Chapter 14

[1]Barbi M.,Alessandro Manzoni e il suo romanzo nel carteggio del Tommaseo col Vieusseux; nellaMiscellanea di studi critici, edita in onore di Arturo Graf, Bergamo, 1903; pp. 235-256.[2]I Lombardi alla prima crociata,canti quindici diTommaso Grossi, Milano, presso Vincenzo Ferrario, 1826; tre vol in-8.º di pp. VII-143, 152 e 163, dettero occasione, come ebbe a dire Ermes Visconti, a «un diluvio di libercoletti, quasi tutti pessimi, pro e contro», comparsi alla luce tra l'aprile e il maggio del 1826, per la più parte. Cfr.Vismara A.,Bibliografia di Tommaso Grossi, Como, Ostinelli, 1886, pp. 37-40. A confessione del Tommaseo, il Manzoni, «uomo di pace, non lesse di tutte quelle scritture che l'articolo nostro: fu poi forzato a leggere quel di Parenti, che lo fece, dic'egli, star male per quindici giorni». Anche «l'articolo nostro», cioè il secondo di quelli che il Tommaseo inserì nell'Antologia, di Firenze [n.º LXX, ottobre 1826, pp. 3-30], al Manzoni dispiacque. «Con quella sincerità ch'è sua propria, ma che mi onora, disse d'aver letto l'articolo, e che gli pareva impossibile che fosse mio.—E perchè? Vi traspare forse l'astio? L'invidia? Io mi conosco abietto sì, ma non tanto da invidiare al buon Grossi.—Astio no, ma disprezzo. Pare che le lodi ella le abbia concesse alla compassione e al riguardo degli amici del Grossi; ma le abbia insieme attemperate, anzi sepolte sotto la censura e il biasimo».L'articolo di Marcantonio Parenti (nato a Montecuccolo nel Frignano il 30 gennaio 1788 e morto a Modena il 23 giugno del 1862), che fece giustamente indignare il Manzoni, sfuggì alla diligenza del Vismara. S'intitola:Riflessioni sulla Mitologia e sul Romanticismo in occasione che si pubblica per la prima voltaIl Doroteodell'Ottonelli. Si legge a pp. 401-418 del tom. IX e a pp. 3-41 del tom. X delleMemorie di religione, di morale e di letteratura, di Modena.[3]In una lettera del febbraio '26 aveva scritto, parlando del Romanzo: «prima della gita pedestre, non può finirlo». Si trattava di un «viaggio pedestre di Manzoni nel Bergamasco», che il Vieusseux riteneva desse «luogo a qualche bella descrizione nel suo romanzo».[4]Il Rosmini, il 23 novembre del '26, scriveva al prof. Pier Alessandro Paravia: «Leggo di questi giorni il Romanzo del Manzoni, che parmi una maraviglia. Egli mel comunica per sua gentilezza: io me ne inebrio, e penso che all'Italia apparirà come cosa nuova: e a sì limpido lume novellamente acceso, a lei parrà esserle accresciuto il veder della mente. Che cognizione dell'uman cuore! che verità! che bontà, la quale ovunque trabocca da un cuor ricolmo!»[5]Il secondo tomo della prima edizione abbraccia i capitoli XII-XXIV.[6]Per testimonianza dellaGazzetta di Milano, «fu voce generale» che il titolo distoria milanese del secolo XVII, scoperta e rifatta«altro non significhi se non che l'autore tolse qua e là da croniche e storie molti particolari della sua opera, ma che il merito di averla tessuta e ordinata sia tutta di sua spettanza».[7]È la scena nella quale il P. Cristoforo chiede perdono al fratello dell'uomo che odiava cordialmente, e che uccise. A quella scena sublime, taluno de' parenti, «che, per la cinquantesima volta, avrebbe raccontato come il conte Muzio suo padre aveva saputo in quella famosa congiuntura, far stare a dovere il marchese Stanislao, ch'era quel rodomonte che ognun sa, parlò invece delle penitenze e della pazienza mirabile d'un fra Simone, morto molt'anni prima». È un accenno alla vendetta che prese il conte Muzio Pallavicino contro il marchese Stanislao Piasio; tremenda tragedia della quale in Cremona si parlò per gran tempo e ne son piene le sue cronache.[8]Io, per verità, non ci so vedere tutto il veleno che ci vede il Tommaseo. È gente di corta levatura, che essendo incapace d'abbracciare con uno sguardo solo la bellezza dell'insieme, la gusta ne' brani che la colpiscono maggiormente.[9]Il Monti però ne scrisse al Manzoni con viva ammirazione. «Papadopoli e Prina» (son sue parole) «mi aveano messo in core la dolce speranza che mi avreste presto consolato d'una vostra desideratissima visita. Deluso di questa lusinga, e temendo che la mia imminente mossa per Roma mi tolga la consolazione di più rivedervi, poichè l'un dì più che l'altro sento avvicinarsi il mio fine, mi presento in iscritto per dirvi che vado ad aspettarvi in cielo, dove ho certa speranza di rivedervi a suo tempo. Intanto prima che il mio don Abbondio m'intuoni ilproficiscere, vo' dirvi che ho ricevuto i vostriSposi Promessi, e di essi dirò quello che già dissi delCarmagnola: vorrei esserne io l'autore. Ho letta la vostra novella, e finitane la lettura, mi son sentito meglio nel core. Sì, mio caro Manzoni; il vostro ingegno è mirabile, e il vostro core è una fontana d'inesauribili affetti, ciò che rende singolare il vostro scrivere e vi pone in un'altezza, cui solo possono aggiungere ipauci quos aequus amavit Jupiter, al modo stesso che pochi possono amarvi e stimarvi come il tutto vostroMonti».[10]A Mario Pieri sapeva un po' duro che «il dottissimo e classico Niccolini siasi degnato di accostarsi ai Romantici; e tanto più che in quel tempo appunto correvano alcune sentenze del signor Capo-Romantico Manzoni, le quali facevano stomacare gli uomini di buon senno e sogghignare gli stolti giovinastri della sua scuola. Allorchè uscì, per esempio, quel bellissimo sermone del Monti in difesa della Mitologia, e contra coloro i quali volevano proscriverla, il signor Manzoni andava dicendo esser quello il ventottesimobullettinodel Classicismo, accennando al ventottesimo e ultimo di Napoleone; e quando uscì il poema del Grossi,I Lombardi alla prima Crociata, il medesimo Manzoni recitava per lo senno a mente gl'interi canti di quel poema, e i fanatici Romantici, suoi seguaci, andavano esclamando:Povero Tasso!Povero Tasso!O povero Tasso!Ora nessuno ignora di qual ridicolo andarono ricoperte dalla giusta Italia quelle stolte sentenze». Il Pieri vide per la prima volta «il corifèo del Romanticismo in Italia» (così chiama il Manzoni) in casa Vieusseux e poi lo frequentò «alla locanda delle Quattro nazioni Lungarno, dove albergava con tutta la sua famiglia, cioè madre, moglie e sei figliuoli, per quei tre o quattro mesi ch'ei si trattenne in Firenze» nel 1827. «La sua fisonomia palesa a chi l'osserva» (son sue parole) «animo gentile ed alto ingegno. In Milano io non l'avea cercato mai, per non rompere la vita solitaria ch'egli amava di condurre in mezzo alla sua famiglia; la quale, secondo allora si diceva, offeriva il modello delle ottime famiglie. Egli è agiato di beni di fortuna, ma non gode salute nè egli, nè la sua donna. È uomo religioso (dicono) e galantuomo. Peccato che sia invaso dalla romanticomania! Ma egli forse direbbe di me: peccato ch'egli sia invaso dalla classicomania!... Ma dopo averlo frequentato, mi vennero udite in bocca sua tante e sì strane sentenze da trasecolare; nè io so tenere per uomo modesto, e forse neppur vero religioso, chi si vuoi creare capo-setta, e tratta con gran disprezzo i più grandi uomini dell'Italiana letteratura, e sopra tutto il grandissimo e infelicissimo Torquato Tasso. Indi a dieci anni mi venne per caso in mano una sua scrittura inedita, che mi fece variare il mio primo sentimento e raffermare nel secondo, siccome quella che me lo rappresentava un fanatico, il quale per poco non si recherebbe a distruggere, come papa Gregorio, tutt'i libri classici. Essa è in forma di lettera, con questo titolo:Sopra i diversi sistemi di Poesia, lettera di Alessandro Manzoni, in risposta a rispettabile amico di Torino(ch'è il fanatico vecchio Azeglio),1823. Nè alcuno immaginarsi saprebbe le assurdità che quello scritto contiene. Il Romanticismo, egli dice, si propone il vero, l'utile, il buono, il ragionevole. E giacchè egli non fa che asserire senza provare, e propone un Romanticismo tutto suo, e non qual si vede nella pratica degli scrittori romantici; io risponderò francamente del no; ed avrò, ciò che a lui manca, per miei argomenti il fatto reale; e dirò all'incontro, che il Romanticismo si propone il falso, lo strano, il disordine, la deformità del vizio, lo scandaloso, il delitto, l'assurdo. Vedi tutte le opere de' Romantici in ogni genere di letteratura, ed anche nelle belle arti: vedi la grande opera drammatica, ilDottor Fausto, del vostro principe Goethe, per cui vi sentite struggere d'ammirazione, anzi che voi adorate qual nume. E quali sono i protagonisti e gli eroi de' signori Romantici? I carnefici, i ladri, gli scellerati d'ogni maniera, o contadini, o buffoni, e simili personaggi: e le scene che ci presentano son tutte degne di loro, e ci tocca veder su i teatri i patiboli e le torture, ed ogni sorta di sacrilegi. Ecco la tendenza religiosa, e il bel vero, e l'utile, e il buono, e il ragionevole del Romanticismo, come pretende il signor Manzoni». Cfr.Della vita diMario Pieri,corcirese, scritta da lui medesimo, libri sei, Firenze, coi tipi di Felice Le Monnier, 1850; vol II, pp. 63 e 67-69.Anche a pp. 369-370 del tom. IV delle Opere, Firenze, Le Monnier, 1851, scaglia le sue folgori contro il Manzoni, e trova ilConte di Carmagnola«tragedia senza capo nè coda, e senza quasi nessuno di que' pregi che rendono bella, e di assai malagevole composizione, una tragedia». Riconosce però che «vi ha di be' versi, di belli e profondi concetti, qualche bella parlata; ma nè un atto, nè un'intera scena che corrano bene». Nè lo risparmia nel dialogo:La letteratura classica e la romantica, che si legge a pp. 101-178 del tom. III delleOperestesse.[11]Giornale Arcadico; tom. XXXII [1828], pp. 366-367.[12]Indicatore Genovese, n.º 11, 9 agosto 1828, Cfr.Mazzini G.,Scritti editi e inediti(4.ª edizione); II, 57-61.[13]Il Cesari lasciò manoscritti alcuni Pensieri sui Promessi Sposi, che vedranno la luce ne' suoiOpuscoli linguistici e letterari, che sta raccogliendo e ordinando il sig. Giuseppe Guidetti di Reggio dell'Emilia.[14]In una lettera del Giordani al Testa, scritta da Milano il 5 novembre 1821, si legge: «Vidi la canzone» [Il Cinque Maggio] «del Manzoni; lodata da molti. Non disputo sull'argomento: ognun dice quello che vuole. Ma a me pare (quanto alla frase) che alle volte non abbia saputo dire quel che voleva; e alle volte non so che cosa volesse dire. È bello il suo Inno sulla Risurrezione di Cristo».[15]Giordani P.,Lettere inedite a Lazzaro Papi, Lucca, tip. di Gio. Baccelli, 1851; pag. 105.[16]Il 6 luglio del '32 scriveva a Ferdinando Grillenzoni, a Genova: «Sarà costì il Manzoni; ed ella lo vedrà dal Marchese [Di Negro]. Io la prego di ossequiarlo da mia parte; e di scrivermene poi copiosamente». E il 24 del mese stesso: «Mi piace che abbia veduto Manzoni; e la prego di rammentarle una mia veramente affettuosa venerazione; perchè io lo tengo per uomo glorioso e utile all'Italia... Veda un poco se è vero quel che dice quel giornale, che ora Manzoni siasi dato a studi di purismo; e in che forma: e che cosa sta ora lavorando. E veda un poco (ma con garbo) se conosce le cose di Leopardi, e che opinione ne ha». Il 30 gliene tratta di nuovo: «Le ripeterò che bramo di sapere se Manzoni è costì per salute, o per piacere. Desidero che sia per solo piacere. Egli ha la coscienza e l'Europa, che devono rendergli inutili le ammirazioni di tutti i pari miei: ma io confesso che mi fa un vero piacere l'ammirarlo. E prego V. S. d'imprimersi bene in mente i suoi discorsi, per potermene far godere in qualche modo. Io sento un pungente dispiacere di non esser costì, e potere ascoltarlo. Se io fossi capace di fare una Deca di Livio (mi pare dir molto), io cambierei questo piacere col piacere di udir lui. E, per ispalancare il fondo dell'animo mio, ci sono alcuni (non molti) ch'io posso ascoltar volentieri; ma egli è il solo ch'io veramente desidero di potere udire, e in quelle cose ch'io non so, o alle quali non ho pensato; e in quelle nelle quali non penso ora come lui. Egli è il solo (Dio perdonami questa sciocchezza) dal quale io desidererei imparare. Facilmente mi accorderei seco circa i romanzi storici (come si chiaman ora), nè piangerei se il mondo non ne vedesse più. Ma non consento di porre in quel genere iPromessi Sposi; che mi paiono uno stupendo lavoro Senofonteo, un carissimo e utilissimo lavoro; e ben vorrei che Manzoni (ch'egli solissimo può) ne facesse un secondo. Del resto, la sua sentenza su tutte le finzioni è nobilissima; è degna dell'intelletto giunto al suo equatore; e la ricevo nell'anima; anzi già l'avevo, e mi giova di vederla confermata da lui. Oh mi è ora un vero tormento al cuore non esser costì! Ella mi riverisca tanto, con ogni effusion di sentimento quel Manzoni, che è proprio l'idolo de' miei pensieri. Oh (mi viene in mente) quanto son poco degni di lodarlo certi cervellacci frateschi; come per esempio quel frataccio Niccolò [Tommaseo]. Ma di ciò zitto, veda: ch'io non voglio pettegolezzi. Ma se lei come lei potesse destramente sentire che cosa pensa Manzoni di quel sì fanatico e sconvolto cervello, l'avrei caro. E tal gente crede d'avere la religione, la poesia, la filosofia di Manzoni! Ma dov'hanno la sua testa e il suo cuore? Per dio, credo esserne meno lontano io, colla mia impotenza poetica, e la mia piena incredulità. Io gli sono lontano, e io meglio di tutti so il quanto; ma almeno non gli volto le spalle». Il 17 d'agosto rincalza: «Mi riverisca senza fine Manzoni, e molto le sue Signore. Ma è un eccesso di cortesia il dire che a lui abbian potuto in nessun modo giovare le mie parole; perchè io lo vidi troppo poco, a ragione del mio desiderio; e amai molto più (come ancora farei) di ascoltarlo che di parlare; e poco, troppo poco potei goderne, poichè tanti cercavano di occuparlo».Sei anni dopo, il 27 novembre '38, scrivendo parimente al Grillenzoni, esce a dire: «Compreso Walter Scott, non trovo uno di tanti romanzi, che possa produrre un minimo bene: eccetto l'unico Manzoni; che mi par sempre cosa bellissima e utilissima».[17]All'attrice Maddalena Pelzet, la degna interpetre delle sue tragedie, che era allora a Milano prima donna nella Compagnia Rattopulo, scrisse il 19 febbraio del '29: «Ricordatemi al Bertolotti, alla cui tragedia desidero un esito fortunato: se io fossi, com'egli dice, il primo dei tragici viventi, bisogna dire che si stia male davvero: egli parlerà del Manzoni, le cui tragedie, quantunque non siano per la scena, almeno secondo le nostre abitudini, contengono tante bellezze, che il plauso dell'Europa meritamente lo corona sopra tutti. Voi sapete qual concetto io abbia fatto sempre di questo veramente grand'uomo: ciò che vi scrivo a Milano, ve l'ho detto a Firenze.»[18]In una lettera di Pierfrancesco Leopardi al fratello Giacomo, del 1º giugno '28, si legge: «Avendoci voi scritto una volta che conoscevate il celebre Manzoni, ho pensato di farvi cosa grata col mandarvi una copia dei suoiInni. Volendo la marchesa Roberti stampare qualche cosa per la monaca Rossi, babbo le propose quest'Inni, e vi fece la dedicatoria. E vi mando questo libro, più perchè leggiate questa, che gl'Inni, perchè m'immagino che lo stesso Manzoni ve li avrà dati a leggere. Fatemi dire in una delle lettere che ci scriverete, dove attualmente si trovi il suddetto Manzoni».[19]Antologia, di Firenze, tom. XXVII, n. 81, settembre 1827, pp. 71-75.[20]Guerrazzi F. D.,Manzoni, Verdi e l'Albo Rossiniano, Milano, Tip. Sociale, 1874; p. 73.[21]A proposito di questa scatola scrive loStampa[II, 87-88]: «Il Manzoni raccontò (e lo udii colle mie orecchie) «ch'egli aveva l'intenzione di lasciar fuori, come superfluo, l'episodio del P. Cristoforo che, chiamati a sè i due sposi, dice loro:Figliuoli! voglio che abbiate un ricordo del povero frate, e dopo di aver data loro la scatola, lavorata conuna certa finitezza cappuccinesca, contenente gli avanzidi quel pane, dice loro:Fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo mondo...dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto! e che preghino anche loro, per il povero frate!Ma per l'appunto il consigliere abate don Gaetano Giudici non gli permise assolutamente quella ommissione, dicendo che era il più bello e commovente episodio del romanzo». Il figliastro gli chiese la ragione di questo taglio che avrebbe voluto fare, e rispose: «Che vuoi!... a me pareva un di più».[22]L'editore Gaspero Barbèra, che il 7 settembre del '50 visitò il Guerrazzi in prigione, racconta: «Saputo che ero allora allora ritornato da un viaggio in Lombardia e nel Veneto, il discorso è caduto sul Grossi... Del Manzoni ammirava più l'Adelchie ilCarmagnola, che non iPromessi Sposi; osservando che la lingua onde questi sono scritti non è cosa da menare quel gran rumore che se ne faceva, dacchè quando un toscano parla anche da sguajato, un po' più un po' meno, dice quelle frasi che neiPromessi Sposisi vedono collocate a far mostra di sè». Cfr.Barbèra G.,Memorie di un editore, Firenze, 1883; pp. 81-82.[23]Il Giordani ne' suoiPensieri per uno scritto sui Promessi Sposiloda il Manzoni di «aver creato nuovo odio ad antichi rei di calamità italiane», al «dominatore straniero e lontano, ignorante e crudele, superstizioso ed improvvido». Cfr.Giordani P.,Scritti editi e postumi; IV, 132-134.Giosuè Carducci, applaudendo in Lecco «all'interezza dell'arte in Alessandro Manzoni», disse che «fece del romanzo la gran vendetta su 'l dispotismo straniero e su 'l sacerdozio servile ed ateo». Cfr.Carducci G.,Confessioni e battaglie,serie seconda, Bologna, Zanichelli, 1902; pp. 306-309.[24]Mamiani T.,Manzoni e Leopardi; nellaNuova Antologia, vol XXIII [1873], pp. 757-782.[25]Luzio A.,Giuseppe Acerbi e la«Biblioteca italiana»; nellaNuova Antologia, serie IV, vol. LXVI, fasc. 23, 1º decembre 1896, p. 481.[26]Il De Müller del 1829 venne in Italia e vi dimorò alcuni mesi. Nelle sueMemorie, che son rimaste inedite, descrivendo quel viaggio, parla a lungo della visita che fece al Manzoni a Brusuglio. Un brano di questo episodio fu pubblicato a Weimar nel 1832 col titolo:C. W. Müller,Goethe's letzte lit.Thaetigkeit, e poi per intiero venne messo alle stampe nel 1871 daC. A. H. Burkhardtnel n. 45 delMagazin für die Literatur des Auslandes. Ne dette la traduzioneL. SenigaglianellaRivista contemporanea, di Firenze, ann. I, vol. II, pp. 359-365.[27]Les Fiancés, histoire milanaise du XVII siècle, découverte et refaite parAlexandre Manzoni;traduite de l'italien sur la troisième èdition parM. Rey Dussueil, Paris, Ch. Gosselin et A. Sautelet, 1828; 5 vol. in-12º. Prix, 18 francs. Il traduttore vi premise unEssai sur le roman historique et sur la littèrature italienne, che fu voltato in italiano dal giornale milaneseLa Vespa[ann. II, 1º semestre, pp. 225-230 e 276-279], facendovi, in nota, alcune osservazioni critiche. «En revoyant notre travail» (così il Rey Dussueil nell'Essai), «nous aurions pu faire aisèment disparaître toutes les tournures qui s'éloignent un peu des tournures françaises; mais ce n'était point une traduction que nous voulions donner au public; c'était, autant que possible, l'ouvrage de M. Manzoni». LaRevue encyclopèdique[tom. XXXVIII, pp. 488-490] gli fece osservare: «Pour donner au public l'ouvrage de M. Manzoni, il fallait avant tout lui donner un livre bien écrit». Parlò di questa traduzione anche laBibliothèque universelle de Genève, nuova serie, tom. III [1836], p. 268.[28]Il 29 settembre del '28 laGazzetta di Firenzenel suo n.º 109 dava questo annunzio: «La lettura del romanzo iPromessi Sposidipinge all'immaginazione alcune scene con tanta forza, verità e precisione, che chiunque sa far uso della matita sentesi invogliato di rappresentare coi mezzi dell'arte pittorica ciò che l'autore seppe con rara maestria descrivere. Il sig. Gallina, valente artista, già noto per alcuni pregiati lavori, formò dodici composizioni dei casi più interessanti del suddetto romanzo, e queste, da lui stesso litografate, verranno impresse nello Stabilimento Ricordi. Il formato della stampa sarà di oncie 8¾ per 6½; giusta dimensione per ornamento di un quartiere. La collezione verrà divisa in sei fascicoli, di due stampe per ciascuno, e se ne pubblicherà un fascicolo ogni mese. Il prezzo di ogni stampa è fissato a paoli 9 in carta della China e a paoli 6 in carta velina». L'Ecodi Milano [ann. II, n.º. 51, 29 aprile 1829, p. 204] le lodò, «tanto per l'invenzione, quanto per l'esecuzione».Francesco Pastori[Bibliografia italiana ossia Giornale generale di tutto quanto si stampa in Italia, libri, carte geografiche, litografie e novità musicali, ann. I [1828], p. 76] trovò «lodevole» il pensiero del sig. Gallina di dare disegnati in litografia i quadri principali del bellissimo romanzo del sig. Manzoni»; ed ebbe a dire «che l'impresa, ben pensata e lodevolmente eseguita, prestava materia di gradevolissimo ornamento».[29]Costumi vestiti alla festa da ballo data dal Signor Conte Batthyany(sic), Milano, litografia Elena. [Ogni fascicolo costava 20 lire italiane].[30]La Minerva Ticinese, fasc. 50, 16 decembre 1829.[31]Il «giudizio del conte O' Mahony sui Promessi Sposi di Alessandro Manzoni» fu ristampato, con la traduzione italiana a fronte, a pp. 391-413 del tom. III dell'edizione del Romanzo fatta a Lugano, presso Francesco Veladini e comp., nel 1829.[32]L'Eco, ann. VI, n. 1, 2 gennaio 1833.[33]Revue encyclopèdique, tom. XXXVI [octobre 1827], pp. 411-412.[34]Revue encyclopèdique, tom. XXXVIII [avril 1828], pp. 376-389.[35]Non senza interesse sono due lettere del Niccolini a Salvatore Viale, una del 21 e una del 5 luglio '28. La prima è questa: «IlGloboha delle dottrine ultra-romantiche, e nellaRivistail Salfi sta pedantescamente attaccato ai precetti dei classici. Questa, per chi la discerne, è disputa in gran parte di nomi, ma pur divide la repubblica letteraria in due fazioni e offusca coi pregiudizi l'intelletto. Il Salfi accusa il Manzoni nel suo articolo sugliSposi promessid'essere fautore delle istituzioni monastiche. Quest'accusa è ingiusta, e non può cadere in mente di chiunque legga spassionatamente quel libro, ed io che intimamente conosco l'autore, e sono stato la persona colla quale ei più conversasse in Firenze, posso far fede che la sua pietà è scevra di superstizione, e che non ama i frati». Nell'altra scrive: «A me premeva d'investigare le ragioni del silenzio del Salfi, ma senza però ch'ei mi potesse credere un accattalodi... Io amo più di conservare la dignità dell'animo, che mostrarmi ghiotto d'uno sciocco articolo di quel canuto e solenne buffone. E meritamente io lo chiamo così, perchè non v'è pazienza che sostenga di leggere i suoi imbratti sull'opere ch'escono in Italia: egli loda quello che fra noi si disprezza, o s'ignora, mentre maltratta e calunnia il Manzoni, primo ornamento delle lettere italiane».[36]Giuseppe Giusti racconta in una sua lettera, scritta nell'aprile del '36: «Finalmente ho parlato a Sismondi, e per due volte mi son trattenuto seco lungamente... Parlammo di Manzoni, e qui apparve singolarmente l'uomo grande. Io introdussi il discorso colla massima delicatezza, ma a bella posta, perchè voleva chiarirmi d'un dubbio, nato in me alla prima lettura di quel libro del Manzoni, ove confuta gli ultimi due capitoli dellaStoria delle Repubbliche. Sismondi parlò di quell'opera, dicendo che era ammirato della maniera urbana con la quale fu distesa: lodò la sincerità dell'autore, e ne compianse le ultime disgrazie, le quali, secondo lui, hanno contribuito non poco a confermarlo ne' suoi principii; aggiunse poi, sempre moderatamente, che gli pareva che si fosse partito da un punto molto diverso dal suo, poichè esso considerava le cose come sono attualmente, e Manzoni come dovrebbero essere. Nè so dirti quanto fossi contento di vedere che io non m'era ingannato. Credei bene di dirgli che gl'Italiani non avevano fatto gran plauso a quel libro, e che anzi, senza scemare in nulla la debita reverenza al Manzoni, era stato riguardato piuttosto come un errore, o almeno come un'opera suggerita da qualcuno che lo avvicina per secondi fini, i quali, dall'altro canto, non capiscono nell'animo integerrimo di quel sommo italiano».[37]Mamiani T.,Manzoni e Leopardi; nellaNuova Antologia; XXIII, 760-762.[38]Tragedie e poesie varie diAlessandro Manzoni,colle prose analoghe ed un'apposita prefazione del baroneCamillo Ugoni—Quindicesima edizione—Lugano, Giuseppe Ruggia e C., 1830; in 16º. di pp. XXVIII-272. La «prefazione» dell'Ugoni abbraccia le pp. V-XXVIII e porta la data: «Parigi, 19 novembre 1829». Ne diede un cenno il Tommaseo nell'Antologia, tom. XXXIX, n. 151, luglio 1830, p. 136.[39]Il Nuovo Ricoglitore, ann. III, part. I, n. 30, giugno 1827, pp. 446-451.[40]Cfr.Gazzetta di Milanodell'11 luglio 1827.[41]Corriere delle Dame, n. 36, 8 settembre 1827, pagine 285-287.[42]Gazzetta di Milanodel 15 ottobre 1827.[43]Da una lettera di Giovanni Pagni (il noto Farinello Semoli delle baruffe del Monti con la Crusca) al marchese Gian Giacomo Trivulzio, scritta da Firenze il 5 ottobre 1827, tolgo questo brano: «Ha passato in Toscana, tra Livorno e Firenze, una cinquantina di giorni il celebre Manzoni, decoro di questa capitale. Non può credere quanto sia stato onorato e distinto dalla maggior parte dei letterati e dei nobili più culti, che si son dati la premura di conoscerlo e di ammirarne il carattere. S. A. R. [il Granduca Leopoldo II] lo ha invitato alla sua mensa, trattenendosi molto con esso lui ed ha voluto mostrargli in persona la preziosa ricchissima sua biblioteca. Io ho avuto il piacere di far compagnia alla sua famiglia, che avevo conosciuta a Milano, e che, dotata di morali virtù, è degna di tanto padre di famiglia».[44]È un'allusione alSergianni Caracciolo, dramma storico del prof.G. B. De Cristoforis, Milano, 1826; in-8º. del quale parlò il Tommaseo nell'Antologia, n. LXIX, settembre 1826, pp. 104-111. AlleMelodie lirichedi Samuele Biava di Bergamo dette «gran lode» il Cantù nelRicoglitore. Invece laBiblioteca italiana«tolse a provare che poteano mostrarsi ai giovani come agli Spartani l'ilota ubriaco. Il colpo era diretto a sbalzarlo d'impiego: ma uscì una risposta, forte sino alla violenza, e segnata C. C., dove era difeso il Biava e investito il suo avversario. Fu atto generoso, perchè quell'avversario avea in mano i processi e potea mandarlo allo Spielberg; onde va data lode al difensore, che era Carlo Cattaneo». Cfr.Cantù C.,Italiani illustri ritratti; III, 79.[45]La Vespa, ann. I [1827], pp. 17-20, 38-43 e 96-103.[46]Nacque l'8 settembre del 1799; involto nelle cospirazioni del '21, «negò denunziare i compagni ed ebbe da Ferdinando III, Granduca di Toscana, per carcere un convento di frati in paese ameno, di dove lo trasse a Roma lo zio monsignore [Giovanni] Marchetti, dotto uomo, ma più illiberale del Principe lorenese, che fu ben lieto dell'esser libero da quel prigione». Cfr.Tommaseo N.,Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo,memorie, Firenze, 1863; p. 44. «Passati gli anni successivi in privati impieghi, non però alieni da' cari studi, in Rimini e indi a Roma, appena tornato a Empoli nel settembre del '29, fu sorpreso da febbri violente, che si volsero in tisi, e il 16 decembre tolto a' viventi». Così ilMontani[Antologia, n.º 108, decembre 1829, pp. 96-97], che aggiunge: «Ei meditava, dicesi, un'opera storica; e forse per consacrarvisi avea rifiutata la sopraintendenza agli studi nel Seminario di S. Marino, offertagli dal celebre Borghesi a nome de' magistrati di quella Repubblica... Ultimo scritto di lui, e soggetto d'ancor recenti, nè punto blande censure, fu quello sugl'Innidel Manzoni. Io tremava, lo confesso, al pensiero che queste censure potessero, nello stato in cui egli trovavasi, pervenire al suo orecchio... Innamorato delle forme classiche, siccome quegli che dall'adolescenza fu sempre co' latini e co' greci, e co' nostri che meglio li imitarono, ove gli parve di trovar meno di queste forme, gli parve trovar meno di poesia. Così, trattandosi di teorie (veggasi la maggior parte de' suoi articoli dell'Arcadico) ove gli parve di trovar discrepanza da' principii de' classici, gli parve di trovare opposizione assoluta da' principii dei gusto».Appunto nell'Arcadico[xxxvi; 305] discorrendo della versione delleOdidi Pindaro fatta da Giuseppe Borghi prese a mordere «la miserabile e bislacca e torta foggia di metri regalataci con tante altre cose non poetiche e non italiane da Alessandro Manzoni». Il Borghi, in una lettera a Gaetano Cioni, stampata nell'Antologia[n.º 87, marzo 1828, pp. 166-167], sorse a difesa del Poeta; ma l'iroso critico, duro più che mai in quel suo giudizio, diede fuori lo scritto:Intorno gl'Inni sacri di Alessandro Manzoni dubbidiGiuseppe Salvagnoli Marchetti, Roma 1829. Presso la Libreria Moderna, Via del Corso n.º 348 [In Macerata, presso Benedetto di Antonio Cortesi]; in-16.º di pp. xxiv-112. A questi «biasimi da pedante», come li chiama il Tommaseo, l'Arcadico[XLII, 131] applaudì di gran cuore. LaBiblioteca italiana[tom. 55, luglio 1829, pp. 1-20], pur non menandogli buone tutte quante le censure, concluse: «Il parlare di originalità, di nuova scuola, d'ingegno divino, di culto, è un sostituire l'entusiasmo alla ragione, un traviare il giudizio dei giovani e dar nascimento a quelle tante poesie che il Manzoni non vorrebbe al certo aver fatte e nemmanco approvate, e non di meno si credono manzoniane». Enrico Mayer, peraltro, nell'Antologia[n.º 104, agosto 1829, pp. 92-99] prese «a difendere» (son parole del Tommaseo) «non tanto il nome dell'Italiano poeta, quanto l'onore d'Italia», e «lo difese con alto sentimento dell'arte e con facondia cordiale». Videro pure la luce leOsservazioni di un giovane italiano sui Dubbi del signor Giuseppe Salvagnoli Marchetti intorno agli Inni sacri di Alessandro Manzoni, Reggio, tip. Toreggiani e comp.,mdcccxxx; in-16.º di pp. 230. Sono di Luigi Fratti, che, sebbene pregato dalla modestia del Poeta a «mettere da banda» il lavoro, per consiglio del P. Bottini gesuita, lo diede alle stampe. Cfr. intorno a questa controversia:Gambini Carlo,Richiamo di alcune verità manifestate nel 1829 dal Salvagnoli sugli Inni sacri del Manzoni, Milano, tip. Galli e Raimondi, [1882]; in-16.º di pp. 12.—Intorno gl'Inni sacri di Alessandro Manzoni dubbi diGiuseppe Salvagnoli Marchetti,ristampati con aggiunte, in forma di dialogo, fatte daFederico Balsimelli, Bologna, tipografia pont. Mareggiani, 1882; in-16.º di pp. 360.[47]Questo «sunto» si legge in una recensione che il Salvagnoli Marchetti fece delleProse sceltedel principe don Pietro Odescalchi, e che inserì nelGiornale Arcadico, tom. 42, aprile-giugno 1829, pp. 95-109. La recensione e il «sunto» gli attirarono sulle spalle alcune sferzate dellaBiblioteca italiana[tom. 55, luglio 1829, pp. 29-31], che lo fecero talmente andare in furore, da scrivere: «a ingiurie sì fatte, quali sono le vostre, meglio si converrebbe, se fosse lecito, rispondere con la spada che con la penna». Cfr. Giornale Arcadico, tom. cit., pp. 355-364.[48]Nuovo Giornale de' letterati, di Pisa, tom. XV. Letteratura, scienze morali e arti liberali [1827], pp. 215-232 e tom. XVI. Letteratura, ecc. [1828], pp. 64-93.[49]P. Felice da Mezzana cappuccino, Cenni sul P. Cristoforo del Manzoni, Crema, tip. S. Pantaleone di L. Meleri, 1899; p. 6.[50]Sui Promessi Sposi, storia milanese del sec. XVII, scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni, ragionamento critico di Don Anonimo, autore di varj opuscoli pubblicati colle iniziali P.º G.º S-P.º, Milano, coi torchi di Omobono Manini, dicembre 1827; in-16º. di pp. 64.[51]Giornale dell'italiana letteratura, compilato da una società di letterati italiani sotto la direzione ed a spese diNicolò da Rio, tom. LXV della serie intiera, serie IV, tom, I [Padova, tip. del Seminario, 1828], pp. 265-268.[52]Rivista, letteraria dei libri che si stamparono in Torino negli anni 1827 e 1828, Torino, per gli eredi Botta, 1829; pp. 119-120 e 138-146.[53]Chiappa G.,Sui Romanzi in generale ed in particolare sul Gerolimì ossia Nano di una Principessa dell'autore della Sibilla Odaleta; inLa Minerva Ticinese, giornale di scienze, lettere, arti, teatri e notizie patrie, fascicolo 37, 16 settembre 1829; pp. 635-637.[54]Anche Trussardo Caleppio volle scoccare i suoi fulmini contro il nuovo romanzo, censurandolo acerbamente nell'Almanacco critico pel 1830 di un militare in ritiro, Milano, Manini, 1829; in-16º. Cfr.Robecchi, L.Questione classico romantica, saggio d'una bibliografia; inPoesie diCarlo Portarivedute sugli originali e annotate da un milanese, Milano, tip. Ditta Wilmant di G. Bonulli e C., 1887; p. 707.[55]Lettere ad Antonio Panizzi di uomini illustri e di amici italiani(1823-1870)pubblicate daL. Fagan, Firenze, Barbèra, 1880; p. 80.[56]Dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.Articolo primo, Lugano, coi tipi di Gius. Ruggia e comp., 1831; in-8º. di pp. 56. E firmato: A. H. J.[57]Fu ristampato a Brescia nel 1883 dallo Stabilimento stereo-tipografico di G. Bersi e C.; in-8º. di pp. 46. Nella breve avvertenza è detto: «Il manoscritto sopra del quale fu condotta la presente edizione è una copia precisa, identica all'autografo lasciato dell'esimio autore; non già copia od estratto da quei pochissimi esemplari che vennero alla pubblica luce l'anno 1833» [correggi: 1831] «in un periodico mensile, compilato da molti esuli italiani a Parigi; periodico ch'ebbe vita di più poco che due mesi e dal quale furono ritratte poche copie per regalo ad amici e parenti». Sebbene «compilato da molti esuli italiani a Parigi», però si stampava a Lugano coi torchi di Giuseppe Ruggia. NegliScritti diGiovita Scalviniordinati per cura diN. Tommaseo,con suo proemio e altre illustrazioni, Firenze, Felice Le Monnier, 1860; in-16.º di pp. xvi-400, non fu riprodotto l'articolo «bellissimo» sul Romanzo del Manzoni, benchè promesso dall'editore stesso nella prefazione: «De' lavori suoi critici recherò quasi per intero le considerazioni sull'Ortisdel Foscolo, e quelle suiPromessi Sposi, degne dell'opera». Questo articolo, col titolo:Considerazioni critiche scritte nel 1829 da Giovita Scalvini, venne premesso all'edizione de'Promessi Sposifatta a Firenze nel 1884 da' Successori Le Monnier, ecc.

[1]Barbi M.,Alessandro Manzoni e il suo romanzo nel carteggio del Tommaseo col Vieusseux; nellaMiscellanea di studi critici, edita in onore di Arturo Graf, Bergamo, 1903; pp. 235-256.[2]I Lombardi alla prima crociata,canti quindici diTommaso Grossi, Milano, presso Vincenzo Ferrario, 1826; tre vol in-8.º di pp. VII-143, 152 e 163, dettero occasione, come ebbe a dire Ermes Visconti, a «un diluvio di libercoletti, quasi tutti pessimi, pro e contro», comparsi alla luce tra l'aprile e il maggio del 1826, per la più parte. Cfr.Vismara A.,Bibliografia di Tommaso Grossi, Como, Ostinelli, 1886, pp. 37-40. A confessione del Tommaseo, il Manzoni, «uomo di pace, non lesse di tutte quelle scritture che l'articolo nostro: fu poi forzato a leggere quel di Parenti, che lo fece, dic'egli, star male per quindici giorni». Anche «l'articolo nostro», cioè il secondo di quelli che il Tommaseo inserì nell'Antologia, di Firenze [n.º LXX, ottobre 1826, pp. 3-30], al Manzoni dispiacque. «Con quella sincerità ch'è sua propria, ma che mi onora, disse d'aver letto l'articolo, e che gli pareva impossibile che fosse mio.—E perchè? Vi traspare forse l'astio? L'invidia? Io mi conosco abietto sì, ma non tanto da invidiare al buon Grossi.—Astio no, ma disprezzo. Pare che le lodi ella le abbia concesse alla compassione e al riguardo degli amici del Grossi; ma le abbia insieme attemperate, anzi sepolte sotto la censura e il biasimo».L'articolo di Marcantonio Parenti (nato a Montecuccolo nel Frignano il 30 gennaio 1788 e morto a Modena il 23 giugno del 1862), che fece giustamente indignare il Manzoni, sfuggì alla diligenza del Vismara. S'intitola:Riflessioni sulla Mitologia e sul Romanticismo in occasione che si pubblica per la prima voltaIl Doroteodell'Ottonelli. Si legge a pp. 401-418 del tom. IX e a pp. 3-41 del tom. X delleMemorie di religione, di morale e di letteratura, di Modena.[3]In una lettera del febbraio '26 aveva scritto, parlando del Romanzo: «prima della gita pedestre, non può finirlo». Si trattava di un «viaggio pedestre di Manzoni nel Bergamasco», che il Vieusseux riteneva desse «luogo a qualche bella descrizione nel suo romanzo».[4]Il Rosmini, il 23 novembre del '26, scriveva al prof. Pier Alessandro Paravia: «Leggo di questi giorni il Romanzo del Manzoni, che parmi una maraviglia. Egli mel comunica per sua gentilezza: io me ne inebrio, e penso che all'Italia apparirà come cosa nuova: e a sì limpido lume novellamente acceso, a lei parrà esserle accresciuto il veder della mente. Che cognizione dell'uman cuore! che verità! che bontà, la quale ovunque trabocca da un cuor ricolmo!»[5]Il secondo tomo della prima edizione abbraccia i capitoli XII-XXIV.[6]Per testimonianza dellaGazzetta di Milano, «fu voce generale» che il titolo distoria milanese del secolo XVII, scoperta e rifatta«altro non significhi se non che l'autore tolse qua e là da croniche e storie molti particolari della sua opera, ma che il merito di averla tessuta e ordinata sia tutta di sua spettanza».[7]È la scena nella quale il P. Cristoforo chiede perdono al fratello dell'uomo che odiava cordialmente, e che uccise. A quella scena sublime, taluno de' parenti, «che, per la cinquantesima volta, avrebbe raccontato come il conte Muzio suo padre aveva saputo in quella famosa congiuntura, far stare a dovere il marchese Stanislao, ch'era quel rodomonte che ognun sa, parlò invece delle penitenze e della pazienza mirabile d'un fra Simone, morto molt'anni prima». È un accenno alla vendetta che prese il conte Muzio Pallavicino contro il marchese Stanislao Piasio; tremenda tragedia della quale in Cremona si parlò per gran tempo e ne son piene le sue cronache.[8]Io, per verità, non ci so vedere tutto il veleno che ci vede il Tommaseo. È gente di corta levatura, che essendo incapace d'abbracciare con uno sguardo solo la bellezza dell'insieme, la gusta ne' brani che la colpiscono maggiormente.[9]Il Monti però ne scrisse al Manzoni con viva ammirazione. «Papadopoli e Prina» (son sue parole) «mi aveano messo in core la dolce speranza che mi avreste presto consolato d'una vostra desideratissima visita. Deluso di questa lusinga, e temendo che la mia imminente mossa per Roma mi tolga la consolazione di più rivedervi, poichè l'un dì più che l'altro sento avvicinarsi il mio fine, mi presento in iscritto per dirvi che vado ad aspettarvi in cielo, dove ho certa speranza di rivedervi a suo tempo. Intanto prima che il mio don Abbondio m'intuoni ilproficiscere, vo' dirvi che ho ricevuto i vostriSposi Promessi, e di essi dirò quello che già dissi delCarmagnola: vorrei esserne io l'autore. Ho letta la vostra novella, e finitane la lettura, mi son sentito meglio nel core. Sì, mio caro Manzoni; il vostro ingegno è mirabile, e il vostro core è una fontana d'inesauribili affetti, ciò che rende singolare il vostro scrivere e vi pone in un'altezza, cui solo possono aggiungere ipauci quos aequus amavit Jupiter, al modo stesso che pochi possono amarvi e stimarvi come il tutto vostroMonti».[10]A Mario Pieri sapeva un po' duro che «il dottissimo e classico Niccolini siasi degnato di accostarsi ai Romantici; e tanto più che in quel tempo appunto correvano alcune sentenze del signor Capo-Romantico Manzoni, le quali facevano stomacare gli uomini di buon senno e sogghignare gli stolti giovinastri della sua scuola. Allorchè uscì, per esempio, quel bellissimo sermone del Monti in difesa della Mitologia, e contra coloro i quali volevano proscriverla, il signor Manzoni andava dicendo esser quello il ventottesimobullettinodel Classicismo, accennando al ventottesimo e ultimo di Napoleone; e quando uscì il poema del Grossi,I Lombardi alla prima Crociata, il medesimo Manzoni recitava per lo senno a mente gl'interi canti di quel poema, e i fanatici Romantici, suoi seguaci, andavano esclamando:Povero Tasso!Povero Tasso!O povero Tasso!Ora nessuno ignora di qual ridicolo andarono ricoperte dalla giusta Italia quelle stolte sentenze». Il Pieri vide per la prima volta «il corifèo del Romanticismo in Italia» (così chiama il Manzoni) in casa Vieusseux e poi lo frequentò «alla locanda delle Quattro nazioni Lungarno, dove albergava con tutta la sua famiglia, cioè madre, moglie e sei figliuoli, per quei tre o quattro mesi ch'ei si trattenne in Firenze» nel 1827. «La sua fisonomia palesa a chi l'osserva» (son sue parole) «animo gentile ed alto ingegno. In Milano io non l'avea cercato mai, per non rompere la vita solitaria ch'egli amava di condurre in mezzo alla sua famiglia; la quale, secondo allora si diceva, offeriva il modello delle ottime famiglie. Egli è agiato di beni di fortuna, ma non gode salute nè egli, nè la sua donna. È uomo religioso (dicono) e galantuomo. Peccato che sia invaso dalla romanticomania! Ma egli forse direbbe di me: peccato ch'egli sia invaso dalla classicomania!... Ma dopo averlo frequentato, mi vennero udite in bocca sua tante e sì strane sentenze da trasecolare; nè io so tenere per uomo modesto, e forse neppur vero religioso, chi si vuoi creare capo-setta, e tratta con gran disprezzo i più grandi uomini dell'Italiana letteratura, e sopra tutto il grandissimo e infelicissimo Torquato Tasso. Indi a dieci anni mi venne per caso in mano una sua scrittura inedita, che mi fece variare il mio primo sentimento e raffermare nel secondo, siccome quella che me lo rappresentava un fanatico, il quale per poco non si recherebbe a distruggere, come papa Gregorio, tutt'i libri classici. Essa è in forma di lettera, con questo titolo:Sopra i diversi sistemi di Poesia, lettera di Alessandro Manzoni, in risposta a rispettabile amico di Torino(ch'è il fanatico vecchio Azeglio),1823. Nè alcuno immaginarsi saprebbe le assurdità che quello scritto contiene. Il Romanticismo, egli dice, si propone il vero, l'utile, il buono, il ragionevole. E giacchè egli non fa che asserire senza provare, e propone un Romanticismo tutto suo, e non qual si vede nella pratica degli scrittori romantici; io risponderò francamente del no; ed avrò, ciò che a lui manca, per miei argomenti il fatto reale; e dirò all'incontro, che il Romanticismo si propone il falso, lo strano, il disordine, la deformità del vizio, lo scandaloso, il delitto, l'assurdo. Vedi tutte le opere de' Romantici in ogni genere di letteratura, ed anche nelle belle arti: vedi la grande opera drammatica, ilDottor Fausto, del vostro principe Goethe, per cui vi sentite struggere d'ammirazione, anzi che voi adorate qual nume. E quali sono i protagonisti e gli eroi de' signori Romantici? I carnefici, i ladri, gli scellerati d'ogni maniera, o contadini, o buffoni, e simili personaggi: e le scene che ci presentano son tutte degne di loro, e ci tocca veder su i teatri i patiboli e le torture, ed ogni sorta di sacrilegi. Ecco la tendenza religiosa, e il bel vero, e l'utile, e il buono, e il ragionevole del Romanticismo, come pretende il signor Manzoni». Cfr.Della vita diMario Pieri,corcirese, scritta da lui medesimo, libri sei, Firenze, coi tipi di Felice Le Monnier, 1850; vol II, pp. 63 e 67-69.Anche a pp. 369-370 del tom. IV delle Opere, Firenze, Le Monnier, 1851, scaglia le sue folgori contro il Manzoni, e trova ilConte di Carmagnola«tragedia senza capo nè coda, e senza quasi nessuno di que' pregi che rendono bella, e di assai malagevole composizione, una tragedia». Riconosce però che «vi ha di be' versi, di belli e profondi concetti, qualche bella parlata; ma nè un atto, nè un'intera scena che corrano bene». Nè lo risparmia nel dialogo:La letteratura classica e la romantica, che si legge a pp. 101-178 del tom. III delleOperestesse.[11]Giornale Arcadico; tom. XXXII [1828], pp. 366-367.[12]Indicatore Genovese, n.º 11, 9 agosto 1828, Cfr.Mazzini G.,Scritti editi e inediti(4.ª edizione); II, 57-61.[13]Il Cesari lasciò manoscritti alcuni Pensieri sui Promessi Sposi, che vedranno la luce ne' suoiOpuscoli linguistici e letterari, che sta raccogliendo e ordinando il sig. Giuseppe Guidetti di Reggio dell'Emilia.[14]In una lettera del Giordani al Testa, scritta da Milano il 5 novembre 1821, si legge: «Vidi la canzone» [Il Cinque Maggio] «del Manzoni; lodata da molti. Non disputo sull'argomento: ognun dice quello che vuole. Ma a me pare (quanto alla frase) che alle volte non abbia saputo dire quel che voleva; e alle volte non so che cosa volesse dire. È bello il suo Inno sulla Risurrezione di Cristo».[15]Giordani P.,Lettere inedite a Lazzaro Papi, Lucca, tip. di Gio. Baccelli, 1851; pag. 105.[16]Il 6 luglio del '32 scriveva a Ferdinando Grillenzoni, a Genova: «Sarà costì il Manzoni; ed ella lo vedrà dal Marchese [Di Negro]. Io la prego di ossequiarlo da mia parte; e di scrivermene poi copiosamente». E il 24 del mese stesso: «Mi piace che abbia veduto Manzoni; e la prego di rammentarle una mia veramente affettuosa venerazione; perchè io lo tengo per uomo glorioso e utile all'Italia... Veda un poco se è vero quel che dice quel giornale, che ora Manzoni siasi dato a studi di purismo; e in che forma: e che cosa sta ora lavorando. E veda un poco (ma con garbo) se conosce le cose di Leopardi, e che opinione ne ha». Il 30 gliene tratta di nuovo: «Le ripeterò che bramo di sapere se Manzoni è costì per salute, o per piacere. Desidero che sia per solo piacere. Egli ha la coscienza e l'Europa, che devono rendergli inutili le ammirazioni di tutti i pari miei: ma io confesso che mi fa un vero piacere l'ammirarlo. E prego V. S. d'imprimersi bene in mente i suoi discorsi, per potermene far godere in qualche modo. Io sento un pungente dispiacere di non esser costì, e potere ascoltarlo. Se io fossi capace di fare una Deca di Livio (mi pare dir molto), io cambierei questo piacere col piacere di udir lui. E, per ispalancare il fondo dell'animo mio, ci sono alcuni (non molti) ch'io posso ascoltar volentieri; ma egli è il solo ch'io veramente desidero di potere udire, e in quelle cose ch'io non so, o alle quali non ho pensato; e in quelle nelle quali non penso ora come lui. Egli è il solo (Dio perdonami questa sciocchezza) dal quale io desidererei imparare. Facilmente mi accorderei seco circa i romanzi storici (come si chiaman ora), nè piangerei se il mondo non ne vedesse più. Ma non consento di porre in quel genere iPromessi Sposi; che mi paiono uno stupendo lavoro Senofonteo, un carissimo e utilissimo lavoro; e ben vorrei che Manzoni (ch'egli solissimo può) ne facesse un secondo. Del resto, la sua sentenza su tutte le finzioni è nobilissima; è degna dell'intelletto giunto al suo equatore; e la ricevo nell'anima; anzi già l'avevo, e mi giova di vederla confermata da lui. Oh mi è ora un vero tormento al cuore non esser costì! Ella mi riverisca tanto, con ogni effusion di sentimento quel Manzoni, che è proprio l'idolo de' miei pensieri. Oh (mi viene in mente) quanto son poco degni di lodarlo certi cervellacci frateschi; come per esempio quel frataccio Niccolò [Tommaseo]. Ma di ciò zitto, veda: ch'io non voglio pettegolezzi. Ma se lei come lei potesse destramente sentire che cosa pensa Manzoni di quel sì fanatico e sconvolto cervello, l'avrei caro. E tal gente crede d'avere la religione, la poesia, la filosofia di Manzoni! Ma dov'hanno la sua testa e il suo cuore? Per dio, credo esserne meno lontano io, colla mia impotenza poetica, e la mia piena incredulità. Io gli sono lontano, e io meglio di tutti so il quanto; ma almeno non gli volto le spalle». Il 17 d'agosto rincalza: «Mi riverisca senza fine Manzoni, e molto le sue Signore. Ma è un eccesso di cortesia il dire che a lui abbian potuto in nessun modo giovare le mie parole; perchè io lo vidi troppo poco, a ragione del mio desiderio; e amai molto più (come ancora farei) di ascoltarlo che di parlare; e poco, troppo poco potei goderne, poichè tanti cercavano di occuparlo».Sei anni dopo, il 27 novembre '38, scrivendo parimente al Grillenzoni, esce a dire: «Compreso Walter Scott, non trovo uno di tanti romanzi, che possa produrre un minimo bene: eccetto l'unico Manzoni; che mi par sempre cosa bellissima e utilissima».[17]All'attrice Maddalena Pelzet, la degna interpetre delle sue tragedie, che era allora a Milano prima donna nella Compagnia Rattopulo, scrisse il 19 febbraio del '29: «Ricordatemi al Bertolotti, alla cui tragedia desidero un esito fortunato: se io fossi, com'egli dice, il primo dei tragici viventi, bisogna dire che si stia male davvero: egli parlerà del Manzoni, le cui tragedie, quantunque non siano per la scena, almeno secondo le nostre abitudini, contengono tante bellezze, che il plauso dell'Europa meritamente lo corona sopra tutti. Voi sapete qual concetto io abbia fatto sempre di questo veramente grand'uomo: ciò che vi scrivo a Milano, ve l'ho detto a Firenze.»[18]In una lettera di Pierfrancesco Leopardi al fratello Giacomo, del 1º giugno '28, si legge: «Avendoci voi scritto una volta che conoscevate il celebre Manzoni, ho pensato di farvi cosa grata col mandarvi una copia dei suoiInni. Volendo la marchesa Roberti stampare qualche cosa per la monaca Rossi, babbo le propose quest'Inni, e vi fece la dedicatoria. E vi mando questo libro, più perchè leggiate questa, che gl'Inni, perchè m'immagino che lo stesso Manzoni ve li avrà dati a leggere. Fatemi dire in una delle lettere che ci scriverete, dove attualmente si trovi il suddetto Manzoni».[19]Antologia, di Firenze, tom. XXVII, n. 81, settembre 1827, pp. 71-75.[20]Guerrazzi F. D.,Manzoni, Verdi e l'Albo Rossiniano, Milano, Tip. Sociale, 1874; p. 73.[21]A proposito di questa scatola scrive loStampa[II, 87-88]: «Il Manzoni raccontò (e lo udii colle mie orecchie) «ch'egli aveva l'intenzione di lasciar fuori, come superfluo, l'episodio del P. Cristoforo che, chiamati a sè i due sposi, dice loro:Figliuoli! voglio che abbiate un ricordo del povero frate, e dopo di aver data loro la scatola, lavorata conuna certa finitezza cappuccinesca, contenente gli avanzidi quel pane, dice loro:Fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo mondo...dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto! e che preghino anche loro, per il povero frate!Ma per l'appunto il consigliere abate don Gaetano Giudici non gli permise assolutamente quella ommissione, dicendo che era il più bello e commovente episodio del romanzo». Il figliastro gli chiese la ragione di questo taglio che avrebbe voluto fare, e rispose: «Che vuoi!... a me pareva un di più».[22]L'editore Gaspero Barbèra, che il 7 settembre del '50 visitò il Guerrazzi in prigione, racconta: «Saputo che ero allora allora ritornato da un viaggio in Lombardia e nel Veneto, il discorso è caduto sul Grossi... Del Manzoni ammirava più l'Adelchie ilCarmagnola, che non iPromessi Sposi; osservando che la lingua onde questi sono scritti non è cosa da menare quel gran rumore che se ne faceva, dacchè quando un toscano parla anche da sguajato, un po' più un po' meno, dice quelle frasi che neiPromessi Sposisi vedono collocate a far mostra di sè». Cfr.Barbèra G.,Memorie di un editore, Firenze, 1883; pp. 81-82.[23]Il Giordani ne' suoiPensieri per uno scritto sui Promessi Sposiloda il Manzoni di «aver creato nuovo odio ad antichi rei di calamità italiane», al «dominatore straniero e lontano, ignorante e crudele, superstizioso ed improvvido». Cfr.Giordani P.,Scritti editi e postumi; IV, 132-134.Giosuè Carducci, applaudendo in Lecco «all'interezza dell'arte in Alessandro Manzoni», disse che «fece del romanzo la gran vendetta su 'l dispotismo straniero e su 'l sacerdozio servile ed ateo». Cfr.Carducci G.,Confessioni e battaglie,serie seconda, Bologna, Zanichelli, 1902; pp. 306-309.[24]Mamiani T.,Manzoni e Leopardi; nellaNuova Antologia, vol XXIII [1873], pp. 757-782.[25]Luzio A.,Giuseppe Acerbi e la«Biblioteca italiana»; nellaNuova Antologia, serie IV, vol. LXVI, fasc. 23, 1º decembre 1896, p. 481.[26]Il De Müller del 1829 venne in Italia e vi dimorò alcuni mesi. Nelle sueMemorie, che son rimaste inedite, descrivendo quel viaggio, parla a lungo della visita che fece al Manzoni a Brusuglio. Un brano di questo episodio fu pubblicato a Weimar nel 1832 col titolo:C. W. Müller,Goethe's letzte lit.Thaetigkeit, e poi per intiero venne messo alle stampe nel 1871 daC. A. H. Burkhardtnel n. 45 delMagazin für die Literatur des Auslandes. Ne dette la traduzioneL. SenigaglianellaRivista contemporanea, di Firenze, ann. I, vol. II, pp. 359-365.[27]Les Fiancés, histoire milanaise du XVII siècle, découverte et refaite parAlexandre Manzoni;traduite de l'italien sur la troisième èdition parM. Rey Dussueil, Paris, Ch. Gosselin et A. Sautelet, 1828; 5 vol. in-12º. Prix, 18 francs. Il traduttore vi premise unEssai sur le roman historique et sur la littèrature italienne, che fu voltato in italiano dal giornale milaneseLa Vespa[ann. II, 1º semestre, pp. 225-230 e 276-279], facendovi, in nota, alcune osservazioni critiche. «En revoyant notre travail» (così il Rey Dussueil nell'Essai), «nous aurions pu faire aisèment disparaître toutes les tournures qui s'éloignent un peu des tournures françaises; mais ce n'était point une traduction que nous voulions donner au public; c'était, autant que possible, l'ouvrage de M. Manzoni». LaRevue encyclopèdique[tom. XXXVIII, pp. 488-490] gli fece osservare: «Pour donner au public l'ouvrage de M. Manzoni, il fallait avant tout lui donner un livre bien écrit». Parlò di questa traduzione anche laBibliothèque universelle de Genève, nuova serie, tom. III [1836], p. 268.[28]Il 29 settembre del '28 laGazzetta di Firenzenel suo n.º 109 dava questo annunzio: «La lettura del romanzo iPromessi Sposidipinge all'immaginazione alcune scene con tanta forza, verità e precisione, che chiunque sa far uso della matita sentesi invogliato di rappresentare coi mezzi dell'arte pittorica ciò che l'autore seppe con rara maestria descrivere. Il sig. Gallina, valente artista, già noto per alcuni pregiati lavori, formò dodici composizioni dei casi più interessanti del suddetto romanzo, e queste, da lui stesso litografate, verranno impresse nello Stabilimento Ricordi. Il formato della stampa sarà di oncie 8¾ per 6½; giusta dimensione per ornamento di un quartiere. La collezione verrà divisa in sei fascicoli, di due stampe per ciascuno, e se ne pubblicherà un fascicolo ogni mese. Il prezzo di ogni stampa è fissato a paoli 9 in carta della China e a paoli 6 in carta velina». L'Ecodi Milano [ann. II, n.º. 51, 29 aprile 1829, p. 204] le lodò, «tanto per l'invenzione, quanto per l'esecuzione».Francesco Pastori[Bibliografia italiana ossia Giornale generale di tutto quanto si stampa in Italia, libri, carte geografiche, litografie e novità musicali, ann. I [1828], p. 76] trovò «lodevole» il pensiero del sig. Gallina di dare disegnati in litografia i quadri principali del bellissimo romanzo del sig. Manzoni»; ed ebbe a dire «che l'impresa, ben pensata e lodevolmente eseguita, prestava materia di gradevolissimo ornamento».[29]Costumi vestiti alla festa da ballo data dal Signor Conte Batthyany(sic), Milano, litografia Elena. [Ogni fascicolo costava 20 lire italiane].[30]La Minerva Ticinese, fasc. 50, 16 decembre 1829.[31]Il «giudizio del conte O' Mahony sui Promessi Sposi di Alessandro Manzoni» fu ristampato, con la traduzione italiana a fronte, a pp. 391-413 del tom. III dell'edizione del Romanzo fatta a Lugano, presso Francesco Veladini e comp., nel 1829.[32]L'Eco, ann. VI, n. 1, 2 gennaio 1833.[33]Revue encyclopèdique, tom. XXXVI [octobre 1827], pp. 411-412.[34]Revue encyclopèdique, tom. XXXVIII [avril 1828], pp. 376-389.[35]Non senza interesse sono due lettere del Niccolini a Salvatore Viale, una del 21 e una del 5 luglio '28. La prima è questa: «IlGloboha delle dottrine ultra-romantiche, e nellaRivistail Salfi sta pedantescamente attaccato ai precetti dei classici. Questa, per chi la discerne, è disputa in gran parte di nomi, ma pur divide la repubblica letteraria in due fazioni e offusca coi pregiudizi l'intelletto. Il Salfi accusa il Manzoni nel suo articolo sugliSposi promessid'essere fautore delle istituzioni monastiche. Quest'accusa è ingiusta, e non può cadere in mente di chiunque legga spassionatamente quel libro, ed io che intimamente conosco l'autore, e sono stato la persona colla quale ei più conversasse in Firenze, posso far fede che la sua pietà è scevra di superstizione, e che non ama i frati». Nell'altra scrive: «A me premeva d'investigare le ragioni del silenzio del Salfi, ma senza però ch'ei mi potesse credere un accattalodi... Io amo più di conservare la dignità dell'animo, che mostrarmi ghiotto d'uno sciocco articolo di quel canuto e solenne buffone. E meritamente io lo chiamo così, perchè non v'è pazienza che sostenga di leggere i suoi imbratti sull'opere ch'escono in Italia: egli loda quello che fra noi si disprezza, o s'ignora, mentre maltratta e calunnia il Manzoni, primo ornamento delle lettere italiane».[36]Giuseppe Giusti racconta in una sua lettera, scritta nell'aprile del '36: «Finalmente ho parlato a Sismondi, e per due volte mi son trattenuto seco lungamente... Parlammo di Manzoni, e qui apparve singolarmente l'uomo grande. Io introdussi il discorso colla massima delicatezza, ma a bella posta, perchè voleva chiarirmi d'un dubbio, nato in me alla prima lettura di quel libro del Manzoni, ove confuta gli ultimi due capitoli dellaStoria delle Repubbliche. Sismondi parlò di quell'opera, dicendo che era ammirato della maniera urbana con la quale fu distesa: lodò la sincerità dell'autore, e ne compianse le ultime disgrazie, le quali, secondo lui, hanno contribuito non poco a confermarlo ne' suoi principii; aggiunse poi, sempre moderatamente, che gli pareva che si fosse partito da un punto molto diverso dal suo, poichè esso considerava le cose come sono attualmente, e Manzoni come dovrebbero essere. Nè so dirti quanto fossi contento di vedere che io non m'era ingannato. Credei bene di dirgli che gl'Italiani non avevano fatto gran plauso a quel libro, e che anzi, senza scemare in nulla la debita reverenza al Manzoni, era stato riguardato piuttosto come un errore, o almeno come un'opera suggerita da qualcuno che lo avvicina per secondi fini, i quali, dall'altro canto, non capiscono nell'animo integerrimo di quel sommo italiano».[37]Mamiani T.,Manzoni e Leopardi; nellaNuova Antologia; XXIII, 760-762.[38]Tragedie e poesie varie diAlessandro Manzoni,colle prose analoghe ed un'apposita prefazione del baroneCamillo Ugoni—Quindicesima edizione—Lugano, Giuseppe Ruggia e C., 1830; in 16º. di pp. XXVIII-272. La «prefazione» dell'Ugoni abbraccia le pp. V-XXVIII e porta la data: «Parigi, 19 novembre 1829». Ne diede un cenno il Tommaseo nell'Antologia, tom. XXXIX, n. 151, luglio 1830, p. 136.[39]Il Nuovo Ricoglitore, ann. III, part. I, n. 30, giugno 1827, pp. 446-451.[40]Cfr.Gazzetta di Milanodell'11 luglio 1827.[41]Corriere delle Dame, n. 36, 8 settembre 1827, pagine 285-287.[42]Gazzetta di Milanodel 15 ottobre 1827.[43]Da una lettera di Giovanni Pagni (il noto Farinello Semoli delle baruffe del Monti con la Crusca) al marchese Gian Giacomo Trivulzio, scritta da Firenze il 5 ottobre 1827, tolgo questo brano: «Ha passato in Toscana, tra Livorno e Firenze, una cinquantina di giorni il celebre Manzoni, decoro di questa capitale. Non può credere quanto sia stato onorato e distinto dalla maggior parte dei letterati e dei nobili più culti, che si son dati la premura di conoscerlo e di ammirarne il carattere. S. A. R. [il Granduca Leopoldo II] lo ha invitato alla sua mensa, trattenendosi molto con esso lui ed ha voluto mostrargli in persona la preziosa ricchissima sua biblioteca. Io ho avuto il piacere di far compagnia alla sua famiglia, che avevo conosciuta a Milano, e che, dotata di morali virtù, è degna di tanto padre di famiglia».[44]È un'allusione alSergianni Caracciolo, dramma storico del prof.G. B. De Cristoforis, Milano, 1826; in-8º. del quale parlò il Tommaseo nell'Antologia, n. LXIX, settembre 1826, pp. 104-111. AlleMelodie lirichedi Samuele Biava di Bergamo dette «gran lode» il Cantù nelRicoglitore. Invece laBiblioteca italiana«tolse a provare che poteano mostrarsi ai giovani come agli Spartani l'ilota ubriaco. Il colpo era diretto a sbalzarlo d'impiego: ma uscì una risposta, forte sino alla violenza, e segnata C. C., dove era difeso il Biava e investito il suo avversario. Fu atto generoso, perchè quell'avversario avea in mano i processi e potea mandarlo allo Spielberg; onde va data lode al difensore, che era Carlo Cattaneo». Cfr.Cantù C.,Italiani illustri ritratti; III, 79.[45]La Vespa, ann. I [1827], pp. 17-20, 38-43 e 96-103.[46]Nacque l'8 settembre del 1799; involto nelle cospirazioni del '21, «negò denunziare i compagni ed ebbe da Ferdinando III, Granduca di Toscana, per carcere un convento di frati in paese ameno, di dove lo trasse a Roma lo zio monsignore [Giovanni] Marchetti, dotto uomo, ma più illiberale del Principe lorenese, che fu ben lieto dell'esser libero da quel prigione». Cfr.Tommaseo N.,Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo,memorie, Firenze, 1863; p. 44. «Passati gli anni successivi in privati impieghi, non però alieni da' cari studi, in Rimini e indi a Roma, appena tornato a Empoli nel settembre del '29, fu sorpreso da febbri violente, che si volsero in tisi, e il 16 decembre tolto a' viventi». Così ilMontani[Antologia, n.º 108, decembre 1829, pp. 96-97], che aggiunge: «Ei meditava, dicesi, un'opera storica; e forse per consacrarvisi avea rifiutata la sopraintendenza agli studi nel Seminario di S. Marino, offertagli dal celebre Borghesi a nome de' magistrati di quella Repubblica... Ultimo scritto di lui, e soggetto d'ancor recenti, nè punto blande censure, fu quello sugl'Innidel Manzoni. Io tremava, lo confesso, al pensiero che queste censure potessero, nello stato in cui egli trovavasi, pervenire al suo orecchio... Innamorato delle forme classiche, siccome quegli che dall'adolescenza fu sempre co' latini e co' greci, e co' nostri che meglio li imitarono, ove gli parve di trovar meno di queste forme, gli parve trovar meno di poesia. Così, trattandosi di teorie (veggasi la maggior parte de' suoi articoli dell'Arcadico) ove gli parve di trovar discrepanza da' principii de' classici, gli parve di trovare opposizione assoluta da' principii dei gusto».Appunto nell'Arcadico[xxxvi; 305] discorrendo della versione delleOdidi Pindaro fatta da Giuseppe Borghi prese a mordere «la miserabile e bislacca e torta foggia di metri regalataci con tante altre cose non poetiche e non italiane da Alessandro Manzoni». Il Borghi, in una lettera a Gaetano Cioni, stampata nell'Antologia[n.º 87, marzo 1828, pp. 166-167], sorse a difesa del Poeta; ma l'iroso critico, duro più che mai in quel suo giudizio, diede fuori lo scritto:Intorno gl'Inni sacri di Alessandro Manzoni dubbidiGiuseppe Salvagnoli Marchetti, Roma 1829. Presso la Libreria Moderna, Via del Corso n.º 348 [In Macerata, presso Benedetto di Antonio Cortesi]; in-16.º di pp. xxiv-112. A questi «biasimi da pedante», come li chiama il Tommaseo, l'Arcadico[XLII, 131] applaudì di gran cuore. LaBiblioteca italiana[tom. 55, luglio 1829, pp. 1-20], pur non menandogli buone tutte quante le censure, concluse: «Il parlare di originalità, di nuova scuola, d'ingegno divino, di culto, è un sostituire l'entusiasmo alla ragione, un traviare il giudizio dei giovani e dar nascimento a quelle tante poesie che il Manzoni non vorrebbe al certo aver fatte e nemmanco approvate, e non di meno si credono manzoniane». Enrico Mayer, peraltro, nell'Antologia[n.º 104, agosto 1829, pp. 92-99] prese «a difendere» (son parole del Tommaseo) «non tanto il nome dell'Italiano poeta, quanto l'onore d'Italia», e «lo difese con alto sentimento dell'arte e con facondia cordiale». Videro pure la luce leOsservazioni di un giovane italiano sui Dubbi del signor Giuseppe Salvagnoli Marchetti intorno agli Inni sacri di Alessandro Manzoni, Reggio, tip. Toreggiani e comp.,mdcccxxx; in-16.º di pp. 230. Sono di Luigi Fratti, che, sebbene pregato dalla modestia del Poeta a «mettere da banda» il lavoro, per consiglio del P. Bottini gesuita, lo diede alle stampe. Cfr. intorno a questa controversia:Gambini Carlo,Richiamo di alcune verità manifestate nel 1829 dal Salvagnoli sugli Inni sacri del Manzoni, Milano, tip. Galli e Raimondi, [1882]; in-16.º di pp. 12.—Intorno gl'Inni sacri di Alessandro Manzoni dubbi diGiuseppe Salvagnoli Marchetti,ristampati con aggiunte, in forma di dialogo, fatte daFederico Balsimelli, Bologna, tipografia pont. Mareggiani, 1882; in-16.º di pp. 360.[47]Questo «sunto» si legge in una recensione che il Salvagnoli Marchetti fece delleProse sceltedel principe don Pietro Odescalchi, e che inserì nelGiornale Arcadico, tom. 42, aprile-giugno 1829, pp. 95-109. La recensione e il «sunto» gli attirarono sulle spalle alcune sferzate dellaBiblioteca italiana[tom. 55, luglio 1829, pp. 29-31], che lo fecero talmente andare in furore, da scrivere: «a ingiurie sì fatte, quali sono le vostre, meglio si converrebbe, se fosse lecito, rispondere con la spada che con la penna». Cfr. Giornale Arcadico, tom. cit., pp. 355-364.[48]Nuovo Giornale de' letterati, di Pisa, tom. XV. Letteratura, scienze morali e arti liberali [1827], pp. 215-232 e tom. XVI. Letteratura, ecc. [1828], pp. 64-93.[49]P. Felice da Mezzana cappuccino, Cenni sul P. Cristoforo del Manzoni, Crema, tip. S. Pantaleone di L. Meleri, 1899; p. 6.[50]Sui Promessi Sposi, storia milanese del sec. XVII, scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni, ragionamento critico di Don Anonimo, autore di varj opuscoli pubblicati colle iniziali P.º G.º S-P.º, Milano, coi torchi di Omobono Manini, dicembre 1827; in-16º. di pp. 64.[51]Giornale dell'italiana letteratura, compilato da una società di letterati italiani sotto la direzione ed a spese diNicolò da Rio, tom. LXV della serie intiera, serie IV, tom, I [Padova, tip. del Seminario, 1828], pp. 265-268.[52]Rivista, letteraria dei libri che si stamparono in Torino negli anni 1827 e 1828, Torino, per gli eredi Botta, 1829; pp. 119-120 e 138-146.[53]Chiappa G.,Sui Romanzi in generale ed in particolare sul Gerolimì ossia Nano di una Principessa dell'autore della Sibilla Odaleta; inLa Minerva Ticinese, giornale di scienze, lettere, arti, teatri e notizie patrie, fascicolo 37, 16 settembre 1829; pp. 635-637.[54]Anche Trussardo Caleppio volle scoccare i suoi fulmini contro il nuovo romanzo, censurandolo acerbamente nell'Almanacco critico pel 1830 di un militare in ritiro, Milano, Manini, 1829; in-16º. Cfr.Robecchi, L.Questione classico romantica, saggio d'una bibliografia; inPoesie diCarlo Portarivedute sugli originali e annotate da un milanese, Milano, tip. Ditta Wilmant di G. Bonulli e C., 1887; p. 707.[55]Lettere ad Antonio Panizzi di uomini illustri e di amici italiani(1823-1870)pubblicate daL. Fagan, Firenze, Barbèra, 1880; p. 80.[56]Dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.Articolo primo, Lugano, coi tipi di Gius. Ruggia e comp., 1831; in-8º. di pp. 56. E firmato: A. H. J.[57]Fu ristampato a Brescia nel 1883 dallo Stabilimento stereo-tipografico di G. Bersi e C.; in-8º. di pp. 46. Nella breve avvertenza è detto: «Il manoscritto sopra del quale fu condotta la presente edizione è una copia precisa, identica all'autografo lasciato dell'esimio autore; non già copia od estratto da quei pochissimi esemplari che vennero alla pubblica luce l'anno 1833» [correggi: 1831] «in un periodico mensile, compilato da molti esuli italiani a Parigi; periodico ch'ebbe vita di più poco che due mesi e dal quale furono ritratte poche copie per regalo ad amici e parenti». Sebbene «compilato da molti esuli italiani a Parigi», però si stampava a Lugano coi torchi di Giuseppe Ruggia. NegliScritti diGiovita Scalviniordinati per cura diN. Tommaseo,con suo proemio e altre illustrazioni, Firenze, Felice Le Monnier, 1860; in-16.º di pp. xvi-400, non fu riprodotto l'articolo «bellissimo» sul Romanzo del Manzoni, benchè promesso dall'editore stesso nella prefazione: «De' lavori suoi critici recherò quasi per intero le considerazioni sull'Ortisdel Foscolo, e quelle suiPromessi Sposi, degne dell'opera». Questo articolo, col titolo:Considerazioni critiche scritte nel 1829 da Giovita Scalvini, venne premesso all'edizione de'Promessi Sposifatta a Firenze nel 1884 da' Successori Le Monnier, ecc.

[1]Barbi M.,Alessandro Manzoni e il suo romanzo nel carteggio del Tommaseo col Vieusseux; nellaMiscellanea di studi critici, edita in onore di Arturo Graf, Bergamo, 1903; pp. 235-256.[2]I Lombardi alla prima crociata,canti quindici diTommaso Grossi, Milano, presso Vincenzo Ferrario, 1826; tre vol in-8.º di pp. VII-143, 152 e 163, dettero occasione, come ebbe a dire Ermes Visconti, a «un diluvio di libercoletti, quasi tutti pessimi, pro e contro», comparsi alla luce tra l'aprile e il maggio del 1826, per la più parte. Cfr.Vismara A.,Bibliografia di Tommaso Grossi, Como, Ostinelli, 1886, pp. 37-40. A confessione del Tommaseo, il Manzoni, «uomo di pace, non lesse di tutte quelle scritture che l'articolo nostro: fu poi forzato a leggere quel di Parenti, che lo fece, dic'egli, star male per quindici giorni». Anche «l'articolo nostro», cioè il secondo di quelli che il Tommaseo inserì nell'Antologia, di Firenze [n.º LXX, ottobre 1826, pp. 3-30], al Manzoni dispiacque. «Con quella sincerità ch'è sua propria, ma che mi onora, disse d'aver letto l'articolo, e che gli pareva impossibile che fosse mio.—E perchè? Vi traspare forse l'astio? L'invidia? Io mi conosco abietto sì, ma non tanto da invidiare al buon Grossi.—Astio no, ma disprezzo. Pare che le lodi ella le abbia concesse alla compassione e al riguardo degli amici del Grossi; ma le abbia insieme attemperate, anzi sepolte sotto la censura e il biasimo».L'articolo di Marcantonio Parenti (nato a Montecuccolo nel Frignano il 30 gennaio 1788 e morto a Modena il 23 giugno del 1862), che fece giustamente indignare il Manzoni, sfuggì alla diligenza del Vismara. S'intitola:Riflessioni sulla Mitologia e sul Romanticismo in occasione che si pubblica per la prima voltaIl Doroteodell'Ottonelli. Si legge a pp. 401-418 del tom. IX e a pp. 3-41 del tom. X delleMemorie di religione, di morale e di letteratura, di Modena.[3]In una lettera del febbraio '26 aveva scritto, parlando del Romanzo: «prima della gita pedestre, non può finirlo». Si trattava di un «viaggio pedestre di Manzoni nel Bergamasco», che il Vieusseux riteneva desse «luogo a qualche bella descrizione nel suo romanzo».[4]Il Rosmini, il 23 novembre del '26, scriveva al prof. Pier Alessandro Paravia: «Leggo di questi giorni il Romanzo del Manzoni, che parmi una maraviglia. Egli mel comunica per sua gentilezza: io me ne inebrio, e penso che all'Italia apparirà come cosa nuova: e a sì limpido lume novellamente acceso, a lei parrà esserle accresciuto il veder della mente. Che cognizione dell'uman cuore! che verità! che bontà, la quale ovunque trabocca da un cuor ricolmo!»[5]Il secondo tomo della prima edizione abbraccia i capitoli XII-XXIV.[6]Per testimonianza dellaGazzetta di Milano, «fu voce generale» che il titolo distoria milanese del secolo XVII, scoperta e rifatta«altro non significhi se non che l'autore tolse qua e là da croniche e storie molti particolari della sua opera, ma che il merito di averla tessuta e ordinata sia tutta di sua spettanza».[7]È la scena nella quale il P. Cristoforo chiede perdono al fratello dell'uomo che odiava cordialmente, e che uccise. A quella scena sublime, taluno de' parenti, «che, per la cinquantesima volta, avrebbe raccontato come il conte Muzio suo padre aveva saputo in quella famosa congiuntura, far stare a dovere il marchese Stanislao, ch'era quel rodomonte che ognun sa, parlò invece delle penitenze e della pazienza mirabile d'un fra Simone, morto molt'anni prima». È un accenno alla vendetta che prese il conte Muzio Pallavicino contro il marchese Stanislao Piasio; tremenda tragedia della quale in Cremona si parlò per gran tempo e ne son piene le sue cronache.[8]Io, per verità, non ci so vedere tutto il veleno che ci vede il Tommaseo. È gente di corta levatura, che essendo incapace d'abbracciare con uno sguardo solo la bellezza dell'insieme, la gusta ne' brani che la colpiscono maggiormente.[9]Il Monti però ne scrisse al Manzoni con viva ammirazione. «Papadopoli e Prina» (son sue parole) «mi aveano messo in core la dolce speranza che mi avreste presto consolato d'una vostra desideratissima visita. Deluso di questa lusinga, e temendo che la mia imminente mossa per Roma mi tolga la consolazione di più rivedervi, poichè l'un dì più che l'altro sento avvicinarsi il mio fine, mi presento in iscritto per dirvi che vado ad aspettarvi in cielo, dove ho certa speranza di rivedervi a suo tempo. Intanto prima che il mio don Abbondio m'intuoni ilproficiscere, vo' dirvi che ho ricevuto i vostriSposi Promessi, e di essi dirò quello che già dissi delCarmagnola: vorrei esserne io l'autore. Ho letta la vostra novella, e finitane la lettura, mi son sentito meglio nel core. Sì, mio caro Manzoni; il vostro ingegno è mirabile, e il vostro core è una fontana d'inesauribili affetti, ciò che rende singolare il vostro scrivere e vi pone in un'altezza, cui solo possono aggiungere ipauci quos aequus amavit Jupiter, al modo stesso che pochi possono amarvi e stimarvi come il tutto vostroMonti».[10]A Mario Pieri sapeva un po' duro che «il dottissimo e classico Niccolini siasi degnato di accostarsi ai Romantici; e tanto più che in quel tempo appunto correvano alcune sentenze del signor Capo-Romantico Manzoni, le quali facevano stomacare gli uomini di buon senno e sogghignare gli stolti giovinastri della sua scuola. Allorchè uscì, per esempio, quel bellissimo sermone del Monti in difesa della Mitologia, e contra coloro i quali volevano proscriverla, il signor Manzoni andava dicendo esser quello il ventottesimobullettinodel Classicismo, accennando al ventottesimo e ultimo di Napoleone; e quando uscì il poema del Grossi,I Lombardi alla prima Crociata, il medesimo Manzoni recitava per lo senno a mente gl'interi canti di quel poema, e i fanatici Romantici, suoi seguaci, andavano esclamando:Povero Tasso!Povero Tasso!O povero Tasso!Ora nessuno ignora di qual ridicolo andarono ricoperte dalla giusta Italia quelle stolte sentenze». Il Pieri vide per la prima volta «il corifèo del Romanticismo in Italia» (così chiama il Manzoni) in casa Vieusseux e poi lo frequentò «alla locanda delle Quattro nazioni Lungarno, dove albergava con tutta la sua famiglia, cioè madre, moglie e sei figliuoli, per quei tre o quattro mesi ch'ei si trattenne in Firenze» nel 1827. «La sua fisonomia palesa a chi l'osserva» (son sue parole) «animo gentile ed alto ingegno. In Milano io non l'avea cercato mai, per non rompere la vita solitaria ch'egli amava di condurre in mezzo alla sua famiglia; la quale, secondo allora si diceva, offeriva il modello delle ottime famiglie. Egli è agiato di beni di fortuna, ma non gode salute nè egli, nè la sua donna. È uomo religioso (dicono) e galantuomo. Peccato che sia invaso dalla romanticomania! Ma egli forse direbbe di me: peccato ch'egli sia invaso dalla classicomania!... Ma dopo averlo frequentato, mi vennero udite in bocca sua tante e sì strane sentenze da trasecolare; nè io so tenere per uomo modesto, e forse neppur vero religioso, chi si vuoi creare capo-setta, e tratta con gran disprezzo i più grandi uomini dell'Italiana letteratura, e sopra tutto il grandissimo e infelicissimo Torquato Tasso. Indi a dieci anni mi venne per caso in mano una sua scrittura inedita, che mi fece variare il mio primo sentimento e raffermare nel secondo, siccome quella che me lo rappresentava un fanatico, il quale per poco non si recherebbe a distruggere, come papa Gregorio, tutt'i libri classici. Essa è in forma di lettera, con questo titolo:Sopra i diversi sistemi di Poesia, lettera di Alessandro Manzoni, in risposta a rispettabile amico di Torino(ch'è il fanatico vecchio Azeglio),1823. Nè alcuno immaginarsi saprebbe le assurdità che quello scritto contiene. Il Romanticismo, egli dice, si propone il vero, l'utile, il buono, il ragionevole. E giacchè egli non fa che asserire senza provare, e propone un Romanticismo tutto suo, e non qual si vede nella pratica degli scrittori romantici; io risponderò francamente del no; ed avrò, ciò che a lui manca, per miei argomenti il fatto reale; e dirò all'incontro, che il Romanticismo si propone il falso, lo strano, il disordine, la deformità del vizio, lo scandaloso, il delitto, l'assurdo. Vedi tutte le opere de' Romantici in ogni genere di letteratura, ed anche nelle belle arti: vedi la grande opera drammatica, ilDottor Fausto, del vostro principe Goethe, per cui vi sentite struggere d'ammirazione, anzi che voi adorate qual nume. E quali sono i protagonisti e gli eroi de' signori Romantici? I carnefici, i ladri, gli scellerati d'ogni maniera, o contadini, o buffoni, e simili personaggi: e le scene che ci presentano son tutte degne di loro, e ci tocca veder su i teatri i patiboli e le torture, ed ogni sorta di sacrilegi. Ecco la tendenza religiosa, e il bel vero, e l'utile, e il buono, e il ragionevole del Romanticismo, come pretende il signor Manzoni». Cfr.Della vita diMario Pieri,corcirese, scritta da lui medesimo, libri sei, Firenze, coi tipi di Felice Le Monnier, 1850; vol II, pp. 63 e 67-69.Anche a pp. 369-370 del tom. IV delle Opere, Firenze, Le Monnier, 1851, scaglia le sue folgori contro il Manzoni, e trova ilConte di Carmagnola«tragedia senza capo nè coda, e senza quasi nessuno di que' pregi che rendono bella, e di assai malagevole composizione, una tragedia». Riconosce però che «vi ha di be' versi, di belli e profondi concetti, qualche bella parlata; ma nè un atto, nè un'intera scena che corrano bene». Nè lo risparmia nel dialogo:La letteratura classica e la romantica, che si legge a pp. 101-178 del tom. III delleOperestesse.[11]Giornale Arcadico; tom. XXXII [1828], pp. 366-367.[12]Indicatore Genovese, n.º 11, 9 agosto 1828, Cfr.Mazzini G.,Scritti editi e inediti(4.ª edizione); II, 57-61.[13]Il Cesari lasciò manoscritti alcuni Pensieri sui Promessi Sposi, che vedranno la luce ne' suoiOpuscoli linguistici e letterari, che sta raccogliendo e ordinando il sig. Giuseppe Guidetti di Reggio dell'Emilia.[14]In una lettera del Giordani al Testa, scritta da Milano il 5 novembre 1821, si legge: «Vidi la canzone» [Il Cinque Maggio] «del Manzoni; lodata da molti. Non disputo sull'argomento: ognun dice quello che vuole. Ma a me pare (quanto alla frase) che alle volte non abbia saputo dire quel che voleva; e alle volte non so che cosa volesse dire. È bello il suo Inno sulla Risurrezione di Cristo».[15]Giordani P.,Lettere inedite a Lazzaro Papi, Lucca, tip. di Gio. Baccelli, 1851; pag. 105.[16]Il 6 luglio del '32 scriveva a Ferdinando Grillenzoni, a Genova: «Sarà costì il Manzoni; ed ella lo vedrà dal Marchese [Di Negro]. Io la prego di ossequiarlo da mia parte; e di scrivermene poi copiosamente». E il 24 del mese stesso: «Mi piace che abbia veduto Manzoni; e la prego di rammentarle una mia veramente affettuosa venerazione; perchè io lo tengo per uomo glorioso e utile all'Italia... Veda un poco se è vero quel che dice quel giornale, che ora Manzoni siasi dato a studi di purismo; e in che forma: e che cosa sta ora lavorando. E veda un poco (ma con garbo) se conosce le cose di Leopardi, e che opinione ne ha». Il 30 gliene tratta di nuovo: «Le ripeterò che bramo di sapere se Manzoni è costì per salute, o per piacere. Desidero che sia per solo piacere. Egli ha la coscienza e l'Europa, che devono rendergli inutili le ammirazioni di tutti i pari miei: ma io confesso che mi fa un vero piacere l'ammirarlo. E prego V. S. d'imprimersi bene in mente i suoi discorsi, per potermene far godere in qualche modo. Io sento un pungente dispiacere di non esser costì, e potere ascoltarlo. Se io fossi capace di fare una Deca di Livio (mi pare dir molto), io cambierei questo piacere col piacere di udir lui. E, per ispalancare il fondo dell'animo mio, ci sono alcuni (non molti) ch'io posso ascoltar volentieri; ma egli è il solo ch'io veramente desidero di potere udire, e in quelle cose ch'io non so, o alle quali non ho pensato; e in quelle nelle quali non penso ora come lui. Egli è il solo (Dio perdonami questa sciocchezza) dal quale io desidererei imparare. Facilmente mi accorderei seco circa i romanzi storici (come si chiaman ora), nè piangerei se il mondo non ne vedesse più. Ma non consento di porre in quel genere iPromessi Sposi; che mi paiono uno stupendo lavoro Senofonteo, un carissimo e utilissimo lavoro; e ben vorrei che Manzoni (ch'egli solissimo può) ne facesse un secondo. Del resto, la sua sentenza su tutte le finzioni è nobilissima; è degna dell'intelletto giunto al suo equatore; e la ricevo nell'anima; anzi già l'avevo, e mi giova di vederla confermata da lui. Oh mi è ora un vero tormento al cuore non esser costì! Ella mi riverisca tanto, con ogni effusion di sentimento quel Manzoni, che è proprio l'idolo de' miei pensieri. Oh (mi viene in mente) quanto son poco degni di lodarlo certi cervellacci frateschi; come per esempio quel frataccio Niccolò [Tommaseo]. Ma di ciò zitto, veda: ch'io non voglio pettegolezzi. Ma se lei come lei potesse destramente sentire che cosa pensa Manzoni di quel sì fanatico e sconvolto cervello, l'avrei caro. E tal gente crede d'avere la religione, la poesia, la filosofia di Manzoni! Ma dov'hanno la sua testa e il suo cuore? Per dio, credo esserne meno lontano io, colla mia impotenza poetica, e la mia piena incredulità. Io gli sono lontano, e io meglio di tutti so il quanto; ma almeno non gli volto le spalle». Il 17 d'agosto rincalza: «Mi riverisca senza fine Manzoni, e molto le sue Signore. Ma è un eccesso di cortesia il dire che a lui abbian potuto in nessun modo giovare le mie parole; perchè io lo vidi troppo poco, a ragione del mio desiderio; e amai molto più (come ancora farei) di ascoltarlo che di parlare; e poco, troppo poco potei goderne, poichè tanti cercavano di occuparlo».Sei anni dopo, il 27 novembre '38, scrivendo parimente al Grillenzoni, esce a dire: «Compreso Walter Scott, non trovo uno di tanti romanzi, che possa produrre un minimo bene: eccetto l'unico Manzoni; che mi par sempre cosa bellissima e utilissima».[17]All'attrice Maddalena Pelzet, la degna interpetre delle sue tragedie, che era allora a Milano prima donna nella Compagnia Rattopulo, scrisse il 19 febbraio del '29: «Ricordatemi al Bertolotti, alla cui tragedia desidero un esito fortunato: se io fossi, com'egli dice, il primo dei tragici viventi, bisogna dire che si stia male davvero: egli parlerà del Manzoni, le cui tragedie, quantunque non siano per la scena, almeno secondo le nostre abitudini, contengono tante bellezze, che il plauso dell'Europa meritamente lo corona sopra tutti. Voi sapete qual concetto io abbia fatto sempre di questo veramente grand'uomo: ciò che vi scrivo a Milano, ve l'ho detto a Firenze.»[18]In una lettera di Pierfrancesco Leopardi al fratello Giacomo, del 1º giugno '28, si legge: «Avendoci voi scritto una volta che conoscevate il celebre Manzoni, ho pensato di farvi cosa grata col mandarvi una copia dei suoiInni. Volendo la marchesa Roberti stampare qualche cosa per la monaca Rossi, babbo le propose quest'Inni, e vi fece la dedicatoria. E vi mando questo libro, più perchè leggiate questa, che gl'Inni, perchè m'immagino che lo stesso Manzoni ve li avrà dati a leggere. Fatemi dire in una delle lettere che ci scriverete, dove attualmente si trovi il suddetto Manzoni».[19]Antologia, di Firenze, tom. XXVII, n. 81, settembre 1827, pp. 71-75.[20]Guerrazzi F. D.,Manzoni, Verdi e l'Albo Rossiniano, Milano, Tip. Sociale, 1874; p. 73.[21]A proposito di questa scatola scrive loStampa[II, 87-88]: «Il Manzoni raccontò (e lo udii colle mie orecchie) «ch'egli aveva l'intenzione di lasciar fuori, come superfluo, l'episodio del P. Cristoforo che, chiamati a sè i due sposi, dice loro:Figliuoli! voglio che abbiate un ricordo del povero frate, e dopo di aver data loro la scatola, lavorata conuna certa finitezza cappuccinesca, contenente gli avanzidi quel pane, dice loro:Fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo mondo...dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto! e che preghino anche loro, per il povero frate!Ma per l'appunto il consigliere abate don Gaetano Giudici non gli permise assolutamente quella ommissione, dicendo che era il più bello e commovente episodio del romanzo». Il figliastro gli chiese la ragione di questo taglio che avrebbe voluto fare, e rispose: «Che vuoi!... a me pareva un di più».[22]L'editore Gaspero Barbèra, che il 7 settembre del '50 visitò il Guerrazzi in prigione, racconta: «Saputo che ero allora allora ritornato da un viaggio in Lombardia e nel Veneto, il discorso è caduto sul Grossi... Del Manzoni ammirava più l'Adelchie ilCarmagnola, che non iPromessi Sposi; osservando che la lingua onde questi sono scritti non è cosa da menare quel gran rumore che se ne faceva, dacchè quando un toscano parla anche da sguajato, un po' più un po' meno, dice quelle frasi che neiPromessi Sposisi vedono collocate a far mostra di sè». Cfr.Barbèra G.,Memorie di un editore, Firenze, 1883; pp. 81-82.[23]Il Giordani ne' suoiPensieri per uno scritto sui Promessi Sposiloda il Manzoni di «aver creato nuovo odio ad antichi rei di calamità italiane», al «dominatore straniero e lontano, ignorante e crudele, superstizioso ed improvvido». Cfr.Giordani P.,Scritti editi e postumi; IV, 132-134.Giosuè Carducci, applaudendo in Lecco «all'interezza dell'arte in Alessandro Manzoni», disse che «fece del romanzo la gran vendetta su 'l dispotismo straniero e su 'l sacerdozio servile ed ateo». Cfr.Carducci G.,Confessioni e battaglie,serie seconda, Bologna, Zanichelli, 1902; pp. 306-309.[24]Mamiani T.,Manzoni e Leopardi; nellaNuova Antologia, vol XXIII [1873], pp. 757-782.[25]Luzio A.,Giuseppe Acerbi e la«Biblioteca italiana»; nellaNuova Antologia, serie IV, vol. LXVI, fasc. 23, 1º decembre 1896, p. 481.[26]Il De Müller del 1829 venne in Italia e vi dimorò alcuni mesi. Nelle sueMemorie, che son rimaste inedite, descrivendo quel viaggio, parla a lungo della visita che fece al Manzoni a Brusuglio. Un brano di questo episodio fu pubblicato a Weimar nel 1832 col titolo:C. W. Müller,Goethe's letzte lit.Thaetigkeit, e poi per intiero venne messo alle stampe nel 1871 daC. A. H. Burkhardtnel n. 45 delMagazin für die Literatur des Auslandes. Ne dette la traduzioneL. SenigaglianellaRivista contemporanea, di Firenze, ann. I, vol. II, pp. 359-365.[27]Les Fiancés, histoire milanaise du XVII siècle, découverte et refaite parAlexandre Manzoni;traduite de l'italien sur la troisième èdition parM. Rey Dussueil, Paris, Ch. Gosselin et A. Sautelet, 1828; 5 vol. in-12º. Prix, 18 francs. Il traduttore vi premise unEssai sur le roman historique et sur la littèrature italienne, che fu voltato in italiano dal giornale milaneseLa Vespa[ann. II, 1º semestre, pp. 225-230 e 276-279], facendovi, in nota, alcune osservazioni critiche. «En revoyant notre travail» (così il Rey Dussueil nell'Essai), «nous aurions pu faire aisèment disparaître toutes les tournures qui s'éloignent un peu des tournures françaises; mais ce n'était point une traduction que nous voulions donner au public; c'était, autant que possible, l'ouvrage de M. Manzoni». LaRevue encyclopèdique[tom. XXXVIII, pp. 488-490] gli fece osservare: «Pour donner au public l'ouvrage de M. Manzoni, il fallait avant tout lui donner un livre bien écrit». Parlò di questa traduzione anche laBibliothèque universelle de Genève, nuova serie, tom. III [1836], p. 268.[28]Il 29 settembre del '28 laGazzetta di Firenzenel suo n.º 109 dava questo annunzio: «La lettura del romanzo iPromessi Sposidipinge all'immaginazione alcune scene con tanta forza, verità e precisione, che chiunque sa far uso della matita sentesi invogliato di rappresentare coi mezzi dell'arte pittorica ciò che l'autore seppe con rara maestria descrivere. Il sig. Gallina, valente artista, già noto per alcuni pregiati lavori, formò dodici composizioni dei casi più interessanti del suddetto romanzo, e queste, da lui stesso litografate, verranno impresse nello Stabilimento Ricordi. Il formato della stampa sarà di oncie 8¾ per 6½; giusta dimensione per ornamento di un quartiere. La collezione verrà divisa in sei fascicoli, di due stampe per ciascuno, e se ne pubblicherà un fascicolo ogni mese. Il prezzo di ogni stampa è fissato a paoli 9 in carta della China e a paoli 6 in carta velina». L'Ecodi Milano [ann. II, n.º. 51, 29 aprile 1829, p. 204] le lodò, «tanto per l'invenzione, quanto per l'esecuzione».Francesco Pastori[Bibliografia italiana ossia Giornale generale di tutto quanto si stampa in Italia, libri, carte geografiche, litografie e novità musicali, ann. I [1828], p. 76] trovò «lodevole» il pensiero del sig. Gallina di dare disegnati in litografia i quadri principali del bellissimo romanzo del sig. Manzoni»; ed ebbe a dire «che l'impresa, ben pensata e lodevolmente eseguita, prestava materia di gradevolissimo ornamento».[29]Costumi vestiti alla festa da ballo data dal Signor Conte Batthyany(sic), Milano, litografia Elena. [Ogni fascicolo costava 20 lire italiane].[30]La Minerva Ticinese, fasc. 50, 16 decembre 1829.[31]Il «giudizio del conte O' Mahony sui Promessi Sposi di Alessandro Manzoni» fu ristampato, con la traduzione italiana a fronte, a pp. 391-413 del tom. III dell'edizione del Romanzo fatta a Lugano, presso Francesco Veladini e comp., nel 1829.[32]L'Eco, ann. VI, n. 1, 2 gennaio 1833.[33]Revue encyclopèdique, tom. XXXVI [octobre 1827], pp. 411-412.[34]Revue encyclopèdique, tom. XXXVIII [avril 1828], pp. 376-389.[35]Non senza interesse sono due lettere del Niccolini a Salvatore Viale, una del 21 e una del 5 luglio '28. La prima è questa: «IlGloboha delle dottrine ultra-romantiche, e nellaRivistail Salfi sta pedantescamente attaccato ai precetti dei classici. Questa, per chi la discerne, è disputa in gran parte di nomi, ma pur divide la repubblica letteraria in due fazioni e offusca coi pregiudizi l'intelletto. Il Salfi accusa il Manzoni nel suo articolo sugliSposi promessid'essere fautore delle istituzioni monastiche. Quest'accusa è ingiusta, e non può cadere in mente di chiunque legga spassionatamente quel libro, ed io che intimamente conosco l'autore, e sono stato la persona colla quale ei più conversasse in Firenze, posso far fede che la sua pietà è scevra di superstizione, e che non ama i frati». Nell'altra scrive: «A me premeva d'investigare le ragioni del silenzio del Salfi, ma senza però ch'ei mi potesse credere un accattalodi... Io amo più di conservare la dignità dell'animo, che mostrarmi ghiotto d'uno sciocco articolo di quel canuto e solenne buffone. E meritamente io lo chiamo così, perchè non v'è pazienza che sostenga di leggere i suoi imbratti sull'opere ch'escono in Italia: egli loda quello che fra noi si disprezza, o s'ignora, mentre maltratta e calunnia il Manzoni, primo ornamento delle lettere italiane».[36]Giuseppe Giusti racconta in una sua lettera, scritta nell'aprile del '36: «Finalmente ho parlato a Sismondi, e per due volte mi son trattenuto seco lungamente... Parlammo di Manzoni, e qui apparve singolarmente l'uomo grande. Io introdussi il discorso colla massima delicatezza, ma a bella posta, perchè voleva chiarirmi d'un dubbio, nato in me alla prima lettura di quel libro del Manzoni, ove confuta gli ultimi due capitoli dellaStoria delle Repubbliche. Sismondi parlò di quell'opera, dicendo che era ammirato della maniera urbana con la quale fu distesa: lodò la sincerità dell'autore, e ne compianse le ultime disgrazie, le quali, secondo lui, hanno contribuito non poco a confermarlo ne' suoi principii; aggiunse poi, sempre moderatamente, che gli pareva che si fosse partito da un punto molto diverso dal suo, poichè esso considerava le cose come sono attualmente, e Manzoni come dovrebbero essere. Nè so dirti quanto fossi contento di vedere che io non m'era ingannato. Credei bene di dirgli che gl'Italiani non avevano fatto gran plauso a quel libro, e che anzi, senza scemare in nulla la debita reverenza al Manzoni, era stato riguardato piuttosto come un errore, o almeno come un'opera suggerita da qualcuno che lo avvicina per secondi fini, i quali, dall'altro canto, non capiscono nell'animo integerrimo di quel sommo italiano».[37]Mamiani T.,Manzoni e Leopardi; nellaNuova Antologia; XXIII, 760-762.[38]Tragedie e poesie varie diAlessandro Manzoni,colle prose analoghe ed un'apposita prefazione del baroneCamillo Ugoni—Quindicesima edizione—Lugano, Giuseppe Ruggia e C., 1830; in 16º. di pp. XXVIII-272. La «prefazione» dell'Ugoni abbraccia le pp. V-XXVIII e porta la data: «Parigi, 19 novembre 1829». Ne diede un cenno il Tommaseo nell'Antologia, tom. XXXIX, n. 151, luglio 1830, p. 136.[39]Il Nuovo Ricoglitore, ann. III, part. I, n. 30, giugno 1827, pp. 446-451.[40]Cfr.Gazzetta di Milanodell'11 luglio 1827.[41]Corriere delle Dame, n. 36, 8 settembre 1827, pagine 285-287.[42]Gazzetta di Milanodel 15 ottobre 1827.[43]Da una lettera di Giovanni Pagni (il noto Farinello Semoli delle baruffe del Monti con la Crusca) al marchese Gian Giacomo Trivulzio, scritta da Firenze il 5 ottobre 1827, tolgo questo brano: «Ha passato in Toscana, tra Livorno e Firenze, una cinquantina di giorni il celebre Manzoni, decoro di questa capitale. Non può credere quanto sia stato onorato e distinto dalla maggior parte dei letterati e dei nobili più culti, che si son dati la premura di conoscerlo e di ammirarne il carattere. S. A. R. [il Granduca Leopoldo II] lo ha invitato alla sua mensa, trattenendosi molto con esso lui ed ha voluto mostrargli in persona la preziosa ricchissima sua biblioteca. Io ho avuto il piacere di far compagnia alla sua famiglia, che avevo conosciuta a Milano, e che, dotata di morali virtù, è degna di tanto padre di famiglia».[44]È un'allusione alSergianni Caracciolo, dramma storico del prof.G. B. De Cristoforis, Milano, 1826; in-8º. del quale parlò il Tommaseo nell'Antologia, n. LXIX, settembre 1826, pp. 104-111. AlleMelodie lirichedi Samuele Biava di Bergamo dette «gran lode» il Cantù nelRicoglitore. Invece laBiblioteca italiana«tolse a provare che poteano mostrarsi ai giovani come agli Spartani l'ilota ubriaco. Il colpo era diretto a sbalzarlo d'impiego: ma uscì una risposta, forte sino alla violenza, e segnata C. C., dove era difeso il Biava e investito il suo avversario. Fu atto generoso, perchè quell'avversario avea in mano i processi e potea mandarlo allo Spielberg; onde va data lode al difensore, che era Carlo Cattaneo». Cfr.Cantù C.,Italiani illustri ritratti; III, 79.[45]La Vespa, ann. I [1827], pp. 17-20, 38-43 e 96-103.[46]Nacque l'8 settembre del 1799; involto nelle cospirazioni del '21, «negò denunziare i compagni ed ebbe da Ferdinando III, Granduca di Toscana, per carcere un convento di frati in paese ameno, di dove lo trasse a Roma lo zio monsignore [Giovanni] Marchetti, dotto uomo, ma più illiberale del Principe lorenese, che fu ben lieto dell'esser libero da quel prigione». Cfr.Tommaseo N.,Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo,memorie, Firenze, 1863; p. 44. «Passati gli anni successivi in privati impieghi, non però alieni da' cari studi, in Rimini e indi a Roma, appena tornato a Empoli nel settembre del '29, fu sorpreso da febbri violente, che si volsero in tisi, e il 16 decembre tolto a' viventi». Così ilMontani[Antologia, n.º 108, decembre 1829, pp. 96-97], che aggiunge: «Ei meditava, dicesi, un'opera storica; e forse per consacrarvisi avea rifiutata la sopraintendenza agli studi nel Seminario di S. Marino, offertagli dal celebre Borghesi a nome de' magistrati di quella Repubblica... Ultimo scritto di lui, e soggetto d'ancor recenti, nè punto blande censure, fu quello sugl'Innidel Manzoni. Io tremava, lo confesso, al pensiero che queste censure potessero, nello stato in cui egli trovavasi, pervenire al suo orecchio... Innamorato delle forme classiche, siccome quegli che dall'adolescenza fu sempre co' latini e co' greci, e co' nostri che meglio li imitarono, ove gli parve di trovar meno di queste forme, gli parve trovar meno di poesia. Così, trattandosi di teorie (veggasi la maggior parte de' suoi articoli dell'Arcadico) ove gli parve di trovar discrepanza da' principii de' classici, gli parve di trovare opposizione assoluta da' principii dei gusto».Appunto nell'Arcadico[xxxvi; 305] discorrendo della versione delleOdidi Pindaro fatta da Giuseppe Borghi prese a mordere «la miserabile e bislacca e torta foggia di metri regalataci con tante altre cose non poetiche e non italiane da Alessandro Manzoni». Il Borghi, in una lettera a Gaetano Cioni, stampata nell'Antologia[n.º 87, marzo 1828, pp. 166-167], sorse a difesa del Poeta; ma l'iroso critico, duro più che mai in quel suo giudizio, diede fuori lo scritto:Intorno gl'Inni sacri di Alessandro Manzoni dubbidiGiuseppe Salvagnoli Marchetti, Roma 1829. Presso la Libreria Moderna, Via del Corso n.º 348 [In Macerata, presso Benedetto di Antonio Cortesi]; in-16.º di pp. xxiv-112. A questi «biasimi da pedante», come li chiama il Tommaseo, l'Arcadico[XLII, 131] applaudì di gran cuore. LaBiblioteca italiana[tom. 55, luglio 1829, pp. 1-20], pur non menandogli buone tutte quante le censure, concluse: «Il parlare di originalità, di nuova scuola, d'ingegno divino, di culto, è un sostituire l'entusiasmo alla ragione, un traviare il giudizio dei giovani e dar nascimento a quelle tante poesie che il Manzoni non vorrebbe al certo aver fatte e nemmanco approvate, e non di meno si credono manzoniane». Enrico Mayer, peraltro, nell'Antologia[n.º 104, agosto 1829, pp. 92-99] prese «a difendere» (son parole del Tommaseo) «non tanto il nome dell'Italiano poeta, quanto l'onore d'Italia», e «lo difese con alto sentimento dell'arte e con facondia cordiale». Videro pure la luce leOsservazioni di un giovane italiano sui Dubbi del signor Giuseppe Salvagnoli Marchetti intorno agli Inni sacri di Alessandro Manzoni, Reggio, tip. Toreggiani e comp.,mdcccxxx; in-16.º di pp. 230. Sono di Luigi Fratti, che, sebbene pregato dalla modestia del Poeta a «mettere da banda» il lavoro, per consiglio del P. Bottini gesuita, lo diede alle stampe. Cfr. intorno a questa controversia:Gambini Carlo,Richiamo di alcune verità manifestate nel 1829 dal Salvagnoli sugli Inni sacri del Manzoni, Milano, tip. Galli e Raimondi, [1882]; in-16.º di pp. 12.—Intorno gl'Inni sacri di Alessandro Manzoni dubbi diGiuseppe Salvagnoli Marchetti,ristampati con aggiunte, in forma di dialogo, fatte daFederico Balsimelli, Bologna, tipografia pont. Mareggiani, 1882; in-16.º di pp. 360.[47]Questo «sunto» si legge in una recensione che il Salvagnoli Marchetti fece delleProse sceltedel principe don Pietro Odescalchi, e che inserì nelGiornale Arcadico, tom. 42, aprile-giugno 1829, pp. 95-109. La recensione e il «sunto» gli attirarono sulle spalle alcune sferzate dellaBiblioteca italiana[tom. 55, luglio 1829, pp. 29-31], che lo fecero talmente andare in furore, da scrivere: «a ingiurie sì fatte, quali sono le vostre, meglio si converrebbe, se fosse lecito, rispondere con la spada che con la penna». Cfr. Giornale Arcadico, tom. cit., pp. 355-364.[48]Nuovo Giornale de' letterati, di Pisa, tom. XV. Letteratura, scienze morali e arti liberali [1827], pp. 215-232 e tom. XVI. Letteratura, ecc. [1828], pp. 64-93.[49]P. Felice da Mezzana cappuccino, Cenni sul P. Cristoforo del Manzoni, Crema, tip. S. Pantaleone di L. Meleri, 1899; p. 6.[50]Sui Promessi Sposi, storia milanese del sec. XVII, scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni, ragionamento critico di Don Anonimo, autore di varj opuscoli pubblicati colle iniziali P.º G.º S-P.º, Milano, coi torchi di Omobono Manini, dicembre 1827; in-16º. di pp. 64.[51]Giornale dell'italiana letteratura, compilato da una società di letterati italiani sotto la direzione ed a spese diNicolò da Rio, tom. LXV della serie intiera, serie IV, tom, I [Padova, tip. del Seminario, 1828], pp. 265-268.[52]Rivista, letteraria dei libri che si stamparono in Torino negli anni 1827 e 1828, Torino, per gli eredi Botta, 1829; pp. 119-120 e 138-146.[53]Chiappa G.,Sui Romanzi in generale ed in particolare sul Gerolimì ossia Nano di una Principessa dell'autore della Sibilla Odaleta; inLa Minerva Ticinese, giornale di scienze, lettere, arti, teatri e notizie patrie, fascicolo 37, 16 settembre 1829; pp. 635-637.[54]Anche Trussardo Caleppio volle scoccare i suoi fulmini contro il nuovo romanzo, censurandolo acerbamente nell'Almanacco critico pel 1830 di un militare in ritiro, Milano, Manini, 1829; in-16º. Cfr.Robecchi, L.Questione classico romantica, saggio d'una bibliografia; inPoesie diCarlo Portarivedute sugli originali e annotate da un milanese, Milano, tip. Ditta Wilmant di G. Bonulli e C., 1887; p. 707.[55]Lettere ad Antonio Panizzi di uomini illustri e di amici italiani(1823-1870)pubblicate daL. Fagan, Firenze, Barbèra, 1880; p. 80.[56]Dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.Articolo primo, Lugano, coi tipi di Gius. Ruggia e comp., 1831; in-8º. di pp. 56. E firmato: A. H. J.[57]Fu ristampato a Brescia nel 1883 dallo Stabilimento stereo-tipografico di G. Bersi e C.; in-8º. di pp. 46. Nella breve avvertenza è detto: «Il manoscritto sopra del quale fu condotta la presente edizione è una copia precisa, identica all'autografo lasciato dell'esimio autore; non già copia od estratto da quei pochissimi esemplari che vennero alla pubblica luce l'anno 1833» [correggi: 1831] «in un periodico mensile, compilato da molti esuli italiani a Parigi; periodico ch'ebbe vita di più poco che due mesi e dal quale furono ritratte poche copie per regalo ad amici e parenti». Sebbene «compilato da molti esuli italiani a Parigi», però si stampava a Lugano coi torchi di Giuseppe Ruggia. NegliScritti diGiovita Scalviniordinati per cura diN. Tommaseo,con suo proemio e altre illustrazioni, Firenze, Felice Le Monnier, 1860; in-16.º di pp. xvi-400, non fu riprodotto l'articolo «bellissimo» sul Romanzo del Manzoni, benchè promesso dall'editore stesso nella prefazione: «De' lavori suoi critici recherò quasi per intero le considerazioni sull'Ortisdel Foscolo, e quelle suiPromessi Sposi, degne dell'opera». Questo articolo, col titolo:Considerazioni critiche scritte nel 1829 da Giovita Scalvini, venne premesso all'edizione de'Promessi Sposifatta a Firenze nel 1884 da' Successori Le Monnier, ecc.

[1]Barbi M.,Alessandro Manzoni e il suo romanzo nel carteggio del Tommaseo col Vieusseux; nellaMiscellanea di studi critici, edita in onore di Arturo Graf, Bergamo, 1903; pp. 235-256.

[1]Barbi M.,Alessandro Manzoni e il suo romanzo nel carteggio del Tommaseo col Vieusseux; nellaMiscellanea di studi critici, edita in onore di Arturo Graf, Bergamo, 1903; pp. 235-256.

[2]I Lombardi alla prima crociata,canti quindici diTommaso Grossi, Milano, presso Vincenzo Ferrario, 1826; tre vol in-8.º di pp. VII-143, 152 e 163, dettero occasione, come ebbe a dire Ermes Visconti, a «un diluvio di libercoletti, quasi tutti pessimi, pro e contro», comparsi alla luce tra l'aprile e il maggio del 1826, per la più parte. Cfr.Vismara A.,Bibliografia di Tommaso Grossi, Como, Ostinelli, 1886, pp. 37-40. A confessione del Tommaseo, il Manzoni, «uomo di pace, non lesse di tutte quelle scritture che l'articolo nostro: fu poi forzato a leggere quel di Parenti, che lo fece, dic'egli, star male per quindici giorni». Anche «l'articolo nostro», cioè il secondo di quelli che il Tommaseo inserì nell'Antologia, di Firenze [n.º LXX, ottobre 1826, pp. 3-30], al Manzoni dispiacque. «Con quella sincerità ch'è sua propria, ma che mi onora, disse d'aver letto l'articolo, e che gli pareva impossibile che fosse mio.—E perchè? Vi traspare forse l'astio? L'invidia? Io mi conosco abietto sì, ma non tanto da invidiare al buon Grossi.—Astio no, ma disprezzo. Pare che le lodi ella le abbia concesse alla compassione e al riguardo degli amici del Grossi; ma le abbia insieme attemperate, anzi sepolte sotto la censura e il biasimo».L'articolo di Marcantonio Parenti (nato a Montecuccolo nel Frignano il 30 gennaio 1788 e morto a Modena il 23 giugno del 1862), che fece giustamente indignare il Manzoni, sfuggì alla diligenza del Vismara. S'intitola:Riflessioni sulla Mitologia e sul Romanticismo in occasione che si pubblica per la prima voltaIl Doroteodell'Ottonelli. Si legge a pp. 401-418 del tom. IX e a pp. 3-41 del tom. X delleMemorie di religione, di morale e di letteratura, di Modena.

[2]I Lombardi alla prima crociata,canti quindici diTommaso Grossi, Milano, presso Vincenzo Ferrario, 1826; tre vol in-8.º di pp. VII-143, 152 e 163, dettero occasione, come ebbe a dire Ermes Visconti, a «un diluvio di libercoletti, quasi tutti pessimi, pro e contro», comparsi alla luce tra l'aprile e il maggio del 1826, per la più parte. Cfr.Vismara A.,Bibliografia di Tommaso Grossi, Como, Ostinelli, 1886, pp. 37-40. A confessione del Tommaseo, il Manzoni, «uomo di pace, non lesse di tutte quelle scritture che l'articolo nostro: fu poi forzato a leggere quel di Parenti, che lo fece, dic'egli, star male per quindici giorni». Anche «l'articolo nostro», cioè il secondo di quelli che il Tommaseo inserì nell'Antologia, di Firenze [n.º LXX, ottobre 1826, pp. 3-30], al Manzoni dispiacque. «Con quella sincerità ch'è sua propria, ma che mi onora, disse d'aver letto l'articolo, e che gli pareva impossibile che fosse mio.—E perchè? Vi traspare forse l'astio? L'invidia? Io mi conosco abietto sì, ma non tanto da invidiare al buon Grossi.—Astio no, ma disprezzo. Pare che le lodi ella le abbia concesse alla compassione e al riguardo degli amici del Grossi; ma le abbia insieme attemperate, anzi sepolte sotto la censura e il biasimo».

L'articolo di Marcantonio Parenti (nato a Montecuccolo nel Frignano il 30 gennaio 1788 e morto a Modena il 23 giugno del 1862), che fece giustamente indignare il Manzoni, sfuggì alla diligenza del Vismara. S'intitola:Riflessioni sulla Mitologia e sul Romanticismo in occasione che si pubblica per la prima voltaIl Doroteodell'Ottonelli. Si legge a pp. 401-418 del tom. IX e a pp. 3-41 del tom. X delleMemorie di religione, di morale e di letteratura, di Modena.

[3]In una lettera del febbraio '26 aveva scritto, parlando del Romanzo: «prima della gita pedestre, non può finirlo». Si trattava di un «viaggio pedestre di Manzoni nel Bergamasco», che il Vieusseux riteneva desse «luogo a qualche bella descrizione nel suo romanzo».

[3]In una lettera del febbraio '26 aveva scritto, parlando del Romanzo: «prima della gita pedestre, non può finirlo». Si trattava di un «viaggio pedestre di Manzoni nel Bergamasco», che il Vieusseux riteneva desse «luogo a qualche bella descrizione nel suo romanzo».

[4]Il Rosmini, il 23 novembre del '26, scriveva al prof. Pier Alessandro Paravia: «Leggo di questi giorni il Romanzo del Manzoni, che parmi una maraviglia. Egli mel comunica per sua gentilezza: io me ne inebrio, e penso che all'Italia apparirà come cosa nuova: e a sì limpido lume novellamente acceso, a lei parrà esserle accresciuto il veder della mente. Che cognizione dell'uman cuore! che verità! che bontà, la quale ovunque trabocca da un cuor ricolmo!»

[4]Il Rosmini, il 23 novembre del '26, scriveva al prof. Pier Alessandro Paravia: «Leggo di questi giorni il Romanzo del Manzoni, che parmi una maraviglia. Egli mel comunica per sua gentilezza: io me ne inebrio, e penso che all'Italia apparirà come cosa nuova: e a sì limpido lume novellamente acceso, a lei parrà esserle accresciuto il veder della mente. Che cognizione dell'uman cuore! che verità! che bontà, la quale ovunque trabocca da un cuor ricolmo!»

[5]Il secondo tomo della prima edizione abbraccia i capitoli XII-XXIV.

[5]Il secondo tomo della prima edizione abbraccia i capitoli XII-XXIV.

[6]Per testimonianza dellaGazzetta di Milano, «fu voce generale» che il titolo distoria milanese del secolo XVII, scoperta e rifatta«altro non significhi se non che l'autore tolse qua e là da croniche e storie molti particolari della sua opera, ma che il merito di averla tessuta e ordinata sia tutta di sua spettanza».

[6]Per testimonianza dellaGazzetta di Milano, «fu voce generale» che il titolo distoria milanese del secolo XVII, scoperta e rifatta«altro non significhi se non che l'autore tolse qua e là da croniche e storie molti particolari della sua opera, ma che il merito di averla tessuta e ordinata sia tutta di sua spettanza».

[7]È la scena nella quale il P. Cristoforo chiede perdono al fratello dell'uomo che odiava cordialmente, e che uccise. A quella scena sublime, taluno de' parenti, «che, per la cinquantesima volta, avrebbe raccontato come il conte Muzio suo padre aveva saputo in quella famosa congiuntura, far stare a dovere il marchese Stanislao, ch'era quel rodomonte che ognun sa, parlò invece delle penitenze e della pazienza mirabile d'un fra Simone, morto molt'anni prima». È un accenno alla vendetta che prese il conte Muzio Pallavicino contro il marchese Stanislao Piasio; tremenda tragedia della quale in Cremona si parlò per gran tempo e ne son piene le sue cronache.

[7]È la scena nella quale il P. Cristoforo chiede perdono al fratello dell'uomo che odiava cordialmente, e che uccise. A quella scena sublime, taluno de' parenti, «che, per la cinquantesima volta, avrebbe raccontato come il conte Muzio suo padre aveva saputo in quella famosa congiuntura, far stare a dovere il marchese Stanislao, ch'era quel rodomonte che ognun sa, parlò invece delle penitenze e della pazienza mirabile d'un fra Simone, morto molt'anni prima». È un accenno alla vendetta che prese il conte Muzio Pallavicino contro il marchese Stanislao Piasio; tremenda tragedia della quale in Cremona si parlò per gran tempo e ne son piene le sue cronache.

[8]Io, per verità, non ci so vedere tutto il veleno che ci vede il Tommaseo. È gente di corta levatura, che essendo incapace d'abbracciare con uno sguardo solo la bellezza dell'insieme, la gusta ne' brani che la colpiscono maggiormente.

[8]Io, per verità, non ci so vedere tutto il veleno che ci vede il Tommaseo. È gente di corta levatura, che essendo incapace d'abbracciare con uno sguardo solo la bellezza dell'insieme, la gusta ne' brani che la colpiscono maggiormente.

[9]Il Monti però ne scrisse al Manzoni con viva ammirazione. «Papadopoli e Prina» (son sue parole) «mi aveano messo in core la dolce speranza che mi avreste presto consolato d'una vostra desideratissima visita. Deluso di questa lusinga, e temendo che la mia imminente mossa per Roma mi tolga la consolazione di più rivedervi, poichè l'un dì più che l'altro sento avvicinarsi il mio fine, mi presento in iscritto per dirvi che vado ad aspettarvi in cielo, dove ho certa speranza di rivedervi a suo tempo. Intanto prima che il mio don Abbondio m'intuoni ilproficiscere, vo' dirvi che ho ricevuto i vostriSposi Promessi, e di essi dirò quello che già dissi delCarmagnola: vorrei esserne io l'autore. Ho letta la vostra novella, e finitane la lettura, mi son sentito meglio nel core. Sì, mio caro Manzoni; il vostro ingegno è mirabile, e il vostro core è una fontana d'inesauribili affetti, ciò che rende singolare il vostro scrivere e vi pone in un'altezza, cui solo possono aggiungere ipauci quos aequus amavit Jupiter, al modo stesso che pochi possono amarvi e stimarvi come il tutto vostroMonti».

[9]Il Monti però ne scrisse al Manzoni con viva ammirazione. «Papadopoli e Prina» (son sue parole) «mi aveano messo in core la dolce speranza che mi avreste presto consolato d'una vostra desideratissima visita. Deluso di questa lusinga, e temendo che la mia imminente mossa per Roma mi tolga la consolazione di più rivedervi, poichè l'un dì più che l'altro sento avvicinarsi il mio fine, mi presento in iscritto per dirvi che vado ad aspettarvi in cielo, dove ho certa speranza di rivedervi a suo tempo. Intanto prima che il mio don Abbondio m'intuoni ilproficiscere, vo' dirvi che ho ricevuto i vostriSposi Promessi, e di essi dirò quello che già dissi delCarmagnola: vorrei esserne io l'autore. Ho letta la vostra novella, e finitane la lettura, mi son sentito meglio nel core. Sì, mio caro Manzoni; il vostro ingegno è mirabile, e il vostro core è una fontana d'inesauribili affetti, ciò che rende singolare il vostro scrivere e vi pone in un'altezza, cui solo possono aggiungere ipauci quos aequus amavit Jupiter, al modo stesso che pochi possono amarvi e stimarvi come il tutto vostroMonti».

[10]A Mario Pieri sapeva un po' duro che «il dottissimo e classico Niccolini siasi degnato di accostarsi ai Romantici; e tanto più che in quel tempo appunto correvano alcune sentenze del signor Capo-Romantico Manzoni, le quali facevano stomacare gli uomini di buon senno e sogghignare gli stolti giovinastri della sua scuola. Allorchè uscì, per esempio, quel bellissimo sermone del Monti in difesa della Mitologia, e contra coloro i quali volevano proscriverla, il signor Manzoni andava dicendo esser quello il ventottesimobullettinodel Classicismo, accennando al ventottesimo e ultimo di Napoleone; e quando uscì il poema del Grossi,I Lombardi alla prima Crociata, il medesimo Manzoni recitava per lo senno a mente gl'interi canti di quel poema, e i fanatici Romantici, suoi seguaci, andavano esclamando:Povero Tasso!Povero Tasso!O povero Tasso!Ora nessuno ignora di qual ridicolo andarono ricoperte dalla giusta Italia quelle stolte sentenze». Il Pieri vide per la prima volta «il corifèo del Romanticismo in Italia» (così chiama il Manzoni) in casa Vieusseux e poi lo frequentò «alla locanda delle Quattro nazioni Lungarno, dove albergava con tutta la sua famiglia, cioè madre, moglie e sei figliuoli, per quei tre o quattro mesi ch'ei si trattenne in Firenze» nel 1827. «La sua fisonomia palesa a chi l'osserva» (son sue parole) «animo gentile ed alto ingegno. In Milano io non l'avea cercato mai, per non rompere la vita solitaria ch'egli amava di condurre in mezzo alla sua famiglia; la quale, secondo allora si diceva, offeriva il modello delle ottime famiglie. Egli è agiato di beni di fortuna, ma non gode salute nè egli, nè la sua donna. È uomo religioso (dicono) e galantuomo. Peccato che sia invaso dalla romanticomania! Ma egli forse direbbe di me: peccato ch'egli sia invaso dalla classicomania!... Ma dopo averlo frequentato, mi vennero udite in bocca sua tante e sì strane sentenze da trasecolare; nè io so tenere per uomo modesto, e forse neppur vero religioso, chi si vuoi creare capo-setta, e tratta con gran disprezzo i più grandi uomini dell'Italiana letteratura, e sopra tutto il grandissimo e infelicissimo Torquato Tasso. Indi a dieci anni mi venne per caso in mano una sua scrittura inedita, che mi fece variare il mio primo sentimento e raffermare nel secondo, siccome quella che me lo rappresentava un fanatico, il quale per poco non si recherebbe a distruggere, come papa Gregorio, tutt'i libri classici. Essa è in forma di lettera, con questo titolo:Sopra i diversi sistemi di Poesia, lettera di Alessandro Manzoni, in risposta a rispettabile amico di Torino(ch'è il fanatico vecchio Azeglio),1823. Nè alcuno immaginarsi saprebbe le assurdità che quello scritto contiene. Il Romanticismo, egli dice, si propone il vero, l'utile, il buono, il ragionevole. E giacchè egli non fa che asserire senza provare, e propone un Romanticismo tutto suo, e non qual si vede nella pratica degli scrittori romantici; io risponderò francamente del no; ed avrò, ciò che a lui manca, per miei argomenti il fatto reale; e dirò all'incontro, che il Romanticismo si propone il falso, lo strano, il disordine, la deformità del vizio, lo scandaloso, il delitto, l'assurdo. Vedi tutte le opere de' Romantici in ogni genere di letteratura, ed anche nelle belle arti: vedi la grande opera drammatica, ilDottor Fausto, del vostro principe Goethe, per cui vi sentite struggere d'ammirazione, anzi che voi adorate qual nume. E quali sono i protagonisti e gli eroi de' signori Romantici? I carnefici, i ladri, gli scellerati d'ogni maniera, o contadini, o buffoni, e simili personaggi: e le scene che ci presentano son tutte degne di loro, e ci tocca veder su i teatri i patiboli e le torture, ed ogni sorta di sacrilegi. Ecco la tendenza religiosa, e il bel vero, e l'utile, e il buono, e il ragionevole del Romanticismo, come pretende il signor Manzoni». Cfr.Della vita diMario Pieri,corcirese, scritta da lui medesimo, libri sei, Firenze, coi tipi di Felice Le Monnier, 1850; vol II, pp. 63 e 67-69.Anche a pp. 369-370 del tom. IV delle Opere, Firenze, Le Monnier, 1851, scaglia le sue folgori contro il Manzoni, e trova ilConte di Carmagnola«tragedia senza capo nè coda, e senza quasi nessuno di que' pregi che rendono bella, e di assai malagevole composizione, una tragedia». Riconosce però che «vi ha di be' versi, di belli e profondi concetti, qualche bella parlata; ma nè un atto, nè un'intera scena che corrano bene». Nè lo risparmia nel dialogo:La letteratura classica e la romantica, che si legge a pp. 101-178 del tom. III delleOperestesse.

[10]A Mario Pieri sapeva un po' duro che «il dottissimo e classico Niccolini siasi degnato di accostarsi ai Romantici; e tanto più che in quel tempo appunto correvano alcune sentenze del signor Capo-Romantico Manzoni, le quali facevano stomacare gli uomini di buon senno e sogghignare gli stolti giovinastri della sua scuola. Allorchè uscì, per esempio, quel bellissimo sermone del Monti in difesa della Mitologia, e contra coloro i quali volevano proscriverla, il signor Manzoni andava dicendo esser quello il ventottesimobullettinodel Classicismo, accennando al ventottesimo e ultimo di Napoleone; e quando uscì il poema del Grossi,I Lombardi alla prima Crociata, il medesimo Manzoni recitava per lo senno a mente gl'interi canti di quel poema, e i fanatici Romantici, suoi seguaci, andavano esclamando:Povero Tasso!Povero Tasso!O povero Tasso!Ora nessuno ignora di qual ridicolo andarono ricoperte dalla giusta Italia quelle stolte sentenze». Il Pieri vide per la prima volta «il corifèo del Romanticismo in Italia» (così chiama il Manzoni) in casa Vieusseux e poi lo frequentò «alla locanda delle Quattro nazioni Lungarno, dove albergava con tutta la sua famiglia, cioè madre, moglie e sei figliuoli, per quei tre o quattro mesi ch'ei si trattenne in Firenze» nel 1827. «La sua fisonomia palesa a chi l'osserva» (son sue parole) «animo gentile ed alto ingegno. In Milano io non l'avea cercato mai, per non rompere la vita solitaria ch'egli amava di condurre in mezzo alla sua famiglia; la quale, secondo allora si diceva, offeriva il modello delle ottime famiglie. Egli è agiato di beni di fortuna, ma non gode salute nè egli, nè la sua donna. È uomo religioso (dicono) e galantuomo. Peccato che sia invaso dalla romanticomania! Ma egli forse direbbe di me: peccato ch'egli sia invaso dalla classicomania!... Ma dopo averlo frequentato, mi vennero udite in bocca sua tante e sì strane sentenze da trasecolare; nè io so tenere per uomo modesto, e forse neppur vero religioso, chi si vuoi creare capo-setta, e tratta con gran disprezzo i più grandi uomini dell'Italiana letteratura, e sopra tutto il grandissimo e infelicissimo Torquato Tasso. Indi a dieci anni mi venne per caso in mano una sua scrittura inedita, che mi fece variare il mio primo sentimento e raffermare nel secondo, siccome quella che me lo rappresentava un fanatico, il quale per poco non si recherebbe a distruggere, come papa Gregorio, tutt'i libri classici. Essa è in forma di lettera, con questo titolo:Sopra i diversi sistemi di Poesia, lettera di Alessandro Manzoni, in risposta a rispettabile amico di Torino(ch'è il fanatico vecchio Azeglio),1823. Nè alcuno immaginarsi saprebbe le assurdità che quello scritto contiene. Il Romanticismo, egli dice, si propone il vero, l'utile, il buono, il ragionevole. E giacchè egli non fa che asserire senza provare, e propone un Romanticismo tutto suo, e non qual si vede nella pratica degli scrittori romantici; io risponderò francamente del no; ed avrò, ciò che a lui manca, per miei argomenti il fatto reale; e dirò all'incontro, che il Romanticismo si propone il falso, lo strano, il disordine, la deformità del vizio, lo scandaloso, il delitto, l'assurdo. Vedi tutte le opere de' Romantici in ogni genere di letteratura, ed anche nelle belle arti: vedi la grande opera drammatica, ilDottor Fausto, del vostro principe Goethe, per cui vi sentite struggere d'ammirazione, anzi che voi adorate qual nume. E quali sono i protagonisti e gli eroi de' signori Romantici? I carnefici, i ladri, gli scellerati d'ogni maniera, o contadini, o buffoni, e simili personaggi: e le scene che ci presentano son tutte degne di loro, e ci tocca veder su i teatri i patiboli e le torture, ed ogni sorta di sacrilegi. Ecco la tendenza religiosa, e il bel vero, e l'utile, e il buono, e il ragionevole del Romanticismo, come pretende il signor Manzoni». Cfr.Della vita diMario Pieri,corcirese, scritta da lui medesimo, libri sei, Firenze, coi tipi di Felice Le Monnier, 1850; vol II, pp. 63 e 67-69.

Anche a pp. 369-370 del tom. IV delle Opere, Firenze, Le Monnier, 1851, scaglia le sue folgori contro il Manzoni, e trova ilConte di Carmagnola«tragedia senza capo nè coda, e senza quasi nessuno di que' pregi che rendono bella, e di assai malagevole composizione, una tragedia». Riconosce però che «vi ha di be' versi, di belli e profondi concetti, qualche bella parlata; ma nè un atto, nè un'intera scena che corrano bene». Nè lo risparmia nel dialogo:La letteratura classica e la romantica, che si legge a pp. 101-178 del tom. III delleOperestesse.

[11]Giornale Arcadico; tom. XXXII [1828], pp. 366-367.

[11]Giornale Arcadico; tom. XXXII [1828], pp. 366-367.

[12]Indicatore Genovese, n.º 11, 9 agosto 1828, Cfr.Mazzini G.,Scritti editi e inediti(4.ª edizione); II, 57-61.

[12]Indicatore Genovese, n.º 11, 9 agosto 1828, Cfr.Mazzini G.,Scritti editi e inediti(4.ª edizione); II, 57-61.

[13]Il Cesari lasciò manoscritti alcuni Pensieri sui Promessi Sposi, che vedranno la luce ne' suoiOpuscoli linguistici e letterari, che sta raccogliendo e ordinando il sig. Giuseppe Guidetti di Reggio dell'Emilia.

[13]Il Cesari lasciò manoscritti alcuni Pensieri sui Promessi Sposi, che vedranno la luce ne' suoiOpuscoli linguistici e letterari, che sta raccogliendo e ordinando il sig. Giuseppe Guidetti di Reggio dell'Emilia.

[14]In una lettera del Giordani al Testa, scritta da Milano il 5 novembre 1821, si legge: «Vidi la canzone» [Il Cinque Maggio] «del Manzoni; lodata da molti. Non disputo sull'argomento: ognun dice quello che vuole. Ma a me pare (quanto alla frase) che alle volte non abbia saputo dire quel che voleva; e alle volte non so che cosa volesse dire. È bello il suo Inno sulla Risurrezione di Cristo».

[14]In una lettera del Giordani al Testa, scritta da Milano il 5 novembre 1821, si legge: «Vidi la canzone» [Il Cinque Maggio] «del Manzoni; lodata da molti. Non disputo sull'argomento: ognun dice quello che vuole. Ma a me pare (quanto alla frase) che alle volte non abbia saputo dire quel che voleva; e alle volte non so che cosa volesse dire. È bello il suo Inno sulla Risurrezione di Cristo».

[15]Giordani P.,Lettere inedite a Lazzaro Papi, Lucca, tip. di Gio. Baccelli, 1851; pag. 105.

[15]Giordani P.,Lettere inedite a Lazzaro Papi, Lucca, tip. di Gio. Baccelli, 1851; pag. 105.

[16]Il 6 luglio del '32 scriveva a Ferdinando Grillenzoni, a Genova: «Sarà costì il Manzoni; ed ella lo vedrà dal Marchese [Di Negro]. Io la prego di ossequiarlo da mia parte; e di scrivermene poi copiosamente». E il 24 del mese stesso: «Mi piace che abbia veduto Manzoni; e la prego di rammentarle una mia veramente affettuosa venerazione; perchè io lo tengo per uomo glorioso e utile all'Italia... Veda un poco se è vero quel che dice quel giornale, che ora Manzoni siasi dato a studi di purismo; e in che forma: e che cosa sta ora lavorando. E veda un poco (ma con garbo) se conosce le cose di Leopardi, e che opinione ne ha». Il 30 gliene tratta di nuovo: «Le ripeterò che bramo di sapere se Manzoni è costì per salute, o per piacere. Desidero che sia per solo piacere. Egli ha la coscienza e l'Europa, che devono rendergli inutili le ammirazioni di tutti i pari miei: ma io confesso che mi fa un vero piacere l'ammirarlo. E prego V. S. d'imprimersi bene in mente i suoi discorsi, per potermene far godere in qualche modo. Io sento un pungente dispiacere di non esser costì, e potere ascoltarlo. Se io fossi capace di fare una Deca di Livio (mi pare dir molto), io cambierei questo piacere col piacere di udir lui. E, per ispalancare il fondo dell'animo mio, ci sono alcuni (non molti) ch'io posso ascoltar volentieri; ma egli è il solo ch'io veramente desidero di potere udire, e in quelle cose ch'io non so, o alle quali non ho pensato; e in quelle nelle quali non penso ora come lui. Egli è il solo (Dio perdonami questa sciocchezza) dal quale io desidererei imparare. Facilmente mi accorderei seco circa i romanzi storici (come si chiaman ora), nè piangerei se il mondo non ne vedesse più. Ma non consento di porre in quel genere iPromessi Sposi; che mi paiono uno stupendo lavoro Senofonteo, un carissimo e utilissimo lavoro; e ben vorrei che Manzoni (ch'egli solissimo può) ne facesse un secondo. Del resto, la sua sentenza su tutte le finzioni è nobilissima; è degna dell'intelletto giunto al suo equatore; e la ricevo nell'anima; anzi già l'avevo, e mi giova di vederla confermata da lui. Oh mi è ora un vero tormento al cuore non esser costì! Ella mi riverisca tanto, con ogni effusion di sentimento quel Manzoni, che è proprio l'idolo de' miei pensieri. Oh (mi viene in mente) quanto son poco degni di lodarlo certi cervellacci frateschi; come per esempio quel frataccio Niccolò [Tommaseo]. Ma di ciò zitto, veda: ch'io non voglio pettegolezzi. Ma se lei come lei potesse destramente sentire che cosa pensa Manzoni di quel sì fanatico e sconvolto cervello, l'avrei caro. E tal gente crede d'avere la religione, la poesia, la filosofia di Manzoni! Ma dov'hanno la sua testa e il suo cuore? Per dio, credo esserne meno lontano io, colla mia impotenza poetica, e la mia piena incredulità. Io gli sono lontano, e io meglio di tutti so il quanto; ma almeno non gli volto le spalle». Il 17 d'agosto rincalza: «Mi riverisca senza fine Manzoni, e molto le sue Signore. Ma è un eccesso di cortesia il dire che a lui abbian potuto in nessun modo giovare le mie parole; perchè io lo vidi troppo poco, a ragione del mio desiderio; e amai molto più (come ancora farei) di ascoltarlo che di parlare; e poco, troppo poco potei goderne, poichè tanti cercavano di occuparlo».Sei anni dopo, il 27 novembre '38, scrivendo parimente al Grillenzoni, esce a dire: «Compreso Walter Scott, non trovo uno di tanti romanzi, che possa produrre un minimo bene: eccetto l'unico Manzoni; che mi par sempre cosa bellissima e utilissima».

[16]Il 6 luglio del '32 scriveva a Ferdinando Grillenzoni, a Genova: «Sarà costì il Manzoni; ed ella lo vedrà dal Marchese [Di Negro]. Io la prego di ossequiarlo da mia parte; e di scrivermene poi copiosamente». E il 24 del mese stesso: «Mi piace che abbia veduto Manzoni; e la prego di rammentarle una mia veramente affettuosa venerazione; perchè io lo tengo per uomo glorioso e utile all'Italia... Veda un poco se è vero quel che dice quel giornale, che ora Manzoni siasi dato a studi di purismo; e in che forma: e che cosa sta ora lavorando. E veda un poco (ma con garbo) se conosce le cose di Leopardi, e che opinione ne ha». Il 30 gliene tratta di nuovo: «Le ripeterò che bramo di sapere se Manzoni è costì per salute, o per piacere. Desidero che sia per solo piacere. Egli ha la coscienza e l'Europa, che devono rendergli inutili le ammirazioni di tutti i pari miei: ma io confesso che mi fa un vero piacere l'ammirarlo. E prego V. S. d'imprimersi bene in mente i suoi discorsi, per potermene far godere in qualche modo. Io sento un pungente dispiacere di non esser costì, e potere ascoltarlo. Se io fossi capace di fare una Deca di Livio (mi pare dir molto), io cambierei questo piacere col piacere di udir lui. E, per ispalancare il fondo dell'animo mio, ci sono alcuni (non molti) ch'io posso ascoltar volentieri; ma egli è il solo ch'io veramente desidero di potere udire, e in quelle cose ch'io non so, o alle quali non ho pensato; e in quelle nelle quali non penso ora come lui. Egli è il solo (Dio perdonami questa sciocchezza) dal quale io desidererei imparare. Facilmente mi accorderei seco circa i romanzi storici (come si chiaman ora), nè piangerei se il mondo non ne vedesse più. Ma non consento di porre in quel genere iPromessi Sposi; che mi paiono uno stupendo lavoro Senofonteo, un carissimo e utilissimo lavoro; e ben vorrei che Manzoni (ch'egli solissimo può) ne facesse un secondo. Del resto, la sua sentenza su tutte le finzioni è nobilissima; è degna dell'intelletto giunto al suo equatore; e la ricevo nell'anima; anzi già l'avevo, e mi giova di vederla confermata da lui. Oh mi è ora un vero tormento al cuore non esser costì! Ella mi riverisca tanto, con ogni effusion di sentimento quel Manzoni, che è proprio l'idolo de' miei pensieri. Oh (mi viene in mente) quanto son poco degni di lodarlo certi cervellacci frateschi; come per esempio quel frataccio Niccolò [Tommaseo]. Ma di ciò zitto, veda: ch'io non voglio pettegolezzi. Ma se lei come lei potesse destramente sentire che cosa pensa Manzoni di quel sì fanatico e sconvolto cervello, l'avrei caro. E tal gente crede d'avere la religione, la poesia, la filosofia di Manzoni! Ma dov'hanno la sua testa e il suo cuore? Per dio, credo esserne meno lontano io, colla mia impotenza poetica, e la mia piena incredulità. Io gli sono lontano, e io meglio di tutti so il quanto; ma almeno non gli volto le spalle». Il 17 d'agosto rincalza: «Mi riverisca senza fine Manzoni, e molto le sue Signore. Ma è un eccesso di cortesia il dire che a lui abbian potuto in nessun modo giovare le mie parole; perchè io lo vidi troppo poco, a ragione del mio desiderio; e amai molto più (come ancora farei) di ascoltarlo che di parlare; e poco, troppo poco potei goderne, poichè tanti cercavano di occuparlo».

Sei anni dopo, il 27 novembre '38, scrivendo parimente al Grillenzoni, esce a dire: «Compreso Walter Scott, non trovo uno di tanti romanzi, che possa produrre un minimo bene: eccetto l'unico Manzoni; che mi par sempre cosa bellissima e utilissima».

[17]All'attrice Maddalena Pelzet, la degna interpetre delle sue tragedie, che era allora a Milano prima donna nella Compagnia Rattopulo, scrisse il 19 febbraio del '29: «Ricordatemi al Bertolotti, alla cui tragedia desidero un esito fortunato: se io fossi, com'egli dice, il primo dei tragici viventi, bisogna dire che si stia male davvero: egli parlerà del Manzoni, le cui tragedie, quantunque non siano per la scena, almeno secondo le nostre abitudini, contengono tante bellezze, che il plauso dell'Europa meritamente lo corona sopra tutti. Voi sapete qual concetto io abbia fatto sempre di questo veramente grand'uomo: ciò che vi scrivo a Milano, ve l'ho detto a Firenze.»

[17]All'attrice Maddalena Pelzet, la degna interpetre delle sue tragedie, che era allora a Milano prima donna nella Compagnia Rattopulo, scrisse il 19 febbraio del '29: «Ricordatemi al Bertolotti, alla cui tragedia desidero un esito fortunato: se io fossi, com'egli dice, il primo dei tragici viventi, bisogna dire che si stia male davvero: egli parlerà del Manzoni, le cui tragedie, quantunque non siano per la scena, almeno secondo le nostre abitudini, contengono tante bellezze, che il plauso dell'Europa meritamente lo corona sopra tutti. Voi sapete qual concetto io abbia fatto sempre di questo veramente grand'uomo: ciò che vi scrivo a Milano, ve l'ho detto a Firenze.»

[18]In una lettera di Pierfrancesco Leopardi al fratello Giacomo, del 1º giugno '28, si legge: «Avendoci voi scritto una volta che conoscevate il celebre Manzoni, ho pensato di farvi cosa grata col mandarvi una copia dei suoiInni. Volendo la marchesa Roberti stampare qualche cosa per la monaca Rossi, babbo le propose quest'Inni, e vi fece la dedicatoria. E vi mando questo libro, più perchè leggiate questa, che gl'Inni, perchè m'immagino che lo stesso Manzoni ve li avrà dati a leggere. Fatemi dire in una delle lettere che ci scriverete, dove attualmente si trovi il suddetto Manzoni».

[18]In una lettera di Pierfrancesco Leopardi al fratello Giacomo, del 1º giugno '28, si legge: «Avendoci voi scritto una volta che conoscevate il celebre Manzoni, ho pensato di farvi cosa grata col mandarvi una copia dei suoiInni. Volendo la marchesa Roberti stampare qualche cosa per la monaca Rossi, babbo le propose quest'Inni, e vi fece la dedicatoria. E vi mando questo libro, più perchè leggiate questa, che gl'Inni, perchè m'immagino che lo stesso Manzoni ve li avrà dati a leggere. Fatemi dire in una delle lettere che ci scriverete, dove attualmente si trovi il suddetto Manzoni».

[19]Antologia, di Firenze, tom. XXVII, n. 81, settembre 1827, pp. 71-75.

[19]Antologia, di Firenze, tom. XXVII, n. 81, settembre 1827, pp. 71-75.

[20]Guerrazzi F. D.,Manzoni, Verdi e l'Albo Rossiniano, Milano, Tip. Sociale, 1874; p. 73.

[20]Guerrazzi F. D.,Manzoni, Verdi e l'Albo Rossiniano, Milano, Tip. Sociale, 1874; p. 73.

[21]A proposito di questa scatola scrive loStampa[II, 87-88]: «Il Manzoni raccontò (e lo udii colle mie orecchie) «ch'egli aveva l'intenzione di lasciar fuori, come superfluo, l'episodio del P. Cristoforo che, chiamati a sè i due sposi, dice loro:Figliuoli! voglio che abbiate un ricordo del povero frate, e dopo di aver data loro la scatola, lavorata conuna certa finitezza cappuccinesca, contenente gli avanzidi quel pane, dice loro:Fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo mondo...dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto! e che preghino anche loro, per il povero frate!Ma per l'appunto il consigliere abate don Gaetano Giudici non gli permise assolutamente quella ommissione, dicendo che era il più bello e commovente episodio del romanzo». Il figliastro gli chiese la ragione di questo taglio che avrebbe voluto fare, e rispose: «Che vuoi!... a me pareva un di più».

[21]A proposito di questa scatola scrive loStampa[II, 87-88]: «Il Manzoni raccontò (e lo udii colle mie orecchie) «ch'egli aveva l'intenzione di lasciar fuori, come superfluo, l'episodio del P. Cristoforo che, chiamati a sè i due sposi, dice loro:Figliuoli! voglio che abbiate un ricordo del povero frate, e dopo di aver data loro la scatola, lavorata conuna certa finitezza cappuccinesca, contenente gli avanzidi quel pane, dice loro:Fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo mondo...dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto! e che preghino anche loro, per il povero frate!Ma per l'appunto il consigliere abate don Gaetano Giudici non gli permise assolutamente quella ommissione, dicendo che era il più bello e commovente episodio del romanzo». Il figliastro gli chiese la ragione di questo taglio che avrebbe voluto fare, e rispose: «Che vuoi!... a me pareva un di più».

[22]L'editore Gaspero Barbèra, che il 7 settembre del '50 visitò il Guerrazzi in prigione, racconta: «Saputo che ero allora allora ritornato da un viaggio in Lombardia e nel Veneto, il discorso è caduto sul Grossi... Del Manzoni ammirava più l'Adelchie ilCarmagnola, che non iPromessi Sposi; osservando che la lingua onde questi sono scritti non è cosa da menare quel gran rumore che se ne faceva, dacchè quando un toscano parla anche da sguajato, un po' più un po' meno, dice quelle frasi che neiPromessi Sposisi vedono collocate a far mostra di sè». Cfr.Barbèra G.,Memorie di un editore, Firenze, 1883; pp. 81-82.

[22]L'editore Gaspero Barbèra, che il 7 settembre del '50 visitò il Guerrazzi in prigione, racconta: «Saputo che ero allora allora ritornato da un viaggio in Lombardia e nel Veneto, il discorso è caduto sul Grossi... Del Manzoni ammirava più l'Adelchie ilCarmagnola, che non iPromessi Sposi; osservando che la lingua onde questi sono scritti non è cosa da menare quel gran rumore che se ne faceva, dacchè quando un toscano parla anche da sguajato, un po' più un po' meno, dice quelle frasi che neiPromessi Sposisi vedono collocate a far mostra di sè». Cfr.Barbèra G.,Memorie di un editore, Firenze, 1883; pp. 81-82.

[23]Il Giordani ne' suoiPensieri per uno scritto sui Promessi Sposiloda il Manzoni di «aver creato nuovo odio ad antichi rei di calamità italiane», al «dominatore straniero e lontano, ignorante e crudele, superstizioso ed improvvido». Cfr.Giordani P.,Scritti editi e postumi; IV, 132-134.Giosuè Carducci, applaudendo in Lecco «all'interezza dell'arte in Alessandro Manzoni», disse che «fece del romanzo la gran vendetta su 'l dispotismo straniero e su 'l sacerdozio servile ed ateo». Cfr.Carducci G.,Confessioni e battaglie,serie seconda, Bologna, Zanichelli, 1902; pp. 306-309.

[23]Il Giordani ne' suoiPensieri per uno scritto sui Promessi Sposiloda il Manzoni di «aver creato nuovo odio ad antichi rei di calamità italiane», al «dominatore straniero e lontano, ignorante e crudele, superstizioso ed improvvido». Cfr.Giordani P.,Scritti editi e postumi; IV, 132-134.

Giosuè Carducci, applaudendo in Lecco «all'interezza dell'arte in Alessandro Manzoni», disse che «fece del romanzo la gran vendetta su 'l dispotismo straniero e su 'l sacerdozio servile ed ateo». Cfr.Carducci G.,Confessioni e battaglie,serie seconda, Bologna, Zanichelli, 1902; pp. 306-309.

[24]Mamiani T.,Manzoni e Leopardi; nellaNuova Antologia, vol XXIII [1873], pp. 757-782.

[24]Mamiani T.,Manzoni e Leopardi; nellaNuova Antologia, vol XXIII [1873], pp. 757-782.

[25]Luzio A.,Giuseppe Acerbi e la«Biblioteca italiana»; nellaNuova Antologia, serie IV, vol. LXVI, fasc. 23, 1º decembre 1896, p. 481.

[25]Luzio A.,Giuseppe Acerbi e la«Biblioteca italiana»; nellaNuova Antologia, serie IV, vol. LXVI, fasc. 23, 1º decembre 1896, p. 481.

[26]Il De Müller del 1829 venne in Italia e vi dimorò alcuni mesi. Nelle sueMemorie, che son rimaste inedite, descrivendo quel viaggio, parla a lungo della visita che fece al Manzoni a Brusuglio. Un brano di questo episodio fu pubblicato a Weimar nel 1832 col titolo:C. W. Müller,Goethe's letzte lit.Thaetigkeit, e poi per intiero venne messo alle stampe nel 1871 daC. A. H. Burkhardtnel n. 45 delMagazin für die Literatur des Auslandes. Ne dette la traduzioneL. SenigaglianellaRivista contemporanea, di Firenze, ann. I, vol. II, pp. 359-365.

[26]Il De Müller del 1829 venne in Italia e vi dimorò alcuni mesi. Nelle sueMemorie, che son rimaste inedite, descrivendo quel viaggio, parla a lungo della visita che fece al Manzoni a Brusuglio. Un brano di questo episodio fu pubblicato a Weimar nel 1832 col titolo:C. W. Müller,Goethe's letzte lit.Thaetigkeit, e poi per intiero venne messo alle stampe nel 1871 daC. A. H. Burkhardtnel n. 45 delMagazin für die Literatur des Auslandes. Ne dette la traduzioneL. SenigaglianellaRivista contemporanea, di Firenze, ann. I, vol. II, pp. 359-365.

[27]Les Fiancés, histoire milanaise du XVII siècle, découverte et refaite parAlexandre Manzoni;traduite de l'italien sur la troisième èdition parM. Rey Dussueil, Paris, Ch. Gosselin et A. Sautelet, 1828; 5 vol. in-12º. Prix, 18 francs. Il traduttore vi premise unEssai sur le roman historique et sur la littèrature italienne, che fu voltato in italiano dal giornale milaneseLa Vespa[ann. II, 1º semestre, pp. 225-230 e 276-279], facendovi, in nota, alcune osservazioni critiche. «En revoyant notre travail» (così il Rey Dussueil nell'Essai), «nous aurions pu faire aisèment disparaître toutes les tournures qui s'éloignent un peu des tournures françaises; mais ce n'était point une traduction que nous voulions donner au public; c'était, autant que possible, l'ouvrage de M. Manzoni». LaRevue encyclopèdique[tom. XXXVIII, pp. 488-490] gli fece osservare: «Pour donner au public l'ouvrage de M. Manzoni, il fallait avant tout lui donner un livre bien écrit». Parlò di questa traduzione anche laBibliothèque universelle de Genève, nuova serie, tom. III [1836], p. 268.

[27]Les Fiancés, histoire milanaise du XVII siècle, découverte et refaite parAlexandre Manzoni;traduite de l'italien sur la troisième èdition parM. Rey Dussueil, Paris, Ch. Gosselin et A. Sautelet, 1828; 5 vol. in-12º. Prix, 18 francs. Il traduttore vi premise unEssai sur le roman historique et sur la littèrature italienne, che fu voltato in italiano dal giornale milaneseLa Vespa[ann. II, 1º semestre, pp. 225-230 e 276-279], facendovi, in nota, alcune osservazioni critiche. «En revoyant notre travail» (così il Rey Dussueil nell'Essai), «nous aurions pu faire aisèment disparaître toutes les tournures qui s'éloignent un peu des tournures françaises; mais ce n'était point une traduction que nous voulions donner au public; c'était, autant que possible, l'ouvrage de M. Manzoni». LaRevue encyclopèdique[tom. XXXVIII, pp. 488-490] gli fece osservare: «Pour donner au public l'ouvrage de M. Manzoni, il fallait avant tout lui donner un livre bien écrit». Parlò di questa traduzione anche laBibliothèque universelle de Genève, nuova serie, tom. III [1836], p. 268.

[28]Il 29 settembre del '28 laGazzetta di Firenzenel suo n.º 109 dava questo annunzio: «La lettura del romanzo iPromessi Sposidipinge all'immaginazione alcune scene con tanta forza, verità e precisione, che chiunque sa far uso della matita sentesi invogliato di rappresentare coi mezzi dell'arte pittorica ciò che l'autore seppe con rara maestria descrivere. Il sig. Gallina, valente artista, già noto per alcuni pregiati lavori, formò dodici composizioni dei casi più interessanti del suddetto romanzo, e queste, da lui stesso litografate, verranno impresse nello Stabilimento Ricordi. Il formato della stampa sarà di oncie 8¾ per 6½; giusta dimensione per ornamento di un quartiere. La collezione verrà divisa in sei fascicoli, di due stampe per ciascuno, e se ne pubblicherà un fascicolo ogni mese. Il prezzo di ogni stampa è fissato a paoli 9 in carta della China e a paoli 6 in carta velina». L'Ecodi Milano [ann. II, n.º. 51, 29 aprile 1829, p. 204] le lodò, «tanto per l'invenzione, quanto per l'esecuzione».Francesco Pastori[Bibliografia italiana ossia Giornale generale di tutto quanto si stampa in Italia, libri, carte geografiche, litografie e novità musicali, ann. I [1828], p. 76] trovò «lodevole» il pensiero del sig. Gallina di dare disegnati in litografia i quadri principali del bellissimo romanzo del sig. Manzoni»; ed ebbe a dire «che l'impresa, ben pensata e lodevolmente eseguita, prestava materia di gradevolissimo ornamento».

[28]Il 29 settembre del '28 laGazzetta di Firenzenel suo n.º 109 dava questo annunzio: «La lettura del romanzo iPromessi Sposidipinge all'immaginazione alcune scene con tanta forza, verità e precisione, che chiunque sa far uso della matita sentesi invogliato di rappresentare coi mezzi dell'arte pittorica ciò che l'autore seppe con rara maestria descrivere. Il sig. Gallina, valente artista, già noto per alcuni pregiati lavori, formò dodici composizioni dei casi più interessanti del suddetto romanzo, e queste, da lui stesso litografate, verranno impresse nello Stabilimento Ricordi. Il formato della stampa sarà di oncie 8¾ per 6½; giusta dimensione per ornamento di un quartiere. La collezione verrà divisa in sei fascicoli, di due stampe per ciascuno, e se ne pubblicherà un fascicolo ogni mese. Il prezzo di ogni stampa è fissato a paoli 9 in carta della China e a paoli 6 in carta velina». L'Ecodi Milano [ann. II, n.º. 51, 29 aprile 1829, p. 204] le lodò, «tanto per l'invenzione, quanto per l'esecuzione».Francesco Pastori[Bibliografia italiana ossia Giornale generale di tutto quanto si stampa in Italia, libri, carte geografiche, litografie e novità musicali, ann. I [1828], p. 76] trovò «lodevole» il pensiero del sig. Gallina di dare disegnati in litografia i quadri principali del bellissimo romanzo del sig. Manzoni»; ed ebbe a dire «che l'impresa, ben pensata e lodevolmente eseguita, prestava materia di gradevolissimo ornamento».

[29]Costumi vestiti alla festa da ballo data dal Signor Conte Batthyany(sic), Milano, litografia Elena. [Ogni fascicolo costava 20 lire italiane].

[29]Costumi vestiti alla festa da ballo data dal Signor Conte Batthyany(sic), Milano, litografia Elena. [Ogni fascicolo costava 20 lire italiane].

[30]La Minerva Ticinese, fasc. 50, 16 decembre 1829.

[30]La Minerva Ticinese, fasc. 50, 16 decembre 1829.

[31]Il «giudizio del conte O' Mahony sui Promessi Sposi di Alessandro Manzoni» fu ristampato, con la traduzione italiana a fronte, a pp. 391-413 del tom. III dell'edizione del Romanzo fatta a Lugano, presso Francesco Veladini e comp., nel 1829.

[31]Il «giudizio del conte O' Mahony sui Promessi Sposi di Alessandro Manzoni» fu ristampato, con la traduzione italiana a fronte, a pp. 391-413 del tom. III dell'edizione del Romanzo fatta a Lugano, presso Francesco Veladini e comp., nel 1829.

[32]L'Eco, ann. VI, n. 1, 2 gennaio 1833.

[32]L'Eco, ann. VI, n. 1, 2 gennaio 1833.

[33]Revue encyclopèdique, tom. XXXVI [octobre 1827], pp. 411-412.

[33]Revue encyclopèdique, tom. XXXVI [octobre 1827], pp. 411-412.

[34]Revue encyclopèdique, tom. XXXVIII [avril 1828], pp. 376-389.

[34]Revue encyclopèdique, tom. XXXVIII [avril 1828], pp. 376-389.

[35]Non senza interesse sono due lettere del Niccolini a Salvatore Viale, una del 21 e una del 5 luglio '28. La prima è questa: «IlGloboha delle dottrine ultra-romantiche, e nellaRivistail Salfi sta pedantescamente attaccato ai precetti dei classici. Questa, per chi la discerne, è disputa in gran parte di nomi, ma pur divide la repubblica letteraria in due fazioni e offusca coi pregiudizi l'intelletto. Il Salfi accusa il Manzoni nel suo articolo sugliSposi promessid'essere fautore delle istituzioni monastiche. Quest'accusa è ingiusta, e non può cadere in mente di chiunque legga spassionatamente quel libro, ed io che intimamente conosco l'autore, e sono stato la persona colla quale ei più conversasse in Firenze, posso far fede che la sua pietà è scevra di superstizione, e che non ama i frati». Nell'altra scrive: «A me premeva d'investigare le ragioni del silenzio del Salfi, ma senza però ch'ei mi potesse credere un accattalodi... Io amo più di conservare la dignità dell'animo, che mostrarmi ghiotto d'uno sciocco articolo di quel canuto e solenne buffone. E meritamente io lo chiamo così, perchè non v'è pazienza che sostenga di leggere i suoi imbratti sull'opere ch'escono in Italia: egli loda quello che fra noi si disprezza, o s'ignora, mentre maltratta e calunnia il Manzoni, primo ornamento delle lettere italiane».

[35]Non senza interesse sono due lettere del Niccolini a Salvatore Viale, una del 21 e una del 5 luglio '28. La prima è questa: «IlGloboha delle dottrine ultra-romantiche, e nellaRivistail Salfi sta pedantescamente attaccato ai precetti dei classici. Questa, per chi la discerne, è disputa in gran parte di nomi, ma pur divide la repubblica letteraria in due fazioni e offusca coi pregiudizi l'intelletto. Il Salfi accusa il Manzoni nel suo articolo sugliSposi promessid'essere fautore delle istituzioni monastiche. Quest'accusa è ingiusta, e non può cadere in mente di chiunque legga spassionatamente quel libro, ed io che intimamente conosco l'autore, e sono stato la persona colla quale ei più conversasse in Firenze, posso far fede che la sua pietà è scevra di superstizione, e che non ama i frati». Nell'altra scrive: «A me premeva d'investigare le ragioni del silenzio del Salfi, ma senza però ch'ei mi potesse credere un accattalodi... Io amo più di conservare la dignità dell'animo, che mostrarmi ghiotto d'uno sciocco articolo di quel canuto e solenne buffone. E meritamente io lo chiamo così, perchè non v'è pazienza che sostenga di leggere i suoi imbratti sull'opere ch'escono in Italia: egli loda quello che fra noi si disprezza, o s'ignora, mentre maltratta e calunnia il Manzoni, primo ornamento delle lettere italiane».

[36]Giuseppe Giusti racconta in una sua lettera, scritta nell'aprile del '36: «Finalmente ho parlato a Sismondi, e per due volte mi son trattenuto seco lungamente... Parlammo di Manzoni, e qui apparve singolarmente l'uomo grande. Io introdussi il discorso colla massima delicatezza, ma a bella posta, perchè voleva chiarirmi d'un dubbio, nato in me alla prima lettura di quel libro del Manzoni, ove confuta gli ultimi due capitoli dellaStoria delle Repubbliche. Sismondi parlò di quell'opera, dicendo che era ammirato della maniera urbana con la quale fu distesa: lodò la sincerità dell'autore, e ne compianse le ultime disgrazie, le quali, secondo lui, hanno contribuito non poco a confermarlo ne' suoi principii; aggiunse poi, sempre moderatamente, che gli pareva che si fosse partito da un punto molto diverso dal suo, poichè esso considerava le cose come sono attualmente, e Manzoni come dovrebbero essere. Nè so dirti quanto fossi contento di vedere che io non m'era ingannato. Credei bene di dirgli che gl'Italiani non avevano fatto gran plauso a quel libro, e che anzi, senza scemare in nulla la debita reverenza al Manzoni, era stato riguardato piuttosto come un errore, o almeno come un'opera suggerita da qualcuno che lo avvicina per secondi fini, i quali, dall'altro canto, non capiscono nell'animo integerrimo di quel sommo italiano».

[36]Giuseppe Giusti racconta in una sua lettera, scritta nell'aprile del '36: «Finalmente ho parlato a Sismondi, e per due volte mi son trattenuto seco lungamente... Parlammo di Manzoni, e qui apparve singolarmente l'uomo grande. Io introdussi il discorso colla massima delicatezza, ma a bella posta, perchè voleva chiarirmi d'un dubbio, nato in me alla prima lettura di quel libro del Manzoni, ove confuta gli ultimi due capitoli dellaStoria delle Repubbliche. Sismondi parlò di quell'opera, dicendo che era ammirato della maniera urbana con la quale fu distesa: lodò la sincerità dell'autore, e ne compianse le ultime disgrazie, le quali, secondo lui, hanno contribuito non poco a confermarlo ne' suoi principii; aggiunse poi, sempre moderatamente, che gli pareva che si fosse partito da un punto molto diverso dal suo, poichè esso considerava le cose come sono attualmente, e Manzoni come dovrebbero essere. Nè so dirti quanto fossi contento di vedere che io non m'era ingannato. Credei bene di dirgli che gl'Italiani non avevano fatto gran plauso a quel libro, e che anzi, senza scemare in nulla la debita reverenza al Manzoni, era stato riguardato piuttosto come un errore, o almeno come un'opera suggerita da qualcuno che lo avvicina per secondi fini, i quali, dall'altro canto, non capiscono nell'animo integerrimo di quel sommo italiano».

[37]Mamiani T.,Manzoni e Leopardi; nellaNuova Antologia; XXIII, 760-762.

[37]Mamiani T.,Manzoni e Leopardi; nellaNuova Antologia; XXIII, 760-762.

[38]Tragedie e poesie varie diAlessandro Manzoni,colle prose analoghe ed un'apposita prefazione del baroneCamillo Ugoni—Quindicesima edizione—Lugano, Giuseppe Ruggia e C., 1830; in 16º. di pp. XXVIII-272. La «prefazione» dell'Ugoni abbraccia le pp. V-XXVIII e porta la data: «Parigi, 19 novembre 1829». Ne diede un cenno il Tommaseo nell'Antologia, tom. XXXIX, n. 151, luglio 1830, p. 136.

[38]Tragedie e poesie varie diAlessandro Manzoni,colle prose analoghe ed un'apposita prefazione del baroneCamillo Ugoni—Quindicesima edizione—Lugano, Giuseppe Ruggia e C., 1830; in 16º. di pp. XXVIII-272. La «prefazione» dell'Ugoni abbraccia le pp. V-XXVIII e porta la data: «Parigi, 19 novembre 1829». Ne diede un cenno il Tommaseo nell'Antologia, tom. XXXIX, n. 151, luglio 1830, p. 136.

[39]Il Nuovo Ricoglitore, ann. III, part. I, n. 30, giugno 1827, pp. 446-451.

[39]Il Nuovo Ricoglitore, ann. III, part. I, n. 30, giugno 1827, pp. 446-451.

[40]Cfr.Gazzetta di Milanodell'11 luglio 1827.

[40]Cfr.Gazzetta di Milanodell'11 luglio 1827.

[41]Corriere delle Dame, n. 36, 8 settembre 1827, pagine 285-287.

[41]Corriere delle Dame, n. 36, 8 settembre 1827, pagine 285-287.

[42]Gazzetta di Milanodel 15 ottobre 1827.

[42]Gazzetta di Milanodel 15 ottobre 1827.

[43]Da una lettera di Giovanni Pagni (il noto Farinello Semoli delle baruffe del Monti con la Crusca) al marchese Gian Giacomo Trivulzio, scritta da Firenze il 5 ottobre 1827, tolgo questo brano: «Ha passato in Toscana, tra Livorno e Firenze, una cinquantina di giorni il celebre Manzoni, decoro di questa capitale. Non può credere quanto sia stato onorato e distinto dalla maggior parte dei letterati e dei nobili più culti, che si son dati la premura di conoscerlo e di ammirarne il carattere. S. A. R. [il Granduca Leopoldo II] lo ha invitato alla sua mensa, trattenendosi molto con esso lui ed ha voluto mostrargli in persona la preziosa ricchissima sua biblioteca. Io ho avuto il piacere di far compagnia alla sua famiglia, che avevo conosciuta a Milano, e che, dotata di morali virtù, è degna di tanto padre di famiglia».

[43]Da una lettera di Giovanni Pagni (il noto Farinello Semoli delle baruffe del Monti con la Crusca) al marchese Gian Giacomo Trivulzio, scritta da Firenze il 5 ottobre 1827, tolgo questo brano: «Ha passato in Toscana, tra Livorno e Firenze, una cinquantina di giorni il celebre Manzoni, decoro di questa capitale. Non può credere quanto sia stato onorato e distinto dalla maggior parte dei letterati e dei nobili più culti, che si son dati la premura di conoscerlo e di ammirarne il carattere. S. A. R. [il Granduca Leopoldo II] lo ha invitato alla sua mensa, trattenendosi molto con esso lui ed ha voluto mostrargli in persona la preziosa ricchissima sua biblioteca. Io ho avuto il piacere di far compagnia alla sua famiglia, che avevo conosciuta a Milano, e che, dotata di morali virtù, è degna di tanto padre di famiglia».

[44]È un'allusione alSergianni Caracciolo, dramma storico del prof.G. B. De Cristoforis, Milano, 1826; in-8º. del quale parlò il Tommaseo nell'Antologia, n. LXIX, settembre 1826, pp. 104-111. AlleMelodie lirichedi Samuele Biava di Bergamo dette «gran lode» il Cantù nelRicoglitore. Invece laBiblioteca italiana«tolse a provare che poteano mostrarsi ai giovani come agli Spartani l'ilota ubriaco. Il colpo era diretto a sbalzarlo d'impiego: ma uscì una risposta, forte sino alla violenza, e segnata C. C., dove era difeso il Biava e investito il suo avversario. Fu atto generoso, perchè quell'avversario avea in mano i processi e potea mandarlo allo Spielberg; onde va data lode al difensore, che era Carlo Cattaneo». Cfr.Cantù C.,Italiani illustri ritratti; III, 79.

[44]È un'allusione alSergianni Caracciolo, dramma storico del prof.G. B. De Cristoforis, Milano, 1826; in-8º. del quale parlò il Tommaseo nell'Antologia, n. LXIX, settembre 1826, pp. 104-111. AlleMelodie lirichedi Samuele Biava di Bergamo dette «gran lode» il Cantù nelRicoglitore. Invece laBiblioteca italiana«tolse a provare che poteano mostrarsi ai giovani come agli Spartani l'ilota ubriaco. Il colpo era diretto a sbalzarlo d'impiego: ma uscì una risposta, forte sino alla violenza, e segnata C. C., dove era difeso il Biava e investito il suo avversario. Fu atto generoso, perchè quell'avversario avea in mano i processi e potea mandarlo allo Spielberg; onde va data lode al difensore, che era Carlo Cattaneo». Cfr.Cantù C.,Italiani illustri ritratti; III, 79.

[45]La Vespa, ann. I [1827], pp. 17-20, 38-43 e 96-103.

[45]La Vespa, ann. I [1827], pp. 17-20, 38-43 e 96-103.

[46]Nacque l'8 settembre del 1799; involto nelle cospirazioni del '21, «negò denunziare i compagni ed ebbe da Ferdinando III, Granduca di Toscana, per carcere un convento di frati in paese ameno, di dove lo trasse a Roma lo zio monsignore [Giovanni] Marchetti, dotto uomo, ma più illiberale del Principe lorenese, che fu ben lieto dell'esser libero da quel prigione». Cfr.Tommaseo N.,Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo,memorie, Firenze, 1863; p. 44. «Passati gli anni successivi in privati impieghi, non però alieni da' cari studi, in Rimini e indi a Roma, appena tornato a Empoli nel settembre del '29, fu sorpreso da febbri violente, che si volsero in tisi, e il 16 decembre tolto a' viventi». Così ilMontani[Antologia, n.º 108, decembre 1829, pp. 96-97], che aggiunge: «Ei meditava, dicesi, un'opera storica; e forse per consacrarvisi avea rifiutata la sopraintendenza agli studi nel Seminario di S. Marino, offertagli dal celebre Borghesi a nome de' magistrati di quella Repubblica... Ultimo scritto di lui, e soggetto d'ancor recenti, nè punto blande censure, fu quello sugl'Innidel Manzoni. Io tremava, lo confesso, al pensiero che queste censure potessero, nello stato in cui egli trovavasi, pervenire al suo orecchio... Innamorato delle forme classiche, siccome quegli che dall'adolescenza fu sempre co' latini e co' greci, e co' nostri che meglio li imitarono, ove gli parve di trovar meno di queste forme, gli parve trovar meno di poesia. Così, trattandosi di teorie (veggasi la maggior parte de' suoi articoli dell'Arcadico) ove gli parve di trovar discrepanza da' principii de' classici, gli parve di trovare opposizione assoluta da' principii dei gusto».Appunto nell'Arcadico[xxxvi; 305] discorrendo della versione delleOdidi Pindaro fatta da Giuseppe Borghi prese a mordere «la miserabile e bislacca e torta foggia di metri regalataci con tante altre cose non poetiche e non italiane da Alessandro Manzoni». Il Borghi, in una lettera a Gaetano Cioni, stampata nell'Antologia[n.º 87, marzo 1828, pp. 166-167], sorse a difesa del Poeta; ma l'iroso critico, duro più che mai in quel suo giudizio, diede fuori lo scritto:Intorno gl'Inni sacri di Alessandro Manzoni dubbidiGiuseppe Salvagnoli Marchetti, Roma 1829. Presso la Libreria Moderna, Via del Corso n.º 348 [In Macerata, presso Benedetto di Antonio Cortesi]; in-16.º di pp. xxiv-112. A questi «biasimi da pedante», come li chiama il Tommaseo, l'Arcadico[XLII, 131] applaudì di gran cuore. LaBiblioteca italiana[tom. 55, luglio 1829, pp. 1-20], pur non menandogli buone tutte quante le censure, concluse: «Il parlare di originalità, di nuova scuola, d'ingegno divino, di culto, è un sostituire l'entusiasmo alla ragione, un traviare il giudizio dei giovani e dar nascimento a quelle tante poesie che il Manzoni non vorrebbe al certo aver fatte e nemmanco approvate, e non di meno si credono manzoniane». Enrico Mayer, peraltro, nell'Antologia[n.º 104, agosto 1829, pp. 92-99] prese «a difendere» (son parole del Tommaseo) «non tanto il nome dell'Italiano poeta, quanto l'onore d'Italia», e «lo difese con alto sentimento dell'arte e con facondia cordiale». Videro pure la luce leOsservazioni di un giovane italiano sui Dubbi del signor Giuseppe Salvagnoli Marchetti intorno agli Inni sacri di Alessandro Manzoni, Reggio, tip. Toreggiani e comp.,mdcccxxx; in-16.º di pp. 230. Sono di Luigi Fratti, che, sebbene pregato dalla modestia del Poeta a «mettere da banda» il lavoro, per consiglio del P. Bottini gesuita, lo diede alle stampe. Cfr. intorno a questa controversia:Gambini Carlo,Richiamo di alcune verità manifestate nel 1829 dal Salvagnoli sugli Inni sacri del Manzoni, Milano, tip. Galli e Raimondi, [1882]; in-16.º di pp. 12.—Intorno gl'Inni sacri di Alessandro Manzoni dubbi diGiuseppe Salvagnoli Marchetti,ristampati con aggiunte, in forma di dialogo, fatte daFederico Balsimelli, Bologna, tipografia pont. Mareggiani, 1882; in-16.º di pp. 360.

[46]Nacque l'8 settembre del 1799; involto nelle cospirazioni del '21, «negò denunziare i compagni ed ebbe da Ferdinando III, Granduca di Toscana, per carcere un convento di frati in paese ameno, di dove lo trasse a Roma lo zio monsignore [Giovanni] Marchetti, dotto uomo, ma più illiberale del Principe lorenese, che fu ben lieto dell'esser libero da quel prigione». Cfr.Tommaseo N.,Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo,memorie, Firenze, 1863; p. 44. «Passati gli anni successivi in privati impieghi, non però alieni da' cari studi, in Rimini e indi a Roma, appena tornato a Empoli nel settembre del '29, fu sorpreso da febbri violente, che si volsero in tisi, e il 16 decembre tolto a' viventi». Così ilMontani[Antologia, n.º 108, decembre 1829, pp. 96-97], che aggiunge: «Ei meditava, dicesi, un'opera storica; e forse per consacrarvisi avea rifiutata la sopraintendenza agli studi nel Seminario di S. Marino, offertagli dal celebre Borghesi a nome de' magistrati di quella Repubblica... Ultimo scritto di lui, e soggetto d'ancor recenti, nè punto blande censure, fu quello sugl'Innidel Manzoni. Io tremava, lo confesso, al pensiero che queste censure potessero, nello stato in cui egli trovavasi, pervenire al suo orecchio... Innamorato delle forme classiche, siccome quegli che dall'adolescenza fu sempre co' latini e co' greci, e co' nostri che meglio li imitarono, ove gli parve di trovar meno di queste forme, gli parve trovar meno di poesia. Così, trattandosi di teorie (veggasi la maggior parte de' suoi articoli dell'Arcadico) ove gli parve di trovar discrepanza da' principii de' classici, gli parve di trovare opposizione assoluta da' principii dei gusto».

Appunto nell'Arcadico[xxxvi; 305] discorrendo della versione delleOdidi Pindaro fatta da Giuseppe Borghi prese a mordere «la miserabile e bislacca e torta foggia di metri regalataci con tante altre cose non poetiche e non italiane da Alessandro Manzoni». Il Borghi, in una lettera a Gaetano Cioni, stampata nell'Antologia[n.º 87, marzo 1828, pp. 166-167], sorse a difesa del Poeta; ma l'iroso critico, duro più che mai in quel suo giudizio, diede fuori lo scritto:Intorno gl'Inni sacri di Alessandro Manzoni dubbidiGiuseppe Salvagnoli Marchetti, Roma 1829. Presso la Libreria Moderna, Via del Corso n.º 348 [In Macerata, presso Benedetto di Antonio Cortesi]; in-16.º di pp. xxiv-112. A questi «biasimi da pedante», come li chiama il Tommaseo, l'Arcadico[XLII, 131] applaudì di gran cuore. LaBiblioteca italiana[tom. 55, luglio 1829, pp. 1-20], pur non menandogli buone tutte quante le censure, concluse: «Il parlare di originalità, di nuova scuola, d'ingegno divino, di culto, è un sostituire l'entusiasmo alla ragione, un traviare il giudizio dei giovani e dar nascimento a quelle tante poesie che il Manzoni non vorrebbe al certo aver fatte e nemmanco approvate, e non di meno si credono manzoniane». Enrico Mayer, peraltro, nell'Antologia[n.º 104, agosto 1829, pp. 92-99] prese «a difendere» (son parole del Tommaseo) «non tanto il nome dell'Italiano poeta, quanto l'onore d'Italia», e «lo difese con alto sentimento dell'arte e con facondia cordiale». Videro pure la luce leOsservazioni di un giovane italiano sui Dubbi del signor Giuseppe Salvagnoli Marchetti intorno agli Inni sacri di Alessandro Manzoni, Reggio, tip. Toreggiani e comp.,mdcccxxx; in-16.º di pp. 230. Sono di Luigi Fratti, che, sebbene pregato dalla modestia del Poeta a «mettere da banda» il lavoro, per consiglio del P. Bottini gesuita, lo diede alle stampe. Cfr. intorno a questa controversia:Gambini Carlo,Richiamo di alcune verità manifestate nel 1829 dal Salvagnoli sugli Inni sacri del Manzoni, Milano, tip. Galli e Raimondi, [1882]; in-16.º di pp. 12.—Intorno gl'Inni sacri di Alessandro Manzoni dubbi diGiuseppe Salvagnoli Marchetti,ristampati con aggiunte, in forma di dialogo, fatte daFederico Balsimelli, Bologna, tipografia pont. Mareggiani, 1882; in-16.º di pp. 360.

[47]Questo «sunto» si legge in una recensione che il Salvagnoli Marchetti fece delleProse sceltedel principe don Pietro Odescalchi, e che inserì nelGiornale Arcadico, tom. 42, aprile-giugno 1829, pp. 95-109. La recensione e il «sunto» gli attirarono sulle spalle alcune sferzate dellaBiblioteca italiana[tom. 55, luglio 1829, pp. 29-31], che lo fecero talmente andare in furore, da scrivere: «a ingiurie sì fatte, quali sono le vostre, meglio si converrebbe, se fosse lecito, rispondere con la spada che con la penna». Cfr. Giornale Arcadico, tom. cit., pp. 355-364.

[47]Questo «sunto» si legge in una recensione che il Salvagnoli Marchetti fece delleProse sceltedel principe don Pietro Odescalchi, e che inserì nelGiornale Arcadico, tom. 42, aprile-giugno 1829, pp. 95-109. La recensione e il «sunto» gli attirarono sulle spalle alcune sferzate dellaBiblioteca italiana[tom. 55, luglio 1829, pp. 29-31], che lo fecero talmente andare in furore, da scrivere: «a ingiurie sì fatte, quali sono le vostre, meglio si converrebbe, se fosse lecito, rispondere con la spada che con la penna». Cfr. Giornale Arcadico, tom. cit., pp. 355-364.

[48]Nuovo Giornale de' letterati, di Pisa, tom. XV. Letteratura, scienze morali e arti liberali [1827], pp. 215-232 e tom. XVI. Letteratura, ecc. [1828], pp. 64-93.

[48]Nuovo Giornale de' letterati, di Pisa, tom. XV. Letteratura, scienze morali e arti liberali [1827], pp. 215-232 e tom. XVI. Letteratura, ecc. [1828], pp. 64-93.

[49]P. Felice da Mezzana cappuccino, Cenni sul P. Cristoforo del Manzoni, Crema, tip. S. Pantaleone di L. Meleri, 1899; p. 6.

[49]P. Felice da Mezzana cappuccino, Cenni sul P. Cristoforo del Manzoni, Crema, tip. S. Pantaleone di L. Meleri, 1899; p. 6.

[50]Sui Promessi Sposi, storia milanese del sec. XVII, scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni, ragionamento critico di Don Anonimo, autore di varj opuscoli pubblicati colle iniziali P.º G.º S-P.º, Milano, coi torchi di Omobono Manini, dicembre 1827; in-16º. di pp. 64.

[50]Sui Promessi Sposi, storia milanese del sec. XVII, scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni, ragionamento critico di Don Anonimo, autore di varj opuscoli pubblicati colle iniziali P.º G.º S-P.º, Milano, coi torchi di Omobono Manini, dicembre 1827; in-16º. di pp. 64.

[51]Giornale dell'italiana letteratura, compilato da una società di letterati italiani sotto la direzione ed a spese diNicolò da Rio, tom. LXV della serie intiera, serie IV, tom, I [Padova, tip. del Seminario, 1828], pp. 265-268.

[51]Giornale dell'italiana letteratura, compilato da una società di letterati italiani sotto la direzione ed a spese diNicolò da Rio, tom. LXV della serie intiera, serie IV, tom, I [Padova, tip. del Seminario, 1828], pp. 265-268.

[52]Rivista, letteraria dei libri che si stamparono in Torino negli anni 1827 e 1828, Torino, per gli eredi Botta, 1829; pp. 119-120 e 138-146.

[52]Rivista, letteraria dei libri che si stamparono in Torino negli anni 1827 e 1828, Torino, per gli eredi Botta, 1829; pp. 119-120 e 138-146.

[53]Chiappa G.,Sui Romanzi in generale ed in particolare sul Gerolimì ossia Nano di una Principessa dell'autore della Sibilla Odaleta; inLa Minerva Ticinese, giornale di scienze, lettere, arti, teatri e notizie patrie, fascicolo 37, 16 settembre 1829; pp. 635-637.

[53]Chiappa G.,Sui Romanzi in generale ed in particolare sul Gerolimì ossia Nano di una Principessa dell'autore della Sibilla Odaleta; inLa Minerva Ticinese, giornale di scienze, lettere, arti, teatri e notizie patrie, fascicolo 37, 16 settembre 1829; pp. 635-637.

[54]Anche Trussardo Caleppio volle scoccare i suoi fulmini contro il nuovo romanzo, censurandolo acerbamente nell'Almanacco critico pel 1830 di un militare in ritiro, Milano, Manini, 1829; in-16º. Cfr.Robecchi, L.Questione classico romantica, saggio d'una bibliografia; inPoesie diCarlo Portarivedute sugli originali e annotate da un milanese, Milano, tip. Ditta Wilmant di G. Bonulli e C., 1887; p. 707.

[54]Anche Trussardo Caleppio volle scoccare i suoi fulmini contro il nuovo romanzo, censurandolo acerbamente nell'Almanacco critico pel 1830 di un militare in ritiro, Milano, Manini, 1829; in-16º. Cfr.Robecchi, L.Questione classico romantica, saggio d'una bibliografia; inPoesie diCarlo Portarivedute sugli originali e annotate da un milanese, Milano, tip. Ditta Wilmant di G. Bonulli e C., 1887; p. 707.

[55]Lettere ad Antonio Panizzi di uomini illustri e di amici italiani(1823-1870)pubblicate daL. Fagan, Firenze, Barbèra, 1880; p. 80.

[55]Lettere ad Antonio Panizzi di uomini illustri e di amici italiani(1823-1870)pubblicate daL. Fagan, Firenze, Barbèra, 1880; p. 80.

[56]Dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.Articolo primo, Lugano, coi tipi di Gius. Ruggia e comp., 1831; in-8º. di pp. 56. E firmato: A. H. J.

[56]Dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.Articolo primo, Lugano, coi tipi di Gius. Ruggia e comp., 1831; in-8º. di pp. 56. E firmato: A. H. J.

[57]Fu ristampato a Brescia nel 1883 dallo Stabilimento stereo-tipografico di G. Bersi e C.; in-8º. di pp. 46. Nella breve avvertenza è detto: «Il manoscritto sopra del quale fu condotta la presente edizione è una copia precisa, identica all'autografo lasciato dell'esimio autore; non già copia od estratto da quei pochissimi esemplari che vennero alla pubblica luce l'anno 1833» [correggi: 1831] «in un periodico mensile, compilato da molti esuli italiani a Parigi; periodico ch'ebbe vita di più poco che due mesi e dal quale furono ritratte poche copie per regalo ad amici e parenti». Sebbene «compilato da molti esuli italiani a Parigi», però si stampava a Lugano coi torchi di Giuseppe Ruggia. NegliScritti diGiovita Scalviniordinati per cura diN. Tommaseo,con suo proemio e altre illustrazioni, Firenze, Felice Le Monnier, 1860; in-16.º di pp. xvi-400, non fu riprodotto l'articolo «bellissimo» sul Romanzo del Manzoni, benchè promesso dall'editore stesso nella prefazione: «De' lavori suoi critici recherò quasi per intero le considerazioni sull'Ortisdel Foscolo, e quelle suiPromessi Sposi, degne dell'opera». Questo articolo, col titolo:Considerazioni critiche scritte nel 1829 da Giovita Scalvini, venne premesso all'edizione de'Promessi Sposifatta a Firenze nel 1884 da' Successori Le Monnier, ecc.

[57]Fu ristampato a Brescia nel 1883 dallo Stabilimento stereo-tipografico di G. Bersi e C.; in-8º. di pp. 46. Nella breve avvertenza è detto: «Il manoscritto sopra del quale fu condotta la presente edizione è una copia precisa, identica all'autografo lasciato dell'esimio autore; non già copia od estratto da quei pochissimi esemplari che vennero alla pubblica luce l'anno 1833» [correggi: 1831] «in un periodico mensile, compilato da molti esuli italiani a Parigi; periodico ch'ebbe vita di più poco che due mesi e dal quale furono ritratte poche copie per regalo ad amici e parenti». Sebbene «compilato da molti esuli italiani a Parigi», però si stampava a Lugano coi torchi di Giuseppe Ruggia. NegliScritti diGiovita Scalviniordinati per cura diN. Tommaseo,con suo proemio e altre illustrazioni, Firenze, Felice Le Monnier, 1860; in-16.º di pp. xvi-400, non fu riprodotto l'articolo «bellissimo» sul Romanzo del Manzoni, benchè promesso dall'editore stesso nella prefazione: «De' lavori suoi critici recherò quasi per intero le considerazioni sull'Ortisdel Foscolo, e quelle suiPromessi Sposi, degne dell'opera». Questo articolo, col titolo:Considerazioni critiche scritte nel 1829 da Giovita Scalvini, venne premesso all'edizione de'Promessi Sposifatta a Firenze nel 1884 da' Successori Le Monnier, ecc.


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