[124]A Sigismondo Boldoni, che visse dal 1597 al 1630, l'11 settembre del 1899 fu eretto un monumento nel suo nativo Bellano. L'ab. Luigi Vitali nel discorso inaugurale, che pronunziò, diceva: «il Boldoni, in alcune sue lettere, con viva e commovente verità, ci descrive una delle molte discese dei barbari, il passaggio dei Lanzichenecchi, descrizione che forse ha ispirato alcune delle belle pagine dell'immortale romanzoI Promessi Sposi». Cfr.Vitali L.,Patria e Religione, commemorazione, Milano, Cogliati, 1903; pp. 534-535. Da quelle lettere trasse infatti più d'una ispirazione il Manzoni. (Ed.)[125]Qui termina il capitolo I del tomo IV e incomincia quello II. (Ed.)[126]Prima scrisse:piangolente. (Ed.)[127]Segue, cancellato: «La vita, signor curato, la vita, disse Perpetua». (Ed.)[128]In margine il Manzoni aggiunse: «son venuto a fuggir l'acqua sotto una grondaja». (Ed.)[129]Segue, cancellato: «Il Signor Lucio volle ancora opporsi, ma l'impressione di terrore che Don Ferrante aveva prodotto su gli uditori, gli rendeva poco disposti a sentire la forza delle opposizioni. Io non so niente, disse il primo, di tutte queste predizioni; so però che senza di esse si capisce benissimo perchè ora tanti muojano: muojono perchè è venuta la loro ora. Nessuno badò all'argomento del Signor Lucio». (Ed.)[130]Il Manzoni aveva in animo di rimaneggiare tutto il rimanente di questo brano. Infatti v'incollò un fogliolino, che dice: «Deduzione più logica: 1.) generazioni; e divenute poi il ludibrio delle generazioni susseguenti; 2.)Sarebbe una storiafino apiù di ammirazione; 3.)Talvolta senza richiami, etc. fino arifiutata avvertitamente; 4.) Conclusione:Ma una siffatta storia, etc. Rifondere il tutto per adattarlo alla nuova deduzione». (Ed.)[131]Il Manzoni soppresse questo dialogo, con il quale termina il capitolo III del tomo IV della prima minuta; ma, nel capitolo XXXVII del testo definitivo, raccontando come morì don Ferrante, non mancò di esporre quello che esso pensava intorno la peste. Ecco le parole del Manzoni: «Di donna Prassede, quando si dice ch'era morta, è detto tutto; ma intorno a don Ferrante, trattandosi ch'era stato dotto, l'anonimo ha creduto d'estendersi un po' più; e noi, a nostro rischio, trascriveremo a un di presso quello che ne lasciò scritto.«Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de' più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all'ultimo, quell'opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione.«In rerum natura, diceva, non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser nè l'uno nè l'altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere; sicchè è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole. Non è sostanza aerea; perchè, se fosse tale, in vece di passar da un corpo all'altro, volerebbe subito alla sua sfera. Non è acquea; perchè bagnerebbe, e verrebbe asciugata da' venti. Non è ignea; perchè brucerebbe. Non è terrea; perchè sarebbe visibile. Sostanza composta, neppure; perchè a ogni modo dovrebbe esser sensibile all'occhio o al tatto; e questo contagio, chi l'ha veduto? chi l'ha toccato? Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; che questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro. Che se, per evitar questa Scilla, si riducono a dire che sia accidente prodotto, danno in Cariddi; perchè, se è prodotto, dunque non si comunica, non si propaga, come vanno blaterando. Posti questi princìpi, cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, di esantemi, d'antraci...?«Tutte corbellerie, scappò fuori una volta un tale.«No, no, riprese don Ferrante: non dico questo: la scienza è scienza; solo bisogna saperla adoprare. Vibici, esantemi, antraci, parotidi, bubboni violacei, furoncoli nigricanti, son tutte parole rispettabili, che hanno il loro significato bell'e buono; ma dico che non han che fare con la questione. Chi nega che ci possa essere di queste cose, anzi che ce ne sia? Tutto sta a veder di dove vengano.«Qui cominciavano i guai anche per don Ferrante. Fin che non faceva che dare addosso all'opinion del contagio, trovava per tutto orecchi attenti e ben disposti: perchè non si può spiegare quanto sia grande l'autorità d'un dotto di professione, allorchè vuoi dimostrare agli altri le cose di cui sono già persuasi. Ma quando veniva a distinguere, e a voler dimostrare che l'errore di que' medici non consisteva già nell'affermare che ci fosse un male terribile e generale; ma nell'assegnarne la cagione; allora (parlo de' primi tempi, in cui non si voleva sentir discorrere di peste), allora, in vece d'orecchi, trovava lingue ribelli, intrattabili; allora, di predicare a disteso era finita; e la sua dottrina non poteva più metterla fuori, che a pezzi e bocconi.«La c'è pur troppo la vera cagione, diceva; e son costretti a riconoscerla anche quelli che sostengono poi quell'altra così in aria... La neghino un poco, se possono, quella fatale congiunzione di Saturno con Giove. E quando mai s'è sentito dire che l'influenze si propaghino...? E lor signori mi vorranno negar l'influenze? Mi negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un guancialino...? Ma quel che non mi può entrare, è di questi signori medici; confessare che ci troviamo sotto una congiunzione così maligna, e poi venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non toccate là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il contatto materiale de' corpi terreni, potesse impedir l'effetto virtuale de' corpi celesti! E tanto affannarsi a bruciar de' cenci! Povera gente! brucerete Giove? brucerete Saturno?«His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s'attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle».Olindo Guerrini[Achillini e Manzoni; inLa Rassegna settimanale, di Roma, vol III, n.º 59, 16 febbraio 1879, pp. 130-131] notava, per il primo, che il ragionamento posto dal Manzoni in bocca a don Ferrante, lo «copiò di sana pianta, senza dirci dove l'avesse preso», e ne indicava la fonte: una lettera di Claudio Achillini ad Agostino Mascardi. Tornava a trattare la questione, con grande serenità e molto garbo,Luigi d'Isengard[Claudio Achillini e don Ferrante; inLa Rassegna nazionale, di Firenze, anno XX, vol 104, 1º decembre 1898, pp. 629-636.]Agostino Mascardi di Sarzana, che visse dal 1591 al 1640 ed ebbe grido tra' letterati d'allora, mentre a Milano e nel resto d'Italia infieriva la peste e correvano le più strane e orribili voci intorno gli untori, scriveva all'Achillini: «Ditemi, di grazia, signor Claudio, che credete delle cose di Milano? Non parlo degli accidenti di guerra e della peste, che per via d'ordinario contagio si propaga, ma di quell'altra, che si dice esser seminata dagli uomini con mistura d'incanto. Io per me, come non sono dei più arrendevoli a creder tutto quello che si attribuisce al diavolo, così non lodo l'ostinata credulità di certi filosofastri, che, per far troppo del saccente, danno nell'infedele. Che in altri tempi si sia trovata cotal sorte di peste, dalla malvagità degli uomini appiccata con diverse misture, è notissimo». Qui tira in ballo Seneca e Tito Livio, Paolo Diacono e Procopio, Pomponio Leto e Gregorio Nisseno, Evagrio, Cedreno e Sigiberto; poi prosegue: «Può nondimeno accadere che la moltitudine, credula al suo peggiore e inchinata alla superstizione, v'aggiunga molte cose del suo, in virtù dell'eccessivo timore che la toglie di senno. Però, figliuole della paura e della sciocchezza stimo io quelle larve di Principi, di vecchi e di palazzi, delle quali s'empiono i fogli di Lombardia, quando non sieno macchine mal composte di qualche ingegno, più curioso che discreto, per dar materia di spavento alla plebe, e agli uomini sensati o di riso o di sdegno. È certo nondimeno che nelle pubbliche calamità gli autori antichi osservano molte fiere visioni, o vere, o immaginate dalla paura... Tantochè, per abbattere dalle sue fondamenta Milano, era necessario che alla fame compassionevole, alle violenze di barbara soldatesca, alle ruine di tanti anni di guerra, alle stragi della peste comune, s'aggiungesse il veleno, dirò insanabile, se è composto fin nell'Inferno con liquori nel nostro mondo non conosciuti».L'Achillini gli rispondeva dalla sua villa al Sasso, nella valle del Reno, dove s'era rifugiato per paura del contagio: «È toccato alla peste lo svegliare il mio nome che dormiva sotto i ricchi padiglioni della vostra memoria: nè voglio già ringraziamela, perchè non merita grazie una siffatta disgrazia; ben rendo grazie a voi che cotanto m'avete onorato con la vostra eloquentissima ed eruditissima lettera, alla quale come potrò mai rispondere a parte a parte, se, subito ch'io l'ebbi ricevuta, vennero a me alcuni gentiluomini bolognesi, fra i quali un Paride letterato la riconobbe per un'Elena e me la rubò?... Voi mi richiedete il mio senso intorno agli spettri di Milano e alla magica peste portata dalla fama su certi fogli curiosi, che vanno attorno. Qui, o ragioniamo del potere, o del fatto. Se del potere, chiara cosa è, e la teologia non ci lascia dubitare, che il Demonio può naturalmente queste e cose maggiori, purchè Dio non gli sottragga il potere: intendo però, s'egli eserciterà le sue forze naturali dentro alla latitudine del moto locale, trasportando e applicando gli agenti alle materie: perchè se noi credessimo che nei predicamenti della qualità, della quantità o della sostanza egli potesse immediatamente produrre sì fatti termini, noi, s'io non m'inganno, faressimo errore. Se poi ragioniamo del fatto, certo che per le continue relazioni che vengono da Milano, anche in quest'ultimo spaccio, io molto agevolmente m'induco a crederlo; ma non già credo quelle favolose circostanze che questa estate andavano attorno, le inverisimilitudini delle quali erano troppe note a chi leggeva quei fogli: e che altre volte siano avvenute sì fatte pestilenze, o col concorso del Demonio, o con l'arte ignuda degli uomini, oltre le nobilissime autorità addotte da voi, io mi rimetto ad un certo trattatello manuscritto, che va attorno, il cui titolo è:De peste manufacta, nel quale sono registrate molte altre autorità di simil fatto; ma quello che mi confonde l'ingegno si è come si trovino uomini di barbarie tanto inumana, che cospirino coi Diavoli alla distruzione di tutta la propria spezie. Io qui impazzirei col pensarvi, e però vengo ad un'altra non meno curiosa maraviglia, e chieggo a voi che cosa è egli mai questo fomite, o seminario pestifero, che resta impresso nei panni e con fecondità così tragica fruttifica la morte delle famiglie e dei popoli interi? È egli accidente, o sostanza? Se accidente, o è trasportato, o prodotto; al primo modo repugna la filosofia, la quale non ammette il passaggio degli accidenti da un soggetto all'altro. Al secondo pare che ripugni il non potersi intendere con quale energia possa l'appestato tradurre dalle radici o dalle potenze dei panni agli atti una sì fatta qualità, oltre che non sarebbe agevol cosa lo assegnare in quale spezie di qualità dovesse riporsi. Se è sostanza, come vogliono tutti gli antichi e Greci e Latini, o è semplice, o è composta: se semplice, o ella è area, e perchè in breve tempo non vola alla sua sfera, liberandone i panni? O è acquea, e perchè non bagna, o non è dall'ambiente, tante volte accidentalmente secco, disseccata e consumata? O è ignea, e perchè non abbrugia? O è terrea, e perchè non si vede, o col tatto non si sente? Se è sostanza composta, torno a dire che dovrebbe, o coll'occhio, o col tatto discernersi; e pure egli è verissimo che un panno bianco, mondissimo agli occhi nostri, ucciderebbe una città intera».Queste lettere, che subito furon date alle stampe, levarono un gran rumore e più volte tornarono a veder la luce. La prima edizione ha questo titolo:Due lettere|L'una|Del Mascardi all'Achillini|L'altra|Dell'Achillini al Mascardi| sopra le presenti calamità.|Dedicate all'Illustriss. Signora|D. Maria Pepoli|Contessa di Castiglione, Sparvi,|E Barragazza.|In Bologna, per Francesco Casanio 1630. Con licenza de' Superiori|Ad istanza di Bartolomeo Cavalieri et Cesare Ingegneri; in-4º picc. di pp. 24. Furono riprodotte:In Firenze,MDCXXXI. |Nella Stamperia di Pietro Nesti al Sole|con licenza de' superiori; in-4º di pp. 16—In Roma, Per Lodovico Grignani,MDCXXXI. | Con Licenza de' Superiori; in-4º di pp. 20—e In Roma, et in Milano|Ad istanza di Gio. Batt. Bidelli|MDCXXXI; in-18º di pp. 32. Poi vennero inserite nella raccolta delleRime e prosedell'Achillini, stampata a Venezia nel 1656, 1673, ecc. È probabile che il Manzoni leggesse la lettera ispiratrice in una di queste ultime edizioni; ma non si può escludere che potesse avere avuto tra mano anche una delle altre stampe, sebbene assai rare. Infatti consultò un numero grande di libri e di opuscoli intorno alla peste del 1630; quanti ne potè trovare. E poi pizzicava di bibliofilo. Sta lì a provarlo un esemplare, postillato di suo pugno, dellaSerie|de'|testi di lingua|usati a stampa nel Vocabolario|degli Accademici della Crusca|con aggiunte|di altre edizioni da accreditati scrittori molto pregiate,|e di osservazioni critico-bibliografiche,|Bassano MDCCCV. Dalla Tipografia Remondiniana|con R. permissione; in-8º; che si conserva nella libreria di Brusuglio.Il prof.Lorenzo Stoppato[La Biblioteca di Don Ferrante, Milano, tip. Bortolotti di G. Prato, 1887; pp. 47-49] pigliò le difese di don Ferrante, ponendogli in bocca questa risposta al Guerrini: «Caro signor mio, Ella mi imputa di plagio? Ma non sa Ella che il distinguere frasostanzaeaccidenteè una delle formule più consuete e precise della filosofia aristotelica, e che l'applicazione della formula importa uno sviluppo eguale di ragionamento, per ogni caso? Che non varia altro che la materia alla quale viene applicata? E mi crede così da poco da aver bisogno di copiare un ragionamento, come farebbe uno scolaretto? E Lei mi fa un gran caso dell'aver io considerata la peste come sostanza e come accidente? Ma non sa che gli scolastici hanno disputato per fino se Dio fosse accidente o sostanza». Fin qui la difesa non fa una grinza; dove zoppica è in quello che segue: «Nè mi venga a dire che io ho copiato dall'Achillini... Dica piuttosto che anche l'Achillini ha copiato quel ragionamento, e lo ha copiato precisamente da Massimiliano Viani di Pallanza. Costui infatti, nei suoiDialoghi su i rimedi efficacissimi per guardarsi dal mal contagioso, stampati a Milano, dal Rolla, l'anno 1630, a pag. 40» [correggi pp. 44-45], «scrive:—Per compiacervi dirò quello che dice alcuno filosofo sopra tali particolari, circa il punto che sii questo fomite, o seminario pestifero... Se egli sii accidente, o sustanza. Se accidente, o è trasportato, o è prodotto. Al primo modo repugna la filosofia, la qual non ammette passaggio degli accidenti da un soggetto all'altro... Se sustanza, o è semplice, o è composta. Se è semplice, o ella è aerea, e perchè in breve tempo non vola alla sua sfera? O è acquea, e perchè, o non bagna, o non è dall'ambiente, tante volte accidentalmente secco, disseccata e consumata? O è ignea, e perchè non abbrucia? O è terrea, e perchè, o non si vede, o col tatto non si sente? Se è sostanza composta, dicono che dovrebbe, o con l'occhio, o col tatto discernersi... Quanto poi alla generazione di questo male, può seguire per alterazione o correzione d'aere, cioè per l'aere viziato e corrotto per aspetti nemici di stelle—». Lo Stoppato conchiude: «Eccovi, caro signor critico, che anche il vostro Achillini è un plagiario e ha copiatoad litteramdal Viani».Ho qui dinanzi il suo libro e comincio col trascriverne il titolo:Remedii efficacissimi|per|guardarsi dal mal contaggioso,|Accioche non vadi infettando i Vicini,|nè faccia progresso;|con altri avertimenti|necessarii per tali bisogni.|Opera| composta in forma di Dialogo |daMassimigliano Viani|di Pallanza|Per beneficio pubblico.|In Milano,|Appresso Carlo Francesco Rolla Stampat.|vicino al Verzaro.È un volumetto in-8º di pp. 51, oltre 8 in principio e 3 in fine. L'anno manca; ma si deduce dalla lettera dedicatoria del VianiAll'Ill.moMagistrato della Sanità dello Stato di Milano, scritta da «Milano li 23. Giugno 1657»; nonchè dall'approvazione del Magistrato stesso, che è del 27 del medesimo mese. In questa approvazione si commenda anche il libro, e si esortano le Comunità, «per il loro particolare beneficio, a provvedersene d'una copia, prohibendosi a ciascun stampatore et ad ogni altra persona il stampare, far stampare, o introdurre da di fuori di questo Stato per anni dodici prossimi avvenire la medesima opera; et ciò sotto pene pecuniarie et anco corporali». Ecco dunque provato che l'Achillini non è per nulla un plagiario. Lo sarà il Manzoni? Osserva Luigi Morandi [cfr.La Perseveranzadel 19 febbraio 1879]: non solo non può parlarsi «di plagio, ma neppure d'imitazione, almeno nel senso più ovvio che si da a questa parola»; è «una trovata storica», la quale prova che anche i personaggi e i fatti inventati, furono dal Manzoni «coloriti con tinte ricavate da fatti e da personaggi consimili e realmente storici di quel tempo». Ribadisce Orazio Bacci: «Non si potrebbe parlar mai di un plagio, sibbene di un substrato storico—quasi direi—che l'autore volle dare alla sua figura; e la citazione della fonte non era necessaria, nè forse artisticamente possibile». Notevole è poi ciò che scrive il D'Isengard: «Che il Manzoni, volendo ritrarre nel suo romanzo la Lombardia del secolo XVII, abbia fatto uno studio accuratissimo di quell'età, dei luoghi, dei costumi, dei caratteri e degli avvenimenti, è cosa risaputa... Non si contentò di studiare quel secolo nelle linee principali, ma scese ai particolari; ben sapendo che ifatti minimi, come insegnò Bacone, giovano a spiegare ifatti massimi. Colla virtù assimilativa dei grandi ingegni, e coll'industriosa abilità delle api, fabbricava il suo miele. Nel libro di Stefano Stampa si legge:—Una volta mi mostrò nel Ripamonti [Qui lo Stampa è tradito dalla memoria. Gli mostrò invece il La Croce, dove a pag. 77 si riporta la predica. (Ed.)] il testo somigliantissimo della predica del padre Felice, dicendo:—Vedi son quasi le stesse parole delle quali mi son servito io.—Della lettera dell'Achillini avrebbe potuto dire egualmente: Vedete, per far parlare a don Ferrante il linguaggio della pedanteria, con tutti gli errori e le superstizioni del tempo, non m'è parso vero di trovare in quella lettera il fatto mio. Ma come l'orpello dell'Achillini nel crogiuolo manzoniano sia divenuto oro purissimo, questo è un segreto dell'arte».Giuseppe Galli[Un'operetta inedita del Card. Federico Borromeo sopra la peste in Milano ed i«Promessi Sposi»; nell'Archivio storico lombardo, ann. XXX, vol XX, pp. 110-137] scoprì che il Manzoni approfittò di un'opinione espressa dal Lampugnano a p. 13 del suo libro:La peste seguita a Milano l'anno 1630, stampato nel 1634, per metterla in bocca a don Ferrante. L'opinione del Lampugnano è questa: «Nè finalmente mi da l'animo di concedere che la peste sia qualità contagiosa. Perchè sarebbe accidente. Nè potendo l'accidente essere contrario alla sostanza, non capisco come possa da subietto in subietto passare ad operare la corruzione». Sentiamo adesso la medesima opinione uscita dal crogiuolo manzoniano: «Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; che questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro».Il Manzoni dice che nella «scienza cavalleresca» don Ferrante «meritava e godeva il titolo di professore», e non a torto, giacchè «aveva nella sua libreria, e si può dire in testa, le opere degli scrittori più riputati in tal materia: Paride dal Pozzo, Fausto da Longiano, l'Urrea, il Muzio, il Romei, l'Albergato, il Forno primo e il Forno secondo di Torquato Tasso».Il Forno o vero della nobiltà, dialogo del signor Torquato Tasso, vide la luce a Vicenza, nel 1581, per Pierin Libraro; ilTrattato del modo di ridurre a pace l'inimicitie private, di Fabio Albergati, fu pubblicato a Roma, co' torchi dello Zannetti, nel 1583; iDiscorsi cavallereschi del conteAnnibale Romei,divisi in cinque giornate, vennero impressi a Venezia dallo Ziletti nel 1585. Di Girolamo Muzio, giustinopolitano, si hanno ben cinque opere:Le Risposte cavalleresche, Venezia, Giolito, 1551;Il Duello, Venezia, Giolito, 1558;La Faustina, dell'armi cavalleresche a' Principi e cavalieri d'onore, Venezia, Valgrisi, 1560;Il Cavaliero, Roma, Blado, 1569;Il Gentilhuomo, distinto in tre dialoghi, Venezia, Valvassori, 1575. Lo spagnuolo Girolamo d'Urrea è autore delDialogo del vero onore militare, nel quale si definiscono tutte le querele che possono occorrere fra l'uno e l'altro uomo, con notabili esempi di antichi e moderni, che fu tradotto in italiano da Girolamo Ulloa e stampato a Venezia dal Sessa nel 1569. Di Fausto da Longiano si haIl Gentilhuomo, diviso in due parti, Venezia, 1542 e 1544; e IlDuello regolato alle leggi dell'onore, con tutti i cartelli missivi e responsivi, Venezia, Valgrisi, 1552; e di Paride dal Pozzo iLibri IX del Duello, Venezia, 1521. Oltre questi «antichi», c'era un suo contemporaneo, che don Ferrante riteneva «l'autore degli autori», il «celebre Francesco Birago». E anzi il Manzoni nota che «fin da quando venner fuori iDiscorsi cavallereschidi quell'insigne scrittore, don Ferrante pronosticò, senza esitazione, che quest'opera avrebbe rovinata l'autorità dell'Olevano, e sarebbe rimasta, insieme con l'altre sue nobili sorelle, come codice di primaria autorità presso i posteri».Li Discorsi cavallereschi del SignorFrancesco Birago,Signore di Melone e di Siciano, ne' quali, con rifiutar la dottrina cavalleresca del Signor Gio: Battista Olevano, s'insegna a racchettare honorevolmente le querele nate per cagione d'honore, ebbero una prima edizione a Milano, dal Bidelli, nel 1622, che poi li ristampò «riveduti et accresciuti» nel 1628. Oltre unTrattato cinegetico, o vero della Caccia, Milano, Bidelli, 1628, il Birago compose tre altre opere cavalleresche, «nobili sorelle» de'Discorsi, cioè:Dichiaratione et avvertimenti poetici, istorici, politici, cavallereschi e morali sullaGerusalemme conquistatadel Tasso, Milano, Somasco, 1616;Consigli cavallereschi, ne' quali si ragiona circa il modo di far le paci, con un'Apologia cavalleresca per il Sig. Torquato Tasso, Milano, Bidelli, 1623; e leDecisioni cavalleresche. Si hanno insieme raccolte col titolo:Opere cavalleresche del SignorFrancesco Birago,distinte in quattro libri, cioè; Discorsi, Consigli libro I e II e Decisioni, Bologna, Longhi, 1686; in-4º.Il dott.Ubaldo Mazzini[La Cavalleria nei Promessi Sposi, nuovo contributo alla ricerca dei fonti manzoniani; nellaRassegna nazionale, di Firenze, ann. XXI, vol. 109 della collezione, 16 settembre 1899, pp. 333-346], ritiene che il Manzoni «ha avuto per guida un'opera soltanto d'un solo di quegli autori», iConsigli cavallereschidel Birago. «Gli altri autori e le loro opere» (così il Mazzini) «ha trovato citati ne'Consigliad ogni capitolo, ad ogni pagina, e parecchie volte: con questo però non voglio escludere che egli li abbia consultati;ma più letti che studiati, come direbbe egli stesso». No: il Manzoni era troppo coscienzioso, troppo diligente, per contentarsi di bere a una sola fontana; gli ha letti tutti, gli ha tutti studiati; c'è da giurarlo. Scorrendo iConsigli(è sempre il Mazzini che scrive) «non solo è facilissimo trovarvi il riscontro con alcuni passi deiPromessi Sposi, ma ben si comprende ancora come abbia fatto del Birago l'autore prediletto di don Ferrante, il suo amico; come io elevi sopra tutti gli altri, e il perchè della profezia intorno all'Olevano. Ultimo venuto nella nobile falange dei trattatisti dell'honore, contemporaneo e compatriota di don Ferrante, il Birago, per lo stile, il gusto, il modo di argomentare caratteristico dell'età in cui visse, è ben naturale che tanto andasse a' versi di don Ferrante... Si può pensare che lo stesso nome di don Ferrante il Manzoni l'abbia tratto daiConsiglidel Birago, giacchè nel Consiglio IV, in cui si esamina ilcaso di chi pretende essergli stato venuto meno della parola, si tratta appunto della vertenza insorta tra certo signorFeranteNovà ed il signor Giovaniacomo Latuada».Intorno a questa incarnazione d'un dotto del Seicento, morto, «come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle», è pure da consultarsi:Albertazzi A.,Don Ferrante, inFanfulla della Domenica, ann. XXII, n. 6. (Ed.)[132]Il lazzeretto. (Ed.)[133]Il canonicoGiovanni Finazzi, amico del Manzoni, pubblicava a pp. 409-485 del tom. VI dellaMiscellanea, di storia italiana, edita per cura della Regia Deputazione di storia patria, Torino, Stamperia Reale, 1865, laRelazione della carestia e della peste di Bergamo e suo territorio negli anni 1629 e 1630, scritta daMarc'Antonio Benaglio, premettendovi, tra le altre, queste parole: «Chi volesse la storia della peste di Bergamo del 1630, la c'è(dice il Manzoni al cap. XXXIII de' suoiPromessi Sposi),scritta per ordine pubblico da un tal Lorenzo Ghirardelli: libro raro però e sconosciuto, quantunque contenga forse più roba, che tutte insieme le descrizioni più celebri di pestilenze. E quantunque il Ghirardelli, come pubblico cancelliere della città e dell'offizio di sanità, fosse uno di quegli uomini,ai quali(per dirlo collo stesso Manzoni nellaColonna infame)in qualche caso può esser comandato e proibito di scrivere la storia, nondimeno pel carattere di onoratezza e lealtà sua propria, e pel savio e liberale incarico raccomandatogli dal voto del maggior consiglio della stessa città, con rara accuratezza dei più minuti dettagli (come appunto portava la parte presa in proposito il 26 dicembre 1631 dal maggior consiglio) descrisse le vicende e il successo di quella pestedai primi pronostici che se n'ebbe e dai primi principii ond'essa pullulò e andò serpendo nel territorio, con i progressi, accrescimenti e strage atrocissima, così nella città, come nel contado; narrando e descrivendo non solo li ordini e provvisioni fatte dal Magistrato della sanità per la preservazione universale, ma anco gli errori occorsi per aversi poco esperienza di sì fatti maneggi, con filo continuato di narrar veramente tutte le cose più notabili, con l'ordine e serie de' tempi, sino all'intiera e totale estirpazione. Ma di quella peste, che fu sì fiera e desolante, oltre al Ghirardelli, altri de' nostri lasciarono più o meno dettagliate memorie, che se fossero pubblicate tornerebbero per avventura di non inutile commento o supplemento alla storia di esso Ghirardelli, e potrebber recare alcune particolarità di fatti, da far meglio conoscere quel tratto di storia patria, più famoso che conosciuto. Ora fra gli scrittori di così fatte memorie crediamo di dover prescegliere Marc'Antonio Benaglio, cancelliere che fu del venerando consorzio della misericordia: che in più succoso e vivace stile, che non facesse per avventura il Ghirardelli, ce ne lasciò una dotta e coscienziosaRelazione». (Ed.)[134]Dal capitolo IV del tomo IV tolgo il seguente brano riguardante gli untori: «La cagione d'un così subito e portentoso aumento del male fu data a voce di popolo agliuntori: si disse con asseveranza e si ripetè con furore, che quegli uomini, congiurati allo sterminio della città, prendendo il destro della processione, che l'aveva posta tutta unita, per così dire, in loro balìa, avevano unti in quel giorno quanti avevano potuto, e sparso tutto il cammino di polveri venefiche, per le quali il contagio s'era appiccato alle vesti, ai piedi scalzi, anche alle scarpe dei divoti e inavvertiti pellegrinanti. L'opinione delle unzioni, che fino allora non aveva prodotta che una vaga inquietudine e ciarle, dopo questo, ch'ella prendeva per un gran fatto, cominciò a partorire ben altri effetti. Due principali furono distinti e notati dal Ripamonti, uomo che, in molti punti, liberandosi e segregandosi dalla opinione pubblica dei suoi tempi, volse la mira delle sue osservazioni alle cose appunto che nessuno, o quasi nessuno avvertiva, esaminò quella opinione stessa, mutò sovente i termini della questione, fu solo a discernere e a dire molte verità, e fece intendere che molte ancora ne dissimulava, molte ne indeboliva per non irritare il giudizio pubblico, il quale, come traspare chiaramente dalla sua storia, gli faceva una gran paura e una gran compassione nel tempo stesso. Un effetto fu che i magistrati, tutti i potenti, ingolfati in ispeculazioni politiche, divagati e avviluppati colla mente nei segreti delle corti per arzigogolare quale dei principi, quale dei re stranieri potesse essere il capo della trama, non pensavano a quello che era da provvedersi nelle urgenti congiunture della peste; e spaventati poi dalla vastità supposta e dalla oscurità stessa delle insidie, si abbandonavano sempre più a quella stanca trascuratezza, che è compagna della disperazione. L'altro effetto più deplorabile, atroce, fu di estendere, di facilitare, di irritare i sospetti e di giustificare, di santificare tutte le offese più crudeli, che quei sospetti potevano suggerire. Non solo dallo straniero, dal nimico, dalla via pubblica si temeva, ma si guardava alle mani dell'amico, del servo, del congiunto, ma si poneva il piede con sospetto per la casa. Ma orribil cosa! si tremava al contatto della mensa, del letto nuziale. Il viandante straniero che, non ben sapendo fra che uomini si trovava, si rallentasse a baloccare sul cammino, o che stanco si sdraiasse per riposare, il mendico che per città si accostava altrui tendendo la mano, colui che inavvertitamente toccasse la parete di una casa, l'affrettato che urtasse altri per via, eranountori; al terribile grido d'accusa accorrevano quanti avevan potuto udirlo; l'infelice era oppresso, straziato, talvolta morto dalle percosse, o trascinato alle carceri, tra gli urli e sotto le battiture, benediceva nel suo cuore affranto quelle porte, e vi entrava come dalla tempesta nel porto. E quante volte saranno accorsi alle grida, avranno partecipato al furore comune di quegli stessi che più tardi poi dovevano esser vittime d'un simile furore.«Così l'irreligione esacerbava la sciagura che una applicazione falsa ed arbitraria della religione aveva estesa ed accresciuta. Dico l'irreligione, perchè se l'ignoranza e la falsa scienza delle cose fisiche, e tutte le altre cagioni, di cui abbiamo parlato di sopra, poterono far ricevere comunemente l'opinione astratta di unzioni e di congiure, furono certamente le disposizioni anti-cristiane di quel popolo corrotto, che rendettero quella opinione attiva e feroce nell'applicazione. Nessuna ignoranza avrebbe bastato a così orrendi effetti, quando fosse stata congiunta con quel sentimento pio che prepara gli animi alla tranquillità ed alla riflessione, che avverte a pensar di nuovo quando il pensiero diventa un giudizio, una azione su le persone, se fosse stata insomma congiunta con quella carità che è paziente, benigna, che non si irrita, che non pensa il male, che tutto soffre. Ma l'intolleranza della sventura, la disciplina e l'oblio delle speranze superiori a tutte le sventure del tempo, l'orrore pusillanime e furioso della morte erano le cagioni che mantenevano negli animi una irritazione avida di sfogo e di vendetta, e quindi sempre in cerca di fatti che ne dessero l'occasione, quindi ancora pronta a trovar questi fatti ad ogni momento.«Il Ripamonti riferisce due esempi di quel furor popolare, avvertendo bene i suoi lettori di averli trascelti non già perchè fossero dei più atroci fra quegli che accadevano alla giornata, ma perchè di quei due egli fu testimonio.···················«I magistrati, i quali avrebbero dovuto reprimere e punire quell'iniquo furore, lo imitarono e lo sorpassarono con giudizj motivati e ponderati al pari di quei popolari, che abbiam riferiti, con carneficine più lente, più studiate, più infernali. Passare questi giudizj sotto silenzio sarebbe ommettere una parte troppo essenziale della storia di quel tempo disastroso; il raccontarli ci condurrebbe o ci trarrebbe troppo fuori del nostro sentiero. Gli abbiamo dunque riserbati ad un'appendice, che terrà dietro a questa storia, alla quale ritorniamo ora; e davvero».Nel capitolo V del tomo IV della prima minuta il Manzoni prese a trattare esclusivamente del processo degli untori; poi stralciò que' fogli, per formarne un'appendice al Romanzo, svolgendo il soggetto in modo più largo. Se ne conserva il primo sbozzo, già intitolato:Capitolo V, poiAppendice storica su la Colonna infame. Sono 60 fogli di 4 pp. l'uno, il primo de' quali non è numerato: gli altri portano la numerazione 1-59, fatta dal Manzoni stesso. Alcuni fogli serbano, ma cancellata, la numerazione che ebbero quando fecero parte del manoscritto del Romanzo e sono: 53, divenuto I; 54-57, divenuti 2-5; 62-67, divenuti 10-15; 65-67, ripetuti, diventati 18-20; 68-70, mutati in 21-23. Comincia: «Due femminelle, Catterina Rosa e Ottavia Boni, trovandosi sgraziatamente alla finestra di buon mattino il giorno 21 di giugno»; finisce: «e noi con uno scopo ben meno importante, e con tanto minor corredo d'ingegno, ci siamo però proposti di fare ciò che non era ancor stato fatto».Quando il Manzoni depose il pensiero di stamparla insieme col Romanzo e invece stabilì di farne una pubblicazione separata, la intitolò:Storia della Colonna infame, e vi premise queste parole: «Fra i molti giudizj legali che nel 1630 e al di là, furono portati in Milano, su persone accusate d'aver propagata la peste con unzioni, uno parve ai giudici così degno di memoria, che decretarono un pubblico monumento a mantenergliela; e fu quella colonna nominata infame, che stette in piedi cento quarantott'anni. E in questo eglino s'apponevano: il giudizio fu veramente memorabile. Ma un monumento non è una storia: anzi talvolta è, non solo meno, ma qualche cosa di contrario alla storia. Ma se quei giudici non ci avessero dunque lasciato altro, ci avrebbero dati, per verità, ben pochi mezzi per conoscere ciò di che volevano farci ricordare. Ma, senza volerlo, e probabilmente senza pensarvi, essi furono occasione che altri, probabilmente ancora senza averne l'intenzione, conservasse al pubblico i materiali bastanti per la storia di quel giudizio. In mezzo a quei tapini accusati si trovò, per le singolari circostanze che racconteremo, un uomo di gran condizione. Quest'uomo, potendo per la sua giustificazione ricorrere a mezzi dei quali gli altri non avevano per avventura nemmeno l'idea, e che non sarebbero stati in poter loro quand'anche i difensori gli avessero loro suggeriti, quest'uomo, dico, pubblicò con le sue difese e in appoggio di quelle, un grande estratto del processo, che, come a reo costituito, gli fu comunicato. Su quel volume, che non debb'essere mai stato comune, ed ora è singolarmente raro, si è principalmente compilata la seguente storia. Il soggetto di essa è il giudizio dei due condannati, il nome dei quali fu iscritto nel monumento, e quello dell'uomo di condizione che fu assoluto. Degli altri avviluppati in quello sciaguratissimo affare si citerà ciò che serve ad integrare la storia principale, o anche quei tratti che per la loro singolarità e importanza loro possono parere sempre opportuni, e che uno non saprebbe risolversi ad ommettere, quando vi sia un appiglio per farli conoscere».In fine allo sbozzo dell'Appendiceil Manzoni scrisse la seguente dichiarazione: «Alcuni libri, collezioni, manoscritti, rarissimi, ed anche unici, da cui l'autore ha ricavato molte notizie per questo lavoro, e per quello che lo precede, gli furono comunicati con molta gentilezza, e lasciati con molta sofferenza o da amici, o da persone ch'egli non ha l'onore di conoscere personalmente, ma che per obbligar qualcheduno non hanno bisogno di conoscerlo. Si degnino tutti di gradire l'attestato della sua gratitudine, e l'omaggio reso ad una cortesia che in altri casi potrebbe essere di molto vantaggio alle lettere».Tra le carte del Manzoni si trovano alcuni fascicoli, che egli stesso intitolò:Estratti e citazioni per servire alla descrizione della peste, al processo degli untori, alla storia politica di quel secolo. Son copie di documenti tratti dall'Archivio Civico e dall'Archivio di S. Fedele di Milano, spogli di gride, appunti presi da manoscritti e da opere a stampa. Con la guida di questiEstrattie delle citazioni che il Manzoni stesso fece ne' capitoli XXVIII, XXXI e XXXII de'Promessi Sposi, do qui un elenco delle fonti alle quali attinse nel descrivere la carestia e la peste famosa.Josephi Ripamontii|canonici scalensis|chronistae urbis|Mediolani|Historiae patriae|decadis V|libri VI. | Mediolani | Ex Regio Palatio, Apud Io: Baptistam et Iulium Caesarem Malatestam Regios Typographos, senza anno; in-4º di pp. 419, oltre 42 in principio e 1 in fine non numerate; col ritratto del Ripamonti, disegnato dalloStorere inciso in rame dalBlanc.Josephi Ripamontii|canonici scalensis|chronistae urbis Mediolani|de Peste|quae fuit anno CIƆ|Ɔ CXXX. |libri V.|desumpti|ex Annalibus|urbis|quos LX.| Decurionum |autoritate|scribebat(In fine:) Mediolani | Apud Malatestas, Regios ac Ducales | Typographos, senza anno; in-4º di pp. 411, oltre 12 in principio e 1 in fine non numerate. [Nel primo libro tratta della carestia e della peste, nel secondo degli untori; il terzo ha per soggetto le geste del cardinale Federigo Borromeo e del clero durante il contagio; nel quarto parla del Magistrato di Sanità; nel quinto paragona la peste del 1630 con quelle precedenti. Le postille che vi fece il Manzoni sono a stampa a pp. 449-453 del vol. II delle sueOpere inedite o rare. Cfr. anche:La Peste di Milano del 1630 libri cinque, cavati dagli Annali della città e scritti per ordine dei XL Decurioni dal canonico della ScalaGiuseppe Ripamonti,istoriografo milanese, volgarizzati per la prima volta dall'originale latino daFrancesco Cusani,con introduzione e note, Milano, tipografia e libreria Pirotta, 1841; in-8º gr. di pp. XXXVI-362.—Cfr. pure:Cusani F.,Paolo Moriggia e Giuseppe Ripamonti, storici milanesi; nell'Archivio storico lombardo, ann. IV, fac. I, 31 marzo 1877, pp. 43-69].Borromeocard.Federigo,De pestilentia quae Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit; ms. nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. [Cfr.Galli G.Un'operetta del card. Federico Borromeo sopra la peste ed i«Promessi Sposi»; nell'Archivio storico lombardo, serie III, ann. XXX [1903], vol XX. pp. 110-137[135]In margine il Manzoni vi scrisse: «Stupido: gli parve Gervaso ed era Tonio». (Ed.)[136]Questo brano è tolto dal capitolo V del tomo IV. (Ed.)[137]Nel precedente capitolo, che è il settimo del tomo quarto, il Manzoni, tra le altre cose, descrisse l'incontro di Fermo col Padre Cristoforo nel lazzeretto. Ma di quei capitolo non restano che dei frammenti; e la scena dell'incontro in gran parte è perita. Eccone un saggio: «Gran Dio!» (è il Padre Cristoforo che parla) «questo flagello non corregge il mondo: è una grandine che percuote una vigna già maledetta: tanti grappoli abbatte, e quei che rimangono son più tristi, più agresti, più guasti di prima. Tu stesso, qui dove l'uomo non dovrebbe aver cuore che per la misericordia, tu odiavi ancora!Fermo non disse nulla, ma il suo volto esprimeva il pentimento.—Or va, disse il Padre, alzandosi; Iddio benedica le tue ricerche.—Vuol dire, Padre, ch'io la troverò? richiese Fermo ansiosamente, come se parlasse ad un uomo che ne potesse saper più di lui.—Cercala con perseveranza, rispose il Padre, cercala con rassegnazione. Iddio può fare che tu la trovi, ma non te l'ha promesso. Ti ha promesso di perdonare tutti i tuoi falli, se tu perdoni a chi t'ha offeso; ti ha promesso di renderti felice per sempre al fine di questa vita, se tu osservi la sua legge. Non ti basta? Va, e qualunque sia il frutto della tua ricerca, vieni a darmene contezza; noi ringrazieremo Iddio insieme. Così dicendo, egli pose le mani su le spalle di Fermo, e stette un momento colla faccia elevata, in atto di preghiera e di benedizione. Poi, staccandosi, disse: Intanto io pregherò per voi: assistendo a questi nostri fratelli, io pregherò per voi.Fermo si prostrò ginocchioni, stette un momento, con le mani compresse al volto, piangendo e pregando, s'alzò, guardò intorno, uscì dalla capanna, e si diresse alla chiesa, come gli aveva indicato il cappuccino. Egli era scomparso, e andava cercando intorno dove fosse più bisogno della sua assistenza». (Ed.)[138]Segue, cancellato: «lo spicciò in pochissimo tempo, Il signor Prospero gli tenue dietro. Lucia, alla quale erano toccati i servigj più». E di nuovo: «Don Ferrante l'appiccò al suo Prospero, questi ad una donna di casa, e questa a Lucia». (Ed.)[139]Aveva scritto, ma cancellò: «Il primo pensiero di Donna Prassede dopo questa disgrazia fu di congedar Prospero, e tutta l'altra gente di Don Ferrante, ma nè Prospero, nè gli altri gliene diedero il tempo, perchè egli il primo e tosto gli altri in fila s'infermarono, e furono». Segue, pur cancellato: «Donna Prassede, combattuta tra il timore di tenersi un appestato in casa e il timore di attirarvi i monatti, non risolse nulla, ma stette in una stanza remota, aspettando che». (Ed.)[140]Prima scrisse: «quando si sentisse appressare un carro del lazzeretto». (Ed.)[141]Segue, cancellato: «Quando Lucia nella sua angoscia aveva fatto quel voto, non credeva (e, se mal non mi ricordo, abbiam fatta questa riflessione a suo tempo) che». (Ed.)[142]È il principio del capitolo VIII del tomo IV. (Ed.)[143]Il Manzoni sopramandavaha scrittopioveva. (Ed.)
[124]A Sigismondo Boldoni, che visse dal 1597 al 1630, l'11 settembre del 1899 fu eretto un monumento nel suo nativo Bellano. L'ab. Luigi Vitali nel discorso inaugurale, che pronunziò, diceva: «il Boldoni, in alcune sue lettere, con viva e commovente verità, ci descrive una delle molte discese dei barbari, il passaggio dei Lanzichenecchi, descrizione che forse ha ispirato alcune delle belle pagine dell'immortale romanzoI Promessi Sposi». Cfr.Vitali L.,Patria e Religione, commemorazione, Milano, Cogliati, 1903; pp. 534-535. Da quelle lettere trasse infatti più d'una ispirazione il Manzoni. (Ed.)[125]Qui termina il capitolo I del tomo IV e incomincia quello II. (Ed.)[126]Prima scrisse:piangolente. (Ed.)[127]Segue, cancellato: «La vita, signor curato, la vita, disse Perpetua». (Ed.)[128]In margine il Manzoni aggiunse: «son venuto a fuggir l'acqua sotto una grondaja». (Ed.)[129]Segue, cancellato: «Il Signor Lucio volle ancora opporsi, ma l'impressione di terrore che Don Ferrante aveva prodotto su gli uditori, gli rendeva poco disposti a sentire la forza delle opposizioni. Io non so niente, disse il primo, di tutte queste predizioni; so però che senza di esse si capisce benissimo perchè ora tanti muojano: muojono perchè è venuta la loro ora. Nessuno badò all'argomento del Signor Lucio». (Ed.)[130]Il Manzoni aveva in animo di rimaneggiare tutto il rimanente di questo brano. Infatti v'incollò un fogliolino, che dice: «Deduzione più logica: 1.) generazioni; e divenute poi il ludibrio delle generazioni susseguenti; 2.)Sarebbe una storiafino apiù di ammirazione; 3.)Talvolta senza richiami, etc. fino arifiutata avvertitamente; 4.) Conclusione:Ma una siffatta storia, etc. Rifondere il tutto per adattarlo alla nuova deduzione». (Ed.)[131]Il Manzoni soppresse questo dialogo, con il quale termina il capitolo III del tomo IV della prima minuta; ma, nel capitolo XXXVII del testo definitivo, raccontando come morì don Ferrante, non mancò di esporre quello che esso pensava intorno la peste. Ecco le parole del Manzoni: «Di donna Prassede, quando si dice ch'era morta, è detto tutto; ma intorno a don Ferrante, trattandosi ch'era stato dotto, l'anonimo ha creduto d'estendersi un po' più; e noi, a nostro rischio, trascriveremo a un di presso quello che ne lasciò scritto.«Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de' più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all'ultimo, quell'opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione.«In rerum natura, diceva, non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser nè l'uno nè l'altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere; sicchè è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole. Non è sostanza aerea; perchè, se fosse tale, in vece di passar da un corpo all'altro, volerebbe subito alla sua sfera. Non è acquea; perchè bagnerebbe, e verrebbe asciugata da' venti. Non è ignea; perchè brucerebbe. Non è terrea; perchè sarebbe visibile. Sostanza composta, neppure; perchè a ogni modo dovrebbe esser sensibile all'occhio o al tatto; e questo contagio, chi l'ha veduto? chi l'ha toccato? Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; che questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro. Che se, per evitar questa Scilla, si riducono a dire che sia accidente prodotto, danno in Cariddi; perchè, se è prodotto, dunque non si comunica, non si propaga, come vanno blaterando. Posti questi princìpi, cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, di esantemi, d'antraci...?«Tutte corbellerie, scappò fuori una volta un tale.«No, no, riprese don Ferrante: non dico questo: la scienza è scienza; solo bisogna saperla adoprare. Vibici, esantemi, antraci, parotidi, bubboni violacei, furoncoli nigricanti, son tutte parole rispettabili, che hanno il loro significato bell'e buono; ma dico che non han che fare con la questione. Chi nega che ci possa essere di queste cose, anzi che ce ne sia? Tutto sta a veder di dove vengano.«Qui cominciavano i guai anche per don Ferrante. Fin che non faceva che dare addosso all'opinion del contagio, trovava per tutto orecchi attenti e ben disposti: perchè non si può spiegare quanto sia grande l'autorità d'un dotto di professione, allorchè vuoi dimostrare agli altri le cose di cui sono già persuasi. Ma quando veniva a distinguere, e a voler dimostrare che l'errore di que' medici non consisteva già nell'affermare che ci fosse un male terribile e generale; ma nell'assegnarne la cagione; allora (parlo de' primi tempi, in cui non si voleva sentir discorrere di peste), allora, in vece d'orecchi, trovava lingue ribelli, intrattabili; allora, di predicare a disteso era finita; e la sua dottrina non poteva più metterla fuori, che a pezzi e bocconi.«La c'è pur troppo la vera cagione, diceva; e son costretti a riconoscerla anche quelli che sostengono poi quell'altra così in aria... La neghino un poco, se possono, quella fatale congiunzione di Saturno con Giove. E quando mai s'è sentito dire che l'influenze si propaghino...? E lor signori mi vorranno negar l'influenze? Mi negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un guancialino...? Ma quel che non mi può entrare, è di questi signori medici; confessare che ci troviamo sotto una congiunzione così maligna, e poi venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non toccate là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il contatto materiale de' corpi terreni, potesse impedir l'effetto virtuale de' corpi celesti! E tanto affannarsi a bruciar de' cenci! Povera gente! brucerete Giove? brucerete Saturno?«His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s'attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle».Olindo Guerrini[Achillini e Manzoni; inLa Rassegna settimanale, di Roma, vol III, n.º 59, 16 febbraio 1879, pp. 130-131] notava, per il primo, che il ragionamento posto dal Manzoni in bocca a don Ferrante, lo «copiò di sana pianta, senza dirci dove l'avesse preso», e ne indicava la fonte: una lettera di Claudio Achillini ad Agostino Mascardi. Tornava a trattare la questione, con grande serenità e molto garbo,Luigi d'Isengard[Claudio Achillini e don Ferrante; inLa Rassegna nazionale, di Firenze, anno XX, vol 104, 1º decembre 1898, pp. 629-636.]Agostino Mascardi di Sarzana, che visse dal 1591 al 1640 ed ebbe grido tra' letterati d'allora, mentre a Milano e nel resto d'Italia infieriva la peste e correvano le più strane e orribili voci intorno gli untori, scriveva all'Achillini: «Ditemi, di grazia, signor Claudio, che credete delle cose di Milano? Non parlo degli accidenti di guerra e della peste, che per via d'ordinario contagio si propaga, ma di quell'altra, che si dice esser seminata dagli uomini con mistura d'incanto. Io per me, come non sono dei più arrendevoli a creder tutto quello che si attribuisce al diavolo, così non lodo l'ostinata credulità di certi filosofastri, che, per far troppo del saccente, danno nell'infedele. Che in altri tempi si sia trovata cotal sorte di peste, dalla malvagità degli uomini appiccata con diverse misture, è notissimo». Qui tira in ballo Seneca e Tito Livio, Paolo Diacono e Procopio, Pomponio Leto e Gregorio Nisseno, Evagrio, Cedreno e Sigiberto; poi prosegue: «Può nondimeno accadere che la moltitudine, credula al suo peggiore e inchinata alla superstizione, v'aggiunga molte cose del suo, in virtù dell'eccessivo timore che la toglie di senno. Però, figliuole della paura e della sciocchezza stimo io quelle larve di Principi, di vecchi e di palazzi, delle quali s'empiono i fogli di Lombardia, quando non sieno macchine mal composte di qualche ingegno, più curioso che discreto, per dar materia di spavento alla plebe, e agli uomini sensati o di riso o di sdegno. È certo nondimeno che nelle pubbliche calamità gli autori antichi osservano molte fiere visioni, o vere, o immaginate dalla paura... Tantochè, per abbattere dalle sue fondamenta Milano, era necessario che alla fame compassionevole, alle violenze di barbara soldatesca, alle ruine di tanti anni di guerra, alle stragi della peste comune, s'aggiungesse il veleno, dirò insanabile, se è composto fin nell'Inferno con liquori nel nostro mondo non conosciuti».L'Achillini gli rispondeva dalla sua villa al Sasso, nella valle del Reno, dove s'era rifugiato per paura del contagio: «È toccato alla peste lo svegliare il mio nome che dormiva sotto i ricchi padiglioni della vostra memoria: nè voglio già ringraziamela, perchè non merita grazie una siffatta disgrazia; ben rendo grazie a voi che cotanto m'avete onorato con la vostra eloquentissima ed eruditissima lettera, alla quale come potrò mai rispondere a parte a parte, se, subito ch'io l'ebbi ricevuta, vennero a me alcuni gentiluomini bolognesi, fra i quali un Paride letterato la riconobbe per un'Elena e me la rubò?... Voi mi richiedete il mio senso intorno agli spettri di Milano e alla magica peste portata dalla fama su certi fogli curiosi, che vanno attorno. Qui, o ragioniamo del potere, o del fatto. Se del potere, chiara cosa è, e la teologia non ci lascia dubitare, che il Demonio può naturalmente queste e cose maggiori, purchè Dio non gli sottragga il potere: intendo però, s'egli eserciterà le sue forze naturali dentro alla latitudine del moto locale, trasportando e applicando gli agenti alle materie: perchè se noi credessimo che nei predicamenti della qualità, della quantità o della sostanza egli potesse immediatamente produrre sì fatti termini, noi, s'io non m'inganno, faressimo errore. Se poi ragioniamo del fatto, certo che per le continue relazioni che vengono da Milano, anche in quest'ultimo spaccio, io molto agevolmente m'induco a crederlo; ma non già credo quelle favolose circostanze che questa estate andavano attorno, le inverisimilitudini delle quali erano troppe note a chi leggeva quei fogli: e che altre volte siano avvenute sì fatte pestilenze, o col concorso del Demonio, o con l'arte ignuda degli uomini, oltre le nobilissime autorità addotte da voi, io mi rimetto ad un certo trattatello manuscritto, che va attorno, il cui titolo è:De peste manufacta, nel quale sono registrate molte altre autorità di simil fatto; ma quello che mi confonde l'ingegno si è come si trovino uomini di barbarie tanto inumana, che cospirino coi Diavoli alla distruzione di tutta la propria spezie. Io qui impazzirei col pensarvi, e però vengo ad un'altra non meno curiosa maraviglia, e chieggo a voi che cosa è egli mai questo fomite, o seminario pestifero, che resta impresso nei panni e con fecondità così tragica fruttifica la morte delle famiglie e dei popoli interi? È egli accidente, o sostanza? Se accidente, o è trasportato, o prodotto; al primo modo repugna la filosofia, la quale non ammette il passaggio degli accidenti da un soggetto all'altro. Al secondo pare che ripugni il non potersi intendere con quale energia possa l'appestato tradurre dalle radici o dalle potenze dei panni agli atti una sì fatta qualità, oltre che non sarebbe agevol cosa lo assegnare in quale spezie di qualità dovesse riporsi. Se è sostanza, come vogliono tutti gli antichi e Greci e Latini, o è semplice, o è composta: se semplice, o ella è area, e perchè in breve tempo non vola alla sua sfera, liberandone i panni? O è acquea, e perchè non bagna, o non è dall'ambiente, tante volte accidentalmente secco, disseccata e consumata? O è ignea, e perchè non abbrugia? O è terrea, e perchè non si vede, o col tatto non si sente? Se è sostanza composta, torno a dire che dovrebbe, o coll'occhio, o col tatto discernersi; e pure egli è verissimo che un panno bianco, mondissimo agli occhi nostri, ucciderebbe una città intera».Queste lettere, che subito furon date alle stampe, levarono un gran rumore e più volte tornarono a veder la luce. La prima edizione ha questo titolo:Due lettere|L'una|Del Mascardi all'Achillini|L'altra|Dell'Achillini al Mascardi| sopra le presenti calamità.|Dedicate all'Illustriss. Signora|D. Maria Pepoli|Contessa di Castiglione, Sparvi,|E Barragazza.|In Bologna, per Francesco Casanio 1630. Con licenza de' Superiori|Ad istanza di Bartolomeo Cavalieri et Cesare Ingegneri; in-4º picc. di pp. 24. Furono riprodotte:In Firenze,MDCXXXI. |Nella Stamperia di Pietro Nesti al Sole|con licenza de' superiori; in-4º di pp. 16—In Roma, Per Lodovico Grignani,MDCXXXI. | Con Licenza de' Superiori; in-4º di pp. 20—e In Roma, et in Milano|Ad istanza di Gio. Batt. Bidelli|MDCXXXI; in-18º di pp. 32. Poi vennero inserite nella raccolta delleRime e prosedell'Achillini, stampata a Venezia nel 1656, 1673, ecc. È probabile che il Manzoni leggesse la lettera ispiratrice in una di queste ultime edizioni; ma non si può escludere che potesse avere avuto tra mano anche una delle altre stampe, sebbene assai rare. Infatti consultò un numero grande di libri e di opuscoli intorno alla peste del 1630; quanti ne potè trovare. E poi pizzicava di bibliofilo. Sta lì a provarlo un esemplare, postillato di suo pugno, dellaSerie|de'|testi di lingua|usati a stampa nel Vocabolario|degli Accademici della Crusca|con aggiunte|di altre edizioni da accreditati scrittori molto pregiate,|e di osservazioni critico-bibliografiche,|Bassano MDCCCV. Dalla Tipografia Remondiniana|con R. permissione; in-8º; che si conserva nella libreria di Brusuglio.Il prof.Lorenzo Stoppato[La Biblioteca di Don Ferrante, Milano, tip. Bortolotti di G. Prato, 1887; pp. 47-49] pigliò le difese di don Ferrante, ponendogli in bocca questa risposta al Guerrini: «Caro signor mio, Ella mi imputa di plagio? Ma non sa Ella che il distinguere frasostanzaeaccidenteè una delle formule più consuete e precise della filosofia aristotelica, e che l'applicazione della formula importa uno sviluppo eguale di ragionamento, per ogni caso? Che non varia altro che la materia alla quale viene applicata? E mi crede così da poco da aver bisogno di copiare un ragionamento, come farebbe uno scolaretto? E Lei mi fa un gran caso dell'aver io considerata la peste come sostanza e come accidente? Ma non sa che gli scolastici hanno disputato per fino se Dio fosse accidente o sostanza». Fin qui la difesa non fa una grinza; dove zoppica è in quello che segue: «Nè mi venga a dire che io ho copiato dall'Achillini... Dica piuttosto che anche l'Achillini ha copiato quel ragionamento, e lo ha copiato precisamente da Massimiliano Viani di Pallanza. Costui infatti, nei suoiDialoghi su i rimedi efficacissimi per guardarsi dal mal contagioso, stampati a Milano, dal Rolla, l'anno 1630, a pag. 40» [correggi pp. 44-45], «scrive:—Per compiacervi dirò quello che dice alcuno filosofo sopra tali particolari, circa il punto che sii questo fomite, o seminario pestifero... Se egli sii accidente, o sustanza. Se accidente, o è trasportato, o è prodotto. Al primo modo repugna la filosofia, la qual non ammette passaggio degli accidenti da un soggetto all'altro... Se sustanza, o è semplice, o è composta. Se è semplice, o ella è aerea, e perchè in breve tempo non vola alla sua sfera? O è acquea, e perchè, o non bagna, o non è dall'ambiente, tante volte accidentalmente secco, disseccata e consumata? O è ignea, e perchè non abbrucia? O è terrea, e perchè, o non si vede, o col tatto non si sente? Se è sostanza composta, dicono che dovrebbe, o con l'occhio, o col tatto discernersi... Quanto poi alla generazione di questo male, può seguire per alterazione o correzione d'aere, cioè per l'aere viziato e corrotto per aspetti nemici di stelle—». Lo Stoppato conchiude: «Eccovi, caro signor critico, che anche il vostro Achillini è un plagiario e ha copiatoad litteramdal Viani».Ho qui dinanzi il suo libro e comincio col trascriverne il titolo:Remedii efficacissimi|per|guardarsi dal mal contaggioso,|Accioche non vadi infettando i Vicini,|nè faccia progresso;|con altri avertimenti|necessarii per tali bisogni.|Opera| composta in forma di Dialogo |daMassimigliano Viani|di Pallanza|Per beneficio pubblico.|In Milano,|Appresso Carlo Francesco Rolla Stampat.|vicino al Verzaro.È un volumetto in-8º di pp. 51, oltre 8 in principio e 3 in fine. L'anno manca; ma si deduce dalla lettera dedicatoria del VianiAll'Ill.moMagistrato della Sanità dello Stato di Milano, scritta da «Milano li 23. Giugno 1657»; nonchè dall'approvazione del Magistrato stesso, che è del 27 del medesimo mese. In questa approvazione si commenda anche il libro, e si esortano le Comunità, «per il loro particolare beneficio, a provvedersene d'una copia, prohibendosi a ciascun stampatore et ad ogni altra persona il stampare, far stampare, o introdurre da di fuori di questo Stato per anni dodici prossimi avvenire la medesima opera; et ciò sotto pene pecuniarie et anco corporali». Ecco dunque provato che l'Achillini non è per nulla un plagiario. Lo sarà il Manzoni? Osserva Luigi Morandi [cfr.La Perseveranzadel 19 febbraio 1879]: non solo non può parlarsi «di plagio, ma neppure d'imitazione, almeno nel senso più ovvio che si da a questa parola»; è «una trovata storica», la quale prova che anche i personaggi e i fatti inventati, furono dal Manzoni «coloriti con tinte ricavate da fatti e da personaggi consimili e realmente storici di quel tempo». Ribadisce Orazio Bacci: «Non si potrebbe parlar mai di un plagio, sibbene di un substrato storico—quasi direi—che l'autore volle dare alla sua figura; e la citazione della fonte non era necessaria, nè forse artisticamente possibile». Notevole è poi ciò che scrive il D'Isengard: «Che il Manzoni, volendo ritrarre nel suo romanzo la Lombardia del secolo XVII, abbia fatto uno studio accuratissimo di quell'età, dei luoghi, dei costumi, dei caratteri e degli avvenimenti, è cosa risaputa... Non si contentò di studiare quel secolo nelle linee principali, ma scese ai particolari; ben sapendo che ifatti minimi, come insegnò Bacone, giovano a spiegare ifatti massimi. Colla virtù assimilativa dei grandi ingegni, e coll'industriosa abilità delle api, fabbricava il suo miele. Nel libro di Stefano Stampa si legge:—Una volta mi mostrò nel Ripamonti [Qui lo Stampa è tradito dalla memoria. Gli mostrò invece il La Croce, dove a pag. 77 si riporta la predica. (Ed.)] il testo somigliantissimo della predica del padre Felice, dicendo:—Vedi son quasi le stesse parole delle quali mi son servito io.—Della lettera dell'Achillini avrebbe potuto dire egualmente: Vedete, per far parlare a don Ferrante il linguaggio della pedanteria, con tutti gli errori e le superstizioni del tempo, non m'è parso vero di trovare in quella lettera il fatto mio. Ma come l'orpello dell'Achillini nel crogiuolo manzoniano sia divenuto oro purissimo, questo è un segreto dell'arte».Giuseppe Galli[Un'operetta inedita del Card. Federico Borromeo sopra la peste in Milano ed i«Promessi Sposi»; nell'Archivio storico lombardo, ann. XXX, vol XX, pp. 110-137] scoprì che il Manzoni approfittò di un'opinione espressa dal Lampugnano a p. 13 del suo libro:La peste seguita a Milano l'anno 1630, stampato nel 1634, per metterla in bocca a don Ferrante. L'opinione del Lampugnano è questa: «Nè finalmente mi da l'animo di concedere che la peste sia qualità contagiosa. Perchè sarebbe accidente. Nè potendo l'accidente essere contrario alla sostanza, non capisco come possa da subietto in subietto passare ad operare la corruzione». Sentiamo adesso la medesima opinione uscita dal crogiuolo manzoniano: «Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; che questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro».Il Manzoni dice che nella «scienza cavalleresca» don Ferrante «meritava e godeva il titolo di professore», e non a torto, giacchè «aveva nella sua libreria, e si può dire in testa, le opere degli scrittori più riputati in tal materia: Paride dal Pozzo, Fausto da Longiano, l'Urrea, il Muzio, il Romei, l'Albergato, il Forno primo e il Forno secondo di Torquato Tasso».Il Forno o vero della nobiltà, dialogo del signor Torquato Tasso, vide la luce a Vicenza, nel 1581, per Pierin Libraro; ilTrattato del modo di ridurre a pace l'inimicitie private, di Fabio Albergati, fu pubblicato a Roma, co' torchi dello Zannetti, nel 1583; iDiscorsi cavallereschi del conteAnnibale Romei,divisi in cinque giornate, vennero impressi a Venezia dallo Ziletti nel 1585. Di Girolamo Muzio, giustinopolitano, si hanno ben cinque opere:Le Risposte cavalleresche, Venezia, Giolito, 1551;Il Duello, Venezia, Giolito, 1558;La Faustina, dell'armi cavalleresche a' Principi e cavalieri d'onore, Venezia, Valgrisi, 1560;Il Cavaliero, Roma, Blado, 1569;Il Gentilhuomo, distinto in tre dialoghi, Venezia, Valvassori, 1575. Lo spagnuolo Girolamo d'Urrea è autore delDialogo del vero onore militare, nel quale si definiscono tutte le querele che possono occorrere fra l'uno e l'altro uomo, con notabili esempi di antichi e moderni, che fu tradotto in italiano da Girolamo Ulloa e stampato a Venezia dal Sessa nel 1569. Di Fausto da Longiano si haIl Gentilhuomo, diviso in due parti, Venezia, 1542 e 1544; e IlDuello regolato alle leggi dell'onore, con tutti i cartelli missivi e responsivi, Venezia, Valgrisi, 1552; e di Paride dal Pozzo iLibri IX del Duello, Venezia, 1521. Oltre questi «antichi», c'era un suo contemporaneo, che don Ferrante riteneva «l'autore degli autori», il «celebre Francesco Birago». E anzi il Manzoni nota che «fin da quando venner fuori iDiscorsi cavallereschidi quell'insigne scrittore, don Ferrante pronosticò, senza esitazione, che quest'opera avrebbe rovinata l'autorità dell'Olevano, e sarebbe rimasta, insieme con l'altre sue nobili sorelle, come codice di primaria autorità presso i posteri».Li Discorsi cavallereschi del SignorFrancesco Birago,Signore di Melone e di Siciano, ne' quali, con rifiutar la dottrina cavalleresca del Signor Gio: Battista Olevano, s'insegna a racchettare honorevolmente le querele nate per cagione d'honore, ebbero una prima edizione a Milano, dal Bidelli, nel 1622, che poi li ristampò «riveduti et accresciuti» nel 1628. Oltre unTrattato cinegetico, o vero della Caccia, Milano, Bidelli, 1628, il Birago compose tre altre opere cavalleresche, «nobili sorelle» de'Discorsi, cioè:Dichiaratione et avvertimenti poetici, istorici, politici, cavallereschi e morali sullaGerusalemme conquistatadel Tasso, Milano, Somasco, 1616;Consigli cavallereschi, ne' quali si ragiona circa il modo di far le paci, con un'Apologia cavalleresca per il Sig. Torquato Tasso, Milano, Bidelli, 1623; e leDecisioni cavalleresche. Si hanno insieme raccolte col titolo:Opere cavalleresche del SignorFrancesco Birago,distinte in quattro libri, cioè; Discorsi, Consigli libro I e II e Decisioni, Bologna, Longhi, 1686; in-4º.Il dott.Ubaldo Mazzini[La Cavalleria nei Promessi Sposi, nuovo contributo alla ricerca dei fonti manzoniani; nellaRassegna nazionale, di Firenze, ann. XXI, vol. 109 della collezione, 16 settembre 1899, pp. 333-346], ritiene che il Manzoni «ha avuto per guida un'opera soltanto d'un solo di quegli autori», iConsigli cavallereschidel Birago. «Gli altri autori e le loro opere» (così il Mazzini) «ha trovato citati ne'Consigliad ogni capitolo, ad ogni pagina, e parecchie volte: con questo però non voglio escludere che egli li abbia consultati;ma più letti che studiati, come direbbe egli stesso». No: il Manzoni era troppo coscienzioso, troppo diligente, per contentarsi di bere a una sola fontana; gli ha letti tutti, gli ha tutti studiati; c'è da giurarlo. Scorrendo iConsigli(è sempre il Mazzini che scrive) «non solo è facilissimo trovarvi il riscontro con alcuni passi deiPromessi Sposi, ma ben si comprende ancora come abbia fatto del Birago l'autore prediletto di don Ferrante, il suo amico; come io elevi sopra tutti gli altri, e il perchè della profezia intorno all'Olevano. Ultimo venuto nella nobile falange dei trattatisti dell'honore, contemporaneo e compatriota di don Ferrante, il Birago, per lo stile, il gusto, il modo di argomentare caratteristico dell'età in cui visse, è ben naturale che tanto andasse a' versi di don Ferrante... Si può pensare che lo stesso nome di don Ferrante il Manzoni l'abbia tratto daiConsiglidel Birago, giacchè nel Consiglio IV, in cui si esamina ilcaso di chi pretende essergli stato venuto meno della parola, si tratta appunto della vertenza insorta tra certo signorFeranteNovà ed il signor Giovaniacomo Latuada».Intorno a questa incarnazione d'un dotto del Seicento, morto, «come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle», è pure da consultarsi:Albertazzi A.,Don Ferrante, inFanfulla della Domenica, ann. XXII, n. 6. (Ed.)[132]Il lazzeretto. (Ed.)[133]Il canonicoGiovanni Finazzi, amico del Manzoni, pubblicava a pp. 409-485 del tom. VI dellaMiscellanea, di storia italiana, edita per cura della Regia Deputazione di storia patria, Torino, Stamperia Reale, 1865, laRelazione della carestia e della peste di Bergamo e suo territorio negli anni 1629 e 1630, scritta daMarc'Antonio Benaglio, premettendovi, tra le altre, queste parole: «Chi volesse la storia della peste di Bergamo del 1630, la c'è(dice il Manzoni al cap. XXXIII de' suoiPromessi Sposi),scritta per ordine pubblico da un tal Lorenzo Ghirardelli: libro raro però e sconosciuto, quantunque contenga forse più roba, che tutte insieme le descrizioni più celebri di pestilenze. E quantunque il Ghirardelli, come pubblico cancelliere della città e dell'offizio di sanità, fosse uno di quegli uomini,ai quali(per dirlo collo stesso Manzoni nellaColonna infame)in qualche caso può esser comandato e proibito di scrivere la storia, nondimeno pel carattere di onoratezza e lealtà sua propria, e pel savio e liberale incarico raccomandatogli dal voto del maggior consiglio della stessa città, con rara accuratezza dei più minuti dettagli (come appunto portava la parte presa in proposito il 26 dicembre 1631 dal maggior consiglio) descrisse le vicende e il successo di quella pestedai primi pronostici che se n'ebbe e dai primi principii ond'essa pullulò e andò serpendo nel territorio, con i progressi, accrescimenti e strage atrocissima, così nella città, come nel contado; narrando e descrivendo non solo li ordini e provvisioni fatte dal Magistrato della sanità per la preservazione universale, ma anco gli errori occorsi per aversi poco esperienza di sì fatti maneggi, con filo continuato di narrar veramente tutte le cose più notabili, con l'ordine e serie de' tempi, sino all'intiera e totale estirpazione. Ma di quella peste, che fu sì fiera e desolante, oltre al Ghirardelli, altri de' nostri lasciarono più o meno dettagliate memorie, che se fossero pubblicate tornerebbero per avventura di non inutile commento o supplemento alla storia di esso Ghirardelli, e potrebber recare alcune particolarità di fatti, da far meglio conoscere quel tratto di storia patria, più famoso che conosciuto. Ora fra gli scrittori di così fatte memorie crediamo di dover prescegliere Marc'Antonio Benaglio, cancelliere che fu del venerando consorzio della misericordia: che in più succoso e vivace stile, che non facesse per avventura il Ghirardelli, ce ne lasciò una dotta e coscienziosaRelazione». (Ed.)[134]Dal capitolo IV del tomo IV tolgo il seguente brano riguardante gli untori: «La cagione d'un così subito e portentoso aumento del male fu data a voce di popolo agliuntori: si disse con asseveranza e si ripetè con furore, che quegli uomini, congiurati allo sterminio della città, prendendo il destro della processione, che l'aveva posta tutta unita, per così dire, in loro balìa, avevano unti in quel giorno quanti avevano potuto, e sparso tutto il cammino di polveri venefiche, per le quali il contagio s'era appiccato alle vesti, ai piedi scalzi, anche alle scarpe dei divoti e inavvertiti pellegrinanti. L'opinione delle unzioni, che fino allora non aveva prodotta che una vaga inquietudine e ciarle, dopo questo, ch'ella prendeva per un gran fatto, cominciò a partorire ben altri effetti. Due principali furono distinti e notati dal Ripamonti, uomo che, in molti punti, liberandosi e segregandosi dalla opinione pubblica dei suoi tempi, volse la mira delle sue osservazioni alle cose appunto che nessuno, o quasi nessuno avvertiva, esaminò quella opinione stessa, mutò sovente i termini della questione, fu solo a discernere e a dire molte verità, e fece intendere che molte ancora ne dissimulava, molte ne indeboliva per non irritare il giudizio pubblico, il quale, come traspare chiaramente dalla sua storia, gli faceva una gran paura e una gran compassione nel tempo stesso. Un effetto fu che i magistrati, tutti i potenti, ingolfati in ispeculazioni politiche, divagati e avviluppati colla mente nei segreti delle corti per arzigogolare quale dei principi, quale dei re stranieri potesse essere il capo della trama, non pensavano a quello che era da provvedersi nelle urgenti congiunture della peste; e spaventati poi dalla vastità supposta e dalla oscurità stessa delle insidie, si abbandonavano sempre più a quella stanca trascuratezza, che è compagna della disperazione. L'altro effetto più deplorabile, atroce, fu di estendere, di facilitare, di irritare i sospetti e di giustificare, di santificare tutte le offese più crudeli, che quei sospetti potevano suggerire. Non solo dallo straniero, dal nimico, dalla via pubblica si temeva, ma si guardava alle mani dell'amico, del servo, del congiunto, ma si poneva il piede con sospetto per la casa. Ma orribil cosa! si tremava al contatto della mensa, del letto nuziale. Il viandante straniero che, non ben sapendo fra che uomini si trovava, si rallentasse a baloccare sul cammino, o che stanco si sdraiasse per riposare, il mendico che per città si accostava altrui tendendo la mano, colui che inavvertitamente toccasse la parete di una casa, l'affrettato che urtasse altri per via, eranountori; al terribile grido d'accusa accorrevano quanti avevan potuto udirlo; l'infelice era oppresso, straziato, talvolta morto dalle percosse, o trascinato alle carceri, tra gli urli e sotto le battiture, benediceva nel suo cuore affranto quelle porte, e vi entrava come dalla tempesta nel porto. E quante volte saranno accorsi alle grida, avranno partecipato al furore comune di quegli stessi che più tardi poi dovevano esser vittime d'un simile furore.«Così l'irreligione esacerbava la sciagura che una applicazione falsa ed arbitraria della religione aveva estesa ed accresciuta. Dico l'irreligione, perchè se l'ignoranza e la falsa scienza delle cose fisiche, e tutte le altre cagioni, di cui abbiamo parlato di sopra, poterono far ricevere comunemente l'opinione astratta di unzioni e di congiure, furono certamente le disposizioni anti-cristiane di quel popolo corrotto, che rendettero quella opinione attiva e feroce nell'applicazione. Nessuna ignoranza avrebbe bastato a così orrendi effetti, quando fosse stata congiunta con quel sentimento pio che prepara gli animi alla tranquillità ed alla riflessione, che avverte a pensar di nuovo quando il pensiero diventa un giudizio, una azione su le persone, se fosse stata insomma congiunta con quella carità che è paziente, benigna, che non si irrita, che non pensa il male, che tutto soffre. Ma l'intolleranza della sventura, la disciplina e l'oblio delle speranze superiori a tutte le sventure del tempo, l'orrore pusillanime e furioso della morte erano le cagioni che mantenevano negli animi una irritazione avida di sfogo e di vendetta, e quindi sempre in cerca di fatti che ne dessero l'occasione, quindi ancora pronta a trovar questi fatti ad ogni momento.«Il Ripamonti riferisce due esempi di quel furor popolare, avvertendo bene i suoi lettori di averli trascelti non già perchè fossero dei più atroci fra quegli che accadevano alla giornata, ma perchè di quei due egli fu testimonio.···················«I magistrati, i quali avrebbero dovuto reprimere e punire quell'iniquo furore, lo imitarono e lo sorpassarono con giudizj motivati e ponderati al pari di quei popolari, che abbiam riferiti, con carneficine più lente, più studiate, più infernali. Passare questi giudizj sotto silenzio sarebbe ommettere una parte troppo essenziale della storia di quel tempo disastroso; il raccontarli ci condurrebbe o ci trarrebbe troppo fuori del nostro sentiero. Gli abbiamo dunque riserbati ad un'appendice, che terrà dietro a questa storia, alla quale ritorniamo ora; e davvero».Nel capitolo V del tomo IV della prima minuta il Manzoni prese a trattare esclusivamente del processo degli untori; poi stralciò que' fogli, per formarne un'appendice al Romanzo, svolgendo il soggetto in modo più largo. Se ne conserva il primo sbozzo, già intitolato:Capitolo V, poiAppendice storica su la Colonna infame. Sono 60 fogli di 4 pp. l'uno, il primo de' quali non è numerato: gli altri portano la numerazione 1-59, fatta dal Manzoni stesso. Alcuni fogli serbano, ma cancellata, la numerazione che ebbero quando fecero parte del manoscritto del Romanzo e sono: 53, divenuto I; 54-57, divenuti 2-5; 62-67, divenuti 10-15; 65-67, ripetuti, diventati 18-20; 68-70, mutati in 21-23. Comincia: «Due femminelle, Catterina Rosa e Ottavia Boni, trovandosi sgraziatamente alla finestra di buon mattino il giorno 21 di giugno»; finisce: «e noi con uno scopo ben meno importante, e con tanto minor corredo d'ingegno, ci siamo però proposti di fare ciò che non era ancor stato fatto».Quando il Manzoni depose il pensiero di stamparla insieme col Romanzo e invece stabilì di farne una pubblicazione separata, la intitolò:Storia della Colonna infame, e vi premise queste parole: «Fra i molti giudizj legali che nel 1630 e al di là, furono portati in Milano, su persone accusate d'aver propagata la peste con unzioni, uno parve ai giudici così degno di memoria, che decretarono un pubblico monumento a mantenergliela; e fu quella colonna nominata infame, che stette in piedi cento quarantott'anni. E in questo eglino s'apponevano: il giudizio fu veramente memorabile. Ma un monumento non è una storia: anzi talvolta è, non solo meno, ma qualche cosa di contrario alla storia. Ma se quei giudici non ci avessero dunque lasciato altro, ci avrebbero dati, per verità, ben pochi mezzi per conoscere ciò di che volevano farci ricordare. Ma, senza volerlo, e probabilmente senza pensarvi, essi furono occasione che altri, probabilmente ancora senza averne l'intenzione, conservasse al pubblico i materiali bastanti per la storia di quel giudizio. In mezzo a quei tapini accusati si trovò, per le singolari circostanze che racconteremo, un uomo di gran condizione. Quest'uomo, potendo per la sua giustificazione ricorrere a mezzi dei quali gli altri non avevano per avventura nemmeno l'idea, e che non sarebbero stati in poter loro quand'anche i difensori gli avessero loro suggeriti, quest'uomo, dico, pubblicò con le sue difese e in appoggio di quelle, un grande estratto del processo, che, come a reo costituito, gli fu comunicato. Su quel volume, che non debb'essere mai stato comune, ed ora è singolarmente raro, si è principalmente compilata la seguente storia. Il soggetto di essa è il giudizio dei due condannati, il nome dei quali fu iscritto nel monumento, e quello dell'uomo di condizione che fu assoluto. Degli altri avviluppati in quello sciaguratissimo affare si citerà ciò che serve ad integrare la storia principale, o anche quei tratti che per la loro singolarità e importanza loro possono parere sempre opportuni, e che uno non saprebbe risolversi ad ommettere, quando vi sia un appiglio per farli conoscere».In fine allo sbozzo dell'Appendiceil Manzoni scrisse la seguente dichiarazione: «Alcuni libri, collezioni, manoscritti, rarissimi, ed anche unici, da cui l'autore ha ricavato molte notizie per questo lavoro, e per quello che lo precede, gli furono comunicati con molta gentilezza, e lasciati con molta sofferenza o da amici, o da persone ch'egli non ha l'onore di conoscere personalmente, ma che per obbligar qualcheduno non hanno bisogno di conoscerlo. Si degnino tutti di gradire l'attestato della sua gratitudine, e l'omaggio reso ad una cortesia che in altri casi potrebbe essere di molto vantaggio alle lettere».Tra le carte del Manzoni si trovano alcuni fascicoli, che egli stesso intitolò:Estratti e citazioni per servire alla descrizione della peste, al processo degli untori, alla storia politica di quel secolo. Son copie di documenti tratti dall'Archivio Civico e dall'Archivio di S. Fedele di Milano, spogli di gride, appunti presi da manoscritti e da opere a stampa. Con la guida di questiEstrattie delle citazioni che il Manzoni stesso fece ne' capitoli XXVIII, XXXI e XXXII de'Promessi Sposi, do qui un elenco delle fonti alle quali attinse nel descrivere la carestia e la peste famosa.Josephi Ripamontii|canonici scalensis|chronistae urbis|Mediolani|Historiae patriae|decadis V|libri VI. | Mediolani | Ex Regio Palatio, Apud Io: Baptistam et Iulium Caesarem Malatestam Regios Typographos, senza anno; in-4º di pp. 419, oltre 42 in principio e 1 in fine non numerate; col ritratto del Ripamonti, disegnato dalloStorere inciso in rame dalBlanc.Josephi Ripamontii|canonici scalensis|chronistae urbis Mediolani|de Peste|quae fuit anno CIƆ|Ɔ CXXX. |libri V.|desumpti|ex Annalibus|urbis|quos LX.| Decurionum |autoritate|scribebat(In fine:) Mediolani | Apud Malatestas, Regios ac Ducales | Typographos, senza anno; in-4º di pp. 411, oltre 12 in principio e 1 in fine non numerate. [Nel primo libro tratta della carestia e della peste, nel secondo degli untori; il terzo ha per soggetto le geste del cardinale Federigo Borromeo e del clero durante il contagio; nel quarto parla del Magistrato di Sanità; nel quinto paragona la peste del 1630 con quelle precedenti. Le postille che vi fece il Manzoni sono a stampa a pp. 449-453 del vol. II delle sueOpere inedite o rare. Cfr. anche:La Peste di Milano del 1630 libri cinque, cavati dagli Annali della città e scritti per ordine dei XL Decurioni dal canonico della ScalaGiuseppe Ripamonti,istoriografo milanese, volgarizzati per la prima volta dall'originale latino daFrancesco Cusani,con introduzione e note, Milano, tipografia e libreria Pirotta, 1841; in-8º gr. di pp. XXXVI-362.—Cfr. pure:Cusani F.,Paolo Moriggia e Giuseppe Ripamonti, storici milanesi; nell'Archivio storico lombardo, ann. IV, fac. I, 31 marzo 1877, pp. 43-69].Borromeocard.Federigo,De pestilentia quae Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit; ms. nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. [Cfr.Galli G.Un'operetta del card. Federico Borromeo sopra la peste ed i«Promessi Sposi»; nell'Archivio storico lombardo, serie III, ann. XXX [1903], vol XX. pp. 110-137[135]In margine il Manzoni vi scrisse: «Stupido: gli parve Gervaso ed era Tonio». (Ed.)[136]Questo brano è tolto dal capitolo V del tomo IV. (Ed.)[137]Nel precedente capitolo, che è il settimo del tomo quarto, il Manzoni, tra le altre cose, descrisse l'incontro di Fermo col Padre Cristoforo nel lazzeretto. Ma di quei capitolo non restano che dei frammenti; e la scena dell'incontro in gran parte è perita. Eccone un saggio: «Gran Dio!» (è il Padre Cristoforo che parla) «questo flagello non corregge il mondo: è una grandine che percuote una vigna già maledetta: tanti grappoli abbatte, e quei che rimangono son più tristi, più agresti, più guasti di prima. Tu stesso, qui dove l'uomo non dovrebbe aver cuore che per la misericordia, tu odiavi ancora!Fermo non disse nulla, ma il suo volto esprimeva il pentimento.—Or va, disse il Padre, alzandosi; Iddio benedica le tue ricerche.—Vuol dire, Padre, ch'io la troverò? richiese Fermo ansiosamente, come se parlasse ad un uomo che ne potesse saper più di lui.—Cercala con perseveranza, rispose il Padre, cercala con rassegnazione. Iddio può fare che tu la trovi, ma non te l'ha promesso. Ti ha promesso di perdonare tutti i tuoi falli, se tu perdoni a chi t'ha offeso; ti ha promesso di renderti felice per sempre al fine di questa vita, se tu osservi la sua legge. Non ti basta? Va, e qualunque sia il frutto della tua ricerca, vieni a darmene contezza; noi ringrazieremo Iddio insieme. Così dicendo, egli pose le mani su le spalle di Fermo, e stette un momento colla faccia elevata, in atto di preghiera e di benedizione. Poi, staccandosi, disse: Intanto io pregherò per voi: assistendo a questi nostri fratelli, io pregherò per voi.Fermo si prostrò ginocchioni, stette un momento, con le mani compresse al volto, piangendo e pregando, s'alzò, guardò intorno, uscì dalla capanna, e si diresse alla chiesa, come gli aveva indicato il cappuccino. Egli era scomparso, e andava cercando intorno dove fosse più bisogno della sua assistenza». (Ed.)[138]Segue, cancellato: «lo spicciò in pochissimo tempo, Il signor Prospero gli tenue dietro. Lucia, alla quale erano toccati i servigj più». E di nuovo: «Don Ferrante l'appiccò al suo Prospero, questi ad una donna di casa, e questa a Lucia». (Ed.)[139]Aveva scritto, ma cancellò: «Il primo pensiero di Donna Prassede dopo questa disgrazia fu di congedar Prospero, e tutta l'altra gente di Don Ferrante, ma nè Prospero, nè gli altri gliene diedero il tempo, perchè egli il primo e tosto gli altri in fila s'infermarono, e furono». Segue, pur cancellato: «Donna Prassede, combattuta tra il timore di tenersi un appestato in casa e il timore di attirarvi i monatti, non risolse nulla, ma stette in una stanza remota, aspettando che». (Ed.)[140]Prima scrisse: «quando si sentisse appressare un carro del lazzeretto». (Ed.)[141]Segue, cancellato: «Quando Lucia nella sua angoscia aveva fatto quel voto, non credeva (e, se mal non mi ricordo, abbiam fatta questa riflessione a suo tempo) che». (Ed.)[142]È il principio del capitolo VIII del tomo IV. (Ed.)[143]Il Manzoni sopramandavaha scrittopioveva. (Ed.)
[124]A Sigismondo Boldoni, che visse dal 1597 al 1630, l'11 settembre del 1899 fu eretto un monumento nel suo nativo Bellano. L'ab. Luigi Vitali nel discorso inaugurale, che pronunziò, diceva: «il Boldoni, in alcune sue lettere, con viva e commovente verità, ci descrive una delle molte discese dei barbari, il passaggio dei Lanzichenecchi, descrizione che forse ha ispirato alcune delle belle pagine dell'immortale romanzoI Promessi Sposi». Cfr.Vitali L.,Patria e Religione, commemorazione, Milano, Cogliati, 1903; pp. 534-535. Da quelle lettere trasse infatti più d'una ispirazione il Manzoni. (Ed.)[125]Qui termina il capitolo I del tomo IV e incomincia quello II. (Ed.)[126]Prima scrisse:piangolente. (Ed.)[127]Segue, cancellato: «La vita, signor curato, la vita, disse Perpetua». (Ed.)[128]In margine il Manzoni aggiunse: «son venuto a fuggir l'acqua sotto una grondaja». (Ed.)[129]Segue, cancellato: «Il Signor Lucio volle ancora opporsi, ma l'impressione di terrore che Don Ferrante aveva prodotto su gli uditori, gli rendeva poco disposti a sentire la forza delle opposizioni. Io non so niente, disse il primo, di tutte queste predizioni; so però che senza di esse si capisce benissimo perchè ora tanti muojano: muojono perchè è venuta la loro ora. Nessuno badò all'argomento del Signor Lucio». (Ed.)[130]Il Manzoni aveva in animo di rimaneggiare tutto il rimanente di questo brano. Infatti v'incollò un fogliolino, che dice: «Deduzione più logica: 1.) generazioni; e divenute poi il ludibrio delle generazioni susseguenti; 2.)Sarebbe una storiafino apiù di ammirazione; 3.)Talvolta senza richiami, etc. fino arifiutata avvertitamente; 4.) Conclusione:Ma una siffatta storia, etc. Rifondere il tutto per adattarlo alla nuova deduzione». (Ed.)[131]Il Manzoni soppresse questo dialogo, con il quale termina il capitolo III del tomo IV della prima minuta; ma, nel capitolo XXXVII del testo definitivo, raccontando come morì don Ferrante, non mancò di esporre quello che esso pensava intorno la peste. Ecco le parole del Manzoni: «Di donna Prassede, quando si dice ch'era morta, è detto tutto; ma intorno a don Ferrante, trattandosi ch'era stato dotto, l'anonimo ha creduto d'estendersi un po' più; e noi, a nostro rischio, trascriveremo a un di presso quello che ne lasciò scritto.«Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de' più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all'ultimo, quell'opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione.«In rerum natura, diceva, non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser nè l'uno nè l'altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere; sicchè è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole. Non è sostanza aerea; perchè, se fosse tale, in vece di passar da un corpo all'altro, volerebbe subito alla sua sfera. Non è acquea; perchè bagnerebbe, e verrebbe asciugata da' venti. Non è ignea; perchè brucerebbe. Non è terrea; perchè sarebbe visibile. Sostanza composta, neppure; perchè a ogni modo dovrebbe esser sensibile all'occhio o al tatto; e questo contagio, chi l'ha veduto? chi l'ha toccato? Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; che questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro. Che se, per evitar questa Scilla, si riducono a dire che sia accidente prodotto, danno in Cariddi; perchè, se è prodotto, dunque non si comunica, non si propaga, come vanno blaterando. Posti questi princìpi, cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, di esantemi, d'antraci...?«Tutte corbellerie, scappò fuori una volta un tale.«No, no, riprese don Ferrante: non dico questo: la scienza è scienza; solo bisogna saperla adoprare. Vibici, esantemi, antraci, parotidi, bubboni violacei, furoncoli nigricanti, son tutte parole rispettabili, che hanno il loro significato bell'e buono; ma dico che non han che fare con la questione. Chi nega che ci possa essere di queste cose, anzi che ce ne sia? Tutto sta a veder di dove vengano.«Qui cominciavano i guai anche per don Ferrante. Fin che non faceva che dare addosso all'opinion del contagio, trovava per tutto orecchi attenti e ben disposti: perchè non si può spiegare quanto sia grande l'autorità d'un dotto di professione, allorchè vuoi dimostrare agli altri le cose di cui sono già persuasi. Ma quando veniva a distinguere, e a voler dimostrare che l'errore di que' medici non consisteva già nell'affermare che ci fosse un male terribile e generale; ma nell'assegnarne la cagione; allora (parlo de' primi tempi, in cui non si voleva sentir discorrere di peste), allora, in vece d'orecchi, trovava lingue ribelli, intrattabili; allora, di predicare a disteso era finita; e la sua dottrina non poteva più metterla fuori, che a pezzi e bocconi.«La c'è pur troppo la vera cagione, diceva; e son costretti a riconoscerla anche quelli che sostengono poi quell'altra così in aria... La neghino un poco, se possono, quella fatale congiunzione di Saturno con Giove. E quando mai s'è sentito dire che l'influenze si propaghino...? E lor signori mi vorranno negar l'influenze? Mi negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un guancialino...? Ma quel che non mi può entrare, è di questi signori medici; confessare che ci troviamo sotto una congiunzione così maligna, e poi venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non toccate là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il contatto materiale de' corpi terreni, potesse impedir l'effetto virtuale de' corpi celesti! E tanto affannarsi a bruciar de' cenci! Povera gente! brucerete Giove? brucerete Saturno?«His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s'attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle».Olindo Guerrini[Achillini e Manzoni; inLa Rassegna settimanale, di Roma, vol III, n.º 59, 16 febbraio 1879, pp. 130-131] notava, per il primo, che il ragionamento posto dal Manzoni in bocca a don Ferrante, lo «copiò di sana pianta, senza dirci dove l'avesse preso», e ne indicava la fonte: una lettera di Claudio Achillini ad Agostino Mascardi. Tornava a trattare la questione, con grande serenità e molto garbo,Luigi d'Isengard[Claudio Achillini e don Ferrante; inLa Rassegna nazionale, di Firenze, anno XX, vol 104, 1º decembre 1898, pp. 629-636.]Agostino Mascardi di Sarzana, che visse dal 1591 al 1640 ed ebbe grido tra' letterati d'allora, mentre a Milano e nel resto d'Italia infieriva la peste e correvano le più strane e orribili voci intorno gli untori, scriveva all'Achillini: «Ditemi, di grazia, signor Claudio, che credete delle cose di Milano? Non parlo degli accidenti di guerra e della peste, che per via d'ordinario contagio si propaga, ma di quell'altra, che si dice esser seminata dagli uomini con mistura d'incanto. Io per me, come non sono dei più arrendevoli a creder tutto quello che si attribuisce al diavolo, così non lodo l'ostinata credulità di certi filosofastri, che, per far troppo del saccente, danno nell'infedele. Che in altri tempi si sia trovata cotal sorte di peste, dalla malvagità degli uomini appiccata con diverse misture, è notissimo». Qui tira in ballo Seneca e Tito Livio, Paolo Diacono e Procopio, Pomponio Leto e Gregorio Nisseno, Evagrio, Cedreno e Sigiberto; poi prosegue: «Può nondimeno accadere che la moltitudine, credula al suo peggiore e inchinata alla superstizione, v'aggiunga molte cose del suo, in virtù dell'eccessivo timore che la toglie di senno. Però, figliuole della paura e della sciocchezza stimo io quelle larve di Principi, di vecchi e di palazzi, delle quali s'empiono i fogli di Lombardia, quando non sieno macchine mal composte di qualche ingegno, più curioso che discreto, per dar materia di spavento alla plebe, e agli uomini sensati o di riso o di sdegno. È certo nondimeno che nelle pubbliche calamità gli autori antichi osservano molte fiere visioni, o vere, o immaginate dalla paura... Tantochè, per abbattere dalle sue fondamenta Milano, era necessario che alla fame compassionevole, alle violenze di barbara soldatesca, alle ruine di tanti anni di guerra, alle stragi della peste comune, s'aggiungesse il veleno, dirò insanabile, se è composto fin nell'Inferno con liquori nel nostro mondo non conosciuti».L'Achillini gli rispondeva dalla sua villa al Sasso, nella valle del Reno, dove s'era rifugiato per paura del contagio: «È toccato alla peste lo svegliare il mio nome che dormiva sotto i ricchi padiglioni della vostra memoria: nè voglio già ringraziamela, perchè non merita grazie una siffatta disgrazia; ben rendo grazie a voi che cotanto m'avete onorato con la vostra eloquentissima ed eruditissima lettera, alla quale come potrò mai rispondere a parte a parte, se, subito ch'io l'ebbi ricevuta, vennero a me alcuni gentiluomini bolognesi, fra i quali un Paride letterato la riconobbe per un'Elena e me la rubò?... Voi mi richiedete il mio senso intorno agli spettri di Milano e alla magica peste portata dalla fama su certi fogli curiosi, che vanno attorno. Qui, o ragioniamo del potere, o del fatto. Se del potere, chiara cosa è, e la teologia non ci lascia dubitare, che il Demonio può naturalmente queste e cose maggiori, purchè Dio non gli sottragga il potere: intendo però, s'egli eserciterà le sue forze naturali dentro alla latitudine del moto locale, trasportando e applicando gli agenti alle materie: perchè se noi credessimo che nei predicamenti della qualità, della quantità o della sostanza egli potesse immediatamente produrre sì fatti termini, noi, s'io non m'inganno, faressimo errore. Se poi ragioniamo del fatto, certo che per le continue relazioni che vengono da Milano, anche in quest'ultimo spaccio, io molto agevolmente m'induco a crederlo; ma non già credo quelle favolose circostanze che questa estate andavano attorno, le inverisimilitudini delle quali erano troppe note a chi leggeva quei fogli: e che altre volte siano avvenute sì fatte pestilenze, o col concorso del Demonio, o con l'arte ignuda degli uomini, oltre le nobilissime autorità addotte da voi, io mi rimetto ad un certo trattatello manuscritto, che va attorno, il cui titolo è:De peste manufacta, nel quale sono registrate molte altre autorità di simil fatto; ma quello che mi confonde l'ingegno si è come si trovino uomini di barbarie tanto inumana, che cospirino coi Diavoli alla distruzione di tutta la propria spezie. Io qui impazzirei col pensarvi, e però vengo ad un'altra non meno curiosa maraviglia, e chieggo a voi che cosa è egli mai questo fomite, o seminario pestifero, che resta impresso nei panni e con fecondità così tragica fruttifica la morte delle famiglie e dei popoli interi? È egli accidente, o sostanza? Se accidente, o è trasportato, o prodotto; al primo modo repugna la filosofia, la quale non ammette il passaggio degli accidenti da un soggetto all'altro. Al secondo pare che ripugni il non potersi intendere con quale energia possa l'appestato tradurre dalle radici o dalle potenze dei panni agli atti una sì fatta qualità, oltre che non sarebbe agevol cosa lo assegnare in quale spezie di qualità dovesse riporsi. Se è sostanza, come vogliono tutti gli antichi e Greci e Latini, o è semplice, o è composta: se semplice, o ella è area, e perchè in breve tempo non vola alla sua sfera, liberandone i panni? O è acquea, e perchè non bagna, o non è dall'ambiente, tante volte accidentalmente secco, disseccata e consumata? O è ignea, e perchè non abbrugia? O è terrea, e perchè non si vede, o col tatto non si sente? Se è sostanza composta, torno a dire che dovrebbe, o coll'occhio, o col tatto discernersi; e pure egli è verissimo che un panno bianco, mondissimo agli occhi nostri, ucciderebbe una città intera».Queste lettere, che subito furon date alle stampe, levarono un gran rumore e più volte tornarono a veder la luce. La prima edizione ha questo titolo:Due lettere|L'una|Del Mascardi all'Achillini|L'altra|Dell'Achillini al Mascardi| sopra le presenti calamità.|Dedicate all'Illustriss. Signora|D. Maria Pepoli|Contessa di Castiglione, Sparvi,|E Barragazza.|In Bologna, per Francesco Casanio 1630. Con licenza de' Superiori|Ad istanza di Bartolomeo Cavalieri et Cesare Ingegneri; in-4º picc. di pp. 24. Furono riprodotte:In Firenze,MDCXXXI. |Nella Stamperia di Pietro Nesti al Sole|con licenza de' superiori; in-4º di pp. 16—In Roma, Per Lodovico Grignani,MDCXXXI. | Con Licenza de' Superiori; in-4º di pp. 20—e In Roma, et in Milano|Ad istanza di Gio. Batt. Bidelli|MDCXXXI; in-18º di pp. 32. Poi vennero inserite nella raccolta delleRime e prosedell'Achillini, stampata a Venezia nel 1656, 1673, ecc. È probabile che il Manzoni leggesse la lettera ispiratrice in una di queste ultime edizioni; ma non si può escludere che potesse avere avuto tra mano anche una delle altre stampe, sebbene assai rare. Infatti consultò un numero grande di libri e di opuscoli intorno alla peste del 1630; quanti ne potè trovare. E poi pizzicava di bibliofilo. Sta lì a provarlo un esemplare, postillato di suo pugno, dellaSerie|de'|testi di lingua|usati a stampa nel Vocabolario|degli Accademici della Crusca|con aggiunte|di altre edizioni da accreditati scrittori molto pregiate,|e di osservazioni critico-bibliografiche,|Bassano MDCCCV. Dalla Tipografia Remondiniana|con R. permissione; in-8º; che si conserva nella libreria di Brusuglio.Il prof.Lorenzo Stoppato[La Biblioteca di Don Ferrante, Milano, tip. Bortolotti di G. Prato, 1887; pp. 47-49] pigliò le difese di don Ferrante, ponendogli in bocca questa risposta al Guerrini: «Caro signor mio, Ella mi imputa di plagio? Ma non sa Ella che il distinguere frasostanzaeaccidenteè una delle formule più consuete e precise della filosofia aristotelica, e che l'applicazione della formula importa uno sviluppo eguale di ragionamento, per ogni caso? Che non varia altro che la materia alla quale viene applicata? E mi crede così da poco da aver bisogno di copiare un ragionamento, come farebbe uno scolaretto? E Lei mi fa un gran caso dell'aver io considerata la peste come sostanza e come accidente? Ma non sa che gli scolastici hanno disputato per fino se Dio fosse accidente o sostanza». Fin qui la difesa non fa una grinza; dove zoppica è in quello che segue: «Nè mi venga a dire che io ho copiato dall'Achillini... Dica piuttosto che anche l'Achillini ha copiato quel ragionamento, e lo ha copiato precisamente da Massimiliano Viani di Pallanza. Costui infatti, nei suoiDialoghi su i rimedi efficacissimi per guardarsi dal mal contagioso, stampati a Milano, dal Rolla, l'anno 1630, a pag. 40» [correggi pp. 44-45], «scrive:—Per compiacervi dirò quello che dice alcuno filosofo sopra tali particolari, circa il punto che sii questo fomite, o seminario pestifero... Se egli sii accidente, o sustanza. Se accidente, o è trasportato, o è prodotto. Al primo modo repugna la filosofia, la qual non ammette passaggio degli accidenti da un soggetto all'altro... Se sustanza, o è semplice, o è composta. Se è semplice, o ella è aerea, e perchè in breve tempo non vola alla sua sfera? O è acquea, e perchè, o non bagna, o non è dall'ambiente, tante volte accidentalmente secco, disseccata e consumata? O è ignea, e perchè non abbrucia? O è terrea, e perchè, o non si vede, o col tatto non si sente? Se è sostanza composta, dicono che dovrebbe, o con l'occhio, o col tatto discernersi... Quanto poi alla generazione di questo male, può seguire per alterazione o correzione d'aere, cioè per l'aere viziato e corrotto per aspetti nemici di stelle—». Lo Stoppato conchiude: «Eccovi, caro signor critico, che anche il vostro Achillini è un plagiario e ha copiatoad litteramdal Viani».Ho qui dinanzi il suo libro e comincio col trascriverne il titolo:Remedii efficacissimi|per|guardarsi dal mal contaggioso,|Accioche non vadi infettando i Vicini,|nè faccia progresso;|con altri avertimenti|necessarii per tali bisogni.|Opera| composta in forma di Dialogo |daMassimigliano Viani|di Pallanza|Per beneficio pubblico.|In Milano,|Appresso Carlo Francesco Rolla Stampat.|vicino al Verzaro.È un volumetto in-8º di pp. 51, oltre 8 in principio e 3 in fine. L'anno manca; ma si deduce dalla lettera dedicatoria del VianiAll'Ill.moMagistrato della Sanità dello Stato di Milano, scritta da «Milano li 23. Giugno 1657»; nonchè dall'approvazione del Magistrato stesso, che è del 27 del medesimo mese. In questa approvazione si commenda anche il libro, e si esortano le Comunità, «per il loro particolare beneficio, a provvedersene d'una copia, prohibendosi a ciascun stampatore et ad ogni altra persona il stampare, far stampare, o introdurre da di fuori di questo Stato per anni dodici prossimi avvenire la medesima opera; et ciò sotto pene pecuniarie et anco corporali». Ecco dunque provato che l'Achillini non è per nulla un plagiario. Lo sarà il Manzoni? Osserva Luigi Morandi [cfr.La Perseveranzadel 19 febbraio 1879]: non solo non può parlarsi «di plagio, ma neppure d'imitazione, almeno nel senso più ovvio che si da a questa parola»; è «una trovata storica», la quale prova che anche i personaggi e i fatti inventati, furono dal Manzoni «coloriti con tinte ricavate da fatti e da personaggi consimili e realmente storici di quel tempo». Ribadisce Orazio Bacci: «Non si potrebbe parlar mai di un plagio, sibbene di un substrato storico—quasi direi—che l'autore volle dare alla sua figura; e la citazione della fonte non era necessaria, nè forse artisticamente possibile». Notevole è poi ciò che scrive il D'Isengard: «Che il Manzoni, volendo ritrarre nel suo romanzo la Lombardia del secolo XVII, abbia fatto uno studio accuratissimo di quell'età, dei luoghi, dei costumi, dei caratteri e degli avvenimenti, è cosa risaputa... Non si contentò di studiare quel secolo nelle linee principali, ma scese ai particolari; ben sapendo che ifatti minimi, come insegnò Bacone, giovano a spiegare ifatti massimi. Colla virtù assimilativa dei grandi ingegni, e coll'industriosa abilità delle api, fabbricava il suo miele. Nel libro di Stefano Stampa si legge:—Una volta mi mostrò nel Ripamonti [Qui lo Stampa è tradito dalla memoria. Gli mostrò invece il La Croce, dove a pag. 77 si riporta la predica. (Ed.)] il testo somigliantissimo della predica del padre Felice, dicendo:—Vedi son quasi le stesse parole delle quali mi son servito io.—Della lettera dell'Achillini avrebbe potuto dire egualmente: Vedete, per far parlare a don Ferrante il linguaggio della pedanteria, con tutti gli errori e le superstizioni del tempo, non m'è parso vero di trovare in quella lettera il fatto mio. Ma come l'orpello dell'Achillini nel crogiuolo manzoniano sia divenuto oro purissimo, questo è un segreto dell'arte».Giuseppe Galli[Un'operetta inedita del Card. Federico Borromeo sopra la peste in Milano ed i«Promessi Sposi»; nell'Archivio storico lombardo, ann. XXX, vol XX, pp. 110-137] scoprì che il Manzoni approfittò di un'opinione espressa dal Lampugnano a p. 13 del suo libro:La peste seguita a Milano l'anno 1630, stampato nel 1634, per metterla in bocca a don Ferrante. L'opinione del Lampugnano è questa: «Nè finalmente mi da l'animo di concedere che la peste sia qualità contagiosa. Perchè sarebbe accidente. Nè potendo l'accidente essere contrario alla sostanza, non capisco come possa da subietto in subietto passare ad operare la corruzione». Sentiamo adesso la medesima opinione uscita dal crogiuolo manzoniano: «Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; che questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro».Il Manzoni dice che nella «scienza cavalleresca» don Ferrante «meritava e godeva il titolo di professore», e non a torto, giacchè «aveva nella sua libreria, e si può dire in testa, le opere degli scrittori più riputati in tal materia: Paride dal Pozzo, Fausto da Longiano, l'Urrea, il Muzio, il Romei, l'Albergato, il Forno primo e il Forno secondo di Torquato Tasso».Il Forno o vero della nobiltà, dialogo del signor Torquato Tasso, vide la luce a Vicenza, nel 1581, per Pierin Libraro; ilTrattato del modo di ridurre a pace l'inimicitie private, di Fabio Albergati, fu pubblicato a Roma, co' torchi dello Zannetti, nel 1583; iDiscorsi cavallereschi del conteAnnibale Romei,divisi in cinque giornate, vennero impressi a Venezia dallo Ziletti nel 1585. Di Girolamo Muzio, giustinopolitano, si hanno ben cinque opere:Le Risposte cavalleresche, Venezia, Giolito, 1551;Il Duello, Venezia, Giolito, 1558;La Faustina, dell'armi cavalleresche a' Principi e cavalieri d'onore, Venezia, Valgrisi, 1560;Il Cavaliero, Roma, Blado, 1569;Il Gentilhuomo, distinto in tre dialoghi, Venezia, Valvassori, 1575. Lo spagnuolo Girolamo d'Urrea è autore delDialogo del vero onore militare, nel quale si definiscono tutte le querele che possono occorrere fra l'uno e l'altro uomo, con notabili esempi di antichi e moderni, che fu tradotto in italiano da Girolamo Ulloa e stampato a Venezia dal Sessa nel 1569. Di Fausto da Longiano si haIl Gentilhuomo, diviso in due parti, Venezia, 1542 e 1544; e IlDuello regolato alle leggi dell'onore, con tutti i cartelli missivi e responsivi, Venezia, Valgrisi, 1552; e di Paride dal Pozzo iLibri IX del Duello, Venezia, 1521. Oltre questi «antichi», c'era un suo contemporaneo, che don Ferrante riteneva «l'autore degli autori», il «celebre Francesco Birago». E anzi il Manzoni nota che «fin da quando venner fuori iDiscorsi cavallereschidi quell'insigne scrittore, don Ferrante pronosticò, senza esitazione, che quest'opera avrebbe rovinata l'autorità dell'Olevano, e sarebbe rimasta, insieme con l'altre sue nobili sorelle, come codice di primaria autorità presso i posteri».Li Discorsi cavallereschi del SignorFrancesco Birago,Signore di Melone e di Siciano, ne' quali, con rifiutar la dottrina cavalleresca del Signor Gio: Battista Olevano, s'insegna a racchettare honorevolmente le querele nate per cagione d'honore, ebbero una prima edizione a Milano, dal Bidelli, nel 1622, che poi li ristampò «riveduti et accresciuti» nel 1628. Oltre unTrattato cinegetico, o vero della Caccia, Milano, Bidelli, 1628, il Birago compose tre altre opere cavalleresche, «nobili sorelle» de'Discorsi, cioè:Dichiaratione et avvertimenti poetici, istorici, politici, cavallereschi e morali sullaGerusalemme conquistatadel Tasso, Milano, Somasco, 1616;Consigli cavallereschi, ne' quali si ragiona circa il modo di far le paci, con un'Apologia cavalleresca per il Sig. Torquato Tasso, Milano, Bidelli, 1623; e leDecisioni cavalleresche. Si hanno insieme raccolte col titolo:Opere cavalleresche del SignorFrancesco Birago,distinte in quattro libri, cioè; Discorsi, Consigli libro I e II e Decisioni, Bologna, Longhi, 1686; in-4º.Il dott.Ubaldo Mazzini[La Cavalleria nei Promessi Sposi, nuovo contributo alla ricerca dei fonti manzoniani; nellaRassegna nazionale, di Firenze, ann. XXI, vol. 109 della collezione, 16 settembre 1899, pp. 333-346], ritiene che il Manzoni «ha avuto per guida un'opera soltanto d'un solo di quegli autori», iConsigli cavallereschidel Birago. «Gli altri autori e le loro opere» (così il Mazzini) «ha trovato citati ne'Consigliad ogni capitolo, ad ogni pagina, e parecchie volte: con questo però non voglio escludere che egli li abbia consultati;ma più letti che studiati, come direbbe egli stesso». No: il Manzoni era troppo coscienzioso, troppo diligente, per contentarsi di bere a una sola fontana; gli ha letti tutti, gli ha tutti studiati; c'è da giurarlo. Scorrendo iConsigli(è sempre il Mazzini che scrive) «non solo è facilissimo trovarvi il riscontro con alcuni passi deiPromessi Sposi, ma ben si comprende ancora come abbia fatto del Birago l'autore prediletto di don Ferrante, il suo amico; come io elevi sopra tutti gli altri, e il perchè della profezia intorno all'Olevano. Ultimo venuto nella nobile falange dei trattatisti dell'honore, contemporaneo e compatriota di don Ferrante, il Birago, per lo stile, il gusto, il modo di argomentare caratteristico dell'età in cui visse, è ben naturale che tanto andasse a' versi di don Ferrante... Si può pensare che lo stesso nome di don Ferrante il Manzoni l'abbia tratto daiConsiglidel Birago, giacchè nel Consiglio IV, in cui si esamina ilcaso di chi pretende essergli stato venuto meno della parola, si tratta appunto della vertenza insorta tra certo signorFeranteNovà ed il signor Giovaniacomo Latuada».Intorno a questa incarnazione d'un dotto del Seicento, morto, «come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle», è pure da consultarsi:Albertazzi A.,Don Ferrante, inFanfulla della Domenica, ann. XXII, n. 6. (Ed.)[132]Il lazzeretto. (Ed.)[133]Il canonicoGiovanni Finazzi, amico del Manzoni, pubblicava a pp. 409-485 del tom. VI dellaMiscellanea, di storia italiana, edita per cura della Regia Deputazione di storia patria, Torino, Stamperia Reale, 1865, laRelazione della carestia e della peste di Bergamo e suo territorio negli anni 1629 e 1630, scritta daMarc'Antonio Benaglio, premettendovi, tra le altre, queste parole: «Chi volesse la storia della peste di Bergamo del 1630, la c'è(dice il Manzoni al cap. XXXIII de' suoiPromessi Sposi),scritta per ordine pubblico da un tal Lorenzo Ghirardelli: libro raro però e sconosciuto, quantunque contenga forse più roba, che tutte insieme le descrizioni più celebri di pestilenze. E quantunque il Ghirardelli, come pubblico cancelliere della città e dell'offizio di sanità, fosse uno di quegli uomini,ai quali(per dirlo collo stesso Manzoni nellaColonna infame)in qualche caso può esser comandato e proibito di scrivere la storia, nondimeno pel carattere di onoratezza e lealtà sua propria, e pel savio e liberale incarico raccomandatogli dal voto del maggior consiglio della stessa città, con rara accuratezza dei più minuti dettagli (come appunto portava la parte presa in proposito il 26 dicembre 1631 dal maggior consiglio) descrisse le vicende e il successo di quella pestedai primi pronostici che se n'ebbe e dai primi principii ond'essa pullulò e andò serpendo nel territorio, con i progressi, accrescimenti e strage atrocissima, così nella città, come nel contado; narrando e descrivendo non solo li ordini e provvisioni fatte dal Magistrato della sanità per la preservazione universale, ma anco gli errori occorsi per aversi poco esperienza di sì fatti maneggi, con filo continuato di narrar veramente tutte le cose più notabili, con l'ordine e serie de' tempi, sino all'intiera e totale estirpazione. Ma di quella peste, che fu sì fiera e desolante, oltre al Ghirardelli, altri de' nostri lasciarono più o meno dettagliate memorie, che se fossero pubblicate tornerebbero per avventura di non inutile commento o supplemento alla storia di esso Ghirardelli, e potrebber recare alcune particolarità di fatti, da far meglio conoscere quel tratto di storia patria, più famoso che conosciuto. Ora fra gli scrittori di così fatte memorie crediamo di dover prescegliere Marc'Antonio Benaglio, cancelliere che fu del venerando consorzio della misericordia: che in più succoso e vivace stile, che non facesse per avventura il Ghirardelli, ce ne lasciò una dotta e coscienziosaRelazione». (Ed.)[134]Dal capitolo IV del tomo IV tolgo il seguente brano riguardante gli untori: «La cagione d'un così subito e portentoso aumento del male fu data a voce di popolo agliuntori: si disse con asseveranza e si ripetè con furore, che quegli uomini, congiurati allo sterminio della città, prendendo il destro della processione, che l'aveva posta tutta unita, per così dire, in loro balìa, avevano unti in quel giorno quanti avevano potuto, e sparso tutto il cammino di polveri venefiche, per le quali il contagio s'era appiccato alle vesti, ai piedi scalzi, anche alle scarpe dei divoti e inavvertiti pellegrinanti. L'opinione delle unzioni, che fino allora non aveva prodotta che una vaga inquietudine e ciarle, dopo questo, ch'ella prendeva per un gran fatto, cominciò a partorire ben altri effetti. Due principali furono distinti e notati dal Ripamonti, uomo che, in molti punti, liberandosi e segregandosi dalla opinione pubblica dei suoi tempi, volse la mira delle sue osservazioni alle cose appunto che nessuno, o quasi nessuno avvertiva, esaminò quella opinione stessa, mutò sovente i termini della questione, fu solo a discernere e a dire molte verità, e fece intendere che molte ancora ne dissimulava, molte ne indeboliva per non irritare il giudizio pubblico, il quale, come traspare chiaramente dalla sua storia, gli faceva una gran paura e una gran compassione nel tempo stesso. Un effetto fu che i magistrati, tutti i potenti, ingolfati in ispeculazioni politiche, divagati e avviluppati colla mente nei segreti delle corti per arzigogolare quale dei principi, quale dei re stranieri potesse essere il capo della trama, non pensavano a quello che era da provvedersi nelle urgenti congiunture della peste; e spaventati poi dalla vastità supposta e dalla oscurità stessa delle insidie, si abbandonavano sempre più a quella stanca trascuratezza, che è compagna della disperazione. L'altro effetto più deplorabile, atroce, fu di estendere, di facilitare, di irritare i sospetti e di giustificare, di santificare tutte le offese più crudeli, che quei sospetti potevano suggerire. Non solo dallo straniero, dal nimico, dalla via pubblica si temeva, ma si guardava alle mani dell'amico, del servo, del congiunto, ma si poneva il piede con sospetto per la casa. Ma orribil cosa! si tremava al contatto della mensa, del letto nuziale. Il viandante straniero che, non ben sapendo fra che uomini si trovava, si rallentasse a baloccare sul cammino, o che stanco si sdraiasse per riposare, il mendico che per città si accostava altrui tendendo la mano, colui che inavvertitamente toccasse la parete di una casa, l'affrettato che urtasse altri per via, eranountori; al terribile grido d'accusa accorrevano quanti avevan potuto udirlo; l'infelice era oppresso, straziato, talvolta morto dalle percosse, o trascinato alle carceri, tra gli urli e sotto le battiture, benediceva nel suo cuore affranto quelle porte, e vi entrava come dalla tempesta nel porto. E quante volte saranno accorsi alle grida, avranno partecipato al furore comune di quegli stessi che più tardi poi dovevano esser vittime d'un simile furore.«Così l'irreligione esacerbava la sciagura che una applicazione falsa ed arbitraria della religione aveva estesa ed accresciuta. Dico l'irreligione, perchè se l'ignoranza e la falsa scienza delle cose fisiche, e tutte le altre cagioni, di cui abbiamo parlato di sopra, poterono far ricevere comunemente l'opinione astratta di unzioni e di congiure, furono certamente le disposizioni anti-cristiane di quel popolo corrotto, che rendettero quella opinione attiva e feroce nell'applicazione. Nessuna ignoranza avrebbe bastato a così orrendi effetti, quando fosse stata congiunta con quel sentimento pio che prepara gli animi alla tranquillità ed alla riflessione, che avverte a pensar di nuovo quando il pensiero diventa un giudizio, una azione su le persone, se fosse stata insomma congiunta con quella carità che è paziente, benigna, che non si irrita, che non pensa il male, che tutto soffre. Ma l'intolleranza della sventura, la disciplina e l'oblio delle speranze superiori a tutte le sventure del tempo, l'orrore pusillanime e furioso della morte erano le cagioni che mantenevano negli animi una irritazione avida di sfogo e di vendetta, e quindi sempre in cerca di fatti che ne dessero l'occasione, quindi ancora pronta a trovar questi fatti ad ogni momento.«Il Ripamonti riferisce due esempi di quel furor popolare, avvertendo bene i suoi lettori di averli trascelti non già perchè fossero dei più atroci fra quegli che accadevano alla giornata, ma perchè di quei due egli fu testimonio.···················«I magistrati, i quali avrebbero dovuto reprimere e punire quell'iniquo furore, lo imitarono e lo sorpassarono con giudizj motivati e ponderati al pari di quei popolari, che abbiam riferiti, con carneficine più lente, più studiate, più infernali. Passare questi giudizj sotto silenzio sarebbe ommettere una parte troppo essenziale della storia di quel tempo disastroso; il raccontarli ci condurrebbe o ci trarrebbe troppo fuori del nostro sentiero. Gli abbiamo dunque riserbati ad un'appendice, che terrà dietro a questa storia, alla quale ritorniamo ora; e davvero».Nel capitolo V del tomo IV della prima minuta il Manzoni prese a trattare esclusivamente del processo degli untori; poi stralciò que' fogli, per formarne un'appendice al Romanzo, svolgendo il soggetto in modo più largo. Se ne conserva il primo sbozzo, già intitolato:Capitolo V, poiAppendice storica su la Colonna infame. Sono 60 fogli di 4 pp. l'uno, il primo de' quali non è numerato: gli altri portano la numerazione 1-59, fatta dal Manzoni stesso. Alcuni fogli serbano, ma cancellata, la numerazione che ebbero quando fecero parte del manoscritto del Romanzo e sono: 53, divenuto I; 54-57, divenuti 2-5; 62-67, divenuti 10-15; 65-67, ripetuti, diventati 18-20; 68-70, mutati in 21-23. Comincia: «Due femminelle, Catterina Rosa e Ottavia Boni, trovandosi sgraziatamente alla finestra di buon mattino il giorno 21 di giugno»; finisce: «e noi con uno scopo ben meno importante, e con tanto minor corredo d'ingegno, ci siamo però proposti di fare ciò che non era ancor stato fatto».Quando il Manzoni depose il pensiero di stamparla insieme col Romanzo e invece stabilì di farne una pubblicazione separata, la intitolò:Storia della Colonna infame, e vi premise queste parole: «Fra i molti giudizj legali che nel 1630 e al di là, furono portati in Milano, su persone accusate d'aver propagata la peste con unzioni, uno parve ai giudici così degno di memoria, che decretarono un pubblico monumento a mantenergliela; e fu quella colonna nominata infame, che stette in piedi cento quarantott'anni. E in questo eglino s'apponevano: il giudizio fu veramente memorabile. Ma un monumento non è una storia: anzi talvolta è, non solo meno, ma qualche cosa di contrario alla storia. Ma se quei giudici non ci avessero dunque lasciato altro, ci avrebbero dati, per verità, ben pochi mezzi per conoscere ciò di che volevano farci ricordare. Ma, senza volerlo, e probabilmente senza pensarvi, essi furono occasione che altri, probabilmente ancora senza averne l'intenzione, conservasse al pubblico i materiali bastanti per la storia di quel giudizio. In mezzo a quei tapini accusati si trovò, per le singolari circostanze che racconteremo, un uomo di gran condizione. Quest'uomo, potendo per la sua giustificazione ricorrere a mezzi dei quali gli altri non avevano per avventura nemmeno l'idea, e che non sarebbero stati in poter loro quand'anche i difensori gli avessero loro suggeriti, quest'uomo, dico, pubblicò con le sue difese e in appoggio di quelle, un grande estratto del processo, che, come a reo costituito, gli fu comunicato. Su quel volume, che non debb'essere mai stato comune, ed ora è singolarmente raro, si è principalmente compilata la seguente storia. Il soggetto di essa è il giudizio dei due condannati, il nome dei quali fu iscritto nel monumento, e quello dell'uomo di condizione che fu assoluto. Degli altri avviluppati in quello sciaguratissimo affare si citerà ciò che serve ad integrare la storia principale, o anche quei tratti che per la loro singolarità e importanza loro possono parere sempre opportuni, e che uno non saprebbe risolversi ad ommettere, quando vi sia un appiglio per farli conoscere».In fine allo sbozzo dell'Appendiceil Manzoni scrisse la seguente dichiarazione: «Alcuni libri, collezioni, manoscritti, rarissimi, ed anche unici, da cui l'autore ha ricavato molte notizie per questo lavoro, e per quello che lo precede, gli furono comunicati con molta gentilezza, e lasciati con molta sofferenza o da amici, o da persone ch'egli non ha l'onore di conoscere personalmente, ma che per obbligar qualcheduno non hanno bisogno di conoscerlo. Si degnino tutti di gradire l'attestato della sua gratitudine, e l'omaggio reso ad una cortesia che in altri casi potrebbe essere di molto vantaggio alle lettere».Tra le carte del Manzoni si trovano alcuni fascicoli, che egli stesso intitolò:Estratti e citazioni per servire alla descrizione della peste, al processo degli untori, alla storia politica di quel secolo. Son copie di documenti tratti dall'Archivio Civico e dall'Archivio di S. Fedele di Milano, spogli di gride, appunti presi da manoscritti e da opere a stampa. Con la guida di questiEstrattie delle citazioni che il Manzoni stesso fece ne' capitoli XXVIII, XXXI e XXXII de'Promessi Sposi, do qui un elenco delle fonti alle quali attinse nel descrivere la carestia e la peste famosa.Josephi Ripamontii|canonici scalensis|chronistae urbis|Mediolani|Historiae patriae|decadis V|libri VI. | Mediolani | Ex Regio Palatio, Apud Io: Baptistam et Iulium Caesarem Malatestam Regios Typographos, senza anno; in-4º di pp. 419, oltre 42 in principio e 1 in fine non numerate; col ritratto del Ripamonti, disegnato dalloStorere inciso in rame dalBlanc.Josephi Ripamontii|canonici scalensis|chronistae urbis Mediolani|de Peste|quae fuit anno CIƆ|Ɔ CXXX. |libri V.|desumpti|ex Annalibus|urbis|quos LX.| Decurionum |autoritate|scribebat(In fine:) Mediolani | Apud Malatestas, Regios ac Ducales | Typographos, senza anno; in-4º di pp. 411, oltre 12 in principio e 1 in fine non numerate. [Nel primo libro tratta della carestia e della peste, nel secondo degli untori; il terzo ha per soggetto le geste del cardinale Federigo Borromeo e del clero durante il contagio; nel quarto parla del Magistrato di Sanità; nel quinto paragona la peste del 1630 con quelle precedenti. Le postille che vi fece il Manzoni sono a stampa a pp. 449-453 del vol. II delle sueOpere inedite o rare. Cfr. anche:La Peste di Milano del 1630 libri cinque, cavati dagli Annali della città e scritti per ordine dei XL Decurioni dal canonico della ScalaGiuseppe Ripamonti,istoriografo milanese, volgarizzati per la prima volta dall'originale latino daFrancesco Cusani,con introduzione e note, Milano, tipografia e libreria Pirotta, 1841; in-8º gr. di pp. XXXVI-362.—Cfr. pure:Cusani F.,Paolo Moriggia e Giuseppe Ripamonti, storici milanesi; nell'Archivio storico lombardo, ann. IV, fac. I, 31 marzo 1877, pp. 43-69].Borromeocard.Federigo,De pestilentia quae Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit; ms. nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. [Cfr.Galli G.Un'operetta del card. Federico Borromeo sopra la peste ed i«Promessi Sposi»; nell'Archivio storico lombardo, serie III, ann. XXX [1903], vol XX. pp. 110-137[135]In margine il Manzoni vi scrisse: «Stupido: gli parve Gervaso ed era Tonio». (Ed.)[136]Questo brano è tolto dal capitolo V del tomo IV. (Ed.)[137]Nel precedente capitolo, che è il settimo del tomo quarto, il Manzoni, tra le altre cose, descrisse l'incontro di Fermo col Padre Cristoforo nel lazzeretto. Ma di quei capitolo non restano che dei frammenti; e la scena dell'incontro in gran parte è perita. Eccone un saggio: «Gran Dio!» (è il Padre Cristoforo che parla) «questo flagello non corregge il mondo: è una grandine che percuote una vigna già maledetta: tanti grappoli abbatte, e quei che rimangono son più tristi, più agresti, più guasti di prima. Tu stesso, qui dove l'uomo non dovrebbe aver cuore che per la misericordia, tu odiavi ancora!Fermo non disse nulla, ma il suo volto esprimeva il pentimento.—Or va, disse il Padre, alzandosi; Iddio benedica le tue ricerche.—Vuol dire, Padre, ch'io la troverò? richiese Fermo ansiosamente, come se parlasse ad un uomo che ne potesse saper più di lui.—Cercala con perseveranza, rispose il Padre, cercala con rassegnazione. Iddio può fare che tu la trovi, ma non te l'ha promesso. Ti ha promesso di perdonare tutti i tuoi falli, se tu perdoni a chi t'ha offeso; ti ha promesso di renderti felice per sempre al fine di questa vita, se tu osservi la sua legge. Non ti basta? Va, e qualunque sia il frutto della tua ricerca, vieni a darmene contezza; noi ringrazieremo Iddio insieme. Così dicendo, egli pose le mani su le spalle di Fermo, e stette un momento colla faccia elevata, in atto di preghiera e di benedizione. Poi, staccandosi, disse: Intanto io pregherò per voi: assistendo a questi nostri fratelli, io pregherò per voi.Fermo si prostrò ginocchioni, stette un momento, con le mani compresse al volto, piangendo e pregando, s'alzò, guardò intorno, uscì dalla capanna, e si diresse alla chiesa, come gli aveva indicato il cappuccino. Egli era scomparso, e andava cercando intorno dove fosse più bisogno della sua assistenza». (Ed.)[138]Segue, cancellato: «lo spicciò in pochissimo tempo, Il signor Prospero gli tenue dietro. Lucia, alla quale erano toccati i servigj più». E di nuovo: «Don Ferrante l'appiccò al suo Prospero, questi ad una donna di casa, e questa a Lucia». (Ed.)[139]Aveva scritto, ma cancellò: «Il primo pensiero di Donna Prassede dopo questa disgrazia fu di congedar Prospero, e tutta l'altra gente di Don Ferrante, ma nè Prospero, nè gli altri gliene diedero il tempo, perchè egli il primo e tosto gli altri in fila s'infermarono, e furono». Segue, pur cancellato: «Donna Prassede, combattuta tra il timore di tenersi un appestato in casa e il timore di attirarvi i monatti, non risolse nulla, ma stette in una stanza remota, aspettando che». (Ed.)[140]Prima scrisse: «quando si sentisse appressare un carro del lazzeretto». (Ed.)[141]Segue, cancellato: «Quando Lucia nella sua angoscia aveva fatto quel voto, non credeva (e, se mal non mi ricordo, abbiam fatta questa riflessione a suo tempo) che». (Ed.)[142]È il principio del capitolo VIII del tomo IV. (Ed.)[143]Il Manzoni sopramandavaha scrittopioveva. (Ed.)
[124]A Sigismondo Boldoni, che visse dal 1597 al 1630, l'11 settembre del 1899 fu eretto un monumento nel suo nativo Bellano. L'ab. Luigi Vitali nel discorso inaugurale, che pronunziò, diceva: «il Boldoni, in alcune sue lettere, con viva e commovente verità, ci descrive una delle molte discese dei barbari, il passaggio dei Lanzichenecchi, descrizione che forse ha ispirato alcune delle belle pagine dell'immortale romanzoI Promessi Sposi». Cfr.Vitali L.,Patria e Religione, commemorazione, Milano, Cogliati, 1903; pp. 534-535. Da quelle lettere trasse infatti più d'una ispirazione il Manzoni. (Ed.)
[124]A Sigismondo Boldoni, che visse dal 1597 al 1630, l'11 settembre del 1899 fu eretto un monumento nel suo nativo Bellano. L'ab. Luigi Vitali nel discorso inaugurale, che pronunziò, diceva: «il Boldoni, in alcune sue lettere, con viva e commovente verità, ci descrive una delle molte discese dei barbari, il passaggio dei Lanzichenecchi, descrizione che forse ha ispirato alcune delle belle pagine dell'immortale romanzoI Promessi Sposi». Cfr.Vitali L.,Patria e Religione, commemorazione, Milano, Cogliati, 1903; pp. 534-535. Da quelle lettere trasse infatti più d'una ispirazione il Manzoni. (Ed.)
[125]Qui termina il capitolo I del tomo IV e incomincia quello II. (Ed.)
[125]Qui termina il capitolo I del tomo IV e incomincia quello II. (Ed.)
[126]Prima scrisse:piangolente. (Ed.)
[126]Prima scrisse:piangolente. (Ed.)
[127]Segue, cancellato: «La vita, signor curato, la vita, disse Perpetua». (Ed.)
[127]Segue, cancellato: «La vita, signor curato, la vita, disse Perpetua». (Ed.)
[128]In margine il Manzoni aggiunse: «son venuto a fuggir l'acqua sotto una grondaja». (Ed.)
[128]In margine il Manzoni aggiunse: «son venuto a fuggir l'acqua sotto una grondaja». (Ed.)
[129]Segue, cancellato: «Il Signor Lucio volle ancora opporsi, ma l'impressione di terrore che Don Ferrante aveva prodotto su gli uditori, gli rendeva poco disposti a sentire la forza delle opposizioni. Io non so niente, disse il primo, di tutte queste predizioni; so però che senza di esse si capisce benissimo perchè ora tanti muojano: muojono perchè è venuta la loro ora. Nessuno badò all'argomento del Signor Lucio». (Ed.)
[129]Segue, cancellato: «Il Signor Lucio volle ancora opporsi, ma l'impressione di terrore che Don Ferrante aveva prodotto su gli uditori, gli rendeva poco disposti a sentire la forza delle opposizioni. Io non so niente, disse il primo, di tutte queste predizioni; so però che senza di esse si capisce benissimo perchè ora tanti muojano: muojono perchè è venuta la loro ora. Nessuno badò all'argomento del Signor Lucio». (Ed.)
[130]Il Manzoni aveva in animo di rimaneggiare tutto il rimanente di questo brano. Infatti v'incollò un fogliolino, che dice: «Deduzione più logica: 1.) generazioni; e divenute poi il ludibrio delle generazioni susseguenti; 2.)Sarebbe una storiafino apiù di ammirazione; 3.)Talvolta senza richiami, etc. fino arifiutata avvertitamente; 4.) Conclusione:Ma una siffatta storia, etc. Rifondere il tutto per adattarlo alla nuova deduzione». (Ed.)
[130]Il Manzoni aveva in animo di rimaneggiare tutto il rimanente di questo brano. Infatti v'incollò un fogliolino, che dice: «Deduzione più logica: 1.) generazioni; e divenute poi il ludibrio delle generazioni susseguenti; 2.)Sarebbe una storiafino apiù di ammirazione; 3.)Talvolta senza richiami, etc. fino arifiutata avvertitamente; 4.) Conclusione:Ma una siffatta storia, etc. Rifondere il tutto per adattarlo alla nuova deduzione». (Ed.)
[131]Il Manzoni soppresse questo dialogo, con il quale termina il capitolo III del tomo IV della prima minuta; ma, nel capitolo XXXVII del testo definitivo, raccontando come morì don Ferrante, non mancò di esporre quello che esso pensava intorno la peste. Ecco le parole del Manzoni: «Di donna Prassede, quando si dice ch'era morta, è detto tutto; ma intorno a don Ferrante, trattandosi ch'era stato dotto, l'anonimo ha creduto d'estendersi un po' più; e noi, a nostro rischio, trascriveremo a un di presso quello che ne lasciò scritto.«Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de' più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all'ultimo, quell'opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione.«In rerum natura, diceva, non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser nè l'uno nè l'altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere; sicchè è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole. Non è sostanza aerea; perchè, se fosse tale, in vece di passar da un corpo all'altro, volerebbe subito alla sua sfera. Non è acquea; perchè bagnerebbe, e verrebbe asciugata da' venti. Non è ignea; perchè brucerebbe. Non è terrea; perchè sarebbe visibile. Sostanza composta, neppure; perchè a ogni modo dovrebbe esser sensibile all'occhio o al tatto; e questo contagio, chi l'ha veduto? chi l'ha toccato? Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; che questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro. Che se, per evitar questa Scilla, si riducono a dire che sia accidente prodotto, danno in Cariddi; perchè, se è prodotto, dunque non si comunica, non si propaga, come vanno blaterando. Posti questi princìpi, cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, di esantemi, d'antraci...?«Tutte corbellerie, scappò fuori una volta un tale.«No, no, riprese don Ferrante: non dico questo: la scienza è scienza; solo bisogna saperla adoprare. Vibici, esantemi, antraci, parotidi, bubboni violacei, furoncoli nigricanti, son tutte parole rispettabili, che hanno il loro significato bell'e buono; ma dico che non han che fare con la questione. Chi nega che ci possa essere di queste cose, anzi che ce ne sia? Tutto sta a veder di dove vengano.«Qui cominciavano i guai anche per don Ferrante. Fin che non faceva che dare addosso all'opinion del contagio, trovava per tutto orecchi attenti e ben disposti: perchè non si può spiegare quanto sia grande l'autorità d'un dotto di professione, allorchè vuoi dimostrare agli altri le cose di cui sono già persuasi. Ma quando veniva a distinguere, e a voler dimostrare che l'errore di que' medici non consisteva già nell'affermare che ci fosse un male terribile e generale; ma nell'assegnarne la cagione; allora (parlo de' primi tempi, in cui non si voleva sentir discorrere di peste), allora, in vece d'orecchi, trovava lingue ribelli, intrattabili; allora, di predicare a disteso era finita; e la sua dottrina non poteva più metterla fuori, che a pezzi e bocconi.«La c'è pur troppo la vera cagione, diceva; e son costretti a riconoscerla anche quelli che sostengono poi quell'altra così in aria... La neghino un poco, se possono, quella fatale congiunzione di Saturno con Giove. E quando mai s'è sentito dire che l'influenze si propaghino...? E lor signori mi vorranno negar l'influenze? Mi negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un guancialino...? Ma quel che non mi può entrare, è di questi signori medici; confessare che ci troviamo sotto una congiunzione così maligna, e poi venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non toccate là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il contatto materiale de' corpi terreni, potesse impedir l'effetto virtuale de' corpi celesti! E tanto affannarsi a bruciar de' cenci! Povera gente! brucerete Giove? brucerete Saturno?«His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s'attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle».Olindo Guerrini[Achillini e Manzoni; inLa Rassegna settimanale, di Roma, vol III, n.º 59, 16 febbraio 1879, pp. 130-131] notava, per il primo, che il ragionamento posto dal Manzoni in bocca a don Ferrante, lo «copiò di sana pianta, senza dirci dove l'avesse preso», e ne indicava la fonte: una lettera di Claudio Achillini ad Agostino Mascardi. Tornava a trattare la questione, con grande serenità e molto garbo,Luigi d'Isengard[Claudio Achillini e don Ferrante; inLa Rassegna nazionale, di Firenze, anno XX, vol 104, 1º decembre 1898, pp. 629-636.]Agostino Mascardi di Sarzana, che visse dal 1591 al 1640 ed ebbe grido tra' letterati d'allora, mentre a Milano e nel resto d'Italia infieriva la peste e correvano le più strane e orribili voci intorno gli untori, scriveva all'Achillini: «Ditemi, di grazia, signor Claudio, che credete delle cose di Milano? Non parlo degli accidenti di guerra e della peste, che per via d'ordinario contagio si propaga, ma di quell'altra, che si dice esser seminata dagli uomini con mistura d'incanto. Io per me, come non sono dei più arrendevoli a creder tutto quello che si attribuisce al diavolo, così non lodo l'ostinata credulità di certi filosofastri, che, per far troppo del saccente, danno nell'infedele. Che in altri tempi si sia trovata cotal sorte di peste, dalla malvagità degli uomini appiccata con diverse misture, è notissimo». Qui tira in ballo Seneca e Tito Livio, Paolo Diacono e Procopio, Pomponio Leto e Gregorio Nisseno, Evagrio, Cedreno e Sigiberto; poi prosegue: «Può nondimeno accadere che la moltitudine, credula al suo peggiore e inchinata alla superstizione, v'aggiunga molte cose del suo, in virtù dell'eccessivo timore che la toglie di senno. Però, figliuole della paura e della sciocchezza stimo io quelle larve di Principi, di vecchi e di palazzi, delle quali s'empiono i fogli di Lombardia, quando non sieno macchine mal composte di qualche ingegno, più curioso che discreto, per dar materia di spavento alla plebe, e agli uomini sensati o di riso o di sdegno. È certo nondimeno che nelle pubbliche calamità gli autori antichi osservano molte fiere visioni, o vere, o immaginate dalla paura... Tantochè, per abbattere dalle sue fondamenta Milano, era necessario che alla fame compassionevole, alle violenze di barbara soldatesca, alle ruine di tanti anni di guerra, alle stragi della peste comune, s'aggiungesse il veleno, dirò insanabile, se è composto fin nell'Inferno con liquori nel nostro mondo non conosciuti».L'Achillini gli rispondeva dalla sua villa al Sasso, nella valle del Reno, dove s'era rifugiato per paura del contagio: «È toccato alla peste lo svegliare il mio nome che dormiva sotto i ricchi padiglioni della vostra memoria: nè voglio già ringraziamela, perchè non merita grazie una siffatta disgrazia; ben rendo grazie a voi che cotanto m'avete onorato con la vostra eloquentissima ed eruditissima lettera, alla quale come potrò mai rispondere a parte a parte, se, subito ch'io l'ebbi ricevuta, vennero a me alcuni gentiluomini bolognesi, fra i quali un Paride letterato la riconobbe per un'Elena e me la rubò?... Voi mi richiedete il mio senso intorno agli spettri di Milano e alla magica peste portata dalla fama su certi fogli curiosi, che vanno attorno. Qui, o ragioniamo del potere, o del fatto. Se del potere, chiara cosa è, e la teologia non ci lascia dubitare, che il Demonio può naturalmente queste e cose maggiori, purchè Dio non gli sottragga il potere: intendo però, s'egli eserciterà le sue forze naturali dentro alla latitudine del moto locale, trasportando e applicando gli agenti alle materie: perchè se noi credessimo che nei predicamenti della qualità, della quantità o della sostanza egli potesse immediatamente produrre sì fatti termini, noi, s'io non m'inganno, faressimo errore. Se poi ragioniamo del fatto, certo che per le continue relazioni che vengono da Milano, anche in quest'ultimo spaccio, io molto agevolmente m'induco a crederlo; ma non già credo quelle favolose circostanze che questa estate andavano attorno, le inverisimilitudini delle quali erano troppe note a chi leggeva quei fogli: e che altre volte siano avvenute sì fatte pestilenze, o col concorso del Demonio, o con l'arte ignuda degli uomini, oltre le nobilissime autorità addotte da voi, io mi rimetto ad un certo trattatello manuscritto, che va attorno, il cui titolo è:De peste manufacta, nel quale sono registrate molte altre autorità di simil fatto; ma quello che mi confonde l'ingegno si è come si trovino uomini di barbarie tanto inumana, che cospirino coi Diavoli alla distruzione di tutta la propria spezie. Io qui impazzirei col pensarvi, e però vengo ad un'altra non meno curiosa maraviglia, e chieggo a voi che cosa è egli mai questo fomite, o seminario pestifero, che resta impresso nei panni e con fecondità così tragica fruttifica la morte delle famiglie e dei popoli interi? È egli accidente, o sostanza? Se accidente, o è trasportato, o prodotto; al primo modo repugna la filosofia, la quale non ammette il passaggio degli accidenti da un soggetto all'altro. Al secondo pare che ripugni il non potersi intendere con quale energia possa l'appestato tradurre dalle radici o dalle potenze dei panni agli atti una sì fatta qualità, oltre che non sarebbe agevol cosa lo assegnare in quale spezie di qualità dovesse riporsi. Se è sostanza, come vogliono tutti gli antichi e Greci e Latini, o è semplice, o è composta: se semplice, o ella è area, e perchè in breve tempo non vola alla sua sfera, liberandone i panni? O è acquea, e perchè non bagna, o non è dall'ambiente, tante volte accidentalmente secco, disseccata e consumata? O è ignea, e perchè non abbrugia? O è terrea, e perchè non si vede, o col tatto non si sente? Se è sostanza composta, torno a dire che dovrebbe, o coll'occhio, o col tatto discernersi; e pure egli è verissimo che un panno bianco, mondissimo agli occhi nostri, ucciderebbe una città intera».Queste lettere, che subito furon date alle stampe, levarono un gran rumore e più volte tornarono a veder la luce. La prima edizione ha questo titolo:Due lettere|L'una|Del Mascardi all'Achillini|L'altra|Dell'Achillini al Mascardi| sopra le presenti calamità.|Dedicate all'Illustriss. Signora|D. Maria Pepoli|Contessa di Castiglione, Sparvi,|E Barragazza.|In Bologna, per Francesco Casanio 1630. Con licenza de' Superiori|Ad istanza di Bartolomeo Cavalieri et Cesare Ingegneri; in-4º picc. di pp. 24. Furono riprodotte:In Firenze,MDCXXXI. |Nella Stamperia di Pietro Nesti al Sole|con licenza de' superiori; in-4º di pp. 16—In Roma, Per Lodovico Grignani,MDCXXXI. | Con Licenza de' Superiori; in-4º di pp. 20—e In Roma, et in Milano|Ad istanza di Gio. Batt. Bidelli|MDCXXXI; in-18º di pp. 32. Poi vennero inserite nella raccolta delleRime e prosedell'Achillini, stampata a Venezia nel 1656, 1673, ecc. È probabile che il Manzoni leggesse la lettera ispiratrice in una di queste ultime edizioni; ma non si può escludere che potesse avere avuto tra mano anche una delle altre stampe, sebbene assai rare. Infatti consultò un numero grande di libri e di opuscoli intorno alla peste del 1630; quanti ne potè trovare. E poi pizzicava di bibliofilo. Sta lì a provarlo un esemplare, postillato di suo pugno, dellaSerie|de'|testi di lingua|usati a stampa nel Vocabolario|degli Accademici della Crusca|con aggiunte|di altre edizioni da accreditati scrittori molto pregiate,|e di osservazioni critico-bibliografiche,|Bassano MDCCCV. Dalla Tipografia Remondiniana|con R. permissione; in-8º; che si conserva nella libreria di Brusuglio.Il prof.Lorenzo Stoppato[La Biblioteca di Don Ferrante, Milano, tip. Bortolotti di G. Prato, 1887; pp. 47-49] pigliò le difese di don Ferrante, ponendogli in bocca questa risposta al Guerrini: «Caro signor mio, Ella mi imputa di plagio? Ma non sa Ella che il distinguere frasostanzaeaccidenteè una delle formule più consuete e precise della filosofia aristotelica, e che l'applicazione della formula importa uno sviluppo eguale di ragionamento, per ogni caso? Che non varia altro che la materia alla quale viene applicata? E mi crede così da poco da aver bisogno di copiare un ragionamento, come farebbe uno scolaretto? E Lei mi fa un gran caso dell'aver io considerata la peste come sostanza e come accidente? Ma non sa che gli scolastici hanno disputato per fino se Dio fosse accidente o sostanza». Fin qui la difesa non fa una grinza; dove zoppica è in quello che segue: «Nè mi venga a dire che io ho copiato dall'Achillini... Dica piuttosto che anche l'Achillini ha copiato quel ragionamento, e lo ha copiato precisamente da Massimiliano Viani di Pallanza. Costui infatti, nei suoiDialoghi su i rimedi efficacissimi per guardarsi dal mal contagioso, stampati a Milano, dal Rolla, l'anno 1630, a pag. 40» [correggi pp. 44-45], «scrive:—Per compiacervi dirò quello che dice alcuno filosofo sopra tali particolari, circa il punto che sii questo fomite, o seminario pestifero... Se egli sii accidente, o sustanza. Se accidente, o è trasportato, o è prodotto. Al primo modo repugna la filosofia, la qual non ammette passaggio degli accidenti da un soggetto all'altro... Se sustanza, o è semplice, o è composta. Se è semplice, o ella è aerea, e perchè in breve tempo non vola alla sua sfera? O è acquea, e perchè, o non bagna, o non è dall'ambiente, tante volte accidentalmente secco, disseccata e consumata? O è ignea, e perchè non abbrucia? O è terrea, e perchè, o non si vede, o col tatto non si sente? Se è sostanza composta, dicono che dovrebbe, o con l'occhio, o col tatto discernersi... Quanto poi alla generazione di questo male, può seguire per alterazione o correzione d'aere, cioè per l'aere viziato e corrotto per aspetti nemici di stelle—». Lo Stoppato conchiude: «Eccovi, caro signor critico, che anche il vostro Achillini è un plagiario e ha copiatoad litteramdal Viani».Ho qui dinanzi il suo libro e comincio col trascriverne il titolo:Remedii efficacissimi|per|guardarsi dal mal contaggioso,|Accioche non vadi infettando i Vicini,|nè faccia progresso;|con altri avertimenti|necessarii per tali bisogni.|Opera| composta in forma di Dialogo |daMassimigliano Viani|di Pallanza|Per beneficio pubblico.|In Milano,|Appresso Carlo Francesco Rolla Stampat.|vicino al Verzaro.È un volumetto in-8º di pp. 51, oltre 8 in principio e 3 in fine. L'anno manca; ma si deduce dalla lettera dedicatoria del VianiAll'Ill.moMagistrato della Sanità dello Stato di Milano, scritta da «Milano li 23. Giugno 1657»; nonchè dall'approvazione del Magistrato stesso, che è del 27 del medesimo mese. In questa approvazione si commenda anche il libro, e si esortano le Comunità, «per il loro particolare beneficio, a provvedersene d'una copia, prohibendosi a ciascun stampatore et ad ogni altra persona il stampare, far stampare, o introdurre da di fuori di questo Stato per anni dodici prossimi avvenire la medesima opera; et ciò sotto pene pecuniarie et anco corporali». Ecco dunque provato che l'Achillini non è per nulla un plagiario. Lo sarà il Manzoni? Osserva Luigi Morandi [cfr.La Perseveranzadel 19 febbraio 1879]: non solo non può parlarsi «di plagio, ma neppure d'imitazione, almeno nel senso più ovvio che si da a questa parola»; è «una trovata storica», la quale prova che anche i personaggi e i fatti inventati, furono dal Manzoni «coloriti con tinte ricavate da fatti e da personaggi consimili e realmente storici di quel tempo». Ribadisce Orazio Bacci: «Non si potrebbe parlar mai di un plagio, sibbene di un substrato storico—quasi direi—che l'autore volle dare alla sua figura; e la citazione della fonte non era necessaria, nè forse artisticamente possibile». Notevole è poi ciò che scrive il D'Isengard: «Che il Manzoni, volendo ritrarre nel suo romanzo la Lombardia del secolo XVII, abbia fatto uno studio accuratissimo di quell'età, dei luoghi, dei costumi, dei caratteri e degli avvenimenti, è cosa risaputa... Non si contentò di studiare quel secolo nelle linee principali, ma scese ai particolari; ben sapendo che ifatti minimi, come insegnò Bacone, giovano a spiegare ifatti massimi. Colla virtù assimilativa dei grandi ingegni, e coll'industriosa abilità delle api, fabbricava il suo miele. Nel libro di Stefano Stampa si legge:—Una volta mi mostrò nel Ripamonti [Qui lo Stampa è tradito dalla memoria. Gli mostrò invece il La Croce, dove a pag. 77 si riporta la predica. (Ed.)] il testo somigliantissimo della predica del padre Felice, dicendo:—Vedi son quasi le stesse parole delle quali mi son servito io.—Della lettera dell'Achillini avrebbe potuto dire egualmente: Vedete, per far parlare a don Ferrante il linguaggio della pedanteria, con tutti gli errori e le superstizioni del tempo, non m'è parso vero di trovare in quella lettera il fatto mio. Ma come l'orpello dell'Achillini nel crogiuolo manzoniano sia divenuto oro purissimo, questo è un segreto dell'arte».Giuseppe Galli[Un'operetta inedita del Card. Federico Borromeo sopra la peste in Milano ed i«Promessi Sposi»; nell'Archivio storico lombardo, ann. XXX, vol XX, pp. 110-137] scoprì che il Manzoni approfittò di un'opinione espressa dal Lampugnano a p. 13 del suo libro:La peste seguita a Milano l'anno 1630, stampato nel 1634, per metterla in bocca a don Ferrante. L'opinione del Lampugnano è questa: «Nè finalmente mi da l'animo di concedere che la peste sia qualità contagiosa. Perchè sarebbe accidente. Nè potendo l'accidente essere contrario alla sostanza, non capisco come possa da subietto in subietto passare ad operare la corruzione». Sentiamo adesso la medesima opinione uscita dal crogiuolo manzoniano: «Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; che questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro».Il Manzoni dice che nella «scienza cavalleresca» don Ferrante «meritava e godeva il titolo di professore», e non a torto, giacchè «aveva nella sua libreria, e si può dire in testa, le opere degli scrittori più riputati in tal materia: Paride dal Pozzo, Fausto da Longiano, l'Urrea, il Muzio, il Romei, l'Albergato, il Forno primo e il Forno secondo di Torquato Tasso».Il Forno o vero della nobiltà, dialogo del signor Torquato Tasso, vide la luce a Vicenza, nel 1581, per Pierin Libraro; ilTrattato del modo di ridurre a pace l'inimicitie private, di Fabio Albergati, fu pubblicato a Roma, co' torchi dello Zannetti, nel 1583; iDiscorsi cavallereschi del conteAnnibale Romei,divisi in cinque giornate, vennero impressi a Venezia dallo Ziletti nel 1585. Di Girolamo Muzio, giustinopolitano, si hanno ben cinque opere:Le Risposte cavalleresche, Venezia, Giolito, 1551;Il Duello, Venezia, Giolito, 1558;La Faustina, dell'armi cavalleresche a' Principi e cavalieri d'onore, Venezia, Valgrisi, 1560;Il Cavaliero, Roma, Blado, 1569;Il Gentilhuomo, distinto in tre dialoghi, Venezia, Valvassori, 1575. Lo spagnuolo Girolamo d'Urrea è autore delDialogo del vero onore militare, nel quale si definiscono tutte le querele che possono occorrere fra l'uno e l'altro uomo, con notabili esempi di antichi e moderni, che fu tradotto in italiano da Girolamo Ulloa e stampato a Venezia dal Sessa nel 1569. Di Fausto da Longiano si haIl Gentilhuomo, diviso in due parti, Venezia, 1542 e 1544; e IlDuello regolato alle leggi dell'onore, con tutti i cartelli missivi e responsivi, Venezia, Valgrisi, 1552; e di Paride dal Pozzo iLibri IX del Duello, Venezia, 1521. Oltre questi «antichi», c'era un suo contemporaneo, che don Ferrante riteneva «l'autore degli autori», il «celebre Francesco Birago». E anzi il Manzoni nota che «fin da quando venner fuori iDiscorsi cavallereschidi quell'insigne scrittore, don Ferrante pronosticò, senza esitazione, che quest'opera avrebbe rovinata l'autorità dell'Olevano, e sarebbe rimasta, insieme con l'altre sue nobili sorelle, come codice di primaria autorità presso i posteri».Li Discorsi cavallereschi del SignorFrancesco Birago,Signore di Melone e di Siciano, ne' quali, con rifiutar la dottrina cavalleresca del Signor Gio: Battista Olevano, s'insegna a racchettare honorevolmente le querele nate per cagione d'honore, ebbero una prima edizione a Milano, dal Bidelli, nel 1622, che poi li ristampò «riveduti et accresciuti» nel 1628. Oltre unTrattato cinegetico, o vero della Caccia, Milano, Bidelli, 1628, il Birago compose tre altre opere cavalleresche, «nobili sorelle» de'Discorsi, cioè:Dichiaratione et avvertimenti poetici, istorici, politici, cavallereschi e morali sullaGerusalemme conquistatadel Tasso, Milano, Somasco, 1616;Consigli cavallereschi, ne' quali si ragiona circa il modo di far le paci, con un'Apologia cavalleresca per il Sig. Torquato Tasso, Milano, Bidelli, 1623; e leDecisioni cavalleresche. Si hanno insieme raccolte col titolo:Opere cavalleresche del SignorFrancesco Birago,distinte in quattro libri, cioè; Discorsi, Consigli libro I e II e Decisioni, Bologna, Longhi, 1686; in-4º.Il dott.Ubaldo Mazzini[La Cavalleria nei Promessi Sposi, nuovo contributo alla ricerca dei fonti manzoniani; nellaRassegna nazionale, di Firenze, ann. XXI, vol. 109 della collezione, 16 settembre 1899, pp. 333-346], ritiene che il Manzoni «ha avuto per guida un'opera soltanto d'un solo di quegli autori», iConsigli cavallereschidel Birago. «Gli altri autori e le loro opere» (così il Mazzini) «ha trovato citati ne'Consigliad ogni capitolo, ad ogni pagina, e parecchie volte: con questo però non voglio escludere che egli li abbia consultati;ma più letti che studiati, come direbbe egli stesso». No: il Manzoni era troppo coscienzioso, troppo diligente, per contentarsi di bere a una sola fontana; gli ha letti tutti, gli ha tutti studiati; c'è da giurarlo. Scorrendo iConsigli(è sempre il Mazzini che scrive) «non solo è facilissimo trovarvi il riscontro con alcuni passi deiPromessi Sposi, ma ben si comprende ancora come abbia fatto del Birago l'autore prediletto di don Ferrante, il suo amico; come io elevi sopra tutti gli altri, e il perchè della profezia intorno all'Olevano. Ultimo venuto nella nobile falange dei trattatisti dell'honore, contemporaneo e compatriota di don Ferrante, il Birago, per lo stile, il gusto, il modo di argomentare caratteristico dell'età in cui visse, è ben naturale che tanto andasse a' versi di don Ferrante... Si può pensare che lo stesso nome di don Ferrante il Manzoni l'abbia tratto daiConsiglidel Birago, giacchè nel Consiglio IV, in cui si esamina ilcaso di chi pretende essergli stato venuto meno della parola, si tratta appunto della vertenza insorta tra certo signorFeranteNovà ed il signor Giovaniacomo Latuada».Intorno a questa incarnazione d'un dotto del Seicento, morto, «come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle», è pure da consultarsi:Albertazzi A.,Don Ferrante, inFanfulla della Domenica, ann. XXII, n. 6. (Ed.)
[131]Il Manzoni soppresse questo dialogo, con il quale termina il capitolo III del tomo IV della prima minuta; ma, nel capitolo XXXVII del testo definitivo, raccontando come morì don Ferrante, non mancò di esporre quello che esso pensava intorno la peste. Ecco le parole del Manzoni: «Di donna Prassede, quando si dice ch'era morta, è detto tutto; ma intorno a don Ferrante, trattandosi ch'era stato dotto, l'anonimo ha creduto d'estendersi un po' più; e noi, a nostro rischio, trascriveremo a un di presso quello che ne lasciò scritto.
«Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de' più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all'ultimo, quell'opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione.
«In rerum natura, diceva, non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser nè l'uno nè l'altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere; sicchè è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole. Non è sostanza aerea; perchè, se fosse tale, in vece di passar da un corpo all'altro, volerebbe subito alla sua sfera. Non è acquea; perchè bagnerebbe, e verrebbe asciugata da' venti. Non è ignea; perchè brucerebbe. Non è terrea; perchè sarebbe visibile. Sostanza composta, neppure; perchè a ogni modo dovrebbe esser sensibile all'occhio o al tatto; e questo contagio, chi l'ha veduto? chi l'ha toccato? Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; che questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro. Che se, per evitar questa Scilla, si riducono a dire che sia accidente prodotto, danno in Cariddi; perchè, se è prodotto, dunque non si comunica, non si propaga, come vanno blaterando. Posti questi princìpi, cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, di esantemi, d'antraci...?
«Tutte corbellerie, scappò fuori una volta un tale.
«No, no, riprese don Ferrante: non dico questo: la scienza è scienza; solo bisogna saperla adoprare. Vibici, esantemi, antraci, parotidi, bubboni violacei, furoncoli nigricanti, son tutte parole rispettabili, che hanno il loro significato bell'e buono; ma dico che non han che fare con la questione. Chi nega che ci possa essere di queste cose, anzi che ce ne sia? Tutto sta a veder di dove vengano.
«Qui cominciavano i guai anche per don Ferrante. Fin che non faceva che dare addosso all'opinion del contagio, trovava per tutto orecchi attenti e ben disposti: perchè non si può spiegare quanto sia grande l'autorità d'un dotto di professione, allorchè vuoi dimostrare agli altri le cose di cui sono già persuasi. Ma quando veniva a distinguere, e a voler dimostrare che l'errore di que' medici non consisteva già nell'affermare che ci fosse un male terribile e generale; ma nell'assegnarne la cagione; allora (parlo de' primi tempi, in cui non si voleva sentir discorrere di peste), allora, in vece d'orecchi, trovava lingue ribelli, intrattabili; allora, di predicare a disteso era finita; e la sua dottrina non poteva più metterla fuori, che a pezzi e bocconi.
«La c'è pur troppo la vera cagione, diceva; e son costretti a riconoscerla anche quelli che sostengono poi quell'altra così in aria... La neghino un poco, se possono, quella fatale congiunzione di Saturno con Giove. E quando mai s'è sentito dire che l'influenze si propaghino...? E lor signori mi vorranno negar l'influenze? Mi negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un guancialino...? Ma quel che non mi può entrare, è di questi signori medici; confessare che ci troviamo sotto una congiunzione così maligna, e poi venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non toccate là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il contatto materiale de' corpi terreni, potesse impedir l'effetto virtuale de' corpi celesti! E tanto affannarsi a bruciar de' cenci! Povera gente! brucerete Giove? brucerete Saturno?
«His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s'attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle».
Olindo Guerrini[Achillini e Manzoni; inLa Rassegna settimanale, di Roma, vol III, n.º 59, 16 febbraio 1879, pp. 130-131] notava, per il primo, che il ragionamento posto dal Manzoni in bocca a don Ferrante, lo «copiò di sana pianta, senza dirci dove l'avesse preso», e ne indicava la fonte: una lettera di Claudio Achillini ad Agostino Mascardi. Tornava a trattare la questione, con grande serenità e molto garbo,Luigi d'Isengard[Claudio Achillini e don Ferrante; inLa Rassegna nazionale, di Firenze, anno XX, vol 104, 1º decembre 1898, pp. 629-636.]
Agostino Mascardi di Sarzana, che visse dal 1591 al 1640 ed ebbe grido tra' letterati d'allora, mentre a Milano e nel resto d'Italia infieriva la peste e correvano le più strane e orribili voci intorno gli untori, scriveva all'Achillini: «Ditemi, di grazia, signor Claudio, che credete delle cose di Milano? Non parlo degli accidenti di guerra e della peste, che per via d'ordinario contagio si propaga, ma di quell'altra, che si dice esser seminata dagli uomini con mistura d'incanto. Io per me, come non sono dei più arrendevoli a creder tutto quello che si attribuisce al diavolo, così non lodo l'ostinata credulità di certi filosofastri, che, per far troppo del saccente, danno nell'infedele. Che in altri tempi si sia trovata cotal sorte di peste, dalla malvagità degli uomini appiccata con diverse misture, è notissimo». Qui tira in ballo Seneca e Tito Livio, Paolo Diacono e Procopio, Pomponio Leto e Gregorio Nisseno, Evagrio, Cedreno e Sigiberto; poi prosegue: «Può nondimeno accadere che la moltitudine, credula al suo peggiore e inchinata alla superstizione, v'aggiunga molte cose del suo, in virtù dell'eccessivo timore che la toglie di senno. Però, figliuole della paura e della sciocchezza stimo io quelle larve di Principi, di vecchi e di palazzi, delle quali s'empiono i fogli di Lombardia, quando non sieno macchine mal composte di qualche ingegno, più curioso che discreto, per dar materia di spavento alla plebe, e agli uomini sensati o di riso o di sdegno. È certo nondimeno che nelle pubbliche calamità gli autori antichi osservano molte fiere visioni, o vere, o immaginate dalla paura... Tantochè, per abbattere dalle sue fondamenta Milano, era necessario che alla fame compassionevole, alle violenze di barbara soldatesca, alle ruine di tanti anni di guerra, alle stragi della peste comune, s'aggiungesse il veleno, dirò insanabile, se è composto fin nell'Inferno con liquori nel nostro mondo non conosciuti».
L'Achillini gli rispondeva dalla sua villa al Sasso, nella valle del Reno, dove s'era rifugiato per paura del contagio: «È toccato alla peste lo svegliare il mio nome che dormiva sotto i ricchi padiglioni della vostra memoria: nè voglio già ringraziamela, perchè non merita grazie una siffatta disgrazia; ben rendo grazie a voi che cotanto m'avete onorato con la vostra eloquentissima ed eruditissima lettera, alla quale come potrò mai rispondere a parte a parte, se, subito ch'io l'ebbi ricevuta, vennero a me alcuni gentiluomini bolognesi, fra i quali un Paride letterato la riconobbe per un'Elena e me la rubò?... Voi mi richiedete il mio senso intorno agli spettri di Milano e alla magica peste portata dalla fama su certi fogli curiosi, che vanno attorno. Qui, o ragioniamo del potere, o del fatto. Se del potere, chiara cosa è, e la teologia non ci lascia dubitare, che il Demonio può naturalmente queste e cose maggiori, purchè Dio non gli sottragga il potere: intendo però, s'egli eserciterà le sue forze naturali dentro alla latitudine del moto locale, trasportando e applicando gli agenti alle materie: perchè se noi credessimo che nei predicamenti della qualità, della quantità o della sostanza egli potesse immediatamente produrre sì fatti termini, noi, s'io non m'inganno, faressimo errore. Se poi ragioniamo del fatto, certo che per le continue relazioni che vengono da Milano, anche in quest'ultimo spaccio, io molto agevolmente m'induco a crederlo; ma non già credo quelle favolose circostanze che questa estate andavano attorno, le inverisimilitudini delle quali erano troppe note a chi leggeva quei fogli: e che altre volte siano avvenute sì fatte pestilenze, o col concorso del Demonio, o con l'arte ignuda degli uomini, oltre le nobilissime autorità addotte da voi, io mi rimetto ad un certo trattatello manuscritto, che va attorno, il cui titolo è:De peste manufacta, nel quale sono registrate molte altre autorità di simil fatto; ma quello che mi confonde l'ingegno si è come si trovino uomini di barbarie tanto inumana, che cospirino coi Diavoli alla distruzione di tutta la propria spezie. Io qui impazzirei col pensarvi, e però vengo ad un'altra non meno curiosa maraviglia, e chieggo a voi che cosa è egli mai questo fomite, o seminario pestifero, che resta impresso nei panni e con fecondità così tragica fruttifica la morte delle famiglie e dei popoli interi? È egli accidente, o sostanza? Se accidente, o è trasportato, o prodotto; al primo modo repugna la filosofia, la quale non ammette il passaggio degli accidenti da un soggetto all'altro. Al secondo pare che ripugni il non potersi intendere con quale energia possa l'appestato tradurre dalle radici o dalle potenze dei panni agli atti una sì fatta qualità, oltre che non sarebbe agevol cosa lo assegnare in quale spezie di qualità dovesse riporsi. Se è sostanza, come vogliono tutti gli antichi e Greci e Latini, o è semplice, o è composta: se semplice, o ella è area, e perchè in breve tempo non vola alla sua sfera, liberandone i panni? O è acquea, e perchè non bagna, o non è dall'ambiente, tante volte accidentalmente secco, disseccata e consumata? O è ignea, e perchè non abbrugia? O è terrea, e perchè non si vede, o col tatto non si sente? Se è sostanza composta, torno a dire che dovrebbe, o coll'occhio, o col tatto discernersi; e pure egli è verissimo che un panno bianco, mondissimo agli occhi nostri, ucciderebbe una città intera».
Queste lettere, che subito furon date alle stampe, levarono un gran rumore e più volte tornarono a veder la luce. La prima edizione ha questo titolo:Due lettere|L'una|Del Mascardi all'Achillini|L'altra|Dell'Achillini al Mascardi| sopra le presenti calamità.|Dedicate all'Illustriss. Signora|D. Maria Pepoli|Contessa di Castiglione, Sparvi,|E Barragazza.|In Bologna, per Francesco Casanio 1630. Con licenza de' Superiori|Ad istanza di Bartolomeo Cavalieri et Cesare Ingegneri; in-4º picc. di pp. 24. Furono riprodotte:In Firenze,MDCXXXI. |Nella Stamperia di Pietro Nesti al Sole|con licenza de' superiori; in-4º di pp. 16—In Roma, Per Lodovico Grignani,MDCXXXI. | Con Licenza de' Superiori; in-4º di pp. 20—e In Roma, et in Milano|Ad istanza di Gio. Batt. Bidelli|MDCXXXI; in-18º di pp. 32. Poi vennero inserite nella raccolta delleRime e prosedell'Achillini, stampata a Venezia nel 1656, 1673, ecc. È probabile che il Manzoni leggesse la lettera ispiratrice in una di queste ultime edizioni; ma non si può escludere che potesse avere avuto tra mano anche una delle altre stampe, sebbene assai rare. Infatti consultò un numero grande di libri e di opuscoli intorno alla peste del 1630; quanti ne potè trovare. E poi pizzicava di bibliofilo. Sta lì a provarlo un esemplare, postillato di suo pugno, dellaSerie|de'|testi di lingua|usati a stampa nel Vocabolario|degli Accademici della Crusca|con aggiunte|di altre edizioni da accreditati scrittori molto pregiate,|e di osservazioni critico-bibliografiche,|Bassano MDCCCV. Dalla Tipografia Remondiniana|con R. permissione; in-8º; che si conserva nella libreria di Brusuglio.
Il prof.Lorenzo Stoppato[La Biblioteca di Don Ferrante, Milano, tip. Bortolotti di G. Prato, 1887; pp. 47-49] pigliò le difese di don Ferrante, ponendogli in bocca questa risposta al Guerrini: «Caro signor mio, Ella mi imputa di plagio? Ma non sa Ella che il distinguere frasostanzaeaccidenteè una delle formule più consuete e precise della filosofia aristotelica, e che l'applicazione della formula importa uno sviluppo eguale di ragionamento, per ogni caso? Che non varia altro che la materia alla quale viene applicata? E mi crede così da poco da aver bisogno di copiare un ragionamento, come farebbe uno scolaretto? E Lei mi fa un gran caso dell'aver io considerata la peste come sostanza e come accidente? Ma non sa che gli scolastici hanno disputato per fino se Dio fosse accidente o sostanza». Fin qui la difesa non fa una grinza; dove zoppica è in quello che segue: «Nè mi venga a dire che io ho copiato dall'Achillini... Dica piuttosto che anche l'Achillini ha copiato quel ragionamento, e lo ha copiato precisamente da Massimiliano Viani di Pallanza. Costui infatti, nei suoiDialoghi su i rimedi efficacissimi per guardarsi dal mal contagioso, stampati a Milano, dal Rolla, l'anno 1630, a pag. 40» [correggi pp. 44-45], «scrive:—Per compiacervi dirò quello che dice alcuno filosofo sopra tali particolari, circa il punto che sii questo fomite, o seminario pestifero... Se egli sii accidente, o sustanza. Se accidente, o è trasportato, o è prodotto. Al primo modo repugna la filosofia, la qual non ammette passaggio degli accidenti da un soggetto all'altro... Se sustanza, o è semplice, o è composta. Se è semplice, o ella è aerea, e perchè in breve tempo non vola alla sua sfera? O è acquea, e perchè, o non bagna, o non è dall'ambiente, tante volte accidentalmente secco, disseccata e consumata? O è ignea, e perchè non abbrucia? O è terrea, e perchè, o non si vede, o col tatto non si sente? Se è sostanza composta, dicono che dovrebbe, o con l'occhio, o col tatto discernersi... Quanto poi alla generazione di questo male, può seguire per alterazione o correzione d'aere, cioè per l'aere viziato e corrotto per aspetti nemici di stelle—». Lo Stoppato conchiude: «Eccovi, caro signor critico, che anche il vostro Achillini è un plagiario e ha copiatoad litteramdal Viani».
Ho qui dinanzi il suo libro e comincio col trascriverne il titolo:Remedii efficacissimi|per|guardarsi dal mal contaggioso,|Accioche non vadi infettando i Vicini,|nè faccia progresso;|con altri avertimenti|necessarii per tali bisogni.|Opera| composta in forma di Dialogo |daMassimigliano Viani|di Pallanza|Per beneficio pubblico.|In Milano,|Appresso Carlo Francesco Rolla Stampat.|vicino al Verzaro.È un volumetto in-8º di pp. 51, oltre 8 in principio e 3 in fine. L'anno manca; ma si deduce dalla lettera dedicatoria del VianiAll'Ill.moMagistrato della Sanità dello Stato di Milano, scritta da «Milano li 23. Giugno 1657»; nonchè dall'approvazione del Magistrato stesso, che è del 27 del medesimo mese. In questa approvazione si commenda anche il libro, e si esortano le Comunità, «per il loro particolare beneficio, a provvedersene d'una copia, prohibendosi a ciascun stampatore et ad ogni altra persona il stampare, far stampare, o introdurre da di fuori di questo Stato per anni dodici prossimi avvenire la medesima opera; et ciò sotto pene pecuniarie et anco corporali». Ecco dunque provato che l'Achillini non è per nulla un plagiario. Lo sarà il Manzoni? Osserva Luigi Morandi [cfr.La Perseveranzadel 19 febbraio 1879]: non solo non può parlarsi «di plagio, ma neppure d'imitazione, almeno nel senso più ovvio che si da a questa parola»; è «una trovata storica», la quale prova che anche i personaggi e i fatti inventati, furono dal Manzoni «coloriti con tinte ricavate da fatti e da personaggi consimili e realmente storici di quel tempo». Ribadisce Orazio Bacci: «Non si potrebbe parlar mai di un plagio, sibbene di un substrato storico—quasi direi—che l'autore volle dare alla sua figura; e la citazione della fonte non era necessaria, nè forse artisticamente possibile». Notevole è poi ciò che scrive il D'Isengard: «Che il Manzoni, volendo ritrarre nel suo romanzo la Lombardia del secolo XVII, abbia fatto uno studio accuratissimo di quell'età, dei luoghi, dei costumi, dei caratteri e degli avvenimenti, è cosa risaputa... Non si contentò di studiare quel secolo nelle linee principali, ma scese ai particolari; ben sapendo che ifatti minimi, come insegnò Bacone, giovano a spiegare ifatti massimi. Colla virtù assimilativa dei grandi ingegni, e coll'industriosa abilità delle api, fabbricava il suo miele. Nel libro di Stefano Stampa si legge:—Una volta mi mostrò nel Ripamonti [Qui lo Stampa è tradito dalla memoria. Gli mostrò invece il La Croce, dove a pag. 77 si riporta la predica. (Ed.)] il testo somigliantissimo della predica del padre Felice, dicendo:—Vedi son quasi le stesse parole delle quali mi son servito io.—Della lettera dell'Achillini avrebbe potuto dire egualmente: Vedete, per far parlare a don Ferrante il linguaggio della pedanteria, con tutti gli errori e le superstizioni del tempo, non m'è parso vero di trovare in quella lettera il fatto mio. Ma come l'orpello dell'Achillini nel crogiuolo manzoniano sia divenuto oro purissimo, questo è un segreto dell'arte».Giuseppe Galli[Un'operetta inedita del Card. Federico Borromeo sopra la peste in Milano ed i«Promessi Sposi»; nell'Archivio storico lombardo, ann. XXX, vol XX, pp. 110-137] scoprì che il Manzoni approfittò di un'opinione espressa dal Lampugnano a p. 13 del suo libro:La peste seguita a Milano l'anno 1630, stampato nel 1634, per metterla in bocca a don Ferrante. L'opinione del Lampugnano è questa: «Nè finalmente mi da l'animo di concedere che la peste sia qualità contagiosa. Perchè sarebbe accidente. Nè potendo l'accidente essere contrario alla sostanza, non capisco come possa da subietto in subietto passare ad operare la corruzione». Sentiamo adesso la medesima opinione uscita dal crogiuolo manzoniano: «Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; che questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro».
Il Manzoni dice che nella «scienza cavalleresca» don Ferrante «meritava e godeva il titolo di professore», e non a torto, giacchè «aveva nella sua libreria, e si può dire in testa, le opere degli scrittori più riputati in tal materia: Paride dal Pozzo, Fausto da Longiano, l'Urrea, il Muzio, il Romei, l'Albergato, il Forno primo e il Forno secondo di Torquato Tasso».
Il Forno o vero della nobiltà, dialogo del signor Torquato Tasso, vide la luce a Vicenza, nel 1581, per Pierin Libraro; ilTrattato del modo di ridurre a pace l'inimicitie private, di Fabio Albergati, fu pubblicato a Roma, co' torchi dello Zannetti, nel 1583; iDiscorsi cavallereschi del conteAnnibale Romei,divisi in cinque giornate, vennero impressi a Venezia dallo Ziletti nel 1585. Di Girolamo Muzio, giustinopolitano, si hanno ben cinque opere:Le Risposte cavalleresche, Venezia, Giolito, 1551;Il Duello, Venezia, Giolito, 1558;La Faustina, dell'armi cavalleresche a' Principi e cavalieri d'onore, Venezia, Valgrisi, 1560;Il Cavaliero, Roma, Blado, 1569;Il Gentilhuomo, distinto in tre dialoghi, Venezia, Valvassori, 1575. Lo spagnuolo Girolamo d'Urrea è autore delDialogo del vero onore militare, nel quale si definiscono tutte le querele che possono occorrere fra l'uno e l'altro uomo, con notabili esempi di antichi e moderni, che fu tradotto in italiano da Girolamo Ulloa e stampato a Venezia dal Sessa nel 1569. Di Fausto da Longiano si haIl Gentilhuomo, diviso in due parti, Venezia, 1542 e 1544; e IlDuello regolato alle leggi dell'onore, con tutti i cartelli missivi e responsivi, Venezia, Valgrisi, 1552; e di Paride dal Pozzo iLibri IX del Duello, Venezia, 1521. Oltre questi «antichi», c'era un suo contemporaneo, che don Ferrante riteneva «l'autore degli autori», il «celebre Francesco Birago». E anzi il Manzoni nota che «fin da quando venner fuori iDiscorsi cavallereschidi quell'insigne scrittore, don Ferrante pronosticò, senza esitazione, che quest'opera avrebbe rovinata l'autorità dell'Olevano, e sarebbe rimasta, insieme con l'altre sue nobili sorelle, come codice di primaria autorità presso i posteri».Li Discorsi cavallereschi del SignorFrancesco Birago,Signore di Melone e di Siciano, ne' quali, con rifiutar la dottrina cavalleresca del Signor Gio: Battista Olevano, s'insegna a racchettare honorevolmente le querele nate per cagione d'honore, ebbero una prima edizione a Milano, dal Bidelli, nel 1622, che poi li ristampò «riveduti et accresciuti» nel 1628. Oltre unTrattato cinegetico, o vero della Caccia, Milano, Bidelli, 1628, il Birago compose tre altre opere cavalleresche, «nobili sorelle» de'Discorsi, cioè:Dichiaratione et avvertimenti poetici, istorici, politici, cavallereschi e morali sullaGerusalemme conquistatadel Tasso, Milano, Somasco, 1616;Consigli cavallereschi, ne' quali si ragiona circa il modo di far le paci, con un'Apologia cavalleresca per il Sig. Torquato Tasso, Milano, Bidelli, 1623; e leDecisioni cavalleresche. Si hanno insieme raccolte col titolo:Opere cavalleresche del SignorFrancesco Birago,distinte in quattro libri, cioè; Discorsi, Consigli libro I e II e Decisioni, Bologna, Longhi, 1686; in-4º.
Il dott.Ubaldo Mazzini[La Cavalleria nei Promessi Sposi, nuovo contributo alla ricerca dei fonti manzoniani; nellaRassegna nazionale, di Firenze, ann. XXI, vol. 109 della collezione, 16 settembre 1899, pp. 333-346], ritiene che il Manzoni «ha avuto per guida un'opera soltanto d'un solo di quegli autori», iConsigli cavallereschidel Birago. «Gli altri autori e le loro opere» (così il Mazzini) «ha trovato citati ne'Consigliad ogni capitolo, ad ogni pagina, e parecchie volte: con questo però non voglio escludere che egli li abbia consultati;ma più letti che studiati, come direbbe egli stesso». No: il Manzoni era troppo coscienzioso, troppo diligente, per contentarsi di bere a una sola fontana; gli ha letti tutti, gli ha tutti studiati; c'è da giurarlo. Scorrendo iConsigli(è sempre il Mazzini che scrive) «non solo è facilissimo trovarvi il riscontro con alcuni passi deiPromessi Sposi, ma ben si comprende ancora come abbia fatto del Birago l'autore prediletto di don Ferrante, il suo amico; come io elevi sopra tutti gli altri, e il perchè della profezia intorno all'Olevano. Ultimo venuto nella nobile falange dei trattatisti dell'honore, contemporaneo e compatriota di don Ferrante, il Birago, per lo stile, il gusto, il modo di argomentare caratteristico dell'età in cui visse, è ben naturale che tanto andasse a' versi di don Ferrante... Si può pensare che lo stesso nome di don Ferrante il Manzoni l'abbia tratto daiConsiglidel Birago, giacchè nel Consiglio IV, in cui si esamina ilcaso di chi pretende essergli stato venuto meno della parola, si tratta appunto della vertenza insorta tra certo signorFeranteNovà ed il signor Giovaniacomo Latuada».
Intorno a questa incarnazione d'un dotto del Seicento, morto, «come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle», è pure da consultarsi:Albertazzi A.,Don Ferrante, inFanfulla della Domenica, ann. XXII, n. 6. (Ed.)
[132]Il lazzeretto. (Ed.)
[132]Il lazzeretto. (Ed.)
[133]Il canonicoGiovanni Finazzi, amico del Manzoni, pubblicava a pp. 409-485 del tom. VI dellaMiscellanea, di storia italiana, edita per cura della Regia Deputazione di storia patria, Torino, Stamperia Reale, 1865, laRelazione della carestia e della peste di Bergamo e suo territorio negli anni 1629 e 1630, scritta daMarc'Antonio Benaglio, premettendovi, tra le altre, queste parole: «Chi volesse la storia della peste di Bergamo del 1630, la c'è(dice il Manzoni al cap. XXXIII de' suoiPromessi Sposi),scritta per ordine pubblico da un tal Lorenzo Ghirardelli: libro raro però e sconosciuto, quantunque contenga forse più roba, che tutte insieme le descrizioni più celebri di pestilenze. E quantunque il Ghirardelli, come pubblico cancelliere della città e dell'offizio di sanità, fosse uno di quegli uomini,ai quali(per dirlo collo stesso Manzoni nellaColonna infame)in qualche caso può esser comandato e proibito di scrivere la storia, nondimeno pel carattere di onoratezza e lealtà sua propria, e pel savio e liberale incarico raccomandatogli dal voto del maggior consiglio della stessa città, con rara accuratezza dei più minuti dettagli (come appunto portava la parte presa in proposito il 26 dicembre 1631 dal maggior consiglio) descrisse le vicende e il successo di quella pestedai primi pronostici che se n'ebbe e dai primi principii ond'essa pullulò e andò serpendo nel territorio, con i progressi, accrescimenti e strage atrocissima, così nella città, come nel contado; narrando e descrivendo non solo li ordini e provvisioni fatte dal Magistrato della sanità per la preservazione universale, ma anco gli errori occorsi per aversi poco esperienza di sì fatti maneggi, con filo continuato di narrar veramente tutte le cose più notabili, con l'ordine e serie de' tempi, sino all'intiera e totale estirpazione. Ma di quella peste, che fu sì fiera e desolante, oltre al Ghirardelli, altri de' nostri lasciarono più o meno dettagliate memorie, che se fossero pubblicate tornerebbero per avventura di non inutile commento o supplemento alla storia di esso Ghirardelli, e potrebber recare alcune particolarità di fatti, da far meglio conoscere quel tratto di storia patria, più famoso che conosciuto. Ora fra gli scrittori di così fatte memorie crediamo di dover prescegliere Marc'Antonio Benaglio, cancelliere che fu del venerando consorzio della misericordia: che in più succoso e vivace stile, che non facesse per avventura il Ghirardelli, ce ne lasciò una dotta e coscienziosaRelazione». (Ed.)
[133]Il canonicoGiovanni Finazzi, amico del Manzoni, pubblicava a pp. 409-485 del tom. VI dellaMiscellanea, di storia italiana, edita per cura della Regia Deputazione di storia patria, Torino, Stamperia Reale, 1865, laRelazione della carestia e della peste di Bergamo e suo territorio negli anni 1629 e 1630, scritta daMarc'Antonio Benaglio, premettendovi, tra le altre, queste parole: «Chi volesse la storia della peste di Bergamo del 1630, la c'è(dice il Manzoni al cap. XXXIII de' suoiPromessi Sposi),scritta per ordine pubblico da un tal Lorenzo Ghirardelli: libro raro però e sconosciuto, quantunque contenga forse più roba, che tutte insieme le descrizioni più celebri di pestilenze. E quantunque il Ghirardelli, come pubblico cancelliere della città e dell'offizio di sanità, fosse uno di quegli uomini,ai quali(per dirlo collo stesso Manzoni nellaColonna infame)in qualche caso può esser comandato e proibito di scrivere la storia, nondimeno pel carattere di onoratezza e lealtà sua propria, e pel savio e liberale incarico raccomandatogli dal voto del maggior consiglio della stessa città, con rara accuratezza dei più minuti dettagli (come appunto portava la parte presa in proposito il 26 dicembre 1631 dal maggior consiglio) descrisse le vicende e il successo di quella pestedai primi pronostici che se n'ebbe e dai primi principii ond'essa pullulò e andò serpendo nel territorio, con i progressi, accrescimenti e strage atrocissima, così nella città, come nel contado; narrando e descrivendo non solo li ordini e provvisioni fatte dal Magistrato della sanità per la preservazione universale, ma anco gli errori occorsi per aversi poco esperienza di sì fatti maneggi, con filo continuato di narrar veramente tutte le cose più notabili, con l'ordine e serie de' tempi, sino all'intiera e totale estirpazione. Ma di quella peste, che fu sì fiera e desolante, oltre al Ghirardelli, altri de' nostri lasciarono più o meno dettagliate memorie, che se fossero pubblicate tornerebbero per avventura di non inutile commento o supplemento alla storia di esso Ghirardelli, e potrebber recare alcune particolarità di fatti, da far meglio conoscere quel tratto di storia patria, più famoso che conosciuto. Ora fra gli scrittori di così fatte memorie crediamo di dover prescegliere Marc'Antonio Benaglio, cancelliere che fu del venerando consorzio della misericordia: che in più succoso e vivace stile, che non facesse per avventura il Ghirardelli, ce ne lasciò una dotta e coscienziosaRelazione». (Ed.)
[134]Dal capitolo IV del tomo IV tolgo il seguente brano riguardante gli untori: «La cagione d'un così subito e portentoso aumento del male fu data a voce di popolo agliuntori: si disse con asseveranza e si ripetè con furore, che quegli uomini, congiurati allo sterminio della città, prendendo il destro della processione, che l'aveva posta tutta unita, per così dire, in loro balìa, avevano unti in quel giorno quanti avevano potuto, e sparso tutto il cammino di polveri venefiche, per le quali il contagio s'era appiccato alle vesti, ai piedi scalzi, anche alle scarpe dei divoti e inavvertiti pellegrinanti. L'opinione delle unzioni, che fino allora non aveva prodotta che una vaga inquietudine e ciarle, dopo questo, ch'ella prendeva per un gran fatto, cominciò a partorire ben altri effetti. Due principali furono distinti e notati dal Ripamonti, uomo che, in molti punti, liberandosi e segregandosi dalla opinione pubblica dei suoi tempi, volse la mira delle sue osservazioni alle cose appunto che nessuno, o quasi nessuno avvertiva, esaminò quella opinione stessa, mutò sovente i termini della questione, fu solo a discernere e a dire molte verità, e fece intendere che molte ancora ne dissimulava, molte ne indeboliva per non irritare il giudizio pubblico, il quale, come traspare chiaramente dalla sua storia, gli faceva una gran paura e una gran compassione nel tempo stesso. Un effetto fu che i magistrati, tutti i potenti, ingolfati in ispeculazioni politiche, divagati e avviluppati colla mente nei segreti delle corti per arzigogolare quale dei principi, quale dei re stranieri potesse essere il capo della trama, non pensavano a quello che era da provvedersi nelle urgenti congiunture della peste; e spaventati poi dalla vastità supposta e dalla oscurità stessa delle insidie, si abbandonavano sempre più a quella stanca trascuratezza, che è compagna della disperazione. L'altro effetto più deplorabile, atroce, fu di estendere, di facilitare, di irritare i sospetti e di giustificare, di santificare tutte le offese più crudeli, che quei sospetti potevano suggerire. Non solo dallo straniero, dal nimico, dalla via pubblica si temeva, ma si guardava alle mani dell'amico, del servo, del congiunto, ma si poneva il piede con sospetto per la casa. Ma orribil cosa! si tremava al contatto della mensa, del letto nuziale. Il viandante straniero che, non ben sapendo fra che uomini si trovava, si rallentasse a baloccare sul cammino, o che stanco si sdraiasse per riposare, il mendico che per città si accostava altrui tendendo la mano, colui che inavvertitamente toccasse la parete di una casa, l'affrettato che urtasse altri per via, eranountori; al terribile grido d'accusa accorrevano quanti avevan potuto udirlo; l'infelice era oppresso, straziato, talvolta morto dalle percosse, o trascinato alle carceri, tra gli urli e sotto le battiture, benediceva nel suo cuore affranto quelle porte, e vi entrava come dalla tempesta nel porto. E quante volte saranno accorsi alle grida, avranno partecipato al furore comune di quegli stessi che più tardi poi dovevano esser vittime d'un simile furore.«Così l'irreligione esacerbava la sciagura che una applicazione falsa ed arbitraria della religione aveva estesa ed accresciuta. Dico l'irreligione, perchè se l'ignoranza e la falsa scienza delle cose fisiche, e tutte le altre cagioni, di cui abbiamo parlato di sopra, poterono far ricevere comunemente l'opinione astratta di unzioni e di congiure, furono certamente le disposizioni anti-cristiane di quel popolo corrotto, che rendettero quella opinione attiva e feroce nell'applicazione. Nessuna ignoranza avrebbe bastato a così orrendi effetti, quando fosse stata congiunta con quel sentimento pio che prepara gli animi alla tranquillità ed alla riflessione, che avverte a pensar di nuovo quando il pensiero diventa un giudizio, una azione su le persone, se fosse stata insomma congiunta con quella carità che è paziente, benigna, che non si irrita, che non pensa il male, che tutto soffre. Ma l'intolleranza della sventura, la disciplina e l'oblio delle speranze superiori a tutte le sventure del tempo, l'orrore pusillanime e furioso della morte erano le cagioni che mantenevano negli animi una irritazione avida di sfogo e di vendetta, e quindi sempre in cerca di fatti che ne dessero l'occasione, quindi ancora pronta a trovar questi fatti ad ogni momento.«Il Ripamonti riferisce due esempi di quel furor popolare, avvertendo bene i suoi lettori di averli trascelti non già perchè fossero dei più atroci fra quegli che accadevano alla giornata, ma perchè di quei due egli fu testimonio.···················«I magistrati, i quali avrebbero dovuto reprimere e punire quell'iniquo furore, lo imitarono e lo sorpassarono con giudizj motivati e ponderati al pari di quei popolari, che abbiam riferiti, con carneficine più lente, più studiate, più infernali. Passare questi giudizj sotto silenzio sarebbe ommettere una parte troppo essenziale della storia di quel tempo disastroso; il raccontarli ci condurrebbe o ci trarrebbe troppo fuori del nostro sentiero. Gli abbiamo dunque riserbati ad un'appendice, che terrà dietro a questa storia, alla quale ritorniamo ora; e davvero».Nel capitolo V del tomo IV della prima minuta il Manzoni prese a trattare esclusivamente del processo degli untori; poi stralciò que' fogli, per formarne un'appendice al Romanzo, svolgendo il soggetto in modo più largo. Se ne conserva il primo sbozzo, già intitolato:Capitolo V, poiAppendice storica su la Colonna infame. Sono 60 fogli di 4 pp. l'uno, il primo de' quali non è numerato: gli altri portano la numerazione 1-59, fatta dal Manzoni stesso. Alcuni fogli serbano, ma cancellata, la numerazione che ebbero quando fecero parte del manoscritto del Romanzo e sono: 53, divenuto I; 54-57, divenuti 2-5; 62-67, divenuti 10-15; 65-67, ripetuti, diventati 18-20; 68-70, mutati in 21-23. Comincia: «Due femminelle, Catterina Rosa e Ottavia Boni, trovandosi sgraziatamente alla finestra di buon mattino il giorno 21 di giugno»; finisce: «e noi con uno scopo ben meno importante, e con tanto minor corredo d'ingegno, ci siamo però proposti di fare ciò che non era ancor stato fatto».Quando il Manzoni depose il pensiero di stamparla insieme col Romanzo e invece stabilì di farne una pubblicazione separata, la intitolò:Storia della Colonna infame, e vi premise queste parole: «Fra i molti giudizj legali che nel 1630 e al di là, furono portati in Milano, su persone accusate d'aver propagata la peste con unzioni, uno parve ai giudici così degno di memoria, che decretarono un pubblico monumento a mantenergliela; e fu quella colonna nominata infame, che stette in piedi cento quarantott'anni. E in questo eglino s'apponevano: il giudizio fu veramente memorabile. Ma un monumento non è una storia: anzi talvolta è, non solo meno, ma qualche cosa di contrario alla storia. Ma se quei giudici non ci avessero dunque lasciato altro, ci avrebbero dati, per verità, ben pochi mezzi per conoscere ciò di che volevano farci ricordare. Ma, senza volerlo, e probabilmente senza pensarvi, essi furono occasione che altri, probabilmente ancora senza averne l'intenzione, conservasse al pubblico i materiali bastanti per la storia di quel giudizio. In mezzo a quei tapini accusati si trovò, per le singolari circostanze che racconteremo, un uomo di gran condizione. Quest'uomo, potendo per la sua giustificazione ricorrere a mezzi dei quali gli altri non avevano per avventura nemmeno l'idea, e che non sarebbero stati in poter loro quand'anche i difensori gli avessero loro suggeriti, quest'uomo, dico, pubblicò con le sue difese e in appoggio di quelle, un grande estratto del processo, che, come a reo costituito, gli fu comunicato. Su quel volume, che non debb'essere mai stato comune, ed ora è singolarmente raro, si è principalmente compilata la seguente storia. Il soggetto di essa è il giudizio dei due condannati, il nome dei quali fu iscritto nel monumento, e quello dell'uomo di condizione che fu assoluto. Degli altri avviluppati in quello sciaguratissimo affare si citerà ciò che serve ad integrare la storia principale, o anche quei tratti che per la loro singolarità e importanza loro possono parere sempre opportuni, e che uno non saprebbe risolversi ad ommettere, quando vi sia un appiglio per farli conoscere».In fine allo sbozzo dell'Appendiceil Manzoni scrisse la seguente dichiarazione: «Alcuni libri, collezioni, manoscritti, rarissimi, ed anche unici, da cui l'autore ha ricavato molte notizie per questo lavoro, e per quello che lo precede, gli furono comunicati con molta gentilezza, e lasciati con molta sofferenza o da amici, o da persone ch'egli non ha l'onore di conoscere personalmente, ma che per obbligar qualcheduno non hanno bisogno di conoscerlo. Si degnino tutti di gradire l'attestato della sua gratitudine, e l'omaggio reso ad una cortesia che in altri casi potrebbe essere di molto vantaggio alle lettere».Tra le carte del Manzoni si trovano alcuni fascicoli, che egli stesso intitolò:Estratti e citazioni per servire alla descrizione della peste, al processo degli untori, alla storia politica di quel secolo. Son copie di documenti tratti dall'Archivio Civico e dall'Archivio di S. Fedele di Milano, spogli di gride, appunti presi da manoscritti e da opere a stampa. Con la guida di questiEstrattie delle citazioni che il Manzoni stesso fece ne' capitoli XXVIII, XXXI e XXXII de'Promessi Sposi, do qui un elenco delle fonti alle quali attinse nel descrivere la carestia e la peste famosa.Josephi Ripamontii|canonici scalensis|chronistae urbis|Mediolani|Historiae patriae|decadis V|libri VI. | Mediolani | Ex Regio Palatio, Apud Io: Baptistam et Iulium Caesarem Malatestam Regios Typographos, senza anno; in-4º di pp. 419, oltre 42 in principio e 1 in fine non numerate; col ritratto del Ripamonti, disegnato dalloStorere inciso in rame dalBlanc.Josephi Ripamontii|canonici scalensis|chronistae urbis Mediolani|de Peste|quae fuit anno CIƆ|Ɔ CXXX. |libri V.|desumpti|ex Annalibus|urbis|quos LX.| Decurionum |autoritate|scribebat(In fine:) Mediolani | Apud Malatestas, Regios ac Ducales | Typographos, senza anno; in-4º di pp. 411, oltre 12 in principio e 1 in fine non numerate. [Nel primo libro tratta della carestia e della peste, nel secondo degli untori; il terzo ha per soggetto le geste del cardinale Federigo Borromeo e del clero durante il contagio; nel quarto parla del Magistrato di Sanità; nel quinto paragona la peste del 1630 con quelle precedenti. Le postille che vi fece il Manzoni sono a stampa a pp. 449-453 del vol. II delle sueOpere inedite o rare. Cfr. anche:La Peste di Milano del 1630 libri cinque, cavati dagli Annali della città e scritti per ordine dei XL Decurioni dal canonico della ScalaGiuseppe Ripamonti,istoriografo milanese, volgarizzati per la prima volta dall'originale latino daFrancesco Cusani,con introduzione e note, Milano, tipografia e libreria Pirotta, 1841; in-8º gr. di pp. XXXVI-362.—Cfr. pure:Cusani F.,Paolo Moriggia e Giuseppe Ripamonti, storici milanesi; nell'Archivio storico lombardo, ann. IV, fac. I, 31 marzo 1877, pp. 43-69].Borromeocard.Federigo,De pestilentia quae Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit; ms. nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. [Cfr.Galli G.Un'operetta del card. Federico Borromeo sopra la peste ed i«Promessi Sposi»; nell'Archivio storico lombardo, serie III, ann. XXX [1903], vol XX. pp. 110-137
[134]Dal capitolo IV del tomo IV tolgo il seguente brano riguardante gli untori: «La cagione d'un così subito e portentoso aumento del male fu data a voce di popolo agliuntori: si disse con asseveranza e si ripetè con furore, che quegli uomini, congiurati allo sterminio della città, prendendo il destro della processione, che l'aveva posta tutta unita, per così dire, in loro balìa, avevano unti in quel giorno quanti avevano potuto, e sparso tutto il cammino di polveri venefiche, per le quali il contagio s'era appiccato alle vesti, ai piedi scalzi, anche alle scarpe dei divoti e inavvertiti pellegrinanti. L'opinione delle unzioni, che fino allora non aveva prodotta che una vaga inquietudine e ciarle, dopo questo, ch'ella prendeva per un gran fatto, cominciò a partorire ben altri effetti. Due principali furono distinti e notati dal Ripamonti, uomo che, in molti punti, liberandosi e segregandosi dalla opinione pubblica dei suoi tempi, volse la mira delle sue osservazioni alle cose appunto che nessuno, o quasi nessuno avvertiva, esaminò quella opinione stessa, mutò sovente i termini della questione, fu solo a discernere e a dire molte verità, e fece intendere che molte ancora ne dissimulava, molte ne indeboliva per non irritare il giudizio pubblico, il quale, come traspare chiaramente dalla sua storia, gli faceva una gran paura e una gran compassione nel tempo stesso. Un effetto fu che i magistrati, tutti i potenti, ingolfati in ispeculazioni politiche, divagati e avviluppati colla mente nei segreti delle corti per arzigogolare quale dei principi, quale dei re stranieri potesse essere il capo della trama, non pensavano a quello che era da provvedersi nelle urgenti congiunture della peste; e spaventati poi dalla vastità supposta e dalla oscurità stessa delle insidie, si abbandonavano sempre più a quella stanca trascuratezza, che è compagna della disperazione. L'altro effetto più deplorabile, atroce, fu di estendere, di facilitare, di irritare i sospetti e di giustificare, di santificare tutte le offese più crudeli, che quei sospetti potevano suggerire. Non solo dallo straniero, dal nimico, dalla via pubblica si temeva, ma si guardava alle mani dell'amico, del servo, del congiunto, ma si poneva il piede con sospetto per la casa. Ma orribil cosa! si tremava al contatto della mensa, del letto nuziale. Il viandante straniero che, non ben sapendo fra che uomini si trovava, si rallentasse a baloccare sul cammino, o che stanco si sdraiasse per riposare, il mendico che per città si accostava altrui tendendo la mano, colui che inavvertitamente toccasse la parete di una casa, l'affrettato che urtasse altri per via, eranountori; al terribile grido d'accusa accorrevano quanti avevan potuto udirlo; l'infelice era oppresso, straziato, talvolta morto dalle percosse, o trascinato alle carceri, tra gli urli e sotto le battiture, benediceva nel suo cuore affranto quelle porte, e vi entrava come dalla tempesta nel porto. E quante volte saranno accorsi alle grida, avranno partecipato al furore comune di quegli stessi che più tardi poi dovevano esser vittime d'un simile furore.
«Così l'irreligione esacerbava la sciagura che una applicazione falsa ed arbitraria della religione aveva estesa ed accresciuta. Dico l'irreligione, perchè se l'ignoranza e la falsa scienza delle cose fisiche, e tutte le altre cagioni, di cui abbiamo parlato di sopra, poterono far ricevere comunemente l'opinione astratta di unzioni e di congiure, furono certamente le disposizioni anti-cristiane di quel popolo corrotto, che rendettero quella opinione attiva e feroce nell'applicazione. Nessuna ignoranza avrebbe bastato a così orrendi effetti, quando fosse stata congiunta con quel sentimento pio che prepara gli animi alla tranquillità ed alla riflessione, che avverte a pensar di nuovo quando il pensiero diventa un giudizio, una azione su le persone, se fosse stata insomma congiunta con quella carità che è paziente, benigna, che non si irrita, che non pensa il male, che tutto soffre. Ma l'intolleranza della sventura, la disciplina e l'oblio delle speranze superiori a tutte le sventure del tempo, l'orrore pusillanime e furioso della morte erano le cagioni che mantenevano negli animi una irritazione avida di sfogo e di vendetta, e quindi sempre in cerca di fatti che ne dessero l'occasione, quindi ancora pronta a trovar questi fatti ad ogni momento.
«Il Ripamonti riferisce due esempi di quel furor popolare, avvertendo bene i suoi lettori di averli trascelti non già perchè fossero dei più atroci fra quegli che accadevano alla giornata, ma perchè di quei due egli fu testimonio.
«I magistrati, i quali avrebbero dovuto reprimere e punire quell'iniquo furore, lo imitarono e lo sorpassarono con giudizj motivati e ponderati al pari di quei popolari, che abbiam riferiti, con carneficine più lente, più studiate, più infernali. Passare questi giudizj sotto silenzio sarebbe ommettere una parte troppo essenziale della storia di quel tempo disastroso; il raccontarli ci condurrebbe o ci trarrebbe troppo fuori del nostro sentiero. Gli abbiamo dunque riserbati ad un'appendice, che terrà dietro a questa storia, alla quale ritorniamo ora; e davvero».
Nel capitolo V del tomo IV della prima minuta il Manzoni prese a trattare esclusivamente del processo degli untori; poi stralciò que' fogli, per formarne un'appendice al Romanzo, svolgendo il soggetto in modo più largo. Se ne conserva il primo sbozzo, già intitolato:Capitolo V, poiAppendice storica su la Colonna infame. Sono 60 fogli di 4 pp. l'uno, il primo de' quali non è numerato: gli altri portano la numerazione 1-59, fatta dal Manzoni stesso. Alcuni fogli serbano, ma cancellata, la numerazione che ebbero quando fecero parte del manoscritto del Romanzo e sono: 53, divenuto I; 54-57, divenuti 2-5; 62-67, divenuti 10-15; 65-67, ripetuti, diventati 18-20; 68-70, mutati in 21-23. Comincia: «Due femminelle, Catterina Rosa e Ottavia Boni, trovandosi sgraziatamente alla finestra di buon mattino il giorno 21 di giugno»; finisce: «e noi con uno scopo ben meno importante, e con tanto minor corredo d'ingegno, ci siamo però proposti di fare ciò che non era ancor stato fatto».
Quando il Manzoni depose il pensiero di stamparla insieme col Romanzo e invece stabilì di farne una pubblicazione separata, la intitolò:Storia della Colonna infame, e vi premise queste parole: «Fra i molti giudizj legali che nel 1630 e al di là, furono portati in Milano, su persone accusate d'aver propagata la peste con unzioni, uno parve ai giudici così degno di memoria, che decretarono un pubblico monumento a mantenergliela; e fu quella colonna nominata infame, che stette in piedi cento quarantott'anni. E in questo eglino s'apponevano: il giudizio fu veramente memorabile. Ma un monumento non è una storia: anzi talvolta è, non solo meno, ma qualche cosa di contrario alla storia. Ma se quei giudici non ci avessero dunque lasciato altro, ci avrebbero dati, per verità, ben pochi mezzi per conoscere ciò di che volevano farci ricordare. Ma, senza volerlo, e probabilmente senza pensarvi, essi furono occasione che altri, probabilmente ancora senza averne l'intenzione, conservasse al pubblico i materiali bastanti per la storia di quel giudizio. In mezzo a quei tapini accusati si trovò, per le singolari circostanze che racconteremo, un uomo di gran condizione. Quest'uomo, potendo per la sua giustificazione ricorrere a mezzi dei quali gli altri non avevano per avventura nemmeno l'idea, e che non sarebbero stati in poter loro quand'anche i difensori gli avessero loro suggeriti, quest'uomo, dico, pubblicò con le sue difese e in appoggio di quelle, un grande estratto del processo, che, come a reo costituito, gli fu comunicato. Su quel volume, che non debb'essere mai stato comune, ed ora è singolarmente raro, si è principalmente compilata la seguente storia. Il soggetto di essa è il giudizio dei due condannati, il nome dei quali fu iscritto nel monumento, e quello dell'uomo di condizione che fu assoluto. Degli altri avviluppati in quello sciaguratissimo affare si citerà ciò che serve ad integrare la storia principale, o anche quei tratti che per la loro singolarità e importanza loro possono parere sempre opportuni, e che uno non saprebbe risolversi ad ommettere, quando vi sia un appiglio per farli conoscere».
In fine allo sbozzo dell'Appendiceil Manzoni scrisse la seguente dichiarazione: «Alcuni libri, collezioni, manoscritti, rarissimi, ed anche unici, da cui l'autore ha ricavato molte notizie per questo lavoro, e per quello che lo precede, gli furono comunicati con molta gentilezza, e lasciati con molta sofferenza o da amici, o da persone ch'egli non ha l'onore di conoscere personalmente, ma che per obbligar qualcheduno non hanno bisogno di conoscerlo. Si degnino tutti di gradire l'attestato della sua gratitudine, e l'omaggio reso ad una cortesia che in altri casi potrebbe essere di molto vantaggio alle lettere».
Tra le carte del Manzoni si trovano alcuni fascicoli, che egli stesso intitolò:Estratti e citazioni per servire alla descrizione della peste, al processo degli untori, alla storia politica di quel secolo. Son copie di documenti tratti dall'Archivio Civico e dall'Archivio di S. Fedele di Milano, spogli di gride, appunti presi da manoscritti e da opere a stampa. Con la guida di questiEstrattie delle citazioni che il Manzoni stesso fece ne' capitoli XXVIII, XXXI e XXXII de'Promessi Sposi, do qui un elenco delle fonti alle quali attinse nel descrivere la carestia e la peste famosa.
Josephi Ripamontii|canonici scalensis|chronistae urbis|Mediolani|Historiae patriae|decadis V|libri VI. | Mediolani | Ex Regio Palatio, Apud Io: Baptistam et Iulium Caesarem Malatestam Regios Typographos, senza anno; in-4º di pp. 419, oltre 42 in principio e 1 in fine non numerate; col ritratto del Ripamonti, disegnato dalloStorere inciso in rame dalBlanc.
Josephi Ripamontii|canonici scalensis|chronistae urbis Mediolani|de Peste|quae fuit anno CIƆ|Ɔ CXXX. |libri V.|desumpti|ex Annalibus|urbis|quos LX.| Decurionum |autoritate|scribebat(In fine:) Mediolani | Apud Malatestas, Regios ac Ducales | Typographos, senza anno; in-4º di pp. 411, oltre 12 in principio e 1 in fine non numerate. [Nel primo libro tratta della carestia e della peste, nel secondo degli untori; il terzo ha per soggetto le geste del cardinale Federigo Borromeo e del clero durante il contagio; nel quarto parla del Magistrato di Sanità; nel quinto paragona la peste del 1630 con quelle precedenti. Le postille che vi fece il Manzoni sono a stampa a pp. 449-453 del vol. II delle sueOpere inedite o rare. Cfr. anche:La Peste di Milano del 1630 libri cinque, cavati dagli Annali della città e scritti per ordine dei XL Decurioni dal canonico della ScalaGiuseppe Ripamonti,istoriografo milanese, volgarizzati per la prima volta dall'originale latino daFrancesco Cusani,con introduzione e note, Milano, tipografia e libreria Pirotta, 1841; in-8º gr. di pp. XXXVI-362.—Cfr. pure:Cusani F.,Paolo Moriggia e Giuseppe Ripamonti, storici milanesi; nell'Archivio storico lombardo, ann. IV, fac. I, 31 marzo 1877, pp. 43-69].
Borromeocard.Federigo,De pestilentia quae Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit; ms. nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. [Cfr.Galli G.Un'operetta del card. Federico Borromeo sopra la peste ed i«Promessi Sposi»; nell'Archivio storico lombardo, serie III, ann. XXX [1903], vol XX. pp. 110-137
[135]In margine il Manzoni vi scrisse: «Stupido: gli parve Gervaso ed era Tonio». (Ed.)
[135]In margine il Manzoni vi scrisse: «Stupido: gli parve Gervaso ed era Tonio». (Ed.)
[136]Questo brano è tolto dal capitolo V del tomo IV. (Ed.)
[136]Questo brano è tolto dal capitolo V del tomo IV. (Ed.)
[137]Nel precedente capitolo, che è il settimo del tomo quarto, il Manzoni, tra le altre cose, descrisse l'incontro di Fermo col Padre Cristoforo nel lazzeretto. Ma di quei capitolo non restano che dei frammenti; e la scena dell'incontro in gran parte è perita. Eccone un saggio: «Gran Dio!» (è il Padre Cristoforo che parla) «questo flagello non corregge il mondo: è una grandine che percuote una vigna già maledetta: tanti grappoli abbatte, e quei che rimangono son più tristi, più agresti, più guasti di prima. Tu stesso, qui dove l'uomo non dovrebbe aver cuore che per la misericordia, tu odiavi ancora!Fermo non disse nulla, ma il suo volto esprimeva il pentimento.—Or va, disse il Padre, alzandosi; Iddio benedica le tue ricerche.—Vuol dire, Padre, ch'io la troverò? richiese Fermo ansiosamente, come se parlasse ad un uomo che ne potesse saper più di lui.—Cercala con perseveranza, rispose il Padre, cercala con rassegnazione. Iddio può fare che tu la trovi, ma non te l'ha promesso. Ti ha promesso di perdonare tutti i tuoi falli, se tu perdoni a chi t'ha offeso; ti ha promesso di renderti felice per sempre al fine di questa vita, se tu osservi la sua legge. Non ti basta? Va, e qualunque sia il frutto della tua ricerca, vieni a darmene contezza; noi ringrazieremo Iddio insieme. Così dicendo, egli pose le mani su le spalle di Fermo, e stette un momento colla faccia elevata, in atto di preghiera e di benedizione. Poi, staccandosi, disse: Intanto io pregherò per voi: assistendo a questi nostri fratelli, io pregherò per voi.Fermo si prostrò ginocchioni, stette un momento, con le mani compresse al volto, piangendo e pregando, s'alzò, guardò intorno, uscì dalla capanna, e si diresse alla chiesa, come gli aveva indicato il cappuccino. Egli era scomparso, e andava cercando intorno dove fosse più bisogno della sua assistenza». (Ed.)
[137]Nel precedente capitolo, che è il settimo del tomo quarto, il Manzoni, tra le altre cose, descrisse l'incontro di Fermo col Padre Cristoforo nel lazzeretto. Ma di quei capitolo non restano che dei frammenti; e la scena dell'incontro in gran parte è perita. Eccone un saggio: «Gran Dio!» (è il Padre Cristoforo che parla) «questo flagello non corregge il mondo: è una grandine che percuote una vigna già maledetta: tanti grappoli abbatte, e quei che rimangono son più tristi, più agresti, più guasti di prima. Tu stesso, qui dove l'uomo non dovrebbe aver cuore che per la misericordia, tu odiavi ancora!
Fermo non disse nulla, ma il suo volto esprimeva il pentimento.
—Or va, disse il Padre, alzandosi; Iddio benedica le tue ricerche.
—Vuol dire, Padre, ch'io la troverò? richiese Fermo ansiosamente, come se parlasse ad un uomo che ne potesse saper più di lui.
—Cercala con perseveranza, rispose il Padre, cercala con rassegnazione. Iddio può fare che tu la trovi, ma non te l'ha promesso. Ti ha promesso di perdonare tutti i tuoi falli, se tu perdoni a chi t'ha offeso; ti ha promesso di renderti felice per sempre al fine di questa vita, se tu osservi la sua legge. Non ti basta? Va, e qualunque sia il frutto della tua ricerca, vieni a darmene contezza; noi ringrazieremo Iddio insieme. Così dicendo, egli pose le mani su le spalle di Fermo, e stette un momento colla faccia elevata, in atto di preghiera e di benedizione. Poi, staccandosi, disse: Intanto io pregherò per voi: assistendo a questi nostri fratelli, io pregherò per voi.
Fermo si prostrò ginocchioni, stette un momento, con le mani compresse al volto, piangendo e pregando, s'alzò, guardò intorno, uscì dalla capanna, e si diresse alla chiesa, come gli aveva indicato il cappuccino. Egli era scomparso, e andava cercando intorno dove fosse più bisogno della sua assistenza». (Ed.)
[138]Segue, cancellato: «lo spicciò in pochissimo tempo, Il signor Prospero gli tenue dietro. Lucia, alla quale erano toccati i servigj più». E di nuovo: «Don Ferrante l'appiccò al suo Prospero, questi ad una donna di casa, e questa a Lucia». (Ed.)
[138]Segue, cancellato: «lo spicciò in pochissimo tempo, Il signor Prospero gli tenue dietro. Lucia, alla quale erano toccati i servigj più». E di nuovo: «Don Ferrante l'appiccò al suo Prospero, questi ad una donna di casa, e questa a Lucia». (Ed.)
[139]Aveva scritto, ma cancellò: «Il primo pensiero di Donna Prassede dopo questa disgrazia fu di congedar Prospero, e tutta l'altra gente di Don Ferrante, ma nè Prospero, nè gli altri gliene diedero il tempo, perchè egli il primo e tosto gli altri in fila s'infermarono, e furono». Segue, pur cancellato: «Donna Prassede, combattuta tra il timore di tenersi un appestato in casa e il timore di attirarvi i monatti, non risolse nulla, ma stette in una stanza remota, aspettando che». (Ed.)
[139]Aveva scritto, ma cancellò: «Il primo pensiero di Donna Prassede dopo questa disgrazia fu di congedar Prospero, e tutta l'altra gente di Don Ferrante, ma nè Prospero, nè gli altri gliene diedero il tempo, perchè egli il primo e tosto gli altri in fila s'infermarono, e furono». Segue, pur cancellato: «Donna Prassede, combattuta tra il timore di tenersi un appestato in casa e il timore di attirarvi i monatti, non risolse nulla, ma stette in una stanza remota, aspettando che». (Ed.)
[140]Prima scrisse: «quando si sentisse appressare un carro del lazzeretto». (Ed.)
[140]Prima scrisse: «quando si sentisse appressare un carro del lazzeretto». (Ed.)
[141]Segue, cancellato: «Quando Lucia nella sua angoscia aveva fatto quel voto, non credeva (e, se mal non mi ricordo, abbiam fatta questa riflessione a suo tempo) che». (Ed.)
[141]Segue, cancellato: «Quando Lucia nella sua angoscia aveva fatto quel voto, non credeva (e, se mal non mi ricordo, abbiam fatta questa riflessione a suo tempo) che». (Ed.)
[142]È il principio del capitolo VIII del tomo IV. (Ed.)
[142]È il principio del capitolo VIII del tomo IV. (Ed.)
[143]Il Manzoni sopramandavaha scrittopioveva. (Ed.)
[143]Il Manzoni sopramandavaha scrittopioveva. (Ed.)