Chapter 15

[58]Giannone P.,Delle opere di Alessandro Manzoni; in L'Esule, giornale di letteratura italiana antica e moderna—Tomo primo.—Parigi, dai torchi di Pihan Delaforest (Morinval), rue des Bons-enfants, 34, M. DCCC.XXXIII; pp. 262-302. La traduzione in francese, che l'accompagna, è del sig. Lemonier, autore deiSouvenirs d'Italie.[59]M. de Gourbillon.[60]Antologia, n. 82, ottobre 1827, pp. 101-119. L'articolo, invece del Tommaseo, doveva scriverlo il dott. Gaetano Cioni, come si rileva da una lettera di Giuseppe Montani, del 16 di settembre: «L'articolo sugliSposi Promessilo fa il dottor Cioni. Manzoni è qui [a Firenze] adorato da tutti. Il Granduca ha voluto veder lui e il suo bambino, che sempre lo accompagna. Gli ha fatta, mi dicono, la più affettuosa accoglienza». Il 1º agosto aveva scritto: «Aspettiamo di giorno in giorno il Manzoni, e mai non lo vediamo. Del suo romanzo (crederesti?) non è ancor giunta copia, se non al Batelli, che gli fa il brutto complimento di ristamparglielo».[61]Biblioteca italiana, n. 141, settembre 1827, pp. 422-472; e n. 142, ottobre 1827, pp. 32-81.[62]La prima fu stampata a pp. 322-337 del t. XXXIV [marzo 1824]; la seconda a pp. 145-172 del tom. XXXV [aprile 1824].[63]Pubblicai questa lettera, scritta da Brusuglio il 6 luglio del '24, inMilano vecchia, strenna del Pio Istituto dei Rachitici di Milano, Anno IX, Milano, tip. Bernardoni di C. Rebeschini e C., 1889; pp. 51-58.[64]Come si accorda quello che il Tommaseo scrisse de'Promessi Sposinelle sue lettere al Vieusseux con quello che stampò nell'Antologia?È un repentino voltafaccia: non si può chiamare con altro nome. Il Barbi si domanda: «Ma è stato preso proprio pel suo verso quell'articolo? Ne dubito. Occorre, a intenderlo bene, una ricerca psicologica sul Tommaseo uomo e scrittore, e storica sull'ambiente, e dimenticare l'impressione che fa oggi generalmente il romanzo... E non può essere, che dove il Tommaseo tocca d'alcuni difetti, avesse in animo d'attenuarli e giustificarli, e che l'intendimento apologetico non appaia chiaro, o perchè così ha voluto l'autore, o per mancanza di quei nessi logici e formali che egli era solito trascurare? Avrebbe così ottenuto effetto contrario a quel che si proponeva; ma, si sa, altro è scrivere, altro riuscire a farsi intendere!» Questa spiegazione, per quanto ingegnosa, non mi persuade. Leggendo le postille e l'articolo si vede che a ogni istante la viva e sincera ammirazione del Tommaseo per iPromessi Sposiè come troncata dagli occulti paragoni ch'egli fa inconsapevolmente tra il Manzoni e sè stesso; e appunto quel continuo guardare a sè stesso gli svia il giudizio. Mentre riconosceva che il grande Poeta aveva «divinizzata la lirica, ricreata la tragedia, insegnata agl'Italiani la vera via della storia», e che in tutti questi campi gli era superiore; ho il convincimento che come romanziere ritenesse di stargli alla pari e anche di sorpassarlo. In fin de' conti che cosa significano le sue tante censure e correzioni aiPromessi Sposi?Significano: Avrei fatto meglio io![65]Del Romanzo in generale e dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni discorsi due—Quinta edizione, Urbino, coi tipi della V. Capp. del SS. Sacram. per Giuseppe Rondini, 1846; in-16º. di pp. VIII-142.[66]Del Romanzo in generale e dei Promessi Sposi, romanzo di Manzoni, discorsi due. Sesta edizione, accresciuta d'altri scritti. In Venezia, nella Tip. Emiliana, MDCCCXL; in-16.º di pp. VI-236.[67]Trovò un difensore anche in Giuseppe Bianchetti di Treviso. Cfr.Sopra i Romanzi storici[lettera]Al barone cav. Ferdinando Porro,Milano; inGiornale sulle scienze e lettere delle Provincie Venete, n.º 107-108 del vol VI dellaContinuazione, bimestre di settembre e ottobre 1830. Fu ristampata a pp. 71-114 deiDiscorsi critici intorno alla questione se giovi di ammettere o no nella letteratura italiana il Romanzo storico, Treviso, coi tipi di Gio. Paluello del fu Antonio,mdcccxxxii; in-16.º ed a pp. 503-522 del libro:Dei lettori e dei parlatori, saggi due diGiuseppe Bianchetti—Alcune lettere di lui medesimo, Firenze, Felice Le Monnier, 1858; in-16.º[68]Indicatore Genovese, n. 5, 6 e 7, giugno 1828. Cfr. Mazzini G.,Scritti editi ed inediti[quarta edizione], volume II, Letteratura vol I, pp. 41-51.[69]Tommaseo N., Studi critici, Venezia, Andruzzi, I, 290.[70]E altrove: «Vogliamo almeno terminare con un voto, che è certo comune a tutta l'Italia. Perchè il Manzoni, così grande poeta, non ha intramesso alla sua prosa alcun verso? Perchè non ha egli seguito l'esempio del suo Goethe e di tanti altri illustri romanzieri, che ne aggiunsero questo diletto? La materia di frequente si prestava volentieri alla poesia... Chi non vorrebbe ascoltare il divoto cantico e lelaudidei valligiani che s'affollano con santa allegrezza incontro al Cardinal Federigo? Chi non intenderebbe un orecchio bramoso allegiulive canzoni di guerradei soldati che vanno all'impresa di Mantova? Tutti ricordavano il sublime canto per la battaglia di Maclodio, tutti aspettavano rinnovata quella robusta armonia. Nè mancherà, in ispecie fra coloro che più strettamente appartengono alla scuola romantica, chi si dolga di non sentire espressa lacanzonacciade' monatti, che viene appena accennata».[71]Fin dal 1890 ne dette un saggio il prof.Emilio Teza[Postille inedite diN. Tommaseoai«Promessi Sposi»; nellaNuova Antologia, serie III, vol XXVII, pp. 560-566]; poi, nel 1897, vennero stampate per intiero daGiuseppe Rigutini. Cfr.Postille inedite diNiccolò Tommaseo,precedute da un discorso critico e accompagnate da osservazioni, Firenze, R. Bemporad & figlio, 1897; in-16º. di pp. VIII-332.[72]Eccone un saggio: «È affettato—Pesante—È da buffone: tuono che Fautore assume talvolta—È brutto—È duro—Non mi piace—Miseria—Piccolezza—Cattivo—Inezia—Importuno—Non va—Quanta roba!—È goffo—Mal detto—Pedantesco—Affettazione—Pare un goffo dialogo di Goldoni—Rettoricume—Bassezza—Evviva i soliloqui!—È vecchiume—È un guazzabuglio questo periodo—Malissimo detto—Inezia grande—Lungherie misere—Falso—È ridicolo—È da retore e mostra la stanchezza dell'autore—Affettato e prolisso—Gretto e stracco»; e giù di questo tono, con mano sempre prodiga.[73]I critici si trovarono concordi nel biasimare il Manzoni d'avere scelto a protagonisti due operai; all'infuori però del Sismondi, del Pezzi, del Giannone e di pochi altri, tra' quali Giovita Scalvini, che scrisse: «Ha scelto Renzo e Lucia per isvergognare e ridurre al niente i Rodrighi e gli Egidii; per additarne come l'occhio di Dio, dinanzi il quale cessa ogni disuguaglianza, sappia scernere infra la turba gl'ignobiliespregevoliche in lui bene confidano, e la sua mano sollevarli sulla malvagità illustre e tremenda... Vuolsi dunque considerare Renzo e Lucia come un simbolo di tutti i deboli, di tutti quelli che soffrono, e ai quali la giustizia è dovuta... Che se a qualcuno e' paiono troppo piccioli, perch'ei sia curante dei loro umili casi, pensi che a lui per l'appunto il Manzoni li propone in esempio; affinchè corregga il suo orgoglio; nè da loro rivolga indifferente gli sguardi, senza dirizzarli verso Colui che li ha posti sulla terra, ascolta le loro imprecazioni, e non li lascerà cadere: chi non può stare con loro, come prossimo, se ne faccia scala a sani pensieri fuori e più alti di loro».[74]Nel dar conto nell'Antologia[n. 93, settembre 1828, pp. 120-132] d'un mediocrissimo romanzo francese:Gertrude,par mad.Hortense Allart de Thèrase, Florence, Ciardetti, 1827, scriveva: «Tutto ciò ch'è grande, è difficile: e però quant'è più l'altezza a cui si tende, più frequente è il pericolo della caduta. Troppo insistere sulla storia dell'uomo interiore, può generare facilmente sazietà e noia; può torre al poeta la forza e lo spazio di rappresentare i segni e gli effetti della passione; può renderlo affettatamente minuzioso ed ardito a spacciare de' fatti dell'anima passionata, i risultati o della fredda meditazione, o d'un'esperienza angusta, immatura. La maggior difficoltà sta nel cogliere appunto la reale gradazione dell'affetto; e mostrando il passaggio dell'anima dall'un grado all'altro, esser vero. Questa difficoltà non mi par superata in un de' tratti più mirabili de' Promessi Sposi; la conversione dell'Innominato. Le disposizioni di quell'anima annoiata del male, i primi tocchi della pietà ch'è, già per sè medesima un cambiamento in quel cuore ferreo, la confusione che lo assale alla vista della sua vittima, tutto è fin qui sovranamente côlto, è quasi tutto con egual potenza indicato. Ma quando siamo alla notte, i sentimenti di rabbia, di disperazione, d'orgoglio che l'assalgono con tanta furia di quanta è capace un'anima ancora verde nel delitto, non mi paiono direttamente condurre a un così prossimo cambiamento. Un carattere come l'Innominato, e non cangiato ancora, non ricevere alcuna impressione di sdegno, d'orgoglio da quel suo passaggio in mezzo alla folla meravigliata e sospettosa, non mi par verisimile. La storia dice che l'Innominato, dopo avuto un colloquio col Borromeo, cangiò vita: ma non dice, parmi, che l'Innominato sia ito a cercare la presenza del vescovo, in mezzo alla moltitudine radunata, in un giorno ch'era giorno di festa per tutto il dintorno. Egli scende tatto irritato di quella gioia comune, scende non per altro che per saperne il motivo, e va difilato a cercare dell'arcivescovo di Milano. Forse il passo parrebbe men brusco, se l'A. avesse dipinti i sentimenti che, cammin facendo, agitavano quell'anima umiliata. Ma umiliarla conveniva dapprima, umiliarla agli occhi suoi propri; giacchè la stanchezza del male non genera che maggior perversità, quando non conduca ad arrossire della propria bassezza. Io so bene che descritti tutti i gradi intermedii della conversione, la cosa sarebbe troppo ita in lungo, so che allora sarebbe stato assai più difficile rendere teatrale e romanzesca quella conversione: so in fine che nella pittura del nostro Manzoni, c'è tanta profondità da ammirare, che non è quasi lecito il mostrare desiderio di quello che manca».[75]L'Antologia[n. 116, agosto 1830; pp. 140-142] tornò a parlare de'Promessi Sposipigliando occasione dalla ristampa che ne fece a Firenze, nel '30, la tipografia Passigli, Borghi e C. in un vol in-8.º e in sei volumetti in-32.º con vignette. Dell'articolo, scritto dal Montani, è notevole questo brano: «Walter Scott, ha già detto qualcuno, va dalla storia al romanzo, Manzoni dal romanzo alla storia. Da questo loro andamento diverso risulta che ciò che nelle composizioni dell'uno forma, per così dire, lo sfondo delle composizioni medesime, in quello dell'altro forma il soggetto principale. Quindi non fa meraviglia ciò che da un anno si va bucinando, e in un giornale assai recente si narra senza mistero, che il Manzoni in uno scritto, che verrà presto alla luce, sul romanzo storico, si separi interamente da Walter Scott. Può egli non separarsene in teorica, quando in pratica ne va tanto lontano?».[76]Singolare è questa lettera del Tommaseo al Vieusseux, scritta da Milano il 12 novembre del '26: «Manzoni forse per la primavera vegnente verrà con la famiglia a Firenze... Del resto, se egli venisse a Firenze, vedreste un uomo che dall'assenza di ogni singolarità è reso agli occhi d'ognuno che non gli dissomigli, affatto singolare e mirabile. Una statura comune, un volto allungato, vaiuolato, oscuro, ma impresso di quella bontà che l'ingegno, non che guastarla, rende più sincera e profonda: una voce di modestia e quasi di timidità, cui lo stesso balbettare un poco giunge come un vezzo alle parole, che paiono escir più mature, più desiderate: un vestito dimesso, un piglio semplice, un tuono famigliare, una mite sapienza che irradia per riflessimento tutto ciò che a lui s'avvicina... Questo è l'uomo direste, il cui nome sarà simile di qui a mill'anni, adorato, com'io venero oggi il suo volto. Questo è l'uomo che in ogni via che calcò impresse un'orma indelebile; che ha divinizzata la tragedia, che ha insegnata agl'Italiani la vera via della storia; che ha fatto il romanzo la lettura del Genio e della Virtù; ch'ebbe amici i più buoni del secol suo; che fu pio, semplice, generoso; che trasse il suo genio dal cuore: e potreste aggiungere (questo è forse il maggiore degli encomii) che fu visto più d'una volta piangere sulle sventure degl'infelici».[77]IlRigutiniristampò il vecchio articolo dell'Antologia, in fronte allePostille[pp. 1-21], ma senza accennare per nulla ai tanti cambiamenti che vi aveva fatto l'autore nell'edizione del '43 ed ai lievi ritocchi di quella del '58.[78]Il primo esilio di Nicolò Tommaseo1834-1839,lettere di lui a Cesare Cantù, Milano, Cogliati, 1904; p. 102.[79]Tommaseo N.,Studi critici; I, 304-312.Cfr.Ispirazione e arte o lo scrittore educato dalla società e educatore,studi diNiccolò Tommaseo, Firenze, Felice Le Monnier, 1858; pp. 417-426.[80]Tommaseo N.Dizionario estetico, Firenze, Successori Le Monnier, 1867, pp. 622-623.[81]Nacque a Novara il 12 febbraio del 1803; si laureò in legge a Pavia; presa la carriera della magistratura, al pane onorato del suo forte Piemonte e de' suoi vecchi Re preferì quello dell'Austria, e morì il 9 ottobre del 1850, consigliere dell'I. e R. Tribunale criminale di Milano.[82]Il Visconti fa in margine l'osservazione seguente: «Lascerei come una inezia questo cenno sul Griso. Ha del rettorico o per dir meglio del Tassesco:Argante, Argante stesso ad un gran urtoDi Rinaldo abbattuto appena è surto.»[83]È il famoso Azzecca-garbugli, che prima chiamòPèttola, poiDuplica. (Ed.)[84]Valente. [Postilla del Visconti].[85]Quest'episodio è un brano del capitolo III del tomo III. (Ed.)[86]Lascerei queste righe, per dare maggiore brevità, e perchè queste acclamazioni sono cosa troppo simile alle altre in cui Lucia fu nominata plaudendo al Cardinale. [Postilla del Visconti].[87]Un asilo, caro Alessandro, pare che il Cardinale voglia metterla in monastero a fare il noviziato. [Postilla del Visconti].[88]È un brano del capitolo IV del tomo III. (Ed.)[89]Il consiglio chiesto dal Cardinale mi piace, ma assai. Rialza in un modo inaspettato il Conte dopo la sua conversione, lo rende sempre più vivo. Ma bada bene: che il Cardinale aveva ordinato la lettiga subito dopo aver parlato coi preti, e l'ultimo consiglio dev'essere quello del Conte, come il più di peso. Non ti spiacerebbe di soggiungere in quel luogo dopo le parole:Quando ebbe questa certezza, nella quale fu riconfermato dall'opinione d'un altro personaggio, di cui lasceremo per ora che il lettore indovini il nome,Federigo ordinò, ecc.? [Postilla del Visconti].[90]Tozzo di panemi pare troppo da pitocco, direi un pane. [Postilla del Visconti].[91]Lascereie sul suo pericolo, che imbroglia; pare che fosse attualmente in qualche pericolo per parte di Rodrigo. [Postilla del Visconti].[92]Di fianco alla presente risposta di Federigo e alle parole del Conte:Ah! la dolcezza, ecc. il Visconti scrisse: «Lascerei questi due punti: non bisogna poi essere prodigo dì riflessioni ascetiche in un Romanzo. Anche per l'edificazione de' lettori—non ridere tu, sebbene io rida di me stesso—è meglio presentare più che si può con disinvoltura le idee Cristiane». (Ed.)[93]Leverei laperitanza quasi puerile, per stare alle parole del Ripamonti; vorrei che avesse sempre il Conte nostro qualche cosa di soldatesco. [Postilla del Visconti].[94]Levereiimplorando, ecc. per la ragione dianzi detta, e perchè il Conte era uomo avvezzo ad agire, e chi è avvezzo ad agire fa addirittura. Doveva beneficare con quella risoluzione con cui dava dapprima de' colpi di spada. [Postilla del Visconti].[95]Non sarebbe meglio,di pentimento e di affezione?[Postilla del Visconti].[96]È un altro brano del capitolo IV. «La scena del Conte merita un capitolo a parte», scrisse il Visconti in margine al principio dell'episodio; soggiungendo: «In questa porzione del Romanzo giovano, mi pare, i periodi piuttosto brevi: e contenenti un oggetto solo, per quanto si può. Dunque: Capitolo... (quello che sarà).Il Conte del Sagrato era venuto, ecc.». Arrivato poi alle parole:rendevano impossibili, tornò a notare: «Qui finirei il capitolo. Al seguente ci penserai tu, mentre vuoi cangiare, come mi hai detto, il modo di mandare Lucia in quella casa di signori». (Ed.)[97]Dal paese di Lucia. (Ed.)[98]A cominciare dalle parole:Visitando una di quelle parrocchie, ecc. fino a quelle:dalle zanne del lupo, con cui ha fine questo tratto del Romanzo, il Manzoni diè di frego a ogni cosa, scrivendo in margine: «Invece di questa visita, ecc. sia Don Abbondio che avendo saputo come Donna Prassede cercava una donna di servizio, suggerisca ad Agnese di proporre Lucia; e lo faccia per mostrare interessamento, e per isbrigarsene nello stesso tempo. Agnese vada da Donna Prassede, che villeggia a qualche miglio di là e deve partire all'indomani per Milano. Lucia è accettata. Il Conte e le conseguenze si raccontino nel capitolo IX». (Ed.)[99]Lo ribattezzò poi col nome diDon Ferrante. Quello diValerianogli fu suggerito dal «gran Valeriano Castiglione», autore delloStatista regnante. (Ed.)[100]Divenne poiDonna Prassede. (Ed.)[101]È un brano anche questo del capitolo IV. (Ed.)[102]Nel paese di Lucia. (Ed.)[103]Segue, cancellato: «che nella sua povertà privata, godeva della potenza soverchiatrice, della cupida ambizione». (Ed.)[104]Segue, cancellato: «superficiali: se fossero diventate comuni, se molti uomini di tutte le nazioni le avessero ricevute e messe in pratica, fossero divenuti virtuosi come Fabricio, vi sarebbero state molte nazioni forti per la loro temperanza e avide di dominare, le qua[li]. (Ed.)[105]Di fianco al periodo, che incomincia colla parola:superficialie che termina qui, il Manzoni segnò una linea e scrisse in margine: «Direi, se si può, che quelle idee adottate universalmente avrebbero prodotti uomini poveri e forti e ambiziosi: non migliorato il mondo, etc. queste invece avrebbero introdotta una equa e pacifica distribuzione delle cose necessarie, poveri soccorsi e ricchi astinenti: cresciuta la pazienza a misura che ne sarebbe scemato il bisogno». (Ed.)[106]Col racconto di questo episodio della vita del cardinal Federigo ha termine il capitolo IV del tomo III della prima minuta. (Ed.)[107]Lampugnano,La pestilenza seguita in Milano, Milano, 1634, pag. 19. [Nota del Manzoni].[108]Quest'inciso, mi pare, imbarazza la serie delle idee, massimamente perchèbeneficenzasignifica più direttamente dono gratuito, che una ricerca di lavoro. [Postilla del Visconti].[109]Amoltidi quei fini, se non m'inganno. [Postilla del Visconti].[110]Qui il Manzoni aggiunse, in margine, ma poi cancellò: «Gli uomini facevano allora quello che pur troppo hanno fatto quasi sempre. Dicono intollerabile la sventura quando è ancora in picciol grado, la rassegnazione sembra loro impossibile quando è ancor facile: s'ingegnano tanto che la rendono più grave, e che la spingono talvolta ad un segno, in cui non resta più nemmeno ad essi la forza necessaria per essere impazienti, ed hanno, ben più della rassegnazione, lo stupore». (Ed.)[111]Il Manzoni vi ha scritto di fianco: «Grida del 2 Agosto 1628». (Ed.)[112]Eccone il racconto: «Non la guerra propriamente detta, ma un passaggio di truppe, più funesto agli abitanti che nessuna guerra più accanita, desolò una parte del Milanese, e condusse la peste, dalla quale nessun angolo di quel paese fu salvo. Ci conviene ora accennare brevemente le origini di tanta rovina. Vincenzo I Gonzaga, Duca di Mantova, era morto nel 1612, lasciando tre figli. Il primo, Francesco, morì nello stesso anno, e non rimase di lui che una figlia, per nome Maria; Ferdinando, che dopo di lui tenne lo Stato, morì senza prole legittima nel 1626; Vincenzo II, l'ultimo dei fratelli, gli succedette in età di 32 anni, già consumato dagli stravizi, senza speranza di prole e manifestamente vicino al sepolcro. Già molte ambizioni, molte cupidigie, molti sospetti stavano all'erta aspettando ch'egli vi scendesse. Ma egli aveva instituito erede per testamento Carlo Gonzaga, Duca di Nevers, del resto suo parente più prossimo. E per assicurare l'effetto di questa disposizione, aveva segretamente fatto scrivere al Nevers che mandasse a Mantova il figlio, pur Carlo, Duca di Rethel, affinchè al momento che il ducato verrebbe a vacare, potesse pigliarne il possesso in nome del padre. Ma, oltre il ducato di Mantova, dalla successione del quale erano per investitura escluse le femmine, Vincenzo lasciava pur quello del Monferrato, al quale, pel complicato, confuso, incerto, variamente applicabile diritto pubblico d'allora, Maria, nipote di Vincenzo, poteva aver qualche ragione. Per togliere ogni soggetto ed ogni pretesto di dissensioni, pensò il Duca Vincenzo, o chi pensava per lui, a dare quella Maria in moglie al Duca di Rethel, che aveva fatto chiamare. L'aspettato giovane arrivò che il Duca Vincenzo era agli estremi: le nozze, che questi aveva proposto, si fecero nella notte dopo il 25 Dicembre 1628, mentre egli moriva.«La morte e il matrimonio terminano per lo più le tragedie e le commedie del teatro, ma danno sovente principio alle tragedie e alle commedie della vita reale. Al mattino lo sposo comparve in grande abito da lutto, assunse il titolo di Principe di Mantova, e padrone delle armi e della cittadella, fu senza difficoltà riconosciuto dagli abitanti. Ma v'era altri a questo mondo che avevano qualche cosa da dire in quella faccenda.«Luigi XIII re di Francia o per dir meglio il Cardinale di Richelieu, sosteneva il Nevers, uomo d'origine italiana, ma nato francese; anzi aveva egli, il Cardinale, per mezzo di legati, avuta gran parte nel testamento del Duca Vincenzo. Don Filippo IV, o per dir meglio il Duca d'Olivares, non poteva patire che un principe francese venisse a stabilirsi in Italia, e sosteneva le pretenzioni di Don Ferrante Gonzaga, parente più lontano del Duca Vincenzo.«Carlo Emmanuele Duca di Savoja aveva pure antiche pretenzioni sul Monferrato; i Veneziani, ai quali dava ombra la grande potenza spagnuola in Italia, favorivano il Duca di Rethel, ma con trattati, con promesse e con minacce; e Urbano VIII, inclinato a quel Duca e sopra tutto alla pace, ajutava, come poteva, queste due cause con raccomandazioni e con proposte di accomodamenti. Finalmente l'imperatore Ferdinando II pretendeva che il Duca di Nevers, erede trasversale, non aveva potuto senza il suo consenso impossessarsi di feudi dell'impero, la successione ai quali era rivendicata da altri. Richiedeva quindi che il possesso degli Stati fosse depositato presso di lui, finch'egli gli aggiudicasse per sentenza, e citò il Duca di Nevers con tutte le formalità allora in uso. V'erano poi altre pretenzioni secondarie e più intralciate, che passiamo sotto silenzio, per non annojare il lettore, il quale comincia forse a mormorare; e certamente non saprà abbastanza apprezzare la fatica che facciamo per restringere in brevi parole tutta questa parte di storia. Il Duca d'Olivares, istigato continuamente dal Cordova, governatore di Milano, strinse un trattato col Duca di Savoja contra il novello Duca di Mantova. Questi si pose sulla difesa, si venne alle mani, Carlo Emmanuele invase il Monferrato, e Cordova pose l'assedio a Casale. Il Duca di Mantova, stretto da due nemici potenti, invocava gli amici; ma i Veneziani non volevano muoversi se il Re di Francia non mandava un esercito in Italia, e il Re di Francia, o il Cardinal di Richelieu, era impegnato nell'assedio della Rocella. Presa questa, parati o vinti certi intrighi imbrogliatissimi di Corte, il Re e il Cardinale s'affacciarono all'Italia con un esercito, chiesero il passo al Duca di Savoja; si trattò, non si conchiuse, si venne alle mani, i Francesi superarono e acquistarono terreno, si trattò di nuovo, il passo fu accordato, il Re e il Cardinale s'avanzarono, trassero agli accordi il Cordova spaventato, gli fecero levare l'assedio di Casale, vi posero guernigione francese, e tornarono a casa trionfanti, e accompagnati da due sonetti dell'Achillini. Il primo, quello che comincia col famoso verso:Sudate, o fuochi, a preparar metalli,è tutto di lode; l'altro è di consiglio, perchè la poesia ha sempre avuto questo nobile privilegio di ravvolgere avvisi sapientissimi e insegnamenti reconditi negli idoli lusinghieri della fantasia e nella magica armonia dei numeri. L'Achillini consigliava il Re di Francia, vincitore della Roccella e liberatore di Casale, di tentare l'impresa del Santo Sepolcro, nè più nè meno. Però il Cardinale di Richelieu non ne fece nulla: convien dire che avesse altro in testa. Ma i Veneziani, che allo scendere de' Francesi, s'eran dichiarati e mossi, istavano per legati e per lettere presso il Cardinale perchè l'esercito da lui condotto non tornasse indietro, e adducevano mille ragioni, per provare che non era da far conto su quei trattati; ma il Cardinale badò alla prosa dei Veneziani come ai versi dell'Achillini. La guerra continuò infatti contro il Duca di Mantova. Questi aveva fatte e andava facendo tutte le sommessioni immaginabili all'imperatore a fine di placarlo e di piegarlo ad accordargli l'investitura. Ma Ferdinando stava fermo in esigere che i ducati fossero a lui ceduti in deposito; e irritato dalle ripulse del Duca, più che ammansato dalle sue riverenze; irritato di più dell'aver questi domandato il soccorso francese, stimolato dalla Corte di Madrid, si dichiarò anch'egli nemico del Duca di Mantova. L'esercito Alemanno, di circa trentasei mila uomini, ragunato sotto il comando del Conte di Colalto, ebbe ordine di portarsi all'impresa di Mantova; la vanguardia che, già da qualche tempo aveva occupato ostilmente il paese de' Grigioni, si diffuse per la Valtellina e ai 20 di settembre entrò nello Stato di Milano». Questo brano è tolto dal capitolo I del tomo IV. (Ed.)[113]Lascerei questo paragone così intempestivo in materia così triste. [Postilla del Visconti].[114]Qui termina il capitolo V del tomo III. Il brano che segue è il principio del capitolo VI. (Ed.)[115]Prima, come fu detto, gli pose nomeValeriano; poi lo ribattezzò Don Ferrante. (Ed.)[116]Lacuna dell'originale. (Ed.)[117]Francesco D'Ovidio[Manzoni e Cervantes; inDiscussioni manzoniane, Città di Castello, Lapi, 1886; pagine 68-72] col solito suo acume paragonò la biblioteca dì don Quijote con quella di don Ferrante.Lorenzo Stoppato[La Biblioteca di don Ferrante, Milano, tip. Bortolotti di Giuseppe Prato, 1887; in-16º di pp. 59] ne fece soggetto di una geniale conferenza, letta a Milano, il 17 febbraio 1887, nella sala dell'esposizione permanente di belle arti. Cfr. pure:I Don Ferranti ossia i moderni avvocati della peste; inLa Civiltà cattolica, anno XIII, serie V, vol. II, quaderno 291 di tutta la collezione, 3 maggio 1862, pp. 257-268.—Bacci O.,Don Ferrante nei«Promessi Sposi»; inSaggi letterari, Firenze, Barbèra, 1898; pp. 87-129. (Ed.)[118]Segue, cancellato: «delle poche rime stampate e di quelle poche prose di Claudio Achillini»; e poi: «delle rime stampate, del discorso accademico e delle poche lettere di Claudio Achillini». Qui il Manzoni accenna senza dubbio alleRime|e Prose|diClaudio|Achillini.|In questa nuova impressione|accresciute di molti sonetti,|et altre compositioni|non più stampate:|Con aggiunta di diverse|Bellissime Lettere di Proposta, e|Risposta del medesimo autore.| In Venetia, M.DC.LVI. | Per Giacomo Bortoli. | Con licenza de' Superiori; in-12º. È questa infatti la prima volta che furono raccolte e stampate le «poche lettere» dell'Achillini, mentre le sueRimeavevano avuto una quantità di edizioni. Essendo state raccolte e stampate nel 1656, non potevano figurare nella biblioteca di Don Ferrante, morto nel 1630; il Manzoni cancellò dunque l'accenno e corse al ripiego di fargli invece possedere «una raccolta manoscritta di alcune lettere» dello stesso grand'uomo. «Poche lettere», (nota il mio amico Luigi D'Isengard), «ma c'è da imparare una nuova maniera di estetica:—Il sonetto inviatomi da V. S. è cosa angelica, per non dire un angelo in versi. I due terzetti sono due Chori di Grazie. La chiusura è una prigionia di maraviglie.—Dopo il qual giudizio non è da mettere in dubbio cheil maggior poeta di quanti ne nascessero, o tra i Toscani, o tra i Latini, o tra i Greci, o tra gli Hebreisia Giambattista Marini; e non è da stupire che la sacra eloquenza fosse tutta nel saio d'un cappuccinocosì macilente e confitto e sepolto dentro ai panni, che si vede, anzi non si vede, e non si ode che una lana agitata che sgrida, un mantello vocale, un cappuccio che atterrisce; un fuoco che scintilla fuori dalle ceneri, una nuvola bigia che tuona spaventi, una penitenza spirante, un sacco di querele che si riversa addosso ai peccatori. Oh Dio, quanto è vero, che questo è il vero modo di predicare; e se tutti i predicatori fossero tali, so certo, che più consideratamente camminerebbe il mondo». Cfr.D'Isengard L.,Claudio Achillini e Don Ferrante; inLa Rassegna nazionale, di Firenze, anno XX, vol CIV, fascicolo del 1º dicembre 1898; pp. 629-636. (Ed.)[119]Segue, cancellato: «Non vorrei con tutto questo che alcuno pigliasse Don Ferrante per un uomo straordinario, perchè avendo studiato un po' tutta la sua vita ed inclinando ora alla vecchiezza, fra gli autori che teneva in stima particolare contasse molti recenti, alcuni viventi, e alcuni perfino assai più giovani di lui. Don Ferrante era quello che doveva essere, quello che sono sempre stati e saranno sempre gli uomini provetti, i quali già da gran tempo hanno veduto dove stia la perfezione del sapere, hanno adottato un sistema, e chiuso il numero delle loro idee. La loro avversione, i loro sospetti, le loro ire non sono già contra gli uomini nuovi, ma contra le idee nuove; anzi se fra i giovani sorge taluno, che ricevendo con molta venerazione le dottrine che trova trionfanti, le studia, vi si affonda dentro, e le estende e dà loro un nuovo lume, i provetti riconoscono il suo merito e lo esaltano con ammirabile imparzialità. Oh! se al tempo di Don Ferrante fossero venuti oltre giovani che avessero ardito riesaminare quelle idee che dovevano soltanto ricevere ed applicare, giovani che avessero frugato in tutti quegli assiomi, di quegli che invece di dire: Capisco, dicono: Perchè? avreste veduto come Don Ferrante gli avrebbe pettinati, ma per buona sorte non ve n'era uno». (Ed.)[120]Nell'autografo, forse per una svista, c'è scritto:strascurato. (Ed.)[121]Di Silietta il Manzoni parla di nuovo nel capitolo I del tomo IV. «Dalla fine dell'anno 1628», (così scrive) «alla quale siamo pervenuti con la narrazione, in sino alla metà del 1630, i nostri personaggi, quale per elezione e quale per necessità, si rimasero a un di presso nello stato in cui gli abbiamo lasciati: e la loro vita non offre in questo tempo quasi un avvenimento che ci sembri degno di menzione. Noi non poniamo, per esempio, tra gli avvenimenti memorabili la vestizione di Silietta, come non si considera per una epoca importante nella storia astronomica una piccola eclissi preveduta e calcolata e non visibile in Europa». Il tratto però che riguarda Silietta è cancellato. (Ed.)[122]In margine il Manzoni notò poi questo pensiero: «La signora le aveva lasciata una impressione confusa, ma spiacevole, etc.». (Ed.)[123]Segue, ma cancellato:Fine del tomo III.11 Marzo 1823. Questo Brano forma ilCapitolo IXappunto del tomo III della prima minuta. Vi aggiunse quest'altro brano: «La povera donna aveva un'altra faccenda su le braccia: la corrispondenza con Fermo. Quantunque egli non trovasse bel paese quello dove non era Lucia, pure sapendo che egli stava sui registri di Milano, non ardiva scostarsi dall'asilo. Faceva scrivere ad Agnese, per chiederle nuove della figlia; dico faceva scrivere, perchè i nostri eroi, simili in ciò a quelli d'Omero, non conoscevano l'uso dell'abbicì. Agnese si faceva leggere e interpretare le lettere, e incaricava pure altri della risposta. Chi ha avuto occasione di veder mai carteggi di questa specie, sa come son fatti e come intesi. Colui che fa scrivere dà al segretario un tema ravviluppato e confuso; questi, parte frantende, parte vuol correggere, parte esagerare per ottener meglio l'intento, parte non lo esprimere come lo ha inteso; quegli a cui la lettera è indiritta, se la fa leggere; capisce poco; il lettore diventa allora interprete e con le sue spiegazioni imbroglia anche di più quel poco di filo che l'altro aveva afferrato: di modo che le due parti finiscono a comprendersi fra loro come due filosofi trascendentali. Il peggio è quando la situazione della quale si vuol render conto è complicata e i disegni e le proposte che si vogliono fare sono contingenti e condizionate. Tale era il caso di Fermo. Il suo disegno era di stabilirsi a Bergamo, di viver quivi della sua professione e di farsi con quella anche un po' di scorta, di preparare un buon letto a Lucia e che allora essa venisse a Bergamo con la madre ed ivi si concludessero le nozze. Ma i tempi non erano propizii. L'amore, che dipinge le cose facili, bastava bensì a persuadere a Fermo che il suo disegno si sarebbe potuto eseguire in seguito; ma non poteva nascondergli che per allora era ineseguibile. Bisognava adunque che Fermo facesse intendere ad Agnese questo miscuglio di speranze fondate, anzi certe, di impaccio attuale, di sì nell'avvenire e di no nel presente; Agnese ricevette la lettera dopo il ritorno da Monza, intese e fece rispondere come potè. Il ratto di Lucia fece tanto strepito che la voce ne giunse a Fermo, ma per buona ventura insieme con quella della liberazione. Pure ognuno può immaginarsi quali fossero le sue angustie. Se Lucia fosse rimasta nel suo paese, Fermo certamente non si sarebbe tenuto dall'andarvi: di nascosto, di notte, travestito, per balze, per greppi, come che fosse, vi sarebbe andato. Ma egli seppe anche che Lucia era partita per Milano; e in tale circostanza, non solo il pericolo diventava per Fermo, incomparabilmente maggiore, ma il tentativo incomparabilmente più difficile e l'evento quasi disperato. Dovette egli dunque contentarsi di chiedere schiarimenti ad Agnese. La buona donna trovò il mezzo di fargli avere, per mezzo d'un mercante quei cento scudi, che Lucia aveva destinati a lui, ed una lettera, nella quale v'era l'intenzione di metterlo al fatto di tutto l'accaduto. Ma questa lettera non isgombrò le inquietudini e le ansietà di Fermo; anzi i cento scudi le accrebbero: giacchè, pensava egli, ora che Lucia, per una ventura inaspettata, possiede tanto che basta perchè noi possiamo viver qui marito e moglie, perchè non viene ella e mi manda invece questi denari, come un dono, come una elemosina, come... e qui Fermo si sentiva scoppiare... come un congedo? Voglio io denari da lei? E se ella non è mia, pensa ch'io possa da lei ricevere qualche cosa? Per quanto Agnese avesse cercato di fargli scriver chiaro che Lucia dallo spavento in poi si trovava quale egli l'aveva lasciata, Fermo alla vista di quei denari e dati a quel modo era assalito da mille dubbi torbidi e strani. Le lettere che egli faceva scrivere a Lucia, cadevano tutte in mano di Donna Prassede, la quale certo non le consegnava a cui erano indiritte, ma, pel meglio, le leggeva e si regolava su le notizie che ne ricavava. Fermo, sempre più inquieto, chiedeva ad Agnese la spiegazione di quei dubbii e del silenzio di Lucia. Quand'anche Agnese avesse saputo scrivere, non avrebbe potuto soddisfare il poveretto, perchè la cagione del silenzio le era ignota, ed essa pure non capiva bene il contegno di Lucia con Fermo. La spiegazione di tutto era nel voto fatto da Lucia, e che essa non aveva confidato nè meno alla madre. La corrispondenza andava sempre più imbrogliandosi fin che essa fu interrotta dagli avvenimenti che racconteremo nel volume seguente. Fine del tomo III». (Ed.)

[58]Giannone P.,Delle opere di Alessandro Manzoni; in L'Esule, giornale di letteratura italiana antica e moderna—Tomo primo.—Parigi, dai torchi di Pihan Delaforest (Morinval), rue des Bons-enfants, 34, M. DCCC.XXXIII; pp. 262-302. La traduzione in francese, che l'accompagna, è del sig. Lemonier, autore deiSouvenirs d'Italie.[59]M. de Gourbillon.[60]Antologia, n. 82, ottobre 1827, pp. 101-119. L'articolo, invece del Tommaseo, doveva scriverlo il dott. Gaetano Cioni, come si rileva da una lettera di Giuseppe Montani, del 16 di settembre: «L'articolo sugliSposi Promessilo fa il dottor Cioni. Manzoni è qui [a Firenze] adorato da tutti. Il Granduca ha voluto veder lui e il suo bambino, che sempre lo accompagna. Gli ha fatta, mi dicono, la più affettuosa accoglienza». Il 1º agosto aveva scritto: «Aspettiamo di giorno in giorno il Manzoni, e mai non lo vediamo. Del suo romanzo (crederesti?) non è ancor giunta copia, se non al Batelli, che gli fa il brutto complimento di ristamparglielo».[61]Biblioteca italiana, n. 141, settembre 1827, pp. 422-472; e n. 142, ottobre 1827, pp. 32-81.[62]La prima fu stampata a pp. 322-337 del t. XXXIV [marzo 1824]; la seconda a pp. 145-172 del tom. XXXV [aprile 1824].[63]Pubblicai questa lettera, scritta da Brusuglio il 6 luglio del '24, inMilano vecchia, strenna del Pio Istituto dei Rachitici di Milano, Anno IX, Milano, tip. Bernardoni di C. Rebeschini e C., 1889; pp. 51-58.[64]Come si accorda quello che il Tommaseo scrisse de'Promessi Sposinelle sue lettere al Vieusseux con quello che stampò nell'Antologia?È un repentino voltafaccia: non si può chiamare con altro nome. Il Barbi si domanda: «Ma è stato preso proprio pel suo verso quell'articolo? Ne dubito. Occorre, a intenderlo bene, una ricerca psicologica sul Tommaseo uomo e scrittore, e storica sull'ambiente, e dimenticare l'impressione che fa oggi generalmente il romanzo... E non può essere, che dove il Tommaseo tocca d'alcuni difetti, avesse in animo d'attenuarli e giustificarli, e che l'intendimento apologetico non appaia chiaro, o perchè così ha voluto l'autore, o per mancanza di quei nessi logici e formali che egli era solito trascurare? Avrebbe così ottenuto effetto contrario a quel che si proponeva; ma, si sa, altro è scrivere, altro riuscire a farsi intendere!» Questa spiegazione, per quanto ingegnosa, non mi persuade. Leggendo le postille e l'articolo si vede che a ogni istante la viva e sincera ammirazione del Tommaseo per iPromessi Sposiè come troncata dagli occulti paragoni ch'egli fa inconsapevolmente tra il Manzoni e sè stesso; e appunto quel continuo guardare a sè stesso gli svia il giudizio. Mentre riconosceva che il grande Poeta aveva «divinizzata la lirica, ricreata la tragedia, insegnata agl'Italiani la vera via della storia», e che in tutti questi campi gli era superiore; ho il convincimento che come romanziere ritenesse di stargli alla pari e anche di sorpassarlo. In fin de' conti che cosa significano le sue tante censure e correzioni aiPromessi Sposi?Significano: Avrei fatto meglio io![65]Del Romanzo in generale e dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni discorsi due—Quinta edizione, Urbino, coi tipi della V. Capp. del SS. Sacram. per Giuseppe Rondini, 1846; in-16º. di pp. VIII-142.[66]Del Romanzo in generale e dei Promessi Sposi, romanzo di Manzoni, discorsi due. Sesta edizione, accresciuta d'altri scritti. In Venezia, nella Tip. Emiliana, MDCCCXL; in-16.º di pp. VI-236.[67]Trovò un difensore anche in Giuseppe Bianchetti di Treviso. Cfr.Sopra i Romanzi storici[lettera]Al barone cav. Ferdinando Porro,Milano; inGiornale sulle scienze e lettere delle Provincie Venete, n.º 107-108 del vol VI dellaContinuazione, bimestre di settembre e ottobre 1830. Fu ristampata a pp. 71-114 deiDiscorsi critici intorno alla questione se giovi di ammettere o no nella letteratura italiana il Romanzo storico, Treviso, coi tipi di Gio. Paluello del fu Antonio,mdcccxxxii; in-16.º ed a pp. 503-522 del libro:Dei lettori e dei parlatori, saggi due diGiuseppe Bianchetti—Alcune lettere di lui medesimo, Firenze, Felice Le Monnier, 1858; in-16.º[68]Indicatore Genovese, n. 5, 6 e 7, giugno 1828. Cfr. Mazzini G.,Scritti editi ed inediti[quarta edizione], volume II, Letteratura vol I, pp. 41-51.[69]Tommaseo N., Studi critici, Venezia, Andruzzi, I, 290.[70]E altrove: «Vogliamo almeno terminare con un voto, che è certo comune a tutta l'Italia. Perchè il Manzoni, così grande poeta, non ha intramesso alla sua prosa alcun verso? Perchè non ha egli seguito l'esempio del suo Goethe e di tanti altri illustri romanzieri, che ne aggiunsero questo diletto? La materia di frequente si prestava volentieri alla poesia... Chi non vorrebbe ascoltare il divoto cantico e lelaudidei valligiani che s'affollano con santa allegrezza incontro al Cardinal Federigo? Chi non intenderebbe un orecchio bramoso allegiulive canzoni di guerradei soldati che vanno all'impresa di Mantova? Tutti ricordavano il sublime canto per la battaglia di Maclodio, tutti aspettavano rinnovata quella robusta armonia. Nè mancherà, in ispecie fra coloro che più strettamente appartengono alla scuola romantica, chi si dolga di non sentire espressa lacanzonacciade' monatti, che viene appena accennata».[71]Fin dal 1890 ne dette un saggio il prof.Emilio Teza[Postille inedite diN. Tommaseoai«Promessi Sposi»; nellaNuova Antologia, serie III, vol XXVII, pp. 560-566]; poi, nel 1897, vennero stampate per intiero daGiuseppe Rigutini. Cfr.Postille inedite diNiccolò Tommaseo,precedute da un discorso critico e accompagnate da osservazioni, Firenze, R. Bemporad & figlio, 1897; in-16º. di pp. VIII-332.[72]Eccone un saggio: «È affettato—Pesante—È da buffone: tuono che Fautore assume talvolta—È brutto—È duro—Non mi piace—Miseria—Piccolezza—Cattivo—Inezia—Importuno—Non va—Quanta roba!—È goffo—Mal detto—Pedantesco—Affettazione—Pare un goffo dialogo di Goldoni—Rettoricume—Bassezza—Evviva i soliloqui!—È vecchiume—È un guazzabuglio questo periodo—Malissimo detto—Inezia grande—Lungherie misere—Falso—È ridicolo—È da retore e mostra la stanchezza dell'autore—Affettato e prolisso—Gretto e stracco»; e giù di questo tono, con mano sempre prodiga.[73]I critici si trovarono concordi nel biasimare il Manzoni d'avere scelto a protagonisti due operai; all'infuori però del Sismondi, del Pezzi, del Giannone e di pochi altri, tra' quali Giovita Scalvini, che scrisse: «Ha scelto Renzo e Lucia per isvergognare e ridurre al niente i Rodrighi e gli Egidii; per additarne come l'occhio di Dio, dinanzi il quale cessa ogni disuguaglianza, sappia scernere infra la turba gl'ignobiliespregevoliche in lui bene confidano, e la sua mano sollevarli sulla malvagità illustre e tremenda... Vuolsi dunque considerare Renzo e Lucia come un simbolo di tutti i deboli, di tutti quelli che soffrono, e ai quali la giustizia è dovuta... Che se a qualcuno e' paiono troppo piccioli, perch'ei sia curante dei loro umili casi, pensi che a lui per l'appunto il Manzoni li propone in esempio; affinchè corregga il suo orgoglio; nè da loro rivolga indifferente gli sguardi, senza dirizzarli verso Colui che li ha posti sulla terra, ascolta le loro imprecazioni, e non li lascerà cadere: chi non può stare con loro, come prossimo, se ne faccia scala a sani pensieri fuori e più alti di loro».[74]Nel dar conto nell'Antologia[n. 93, settembre 1828, pp. 120-132] d'un mediocrissimo romanzo francese:Gertrude,par mad.Hortense Allart de Thèrase, Florence, Ciardetti, 1827, scriveva: «Tutto ciò ch'è grande, è difficile: e però quant'è più l'altezza a cui si tende, più frequente è il pericolo della caduta. Troppo insistere sulla storia dell'uomo interiore, può generare facilmente sazietà e noia; può torre al poeta la forza e lo spazio di rappresentare i segni e gli effetti della passione; può renderlo affettatamente minuzioso ed ardito a spacciare de' fatti dell'anima passionata, i risultati o della fredda meditazione, o d'un'esperienza angusta, immatura. La maggior difficoltà sta nel cogliere appunto la reale gradazione dell'affetto; e mostrando il passaggio dell'anima dall'un grado all'altro, esser vero. Questa difficoltà non mi par superata in un de' tratti più mirabili de' Promessi Sposi; la conversione dell'Innominato. Le disposizioni di quell'anima annoiata del male, i primi tocchi della pietà ch'è, già per sè medesima un cambiamento in quel cuore ferreo, la confusione che lo assale alla vista della sua vittima, tutto è fin qui sovranamente côlto, è quasi tutto con egual potenza indicato. Ma quando siamo alla notte, i sentimenti di rabbia, di disperazione, d'orgoglio che l'assalgono con tanta furia di quanta è capace un'anima ancora verde nel delitto, non mi paiono direttamente condurre a un così prossimo cambiamento. Un carattere come l'Innominato, e non cangiato ancora, non ricevere alcuna impressione di sdegno, d'orgoglio da quel suo passaggio in mezzo alla folla meravigliata e sospettosa, non mi par verisimile. La storia dice che l'Innominato, dopo avuto un colloquio col Borromeo, cangiò vita: ma non dice, parmi, che l'Innominato sia ito a cercare la presenza del vescovo, in mezzo alla moltitudine radunata, in un giorno ch'era giorno di festa per tutto il dintorno. Egli scende tatto irritato di quella gioia comune, scende non per altro che per saperne il motivo, e va difilato a cercare dell'arcivescovo di Milano. Forse il passo parrebbe men brusco, se l'A. avesse dipinti i sentimenti che, cammin facendo, agitavano quell'anima umiliata. Ma umiliarla conveniva dapprima, umiliarla agli occhi suoi propri; giacchè la stanchezza del male non genera che maggior perversità, quando non conduca ad arrossire della propria bassezza. Io so bene che descritti tutti i gradi intermedii della conversione, la cosa sarebbe troppo ita in lungo, so che allora sarebbe stato assai più difficile rendere teatrale e romanzesca quella conversione: so in fine che nella pittura del nostro Manzoni, c'è tanta profondità da ammirare, che non è quasi lecito il mostrare desiderio di quello che manca».[75]L'Antologia[n. 116, agosto 1830; pp. 140-142] tornò a parlare de'Promessi Sposipigliando occasione dalla ristampa che ne fece a Firenze, nel '30, la tipografia Passigli, Borghi e C. in un vol in-8.º e in sei volumetti in-32.º con vignette. Dell'articolo, scritto dal Montani, è notevole questo brano: «Walter Scott, ha già detto qualcuno, va dalla storia al romanzo, Manzoni dal romanzo alla storia. Da questo loro andamento diverso risulta che ciò che nelle composizioni dell'uno forma, per così dire, lo sfondo delle composizioni medesime, in quello dell'altro forma il soggetto principale. Quindi non fa meraviglia ciò che da un anno si va bucinando, e in un giornale assai recente si narra senza mistero, che il Manzoni in uno scritto, che verrà presto alla luce, sul romanzo storico, si separi interamente da Walter Scott. Può egli non separarsene in teorica, quando in pratica ne va tanto lontano?».[76]Singolare è questa lettera del Tommaseo al Vieusseux, scritta da Milano il 12 novembre del '26: «Manzoni forse per la primavera vegnente verrà con la famiglia a Firenze... Del resto, se egli venisse a Firenze, vedreste un uomo che dall'assenza di ogni singolarità è reso agli occhi d'ognuno che non gli dissomigli, affatto singolare e mirabile. Una statura comune, un volto allungato, vaiuolato, oscuro, ma impresso di quella bontà che l'ingegno, non che guastarla, rende più sincera e profonda: una voce di modestia e quasi di timidità, cui lo stesso balbettare un poco giunge come un vezzo alle parole, che paiono escir più mature, più desiderate: un vestito dimesso, un piglio semplice, un tuono famigliare, una mite sapienza che irradia per riflessimento tutto ciò che a lui s'avvicina... Questo è l'uomo direste, il cui nome sarà simile di qui a mill'anni, adorato, com'io venero oggi il suo volto. Questo è l'uomo che in ogni via che calcò impresse un'orma indelebile; che ha divinizzata la tragedia, che ha insegnata agl'Italiani la vera via della storia; che ha fatto il romanzo la lettura del Genio e della Virtù; ch'ebbe amici i più buoni del secol suo; che fu pio, semplice, generoso; che trasse il suo genio dal cuore: e potreste aggiungere (questo è forse il maggiore degli encomii) che fu visto più d'una volta piangere sulle sventure degl'infelici».[77]IlRigutiniristampò il vecchio articolo dell'Antologia, in fronte allePostille[pp. 1-21], ma senza accennare per nulla ai tanti cambiamenti che vi aveva fatto l'autore nell'edizione del '43 ed ai lievi ritocchi di quella del '58.[78]Il primo esilio di Nicolò Tommaseo1834-1839,lettere di lui a Cesare Cantù, Milano, Cogliati, 1904; p. 102.[79]Tommaseo N.,Studi critici; I, 304-312.Cfr.Ispirazione e arte o lo scrittore educato dalla società e educatore,studi diNiccolò Tommaseo, Firenze, Felice Le Monnier, 1858; pp. 417-426.[80]Tommaseo N.Dizionario estetico, Firenze, Successori Le Monnier, 1867, pp. 622-623.[81]Nacque a Novara il 12 febbraio del 1803; si laureò in legge a Pavia; presa la carriera della magistratura, al pane onorato del suo forte Piemonte e de' suoi vecchi Re preferì quello dell'Austria, e morì il 9 ottobre del 1850, consigliere dell'I. e R. Tribunale criminale di Milano.[82]Il Visconti fa in margine l'osservazione seguente: «Lascerei come una inezia questo cenno sul Griso. Ha del rettorico o per dir meglio del Tassesco:Argante, Argante stesso ad un gran urtoDi Rinaldo abbattuto appena è surto.»[83]È il famoso Azzecca-garbugli, che prima chiamòPèttola, poiDuplica. (Ed.)[84]Valente. [Postilla del Visconti].[85]Quest'episodio è un brano del capitolo III del tomo III. (Ed.)[86]Lascerei queste righe, per dare maggiore brevità, e perchè queste acclamazioni sono cosa troppo simile alle altre in cui Lucia fu nominata plaudendo al Cardinale. [Postilla del Visconti].[87]Un asilo, caro Alessandro, pare che il Cardinale voglia metterla in monastero a fare il noviziato. [Postilla del Visconti].[88]È un brano del capitolo IV del tomo III. (Ed.)[89]Il consiglio chiesto dal Cardinale mi piace, ma assai. Rialza in un modo inaspettato il Conte dopo la sua conversione, lo rende sempre più vivo. Ma bada bene: che il Cardinale aveva ordinato la lettiga subito dopo aver parlato coi preti, e l'ultimo consiglio dev'essere quello del Conte, come il più di peso. Non ti spiacerebbe di soggiungere in quel luogo dopo le parole:Quando ebbe questa certezza, nella quale fu riconfermato dall'opinione d'un altro personaggio, di cui lasceremo per ora che il lettore indovini il nome,Federigo ordinò, ecc.? [Postilla del Visconti].[90]Tozzo di panemi pare troppo da pitocco, direi un pane. [Postilla del Visconti].[91]Lascereie sul suo pericolo, che imbroglia; pare che fosse attualmente in qualche pericolo per parte di Rodrigo. [Postilla del Visconti].[92]Di fianco alla presente risposta di Federigo e alle parole del Conte:Ah! la dolcezza, ecc. il Visconti scrisse: «Lascerei questi due punti: non bisogna poi essere prodigo dì riflessioni ascetiche in un Romanzo. Anche per l'edificazione de' lettori—non ridere tu, sebbene io rida di me stesso—è meglio presentare più che si può con disinvoltura le idee Cristiane». (Ed.)[93]Leverei laperitanza quasi puerile, per stare alle parole del Ripamonti; vorrei che avesse sempre il Conte nostro qualche cosa di soldatesco. [Postilla del Visconti].[94]Levereiimplorando, ecc. per la ragione dianzi detta, e perchè il Conte era uomo avvezzo ad agire, e chi è avvezzo ad agire fa addirittura. Doveva beneficare con quella risoluzione con cui dava dapprima de' colpi di spada. [Postilla del Visconti].[95]Non sarebbe meglio,di pentimento e di affezione?[Postilla del Visconti].[96]È un altro brano del capitolo IV. «La scena del Conte merita un capitolo a parte», scrisse il Visconti in margine al principio dell'episodio; soggiungendo: «In questa porzione del Romanzo giovano, mi pare, i periodi piuttosto brevi: e contenenti un oggetto solo, per quanto si può. Dunque: Capitolo... (quello che sarà).Il Conte del Sagrato era venuto, ecc.». Arrivato poi alle parole:rendevano impossibili, tornò a notare: «Qui finirei il capitolo. Al seguente ci penserai tu, mentre vuoi cangiare, come mi hai detto, il modo di mandare Lucia in quella casa di signori». (Ed.)[97]Dal paese di Lucia. (Ed.)[98]A cominciare dalle parole:Visitando una di quelle parrocchie, ecc. fino a quelle:dalle zanne del lupo, con cui ha fine questo tratto del Romanzo, il Manzoni diè di frego a ogni cosa, scrivendo in margine: «Invece di questa visita, ecc. sia Don Abbondio che avendo saputo come Donna Prassede cercava una donna di servizio, suggerisca ad Agnese di proporre Lucia; e lo faccia per mostrare interessamento, e per isbrigarsene nello stesso tempo. Agnese vada da Donna Prassede, che villeggia a qualche miglio di là e deve partire all'indomani per Milano. Lucia è accettata. Il Conte e le conseguenze si raccontino nel capitolo IX». (Ed.)[99]Lo ribattezzò poi col nome diDon Ferrante. Quello diValerianogli fu suggerito dal «gran Valeriano Castiglione», autore delloStatista regnante. (Ed.)[100]Divenne poiDonna Prassede. (Ed.)[101]È un brano anche questo del capitolo IV. (Ed.)[102]Nel paese di Lucia. (Ed.)[103]Segue, cancellato: «che nella sua povertà privata, godeva della potenza soverchiatrice, della cupida ambizione». (Ed.)[104]Segue, cancellato: «superficiali: se fossero diventate comuni, se molti uomini di tutte le nazioni le avessero ricevute e messe in pratica, fossero divenuti virtuosi come Fabricio, vi sarebbero state molte nazioni forti per la loro temperanza e avide di dominare, le qua[li]. (Ed.)[105]Di fianco al periodo, che incomincia colla parola:superficialie che termina qui, il Manzoni segnò una linea e scrisse in margine: «Direi, se si può, che quelle idee adottate universalmente avrebbero prodotti uomini poveri e forti e ambiziosi: non migliorato il mondo, etc. queste invece avrebbero introdotta una equa e pacifica distribuzione delle cose necessarie, poveri soccorsi e ricchi astinenti: cresciuta la pazienza a misura che ne sarebbe scemato il bisogno». (Ed.)[106]Col racconto di questo episodio della vita del cardinal Federigo ha termine il capitolo IV del tomo III della prima minuta. (Ed.)[107]Lampugnano,La pestilenza seguita in Milano, Milano, 1634, pag. 19. [Nota del Manzoni].[108]Quest'inciso, mi pare, imbarazza la serie delle idee, massimamente perchèbeneficenzasignifica più direttamente dono gratuito, che una ricerca di lavoro. [Postilla del Visconti].[109]Amoltidi quei fini, se non m'inganno. [Postilla del Visconti].[110]Qui il Manzoni aggiunse, in margine, ma poi cancellò: «Gli uomini facevano allora quello che pur troppo hanno fatto quasi sempre. Dicono intollerabile la sventura quando è ancora in picciol grado, la rassegnazione sembra loro impossibile quando è ancor facile: s'ingegnano tanto che la rendono più grave, e che la spingono talvolta ad un segno, in cui non resta più nemmeno ad essi la forza necessaria per essere impazienti, ed hanno, ben più della rassegnazione, lo stupore». (Ed.)[111]Il Manzoni vi ha scritto di fianco: «Grida del 2 Agosto 1628». (Ed.)[112]Eccone il racconto: «Non la guerra propriamente detta, ma un passaggio di truppe, più funesto agli abitanti che nessuna guerra più accanita, desolò una parte del Milanese, e condusse la peste, dalla quale nessun angolo di quel paese fu salvo. Ci conviene ora accennare brevemente le origini di tanta rovina. Vincenzo I Gonzaga, Duca di Mantova, era morto nel 1612, lasciando tre figli. Il primo, Francesco, morì nello stesso anno, e non rimase di lui che una figlia, per nome Maria; Ferdinando, che dopo di lui tenne lo Stato, morì senza prole legittima nel 1626; Vincenzo II, l'ultimo dei fratelli, gli succedette in età di 32 anni, già consumato dagli stravizi, senza speranza di prole e manifestamente vicino al sepolcro. Già molte ambizioni, molte cupidigie, molti sospetti stavano all'erta aspettando ch'egli vi scendesse. Ma egli aveva instituito erede per testamento Carlo Gonzaga, Duca di Nevers, del resto suo parente più prossimo. E per assicurare l'effetto di questa disposizione, aveva segretamente fatto scrivere al Nevers che mandasse a Mantova il figlio, pur Carlo, Duca di Rethel, affinchè al momento che il ducato verrebbe a vacare, potesse pigliarne il possesso in nome del padre. Ma, oltre il ducato di Mantova, dalla successione del quale erano per investitura escluse le femmine, Vincenzo lasciava pur quello del Monferrato, al quale, pel complicato, confuso, incerto, variamente applicabile diritto pubblico d'allora, Maria, nipote di Vincenzo, poteva aver qualche ragione. Per togliere ogni soggetto ed ogni pretesto di dissensioni, pensò il Duca Vincenzo, o chi pensava per lui, a dare quella Maria in moglie al Duca di Rethel, che aveva fatto chiamare. L'aspettato giovane arrivò che il Duca Vincenzo era agli estremi: le nozze, che questi aveva proposto, si fecero nella notte dopo il 25 Dicembre 1628, mentre egli moriva.«La morte e il matrimonio terminano per lo più le tragedie e le commedie del teatro, ma danno sovente principio alle tragedie e alle commedie della vita reale. Al mattino lo sposo comparve in grande abito da lutto, assunse il titolo di Principe di Mantova, e padrone delle armi e della cittadella, fu senza difficoltà riconosciuto dagli abitanti. Ma v'era altri a questo mondo che avevano qualche cosa da dire in quella faccenda.«Luigi XIII re di Francia o per dir meglio il Cardinale di Richelieu, sosteneva il Nevers, uomo d'origine italiana, ma nato francese; anzi aveva egli, il Cardinale, per mezzo di legati, avuta gran parte nel testamento del Duca Vincenzo. Don Filippo IV, o per dir meglio il Duca d'Olivares, non poteva patire che un principe francese venisse a stabilirsi in Italia, e sosteneva le pretenzioni di Don Ferrante Gonzaga, parente più lontano del Duca Vincenzo.«Carlo Emmanuele Duca di Savoja aveva pure antiche pretenzioni sul Monferrato; i Veneziani, ai quali dava ombra la grande potenza spagnuola in Italia, favorivano il Duca di Rethel, ma con trattati, con promesse e con minacce; e Urbano VIII, inclinato a quel Duca e sopra tutto alla pace, ajutava, come poteva, queste due cause con raccomandazioni e con proposte di accomodamenti. Finalmente l'imperatore Ferdinando II pretendeva che il Duca di Nevers, erede trasversale, non aveva potuto senza il suo consenso impossessarsi di feudi dell'impero, la successione ai quali era rivendicata da altri. Richiedeva quindi che il possesso degli Stati fosse depositato presso di lui, finch'egli gli aggiudicasse per sentenza, e citò il Duca di Nevers con tutte le formalità allora in uso. V'erano poi altre pretenzioni secondarie e più intralciate, che passiamo sotto silenzio, per non annojare il lettore, il quale comincia forse a mormorare; e certamente non saprà abbastanza apprezzare la fatica che facciamo per restringere in brevi parole tutta questa parte di storia. Il Duca d'Olivares, istigato continuamente dal Cordova, governatore di Milano, strinse un trattato col Duca di Savoja contra il novello Duca di Mantova. Questi si pose sulla difesa, si venne alle mani, Carlo Emmanuele invase il Monferrato, e Cordova pose l'assedio a Casale. Il Duca di Mantova, stretto da due nemici potenti, invocava gli amici; ma i Veneziani non volevano muoversi se il Re di Francia non mandava un esercito in Italia, e il Re di Francia, o il Cardinal di Richelieu, era impegnato nell'assedio della Rocella. Presa questa, parati o vinti certi intrighi imbrogliatissimi di Corte, il Re e il Cardinale s'affacciarono all'Italia con un esercito, chiesero il passo al Duca di Savoja; si trattò, non si conchiuse, si venne alle mani, i Francesi superarono e acquistarono terreno, si trattò di nuovo, il passo fu accordato, il Re e il Cardinale s'avanzarono, trassero agli accordi il Cordova spaventato, gli fecero levare l'assedio di Casale, vi posero guernigione francese, e tornarono a casa trionfanti, e accompagnati da due sonetti dell'Achillini. Il primo, quello che comincia col famoso verso:Sudate, o fuochi, a preparar metalli,è tutto di lode; l'altro è di consiglio, perchè la poesia ha sempre avuto questo nobile privilegio di ravvolgere avvisi sapientissimi e insegnamenti reconditi negli idoli lusinghieri della fantasia e nella magica armonia dei numeri. L'Achillini consigliava il Re di Francia, vincitore della Roccella e liberatore di Casale, di tentare l'impresa del Santo Sepolcro, nè più nè meno. Però il Cardinale di Richelieu non ne fece nulla: convien dire che avesse altro in testa. Ma i Veneziani, che allo scendere de' Francesi, s'eran dichiarati e mossi, istavano per legati e per lettere presso il Cardinale perchè l'esercito da lui condotto non tornasse indietro, e adducevano mille ragioni, per provare che non era da far conto su quei trattati; ma il Cardinale badò alla prosa dei Veneziani come ai versi dell'Achillini. La guerra continuò infatti contro il Duca di Mantova. Questi aveva fatte e andava facendo tutte le sommessioni immaginabili all'imperatore a fine di placarlo e di piegarlo ad accordargli l'investitura. Ma Ferdinando stava fermo in esigere che i ducati fossero a lui ceduti in deposito; e irritato dalle ripulse del Duca, più che ammansato dalle sue riverenze; irritato di più dell'aver questi domandato il soccorso francese, stimolato dalla Corte di Madrid, si dichiarò anch'egli nemico del Duca di Mantova. L'esercito Alemanno, di circa trentasei mila uomini, ragunato sotto il comando del Conte di Colalto, ebbe ordine di portarsi all'impresa di Mantova; la vanguardia che, già da qualche tempo aveva occupato ostilmente il paese de' Grigioni, si diffuse per la Valtellina e ai 20 di settembre entrò nello Stato di Milano». Questo brano è tolto dal capitolo I del tomo IV. (Ed.)[113]Lascerei questo paragone così intempestivo in materia così triste. [Postilla del Visconti].[114]Qui termina il capitolo V del tomo III. Il brano che segue è il principio del capitolo VI. (Ed.)[115]Prima, come fu detto, gli pose nomeValeriano; poi lo ribattezzò Don Ferrante. (Ed.)[116]Lacuna dell'originale. (Ed.)[117]Francesco D'Ovidio[Manzoni e Cervantes; inDiscussioni manzoniane, Città di Castello, Lapi, 1886; pagine 68-72] col solito suo acume paragonò la biblioteca dì don Quijote con quella di don Ferrante.Lorenzo Stoppato[La Biblioteca di don Ferrante, Milano, tip. Bortolotti di Giuseppe Prato, 1887; in-16º di pp. 59] ne fece soggetto di una geniale conferenza, letta a Milano, il 17 febbraio 1887, nella sala dell'esposizione permanente di belle arti. Cfr. pure:I Don Ferranti ossia i moderni avvocati della peste; inLa Civiltà cattolica, anno XIII, serie V, vol. II, quaderno 291 di tutta la collezione, 3 maggio 1862, pp. 257-268.—Bacci O.,Don Ferrante nei«Promessi Sposi»; inSaggi letterari, Firenze, Barbèra, 1898; pp. 87-129. (Ed.)[118]Segue, cancellato: «delle poche rime stampate e di quelle poche prose di Claudio Achillini»; e poi: «delle rime stampate, del discorso accademico e delle poche lettere di Claudio Achillini». Qui il Manzoni accenna senza dubbio alleRime|e Prose|diClaudio|Achillini.|In questa nuova impressione|accresciute di molti sonetti,|et altre compositioni|non più stampate:|Con aggiunta di diverse|Bellissime Lettere di Proposta, e|Risposta del medesimo autore.| In Venetia, M.DC.LVI. | Per Giacomo Bortoli. | Con licenza de' Superiori; in-12º. È questa infatti la prima volta che furono raccolte e stampate le «poche lettere» dell'Achillini, mentre le sueRimeavevano avuto una quantità di edizioni. Essendo state raccolte e stampate nel 1656, non potevano figurare nella biblioteca di Don Ferrante, morto nel 1630; il Manzoni cancellò dunque l'accenno e corse al ripiego di fargli invece possedere «una raccolta manoscritta di alcune lettere» dello stesso grand'uomo. «Poche lettere», (nota il mio amico Luigi D'Isengard), «ma c'è da imparare una nuova maniera di estetica:—Il sonetto inviatomi da V. S. è cosa angelica, per non dire un angelo in versi. I due terzetti sono due Chori di Grazie. La chiusura è una prigionia di maraviglie.—Dopo il qual giudizio non è da mettere in dubbio cheil maggior poeta di quanti ne nascessero, o tra i Toscani, o tra i Latini, o tra i Greci, o tra gli Hebreisia Giambattista Marini; e non è da stupire che la sacra eloquenza fosse tutta nel saio d'un cappuccinocosì macilente e confitto e sepolto dentro ai panni, che si vede, anzi non si vede, e non si ode che una lana agitata che sgrida, un mantello vocale, un cappuccio che atterrisce; un fuoco che scintilla fuori dalle ceneri, una nuvola bigia che tuona spaventi, una penitenza spirante, un sacco di querele che si riversa addosso ai peccatori. Oh Dio, quanto è vero, che questo è il vero modo di predicare; e se tutti i predicatori fossero tali, so certo, che più consideratamente camminerebbe il mondo». Cfr.D'Isengard L.,Claudio Achillini e Don Ferrante; inLa Rassegna nazionale, di Firenze, anno XX, vol CIV, fascicolo del 1º dicembre 1898; pp. 629-636. (Ed.)[119]Segue, cancellato: «Non vorrei con tutto questo che alcuno pigliasse Don Ferrante per un uomo straordinario, perchè avendo studiato un po' tutta la sua vita ed inclinando ora alla vecchiezza, fra gli autori che teneva in stima particolare contasse molti recenti, alcuni viventi, e alcuni perfino assai più giovani di lui. Don Ferrante era quello che doveva essere, quello che sono sempre stati e saranno sempre gli uomini provetti, i quali già da gran tempo hanno veduto dove stia la perfezione del sapere, hanno adottato un sistema, e chiuso il numero delle loro idee. La loro avversione, i loro sospetti, le loro ire non sono già contra gli uomini nuovi, ma contra le idee nuove; anzi se fra i giovani sorge taluno, che ricevendo con molta venerazione le dottrine che trova trionfanti, le studia, vi si affonda dentro, e le estende e dà loro un nuovo lume, i provetti riconoscono il suo merito e lo esaltano con ammirabile imparzialità. Oh! se al tempo di Don Ferrante fossero venuti oltre giovani che avessero ardito riesaminare quelle idee che dovevano soltanto ricevere ed applicare, giovani che avessero frugato in tutti quegli assiomi, di quegli che invece di dire: Capisco, dicono: Perchè? avreste veduto come Don Ferrante gli avrebbe pettinati, ma per buona sorte non ve n'era uno». (Ed.)[120]Nell'autografo, forse per una svista, c'è scritto:strascurato. (Ed.)[121]Di Silietta il Manzoni parla di nuovo nel capitolo I del tomo IV. «Dalla fine dell'anno 1628», (così scrive) «alla quale siamo pervenuti con la narrazione, in sino alla metà del 1630, i nostri personaggi, quale per elezione e quale per necessità, si rimasero a un di presso nello stato in cui gli abbiamo lasciati: e la loro vita non offre in questo tempo quasi un avvenimento che ci sembri degno di menzione. Noi non poniamo, per esempio, tra gli avvenimenti memorabili la vestizione di Silietta, come non si considera per una epoca importante nella storia astronomica una piccola eclissi preveduta e calcolata e non visibile in Europa». Il tratto però che riguarda Silietta è cancellato. (Ed.)[122]In margine il Manzoni notò poi questo pensiero: «La signora le aveva lasciata una impressione confusa, ma spiacevole, etc.». (Ed.)[123]Segue, ma cancellato:Fine del tomo III.11 Marzo 1823. Questo Brano forma ilCapitolo IXappunto del tomo III della prima minuta. Vi aggiunse quest'altro brano: «La povera donna aveva un'altra faccenda su le braccia: la corrispondenza con Fermo. Quantunque egli non trovasse bel paese quello dove non era Lucia, pure sapendo che egli stava sui registri di Milano, non ardiva scostarsi dall'asilo. Faceva scrivere ad Agnese, per chiederle nuove della figlia; dico faceva scrivere, perchè i nostri eroi, simili in ciò a quelli d'Omero, non conoscevano l'uso dell'abbicì. Agnese si faceva leggere e interpretare le lettere, e incaricava pure altri della risposta. Chi ha avuto occasione di veder mai carteggi di questa specie, sa come son fatti e come intesi. Colui che fa scrivere dà al segretario un tema ravviluppato e confuso; questi, parte frantende, parte vuol correggere, parte esagerare per ottener meglio l'intento, parte non lo esprimere come lo ha inteso; quegli a cui la lettera è indiritta, se la fa leggere; capisce poco; il lettore diventa allora interprete e con le sue spiegazioni imbroglia anche di più quel poco di filo che l'altro aveva afferrato: di modo che le due parti finiscono a comprendersi fra loro come due filosofi trascendentali. Il peggio è quando la situazione della quale si vuol render conto è complicata e i disegni e le proposte che si vogliono fare sono contingenti e condizionate. Tale era il caso di Fermo. Il suo disegno era di stabilirsi a Bergamo, di viver quivi della sua professione e di farsi con quella anche un po' di scorta, di preparare un buon letto a Lucia e che allora essa venisse a Bergamo con la madre ed ivi si concludessero le nozze. Ma i tempi non erano propizii. L'amore, che dipinge le cose facili, bastava bensì a persuadere a Fermo che il suo disegno si sarebbe potuto eseguire in seguito; ma non poteva nascondergli che per allora era ineseguibile. Bisognava adunque che Fermo facesse intendere ad Agnese questo miscuglio di speranze fondate, anzi certe, di impaccio attuale, di sì nell'avvenire e di no nel presente; Agnese ricevette la lettera dopo il ritorno da Monza, intese e fece rispondere come potè. Il ratto di Lucia fece tanto strepito che la voce ne giunse a Fermo, ma per buona ventura insieme con quella della liberazione. Pure ognuno può immaginarsi quali fossero le sue angustie. Se Lucia fosse rimasta nel suo paese, Fermo certamente non si sarebbe tenuto dall'andarvi: di nascosto, di notte, travestito, per balze, per greppi, come che fosse, vi sarebbe andato. Ma egli seppe anche che Lucia era partita per Milano; e in tale circostanza, non solo il pericolo diventava per Fermo, incomparabilmente maggiore, ma il tentativo incomparabilmente più difficile e l'evento quasi disperato. Dovette egli dunque contentarsi di chiedere schiarimenti ad Agnese. La buona donna trovò il mezzo di fargli avere, per mezzo d'un mercante quei cento scudi, che Lucia aveva destinati a lui, ed una lettera, nella quale v'era l'intenzione di metterlo al fatto di tutto l'accaduto. Ma questa lettera non isgombrò le inquietudini e le ansietà di Fermo; anzi i cento scudi le accrebbero: giacchè, pensava egli, ora che Lucia, per una ventura inaspettata, possiede tanto che basta perchè noi possiamo viver qui marito e moglie, perchè non viene ella e mi manda invece questi denari, come un dono, come una elemosina, come... e qui Fermo si sentiva scoppiare... come un congedo? Voglio io denari da lei? E se ella non è mia, pensa ch'io possa da lei ricevere qualche cosa? Per quanto Agnese avesse cercato di fargli scriver chiaro che Lucia dallo spavento in poi si trovava quale egli l'aveva lasciata, Fermo alla vista di quei denari e dati a quel modo era assalito da mille dubbi torbidi e strani. Le lettere che egli faceva scrivere a Lucia, cadevano tutte in mano di Donna Prassede, la quale certo non le consegnava a cui erano indiritte, ma, pel meglio, le leggeva e si regolava su le notizie che ne ricavava. Fermo, sempre più inquieto, chiedeva ad Agnese la spiegazione di quei dubbii e del silenzio di Lucia. Quand'anche Agnese avesse saputo scrivere, non avrebbe potuto soddisfare il poveretto, perchè la cagione del silenzio le era ignota, ed essa pure non capiva bene il contegno di Lucia con Fermo. La spiegazione di tutto era nel voto fatto da Lucia, e che essa non aveva confidato nè meno alla madre. La corrispondenza andava sempre più imbrogliandosi fin che essa fu interrotta dagli avvenimenti che racconteremo nel volume seguente. Fine del tomo III». (Ed.)

[58]Giannone P.,Delle opere di Alessandro Manzoni; in L'Esule, giornale di letteratura italiana antica e moderna—Tomo primo.—Parigi, dai torchi di Pihan Delaforest (Morinval), rue des Bons-enfants, 34, M. DCCC.XXXIII; pp. 262-302. La traduzione in francese, che l'accompagna, è del sig. Lemonier, autore deiSouvenirs d'Italie.[59]M. de Gourbillon.[60]Antologia, n. 82, ottobre 1827, pp. 101-119. L'articolo, invece del Tommaseo, doveva scriverlo il dott. Gaetano Cioni, come si rileva da una lettera di Giuseppe Montani, del 16 di settembre: «L'articolo sugliSposi Promessilo fa il dottor Cioni. Manzoni è qui [a Firenze] adorato da tutti. Il Granduca ha voluto veder lui e il suo bambino, che sempre lo accompagna. Gli ha fatta, mi dicono, la più affettuosa accoglienza». Il 1º agosto aveva scritto: «Aspettiamo di giorno in giorno il Manzoni, e mai non lo vediamo. Del suo romanzo (crederesti?) non è ancor giunta copia, se non al Batelli, che gli fa il brutto complimento di ristamparglielo».[61]Biblioteca italiana, n. 141, settembre 1827, pp. 422-472; e n. 142, ottobre 1827, pp. 32-81.[62]La prima fu stampata a pp. 322-337 del t. XXXIV [marzo 1824]; la seconda a pp. 145-172 del tom. XXXV [aprile 1824].[63]Pubblicai questa lettera, scritta da Brusuglio il 6 luglio del '24, inMilano vecchia, strenna del Pio Istituto dei Rachitici di Milano, Anno IX, Milano, tip. Bernardoni di C. Rebeschini e C., 1889; pp. 51-58.[64]Come si accorda quello che il Tommaseo scrisse de'Promessi Sposinelle sue lettere al Vieusseux con quello che stampò nell'Antologia?È un repentino voltafaccia: non si può chiamare con altro nome. Il Barbi si domanda: «Ma è stato preso proprio pel suo verso quell'articolo? Ne dubito. Occorre, a intenderlo bene, una ricerca psicologica sul Tommaseo uomo e scrittore, e storica sull'ambiente, e dimenticare l'impressione che fa oggi generalmente il romanzo... E non può essere, che dove il Tommaseo tocca d'alcuni difetti, avesse in animo d'attenuarli e giustificarli, e che l'intendimento apologetico non appaia chiaro, o perchè così ha voluto l'autore, o per mancanza di quei nessi logici e formali che egli era solito trascurare? Avrebbe così ottenuto effetto contrario a quel che si proponeva; ma, si sa, altro è scrivere, altro riuscire a farsi intendere!» Questa spiegazione, per quanto ingegnosa, non mi persuade. Leggendo le postille e l'articolo si vede che a ogni istante la viva e sincera ammirazione del Tommaseo per iPromessi Sposiè come troncata dagli occulti paragoni ch'egli fa inconsapevolmente tra il Manzoni e sè stesso; e appunto quel continuo guardare a sè stesso gli svia il giudizio. Mentre riconosceva che il grande Poeta aveva «divinizzata la lirica, ricreata la tragedia, insegnata agl'Italiani la vera via della storia», e che in tutti questi campi gli era superiore; ho il convincimento che come romanziere ritenesse di stargli alla pari e anche di sorpassarlo. In fin de' conti che cosa significano le sue tante censure e correzioni aiPromessi Sposi?Significano: Avrei fatto meglio io![65]Del Romanzo in generale e dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni discorsi due—Quinta edizione, Urbino, coi tipi della V. Capp. del SS. Sacram. per Giuseppe Rondini, 1846; in-16º. di pp. VIII-142.[66]Del Romanzo in generale e dei Promessi Sposi, romanzo di Manzoni, discorsi due. Sesta edizione, accresciuta d'altri scritti. In Venezia, nella Tip. Emiliana, MDCCCXL; in-16.º di pp. VI-236.[67]Trovò un difensore anche in Giuseppe Bianchetti di Treviso. Cfr.Sopra i Romanzi storici[lettera]Al barone cav. Ferdinando Porro,Milano; inGiornale sulle scienze e lettere delle Provincie Venete, n.º 107-108 del vol VI dellaContinuazione, bimestre di settembre e ottobre 1830. Fu ristampata a pp. 71-114 deiDiscorsi critici intorno alla questione se giovi di ammettere o no nella letteratura italiana il Romanzo storico, Treviso, coi tipi di Gio. Paluello del fu Antonio,mdcccxxxii; in-16.º ed a pp. 503-522 del libro:Dei lettori e dei parlatori, saggi due diGiuseppe Bianchetti—Alcune lettere di lui medesimo, Firenze, Felice Le Monnier, 1858; in-16.º[68]Indicatore Genovese, n. 5, 6 e 7, giugno 1828. Cfr. Mazzini G.,Scritti editi ed inediti[quarta edizione], volume II, Letteratura vol I, pp. 41-51.[69]Tommaseo N., Studi critici, Venezia, Andruzzi, I, 290.[70]E altrove: «Vogliamo almeno terminare con un voto, che è certo comune a tutta l'Italia. Perchè il Manzoni, così grande poeta, non ha intramesso alla sua prosa alcun verso? Perchè non ha egli seguito l'esempio del suo Goethe e di tanti altri illustri romanzieri, che ne aggiunsero questo diletto? La materia di frequente si prestava volentieri alla poesia... Chi non vorrebbe ascoltare il divoto cantico e lelaudidei valligiani che s'affollano con santa allegrezza incontro al Cardinal Federigo? Chi non intenderebbe un orecchio bramoso allegiulive canzoni di guerradei soldati che vanno all'impresa di Mantova? Tutti ricordavano il sublime canto per la battaglia di Maclodio, tutti aspettavano rinnovata quella robusta armonia. Nè mancherà, in ispecie fra coloro che più strettamente appartengono alla scuola romantica, chi si dolga di non sentire espressa lacanzonacciade' monatti, che viene appena accennata».[71]Fin dal 1890 ne dette un saggio il prof.Emilio Teza[Postille inedite diN. Tommaseoai«Promessi Sposi»; nellaNuova Antologia, serie III, vol XXVII, pp. 560-566]; poi, nel 1897, vennero stampate per intiero daGiuseppe Rigutini. Cfr.Postille inedite diNiccolò Tommaseo,precedute da un discorso critico e accompagnate da osservazioni, Firenze, R. Bemporad & figlio, 1897; in-16º. di pp. VIII-332.[72]Eccone un saggio: «È affettato—Pesante—È da buffone: tuono che Fautore assume talvolta—È brutto—È duro—Non mi piace—Miseria—Piccolezza—Cattivo—Inezia—Importuno—Non va—Quanta roba!—È goffo—Mal detto—Pedantesco—Affettazione—Pare un goffo dialogo di Goldoni—Rettoricume—Bassezza—Evviva i soliloqui!—È vecchiume—È un guazzabuglio questo periodo—Malissimo detto—Inezia grande—Lungherie misere—Falso—È ridicolo—È da retore e mostra la stanchezza dell'autore—Affettato e prolisso—Gretto e stracco»; e giù di questo tono, con mano sempre prodiga.[73]I critici si trovarono concordi nel biasimare il Manzoni d'avere scelto a protagonisti due operai; all'infuori però del Sismondi, del Pezzi, del Giannone e di pochi altri, tra' quali Giovita Scalvini, che scrisse: «Ha scelto Renzo e Lucia per isvergognare e ridurre al niente i Rodrighi e gli Egidii; per additarne come l'occhio di Dio, dinanzi il quale cessa ogni disuguaglianza, sappia scernere infra la turba gl'ignobiliespregevoliche in lui bene confidano, e la sua mano sollevarli sulla malvagità illustre e tremenda... Vuolsi dunque considerare Renzo e Lucia come un simbolo di tutti i deboli, di tutti quelli che soffrono, e ai quali la giustizia è dovuta... Che se a qualcuno e' paiono troppo piccioli, perch'ei sia curante dei loro umili casi, pensi che a lui per l'appunto il Manzoni li propone in esempio; affinchè corregga il suo orgoglio; nè da loro rivolga indifferente gli sguardi, senza dirizzarli verso Colui che li ha posti sulla terra, ascolta le loro imprecazioni, e non li lascerà cadere: chi non può stare con loro, come prossimo, se ne faccia scala a sani pensieri fuori e più alti di loro».[74]Nel dar conto nell'Antologia[n. 93, settembre 1828, pp. 120-132] d'un mediocrissimo romanzo francese:Gertrude,par mad.Hortense Allart de Thèrase, Florence, Ciardetti, 1827, scriveva: «Tutto ciò ch'è grande, è difficile: e però quant'è più l'altezza a cui si tende, più frequente è il pericolo della caduta. Troppo insistere sulla storia dell'uomo interiore, può generare facilmente sazietà e noia; può torre al poeta la forza e lo spazio di rappresentare i segni e gli effetti della passione; può renderlo affettatamente minuzioso ed ardito a spacciare de' fatti dell'anima passionata, i risultati o della fredda meditazione, o d'un'esperienza angusta, immatura. La maggior difficoltà sta nel cogliere appunto la reale gradazione dell'affetto; e mostrando il passaggio dell'anima dall'un grado all'altro, esser vero. Questa difficoltà non mi par superata in un de' tratti più mirabili de' Promessi Sposi; la conversione dell'Innominato. Le disposizioni di quell'anima annoiata del male, i primi tocchi della pietà ch'è, già per sè medesima un cambiamento in quel cuore ferreo, la confusione che lo assale alla vista della sua vittima, tutto è fin qui sovranamente côlto, è quasi tutto con egual potenza indicato. Ma quando siamo alla notte, i sentimenti di rabbia, di disperazione, d'orgoglio che l'assalgono con tanta furia di quanta è capace un'anima ancora verde nel delitto, non mi paiono direttamente condurre a un così prossimo cambiamento. Un carattere come l'Innominato, e non cangiato ancora, non ricevere alcuna impressione di sdegno, d'orgoglio da quel suo passaggio in mezzo alla folla meravigliata e sospettosa, non mi par verisimile. La storia dice che l'Innominato, dopo avuto un colloquio col Borromeo, cangiò vita: ma non dice, parmi, che l'Innominato sia ito a cercare la presenza del vescovo, in mezzo alla moltitudine radunata, in un giorno ch'era giorno di festa per tutto il dintorno. Egli scende tatto irritato di quella gioia comune, scende non per altro che per saperne il motivo, e va difilato a cercare dell'arcivescovo di Milano. Forse il passo parrebbe men brusco, se l'A. avesse dipinti i sentimenti che, cammin facendo, agitavano quell'anima umiliata. Ma umiliarla conveniva dapprima, umiliarla agli occhi suoi propri; giacchè la stanchezza del male non genera che maggior perversità, quando non conduca ad arrossire della propria bassezza. Io so bene che descritti tutti i gradi intermedii della conversione, la cosa sarebbe troppo ita in lungo, so che allora sarebbe stato assai più difficile rendere teatrale e romanzesca quella conversione: so in fine che nella pittura del nostro Manzoni, c'è tanta profondità da ammirare, che non è quasi lecito il mostrare desiderio di quello che manca».[75]L'Antologia[n. 116, agosto 1830; pp. 140-142] tornò a parlare de'Promessi Sposipigliando occasione dalla ristampa che ne fece a Firenze, nel '30, la tipografia Passigli, Borghi e C. in un vol in-8.º e in sei volumetti in-32.º con vignette. Dell'articolo, scritto dal Montani, è notevole questo brano: «Walter Scott, ha già detto qualcuno, va dalla storia al romanzo, Manzoni dal romanzo alla storia. Da questo loro andamento diverso risulta che ciò che nelle composizioni dell'uno forma, per così dire, lo sfondo delle composizioni medesime, in quello dell'altro forma il soggetto principale. Quindi non fa meraviglia ciò che da un anno si va bucinando, e in un giornale assai recente si narra senza mistero, che il Manzoni in uno scritto, che verrà presto alla luce, sul romanzo storico, si separi interamente da Walter Scott. Può egli non separarsene in teorica, quando in pratica ne va tanto lontano?».[76]Singolare è questa lettera del Tommaseo al Vieusseux, scritta da Milano il 12 novembre del '26: «Manzoni forse per la primavera vegnente verrà con la famiglia a Firenze... Del resto, se egli venisse a Firenze, vedreste un uomo che dall'assenza di ogni singolarità è reso agli occhi d'ognuno che non gli dissomigli, affatto singolare e mirabile. Una statura comune, un volto allungato, vaiuolato, oscuro, ma impresso di quella bontà che l'ingegno, non che guastarla, rende più sincera e profonda: una voce di modestia e quasi di timidità, cui lo stesso balbettare un poco giunge come un vezzo alle parole, che paiono escir più mature, più desiderate: un vestito dimesso, un piglio semplice, un tuono famigliare, una mite sapienza che irradia per riflessimento tutto ciò che a lui s'avvicina... Questo è l'uomo direste, il cui nome sarà simile di qui a mill'anni, adorato, com'io venero oggi il suo volto. Questo è l'uomo che in ogni via che calcò impresse un'orma indelebile; che ha divinizzata la tragedia, che ha insegnata agl'Italiani la vera via della storia; che ha fatto il romanzo la lettura del Genio e della Virtù; ch'ebbe amici i più buoni del secol suo; che fu pio, semplice, generoso; che trasse il suo genio dal cuore: e potreste aggiungere (questo è forse il maggiore degli encomii) che fu visto più d'una volta piangere sulle sventure degl'infelici».[77]IlRigutiniristampò il vecchio articolo dell'Antologia, in fronte allePostille[pp. 1-21], ma senza accennare per nulla ai tanti cambiamenti che vi aveva fatto l'autore nell'edizione del '43 ed ai lievi ritocchi di quella del '58.[78]Il primo esilio di Nicolò Tommaseo1834-1839,lettere di lui a Cesare Cantù, Milano, Cogliati, 1904; p. 102.[79]Tommaseo N.,Studi critici; I, 304-312.Cfr.Ispirazione e arte o lo scrittore educato dalla società e educatore,studi diNiccolò Tommaseo, Firenze, Felice Le Monnier, 1858; pp. 417-426.[80]Tommaseo N.Dizionario estetico, Firenze, Successori Le Monnier, 1867, pp. 622-623.[81]Nacque a Novara il 12 febbraio del 1803; si laureò in legge a Pavia; presa la carriera della magistratura, al pane onorato del suo forte Piemonte e de' suoi vecchi Re preferì quello dell'Austria, e morì il 9 ottobre del 1850, consigliere dell'I. e R. Tribunale criminale di Milano.[82]Il Visconti fa in margine l'osservazione seguente: «Lascerei come una inezia questo cenno sul Griso. Ha del rettorico o per dir meglio del Tassesco:Argante, Argante stesso ad un gran urtoDi Rinaldo abbattuto appena è surto.»[83]È il famoso Azzecca-garbugli, che prima chiamòPèttola, poiDuplica. (Ed.)[84]Valente. [Postilla del Visconti].[85]Quest'episodio è un brano del capitolo III del tomo III. (Ed.)[86]Lascerei queste righe, per dare maggiore brevità, e perchè queste acclamazioni sono cosa troppo simile alle altre in cui Lucia fu nominata plaudendo al Cardinale. [Postilla del Visconti].[87]Un asilo, caro Alessandro, pare che il Cardinale voglia metterla in monastero a fare il noviziato. [Postilla del Visconti].[88]È un brano del capitolo IV del tomo III. (Ed.)[89]Il consiglio chiesto dal Cardinale mi piace, ma assai. Rialza in un modo inaspettato il Conte dopo la sua conversione, lo rende sempre più vivo. Ma bada bene: che il Cardinale aveva ordinato la lettiga subito dopo aver parlato coi preti, e l'ultimo consiglio dev'essere quello del Conte, come il più di peso. Non ti spiacerebbe di soggiungere in quel luogo dopo le parole:Quando ebbe questa certezza, nella quale fu riconfermato dall'opinione d'un altro personaggio, di cui lasceremo per ora che il lettore indovini il nome,Federigo ordinò, ecc.? [Postilla del Visconti].[90]Tozzo di panemi pare troppo da pitocco, direi un pane. [Postilla del Visconti].[91]Lascereie sul suo pericolo, che imbroglia; pare che fosse attualmente in qualche pericolo per parte di Rodrigo. [Postilla del Visconti].[92]Di fianco alla presente risposta di Federigo e alle parole del Conte:Ah! la dolcezza, ecc. il Visconti scrisse: «Lascerei questi due punti: non bisogna poi essere prodigo dì riflessioni ascetiche in un Romanzo. Anche per l'edificazione de' lettori—non ridere tu, sebbene io rida di me stesso—è meglio presentare più che si può con disinvoltura le idee Cristiane». (Ed.)[93]Leverei laperitanza quasi puerile, per stare alle parole del Ripamonti; vorrei che avesse sempre il Conte nostro qualche cosa di soldatesco. [Postilla del Visconti].[94]Levereiimplorando, ecc. per la ragione dianzi detta, e perchè il Conte era uomo avvezzo ad agire, e chi è avvezzo ad agire fa addirittura. Doveva beneficare con quella risoluzione con cui dava dapprima de' colpi di spada. [Postilla del Visconti].[95]Non sarebbe meglio,di pentimento e di affezione?[Postilla del Visconti].[96]È un altro brano del capitolo IV. «La scena del Conte merita un capitolo a parte», scrisse il Visconti in margine al principio dell'episodio; soggiungendo: «In questa porzione del Romanzo giovano, mi pare, i periodi piuttosto brevi: e contenenti un oggetto solo, per quanto si può. Dunque: Capitolo... (quello che sarà).Il Conte del Sagrato era venuto, ecc.». Arrivato poi alle parole:rendevano impossibili, tornò a notare: «Qui finirei il capitolo. Al seguente ci penserai tu, mentre vuoi cangiare, come mi hai detto, il modo di mandare Lucia in quella casa di signori». (Ed.)[97]Dal paese di Lucia. (Ed.)[98]A cominciare dalle parole:Visitando una di quelle parrocchie, ecc. fino a quelle:dalle zanne del lupo, con cui ha fine questo tratto del Romanzo, il Manzoni diè di frego a ogni cosa, scrivendo in margine: «Invece di questa visita, ecc. sia Don Abbondio che avendo saputo come Donna Prassede cercava una donna di servizio, suggerisca ad Agnese di proporre Lucia; e lo faccia per mostrare interessamento, e per isbrigarsene nello stesso tempo. Agnese vada da Donna Prassede, che villeggia a qualche miglio di là e deve partire all'indomani per Milano. Lucia è accettata. Il Conte e le conseguenze si raccontino nel capitolo IX». (Ed.)[99]Lo ribattezzò poi col nome diDon Ferrante. Quello diValerianogli fu suggerito dal «gran Valeriano Castiglione», autore delloStatista regnante. (Ed.)[100]Divenne poiDonna Prassede. (Ed.)[101]È un brano anche questo del capitolo IV. (Ed.)[102]Nel paese di Lucia. (Ed.)[103]Segue, cancellato: «che nella sua povertà privata, godeva della potenza soverchiatrice, della cupida ambizione». (Ed.)[104]Segue, cancellato: «superficiali: se fossero diventate comuni, se molti uomini di tutte le nazioni le avessero ricevute e messe in pratica, fossero divenuti virtuosi come Fabricio, vi sarebbero state molte nazioni forti per la loro temperanza e avide di dominare, le qua[li]. (Ed.)[105]Di fianco al periodo, che incomincia colla parola:superficialie che termina qui, il Manzoni segnò una linea e scrisse in margine: «Direi, se si può, che quelle idee adottate universalmente avrebbero prodotti uomini poveri e forti e ambiziosi: non migliorato il mondo, etc. queste invece avrebbero introdotta una equa e pacifica distribuzione delle cose necessarie, poveri soccorsi e ricchi astinenti: cresciuta la pazienza a misura che ne sarebbe scemato il bisogno». (Ed.)[106]Col racconto di questo episodio della vita del cardinal Federigo ha termine il capitolo IV del tomo III della prima minuta. (Ed.)[107]Lampugnano,La pestilenza seguita in Milano, Milano, 1634, pag. 19. [Nota del Manzoni].[108]Quest'inciso, mi pare, imbarazza la serie delle idee, massimamente perchèbeneficenzasignifica più direttamente dono gratuito, che una ricerca di lavoro. [Postilla del Visconti].[109]Amoltidi quei fini, se non m'inganno. [Postilla del Visconti].[110]Qui il Manzoni aggiunse, in margine, ma poi cancellò: «Gli uomini facevano allora quello che pur troppo hanno fatto quasi sempre. Dicono intollerabile la sventura quando è ancora in picciol grado, la rassegnazione sembra loro impossibile quando è ancor facile: s'ingegnano tanto che la rendono più grave, e che la spingono talvolta ad un segno, in cui non resta più nemmeno ad essi la forza necessaria per essere impazienti, ed hanno, ben più della rassegnazione, lo stupore». (Ed.)[111]Il Manzoni vi ha scritto di fianco: «Grida del 2 Agosto 1628». (Ed.)[112]Eccone il racconto: «Non la guerra propriamente detta, ma un passaggio di truppe, più funesto agli abitanti che nessuna guerra più accanita, desolò una parte del Milanese, e condusse la peste, dalla quale nessun angolo di quel paese fu salvo. Ci conviene ora accennare brevemente le origini di tanta rovina. Vincenzo I Gonzaga, Duca di Mantova, era morto nel 1612, lasciando tre figli. Il primo, Francesco, morì nello stesso anno, e non rimase di lui che una figlia, per nome Maria; Ferdinando, che dopo di lui tenne lo Stato, morì senza prole legittima nel 1626; Vincenzo II, l'ultimo dei fratelli, gli succedette in età di 32 anni, già consumato dagli stravizi, senza speranza di prole e manifestamente vicino al sepolcro. Già molte ambizioni, molte cupidigie, molti sospetti stavano all'erta aspettando ch'egli vi scendesse. Ma egli aveva instituito erede per testamento Carlo Gonzaga, Duca di Nevers, del resto suo parente più prossimo. E per assicurare l'effetto di questa disposizione, aveva segretamente fatto scrivere al Nevers che mandasse a Mantova il figlio, pur Carlo, Duca di Rethel, affinchè al momento che il ducato verrebbe a vacare, potesse pigliarne il possesso in nome del padre. Ma, oltre il ducato di Mantova, dalla successione del quale erano per investitura escluse le femmine, Vincenzo lasciava pur quello del Monferrato, al quale, pel complicato, confuso, incerto, variamente applicabile diritto pubblico d'allora, Maria, nipote di Vincenzo, poteva aver qualche ragione. Per togliere ogni soggetto ed ogni pretesto di dissensioni, pensò il Duca Vincenzo, o chi pensava per lui, a dare quella Maria in moglie al Duca di Rethel, che aveva fatto chiamare. L'aspettato giovane arrivò che il Duca Vincenzo era agli estremi: le nozze, che questi aveva proposto, si fecero nella notte dopo il 25 Dicembre 1628, mentre egli moriva.«La morte e il matrimonio terminano per lo più le tragedie e le commedie del teatro, ma danno sovente principio alle tragedie e alle commedie della vita reale. Al mattino lo sposo comparve in grande abito da lutto, assunse il titolo di Principe di Mantova, e padrone delle armi e della cittadella, fu senza difficoltà riconosciuto dagli abitanti. Ma v'era altri a questo mondo che avevano qualche cosa da dire in quella faccenda.«Luigi XIII re di Francia o per dir meglio il Cardinale di Richelieu, sosteneva il Nevers, uomo d'origine italiana, ma nato francese; anzi aveva egli, il Cardinale, per mezzo di legati, avuta gran parte nel testamento del Duca Vincenzo. Don Filippo IV, o per dir meglio il Duca d'Olivares, non poteva patire che un principe francese venisse a stabilirsi in Italia, e sosteneva le pretenzioni di Don Ferrante Gonzaga, parente più lontano del Duca Vincenzo.«Carlo Emmanuele Duca di Savoja aveva pure antiche pretenzioni sul Monferrato; i Veneziani, ai quali dava ombra la grande potenza spagnuola in Italia, favorivano il Duca di Rethel, ma con trattati, con promesse e con minacce; e Urbano VIII, inclinato a quel Duca e sopra tutto alla pace, ajutava, come poteva, queste due cause con raccomandazioni e con proposte di accomodamenti. Finalmente l'imperatore Ferdinando II pretendeva che il Duca di Nevers, erede trasversale, non aveva potuto senza il suo consenso impossessarsi di feudi dell'impero, la successione ai quali era rivendicata da altri. Richiedeva quindi che il possesso degli Stati fosse depositato presso di lui, finch'egli gli aggiudicasse per sentenza, e citò il Duca di Nevers con tutte le formalità allora in uso. V'erano poi altre pretenzioni secondarie e più intralciate, che passiamo sotto silenzio, per non annojare il lettore, il quale comincia forse a mormorare; e certamente non saprà abbastanza apprezzare la fatica che facciamo per restringere in brevi parole tutta questa parte di storia. Il Duca d'Olivares, istigato continuamente dal Cordova, governatore di Milano, strinse un trattato col Duca di Savoja contra il novello Duca di Mantova. Questi si pose sulla difesa, si venne alle mani, Carlo Emmanuele invase il Monferrato, e Cordova pose l'assedio a Casale. Il Duca di Mantova, stretto da due nemici potenti, invocava gli amici; ma i Veneziani non volevano muoversi se il Re di Francia non mandava un esercito in Italia, e il Re di Francia, o il Cardinal di Richelieu, era impegnato nell'assedio della Rocella. Presa questa, parati o vinti certi intrighi imbrogliatissimi di Corte, il Re e il Cardinale s'affacciarono all'Italia con un esercito, chiesero il passo al Duca di Savoja; si trattò, non si conchiuse, si venne alle mani, i Francesi superarono e acquistarono terreno, si trattò di nuovo, il passo fu accordato, il Re e il Cardinale s'avanzarono, trassero agli accordi il Cordova spaventato, gli fecero levare l'assedio di Casale, vi posero guernigione francese, e tornarono a casa trionfanti, e accompagnati da due sonetti dell'Achillini. Il primo, quello che comincia col famoso verso:Sudate, o fuochi, a preparar metalli,è tutto di lode; l'altro è di consiglio, perchè la poesia ha sempre avuto questo nobile privilegio di ravvolgere avvisi sapientissimi e insegnamenti reconditi negli idoli lusinghieri della fantasia e nella magica armonia dei numeri. L'Achillini consigliava il Re di Francia, vincitore della Roccella e liberatore di Casale, di tentare l'impresa del Santo Sepolcro, nè più nè meno. Però il Cardinale di Richelieu non ne fece nulla: convien dire che avesse altro in testa. Ma i Veneziani, che allo scendere de' Francesi, s'eran dichiarati e mossi, istavano per legati e per lettere presso il Cardinale perchè l'esercito da lui condotto non tornasse indietro, e adducevano mille ragioni, per provare che non era da far conto su quei trattati; ma il Cardinale badò alla prosa dei Veneziani come ai versi dell'Achillini. La guerra continuò infatti contro il Duca di Mantova. Questi aveva fatte e andava facendo tutte le sommessioni immaginabili all'imperatore a fine di placarlo e di piegarlo ad accordargli l'investitura. Ma Ferdinando stava fermo in esigere che i ducati fossero a lui ceduti in deposito; e irritato dalle ripulse del Duca, più che ammansato dalle sue riverenze; irritato di più dell'aver questi domandato il soccorso francese, stimolato dalla Corte di Madrid, si dichiarò anch'egli nemico del Duca di Mantova. L'esercito Alemanno, di circa trentasei mila uomini, ragunato sotto il comando del Conte di Colalto, ebbe ordine di portarsi all'impresa di Mantova; la vanguardia che, già da qualche tempo aveva occupato ostilmente il paese de' Grigioni, si diffuse per la Valtellina e ai 20 di settembre entrò nello Stato di Milano». Questo brano è tolto dal capitolo I del tomo IV. (Ed.)[113]Lascerei questo paragone così intempestivo in materia così triste. [Postilla del Visconti].[114]Qui termina il capitolo V del tomo III. Il brano che segue è il principio del capitolo VI. (Ed.)[115]Prima, come fu detto, gli pose nomeValeriano; poi lo ribattezzò Don Ferrante. (Ed.)[116]Lacuna dell'originale. (Ed.)[117]Francesco D'Ovidio[Manzoni e Cervantes; inDiscussioni manzoniane, Città di Castello, Lapi, 1886; pagine 68-72] col solito suo acume paragonò la biblioteca dì don Quijote con quella di don Ferrante.Lorenzo Stoppato[La Biblioteca di don Ferrante, Milano, tip. Bortolotti di Giuseppe Prato, 1887; in-16º di pp. 59] ne fece soggetto di una geniale conferenza, letta a Milano, il 17 febbraio 1887, nella sala dell'esposizione permanente di belle arti. Cfr. pure:I Don Ferranti ossia i moderni avvocati della peste; inLa Civiltà cattolica, anno XIII, serie V, vol. II, quaderno 291 di tutta la collezione, 3 maggio 1862, pp. 257-268.—Bacci O.,Don Ferrante nei«Promessi Sposi»; inSaggi letterari, Firenze, Barbèra, 1898; pp. 87-129. (Ed.)[118]Segue, cancellato: «delle poche rime stampate e di quelle poche prose di Claudio Achillini»; e poi: «delle rime stampate, del discorso accademico e delle poche lettere di Claudio Achillini». Qui il Manzoni accenna senza dubbio alleRime|e Prose|diClaudio|Achillini.|In questa nuova impressione|accresciute di molti sonetti,|et altre compositioni|non più stampate:|Con aggiunta di diverse|Bellissime Lettere di Proposta, e|Risposta del medesimo autore.| In Venetia, M.DC.LVI. | Per Giacomo Bortoli. | Con licenza de' Superiori; in-12º. È questa infatti la prima volta che furono raccolte e stampate le «poche lettere» dell'Achillini, mentre le sueRimeavevano avuto una quantità di edizioni. Essendo state raccolte e stampate nel 1656, non potevano figurare nella biblioteca di Don Ferrante, morto nel 1630; il Manzoni cancellò dunque l'accenno e corse al ripiego di fargli invece possedere «una raccolta manoscritta di alcune lettere» dello stesso grand'uomo. «Poche lettere», (nota il mio amico Luigi D'Isengard), «ma c'è da imparare una nuova maniera di estetica:—Il sonetto inviatomi da V. S. è cosa angelica, per non dire un angelo in versi. I due terzetti sono due Chori di Grazie. La chiusura è una prigionia di maraviglie.—Dopo il qual giudizio non è da mettere in dubbio cheil maggior poeta di quanti ne nascessero, o tra i Toscani, o tra i Latini, o tra i Greci, o tra gli Hebreisia Giambattista Marini; e non è da stupire che la sacra eloquenza fosse tutta nel saio d'un cappuccinocosì macilente e confitto e sepolto dentro ai panni, che si vede, anzi non si vede, e non si ode che una lana agitata che sgrida, un mantello vocale, un cappuccio che atterrisce; un fuoco che scintilla fuori dalle ceneri, una nuvola bigia che tuona spaventi, una penitenza spirante, un sacco di querele che si riversa addosso ai peccatori. Oh Dio, quanto è vero, che questo è il vero modo di predicare; e se tutti i predicatori fossero tali, so certo, che più consideratamente camminerebbe il mondo». Cfr.D'Isengard L.,Claudio Achillini e Don Ferrante; inLa Rassegna nazionale, di Firenze, anno XX, vol CIV, fascicolo del 1º dicembre 1898; pp. 629-636. (Ed.)[119]Segue, cancellato: «Non vorrei con tutto questo che alcuno pigliasse Don Ferrante per un uomo straordinario, perchè avendo studiato un po' tutta la sua vita ed inclinando ora alla vecchiezza, fra gli autori che teneva in stima particolare contasse molti recenti, alcuni viventi, e alcuni perfino assai più giovani di lui. Don Ferrante era quello che doveva essere, quello che sono sempre stati e saranno sempre gli uomini provetti, i quali già da gran tempo hanno veduto dove stia la perfezione del sapere, hanno adottato un sistema, e chiuso il numero delle loro idee. La loro avversione, i loro sospetti, le loro ire non sono già contra gli uomini nuovi, ma contra le idee nuove; anzi se fra i giovani sorge taluno, che ricevendo con molta venerazione le dottrine che trova trionfanti, le studia, vi si affonda dentro, e le estende e dà loro un nuovo lume, i provetti riconoscono il suo merito e lo esaltano con ammirabile imparzialità. Oh! se al tempo di Don Ferrante fossero venuti oltre giovani che avessero ardito riesaminare quelle idee che dovevano soltanto ricevere ed applicare, giovani che avessero frugato in tutti quegli assiomi, di quegli che invece di dire: Capisco, dicono: Perchè? avreste veduto come Don Ferrante gli avrebbe pettinati, ma per buona sorte non ve n'era uno». (Ed.)[120]Nell'autografo, forse per una svista, c'è scritto:strascurato. (Ed.)[121]Di Silietta il Manzoni parla di nuovo nel capitolo I del tomo IV. «Dalla fine dell'anno 1628», (così scrive) «alla quale siamo pervenuti con la narrazione, in sino alla metà del 1630, i nostri personaggi, quale per elezione e quale per necessità, si rimasero a un di presso nello stato in cui gli abbiamo lasciati: e la loro vita non offre in questo tempo quasi un avvenimento che ci sembri degno di menzione. Noi non poniamo, per esempio, tra gli avvenimenti memorabili la vestizione di Silietta, come non si considera per una epoca importante nella storia astronomica una piccola eclissi preveduta e calcolata e non visibile in Europa». Il tratto però che riguarda Silietta è cancellato. (Ed.)[122]In margine il Manzoni notò poi questo pensiero: «La signora le aveva lasciata una impressione confusa, ma spiacevole, etc.». (Ed.)[123]Segue, ma cancellato:Fine del tomo III.11 Marzo 1823. Questo Brano forma ilCapitolo IXappunto del tomo III della prima minuta. Vi aggiunse quest'altro brano: «La povera donna aveva un'altra faccenda su le braccia: la corrispondenza con Fermo. Quantunque egli non trovasse bel paese quello dove non era Lucia, pure sapendo che egli stava sui registri di Milano, non ardiva scostarsi dall'asilo. Faceva scrivere ad Agnese, per chiederle nuove della figlia; dico faceva scrivere, perchè i nostri eroi, simili in ciò a quelli d'Omero, non conoscevano l'uso dell'abbicì. Agnese si faceva leggere e interpretare le lettere, e incaricava pure altri della risposta. Chi ha avuto occasione di veder mai carteggi di questa specie, sa come son fatti e come intesi. Colui che fa scrivere dà al segretario un tema ravviluppato e confuso; questi, parte frantende, parte vuol correggere, parte esagerare per ottener meglio l'intento, parte non lo esprimere come lo ha inteso; quegli a cui la lettera è indiritta, se la fa leggere; capisce poco; il lettore diventa allora interprete e con le sue spiegazioni imbroglia anche di più quel poco di filo che l'altro aveva afferrato: di modo che le due parti finiscono a comprendersi fra loro come due filosofi trascendentali. Il peggio è quando la situazione della quale si vuol render conto è complicata e i disegni e le proposte che si vogliono fare sono contingenti e condizionate. Tale era il caso di Fermo. Il suo disegno era di stabilirsi a Bergamo, di viver quivi della sua professione e di farsi con quella anche un po' di scorta, di preparare un buon letto a Lucia e che allora essa venisse a Bergamo con la madre ed ivi si concludessero le nozze. Ma i tempi non erano propizii. L'amore, che dipinge le cose facili, bastava bensì a persuadere a Fermo che il suo disegno si sarebbe potuto eseguire in seguito; ma non poteva nascondergli che per allora era ineseguibile. Bisognava adunque che Fermo facesse intendere ad Agnese questo miscuglio di speranze fondate, anzi certe, di impaccio attuale, di sì nell'avvenire e di no nel presente; Agnese ricevette la lettera dopo il ritorno da Monza, intese e fece rispondere come potè. Il ratto di Lucia fece tanto strepito che la voce ne giunse a Fermo, ma per buona ventura insieme con quella della liberazione. Pure ognuno può immaginarsi quali fossero le sue angustie. Se Lucia fosse rimasta nel suo paese, Fermo certamente non si sarebbe tenuto dall'andarvi: di nascosto, di notte, travestito, per balze, per greppi, come che fosse, vi sarebbe andato. Ma egli seppe anche che Lucia era partita per Milano; e in tale circostanza, non solo il pericolo diventava per Fermo, incomparabilmente maggiore, ma il tentativo incomparabilmente più difficile e l'evento quasi disperato. Dovette egli dunque contentarsi di chiedere schiarimenti ad Agnese. La buona donna trovò il mezzo di fargli avere, per mezzo d'un mercante quei cento scudi, che Lucia aveva destinati a lui, ed una lettera, nella quale v'era l'intenzione di metterlo al fatto di tutto l'accaduto. Ma questa lettera non isgombrò le inquietudini e le ansietà di Fermo; anzi i cento scudi le accrebbero: giacchè, pensava egli, ora che Lucia, per una ventura inaspettata, possiede tanto che basta perchè noi possiamo viver qui marito e moglie, perchè non viene ella e mi manda invece questi denari, come un dono, come una elemosina, come... e qui Fermo si sentiva scoppiare... come un congedo? Voglio io denari da lei? E se ella non è mia, pensa ch'io possa da lei ricevere qualche cosa? Per quanto Agnese avesse cercato di fargli scriver chiaro che Lucia dallo spavento in poi si trovava quale egli l'aveva lasciata, Fermo alla vista di quei denari e dati a quel modo era assalito da mille dubbi torbidi e strani. Le lettere che egli faceva scrivere a Lucia, cadevano tutte in mano di Donna Prassede, la quale certo non le consegnava a cui erano indiritte, ma, pel meglio, le leggeva e si regolava su le notizie che ne ricavava. Fermo, sempre più inquieto, chiedeva ad Agnese la spiegazione di quei dubbii e del silenzio di Lucia. Quand'anche Agnese avesse saputo scrivere, non avrebbe potuto soddisfare il poveretto, perchè la cagione del silenzio le era ignota, ed essa pure non capiva bene il contegno di Lucia con Fermo. La spiegazione di tutto era nel voto fatto da Lucia, e che essa non aveva confidato nè meno alla madre. La corrispondenza andava sempre più imbrogliandosi fin che essa fu interrotta dagli avvenimenti che racconteremo nel volume seguente. Fine del tomo III». (Ed.)

[58]Giannone P.,Delle opere di Alessandro Manzoni; in L'Esule, giornale di letteratura italiana antica e moderna—Tomo primo.—Parigi, dai torchi di Pihan Delaforest (Morinval), rue des Bons-enfants, 34, M. DCCC.XXXIII; pp. 262-302. La traduzione in francese, che l'accompagna, è del sig. Lemonier, autore deiSouvenirs d'Italie.

[58]Giannone P.,Delle opere di Alessandro Manzoni; in L'Esule, giornale di letteratura italiana antica e moderna—Tomo primo.—Parigi, dai torchi di Pihan Delaforest (Morinval), rue des Bons-enfants, 34, M. DCCC.XXXIII; pp. 262-302. La traduzione in francese, che l'accompagna, è del sig. Lemonier, autore deiSouvenirs d'Italie.

[59]M. de Gourbillon.

[59]M. de Gourbillon.

[60]Antologia, n. 82, ottobre 1827, pp. 101-119. L'articolo, invece del Tommaseo, doveva scriverlo il dott. Gaetano Cioni, come si rileva da una lettera di Giuseppe Montani, del 16 di settembre: «L'articolo sugliSposi Promessilo fa il dottor Cioni. Manzoni è qui [a Firenze] adorato da tutti. Il Granduca ha voluto veder lui e il suo bambino, che sempre lo accompagna. Gli ha fatta, mi dicono, la più affettuosa accoglienza». Il 1º agosto aveva scritto: «Aspettiamo di giorno in giorno il Manzoni, e mai non lo vediamo. Del suo romanzo (crederesti?) non è ancor giunta copia, se non al Batelli, che gli fa il brutto complimento di ristamparglielo».

[60]Antologia, n. 82, ottobre 1827, pp. 101-119. L'articolo, invece del Tommaseo, doveva scriverlo il dott. Gaetano Cioni, come si rileva da una lettera di Giuseppe Montani, del 16 di settembre: «L'articolo sugliSposi Promessilo fa il dottor Cioni. Manzoni è qui [a Firenze] adorato da tutti. Il Granduca ha voluto veder lui e il suo bambino, che sempre lo accompagna. Gli ha fatta, mi dicono, la più affettuosa accoglienza». Il 1º agosto aveva scritto: «Aspettiamo di giorno in giorno il Manzoni, e mai non lo vediamo. Del suo romanzo (crederesti?) non è ancor giunta copia, se non al Batelli, che gli fa il brutto complimento di ristamparglielo».

[61]Biblioteca italiana, n. 141, settembre 1827, pp. 422-472; e n. 142, ottobre 1827, pp. 32-81.

[61]Biblioteca italiana, n. 141, settembre 1827, pp. 422-472; e n. 142, ottobre 1827, pp. 32-81.

[62]La prima fu stampata a pp. 322-337 del t. XXXIV [marzo 1824]; la seconda a pp. 145-172 del tom. XXXV [aprile 1824].

[62]La prima fu stampata a pp. 322-337 del t. XXXIV [marzo 1824]; la seconda a pp. 145-172 del tom. XXXV [aprile 1824].

[63]Pubblicai questa lettera, scritta da Brusuglio il 6 luglio del '24, inMilano vecchia, strenna del Pio Istituto dei Rachitici di Milano, Anno IX, Milano, tip. Bernardoni di C. Rebeschini e C., 1889; pp. 51-58.

[63]Pubblicai questa lettera, scritta da Brusuglio il 6 luglio del '24, inMilano vecchia, strenna del Pio Istituto dei Rachitici di Milano, Anno IX, Milano, tip. Bernardoni di C. Rebeschini e C., 1889; pp. 51-58.

[64]Come si accorda quello che il Tommaseo scrisse de'Promessi Sposinelle sue lettere al Vieusseux con quello che stampò nell'Antologia?È un repentino voltafaccia: non si può chiamare con altro nome. Il Barbi si domanda: «Ma è stato preso proprio pel suo verso quell'articolo? Ne dubito. Occorre, a intenderlo bene, una ricerca psicologica sul Tommaseo uomo e scrittore, e storica sull'ambiente, e dimenticare l'impressione che fa oggi generalmente il romanzo... E non può essere, che dove il Tommaseo tocca d'alcuni difetti, avesse in animo d'attenuarli e giustificarli, e che l'intendimento apologetico non appaia chiaro, o perchè così ha voluto l'autore, o per mancanza di quei nessi logici e formali che egli era solito trascurare? Avrebbe così ottenuto effetto contrario a quel che si proponeva; ma, si sa, altro è scrivere, altro riuscire a farsi intendere!» Questa spiegazione, per quanto ingegnosa, non mi persuade. Leggendo le postille e l'articolo si vede che a ogni istante la viva e sincera ammirazione del Tommaseo per iPromessi Sposiè come troncata dagli occulti paragoni ch'egli fa inconsapevolmente tra il Manzoni e sè stesso; e appunto quel continuo guardare a sè stesso gli svia il giudizio. Mentre riconosceva che il grande Poeta aveva «divinizzata la lirica, ricreata la tragedia, insegnata agl'Italiani la vera via della storia», e che in tutti questi campi gli era superiore; ho il convincimento che come romanziere ritenesse di stargli alla pari e anche di sorpassarlo. In fin de' conti che cosa significano le sue tante censure e correzioni aiPromessi Sposi?Significano: Avrei fatto meglio io!

[64]Come si accorda quello che il Tommaseo scrisse de'Promessi Sposinelle sue lettere al Vieusseux con quello che stampò nell'Antologia?È un repentino voltafaccia: non si può chiamare con altro nome. Il Barbi si domanda: «Ma è stato preso proprio pel suo verso quell'articolo? Ne dubito. Occorre, a intenderlo bene, una ricerca psicologica sul Tommaseo uomo e scrittore, e storica sull'ambiente, e dimenticare l'impressione che fa oggi generalmente il romanzo... E non può essere, che dove il Tommaseo tocca d'alcuni difetti, avesse in animo d'attenuarli e giustificarli, e che l'intendimento apologetico non appaia chiaro, o perchè così ha voluto l'autore, o per mancanza di quei nessi logici e formali che egli era solito trascurare? Avrebbe così ottenuto effetto contrario a quel che si proponeva; ma, si sa, altro è scrivere, altro riuscire a farsi intendere!» Questa spiegazione, per quanto ingegnosa, non mi persuade. Leggendo le postille e l'articolo si vede che a ogni istante la viva e sincera ammirazione del Tommaseo per iPromessi Sposiè come troncata dagli occulti paragoni ch'egli fa inconsapevolmente tra il Manzoni e sè stesso; e appunto quel continuo guardare a sè stesso gli svia il giudizio. Mentre riconosceva che il grande Poeta aveva «divinizzata la lirica, ricreata la tragedia, insegnata agl'Italiani la vera via della storia», e che in tutti questi campi gli era superiore; ho il convincimento che come romanziere ritenesse di stargli alla pari e anche di sorpassarlo. In fin de' conti che cosa significano le sue tante censure e correzioni aiPromessi Sposi?Significano: Avrei fatto meglio io!

[65]Del Romanzo in generale e dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni discorsi due—Quinta edizione, Urbino, coi tipi della V. Capp. del SS. Sacram. per Giuseppe Rondini, 1846; in-16º. di pp. VIII-142.

[65]Del Romanzo in generale e dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni discorsi due—Quinta edizione, Urbino, coi tipi della V. Capp. del SS. Sacram. per Giuseppe Rondini, 1846; in-16º. di pp. VIII-142.

[66]Del Romanzo in generale e dei Promessi Sposi, romanzo di Manzoni, discorsi due. Sesta edizione, accresciuta d'altri scritti. In Venezia, nella Tip. Emiliana, MDCCCXL; in-16.º di pp. VI-236.

[66]Del Romanzo in generale e dei Promessi Sposi, romanzo di Manzoni, discorsi due. Sesta edizione, accresciuta d'altri scritti. In Venezia, nella Tip. Emiliana, MDCCCXL; in-16.º di pp. VI-236.

[67]Trovò un difensore anche in Giuseppe Bianchetti di Treviso. Cfr.Sopra i Romanzi storici[lettera]Al barone cav. Ferdinando Porro,Milano; inGiornale sulle scienze e lettere delle Provincie Venete, n.º 107-108 del vol VI dellaContinuazione, bimestre di settembre e ottobre 1830. Fu ristampata a pp. 71-114 deiDiscorsi critici intorno alla questione se giovi di ammettere o no nella letteratura italiana il Romanzo storico, Treviso, coi tipi di Gio. Paluello del fu Antonio,mdcccxxxii; in-16.º ed a pp. 503-522 del libro:Dei lettori e dei parlatori, saggi due diGiuseppe Bianchetti—Alcune lettere di lui medesimo, Firenze, Felice Le Monnier, 1858; in-16.º

[67]Trovò un difensore anche in Giuseppe Bianchetti di Treviso. Cfr.Sopra i Romanzi storici[lettera]Al barone cav. Ferdinando Porro,Milano; inGiornale sulle scienze e lettere delle Provincie Venete, n.º 107-108 del vol VI dellaContinuazione, bimestre di settembre e ottobre 1830. Fu ristampata a pp. 71-114 deiDiscorsi critici intorno alla questione se giovi di ammettere o no nella letteratura italiana il Romanzo storico, Treviso, coi tipi di Gio. Paluello del fu Antonio,mdcccxxxii; in-16.º ed a pp. 503-522 del libro:Dei lettori e dei parlatori, saggi due diGiuseppe Bianchetti—Alcune lettere di lui medesimo, Firenze, Felice Le Monnier, 1858; in-16.º

[68]Indicatore Genovese, n. 5, 6 e 7, giugno 1828. Cfr. Mazzini G.,Scritti editi ed inediti[quarta edizione], volume II, Letteratura vol I, pp. 41-51.

[68]Indicatore Genovese, n. 5, 6 e 7, giugno 1828. Cfr. Mazzini G.,Scritti editi ed inediti[quarta edizione], volume II, Letteratura vol I, pp. 41-51.

[69]Tommaseo N., Studi critici, Venezia, Andruzzi, I, 290.

[69]Tommaseo N., Studi critici, Venezia, Andruzzi, I, 290.

[70]E altrove: «Vogliamo almeno terminare con un voto, che è certo comune a tutta l'Italia. Perchè il Manzoni, così grande poeta, non ha intramesso alla sua prosa alcun verso? Perchè non ha egli seguito l'esempio del suo Goethe e di tanti altri illustri romanzieri, che ne aggiunsero questo diletto? La materia di frequente si prestava volentieri alla poesia... Chi non vorrebbe ascoltare il divoto cantico e lelaudidei valligiani che s'affollano con santa allegrezza incontro al Cardinal Federigo? Chi non intenderebbe un orecchio bramoso allegiulive canzoni di guerradei soldati che vanno all'impresa di Mantova? Tutti ricordavano il sublime canto per la battaglia di Maclodio, tutti aspettavano rinnovata quella robusta armonia. Nè mancherà, in ispecie fra coloro che più strettamente appartengono alla scuola romantica, chi si dolga di non sentire espressa lacanzonacciade' monatti, che viene appena accennata».

[70]E altrove: «Vogliamo almeno terminare con un voto, che è certo comune a tutta l'Italia. Perchè il Manzoni, così grande poeta, non ha intramesso alla sua prosa alcun verso? Perchè non ha egli seguito l'esempio del suo Goethe e di tanti altri illustri romanzieri, che ne aggiunsero questo diletto? La materia di frequente si prestava volentieri alla poesia... Chi non vorrebbe ascoltare il divoto cantico e lelaudidei valligiani che s'affollano con santa allegrezza incontro al Cardinal Federigo? Chi non intenderebbe un orecchio bramoso allegiulive canzoni di guerradei soldati che vanno all'impresa di Mantova? Tutti ricordavano il sublime canto per la battaglia di Maclodio, tutti aspettavano rinnovata quella robusta armonia. Nè mancherà, in ispecie fra coloro che più strettamente appartengono alla scuola romantica, chi si dolga di non sentire espressa lacanzonacciade' monatti, che viene appena accennata».

[71]Fin dal 1890 ne dette un saggio il prof.Emilio Teza[Postille inedite diN. Tommaseoai«Promessi Sposi»; nellaNuova Antologia, serie III, vol XXVII, pp. 560-566]; poi, nel 1897, vennero stampate per intiero daGiuseppe Rigutini. Cfr.Postille inedite diNiccolò Tommaseo,precedute da un discorso critico e accompagnate da osservazioni, Firenze, R. Bemporad & figlio, 1897; in-16º. di pp. VIII-332.

[71]Fin dal 1890 ne dette un saggio il prof.Emilio Teza[Postille inedite diN. Tommaseoai«Promessi Sposi»; nellaNuova Antologia, serie III, vol XXVII, pp. 560-566]; poi, nel 1897, vennero stampate per intiero daGiuseppe Rigutini. Cfr.Postille inedite diNiccolò Tommaseo,precedute da un discorso critico e accompagnate da osservazioni, Firenze, R. Bemporad & figlio, 1897; in-16º. di pp. VIII-332.

[72]Eccone un saggio: «È affettato—Pesante—È da buffone: tuono che Fautore assume talvolta—È brutto—È duro—Non mi piace—Miseria—Piccolezza—Cattivo—Inezia—Importuno—Non va—Quanta roba!—È goffo—Mal detto—Pedantesco—Affettazione—Pare un goffo dialogo di Goldoni—Rettoricume—Bassezza—Evviva i soliloqui!—È vecchiume—È un guazzabuglio questo periodo—Malissimo detto—Inezia grande—Lungherie misere—Falso—È ridicolo—È da retore e mostra la stanchezza dell'autore—Affettato e prolisso—Gretto e stracco»; e giù di questo tono, con mano sempre prodiga.

[72]Eccone un saggio: «È affettato—Pesante—È da buffone: tuono che Fautore assume talvolta—È brutto—È duro—Non mi piace—Miseria—Piccolezza—Cattivo—Inezia—Importuno—Non va—Quanta roba!—È goffo—Mal detto—Pedantesco—Affettazione—Pare un goffo dialogo di Goldoni—Rettoricume—Bassezza—Evviva i soliloqui!—È vecchiume—È un guazzabuglio questo periodo—Malissimo detto—Inezia grande—Lungherie misere—Falso—È ridicolo—È da retore e mostra la stanchezza dell'autore—Affettato e prolisso—Gretto e stracco»; e giù di questo tono, con mano sempre prodiga.

[73]I critici si trovarono concordi nel biasimare il Manzoni d'avere scelto a protagonisti due operai; all'infuori però del Sismondi, del Pezzi, del Giannone e di pochi altri, tra' quali Giovita Scalvini, che scrisse: «Ha scelto Renzo e Lucia per isvergognare e ridurre al niente i Rodrighi e gli Egidii; per additarne come l'occhio di Dio, dinanzi il quale cessa ogni disuguaglianza, sappia scernere infra la turba gl'ignobiliespregevoliche in lui bene confidano, e la sua mano sollevarli sulla malvagità illustre e tremenda... Vuolsi dunque considerare Renzo e Lucia come un simbolo di tutti i deboli, di tutti quelli che soffrono, e ai quali la giustizia è dovuta... Che se a qualcuno e' paiono troppo piccioli, perch'ei sia curante dei loro umili casi, pensi che a lui per l'appunto il Manzoni li propone in esempio; affinchè corregga il suo orgoglio; nè da loro rivolga indifferente gli sguardi, senza dirizzarli verso Colui che li ha posti sulla terra, ascolta le loro imprecazioni, e non li lascerà cadere: chi non può stare con loro, come prossimo, se ne faccia scala a sani pensieri fuori e più alti di loro».

[73]I critici si trovarono concordi nel biasimare il Manzoni d'avere scelto a protagonisti due operai; all'infuori però del Sismondi, del Pezzi, del Giannone e di pochi altri, tra' quali Giovita Scalvini, che scrisse: «Ha scelto Renzo e Lucia per isvergognare e ridurre al niente i Rodrighi e gli Egidii; per additarne come l'occhio di Dio, dinanzi il quale cessa ogni disuguaglianza, sappia scernere infra la turba gl'ignobiliespregevoliche in lui bene confidano, e la sua mano sollevarli sulla malvagità illustre e tremenda... Vuolsi dunque considerare Renzo e Lucia come un simbolo di tutti i deboli, di tutti quelli che soffrono, e ai quali la giustizia è dovuta... Che se a qualcuno e' paiono troppo piccioli, perch'ei sia curante dei loro umili casi, pensi che a lui per l'appunto il Manzoni li propone in esempio; affinchè corregga il suo orgoglio; nè da loro rivolga indifferente gli sguardi, senza dirizzarli verso Colui che li ha posti sulla terra, ascolta le loro imprecazioni, e non li lascerà cadere: chi non può stare con loro, come prossimo, se ne faccia scala a sani pensieri fuori e più alti di loro».

[74]Nel dar conto nell'Antologia[n. 93, settembre 1828, pp. 120-132] d'un mediocrissimo romanzo francese:Gertrude,par mad.Hortense Allart de Thèrase, Florence, Ciardetti, 1827, scriveva: «Tutto ciò ch'è grande, è difficile: e però quant'è più l'altezza a cui si tende, più frequente è il pericolo della caduta. Troppo insistere sulla storia dell'uomo interiore, può generare facilmente sazietà e noia; può torre al poeta la forza e lo spazio di rappresentare i segni e gli effetti della passione; può renderlo affettatamente minuzioso ed ardito a spacciare de' fatti dell'anima passionata, i risultati o della fredda meditazione, o d'un'esperienza angusta, immatura. La maggior difficoltà sta nel cogliere appunto la reale gradazione dell'affetto; e mostrando il passaggio dell'anima dall'un grado all'altro, esser vero. Questa difficoltà non mi par superata in un de' tratti più mirabili de' Promessi Sposi; la conversione dell'Innominato. Le disposizioni di quell'anima annoiata del male, i primi tocchi della pietà ch'è, già per sè medesima un cambiamento in quel cuore ferreo, la confusione che lo assale alla vista della sua vittima, tutto è fin qui sovranamente côlto, è quasi tutto con egual potenza indicato. Ma quando siamo alla notte, i sentimenti di rabbia, di disperazione, d'orgoglio che l'assalgono con tanta furia di quanta è capace un'anima ancora verde nel delitto, non mi paiono direttamente condurre a un così prossimo cambiamento. Un carattere come l'Innominato, e non cangiato ancora, non ricevere alcuna impressione di sdegno, d'orgoglio da quel suo passaggio in mezzo alla folla meravigliata e sospettosa, non mi par verisimile. La storia dice che l'Innominato, dopo avuto un colloquio col Borromeo, cangiò vita: ma non dice, parmi, che l'Innominato sia ito a cercare la presenza del vescovo, in mezzo alla moltitudine radunata, in un giorno ch'era giorno di festa per tutto il dintorno. Egli scende tatto irritato di quella gioia comune, scende non per altro che per saperne il motivo, e va difilato a cercare dell'arcivescovo di Milano. Forse il passo parrebbe men brusco, se l'A. avesse dipinti i sentimenti che, cammin facendo, agitavano quell'anima umiliata. Ma umiliarla conveniva dapprima, umiliarla agli occhi suoi propri; giacchè la stanchezza del male non genera che maggior perversità, quando non conduca ad arrossire della propria bassezza. Io so bene che descritti tutti i gradi intermedii della conversione, la cosa sarebbe troppo ita in lungo, so che allora sarebbe stato assai più difficile rendere teatrale e romanzesca quella conversione: so in fine che nella pittura del nostro Manzoni, c'è tanta profondità da ammirare, che non è quasi lecito il mostrare desiderio di quello che manca».

[74]Nel dar conto nell'Antologia[n. 93, settembre 1828, pp. 120-132] d'un mediocrissimo romanzo francese:Gertrude,par mad.Hortense Allart de Thèrase, Florence, Ciardetti, 1827, scriveva: «Tutto ciò ch'è grande, è difficile: e però quant'è più l'altezza a cui si tende, più frequente è il pericolo della caduta. Troppo insistere sulla storia dell'uomo interiore, può generare facilmente sazietà e noia; può torre al poeta la forza e lo spazio di rappresentare i segni e gli effetti della passione; può renderlo affettatamente minuzioso ed ardito a spacciare de' fatti dell'anima passionata, i risultati o della fredda meditazione, o d'un'esperienza angusta, immatura. La maggior difficoltà sta nel cogliere appunto la reale gradazione dell'affetto; e mostrando il passaggio dell'anima dall'un grado all'altro, esser vero. Questa difficoltà non mi par superata in un de' tratti più mirabili de' Promessi Sposi; la conversione dell'Innominato. Le disposizioni di quell'anima annoiata del male, i primi tocchi della pietà ch'è, già per sè medesima un cambiamento in quel cuore ferreo, la confusione che lo assale alla vista della sua vittima, tutto è fin qui sovranamente côlto, è quasi tutto con egual potenza indicato. Ma quando siamo alla notte, i sentimenti di rabbia, di disperazione, d'orgoglio che l'assalgono con tanta furia di quanta è capace un'anima ancora verde nel delitto, non mi paiono direttamente condurre a un così prossimo cambiamento. Un carattere come l'Innominato, e non cangiato ancora, non ricevere alcuna impressione di sdegno, d'orgoglio da quel suo passaggio in mezzo alla folla meravigliata e sospettosa, non mi par verisimile. La storia dice che l'Innominato, dopo avuto un colloquio col Borromeo, cangiò vita: ma non dice, parmi, che l'Innominato sia ito a cercare la presenza del vescovo, in mezzo alla moltitudine radunata, in un giorno ch'era giorno di festa per tutto il dintorno. Egli scende tatto irritato di quella gioia comune, scende non per altro che per saperne il motivo, e va difilato a cercare dell'arcivescovo di Milano. Forse il passo parrebbe men brusco, se l'A. avesse dipinti i sentimenti che, cammin facendo, agitavano quell'anima umiliata. Ma umiliarla conveniva dapprima, umiliarla agli occhi suoi propri; giacchè la stanchezza del male non genera che maggior perversità, quando non conduca ad arrossire della propria bassezza. Io so bene che descritti tutti i gradi intermedii della conversione, la cosa sarebbe troppo ita in lungo, so che allora sarebbe stato assai più difficile rendere teatrale e romanzesca quella conversione: so in fine che nella pittura del nostro Manzoni, c'è tanta profondità da ammirare, che non è quasi lecito il mostrare desiderio di quello che manca».

[75]L'Antologia[n. 116, agosto 1830; pp. 140-142] tornò a parlare de'Promessi Sposipigliando occasione dalla ristampa che ne fece a Firenze, nel '30, la tipografia Passigli, Borghi e C. in un vol in-8.º e in sei volumetti in-32.º con vignette. Dell'articolo, scritto dal Montani, è notevole questo brano: «Walter Scott, ha già detto qualcuno, va dalla storia al romanzo, Manzoni dal romanzo alla storia. Da questo loro andamento diverso risulta che ciò che nelle composizioni dell'uno forma, per così dire, lo sfondo delle composizioni medesime, in quello dell'altro forma il soggetto principale. Quindi non fa meraviglia ciò che da un anno si va bucinando, e in un giornale assai recente si narra senza mistero, che il Manzoni in uno scritto, che verrà presto alla luce, sul romanzo storico, si separi interamente da Walter Scott. Può egli non separarsene in teorica, quando in pratica ne va tanto lontano?».

[75]L'Antologia[n. 116, agosto 1830; pp. 140-142] tornò a parlare de'Promessi Sposipigliando occasione dalla ristampa che ne fece a Firenze, nel '30, la tipografia Passigli, Borghi e C. in un vol in-8.º e in sei volumetti in-32.º con vignette. Dell'articolo, scritto dal Montani, è notevole questo brano: «Walter Scott, ha già detto qualcuno, va dalla storia al romanzo, Manzoni dal romanzo alla storia. Da questo loro andamento diverso risulta che ciò che nelle composizioni dell'uno forma, per così dire, lo sfondo delle composizioni medesime, in quello dell'altro forma il soggetto principale. Quindi non fa meraviglia ciò che da un anno si va bucinando, e in un giornale assai recente si narra senza mistero, che il Manzoni in uno scritto, che verrà presto alla luce, sul romanzo storico, si separi interamente da Walter Scott. Può egli non separarsene in teorica, quando in pratica ne va tanto lontano?».

[76]Singolare è questa lettera del Tommaseo al Vieusseux, scritta da Milano il 12 novembre del '26: «Manzoni forse per la primavera vegnente verrà con la famiglia a Firenze... Del resto, se egli venisse a Firenze, vedreste un uomo che dall'assenza di ogni singolarità è reso agli occhi d'ognuno che non gli dissomigli, affatto singolare e mirabile. Una statura comune, un volto allungato, vaiuolato, oscuro, ma impresso di quella bontà che l'ingegno, non che guastarla, rende più sincera e profonda: una voce di modestia e quasi di timidità, cui lo stesso balbettare un poco giunge come un vezzo alle parole, che paiono escir più mature, più desiderate: un vestito dimesso, un piglio semplice, un tuono famigliare, una mite sapienza che irradia per riflessimento tutto ciò che a lui s'avvicina... Questo è l'uomo direste, il cui nome sarà simile di qui a mill'anni, adorato, com'io venero oggi il suo volto. Questo è l'uomo che in ogni via che calcò impresse un'orma indelebile; che ha divinizzata la tragedia, che ha insegnata agl'Italiani la vera via della storia; che ha fatto il romanzo la lettura del Genio e della Virtù; ch'ebbe amici i più buoni del secol suo; che fu pio, semplice, generoso; che trasse il suo genio dal cuore: e potreste aggiungere (questo è forse il maggiore degli encomii) che fu visto più d'una volta piangere sulle sventure degl'infelici».

[76]Singolare è questa lettera del Tommaseo al Vieusseux, scritta da Milano il 12 novembre del '26: «Manzoni forse per la primavera vegnente verrà con la famiglia a Firenze... Del resto, se egli venisse a Firenze, vedreste un uomo che dall'assenza di ogni singolarità è reso agli occhi d'ognuno che non gli dissomigli, affatto singolare e mirabile. Una statura comune, un volto allungato, vaiuolato, oscuro, ma impresso di quella bontà che l'ingegno, non che guastarla, rende più sincera e profonda: una voce di modestia e quasi di timidità, cui lo stesso balbettare un poco giunge come un vezzo alle parole, che paiono escir più mature, più desiderate: un vestito dimesso, un piglio semplice, un tuono famigliare, una mite sapienza che irradia per riflessimento tutto ciò che a lui s'avvicina... Questo è l'uomo direste, il cui nome sarà simile di qui a mill'anni, adorato, com'io venero oggi il suo volto. Questo è l'uomo che in ogni via che calcò impresse un'orma indelebile; che ha divinizzata la tragedia, che ha insegnata agl'Italiani la vera via della storia; che ha fatto il romanzo la lettura del Genio e della Virtù; ch'ebbe amici i più buoni del secol suo; che fu pio, semplice, generoso; che trasse il suo genio dal cuore: e potreste aggiungere (questo è forse il maggiore degli encomii) che fu visto più d'una volta piangere sulle sventure degl'infelici».

[77]IlRigutiniristampò il vecchio articolo dell'Antologia, in fronte allePostille[pp. 1-21], ma senza accennare per nulla ai tanti cambiamenti che vi aveva fatto l'autore nell'edizione del '43 ed ai lievi ritocchi di quella del '58.

[77]IlRigutiniristampò il vecchio articolo dell'Antologia, in fronte allePostille[pp. 1-21], ma senza accennare per nulla ai tanti cambiamenti che vi aveva fatto l'autore nell'edizione del '43 ed ai lievi ritocchi di quella del '58.

[78]Il primo esilio di Nicolò Tommaseo1834-1839,lettere di lui a Cesare Cantù, Milano, Cogliati, 1904; p. 102.

[78]Il primo esilio di Nicolò Tommaseo1834-1839,lettere di lui a Cesare Cantù, Milano, Cogliati, 1904; p. 102.

[79]Tommaseo N.,Studi critici; I, 304-312.Cfr.Ispirazione e arte o lo scrittore educato dalla società e educatore,studi diNiccolò Tommaseo, Firenze, Felice Le Monnier, 1858; pp. 417-426.

[79]Tommaseo N.,Studi critici; I, 304-312.

Cfr.Ispirazione e arte o lo scrittore educato dalla società e educatore,studi diNiccolò Tommaseo, Firenze, Felice Le Monnier, 1858; pp. 417-426.

[80]Tommaseo N.Dizionario estetico, Firenze, Successori Le Monnier, 1867, pp. 622-623.

[80]Tommaseo N.Dizionario estetico, Firenze, Successori Le Monnier, 1867, pp. 622-623.

[81]Nacque a Novara il 12 febbraio del 1803; si laureò in legge a Pavia; presa la carriera della magistratura, al pane onorato del suo forte Piemonte e de' suoi vecchi Re preferì quello dell'Austria, e morì il 9 ottobre del 1850, consigliere dell'I. e R. Tribunale criminale di Milano.

[81]Nacque a Novara il 12 febbraio del 1803; si laureò in legge a Pavia; presa la carriera della magistratura, al pane onorato del suo forte Piemonte e de' suoi vecchi Re preferì quello dell'Austria, e morì il 9 ottobre del 1850, consigliere dell'I. e R. Tribunale criminale di Milano.

[82]Il Visconti fa in margine l'osservazione seguente: «Lascerei come una inezia questo cenno sul Griso. Ha del rettorico o per dir meglio del Tassesco:Argante, Argante stesso ad un gran urtoDi Rinaldo abbattuto appena è surto.»

[82]Il Visconti fa in margine l'osservazione seguente: «Lascerei come una inezia questo cenno sul Griso. Ha del rettorico o per dir meglio del Tassesco:

Argante, Argante stesso ad un gran urtoDi Rinaldo abbattuto appena è surto.»

[83]È il famoso Azzecca-garbugli, che prima chiamòPèttola, poiDuplica. (Ed.)

[83]È il famoso Azzecca-garbugli, che prima chiamòPèttola, poiDuplica. (Ed.)

[84]Valente. [Postilla del Visconti].

[84]Valente. [Postilla del Visconti].

[85]Quest'episodio è un brano del capitolo III del tomo III. (Ed.)

[85]Quest'episodio è un brano del capitolo III del tomo III. (Ed.)

[86]Lascerei queste righe, per dare maggiore brevità, e perchè queste acclamazioni sono cosa troppo simile alle altre in cui Lucia fu nominata plaudendo al Cardinale. [Postilla del Visconti].

[86]Lascerei queste righe, per dare maggiore brevità, e perchè queste acclamazioni sono cosa troppo simile alle altre in cui Lucia fu nominata plaudendo al Cardinale. [Postilla del Visconti].

[87]Un asilo, caro Alessandro, pare che il Cardinale voglia metterla in monastero a fare il noviziato. [Postilla del Visconti].

[87]Un asilo, caro Alessandro, pare che il Cardinale voglia metterla in monastero a fare il noviziato. [Postilla del Visconti].

[88]È un brano del capitolo IV del tomo III. (Ed.)

[88]È un brano del capitolo IV del tomo III. (Ed.)

[89]Il consiglio chiesto dal Cardinale mi piace, ma assai. Rialza in un modo inaspettato il Conte dopo la sua conversione, lo rende sempre più vivo. Ma bada bene: che il Cardinale aveva ordinato la lettiga subito dopo aver parlato coi preti, e l'ultimo consiglio dev'essere quello del Conte, come il più di peso. Non ti spiacerebbe di soggiungere in quel luogo dopo le parole:Quando ebbe questa certezza, nella quale fu riconfermato dall'opinione d'un altro personaggio, di cui lasceremo per ora che il lettore indovini il nome,Federigo ordinò, ecc.? [Postilla del Visconti].

[89]Il consiglio chiesto dal Cardinale mi piace, ma assai. Rialza in un modo inaspettato il Conte dopo la sua conversione, lo rende sempre più vivo. Ma bada bene: che il Cardinale aveva ordinato la lettiga subito dopo aver parlato coi preti, e l'ultimo consiglio dev'essere quello del Conte, come il più di peso. Non ti spiacerebbe di soggiungere in quel luogo dopo le parole:Quando ebbe questa certezza, nella quale fu riconfermato dall'opinione d'un altro personaggio, di cui lasceremo per ora che il lettore indovini il nome,Federigo ordinò, ecc.? [Postilla del Visconti].

[90]Tozzo di panemi pare troppo da pitocco, direi un pane. [Postilla del Visconti].

[90]Tozzo di panemi pare troppo da pitocco, direi un pane. [Postilla del Visconti].

[91]Lascereie sul suo pericolo, che imbroglia; pare che fosse attualmente in qualche pericolo per parte di Rodrigo. [Postilla del Visconti].

[91]Lascereie sul suo pericolo, che imbroglia; pare che fosse attualmente in qualche pericolo per parte di Rodrigo. [Postilla del Visconti].

[92]Di fianco alla presente risposta di Federigo e alle parole del Conte:Ah! la dolcezza, ecc. il Visconti scrisse: «Lascerei questi due punti: non bisogna poi essere prodigo dì riflessioni ascetiche in un Romanzo. Anche per l'edificazione de' lettori—non ridere tu, sebbene io rida di me stesso—è meglio presentare più che si può con disinvoltura le idee Cristiane». (Ed.)

[92]Di fianco alla presente risposta di Federigo e alle parole del Conte:Ah! la dolcezza, ecc. il Visconti scrisse: «Lascerei questi due punti: non bisogna poi essere prodigo dì riflessioni ascetiche in un Romanzo. Anche per l'edificazione de' lettori—non ridere tu, sebbene io rida di me stesso—è meglio presentare più che si può con disinvoltura le idee Cristiane». (Ed.)

[93]Leverei laperitanza quasi puerile, per stare alle parole del Ripamonti; vorrei che avesse sempre il Conte nostro qualche cosa di soldatesco. [Postilla del Visconti].

[93]Leverei laperitanza quasi puerile, per stare alle parole del Ripamonti; vorrei che avesse sempre il Conte nostro qualche cosa di soldatesco. [Postilla del Visconti].

[94]Levereiimplorando, ecc. per la ragione dianzi detta, e perchè il Conte era uomo avvezzo ad agire, e chi è avvezzo ad agire fa addirittura. Doveva beneficare con quella risoluzione con cui dava dapprima de' colpi di spada. [Postilla del Visconti].

[94]Levereiimplorando, ecc. per la ragione dianzi detta, e perchè il Conte era uomo avvezzo ad agire, e chi è avvezzo ad agire fa addirittura. Doveva beneficare con quella risoluzione con cui dava dapprima de' colpi di spada. [Postilla del Visconti].

[95]Non sarebbe meglio,di pentimento e di affezione?[Postilla del Visconti].

[95]Non sarebbe meglio,di pentimento e di affezione?[Postilla del Visconti].

[96]È un altro brano del capitolo IV. «La scena del Conte merita un capitolo a parte», scrisse il Visconti in margine al principio dell'episodio; soggiungendo: «In questa porzione del Romanzo giovano, mi pare, i periodi piuttosto brevi: e contenenti un oggetto solo, per quanto si può. Dunque: Capitolo... (quello che sarà).Il Conte del Sagrato era venuto, ecc.». Arrivato poi alle parole:rendevano impossibili, tornò a notare: «Qui finirei il capitolo. Al seguente ci penserai tu, mentre vuoi cangiare, come mi hai detto, il modo di mandare Lucia in quella casa di signori». (Ed.)

[96]È un altro brano del capitolo IV. «La scena del Conte merita un capitolo a parte», scrisse il Visconti in margine al principio dell'episodio; soggiungendo: «In questa porzione del Romanzo giovano, mi pare, i periodi piuttosto brevi: e contenenti un oggetto solo, per quanto si può. Dunque: Capitolo... (quello che sarà).Il Conte del Sagrato era venuto, ecc.». Arrivato poi alle parole:rendevano impossibili, tornò a notare: «Qui finirei il capitolo. Al seguente ci penserai tu, mentre vuoi cangiare, come mi hai detto, il modo di mandare Lucia in quella casa di signori». (Ed.)

[97]Dal paese di Lucia. (Ed.)

[97]Dal paese di Lucia. (Ed.)

[98]A cominciare dalle parole:Visitando una di quelle parrocchie, ecc. fino a quelle:dalle zanne del lupo, con cui ha fine questo tratto del Romanzo, il Manzoni diè di frego a ogni cosa, scrivendo in margine: «Invece di questa visita, ecc. sia Don Abbondio che avendo saputo come Donna Prassede cercava una donna di servizio, suggerisca ad Agnese di proporre Lucia; e lo faccia per mostrare interessamento, e per isbrigarsene nello stesso tempo. Agnese vada da Donna Prassede, che villeggia a qualche miglio di là e deve partire all'indomani per Milano. Lucia è accettata. Il Conte e le conseguenze si raccontino nel capitolo IX». (Ed.)

[98]A cominciare dalle parole:Visitando una di quelle parrocchie, ecc. fino a quelle:dalle zanne del lupo, con cui ha fine questo tratto del Romanzo, il Manzoni diè di frego a ogni cosa, scrivendo in margine: «Invece di questa visita, ecc. sia Don Abbondio che avendo saputo come Donna Prassede cercava una donna di servizio, suggerisca ad Agnese di proporre Lucia; e lo faccia per mostrare interessamento, e per isbrigarsene nello stesso tempo. Agnese vada da Donna Prassede, che villeggia a qualche miglio di là e deve partire all'indomani per Milano. Lucia è accettata. Il Conte e le conseguenze si raccontino nel capitolo IX». (Ed.)

[99]Lo ribattezzò poi col nome diDon Ferrante. Quello diValerianogli fu suggerito dal «gran Valeriano Castiglione», autore delloStatista regnante. (Ed.)

[99]Lo ribattezzò poi col nome diDon Ferrante. Quello diValerianogli fu suggerito dal «gran Valeriano Castiglione», autore delloStatista regnante. (Ed.)

[100]Divenne poiDonna Prassede. (Ed.)

[100]Divenne poiDonna Prassede. (Ed.)

[101]È un brano anche questo del capitolo IV. (Ed.)

[101]È un brano anche questo del capitolo IV. (Ed.)

[102]Nel paese di Lucia. (Ed.)

[102]Nel paese di Lucia. (Ed.)

[103]Segue, cancellato: «che nella sua povertà privata, godeva della potenza soverchiatrice, della cupida ambizione». (Ed.)

[103]Segue, cancellato: «che nella sua povertà privata, godeva della potenza soverchiatrice, della cupida ambizione». (Ed.)

[104]Segue, cancellato: «superficiali: se fossero diventate comuni, se molti uomini di tutte le nazioni le avessero ricevute e messe in pratica, fossero divenuti virtuosi come Fabricio, vi sarebbero state molte nazioni forti per la loro temperanza e avide di dominare, le qua[li]. (Ed.)

[104]Segue, cancellato: «superficiali: se fossero diventate comuni, se molti uomini di tutte le nazioni le avessero ricevute e messe in pratica, fossero divenuti virtuosi come Fabricio, vi sarebbero state molte nazioni forti per la loro temperanza e avide di dominare, le qua[li]. (Ed.)

[105]Di fianco al periodo, che incomincia colla parola:superficialie che termina qui, il Manzoni segnò una linea e scrisse in margine: «Direi, se si può, che quelle idee adottate universalmente avrebbero prodotti uomini poveri e forti e ambiziosi: non migliorato il mondo, etc. queste invece avrebbero introdotta una equa e pacifica distribuzione delle cose necessarie, poveri soccorsi e ricchi astinenti: cresciuta la pazienza a misura che ne sarebbe scemato il bisogno». (Ed.)

[105]Di fianco al periodo, che incomincia colla parola:superficialie che termina qui, il Manzoni segnò una linea e scrisse in margine: «Direi, se si può, che quelle idee adottate universalmente avrebbero prodotti uomini poveri e forti e ambiziosi: non migliorato il mondo, etc. queste invece avrebbero introdotta una equa e pacifica distribuzione delle cose necessarie, poveri soccorsi e ricchi astinenti: cresciuta la pazienza a misura che ne sarebbe scemato il bisogno». (Ed.)

[106]Col racconto di questo episodio della vita del cardinal Federigo ha termine il capitolo IV del tomo III della prima minuta. (Ed.)

[106]Col racconto di questo episodio della vita del cardinal Federigo ha termine il capitolo IV del tomo III della prima minuta. (Ed.)

[107]Lampugnano,La pestilenza seguita in Milano, Milano, 1634, pag. 19. [Nota del Manzoni].

[107]Lampugnano,La pestilenza seguita in Milano, Milano, 1634, pag. 19. [Nota del Manzoni].

[108]Quest'inciso, mi pare, imbarazza la serie delle idee, massimamente perchèbeneficenzasignifica più direttamente dono gratuito, che una ricerca di lavoro. [Postilla del Visconti].

[108]Quest'inciso, mi pare, imbarazza la serie delle idee, massimamente perchèbeneficenzasignifica più direttamente dono gratuito, che una ricerca di lavoro. [Postilla del Visconti].

[109]Amoltidi quei fini, se non m'inganno. [Postilla del Visconti].

[109]Amoltidi quei fini, se non m'inganno. [Postilla del Visconti].

[110]Qui il Manzoni aggiunse, in margine, ma poi cancellò: «Gli uomini facevano allora quello che pur troppo hanno fatto quasi sempre. Dicono intollerabile la sventura quando è ancora in picciol grado, la rassegnazione sembra loro impossibile quando è ancor facile: s'ingegnano tanto che la rendono più grave, e che la spingono talvolta ad un segno, in cui non resta più nemmeno ad essi la forza necessaria per essere impazienti, ed hanno, ben più della rassegnazione, lo stupore». (Ed.)

[110]Qui il Manzoni aggiunse, in margine, ma poi cancellò: «Gli uomini facevano allora quello che pur troppo hanno fatto quasi sempre. Dicono intollerabile la sventura quando è ancora in picciol grado, la rassegnazione sembra loro impossibile quando è ancor facile: s'ingegnano tanto che la rendono più grave, e che la spingono talvolta ad un segno, in cui non resta più nemmeno ad essi la forza necessaria per essere impazienti, ed hanno, ben più della rassegnazione, lo stupore». (Ed.)

[111]Il Manzoni vi ha scritto di fianco: «Grida del 2 Agosto 1628». (Ed.)

[111]Il Manzoni vi ha scritto di fianco: «Grida del 2 Agosto 1628». (Ed.)

[112]Eccone il racconto: «Non la guerra propriamente detta, ma un passaggio di truppe, più funesto agli abitanti che nessuna guerra più accanita, desolò una parte del Milanese, e condusse la peste, dalla quale nessun angolo di quel paese fu salvo. Ci conviene ora accennare brevemente le origini di tanta rovina. Vincenzo I Gonzaga, Duca di Mantova, era morto nel 1612, lasciando tre figli. Il primo, Francesco, morì nello stesso anno, e non rimase di lui che una figlia, per nome Maria; Ferdinando, che dopo di lui tenne lo Stato, morì senza prole legittima nel 1626; Vincenzo II, l'ultimo dei fratelli, gli succedette in età di 32 anni, già consumato dagli stravizi, senza speranza di prole e manifestamente vicino al sepolcro. Già molte ambizioni, molte cupidigie, molti sospetti stavano all'erta aspettando ch'egli vi scendesse. Ma egli aveva instituito erede per testamento Carlo Gonzaga, Duca di Nevers, del resto suo parente più prossimo. E per assicurare l'effetto di questa disposizione, aveva segretamente fatto scrivere al Nevers che mandasse a Mantova il figlio, pur Carlo, Duca di Rethel, affinchè al momento che il ducato verrebbe a vacare, potesse pigliarne il possesso in nome del padre. Ma, oltre il ducato di Mantova, dalla successione del quale erano per investitura escluse le femmine, Vincenzo lasciava pur quello del Monferrato, al quale, pel complicato, confuso, incerto, variamente applicabile diritto pubblico d'allora, Maria, nipote di Vincenzo, poteva aver qualche ragione. Per togliere ogni soggetto ed ogni pretesto di dissensioni, pensò il Duca Vincenzo, o chi pensava per lui, a dare quella Maria in moglie al Duca di Rethel, che aveva fatto chiamare. L'aspettato giovane arrivò che il Duca Vincenzo era agli estremi: le nozze, che questi aveva proposto, si fecero nella notte dopo il 25 Dicembre 1628, mentre egli moriva.«La morte e il matrimonio terminano per lo più le tragedie e le commedie del teatro, ma danno sovente principio alle tragedie e alle commedie della vita reale. Al mattino lo sposo comparve in grande abito da lutto, assunse il titolo di Principe di Mantova, e padrone delle armi e della cittadella, fu senza difficoltà riconosciuto dagli abitanti. Ma v'era altri a questo mondo che avevano qualche cosa da dire in quella faccenda.«Luigi XIII re di Francia o per dir meglio il Cardinale di Richelieu, sosteneva il Nevers, uomo d'origine italiana, ma nato francese; anzi aveva egli, il Cardinale, per mezzo di legati, avuta gran parte nel testamento del Duca Vincenzo. Don Filippo IV, o per dir meglio il Duca d'Olivares, non poteva patire che un principe francese venisse a stabilirsi in Italia, e sosteneva le pretenzioni di Don Ferrante Gonzaga, parente più lontano del Duca Vincenzo.«Carlo Emmanuele Duca di Savoja aveva pure antiche pretenzioni sul Monferrato; i Veneziani, ai quali dava ombra la grande potenza spagnuola in Italia, favorivano il Duca di Rethel, ma con trattati, con promesse e con minacce; e Urbano VIII, inclinato a quel Duca e sopra tutto alla pace, ajutava, come poteva, queste due cause con raccomandazioni e con proposte di accomodamenti. Finalmente l'imperatore Ferdinando II pretendeva che il Duca di Nevers, erede trasversale, non aveva potuto senza il suo consenso impossessarsi di feudi dell'impero, la successione ai quali era rivendicata da altri. Richiedeva quindi che il possesso degli Stati fosse depositato presso di lui, finch'egli gli aggiudicasse per sentenza, e citò il Duca di Nevers con tutte le formalità allora in uso. V'erano poi altre pretenzioni secondarie e più intralciate, che passiamo sotto silenzio, per non annojare il lettore, il quale comincia forse a mormorare; e certamente non saprà abbastanza apprezzare la fatica che facciamo per restringere in brevi parole tutta questa parte di storia. Il Duca d'Olivares, istigato continuamente dal Cordova, governatore di Milano, strinse un trattato col Duca di Savoja contra il novello Duca di Mantova. Questi si pose sulla difesa, si venne alle mani, Carlo Emmanuele invase il Monferrato, e Cordova pose l'assedio a Casale. Il Duca di Mantova, stretto da due nemici potenti, invocava gli amici; ma i Veneziani non volevano muoversi se il Re di Francia non mandava un esercito in Italia, e il Re di Francia, o il Cardinal di Richelieu, era impegnato nell'assedio della Rocella. Presa questa, parati o vinti certi intrighi imbrogliatissimi di Corte, il Re e il Cardinale s'affacciarono all'Italia con un esercito, chiesero il passo al Duca di Savoja; si trattò, non si conchiuse, si venne alle mani, i Francesi superarono e acquistarono terreno, si trattò di nuovo, il passo fu accordato, il Re e il Cardinale s'avanzarono, trassero agli accordi il Cordova spaventato, gli fecero levare l'assedio di Casale, vi posero guernigione francese, e tornarono a casa trionfanti, e accompagnati da due sonetti dell'Achillini. Il primo, quello che comincia col famoso verso:Sudate, o fuochi, a preparar metalli,è tutto di lode; l'altro è di consiglio, perchè la poesia ha sempre avuto questo nobile privilegio di ravvolgere avvisi sapientissimi e insegnamenti reconditi negli idoli lusinghieri della fantasia e nella magica armonia dei numeri. L'Achillini consigliava il Re di Francia, vincitore della Roccella e liberatore di Casale, di tentare l'impresa del Santo Sepolcro, nè più nè meno. Però il Cardinale di Richelieu non ne fece nulla: convien dire che avesse altro in testa. Ma i Veneziani, che allo scendere de' Francesi, s'eran dichiarati e mossi, istavano per legati e per lettere presso il Cardinale perchè l'esercito da lui condotto non tornasse indietro, e adducevano mille ragioni, per provare che non era da far conto su quei trattati; ma il Cardinale badò alla prosa dei Veneziani come ai versi dell'Achillini. La guerra continuò infatti contro il Duca di Mantova. Questi aveva fatte e andava facendo tutte le sommessioni immaginabili all'imperatore a fine di placarlo e di piegarlo ad accordargli l'investitura. Ma Ferdinando stava fermo in esigere che i ducati fossero a lui ceduti in deposito; e irritato dalle ripulse del Duca, più che ammansato dalle sue riverenze; irritato di più dell'aver questi domandato il soccorso francese, stimolato dalla Corte di Madrid, si dichiarò anch'egli nemico del Duca di Mantova. L'esercito Alemanno, di circa trentasei mila uomini, ragunato sotto il comando del Conte di Colalto, ebbe ordine di portarsi all'impresa di Mantova; la vanguardia che, già da qualche tempo aveva occupato ostilmente il paese de' Grigioni, si diffuse per la Valtellina e ai 20 di settembre entrò nello Stato di Milano». Questo brano è tolto dal capitolo I del tomo IV. (Ed.)

[112]Eccone il racconto: «Non la guerra propriamente detta, ma un passaggio di truppe, più funesto agli abitanti che nessuna guerra più accanita, desolò una parte del Milanese, e condusse la peste, dalla quale nessun angolo di quel paese fu salvo. Ci conviene ora accennare brevemente le origini di tanta rovina. Vincenzo I Gonzaga, Duca di Mantova, era morto nel 1612, lasciando tre figli. Il primo, Francesco, morì nello stesso anno, e non rimase di lui che una figlia, per nome Maria; Ferdinando, che dopo di lui tenne lo Stato, morì senza prole legittima nel 1626; Vincenzo II, l'ultimo dei fratelli, gli succedette in età di 32 anni, già consumato dagli stravizi, senza speranza di prole e manifestamente vicino al sepolcro. Già molte ambizioni, molte cupidigie, molti sospetti stavano all'erta aspettando ch'egli vi scendesse. Ma egli aveva instituito erede per testamento Carlo Gonzaga, Duca di Nevers, del resto suo parente più prossimo. E per assicurare l'effetto di questa disposizione, aveva segretamente fatto scrivere al Nevers che mandasse a Mantova il figlio, pur Carlo, Duca di Rethel, affinchè al momento che il ducato verrebbe a vacare, potesse pigliarne il possesso in nome del padre. Ma, oltre il ducato di Mantova, dalla successione del quale erano per investitura escluse le femmine, Vincenzo lasciava pur quello del Monferrato, al quale, pel complicato, confuso, incerto, variamente applicabile diritto pubblico d'allora, Maria, nipote di Vincenzo, poteva aver qualche ragione. Per togliere ogni soggetto ed ogni pretesto di dissensioni, pensò il Duca Vincenzo, o chi pensava per lui, a dare quella Maria in moglie al Duca di Rethel, che aveva fatto chiamare. L'aspettato giovane arrivò che il Duca Vincenzo era agli estremi: le nozze, che questi aveva proposto, si fecero nella notte dopo il 25 Dicembre 1628, mentre egli moriva.

«La morte e il matrimonio terminano per lo più le tragedie e le commedie del teatro, ma danno sovente principio alle tragedie e alle commedie della vita reale. Al mattino lo sposo comparve in grande abito da lutto, assunse il titolo di Principe di Mantova, e padrone delle armi e della cittadella, fu senza difficoltà riconosciuto dagli abitanti. Ma v'era altri a questo mondo che avevano qualche cosa da dire in quella faccenda.

«Luigi XIII re di Francia o per dir meglio il Cardinale di Richelieu, sosteneva il Nevers, uomo d'origine italiana, ma nato francese; anzi aveva egli, il Cardinale, per mezzo di legati, avuta gran parte nel testamento del Duca Vincenzo. Don Filippo IV, o per dir meglio il Duca d'Olivares, non poteva patire che un principe francese venisse a stabilirsi in Italia, e sosteneva le pretenzioni di Don Ferrante Gonzaga, parente più lontano del Duca Vincenzo.

«Carlo Emmanuele Duca di Savoja aveva pure antiche pretenzioni sul Monferrato; i Veneziani, ai quali dava ombra la grande potenza spagnuola in Italia, favorivano il Duca di Rethel, ma con trattati, con promesse e con minacce; e Urbano VIII, inclinato a quel Duca e sopra tutto alla pace, ajutava, come poteva, queste due cause con raccomandazioni e con proposte di accomodamenti. Finalmente l'imperatore Ferdinando II pretendeva che il Duca di Nevers, erede trasversale, non aveva potuto senza il suo consenso impossessarsi di feudi dell'impero, la successione ai quali era rivendicata da altri. Richiedeva quindi che il possesso degli Stati fosse depositato presso di lui, finch'egli gli aggiudicasse per sentenza, e citò il Duca di Nevers con tutte le formalità allora in uso. V'erano poi altre pretenzioni secondarie e più intralciate, che passiamo sotto silenzio, per non annojare il lettore, il quale comincia forse a mormorare; e certamente non saprà abbastanza apprezzare la fatica che facciamo per restringere in brevi parole tutta questa parte di storia. Il Duca d'Olivares, istigato continuamente dal Cordova, governatore di Milano, strinse un trattato col Duca di Savoja contra il novello Duca di Mantova. Questi si pose sulla difesa, si venne alle mani, Carlo Emmanuele invase il Monferrato, e Cordova pose l'assedio a Casale. Il Duca di Mantova, stretto da due nemici potenti, invocava gli amici; ma i Veneziani non volevano muoversi se il Re di Francia non mandava un esercito in Italia, e il Re di Francia, o il Cardinal di Richelieu, era impegnato nell'assedio della Rocella. Presa questa, parati o vinti certi intrighi imbrogliatissimi di Corte, il Re e il Cardinale s'affacciarono all'Italia con un esercito, chiesero il passo al Duca di Savoja; si trattò, non si conchiuse, si venne alle mani, i Francesi superarono e acquistarono terreno, si trattò di nuovo, il passo fu accordato, il Re e il Cardinale s'avanzarono, trassero agli accordi il Cordova spaventato, gli fecero levare l'assedio di Casale, vi posero guernigione francese, e tornarono a casa trionfanti, e accompagnati da due sonetti dell'Achillini. Il primo, quello che comincia col famoso verso:

Sudate, o fuochi, a preparar metalli,

è tutto di lode; l'altro è di consiglio, perchè la poesia ha sempre avuto questo nobile privilegio di ravvolgere avvisi sapientissimi e insegnamenti reconditi negli idoli lusinghieri della fantasia e nella magica armonia dei numeri. L'Achillini consigliava il Re di Francia, vincitore della Roccella e liberatore di Casale, di tentare l'impresa del Santo Sepolcro, nè più nè meno. Però il Cardinale di Richelieu non ne fece nulla: convien dire che avesse altro in testa. Ma i Veneziani, che allo scendere de' Francesi, s'eran dichiarati e mossi, istavano per legati e per lettere presso il Cardinale perchè l'esercito da lui condotto non tornasse indietro, e adducevano mille ragioni, per provare che non era da far conto su quei trattati; ma il Cardinale badò alla prosa dei Veneziani come ai versi dell'Achillini. La guerra continuò infatti contro il Duca di Mantova. Questi aveva fatte e andava facendo tutte le sommessioni immaginabili all'imperatore a fine di placarlo e di piegarlo ad accordargli l'investitura. Ma Ferdinando stava fermo in esigere che i ducati fossero a lui ceduti in deposito; e irritato dalle ripulse del Duca, più che ammansato dalle sue riverenze; irritato di più dell'aver questi domandato il soccorso francese, stimolato dalla Corte di Madrid, si dichiarò anch'egli nemico del Duca di Mantova. L'esercito Alemanno, di circa trentasei mila uomini, ragunato sotto il comando del Conte di Colalto, ebbe ordine di portarsi all'impresa di Mantova; la vanguardia che, già da qualche tempo aveva occupato ostilmente il paese de' Grigioni, si diffuse per la Valtellina e ai 20 di settembre entrò nello Stato di Milano». Questo brano è tolto dal capitolo I del tomo IV. (Ed.)

[113]Lascerei questo paragone così intempestivo in materia così triste. [Postilla del Visconti].

[113]Lascerei questo paragone così intempestivo in materia così triste. [Postilla del Visconti].

[114]Qui termina il capitolo V del tomo III. Il brano che segue è il principio del capitolo VI. (Ed.)

[114]Qui termina il capitolo V del tomo III. Il brano che segue è il principio del capitolo VI. (Ed.)

[115]Prima, come fu detto, gli pose nomeValeriano; poi lo ribattezzò Don Ferrante. (Ed.)

[115]Prima, come fu detto, gli pose nomeValeriano; poi lo ribattezzò Don Ferrante. (Ed.)

[116]Lacuna dell'originale. (Ed.)

[116]Lacuna dell'originale. (Ed.)

[117]Francesco D'Ovidio[Manzoni e Cervantes; inDiscussioni manzoniane, Città di Castello, Lapi, 1886; pagine 68-72] col solito suo acume paragonò la biblioteca dì don Quijote con quella di don Ferrante.Lorenzo Stoppato[La Biblioteca di don Ferrante, Milano, tip. Bortolotti di Giuseppe Prato, 1887; in-16º di pp. 59] ne fece soggetto di una geniale conferenza, letta a Milano, il 17 febbraio 1887, nella sala dell'esposizione permanente di belle arti. Cfr. pure:I Don Ferranti ossia i moderni avvocati della peste; inLa Civiltà cattolica, anno XIII, serie V, vol. II, quaderno 291 di tutta la collezione, 3 maggio 1862, pp. 257-268.—Bacci O.,Don Ferrante nei«Promessi Sposi»; inSaggi letterari, Firenze, Barbèra, 1898; pp. 87-129. (Ed.)

[117]Francesco D'Ovidio[Manzoni e Cervantes; inDiscussioni manzoniane, Città di Castello, Lapi, 1886; pagine 68-72] col solito suo acume paragonò la biblioteca dì don Quijote con quella di don Ferrante.Lorenzo Stoppato[La Biblioteca di don Ferrante, Milano, tip. Bortolotti di Giuseppe Prato, 1887; in-16º di pp. 59] ne fece soggetto di una geniale conferenza, letta a Milano, il 17 febbraio 1887, nella sala dell'esposizione permanente di belle arti. Cfr. pure:I Don Ferranti ossia i moderni avvocati della peste; inLa Civiltà cattolica, anno XIII, serie V, vol. II, quaderno 291 di tutta la collezione, 3 maggio 1862, pp. 257-268.—Bacci O.,Don Ferrante nei«Promessi Sposi»; inSaggi letterari, Firenze, Barbèra, 1898; pp. 87-129. (Ed.)

[118]Segue, cancellato: «delle poche rime stampate e di quelle poche prose di Claudio Achillini»; e poi: «delle rime stampate, del discorso accademico e delle poche lettere di Claudio Achillini». Qui il Manzoni accenna senza dubbio alleRime|e Prose|diClaudio|Achillini.|In questa nuova impressione|accresciute di molti sonetti,|et altre compositioni|non più stampate:|Con aggiunta di diverse|Bellissime Lettere di Proposta, e|Risposta del medesimo autore.| In Venetia, M.DC.LVI. | Per Giacomo Bortoli. | Con licenza de' Superiori; in-12º. È questa infatti la prima volta che furono raccolte e stampate le «poche lettere» dell'Achillini, mentre le sueRimeavevano avuto una quantità di edizioni. Essendo state raccolte e stampate nel 1656, non potevano figurare nella biblioteca di Don Ferrante, morto nel 1630; il Manzoni cancellò dunque l'accenno e corse al ripiego di fargli invece possedere «una raccolta manoscritta di alcune lettere» dello stesso grand'uomo. «Poche lettere», (nota il mio amico Luigi D'Isengard), «ma c'è da imparare una nuova maniera di estetica:—Il sonetto inviatomi da V. S. è cosa angelica, per non dire un angelo in versi. I due terzetti sono due Chori di Grazie. La chiusura è una prigionia di maraviglie.—Dopo il qual giudizio non è da mettere in dubbio cheil maggior poeta di quanti ne nascessero, o tra i Toscani, o tra i Latini, o tra i Greci, o tra gli Hebreisia Giambattista Marini; e non è da stupire che la sacra eloquenza fosse tutta nel saio d'un cappuccinocosì macilente e confitto e sepolto dentro ai panni, che si vede, anzi non si vede, e non si ode che una lana agitata che sgrida, un mantello vocale, un cappuccio che atterrisce; un fuoco che scintilla fuori dalle ceneri, una nuvola bigia che tuona spaventi, una penitenza spirante, un sacco di querele che si riversa addosso ai peccatori. Oh Dio, quanto è vero, che questo è il vero modo di predicare; e se tutti i predicatori fossero tali, so certo, che più consideratamente camminerebbe il mondo». Cfr.D'Isengard L.,Claudio Achillini e Don Ferrante; inLa Rassegna nazionale, di Firenze, anno XX, vol CIV, fascicolo del 1º dicembre 1898; pp. 629-636. (Ed.)

[118]Segue, cancellato: «delle poche rime stampate e di quelle poche prose di Claudio Achillini»; e poi: «delle rime stampate, del discorso accademico e delle poche lettere di Claudio Achillini». Qui il Manzoni accenna senza dubbio alleRime|e Prose|diClaudio|Achillini.|In questa nuova impressione|accresciute di molti sonetti,|et altre compositioni|non più stampate:|Con aggiunta di diverse|Bellissime Lettere di Proposta, e|Risposta del medesimo autore.| In Venetia, M.DC.LVI. | Per Giacomo Bortoli. | Con licenza de' Superiori; in-12º. È questa infatti la prima volta che furono raccolte e stampate le «poche lettere» dell'Achillini, mentre le sueRimeavevano avuto una quantità di edizioni. Essendo state raccolte e stampate nel 1656, non potevano figurare nella biblioteca di Don Ferrante, morto nel 1630; il Manzoni cancellò dunque l'accenno e corse al ripiego di fargli invece possedere «una raccolta manoscritta di alcune lettere» dello stesso grand'uomo. «Poche lettere», (nota il mio amico Luigi D'Isengard), «ma c'è da imparare una nuova maniera di estetica:—Il sonetto inviatomi da V. S. è cosa angelica, per non dire un angelo in versi. I due terzetti sono due Chori di Grazie. La chiusura è una prigionia di maraviglie.—Dopo il qual giudizio non è da mettere in dubbio cheil maggior poeta di quanti ne nascessero, o tra i Toscani, o tra i Latini, o tra i Greci, o tra gli Hebreisia Giambattista Marini; e non è da stupire che la sacra eloquenza fosse tutta nel saio d'un cappuccinocosì macilente e confitto e sepolto dentro ai panni, che si vede, anzi non si vede, e non si ode che una lana agitata che sgrida, un mantello vocale, un cappuccio che atterrisce; un fuoco che scintilla fuori dalle ceneri, una nuvola bigia che tuona spaventi, una penitenza spirante, un sacco di querele che si riversa addosso ai peccatori. Oh Dio, quanto è vero, che questo è il vero modo di predicare; e se tutti i predicatori fossero tali, so certo, che più consideratamente camminerebbe il mondo». Cfr.D'Isengard L.,Claudio Achillini e Don Ferrante; inLa Rassegna nazionale, di Firenze, anno XX, vol CIV, fascicolo del 1º dicembre 1898; pp. 629-636. (Ed.)

[119]Segue, cancellato: «Non vorrei con tutto questo che alcuno pigliasse Don Ferrante per un uomo straordinario, perchè avendo studiato un po' tutta la sua vita ed inclinando ora alla vecchiezza, fra gli autori che teneva in stima particolare contasse molti recenti, alcuni viventi, e alcuni perfino assai più giovani di lui. Don Ferrante era quello che doveva essere, quello che sono sempre stati e saranno sempre gli uomini provetti, i quali già da gran tempo hanno veduto dove stia la perfezione del sapere, hanno adottato un sistema, e chiuso il numero delle loro idee. La loro avversione, i loro sospetti, le loro ire non sono già contra gli uomini nuovi, ma contra le idee nuove; anzi se fra i giovani sorge taluno, che ricevendo con molta venerazione le dottrine che trova trionfanti, le studia, vi si affonda dentro, e le estende e dà loro un nuovo lume, i provetti riconoscono il suo merito e lo esaltano con ammirabile imparzialità. Oh! se al tempo di Don Ferrante fossero venuti oltre giovani che avessero ardito riesaminare quelle idee che dovevano soltanto ricevere ed applicare, giovani che avessero frugato in tutti quegli assiomi, di quegli che invece di dire: Capisco, dicono: Perchè? avreste veduto come Don Ferrante gli avrebbe pettinati, ma per buona sorte non ve n'era uno». (Ed.)

[119]Segue, cancellato: «Non vorrei con tutto questo che alcuno pigliasse Don Ferrante per un uomo straordinario, perchè avendo studiato un po' tutta la sua vita ed inclinando ora alla vecchiezza, fra gli autori che teneva in stima particolare contasse molti recenti, alcuni viventi, e alcuni perfino assai più giovani di lui. Don Ferrante era quello che doveva essere, quello che sono sempre stati e saranno sempre gli uomini provetti, i quali già da gran tempo hanno veduto dove stia la perfezione del sapere, hanno adottato un sistema, e chiuso il numero delle loro idee. La loro avversione, i loro sospetti, le loro ire non sono già contra gli uomini nuovi, ma contra le idee nuove; anzi se fra i giovani sorge taluno, che ricevendo con molta venerazione le dottrine che trova trionfanti, le studia, vi si affonda dentro, e le estende e dà loro un nuovo lume, i provetti riconoscono il suo merito e lo esaltano con ammirabile imparzialità. Oh! se al tempo di Don Ferrante fossero venuti oltre giovani che avessero ardito riesaminare quelle idee che dovevano soltanto ricevere ed applicare, giovani che avessero frugato in tutti quegli assiomi, di quegli che invece di dire: Capisco, dicono: Perchè? avreste veduto come Don Ferrante gli avrebbe pettinati, ma per buona sorte non ve n'era uno». (Ed.)

[120]Nell'autografo, forse per una svista, c'è scritto:strascurato. (Ed.)

[120]Nell'autografo, forse per una svista, c'è scritto:strascurato. (Ed.)

[121]Di Silietta il Manzoni parla di nuovo nel capitolo I del tomo IV. «Dalla fine dell'anno 1628», (così scrive) «alla quale siamo pervenuti con la narrazione, in sino alla metà del 1630, i nostri personaggi, quale per elezione e quale per necessità, si rimasero a un di presso nello stato in cui gli abbiamo lasciati: e la loro vita non offre in questo tempo quasi un avvenimento che ci sembri degno di menzione. Noi non poniamo, per esempio, tra gli avvenimenti memorabili la vestizione di Silietta, come non si considera per una epoca importante nella storia astronomica una piccola eclissi preveduta e calcolata e non visibile in Europa». Il tratto però che riguarda Silietta è cancellato. (Ed.)

[121]Di Silietta il Manzoni parla di nuovo nel capitolo I del tomo IV. «Dalla fine dell'anno 1628», (così scrive) «alla quale siamo pervenuti con la narrazione, in sino alla metà del 1630, i nostri personaggi, quale per elezione e quale per necessità, si rimasero a un di presso nello stato in cui gli abbiamo lasciati: e la loro vita non offre in questo tempo quasi un avvenimento che ci sembri degno di menzione. Noi non poniamo, per esempio, tra gli avvenimenti memorabili la vestizione di Silietta, come non si considera per una epoca importante nella storia astronomica una piccola eclissi preveduta e calcolata e non visibile in Europa». Il tratto però che riguarda Silietta è cancellato. (Ed.)

[122]In margine il Manzoni notò poi questo pensiero: «La signora le aveva lasciata una impressione confusa, ma spiacevole, etc.». (Ed.)

[122]In margine il Manzoni notò poi questo pensiero: «La signora le aveva lasciata una impressione confusa, ma spiacevole, etc.». (Ed.)

[123]Segue, ma cancellato:Fine del tomo III.11 Marzo 1823. Questo Brano forma ilCapitolo IXappunto del tomo III della prima minuta. Vi aggiunse quest'altro brano: «La povera donna aveva un'altra faccenda su le braccia: la corrispondenza con Fermo. Quantunque egli non trovasse bel paese quello dove non era Lucia, pure sapendo che egli stava sui registri di Milano, non ardiva scostarsi dall'asilo. Faceva scrivere ad Agnese, per chiederle nuove della figlia; dico faceva scrivere, perchè i nostri eroi, simili in ciò a quelli d'Omero, non conoscevano l'uso dell'abbicì. Agnese si faceva leggere e interpretare le lettere, e incaricava pure altri della risposta. Chi ha avuto occasione di veder mai carteggi di questa specie, sa come son fatti e come intesi. Colui che fa scrivere dà al segretario un tema ravviluppato e confuso; questi, parte frantende, parte vuol correggere, parte esagerare per ottener meglio l'intento, parte non lo esprimere come lo ha inteso; quegli a cui la lettera è indiritta, se la fa leggere; capisce poco; il lettore diventa allora interprete e con le sue spiegazioni imbroglia anche di più quel poco di filo che l'altro aveva afferrato: di modo che le due parti finiscono a comprendersi fra loro come due filosofi trascendentali. Il peggio è quando la situazione della quale si vuol render conto è complicata e i disegni e le proposte che si vogliono fare sono contingenti e condizionate. Tale era il caso di Fermo. Il suo disegno era di stabilirsi a Bergamo, di viver quivi della sua professione e di farsi con quella anche un po' di scorta, di preparare un buon letto a Lucia e che allora essa venisse a Bergamo con la madre ed ivi si concludessero le nozze. Ma i tempi non erano propizii. L'amore, che dipinge le cose facili, bastava bensì a persuadere a Fermo che il suo disegno si sarebbe potuto eseguire in seguito; ma non poteva nascondergli che per allora era ineseguibile. Bisognava adunque che Fermo facesse intendere ad Agnese questo miscuglio di speranze fondate, anzi certe, di impaccio attuale, di sì nell'avvenire e di no nel presente; Agnese ricevette la lettera dopo il ritorno da Monza, intese e fece rispondere come potè. Il ratto di Lucia fece tanto strepito che la voce ne giunse a Fermo, ma per buona ventura insieme con quella della liberazione. Pure ognuno può immaginarsi quali fossero le sue angustie. Se Lucia fosse rimasta nel suo paese, Fermo certamente non si sarebbe tenuto dall'andarvi: di nascosto, di notte, travestito, per balze, per greppi, come che fosse, vi sarebbe andato. Ma egli seppe anche che Lucia era partita per Milano; e in tale circostanza, non solo il pericolo diventava per Fermo, incomparabilmente maggiore, ma il tentativo incomparabilmente più difficile e l'evento quasi disperato. Dovette egli dunque contentarsi di chiedere schiarimenti ad Agnese. La buona donna trovò il mezzo di fargli avere, per mezzo d'un mercante quei cento scudi, che Lucia aveva destinati a lui, ed una lettera, nella quale v'era l'intenzione di metterlo al fatto di tutto l'accaduto. Ma questa lettera non isgombrò le inquietudini e le ansietà di Fermo; anzi i cento scudi le accrebbero: giacchè, pensava egli, ora che Lucia, per una ventura inaspettata, possiede tanto che basta perchè noi possiamo viver qui marito e moglie, perchè non viene ella e mi manda invece questi denari, come un dono, come una elemosina, come... e qui Fermo si sentiva scoppiare... come un congedo? Voglio io denari da lei? E se ella non è mia, pensa ch'io possa da lei ricevere qualche cosa? Per quanto Agnese avesse cercato di fargli scriver chiaro che Lucia dallo spavento in poi si trovava quale egli l'aveva lasciata, Fermo alla vista di quei denari e dati a quel modo era assalito da mille dubbi torbidi e strani. Le lettere che egli faceva scrivere a Lucia, cadevano tutte in mano di Donna Prassede, la quale certo non le consegnava a cui erano indiritte, ma, pel meglio, le leggeva e si regolava su le notizie che ne ricavava. Fermo, sempre più inquieto, chiedeva ad Agnese la spiegazione di quei dubbii e del silenzio di Lucia. Quand'anche Agnese avesse saputo scrivere, non avrebbe potuto soddisfare il poveretto, perchè la cagione del silenzio le era ignota, ed essa pure non capiva bene il contegno di Lucia con Fermo. La spiegazione di tutto era nel voto fatto da Lucia, e che essa non aveva confidato nè meno alla madre. La corrispondenza andava sempre più imbrogliandosi fin che essa fu interrotta dagli avvenimenti che racconteremo nel volume seguente. Fine del tomo III». (Ed.)

[123]Segue, ma cancellato:Fine del tomo III.11 Marzo 1823. Questo Brano forma ilCapitolo IXappunto del tomo III della prima minuta. Vi aggiunse quest'altro brano: «La povera donna aveva un'altra faccenda su le braccia: la corrispondenza con Fermo. Quantunque egli non trovasse bel paese quello dove non era Lucia, pure sapendo che egli stava sui registri di Milano, non ardiva scostarsi dall'asilo. Faceva scrivere ad Agnese, per chiederle nuove della figlia; dico faceva scrivere, perchè i nostri eroi, simili in ciò a quelli d'Omero, non conoscevano l'uso dell'abbicì. Agnese si faceva leggere e interpretare le lettere, e incaricava pure altri della risposta. Chi ha avuto occasione di veder mai carteggi di questa specie, sa come son fatti e come intesi. Colui che fa scrivere dà al segretario un tema ravviluppato e confuso; questi, parte frantende, parte vuol correggere, parte esagerare per ottener meglio l'intento, parte non lo esprimere come lo ha inteso; quegli a cui la lettera è indiritta, se la fa leggere; capisce poco; il lettore diventa allora interprete e con le sue spiegazioni imbroglia anche di più quel poco di filo che l'altro aveva afferrato: di modo che le due parti finiscono a comprendersi fra loro come due filosofi trascendentali. Il peggio è quando la situazione della quale si vuol render conto è complicata e i disegni e le proposte che si vogliono fare sono contingenti e condizionate. Tale era il caso di Fermo. Il suo disegno era di stabilirsi a Bergamo, di viver quivi della sua professione e di farsi con quella anche un po' di scorta, di preparare un buon letto a Lucia e che allora essa venisse a Bergamo con la madre ed ivi si concludessero le nozze. Ma i tempi non erano propizii. L'amore, che dipinge le cose facili, bastava bensì a persuadere a Fermo che il suo disegno si sarebbe potuto eseguire in seguito; ma non poteva nascondergli che per allora era ineseguibile. Bisognava adunque che Fermo facesse intendere ad Agnese questo miscuglio di speranze fondate, anzi certe, di impaccio attuale, di sì nell'avvenire e di no nel presente; Agnese ricevette la lettera dopo il ritorno da Monza, intese e fece rispondere come potè. Il ratto di Lucia fece tanto strepito che la voce ne giunse a Fermo, ma per buona ventura insieme con quella della liberazione. Pure ognuno può immaginarsi quali fossero le sue angustie. Se Lucia fosse rimasta nel suo paese, Fermo certamente non si sarebbe tenuto dall'andarvi: di nascosto, di notte, travestito, per balze, per greppi, come che fosse, vi sarebbe andato. Ma egli seppe anche che Lucia era partita per Milano; e in tale circostanza, non solo il pericolo diventava per Fermo, incomparabilmente maggiore, ma il tentativo incomparabilmente più difficile e l'evento quasi disperato. Dovette egli dunque contentarsi di chiedere schiarimenti ad Agnese. La buona donna trovò il mezzo di fargli avere, per mezzo d'un mercante quei cento scudi, che Lucia aveva destinati a lui, ed una lettera, nella quale v'era l'intenzione di metterlo al fatto di tutto l'accaduto. Ma questa lettera non isgombrò le inquietudini e le ansietà di Fermo; anzi i cento scudi le accrebbero: giacchè, pensava egli, ora che Lucia, per una ventura inaspettata, possiede tanto che basta perchè noi possiamo viver qui marito e moglie, perchè non viene ella e mi manda invece questi denari, come un dono, come una elemosina, come... e qui Fermo si sentiva scoppiare... come un congedo? Voglio io denari da lei? E se ella non è mia, pensa ch'io possa da lei ricevere qualche cosa? Per quanto Agnese avesse cercato di fargli scriver chiaro che Lucia dallo spavento in poi si trovava quale egli l'aveva lasciata, Fermo alla vista di quei denari e dati a quel modo era assalito da mille dubbi torbidi e strani. Le lettere che egli faceva scrivere a Lucia, cadevano tutte in mano di Donna Prassede, la quale certo non le consegnava a cui erano indiritte, ma, pel meglio, le leggeva e si regolava su le notizie che ne ricavava. Fermo, sempre più inquieto, chiedeva ad Agnese la spiegazione di quei dubbii e del silenzio di Lucia. Quand'anche Agnese avesse saputo scrivere, non avrebbe potuto soddisfare il poveretto, perchè la cagione del silenzio le era ignota, ed essa pure non capiva bene il contegno di Lucia con Fermo. La spiegazione di tutto era nel voto fatto da Lucia, e che essa non aveva confidato nè meno alla madre. La corrispondenza andava sempre più imbrogliandosi fin che essa fu interrotta dagli avvenimenti che racconteremo nel volume seguente. Fine del tomo III». (Ed.)


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