imposte: gli sposi rimasero immobili nelle tenebrecon le orecchie tese, tenendo il fiato: il romore più forte era il battito del cuore di Lucia.Don Abbondio stava, come abbiam detto, sur una vecchia seggiola, ravvolto in una vecchia zimarra, imbacuccato in un vecchio berretto a foggia di camauro, che gli faceva cornice intorno alla faccia. Due folte ciocche che scappavano fuor del berretto, due folti sopraccigli, due folti mustacchi, un folto pizzo pel lungo del mento, tutti canuti e sparsi su quella faccia brunazza e rugosa, parevano cespugli nevicosi sporgenti da un dirupo.—Ah! ah! fu il suo saluto, mentre si cavava gli occhiali e li riponeva nel libricciuolo.—Dirà il signor curato che son venuto tardi: disse Tonio, inchinandosi, come pure fece, ma più goffamente Gervaso.—Sicuro che è tardi. Sono ammalato, vedete.—Oh! me ne spiace.—L'avrete inteso dire: sono ammalato; e non so quando potrò lasciarmi vedere... Ma perchè vi siete tirato dietro quel... quel figliuolo?—Così per compagnia, signor curato.—Basta, vediamo.—Sono venticinque berlinghe nuove, di quelle col sant'Ambrogio a cavallo, disse Tonio, cavandosi un gruppetto di tasca.—Vediamo, replicò don Abbondio: e le prese, si rimesse gli occhiali, le volse, le rivolse, le noverò, le trovò irreprensibili.—Ora, signor curato, mi darà la collana della mia povera Tecla.—È giusto, rispose don Abbondio; e andò ad un armadio, e cacciata una chiave, guardandosi intorno come per tener lontani gli spettatori, aperse una parte d'imposta, riempì l'apertura colla persona,introdusse la testa per guardare e un braccio per ritirare il pegno; lo ritirò, chiuse l'armadio, svolse il cartoccino, disse: va bene? lo ripiegò e lo consegnò a Tonio.—Ora, disse questi, si contenti di farmi una riga di quitanza.—Anche questa! disse don Abbondio. Le sanno tutte: ih! come è divenuto sospettoso il mondo! Non vi fidate di me?—Che dic'ella, signor curato? s'io mi fido! ma, dalla vita alla morte...—Bene, bene.Così brontolando tirò a sè un cassettino del tavolo; ne tolse carta, penna e calamaio; e si pose a scrivere, ripetendo a viva voce le parole a misura che gli uscivano dalla penna. Frattanto Tonio, e ad un suo cenno Gervaso, si posero in piedi dinanzi al tavolo in modo di togliere allo scrittore la vista della porta; e come per ozio andavano soffregando coi piedi il pavimento, per dar segno a quei dì fuori che entrassero, e per isconfondere nello stesso tempo il romore delle loro pedate. Don Abbondio, attuffato nella sua scrittura, non badava ad altro. Al fruscio dei quattro piedi, Fermo strinse la mano a Lucia per darle coraggio, e pian piano entrarono, Lucia più morta che viva; e si appostarono dietro i due fratelli. Frattanto don Abbondio, finito di scrivere, rilesse attentamente, senza sollevar gli occhi dalla carta; la piegò, dicendo: sarete contento ora? e togliendosi con una mano gli occhiali dal naso, sporse con l'altra il foglio a Tonio, levando la faccia. Tonio, stendendo la destra a prenderlo, si ritirò da una parte; Gervaso, ad un cenno, dall'altra: ed ecco, come al dividersi d'una scena, apparire nel mezzo Fermo e Lucia. Don Abbondio intravvide, vide, si spaventò,si stupì, s'infuriò, pensò, prese una risoluzione: tutto questo nel tempo che Fermo mise a proferire le parole: signor curato, in presenza di questi testimonii, questa è mia moglie. Le sue labbra non erano ancora tornate in riposo, che don Abbondio aveva già lasciata cadere la quitanza, afferrata colla manca e sollevata la lucerna, ghermito con la destra il tappeto, che copriva la tavola, e tiratolo a sè con furia, gittando a terra libro, carta, calamaio e polverino; e balzando tra la seggiola e la tavola, s'era avvicinato a Lucia. La poveretta con quella sua voce soave, e allora tutta tremante, aveva appena potuto proferire: e questo... che don Abbondio le aveva gittato scortesemente il tappeto sulla testa e sul volto, per impedirle di pronunziare intera la formola. E per tenerle meglio quel drappo ravvolto intorno alla bocca, lasciò cadere la lucerna: gridando intanto a testa, come un toro ferito: Perpetua, Perpetua, tradimento, aiuto! Il lucignolo, morente sul pavimento, mandava una luce languida e saltellante sopra Lucia, la quale, affatto smarrita, non tentava pure di svilupparsi, e stava come una statua sbozzata in creta, sovra la quale l'artefice ha gittato un umido panno. Cessata ogni luce, don Abbondio lasciò la poveretta, e andò cercando a tentone la porta d'una stanza vicina, la trovò, v'entrò, si chiuse dentro, gridando tuttavia: Perpetua, tradimento, aiuto, fuori di questa casa, fuori di questa casa. Nell'altra stanza tutto era confusione: Fermo, cercando di cogliere il curato, e remigando colle mani, come se facesse a gatta cieca, era giunto alla porta, e bussava, gridando: apra, apra, non faccia schiammazzo. Lucia chiamava Fermo con voce fioca, e diceva supplicando: andiamo, andiamo, per amor di Dio. Tonio, carpone, andava scopando colle mani il pavimento, per adunghiare lasua quitanza. Gervaso spiritato gridava, e trasaltava, cercando la porta della scala, per uscire a salvamento.In mezzo a questo serra serra, non possiamo lasciare di arrestarci un momento a fare una riflessione. Fermo, il quale strepitava di notte in casa altrui, che vi s'era tramesso di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l'apparenza d'un oppressore: eppure, alla fine del fatto, egli era l'oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente ai fatti suoi, parrebbe la vittima: eppure egli era in realtà l'ingiusto. Così va sovente il mondo... Voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo.L'assediato, veggendo che il nemico non isgomberava, aperse una finestra che dava in sul sagrato, e si diede a gridare: aiuto! Batteva la più bella luna del mondo: e l'ombra della chiesa e del campanile si disegnava bruna e distinta[172]sul piano verde e liscio del sagrato. Per quell'ombra veniva tranquillamente, con un gran mazzo di chiavi pendente alla mano, il sagrista, il quale, dopo suonata l'avemaria, era rimasto a governare non so che arredi dell'altare. A quel gridìo levò egli la testa.—Lorenzo[173]! gridò don Abbondio: accorrete: gente in casa: aiuto! aiuto!Lorenzo, quantunque sbigottito, non perdette la testa; trovò in su l'istante ch'egli poteva dar più aiuto che non gliene fosse domandato, senza cacciarsi egli nel tafferuglio, quale ch'e' fosse. Corseindietro alla porta della chiesa; tolse nel mazzo la grossissima chiave, entrò, andò difilato al campanile, prese la corda della campana maggiore e suonò a martello[174].X.Le correzioni all'«Addio ai monti».A)PRIMA STESURA.I viaggiatori silenziosi, volgendosi addietro, guardavano [il paese] le montagne e il paese, che la luna illuminava. Si distinguevano i villaggi, i campanili, le capanne: il castelletto di Don Rodrigo colla vecchia sua torre [sovrastava fra le capanne e le signoreggiava] alto sulle capanne pareva un [superbo] feroce ritto nelle tenebre che [medita il delitto] in mezzo ad una folla di coricati nel sonno [stesse] vegliasse meditando un delitto. Lucia [scorreva coll'occhi] lo vide, e rabbrividì; scerse coll'occhio verso il sito della sua umile casa, vide un pezzo di muro bianco che usciva da una macchia verde scura, riconobbe la [ca] sua casetta, e il fico che ombreggiava la stessa: e seduta com'era sul fondo della barca, poggiò il gomito sulla sponda, chinò su quello la fronte come per dormire; e pianse segretamente.Addio, monti [ritti negli abissi dell'acque] [appoggiati negli abissi delle acque ed elevati verso il cielo;] posati sugli abissi dell'acque ed elevati al cielo; cime ineguali, conosciute a colui [che vi guardòcolle prime sue occhiate] che fissò sopra di voi i primi suoi sguardi, e che visse fra voi, come egli distingue all'aspetto [gli uomini coi] l'uno dall'altro i suoi famigliari, [valli segrete] valloni segreti, ville sparse e biancheggianti sul pendìo come branco disperso di pecore pascenti, addio! Quanto [spiacevole] è [doloroso il lascia] tristo il lasciarvi a chi vi conosce dall'infanzia! quanto è nojoso l'aspetto della pianura [che fastidisce l'occhio e lo conduce per lontani spazj dov'egli non trova che] dove [quello] [lo spazio che si percorre somiglia a q] il sito a cui si aggiunse è simile a quello che si è lasciato addietro, dove l'occhio [fastidito] cerca invano [negli] nel lungo spazio, dove riposarsi e [guardare] contemplare, e si [abbassa] ritira fastidito come dal fondo d'un quadro su cui l'artefice non abbia ancor figurata alcuna immagine della creazione. Che importa che nei [deserti] piani deserti surgano città superbe ed affollate? il montanaro che le passeggia [non può stupirsi degli edificj] avvezzo alle alture di Dio, non sente il diletto della maraviglia nel mirare edificj che il cittadino chiama [alti] elevati perchè gli ha fatti egli ponendo a fatica pietra sopra pietra. Le vie che [si lodano] hanno vanto di ampiezza, gli sembrano valli [anguste] troppo anguste; [ed[egli]egli sa] l'afa immobile lo opprime, ed egli che nella vita operosa del monte non [aveva] [pensava alla sanità che allor quando] aveva forse provato altro malore che la fatica, divenuto [sospettoso] timido e delicato come il cittadino, [parla] si lagna del clima e della temperie, e dice che morrà se non torna ai suoi monti. Egli che sorto col sole non riposava che al mezzo giorno, e [alla sera] al cessare delle fatiche diurne, [ora] passa le ore intere nell'ozio malinconico ripensando alle sue montagne.Ma questi sono piccioli dolori[175]. L'uomo sa tormentar l'uomo [nell'animo] nel cuore; e amareggiargli il pensiero di modo che anche la memoria dei [tempi] momenti [lieti già pa] passati lietamente [gli porta un rancore] [senza] [non misto di compiacenza] [invece è tutta dolorosa.Addio, casa natale] affacciandosi ad esso perde ogni bellezza, e porta un rancore non temperato da alcuna compiacenza; è tutta dolorosa: reca all'afflitto una certa maraviglia che abbia potuto altre volte godere, e non desidera più quelle contentezze delle quali non gli par più capace la sua mente trasformata[176]. Addio, casa natale, casa dei primi passi, dei primi giuochi, delle prime speranze; casa [dalla] nella quale sedendo con un pensiero s'imparò a distinguere [dalle orme degli] [fra i passi degli uomini] dal romore delle orme comuni il romore d'un'orma desiderata con un misterioso timore. Addio, addio casa altrui, nella quale la fantasia [commossa,e] intenta, e sicura vedeva [il soggiorno] [si era fabbricato il] un soggiorno di [compagna] sposa, e di compagna. Addio, Chiesa dove nella prima [inf] puerizia si stette in silenzio e [colla gravità] con adulta gravità, dove si [cantò] cantarono colle compagne le lodi del Signore, dove ognuno esponeva tacitamente le sue preghiere a Colui che tutte le intende e le può tutte esaudire; Chiesa, dove era preparatoun rito, dove l'approvazione e la benedizione di Dio doveva aggiungere all'ebbrezza della gioja il gaudio tranquillo e solenne della santità. Addio! Il serpente nel suo viaggio [tortuoso e] torto e insidioso, si posta talvolta vicino all'abitazione dell'uomo, e vi pone il suo nido, vi conduce la sua famiglia, [e l'uomo che] riempie il suolo e se ne impadronisce; [ne scaccia l'uomo il quale] perchè l'uomo il quale ad ogni passo incontra il [rettile] velenoso vicino pronto ad avventarglisi, che è obbligato di guardarsi e di non dar passo senza sospetto, che trema pei suoi figli [abbandona la sua abitazione, maledice il serpente sente] sente venirsi in odio la sua dimora, maledice [il vicino nuovo] il rettile usurpatore, e parte. E l'uomo pure caccia talvolta l'uomo [dalla] sulla terra come se [fosse una] gli fosse destinato per preda: [fino a quel giorno in cui] allora il debole non può che fuggire dalla faccia del potente oltraggioso: [fino a quel giorno in cui] [un giorno poi] ma i passi affannosi del debole sono contati, e un giorno ne sarà chiesta ragione.La barca giunta alla riva, urtando sull'arena [tra] scosse Lucia, la quale [si alzò asciugand] dopo avere asciugate in segreto le lagrime, si alzò come dal sonno.B)SECONDA STESURA.I passeggieri silenziosi, volgendosi addietro, guardavano le montagne e il paese rischiarato dalla luna, e svariato qua e là di grandi ombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il castellotto di don Rodrigo colla vecchia sua torre, elevato sulle casucce ammucchiate alla falda del promontorio, parevaun feroce che ritto nelle tenebre sopra una folla di giacenti addormentati, vegliasse meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì; discese coll'occhio a traverso la china fino al suo paesello: [affisò l'estremità] guardò fiso all'estremità, scerse la sua casetta, scerse la chioma folta del fico che usciva [dal] di sopra il muro: e seduta com'era sul fondo della barca, appoggiò il gomito sulla sponda, chinò su quello la fronte come per dormire; e pianse segretamente.Addio, montagne sorgenti dalle acque ed [elevate a] erette al cielo; cime ineguali, conosciute a chi è nato fra voi, e distinte nella sua mente non meno che lo sieno gli aspetti dei suoi più famigliari; valloni segreti, ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti, addio! Quanto è tristo il passo dell'indigena che si allontana da voi! [Quegli] A quello stesso che volontariamente vi volge le spalle, [che va a procacciarsi fortuna,] [sente ad un tratto] [vede nella] [vede e corre a] [e] dirizzato a procacciarsi fortuna, si disabbelliscono in quel momento i sogni della ricchezza, e nulla gli sembra [più] desiderabile se non il soggiornare tra voi. Il suo occhio si ritrae fastidito [dal vuoto uniforme aspetto della pianura[dalla u...]e affaticato] e stanco dalla uniforme ampiezza della pianura; [dinanzi agli edificii delle città affollate[egli pensa]egli entra] l'aere gli simiglia gravoso e senza vita: egli entra mesto e disattento nelle città tumultuose; e dinanzi agli edificii ammirati dallo straniero, egli pensa [con diletto affannoso] con amore affannoso [ai suoi monti] al camperello [che egli s...del vicino su cui egli ha posti gli occhi prima di partire] a cui egli ha posto [add] gli occhi addosso da gran tempo, ch'egli si compererà tornando a casa dovizioso, e[pel quale solo si] per amore [del quale] di cui egli si affatica ad acquistare, e sopporta il tedio di viver lontano da' suoi monti.Ma chi [mai] non aveva mai spinto al di là di quelli pure un desiderio, nè una vaghezza aerea, chi aveva composti e intrecciati con l'immagine di quelli tutti i disegni dell'avvenire, d'un avvenire sospirato segretamente, e che [pareva] si credeva certo e imminente, e ne è sbalzato [lungi] da una forza perversa! [lungi] e strappato in una volta [dalle] alle costumanze più care [e alle più care speranze] e turbato nelle più care speranze! [e parte senza sapere fra qua] s'avvia in cerca di stranieri che non ha mai desiderato di conoscere, e [senza] non può colla immaginazione [precorrere al] trascorrere per uno spazio misurato all'assenza, al momento stabilito del ritorno! Addio, casa natale, dove sedendo con un pensiero [nascosto] segreto s'imparò a distinguere dal romore delle orme comuni il romore d'un'orma desiderata con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa guardata tante volte alla sfuggita passando e non senza rossore, nella quale la [fantasia] mente [vedeva] si compiaceva di figurarsi un tranquillo e perpetuo soggiorno di sposa. Addio, chiesa, dove [era] si cantarono tante volte le lodi del Signore, dove era promesso [un], preparato un rito, dove il sospiro segreto [dell'animo] del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l'amore chiamarsi santo; addio!Di tal genere, se non tali affatto, erano i pensieri di Lucia, e poco dissimili i pensieri degli altri due pellegrini, mentre [il battello] la barca gli andava avvicinando alla destra riva dell'Adda[177].C)TERZA STESURA.L'onda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia [fuggente che] increspata, che si andava allontanando dal lido. I passeggieri silenziosi, [volgendosi[addietr...]indietro, guardavano le mont...] [coi dorsi volti a quello, ma] [coi vol]colle facce[piegate]converse[rivolte indietro,] [girate indietro] [seduti colle spalle converse] coi dorsi volti a quello, [ma coi volti girati] e la faccia conversa indietro, guardavano le montagne e il paese rischiarato dalla luna, e svariato qua e là di grandi ombre. Si discernevano i villaggi, le case, le capanne: il castellotto di don Rodrigo, colla [vecchia] sua torre piatta, elevato [sulle] sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva un feroce, che ritto nelle tenebre sopra una [folla] compagnia di giacenti addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì; discese coll'occhio a traverso la china, fino al suo paesello; guardò fiso all'estremità, scerse la sua casetta, scerse la chioma folta del fico che sopravanzava [le muraglie] sulla cinta del cortile; scerse la [sua] finestra della sua stanza: e seduta com'era sul fondo della barca, appoggiò il gomito sulla sponda, chinò su quello la fronte, come per dormire; e pianse segretamente.Addio, montagne sorgenti dalle acque, ed erette al cielo; cime ineguali, [conosciute] note a chi è [nato] cresciuto tra voi, e [distinte] impresse nella sua mente non meno che lo sia l'aspetto dei suoi più famigliari; torrenti dei quali egli [riconosce il fragore] distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche: ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchidi pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo dell'indigena che si allontana da voi! Alla fantasia di quello stesso che [volontariamente vi lascia] [si parte da voi in cerca del guadagno,] [si di] se ne parte volontariamente, a procacciarsi guadagno, si disabbelliscono in quel momento i sogni della fortuna; egli [non sa capire come ab] si maraviglia d'essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che un giorno tornerà dovizioso. [A misura ch'egli discende] Quanto più s'avanza nel piano, il suo occhio si ritrae fastidito e stanco da quella ampiezza uniforme; l'aere gli simiglia gravoso e senza vita; egli s'inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le vie che sboccano nelle vie [gli tolgono il fiato] pare che gli tolgano il fiato; e dinanzi agli edifizii ammirati [agli] dallo straniero, egli pensa con desiderio inquieto [alla casuccia] al camperello del suo paese, alla casuccia a cui egli ha già posti gli occhi addosso da gran tempo, e che compererà, tornando ricco a' suoi monti.Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli nè pure un desiderio sfuggevole, chi aveva [intrecciati] composti e intrecciati con essi tutti i disegni dell'avvenire, d'un avvenire tacitamente bramato, [e] che pareva [ormai] certo ormai e imminente, e ne è sbalzato [da una forza] lontano da una forza perversa! Chi strappato ad un tempo alle più care costumanze, e sturbato nelle più care speranze, [s'avvia] lascia quei monti per avviarsi in traccia di stranieri che non ha mai desiderato di conoscere; e non può colla immaginazione trascorrere ad un momento stabilito [del] pel ritorno! Addio, casa natale, dove sedendo con un pensiero occulto, s'imparò a distinguere dal romore delle orme comuni il romore d'un'orma aspettata con un misterioso timore. Addio,casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si compiaceva di figurarsi un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, [nella quale si cantarono tante volte le lodi del Signore] dove la mente si rasserenò tante volte, e tante cure svanirono, cantando le lodi del Signore; dove era promesso, preparato un rito, dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l'amore chiamarsi santo: addio! Quegli che dava a voi tanta giocondità è dapertutto; ed Egli non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e maggiore.Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco dissimili i pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli andava avvicinando alla destra riva dell'Adda[178].D)Il testo della prima edizione, con le correzioni di quella del 1840, riveduta dall'autore[179].I passeggieri silenziosi, [colla faccia rivolta] con la testa voltata indietro, guardavano [le montagne] i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e [svariato] variato qua e là di [grandi] grand'ombre. Si [discernevano] distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, [colla] con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate allafalda del promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, [sopra una] in mezzo a una compagnia [di giacenti] d'addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì: [discese coll'occhio a traverso la china] scese con l'occhio giù giù per la china, fino al suo paesello, guardò [fiso] fisso [alla] all'estremità, [scerse] scoprì la sua casetta, [scerse] scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava [sulla cinta del cortile] il muro del cortile, [scerse] scoprì la finestra della sua [stanza] camera; e, seduta, com'era, [sul] nel fondo della barca, [appoggiò il gomito] posò il braccio sulla sponda, [chinò] posò [su quello] sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente.Addio, [montagne] monti sorgenti [dalle] dall'acque, ed [erette] elevati al cielo; cime [ineguali] inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che sia l'aspetto [dei] de' suoi più [famigliari] familiari; torrenti, [dei] de' quali [egli] distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul [pendìo] pendio, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d'essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più s'avanza nel piano, il suo occhio si [ritrae fastidito e stanco] ritira, disgustato e stanco, da [quella] quell'ampiezza uniforme; [l'aere] l'aria gli [simiglia gravoso e senza vita] par gravosa e morta; s'inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le [vie] strade che sboccano nelle [vie]strade, pare che gli [tolgano] levino il respiro; e [dinanzi] davanti agli [edifizii] edifizi ammirati dallo straniero [egli] pensa, con desiderio inquieto, al [camperello] campicello del suo paese, alla casuccia a cui [egli] ha già [posti] messi gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a' suoi monti.Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli [nè pure] neppure un desiderio [sfuggevole] fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell'avvenire, e [ne è] n'è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, [strappato] staccato [ad] a un tempo [alle] dalle più care abitudini, e [sturbato] disturbato nelle più care speranze, lascia [quei] que' monti, per avviarsi in traccia di [stranieri] sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può [colla] con l'immaginazione [trascorrere] arrivare [ad] a un momento stabilito [pel] per il ritorno! Addio, casa [natale] natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s'imparò a distinguere dal [romore] rumore [delle orme] de' passi comuni il [romore] rumore [di un'orma aspettata] d'un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si [compiaceva dì figurarsi] figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l'animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; [dove era] dov'era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l'amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! [Quegli che]Chi dava a voi tanta giocondità è [da] per tutto; [ed Egli] e non turba mai la gioia [dei] de' suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e [maggiore] più grande.Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco [dissimili] diversi i pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli andava avvicinando alla [destra riva] riva destra dell'Adda[180].XI.L'Innominato; brano della seconda minuta, stralciato poi dall'Autore[181].Nello schizzo che siam per dare della vita e del carattere di quell'innominato noi collocheremo alcuni passi del Ripamonti, traducendoli alla meglio dal suo bel latino[182]. Pel rimanente non abbiamo altra autorità che quella del nostro manoscritto.L'innominato era un tiranno, nel senso che si dava allora alla parola, che non mi andaste ad accusar pergiacobino: tiranni, nell'uso comune e nelle gride erano nominati coloro che col mezzo dei loro servi o bravi, resistevano più o meno agli ordini ed alla forza pubblica, e ne esercitavano una arbitraria, capricciosa,più o meno iniqua sopra i meno possenti. Fra quelli ai quali le ricchezze e la nascita rendevano, in quella condizione di tempi, possibile una tale tirannia, ben radi erano che non ne usassero un pochetto, almenoin certe occasioni, talvolta forse senza averne una coscienza ben distinta; molti la usavano come una professione; fra i molti spiccava quest'uno. Unico erede d'una famiglia primaria, nato con un talentosuperbo, imperioso, feroce, cresciuto fra l'apparato d'una grande opulenza e d'una gran forza domestica, fra il chinar riverente di facce bellicose e le dimostrazioni d'una servilità pronta a tutto intraprendere,fra il concerto di cento voci che esaltavano a gara la potenza della casa; e divenuto padrone in età assai giovanile, egli non fu contento della porzione di superiorità che avevano goduta i suoi maggiori. Queglino erano riveriti; egli volle esser terribile: eran lasciati stare anche dai più potenti e irrequieti; a lui pareva di scadere, quando non facesse stare nessuno: erano per lo più rimastial di sopra in ogni impegno dove avessero parte; egli volle essere arbitro negli altrui, in quelli dove non aveva pure un pretesto per intromettersi. Già da più generazioni la sua casa spiccava per una sontuosità principesca; egli riformò tutto quello sfoggio di conviti, di caccie, di torneamenti, e ne impiegò il costo in aumento di forza, in bravi, in armi, in ispedizioni. Passava allora una gran parte del tempo in città, e quivi la sua prima occupazione o il suo divertimento fu di andare in cerca di quelli che nella turba dei soverchiatori di mestiere erano i più famigerati, di pararsi loro dinanzi in qualunque occasione, per tastarli, per provarsi con loro e diminuire quella loro gran riputazione, o farsegli amici, d'un'amicizia però subordinata dalla parte loro, che era la sola che gli piacesse, la sola, per dir così, ch'egli sapesse intendere. In poco tempo ne ridusse molti a desistere da ogni rivalità e a dargli la mano in ogni congiuntura, ne conciò male qualcheduno dei più superbi e indomiti, e n'ebbe molti amici al modo ch'egli desiderava. Nessun d'essi lo avrebbe confessato, ma tutti sentivano alla sua presenza, e pensando a lui, una certa inferiorità, che gli sforzava a risguardarlo e a trattarlo piuttosto come un capo, che come un amico. Nel fatto però egli veniva ad essere il faccendone, lo strumento di tutti coloro, e alle volte in affari in cui la cooperazione sarebbe sembrata anche a lui vile, obbrobriosa, se non vi fosse entrata la difficoltà e la forza, cose che nel concetto comune, e più nel suo, nobilitavano tutto. Era a quei tempi cosa trita e quotidiana, massime fra i soverchiatori di professione, il richiedere negli impegni scabrosi l'aiuto e l'opera degli amici; cosa disonorevole il rifiutarla senza buone ragioni; e perchè l'ingiustizia o il pericolo dell'impresa fossero contatecome tali, bisognava che arrivassero a un grande eccesso. Una simile consuetudine, che era pei tiranni un mezzo e un carico del mestiere, secondo le occasioni, doveva naturalmente dar molte faccende a un tiranno come questo. I molti suoi amici avevano molte e varie passioni da soddisfare; la predominante in lui era quella di far cose vietate e difficili, e di non iscapitare, massime appo loro, di quel gran concetto di audacia e di potenza. Pigliava quindi facilmente i loro impegni, concorreva alle loro spedizioni e le dirigeva; mandava i suoi bravi a minacciare i loro rivali di amorazzi e di precedenze; a questo faceva intimare che non passasse nella tal contrada, a quello che non persistesse nella tal lite, risguardava il renitente come suo nemico personale, lo affrontava nella via con un pretesto, e gli dava una pena infamante sulla superficie del corpo, o una più nobile al di dentro, secondo la condizione della persona. E in quanti ebbe di questi scontri, in tanti rimase al di sopra, più gagliardo, più coraggioso, più destro, com'era, e meglio accompagnato d'ogni altro. Per una strada tale, e di quel passo, non si poteva, manco in allora, andar lungo tempo senza incontrarsi colla giustizia. Ben è vero che l'innominato non lasciava di adoperare tutte le cautele usitate dagli altri per eluderla e scansarla; e massime nelle cose più gravi, come per esempio quando si trattasse d'un omicidio premeditato, o d'un ratto, andava travestito, cercava i luoghi, aspettava i momenti scuri: anche i suoi bravi a fare le intimazioni più arrischiate e le spedizioni più atroci, andavano acconciati in forma, parlavano in modo, da lasciar conoscere a cui appartenevano, quanto era necessario per incuter più terrore, non tanto che bastasse a provare che appartenevano a lui. Di modo che ad ognuno di quei suoiattentati, la giustizia non aveva fatta altra dimostrazione che di pubblicare una di quelle gride, chiamate d'impunità, colle quali si prometteva questa e un premio al complice che facesse conoscere l'autor principale o i principali autori del delitto, dando indizii sufficienti a procedere: gride che nei casi di quest'uomo non avevano mai prodotto alcun effetto, per ragioni che in parte s'indovinano facilmente, e che in parte accenneremo in appresso. Quanto alle violenze ch'egli aveva commesse a fronte scoperta, in pien meriggio, nella via, v'era ad una per una il verso di rappresentarle come necessitate dalla difesa, o dall'onore, il codice del quale era allora molto più rigido e sofistico riguardo alle offese, e infinitamente più largo riguardo alla misura e ai modi delle soddisfazioni, che non lo sia al presente; e nello stesso tempo era più considerato come obbligatorio anche dove fosse in opposizione colle leggi, non solo dal più dei privati, ma anche da quelli che promulgavano ed eseguivano le leggi. Con questi mezzi un uomo del suo grado poteva assicurarsi l'impunità di mal fare, fino ad un certo segno; ma costui passava tutti i segni. Ne faceva più che nessun altro del suo mestiere; offendeva piccoli e grandi senza distinzione; e nello stesso tempo trascurava altri mezzi indispensabili anche per fare impunemente meno di lui.Gli altri tiranni (prescindo da alcuni disperati, che in guerra aperta colle potestà e colla società, vivevano or raminghi, or rintanati nei loro castellacci, e stavano anche alla strada come veri capi di masnadieri; parlo di quelli che volevano abitare in città e godere i comodi, gli spassi, gli onori della vita civile) gli altri tiranni mantenevano più aderenze che fosse possibile col poter legale, si valevano delle parentele, coltivavano cogli ufici e col corteggiole amicizie degli uomini più graduati si obligavano i subalterni colle protezioni e con certi atti di cortesia degnevole, e avevano dipendenti e creati fino tra gli infimi esecutori, ai quali compensavano le minacce coi regali, Cercavano insomma di tenere una mano su le bilance della giustizia, per farle tracollare dalla parte loro in una occasione, in un'altra farle sparire che non si trovassero, per darle anche, se veniva un bel tratto, su la testa di qualcheduno che non avevano potuto finire colle armi della violenza privata. Costui, all'opposto, dopo essersi inimicati molti potenti, dei quali aveva toccati in varie occasioni i protetti, gli amici, i congiunti, non solo aveva sempre sdegnato di fare il più leggiero uficio per raddolcire quegli odii e per soddisfare quegli orgogli irritati, ma non s'era nè anche curato mai di procacciarsi almeno amici egualmente potenti da contrapporre a quelli. Le sommissioni, le pratiche, anco le cerimonie necessarie a questo fine, gli erano insopportabili: affettare una gran noncuranza per ogni autorità era un elemento della sua passione, uno di quei piaceri per cui egli affrontava tanti pericoli e faceva tante male vite. I suoi parenti stessi, che ne aveva più d'uno in alti posti, oltre che gli era lor divenuto un peso con quel suo metterli sempre a petto or d'un collega, or d'un superiore, col porli sempre al partito di combattere con rischio, o di cedere con diminuzione di credito, se gli era poi anche disgustati col suo tratto verso di loro. Avrebbero essi voluto difenderlo, ma insieme regolarlo; rattoppar bensì certe sue malefatte, ma tenersi in possesso di fargliene qualche buona riprensione, e dì prescrivergli norme dì prudenza e di moderazione per l'avvenire: egli con quel suo animo precipitoso e ricalcitrante aveva altamente sdegnato favori diquella sorte. Con tutto ciò, queglino, per l'onor del nome, avevano continuato per qualche tempo a sostenerlo; ma finalmente, vedendo meglio d'ogni altro, nella regione delle nuvole dove abitavano, il grosso temporale formato contro di lui; informati che dalla bocca stessa del governatore erano usciti certi tuoni sordi e cupi, per non commettere il loro credito nel sostegno d'una causa che alla fine doveva esser perduta, s'erano ridotti a far vista di abbandonarla volontariamente, a mostrarsi irritati più che altri contra il loro scandaloso parente, a far gli antichi romani, e lasciarsi intendere che, mettendo le leggi e l'ordine pubblico innanzi agli affetti privati, avrebbero lasciato un libero corso alla giustizia. Con lui non potevano altro che mandargli avvisi di tempo in tempo, che s'egli tirava innanzi a quel modo, non facesse più conto della loro assistenza. Quanto agli amici dell'innominato, essi non erano per lo più gente che avesse voce per sè in quel capitolo: alcuni, è vero, imparentati con togati potenti, facevano con essi a favore dell'innominato gli ufici ch'egli sdegnava; ma tali ufici indiretti avevano poca forza contra le ire radicate e le pratiche degli avversarii, occulte, in parte, per timore, ma calde e insistenti.Le cose erano in questo stato, quando una mattina si trovò in una via il cadavere malamente trafitto d'un uomo ch'egli odiava: (il manoscritto non dice di più), e la voce publica disegnò tosto l'innominato come autore del fatto. In senato, nel palazzo del governatore, nei gabinetti dei potenti, nemici dell'innominato, si mormorò che era venuta la volta di dar finalmente un grande esempio. Il capitano di giustizia ricevette ordine segreto di procedere alla cattura. Ordini tali contra tali uomini era ancor più difficile l'eseguirli che il darli: bisognava non lasciartraspirar nulla dell'intenzione, per sorprendere il nemico, e insieme dar molte disposizioni e mettere in campo forze straordinarie. Di queste forze poi non si poteva far capitale che fino ad un certo segno: quando si aveva che fare con un tiranno di conosciuta bravura, e circondato da una mano di disperati, il più dei birri vi andavano di mala voglia, alcuni si rincantucciavano anche per non lasciarsi trovare, o nel bello della spedizione la davano a gambe, o abbassate le armi e cavato il cappello dicevano: illustrissimo signore, vada pure liberamente, che noi non siamo per fargli male. E quand'anche nessun di loro avesse intelligenze coi bravi del tiranno, che si voleva prendere, se ne sarebbe trovato più d'uno che pel solo amore della pace avrebbe cercato qualche mezzo di farlo avvertire; acciocchè, fuggendo, togliesse sè ed altri d'impaccio. Come che la cosa andasse in questo caso, l'innominato ebbe tosto avviso da più d'un luogo dell'ordine fulminato contra di lui. Non pensò pure di mettersi in salvo colla fuga, non si curò di rimpiattarsi, si mostrò anzi in pubblico più del solito con un più grande accompagnamento, per guardia insieme e per ostentazione, non rimise punto della sua solita arroganza; anzi spiò attentamente se qualche parente del morto gli passasse dinanzi con aria di provocazione, se alcuno de' suoi nemici coperti volesse in quella occasione alzare un po' la cresta e uscire appena appena dei termini consueti di rispetto, deliberato e desideroso di farne in tali circostanze qualche dimostrazione più strepitosa.In questo mezzo fu avvertito che un bargello, famoso per varie prese difficili, scaltrito negli agguati e intrepido negli assalti, coraggioso per natura e obbligato ad esserlo sempre più per conservare la suariputazione di coraggio, essendogli stata questa volta promessa da certi potenti una grossa somma di danari se facesse il colpo, ne aveva preso l'impegno, e che troverebbe egli il modo di metter la musoliera all'orso e di menarlo legato in gabbia. Da quel momento la vita del bargello divenne un tormento per l'innominato; se lo sentiva, per dir così, pesare su le spalle. Per adescarlo e crescergli animo, finse d'essere entrato in timore, si tenne chiuso in casa, fece sparger voce dì volere sfrattar di soppiatto e travestito. Molta gente diceva che s'eran veduti altri birboni dopo averne fatte tante e tante perdere in un tratto quel gran rigoglio quando la loro ora era venuta; gli amici non sapevano più che pensare; egli rintanato coi suoi bravi non si lasciava veder da nessuno. I birri, che fino allora avevano giucato dalla lunga, cominciarono a ronzare in frotte nei contorni della casa, a tenersi ai canti della via: il bargello lì metteva a posto, li moveva, dirigeva ogni cosa, girava travestito, teneva e faceva tener l'occhio, ora alla porta, ora agli sbocchi della via, sbirciava con certi suoi occhi cervieri chiunque uscisse di qua o di là, temendo sempre che il suo uomo non gli scappasse sotto qualche travisamento. Ma l'uomo, che pensava a fargli tutt'altro tiro che quello, avvertito un dì sul vespero che il bargello vigilante s'era piantato ad un canto della via, chiama un suo ragazzaccio, ch'egli andava allevando al patibolo, gli pone una valigetta su le spalle, e lo ammaestra che esca da quel canto, strisciando dietro il muro a guisa di chi vorrebbe passare inosservato. Mosso questo zimbello, egli mette l'occhio a un pertugetto d'una imposta chiusa, per vedere che accade nella via, e pochi istanti dopo vede birri a due, a tre venire innanzi e allogarsi dietro gli angoli di questa e di quellacasa vicina, e poi avanzarsi il bargello in persona, entrare in una porta, star qualche momento, uscire, entrare in un'altra più vicina, far capolino, guardar fuori.Lascia in vedetta a quel pertugio un servo che desse un gran fischio quando il bargello porrebbe il piè nella via e verrebbe verso la casa, scende in fretta con molti altri, e li fa star pronti in arme sotto il portico; egli cheto cheto va nell'androne a porsi a canto una parete, tenendo colla destra il cane e il grilletto, colla sinistra la canna d'una sua carabina, terribilmente famosa al pari di lui. Un fischio, un salto alla soglia, una sguardata, una mira, uno scoppio, il bargello per terra, tutto ciò avvenne in sei secondi. L'assassino rientrò subitamente, chiamò i bravi, e alla testa loro piombò addosso ai birri, che, sorpresi dal colpo e sopraffatti dal numero, la diedero a gambe[183].La città fu piena del caso. La notizia ne giunse al palazzo di giustizia coi birri più corridori: il capitano corse a darla al governatore. Per l'ordinario i governatori non s'impacciavano in queste faccende: non già che fosse massima di lasciar fare i tribunali; era anzi massima che i governatori potessero non solo far le leggi, ma applicarle, derogare, dispensare, dare in ogni caso gli ordini che loro paressero a proposito. Molti infatti ne venivan dati in loro nome; ma per lo più non v'era altro che il nome; l'attenzione, la volontà e l'opera loro si esercitava in tutt'altri oggetti.Chi nasce in questo mondo nei tempi ordinarii, dice il manoscritto[184], è come un sonatore d'unagrande orchestra in una festa, che si sveglia nel mezzo d'una sonata e d'una danza, e trova una musica avviata, un tuono, una misura: bada un momento, per capirla bene, e poi piglia il suo stromento[185]e cerca d'entrare in concerto. Così quegli spagnuoli, che nascevano per essere governatori dello Stato di Milano, trovavano una musica avviata di faccende in corso, un gran numero d'idee stabilite e predominanti, e fra l'altre questa: che la potenza spagnuola aveva, o voleva, o doveva avere su tutta l'Italia, almeno un predominio. Quando uno veniva spedito a questo governo, vi portava l'idea fissa che mantenere ed estendere questo predominio doveva essere la sua grande occupazione. Lo era in fatti, e lo sarebbe stata, quand'anche, egli, per impossibile, non avesse avute nè istruzioni, nè inclinazioni a ciò. Perchè trovava incamminata un'altra macchina opposta e complicatissima, mossa continuamente da altre potenze, che non volevano quella storia del predominio, e ne stavano sempre in sospetto, si trovava a fronte e da ogni lato un vasto e confuso sistema di resistenze, di difese, di offese, centra il quale gli bisognava pure ingegnarsi. Bisognavadunque vigilare tutti i principi e gli Stati d'Italia, mantener questi nella devozione consueta, contener quegli altri, o spaventarli, attirarli, conoscere i loro pensieri, inimicarli, o riconciliarli, secondo le occorrenze: un mondo di cose. Oltracciò i governatori erano capitani generali e conducevano in persona le guerre, che avevano fatte nascere, o che non era loro riuscito d'impedire, in Italia, o che vi si facevano come parte di guerre più generali. Avevano quindi sempre gli occhi e le mani in quella grande matassa che avevano trovata scompigliata, e scompigliata lasciavano partendo dal governo, o dal mondo; e non restava loro troppo ozio per le cose di governo interiore: le facevano fare, o le lasciavan fare, mettevano di gran ghirigori in fondo a molte carte, su le quali era scritto che eglino erano risoluti che le tali cose andassero al tal modo, senza curarsi poi di sapere nè il che, nè il perchè, fuor che in alcuni casi in cui per qualche cagione straordinaria avevano essi realmente una volontà, o una. ne veniva loro inspirata. Il caso dell'innominato era di questi: i suoi molti e grandi nimici lo avevano dipinto al governatore come uno spirito rubello, un perturbatore sedizioso, un uomo la cui audacia e impunità nel delitto accusavano d'impotenza o di trascuraggine la pubblica autorità; e nel vero non era calunnia. Il governatore, già irritato, al ricevere di quella notizia, ritenne il capitano, ebbe a sè membri del consiglio segreto, senatori, altri magistrati; si tenne consulta. Intanto colui che ne era il soggetto, rientrato in casa, e ben rinchiuso, aveva pigliata la risoluzione di non si muovere e si preparava ad ogni evento; ma in quella notte stessa, qualche amico, venuto a lui di soppiatto, gli comunicò di avere avuto avviso segreto e certo che il governatore aveva personalmentepreso impegno in quell'affare, ed era deliberato di fare all'ultimo uscir del castello un corpo di moschettieri che si unisse ai birri e desse l'assalto alla casa. Non era più il caso di esitare: le forze d'un privato, anche nel supposto inverisimile che in tanto pericolo fossero per serbarglisi costanti, non potevano competere con un tale avversario, ogni volta che volesse davvero adoperar tutte le sue. Sul far del giorno l'innominato uscì con tutti i suoi bravi, e si andò a ritirare in un convento vicino. In quei luoghi gli ospiti pari suoi, accompagnati, o no. dovevano esser sofferti, anzi accolti, quand'anche fossero tutt'altro che desiderati; e la forza secolare non supponeva pure che fosse possibile d'introdurvisi. Un tal passo acquetò anche un poco la furia, e indebolì l'impegno del governatore: perchè nei casi in cui si trattava più di vincere un puntiglio che di punire un reo, la fuga di questo in un asilo poteva parere una specie di soddisfazione alla potestà civile, un confessare che non si ardiva di farle fronte nel campo della sua giurisdizione; e per un uomo, che ha molti affari grossi, poco basta a raffreddarlo in uno che non sia dei principali. Però comparve in quel giorno una grida del governatore stesso, colla quale a chi consegnasse vivo l'innominato nelle mani della giustizia,in maniera che sopra di lui ella potesse esercire li suoi atti, venivano promessi mille scudi di premio e la liberazione di quattro banditi, l'impunità propria al consegnante, s'egli fosse complice, e la liberazione, s'egli fosse bandito, purchè non lo fosse per certi casi riservati.Vorrei poter risparmiare al lettore tutte queste notizie e riflessioni generali su le opinioni, gli usi, le istituzioni di que' tempi, e condurlo speditamente di fatto in fatto fino al termine della storia; ma ifatti che mi tocca di raccontare sono talvolta così dissimili dall'andare comune dei nostri giorni, così estranei alla nostra esperienza, che a dar loro un certo grado di chiarezza, mi par pure indispensabile di spiegare alquanto lo stato di cose nel quale e pel quale potevano essere. Altrimenti, a quelli che non hanno fatti studii particolari sopra quell'epoca, sarebbe come presentare un osso d'uno di questi animaloni di razze perdute, senza dare un po' di descrizione dello scheletro, o di quel tanto che se n'è potuto trovare e mettere insieme, per la quale si vegga come quell'osso giuocava. S'io dicessi semplicemente che tutte le promesse di quella grida non produssero alcun effetto, senza darne alcuna ragione, forse a taluno la cosa potrebbe parere strana e inverosimile; due parole dunque, abbiate pazienza, anche su questo proposito.L'intento delle gride, chiamate d'impunità, e che appunto avevano un nome proprio per esser molto frequenti, l'intento era, come ognun vede, d'indurre i rei medesimi a farsi ministri della giustizia, e di seminare la diffidenza fra loro. Perduta la speranza e abbandonata la pretensione di ottener l'effetto intero degli editti, si voleva almeno, col sagrifizio d'una porzione del pubblico esempio, assicurarne un'altra, e la più importante. Ma, senza parlare della sensatezza dell'intento, nè del merito morale dei mezzi, che questi, in moltissimi casi, riuscissero inefficaci a conseguirlo, ne abbiamo la prova in molte gride d'impunità contra uno o più banditi, ripublicate molti anni dopo la prima publicazione. L'impunità d'un delitto era un premio di poco valore per complici che d'ordinario ne avevano addosso molti altri, e che intanto godevano, con fatica, è vero, una impunità intera all'ombra del loro capo. La liberazioneera un debole allettamento per banditi che non vivevano, nè volevano vivere se non di quelle cose per le quali s'incorreva nel bando. Di più, per ottenere questi vantaggi, quali che fossero, il complice o il bandito doveva necessariamente aver che fare con la giustizia, confidarsi ad una autorità cavillosa e malfida, la quale certamente desiderava più di sterminarlo che di dargli una ricompensa, e che disponeva di procedure complicatissime, e non solo operava ad arbitrio, ma ne aveva consecrato anche il nome. Quanto a quell'esca del premio pecuniario, ella non poteva tentare che una classe di persone: le gride costituivano birro o carnefice ogni cittadino che avesse voluto farne l'uficio e meritarne la paga; ma l'uso della forza publica e le idee comuni tendevano a tutt'altro che a far risguardare come onorevole e virtuosa una tale cooperazione del privato a quella forza, e nessun uomo dabbene e pacifico avrebbe voluto affrontare un pericolo e l'infamia, nè vincere una ripugnanza fondata in gran parte sopra motivi onesti, per amore degli scudi. Non restavano dunque che i facinorosi di professione, e gli scherani stessi del tiranno; ma quando uno di questi fosse riuscito a far sicuramente il suo colpo, doveva poi aspettarsi la vendetta di lui, se, preso, egli tornava in libertà, o dei suoi parenti ed amici, s'egli fosse stato morto; doveva, dico, aspettarsela con certezza, in un tempo in cui la vendetta era dai più tenuta come una obligazione d'onore, e l'assassinio in questi casi non era contato fra quelle azioni che lo tolgono. Tutto ciò quando l'impresa di prendere o di uccidere un tiranno fosse stata per sè agevole; ma i tiranni adoperavano anch'essi naturalmente tutti i mezzi che potevano, per assicurarsi contra la forza aperta e contra le insidie; di questi mezzi ne avevanoassai; e quel che è osservabile, le gride stesse, fatte contra di essi, ne suggerivano, ne somministravano loro alcuni, e dei più potenti.Le società civili (ancora un momento di pazienza) sono state spesso paragonate al corpo umano, i legislatori ai medici, le leggi alle medicine: e in fatti queste cose si somigliano molto, se non altro in ciò, che son tutte cose assai curiose. Hanno poi altre somiglianze parziali; eccone una. Un medico amministra un rimedio ad intenzione che faccia nel corpo una tale operazione, che il rimedio fa, o non fa, ma ne fa poi sovente altre che il medico non ha volute, nè prevedute, che non riconoscerà come conseguenze del suo fatto, quando si manifestino, ma dirà: oh, vedete un po' che scherzi fa la natura! Lo stesso accade sovente in fatto di leggi: e siccome poi le società civili sono infermi di lunga vita, sono, per servirci di un modo proverbiale, di quelle conche fesse che bastano un pezzo, così alle volte, appena dopo cento, dugento, trecent'anni, si comincia a sospettare, ad aver sentore, che certe doglie vecchie d'un corpo sociale, certi sintomi stravaganti e non mai spiegati, sono effetti d'uno specifico mirabile applicato o cacciato giù fin da quel tempo per ordine d'un medico valente, (parlo in metafora) o per consulto di più valenti medici. V'ha anche alcuni di questi effetti, nè voluti, nè preveduti dal legislatore, che danno in fuori immediatamente. Le gride, di cui parliamo, dovevano produrre inevitabilmente questo: che i tiranni, quanto più erano minacciati da quelle, tanto più si tenessero intorno di quei malfattori segnalati, ai quali le gride non promettevano grazia, e che non avendo altra speranza di salvezza che nel loro signore, non solo non erano tentati d'ordirgli insidie, ma interessati a guardarlo dalle altrui. Così quegli attilegislativi tendevano, non per intenzione, ma in fatto, a riunire i più perniciosi e determinati ribaldi, davano, per così dire, un nuovo bisogno e un nuovo indicamento di organizzazione alle forze nemiche della giustizia in tutti i sensi di questa parola. Che se, per uscire da questo inconveniente, si fosse estesa ad ogni classe di colpevoli la promessa dell'impunità e della liberazione, si cadeva nell'altro terribile di rinunziare anche alla speranza, alla volontà, di non lasciar senza pena almeno certi più atroci misfatti. Con queste osservazioni si capisce tanto o quanto il come a nessuno venisse voglia di prendere il tiranno innominato, nè tanti altri banditi come lui.In quell'asilo egli dovette pensare ai casi suoi. Grazia dall'autorità non era da sperarne, nè manco egli era inclinato a ricorrere ad un tale rimedio; rimaner quivi rinchiuso, a che fare? e fin quando? Uscirne, e tornare a casa sua a far la vita di prima, non era cosa riuscibile, al punto a cui aveva spinte le cose. Risolvette dunque di sfrattar dallo Stato. Suppongo che a questa circostanza debba riferirsi un tratto della sua vita, che è menzionato nella storia sopra citata del Ripamonti, un tratto che basterebbe a dare un'idea dell'uomo, e che noi riporteremo perciò, traducendolo alla meglio dall'energico latino di quello scrittore: «Una volta», dic'egli, «che costui, non so per qual cagione, volle sgombrare il paese, la paura che mostrò, il riguardo e la segretezza che usò, furono tali: traversò la città a cavallo, con un seguito di cani» (gli uomini si sottintendono) «a suon di tromba; e passando dinanzi al palazzo di Corte, lasciò alle guardie un'imbasciata di villanie pel governatore». Uscito ch'ei fu dello Stato, si pubblicò un altro bando che ne lo dichiaravacacciato, e glilevava la protezione regia, sì che, tornando, potesse esser fatto prigione e impunemente offeso da tutti, mantenute le promesse anteriori; e aggiunta la liberazione di quattro banditi a chi lo consegnasse vivo o morto. Dove egli andasse a posarsi, o dove errasse, che facesse fuori e quanto tempo vi rimanesse, nè il manoscritto lo dice, nè altrove ne ho trovata menzione: trovo soltanto che una mattina egli pigliò il partito di tornarsene in paese. O fosse cangiato quel governatore che s'era dichiarato suo nemico personale; fossero mancati di vita o decaduti di potenza alcuni de' suoi più capitali nemici, o venuti in potenza de' suoi amici; o fosse levato il bando per qualche potentissima raccomandazione (che anche un tal supposto è verisimile in quella condizione di tempi); o fossero nate altre circostanze qualunque da inspirargli una nuova sicurezza, o quel suo animo gliene tenesse luogo, certo è ch'egli stimò di poter tornare liberamente a casa sua e di stabilirvisi, e vi tornò infatti, non però in Milano, ma in un castello d'un suo feudo su l'estremo confine col territorio bergamasco, e allora collo Stato Veneto. È parimente certo che nella sua assenza egli non aveva rotte le pratiche, nè intermesse le corrispondenze con que' tali suoi amici, e che stabilito nel suo castello continuò ad essere unito con loro, per tradurre letteralmente dal Ripamonti, «in lega occulta di consigli atroci e di cose funeste». Pare anzi che quel terribile faccendone di misfatti approfittasse dell'esiglio per estendere tali corrispondenze, e contraesse allora in più alti luoghi certe nuove terribili pratiche, delle quali il Ripamonti parla con una sua brevità misteriosa: «Anche alcuni principi esteri», dice questo scrittore, «si valsero più volte dell'opera sua per qualche importanteuccisione, e in più d'un caso gli spedirono da lontano rinforzi di gente che servisse a ciò sotto i suoi ordini». Noi abbiamo ben fatto il possibile per trovar qualche più distinto particolare d'un fatto così importante alla cognizione e del personaggio e dello stato della società in quel tempo; ma senza effetto. La storia, e massime quella dei costumi, è nei libri, come nei musei d'anticaglie, a pezzi e bocconi, e troppo spesso, principalmente nei libri, se ne trova di quelli che non si possono mettere insieme con altri pezzi e con altri bocconi, tanto da vederne una figura, e da ricavarne una notizia[186].

—Ah! ah! fu il saluto di Don Abbondio.—Il signor curato dirà che siamo venuti tardi, disse Toni inchinandosi, come pure fece più goffamente Gervaso.—Venite tardi in tutti i modi, rispose Don Abbondio. Basta, vediamo.—Sono venticinque buone lire di quelle con Sant'Ambrogio a cavallo, disse Toni, cavando un gruppetto di tasca.—Vediamo, replicò il curato: le prese, le volse e le rivolse e le numerò, e furono trovate irreprensibili.—Ora, signor curato, mi darà gli orecchini e la collana, della mia povera Tecla.—È giusto, rispose Don Abbondio; e andò ad un armadio e cacciata una chiave, guardandosi intorno, come per tener lontani gli spettatori, aperse una parte d'imposta, riempì l'apertura colla persona, introdusse la testa per guardare e un braccio per ritirare il pegno; lo ritirò, chiuse l'armadio, svolse la carta dov'era il pegno, e guardatolo, c'è tutto? disse, indi lo consegnò a Toni.—Ora, disse Toni, mi favorisca di una riga di quitanza.—Non vi fidate? rispose bruscamente Don Abbondio. Ecco, volete darmi anche quest'incomodo.—Che dice mai? s'io mi fido, signor curato: ma dalla vita alla morte...—Bene, bene, come volete. Oh che seccatura! Bisognerà ch'io ponga inchiostro nel calamajo. Perpetua! dov'è costei? Perpetua!—Perpetua era da basso, tutta affacendata a prepararle da cena: la lasci stare, signor curato: anche il calamajo, che farà più presto.Così, brontolando, tirò un cassettino dal tavolo, ne tolse carta, penna e calamajo, e si pose a scrivere, dettandosi ad alta voce la composizione. Frattando Toni e Gervaso, com'era convenuto, si posero dinanzi allo scrittore in modo da toglierli la veduta della porta; e come per ozio andavano soffregando coi piedi il pavimento, per dar agio ai di fuori di venire avanti senza essere intesi. Don Abbondio, tutto nella sua quitanza, non badava ad altro. Al fruscio dei quattro piedi Fermo strinse la mano di Lucia per darle risoluzione, la pigliò con sè e pian piano entrarono nella porta, Lucia più morta che viva, e si collocarono dietro i due fratelli. Don Abbondio, finito ch'ebbe di scrivere, rilesse attentamente da sè, quindi fatta lettura ad alta voce, prima di alzare gli occhi dalla carta: sarete contento? disse, e preso il foglio lo porse a Toni. Toni, allungando la mano per pigliarlo, si ritirò da una parte, Gervaso dall'altra, e i due sposi apparvero in mezzo[164]come all'alzare d'unsipario. Don Abbondio intravide, vide, si spaventò, si stupì, s'infuriò, pensò, prese una risoluzione, tutto questo nel tempo che Fermo impiegò a proferire le parole magiche: Signor curato, in presenza di questi testimoni, questa è mia moglie. Le labbra di Fermo non erano ancor tornate in riposo, che Don Abbondio aveva già lasciata cadere la quitanza fatta, afferrata colla manca e sollevata la lucerna e tirato colla destra a sè un tappeto, che copriva il tavolo, gettando a terra il breviale e il quaresimale, e balzando tra la seggiola e il tavolo s'era avvicinato a Lucia; la poveretta con voce tremante aveva appena potuto dire: e questo... che Don Abbondio gli aveva gettato scortesemente il tappeto sulla testa e sul volto, e tenendoglielo colle mani ravvolto e stretto sulla bocca, perch'ella non potesse proseguire, gridava a testa, come un toro ferito: tradimento! tradimento! ajuto! ajuto! Il lucignolo della lucerna, che Don Abbondio aveva lasciata cadere a terra, si moriva mandando un ultimo chiarore, e la povera Lucia, appoggiata a Fermo, coperta così di quel ruvido velo, pareva una statua sbozzata in creta, a cui un rozzo fattore dell'artefice copre la testa con un umido panno. Cessata ogni luce, Don Abbondio lasciò la poveretta, la quale già per sè non avrebbe più potuto proseguire, e pratico com'era del luogo, trovò tosto a tentone la porta della stanza vicina, v'entrò, vi si chiuse e continuò a gridare: tradimento! Perpetua! accorr'uomo: gente in casa! clandestino: tre anni di sospensione! una schioppettata! fuori di questa casa! fuori di questa casa! Perpetua! dov'è costei! Nella stanza tutto era confusione. Fermo, inseguendo come poteva il curato, aveva strascinata con sè Lucia alla porta e bussava gridando: apra, apra, non faccia schiamazzo: apra, o la vedremo. Toni,curvo a terra, girava le mani sul pavimento per trovare la sua quitanza, e Gervaso, spiritato, gridava e andava cercando la porta della scala per porsi in salvo.Don Abbondio, vedendo che il nimico non voleva sgomberare, si fece ad una finestra che dava sul sagrato, a gridare ajuto. Batteva la più bella luna del mondo, e l'ombra della chiesa e del campanile si disegnava sulle erbe lucenti del sagrato: per quell'ombra veniva tranquillamente[165]con un gran mazzo di chiavi pendente alla mano il sagrista, il quale, dopo suonata l'avemaria, era rimasto a scopare la chiesa e a governare gli arredi dell'altare. Lorenzo! gridò il curato, accorrete, gente in casa! ajuto. Lorenzo si sbigottì; ma con quella rapidità d'ingegno che danno i casi urgenti, pensò tosto al modo di dare al curato più soccorso ch'egli non chiedeva e di farlo senza suo rischio. Corse indietro alla porta della chiesa, scelse nel mazzo la grossissima chiave, aperse, entrò, andò difilato al campanile, prese la corda della più grossa campana e tirò a martello[166].B)SECONDA MINUTA.Tra il primo concetto d'una impresa terribile e l'adempimento (ha detto un barbaro[167]che non eraprivo d'ingegno) l'intervallo è un sogno pieno di fantasmi e di paure. Lucia era da molte ore nell'angoscedi questo sogno: e Agnese, la stessa Agnese, l'autrice del consiglio, stava sopra pensiero, e trovavaa stento parole per rincorare la figlia. Ma al momento del destarsi, al momento in cui si vuol pormano all'azione, l'animo si trova tutto trasformato. Al terrore e al coraggio, che vi battagliavano, succede un altro terrore, un altro coraggio: l'impresa si affaccia alla mente come una nuova apparizione: ciò che più si apprendeva da prima sembra talvoltadivenuto in un punto agevole: talvolta s'ingrandisce l'ostacolo che appena si era avvertito, l'immaginazione sì arretra spaventata, le membra negano il loro uficio, e il cuore manca alle promesse che aveva fatte con più sicurezza[168].Al bussare sommesso di Fermo, Lucia fu presa da tanto terrore, che risolvette in quel momento dì soffrire ogni cosa, di esser sempre divisa da lui, piuttosto che eseguire la risoluzione presa; ma quando Fermo sì fu mostrato, ed ebbe detto: son qui, andiamo; quando tutti si mostrarono pronti ad avviarsi senza esitazione, come a cosa stabilita, irrevocabile, Lucia non ebbe spazio nè cuore d'intromettere difficoltà; e, come strascinata, prese tremando un braccio della madre, un braccio del promesso sposo, e s'avviò, senza far motto, colla brigata avventuriera.Zitti, zitti, nelle tenebre, a passo misurato uscirono dalla porta e presero la strada fuori del paese. La più dritta e corta era di attraversarlo per divenire all'altro capo, dov'era la casa di don Abbondio: ma scelsero la più lunga onde camminare inosservati. Per una giravolta di stradicciuole al di fuori, giunsero in breve presso alla meta, e quivi si divisero. I due promessi rimasero nascosti dietro l'angolo della casa, Agnese con essi, ma dinanzi, per accorrere in tempo ad incontrare Perpetua e ad impadronirsene: Tonio col disutilaccio di Gervaso, che non sapeva far nulla da sè, e senza il quale non si poteva far nulla, si affacciarono bravamente alla porta e toccarono il martello.—Chi è, a quest'ora? gridò una voce alla finestra, che si aperse in quel momento: era la voce di Perpetua. Malati non ce n'è, ch'io sappia: è forse accaduta qualche disgrazia?—Son io, rispose Tonio, con mio fratello, che abbiamo bisogno di parlare col signor curato.—È ora da cristiani questa? rispose agramente Perpetua: che discrezione! tornate domani.—Sentite: tornerò, o non tornerò: ho riscossi non so che danari, e veniva a saldare quel debituccio che sapete: aveva qui venticinque belle berlinghe nuove: ma se non si può, pazienza: questi so come spenderli, e tornerò quando ne abbia riscossi degli altri.—Aspettate, aspettate: vado e torno: ma perchè venire a quest'ora?—Se l'ora potete cangiarla, io non m'oppongo: per me son qui; e se non mi volete, me ne vado.—No, no: aspettate un momento; torno con la risposta.Così dicendo richiuse la finestra: a questo punto Agnese si spiccò dai promessi, e detto sotto voce a Lucia: coraggio; è un momento; gli è come far cavare un dente, venne a porsi lungo la fronte della casa, poco lontano dalla porta, aspettando che tornasse Perpetua, per giungerle addosso[169].—Carneade! chi era costui? ruminava tra sè don Abbondio, seduto sul suo seggiolone nella stanza da letto, con un libricciuolo aperto dinanzi, quando Perpetua entrò a portargli l'imbasciata. Carneade! questo nome mi par bene di averlo inteso o letto; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli: ma chi diavolo era costui? Tanto il pover uomo era lontano dal pensare alla burrasca che gli si addensava sul capo! Bisogna sapere che don Abbondio si dilettava di leggere qualche linea ogni giorno, e un curato suo vicino, che aveva un po' di libreria, gli prestava un libro dopo l'altro, il primo che gli veniva alle mani. Quello su cui meditava in quel momento don Abbondio, convalescente della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto alla febbre) che non volesse lasciar credere, era un panegirico in onore di san Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione, nel duomo di Milano, due anni prima. Il santo vi era. paragonato, per l'amore dello studio, ad Archimede; e fin qui don Abbondio non trovava inciampo; perchè Archimede ne ha fatte di così belle[170],ha fatto dir tanto di sè, che per saperne qualche cosa, non fa mestieri una erudizione molto vasta. Ma dopoArchimede, l'oratore chiamava a paragone anche Carneade: e quivi il lettore era rimasto arrenato. Perpetua annunziò la visita di Tonio.—A quest'ora? disse anch'egli don Abbondio, com'era naturale.—Che vuoi ella? non hanno discrezione: ma se non lo piglia al volo...—Se non lo piglio ora, sa il cielo quando lo potrò pigliare. Fatelo venire. Ehi! ehi! siete poi ben sicura che sia egli, Tonio?—Diavolo! rispose Perpetua, e scese, aperse la porta, e disse: dove siete?Tonio si mostrò; e in quel momento si mostrò pure Agnese, come se passasse di quivi, e salutò Perpetua per nome, fermandosi sui due piedi.—Buona sera, Agnese, disse Perpetua: donde si viene a quest'ora?—Vengo dalla filanda, e se sapeste... mi sono indugiata appunto in grazia vostra.—Oh perchè? domandò Perpetua: e, rivolta ai due fratelli: entrate, disse, che vengo anch'io.—Perchè, ripigliò Agnese, una donna di quelle che non sanno le cose, e voglion parlare... credereste? si ostinava a dire che voi non vi siete sposata con Beppo Suolavecchia, nè con Anselmo Lunghigna[171], perchè non vi hanno voluta. Io sosteneva che voi gli avete rifiutati, l'uno e l'altro...—Sicuro. Oh la bugiarda! la bugiardona! chi è costei?—Ve lo dirò; ma non potete credere quanto mi sia spiaciuto di non saper bene tutta la storia, per confonder colei.È una bugiarderia, disse Perpetua, la più infame! Quanto a Beppo, tutti sanno, e hanno potuto vedere... Ehi, Tonio! socchiudete la porta, e salite pure, ch'io vengo.Tonio rispose di dentro che sì; e Perpetua proseguì la sua narrazione appassionata. In faccia alla porta di don Abbondio si apriva tra due casipole una stradetta, la quale non correva diritta più che la lunghezza di quelle, e volgeva, dietro ad una di esse, nei campi. Agnese vi s'avviò, come se volesse trarsi alquanto in disparte per parlare più liberamente: e veggendo poi che la narratrice le veniva dietro smemorata, voltò il canto, non senza un gran palpito, e Perpetua dietro. Agnese allora tossì forte. Era il segno: Fermo lo intese, fece animo a Lucia con una stretta di braccio, ed entrambi, in punta di piedi, voltarono anch'essi il lor canto, strisciaron quatti quatti rasente il muro, vennero alla porta, l'aprirono dilicatamente; uno e due, cheti e chinati, furono nell'andito, dove trovarono i due fratelli ad aspettare. Fermo abbassò pian piano il saliscendo nel monachetto: e tutti quattro su per le scale, non facendo pur romore per due. Giunti sul pianerottolo, i due fratelli si fecero in faccia alla porta della stanza che era di fianco alla scala; gli sposi si strinsero alla parete.—Deo gratias, disse Tonio, a voce spiegata.—Tonio, eh? Entrate, rispose la voce dì dentro. Il chiamato schiuse le imposte appena quanto era necessario per passare egli, e il fratel dietro. La riga di luce che uscì d'improvviso per quella apertura, e scorse a traverso il pavimento oscuro del pianerottolo, fece trepidare Lucia, come s'ella fosse scoverta. Entrati i fratelli, Tonio si richiuse dietro le imposte: gli sposi rimasero immobili nelle tenebrecon le orecchie tese, tenendo il fiato: il romore più forte era il battito del cuore di Lucia.Don Abbondio stava, come abbiam detto, sur una vecchia seggiola, ravvolto in una vecchia zimarra, imbacuccato in un vecchio berretto a foggia di camauro, che gli faceva cornice intorno alla faccia. Due folte ciocche che scappavano fuor del berretto, due folti sopraccigli, due folti mustacchi, un folto pizzo pel lungo del mento, tutti canuti e sparsi su quella faccia brunazza e rugosa, parevano cespugli nevicosi sporgenti da un dirupo.—Ah! ah! fu il suo saluto, mentre si cavava gli occhiali e li riponeva nel libricciuolo.—Dirà il signor curato che son venuto tardi: disse Tonio, inchinandosi, come pure fece, ma più goffamente Gervaso.—Sicuro che è tardi. Sono ammalato, vedete.—Oh! me ne spiace.—L'avrete inteso dire: sono ammalato; e non so quando potrò lasciarmi vedere... Ma perchè vi siete tirato dietro quel... quel figliuolo?—Così per compagnia, signor curato.—Basta, vediamo.—Sono venticinque berlinghe nuove, di quelle col sant'Ambrogio a cavallo, disse Tonio, cavandosi un gruppetto di tasca.—Vediamo, replicò don Abbondio: e le prese, si rimesse gli occhiali, le volse, le rivolse, le noverò, le trovò irreprensibili.—Ora, signor curato, mi darà la collana della mia povera Tecla.—È giusto, rispose don Abbondio; e andò ad un armadio, e cacciata una chiave, guardandosi intorno come per tener lontani gli spettatori, aperse una parte d'imposta, riempì l'apertura colla persona,introdusse la testa per guardare e un braccio per ritirare il pegno; lo ritirò, chiuse l'armadio, svolse il cartoccino, disse: va bene? lo ripiegò e lo consegnò a Tonio.—Ora, disse questi, si contenti di farmi una riga di quitanza.—Anche questa! disse don Abbondio. Le sanno tutte: ih! come è divenuto sospettoso il mondo! Non vi fidate di me?—Che dic'ella, signor curato? s'io mi fido! ma, dalla vita alla morte...—Bene, bene.Così brontolando tirò a sè un cassettino del tavolo; ne tolse carta, penna e calamaio; e si pose a scrivere, ripetendo a viva voce le parole a misura che gli uscivano dalla penna. Frattanto Tonio, e ad un suo cenno Gervaso, si posero in piedi dinanzi al tavolo in modo di togliere allo scrittore la vista della porta; e come per ozio andavano soffregando coi piedi il pavimento, per dar segno a quei dì fuori che entrassero, e per isconfondere nello stesso tempo il romore delle loro pedate. Don Abbondio, attuffato nella sua scrittura, non badava ad altro. Al fruscio dei quattro piedi, Fermo strinse la mano a Lucia per darle coraggio, e pian piano entrarono, Lucia più morta che viva; e si appostarono dietro i due fratelli. Frattanto don Abbondio, finito di scrivere, rilesse attentamente, senza sollevar gli occhi dalla carta; la piegò, dicendo: sarete contento ora? e togliendosi con una mano gli occhiali dal naso, sporse con l'altra il foglio a Tonio, levando la faccia. Tonio, stendendo la destra a prenderlo, si ritirò da una parte; Gervaso, ad un cenno, dall'altra: ed ecco, come al dividersi d'una scena, apparire nel mezzo Fermo e Lucia. Don Abbondio intravvide, vide, si spaventò,si stupì, s'infuriò, pensò, prese una risoluzione: tutto questo nel tempo che Fermo mise a proferire le parole: signor curato, in presenza di questi testimonii, questa è mia moglie. Le sue labbra non erano ancora tornate in riposo, che don Abbondio aveva già lasciata cadere la quitanza, afferrata colla manca e sollevata la lucerna, ghermito con la destra il tappeto, che copriva la tavola, e tiratolo a sè con furia, gittando a terra libro, carta, calamaio e polverino; e balzando tra la seggiola e la tavola, s'era avvicinato a Lucia. La poveretta con quella sua voce soave, e allora tutta tremante, aveva appena potuto proferire: e questo... che don Abbondio le aveva gittato scortesemente il tappeto sulla testa e sul volto, per impedirle di pronunziare intera la formola. E per tenerle meglio quel drappo ravvolto intorno alla bocca, lasciò cadere la lucerna: gridando intanto a testa, come un toro ferito: Perpetua, Perpetua, tradimento, aiuto! Il lucignolo, morente sul pavimento, mandava una luce languida e saltellante sopra Lucia, la quale, affatto smarrita, non tentava pure di svilupparsi, e stava come una statua sbozzata in creta, sovra la quale l'artefice ha gittato un umido panno. Cessata ogni luce, don Abbondio lasciò la poveretta, e andò cercando a tentone la porta d'una stanza vicina, la trovò, v'entrò, si chiuse dentro, gridando tuttavia: Perpetua, tradimento, aiuto, fuori di questa casa, fuori di questa casa. Nell'altra stanza tutto era confusione: Fermo, cercando di cogliere il curato, e remigando colle mani, come se facesse a gatta cieca, era giunto alla porta, e bussava, gridando: apra, apra, non faccia schiammazzo. Lucia chiamava Fermo con voce fioca, e diceva supplicando: andiamo, andiamo, per amor di Dio. Tonio, carpone, andava scopando colle mani il pavimento, per adunghiare lasua quitanza. Gervaso spiritato gridava, e trasaltava, cercando la porta della scala, per uscire a salvamento.In mezzo a questo serra serra, non possiamo lasciare di arrestarci un momento a fare una riflessione. Fermo, il quale strepitava di notte in casa altrui, che vi s'era tramesso di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l'apparenza d'un oppressore: eppure, alla fine del fatto, egli era l'oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente ai fatti suoi, parrebbe la vittima: eppure egli era in realtà l'ingiusto. Così va sovente il mondo... Voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo.L'assediato, veggendo che il nemico non isgomberava, aperse una finestra che dava in sul sagrato, e si diede a gridare: aiuto! Batteva la più bella luna del mondo: e l'ombra della chiesa e del campanile si disegnava bruna e distinta[172]sul piano verde e liscio del sagrato. Per quell'ombra veniva tranquillamente, con un gran mazzo di chiavi pendente alla mano, il sagrista, il quale, dopo suonata l'avemaria, era rimasto a governare non so che arredi dell'altare. A quel gridìo levò egli la testa.—Lorenzo[173]! gridò don Abbondio: accorrete: gente in casa: aiuto! aiuto!Lorenzo, quantunque sbigottito, non perdette la testa; trovò in su l'istante ch'egli poteva dar più aiuto che non gliene fosse domandato, senza cacciarsi egli nel tafferuglio, quale ch'e' fosse. Corseindietro alla porta della chiesa; tolse nel mazzo la grossissima chiave, entrò, andò difilato al campanile, prese la corda della campana maggiore e suonò a martello[174].X.Le correzioni all'«Addio ai monti».A)PRIMA STESURA.I viaggiatori silenziosi, volgendosi addietro, guardavano [il paese] le montagne e il paese, che la luna illuminava. Si distinguevano i villaggi, i campanili, le capanne: il castelletto di Don Rodrigo colla vecchia sua torre [sovrastava fra le capanne e le signoreggiava] alto sulle capanne pareva un [superbo] feroce ritto nelle tenebre che [medita il delitto] in mezzo ad una folla di coricati nel sonno [stesse] vegliasse meditando un delitto. Lucia [scorreva coll'occhi] lo vide, e rabbrividì; scerse coll'occhio verso il sito della sua umile casa, vide un pezzo di muro bianco che usciva da una macchia verde scura, riconobbe la [ca] sua casetta, e il fico che ombreggiava la stessa: e seduta com'era sul fondo della barca, poggiò il gomito sulla sponda, chinò su quello la fronte come per dormire; e pianse segretamente.Addio, monti [ritti negli abissi dell'acque] [appoggiati negli abissi delle acque ed elevati verso il cielo;] posati sugli abissi dell'acque ed elevati al cielo; cime ineguali, conosciute a colui [che vi guardòcolle prime sue occhiate] che fissò sopra di voi i primi suoi sguardi, e che visse fra voi, come egli distingue all'aspetto [gli uomini coi] l'uno dall'altro i suoi famigliari, [valli segrete] valloni segreti, ville sparse e biancheggianti sul pendìo come branco disperso di pecore pascenti, addio! Quanto [spiacevole] è [doloroso il lascia] tristo il lasciarvi a chi vi conosce dall'infanzia! quanto è nojoso l'aspetto della pianura [che fastidisce l'occhio e lo conduce per lontani spazj dov'egli non trova che] dove [quello] [lo spazio che si percorre somiglia a q] il sito a cui si aggiunse è simile a quello che si è lasciato addietro, dove l'occhio [fastidito] cerca invano [negli] nel lungo spazio, dove riposarsi e [guardare] contemplare, e si [abbassa] ritira fastidito come dal fondo d'un quadro su cui l'artefice non abbia ancor figurata alcuna immagine della creazione. Che importa che nei [deserti] piani deserti surgano città superbe ed affollate? il montanaro che le passeggia [non può stupirsi degli edificj] avvezzo alle alture di Dio, non sente il diletto della maraviglia nel mirare edificj che il cittadino chiama [alti] elevati perchè gli ha fatti egli ponendo a fatica pietra sopra pietra. Le vie che [si lodano] hanno vanto di ampiezza, gli sembrano valli [anguste] troppo anguste; [ed[egli]egli sa] l'afa immobile lo opprime, ed egli che nella vita operosa del monte non [aveva] [pensava alla sanità che allor quando] aveva forse provato altro malore che la fatica, divenuto [sospettoso] timido e delicato come il cittadino, [parla] si lagna del clima e della temperie, e dice che morrà se non torna ai suoi monti. Egli che sorto col sole non riposava che al mezzo giorno, e [alla sera] al cessare delle fatiche diurne, [ora] passa le ore intere nell'ozio malinconico ripensando alle sue montagne.Ma questi sono piccioli dolori[175]. L'uomo sa tormentar l'uomo [nell'animo] nel cuore; e amareggiargli il pensiero di modo che anche la memoria dei [tempi] momenti [lieti già pa] passati lietamente [gli porta un rancore] [senza] [non misto di compiacenza] [invece è tutta dolorosa.Addio, casa natale] affacciandosi ad esso perde ogni bellezza, e porta un rancore non temperato da alcuna compiacenza; è tutta dolorosa: reca all'afflitto una certa maraviglia che abbia potuto altre volte godere, e non desidera più quelle contentezze delle quali non gli par più capace la sua mente trasformata[176]. Addio, casa natale, casa dei primi passi, dei primi giuochi, delle prime speranze; casa [dalla] nella quale sedendo con un pensiero s'imparò a distinguere [dalle orme degli] [fra i passi degli uomini] dal romore delle orme comuni il romore d'un'orma desiderata con un misterioso timore. Addio, addio casa altrui, nella quale la fantasia [commossa,e] intenta, e sicura vedeva [il soggiorno] [si era fabbricato il] un soggiorno di [compagna] sposa, e di compagna. Addio, Chiesa dove nella prima [inf] puerizia si stette in silenzio e [colla gravità] con adulta gravità, dove si [cantò] cantarono colle compagne le lodi del Signore, dove ognuno esponeva tacitamente le sue preghiere a Colui che tutte le intende e le può tutte esaudire; Chiesa, dove era preparatoun rito, dove l'approvazione e la benedizione di Dio doveva aggiungere all'ebbrezza della gioja il gaudio tranquillo e solenne della santità. Addio! Il serpente nel suo viaggio [tortuoso e] torto e insidioso, si posta talvolta vicino all'abitazione dell'uomo, e vi pone il suo nido, vi conduce la sua famiglia, [e l'uomo che] riempie il suolo e se ne impadronisce; [ne scaccia l'uomo il quale] perchè l'uomo il quale ad ogni passo incontra il [rettile] velenoso vicino pronto ad avventarglisi, che è obbligato di guardarsi e di non dar passo senza sospetto, che trema pei suoi figli [abbandona la sua abitazione, maledice il serpente sente] sente venirsi in odio la sua dimora, maledice [il vicino nuovo] il rettile usurpatore, e parte. E l'uomo pure caccia talvolta l'uomo [dalla] sulla terra come se [fosse una] gli fosse destinato per preda: [fino a quel giorno in cui] allora il debole non può che fuggire dalla faccia del potente oltraggioso: [fino a quel giorno in cui] [un giorno poi] ma i passi affannosi del debole sono contati, e un giorno ne sarà chiesta ragione.La barca giunta alla riva, urtando sull'arena [tra] scosse Lucia, la quale [si alzò asciugand] dopo avere asciugate in segreto le lagrime, si alzò come dal sonno.B)SECONDA STESURA.I passeggieri silenziosi, volgendosi addietro, guardavano le montagne e il paese rischiarato dalla luna, e svariato qua e là di grandi ombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il castellotto di don Rodrigo colla vecchia sua torre, elevato sulle casucce ammucchiate alla falda del promontorio, parevaun feroce che ritto nelle tenebre sopra una folla di giacenti addormentati, vegliasse meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì; discese coll'occhio a traverso la china fino al suo paesello: [affisò l'estremità] guardò fiso all'estremità, scerse la sua casetta, scerse la chioma folta del fico che usciva [dal] di sopra il muro: e seduta com'era sul fondo della barca, appoggiò il gomito sulla sponda, chinò su quello la fronte come per dormire; e pianse segretamente.Addio, montagne sorgenti dalle acque ed [elevate a] erette al cielo; cime ineguali, conosciute a chi è nato fra voi, e distinte nella sua mente non meno che lo sieno gli aspetti dei suoi più famigliari; valloni segreti, ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti, addio! Quanto è tristo il passo dell'indigena che si allontana da voi! [Quegli] A quello stesso che volontariamente vi volge le spalle, [che va a procacciarsi fortuna,] [sente ad un tratto] [vede nella] [vede e corre a] [e] dirizzato a procacciarsi fortuna, si disabbelliscono in quel momento i sogni della ricchezza, e nulla gli sembra [più] desiderabile se non il soggiornare tra voi. Il suo occhio si ritrae fastidito [dal vuoto uniforme aspetto della pianura[dalla u...]e affaticato] e stanco dalla uniforme ampiezza della pianura; [dinanzi agli edificii delle città affollate[egli pensa]egli entra] l'aere gli simiglia gravoso e senza vita: egli entra mesto e disattento nelle città tumultuose; e dinanzi agli edificii ammirati dallo straniero, egli pensa [con diletto affannoso] con amore affannoso [ai suoi monti] al camperello [che egli s...del vicino su cui egli ha posti gli occhi prima di partire] a cui egli ha posto [add] gli occhi addosso da gran tempo, ch'egli si compererà tornando a casa dovizioso, e[pel quale solo si] per amore [del quale] di cui egli si affatica ad acquistare, e sopporta il tedio di viver lontano da' suoi monti.Ma chi [mai] non aveva mai spinto al di là di quelli pure un desiderio, nè una vaghezza aerea, chi aveva composti e intrecciati con l'immagine di quelli tutti i disegni dell'avvenire, d'un avvenire sospirato segretamente, e che [pareva] si credeva certo e imminente, e ne è sbalzato [lungi] da una forza perversa! [lungi] e strappato in una volta [dalle] alle costumanze più care [e alle più care speranze] e turbato nelle più care speranze! [e parte senza sapere fra qua] s'avvia in cerca di stranieri che non ha mai desiderato di conoscere, e [senza] non può colla immaginazione [precorrere al] trascorrere per uno spazio misurato all'assenza, al momento stabilito del ritorno! Addio, casa natale, dove sedendo con un pensiero [nascosto] segreto s'imparò a distinguere dal romore delle orme comuni il romore d'un'orma desiderata con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa guardata tante volte alla sfuggita passando e non senza rossore, nella quale la [fantasia] mente [vedeva] si compiaceva di figurarsi un tranquillo e perpetuo soggiorno di sposa. Addio, chiesa, dove [era] si cantarono tante volte le lodi del Signore, dove era promesso [un], preparato un rito, dove il sospiro segreto [dell'animo] del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l'amore chiamarsi santo; addio!Di tal genere, se non tali affatto, erano i pensieri di Lucia, e poco dissimili i pensieri degli altri due pellegrini, mentre [il battello] la barca gli andava avvicinando alla destra riva dell'Adda[177].C)TERZA STESURA.L'onda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia [fuggente che] increspata, che si andava allontanando dal lido. I passeggieri silenziosi, [volgendosi[addietr...]indietro, guardavano le mont...] [coi dorsi volti a quello, ma] [coi vol]colle facce[piegate]converse[rivolte indietro,] [girate indietro] [seduti colle spalle converse] coi dorsi volti a quello, [ma coi volti girati] e la faccia conversa indietro, guardavano le montagne e il paese rischiarato dalla luna, e svariato qua e là di grandi ombre. Si discernevano i villaggi, le case, le capanne: il castellotto di don Rodrigo, colla [vecchia] sua torre piatta, elevato [sulle] sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva un feroce, che ritto nelle tenebre sopra una [folla] compagnia di giacenti addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì; discese coll'occhio a traverso la china, fino al suo paesello; guardò fiso all'estremità, scerse la sua casetta, scerse la chioma folta del fico che sopravanzava [le muraglie] sulla cinta del cortile; scerse la [sua] finestra della sua stanza: e seduta com'era sul fondo della barca, appoggiò il gomito sulla sponda, chinò su quello la fronte, come per dormire; e pianse segretamente.Addio, montagne sorgenti dalle acque, ed erette al cielo; cime ineguali, [conosciute] note a chi è [nato] cresciuto tra voi, e [distinte] impresse nella sua mente non meno che lo sia l'aspetto dei suoi più famigliari; torrenti dei quali egli [riconosce il fragore] distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche: ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchidi pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo dell'indigena che si allontana da voi! Alla fantasia di quello stesso che [volontariamente vi lascia] [si parte da voi in cerca del guadagno,] [si di] se ne parte volontariamente, a procacciarsi guadagno, si disabbelliscono in quel momento i sogni della fortuna; egli [non sa capire come ab] si maraviglia d'essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che un giorno tornerà dovizioso. [A misura ch'egli discende] Quanto più s'avanza nel piano, il suo occhio si ritrae fastidito e stanco da quella ampiezza uniforme; l'aere gli simiglia gravoso e senza vita; egli s'inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le vie che sboccano nelle vie [gli tolgono il fiato] pare che gli tolgano il fiato; e dinanzi agli edifizii ammirati [agli] dallo straniero, egli pensa con desiderio inquieto [alla casuccia] al camperello del suo paese, alla casuccia a cui egli ha già posti gli occhi addosso da gran tempo, e che compererà, tornando ricco a' suoi monti.Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli nè pure un desiderio sfuggevole, chi aveva [intrecciati] composti e intrecciati con essi tutti i disegni dell'avvenire, d'un avvenire tacitamente bramato, [e] che pareva [ormai] certo ormai e imminente, e ne è sbalzato [da una forza] lontano da una forza perversa! Chi strappato ad un tempo alle più care costumanze, e sturbato nelle più care speranze, [s'avvia] lascia quei monti per avviarsi in traccia di stranieri che non ha mai desiderato di conoscere; e non può colla immaginazione trascorrere ad un momento stabilito [del] pel ritorno! Addio, casa natale, dove sedendo con un pensiero occulto, s'imparò a distinguere dal romore delle orme comuni il romore d'un'orma aspettata con un misterioso timore. Addio,casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si compiaceva di figurarsi un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, [nella quale si cantarono tante volte le lodi del Signore] dove la mente si rasserenò tante volte, e tante cure svanirono, cantando le lodi del Signore; dove era promesso, preparato un rito, dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l'amore chiamarsi santo: addio! Quegli che dava a voi tanta giocondità è dapertutto; ed Egli non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e maggiore.Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco dissimili i pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli andava avvicinando alla destra riva dell'Adda[178].D)Il testo della prima edizione, con le correzioni di quella del 1840, riveduta dall'autore[179].I passeggieri silenziosi, [colla faccia rivolta] con la testa voltata indietro, guardavano [le montagne] i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e [svariato] variato qua e là di [grandi] grand'ombre. Si [discernevano] distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, [colla] con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate allafalda del promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, [sopra una] in mezzo a una compagnia [di giacenti] d'addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì: [discese coll'occhio a traverso la china] scese con l'occhio giù giù per la china, fino al suo paesello, guardò [fiso] fisso [alla] all'estremità, [scerse] scoprì la sua casetta, [scerse] scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava [sulla cinta del cortile] il muro del cortile, [scerse] scoprì la finestra della sua [stanza] camera; e, seduta, com'era, [sul] nel fondo della barca, [appoggiò il gomito] posò il braccio sulla sponda, [chinò] posò [su quello] sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente.Addio, [montagne] monti sorgenti [dalle] dall'acque, ed [erette] elevati al cielo; cime [ineguali] inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che sia l'aspetto [dei] de' suoi più [famigliari] familiari; torrenti, [dei] de' quali [egli] distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul [pendìo] pendio, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d'essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più s'avanza nel piano, il suo occhio si [ritrae fastidito e stanco] ritira, disgustato e stanco, da [quella] quell'ampiezza uniforme; [l'aere] l'aria gli [simiglia gravoso e senza vita] par gravosa e morta; s'inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le [vie] strade che sboccano nelle [vie]strade, pare che gli [tolgano] levino il respiro; e [dinanzi] davanti agli [edifizii] edifizi ammirati dallo straniero [egli] pensa, con desiderio inquieto, al [camperello] campicello del suo paese, alla casuccia a cui [egli] ha già [posti] messi gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a' suoi monti.Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli [nè pure] neppure un desiderio [sfuggevole] fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell'avvenire, e [ne è] n'è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, [strappato] staccato [ad] a un tempo [alle] dalle più care abitudini, e [sturbato] disturbato nelle più care speranze, lascia [quei] que' monti, per avviarsi in traccia di [stranieri] sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può [colla] con l'immaginazione [trascorrere] arrivare [ad] a un momento stabilito [pel] per il ritorno! Addio, casa [natale] natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s'imparò a distinguere dal [romore] rumore [delle orme] de' passi comuni il [romore] rumore [di un'orma aspettata] d'un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si [compiaceva dì figurarsi] figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l'animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; [dove era] dov'era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l'amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! [Quegli che]Chi dava a voi tanta giocondità è [da] per tutto; [ed Egli] e non turba mai la gioia [dei] de' suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e [maggiore] più grande.Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco [dissimili] diversi i pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli andava avvicinando alla [destra riva] riva destra dell'Adda[180].XI.L'Innominato; brano della seconda minuta, stralciato poi dall'Autore[181].Nello schizzo che siam per dare della vita e del carattere di quell'innominato noi collocheremo alcuni passi del Ripamonti, traducendoli alla meglio dal suo bel latino[182]. Pel rimanente non abbiamo altra autorità che quella del nostro manoscritto.L'innominato era un tiranno, nel senso che si dava allora alla parola, che non mi andaste ad accusar pergiacobino: tiranni, nell'uso comune e nelle gride erano nominati coloro che col mezzo dei loro servi o bravi, resistevano più o meno agli ordini ed alla forza pubblica, e ne esercitavano una arbitraria, capricciosa,più o meno iniqua sopra i meno possenti. Fra quelli ai quali le ricchezze e la nascita rendevano, in quella condizione di tempi, possibile una tale tirannia, ben radi erano che non ne usassero un pochetto, almenoin certe occasioni, talvolta forse senza averne una coscienza ben distinta; molti la usavano come una professione; fra i molti spiccava quest'uno. Unico erede d'una famiglia primaria, nato con un talentosuperbo, imperioso, feroce, cresciuto fra l'apparato d'una grande opulenza e d'una gran forza domestica, fra il chinar riverente di facce bellicose e le dimostrazioni d'una servilità pronta a tutto intraprendere,fra il concerto di cento voci che esaltavano a gara la potenza della casa; e divenuto padrone in età assai giovanile, egli non fu contento della porzione di superiorità che avevano goduta i suoi maggiori. Queglino erano riveriti; egli volle esser terribile: eran lasciati stare anche dai più potenti e irrequieti; a lui pareva di scadere, quando non facesse stare nessuno: erano per lo più rimastial di sopra in ogni impegno dove avessero parte; egli volle essere arbitro negli altrui, in quelli dove non aveva pure un pretesto per intromettersi. Già da più generazioni la sua casa spiccava per una sontuosità principesca; egli riformò tutto quello sfoggio di conviti, di caccie, di torneamenti, e ne impiegò il costo in aumento di forza, in bravi, in armi, in ispedizioni. Passava allora una gran parte del tempo in città, e quivi la sua prima occupazione o il suo divertimento fu di andare in cerca di quelli che nella turba dei soverchiatori di mestiere erano i più famigerati, di pararsi loro dinanzi in qualunque occasione, per tastarli, per provarsi con loro e diminuire quella loro gran riputazione, o farsegli amici, d'un'amicizia però subordinata dalla parte loro, che era la sola che gli piacesse, la sola, per dir così, ch'egli sapesse intendere. In poco tempo ne ridusse molti a desistere da ogni rivalità e a dargli la mano in ogni congiuntura, ne conciò male qualcheduno dei più superbi e indomiti, e n'ebbe molti amici al modo ch'egli desiderava. Nessun d'essi lo avrebbe confessato, ma tutti sentivano alla sua presenza, e pensando a lui, una certa inferiorità, che gli sforzava a risguardarlo e a trattarlo piuttosto come un capo, che come un amico. Nel fatto però egli veniva ad essere il faccendone, lo strumento di tutti coloro, e alle volte in affari in cui la cooperazione sarebbe sembrata anche a lui vile, obbrobriosa, se non vi fosse entrata la difficoltà e la forza, cose che nel concetto comune, e più nel suo, nobilitavano tutto. Era a quei tempi cosa trita e quotidiana, massime fra i soverchiatori di professione, il richiedere negli impegni scabrosi l'aiuto e l'opera degli amici; cosa disonorevole il rifiutarla senza buone ragioni; e perchè l'ingiustizia o il pericolo dell'impresa fossero contatecome tali, bisognava che arrivassero a un grande eccesso. Una simile consuetudine, che era pei tiranni un mezzo e un carico del mestiere, secondo le occasioni, doveva naturalmente dar molte faccende a un tiranno come questo. I molti suoi amici avevano molte e varie passioni da soddisfare; la predominante in lui era quella di far cose vietate e difficili, e di non iscapitare, massime appo loro, di quel gran concetto di audacia e di potenza. Pigliava quindi facilmente i loro impegni, concorreva alle loro spedizioni e le dirigeva; mandava i suoi bravi a minacciare i loro rivali di amorazzi e di precedenze; a questo faceva intimare che non passasse nella tal contrada, a quello che non persistesse nella tal lite, risguardava il renitente come suo nemico personale, lo affrontava nella via con un pretesto, e gli dava una pena infamante sulla superficie del corpo, o una più nobile al di dentro, secondo la condizione della persona. E in quanti ebbe di questi scontri, in tanti rimase al di sopra, più gagliardo, più coraggioso, più destro, com'era, e meglio accompagnato d'ogni altro. Per una strada tale, e di quel passo, non si poteva, manco in allora, andar lungo tempo senza incontrarsi colla giustizia. Ben è vero che l'innominato non lasciava di adoperare tutte le cautele usitate dagli altri per eluderla e scansarla; e massime nelle cose più gravi, come per esempio quando si trattasse d'un omicidio premeditato, o d'un ratto, andava travestito, cercava i luoghi, aspettava i momenti scuri: anche i suoi bravi a fare le intimazioni più arrischiate e le spedizioni più atroci, andavano acconciati in forma, parlavano in modo, da lasciar conoscere a cui appartenevano, quanto era necessario per incuter più terrore, non tanto che bastasse a provare che appartenevano a lui. Di modo che ad ognuno di quei suoiattentati, la giustizia non aveva fatta altra dimostrazione che di pubblicare una di quelle gride, chiamate d'impunità, colle quali si prometteva questa e un premio al complice che facesse conoscere l'autor principale o i principali autori del delitto, dando indizii sufficienti a procedere: gride che nei casi di quest'uomo non avevano mai prodotto alcun effetto, per ragioni che in parte s'indovinano facilmente, e che in parte accenneremo in appresso. Quanto alle violenze ch'egli aveva commesse a fronte scoperta, in pien meriggio, nella via, v'era ad una per una il verso di rappresentarle come necessitate dalla difesa, o dall'onore, il codice del quale era allora molto più rigido e sofistico riguardo alle offese, e infinitamente più largo riguardo alla misura e ai modi delle soddisfazioni, che non lo sia al presente; e nello stesso tempo era più considerato come obbligatorio anche dove fosse in opposizione colle leggi, non solo dal più dei privati, ma anche da quelli che promulgavano ed eseguivano le leggi. Con questi mezzi un uomo del suo grado poteva assicurarsi l'impunità di mal fare, fino ad un certo segno; ma costui passava tutti i segni. Ne faceva più che nessun altro del suo mestiere; offendeva piccoli e grandi senza distinzione; e nello stesso tempo trascurava altri mezzi indispensabili anche per fare impunemente meno di lui.Gli altri tiranni (prescindo da alcuni disperati, che in guerra aperta colle potestà e colla società, vivevano or raminghi, or rintanati nei loro castellacci, e stavano anche alla strada come veri capi di masnadieri; parlo di quelli che volevano abitare in città e godere i comodi, gli spassi, gli onori della vita civile) gli altri tiranni mantenevano più aderenze che fosse possibile col poter legale, si valevano delle parentele, coltivavano cogli ufici e col corteggiole amicizie degli uomini più graduati si obligavano i subalterni colle protezioni e con certi atti di cortesia degnevole, e avevano dipendenti e creati fino tra gli infimi esecutori, ai quali compensavano le minacce coi regali, Cercavano insomma di tenere una mano su le bilance della giustizia, per farle tracollare dalla parte loro in una occasione, in un'altra farle sparire che non si trovassero, per darle anche, se veniva un bel tratto, su la testa di qualcheduno che non avevano potuto finire colle armi della violenza privata. Costui, all'opposto, dopo essersi inimicati molti potenti, dei quali aveva toccati in varie occasioni i protetti, gli amici, i congiunti, non solo aveva sempre sdegnato di fare il più leggiero uficio per raddolcire quegli odii e per soddisfare quegli orgogli irritati, ma non s'era nè anche curato mai di procacciarsi almeno amici egualmente potenti da contrapporre a quelli. Le sommissioni, le pratiche, anco le cerimonie necessarie a questo fine, gli erano insopportabili: affettare una gran noncuranza per ogni autorità era un elemento della sua passione, uno di quei piaceri per cui egli affrontava tanti pericoli e faceva tante male vite. I suoi parenti stessi, che ne aveva più d'uno in alti posti, oltre che gli era lor divenuto un peso con quel suo metterli sempre a petto or d'un collega, or d'un superiore, col porli sempre al partito di combattere con rischio, o di cedere con diminuzione di credito, se gli era poi anche disgustati col suo tratto verso di loro. Avrebbero essi voluto difenderlo, ma insieme regolarlo; rattoppar bensì certe sue malefatte, ma tenersi in possesso di fargliene qualche buona riprensione, e dì prescrivergli norme dì prudenza e di moderazione per l'avvenire: egli con quel suo animo precipitoso e ricalcitrante aveva altamente sdegnato favori diquella sorte. Con tutto ciò, queglino, per l'onor del nome, avevano continuato per qualche tempo a sostenerlo; ma finalmente, vedendo meglio d'ogni altro, nella regione delle nuvole dove abitavano, il grosso temporale formato contro di lui; informati che dalla bocca stessa del governatore erano usciti certi tuoni sordi e cupi, per non commettere il loro credito nel sostegno d'una causa che alla fine doveva esser perduta, s'erano ridotti a far vista di abbandonarla volontariamente, a mostrarsi irritati più che altri contra il loro scandaloso parente, a far gli antichi romani, e lasciarsi intendere che, mettendo le leggi e l'ordine pubblico innanzi agli affetti privati, avrebbero lasciato un libero corso alla giustizia. Con lui non potevano altro che mandargli avvisi di tempo in tempo, che s'egli tirava innanzi a quel modo, non facesse più conto della loro assistenza. Quanto agli amici dell'innominato, essi non erano per lo più gente che avesse voce per sè in quel capitolo: alcuni, è vero, imparentati con togati potenti, facevano con essi a favore dell'innominato gli ufici ch'egli sdegnava; ma tali ufici indiretti avevano poca forza contra le ire radicate e le pratiche degli avversarii, occulte, in parte, per timore, ma calde e insistenti.Le cose erano in questo stato, quando una mattina si trovò in una via il cadavere malamente trafitto d'un uomo ch'egli odiava: (il manoscritto non dice di più), e la voce publica disegnò tosto l'innominato come autore del fatto. In senato, nel palazzo del governatore, nei gabinetti dei potenti, nemici dell'innominato, si mormorò che era venuta la volta di dar finalmente un grande esempio. Il capitano di giustizia ricevette ordine segreto di procedere alla cattura. Ordini tali contra tali uomini era ancor più difficile l'eseguirli che il darli: bisognava non lasciartraspirar nulla dell'intenzione, per sorprendere il nemico, e insieme dar molte disposizioni e mettere in campo forze straordinarie. Di queste forze poi non si poteva far capitale che fino ad un certo segno: quando si aveva che fare con un tiranno di conosciuta bravura, e circondato da una mano di disperati, il più dei birri vi andavano di mala voglia, alcuni si rincantucciavano anche per non lasciarsi trovare, o nel bello della spedizione la davano a gambe, o abbassate le armi e cavato il cappello dicevano: illustrissimo signore, vada pure liberamente, che noi non siamo per fargli male. E quand'anche nessun di loro avesse intelligenze coi bravi del tiranno, che si voleva prendere, se ne sarebbe trovato più d'uno che pel solo amore della pace avrebbe cercato qualche mezzo di farlo avvertire; acciocchè, fuggendo, togliesse sè ed altri d'impaccio. Come che la cosa andasse in questo caso, l'innominato ebbe tosto avviso da più d'un luogo dell'ordine fulminato contra di lui. Non pensò pure di mettersi in salvo colla fuga, non si curò di rimpiattarsi, si mostrò anzi in pubblico più del solito con un più grande accompagnamento, per guardia insieme e per ostentazione, non rimise punto della sua solita arroganza; anzi spiò attentamente se qualche parente del morto gli passasse dinanzi con aria di provocazione, se alcuno de' suoi nemici coperti volesse in quella occasione alzare un po' la cresta e uscire appena appena dei termini consueti di rispetto, deliberato e desideroso di farne in tali circostanze qualche dimostrazione più strepitosa.In questo mezzo fu avvertito che un bargello, famoso per varie prese difficili, scaltrito negli agguati e intrepido negli assalti, coraggioso per natura e obbligato ad esserlo sempre più per conservare la suariputazione di coraggio, essendogli stata questa volta promessa da certi potenti una grossa somma di danari se facesse il colpo, ne aveva preso l'impegno, e che troverebbe egli il modo di metter la musoliera all'orso e di menarlo legato in gabbia. Da quel momento la vita del bargello divenne un tormento per l'innominato; se lo sentiva, per dir così, pesare su le spalle. Per adescarlo e crescergli animo, finse d'essere entrato in timore, si tenne chiuso in casa, fece sparger voce dì volere sfrattar di soppiatto e travestito. Molta gente diceva che s'eran veduti altri birboni dopo averne fatte tante e tante perdere in un tratto quel gran rigoglio quando la loro ora era venuta; gli amici non sapevano più che pensare; egli rintanato coi suoi bravi non si lasciava veder da nessuno. I birri, che fino allora avevano giucato dalla lunga, cominciarono a ronzare in frotte nei contorni della casa, a tenersi ai canti della via: il bargello lì metteva a posto, li moveva, dirigeva ogni cosa, girava travestito, teneva e faceva tener l'occhio, ora alla porta, ora agli sbocchi della via, sbirciava con certi suoi occhi cervieri chiunque uscisse di qua o di là, temendo sempre che il suo uomo non gli scappasse sotto qualche travisamento. Ma l'uomo, che pensava a fargli tutt'altro tiro che quello, avvertito un dì sul vespero che il bargello vigilante s'era piantato ad un canto della via, chiama un suo ragazzaccio, ch'egli andava allevando al patibolo, gli pone una valigetta su le spalle, e lo ammaestra che esca da quel canto, strisciando dietro il muro a guisa di chi vorrebbe passare inosservato. Mosso questo zimbello, egli mette l'occhio a un pertugetto d'una imposta chiusa, per vedere che accade nella via, e pochi istanti dopo vede birri a due, a tre venire innanzi e allogarsi dietro gli angoli di questa e di quellacasa vicina, e poi avanzarsi il bargello in persona, entrare in una porta, star qualche momento, uscire, entrare in un'altra più vicina, far capolino, guardar fuori.Lascia in vedetta a quel pertugio un servo che desse un gran fischio quando il bargello porrebbe il piè nella via e verrebbe verso la casa, scende in fretta con molti altri, e li fa star pronti in arme sotto il portico; egli cheto cheto va nell'androne a porsi a canto una parete, tenendo colla destra il cane e il grilletto, colla sinistra la canna d'una sua carabina, terribilmente famosa al pari di lui. Un fischio, un salto alla soglia, una sguardata, una mira, uno scoppio, il bargello per terra, tutto ciò avvenne in sei secondi. L'assassino rientrò subitamente, chiamò i bravi, e alla testa loro piombò addosso ai birri, che, sorpresi dal colpo e sopraffatti dal numero, la diedero a gambe[183].La città fu piena del caso. La notizia ne giunse al palazzo di giustizia coi birri più corridori: il capitano corse a darla al governatore. Per l'ordinario i governatori non s'impacciavano in queste faccende: non già che fosse massima di lasciar fare i tribunali; era anzi massima che i governatori potessero non solo far le leggi, ma applicarle, derogare, dispensare, dare in ogni caso gli ordini che loro paressero a proposito. Molti infatti ne venivan dati in loro nome; ma per lo più non v'era altro che il nome; l'attenzione, la volontà e l'opera loro si esercitava in tutt'altri oggetti.Chi nasce in questo mondo nei tempi ordinarii, dice il manoscritto[184], è come un sonatore d'unagrande orchestra in una festa, che si sveglia nel mezzo d'una sonata e d'una danza, e trova una musica avviata, un tuono, una misura: bada un momento, per capirla bene, e poi piglia il suo stromento[185]e cerca d'entrare in concerto. Così quegli spagnuoli, che nascevano per essere governatori dello Stato di Milano, trovavano una musica avviata di faccende in corso, un gran numero d'idee stabilite e predominanti, e fra l'altre questa: che la potenza spagnuola aveva, o voleva, o doveva avere su tutta l'Italia, almeno un predominio. Quando uno veniva spedito a questo governo, vi portava l'idea fissa che mantenere ed estendere questo predominio doveva essere la sua grande occupazione. Lo era in fatti, e lo sarebbe stata, quand'anche, egli, per impossibile, non avesse avute nè istruzioni, nè inclinazioni a ciò. Perchè trovava incamminata un'altra macchina opposta e complicatissima, mossa continuamente da altre potenze, che non volevano quella storia del predominio, e ne stavano sempre in sospetto, si trovava a fronte e da ogni lato un vasto e confuso sistema di resistenze, di difese, di offese, centra il quale gli bisognava pure ingegnarsi. Bisognavadunque vigilare tutti i principi e gli Stati d'Italia, mantener questi nella devozione consueta, contener quegli altri, o spaventarli, attirarli, conoscere i loro pensieri, inimicarli, o riconciliarli, secondo le occorrenze: un mondo di cose. Oltracciò i governatori erano capitani generali e conducevano in persona le guerre, che avevano fatte nascere, o che non era loro riuscito d'impedire, in Italia, o che vi si facevano come parte di guerre più generali. Avevano quindi sempre gli occhi e le mani in quella grande matassa che avevano trovata scompigliata, e scompigliata lasciavano partendo dal governo, o dal mondo; e non restava loro troppo ozio per le cose di governo interiore: le facevano fare, o le lasciavan fare, mettevano di gran ghirigori in fondo a molte carte, su le quali era scritto che eglino erano risoluti che le tali cose andassero al tal modo, senza curarsi poi di sapere nè il che, nè il perchè, fuor che in alcuni casi in cui per qualche cagione straordinaria avevano essi realmente una volontà, o una. ne veniva loro inspirata. Il caso dell'innominato era di questi: i suoi molti e grandi nimici lo avevano dipinto al governatore come uno spirito rubello, un perturbatore sedizioso, un uomo la cui audacia e impunità nel delitto accusavano d'impotenza o di trascuraggine la pubblica autorità; e nel vero non era calunnia. Il governatore, già irritato, al ricevere di quella notizia, ritenne il capitano, ebbe a sè membri del consiglio segreto, senatori, altri magistrati; si tenne consulta. Intanto colui che ne era il soggetto, rientrato in casa, e ben rinchiuso, aveva pigliata la risoluzione di non si muovere e si preparava ad ogni evento; ma in quella notte stessa, qualche amico, venuto a lui di soppiatto, gli comunicò di avere avuto avviso segreto e certo che il governatore aveva personalmentepreso impegno in quell'affare, ed era deliberato di fare all'ultimo uscir del castello un corpo di moschettieri che si unisse ai birri e desse l'assalto alla casa. Non era più il caso di esitare: le forze d'un privato, anche nel supposto inverisimile che in tanto pericolo fossero per serbarglisi costanti, non potevano competere con un tale avversario, ogni volta che volesse davvero adoperar tutte le sue. Sul far del giorno l'innominato uscì con tutti i suoi bravi, e si andò a ritirare in un convento vicino. In quei luoghi gli ospiti pari suoi, accompagnati, o no. dovevano esser sofferti, anzi accolti, quand'anche fossero tutt'altro che desiderati; e la forza secolare non supponeva pure che fosse possibile d'introdurvisi. Un tal passo acquetò anche un poco la furia, e indebolì l'impegno del governatore: perchè nei casi in cui si trattava più di vincere un puntiglio che di punire un reo, la fuga di questo in un asilo poteva parere una specie di soddisfazione alla potestà civile, un confessare che non si ardiva di farle fronte nel campo della sua giurisdizione; e per un uomo, che ha molti affari grossi, poco basta a raffreddarlo in uno che non sia dei principali. Però comparve in quel giorno una grida del governatore stesso, colla quale a chi consegnasse vivo l'innominato nelle mani della giustizia,in maniera che sopra di lui ella potesse esercire li suoi atti, venivano promessi mille scudi di premio e la liberazione di quattro banditi, l'impunità propria al consegnante, s'egli fosse complice, e la liberazione, s'egli fosse bandito, purchè non lo fosse per certi casi riservati.Vorrei poter risparmiare al lettore tutte queste notizie e riflessioni generali su le opinioni, gli usi, le istituzioni di que' tempi, e condurlo speditamente di fatto in fatto fino al termine della storia; ma ifatti che mi tocca di raccontare sono talvolta così dissimili dall'andare comune dei nostri giorni, così estranei alla nostra esperienza, che a dar loro un certo grado di chiarezza, mi par pure indispensabile di spiegare alquanto lo stato di cose nel quale e pel quale potevano essere. Altrimenti, a quelli che non hanno fatti studii particolari sopra quell'epoca, sarebbe come presentare un osso d'uno di questi animaloni di razze perdute, senza dare un po' di descrizione dello scheletro, o di quel tanto che se n'è potuto trovare e mettere insieme, per la quale si vegga come quell'osso giuocava. S'io dicessi semplicemente che tutte le promesse di quella grida non produssero alcun effetto, senza darne alcuna ragione, forse a taluno la cosa potrebbe parere strana e inverosimile; due parole dunque, abbiate pazienza, anche su questo proposito.L'intento delle gride, chiamate d'impunità, e che appunto avevano un nome proprio per esser molto frequenti, l'intento era, come ognun vede, d'indurre i rei medesimi a farsi ministri della giustizia, e di seminare la diffidenza fra loro. Perduta la speranza e abbandonata la pretensione di ottener l'effetto intero degli editti, si voleva almeno, col sagrifizio d'una porzione del pubblico esempio, assicurarne un'altra, e la più importante. Ma, senza parlare della sensatezza dell'intento, nè del merito morale dei mezzi, che questi, in moltissimi casi, riuscissero inefficaci a conseguirlo, ne abbiamo la prova in molte gride d'impunità contra uno o più banditi, ripublicate molti anni dopo la prima publicazione. L'impunità d'un delitto era un premio di poco valore per complici che d'ordinario ne avevano addosso molti altri, e che intanto godevano, con fatica, è vero, una impunità intera all'ombra del loro capo. La liberazioneera un debole allettamento per banditi che non vivevano, nè volevano vivere se non di quelle cose per le quali s'incorreva nel bando. Di più, per ottenere questi vantaggi, quali che fossero, il complice o il bandito doveva necessariamente aver che fare con la giustizia, confidarsi ad una autorità cavillosa e malfida, la quale certamente desiderava più di sterminarlo che di dargli una ricompensa, e che disponeva di procedure complicatissime, e non solo operava ad arbitrio, ma ne aveva consecrato anche il nome. Quanto a quell'esca del premio pecuniario, ella non poteva tentare che una classe di persone: le gride costituivano birro o carnefice ogni cittadino che avesse voluto farne l'uficio e meritarne la paga; ma l'uso della forza publica e le idee comuni tendevano a tutt'altro che a far risguardare come onorevole e virtuosa una tale cooperazione del privato a quella forza, e nessun uomo dabbene e pacifico avrebbe voluto affrontare un pericolo e l'infamia, nè vincere una ripugnanza fondata in gran parte sopra motivi onesti, per amore degli scudi. Non restavano dunque che i facinorosi di professione, e gli scherani stessi del tiranno; ma quando uno di questi fosse riuscito a far sicuramente il suo colpo, doveva poi aspettarsi la vendetta di lui, se, preso, egli tornava in libertà, o dei suoi parenti ed amici, s'egli fosse stato morto; doveva, dico, aspettarsela con certezza, in un tempo in cui la vendetta era dai più tenuta come una obligazione d'onore, e l'assassinio in questi casi non era contato fra quelle azioni che lo tolgono. Tutto ciò quando l'impresa di prendere o di uccidere un tiranno fosse stata per sè agevole; ma i tiranni adoperavano anch'essi naturalmente tutti i mezzi che potevano, per assicurarsi contra la forza aperta e contra le insidie; di questi mezzi ne avevanoassai; e quel che è osservabile, le gride stesse, fatte contra di essi, ne suggerivano, ne somministravano loro alcuni, e dei più potenti.Le società civili (ancora un momento di pazienza) sono state spesso paragonate al corpo umano, i legislatori ai medici, le leggi alle medicine: e in fatti queste cose si somigliano molto, se non altro in ciò, che son tutte cose assai curiose. Hanno poi altre somiglianze parziali; eccone una. Un medico amministra un rimedio ad intenzione che faccia nel corpo una tale operazione, che il rimedio fa, o non fa, ma ne fa poi sovente altre che il medico non ha volute, nè prevedute, che non riconoscerà come conseguenze del suo fatto, quando si manifestino, ma dirà: oh, vedete un po' che scherzi fa la natura! Lo stesso accade sovente in fatto di leggi: e siccome poi le società civili sono infermi di lunga vita, sono, per servirci di un modo proverbiale, di quelle conche fesse che bastano un pezzo, così alle volte, appena dopo cento, dugento, trecent'anni, si comincia a sospettare, ad aver sentore, che certe doglie vecchie d'un corpo sociale, certi sintomi stravaganti e non mai spiegati, sono effetti d'uno specifico mirabile applicato o cacciato giù fin da quel tempo per ordine d'un medico valente, (parlo in metafora) o per consulto di più valenti medici. V'ha anche alcuni di questi effetti, nè voluti, nè preveduti dal legislatore, che danno in fuori immediatamente. Le gride, di cui parliamo, dovevano produrre inevitabilmente questo: che i tiranni, quanto più erano minacciati da quelle, tanto più si tenessero intorno di quei malfattori segnalati, ai quali le gride non promettevano grazia, e che non avendo altra speranza di salvezza che nel loro signore, non solo non erano tentati d'ordirgli insidie, ma interessati a guardarlo dalle altrui. Così quegli attilegislativi tendevano, non per intenzione, ma in fatto, a riunire i più perniciosi e determinati ribaldi, davano, per così dire, un nuovo bisogno e un nuovo indicamento di organizzazione alle forze nemiche della giustizia in tutti i sensi di questa parola. Che se, per uscire da questo inconveniente, si fosse estesa ad ogni classe di colpevoli la promessa dell'impunità e della liberazione, si cadeva nell'altro terribile di rinunziare anche alla speranza, alla volontà, di non lasciar senza pena almeno certi più atroci misfatti. Con queste osservazioni si capisce tanto o quanto il come a nessuno venisse voglia di prendere il tiranno innominato, nè tanti altri banditi come lui.In quell'asilo egli dovette pensare ai casi suoi. Grazia dall'autorità non era da sperarne, nè manco egli era inclinato a ricorrere ad un tale rimedio; rimaner quivi rinchiuso, a che fare? e fin quando? Uscirne, e tornare a casa sua a far la vita di prima, non era cosa riuscibile, al punto a cui aveva spinte le cose. Risolvette dunque di sfrattar dallo Stato. Suppongo che a questa circostanza debba riferirsi un tratto della sua vita, che è menzionato nella storia sopra citata del Ripamonti, un tratto che basterebbe a dare un'idea dell'uomo, e che noi riporteremo perciò, traducendolo alla meglio dall'energico latino di quello scrittore: «Una volta», dic'egli, «che costui, non so per qual cagione, volle sgombrare il paese, la paura che mostrò, il riguardo e la segretezza che usò, furono tali: traversò la città a cavallo, con un seguito di cani» (gli uomini si sottintendono) «a suon di tromba; e passando dinanzi al palazzo di Corte, lasciò alle guardie un'imbasciata di villanie pel governatore». Uscito ch'ei fu dello Stato, si pubblicò un altro bando che ne lo dichiaravacacciato, e glilevava la protezione regia, sì che, tornando, potesse esser fatto prigione e impunemente offeso da tutti, mantenute le promesse anteriori; e aggiunta la liberazione di quattro banditi a chi lo consegnasse vivo o morto. Dove egli andasse a posarsi, o dove errasse, che facesse fuori e quanto tempo vi rimanesse, nè il manoscritto lo dice, nè altrove ne ho trovata menzione: trovo soltanto che una mattina egli pigliò il partito di tornarsene in paese. O fosse cangiato quel governatore che s'era dichiarato suo nemico personale; fossero mancati di vita o decaduti di potenza alcuni de' suoi più capitali nemici, o venuti in potenza de' suoi amici; o fosse levato il bando per qualche potentissima raccomandazione (che anche un tal supposto è verisimile in quella condizione di tempi); o fossero nate altre circostanze qualunque da inspirargli una nuova sicurezza, o quel suo animo gliene tenesse luogo, certo è ch'egli stimò di poter tornare liberamente a casa sua e di stabilirvisi, e vi tornò infatti, non però in Milano, ma in un castello d'un suo feudo su l'estremo confine col territorio bergamasco, e allora collo Stato Veneto. È parimente certo che nella sua assenza egli non aveva rotte le pratiche, nè intermesse le corrispondenze con que' tali suoi amici, e che stabilito nel suo castello continuò ad essere unito con loro, per tradurre letteralmente dal Ripamonti, «in lega occulta di consigli atroci e di cose funeste». Pare anzi che quel terribile faccendone di misfatti approfittasse dell'esiglio per estendere tali corrispondenze, e contraesse allora in più alti luoghi certe nuove terribili pratiche, delle quali il Ripamonti parla con una sua brevità misteriosa: «Anche alcuni principi esteri», dice questo scrittore, «si valsero più volte dell'opera sua per qualche importanteuccisione, e in più d'un caso gli spedirono da lontano rinforzi di gente che servisse a ciò sotto i suoi ordini». Noi abbiamo ben fatto il possibile per trovar qualche più distinto particolare d'un fatto così importante alla cognizione e del personaggio e dello stato della società in quel tempo; ma senza effetto. La storia, e massime quella dei costumi, è nei libri, come nei musei d'anticaglie, a pezzi e bocconi, e troppo spesso, principalmente nei libri, se ne trova di quelli che non si possono mettere insieme con altri pezzi e con altri bocconi, tanto da vederne una figura, e da ricavarne una notizia[186].

—Ah! ah! fu il saluto di Don Abbondio.

—Il signor curato dirà che siamo venuti tardi, disse Toni inchinandosi, come pure fece più goffamente Gervaso.

—Venite tardi in tutti i modi, rispose Don Abbondio. Basta, vediamo.

—Sono venticinque buone lire di quelle con Sant'Ambrogio a cavallo, disse Toni, cavando un gruppetto di tasca.

—Vediamo, replicò il curato: le prese, le volse e le rivolse e le numerò, e furono trovate irreprensibili.

—Ora, signor curato, mi darà gli orecchini e la collana, della mia povera Tecla.

—È giusto, rispose Don Abbondio; e andò ad un armadio e cacciata una chiave, guardandosi intorno, come per tener lontani gli spettatori, aperse una parte d'imposta, riempì l'apertura colla persona, introdusse la testa per guardare e un braccio per ritirare il pegno; lo ritirò, chiuse l'armadio, svolse la carta dov'era il pegno, e guardatolo, c'è tutto? disse, indi lo consegnò a Toni.

—Ora, disse Toni, mi favorisca di una riga di quitanza.

—Non vi fidate? rispose bruscamente Don Abbondio. Ecco, volete darmi anche quest'incomodo.

—Che dice mai? s'io mi fido, signor curato: ma dalla vita alla morte...

—Bene, bene, come volete. Oh che seccatura! Bisognerà ch'io ponga inchiostro nel calamajo. Perpetua! dov'è costei? Perpetua!

—Perpetua era da basso, tutta affacendata a prepararle da cena: la lasci stare, signor curato: anche il calamajo, che farà più presto.

Così, brontolando, tirò un cassettino dal tavolo, ne tolse carta, penna e calamajo, e si pose a scrivere, dettandosi ad alta voce la composizione. Frattando Toni e Gervaso, com'era convenuto, si posero dinanzi allo scrittore in modo da toglierli la veduta della porta; e come per ozio andavano soffregando coi piedi il pavimento, per dar agio ai di fuori di venire avanti senza essere intesi. Don Abbondio, tutto nella sua quitanza, non badava ad altro. Al fruscio dei quattro piedi Fermo strinse la mano di Lucia per darle risoluzione, la pigliò con sè e pian piano entrarono nella porta, Lucia più morta che viva, e si collocarono dietro i due fratelli. Don Abbondio, finito ch'ebbe di scrivere, rilesse attentamente da sè, quindi fatta lettura ad alta voce, prima di alzare gli occhi dalla carta: sarete contento? disse, e preso il foglio lo porse a Toni. Toni, allungando la mano per pigliarlo, si ritirò da una parte, Gervaso dall'altra, e i due sposi apparvero in mezzo[164]come all'alzare d'unsipario. Don Abbondio intravide, vide, si spaventò, si stupì, s'infuriò, pensò, prese una risoluzione, tutto questo nel tempo che Fermo impiegò a proferire le parole magiche: Signor curato, in presenza di questi testimoni, questa è mia moglie. Le labbra di Fermo non erano ancor tornate in riposo, che Don Abbondio aveva già lasciata cadere la quitanza fatta, afferrata colla manca e sollevata la lucerna e tirato colla destra a sè un tappeto, che copriva il tavolo, gettando a terra il breviale e il quaresimale, e balzando tra la seggiola e il tavolo s'era avvicinato a Lucia; la poveretta con voce tremante aveva appena potuto dire: e questo... che Don Abbondio gli aveva gettato scortesemente il tappeto sulla testa e sul volto, e tenendoglielo colle mani ravvolto e stretto sulla bocca, perch'ella non potesse proseguire, gridava a testa, come un toro ferito: tradimento! tradimento! ajuto! ajuto! Il lucignolo della lucerna, che Don Abbondio aveva lasciata cadere a terra, si moriva mandando un ultimo chiarore, e la povera Lucia, appoggiata a Fermo, coperta così di quel ruvido velo, pareva una statua sbozzata in creta, a cui un rozzo fattore dell'artefice copre la testa con un umido panno. Cessata ogni luce, Don Abbondio lasciò la poveretta, la quale già per sè non avrebbe più potuto proseguire, e pratico com'era del luogo, trovò tosto a tentone la porta della stanza vicina, v'entrò, vi si chiuse e continuò a gridare: tradimento! Perpetua! accorr'uomo: gente in casa! clandestino: tre anni di sospensione! una schioppettata! fuori di questa casa! fuori di questa casa! Perpetua! dov'è costei! Nella stanza tutto era confusione. Fermo, inseguendo come poteva il curato, aveva strascinata con sè Lucia alla porta e bussava gridando: apra, apra, non faccia schiamazzo: apra, o la vedremo. Toni,curvo a terra, girava le mani sul pavimento per trovare la sua quitanza, e Gervaso, spiritato, gridava e andava cercando la porta della scala per porsi in salvo.

Don Abbondio, vedendo che il nimico non voleva sgomberare, si fece ad una finestra che dava sul sagrato, a gridare ajuto. Batteva la più bella luna del mondo, e l'ombra della chiesa e del campanile si disegnava sulle erbe lucenti del sagrato: per quell'ombra veniva tranquillamente[165]con un gran mazzo di chiavi pendente alla mano il sagrista, il quale, dopo suonata l'avemaria, era rimasto a scopare la chiesa e a governare gli arredi dell'altare. Lorenzo! gridò il curato, accorrete, gente in casa! ajuto. Lorenzo si sbigottì; ma con quella rapidità d'ingegno che danno i casi urgenti, pensò tosto al modo di dare al curato più soccorso ch'egli non chiedeva e di farlo senza suo rischio. Corse indietro alla porta della chiesa, scelse nel mazzo la grossissima chiave, aperse, entrò, andò difilato al campanile, prese la corda della più grossa campana e tirò a martello[166].

B)SECONDA MINUTA.

Tra il primo concetto d'una impresa terribile e l'adempimento (ha detto un barbaro[167]che non eraprivo d'ingegno) l'intervallo è un sogno pieno di fantasmi e di paure. Lucia era da molte ore nell'angoscedi questo sogno: e Agnese, la stessa Agnese, l'autrice del consiglio, stava sopra pensiero, e trovavaa stento parole per rincorare la figlia. Ma al momento del destarsi, al momento in cui si vuol pormano all'azione, l'animo si trova tutto trasformato. Al terrore e al coraggio, che vi battagliavano, succede un altro terrore, un altro coraggio: l'impresa si affaccia alla mente come una nuova apparizione: ciò che più si apprendeva da prima sembra talvoltadivenuto in un punto agevole: talvolta s'ingrandisce l'ostacolo che appena si era avvertito, l'immaginazione sì arretra spaventata, le membra negano il loro uficio, e il cuore manca alle promesse che aveva fatte con più sicurezza[168].

Al bussare sommesso di Fermo, Lucia fu presa da tanto terrore, che risolvette in quel momento dì soffrire ogni cosa, di esser sempre divisa da lui, piuttosto che eseguire la risoluzione presa; ma quando Fermo sì fu mostrato, ed ebbe detto: son qui, andiamo; quando tutti si mostrarono pronti ad avviarsi senza esitazione, come a cosa stabilita, irrevocabile, Lucia non ebbe spazio nè cuore d'intromettere difficoltà; e, come strascinata, prese tremando un braccio della madre, un braccio del promesso sposo, e s'avviò, senza far motto, colla brigata avventuriera.

Zitti, zitti, nelle tenebre, a passo misurato uscirono dalla porta e presero la strada fuori del paese. La più dritta e corta era di attraversarlo per divenire all'altro capo, dov'era la casa di don Abbondio: ma scelsero la più lunga onde camminare inosservati. Per una giravolta di stradicciuole al di fuori, giunsero in breve presso alla meta, e quivi si divisero. I due promessi rimasero nascosti dietro l'angolo della casa, Agnese con essi, ma dinanzi, per accorrere in tempo ad incontrare Perpetua e ad impadronirsene: Tonio col disutilaccio di Gervaso, che non sapeva far nulla da sè, e senza il quale non si poteva far nulla, si affacciarono bravamente alla porta e toccarono il martello.

—Chi è, a quest'ora? gridò una voce alla finestra, che si aperse in quel momento: era la voce di Perpetua. Malati non ce n'è, ch'io sappia: è forse accaduta qualche disgrazia?

—Son io, rispose Tonio, con mio fratello, che abbiamo bisogno di parlare col signor curato.

—È ora da cristiani questa? rispose agramente Perpetua: che discrezione! tornate domani.

—Sentite: tornerò, o non tornerò: ho riscossi non so che danari, e veniva a saldare quel debituccio che sapete: aveva qui venticinque belle berlinghe nuove: ma se non si può, pazienza: questi so come spenderli, e tornerò quando ne abbia riscossi degli altri.

—Aspettate, aspettate: vado e torno: ma perchè venire a quest'ora?

—Se l'ora potete cangiarla, io non m'oppongo: per me son qui; e se non mi volete, me ne vado.

—No, no: aspettate un momento; torno con la risposta.

Così dicendo richiuse la finestra: a questo punto Agnese si spiccò dai promessi, e detto sotto voce a Lucia: coraggio; è un momento; gli è come far cavare un dente, venne a porsi lungo la fronte della casa, poco lontano dalla porta, aspettando che tornasse Perpetua, per giungerle addosso[169].

—Carneade! chi era costui? ruminava tra sè don Abbondio, seduto sul suo seggiolone nella stanza da letto, con un libricciuolo aperto dinanzi, quando Perpetua entrò a portargli l'imbasciata. Carneade! questo nome mi par bene di averlo inteso o letto; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli: ma chi diavolo era costui? Tanto il pover uomo era lontano dal pensare alla burrasca che gli si addensava sul capo! Bisogna sapere che don Abbondio si dilettava di leggere qualche linea ogni giorno, e un curato suo vicino, che aveva un po' di libreria, gli prestava un libro dopo l'altro, il primo che gli veniva alle mani. Quello su cui meditava in quel momento don Abbondio, convalescente della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto alla febbre) che non volesse lasciar credere, era un panegirico in onore di san Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione, nel duomo di Milano, due anni prima. Il santo vi era. paragonato, per l'amore dello studio, ad Archimede; e fin qui don Abbondio non trovava inciampo; perchè Archimede ne ha fatte di così belle[170],ha fatto dir tanto di sè, che per saperne qualche cosa, non fa mestieri una erudizione molto vasta. Ma dopoArchimede, l'oratore chiamava a paragone anche Carneade: e quivi il lettore era rimasto arrenato. Perpetua annunziò la visita di Tonio.

—A quest'ora? disse anch'egli don Abbondio, com'era naturale.

—Che vuoi ella? non hanno discrezione: ma se non lo piglia al volo...

—Se non lo piglio ora, sa il cielo quando lo potrò pigliare. Fatelo venire. Ehi! ehi! siete poi ben sicura che sia egli, Tonio?

—Diavolo! rispose Perpetua, e scese, aperse la porta, e disse: dove siete?

Tonio si mostrò; e in quel momento si mostrò pure Agnese, come se passasse di quivi, e salutò Perpetua per nome, fermandosi sui due piedi.

—Buona sera, Agnese, disse Perpetua: donde si viene a quest'ora?

—Vengo dalla filanda, e se sapeste... mi sono indugiata appunto in grazia vostra.

—Oh perchè? domandò Perpetua: e, rivolta ai due fratelli: entrate, disse, che vengo anch'io.

—Perchè, ripigliò Agnese, una donna di quelle che non sanno le cose, e voglion parlare... credereste? si ostinava a dire che voi non vi siete sposata con Beppo Suolavecchia, nè con Anselmo Lunghigna[171], perchè non vi hanno voluta. Io sosteneva che voi gli avete rifiutati, l'uno e l'altro...

—Sicuro. Oh la bugiarda! la bugiardona! chi è costei?

—Ve lo dirò; ma non potete credere quanto mi sia spiaciuto di non saper bene tutta la storia, per confonder colei.

È una bugiarderia, disse Perpetua, la più infame! Quanto a Beppo, tutti sanno, e hanno potuto vedere... Ehi, Tonio! socchiudete la porta, e salite pure, ch'io vengo.

Tonio rispose di dentro che sì; e Perpetua proseguì la sua narrazione appassionata. In faccia alla porta di don Abbondio si apriva tra due casipole una stradetta, la quale non correva diritta più che la lunghezza di quelle, e volgeva, dietro ad una di esse, nei campi. Agnese vi s'avviò, come se volesse trarsi alquanto in disparte per parlare più liberamente: e veggendo poi che la narratrice le veniva dietro smemorata, voltò il canto, non senza un gran palpito, e Perpetua dietro. Agnese allora tossì forte. Era il segno: Fermo lo intese, fece animo a Lucia con una stretta di braccio, ed entrambi, in punta di piedi, voltarono anch'essi il lor canto, strisciaron quatti quatti rasente il muro, vennero alla porta, l'aprirono dilicatamente; uno e due, cheti e chinati, furono nell'andito, dove trovarono i due fratelli ad aspettare. Fermo abbassò pian piano il saliscendo nel monachetto: e tutti quattro su per le scale, non facendo pur romore per due. Giunti sul pianerottolo, i due fratelli si fecero in faccia alla porta della stanza che era di fianco alla scala; gli sposi si strinsero alla parete.

—Deo gratias, disse Tonio, a voce spiegata.

—Tonio, eh? Entrate, rispose la voce dì dentro. Il chiamato schiuse le imposte appena quanto era necessario per passare egli, e il fratel dietro. La riga di luce che uscì d'improvviso per quella apertura, e scorse a traverso il pavimento oscuro del pianerottolo, fece trepidare Lucia, come s'ella fosse scoverta. Entrati i fratelli, Tonio si richiuse dietro le imposte: gli sposi rimasero immobili nelle tenebrecon le orecchie tese, tenendo il fiato: il romore più forte era il battito del cuore di Lucia.

Don Abbondio stava, come abbiam detto, sur una vecchia seggiola, ravvolto in una vecchia zimarra, imbacuccato in un vecchio berretto a foggia di camauro, che gli faceva cornice intorno alla faccia. Due folte ciocche che scappavano fuor del berretto, due folti sopraccigli, due folti mustacchi, un folto pizzo pel lungo del mento, tutti canuti e sparsi su quella faccia brunazza e rugosa, parevano cespugli nevicosi sporgenti da un dirupo.

—Ah! ah! fu il suo saluto, mentre si cavava gli occhiali e li riponeva nel libricciuolo.

—Dirà il signor curato che son venuto tardi: disse Tonio, inchinandosi, come pure fece, ma più goffamente Gervaso.

—Sicuro che è tardi. Sono ammalato, vedete.

—Oh! me ne spiace.

—L'avrete inteso dire: sono ammalato; e non so quando potrò lasciarmi vedere... Ma perchè vi siete tirato dietro quel... quel figliuolo?

—Così per compagnia, signor curato.

—Basta, vediamo.

—Sono venticinque berlinghe nuove, di quelle col sant'Ambrogio a cavallo, disse Tonio, cavandosi un gruppetto di tasca.

—Vediamo, replicò don Abbondio: e le prese, si rimesse gli occhiali, le volse, le rivolse, le noverò, le trovò irreprensibili.

—Ora, signor curato, mi darà la collana della mia povera Tecla.

—È giusto, rispose don Abbondio; e andò ad un armadio, e cacciata una chiave, guardandosi intorno come per tener lontani gli spettatori, aperse una parte d'imposta, riempì l'apertura colla persona,introdusse la testa per guardare e un braccio per ritirare il pegno; lo ritirò, chiuse l'armadio, svolse il cartoccino, disse: va bene? lo ripiegò e lo consegnò a Tonio.

—Ora, disse questi, si contenti di farmi una riga di quitanza.

—Anche questa! disse don Abbondio. Le sanno tutte: ih! come è divenuto sospettoso il mondo! Non vi fidate di me?

—Che dic'ella, signor curato? s'io mi fido! ma, dalla vita alla morte...

—Bene, bene.

Così brontolando tirò a sè un cassettino del tavolo; ne tolse carta, penna e calamaio; e si pose a scrivere, ripetendo a viva voce le parole a misura che gli uscivano dalla penna. Frattanto Tonio, e ad un suo cenno Gervaso, si posero in piedi dinanzi al tavolo in modo di togliere allo scrittore la vista della porta; e come per ozio andavano soffregando coi piedi il pavimento, per dar segno a quei dì fuori che entrassero, e per isconfondere nello stesso tempo il romore delle loro pedate. Don Abbondio, attuffato nella sua scrittura, non badava ad altro. Al fruscio dei quattro piedi, Fermo strinse la mano a Lucia per darle coraggio, e pian piano entrarono, Lucia più morta che viva; e si appostarono dietro i due fratelli. Frattanto don Abbondio, finito di scrivere, rilesse attentamente, senza sollevar gli occhi dalla carta; la piegò, dicendo: sarete contento ora? e togliendosi con una mano gli occhiali dal naso, sporse con l'altra il foglio a Tonio, levando la faccia. Tonio, stendendo la destra a prenderlo, si ritirò da una parte; Gervaso, ad un cenno, dall'altra: ed ecco, come al dividersi d'una scena, apparire nel mezzo Fermo e Lucia. Don Abbondio intravvide, vide, si spaventò,si stupì, s'infuriò, pensò, prese una risoluzione: tutto questo nel tempo che Fermo mise a proferire le parole: signor curato, in presenza di questi testimonii, questa è mia moglie. Le sue labbra non erano ancora tornate in riposo, che don Abbondio aveva già lasciata cadere la quitanza, afferrata colla manca e sollevata la lucerna, ghermito con la destra il tappeto, che copriva la tavola, e tiratolo a sè con furia, gittando a terra libro, carta, calamaio e polverino; e balzando tra la seggiola e la tavola, s'era avvicinato a Lucia. La poveretta con quella sua voce soave, e allora tutta tremante, aveva appena potuto proferire: e questo... che don Abbondio le aveva gittato scortesemente il tappeto sulla testa e sul volto, per impedirle di pronunziare intera la formola. E per tenerle meglio quel drappo ravvolto intorno alla bocca, lasciò cadere la lucerna: gridando intanto a testa, come un toro ferito: Perpetua, Perpetua, tradimento, aiuto! Il lucignolo, morente sul pavimento, mandava una luce languida e saltellante sopra Lucia, la quale, affatto smarrita, non tentava pure di svilupparsi, e stava come una statua sbozzata in creta, sovra la quale l'artefice ha gittato un umido panno. Cessata ogni luce, don Abbondio lasciò la poveretta, e andò cercando a tentone la porta d'una stanza vicina, la trovò, v'entrò, si chiuse dentro, gridando tuttavia: Perpetua, tradimento, aiuto, fuori di questa casa, fuori di questa casa. Nell'altra stanza tutto era confusione: Fermo, cercando di cogliere il curato, e remigando colle mani, come se facesse a gatta cieca, era giunto alla porta, e bussava, gridando: apra, apra, non faccia schiammazzo. Lucia chiamava Fermo con voce fioca, e diceva supplicando: andiamo, andiamo, per amor di Dio. Tonio, carpone, andava scopando colle mani il pavimento, per adunghiare lasua quitanza. Gervaso spiritato gridava, e trasaltava, cercando la porta della scala, per uscire a salvamento.

In mezzo a questo serra serra, non possiamo lasciare di arrestarci un momento a fare una riflessione. Fermo, il quale strepitava di notte in casa altrui, che vi s'era tramesso di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l'apparenza d'un oppressore: eppure, alla fine del fatto, egli era l'oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente ai fatti suoi, parrebbe la vittima: eppure egli era in realtà l'ingiusto. Così va sovente il mondo... Voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo.

L'assediato, veggendo che il nemico non isgomberava, aperse una finestra che dava in sul sagrato, e si diede a gridare: aiuto! Batteva la più bella luna del mondo: e l'ombra della chiesa e del campanile si disegnava bruna e distinta[172]sul piano verde e liscio del sagrato. Per quell'ombra veniva tranquillamente, con un gran mazzo di chiavi pendente alla mano, il sagrista, il quale, dopo suonata l'avemaria, era rimasto a governare non so che arredi dell'altare. A quel gridìo levò egli la testa.

—Lorenzo[173]! gridò don Abbondio: accorrete: gente in casa: aiuto! aiuto!

Lorenzo, quantunque sbigottito, non perdette la testa; trovò in su l'istante ch'egli poteva dar più aiuto che non gliene fosse domandato, senza cacciarsi egli nel tafferuglio, quale ch'e' fosse. Corseindietro alla porta della chiesa; tolse nel mazzo la grossissima chiave, entrò, andò difilato al campanile, prese la corda della campana maggiore e suonò a martello[174].

Le correzioni all'«Addio ai monti».

A)PRIMA STESURA.

I viaggiatori silenziosi, volgendosi addietro, guardavano [il paese] le montagne e il paese, che la luna illuminava. Si distinguevano i villaggi, i campanili, le capanne: il castelletto di Don Rodrigo colla vecchia sua torre [sovrastava fra le capanne e le signoreggiava] alto sulle capanne pareva un [superbo] feroce ritto nelle tenebre che [medita il delitto] in mezzo ad una folla di coricati nel sonno [stesse] vegliasse meditando un delitto. Lucia [scorreva coll'occhi] lo vide, e rabbrividì; scerse coll'occhio verso il sito della sua umile casa, vide un pezzo di muro bianco che usciva da una macchia verde scura, riconobbe la [ca] sua casetta, e il fico che ombreggiava la stessa: e seduta com'era sul fondo della barca, poggiò il gomito sulla sponda, chinò su quello la fronte come per dormire; e pianse segretamente.

Addio, monti [ritti negli abissi dell'acque] [appoggiati negli abissi delle acque ed elevati verso il cielo;] posati sugli abissi dell'acque ed elevati al cielo; cime ineguali, conosciute a colui [che vi guardòcolle prime sue occhiate] che fissò sopra di voi i primi suoi sguardi, e che visse fra voi, come egli distingue all'aspetto [gli uomini coi] l'uno dall'altro i suoi famigliari, [valli segrete] valloni segreti, ville sparse e biancheggianti sul pendìo come branco disperso di pecore pascenti, addio! Quanto [spiacevole] è [doloroso il lascia] tristo il lasciarvi a chi vi conosce dall'infanzia! quanto è nojoso l'aspetto della pianura [che fastidisce l'occhio e lo conduce per lontani spazj dov'egli non trova che] dove [quello] [lo spazio che si percorre somiglia a q] il sito a cui si aggiunse è simile a quello che si è lasciato addietro, dove l'occhio [fastidito] cerca invano [negli] nel lungo spazio, dove riposarsi e [guardare] contemplare, e si [abbassa] ritira fastidito come dal fondo d'un quadro su cui l'artefice non abbia ancor figurata alcuna immagine della creazione. Che importa che nei [deserti] piani deserti surgano città superbe ed affollate? il montanaro che le passeggia [non può stupirsi degli edificj] avvezzo alle alture di Dio, non sente il diletto della maraviglia nel mirare edificj che il cittadino chiama [alti] elevati perchè gli ha fatti egli ponendo a fatica pietra sopra pietra. Le vie che [si lodano] hanno vanto di ampiezza, gli sembrano valli [anguste] troppo anguste; [ed[egli]egli sa] l'afa immobile lo opprime, ed egli che nella vita operosa del monte non [aveva] [pensava alla sanità che allor quando] aveva forse provato altro malore che la fatica, divenuto [sospettoso] timido e delicato come il cittadino, [parla] si lagna del clima e della temperie, e dice che morrà se non torna ai suoi monti. Egli che sorto col sole non riposava che al mezzo giorno, e [alla sera] al cessare delle fatiche diurne, [ora] passa le ore intere nell'ozio malinconico ripensando alle sue montagne.

Ma questi sono piccioli dolori[175]. L'uomo sa tormentar l'uomo [nell'animo] nel cuore; e amareggiargli il pensiero di modo che anche la memoria dei [tempi] momenti [lieti già pa] passati lietamente [gli porta un rancore] [senza] [non misto di compiacenza] [invece è tutta dolorosa.Addio, casa natale] affacciandosi ad esso perde ogni bellezza, e porta un rancore non temperato da alcuna compiacenza; è tutta dolorosa: reca all'afflitto una certa maraviglia che abbia potuto altre volte godere, e non desidera più quelle contentezze delle quali non gli par più capace la sua mente trasformata[176]. Addio, casa natale, casa dei primi passi, dei primi giuochi, delle prime speranze; casa [dalla] nella quale sedendo con un pensiero s'imparò a distinguere [dalle orme degli] [fra i passi degli uomini] dal romore delle orme comuni il romore d'un'orma desiderata con un misterioso timore. Addio, addio casa altrui, nella quale la fantasia [commossa,e] intenta, e sicura vedeva [il soggiorno] [si era fabbricato il] un soggiorno di [compagna] sposa, e di compagna. Addio, Chiesa dove nella prima [inf] puerizia si stette in silenzio e [colla gravità] con adulta gravità, dove si [cantò] cantarono colle compagne le lodi del Signore, dove ognuno esponeva tacitamente le sue preghiere a Colui che tutte le intende e le può tutte esaudire; Chiesa, dove era preparatoun rito, dove l'approvazione e la benedizione di Dio doveva aggiungere all'ebbrezza della gioja il gaudio tranquillo e solenne della santità. Addio! Il serpente nel suo viaggio [tortuoso e] torto e insidioso, si posta talvolta vicino all'abitazione dell'uomo, e vi pone il suo nido, vi conduce la sua famiglia, [e l'uomo che] riempie il suolo e se ne impadronisce; [ne scaccia l'uomo il quale] perchè l'uomo il quale ad ogni passo incontra il [rettile] velenoso vicino pronto ad avventarglisi, che è obbligato di guardarsi e di non dar passo senza sospetto, che trema pei suoi figli [abbandona la sua abitazione, maledice il serpente sente] sente venirsi in odio la sua dimora, maledice [il vicino nuovo] il rettile usurpatore, e parte. E l'uomo pure caccia talvolta l'uomo [dalla] sulla terra come se [fosse una] gli fosse destinato per preda: [fino a quel giorno in cui] allora il debole non può che fuggire dalla faccia del potente oltraggioso: [fino a quel giorno in cui] [un giorno poi] ma i passi affannosi del debole sono contati, e un giorno ne sarà chiesta ragione.

La barca giunta alla riva, urtando sull'arena [tra] scosse Lucia, la quale [si alzò asciugand] dopo avere asciugate in segreto le lagrime, si alzò come dal sonno.

B)SECONDA STESURA.

I passeggieri silenziosi, volgendosi addietro, guardavano le montagne e il paese rischiarato dalla luna, e svariato qua e là di grandi ombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il castellotto di don Rodrigo colla vecchia sua torre, elevato sulle casucce ammucchiate alla falda del promontorio, parevaun feroce che ritto nelle tenebre sopra una folla di giacenti addormentati, vegliasse meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì; discese coll'occhio a traverso la china fino al suo paesello: [affisò l'estremità] guardò fiso all'estremità, scerse la sua casetta, scerse la chioma folta del fico che usciva [dal] di sopra il muro: e seduta com'era sul fondo della barca, appoggiò il gomito sulla sponda, chinò su quello la fronte come per dormire; e pianse segretamente.

Addio, montagne sorgenti dalle acque ed [elevate a] erette al cielo; cime ineguali, conosciute a chi è nato fra voi, e distinte nella sua mente non meno che lo sieno gli aspetti dei suoi più famigliari; valloni segreti, ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti, addio! Quanto è tristo il passo dell'indigena che si allontana da voi! [Quegli] A quello stesso che volontariamente vi volge le spalle, [che va a procacciarsi fortuna,] [sente ad un tratto] [vede nella] [vede e corre a] [e] dirizzato a procacciarsi fortuna, si disabbelliscono in quel momento i sogni della ricchezza, e nulla gli sembra [più] desiderabile se non il soggiornare tra voi. Il suo occhio si ritrae fastidito [dal vuoto uniforme aspetto della pianura[dalla u...]e affaticato] e stanco dalla uniforme ampiezza della pianura; [dinanzi agli edificii delle città affollate[egli pensa]egli entra] l'aere gli simiglia gravoso e senza vita: egli entra mesto e disattento nelle città tumultuose; e dinanzi agli edificii ammirati dallo straniero, egli pensa [con diletto affannoso] con amore affannoso [ai suoi monti] al camperello [che egli s...del vicino su cui egli ha posti gli occhi prima di partire] a cui egli ha posto [add] gli occhi addosso da gran tempo, ch'egli si compererà tornando a casa dovizioso, e[pel quale solo si] per amore [del quale] di cui egli si affatica ad acquistare, e sopporta il tedio di viver lontano da' suoi monti.

Ma chi [mai] non aveva mai spinto al di là di quelli pure un desiderio, nè una vaghezza aerea, chi aveva composti e intrecciati con l'immagine di quelli tutti i disegni dell'avvenire, d'un avvenire sospirato segretamente, e che [pareva] si credeva certo e imminente, e ne è sbalzato [lungi] da una forza perversa! [lungi] e strappato in una volta [dalle] alle costumanze più care [e alle più care speranze] e turbato nelle più care speranze! [e parte senza sapere fra qua] s'avvia in cerca di stranieri che non ha mai desiderato di conoscere, e [senza] non può colla immaginazione [precorrere al] trascorrere per uno spazio misurato all'assenza, al momento stabilito del ritorno! Addio, casa natale, dove sedendo con un pensiero [nascosto] segreto s'imparò a distinguere dal romore delle orme comuni il romore d'un'orma desiderata con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa guardata tante volte alla sfuggita passando e non senza rossore, nella quale la [fantasia] mente [vedeva] si compiaceva di figurarsi un tranquillo e perpetuo soggiorno di sposa. Addio, chiesa, dove [era] si cantarono tante volte le lodi del Signore, dove era promesso [un], preparato un rito, dove il sospiro segreto [dell'animo] del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l'amore chiamarsi santo; addio!

Di tal genere, se non tali affatto, erano i pensieri di Lucia, e poco dissimili i pensieri degli altri due pellegrini, mentre [il battello] la barca gli andava avvicinando alla destra riva dell'Adda[177].

C)TERZA STESURA.

L'onda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia [fuggente che] increspata, che si andava allontanando dal lido. I passeggieri silenziosi, [volgendosi[addietr...]indietro, guardavano le mont...] [coi dorsi volti a quello, ma] [coi vol]colle facce[piegate]converse[rivolte indietro,] [girate indietro] [seduti colle spalle converse] coi dorsi volti a quello, [ma coi volti girati] e la faccia conversa indietro, guardavano le montagne e il paese rischiarato dalla luna, e svariato qua e là di grandi ombre. Si discernevano i villaggi, le case, le capanne: il castellotto di don Rodrigo, colla [vecchia] sua torre piatta, elevato [sulle] sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva un feroce, che ritto nelle tenebre sopra una [folla] compagnia di giacenti addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì; discese coll'occhio a traverso la china, fino al suo paesello; guardò fiso all'estremità, scerse la sua casetta, scerse la chioma folta del fico che sopravanzava [le muraglie] sulla cinta del cortile; scerse la [sua] finestra della sua stanza: e seduta com'era sul fondo della barca, appoggiò il gomito sulla sponda, chinò su quello la fronte, come per dormire; e pianse segretamente.

Addio, montagne sorgenti dalle acque, ed erette al cielo; cime ineguali, [conosciute] note a chi è [nato] cresciuto tra voi, e [distinte] impresse nella sua mente non meno che lo sia l'aspetto dei suoi più famigliari; torrenti dei quali egli [riconosce il fragore] distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche: ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchidi pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo dell'indigena che si allontana da voi! Alla fantasia di quello stesso che [volontariamente vi lascia] [si parte da voi in cerca del guadagno,] [si di] se ne parte volontariamente, a procacciarsi guadagno, si disabbelliscono in quel momento i sogni della fortuna; egli [non sa capire come ab] si maraviglia d'essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che un giorno tornerà dovizioso. [A misura ch'egli discende] Quanto più s'avanza nel piano, il suo occhio si ritrae fastidito e stanco da quella ampiezza uniforme; l'aere gli simiglia gravoso e senza vita; egli s'inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le vie che sboccano nelle vie [gli tolgono il fiato] pare che gli tolgano il fiato; e dinanzi agli edifizii ammirati [agli] dallo straniero, egli pensa con desiderio inquieto [alla casuccia] al camperello del suo paese, alla casuccia a cui egli ha già posti gli occhi addosso da gran tempo, e che compererà, tornando ricco a' suoi monti.

Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli nè pure un desiderio sfuggevole, chi aveva [intrecciati] composti e intrecciati con essi tutti i disegni dell'avvenire, d'un avvenire tacitamente bramato, [e] che pareva [ormai] certo ormai e imminente, e ne è sbalzato [da una forza] lontano da una forza perversa! Chi strappato ad un tempo alle più care costumanze, e sturbato nelle più care speranze, [s'avvia] lascia quei monti per avviarsi in traccia di stranieri che non ha mai desiderato di conoscere; e non può colla immaginazione trascorrere ad un momento stabilito [del] pel ritorno! Addio, casa natale, dove sedendo con un pensiero occulto, s'imparò a distinguere dal romore delle orme comuni il romore d'un'orma aspettata con un misterioso timore. Addio,casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si compiaceva di figurarsi un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, [nella quale si cantarono tante volte le lodi del Signore] dove la mente si rasserenò tante volte, e tante cure svanirono, cantando le lodi del Signore; dove era promesso, preparato un rito, dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l'amore chiamarsi santo: addio! Quegli che dava a voi tanta giocondità è dapertutto; ed Egli non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e maggiore.

Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco dissimili i pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli andava avvicinando alla destra riva dell'Adda[178].

D)Il testo della prima edizione, con le correzioni di quella del 1840, riveduta dall'autore[179].

I passeggieri silenziosi, [colla faccia rivolta] con la testa voltata indietro, guardavano [le montagne] i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e [svariato] variato qua e là di [grandi] grand'ombre. Si [discernevano] distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, [colla] con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate allafalda del promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, [sopra una] in mezzo a una compagnia [di giacenti] d'addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì: [discese coll'occhio a traverso la china] scese con l'occhio giù giù per la china, fino al suo paesello, guardò [fiso] fisso [alla] all'estremità, [scerse] scoprì la sua casetta, [scerse] scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava [sulla cinta del cortile] il muro del cortile, [scerse] scoprì la finestra della sua [stanza] camera; e, seduta, com'era, [sul] nel fondo della barca, [appoggiò il gomito] posò il braccio sulla sponda, [chinò] posò [su quello] sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente.

Addio, [montagne] monti sorgenti [dalle] dall'acque, ed [erette] elevati al cielo; cime [ineguali] inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che sia l'aspetto [dei] de' suoi più [famigliari] familiari; torrenti, [dei] de' quali [egli] distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul [pendìo] pendio, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d'essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più s'avanza nel piano, il suo occhio si [ritrae fastidito e stanco] ritira, disgustato e stanco, da [quella] quell'ampiezza uniforme; [l'aere] l'aria gli [simiglia gravoso e senza vita] par gravosa e morta; s'inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le [vie] strade che sboccano nelle [vie]strade, pare che gli [tolgano] levino il respiro; e [dinanzi] davanti agli [edifizii] edifizi ammirati dallo straniero [egli] pensa, con desiderio inquieto, al [camperello] campicello del suo paese, alla casuccia a cui [egli] ha già [posti] messi gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a' suoi monti.

Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli [nè pure] neppure un desiderio [sfuggevole] fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell'avvenire, e [ne è] n'è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, [strappato] staccato [ad] a un tempo [alle] dalle più care abitudini, e [sturbato] disturbato nelle più care speranze, lascia [quei] que' monti, per avviarsi in traccia di [stranieri] sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può [colla] con l'immaginazione [trascorrere] arrivare [ad] a un momento stabilito [pel] per il ritorno! Addio, casa [natale] natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s'imparò a distinguere dal [romore] rumore [delle orme] de' passi comuni il [romore] rumore [di un'orma aspettata] d'un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si [compiaceva dì figurarsi] figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l'animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; [dove era] dov'era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l'amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! [Quegli che]Chi dava a voi tanta giocondità è [da] per tutto; [ed Egli] e non turba mai la gioia [dei] de' suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e [maggiore] più grande.

Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco [dissimili] diversi i pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli andava avvicinando alla [destra riva] riva destra dell'Adda[180].

L'Innominato; brano della seconda minuta, stralciato poi dall'Autore[181].

Nello schizzo che siam per dare della vita e del carattere di quell'innominato noi collocheremo alcuni passi del Ripamonti, traducendoli alla meglio dal suo bel latino[182]. Pel rimanente non abbiamo altra autorità che quella del nostro manoscritto.

L'innominato era un tiranno, nel senso che si dava allora alla parola, che non mi andaste ad accusar pergiacobino: tiranni, nell'uso comune e nelle gride erano nominati coloro che col mezzo dei loro servi o bravi, resistevano più o meno agli ordini ed alla forza pubblica, e ne esercitavano una arbitraria, capricciosa,più o meno iniqua sopra i meno possenti. Fra quelli ai quali le ricchezze e la nascita rendevano, in quella condizione di tempi, possibile una tale tirannia, ben radi erano che non ne usassero un pochetto, almenoin certe occasioni, talvolta forse senza averne una coscienza ben distinta; molti la usavano come una professione; fra i molti spiccava quest'uno. Unico erede d'una famiglia primaria, nato con un talentosuperbo, imperioso, feroce, cresciuto fra l'apparato d'una grande opulenza e d'una gran forza domestica, fra il chinar riverente di facce bellicose e le dimostrazioni d'una servilità pronta a tutto intraprendere,fra il concerto di cento voci che esaltavano a gara la potenza della casa; e divenuto padrone in età assai giovanile, egli non fu contento della porzione di superiorità che avevano goduta i suoi maggiori. Queglino erano riveriti; egli volle esser terribile: eran lasciati stare anche dai più potenti e irrequieti; a lui pareva di scadere, quando non facesse stare nessuno: erano per lo più rimastial di sopra in ogni impegno dove avessero parte; egli volle essere arbitro negli altrui, in quelli dove non aveva pure un pretesto per intromettersi. Già da più generazioni la sua casa spiccava per una sontuosità principesca; egli riformò tutto quello sfoggio di conviti, di caccie, di torneamenti, e ne impiegò il costo in aumento di forza, in bravi, in armi, in ispedizioni. Passava allora una gran parte del tempo in città, e quivi la sua prima occupazione o il suo divertimento fu di andare in cerca di quelli che nella turba dei soverchiatori di mestiere erano i più famigerati, di pararsi loro dinanzi in qualunque occasione, per tastarli, per provarsi con loro e diminuire quella loro gran riputazione, o farsegli amici, d'un'amicizia però subordinata dalla parte loro, che era la sola che gli piacesse, la sola, per dir così, ch'egli sapesse intendere. In poco tempo ne ridusse molti a desistere da ogni rivalità e a dargli la mano in ogni congiuntura, ne conciò male qualcheduno dei più superbi e indomiti, e n'ebbe molti amici al modo ch'egli desiderava. Nessun d'essi lo avrebbe confessato, ma tutti sentivano alla sua presenza, e pensando a lui, una certa inferiorità, che gli sforzava a risguardarlo e a trattarlo piuttosto come un capo, che come un amico. Nel fatto però egli veniva ad essere il faccendone, lo strumento di tutti coloro, e alle volte in affari in cui la cooperazione sarebbe sembrata anche a lui vile, obbrobriosa, se non vi fosse entrata la difficoltà e la forza, cose che nel concetto comune, e più nel suo, nobilitavano tutto. Era a quei tempi cosa trita e quotidiana, massime fra i soverchiatori di professione, il richiedere negli impegni scabrosi l'aiuto e l'opera degli amici; cosa disonorevole il rifiutarla senza buone ragioni; e perchè l'ingiustizia o il pericolo dell'impresa fossero contatecome tali, bisognava che arrivassero a un grande eccesso. Una simile consuetudine, che era pei tiranni un mezzo e un carico del mestiere, secondo le occasioni, doveva naturalmente dar molte faccende a un tiranno come questo. I molti suoi amici avevano molte e varie passioni da soddisfare; la predominante in lui era quella di far cose vietate e difficili, e di non iscapitare, massime appo loro, di quel gran concetto di audacia e di potenza. Pigliava quindi facilmente i loro impegni, concorreva alle loro spedizioni e le dirigeva; mandava i suoi bravi a minacciare i loro rivali di amorazzi e di precedenze; a questo faceva intimare che non passasse nella tal contrada, a quello che non persistesse nella tal lite, risguardava il renitente come suo nemico personale, lo affrontava nella via con un pretesto, e gli dava una pena infamante sulla superficie del corpo, o una più nobile al di dentro, secondo la condizione della persona. E in quanti ebbe di questi scontri, in tanti rimase al di sopra, più gagliardo, più coraggioso, più destro, com'era, e meglio accompagnato d'ogni altro. Per una strada tale, e di quel passo, non si poteva, manco in allora, andar lungo tempo senza incontrarsi colla giustizia. Ben è vero che l'innominato non lasciava di adoperare tutte le cautele usitate dagli altri per eluderla e scansarla; e massime nelle cose più gravi, come per esempio quando si trattasse d'un omicidio premeditato, o d'un ratto, andava travestito, cercava i luoghi, aspettava i momenti scuri: anche i suoi bravi a fare le intimazioni più arrischiate e le spedizioni più atroci, andavano acconciati in forma, parlavano in modo, da lasciar conoscere a cui appartenevano, quanto era necessario per incuter più terrore, non tanto che bastasse a provare che appartenevano a lui. Di modo che ad ognuno di quei suoiattentati, la giustizia non aveva fatta altra dimostrazione che di pubblicare una di quelle gride, chiamate d'impunità, colle quali si prometteva questa e un premio al complice che facesse conoscere l'autor principale o i principali autori del delitto, dando indizii sufficienti a procedere: gride che nei casi di quest'uomo non avevano mai prodotto alcun effetto, per ragioni che in parte s'indovinano facilmente, e che in parte accenneremo in appresso. Quanto alle violenze ch'egli aveva commesse a fronte scoperta, in pien meriggio, nella via, v'era ad una per una il verso di rappresentarle come necessitate dalla difesa, o dall'onore, il codice del quale era allora molto più rigido e sofistico riguardo alle offese, e infinitamente più largo riguardo alla misura e ai modi delle soddisfazioni, che non lo sia al presente; e nello stesso tempo era più considerato come obbligatorio anche dove fosse in opposizione colle leggi, non solo dal più dei privati, ma anche da quelli che promulgavano ed eseguivano le leggi. Con questi mezzi un uomo del suo grado poteva assicurarsi l'impunità di mal fare, fino ad un certo segno; ma costui passava tutti i segni. Ne faceva più che nessun altro del suo mestiere; offendeva piccoli e grandi senza distinzione; e nello stesso tempo trascurava altri mezzi indispensabili anche per fare impunemente meno di lui.

Gli altri tiranni (prescindo da alcuni disperati, che in guerra aperta colle potestà e colla società, vivevano or raminghi, or rintanati nei loro castellacci, e stavano anche alla strada come veri capi di masnadieri; parlo di quelli che volevano abitare in città e godere i comodi, gli spassi, gli onori della vita civile) gli altri tiranni mantenevano più aderenze che fosse possibile col poter legale, si valevano delle parentele, coltivavano cogli ufici e col corteggiole amicizie degli uomini più graduati si obligavano i subalterni colle protezioni e con certi atti di cortesia degnevole, e avevano dipendenti e creati fino tra gli infimi esecutori, ai quali compensavano le minacce coi regali, Cercavano insomma di tenere una mano su le bilance della giustizia, per farle tracollare dalla parte loro in una occasione, in un'altra farle sparire che non si trovassero, per darle anche, se veniva un bel tratto, su la testa di qualcheduno che non avevano potuto finire colle armi della violenza privata. Costui, all'opposto, dopo essersi inimicati molti potenti, dei quali aveva toccati in varie occasioni i protetti, gli amici, i congiunti, non solo aveva sempre sdegnato di fare il più leggiero uficio per raddolcire quegli odii e per soddisfare quegli orgogli irritati, ma non s'era nè anche curato mai di procacciarsi almeno amici egualmente potenti da contrapporre a quelli. Le sommissioni, le pratiche, anco le cerimonie necessarie a questo fine, gli erano insopportabili: affettare una gran noncuranza per ogni autorità era un elemento della sua passione, uno di quei piaceri per cui egli affrontava tanti pericoli e faceva tante male vite. I suoi parenti stessi, che ne aveva più d'uno in alti posti, oltre che gli era lor divenuto un peso con quel suo metterli sempre a petto or d'un collega, or d'un superiore, col porli sempre al partito di combattere con rischio, o di cedere con diminuzione di credito, se gli era poi anche disgustati col suo tratto verso di loro. Avrebbero essi voluto difenderlo, ma insieme regolarlo; rattoppar bensì certe sue malefatte, ma tenersi in possesso di fargliene qualche buona riprensione, e dì prescrivergli norme dì prudenza e di moderazione per l'avvenire: egli con quel suo animo precipitoso e ricalcitrante aveva altamente sdegnato favori diquella sorte. Con tutto ciò, queglino, per l'onor del nome, avevano continuato per qualche tempo a sostenerlo; ma finalmente, vedendo meglio d'ogni altro, nella regione delle nuvole dove abitavano, il grosso temporale formato contro di lui; informati che dalla bocca stessa del governatore erano usciti certi tuoni sordi e cupi, per non commettere il loro credito nel sostegno d'una causa che alla fine doveva esser perduta, s'erano ridotti a far vista di abbandonarla volontariamente, a mostrarsi irritati più che altri contra il loro scandaloso parente, a far gli antichi romani, e lasciarsi intendere che, mettendo le leggi e l'ordine pubblico innanzi agli affetti privati, avrebbero lasciato un libero corso alla giustizia. Con lui non potevano altro che mandargli avvisi di tempo in tempo, che s'egli tirava innanzi a quel modo, non facesse più conto della loro assistenza. Quanto agli amici dell'innominato, essi non erano per lo più gente che avesse voce per sè in quel capitolo: alcuni, è vero, imparentati con togati potenti, facevano con essi a favore dell'innominato gli ufici ch'egli sdegnava; ma tali ufici indiretti avevano poca forza contra le ire radicate e le pratiche degli avversarii, occulte, in parte, per timore, ma calde e insistenti.

Le cose erano in questo stato, quando una mattina si trovò in una via il cadavere malamente trafitto d'un uomo ch'egli odiava: (il manoscritto non dice di più), e la voce publica disegnò tosto l'innominato come autore del fatto. In senato, nel palazzo del governatore, nei gabinetti dei potenti, nemici dell'innominato, si mormorò che era venuta la volta di dar finalmente un grande esempio. Il capitano di giustizia ricevette ordine segreto di procedere alla cattura. Ordini tali contra tali uomini era ancor più difficile l'eseguirli che il darli: bisognava non lasciartraspirar nulla dell'intenzione, per sorprendere il nemico, e insieme dar molte disposizioni e mettere in campo forze straordinarie. Di queste forze poi non si poteva far capitale che fino ad un certo segno: quando si aveva che fare con un tiranno di conosciuta bravura, e circondato da una mano di disperati, il più dei birri vi andavano di mala voglia, alcuni si rincantucciavano anche per non lasciarsi trovare, o nel bello della spedizione la davano a gambe, o abbassate le armi e cavato il cappello dicevano: illustrissimo signore, vada pure liberamente, che noi non siamo per fargli male. E quand'anche nessun di loro avesse intelligenze coi bravi del tiranno, che si voleva prendere, se ne sarebbe trovato più d'uno che pel solo amore della pace avrebbe cercato qualche mezzo di farlo avvertire; acciocchè, fuggendo, togliesse sè ed altri d'impaccio. Come che la cosa andasse in questo caso, l'innominato ebbe tosto avviso da più d'un luogo dell'ordine fulminato contra di lui. Non pensò pure di mettersi in salvo colla fuga, non si curò di rimpiattarsi, si mostrò anzi in pubblico più del solito con un più grande accompagnamento, per guardia insieme e per ostentazione, non rimise punto della sua solita arroganza; anzi spiò attentamente se qualche parente del morto gli passasse dinanzi con aria di provocazione, se alcuno de' suoi nemici coperti volesse in quella occasione alzare un po' la cresta e uscire appena appena dei termini consueti di rispetto, deliberato e desideroso di farne in tali circostanze qualche dimostrazione più strepitosa.

In questo mezzo fu avvertito che un bargello, famoso per varie prese difficili, scaltrito negli agguati e intrepido negli assalti, coraggioso per natura e obbligato ad esserlo sempre più per conservare la suariputazione di coraggio, essendogli stata questa volta promessa da certi potenti una grossa somma di danari se facesse il colpo, ne aveva preso l'impegno, e che troverebbe egli il modo di metter la musoliera all'orso e di menarlo legato in gabbia. Da quel momento la vita del bargello divenne un tormento per l'innominato; se lo sentiva, per dir così, pesare su le spalle. Per adescarlo e crescergli animo, finse d'essere entrato in timore, si tenne chiuso in casa, fece sparger voce dì volere sfrattar di soppiatto e travestito. Molta gente diceva che s'eran veduti altri birboni dopo averne fatte tante e tante perdere in un tratto quel gran rigoglio quando la loro ora era venuta; gli amici non sapevano più che pensare; egli rintanato coi suoi bravi non si lasciava veder da nessuno. I birri, che fino allora avevano giucato dalla lunga, cominciarono a ronzare in frotte nei contorni della casa, a tenersi ai canti della via: il bargello lì metteva a posto, li moveva, dirigeva ogni cosa, girava travestito, teneva e faceva tener l'occhio, ora alla porta, ora agli sbocchi della via, sbirciava con certi suoi occhi cervieri chiunque uscisse di qua o di là, temendo sempre che il suo uomo non gli scappasse sotto qualche travisamento. Ma l'uomo, che pensava a fargli tutt'altro tiro che quello, avvertito un dì sul vespero che il bargello vigilante s'era piantato ad un canto della via, chiama un suo ragazzaccio, ch'egli andava allevando al patibolo, gli pone una valigetta su le spalle, e lo ammaestra che esca da quel canto, strisciando dietro il muro a guisa di chi vorrebbe passare inosservato. Mosso questo zimbello, egli mette l'occhio a un pertugetto d'una imposta chiusa, per vedere che accade nella via, e pochi istanti dopo vede birri a due, a tre venire innanzi e allogarsi dietro gli angoli di questa e di quellacasa vicina, e poi avanzarsi il bargello in persona, entrare in una porta, star qualche momento, uscire, entrare in un'altra più vicina, far capolino, guardar fuori.

Lascia in vedetta a quel pertugio un servo che desse un gran fischio quando il bargello porrebbe il piè nella via e verrebbe verso la casa, scende in fretta con molti altri, e li fa star pronti in arme sotto il portico; egli cheto cheto va nell'androne a porsi a canto una parete, tenendo colla destra il cane e il grilletto, colla sinistra la canna d'una sua carabina, terribilmente famosa al pari di lui. Un fischio, un salto alla soglia, una sguardata, una mira, uno scoppio, il bargello per terra, tutto ciò avvenne in sei secondi. L'assassino rientrò subitamente, chiamò i bravi, e alla testa loro piombò addosso ai birri, che, sorpresi dal colpo e sopraffatti dal numero, la diedero a gambe[183].

La città fu piena del caso. La notizia ne giunse al palazzo di giustizia coi birri più corridori: il capitano corse a darla al governatore. Per l'ordinario i governatori non s'impacciavano in queste faccende: non già che fosse massima di lasciar fare i tribunali; era anzi massima che i governatori potessero non solo far le leggi, ma applicarle, derogare, dispensare, dare in ogni caso gli ordini che loro paressero a proposito. Molti infatti ne venivan dati in loro nome; ma per lo più non v'era altro che il nome; l'attenzione, la volontà e l'opera loro si esercitava in tutt'altri oggetti.

Chi nasce in questo mondo nei tempi ordinarii, dice il manoscritto[184], è come un sonatore d'unagrande orchestra in una festa, che si sveglia nel mezzo d'una sonata e d'una danza, e trova una musica avviata, un tuono, una misura: bada un momento, per capirla bene, e poi piglia il suo stromento[185]e cerca d'entrare in concerto. Così quegli spagnuoli, che nascevano per essere governatori dello Stato di Milano, trovavano una musica avviata di faccende in corso, un gran numero d'idee stabilite e predominanti, e fra l'altre questa: che la potenza spagnuola aveva, o voleva, o doveva avere su tutta l'Italia, almeno un predominio. Quando uno veniva spedito a questo governo, vi portava l'idea fissa che mantenere ed estendere questo predominio doveva essere la sua grande occupazione. Lo era in fatti, e lo sarebbe stata, quand'anche, egli, per impossibile, non avesse avute nè istruzioni, nè inclinazioni a ciò. Perchè trovava incamminata un'altra macchina opposta e complicatissima, mossa continuamente da altre potenze, che non volevano quella storia del predominio, e ne stavano sempre in sospetto, si trovava a fronte e da ogni lato un vasto e confuso sistema di resistenze, di difese, di offese, centra il quale gli bisognava pure ingegnarsi. Bisognavadunque vigilare tutti i principi e gli Stati d'Italia, mantener questi nella devozione consueta, contener quegli altri, o spaventarli, attirarli, conoscere i loro pensieri, inimicarli, o riconciliarli, secondo le occorrenze: un mondo di cose. Oltracciò i governatori erano capitani generali e conducevano in persona le guerre, che avevano fatte nascere, o che non era loro riuscito d'impedire, in Italia, o che vi si facevano come parte di guerre più generali. Avevano quindi sempre gli occhi e le mani in quella grande matassa che avevano trovata scompigliata, e scompigliata lasciavano partendo dal governo, o dal mondo; e non restava loro troppo ozio per le cose di governo interiore: le facevano fare, o le lasciavan fare, mettevano di gran ghirigori in fondo a molte carte, su le quali era scritto che eglino erano risoluti che le tali cose andassero al tal modo, senza curarsi poi di sapere nè il che, nè il perchè, fuor che in alcuni casi in cui per qualche cagione straordinaria avevano essi realmente una volontà, o una. ne veniva loro inspirata. Il caso dell'innominato era di questi: i suoi molti e grandi nimici lo avevano dipinto al governatore come uno spirito rubello, un perturbatore sedizioso, un uomo la cui audacia e impunità nel delitto accusavano d'impotenza o di trascuraggine la pubblica autorità; e nel vero non era calunnia. Il governatore, già irritato, al ricevere di quella notizia, ritenne il capitano, ebbe a sè membri del consiglio segreto, senatori, altri magistrati; si tenne consulta. Intanto colui che ne era il soggetto, rientrato in casa, e ben rinchiuso, aveva pigliata la risoluzione di non si muovere e si preparava ad ogni evento; ma in quella notte stessa, qualche amico, venuto a lui di soppiatto, gli comunicò di avere avuto avviso segreto e certo che il governatore aveva personalmentepreso impegno in quell'affare, ed era deliberato di fare all'ultimo uscir del castello un corpo di moschettieri che si unisse ai birri e desse l'assalto alla casa. Non era più il caso di esitare: le forze d'un privato, anche nel supposto inverisimile che in tanto pericolo fossero per serbarglisi costanti, non potevano competere con un tale avversario, ogni volta che volesse davvero adoperar tutte le sue. Sul far del giorno l'innominato uscì con tutti i suoi bravi, e si andò a ritirare in un convento vicino. In quei luoghi gli ospiti pari suoi, accompagnati, o no. dovevano esser sofferti, anzi accolti, quand'anche fossero tutt'altro che desiderati; e la forza secolare non supponeva pure che fosse possibile d'introdurvisi. Un tal passo acquetò anche un poco la furia, e indebolì l'impegno del governatore: perchè nei casi in cui si trattava più di vincere un puntiglio che di punire un reo, la fuga di questo in un asilo poteva parere una specie di soddisfazione alla potestà civile, un confessare che non si ardiva di farle fronte nel campo della sua giurisdizione; e per un uomo, che ha molti affari grossi, poco basta a raffreddarlo in uno che non sia dei principali. Però comparve in quel giorno una grida del governatore stesso, colla quale a chi consegnasse vivo l'innominato nelle mani della giustizia,in maniera che sopra di lui ella potesse esercire li suoi atti, venivano promessi mille scudi di premio e la liberazione di quattro banditi, l'impunità propria al consegnante, s'egli fosse complice, e la liberazione, s'egli fosse bandito, purchè non lo fosse per certi casi riservati.

Vorrei poter risparmiare al lettore tutte queste notizie e riflessioni generali su le opinioni, gli usi, le istituzioni di que' tempi, e condurlo speditamente di fatto in fatto fino al termine della storia; ma ifatti che mi tocca di raccontare sono talvolta così dissimili dall'andare comune dei nostri giorni, così estranei alla nostra esperienza, che a dar loro un certo grado di chiarezza, mi par pure indispensabile di spiegare alquanto lo stato di cose nel quale e pel quale potevano essere. Altrimenti, a quelli che non hanno fatti studii particolari sopra quell'epoca, sarebbe come presentare un osso d'uno di questi animaloni di razze perdute, senza dare un po' di descrizione dello scheletro, o di quel tanto che se n'è potuto trovare e mettere insieme, per la quale si vegga come quell'osso giuocava. S'io dicessi semplicemente che tutte le promesse di quella grida non produssero alcun effetto, senza darne alcuna ragione, forse a taluno la cosa potrebbe parere strana e inverosimile; due parole dunque, abbiate pazienza, anche su questo proposito.

L'intento delle gride, chiamate d'impunità, e che appunto avevano un nome proprio per esser molto frequenti, l'intento era, come ognun vede, d'indurre i rei medesimi a farsi ministri della giustizia, e di seminare la diffidenza fra loro. Perduta la speranza e abbandonata la pretensione di ottener l'effetto intero degli editti, si voleva almeno, col sagrifizio d'una porzione del pubblico esempio, assicurarne un'altra, e la più importante. Ma, senza parlare della sensatezza dell'intento, nè del merito morale dei mezzi, che questi, in moltissimi casi, riuscissero inefficaci a conseguirlo, ne abbiamo la prova in molte gride d'impunità contra uno o più banditi, ripublicate molti anni dopo la prima publicazione. L'impunità d'un delitto era un premio di poco valore per complici che d'ordinario ne avevano addosso molti altri, e che intanto godevano, con fatica, è vero, una impunità intera all'ombra del loro capo. La liberazioneera un debole allettamento per banditi che non vivevano, nè volevano vivere se non di quelle cose per le quali s'incorreva nel bando. Di più, per ottenere questi vantaggi, quali che fossero, il complice o il bandito doveva necessariamente aver che fare con la giustizia, confidarsi ad una autorità cavillosa e malfida, la quale certamente desiderava più di sterminarlo che di dargli una ricompensa, e che disponeva di procedure complicatissime, e non solo operava ad arbitrio, ma ne aveva consecrato anche il nome. Quanto a quell'esca del premio pecuniario, ella non poteva tentare che una classe di persone: le gride costituivano birro o carnefice ogni cittadino che avesse voluto farne l'uficio e meritarne la paga; ma l'uso della forza publica e le idee comuni tendevano a tutt'altro che a far risguardare come onorevole e virtuosa una tale cooperazione del privato a quella forza, e nessun uomo dabbene e pacifico avrebbe voluto affrontare un pericolo e l'infamia, nè vincere una ripugnanza fondata in gran parte sopra motivi onesti, per amore degli scudi. Non restavano dunque che i facinorosi di professione, e gli scherani stessi del tiranno; ma quando uno di questi fosse riuscito a far sicuramente il suo colpo, doveva poi aspettarsi la vendetta di lui, se, preso, egli tornava in libertà, o dei suoi parenti ed amici, s'egli fosse stato morto; doveva, dico, aspettarsela con certezza, in un tempo in cui la vendetta era dai più tenuta come una obligazione d'onore, e l'assassinio in questi casi non era contato fra quelle azioni che lo tolgono. Tutto ciò quando l'impresa di prendere o di uccidere un tiranno fosse stata per sè agevole; ma i tiranni adoperavano anch'essi naturalmente tutti i mezzi che potevano, per assicurarsi contra la forza aperta e contra le insidie; di questi mezzi ne avevanoassai; e quel che è osservabile, le gride stesse, fatte contra di essi, ne suggerivano, ne somministravano loro alcuni, e dei più potenti.

Le società civili (ancora un momento di pazienza) sono state spesso paragonate al corpo umano, i legislatori ai medici, le leggi alle medicine: e in fatti queste cose si somigliano molto, se non altro in ciò, che son tutte cose assai curiose. Hanno poi altre somiglianze parziali; eccone una. Un medico amministra un rimedio ad intenzione che faccia nel corpo una tale operazione, che il rimedio fa, o non fa, ma ne fa poi sovente altre che il medico non ha volute, nè prevedute, che non riconoscerà come conseguenze del suo fatto, quando si manifestino, ma dirà: oh, vedete un po' che scherzi fa la natura! Lo stesso accade sovente in fatto di leggi: e siccome poi le società civili sono infermi di lunga vita, sono, per servirci di un modo proverbiale, di quelle conche fesse che bastano un pezzo, così alle volte, appena dopo cento, dugento, trecent'anni, si comincia a sospettare, ad aver sentore, che certe doglie vecchie d'un corpo sociale, certi sintomi stravaganti e non mai spiegati, sono effetti d'uno specifico mirabile applicato o cacciato giù fin da quel tempo per ordine d'un medico valente, (parlo in metafora) o per consulto di più valenti medici. V'ha anche alcuni di questi effetti, nè voluti, nè preveduti dal legislatore, che danno in fuori immediatamente. Le gride, di cui parliamo, dovevano produrre inevitabilmente questo: che i tiranni, quanto più erano minacciati da quelle, tanto più si tenessero intorno di quei malfattori segnalati, ai quali le gride non promettevano grazia, e che non avendo altra speranza di salvezza che nel loro signore, non solo non erano tentati d'ordirgli insidie, ma interessati a guardarlo dalle altrui. Così quegli attilegislativi tendevano, non per intenzione, ma in fatto, a riunire i più perniciosi e determinati ribaldi, davano, per così dire, un nuovo bisogno e un nuovo indicamento di organizzazione alle forze nemiche della giustizia in tutti i sensi di questa parola. Che se, per uscire da questo inconveniente, si fosse estesa ad ogni classe di colpevoli la promessa dell'impunità e della liberazione, si cadeva nell'altro terribile di rinunziare anche alla speranza, alla volontà, di non lasciar senza pena almeno certi più atroci misfatti. Con queste osservazioni si capisce tanto o quanto il come a nessuno venisse voglia di prendere il tiranno innominato, nè tanti altri banditi come lui.

In quell'asilo egli dovette pensare ai casi suoi. Grazia dall'autorità non era da sperarne, nè manco egli era inclinato a ricorrere ad un tale rimedio; rimaner quivi rinchiuso, a che fare? e fin quando? Uscirne, e tornare a casa sua a far la vita di prima, non era cosa riuscibile, al punto a cui aveva spinte le cose. Risolvette dunque di sfrattar dallo Stato. Suppongo che a questa circostanza debba riferirsi un tratto della sua vita, che è menzionato nella storia sopra citata del Ripamonti, un tratto che basterebbe a dare un'idea dell'uomo, e che noi riporteremo perciò, traducendolo alla meglio dall'energico latino di quello scrittore: «Una volta», dic'egli, «che costui, non so per qual cagione, volle sgombrare il paese, la paura che mostrò, il riguardo e la segretezza che usò, furono tali: traversò la città a cavallo, con un seguito di cani» (gli uomini si sottintendono) «a suon di tromba; e passando dinanzi al palazzo di Corte, lasciò alle guardie un'imbasciata di villanie pel governatore». Uscito ch'ei fu dello Stato, si pubblicò un altro bando che ne lo dichiaravacacciato, e glilevava la protezione regia, sì che, tornando, potesse esser fatto prigione e impunemente offeso da tutti, mantenute le promesse anteriori; e aggiunta la liberazione di quattro banditi a chi lo consegnasse vivo o morto. Dove egli andasse a posarsi, o dove errasse, che facesse fuori e quanto tempo vi rimanesse, nè il manoscritto lo dice, nè altrove ne ho trovata menzione: trovo soltanto che una mattina egli pigliò il partito di tornarsene in paese. O fosse cangiato quel governatore che s'era dichiarato suo nemico personale; fossero mancati di vita o decaduti di potenza alcuni de' suoi più capitali nemici, o venuti in potenza de' suoi amici; o fosse levato il bando per qualche potentissima raccomandazione (che anche un tal supposto è verisimile in quella condizione di tempi); o fossero nate altre circostanze qualunque da inspirargli una nuova sicurezza, o quel suo animo gliene tenesse luogo, certo è ch'egli stimò di poter tornare liberamente a casa sua e di stabilirvisi, e vi tornò infatti, non però in Milano, ma in un castello d'un suo feudo su l'estremo confine col territorio bergamasco, e allora collo Stato Veneto. È parimente certo che nella sua assenza egli non aveva rotte le pratiche, nè intermesse le corrispondenze con que' tali suoi amici, e che stabilito nel suo castello continuò ad essere unito con loro, per tradurre letteralmente dal Ripamonti, «in lega occulta di consigli atroci e di cose funeste». Pare anzi che quel terribile faccendone di misfatti approfittasse dell'esiglio per estendere tali corrispondenze, e contraesse allora in più alti luoghi certe nuove terribili pratiche, delle quali il Ripamonti parla con una sua brevità misteriosa: «Anche alcuni principi esteri», dice questo scrittore, «si valsero più volte dell'opera sua per qualche importanteuccisione, e in più d'un caso gli spedirono da lontano rinforzi di gente che servisse a ciò sotto i suoi ordini». Noi abbiamo ben fatto il possibile per trovar qualche più distinto particolare d'un fatto così importante alla cognizione e del personaggio e dello stato della società in quel tempo; ma senza effetto. La storia, e massime quella dei costumi, è nei libri, come nei musei d'anticaglie, a pezzi e bocconi, e troppo spesso, principalmente nei libri, se ne trova di quelli che non si possono mettere insieme con altri pezzi e con altri bocconi, tanto da vederne una figura, e da ricavarne una notizia[186].


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