[144]Qui finisce il capitola VIII e incomincia quello IX. (Ed.)[145]Sarà curioso e utile il vedere di quali e quante correzioni e pentimenti l'A. tempestò questo primo periodo e quello seguente. Scrivo in corsivo e metto tra parentesi quadre le parole cancellate: «[Quel ramo del lago di Como[che]donde esce l'Adda[146]NellaGuida di Lecco, sue valli e suoi laghi, compilata daGiuseppe Fumagalli,con topografia descrittiva del romanzo«I Promessi Sposi»,e scritti vari diAntonio Ghislanzoni, del dott.Giovanni Pozzie di altri autori, Lecco, Vincenzo Andreotti detto Busall, editore [Milano, Stab. G. Civelli, 1882]; in-16º, con una carta topografica, si afferma che i panorami del territorio di Lecco non si possono ritrarre per virtù di parole e che il Manzoni non riuscì in questa descrizione, e non ottenne l'intento neanche con l'addio, il quale ci commuove fortemente sol perchè in esso «sta la sintesi di tutti quei dolori che lo determinarono» [p. 50].B. Zumbini[I Promessi Sposi e il Lago di Lecco; inStudi di letteratura italiana, Firenze, Successori Le Monnier, 1892, pp. 280-281] fa notare «a codesti egregi autori» che, «trattandosi di cose del Manzoni, era meglio se ne ragionasse con minor disinvoltura», poi soggiunge: «mi pare evidente che il Manzoni abbia adoperata la descrizione non già per far visibili alla mente le cose, quali sono nella loro realtà, ma piuttosto per derivarne nuovo pregio a quella rappresentazione di fatti umani, ch'era il suo più alto intento. E ciò fece con quella profonda consapevolezza di fini e di mezzi, di cui diede chiare prove in ogni altro suo lavoro, e con quel raziocinio che in lui non fu meno meraviglioso delle facoltà poetiche. E veramente, da ogni particolare di quella descrizione e da tutto ciò che seguita nel romanzo, s'intende com'egli volesse destare in noi l'immagine di un dolce e riposato ostello, i cui abitatori sarebbero stati felicissimi, se non li avesse contristati la violenza de' signorotti paesani e degli Spagnuoli». (Ed.)[147]Cfr.Sforza Gio.,Saggio di una edizione critica dei Promessi Sposi, Bologna, tipografia Zamorani e Albertazzi, MDCCC XCVIII; in-fol.[148]Racconta loStampa[Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici; II, 175]: «Il Manzoni non diede ad altri da ricopiare il suo romanzo, e udii raccontare da lui stesso che finito il romanzo ed avendo sul tavolo il mucchio di carte che lo componeva, invitato dal Grossi a darlo allo stampatore, gli rispose:—Oh giusto! ora bisogna copiarlo per porlo in netto, perchè lo stampatore possa raccapezzarsi.—Ebbene, fallo copiare, disse il Grossi.—Oh giusto! bisogna che lo copi io stesso, per fare in pari tempo quelle correzioni che saranno del caso.—Come! esclamò il Grossi, vuoi fare la fatica bestiale di copiare tutto quel mucchio di carta? Ma sei pazzo!—Che vuoi che ti dica? Non posso fare a meno. Bisogna che faccia alla mia maniera.—Ed ebbe la pazienza di copiare lui stesso tutto il manoscritto deiPromessi Sposi, e mi pareva che nel raccontare tal cosa ne provasse una certa soddisfazione». Lo Stampa nell'affermar questo è stato tradito dalla memoria. Il Manzoni, condotta a fine la prima minuta, non poteva darla a copiare ad altri, perchè non si trattava di una trascrizione, bensì di un rifacimento, che bisognava scrivesse da per sè; come infatti fece. Della copia per la Censura, che è d'altra mano, ed è la trascrizione della seconda minuta, resta soltanto il primo volume; gli altri due sono andati perduti. Dunque il consiglio del Grossi, se pur lo dette, fu accolto e seguìto. Questa copia ha molte correzioni autografe del Manzoni, che a volte rifà di suo pugno anche de' lunghi brani, o in margine, o incollando sul manoscritto qualche brandello di carta. Nel presente saggio, che ne do, stampo in carattere corsivo le correzioni di mano di lui. (Ed.)[149]Il Manzoni nel testo definitivo si diffuse maggiormente a raccontare la vita de' suoi protagonisti anche dopo maritati. Parlandone a uno de' propri congiunti, che lo lodava appunto per questo, gli disse: «Che vuoi? sarò probabilmente criticato di avere diminuito l'effetto della fine del romanzo continuando a descrivere la vita dei due sposi. Ma anche a me piace di più il lieto fine; e non ho potuto trattenermi dalla tentazione di stare un po' ancora in compagnia de' miei burattini». Lo racconta loStampa[Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici, appunti e memorie; II, 177]; e aggiunge [p. 183]: il Manzoni «non si sarebbe accinto a scrivere un altro romanzo sul tipo de'Promessi Sposi, ma ebbe una volta la tentazione di scrivere un altro romanzo di genere fantastico, di cui pur troppo non mi ricordo il titolo che doveva portare e la sua traccia generale; ma la seppi». (Ed.)[150]Nella stessa prima minuta la ribattezzò poiPerpetua; nome, come tanti altri de'Promessi Sposi, divenuto famoso. In uno studio molto geniale delGraziadei[La Serva di Don Abbondio, Palermo, Reber, 1903] si legge: «In quella casa, piccola, che in tre passi si traversa una stanza e s'è nell'altra, non v'ha di grande che il buon senso di Perpetua, e solo la lingua di lei si move in fretta». (Ed.)[151]Qui termina il capitolo I del tomo I della prima minuta, e incomincia il capitolo II. (Ed.)[152]Luigi Settembrini[Lezioni di letteratura italiana, settima edizione; III, 315] si domanda: «Come sono gli occhi di Lucia?» E risponde: «Non si sa; essi li teneva quasi sempre chinati a terra per pudore. Un altro poeta, e specialmente un francese, quali occhi avrebbe dati a quella fanciulla!» Nella prima minuta la descrizione degli occhi di Lucia c'era, ma nella stessa prima minuta la cancellò. Ecco il passo. Scrivo in corsivo e metto tra due parentesi la parte a cui dette di frego. «Oltre questo, che era l'ornamento particolare di quel giorno, Lucia aveva quello quotidiano di una modesta bellezza[.Questo era l'ornamento particolare di quel giorno, ma Lucia ne aveva un quotidiano, che consisteva in due occhi neri, vivi e modesti, e in un volto di una regolare e non comune bellezza]; la quale era allora accresciuta e per dir così abbellita dalle varie affezioni dell'animo suo in quel giorno. Poichè appariva nei suoi tratti una gioja non senza un leggier turbamento, un misto d'impazienza e di timore, e quella specie di accoramento tranquillo che ad ora ad ora si mostra sul volto delle spose, e che temperato dalle emozioni gioconde e liete, non turba la bellezza, ma l'accresce e le da un carattere particolare».Il consigliere Federico de Müller raccontando nelle proprieMemorieuna visita che fece al Manzoni a Brusuglio, nell'agosto del 1829, scrive: «Discorremmo molto deiPromessi Sposi. Io gli detti copia d'una lettera in cui una amica, di molto ingegno, si manifesta molto entusiasta di questa opera. Ne ebbe gran gioia; ma contro l'osservazione che vi si trova, esser cioè Lucia più un ideale che una vera figura d'italiana, affermò subito che la purezza e la castità delle contadine lombarde supera ogni aspettativa, e che egli ritrasse Lucia fedelmente dal vero. Madama» [Enrichetta] «Manzoni s'accordava in ciò perfettamente con lui, e m'assicurò che tra le contadinelle di que' contorni esiste una tale esagerata morigeratezza e ritrosia, da costringerle a ben guardarsi, quando vanno la domenica a passeggiare col fidanzato, dal prenderlo per la mano e dall'esser famigliari con lui, se non vogliono correr pericolo divenir diffamate dal popolino».Racconta loStampa[Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici; II, 167]: «Un giorno il Manzoni, al caminetto del suo studio, mi domandò spontaneamente e senza che me l'aspettassi:—Dimmi un po', non ti pare che, come contadina, abbia idealizzato un po' troppo la Lucia?—Risposi francamente:—No! perchè ho avuto occasione di conoscere qualche contadina che aveva dei sentimenti puri ed un cuore delicato come quello della tua Lucia.—Mi parve che gradisse molto questa risposta e che rimanesse molto soddisfatto di questa mia assicurazione». (Ed.)[153]Lo ribattezzò col nome di Padre Cristoforo nel capitolo IV del tomo I della stessa prima minuta; nella quale, da principio, lo fece anche guardiano del convento di Pescarenico; carica, per altro, che gli tolse quasi subito. Il nome di Galdino lo dette invece al cercatore delle noci, prima da lui chiamato fra Canziano. Costui fa la sua comparsa nel capitolo III del tomo I. «S'ode picchiare all'uscio e nello stesso momento un sommesso, ma distintoDeo gratias. Lucia, immaginandosi chi poteva essere, corse ad aprire; e allora, fatto un inchino, entrò infatti un laico cercatore cappuccino colla sua bisaccia pendente alla spalla sinistra, e l'imboccatura di essa attorcigliata e stretta nelle due mani sul petto.—Fra' Canziano, dissero le due donne.—Il Signore sia con voi, disse il frate: vengo per la cerca delle noci; e come il raccolto è stato buono, voi ne darete a Dio la sua parte, affinchè ve ne dia un altro eguale o migliore l'anno venturo; se però i nostri peccati non attireranno qualche castigo.—Lucia, vanne a pigliare le noci pei padri, disse Agnese». Mentre la figlia eseguisce la commissione, fra Canziano racconta alla madre il miracolo delle noci, avvenuto in Romagna, dove egli era stato cercatore; e avvenuto al tempo del «padre Agapito» (ribattezzato nel testo definitivopadre Macario), «che era un santo». Poi così prosegue il racconto: «Qui ricomparve Lucia col grembiule tanto carico di noci che lo poteva reggere a fatica, tenendo i due capi sospesi colle braccia tese e allungate. Mentre fra Canziano si tolse la bisaccia dalle spalle, la pose in terra e aprì la bocca di quella per introdurvi l'abbondante elemosina, la madre fece un volto attonito e severo a Lucia, per la sua prodigalità; ma Lucia le diede un'occhiata, che voleva dire: mi giustificherò. Fra Canziano proruppe in elogj, in augurj, in promesse, in ringraziamenti; e, rimessa la bisaccia, si avviò; ma Lucia, fermatolo:—Vorrei una carità da voi, disse. Vorrei che diceste al Padre Galdino che ho bisogno di parlargli di somma premura; e che mi faccia la carità di venire da noi poverette subito subito, perchè io non posso venire alla chiesa.—Non volete altro? non passerà un'ora che lo dirò al Padre Galdino.—Non mi fallate.—State tranquilla; e così detto, partì, un po' più curvo e più contento che non quando era arrivato.Il Padre Galdino era un uomo di molta autorità fra i suoi e in tutto il contorno; eppure fra Canziano non fece nessuna osservazione a questa specie di ordine che gli si mandava da una donnicciuola di venire da lei; la commissione non gli parve strana niente più che se gli si fosse commesso di avvertire il Padre Galdino che il Vicario di Provvisione e i Sessanta del Consiglio generale della Città di Milano lo richiedevano per mandarlo ambasciatore a Don Filippo Quarto, Re di Castiglia, di Leone, etc. Non vi era nulla di troppo basso, nè di troppo elevato per un cappuccino: servire talvolta gl'infimi, ed esser serviti dai potenti; entrare nei palazzi e nei tugurii colla stessa aria mista di umiltà e di padronanza; essere nella stessa casa un soggetto di passatempo, e un personaggio senza il quale non si decideva nulla; cercare la limosina da per tutto, e farla a tutti quelli che la chiedevano al convento; a tutto era avvezzo un cappuccino, e faceva tutto a un dipresso colla stessa naturalezza, e non si stupiva di nulla. Uscendo dal suo convento per qualche affare, non era impossibile che prima di tornarsene si abbattesse, o in un principe che gli baciasse umilmente la punta del cordone, o in una mano di ragazzacci che, fingendo di essere alle mani fra di loro, gli bruttassero la barba di fango. La parola frate in quei tempi era proferita colla più gran venerazione e col più profondo disprezzo; era un elogio e un'ingiuria: i cappuccini forse più di tutti gli altri riunivano questi due estremi, perchè senza ricchezze, facendo più aperta professione di umiliazioni, si esponevano più facilmente al vilipendio, e alla venerazione che possono venire da questa condotta. La considerazione poi data generalmente al loro Ordine li poneva nel caso sovente di giovare e di nuocere ai privati, di essere grandi ajuti e grandi ostacoli, e da quindi anche la varietà del sentimento che si aveva per essi, e delle opinioni sul conto loro. Varii pure e moltiformi erano e dovevano essere i motivi che conducevano gli uomini ad arruolarsi in un esercito così fatto. Uomini compresi della eccellenza di quello stato, che allora era esaltata universalmente; altri per acquistare una considerazione alla quale non sarebbero mai giunti vivendo, come allora si viveva, nel secolo; altri per fuggire una persecuzione, per cavarsi da un impiccio; altri dopo una grande sventura, disgustati del mondo; talvolta principi, o fastiditi o atterriti del loro potere; molti perchè di quelli che entrano in una carriera per la sola ragione che la vedono aperta; molti per un sentimento vero di amor di Dio e degli uomini, per l'intenzione di essere virtuosi ed utili; e questa loro intenzione (perchè quando si è persuasi d'una verità bisogna dirla; l'adulazione ad una opinione predominante ha tutti i caratteri indegni di quella che si usa verso i potenti), questa loro intenzione non era una pia illusione, l'errore d'un buon cuore e d'una mente leggiera, come potrebbe parere, e come pare talvolta a chi non sa, o non considera le circostanze e l'idee di quei tempi: era una intenzione ragionata, formata da una osservazione delle cose reali; e in fatti con queste intenzioni molti, abbracciando quello stato, facevano del bene tutta la loro vita; anzi molti, che sarebbero stati uomini pericolosi, che avrebbero accresciuti i mali della società, diventavano utili con quell'abito indosso. Ho fatta tutta questa tiritera, perchè nessuno trovi inverisimile che fra Canziano, senza fare alcuna obbiezione, senza stupirsi, si sia incaricato di dire nullameno che al Padre Guardiano che s'incomodasse a portarsi da una donnicciuola, che aveva bisogno di parlargli».Il mutamento del nome seguì, come s'è detto, nel capitolo IV, che prima intitolò:Il Padre Galdino, e poi:Il Padre Cristoforo; e seguì dopo che n'ebbe scritte alcune pagine. Son queste: «Era un bel mattino di novembre; la luce era diffusa sui monti e sul lago: le più alte cime erano dorate dal sole non ancora comparso sull'orizzonte, ma che stava per ispuntare dietro a quella montagna, che dalla sua forma è chiamata il Resegone (Segone), quando il Padre Galdino, a cui fra Canziano aveva esposta fedelmente l'ambasciata, si avviò dal suo convento per salire alla casetta di Lucia. Il cielo era sereno e un venticello d'autunno staccando le foglie inaridite del gelso le portava qua e là. Dal viottolo guardando sopra le picciole siepi e sui muricciuoli si vedevano splendere le viti per le foglie colorate di diversi rossi, e i campi, già seminati e lavorati di fresco, spiccavano dall'altro terreno come lunghi strati di drappi oscuri stesi sul suolo. L'aspetto della terra era lieto, ma gli uomini che si vedevano pei campi o sulla via mostravano nel volto l'abbattimento e la cura. Ad ogni tratto s'incontravano sulla via mendichi laceri e macilenti, invecchiati nel mestiere, ma fra i quali molti si conoscevano per forestieri, che la fame aveva cacciati da luoghi più miserabili, dove la carità consueta non aveva mezzi per nutrirli; e che passando a canto ai pitocchi indigeni del cantone gli guardavano con diffidenza e ne erano guardati in cagnesco come usurpatori. Di tempo in tempo si vedevano alcuni, i quali dal volto, dal modo e dall'abito mostravano di non aver mai tesa la mano e di essere ora indotti a farlo dalla necessità. Passavano cheti a canto al Padre Galdino, facendogli umilmente di cappello, senza dirgli nulla, perchè la sola parola che indirizzavano ai passeggieri era per chiedere l'elemosina, e un cappuccino, come ognun sa, non aveva niente. Ma il buon Padre Galdino si volgeva a quelli che apparivano più estenuati, più avviliti, e diceva loro in aria di compassione:—Andate al convento, fratello; finchè ci sarà un tozzo per noi, lo divideremo.—I contadini, sparsi pei campi, non rallegravano più la scena di quello che facessero i poverelli. Salutavano essi umilmente il Padre Galdino, e quelli a cui egli domandava come l'andasse:—Come vuole, padre? rispondevano: la va malissimo.—Alcuni, che in tempi ordinarj non avrebbero osato fermare e interrogare il Padre Guardiano, fatti più animosi per la miseria dei tempi, gli dicevano:—Come anderà questa faccenda, Padre Galdino?«—Sperate in Dio, che non vi abbandonerà. Povera gente! Il raccolto è proprio andato male?«—Grano non ne abbiamo per due mesi, le castagne sono fallate, e il lavoro cessa da tutte le bande.«Questa vista e questi discorsi crescevano vie più la mestizia del buon cappuccino, il quale camminava già col tristo presentimento in cuore di andare ad udire una qualche sventura.«Ma perchè pigliava egli tanto a cuore gli affari di Lucia? E perchè al primo avviso si era egli mosso come ad una chiamata del Padre Provinciale? E chi era questo Padre Cristoforo?»Ecco la prima volta che dà al frate il nuovo nome. Ne fa questa pittura: «Il Padre Cristoforo da Cremona era un uomo di circa sessanta anni» (poi corresse:più presso ai sessanta che ai cinquant'anni): «e il suo aspetto come i suoi modi annunziavano un antico e continuo combattimento tra una natura prosperosa, robesta, un'indole ardente, avventata, impetuosa e una legge imposta alla natura e all'indole da una volontà efficace e costante. Il suo capo, calvo e coperto all'intorno, secondo il rito cappuccinesco, di una corona di capelli, che l'età aveva renduti bianchi, si alzava di tempo in tempo per un movimento di spiriti inquieti e tosto si abbassava per riflessioni di umiltà. La barba, lunga e canuta, che gli copriva il mento e parte delle guance, faceva ancor più risaltare le forme rilevate, alle quali una antica abitudine di astinenza aveva dato più di gravità che tolto di espressione, e due occhj vivi, pronti, che di tratto in tratto sfolgoravano con vivacità repentina: come due cavalli bizzarri condotti a mano da un cocchiere col quale sanno per costume che non si può vincerla, pure fanno di tratto in tratto qualche salto, che termina subito con una buona stirata di briglie.«Il signor Ludovico (così fu nominato dal suo padrino quegli che facendosi poi frate prese il nome di Cristoforo), il signor Ludovico era figlio d'un ricco mercante cremonese, il quale negli ultimi anni suoi, vedovo e con questo unico figlio, rinunziò al commercio, comperò beni stabili, si pose a vivere da signore, cercò di far dimenticare che era stato mercante, e avrebbe voluto dimenticarlo egli stesso. Ma il fondaco, le balle, il bracciò gli tornavano sempre alla fantasia, come l'ombra di Banco a Macbeth».Per quali ragioni l'Autore prima lo chiamò Galdino e poi Cristoforo?Damiamo Muoni[L'antico Stato di Romano di Lombardia ed altri Comuni del suo Mandamento, cenni storici, documenti e regesti, Milano, Brigola, 1871; pp. 243-244] rinvenne negli Archivi di Finanza di Milano «un documento del massimo interesse», che «potrebbesi denominare:Incarico impartito il 21 ottobre 1646 dal Rev. P. Cristoforo da Como, Guardiano di Manza, a frate Lorenzo da Novara, Ministro Provinciale, per verificare quali furono i PP. Cappuccini, che si distinsero in caritatevoli servigi, massime all'epoca della peste del 1630». Il P.Felice da Mezzana, cappuccino, [Cenni sul Padre Cristoforo del Manzoni, Crema, tip. S. Pantaleone di L. Meleri, 1899; p. 12] osserva giustamente che è un titolo «dato con inesattezza, perchè da esso titolo risulta il guaio che un inferiore (Guardiano) darebbe ordini ad un superiore (Provinciale)». Propone dunque che invece s'intitoli:Processo autentico, istituito per commissione Generalizia, sui Cappuccini assistenti al lazzeretto e sul servizio ivi prestato nella pestilenza del 1630, compilato l'anno 1646. Da questoProcessorisulta che il P. Vittore, uno de' superstiti, dichiarò che tra i cappuccini che prestarono l'opera loro nel lazzeretto di Milano vi fu anche il «Padre Fra Cristoforo Picenardi da Cremona, sacerdote, che morì nel mese di giugno dei suddetto anno 1630 di peste, stimata da lui catarro, ma dagli altri tutti giudicata vera peste, havendo servito con molto fervore di carità et esempii religiosi a' poveri appestati». Fra Bonifacio, laico, altro dei superstiti, depose che il «Padre Fra Cristoforo servì e morì di peste al lazzeretto»; e il P. Felice Casati, terzo e ultimo dei superstiti, ripetè che il «Padre Fra Cristoforo servì nel lazzeretto e vi lasciò la vita». La scoperta fece chiasso, e il «documento» fu mostrato al Manzoni, il quale corse nella sua libreria e tornò con leMemorie delle cose notabili successe in Milano intorno al mal contaggioso l'anno 1630, ec.raccolte da DonPio La Croce, in Milano, nelle Stampe di Giuseppe Maganza, 1730; in-4º. Son le memorie stesse che cita nel cap. XXXII de'Promessi Sposi, dicendole tratte «evidentemente da scritto inedito d'autore vissuto al tempo della pestilenza; se pure non è una semplice edizione, piuttosto che una nuova compilazione». Tornò dunque con questeMemoriee lesse al suo visitatore quello che vi sta scritto a pag. 12. «Nelli stessi giorni» (così il La Croce) «il P. Cristoforo da Cremona, sacerdote, molto avanti già eletto a quel servizio, tolti gli ostacoli che in allora gliel'avevano impedito, alla fine entrò nel desiderato arringo: e ben si può dire desiderato, perchè più volte fu udito dire:—Io ardo di desiderio di andare a morire per Gesù Cristo, ed ora mi pare mill'anni.—Desiderio che ebbe poi felicissimo l'effetto corrispondente, a' 10 pure di giugno, morendo di peste per il servizio di quei poveri, nella persona de' quali serviva il suo diletto Gesù». Cfr.Stoppani A.I primi anni di Alessandro Manzoni,spigolature, Milano, Bernardoni, 1874; pp, 135-138.Il Muoni tira la conseguenza che, «giusta siffatto documento, il P. Cristoforo anzichè essere al mondo un Ludovico, nato da un semplice mercante di provincia, apparterrebbe in quella vece all'antica e patrizia famiglia dei Picenardi di Cremona». Il «documento» invece prova soltanto che il P. Cristoforo, morto di peste al lazzeretto, apparteneva alla famiglia Picenardi di Cremona. Ora, siccome a Cremona delle famiglie Picenardi ce n'erano parecchie, alcune patrizie, altre no, resta a vedersi da quale di esse sia uscito. Della «nobilissima famiglia dei Picenardi» già l'aveva detto il P.Massimo Bertanida Valenza [Annali Cappuccini, part. III, vol III, n.º 30]; ma ottantaquattro anni dopo la morte del P. Cristoforo e senza darne nessuna prova. Ai giorni nostri se n'è fatto caldo sostenitore DonLuigi Lucchini, che più volte è sceso in campo. Cfr.Fra Cristoforo deiPromessi Sposi,personaggio storico cremonese, illustrazione documentata, scene della braveria cremonese, Bozzolo, tip. Arini, 1902, in-8.º—Commentario deiPromessi Sposi,ovvero la rivelazione di tutti i personaggi anonimi, Bozzolo, tip. Commerciale, 1902, in-8.º—Lo stesso,Seconda edizione, riccamente illustrata da medaglioni, Lecco, tip. arciv. del Resegone, 1904, in-8.º Le sue conclusioni son queste. Trova ne' libri de' battezzati di Cremona un Lodovico, figlio di Giuseppe Picenardi e di Susanna Cellana, nato il 5 decembre 1568, non però appartenente ai «rami più cospicui del casato», ma alle «altre famiglie dei Picenardi, ricche di censo, senza però un cenno di nobiltà»; e trova che questo Lodovico era uno spadaccino e un attaccabrighe, in discordia con la prepotente e sanguinaria famiglia cremonese degli Ariberti. Esclama: questo è il Picenardi che si fece cappuccino, e tutto quello che scrive il Manzoni del P. Cristoforo è la biografia di lui, «non un parto inverosimile, creato dalla fantasia del romanziere». Il P. Felice da Mezzana [Op. cit.; pp. 7-8] gli risponde: «che ci sia stato un Lodovico nella nobile famiglia Picenardi poco importa, e il Lucchini avrebbe dovuto fare a meno della fede di nascita; si dovrebbe mostrare: 1.º che questi si fece cappuccino; 2.º qual fu la causa che diede l'ultimo colpo alla sua vocazione». Il Lucchini non riesce a dimostrare nè una cosa, nè l'altra; e «dopo d'aver avuta la bella ventura di poter assodare, con documenti e prove abbastanza copiose, la vita drammatica di Lodovico Picenardi, è abbandonato dalla capricciosa fortuna nel momento più bello, quando trattavasi di trovare, stabilire, assodare storicamente l'ultimo atto, o lo scioglimento del dramma».Pio La Croce nelle sueMemorie, oltre il P. Cristoforo da Cremona e tanti e tanti altri cappuccini che prestarono l'opera loro generosa durante l'infierire della peste, rammenta anche un P. Galdino della Brusada, non già laico, ma sacerdote, che «con purità particolare» servì egli pure gli appestati. Il Manzoni dette dunque questo nome di Galdino al tipo ideale di cappuccino che andava immaginando; nome già portato da un arcivescovo di Milano, che fu cardinale e santo, e talmente caritatevole da restare in proverbio ilpane di S. Galdino. Ma poi trovando nelle stesseMemorierammentato un P. Cristoforo da Cremona, morto nel lazzeretto assistendo gli appestati; appunto per aver egli fatto olocausto della vita in quel tremendo luogo di dolore, fu in lui e col suo nome che idealizzò il proprio eroe della carità cristiana. E a fra Canziano dette il nome di Galdino; il «nome soltanto, si badi»; e ripensando al proverbio milaneseel pan de San Galdin, «di qui dovè forse venire al romanziere l'idea di metter quel nome ad un frate cercatore; da lui destinato a rappresentare uno degli aspetti della vita conventuale», come nota col suo solito acume ilD'Ovidio[Fra Galdino; inLe correzioni aiPromessi Sposie la questione della lingua, Napoli, Morano, 1893; pp. 259-260], Racconta loStampa[Op. cit.; II, 149]: «Un giorno che il Manzoni sorrideva delle sciocche accuse di bigottismo che gli erano affibbiate... venne fuori a dire:—Non hanno capito che ho messo a posta nel romanzo quel personaggio di fra Galdino per porre in ridicolo per l'appunto i pregiudizi bigotti?—». Il Manzoni, discorrendo col Bonghi, ebbe a dire: «M'hanno chi lodato, chi rimproverato d'aver voluto rimettere in onore i Cappuccini. Non ci ho neppure pensato. Gli ho messi così nei mio romanzo, perchè mi son parsi una forza viva e attiva in quei tempi. Ora, non gli credo più utili alla religione». Cfr.D'Ovidio F.,I pensieri inediti del Bonghi; inSimpatie, Palermo, Sandron, 1903, p. 79.Oltre il D'Ovidio, si occuparono di fra Galdino,Luigi Ercolani,Fra Galdino a Francesco D'Ovidio, Reggio, tip. Lipari, 1879; in-8º;Alberino Bondi,Fra Galdino, nellaPsiche, di Palermo, ann. XVI, n.º 21, 1º novembre 1899; eFrancesco Lo Parco,Due frati nei«Promessi Sposi», Ariano, Stab. tipografico Appulo-Irpino, 1901; in-8.º Di fra Galdino tratta a pp. 5-17 e 44-46; l'altro frate è il P. Cristoforo.Luigi Sailer[Il P. Cristoforo nel Romanzo e nella Storia; inDiscussioni manzoniane, Città di Castello, Lapi, 1886, pp, 147-196] trova «parecchi riscontri curiosi» tra Alfonso III d'Este che, rinunziata la corona ducale di Modena, si fece cappuccino, e il frate manzoniano.Niccolò Rodolico[L'abdicazione di Alfonso III d'Este, Acireale, tip. dell'Etna, 1901, pp. 87-92] non crede «esatto storicamente ilcontinuo trascendere, che il Sailer nota,delle virtù effettive ed eroiche del Principe, in eccessi viziosi di cui appariscono tutti i germi nel P, Cristoforo del Manzoni». Per il Rodolico «la splendida figura del P. Cristoforo non ha, per la sua verosimiglianza, bisogno di riprove istoriche in episodii della vita del Duca cappuccino. Essa vive nell'anima buona eterna dell'Umanità, che ama il P. Cristoforo, poichè corrisponde a ciò che è in essa di veramente buono, di quel Buono che talvolta, come scintilla del fuoco divino, sprizza di luce nelle azioni umane dei padri Cristofori della Storia».Rodolfo Renier[Un riscontro alserio accidenteper cui indossò la tonaca P. Cristoforo; inGiornale storico della letteratura italiana, XXXVIII, 247-250] nega che il Manzoni «abbia in modo alcuno esemplato il Duca cappuccino. Troppe e troppo palesi sono le diversità. Ma se il Manzoni conobbe la storia di Alfonso (e chi sappia quanto accurata sia stata sempre la sua preparazione storica non dubiterà che l'abbia conosciuta), è probabile, anzi quasi certo, che da essa tolse più d'una ispirazione per delineare, in conformità allo spirito del tempo, la figura di Lodovico-Cristoforo». In un brano della prima minuta, che ho riportato qui sopra, il Manzoni annovera tra quelli che si fecero cappuccini «talvolta Principi, o fastiditi, o atterriti del loro potere». È un accenno ad Alfonso III, la cui vita ritengo abbia appresa dal Muratori, non già nelle biografie che ne scrissero il P. Giovanni da Sestola, il P. Giuseppe Maria Mozzarella e il P. Gaspero De Rougnes.Giovanni Livi[Il duello del Padre Cristoforo in relazione a documenti del tempo; nella Nuova Antologia, fascicolo del 16 giugno 1899] rintracciò una grida de' Rettori di Brescia del 5 maggio 1589, con la quale, «considerando con quanta facilità il più delle volte, per causa della sola precedentia della strada, succedono homicidii de importantia», si ordina, sotto gravi pene, «che nell'avenire... incontrandosi gentilhomini o altre persone che pretendino la superiorità della strada, sempre quello che caminarà dalla banda del muro con la mano destra verso a esso muro non sia, nè possa essere sforciato a partirsi da suo luogo, nel qual modo l'uno et l'altro haverà la banda destra». Il Manzoni anche nell'episodio del duello di Lodovico dipinge i tempi con tale verità, che se ne ha la piena conferma ne' documenti. Questo prova la grida, e niente altro; ma che la grida fosse conosciuta da lui, che gliela potessero avere inviata o Camillo Ugoni, o il Mompiani, o Giambattista Pagani, come vuole il Livi, è un correr troppo. A buon conto, quando il Manzoni scriveva il romanzo, il Mompiani era sotto processo; l'Ugoni in esilio; il Pagani non si occupò mai di ricerche erudite.Il prof. Rodolfo Renier riporta una curiosa lettera d'Isabella Gonzaga al marito, che è del 17 decembre 1507, nella quale lo ragguaglia che a Mantova, «essendosi incontrati a caso, suso uno cantono, messer Francisco Suardo et Zoan Lodovico da Gonzaga, per non cedersi l'un l'altro la via, sono stati fermi più de un'hora, contendendo de precedentia, l'uno per esser cavaler, l'altro de la casa del Gonzaga». Finalmente ebbero un'idea felice: «se voltarono l'uno al contrario de l'altro, ritornando per la via dove erano venuti».Il marchese Bartolommeo Ariberti di Cremona, trovandosi a Bologna, fu richiesto d'aiuto da Niccolò Soresina, suo concittadino, che essendo venuto a litigio col figlio del Doge di Venezia, là studente, temeva «che, accompagnato dalla sua numerosa fazione di venti o venticinque che si fussero fra servidori e scolari», avesse risoluto di affrontarlo e di torgli il muro». Il marchese gli dette braccio e «si trasse pertanto avanti il suo camerata, per sostener quel muro e quella mano che gli si doveva, e che gli avversari, co' quali egli nè haveva conoscenza, nè alcun disparere, tentavano fuor di ragione di usurparsi. A quest'atto, che parve ardito a chi supponeva di non trovar resistenza, ma di potersi ingoiare a man franca col grosso numero dei seguaci l'avversano, tratte dall'una e dall'altra parte le spade, campeggiò la bravura del marchese sì fattamente, che cagionò terrore agli oppositori e meraviglia grande agli spettatori, vedendolo, con cinque sole persone, passare avanti vittoriosamente ed illeso, sostenere al maggior colmo l'honore all'amico ed a sè».Vita del Marchese Bartolomeo Ariberti, dedicata all'Illustriss. Signore il Sig. Marchese Girolamo Ariberti daGienserico Francomono Scirtibargamo[Giacomo Ariberti], In Gormalta, senza note tipografiche, [1649]; pp. 8-10. Cfr. anche:Manacorda G.,Il duello di Lodovico e un duello storico; nelGiornale storico della letteratura italiana; XLIV, 273-276. Di questi esempi, rovistando per gli archivi, ce n'è da trovarne un'infinità. (Ed.)[154]Nella stessa prima minuta cancellò qui e altrove questo nome, sostituendovi quello diDuplica, che poi nella seconda minuta diventòAzzecca-garbugli. E cancellò anche il nome della serva di lui, che nella prima minuta eraFelicina. (Ed.)[155]Quest'episodio è tolto dal capitolo III del tomo I della prima minuta. (Ed.)[156]Il Padre Cristoforo assiste al pranzo di Don Rodrigo. «Era questi in capo alla tavola: alla sua destra sedeva il giovane Conte Grazio», [divenuto poiAttilionel testo definitivo], «cugino di Don Rodrigo, suo compagno di libertinaggio e di soperchieria, e che villeggiava con lui; alla sinistra il Podestà, che Don Rodrigo aveva invitato non senza perchè, potendo trovarsi in un impegno dal quale si sarebbe cavato meglio quando la Giustizia fosse tutta disposta in favor suo. Il Podestà mostrava di ricevere l'onore di sedere famigliarmente a tavola d'un cavaliere con un rispetto misto però d'una certa libertà che gli dava il suo uficio; accanto a lui e con un rispetto il più puro e il più sviscerato sedeva il nostro dottor Duplica, il quale avrebbe voluto essere il protetto di tutti quelli che eran da più di lui e il protettore di tutti quelli che gli erano inferiori: due o tre altri convitati di ancor minore importanza attendevano a mangiare e a sorridere con una adulazione ancor più passiva di quella del dottore: e quando questi approvava con un argomento, o con una lode, che voleva esser ragionata, essi non sapevano dire più in là di: certamente».La disputa cavalleresca, nella quale il conte cugino e il Podestà erano di contrario parere e in cui bisognò che anche il Padre Cristoforo dicesse come la pensava, fu suggerita al Manzoni dal Birago. Il dott. Ubaldo Mazzini nello scritto già ricordato:La Cavalleria nei Promessi Sposi, prova, che «il luogo deiConsiglidel Birago che ci mostra a luce meridiana esser quel libro il vero fonte a cui ha attinto è ilConsiglio II, cioèil caso di bastonate date ad un portator di sfida, che trova riscontro nel capitolo V deiPromessi Sposi. Non solo qui il caso è perfettamente identico; ma identici sono i personaggi, identiche le citazioni, spesso identiche le parole». (Ed.)[157]A questo punto termina il capitolo V del tomo I della prima minuta e incomincia quello VI, intitolato:Peggio che peggio. (Ed.)[158]È la giornata che, chiamato da Lucia, corre alla sua casetta, e trova la giovane in angoscia per l'impedito matrimonio e per le persecuzioni di don Rodrigo. Il Padre Cristoforo, dopo, «si avviò al suo convento. Ivi andò in coro a cantare terza e sesta, s'assise alla parca mensa, e allora più parca del solito per la carestia che cominciava a farsi sentire dappertutto, e dopo raccomandati al Vicario gli affari del suo piccolo regno, si pose in via verso il covile dell'orso, che si trattava di ammansare; senza avere, a vero dire, molta speranza del buon successo del suo tentativo». Di ritorno dal «castellotto di don Rodrigo», corre di nuovo alla casetta di Lucia, «nell'attitudine di un generale» che ha «perduta, senza sua colpa, una battaglia». (Ed).[159]Segue, cancellato: «Quindi si gittò egli pure sul suo canile, dove lo lasceremo dormire, che ne ha bisogno». Quello che vien dopo, l'aggiunse poi. (Ed.)[160]Questo brano è tolto dal capitolo VII del tomo I della prima minuta. (Ed.)[161]Era Fermo, il quale menava con sè Tonio e Gervaso, che dovevano servire da testimoni al matrimonio. (Ed.)[162]Variante: «saliscendo». (Ed.)[163]La felice trovata di Carneade, come vedremo, balenò alla mente del Manzoni nella seconda minuta. (Ed.)[164]Segue cancellato: «Don Abbondio non aveva avuto tempo di spaventarsi, nè di maravigliarsi, nè di vedere, che Fermo aveva già pronunziate le parole magiche: Signor curato, in presenza di questi testimonj, questa è mia moglie». (Ed.)[165]Segue cancellato: «il sagrestano». (Ed.)[166]È un brano del capitolo VII del tomo I della prima minuta. (Ed.)[167]Prima scrisse: «(ha detto un barbaro che di tanto in tanto esce in qualche bella scappata d'ingegno, ma che nel complesso non può non accontentar noi gente «di gusto raffinato, avvezza a composizioni così continuamente ragionevoli, così rigorosamente sensate)». Nel testo definitivo è rimasto: «Tra il primo pensiero d'una impresa terribile, e l'esecuzione di essa, (ha detto un barbaro che non era privo d'ingegno) l'intervallo è un sogno, pieno di fantasmi e di paure». Ilbarbaroè Shakespeare, il quale espresse questo pensiero nell'atto secondo del suoJulius Caesar. Il reverendo Carlo Seven, che prese a tradurre in inglese iPromessi Sposiappena vennero alla luce, arrivato a questo passo, dette in furore e scrisse al Manzoni una lettera stizzosissima, chiedendogli conto e spiegazione di un tal giudizio. N'ebbe la seguente risposta, che ha la data del 25 gennaio 1828. «Pregiatissimo Signore, Si ricorda Ella di quel personaggio della commedia, il quale, strapazzato e battuto dalla sua sposa, per sospetto geloso, si rallegra tutto di quegli sdegni, benedice quelle percosse, che gli sono testimonianze d'amore? Ora, pensi che tale, a un di presso, è il mio sentimento, nel veder Lei così in collera contro di me, per difendere il mio Shakespeare: giacchè, quantunque io non sappia un iota d'inglese, e quindi non conosca il gran poeta che per via di traduzioni, pure ne son sì caldo ammiratore, che quasi quasi ci patisco se altri pretende esserlo più di me. E un tempo ch'io me la pigliava più calda che non adesso per la poesia e pei poeti, non le so dire quanta rabbia mi facessero quelle così rabbiose e così inconsiderate sentenze di Voltaire e de' suoi discepoli sulle cose di Shakespeare. E forse più ancor delle ingiurie mi spiaceva quel modo strano di lodarlo dicendo che, in mezzo a una serie di stravaganze, egli esce di tempo in tempo in mirabili scappate di genio: come se la voce del genio, che in quei luoghi leva, per dir così, un grido, non fosse quella stessa che parla altrove; come se la stessa potenza, che ivi fa di sè una mostra straordinaria, non si mostrasse, con meno scoppio, ma con maravigliosa continuità, nella pittura di tante e tanto varie passioni, nel linguaggio di tanti caratteri e di tante situazioni, così umano e così poetico, così inaspettato e così naturale; linguaggio cui non trova se non la natura nei casi reali, e la poesia nelle sue più alte e profonde inspirazioni; come se la stessa potenza non apparisse nella scelta, nella condotta, nella progressione degli avvenimenti e degli affetti, nell'ordine, così negletto in apparenza e così seguito in effetto, che uno non sa se debba attribuirlo a un mirabile istinto, o ad un mirabile artificio: o piuttosto v'è straordinariamente dell'uno e dell'altro, etc. etc. E appunto contro quel sentimento di Voltaire (sul quale, del resto, è stato detto da altri, prima di me, meglio ch'io non saprei mai dire) io me la son voluta prendere con quella mia frase ironica; la quale, intesa da Lei in senso proprio, non maraviglia che l'abbia così scandalizzata. Ma, poichè Ella l'ha intesa così, mi domanderà certamente come io abbia creduto che Ella l'avesse a intendere altrimenti. Le dirò che mi son fidato, prima di tutto, nelle parole stesse; le quali, se Ella vi pon mente, son tanto strane, a pigliarle sul serio, che m'è sembrato che avvisassero per sè di doverle pigliare pel verso opposto. Quelli che han voluto metter più basso Shakespeare, lo hanno detto un genio rozzo, indisciplinato, ma tutt'altro che volgare: la mia proposizione, intesa secondo la lettera, verrebbe a dirlo un ingegno barbaro e mediocre. E un giudizio, così lontano da tutti i giudizi, riuscirebbe ancor più strano e inintelligibile nella circostanza in cui è messo fuori, a proposito cioè d'un luogo famoso, d'un passo che, anche da quelli che non apprezzano lo scrittore, è conosciuto e citato come uno dei più nobili di tutta la poesia. Oltracciò, io mi son fidato nella supposizione che i miei lettori (dei quali, com'Ella dee aver veduto, io pronosticava al mio libro un numero ben minore di quello che gli ha dato la sorte) conoscessero la mia ammirazione per Shakespeare, e da questa conoscenza fossero guidati a interpretare (se ve n'era bisogno) le mie parole. Ma come l'avevano a conoscere? mi domanderà Ella di nuovo. Per un mezzo che mi viene a punto per fare una mia vendetta, una vendetta proprio di quelle atroci, alla moda di noi altri italiani, per castigarla, s'Ella mi permette, dell'aver pensato così male di me. E il suo castigo sarà di leggere una mia lettera, in francese, intorno alle unità drammatiche, lunga di molte buone pagine e pubblicata già da qualche anno. Ma io veggo ch'Ella domanda misericordia, e non voglio esser crudele: ridurrò dunque la pena allo stretto necessario; e, per uscir di scherzo, la pregherò di guardare nell'edizione, fatta costì [a Pisa] da codesto sig. Capurro, di varie mie corbellerie, i luoghi di quella lettera dove è parlato di Shakespeare. E sono, alla pag. 409, un piccolo confronto tra il concetto generale dell'Otello e quello della Zaira di Voltaire. Poi, alla pag. 414, dove, confessando che non mi gusta la mescolanza del serio e del giocoso nei drammi di Shakespeare, Ella vedrà s'io rinnego l'uomo, e se dibatto punto della mia ammirazione per esso. Alla 421, dove, per la parte mia, Shakespeare non è quasi altro che nominato, ma vedrà come e in che compagnia: quivi poi son riferite osservazioni d'un mio amico, le quali Ella leggerà sicuramente con piacere. Finalmente, s'io ho ben frugato per tutto, alla pag. 429, dove comincia un transunto del Riccardo II; un transunto magro e atto forse a dimostrare che chi l'ha steso abbia poco veduto in Shakespeare; ma non certamente che vi abbia poco guardato. Ciò non di meno, l'effetto che la mia frase ha prodotto in Lei così contrario al mio intento, mi dà giusto sospetto di non essermi spiegato così chiaro come avrei dovuto, e mi fa temere che un effetto simile non sia prodotto nel più degli altri lettori ch'io avrò da Lei: sicchè, non solo io consento (come Ella gentilmente mi propone); ma la prego ch'Ella voglia prevenire ogni simile interpretazione in quel modo che le parrà migliore. Le rendo nuove grazie dell'onore che Ella mi fa coll'occuparsi della mia favola-storia; e sento lietamente la speranza che Ella mi da di potere presto aver quello di conoscerla personalmente e di esprimerle a viva voce la mia riconoscenza e i sentimenti dell'alta stima, coi quali mi pregio di rassegnarmele Dev.moobb.moservitoreAlessandro Manzoni».Carlo Seven stampò la lettera a pp. XI-XVII dellaPrefaceche sta in fronte al vol I. della sua traduzione, accompagnandola con queste parole: «This passage» (l'accenno albarbaro che non era privo d'ingegno) «contains a sentiment from Shakespeare; and i was struck, as every one who reads it must be, with the parenthetical remark; in which the author styles the King of Bardsa barbarian not entirely destitute of talent, Indignant, as a loyal subject should be at the aspersions of a rebel, I dared to fling the gauntlet at his feet; and in a letter to M. Manzoni (to which I was encouraged by a previous communication), I charged him zealously if feebly, with his crime. In the reply, which I am permitted to annex at foot, he condescends to rebut the charge; and extend a friendly hand, where I looked for a hostile glaive. He alleges, as will be seen, that the passage is ironical—but I will not spoil the defence by garbling it. Let the Reader consider it with attention; and while attracted by the beauty of the Autor's style—the force and warmth of his panegyric on Shakespeare: while admiring the ingenious mode by which he deprecates our English prejudices—let him recommend to this highly gifted individual, henceforward to be less frugal of a note of admiration! And let him add, in the language of one among the consummate masters of Irony that England has had to boast«To statesmen when we give a wipe,We print it in Italic type».Cfr.The betrothed lovers;|a|milanese tale of the XVIIth. century:|translated|from the italian|of|Alessandro Manzoni.|In three volumes.|Vol. I| Pisa: | Niccolo Capurro, Lung'Arno | 1828; pp. VIII-X.
[144]Qui finisce il capitola VIII e incomincia quello IX. (Ed.)[145]Sarà curioso e utile il vedere di quali e quante correzioni e pentimenti l'A. tempestò questo primo periodo e quello seguente. Scrivo in corsivo e metto tra parentesi quadre le parole cancellate: «[Quel ramo del lago di Como[che]donde esce l'Adda[146]NellaGuida di Lecco, sue valli e suoi laghi, compilata daGiuseppe Fumagalli,con topografia descrittiva del romanzo«I Promessi Sposi»,e scritti vari diAntonio Ghislanzoni, del dott.Giovanni Pozzie di altri autori, Lecco, Vincenzo Andreotti detto Busall, editore [Milano, Stab. G. Civelli, 1882]; in-16º, con una carta topografica, si afferma che i panorami del territorio di Lecco non si possono ritrarre per virtù di parole e che il Manzoni non riuscì in questa descrizione, e non ottenne l'intento neanche con l'addio, il quale ci commuove fortemente sol perchè in esso «sta la sintesi di tutti quei dolori che lo determinarono» [p. 50].B. Zumbini[I Promessi Sposi e il Lago di Lecco; inStudi di letteratura italiana, Firenze, Successori Le Monnier, 1892, pp. 280-281] fa notare «a codesti egregi autori» che, «trattandosi di cose del Manzoni, era meglio se ne ragionasse con minor disinvoltura», poi soggiunge: «mi pare evidente che il Manzoni abbia adoperata la descrizione non già per far visibili alla mente le cose, quali sono nella loro realtà, ma piuttosto per derivarne nuovo pregio a quella rappresentazione di fatti umani, ch'era il suo più alto intento. E ciò fece con quella profonda consapevolezza di fini e di mezzi, di cui diede chiare prove in ogni altro suo lavoro, e con quel raziocinio che in lui non fu meno meraviglioso delle facoltà poetiche. E veramente, da ogni particolare di quella descrizione e da tutto ciò che seguita nel romanzo, s'intende com'egli volesse destare in noi l'immagine di un dolce e riposato ostello, i cui abitatori sarebbero stati felicissimi, se non li avesse contristati la violenza de' signorotti paesani e degli Spagnuoli». (Ed.)[147]Cfr.Sforza Gio.,Saggio di una edizione critica dei Promessi Sposi, Bologna, tipografia Zamorani e Albertazzi, MDCCC XCVIII; in-fol.[148]Racconta loStampa[Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici; II, 175]: «Il Manzoni non diede ad altri da ricopiare il suo romanzo, e udii raccontare da lui stesso che finito il romanzo ed avendo sul tavolo il mucchio di carte che lo componeva, invitato dal Grossi a darlo allo stampatore, gli rispose:—Oh giusto! ora bisogna copiarlo per porlo in netto, perchè lo stampatore possa raccapezzarsi.—Ebbene, fallo copiare, disse il Grossi.—Oh giusto! bisogna che lo copi io stesso, per fare in pari tempo quelle correzioni che saranno del caso.—Come! esclamò il Grossi, vuoi fare la fatica bestiale di copiare tutto quel mucchio di carta? Ma sei pazzo!—Che vuoi che ti dica? Non posso fare a meno. Bisogna che faccia alla mia maniera.—Ed ebbe la pazienza di copiare lui stesso tutto il manoscritto deiPromessi Sposi, e mi pareva che nel raccontare tal cosa ne provasse una certa soddisfazione». Lo Stampa nell'affermar questo è stato tradito dalla memoria. Il Manzoni, condotta a fine la prima minuta, non poteva darla a copiare ad altri, perchè non si trattava di una trascrizione, bensì di un rifacimento, che bisognava scrivesse da per sè; come infatti fece. Della copia per la Censura, che è d'altra mano, ed è la trascrizione della seconda minuta, resta soltanto il primo volume; gli altri due sono andati perduti. Dunque il consiglio del Grossi, se pur lo dette, fu accolto e seguìto. Questa copia ha molte correzioni autografe del Manzoni, che a volte rifà di suo pugno anche de' lunghi brani, o in margine, o incollando sul manoscritto qualche brandello di carta. Nel presente saggio, che ne do, stampo in carattere corsivo le correzioni di mano di lui. (Ed.)[149]Il Manzoni nel testo definitivo si diffuse maggiormente a raccontare la vita de' suoi protagonisti anche dopo maritati. Parlandone a uno de' propri congiunti, che lo lodava appunto per questo, gli disse: «Che vuoi? sarò probabilmente criticato di avere diminuito l'effetto della fine del romanzo continuando a descrivere la vita dei due sposi. Ma anche a me piace di più il lieto fine; e non ho potuto trattenermi dalla tentazione di stare un po' ancora in compagnia de' miei burattini». Lo racconta loStampa[Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici, appunti e memorie; II, 177]; e aggiunge [p. 183]: il Manzoni «non si sarebbe accinto a scrivere un altro romanzo sul tipo de'Promessi Sposi, ma ebbe una volta la tentazione di scrivere un altro romanzo di genere fantastico, di cui pur troppo non mi ricordo il titolo che doveva portare e la sua traccia generale; ma la seppi». (Ed.)[150]Nella stessa prima minuta la ribattezzò poiPerpetua; nome, come tanti altri de'Promessi Sposi, divenuto famoso. In uno studio molto geniale delGraziadei[La Serva di Don Abbondio, Palermo, Reber, 1903] si legge: «In quella casa, piccola, che in tre passi si traversa una stanza e s'è nell'altra, non v'ha di grande che il buon senso di Perpetua, e solo la lingua di lei si move in fretta». (Ed.)[151]Qui termina il capitolo I del tomo I della prima minuta, e incomincia il capitolo II. (Ed.)[152]Luigi Settembrini[Lezioni di letteratura italiana, settima edizione; III, 315] si domanda: «Come sono gli occhi di Lucia?» E risponde: «Non si sa; essi li teneva quasi sempre chinati a terra per pudore. Un altro poeta, e specialmente un francese, quali occhi avrebbe dati a quella fanciulla!» Nella prima minuta la descrizione degli occhi di Lucia c'era, ma nella stessa prima minuta la cancellò. Ecco il passo. Scrivo in corsivo e metto tra due parentesi la parte a cui dette di frego. «Oltre questo, che era l'ornamento particolare di quel giorno, Lucia aveva quello quotidiano di una modesta bellezza[.Questo era l'ornamento particolare di quel giorno, ma Lucia ne aveva un quotidiano, che consisteva in due occhi neri, vivi e modesti, e in un volto di una regolare e non comune bellezza]; la quale era allora accresciuta e per dir così abbellita dalle varie affezioni dell'animo suo in quel giorno. Poichè appariva nei suoi tratti una gioja non senza un leggier turbamento, un misto d'impazienza e di timore, e quella specie di accoramento tranquillo che ad ora ad ora si mostra sul volto delle spose, e che temperato dalle emozioni gioconde e liete, non turba la bellezza, ma l'accresce e le da un carattere particolare».Il consigliere Federico de Müller raccontando nelle proprieMemorieuna visita che fece al Manzoni a Brusuglio, nell'agosto del 1829, scrive: «Discorremmo molto deiPromessi Sposi. Io gli detti copia d'una lettera in cui una amica, di molto ingegno, si manifesta molto entusiasta di questa opera. Ne ebbe gran gioia; ma contro l'osservazione che vi si trova, esser cioè Lucia più un ideale che una vera figura d'italiana, affermò subito che la purezza e la castità delle contadine lombarde supera ogni aspettativa, e che egli ritrasse Lucia fedelmente dal vero. Madama» [Enrichetta] «Manzoni s'accordava in ciò perfettamente con lui, e m'assicurò che tra le contadinelle di que' contorni esiste una tale esagerata morigeratezza e ritrosia, da costringerle a ben guardarsi, quando vanno la domenica a passeggiare col fidanzato, dal prenderlo per la mano e dall'esser famigliari con lui, se non vogliono correr pericolo divenir diffamate dal popolino».Racconta loStampa[Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici; II, 167]: «Un giorno il Manzoni, al caminetto del suo studio, mi domandò spontaneamente e senza che me l'aspettassi:—Dimmi un po', non ti pare che, come contadina, abbia idealizzato un po' troppo la Lucia?—Risposi francamente:—No! perchè ho avuto occasione di conoscere qualche contadina che aveva dei sentimenti puri ed un cuore delicato come quello della tua Lucia.—Mi parve che gradisse molto questa risposta e che rimanesse molto soddisfatto di questa mia assicurazione». (Ed.)[153]Lo ribattezzò col nome di Padre Cristoforo nel capitolo IV del tomo I della stessa prima minuta; nella quale, da principio, lo fece anche guardiano del convento di Pescarenico; carica, per altro, che gli tolse quasi subito. Il nome di Galdino lo dette invece al cercatore delle noci, prima da lui chiamato fra Canziano. Costui fa la sua comparsa nel capitolo III del tomo I. «S'ode picchiare all'uscio e nello stesso momento un sommesso, ma distintoDeo gratias. Lucia, immaginandosi chi poteva essere, corse ad aprire; e allora, fatto un inchino, entrò infatti un laico cercatore cappuccino colla sua bisaccia pendente alla spalla sinistra, e l'imboccatura di essa attorcigliata e stretta nelle due mani sul petto.—Fra' Canziano, dissero le due donne.—Il Signore sia con voi, disse il frate: vengo per la cerca delle noci; e come il raccolto è stato buono, voi ne darete a Dio la sua parte, affinchè ve ne dia un altro eguale o migliore l'anno venturo; se però i nostri peccati non attireranno qualche castigo.—Lucia, vanne a pigliare le noci pei padri, disse Agnese». Mentre la figlia eseguisce la commissione, fra Canziano racconta alla madre il miracolo delle noci, avvenuto in Romagna, dove egli era stato cercatore; e avvenuto al tempo del «padre Agapito» (ribattezzato nel testo definitivopadre Macario), «che era un santo». Poi così prosegue il racconto: «Qui ricomparve Lucia col grembiule tanto carico di noci che lo poteva reggere a fatica, tenendo i due capi sospesi colle braccia tese e allungate. Mentre fra Canziano si tolse la bisaccia dalle spalle, la pose in terra e aprì la bocca di quella per introdurvi l'abbondante elemosina, la madre fece un volto attonito e severo a Lucia, per la sua prodigalità; ma Lucia le diede un'occhiata, che voleva dire: mi giustificherò. Fra Canziano proruppe in elogj, in augurj, in promesse, in ringraziamenti; e, rimessa la bisaccia, si avviò; ma Lucia, fermatolo:—Vorrei una carità da voi, disse. Vorrei che diceste al Padre Galdino che ho bisogno di parlargli di somma premura; e che mi faccia la carità di venire da noi poverette subito subito, perchè io non posso venire alla chiesa.—Non volete altro? non passerà un'ora che lo dirò al Padre Galdino.—Non mi fallate.—State tranquilla; e così detto, partì, un po' più curvo e più contento che non quando era arrivato.Il Padre Galdino era un uomo di molta autorità fra i suoi e in tutto il contorno; eppure fra Canziano non fece nessuna osservazione a questa specie di ordine che gli si mandava da una donnicciuola di venire da lei; la commissione non gli parve strana niente più che se gli si fosse commesso di avvertire il Padre Galdino che il Vicario di Provvisione e i Sessanta del Consiglio generale della Città di Milano lo richiedevano per mandarlo ambasciatore a Don Filippo Quarto, Re di Castiglia, di Leone, etc. Non vi era nulla di troppo basso, nè di troppo elevato per un cappuccino: servire talvolta gl'infimi, ed esser serviti dai potenti; entrare nei palazzi e nei tugurii colla stessa aria mista di umiltà e di padronanza; essere nella stessa casa un soggetto di passatempo, e un personaggio senza il quale non si decideva nulla; cercare la limosina da per tutto, e farla a tutti quelli che la chiedevano al convento; a tutto era avvezzo un cappuccino, e faceva tutto a un dipresso colla stessa naturalezza, e non si stupiva di nulla. Uscendo dal suo convento per qualche affare, non era impossibile che prima di tornarsene si abbattesse, o in un principe che gli baciasse umilmente la punta del cordone, o in una mano di ragazzacci che, fingendo di essere alle mani fra di loro, gli bruttassero la barba di fango. La parola frate in quei tempi era proferita colla più gran venerazione e col più profondo disprezzo; era un elogio e un'ingiuria: i cappuccini forse più di tutti gli altri riunivano questi due estremi, perchè senza ricchezze, facendo più aperta professione di umiliazioni, si esponevano più facilmente al vilipendio, e alla venerazione che possono venire da questa condotta. La considerazione poi data generalmente al loro Ordine li poneva nel caso sovente di giovare e di nuocere ai privati, di essere grandi ajuti e grandi ostacoli, e da quindi anche la varietà del sentimento che si aveva per essi, e delle opinioni sul conto loro. Varii pure e moltiformi erano e dovevano essere i motivi che conducevano gli uomini ad arruolarsi in un esercito così fatto. Uomini compresi della eccellenza di quello stato, che allora era esaltata universalmente; altri per acquistare una considerazione alla quale non sarebbero mai giunti vivendo, come allora si viveva, nel secolo; altri per fuggire una persecuzione, per cavarsi da un impiccio; altri dopo una grande sventura, disgustati del mondo; talvolta principi, o fastiditi o atterriti del loro potere; molti perchè di quelli che entrano in una carriera per la sola ragione che la vedono aperta; molti per un sentimento vero di amor di Dio e degli uomini, per l'intenzione di essere virtuosi ed utili; e questa loro intenzione (perchè quando si è persuasi d'una verità bisogna dirla; l'adulazione ad una opinione predominante ha tutti i caratteri indegni di quella che si usa verso i potenti), questa loro intenzione non era una pia illusione, l'errore d'un buon cuore e d'una mente leggiera, come potrebbe parere, e come pare talvolta a chi non sa, o non considera le circostanze e l'idee di quei tempi: era una intenzione ragionata, formata da una osservazione delle cose reali; e in fatti con queste intenzioni molti, abbracciando quello stato, facevano del bene tutta la loro vita; anzi molti, che sarebbero stati uomini pericolosi, che avrebbero accresciuti i mali della società, diventavano utili con quell'abito indosso. Ho fatta tutta questa tiritera, perchè nessuno trovi inverisimile che fra Canziano, senza fare alcuna obbiezione, senza stupirsi, si sia incaricato di dire nullameno che al Padre Guardiano che s'incomodasse a portarsi da una donnicciuola, che aveva bisogno di parlargli».Il mutamento del nome seguì, come s'è detto, nel capitolo IV, che prima intitolò:Il Padre Galdino, e poi:Il Padre Cristoforo; e seguì dopo che n'ebbe scritte alcune pagine. Son queste: «Era un bel mattino di novembre; la luce era diffusa sui monti e sul lago: le più alte cime erano dorate dal sole non ancora comparso sull'orizzonte, ma che stava per ispuntare dietro a quella montagna, che dalla sua forma è chiamata il Resegone (Segone), quando il Padre Galdino, a cui fra Canziano aveva esposta fedelmente l'ambasciata, si avviò dal suo convento per salire alla casetta di Lucia. Il cielo era sereno e un venticello d'autunno staccando le foglie inaridite del gelso le portava qua e là. Dal viottolo guardando sopra le picciole siepi e sui muricciuoli si vedevano splendere le viti per le foglie colorate di diversi rossi, e i campi, già seminati e lavorati di fresco, spiccavano dall'altro terreno come lunghi strati di drappi oscuri stesi sul suolo. L'aspetto della terra era lieto, ma gli uomini che si vedevano pei campi o sulla via mostravano nel volto l'abbattimento e la cura. Ad ogni tratto s'incontravano sulla via mendichi laceri e macilenti, invecchiati nel mestiere, ma fra i quali molti si conoscevano per forestieri, che la fame aveva cacciati da luoghi più miserabili, dove la carità consueta non aveva mezzi per nutrirli; e che passando a canto ai pitocchi indigeni del cantone gli guardavano con diffidenza e ne erano guardati in cagnesco come usurpatori. Di tempo in tempo si vedevano alcuni, i quali dal volto, dal modo e dall'abito mostravano di non aver mai tesa la mano e di essere ora indotti a farlo dalla necessità. Passavano cheti a canto al Padre Galdino, facendogli umilmente di cappello, senza dirgli nulla, perchè la sola parola che indirizzavano ai passeggieri era per chiedere l'elemosina, e un cappuccino, come ognun sa, non aveva niente. Ma il buon Padre Galdino si volgeva a quelli che apparivano più estenuati, più avviliti, e diceva loro in aria di compassione:—Andate al convento, fratello; finchè ci sarà un tozzo per noi, lo divideremo.—I contadini, sparsi pei campi, non rallegravano più la scena di quello che facessero i poverelli. Salutavano essi umilmente il Padre Galdino, e quelli a cui egli domandava come l'andasse:—Come vuole, padre? rispondevano: la va malissimo.—Alcuni, che in tempi ordinarj non avrebbero osato fermare e interrogare il Padre Guardiano, fatti più animosi per la miseria dei tempi, gli dicevano:—Come anderà questa faccenda, Padre Galdino?«—Sperate in Dio, che non vi abbandonerà. Povera gente! Il raccolto è proprio andato male?«—Grano non ne abbiamo per due mesi, le castagne sono fallate, e il lavoro cessa da tutte le bande.«Questa vista e questi discorsi crescevano vie più la mestizia del buon cappuccino, il quale camminava già col tristo presentimento in cuore di andare ad udire una qualche sventura.«Ma perchè pigliava egli tanto a cuore gli affari di Lucia? E perchè al primo avviso si era egli mosso come ad una chiamata del Padre Provinciale? E chi era questo Padre Cristoforo?»Ecco la prima volta che dà al frate il nuovo nome. Ne fa questa pittura: «Il Padre Cristoforo da Cremona era un uomo di circa sessanta anni» (poi corresse:più presso ai sessanta che ai cinquant'anni): «e il suo aspetto come i suoi modi annunziavano un antico e continuo combattimento tra una natura prosperosa, robesta, un'indole ardente, avventata, impetuosa e una legge imposta alla natura e all'indole da una volontà efficace e costante. Il suo capo, calvo e coperto all'intorno, secondo il rito cappuccinesco, di una corona di capelli, che l'età aveva renduti bianchi, si alzava di tempo in tempo per un movimento di spiriti inquieti e tosto si abbassava per riflessioni di umiltà. La barba, lunga e canuta, che gli copriva il mento e parte delle guance, faceva ancor più risaltare le forme rilevate, alle quali una antica abitudine di astinenza aveva dato più di gravità che tolto di espressione, e due occhj vivi, pronti, che di tratto in tratto sfolgoravano con vivacità repentina: come due cavalli bizzarri condotti a mano da un cocchiere col quale sanno per costume che non si può vincerla, pure fanno di tratto in tratto qualche salto, che termina subito con una buona stirata di briglie.«Il signor Ludovico (così fu nominato dal suo padrino quegli che facendosi poi frate prese il nome di Cristoforo), il signor Ludovico era figlio d'un ricco mercante cremonese, il quale negli ultimi anni suoi, vedovo e con questo unico figlio, rinunziò al commercio, comperò beni stabili, si pose a vivere da signore, cercò di far dimenticare che era stato mercante, e avrebbe voluto dimenticarlo egli stesso. Ma il fondaco, le balle, il bracciò gli tornavano sempre alla fantasia, come l'ombra di Banco a Macbeth».Per quali ragioni l'Autore prima lo chiamò Galdino e poi Cristoforo?Damiamo Muoni[L'antico Stato di Romano di Lombardia ed altri Comuni del suo Mandamento, cenni storici, documenti e regesti, Milano, Brigola, 1871; pp. 243-244] rinvenne negli Archivi di Finanza di Milano «un documento del massimo interesse», che «potrebbesi denominare:Incarico impartito il 21 ottobre 1646 dal Rev. P. Cristoforo da Como, Guardiano di Manza, a frate Lorenzo da Novara, Ministro Provinciale, per verificare quali furono i PP. Cappuccini, che si distinsero in caritatevoli servigi, massime all'epoca della peste del 1630». Il P.Felice da Mezzana, cappuccino, [Cenni sul Padre Cristoforo del Manzoni, Crema, tip. S. Pantaleone di L. Meleri, 1899; p. 12] osserva giustamente che è un titolo «dato con inesattezza, perchè da esso titolo risulta il guaio che un inferiore (Guardiano) darebbe ordini ad un superiore (Provinciale)». Propone dunque che invece s'intitoli:Processo autentico, istituito per commissione Generalizia, sui Cappuccini assistenti al lazzeretto e sul servizio ivi prestato nella pestilenza del 1630, compilato l'anno 1646. Da questoProcessorisulta che il P. Vittore, uno de' superstiti, dichiarò che tra i cappuccini che prestarono l'opera loro nel lazzeretto di Milano vi fu anche il «Padre Fra Cristoforo Picenardi da Cremona, sacerdote, che morì nel mese di giugno dei suddetto anno 1630 di peste, stimata da lui catarro, ma dagli altri tutti giudicata vera peste, havendo servito con molto fervore di carità et esempii religiosi a' poveri appestati». Fra Bonifacio, laico, altro dei superstiti, depose che il «Padre Fra Cristoforo servì e morì di peste al lazzeretto»; e il P. Felice Casati, terzo e ultimo dei superstiti, ripetè che il «Padre Fra Cristoforo servì nel lazzeretto e vi lasciò la vita». La scoperta fece chiasso, e il «documento» fu mostrato al Manzoni, il quale corse nella sua libreria e tornò con leMemorie delle cose notabili successe in Milano intorno al mal contaggioso l'anno 1630, ec.raccolte da DonPio La Croce, in Milano, nelle Stampe di Giuseppe Maganza, 1730; in-4º. Son le memorie stesse che cita nel cap. XXXII de'Promessi Sposi, dicendole tratte «evidentemente da scritto inedito d'autore vissuto al tempo della pestilenza; se pure non è una semplice edizione, piuttosto che una nuova compilazione». Tornò dunque con questeMemoriee lesse al suo visitatore quello che vi sta scritto a pag. 12. «Nelli stessi giorni» (così il La Croce) «il P. Cristoforo da Cremona, sacerdote, molto avanti già eletto a quel servizio, tolti gli ostacoli che in allora gliel'avevano impedito, alla fine entrò nel desiderato arringo: e ben si può dire desiderato, perchè più volte fu udito dire:—Io ardo di desiderio di andare a morire per Gesù Cristo, ed ora mi pare mill'anni.—Desiderio che ebbe poi felicissimo l'effetto corrispondente, a' 10 pure di giugno, morendo di peste per il servizio di quei poveri, nella persona de' quali serviva il suo diletto Gesù». Cfr.Stoppani A.I primi anni di Alessandro Manzoni,spigolature, Milano, Bernardoni, 1874; pp, 135-138.Il Muoni tira la conseguenza che, «giusta siffatto documento, il P. Cristoforo anzichè essere al mondo un Ludovico, nato da un semplice mercante di provincia, apparterrebbe in quella vece all'antica e patrizia famiglia dei Picenardi di Cremona». Il «documento» invece prova soltanto che il P. Cristoforo, morto di peste al lazzeretto, apparteneva alla famiglia Picenardi di Cremona. Ora, siccome a Cremona delle famiglie Picenardi ce n'erano parecchie, alcune patrizie, altre no, resta a vedersi da quale di esse sia uscito. Della «nobilissima famiglia dei Picenardi» già l'aveva detto il P.Massimo Bertanida Valenza [Annali Cappuccini, part. III, vol III, n.º 30]; ma ottantaquattro anni dopo la morte del P. Cristoforo e senza darne nessuna prova. Ai giorni nostri se n'è fatto caldo sostenitore DonLuigi Lucchini, che più volte è sceso in campo. Cfr.Fra Cristoforo deiPromessi Sposi,personaggio storico cremonese, illustrazione documentata, scene della braveria cremonese, Bozzolo, tip. Arini, 1902, in-8.º—Commentario deiPromessi Sposi,ovvero la rivelazione di tutti i personaggi anonimi, Bozzolo, tip. Commerciale, 1902, in-8.º—Lo stesso,Seconda edizione, riccamente illustrata da medaglioni, Lecco, tip. arciv. del Resegone, 1904, in-8.º Le sue conclusioni son queste. Trova ne' libri de' battezzati di Cremona un Lodovico, figlio di Giuseppe Picenardi e di Susanna Cellana, nato il 5 decembre 1568, non però appartenente ai «rami più cospicui del casato», ma alle «altre famiglie dei Picenardi, ricche di censo, senza però un cenno di nobiltà»; e trova che questo Lodovico era uno spadaccino e un attaccabrighe, in discordia con la prepotente e sanguinaria famiglia cremonese degli Ariberti. Esclama: questo è il Picenardi che si fece cappuccino, e tutto quello che scrive il Manzoni del P. Cristoforo è la biografia di lui, «non un parto inverosimile, creato dalla fantasia del romanziere». Il P. Felice da Mezzana [Op. cit.; pp. 7-8] gli risponde: «che ci sia stato un Lodovico nella nobile famiglia Picenardi poco importa, e il Lucchini avrebbe dovuto fare a meno della fede di nascita; si dovrebbe mostrare: 1.º che questi si fece cappuccino; 2.º qual fu la causa che diede l'ultimo colpo alla sua vocazione». Il Lucchini non riesce a dimostrare nè una cosa, nè l'altra; e «dopo d'aver avuta la bella ventura di poter assodare, con documenti e prove abbastanza copiose, la vita drammatica di Lodovico Picenardi, è abbandonato dalla capricciosa fortuna nel momento più bello, quando trattavasi di trovare, stabilire, assodare storicamente l'ultimo atto, o lo scioglimento del dramma».Pio La Croce nelle sueMemorie, oltre il P. Cristoforo da Cremona e tanti e tanti altri cappuccini che prestarono l'opera loro generosa durante l'infierire della peste, rammenta anche un P. Galdino della Brusada, non già laico, ma sacerdote, che «con purità particolare» servì egli pure gli appestati. Il Manzoni dette dunque questo nome di Galdino al tipo ideale di cappuccino che andava immaginando; nome già portato da un arcivescovo di Milano, che fu cardinale e santo, e talmente caritatevole da restare in proverbio ilpane di S. Galdino. Ma poi trovando nelle stesseMemorierammentato un P. Cristoforo da Cremona, morto nel lazzeretto assistendo gli appestati; appunto per aver egli fatto olocausto della vita in quel tremendo luogo di dolore, fu in lui e col suo nome che idealizzò il proprio eroe della carità cristiana. E a fra Canziano dette il nome di Galdino; il «nome soltanto, si badi»; e ripensando al proverbio milaneseel pan de San Galdin, «di qui dovè forse venire al romanziere l'idea di metter quel nome ad un frate cercatore; da lui destinato a rappresentare uno degli aspetti della vita conventuale», come nota col suo solito acume ilD'Ovidio[Fra Galdino; inLe correzioni aiPromessi Sposie la questione della lingua, Napoli, Morano, 1893; pp. 259-260], Racconta loStampa[Op. cit.; II, 149]: «Un giorno che il Manzoni sorrideva delle sciocche accuse di bigottismo che gli erano affibbiate... venne fuori a dire:—Non hanno capito che ho messo a posta nel romanzo quel personaggio di fra Galdino per porre in ridicolo per l'appunto i pregiudizi bigotti?—». Il Manzoni, discorrendo col Bonghi, ebbe a dire: «M'hanno chi lodato, chi rimproverato d'aver voluto rimettere in onore i Cappuccini. Non ci ho neppure pensato. Gli ho messi così nei mio romanzo, perchè mi son parsi una forza viva e attiva in quei tempi. Ora, non gli credo più utili alla religione». Cfr.D'Ovidio F.,I pensieri inediti del Bonghi; inSimpatie, Palermo, Sandron, 1903, p. 79.Oltre il D'Ovidio, si occuparono di fra Galdino,Luigi Ercolani,Fra Galdino a Francesco D'Ovidio, Reggio, tip. Lipari, 1879; in-8º;Alberino Bondi,Fra Galdino, nellaPsiche, di Palermo, ann. XVI, n.º 21, 1º novembre 1899; eFrancesco Lo Parco,Due frati nei«Promessi Sposi», Ariano, Stab. tipografico Appulo-Irpino, 1901; in-8.º Di fra Galdino tratta a pp. 5-17 e 44-46; l'altro frate è il P. Cristoforo.Luigi Sailer[Il P. Cristoforo nel Romanzo e nella Storia; inDiscussioni manzoniane, Città di Castello, Lapi, 1886, pp, 147-196] trova «parecchi riscontri curiosi» tra Alfonso III d'Este che, rinunziata la corona ducale di Modena, si fece cappuccino, e il frate manzoniano.Niccolò Rodolico[L'abdicazione di Alfonso III d'Este, Acireale, tip. dell'Etna, 1901, pp. 87-92] non crede «esatto storicamente ilcontinuo trascendere, che il Sailer nota,delle virtù effettive ed eroiche del Principe, in eccessi viziosi di cui appariscono tutti i germi nel P, Cristoforo del Manzoni». Per il Rodolico «la splendida figura del P. Cristoforo non ha, per la sua verosimiglianza, bisogno di riprove istoriche in episodii della vita del Duca cappuccino. Essa vive nell'anima buona eterna dell'Umanità, che ama il P. Cristoforo, poichè corrisponde a ciò che è in essa di veramente buono, di quel Buono che talvolta, come scintilla del fuoco divino, sprizza di luce nelle azioni umane dei padri Cristofori della Storia».Rodolfo Renier[Un riscontro alserio accidenteper cui indossò la tonaca P. Cristoforo; inGiornale storico della letteratura italiana, XXXVIII, 247-250] nega che il Manzoni «abbia in modo alcuno esemplato il Duca cappuccino. Troppe e troppo palesi sono le diversità. Ma se il Manzoni conobbe la storia di Alfonso (e chi sappia quanto accurata sia stata sempre la sua preparazione storica non dubiterà che l'abbia conosciuta), è probabile, anzi quasi certo, che da essa tolse più d'una ispirazione per delineare, in conformità allo spirito del tempo, la figura di Lodovico-Cristoforo». In un brano della prima minuta, che ho riportato qui sopra, il Manzoni annovera tra quelli che si fecero cappuccini «talvolta Principi, o fastiditi, o atterriti del loro potere». È un accenno ad Alfonso III, la cui vita ritengo abbia appresa dal Muratori, non già nelle biografie che ne scrissero il P. Giovanni da Sestola, il P. Giuseppe Maria Mozzarella e il P. Gaspero De Rougnes.Giovanni Livi[Il duello del Padre Cristoforo in relazione a documenti del tempo; nella Nuova Antologia, fascicolo del 16 giugno 1899] rintracciò una grida de' Rettori di Brescia del 5 maggio 1589, con la quale, «considerando con quanta facilità il più delle volte, per causa della sola precedentia della strada, succedono homicidii de importantia», si ordina, sotto gravi pene, «che nell'avenire... incontrandosi gentilhomini o altre persone che pretendino la superiorità della strada, sempre quello che caminarà dalla banda del muro con la mano destra verso a esso muro non sia, nè possa essere sforciato a partirsi da suo luogo, nel qual modo l'uno et l'altro haverà la banda destra». Il Manzoni anche nell'episodio del duello di Lodovico dipinge i tempi con tale verità, che se ne ha la piena conferma ne' documenti. Questo prova la grida, e niente altro; ma che la grida fosse conosciuta da lui, che gliela potessero avere inviata o Camillo Ugoni, o il Mompiani, o Giambattista Pagani, come vuole il Livi, è un correr troppo. A buon conto, quando il Manzoni scriveva il romanzo, il Mompiani era sotto processo; l'Ugoni in esilio; il Pagani non si occupò mai di ricerche erudite.Il prof. Rodolfo Renier riporta una curiosa lettera d'Isabella Gonzaga al marito, che è del 17 decembre 1507, nella quale lo ragguaglia che a Mantova, «essendosi incontrati a caso, suso uno cantono, messer Francisco Suardo et Zoan Lodovico da Gonzaga, per non cedersi l'un l'altro la via, sono stati fermi più de un'hora, contendendo de precedentia, l'uno per esser cavaler, l'altro de la casa del Gonzaga». Finalmente ebbero un'idea felice: «se voltarono l'uno al contrario de l'altro, ritornando per la via dove erano venuti».Il marchese Bartolommeo Ariberti di Cremona, trovandosi a Bologna, fu richiesto d'aiuto da Niccolò Soresina, suo concittadino, che essendo venuto a litigio col figlio del Doge di Venezia, là studente, temeva «che, accompagnato dalla sua numerosa fazione di venti o venticinque che si fussero fra servidori e scolari», avesse risoluto di affrontarlo e di torgli il muro». Il marchese gli dette braccio e «si trasse pertanto avanti il suo camerata, per sostener quel muro e quella mano che gli si doveva, e che gli avversari, co' quali egli nè haveva conoscenza, nè alcun disparere, tentavano fuor di ragione di usurparsi. A quest'atto, che parve ardito a chi supponeva di non trovar resistenza, ma di potersi ingoiare a man franca col grosso numero dei seguaci l'avversano, tratte dall'una e dall'altra parte le spade, campeggiò la bravura del marchese sì fattamente, che cagionò terrore agli oppositori e meraviglia grande agli spettatori, vedendolo, con cinque sole persone, passare avanti vittoriosamente ed illeso, sostenere al maggior colmo l'honore all'amico ed a sè».Vita del Marchese Bartolomeo Ariberti, dedicata all'Illustriss. Signore il Sig. Marchese Girolamo Ariberti daGienserico Francomono Scirtibargamo[Giacomo Ariberti], In Gormalta, senza note tipografiche, [1649]; pp. 8-10. Cfr. anche:Manacorda G.,Il duello di Lodovico e un duello storico; nelGiornale storico della letteratura italiana; XLIV, 273-276. Di questi esempi, rovistando per gli archivi, ce n'è da trovarne un'infinità. (Ed.)[154]Nella stessa prima minuta cancellò qui e altrove questo nome, sostituendovi quello diDuplica, che poi nella seconda minuta diventòAzzecca-garbugli. E cancellò anche il nome della serva di lui, che nella prima minuta eraFelicina. (Ed.)[155]Quest'episodio è tolto dal capitolo III del tomo I della prima minuta. (Ed.)[156]Il Padre Cristoforo assiste al pranzo di Don Rodrigo. «Era questi in capo alla tavola: alla sua destra sedeva il giovane Conte Grazio», [divenuto poiAttilionel testo definitivo], «cugino di Don Rodrigo, suo compagno di libertinaggio e di soperchieria, e che villeggiava con lui; alla sinistra il Podestà, che Don Rodrigo aveva invitato non senza perchè, potendo trovarsi in un impegno dal quale si sarebbe cavato meglio quando la Giustizia fosse tutta disposta in favor suo. Il Podestà mostrava di ricevere l'onore di sedere famigliarmente a tavola d'un cavaliere con un rispetto misto però d'una certa libertà che gli dava il suo uficio; accanto a lui e con un rispetto il più puro e il più sviscerato sedeva il nostro dottor Duplica, il quale avrebbe voluto essere il protetto di tutti quelli che eran da più di lui e il protettore di tutti quelli che gli erano inferiori: due o tre altri convitati di ancor minore importanza attendevano a mangiare e a sorridere con una adulazione ancor più passiva di quella del dottore: e quando questi approvava con un argomento, o con una lode, che voleva esser ragionata, essi non sapevano dire più in là di: certamente».La disputa cavalleresca, nella quale il conte cugino e il Podestà erano di contrario parere e in cui bisognò che anche il Padre Cristoforo dicesse come la pensava, fu suggerita al Manzoni dal Birago. Il dott. Ubaldo Mazzini nello scritto già ricordato:La Cavalleria nei Promessi Sposi, prova, che «il luogo deiConsiglidel Birago che ci mostra a luce meridiana esser quel libro il vero fonte a cui ha attinto è ilConsiglio II, cioèil caso di bastonate date ad un portator di sfida, che trova riscontro nel capitolo V deiPromessi Sposi. Non solo qui il caso è perfettamente identico; ma identici sono i personaggi, identiche le citazioni, spesso identiche le parole». (Ed.)[157]A questo punto termina il capitolo V del tomo I della prima minuta e incomincia quello VI, intitolato:Peggio che peggio. (Ed.)[158]È la giornata che, chiamato da Lucia, corre alla sua casetta, e trova la giovane in angoscia per l'impedito matrimonio e per le persecuzioni di don Rodrigo. Il Padre Cristoforo, dopo, «si avviò al suo convento. Ivi andò in coro a cantare terza e sesta, s'assise alla parca mensa, e allora più parca del solito per la carestia che cominciava a farsi sentire dappertutto, e dopo raccomandati al Vicario gli affari del suo piccolo regno, si pose in via verso il covile dell'orso, che si trattava di ammansare; senza avere, a vero dire, molta speranza del buon successo del suo tentativo». Di ritorno dal «castellotto di don Rodrigo», corre di nuovo alla casetta di Lucia, «nell'attitudine di un generale» che ha «perduta, senza sua colpa, una battaglia». (Ed).[159]Segue, cancellato: «Quindi si gittò egli pure sul suo canile, dove lo lasceremo dormire, che ne ha bisogno». Quello che vien dopo, l'aggiunse poi. (Ed.)[160]Questo brano è tolto dal capitolo VII del tomo I della prima minuta. (Ed.)[161]Era Fermo, il quale menava con sè Tonio e Gervaso, che dovevano servire da testimoni al matrimonio. (Ed.)[162]Variante: «saliscendo». (Ed.)[163]La felice trovata di Carneade, come vedremo, balenò alla mente del Manzoni nella seconda minuta. (Ed.)[164]Segue cancellato: «Don Abbondio non aveva avuto tempo di spaventarsi, nè di maravigliarsi, nè di vedere, che Fermo aveva già pronunziate le parole magiche: Signor curato, in presenza di questi testimonj, questa è mia moglie». (Ed.)[165]Segue cancellato: «il sagrestano». (Ed.)[166]È un brano del capitolo VII del tomo I della prima minuta. (Ed.)[167]Prima scrisse: «(ha detto un barbaro che di tanto in tanto esce in qualche bella scappata d'ingegno, ma che nel complesso non può non accontentar noi gente «di gusto raffinato, avvezza a composizioni così continuamente ragionevoli, così rigorosamente sensate)». Nel testo definitivo è rimasto: «Tra il primo pensiero d'una impresa terribile, e l'esecuzione di essa, (ha detto un barbaro che non era privo d'ingegno) l'intervallo è un sogno, pieno di fantasmi e di paure». Ilbarbaroè Shakespeare, il quale espresse questo pensiero nell'atto secondo del suoJulius Caesar. Il reverendo Carlo Seven, che prese a tradurre in inglese iPromessi Sposiappena vennero alla luce, arrivato a questo passo, dette in furore e scrisse al Manzoni una lettera stizzosissima, chiedendogli conto e spiegazione di un tal giudizio. N'ebbe la seguente risposta, che ha la data del 25 gennaio 1828. «Pregiatissimo Signore, Si ricorda Ella di quel personaggio della commedia, il quale, strapazzato e battuto dalla sua sposa, per sospetto geloso, si rallegra tutto di quegli sdegni, benedice quelle percosse, che gli sono testimonianze d'amore? Ora, pensi che tale, a un di presso, è il mio sentimento, nel veder Lei così in collera contro di me, per difendere il mio Shakespeare: giacchè, quantunque io non sappia un iota d'inglese, e quindi non conosca il gran poeta che per via di traduzioni, pure ne son sì caldo ammiratore, che quasi quasi ci patisco se altri pretende esserlo più di me. E un tempo ch'io me la pigliava più calda che non adesso per la poesia e pei poeti, non le so dire quanta rabbia mi facessero quelle così rabbiose e così inconsiderate sentenze di Voltaire e de' suoi discepoli sulle cose di Shakespeare. E forse più ancor delle ingiurie mi spiaceva quel modo strano di lodarlo dicendo che, in mezzo a una serie di stravaganze, egli esce di tempo in tempo in mirabili scappate di genio: come se la voce del genio, che in quei luoghi leva, per dir così, un grido, non fosse quella stessa che parla altrove; come se la stessa potenza, che ivi fa di sè una mostra straordinaria, non si mostrasse, con meno scoppio, ma con maravigliosa continuità, nella pittura di tante e tanto varie passioni, nel linguaggio di tanti caratteri e di tante situazioni, così umano e così poetico, così inaspettato e così naturale; linguaggio cui non trova se non la natura nei casi reali, e la poesia nelle sue più alte e profonde inspirazioni; come se la stessa potenza non apparisse nella scelta, nella condotta, nella progressione degli avvenimenti e degli affetti, nell'ordine, così negletto in apparenza e così seguito in effetto, che uno non sa se debba attribuirlo a un mirabile istinto, o ad un mirabile artificio: o piuttosto v'è straordinariamente dell'uno e dell'altro, etc. etc. E appunto contro quel sentimento di Voltaire (sul quale, del resto, è stato detto da altri, prima di me, meglio ch'io non saprei mai dire) io me la son voluta prendere con quella mia frase ironica; la quale, intesa da Lei in senso proprio, non maraviglia che l'abbia così scandalizzata. Ma, poichè Ella l'ha intesa così, mi domanderà certamente come io abbia creduto che Ella l'avesse a intendere altrimenti. Le dirò che mi son fidato, prima di tutto, nelle parole stesse; le quali, se Ella vi pon mente, son tanto strane, a pigliarle sul serio, che m'è sembrato che avvisassero per sè di doverle pigliare pel verso opposto. Quelli che han voluto metter più basso Shakespeare, lo hanno detto un genio rozzo, indisciplinato, ma tutt'altro che volgare: la mia proposizione, intesa secondo la lettera, verrebbe a dirlo un ingegno barbaro e mediocre. E un giudizio, così lontano da tutti i giudizi, riuscirebbe ancor più strano e inintelligibile nella circostanza in cui è messo fuori, a proposito cioè d'un luogo famoso, d'un passo che, anche da quelli che non apprezzano lo scrittore, è conosciuto e citato come uno dei più nobili di tutta la poesia. Oltracciò, io mi son fidato nella supposizione che i miei lettori (dei quali, com'Ella dee aver veduto, io pronosticava al mio libro un numero ben minore di quello che gli ha dato la sorte) conoscessero la mia ammirazione per Shakespeare, e da questa conoscenza fossero guidati a interpretare (se ve n'era bisogno) le mie parole. Ma come l'avevano a conoscere? mi domanderà Ella di nuovo. Per un mezzo che mi viene a punto per fare una mia vendetta, una vendetta proprio di quelle atroci, alla moda di noi altri italiani, per castigarla, s'Ella mi permette, dell'aver pensato così male di me. E il suo castigo sarà di leggere una mia lettera, in francese, intorno alle unità drammatiche, lunga di molte buone pagine e pubblicata già da qualche anno. Ma io veggo ch'Ella domanda misericordia, e non voglio esser crudele: ridurrò dunque la pena allo stretto necessario; e, per uscir di scherzo, la pregherò di guardare nell'edizione, fatta costì [a Pisa] da codesto sig. Capurro, di varie mie corbellerie, i luoghi di quella lettera dove è parlato di Shakespeare. E sono, alla pag. 409, un piccolo confronto tra il concetto generale dell'Otello e quello della Zaira di Voltaire. Poi, alla pag. 414, dove, confessando che non mi gusta la mescolanza del serio e del giocoso nei drammi di Shakespeare, Ella vedrà s'io rinnego l'uomo, e se dibatto punto della mia ammirazione per esso. Alla 421, dove, per la parte mia, Shakespeare non è quasi altro che nominato, ma vedrà come e in che compagnia: quivi poi son riferite osservazioni d'un mio amico, le quali Ella leggerà sicuramente con piacere. Finalmente, s'io ho ben frugato per tutto, alla pag. 429, dove comincia un transunto del Riccardo II; un transunto magro e atto forse a dimostrare che chi l'ha steso abbia poco veduto in Shakespeare; ma non certamente che vi abbia poco guardato. Ciò non di meno, l'effetto che la mia frase ha prodotto in Lei così contrario al mio intento, mi dà giusto sospetto di non essermi spiegato così chiaro come avrei dovuto, e mi fa temere che un effetto simile non sia prodotto nel più degli altri lettori ch'io avrò da Lei: sicchè, non solo io consento (come Ella gentilmente mi propone); ma la prego ch'Ella voglia prevenire ogni simile interpretazione in quel modo che le parrà migliore. Le rendo nuove grazie dell'onore che Ella mi fa coll'occuparsi della mia favola-storia; e sento lietamente la speranza che Ella mi da di potere presto aver quello di conoscerla personalmente e di esprimerle a viva voce la mia riconoscenza e i sentimenti dell'alta stima, coi quali mi pregio di rassegnarmele Dev.moobb.moservitoreAlessandro Manzoni».Carlo Seven stampò la lettera a pp. XI-XVII dellaPrefaceche sta in fronte al vol I. della sua traduzione, accompagnandola con queste parole: «This passage» (l'accenno albarbaro che non era privo d'ingegno) «contains a sentiment from Shakespeare; and i was struck, as every one who reads it must be, with the parenthetical remark; in which the author styles the King of Bardsa barbarian not entirely destitute of talent, Indignant, as a loyal subject should be at the aspersions of a rebel, I dared to fling the gauntlet at his feet; and in a letter to M. Manzoni (to which I was encouraged by a previous communication), I charged him zealously if feebly, with his crime. In the reply, which I am permitted to annex at foot, he condescends to rebut the charge; and extend a friendly hand, where I looked for a hostile glaive. He alleges, as will be seen, that the passage is ironical—but I will not spoil the defence by garbling it. Let the Reader consider it with attention; and while attracted by the beauty of the Autor's style—the force and warmth of his panegyric on Shakespeare: while admiring the ingenious mode by which he deprecates our English prejudices—let him recommend to this highly gifted individual, henceforward to be less frugal of a note of admiration! And let him add, in the language of one among the consummate masters of Irony that England has had to boast«To statesmen when we give a wipe,We print it in Italic type».Cfr.The betrothed lovers;|a|milanese tale of the XVIIth. century:|translated|from the italian|of|Alessandro Manzoni.|In three volumes.|Vol. I| Pisa: | Niccolo Capurro, Lung'Arno | 1828; pp. VIII-X.
[144]Qui finisce il capitola VIII e incomincia quello IX. (Ed.)[145]Sarà curioso e utile il vedere di quali e quante correzioni e pentimenti l'A. tempestò questo primo periodo e quello seguente. Scrivo in corsivo e metto tra parentesi quadre le parole cancellate: «[Quel ramo del lago di Como[che]donde esce l'Adda[146]NellaGuida di Lecco, sue valli e suoi laghi, compilata daGiuseppe Fumagalli,con topografia descrittiva del romanzo«I Promessi Sposi»,e scritti vari diAntonio Ghislanzoni, del dott.Giovanni Pozzie di altri autori, Lecco, Vincenzo Andreotti detto Busall, editore [Milano, Stab. G. Civelli, 1882]; in-16º, con una carta topografica, si afferma che i panorami del territorio di Lecco non si possono ritrarre per virtù di parole e che il Manzoni non riuscì in questa descrizione, e non ottenne l'intento neanche con l'addio, il quale ci commuove fortemente sol perchè in esso «sta la sintesi di tutti quei dolori che lo determinarono» [p. 50].B. Zumbini[I Promessi Sposi e il Lago di Lecco; inStudi di letteratura italiana, Firenze, Successori Le Monnier, 1892, pp. 280-281] fa notare «a codesti egregi autori» che, «trattandosi di cose del Manzoni, era meglio se ne ragionasse con minor disinvoltura», poi soggiunge: «mi pare evidente che il Manzoni abbia adoperata la descrizione non già per far visibili alla mente le cose, quali sono nella loro realtà, ma piuttosto per derivarne nuovo pregio a quella rappresentazione di fatti umani, ch'era il suo più alto intento. E ciò fece con quella profonda consapevolezza di fini e di mezzi, di cui diede chiare prove in ogni altro suo lavoro, e con quel raziocinio che in lui non fu meno meraviglioso delle facoltà poetiche. E veramente, da ogni particolare di quella descrizione e da tutto ciò che seguita nel romanzo, s'intende com'egli volesse destare in noi l'immagine di un dolce e riposato ostello, i cui abitatori sarebbero stati felicissimi, se non li avesse contristati la violenza de' signorotti paesani e degli Spagnuoli». (Ed.)[147]Cfr.Sforza Gio.,Saggio di una edizione critica dei Promessi Sposi, Bologna, tipografia Zamorani e Albertazzi, MDCCC XCVIII; in-fol.[148]Racconta loStampa[Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici; II, 175]: «Il Manzoni non diede ad altri da ricopiare il suo romanzo, e udii raccontare da lui stesso che finito il romanzo ed avendo sul tavolo il mucchio di carte che lo componeva, invitato dal Grossi a darlo allo stampatore, gli rispose:—Oh giusto! ora bisogna copiarlo per porlo in netto, perchè lo stampatore possa raccapezzarsi.—Ebbene, fallo copiare, disse il Grossi.—Oh giusto! bisogna che lo copi io stesso, per fare in pari tempo quelle correzioni che saranno del caso.—Come! esclamò il Grossi, vuoi fare la fatica bestiale di copiare tutto quel mucchio di carta? Ma sei pazzo!—Che vuoi che ti dica? Non posso fare a meno. Bisogna che faccia alla mia maniera.—Ed ebbe la pazienza di copiare lui stesso tutto il manoscritto deiPromessi Sposi, e mi pareva che nel raccontare tal cosa ne provasse una certa soddisfazione». Lo Stampa nell'affermar questo è stato tradito dalla memoria. Il Manzoni, condotta a fine la prima minuta, non poteva darla a copiare ad altri, perchè non si trattava di una trascrizione, bensì di un rifacimento, che bisognava scrivesse da per sè; come infatti fece. Della copia per la Censura, che è d'altra mano, ed è la trascrizione della seconda minuta, resta soltanto il primo volume; gli altri due sono andati perduti. Dunque il consiglio del Grossi, se pur lo dette, fu accolto e seguìto. Questa copia ha molte correzioni autografe del Manzoni, che a volte rifà di suo pugno anche de' lunghi brani, o in margine, o incollando sul manoscritto qualche brandello di carta. Nel presente saggio, che ne do, stampo in carattere corsivo le correzioni di mano di lui. (Ed.)[149]Il Manzoni nel testo definitivo si diffuse maggiormente a raccontare la vita de' suoi protagonisti anche dopo maritati. Parlandone a uno de' propri congiunti, che lo lodava appunto per questo, gli disse: «Che vuoi? sarò probabilmente criticato di avere diminuito l'effetto della fine del romanzo continuando a descrivere la vita dei due sposi. Ma anche a me piace di più il lieto fine; e non ho potuto trattenermi dalla tentazione di stare un po' ancora in compagnia de' miei burattini». Lo racconta loStampa[Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici, appunti e memorie; II, 177]; e aggiunge [p. 183]: il Manzoni «non si sarebbe accinto a scrivere un altro romanzo sul tipo de'Promessi Sposi, ma ebbe una volta la tentazione di scrivere un altro romanzo di genere fantastico, di cui pur troppo non mi ricordo il titolo che doveva portare e la sua traccia generale; ma la seppi». (Ed.)[150]Nella stessa prima minuta la ribattezzò poiPerpetua; nome, come tanti altri de'Promessi Sposi, divenuto famoso. In uno studio molto geniale delGraziadei[La Serva di Don Abbondio, Palermo, Reber, 1903] si legge: «In quella casa, piccola, che in tre passi si traversa una stanza e s'è nell'altra, non v'ha di grande che il buon senso di Perpetua, e solo la lingua di lei si move in fretta». (Ed.)[151]Qui termina il capitolo I del tomo I della prima minuta, e incomincia il capitolo II. (Ed.)[152]Luigi Settembrini[Lezioni di letteratura italiana, settima edizione; III, 315] si domanda: «Come sono gli occhi di Lucia?» E risponde: «Non si sa; essi li teneva quasi sempre chinati a terra per pudore. Un altro poeta, e specialmente un francese, quali occhi avrebbe dati a quella fanciulla!» Nella prima minuta la descrizione degli occhi di Lucia c'era, ma nella stessa prima minuta la cancellò. Ecco il passo. Scrivo in corsivo e metto tra due parentesi la parte a cui dette di frego. «Oltre questo, che era l'ornamento particolare di quel giorno, Lucia aveva quello quotidiano di una modesta bellezza[.Questo era l'ornamento particolare di quel giorno, ma Lucia ne aveva un quotidiano, che consisteva in due occhi neri, vivi e modesti, e in un volto di una regolare e non comune bellezza]; la quale era allora accresciuta e per dir così abbellita dalle varie affezioni dell'animo suo in quel giorno. Poichè appariva nei suoi tratti una gioja non senza un leggier turbamento, un misto d'impazienza e di timore, e quella specie di accoramento tranquillo che ad ora ad ora si mostra sul volto delle spose, e che temperato dalle emozioni gioconde e liete, non turba la bellezza, ma l'accresce e le da un carattere particolare».Il consigliere Federico de Müller raccontando nelle proprieMemorieuna visita che fece al Manzoni a Brusuglio, nell'agosto del 1829, scrive: «Discorremmo molto deiPromessi Sposi. Io gli detti copia d'una lettera in cui una amica, di molto ingegno, si manifesta molto entusiasta di questa opera. Ne ebbe gran gioia; ma contro l'osservazione che vi si trova, esser cioè Lucia più un ideale che una vera figura d'italiana, affermò subito che la purezza e la castità delle contadine lombarde supera ogni aspettativa, e che egli ritrasse Lucia fedelmente dal vero. Madama» [Enrichetta] «Manzoni s'accordava in ciò perfettamente con lui, e m'assicurò che tra le contadinelle di que' contorni esiste una tale esagerata morigeratezza e ritrosia, da costringerle a ben guardarsi, quando vanno la domenica a passeggiare col fidanzato, dal prenderlo per la mano e dall'esser famigliari con lui, se non vogliono correr pericolo divenir diffamate dal popolino».Racconta loStampa[Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici; II, 167]: «Un giorno il Manzoni, al caminetto del suo studio, mi domandò spontaneamente e senza che me l'aspettassi:—Dimmi un po', non ti pare che, come contadina, abbia idealizzato un po' troppo la Lucia?—Risposi francamente:—No! perchè ho avuto occasione di conoscere qualche contadina che aveva dei sentimenti puri ed un cuore delicato come quello della tua Lucia.—Mi parve che gradisse molto questa risposta e che rimanesse molto soddisfatto di questa mia assicurazione». (Ed.)[153]Lo ribattezzò col nome di Padre Cristoforo nel capitolo IV del tomo I della stessa prima minuta; nella quale, da principio, lo fece anche guardiano del convento di Pescarenico; carica, per altro, che gli tolse quasi subito. Il nome di Galdino lo dette invece al cercatore delle noci, prima da lui chiamato fra Canziano. Costui fa la sua comparsa nel capitolo III del tomo I. «S'ode picchiare all'uscio e nello stesso momento un sommesso, ma distintoDeo gratias. Lucia, immaginandosi chi poteva essere, corse ad aprire; e allora, fatto un inchino, entrò infatti un laico cercatore cappuccino colla sua bisaccia pendente alla spalla sinistra, e l'imboccatura di essa attorcigliata e stretta nelle due mani sul petto.—Fra' Canziano, dissero le due donne.—Il Signore sia con voi, disse il frate: vengo per la cerca delle noci; e come il raccolto è stato buono, voi ne darete a Dio la sua parte, affinchè ve ne dia un altro eguale o migliore l'anno venturo; se però i nostri peccati non attireranno qualche castigo.—Lucia, vanne a pigliare le noci pei padri, disse Agnese». Mentre la figlia eseguisce la commissione, fra Canziano racconta alla madre il miracolo delle noci, avvenuto in Romagna, dove egli era stato cercatore; e avvenuto al tempo del «padre Agapito» (ribattezzato nel testo definitivopadre Macario), «che era un santo». Poi così prosegue il racconto: «Qui ricomparve Lucia col grembiule tanto carico di noci che lo poteva reggere a fatica, tenendo i due capi sospesi colle braccia tese e allungate. Mentre fra Canziano si tolse la bisaccia dalle spalle, la pose in terra e aprì la bocca di quella per introdurvi l'abbondante elemosina, la madre fece un volto attonito e severo a Lucia, per la sua prodigalità; ma Lucia le diede un'occhiata, che voleva dire: mi giustificherò. Fra Canziano proruppe in elogj, in augurj, in promesse, in ringraziamenti; e, rimessa la bisaccia, si avviò; ma Lucia, fermatolo:—Vorrei una carità da voi, disse. Vorrei che diceste al Padre Galdino che ho bisogno di parlargli di somma premura; e che mi faccia la carità di venire da noi poverette subito subito, perchè io non posso venire alla chiesa.—Non volete altro? non passerà un'ora che lo dirò al Padre Galdino.—Non mi fallate.—State tranquilla; e così detto, partì, un po' più curvo e più contento che non quando era arrivato.Il Padre Galdino era un uomo di molta autorità fra i suoi e in tutto il contorno; eppure fra Canziano non fece nessuna osservazione a questa specie di ordine che gli si mandava da una donnicciuola di venire da lei; la commissione non gli parve strana niente più che se gli si fosse commesso di avvertire il Padre Galdino che il Vicario di Provvisione e i Sessanta del Consiglio generale della Città di Milano lo richiedevano per mandarlo ambasciatore a Don Filippo Quarto, Re di Castiglia, di Leone, etc. Non vi era nulla di troppo basso, nè di troppo elevato per un cappuccino: servire talvolta gl'infimi, ed esser serviti dai potenti; entrare nei palazzi e nei tugurii colla stessa aria mista di umiltà e di padronanza; essere nella stessa casa un soggetto di passatempo, e un personaggio senza il quale non si decideva nulla; cercare la limosina da per tutto, e farla a tutti quelli che la chiedevano al convento; a tutto era avvezzo un cappuccino, e faceva tutto a un dipresso colla stessa naturalezza, e non si stupiva di nulla. Uscendo dal suo convento per qualche affare, non era impossibile che prima di tornarsene si abbattesse, o in un principe che gli baciasse umilmente la punta del cordone, o in una mano di ragazzacci che, fingendo di essere alle mani fra di loro, gli bruttassero la barba di fango. La parola frate in quei tempi era proferita colla più gran venerazione e col più profondo disprezzo; era un elogio e un'ingiuria: i cappuccini forse più di tutti gli altri riunivano questi due estremi, perchè senza ricchezze, facendo più aperta professione di umiliazioni, si esponevano più facilmente al vilipendio, e alla venerazione che possono venire da questa condotta. La considerazione poi data generalmente al loro Ordine li poneva nel caso sovente di giovare e di nuocere ai privati, di essere grandi ajuti e grandi ostacoli, e da quindi anche la varietà del sentimento che si aveva per essi, e delle opinioni sul conto loro. Varii pure e moltiformi erano e dovevano essere i motivi che conducevano gli uomini ad arruolarsi in un esercito così fatto. Uomini compresi della eccellenza di quello stato, che allora era esaltata universalmente; altri per acquistare una considerazione alla quale non sarebbero mai giunti vivendo, come allora si viveva, nel secolo; altri per fuggire una persecuzione, per cavarsi da un impiccio; altri dopo una grande sventura, disgustati del mondo; talvolta principi, o fastiditi o atterriti del loro potere; molti perchè di quelli che entrano in una carriera per la sola ragione che la vedono aperta; molti per un sentimento vero di amor di Dio e degli uomini, per l'intenzione di essere virtuosi ed utili; e questa loro intenzione (perchè quando si è persuasi d'una verità bisogna dirla; l'adulazione ad una opinione predominante ha tutti i caratteri indegni di quella che si usa verso i potenti), questa loro intenzione non era una pia illusione, l'errore d'un buon cuore e d'una mente leggiera, come potrebbe parere, e come pare talvolta a chi non sa, o non considera le circostanze e l'idee di quei tempi: era una intenzione ragionata, formata da una osservazione delle cose reali; e in fatti con queste intenzioni molti, abbracciando quello stato, facevano del bene tutta la loro vita; anzi molti, che sarebbero stati uomini pericolosi, che avrebbero accresciuti i mali della società, diventavano utili con quell'abito indosso. Ho fatta tutta questa tiritera, perchè nessuno trovi inverisimile che fra Canziano, senza fare alcuna obbiezione, senza stupirsi, si sia incaricato di dire nullameno che al Padre Guardiano che s'incomodasse a portarsi da una donnicciuola, che aveva bisogno di parlargli».Il mutamento del nome seguì, come s'è detto, nel capitolo IV, che prima intitolò:Il Padre Galdino, e poi:Il Padre Cristoforo; e seguì dopo che n'ebbe scritte alcune pagine. Son queste: «Era un bel mattino di novembre; la luce era diffusa sui monti e sul lago: le più alte cime erano dorate dal sole non ancora comparso sull'orizzonte, ma che stava per ispuntare dietro a quella montagna, che dalla sua forma è chiamata il Resegone (Segone), quando il Padre Galdino, a cui fra Canziano aveva esposta fedelmente l'ambasciata, si avviò dal suo convento per salire alla casetta di Lucia. Il cielo era sereno e un venticello d'autunno staccando le foglie inaridite del gelso le portava qua e là. Dal viottolo guardando sopra le picciole siepi e sui muricciuoli si vedevano splendere le viti per le foglie colorate di diversi rossi, e i campi, già seminati e lavorati di fresco, spiccavano dall'altro terreno come lunghi strati di drappi oscuri stesi sul suolo. L'aspetto della terra era lieto, ma gli uomini che si vedevano pei campi o sulla via mostravano nel volto l'abbattimento e la cura. Ad ogni tratto s'incontravano sulla via mendichi laceri e macilenti, invecchiati nel mestiere, ma fra i quali molti si conoscevano per forestieri, che la fame aveva cacciati da luoghi più miserabili, dove la carità consueta non aveva mezzi per nutrirli; e che passando a canto ai pitocchi indigeni del cantone gli guardavano con diffidenza e ne erano guardati in cagnesco come usurpatori. Di tempo in tempo si vedevano alcuni, i quali dal volto, dal modo e dall'abito mostravano di non aver mai tesa la mano e di essere ora indotti a farlo dalla necessità. Passavano cheti a canto al Padre Galdino, facendogli umilmente di cappello, senza dirgli nulla, perchè la sola parola che indirizzavano ai passeggieri era per chiedere l'elemosina, e un cappuccino, come ognun sa, non aveva niente. Ma il buon Padre Galdino si volgeva a quelli che apparivano più estenuati, più avviliti, e diceva loro in aria di compassione:—Andate al convento, fratello; finchè ci sarà un tozzo per noi, lo divideremo.—I contadini, sparsi pei campi, non rallegravano più la scena di quello che facessero i poverelli. Salutavano essi umilmente il Padre Galdino, e quelli a cui egli domandava come l'andasse:—Come vuole, padre? rispondevano: la va malissimo.—Alcuni, che in tempi ordinarj non avrebbero osato fermare e interrogare il Padre Guardiano, fatti più animosi per la miseria dei tempi, gli dicevano:—Come anderà questa faccenda, Padre Galdino?«—Sperate in Dio, che non vi abbandonerà. Povera gente! Il raccolto è proprio andato male?«—Grano non ne abbiamo per due mesi, le castagne sono fallate, e il lavoro cessa da tutte le bande.«Questa vista e questi discorsi crescevano vie più la mestizia del buon cappuccino, il quale camminava già col tristo presentimento in cuore di andare ad udire una qualche sventura.«Ma perchè pigliava egli tanto a cuore gli affari di Lucia? E perchè al primo avviso si era egli mosso come ad una chiamata del Padre Provinciale? E chi era questo Padre Cristoforo?»Ecco la prima volta che dà al frate il nuovo nome. Ne fa questa pittura: «Il Padre Cristoforo da Cremona era un uomo di circa sessanta anni» (poi corresse:più presso ai sessanta che ai cinquant'anni): «e il suo aspetto come i suoi modi annunziavano un antico e continuo combattimento tra una natura prosperosa, robesta, un'indole ardente, avventata, impetuosa e una legge imposta alla natura e all'indole da una volontà efficace e costante. Il suo capo, calvo e coperto all'intorno, secondo il rito cappuccinesco, di una corona di capelli, che l'età aveva renduti bianchi, si alzava di tempo in tempo per un movimento di spiriti inquieti e tosto si abbassava per riflessioni di umiltà. La barba, lunga e canuta, che gli copriva il mento e parte delle guance, faceva ancor più risaltare le forme rilevate, alle quali una antica abitudine di astinenza aveva dato più di gravità che tolto di espressione, e due occhj vivi, pronti, che di tratto in tratto sfolgoravano con vivacità repentina: come due cavalli bizzarri condotti a mano da un cocchiere col quale sanno per costume che non si può vincerla, pure fanno di tratto in tratto qualche salto, che termina subito con una buona stirata di briglie.«Il signor Ludovico (così fu nominato dal suo padrino quegli che facendosi poi frate prese il nome di Cristoforo), il signor Ludovico era figlio d'un ricco mercante cremonese, il quale negli ultimi anni suoi, vedovo e con questo unico figlio, rinunziò al commercio, comperò beni stabili, si pose a vivere da signore, cercò di far dimenticare che era stato mercante, e avrebbe voluto dimenticarlo egli stesso. Ma il fondaco, le balle, il bracciò gli tornavano sempre alla fantasia, come l'ombra di Banco a Macbeth».Per quali ragioni l'Autore prima lo chiamò Galdino e poi Cristoforo?Damiamo Muoni[L'antico Stato di Romano di Lombardia ed altri Comuni del suo Mandamento, cenni storici, documenti e regesti, Milano, Brigola, 1871; pp. 243-244] rinvenne negli Archivi di Finanza di Milano «un documento del massimo interesse», che «potrebbesi denominare:Incarico impartito il 21 ottobre 1646 dal Rev. P. Cristoforo da Como, Guardiano di Manza, a frate Lorenzo da Novara, Ministro Provinciale, per verificare quali furono i PP. Cappuccini, che si distinsero in caritatevoli servigi, massime all'epoca della peste del 1630». Il P.Felice da Mezzana, cappuccino, [Cenni sul Padre Cristoforo del Manzoni, Crema, tip. S. Pantaleone di L. Meleri, 1899; p. 12] osserva giustamente che è un titolo «dato con inesattezza, perchè da esso titolo risulta il guaio che un inferiore (Guardiano) darebbe ordini ad un superiore (Provinciale)». Propone dunque che invece s'intitoli:Processo autentico, istituito per commissione Generalizia, sui Cappuccini assistenti al lazzeretto e sul servizio ivi prestato nella pestilenza del 1630, compilato l'anno 1646. Da questoProcessorisulta che il P. Vittore, uno de' superstiti, dichiarò che tra i cappuccini che prestarono l'opera loro nel lazzeretto di Milano vi fu anche il «Padre Fra Cristoforo Picenardi da Cremona, sacerdote, che morì nel mese di giugno dei suddetto anno 1630 di peste, stimata da lui catarro, ma dagli altri tutti giudicata vera peste, havendo servito con molto fervore di carità et esempii religiosi a' poveri appestati». Fra Bonifacio, laico, altro dei superstiti, depose che il «Padre Fra Cristoforo servì e morì di peste al lazzeretto»; e il P. Felice Casati, terzo e ultimo dei superstiti, ripetè che il «Padre Fra Cristoforo servì nel lazzeretto e vi lasciò la vita». La scoperta fece chiasso, e il «documento» fu mostrato al Manzoni, il quale corse nella sua libreria e tornò con leMemorie delle cose notabili successe in Milano intorno al mal contaggioso l'anno 1630, ec.raccolte da DonPio La Croce, in Milano, nelle Stampe di Giuseppe Maganza, 1730; in-4º. Son le memorie stesse che cita nel cap. XXXII de'Promessi Sposi, dicendole tratte «evidentemente da scritto inedito d'autore vissuto al tempo della pestilenza; se pure non è una semplice edizione, piuttosto che una nuova compilazione». Tornò dunque con questeMemoriee lesse al suo visitatore quello che vi sta scritto a pag. 12. «Nelli stessi giorni» (così il La Croce) «il P. Cristoforo da Cremona, sacerdote, molto avanti già eletto a quel servizio, tolti gli ostacoli che in allora gliel'avevano impedito, alla fine entrò nel desiderato arringo: e ben si può dire desiderato, perchè più volte fu udito dire:—Io ardo di desiderio di andare a morire per Gesù Cristo, ed ora mi pare mill'anni.—Desiderio che ebbe poi felicissimo l'effetto corrispondente, a' 10 pure di giugno, morendo di peste per il servizio di quei poveri, nella persona de' quali serviva il suo diletto Gesù». Cfr.Stoppani A.I primi anni di Alessandro Manzoni,spigolature, Milano, Bernardoni, 1874; pp, 135-138.Il Muoni tira la conseguenza che, «giusta siffatto documento, il P. Cristoforo anzichè essere al mondo un Ludovico, nato da un semplice mercante di provincia, apparterrebbe in quella vece all'antica e patrizia famiglia dei Picenardi di Cremona». Il «documento» invece prova soltanto che il P. Cristoforo, morto di peste al lazzeretto, apparteneva alla famiglia Picenardi di Cremona. Ora, siccome a Cremona delle famiglie Picenardi ce n'erano parecchie, alcune patrizie, altre no, resta a vedersi da quale di esse sia uscito. Della «nobilissima famiglia dei Picenardi» già l'aveva detto il P.Massimo Bertanida Valenza [Annali Cappuccini, part. III, vol III, n.º 30]; ma ottantaquattro anni dopo la morte del P. Cristoforo e senza darne nessuna prova. Ai giorni nostri se n'è fatto caldo sostenitore DonLuigi Lucchini, che più volte è sceso in campo. Cfr.Fra Cristoforo deiPromessi Sposi,personaggio storico cremonese, illustrazione documentata, scene della braveria cremonese, Bozzolo, tip. Arini, 1902, in-8.º—Commentario deiPromessi Sposi,ovvero la rivelazione di tutti i personaggi anonimi, Bozzolo, tip. Commerciale, 1902, in-8.º—Lo stesso,Seconda edizione, riccamente illustrata da medaglioni, Lecco, tip. arciv. del Resegone, 1904, in-8.º Le sue conclusioni son queste. Trova ne' libri de' battezzati di Cremona un Lodovico, figlio di Giuseppe Picenardi e di Susanna Cellana, nato il 5 decembre 1568, non però appartenente ai «rami più cospicui del casato», ma alle «altre famiglie dei Picenardi, ricche di censo, senza però un cenno di nobiltà»; e trova che questo Lodovico era uno spadaccino e un attaccabrighe, in discordia con la prepotente e sanguinaria famiglia cremonese degli Ariberti. Esclama: questo è il Picenardi che si fece cappuccino, e tutto quello che scrive il Manzoni del P. Cristoforo è la biografia di lui, «non un parto inverosimile, creato dalla fantasia del romanziere». Il P. Felice da Mezzana [Op. cit.; pp. 7-8] gli risponde: «che ci sia stato un Lodovico nella nobile famiglia Picenardi poco importa, e il Lucchini avrebbe dovuto fare a meno della fede di nascita; si dovrebbe mostrare: 1.º che questi si fece cappuccino; 2.º qual fu la causa che diede l'ultimo colpo alla sua vocazione». Il Lucchini non riesce a dimostrare nè una cosa, nè l'altra; e «dopo d'aver avuta la bella ventura di poter assodare, con documenti e prove abbastanza copiose, la vita drammatica di Lodovico Picenardi, è abbandonato dalla capricciosa fortuna nel momento più bello, quando trattavasi di trovare, stabilire, assodare storicamente l'ultimo atto, o lo scioglimento del dramma».Pio La Croce nelle sueMemorie, oltre il P. Cristoforo da Cremona e tanti e tanti altri cappuccini che prestarono l'opera loro generosa durante l'infierire della peste, rammenta anche un P. Galdino della Brusada, non già laico, ma sacerdote, che «con purità particolare» servì egli pure gli appestati. Il Manzoni dette dunque questo nome di Galdino al tipo ideale di cappuccino che andava immaginando; nome già portato da un arcivescovo di Milano, che fu cardinale e santo, e talmente caritatevole da restare in proverbio ilpane di S. Galdino. Ma poi trovando nelle stesseMemorierammentato un P. Cristoforo da Cremona, morto nel lazzeretto assistendo gli appestati; appunto per aver egli fatto olocausto della vita in quel tremendo luogo di dolore, fu in lui e col suo nome che idealizzò il proprio eroe della carità cristiana. E a fra Canziano dette il nome di Galdino; il «nome soltanto, si badi»; e ripensando al proverbio milaneseel pan de San Galdin, «di qui dovè forse venire al romanziere l'idea di metter quel nome ad un frate cercatore; da lui destinato a rappresentare uno degli aspetti della vita conventuale», come nota col suo solito acume ilD'Ovidio[Fra Galdino; inLe correzioni aiPromessi Sposie la questione della lingua, Napoli, Morano, 1893; pp. 259-260], Racconta loStampa[Op. cit.; II, 149]: «Un giorno che il Manzoni sorrideva delle sciocche accuse di bigottismo che gli erano affibbiate... venne fuori a dire:—Non hanno capito che ho messo a posta nel romanzo quel personaggio di fra Galdino per porre in ridicolo per l'appunto i pregiudizi bigotti?—». Il Manzoni, discorrendo col Bonghi, ebbe a dire: «M'hanno chi lodato, chi rimproverato d'aver voluto rimettere in onore i Cappuccini. Non ci ho neppure pensato. Gli ho messi così nei mio romanzo, perchè mi son parsi una forza viva e attiva in quei tempi. Ora, non gli credo più utili alla religione». Cfr.D'Ovidio F.,I pensieri inediti del Bonghi; inSimpatie, Palermo, Sandron, 1903, p. 79.Oltre il D'Ovidio, si occuparono di fra Galdino,Luigi Ercolani,Fra Galdino a Francesco D'Ovidio, Reggio, tip. Lipari, 1879; in-8º;Alberino Bondi,Fra Galdino, nellaPsiche, di Palermo, ann. XVI, n.º 21, 1º novembre 1899; eFrancesco Lo Parco,Due frati nei«Promessi Sposi», Ariano, Stab. tipografico Appulo-Irpino, 1901; in-8.º Di fra Galdino tratta a pp. 5-17 e 44-46; l'altro frate è il P. Cristoforo.Luigi Sailer[Il P. Cristoforo nel Romanzo e nella Storia; inDiscussioni manzoniane, Città di Castello, Lapi, 1886, pp, 147-196] trova «parecchi riscontri curiosi» tra Alfonso III d'Este che, rinunziata la corona ducale di Modena, si fece cappuccino, e il frate manzoniano.Niccolò Rodolico[L'abdicazione di Alfonso III d'Este, Acireale, tip. dell'Etna, 1901, pp. 87-92] non crede «esatto storicamente ilcontinuo trascendere, che il Sailer nota,delle virtù effettive ed eroiche del Principe, in eccessi viziosi di cui appariscono tutti i germi nel P, Cristoforo del Manzoni». Per il Rodolico «la splendida figura del P. Cristoforo non ha, per la sua verosimiglianza, bisogno di riprove istoriche in episodii della vita del Duca cappuccino. Essa vive nell'anima buona eterna dell'Umanità, che ama il P. Cristoforo, poichè corrisponde a ciò che è in essa di veramente buono, di quel Buono che talvolta, come scintilla del fuoco divino, sprizza di luce nelle azioni umane dei padri Cristofori della Storia».Rodolfo Renier[Un riscontro alserio accidenteper cui indossò la tonaca P. Cristoforo; inGiornale storico della letteratura italiana, XXXVIII, 247-250] nega che il Manzoni «abbia in modo alcuno esemplato il Duca cappuccino. Troppe e troppo palesi sono le diversità. Ma se il Manzoni conobbe la storia di Alfonso (e chi sappia quanto accurata sia stata sempre la sua preparazione storica non dubiterà che l'abbia conosciuta), è probabile, anzi quasi certo, che da essa tolse più d'una ispirazione per delineare, in conformità allo spirito del tempo, la figura di Lodovico-Cristoforo». In un brano della prima minuta, che ho riportato qui sopra, il Manzoni annovera tra quelli che si fecero cappuccini «talvolta Principi, o fastiditi, o atterriti del loro potere». È un accenno ad Alfonso III, la cui vita ritengo abbia appresa dal Muratori, non già nelle biografie che ne scrissero il P. Giovanni da Sestola, il P. Giuseppe Maria Mozzarella e il P. Gaspero De Rougnes.Giovanni Livi[Il duello del Padre Cristoforo in relazione a documenti del tempo; nella Nuova Antologia, fascicolo del 16 giugno 1899] rintracciò una grida de' Rettori di Brescia del 5 maggio 1589, con la quale, «considerando con quanta facilità il più delle volte, per causa della sola precedentia della strada, succedono homicidii de importantia», si ordina, sotto gravi pene, «che nell'avenire... incontrandosi gentilhomini o altre persone che pretendino la superiorità della strada, sempre quello che caminarà dalla banda del muro con la mano destra verso a esso muro non sia, nè possa essere sforciato a partirsi da suo luogo, nel qual modo l'uno et l'altro haverà la banda destra». Il Manzoni anche nell'episodio del duello di Lodovico dipinge i tempi con tale verità, che se ne ha la piena conferma ne' documenti. Questo prova la grida, e niente altro; ma che la grida fosse conosciuta da lui, che gliela potessero avere inviata o Camillo Ugoni, o il Mompiani, o Giambattista Pagani, come vuole il Livi, è un correr troppo. A buon conto, quando il Manzoni scriveva il romanzo, il Mompiani era sotto processo; l'Ugoni in esilio; il Pagani non si occupò mai di ricerche erudite.Il prof. Rodolfo Renier riporta una curiosa lettera d'Isabella Gonzaga al marito, che è del 17 decembre 1507, nella quale lo ragguaglia che a Mantova, «essendosi incontrati a caso, suso uno cantono, messer Francisco Suardo et Zoan Lodovico da Gonzaga, per non cedersi l'un l'altro la via, sono stati fermi più de un'hora, contendendo de precedentia, l'uno per esser cavaler, l'altro de la casa del Gonzaga». Finalmente ebbero un'idea felice: «se voltarono l'uno al contrario de l'altro, ritornando per la via dove erano venuti».Il marchese Bartolommeo Ariberti di Cremona, trovandosi a Bologna, fu richiesto d'aiuto da Niccolò Soresina, suo concittadino, che essendo venuto a litigio col figlio del Doge di Venezia, là studente, temeva «che, accompagnato dalla sua numerosa fazione di venti o venticinque che si fussero fra servidori e scolari», avesse risoluto di affrontarlo e di torgli il muro». Il marchese gli dette braccio e «si trasse pertanto avanti il suo camerata, per sostener quel muro e quella mano che gli si doveva, e che gli avversari, co' quali egli nè haveva conoscenza, nè alcun disparere, tentavano fuor di ragione di usurparsi. A quest'atto, che parve ardito a chi supponeva di non trovar resistenza, ma di potersi ingoiare a man franca col grosso numero dei seguaci l'avversano, tratte dall'una e dall'altra parte le spade, campeggiò la bravura del marchese sì fattamente, che cagionò terrore agli oppositori e meraviglia grande agli spettatori, vedendolo, con cinque sole persone, passare avanti vittoriosamente ed illeso, sostenere al maggior colmo l'honore all'amico ed a sè».Vita del Marchese Bartolomeo Ariberti, dedicata all'Illustriss. Signore il Sig. Marchese Girolamo Ariberti daGienserico Francomono Scirtibargamo[Giacomo Ariberti], In Gormalta, senza note tipografiche, [1649]; pp. 8-10. Cfr. anche:Manacorda G.,Il duello di Lodovico e un duello storico; nelGiornale storico della letteratura italiana; XLIV, 273-276. Di questi esempi, rovistando per gli archivi, ce n'è da trovarne un'infinità. (Ed.)[154]Nella stessa prima minuta cancellò qui e altrove questo nome, sostituendovi quello diDuplica, che poi nella seconda minuta diventòAzzecca-garbugli. E cancellò anche il nome della serva di lui, che nella prima minuta eraFelicina. (Ed.)[155]Quest'episodio è tolto dal capitolo III del tomo I della prima minuta. (Ed.)[156]Il Padre Cristoforo assiste al pranzo di Don Rodrigo. «Era questi in capo alla tavola: alla sua destra sedeva il giovane Conte Grazio», [divenuto poiAttilionel testo definitivo], «cugino di Don Rodrigo, suo compagno di libertinaggio e di soperchieria, e che villeggiava con lui; alla sinistra il Podestà, che Don Rodrigo aveva invitato non senza perchè, potendo trovarsi in un impegno dal quale si sarebbe cavato meglio quando la Giustizia fosse tutta disposta in favor suo. Il Podestà mostrava di ricevere l'onore di sedere famigliarmente a tavola d'un cavaliere con un rispetto misto però d'una certa libertà che gli dava il suo uficio; accanto a lui e con un rispetto il più puro e il più sviscerato sedeva il nostro dottor Duplica, il quale avrebbe voluto essere il protetto di tutti quelli che eran da più di lui e il protettore di tutti quelli che gli erano inferiori: due o tre altri convitati di ancor minore importanza attendevano a mangiare e a sorridere con una adulazione ancor più passiva di quella del dottore: e quando questi approvava con un argomento, o con una lode, che voleva esser ragionata, essi non sapevano dire più in là di: certamente».La disputa cavalleresca, nella quale il conte cugino e il Podestà erano di contrario parere e in cui bisognò che anche il Padre Cristoforo dicesse come la pensava, fu suggerita al Manzoni dal Birago. Il dott. Ubaldo Mazzini nello scritto già ricordato:La Cavalleria nei Promessi Sposi, prova, che «il luogo deiConsiglidel Birago che ci mostra a luce meridiana esser quel libro il vero fonte a cui ha attinto è ilConsiglio II, cioèil caso di bastonate date ad un portator di sfida, che trova riscontro nel capitolo V deiPromessi Sposi. Non solo qui il caso è perfettamente identico; ma identici sono i personaggi, identiche le citazioni, spesso identiche le parole». (Ed.)[157]A questo punto termina il capitolo V del tomo I della prima minuta e incomincia quello VI, intitolato:Peggio che peggio. (Ed.)[158]È la giornata che, chiamato da Lucia, corre alla sua casetta, e trova la giovane in angoscia per l'impedito matrimonio e per le persecuzioni di don Rodrigo. Il Padre Cristoforo, dopo, «si avviò al suo convento. Ivi andò in coro a cantare terza e sesta, s'assise alla parca mensa, e allora più parca del solito per la carestia che cominciava a farsi sentire dappertutto, e dopo raccomandati al Vicario gli affari del suo piccolo regno, si pose in via verso il covile dell'orso, che si trattava di ammansare; senza avere, a vero dire, molta speranza del buon successo del suo tentativo». Di ritorno dal «castellotto di don Rodrigo», corre di nuovo alla casetta di Lucia, «nell'attitudine di un generale» che ha «perduta, senza sua colpa, una battaglia». (Ed).[159]Segue, cancellato: «Quindi si gittò egli pure sul suo canile, dove lo lasceremo dormire, che ne ha bisogno». Quello che vien dopo, l'aggiunse poi. (Ed.)[160]Questo brano è tolto dal capitolo VII del tomo I della prima minuta. (Ed.)[161]Era Fermo, il quale menava con sè Tonio e Gervaso, che dovevano servire da testimoni al matrimonio. (Ed.)[162]Variante: «saliscendo». (Ed.)[163]La felice trovata di Carneade, come vedremo, balenò alla mente del Manzoni nella seconda minuta. (Ed.)[164]Segue cancellato: «Don Abbondio non aveva avuto tempo di spaventarsi, nè di maravigliarsi, nè di vedere, che Fermo aveva già pronunziate le parole magiche: Signor curato, in presenza di questi testimonj, questa è mia moglie». (Ed.)[165]Segue cancellato: «il sagrestano». (Ed.)[166]È un brano del capitolo VII del tomo I della prima minuta. (Ed.)[167]Prima scrisse: «(ha detto un barbaro che di tanto in tanto esce in qualche bella scappata d'ingegno, ma che nel complesso non può non accontentar noi gente «di gusto raffinato, avvezza a composizioni così continuamente ragionevoli, così rigorosamente sensate)». Nel testo definitivo è rimasto: «Tra il primo pensiero d'una impresa terribile, e l'esecuzione di essa, (ha detto un barbaro che non era privo d'ingegno) l'intervallo è un sogno, pieno di fantasmi e di paure». Ilbarbaroè Shakespeare, il quale espresse questo pensiero nell'atto secondo del suoJulius Caesar. Il reverendo Carlo Seven, che prese a tradurre in inglese iPromessi Sposiappena vennero alla luce, arrivato a questo passo, dette in furore e scrisse al Manzoni una lettera stizzosissima, chiedendogli conto e spiegazione di un tal giudizio. N'ebbe la seguente risposta, che ha la data del 25 gennaio 1828. «Pregiatissimo Signore, Si ricorda Ella di quel personaggio della commedia, il quale, strapazzato e battuto dalla sua sposa, per sospetto geloso, si rallegra tutto di quegli sdegni, benedice quelle percosse, che gli sono testimonianze d'amore? Ora, pensi che tale, a un di presso, è il mio sentimento, nel veder Lei così in collera contro di me, per difendere il mio Shakespeare: giacchè, quantunque io non sappia un iota d'inglese, e quindi non conosca il gran poeta che per via di traduzioni, pure ne son sì caldo ammiratore, che quasi quasi ci patisco se altri pretende esserlo più di me. E un tempo ch'io me la pigliava più calda che non adesso per la poesia e pei poeti, non le so dire quanta rabbia mi facessero quelle così rabbiose e così inconsiderate sentenze di Voltaire e de' suoi discepoli sulle cose di Shakespeare. E forse più ancor delle ingiurie mi spiaceva quel modo strano di lodarlo dicendo che, in mezzo a una serie di stravaganze, egli esce di tempo in tempo in mirabili scappate di genio: come se la voce del genio, che in quei luoghi leva, per dir così, un grido, non fosse quella stessa che parla altrove; come se la stessa potenza, che ivi fa di sè una mostra straordinaria, non si mostrasse, con meno scoppio, ma con maravigliosa continuità, nella pittura di tante e tanto varie passioni, nel linguaggio di tanti caratteri e di tante situazioni, così umano e così poetico, così inaspettato e così naturale; linguaggio cui non trova se non la natura nei casi reali, e la poesia nelle sue più alte e profonde inspirazioni; come se la stessa potenza non apparisse nella scelta, nella condotta, nella progressione degli avvenimenti e degli affetti, nell'ordine, così negletto in apparenza e così seguito in effetto, che uno non sa se debba attribuirlo a un mirabile istinto, o ad un mirabile artificio: o piuttosto v'è straordinariamente dell'uno e dell'altro, etc. etc. E appunto contro quel sentimento di Voltaire (sul quale, del resto, è stato detto da altri, prima di me, meglio ch'io non saprei mai dire) io me la son voluta prendere con quella mia frase ironica; la quale, intesa da Lei in senso proprio, non maraviglia che l'abbia così scandalizzata. Ma, poichè Ella l'ha intesa così, mi domanderà certamente come io abbia creduto che Ella l'avesse a intendere altrimenti. Le dirò che mi son fidato, prima di tutto, nelle parole stesse; le quali, se Ella vi pon mente, son tanto strane, a pigliarle sul serio, che m'è sembrato che avvisassero per sè di doverle pigliare pel verso opposto. Quelli che han voluto metter più basso Shakespeare, lo hanno detto un genio rozzo, indisciplinato, ma tutt'altro che volgare: la mia proposizione, intesa secondo la lettera, verrebbe a dirlo un ingegno barbaro e mediocre. E un giudizio, così lontano da tutti i giudizi, riuscirebbe ancor più strano e inintelligibile nella circostanza in cui è messo fuori, a proposito cioè d'un luogo famoso, d'un passo che, anche da quelli che non apprezzano lo scrittore, è conosciuto e citato come uno dei più nobili di tutta la poesia. Oltracciò, io mi son fidato nella supposizione che i miei lettori (dei quali, com'Ella dee aver veduto, io pronosticava al mio libro un numero ben minore di quello che gli ha dato la sorte) conoscessero la mia ammirazione per Shakespeare, e da questa conoscenza fossero guidati a interpretare (se ve n'era bisogno) le mie parole. Ma come l'avevano a conoscere? mi domanderà Ella di nuovo. Per un mezzo che mi viene a punto per fare una mia vendetta, una vendetta proprio di quelle atroci, alla moda di noi altri italiani, per castigarla, s'Ella mi permette, dell'aver pensato così male di me. E il suo castigo sarà di leggere una mia lettera, in francese, intorno alle unità drammatiche, lunga di molte buone pagine e pubblicata già da qualche anno. Ma io veggo ch'Ella domanda misericordia, e non voglio esser crudele: ridurrò dunque la pena allo stretto necessario; e, per uscir di scherzo, la pregherò di guardare nell'edizione, fatta costì [a Pisa] da codesto sig. Capurro, di varie mie corbellerie, i luoghi di quella lettera dove è parlato di Shakespeare. E sono, alla pag. 409, un piccolo confronto tra il concetto generale dell'Otello e quello della Zaira di Voltaire. Poi, alla pag. 414, dove, confessando che non mi gusta la mescolanza del serio e del giocoso nei drammi di Shakespeare, Ella vedrà s'io rinnego l'uomo, e se dibatto punto della mia ammirazione per esso. Alla 421, dove, per la parte mia, Shakespeare non è quasi altro che nominato, ma vedrà come e in che compagnia: quivi poi son riferite osservazioni d'un mio amico, le quali Ella leggerà sicuramente con piacere. Finalmente, s'io ho ben frugato per tutto, alla pag. 429, dove comincia un transunto del Riccardo II; un transunto magro e atto forse a dimostrare che chi l'ha steso abbia poco veduto in Shakespeare; ma non certamente che vi abbia poco guardato. Ciò non di meno, l'effetto che la mia frase ha prodotto in Lei così contrario al mio intento, mi dà giusto sospetto di non essermi spiegato così chiaro come avrei dovuto, e mi fa temere che un effetto simile non sia prodotto nel più degli altri lettori ch'io avrò da Lei: sicchè, non solo io consento (come Ella gentilmente mi propone); ma la prego ch'Ella voglia prevenire ogni simile interpretazione in quel modo che le parrà migliore. Le rendo nuove grazie dell'onore che Ella mi fa coll'occuparsi della mia favola-storia; e sento lietamente la speranza che Ella mi da di potere presto aver quello di conoscerla personalmente e di esprimerle a viva voce la mia riconoscenza e i sentimenti dell'alta stima, coi quali mi pregio di rassegnarmele Dev.moobb.moservitoreAlessandro Manzoni».Carlo Seven stampò la lettera a pp. XI-XVII dellaPrefaceche sta in fronte al vol I. della sua traduzione, accompagnandola con queste parole: «This passage» (l'accenno albarbaro che non era privo d'ingegno) «contains a sentiment from Shakespeare; and i was struck, as every one who reads it must be, with the parenthetical remark; in which the author styles the King of Bardsa barbarian not entirely destitute of talent, Indignant, as a loyal subject should be at the aspersions of a rebel, I dared to fling the gauntlet at his feet; and in a letter to M. Manzoni (to which I was encouraged by a previous communication), I charged him zealously if feebly, with his crime. In the reply, which I am permitted to annex at foot, he condescends to rebut the charge; and extend a friendly hand, where I looked for a hostile glaive. He alleges, as will be seen, that the passage is ironical—but I will not spoil the defence by garbling it. Let the Reader consider it with attention; and while attracted by the beauty of the Autor's style—the force and warmth of his panegyric on Shakespeare: while admiring the ingenious mode by which he deprecates our English prejudices—let him recommend to this highly gifted individual, henceforward to be less frugal of a note of admiration! And let him add, in the language of one among the consummate masters of Irony that England has had to boast«To statesmen when we give a wipe,We print it in Italic type».Cfr.The betrothed lovers;|a|milanese tale of the XVIIth. century:|translated|from the italian|of|Alessandro Manzoni.|In three volumes.|Vol. I| Pisa: | Niccolo Capurro, Lung'Arno | 1828; pp. VIII-X.
[144]Qui finisce il capitola VIII e incomincia quello IX. (Ed.)
[144]Qui finisce il capitola VIII e incomincia quello IX. (Ed.)
[145]Sarà curioso e utile il vedere di quali e quante correzioni e pentimenti l'A. tempestò questo primo periodo e quello seguente. Scrivo in corsivo e metto tra parentesi quadre le parole cancellate: «[Quel ramo del lago di Como[che]donde esce l'Adda
[145]Sarà curioso e utile il vedere di quali e quante correzioni e pentimenti l'A. tempestò questo primo periodo e quello seguente. Scrivo in corsivo e metto tra parentesi quadre le parole cancellate: «[Quel ramo del lago di Como[che]donde esce l'Adda
[146]NellaGuida di Lecco, sue valli e suoi laghi, compilata daGiuseppe Fumagalli,con topografia descrittiva del romanzo«I Promessi Sposi»,e scritti vari diAntonio Ghislanzoni, del dott.Giovanni Pozzie di altri autori, Lecco, Vincenzo Andreotti detto Busall, editore [Milano, Stab. G. Civelli, 1882]; in-16º, con una carta topografica, si afferma che i panorami del territorio di Lecco non si possono ritrarre per virtù di parole e che il Manzoni non riuscì in questa descrizione, e non ottenne l'intento neanche con l'addio, il quale ci commuove fortemente sol perchè in esso «sta la sintesi di tutti quei dolori che lo determinarono» [p. 50].B. Zumbini[I Promessi Sposi e il Lago di Lecco; inStudi di letteratura italiana, Firenze, Successori Le Monnier, 1892, pp. 280-281] fa notare «a codesti egregi autori» che, «trattandosi di cose del Manzoni, era meglio se ne ragionasse con minor disinvoltura», poi soggiunge: «mi pare evidente che il Manzoni abbia adoperata la descrizione non già per far visibili alla mente le cose, quali sono nella loro realtà, ma piuttosto per derivarne nuovo pregio a quella rappresentazione di fatti umani, ch'era il suo più alto intento. E ciò fece con quella profonda consapevolezza di fini e di mezzi, di cui diede chiare prove in ogni altro suo lavoro, e con quel raziocinio che in lui non fu meno meraviglioso delle facoltà poetiche. E veramente, da ogni particolare di quella descrizione e da tutto ciò che seguita nel romanzo, s'intende com'egli volesse destare in noi l'immagine di un dolce e riposato ostello, i cui abitatori sarebbero stati felicissimi, se non li avesse contristati la violenza de' signorotti paesani e degli Spagnuoli». (Ed.)
[146]NellaGuida di Lecco, sue valli e suoi laghi, compilata daGiuseppe Fumagalli,con topografia descrittiva del romanzo«I Promessi Sposi»,e scritti vari diAntonio Ghislanzoni, del dott.Giovanni Pozzie di altri autori, Lecco, Vincenzo Andreotti detto Busall, editore [Milano, Stab. G. Civelli, 1882]; in-16º, con una carta topografica, si afferma che i panorami del territorio di Lecco non si possono ritrarre per virtù di parole e che il Manzoni non riuscì in questa descrizione, e non ottenne l'intento neanche con l'addio, il quale ci commuove fortemente sol perchè in esso «sta la sintesi di tutti quei dolori che lo determinarono» [p. 50].B. Zumbini[I Promessi Sposi e il Lago di Lecco; inStudi di letteratura italiana, Firenze, Successori Le Monnier, 1892, pp. 280-281] fa notare «a codesti egregi autori» che, «trattandosi di cose del Manzoni, era meglio se ne ragionasse con minor disinvoltura», poi soggiunge: «mi pare evidente che il Manzoni abbia adoperata la descrizione non già per far visibili alla mente le cose, quali sono nella loro realtà, ma piuttosto per derivarne nuovo pregio a quella rappresentazione di fatti umani, ch'era il suo più alto intento. E ciò fece con quella profonda consapevolezza di fini e di mezzi, di cui diede chiare prove in ogni altro suo lavoro, e con quel raziocinio che in lui non fu meno meraviglioso delle facoltà poetiche. E veramente, da ogni particolare di quella descrizione e da tutto ciò che seguita nel romanzo, s'intende com'egli volesse destare in noi l'immagine di un dolce e riposato ostello, i cui abitatori sarebbero stati felicissimi, se non li avesse contristati la violenza de' signorotti paesani e degli Spagnuoli». (Ed.)
[147]Cfr.Sforza Gio.,Saggio di una edizione critica dei Promessi Sposi, Bologna, tipografia Zamorani e Albertazzi, MDCCC XCVIII; in-fol.
[147]Cfr.Sforza Gio.,Saggio di una edizione critica dei Promessi Sposi, Bologna, tipografia Zamorani e Albertazzi, MDCCC XCVIII; in-fol.
[148]Racconta loStampa[Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici; II, 175]: «Il Manzoni non diede ad altri da ricopiare il suo romanzo, e udii raccontare da lui stesso che finito il romanzo ed avendo sul tavolo il mucchio di carte che lo componeva, invitato dal Grossi a darlo allo stampatore, gli rispose:—Oh giusto! ora bisogna copiarlo per porlo in netto, perchè lo stampatore possa raccapezzarsi.—Ebbene, fallo copiare, disse il Grossi.—Oh giusto! bisogna che lo copi io stesso, per fare in pari tempo quelle correzioni che saranno del caso.—Come! esclamò il Grossi, vuoi fare la fatica bestiale di copiare tutto quel mucchio di carta? Ma sei pazzo!—Che vuoi che ti dica? Non posso fare a meno. Bisogna che faccia alla mia maniera.—Ed ebbe la pazienza di copiare lui stesso tutto il manoscritto deiPromessi Sposi, e mi pareva che nel raccontare tal cosa ne provasse una certa soddisfazione». Lo Stampa nell'affermar questo è stato tradito dalla memoria. Il Manzoni, condotta a fine la prima minuta, non poteva darla a copiare ad altri, perchè non si trattava di una trascrizione, bensì di un rifacimento, che bisognava scrivesse da per sè; come infatti fece. Della copia per la Censura, che è d'altra mano, ed è la trascrizione della seconda minuta, resta soltanto il primo volume; gli altri due sono andati perduti. Dunque il consiglio del Grossi, se pur lo dette, fu accolto e seguìto. Questa copia ha molte correzioni autografe del Manzoni, che a volte rifà di suo pugno anche de' lunghi brani, o in margine, o incollando sul manoscritto qualche brandello di carta. Nel presente saggio, che ne do, stampo in carattere corsivo le correzioni di mano di lui. (Ed.)
[148]Racconta loStampa[Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici; II, 175]: «Il Manzoni non diede ad altri da ricopiare il suo romanzo, e udii raccontare da lui stesso che finito il romanzo ed avendo sul tavolo il mucchio di carte che lo componeva, invitato dal Grossi a darlo allo stampatore, gli rispose:—Oh giusto! ora bisogna copiarlo per porlo in netto, perchè lo stampatore possa raccapezzarsi.—Ebbene, fallo copiare, disse il Grossi.—Oh giusto! bisogna che lo copi io stesso, per fare in pari tempo quelle correzioni che saranno del caso.—Come! esclamò il Grossi, vuoi fare la fatica bestiale di copiare tutto quel mucchio di carta? Ma sei pazzo!—Che vuoi che ti dica? Non posso fare a meno. Bisogna che faccia alla mia maniera.—Ed ebbe la pazienza di copiare lui stesso tutto il manoscritto deiPromessi Sposi, e mi pareva che nel raccontare tal cosa ne provasse una certa soddisfazione». Lo Stampa nell'affermar questo è stato tradito dalla memoria. Il Manzoni, condotta a fine la prima minuta, non poteva darla a copiare ad altri, perchè non si trattava di una trascrizione, bensì di un rifacimento, che bisognava scrivesse da per sè; come infatti fece. Della copia per la Censura, che è d'altra mano, ed è la trascrizione della seconda minuta, resta soltanto il primo volume; gli altri due sono andati perduti. Dunque il consiglio del Grossi, se pur lo dette, fu accolto e seguìto. Questa copia ha molte correzioni autografe del Manzoni, che a volte rifà di suo pugno anche de' lunghi brani, o in margine, o incollando sul manoscritto qualche brandello di carta. Nel presente saggio, che ne do, stampo in carattere corsivo le correzioni di mano di lui. (Ed.)
[149]Il Manzoni nel testo definitivo si diffuse maggiormente a raccontare la vita de' suoi protagonisti anche dopo maritati. Parlandone a uno de' propri congiunti, che lo lodava appunto per questo, gli disse: «Che vuoi? sarò probabilmente criticato di avere diminuito l'effetto della fine del romanzo continuando a descrivere la vita dei due sposi. Ma anche a me piace di più il lieto fine; e non ho potuto trattenermi dalla tentazione di stare un po' ancora in compagnia de' miei burattini». Lo racconta loStampa[Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici, appunti e memorie; II, 177]; e aggiunge [p. 183]: il Manzoni «non si sarebbe accinto a scrivere un altro romanzo sul tipo de'Promessi Sposi, ma ebbe una volta la tentazione di scrivere un altro romanzo di genere fantastico, di cui pur troppo non mi ricordo il titolo che doveva portare e la sua traccia generale; ma la seppi». (Ed.)
[149]Il Manzoni nel testo definitivo si diffuse maggiormente a raccontare la vita de' suoi protagonisti anche dopo maritati. Parlandone a uno de' propri congiunti, che lo lodava appunto per questo, gli disse: «Che vuoi? sarò probabilmente criticato di avere diminuito l'effetto della fine del romanzo continuando a descrivere la vita dei due sposi. Ma anche a me piace di più il lieto fine; e non ho potuto trattenermi dalla tentazione di stare un po' ancora in compagnia de' miei burattini». Lo racconta loStampa[Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici, appunti e memorie; II, 177]; e aggiunge [p. 183]: il Manzoni «non si sarebbe accinto a scrivere un altro romanzo sul tipo de'Promessi Sposi, ma ebbe una volta la tentazione di scrivere un altro romanzo di genere fantastico, di cui pur troppo non mi ricordo il titolo che doveva portare e la sua traccia generale; ma la seppi». (Ed.)
[150]Nella stessa prima minuta la ribattezzò poiPerpetua; nome, come tanti altri de'Promessi Sposi, divenuto famoso. In uno studio molto geniale delGraziadei[La Serva di Don Abbondio, Palermo, Reber, 1903] si legge: «In quella casa, piccola, che in tre passi si traversa una stanza e s'è nell'altra, non v'ha di grande che il buon senso di Perpetua, e solo la lingua di lei si move in fretta». (Ed.)
[150]Nella stessa prima minuta la ribattezzò poiPerpetua; nome, come tanti altri de'Promessi Sposi, divenuto famoso. In uno studio molto geniale delGraziadei[La Serva di Don Abbondio, Palermo, Reber, 1903] si legge: «In quella casa, piccola, che in tre passi si traversa una stanza e s'è nell'altra, non v'ha di grande che il buon senso di Perpetua, e solo la lingua di lei si move in fretta». (Ed.)
[151]Qui termina il capitolo I del tomo I della prima minuta, e incomincia il capitolo II. (Ed.)
[151]Qui termina il capitolo I del tomo I della prima minuta, e incomincia il capitolo II. (Ed.)
[152]Luigi Settembrini[Lezioni di letteratura italiana, settima edizione; III, 315] si domanda: «Come sono gli occhi di Lucia?» E risponde: «Non si sa; essi li teneva quasi sempre chinati a terra per pudore. Un altro poeta, e specialmente un francese, quali occhi avrebbe dati a quella fanciulla!» Nella prima minuta la descrizione degli occhi di Lucia c'era, ma nella stessa prima minuta la cancellò. Ecco il passo. Scrivo in corsivo e metto tra due parentesi la parte a cui dette di frego. «Oltre questo, che era l'ornamento particolare di quel giorno, Lucia aveva quello quotidiano di una modesta bellezza[.Questo era l'ornamento particolare di quel giorno, ma Lucia ne aveva un quotidiano, che consisteva in due occhi neri, vivi e modesti, e in un volto di una regolare e non comune bellezza]; la quale era allora accresciuta e per dir così abbellita dalle varie affezioni dell'animo suo in quel giorno. Poichè appariva nei suoi tratti una gioja non senza un leggier turbamento, un misto d'impazienza e di timore, e quella specie di accoramento tranquillo che ad ora ad ora si mostra sul volto delle spose, e che temperato dalle emozioni gioconde e liete, non turba la bellezza, ma l'accresce e le da un carattere particolare».Il consigliere Federico de Müller raccontando nelle proprieMemorieuna visita che fece al Manzoni a Brusuglio, nell'agosto del 1829, scrive: «Discorremmo molto deiPromessi Sposi. Io gli detti copia d'una lettera in cui una amica, di molto ingegno, si manifesta molto entusiasta di questa opera. Ne ebbe gran gioia; ma contro l'osservazione che vi si trova, esser cioè Lucia più un ideale che una vera figura d'italiana, affermò subito che la purezza e la castità delle contadine lombarde supera ogni aspettativa, e che egli ritrasse Lucia fedelmente dal vero. Madama» [Enrichetta] «Manzoni s'accordava in ciò perfettamente con lui, e m'assicurò che tra le contadinelle di que' contorni esiste una tale esagerata morigeratezza e ritrosia, da costringerle a ben guardarsi, quando vanno la domenica a passeggiare col fidanzato, dal prenderlo per la mano e dall'esser famigliari con lui, se non vogliono correr pericolo divenir diffamate dal popolino».Racconta loStampa[Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici; II, 167]: «Un giorno il Manzoni, al caminetto del suo studio, mi domandò spontaneamente e senza che me l'aspettassi:—Dimmi un po', non ti pare che, come contadina, abbia idealizzato un po' troppo la Lucia?—Risposi francamente:—No! perchè ho avuto occasione di conoscere qualche contadina che aveva dei sentimenti puri ed un cuore delicato come quello della tua Lucia.—Mi parve che gradisse molto questa risposta e che rimanesse molto soddisfatto di questa mia assicurazione». (Ed.)
[152]Luigi Settembrini[Lezioni di letteratura italiana, settima edizione; III, 315] si domanda: «Come sono gli occhi di Lucia?» E risponde: «Non si sa; essi li teneva quasi sempre chinati a terra per pudore. Un altro poeta, e specialmente un francese, quali occhi avrebbe dati a quella fanciulla!» Nella prima minuta la descrizione degli occhi di Lucia c'era, ma nella stessa prima minuta la cancellò. Ecco il passo. Scrivo in corsivo e metto tra due parentesi la parte a cui dette di frego. «Oltre questo, che era l'ornamento particolare di quel giorno, Lucia aveva quello quotidiano di una modesta bellezza[.Questo era l'ornamento particolare di quel giorno, ma Lucia ne aveva un quotidiano, che consisteva in due occhi neri, vivi e modesti, e in un volto di una regolare e non comune bellezza]; la quale era allora accresciuta e per dir così abbellita dalle varie affezioni dell'animo suo in quel giorno. Poichè appariva nei suoi tratti una gioja non senza un leggier turbamento, un misto d'impazienza e di timore, e quella specie di accoramento tranquillo che ad ora ad ora si mostra sul volto delle spose, e che temperato dalle emozioni gioconde e liete, non turba la bellezza, ma l'accresce e le da un carattere particolare».
Il consigliere Federico de Müller raccontando nelle proprieMemorieuna visita che fece al Manzoni a Brusuglio, nell'agosto del 1829, scrive: «Discorremmo molto deiPromessi Sposi. Io gli detti copia d'una lettera in cui una amica, di molto ingegno, si manifesta molto entusiasta di questa opera. Ne ebbe gran gioia; ma contro l'osservazione che vi si trova, esser cioè Lucia più un ideale che una vera figura d'italiana, affermò subito che la purezza e la castità delle contadine lombarde supera ogni aspettativa, e che egli ritrasse Lucia fedelmente dal vero. Madama» [Enrichetta] «Manzoni s'accordava in ciò perfettamente con lui, e m'assicurò che tra le contadinelle di que' contorni esiste una tale esagerata morigeratezza e ritrosia, da costringerle a ben guardarsi, quando vanno la domenica a passeggiare col fidanzato, dal prenderlo per la mano e dall'esser famigliari con lui, se non vogliono correr pericolo divenir diffamate dal popolino».
Racconta loStampa[Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici; II, 167]: «Un giorno il Manzoni, al caminetto del suo studio, mi domandò spontaneamente e senza che me l'aspettassi:—Dimmi un po', non ti pare che, come contadina, abbia idealizzato un po' troppo la Lucia?—Risposi francamente:—No! perchè ho avuto occasione di conoscere qualche contadina che aveva dei sentimenti puri ed un cuore delicato come quello della tua Lucia.—Mi parve che gradisse molto questa risposta e che rimanesse molto soddisfatto di questa mia assicurazione». (Ed.)
[153]Lo ribattezzò col nome di Padre Cristoforo nel capitolo IV del tomo I della stessa prima minuta; nella quale, da principio, lo fece anche guardiano del convento di Pescarenico; carica, per altro, che gli tolse quasi subito. Il nome di Galdino lo dette invece al cercatore delle noci, prima da lui chiamato fra Canziano. Costui fa la sua comparsa nel capitolo III del tomo I. «S'ode picchiare all'uscio e nello stesso momento un sommesso, ma distintoDeo gratias. Lucia, immaginandosi chi poteva essere, corse ad aprire; e allora, fatto un inchino, entrò infatti un laico cercatore cappuccino colla sua bisaccia pendente alla spalla sinistra, e l'imboccatura di essa attorcigliata e stretta nelle due mani sul petto.—Fra' Canziano, dissero le due donne.—Il Signore sia con voi, disse il frate: vengo per la cerca delle noci; e come il raccolto è stato buono, voi ne darete a Dio la sua parte, affinchè ve ne dia un altro eguale o migliore l'anno venturo; se però i nostri peccati non attireranno qualche castigo.—Lucia, vanne a pigliare le noci pei padri, disse Agnese». Mentre la figlia eseguisce la commissione, fra Canziano racconta alla madre il miracolo delle noci, avvenuto in Romagna, dove egli era stato cercatore; e avvenuto al tempo del «padre Agapito» (ribattezzato nel testo definitivopadre Macario), «che era un santo». Poi così prosegue il racconto: «Qui ricomparve Lucia col grembiule tanto carico di noci che lo poteva reggere a fatica, tenendo i due capi sospesi colle braccia tese e allungate. Mentre fra Canziano si tolse la bisaccia dalle spalle, la pose in terra e aprì la bocca di quella per introdurvi l'abbondante elemosina, la madre fece un volto attonito e severo a Lucia, per la sua prodigalità; ma Lucia le diede un'occhiata, che voleva dire: mi giustificherò. Fra Canziano proruppe in elogj, in augurj, in promesse, in ringraziamenti; e, rimessa la bisaccia, si avviò; ma Lucia, fermatolo:—Vorrei una carità da voi, disse. Vorrei che diceste al Padre Galdino che ho bisogno di parlargli di somma premura; e che mi faccia la carità di venire da noi poverette subito subito, perchè io non posso venire alla chiesa.—Non volete altro? non passerà un'ora che lo dirò al Padre Galdino.—Non mi fallate.—State tranquilla; e così detto, partì, un po' più curvo e più contento che non quando era arrivato.Il Padre Galdino era un uomo di molta autorità fra i suoi e in tutto il contorno; eppure fra Canziano non fece nessuna osservazione a questa specie di ordine che gli si mandava da una donnicciuola di venire da lei; la commissione non gli parve strana niente più che se gli si fosse commesso di avvertire il Padre Galdino che il Vicario di Provvisione e i Sessanta del Consiglio generale della Città di Milano lo richiedevano per mandarlo ambasciatore a Don Filippo Quarto, Re di Castiglia, di Leone, etc. Non vi era nulla di troppo basso, nè di troppo elevato per un cappuccino: servire talvolta gl'infimi, ed esser serviti dai potenti; entrare nei palazzi e nei tugurii colla stessa aria mista di umiltà e di padronanza; essere nella stessa casa un soggetto di passatempo, e un personaggio senza il quale non si decideva nulla; cercare la limosina da per tutto, e farla a tutti quelli che la chiedevano al convento; a tutto era avvezzo un cappuccino, e faceva tutto a un dipresso colla stessa naturalezza, e non si stupiva di nulla. Uscendo dal suo convento per qualche affare, non era impossibile che prima di tornarsene si abbattesse, o in un principe che gli baciasse umilmente la punta del cordone, o in una mano di ragazzacci che, fingendo di essere alle mani fra di loro, gli bruttassero la barba di fango. La parola frate in quei tempi era proferita colla più gran venerazione e col più profondo disprezzo; era un elogio e un'ingiuria: i cappuccini forse più di tutti gli altri riunivano questi due estremi, perchè senza ricchezze, facendo più aperta professione di umiliazioni, si esponevano più facilmente al vilipendio, e alla venerazione che possono venire da questa condotta. La considerazione poi data generalmente al loro Ordine li poneva nel caso sovente di giovare e di nuocere ai privati, di essere grandi ajuti e grandi ostacoli, e da quindi anche la varietà del sentimento che si aveva per essi, e delle opinioni sul conto loro. Varii pure e moltiformi erano e dovevano essere i motivi che conducevano gli uomini ad arruolarsi in un esercito così fatto. Uomini compresi della eccellenza di quello stato, che allora era esaltata universalmente; altri per acquistare una considerazione alla quale non sarebbero mai giunti vivendo, come allora si viveva, nel secolo; altri per fuggire una persecuzione, per cavarsi da un impiccio; altri dopo una grande sventura, disgustati del mondo; talvolta principi, o fastiditi o atterriti del loro potere; molti perchè di quelli che entrano in una carriera per la sola ragione che la vedono aperta; molti per un sentimento vero di amor di Dio e degli uomini, per l'intenzione di essere virtuosi ed utili; e questa loro intenzione (perchè quando si è persuasi d'una verità bisogna dirla; l'adulazione ad una opinione predominante ha tutti i caratteri indegni di quella che si usa verso i potenti), questa loro intenzione non era una pia illusione, l'errore d'un buon cuore e d'una mente leggiera, come potrebbe parere, e come pare talvolta a chi non sa, o non considera le circostanze e l'idee di quei tempi: era una intenzione ragionata, formata da una osservazione delle cose reali; e in fatti con queste intenzioni molti, abbracciando quello stato, facevano del bene tutta la loro vita; anzi molti, che sarebbero stati uomini pericolosi, che avrebbero accresciuti i mali della società, diventavano utili con quell'abito indosso. Ho fatta tutta questa tiritera, perchè nessuno trovi inverisimile che fra Canziano, senza fare alcuna obbiezione, senza stupirsi, si sia incaricato di dire nullameno che al Padre Guardiano che s'incomodasse a portarsi da una donnicciuola, che aveva bisogno di parlargli».Il mutamento del nome seguì, come s'è detto, nel capitolo IV, che prima intitolò:Il Padre Galdino, e poi:Il Padre Cristoforo; e seguì dopo che n'ebbe scritte alcune pagine. Son queste: «Era un bel mattino di novembre; la luce era diffusa sui monti e sul lago: le più alte cime erano dorate dal sole non ancora comparso sull'orizzonte, ma che stava per ispuntare dietro a quella montagna, che dalla sua forma è chiamata il Resegone (Segone), quando il Padre Galdino, a cui fra Canziano aveva esposta fedelmente l'ambasciata, si avviò dal suo convento per salire alla casetta di Lucia. Il cielo era sereno e un venticello d'autunno staccando le foglie inaridite del gelso le portava qua e là. Dal viottolo guardando sopra le picciole siepi e sui muricciuoli si vedevano splendere le viti per le foglie colorate di diversi rossi, e i campi, già seminati e lavorati di fresco, spiccavano dall'altro terreno come lunghi strati di drappi oscuri stesi sul suolo. L'aspetto della terra era lieto, ma gli uomini che si vedevano pei campi o sulla via mostravano nel volto l'abbattimento e la cura. Ad ogni tratto s'incontravano sulla via mendichi laceri e macilenti, invecchiati nel mestiere, ma fra i quali molti si conoscevano per forestieri, che la fame aveva cacciati da luoghi più miserabili, dove la carità consueta non aveva mezzi per nutrirli; e che passando a canto ai pitocchi indigeni del cantone gli guardavano con diffidenza e ne erano guardati in cagnesco come usurpatori. Di tempo in tempo si vedevano alcuni, i quali dal volto, dal modo e dall'abito mostravano di non aver mai tesa la mano e di essere ora indotti a farlo dalla necessità. Passavano cheti a canto al Padre Galdino, facendogli umilmente di cappello, senza dirgli nulla, perchè la sola parola che indirizzavano ai passeggieri era per chiedere l'elemosina, e un cappuccino, come ognun sa, non aveva niente. Ma il buon Padre Galdino si volgeva a quelli che apparivano più estenuati, più avviliti, e diceva loro in aria di compassione:—Andate al convento, fratello; finchè ci sarà un tozzo per noi, lo divideremo.—I contadini, sparsi pei campi, non rallegravano più la scena di quello che facessero i poverelli. Salutavano essi umilmente il Padre Galdino, e quelli a cui egli domandava come l'andasse:—Come vuole, padre? rispondevano: la va malissimo.—Alcuni, che in tempi ordinarj non avrebbero osato fermare e interrogare il Padre Guardiano, fatti più animosi per la miseria dei tempi, gli dicevano:—Come anderà questa faccenda, Padre Galdino?«—Sperate in Dio, che non vi abbandonerà. Povera gente! Il raccolto è proprio andato male?«—Grano non ne abbiamo per due mesi, le castagne sono fallate, e il lavoro cessa da tutte le bande.«Questa vista e questi discorsi crescevano vie più la mestizia del buon cappuccino, il quale camminava già col tristo presentimento in cuore di andare ad udire una qualche sventura.«Ma perchè pigliava egli tanto a cuore gli affari di Lucia? E perchè al primo avviso si era egli mosso come ad una chiamata del Padre Provinciale? E chi era questo Padre Cristoforo?»Ecco la prima volta che dà al frate il nuovo nome. Ne fa questa pittura: «Il Padre Cristoforo da Cremona era un uomo di circa sessanta anni» (poi corresse:più presso ai sessanta che ai cinquant'anni): «e il suo aspetto come i suoi modi annunziavano un antico e continuo combattimento tra una natura prosperosa, robesta, un'indole ardente, avventata, impetuosa e una legge imposta alla natura e all'indole da una volontà efficace e costante. Il suo capo, calvo e coperto all'intorno, secondo il rito cappuccinesco, di una corona di capelli, che l'età aveva renduti bianchi, si alzava di tempo in tempo per un movimento di spiriti inquieti e tosto si abbassava per riflessioni di umiltà. La barba, lunga e canuta, che gli copriva il mento e parte delle guance, faceva ancor più risaltare le forme rilevate, alle quali una antica abitudine di astinenza aveva dato più di gravità che tolto di espressione, e due occhj vivi, pronti, che di tratto in tratto sfolgoravano con vivacità repentina: come due cavalli bizzarri condotti a mano da un cocchiere col quale sanno per costume che non si può vincerla, pure fanno di tratto in tratto qualche salto, che termina subito con una buona stirata di briglie.«Il signor Ludovico (così fu nominato dal suo padrino quegli che facendosi poi frate prese il nome di Cristoforo), il signor Ludovico era figlio d'un ricco mercante cremonese, il quale negli ultimi anni suoi, vedovo e con questo unico figlio, rinunziò al commercio, comperò beni stabili, si pose a vivere da signore, cercò di far dimenticare che era stato mercante, e avrebbe voluto dimenticarlo egli stesso. Ma il fondaco, le balle, il bracciò gli tornavano sempre alla fantasia, come l'ombra di Banco a Macbeth».Per quali ragioni l'Autore prima lo chiamò Galdino e poi Cristoforo?Damiamo Muoni[L'antico Stato di Romano di Lombardia ed altri Comuni del suo Mandamento, cenni storici, documenti e regesti, Milano, Brigola, 1871; pp. 243-244] rinvenne negli Archivi di Finanza di Milano «un documento del massimo interesse», che «potrebbesi denominare:Incarico impartito il 21 ottobre 1646 dal Rev. P. Cristoforo da Como, Guardiano di Manza, a frate Lorenzo da Novara, Ministro Provinciale, per verificare quali furono i PP. Cappuccini, che si distinsero in caritatevoli servigi, massime all'epoca della peste del 1630». Il P.Felice da Mezzana, cappuccino, [Cenni sul Padre Cristoforo del Manzoni, Crema, tip. S. Pantaleone di L. Meleri, 1899; p. 12] osserva giustamente che è un titolo «dato con inesattezza, perchè da esso titolo risulta il guaio che un inferiore (Guardiano) darebbe ordini ad un superiore (Provinciale)». Propone dunque che invece s'intitoli:Processo autentico, istituito per commissione Generalizia, sui Cappuccini assistenti al lazzeretto e sul servizio ivi prestato nella pestilenza del 1630, compilato l'anno 1646. Da questoProcessorisulta che il P. Vittore, uno de' superstiti, dichiarò che tra i cappuccini che prestarono l'opera loro nel lazzeretto di Milano vi fu anche il «Padre Fra Cristoforo Picenardi da Cremona, sacerdote, che morì nel mese di giugno dei suddetto anno 1630 di peste, stimata da lui catarro, ma dagli altri tutti giudicata vera peste, havendo servito con molto fervore di carità et esempii religiosi a' poveri appestati». Fra Bonifacio, laico, altro dei superstiti, depose che il «Padre Fra Cristoforo servì e morì di peste al lazzeretto»; e il P. Felice Casati, terzo e ultimo dei superstiti, ripetè che il «Padre Fra Cristoforo servì nel lazzeretto e vi lasciò la vita». La scoperta fece chiasso, e il «documento» fu mostrato al Manzoni, il quale corse nella sua libreria e tornò con leMemorie delle cose notabili successe in Milano intorno al mal contaggioso l'anno 1630, ec.raccolte da DonPio La Croce, in Milano, nelle Stampe di Giuseppe Maganza, 1730; in-4º. Son le memorie stesse che cita nel cap. XXXII de'Promessi Sposi, dicendole tratte «evidentemente da scritto inedito d'autore vissuto al tempo della pestilenza; se pure non è una semplice edizione, piuttosto che una nuova compilazione». Tornò dunque con questeMemoriee lesse al suo visitatore quello che vi sta scritto a pag. 12. «Nelli stessi giorni» (così il La Croce) «il P. Cristoforo da Cremona, sacerdote, molto avanti già eletto a quel servizio, tolti gli ostacoli che in allora gliel'avevano impedito, alla fine entrò nel desiderato arringo: e ben si può dire desiderato, perchè più volte fu udito dire:—Io ardo di desiderio di andare a morire per Gesù Cristo, ed ora mi pare mill'anni.—Desiderio che ebbe poi felicissimo l'effetto corrispondente, a' 10 pure di giugno, morendo di peste per il servizio di quei poveri, nella persona de' quali serviva il suo diletto Gesù». Cfr.Stoppani A.I primi anni di Alessandro Manzoni,spigolature, Milano, Bernardoni, 1874; pp, 135-138.Il Muoni tira la conseguenza che, «giusta siffatto documento, il P. Cristoforo anzichè essere al mondo un Ludovico, nato da un semplice mercante di provincia, apparterrebbe in quella vece all'antica e patrizia famiglia dei Picenardi di Cremona». Il «documento» invece prova soltanto che il P. Cristoforo, morto di peste al lazzeretto, apparteneva alla famiglia Picenardi di Cremona. Ora, siccome a Cremona delle famiglie Picenardi ce n'erano parecchie, alcune patrizie, altre no, resta a vedersi da quale di esse sia uscito. Della «nobilissima famiglia dei Picenardi» già l'aveva detto il P.Massimo Bertanida Valenza [Annali Cappuccini, part. III, vol III, n.º 30]; ma ottantaquattro anni dopo la morte del P. Cristoforo e senza darne nessuna prova. Ai giorni nostri se n'è fatto caldo sostenitore DonLuigi Lucchini, che più volte è sceso in campo. Cfr.Fra Cristoforo deiPromessi Sposi,personaggio storico cremonese, illustrazione documentata, scene della braveria cremonese, Bozzolo, tip. Arini, 1902, in-8.º—Commentario deiPromessi Sposi,ovvero la rivelazione di tutti i personaggi anonimi, Bozzolo, tip. Commerciale, 1902, in-8.º—Lo stesso,Seconda edizione, riccamente illustrata da medaglioni, Lecco, tip. arciv. del Resegone, 1904, in-8.º Le sue conclusioni son queste. Trova ne' libri de' battezzati di Cremona un Lodovico, figlio di Giuseppe Picenardi e di Susanna Cellana, nato il 5 decembre 1568, non però appartenente ai «rami più cospicui del casato», ma alle «altre famiglie dei Picenardi, ricche di censo, senza però un cenno di nobiltà»; e trova che questo Lodovico era uno spadaccino e un attaccabrighe, in discordia con la prepotente e sanguinaria famiglia cremonese degli Ariberti. Esclama: questo è il Picenardi che si fece cappuccino, e tutto quello che scrive il Manzoni del P. Cristoforo è la biografia di lui, «non un parto inverosimile, creato dalla fantasia del romanziere». Il P. Felice da Mezzana [Op. cit.; pp. 7-8] gli risponde: «che ci sia stato un Lodovico nella nobile famiglia Picenardi poco importa, e il Lucchini avrebbe dovuto fare a meno della fede di nascita; si dovrebbe mostrare: 1.º che questi si fece cappuccino; 2.º qual fu la causa che diede l'ultimo colpo alla sua vocazione». Il Lucchini non riesce a dimostrare nè una cosa, nè l'altra; e «dopo d'aver avuta la bella ventura di poter assodare, con documenti e prove abbastanza copiose, la vita drammatica di Lodovico Picenardi, è abbandonato dalla capricciosa fortuna nel momento più bello, quando trattavasi di trovare, stabilire, assodare storicamente l'ultimo atto, o lo scioglimento del dramma».Pio La Croce nelle sueMemorie, oltre il P. Cristoforo da Cremona e tanti e tanti altri cappuccini che prestarono l'opera loro generosa durante l'infierire della peste, rammenta anche un P. Galdino della Brusada, non già laico, ma sacerdote, che «con purità particolare» servì egli pure gli appestati. Il Manzoni dette dunque questo nome di Galdino al tipo ideale di cappuccino che andava immaginando; nome già portato da un arcivescovo di Milano, che fu cardinale e santo, e talmente caritatevole da restare in proverbio ilpane di S. Galdino. Ma poi trovando nelle stesseMemorierammentato un P. Cristoforo da Cremona, morto nel lazzeretto assistendo gli appestati; appunto per aver egli fatto olocausto della vita in quel tremendo luogo di dolore, fu in lui e col suo nome che idealizzò il proprio eroe della carità cristiana. E a fra Canziano dette il nome di Galdino; il «nome soltanto, si badi»; e ripensando al proverbio milaneseel pan de San Galdin, «di qui dovè forse venire al romanziere l'idea di metter quel nome ad un frate cercatore; da lui destinato a rappresentare uno degli aspetti della vita conventuale», come nota col suo solito acume ilD'Ovidio[Fra Galdino; inLe correzioni aiPromessi Sposie la questione della lingua, Napoli, Morano, 1893; pp. 259-260], Racconta loStampa[Op. cit.; II, 149]: «Un giorno che il Manzoni sorrideva delle sciocche accuse di bigottismo che gli erano affibbiate... venne fuori a dire:—Non hanno capito che ho messo a posta nel romanzo quel personaggio di fra Galdino per porre in ridicolo per l'appunto i pregiudizi bigotti?—». Il Manzoni, discorrendo col Bonghi, ebbe a dire: «M'hanno chi lodato, chi rimproverato d'aver voluto rimettere in onore i Cappuccini. Non ci ho neppure pensato. Gli ho messi così nei mio romanzo, perchè mi son parsi una forza viva e attiva in quei tempi. Ora, non gli credo più utili alla religione». Cfr.D'Ovidio F.,I pensieri inediti del Bonghi; inSimpatie, Palermo, Sandron, 1903, p. 79.Oltre il D'Ovidio, si occuparono di fra Galdino,Luigi Ercolani,Fra Galdino a Francesco D'Ovidio, Reggio, tip. Lipari, 1879; in-8º;Alberino Bondi,Fra Galdino, nellaPsiche, di Palermo, ann. XVI, n.º 21, 1º novembre 1899; eFrancesco Lo Parco,Due frati nei«Promessi Sposi», Ariano, Stab. tipografico Appulo-Irpino, 1901; in-8.º Di fra Galdino tratta a pp. 5-17 e 44-46; l'altro frate è il P. Cristoforo.Luigi Sailer[Il P. Cristoforo nel Romanzo e nella Storia; inDiscussioni manzoniane, Città di Castello, Lapi, 1886, pp, 147-196] trova «parecchi riscontri curiosi» tra Alfonso III d'Este che, rinunziata la corona ducale di Modena, si fece cappuccino, e il frate manzoniano.Niccolò Rodolico[L'abdicazione di Alfonso III d'Este, Acireale, tip. dell'Etna, 1901, pp. 87-92] non crede «esatto storicamente ilcontinuo trascendere, che il Sailer nota,delle virtù effettive ed eroiche del Principe, in eccessi viziosi di cui appariscono tutti i germi nel P, Cristoforo del Manzoni». Per il Rodolico «la splendida figura del P. Cristoforo non ha, per la sua verosimiglianza, bisogno di riprove istoriche in episodii della vita del Duca cappuccino. Essa vive nell'anima buona eterna dell'Umanità, che ama il P. Cristoforo, poichè corrisponde a ciò che è in essa di veramente buono, di quel Buono che talvolta, come scintilla del fuoco divino, sprizza di luce nelle azioni umane dei padri Cristofori della Storia».Rodolfo Renier[Un riscontro alserio accidenteper cui indossò la tonaca P. Cristoforo; inGiornale storico della letteratura italiana, XXXVIII, 247-250] nega che il Manzoni «abbia in modo alcuno esemplato il Duca cappuccino. Troppe e troppo palesi sono le diversità. Ma se il Manzoni conobbe la storia di Alfonso (e chi sappia quanto accurata sia stata sempre la sua preparazione storica non dubiterà che l'abbia conosciuta), è probabile, anzi quasi certo, che da essa tolse più d'una ispirazione per delineare, in conformità allo spirito del tempo, la figura di Lodovico-Cristoforo». In un brano della prima minuta, che ho riportato qui sopra, il Manzoni annovera tra quelli che si fecero cappuccini «talvolta Principi, o fastiditi, o atterriti del loro potere». È un accenno ad Alfonso III, la cui vita ritengo abbia appresa dal Muratori, non già nelle biografie che ne scrissero il P. Giovanni da Sestola, il P. Giuseppe Maria Mozzarella e il P. Gaspero De Rougnes.Giovanni Livi[Il duello del Padre Cristoforo in relazione a documenti del tempo; nella Nuova Antologia, fascicolo del 16 giugno 1899] rintracciò una grida de' Rettori di Brescia del 5 maggio 1589, con la quale, «considerando con quanta facilità il più delle volte, per causa della sola precedentia della strada, succedono homicidii de importantia», si ordina, sotto gravi pene, «che nell'avenire... incontrandosi gentilhomini o altre persone che pretendino la superiorità della strada, sempre quello che caminarà dalla banda del muro con la mano destra verso a esso muro non sia, nè possa essere sforciato a partirsi da suo luogo, nel qual modo l'uno et l'altro haverà la banda destra». Il Manzoni anche nell'episodio del duello di Lodovico dipinge i tempi con tale verità, che se ne ha la piena conferma ne' documenti. Questo prova la grida, e niente altro; ma che la grida fosse conosciuta da lui, che gliela potessero avere inviata o Camillo Ugoni, o il Mompiani, o Giambattista Pagani, come vuole il Livi, è un correr troppo. A buon conto, quando il Manzoni scriveva il romanzo, il Mompiani era sotto processo; l'Ugoni in esilio; il Pagani non si occupò mai di ricerche erudite.Il prof. Rodolfo Renier riporta una curiosa lettera d'Isabella Gonzaga al marito, che è del 17 decembre 1507, nella quale lo ragguaglia che a Mantova, «essendosi incontrati a caso, suso uno cantono, messer Francisco Suardo et Zoan Lodovico da Gonzaga, per non cedersi l'un l'altro la via, sono stati fermi più de un'hora, contendendo de precedentia, l'uno per esser cavaler, l'altro de la casa del Gonzaga». Finalmente ebbero un'idea felice: «se voltarono l'uno al contrario de l'altro, ritornando per la via dove erano venuti».Il marchese Bartolommeo Ariberti di Cremona, trovandosi a Bologna, fu richiesto d'aiuto da Niccolò Soresina, suo concittadino, che essendo venuto a litigio col figlio del Doge di Venezia, là studente, temeva «che, accompagnato dalla sua numerosa fazione di venti o venticinque che si fussero fra servidori e scolari», avesse risoluto di affrontarlo e di torgli il muro». Il marchese gli dette braccio e «si trasse pertanto avanti il suo camerata, per sostener quel muro e quella mano che gli si doveva, e che gli avversari, co' quali egli nè haveva conoscenza, nè alcun disparere, tentavano fuor di ragione di usurparsi. A quest'atto, che parve ardito a chi supponeva di non trovar resistenza, ma di potersi ingoiare a man franca col grosso numero dei seguaci l'avversano, tratte dall'una e dall'altra parte le spade, campeggiò la bravura del marchese sì fattamente, che cagionò terrore agli oppositori e meraviglia grande agli spettatori, vedendolo, con cinque sole persone, passare avanti vittoriosamente ed illeso, sostenere al maggior colmo l'honore all'amico ed a sè».Vita del Marchese Bartolomeo Ariberti, dedicata all'Illustriss. Signore il Sig. Marchese Girolamo Ariberti daGienserico Francomono Scirtibargamo[Giacomo Ariberti], In Gormalta, senza note tipografiche, [1649]; pp. 8-10. Cfr. anche:Manacorda G.,Il duello di Lodovico e un duello storico; nelGiornale storico della letteratura italiana; XLIV, 273-276. Di questi esempi, rovistando per gli archivi, ce n'è da trovarne un'infinità. (Ed.)
[153]Lo ribattezzò col nome di Padre Cristoforo nel capitolo IV del tomo I della stessa prima minuta; nella quale, da principio, lo fece anche guardiano del convento di Pescarenico; carica, per altro, che gli tolse quasi subito. Il nome di Galdino lo dette invece al cercatore delle noci, prima da lui chiamato fra Canziano. Costui fa la sua comparsa nel capitolo III del tomo I. «S'ode picchiare all'uscio e nello stesso momento un sommesso, ma distintoDeo gratias. Lucia, immaginandosi chi poteva essere, corse ad aprire; e allora, fatto un inchino, entrò infatti un laico cercatore cappuccino colla sua bisaccia pendente alla spalla sinistra, e l'imboccatura di essa attorcigliata e stretta nelle due mani sul petto.—Fra' Canziano, dissero le due donne.—Il Signore sia con voi, disse il frate: vengo per la cerca delle noci; e come il raccolto è stato buono, voi ne darete a Dio la sua parte, affinchè ve ne dia un altro eguale o migliore l'anno venturo; se però i nostri peccati non attireranno qualche castigo.—Lucia, vanne a pigliare le noci pei padri, disse Agnese». Mentre la figlia eseguisce la commissione, fra Canziano racconta alla madre il miracolo delle noci, avvenuto in Romagna, dove egli era stato cercatore; e avvenuto al tempo del «padre Agapito» (ribattezzato nel testo definitivopadre Macario), «che era un santo». Poi così prosegue il racconto: «Qui ricomparve Lucia col grembiule tanto carico di noci che lo poteva reggere a fatica, tenendo i due capi sospesi colle braccia tese e allungate. Mentre fra Canziano si tolse la bisaccia dalle spalle, la pose in terra e aprì la bocca di quella per introdurvi l'abbondante elemosina, la madre fece un volto attonito e severo a Lucia, per la sua prodigalità; ma Lucia le diede un'occhiata, che voleva dire: mi giustificherò. Fra Canziano proruppe in elogj, in augurj, in promesse, in ringraziamenti; e, rimessa la bisaccia, si avviò; ma Lucia, fermatolo:—Vorrei una carità da voi, disse. Vorrei che diceste al Padre Galdino che ho bisogno di parlargli di somma premura; e che mi faccia la carità di venire da noi poverette subito subito, perchè io non posso venire alla chiesa.
—Non volete altro? non passerà un'ora che lo dirò al Padre Galdino.
—Non mi fallate.
—State tranquilla; e così detto, partì, un po' più curvo e più contento che non quando era arrivato.
Il Padre Galdino era un uomo di molta autorità fra i suoi e in tutto il contorno; eppure fra Canziano non fece nessuna osservazione a questa specie di ordine che gli si mandava da una donnicciuola di venire da lei; la commissione non gli parve strana niente più che se gli si fosse commesso di avvertire il Padre Galdino che il Vicario di Provvisione e i Sessanta del Consiglio generale della Città di Milano lo richiedevano per mandarlo ambasciatore a Don Filippo Quarto, Re di Castiglia, di Leone, etc. Non vi era nulla di troppo basso, nè di troppo elevato per un cappuccino: servire talvolta gl'infimi, ed esser serviti dai potenti; entrare nei palazzi e nei tugurii colla stessa aria mista di umiltà e di padronanza; essere nella stessa casa un soggetto di passatempo, e un personaggio senza il quale non si decideva nulla; cercare la limosina da per tutto, e farla a tutti quelli che la chiedevano al convento; a tutto era avvezzo un cappuccino, e faceva tutto a un dipresso colla stessa naturalezza, e non si stupiva di nulla. Uscendo dal suo convento per qualche affare, non era impossibile che prima di tornarsene si abbattesse, o in un principe che gli baciasse umilmente la punta del cordone, o in una mano di ragazzacci che, fingendo di essere alle mani fra di loro, gli bruttassero la barba di fango. La parola frate in quei tempi era proferita colla più gran venerazione e col più profondo disprezzo; era un elogio e un'ingiuria: i cappuccini forse più di tutti gli altri riunivano questi due estremi, perchè senza ricchezze, facendo più aperta professione di umiliazioni, si esponevano più facilmente al vilipendio, e alla venerazione che possono venire da questa condotta. La considerazione poi data generalmente al loro Ordine li poneva nel caso sovente di giovare e di nuocere ai privati, di essere grandi ajuti e grandi ostacoli, e da quindi anche la varietà del sentimento che si aveva per essi, e delle opinioni sul conto loro. Varii pure e moltiformi erano e dovevano essere i motivi che conducevano gli uomini ad arruolarsi in un esercito così fatto. Uomini compresi della eccellenza di quello stato, che allora era esaltata universalmente; altri per acquistare una considerazione alla quale non sarebbero mai giunti vivendo, come allora si viveva, nel secolo; altri per fuggire una persecuzione, per cavarsi da un impiccio; altri dopo una grande sventura, disgustati del mondo; talvolta principi, o fastiditi o atterriti del loro potere; molti perchè di quelli che entrano in una carriera per la sola ragione che la vedono aperta; molti per un sentimento vero di amor di Dio e degli uomini, per l'intenzione di essere virtuosi ed utili; e questa loro intenzione (perchè quando si è persuasi d'una verità bisogna dirla; l'adulazione ad una opinione predominante ha tutti i caratteri indegni di quella che si usa verso i potenti), questa loro intenzione non era una pia illusione, l'errore d'un buon cuore e d'una mente leggiera, come potrebbe parere, e come pare talvolta a chi non sa, o non considera le circostanze e l'idee di quei tempi: era una intenzione ragionata, formata da una osservazione delle cose reali; e in fatti con queste intenzioni molti, abbracciando quello stato, facevano del bene tutta la loro vita; anzi molti, che sarebbero stati uomini pericolosi, che avrebbero accresciuti i mali della società, diventavano utili con quell'abito indosso. Ho fatta tutta questa tiritera, perchè nessuno trovi inverisimile che fra Canziano, senza fare alcuna obbiezione, senza stupirsi, si sia incaricato di dire nullameno che al Padre Guardiano che s'incomodasse a portarsi da una donnicciuola, che aveva bisogno di parlargli».
Il mutamento del nome seguì, come s'è detto, nel capitolo IV, che prima intitolò:Il Padre Galdino, e poi:Il Padre Cristoforo; e seguì dopo che n'ebbe scritte alcune pagine. Son queste: «Era un bel mattino di novembre; la luce era diffusa sui monti e sul lago: le più alte cime erano dorate dal sole non ancora comparso sull'orizzonte, ma che stava per ispuntare dietro a quella montagna, che dalla sua forma è chiamata il Resegone (Segone), quando il Padre Galdino, a cui fra Canziano aveva esposta fedelmente l'ambasciata, si avviò dal suo convento per salire alla casetta di Lucia. Il cielo era sereno e un venticello d'autunno staccando le foglie inaridite del gelso le portava qua e là. Dal viottolo guardando sopra le picciole siepi e sui muricciuoli si vedevano splendere le viti per le foglie colorate di diversi rossi, e i campi, già seminati e lavorati di fresco, spiccavano dall'altro terreno come lunghi strati di drappi oscuri stesi sul suolo. L'aspetto della terra era lieto, ma gli uomini che si vedevano pei campi o sulla via mostravano nel volto l'abbattimento e la cura. Ad ogni tratto s'incontravano sulla via mendichi laceri e macilenti, invecchiati nel mestiere, ma fra i quali molti si conoscevano per forestieri, che la fame aveva cacciati da luoghi più miserabili, dove la carità consueta non aveva mezzi per nutrirli; e che passando a canto ai pitocchi indigeni del cantone gli guardavano con diffidenza e ne erano guardati in cagnesco come usurpatori. Di tempo in tempo si vedevano alcuni, i quali dal volto, dal modo e dall'abito mostravano di non aver mai tesa la mano e di essere ora indotti a farlo dalla necessità. Passavano cheti a canto al Padre Galdino, facendogli umilmente di cappello, senza dirgli nulla, perchè la sola parola che indirizzavano ai passeggieri era per chiedere l'elemosina, e un cappuccino, come ognun sa, non aveva niente. Ma il buon Padre Galdino si volgeva a quelli che apparivano più estenuati, più avviliti, e diceva loro in aria di compassione:—Andate al convento, fratello; finchè ci sarà un tozzo per noi, lo divideremo.—I contadini, sparsi pei campi, non rallegravano più la scena di quello che facessero i poverelli. Salutavano essi umilmente il Padre Galdino, e quelli a cui egli domandava come l'andasse:—Come vuole, padre? rispondevano: la va malissimo.—Alcuni, che in tempi ordinarj non avrebbero osato fermare e interrogare il Padre Guardiano, fatti più animosi per la miseria dei tempi, gli dicevano:—Come anderà questa faccenda, Padre Galdino?
«—Sperate in Dio, che non vi abbandonerà. Povera gente! Il raccolto è proprio andato male?
«—Grano non ne abbiamo per due mesi, le castagne sono fallate, e il lavoro cessa da tutte le bande.
«Questa vista e questi discorsi crescevano vie più la mestizia del buon cappuccino, il quale camminava già col tristo presentimento in cuore di andare ad udire una qualche sventura.
«Ma perchè pigliava egli tanto a cuore gli affari di Lucia? E perchè al primo avviso si era egli mosso come ad una chiamata del Padre Provinciale? E chi era questo Padre Cristoforo?»
Ecco la prima volta che dà al frate il nuovo nome. Ne fa questa pittura: «Il Padre Cristoforo da Cremona era un uomo di circa sessanta anni» (poi corresse:più presso ai sessanta che ai cinquant'anni): «e il suo aspetto come i suoi modi annunziavano un antico e continuo combattimento tra una natura prosperosa, robesta, un'indole ardente, avventata, impetuosa e una legge imposta alla natura e all'indole da una volontà efficace e costante. Il suo capo, calvo e coperto all'intorno, secondo il rito cappuccinesco, di una corona di capelli, che l'età aveva renduti bianchi, si alzava di tempo in tempo per un movimento di spiriti inquieti e tosto si abbassava per riflessioni di umiltà. La barba, lunga e canuta, che gli copriva il mento e parte delle guance, faceva ancor più risaltare le forme rilevate, alle quali una antica abitudine di astinenza aveva dato più di gravità che tolto di espressione, e due occhj vivi, pronti, che di tratto in tratto sfolgoravano con vivacità repentina: come due cavalli bizzarri condotti a mano da un cocchiere col quale sanno per costume che non si può vincerla, pure fanno di tratto in tratto qualche salto, che termina subito con una buona stirata di briglie.
«Il signor Ludovico (così fu nominato dal suo padrino quegli che facendosi poi frate prese il nome di Cristoforo), il signor Ludovico era figlio d'un ricco mercante cremonese, il quale negli ultimi anni suoi, vedovo e con questo unico figlio, rinunziò al commercio, comperò beni stabili, si pose a vivere da signore, cercò di far dimenticare che era stato mercante, e avrebbe voluto dimenticarlo egli stesso. Ma il fondaco, le balle, il bracciò gli tornavano sempre alla fantasia, come l'ombra di Banco a Macbeth».
Per quali ragioni l'Autore prima lo chiamò Galdino e poi Cristoforo?Damiamo Muoni[L'antico Stato di Romano di Lombardia ed altri Comuni del suo Mandamento, cenni storici, documenti e regesti, Milano, Brigola, 1871; pp. 243-244] rinvenne negli Archivi di Finanza di Milano «un documento del massimo interesse», che «potrebbesi denominare:Incarico impartito il 21 ottobre 1646 dal Rev. P. Cristoforo da Como, Guardiano di Manza, a frate Lorenzo da Novara, Ministro Provinciale, per verificare quali furono i PP. Cappuccini, che si distinsero in caritatevoli servigi, massime all'epoca della peste del 1630». Il P.Felice da Mezzana, cappuccino, [Cenni sul Padre Cristoforo del Manzoni, Crema, tip. S. Pantaleone di L. Meleri, 1899; p. 12] osserva giustamente che è un titolo «dato con inesattezza, perchè da esso titolo risulta il guaio che un inferiore (Guardiano) darebbe ordini ad un superiore (Provinciale)». Propone dunque che invece s'intitoli:Processo autentico, istituito per commissione Generalizia, sui Cappuccini assistenti al lazzeretto e sul servizio ivi prestato nella pestilenza del 1630, compilato l'anno 1646. Da questoProcessorisulta che il P. Vittore, uno de' superstiti, dichiarò che tra i cappuccini che prestarono l'opera loro nel lazzeretto di Milano vi fu anche il «Padre Fra Cristoforo Picenardi da Cremona, sacerdote, che morì nel mese di giugno dei suddetto anno 1630 di peste, stimata da lui catarro, ma dagli altri tutti giudicata vera peste, havendo servito con molto fervore di carità et esempii religiosi a' poveri appestati». Fra Bonifacio, laico, altro dei superstiti, depose che il «Padre Fra Cristoforo servì e morì di peste al lazzeretto»; e il P. Felice Casati, terzo e ultimo dei superstiti, ripetè che il «Padre Fra Cristoforo servì nel lazzeretto e vi lasciò la vita». La scoperta fece chiasso, e il «documento» fu mostrato al Manzoni, il quale corse nella sua libreria e tornò con leMemorie delle cose notabili successe in Milano intorno al mal contaggioso l'anno 1630, ec.raccolte da DonPio La Croce, in Milano, nelle Stampe di Giuseppe Maganza, 1730; in-4º. Son le memorie stesse che cita nel cap. XXXII de'Promessi Sposi, dicendole tratte «evidentemente da scritto inedito d'autore vissuto al tempo della pestilenza; se pure non è una semplice edizione, piuttosto che una nuova compilazione». Tornò dunque con questeMemoriee lesse al suo visitatore quello che vi sta scritto a pag. 12. «Nelli stessi giorni» (così il La Croce) «il P. Cristoforo da Cremona, sacerdote, molto avanti già eletto a quel servizio, tolti gli ostacoli che in allora gliel'avevano impedito, alla fine entrò nel desiderato arringo: e ben si può dire desiderato, perchè più volte fu udito dire:—Io ardo di desiderio di andare a morire per Gesù Cristo, ed ora mi pare mill'anni.—Desiderio che ebbe poi felicissimo l'effetto corrispondente, a' 10 pure di giugno, morendo di peste per il servizio di quei poveri, nella persona de' quali serviva il suo diletto Gesù». Cfr.Stoppani A.I primi anni di Alessandro Manzoni,spigolature, Milano, Bernardoni, 1874; pp, 135-138.
Il Muoni tira la conseguenza che, «giusta siffatto documento, il P. Cristoforo anzichè essere al mondo un Ludovico, nato da un semplice mercante di provincia, apparterrebbe in quella vece all'antica e patrizia famiglia dei Picenardi di Cremona». Il «documento» invece prova soltanto che il P. Cristoforo, morto di peste al lazzeretto, apparteneva alla famiglia Picenardi di Cremona. Ora, siccome a Cremona delle famiglie Picenardi ce n'erano parecchie, alcune patrizie, altre no, resta a vedersi da quale di esse sia uscito. Della «nobilissima famiglia dei Picenardi» già l'aveva detto il P.Massimo Bertanida Valenza [Annali Cappuccini, part. III, vol III, n.º 30]; ma ottantaquattro anni dopo la morte del P. Cristoforo e senza darne nessuna prova. Ai giorni nostri se n'è fatto caldo sostenitore DonLuigi Lucchini, che più volte è sceso in campo. Cfr.Fra Cristoforo deiPromessi Sposi,personaggio storico cremonese, illustrazione documentata, scene della braveria cremonese, Bozzolo, tip. Arini, 1902, in-8.º—Commentario deiPromessi Sposi,ovvero la rivelazione di tutti i personaggi anonimi, Bozzolo, tip. Commerciale, 1902, in-8.º—Lo stesso,Seconda edizione, riccamente illustrata da medaglioni, Lecco, tip. arciv. del Resegone, 1904, in-8.º Le sue conclusioni son queste. Trova ne' libri de' battezzati di Cremona un Lodovico, figlio di Giuseppe Picenardi e di Susanna Cellana, nato il 5 decembre 1568, non però appartenente ai «rami più cospicui del casato», ma alle «altre famiglie dei Picenardi, ricche di censo, senza però un cenno di nobiltà»; e trova che questo Lodovico era uno spadaccino e un attaccabrighe, in discordia con la prepotente e sanguinaria famiglia cremonese degli Ariberti. Esclama: questo è il Picenardi che si fece cappuccino, e tutto quello che scrive il Manzoni del P. Cristoforo è la biografia di lui, «non un parto inverosimile, creato dalla fantasia del romanziere». Il P. Felice da Mezzana [Op. cit.; pp. 7-8] gli risponde: «che ci sia stato un Lodovico nella nobile famiglia Picenardi poco importa, e il Lucchini avrebbe dovuto fare a meno della fede di nascita; si dovrebbe mostrare: 1.º che questi si fece cappuccino; 2.º qual fu la causa che diede l'ultimo colpo alla sua vocazione». Il Lucchini non riesce a dimostrare nè una cosa, nè l'altra; e «dopo d'aver avuta la bella ventura di poter assodare, con documenti e prove abbastanza copiose, la vita drammatica di Lodovico Picenardi, è abbandonato dalla capricciosa fortuna nel momento più bello, quando trattavasi di trovare, stabilire, assodare storicamente l'ultimo atto, o lo scioglimento del dramma».
Pio La Croce nelle sueMemorie, oltre il P. Cristoforo da Cremona e tanti e tanti altri cappuccini che prestarono l'opera loro generosa durante l'infierire della peste, rammenta anche un P. Galdino della Brusada, non già laico, ma sacerdote, che «con purità particolare» servì egli pure gli appestati. Il Manzoni dette dunque questo nome di Galdino al tipo ideale di cappuccino che andava immaginando; nome già portato da un arcivescovo di Milano, che fu cardinale e santo, e talmente caritatevole da restare in proverbio ilpane di S. Galdino. Ma poi trovando nelle stesseMemorierammentato un P. Cristoforo da Cremona, morto nel lazzeretto assistendo gli appestati; appunto per aver egli fatto olocausto della vita in quel tremendo luogo di dolore, fu in lui e col suo nome che idealizzò il proprio eroe della carità cristiana. E a fra Canziano dette il nome di Galdino; il «nome soltanto, si badi»; e ripensando al proverbio milaneseel pan de San Galdin, «di qui dovè forse venire al romanziere l'idea di metter quel nome ad un frate cercatore; da lui destinato a rappresentare uno degli aspetti della vita conventuale», come nota col suo solito acume ilD'Ovidio[Fra Galdino; inLe correzioni aiPromessi Sposie la questione della lingua, Napoli, Morano, 1893; pp. 259-260], Racconta loStampa[Op. cit.; II, 149]: «Un giorno che il Manzoni sorrideva delle sciocche accuse di bigottismo che gli erano affibbiate... venne fuori a dire:—Non hanno capito che ho messo a posta nel romanzo quel personaggio di fra Galdino per porre in ridicolo per l'appunto i pregiudizi bigotti?—». Il Manzoni, discorrendo col Bonghi, ebbe a dire: «M'hanno chi lodato, chi rimproverato d'aver voluto rimettere in onore i Cappuccini. Non ci ho neppure pensato. Gli ho messi così nei mio romanzo, perchè mi son parsi una forza viva e attiva in quei tempi. Ora, non gli credo più utili alla religione». Cfr.D'Ovidio F.,I pensieri inediti del Bonghi; inSimpatie, Palermo, Sandron, 1903, p. 79.
Oltre il D'Ovidio, si occuparono di fra Galdino,Luigi Ercolani,Fra Galdino a Francesco D'Ovidio, Reggio, tip. Lipari, 1879; in-8º;Alberino Bondi,Fra Galdino, nellaPsiche, di Palermo, ann. XVI, n.º 21, 1º novembre 1899; eFrancesco Lo Parco,Due frati nei«Promessi Sposi», Ariano, Stab. tipografico Appulo-Irpino, 1901; in-8.º Di fra Galdino tratta a pp. 5-17 e 44-46; l'altro frate è il P. Cristoforo.
Luigi Sailer[Il P. Cristoforo nel Romanzo e nella Storia; inDiscussioni manzoniane, Città di Castello, Lapi, 1886, pp, 147-196] trova «parecchi riscontri curiosi» tra Alfonso III d'Este che, rinunziata la corona ducale di Modena, si fece cappuccino, e il frate manzoniano.Niccolò Rodolico[L'abdicazione di Alfonso III d'Este, Acireale, tip. dell'Etna, 1901, pp. 87-92] non crede «esatto storicamente ilcontinuo trascendere, che il Sailer nota,delle virtù effettive ed eroiche del Principe, in eccessi viziosi di cui appariscono tutti i germi nel P, Cristoforo del Manzoni». Per il Rodolico «la splendida figura del P. Cristoforo non ha, per la sua verosimiglianza, bisogno di riprove istoriche in episodii della vita del Duca cappuccino. Essa vive nell'anima buona eterna dell'Umanità, che ama il P. Cristoforo, poichè corrisponde a ciò che è in essa di veramente buono, di quel Buono che talvolta, come scintilla del fuoco divino, sprizza di luce nelle azioni umane dei padri Cristofori della Storia».Rodolfo Renier[Un riscontro alserio accidenteper cui indossò la tonaca P. Cristoforo; inGiornale storico della letteratura italiana, XXXVIII, 247-250] nega che il Manzoni «abbia in modo alcuno esemplato il Duca cappuccino. Troppe e troppo palesi sono le diversità. Ma se il Manzoni conobbe la storia di Alfonso (e chi sappia quanto accurata sia stata sempre la sua preparazione storica non dubiterà che l'abbia conosciuta), è probabile, anzi quasi certo, che da essa tolse più d'una ispirazione per delineare, in conformità allo spirito del tempo, la figura di Lodovico-Cristoforo». In un brano della prima minuta, che ho riportato qui sopra, il Manzoni annovera tra quelli che si fecero cappuccini «talvolta Principi, o fastiditi, o atterriti del loro potere». È un accenno ad Alfonso III, la cui vita ritengo abbia appresa dal Muratori, non già nelle biografie che ne scrissero il P. Giovanni da Sestola, il P. Giuseppe Maria Mozzarella e il P. Gaspero De Rougnes.
Giovanni Livi[Il duello del Padre Cristoforo in relazione a documenti del tempo; nella Nuova Antologia, fascicolo del 16 giugno 1899] rintracciò una grida de' Rettori di Brescia del 5 maggio 1589, con la quale, «considerando con quanta facilità il più delle volte, per causa della sola precedentia della strada, succedono homicidii de importantia», si ordina, sotto gravi pene, «che nell'avenire... incontrandosi gentilhomini o altre persone che pretendino la superiorità della strada, sempre quello che caminarà dalla banda del muro con la mano destra verso a esso muro non sia, nè possa essere sforciato a partirsi da suo luogo, nel qual modo l'uno et l'altro haverà la banda destra». Il Manzoni anche nell'episodio del duello di Lodovico dipinge i tempi con tale verità, che se ne ha la piena conferma ne' documenti. Questo prova la grida, e niente altro; ma che la grida fosse conosciuta da lui, che gliela potessero avere inviata o Camillo Ugoni, o il Mompiani, o Giambattista Pagani, come vuole il Livi, è un correr troppo. A buon conto, quando il Manzoni scriveva il romanzo, il Mompiani era sotto processo; l'Ugoni in esilio; il Pagani non si occupò mai di ricerche erudite.
Il prof. Rodolfo Renier riporta una curiosa lettera d'Isabella Gonzaga al marito, che è del 17 decembre 1507, nella quale lo ragguaglia che a Mantova, «essendosi incontrati a caso, suso uno cantono, messer Francisco Suardo et Zoan Lodovico da Gonzaga, per non cedersi l'un l'altro la via, sono stati fermi più de un'hora, contendendo de precedentia, l'uno per esser cavaler, l'altro de la casa del Gonzaga». Finalmente ebbero un'idea felice: «se voltarono l'uno al contrario de l'altro, ritornando per la via dove erano venuti».
Il marchese Bartolommeo Ariberti di Cremona, trovandosi a Bologna, fu richiesto d'aiuto da Niccolò Soresina, suo concittadino, che essendo venuto a litigio col figlio del Doge di Venezia, là studente, temeva «che, accompagnato dalla sua numerosa fazione di venti o venticinque che si fussero fra servidori e scolari», avesse risoluto di affrontarlo e di torgli il muro». Il marchese gli dette braccio e «si trasse pertanto avanti il suo camerata, per sostener quel muro e quella mano che gli si doveva, e che gli avversari, co' quali egli nè haveva conoscenza, nè alcun disparere, tentavano fuor di ragione di usurparsi. A quest'atto, che parve ardito a chi supponeva di non trovar resistenza, ma di potersi ingoiare a man franca col grosso numero dei seguaci l'avversano, tratte dall'una e dall'altra parte le spade, campeggiò la bravura del marchese sì fattamente, che cagionò terrore agli oppositori e meraviglia grande agli spettatori, vedendolo, con cinque sole persone, passare avanti vittoriosamente ed illeso, sostenere al maggior colmo l'honore all'amico ed a sè».Vita del Marchese Bartolomeo Ariberti, dedicata all'Illustriss. Signore il Sig. Marchese Girolamo Ariberti daGienserico Francomono Scirtibargamo[Giacomo Ariberti], In Gormalta, senza note tipografiche, [1649]; pp. 8-10. Cfr. anche:Manacorda G.,Il duello di Lodovico e un duello storico; nelGiornale storico della letteratura italiana; XLIV, 273-276. Di questi esempi, rovistando per gli archivi, ce n'è da trovarne un'infinità. (Ed.)
[154]Nella stessa prima minuta cancellò qui e altrove questo nome, sostituendovi quello diDuplica, che poi nella seconda minuta diventòAzzecca-garbugli. E cancellò anche il nome della serva di lui, che nella prima minuta eraFelicina. (Ed.)
[154]Nella stessa prima minuta cancellò qui e altrove questo nome, sostituendovi quello diDuplica, che poi nella seconda minuta diventòAzzecca-garbugli. E cancellò anche il nome della serva di lui, che nella prima minuta eraFelicina. (Ed.)
[155]Quest'episodio è tolto dal capitolo III del tomo I della prima minuta. (Ed.)
[155]Quest'episodio è tolto dal capitolo III del tomo I della prima minuta. (Ed.)
[156]Il Padre Cristoforo assiste al pranzo di Don Rodrigo. «Era questi in capo alla tavola: alla sua destra sedeva il giovane Conte Grazio», [divenuto poiAttilionel testo definitivo], «cugino di Don Rodrigo, suo compagno di libertinaggio e di soperchieria, e che villeggiava con lui; alla sinistra il Podestà, che Don Rodrigo aveva invitato non senza perchè, potendo trovarsi in un impegno dal quale si sarebbe cavato meglio quando la Giustizia fosse tutta disposta in favor suo. Il Podestà mostrava di ricevere l'onore di sedere famigliarmente a tavola d'un cavaliere con un rispetto misto però d'una certa libertà che gli dava il suo uficio; accanto a lui e con un rispetto il più puro e il più sviscerato sedeva il nostro dottor Duplica, il quale avrebbe voluto essere il protetto di tutti quelli che eran da più di lui e il protettore di tutti quelli che gli erano inferiori: due o tre altri convitati di ancor minore importanza attendevano a mangiare e a sorridere con una adulazione ancor più passiva di quella del dottore: e quando questi approvava con un argomento, o con una lode, che voleva esser ragionata, essi non sapevano dire più in là di: certamente».La disputa cavalleresca, nella quale il conte cugino e il Podestà erano di contrario parere e in cui bisognò che anche il Padre Cristoforo dicesse come la pensava, fu suggerita al Manzoni dal Birago. Il dott. Ubaldo Mazzini nello scritto già ricordato:La Cavalleria nei Promessi Sposi, prova, che «il luogo deiConsiglidel Birago che ci mostra a luce meridiana esser quel libro il vero fonte a cui ha attinto è ilConsiglio II, cioèil caso di bastonate date ad un portator di sfida, che trova riscontro nel capitolo V deiPromessi Sposi. Non solo qui il caso è perfettamente identico; ma identici sono i personaggi, identiche le citazioni, spesso identiche le parole». (Ed.)
[156]Il Padre Cristoforo assiste al pranzo di Don Rodrigo. «Era questi in capo alla tavola: alla sua destra sedeva il giovane Conte Grazio», [divenuto poiAttilionel testo definitivo], «cugino di Don Rodrigo, suo compagno di libertinaggio e di soperchieria, e che villeggiava con lui; alla sinistra il Podestà, che Don Rodrigo aveva invitato non senza perchè, potendo trovarsi in un impegno dal quale si sarebbe cavato meglio quando la Giustizia fosse tutta disposta in favor suo. Il Podestà mostrava di ricevere l'onore di sedere famigliarmente a tavola d'un cavaliere con un rispetto misto però d'una certa libertà che gli dava il suo uficio; accanto a lui e con un rispetto il più puro e il più sviscerato sedeva il nostro dottor Duplica, il quale avrebbe voluto essere il protetto di tutti quelli che eran da più di lui e il protettore di tutti quelli che gli erano inferiori: due o tre altri convitati di ancor minore importanza attendevano a mangiare e a sorridere con una adulazione ancor più passiva di quella del dottore: e quando questi approvava con un argomento, o con una lode, che voleva esser ragionata, essi non sapevano dire più in là di: certamente».
La disputa cavalleresca, nella quale il conte cugino e il Podestà erano di contrario parere e in cui bisognò che anche il Padre Cristoforo dicesse come la pensava, fu suggerita al Manzoni dal Birago. Il dott. Ubaldo Mazzini nello scritto già ricordato:La Cavalleria nei Promessi Sposi, prova, che «il luogo deiConsiglidel Birago che ci mostra a luce meridiana esser quel libro il vero fonte a cui ha attinto è ilConsiglio II, cioèil caso di bastonate date ad un portator di sfida, che trova riscontro nel capitolo V deiPromessi Sposi. Non solo qui il caso è perfettamente identico; ma identici sono i personaggi, identiche le citazioni, spesso identiche le parole». (Ed.)
[157]A questo punto termina il capitolo V del tomo I della prima minuta e incomincia quello VI, intitolato:Peggio che peggio. (Ed.)
[157]A questo punto termina il capitolo V del tomo I della prima minuta e incomincia quello VI, intitolato:Peggio che peggio. (Ed.)
[158]È la giornata che, chiamato da Lucia, corre alla sua casetta, e trova la giovane in angoscia per l'impedito matrimonio e per le persecuzioni di don Rodrigo. Il Padre Cristoforo, dopo, «si avviò al suo convento. Ivi andò in coro a cantare terza e sesta, s'assise alla parca mensa, e allora più parca del solito per la carestia che cominciava a farsi sentire dappertutto, e dopo raccomandati al Vicario gli affari del suo piccolo regno, si pose in via verso il covile dell'orso, che si trattava di ammansare; senza avere, a vero dire, molta speranza del buon successo del suo tentativo». Di ritorno dal «castellotto di don Rodrigo», corre di nuovo alla casetta di Lucia, «nell'attitudine di un generale» che ha «perduta, senza sua colpa, una battaglia». (Ed).
[158]È la giornata che, chiamato da Lucia, corre alla sua casetta, e trova la giovane in angoscia per l'impedito matrimonio e per le persecuzioni di don Rodrigo. Il Padre Cristoforo, dopo, «si avviò al suo convento. Ivi andò in coro a cantare terza e sesta, s'assise alla parca mensa, e allora più parca del solito per la carestia che cominciava a farsi sentire dappertutto, e dopo raccomandati al Vicario gli affari del suo piccolo regno, si pose in via verso il covile dell'orso, che si trattava di ammansare; senza avere, a vero dire, molta speranza del buon successo del suo tentativo». Di ritorno dal «castellotto di don Rodrigo», corre di nuovo alla casetta di Lucia, «nell'attitudine di un generale» che ha «perduta, senza sua colpa, una battaglia». (Ed).
[159]Segue, cancellato: «Quindi si gittò egli pure sul suo canile, dove lo lasceremo dormire, che ne ha bisogno». Quello che vien dopo, l'aggiunse poi. (Ed.)
[159]Segue, cancellato: «Quindi si gittò egli pure sul suo canile, dove lo lasceremo dormire, che ne ha bisogno». Quello che vien dopo, l'aggiunse poi. (Ed.)
[160]Questo brano è tolto dal capitolo VII del tomo I della prima minuta. (Ed.)
[160]Questo brano è tolto dal capitolo VII del tomo I della prima minuta. (Ed.)
[161]Era Fermo, il quale menava con sè Tonio e Gervaso, che dovevano servire da testimoni al matrimonio. (Ed.)
[161]Era Fermo, il quale menava con sè Tonio e Gervaso, che dovevano servire da testimoni al matrimonio. (Ed.)
[162]Variante: «saliscendo». (Ed.)
[162]Variante: «saliscendo». (Ed.)
[163]La felice trovata di Carneade, come vedremo, balenò alla mente del Manzoni nella seconda minuta. (Ed.)
[163]La felice trovata di Carneade, come vedremo, balenò alla mente del Manzoni nella seconda minuta. (Ed.)
[164]Segue cancellato: «Don Abbondio non aveva avuto tempo di spaventarsi, nè di maravigliarsi, nè di vedere, che Fermo aveva già pronunziate le parole magiche: Signor curato, in presenza di questi testimonj, questa è mia moglie». (Ed.)
[164]Segue cancellato: «Don Abbondio non aveva avuto tempo di spaventarsi, nè di maravigliarsi, nè di vedere, che Fermo aveva già pronunziate le parole magiche: Signor curato, in presenza di questi testimonj, questa è mia moglie». (Ed.)
[165]Segue cancellato: «il sagrestano». (Ed.)
[165]Segue cancellato: «il sagrestano». (Ed.)
[166]È un brano del capitolo VII del tomo I della prima minuta. (Ed.)
[166]È un brano del capitolo VII del tomo I della prima minuta. (Ed.)
[167]Prima scrisse: «(ha detto un barbaro che di tanto in tanto esce in qualche bella scappata d'ingegno, ma che nel complesso non può non accontentar noi gente «di gusto raffinato, avvezza a composizioni così continuamente ragionevoli, così rigorosamente sensate)». Nel testo definitivo è rimasto: «Tra il primo pensiero d'una impresa terribile, e l'esecuzione di essa, (ha detto un barbaro che non era privo d'ingegno) l'intervallo è un sogno, pieno di fantasmi e di paure». Ilbarbaroè Shakespeare, il quale espresse questo pensiero nell'atto secondo del suoJulius Caesar. Il reverendo Carlo Seven, che prese a tradurre in inglese iPromessi Sposiappena vennero alla luce, arrivato a questo passo, dette in furore e scrisse al Manzoni una lettera stizzosissima, chiedendogli conto e spiegazione di un tal giudizio. N'ebbe la seguente risposta, che ha la data del 25 gennaio 1828. «Pregiatissimo Signore, Si ricorda Ella di quel personaggio della commedia, il quale, strapazzato e battuto dalla sua sposa, per sospetto geloso, si rallegra tutto di quegli sdegni, benedice quelle percosse, che gli sono testimonianze d'amore? Ora, pensi che tale, a un di presso, è il mio sentimento, nel veder Lei così in collera contro di me, per difendere il mio Shakespeare: giacchè, quantunque io non sappia un iota d'inglese, e quindi non conosca il gran poeta che per via di traduzioni, pure ne son sì caldo ammiratore, che quasi quasi ci patisco se altri pretende esserlo più di me. E un tempo ch'io me la pigliava più calda che non adesso per la poesia e pei poeti, non le so dire quanta rabbia mi facessero quelle così rabbiose e così inconsiderate sentenze di Voltaire e de' suoi discepoli sulle cose di Shakespeare. E forse più ancor delle ingiurie mi spiaceva quel modo strano di lodarlo dicendo che, in mezzo a una serie di stravaganze, egli esce di tempo in tempo in mirabili scappate di genio: come se la voce del genio, che in quei luoghi leva, per dir così, un grido, non fosse quella stessa che parla altrove; come se la stessa potenza, che ivi fa di sè una mostra straordinaria, non si mostrasse, con meno scoppio, ma con maravigliosa continuità, nella pittura di tante e tanto varie passioni, nel linguaggio di tanti caratteri e di tante situazioni, così umano e così poetico, così inaspettato e così naturale; linguaggio cui non trova se non la natura nei casi reali, e la poesia nelle sue più alte e profonde inspirazioni; come se la stessa potenza non apparisse nella scelta, nella condotta, nella progressione degli avvenimenti e degli affetti, nell'ordine, così negletto in apparenza e così seguito in effetto, che uno non sa se debba attribuirlo a un mirabile istinto, o ad un mirabile artificio: o piuttosto v'è straordinariamente dell'uno e dell'altro, etc. etc. E appunto contro quel sentimento di Voltaire (sul quale, del resto, è stato detto da altri, prima di me, meglio ch'io non saprei mai dire) io me la son voluta prendere con quella mia frase ironica; la quale, intesa da Lei in senso proprio, non maraviglia che l'abbia così scandalizzata. Ma, poichè Ella l'ha intesa così, mi domanderà certamente come io abbia creduto che Ella l'avesse a intendere altrimenti. Le dirò che mi son fidato, prima di tutto, nelle parole stesse; le quali, se Ella vi pon mente, son tanto strane, a pigliarle sul serio, che m'è sembrato che avvisassero per sè di doverle pigliare pel verso opposto. Quelli che han voluto metter più basso Shakespeare, lo hanno detto un genio rozzo, indisciplinato, ma tutt'altro che volgare: la mia proposizione, intesa secondo la lettera, verrebbe a dirlo un ingegno barbaro e mediocre. E un giudizio, così lontano da tutti i giudizi, riuscirebbe ancor più strano e inintelligibile nella circostanza in cui è messo fuori, a proposito cioè d'un luogo famoso, d'un passo che, anche da quelli che non apprezzano lo scrittore, è conosciuto e citato come uno dei più nobili di tutta la poesia. Oltracciò, io mi son fidato nella supposizione che i miei lettori (dei quali, com'Ella dee aver veduto, io pronosticava al mio libro un numero ben minore di quello che gli ha dato la sorte) conoscessero la mia ammirazione per Shakespeare, e da questa conoscenza fossero guidati a interpretare (se ve n'era bisogno) le mie parole. Ma come l'avevano a conoscere? mi domanderà Ella di nuovo. Per un mezzo che mi viene a punto per fare una mia vendetta, una vendetta proprio di quelle atroci, alla moda di noi altri italiani, per castigarla, s'Ella mi permette, dell'aver pensato così male di me. E il suo castigo sarà di leggere una mia lettera, in francese, intorno alle unità drammatiche, lunga di molte buone pagine e pubblicata già da qualche anno. Ma io veggo ch'Ella domanda misericordia, e non voglio esser crudele: ridurrò dunque la pena allo stretto necessario; e, per uscir di scherzo, la pregherò di guardare nell'edizione, fatta costì [a Pisa] da codesto sig. Capurro, di varie mie corbellerie, i luoghi di quella lettera dove è parlato di Shakespeare. E sono, alla pag. 409, un piccolo confronto tra il concetto generale dell'Otello e quello della Zaira di Voltaire. Poi, alla pag. 414, dove, confessando che non mi gusta la mescolanza del serio e del giocoso nei drammi di Shakespeare, Ella vedrà s'io rinnego l'uomo, e se dibatto punto della mia ammirazione per esso. Alla 421, dove, per la parte mia, Shakespeare non è quasi altro che nominato, ma vedrà come e in che compagnia: quivi poi son riferite osservazioni d'un mio amico, le quali Ella leggerà sicuramente con piacere. Finalmente, s'io ho ben frugato per tutto, alla pag. 429, dove comincia un transunto del Riccardo II; un transunto magro e atto forse a dimostrare che chi l'ha steso abbia poco veduto in Shakespeare; ma non certamente che vi abbia poco guardato. Ciò non di meno, l'effetto che la mia frase ha prodotto in Lei così contrario al mio intento, mi dà giusto sospetto di non essermi spiegato così chiaro come avrei dovuto, e mi fa temere che un effetto simile non sia prodotto nel più degli altri lettori ch'io avrò da Lei: sicchè, non solo io consento (come Ella gentilmente mi propone); ma la prego ch'Ella voglia prevenire ogni simile interpretazione in quel modo che le parrà migliore. Le rendo nuove grazie dell'onore che Ella mi fa coll'occuparsi della mia favola-storia; e sento lietamente la speranza che Ella mi da di potere presto aver quello di conoscerla personalmente e di esprimerle a viva voce la mia riconoscenza e i sentimenti dell'alta stima, coi quali mi pregio di rassegnarmele Dev.moobb.moservitoreAlessandro Manzoni».Carlo Seven stampò la lettera a pp. XI-XVII dellaPrefaceche sta in fronte al vol I. della sua traduzione, accompagnandola con queste parole: «This passage» (l'accenno albarbaro che non era privo d'ingegno) «contains a sentiment from Shakespeare; and i was struck, as every one who reads it must be, with the parenthetical remark; in which the author styles the King of Bardsa barbarian not entirely destitute of talent, Indignant, as a loyal subject should be at the aspersions of a rebel, I dared to fling the gauntlet at his feet; and in a letter to M. Manzoni (to which I was encouraged by a previous communication), I charged him zealously if feebly, with his crime. In the reply, which I am permitted to annex at foot, he condescends to rebut the charge; and extend a friendly hand, where I looked for a hostile glaive. He alleges, as will be seen, that the passage is ironical—but I will not spoil the defence by garbling it. Let the Reader consider it with attention; and while attracted by the beauty of the Autor's style—the force and warmth of his panegyric on Shakespeare: while admiring the ingenious mode by which he deprecates our English prejudices—let him recommend to this highly gifted individual, henceforward to be less frugal of a note of admiration! And let him add, in the language of one among the consummate masters of Irony that England has had to boast«To statesmen when we give a wipe,We print it in Italic type».Cfr.The betrothed lovers;|a|milanese tale of the XVIIth. century:|translated|from the italian|of|Alessandro Manzoni.|In three volumes.|Vol. I| Pisa: | Niccolo Capurro, Lung'Arno | 1828; pp. VIII-X.
[167]Prima scrisse: «(ha detto un barbaro che di tanto in tanto esce in qualche bella scappata d'ingegno, ma che nel complesso non può non accontentar noi gente «di gusto raffinato, avvezza a composizioni così continuamente ragionevoli, così rigorosamente sensate)». Nel testo definitivo è rimasto: «Tra il primo pensiero d'una impresa terribile, e l'esecuzione di essa, (ha detto un barbaro che non era privo d'ingegno) l'intervallo è un sogno, pieno di fantasmi e di paure». Ilbarbaroè Shakespeare, il quale espresse questo pensiero nell'atto secondo del suoJulius Caesar. Il reverendo Carlo Seven, che prese a tradurre in inglese iPromessi Sposiappena vennero alla luce, arrivato a questo passo, dette in furore e scrisse al Manzoni una lettera stizzosissima, chiedendogli conto e spiegazione di un tal giudizio. N'ebbe la seguente risposta, che ha la data del 25 gennaio 1828. «Pregiatissimo Signore, Si ricorda Ella di quel personaggio della commedia, il quale, strapazzato e battuto dalla sua sposa, per sospetto geloso, si rallegra tutto di quegli sdegni, benedice quelle percosse, che gli sono testimonianze d'amore? Ora, pensi che tale, a un di presso, è il mio sentimento, nel veder Lei così in collera contro di me, per difendere il mio Shakespeare: giacchè, quantunque io non sappia un iota d'inglese, e quindi non conosca il gran poeta che per via di traduzioni, pure ne son sì caldo ammiratore, che quasi quasi ci patisco se altri pretende esserlo più di me. E un tempo ch'io me la pigliava più calda che non adesso per la poesia e pei poeti, non le so dire quanta rabbia mi facessero quelle così rabbiose e così inconsiderate sentenze di Voltaire e de' suoi discepoli sulle cose di Shakespeare. E forse più ancor delle ingiurie mi spiaceva quel modo strano di lodarlo dicendo che, in mezzo a una serie di stravaganze, egli esce di tempo in tempo in mirabili scappate di genio: come se la voce del genio, che in quei luoghi leva, per dir così, un grido, non fosse quella stessa che parla altrove; come se la stessa potenza, che ivi fa di sè una mostra straordinaria, non si mostrasse, con meno scoppio, ma con maravigliosa continuità, nella pittura di tante e tanto varie passioni, nel linguaggio di tanti caratteri e di tante situazioni, così umano e così poetico, così inaspettato e così naturale; linguaggio cui non trova se non la natura nei casi reali, e la poesia nelle sue più alte e profonde inspirazioni; come se la stessa potenza non apparisse nella scelta, nella condotta, nella progressione degli avvenimenti e degli affetti, nell'ordine, così negletto in apparenza e così seguito in effetto, che uno non sa se debba attribuirlo a un mirabile istinto, o ad un mirabile artificio: o piuttosto v'è straordinariamente dell'uno e dell'altro, etc. etc. E appunto contro quel sentimento di Voltaire (sul quale, del resto, è stato detto da altri, prima di me, meglio ch'io non saprei mai dire) io me la son voluta prendere con quella mia frase ironica; la quale, intesa da Lei in senso proprio, non maraviglia che l'abbia così scandalizzata. Ma, poichè Ella l'ha intesa così, mi domanderà certamente come io abbia creduto che Ella l'avesse a intendere altrimenti. Le dirò che mi son fidato, prima di tutto, nelle parole stesse; le quali, se Ella vi pon mente, son tanto strane, a pigliarle sul serio, che m'è sembrato che avvisassero per sè di doverle pigliare pel verso opposto. Quelli che han voluto metter più basso Shakespeare, lo hanno detto un genio rozzo, indisciplinato, ma tutt'altro che volgare: la mia proposizione, intesa secondo la lettera, verrebbe a dirlo un ingegno barbaro e mediocre. E un giudizio, così lontano da tutti i giudizi, riuscirebbe ancor più strano e inintelligibile nella circostanza in cui è messo fuori, a proposito cioè d'un luogo famoso, d'un passo che, anche da quelli che non apprezzano lo scrittore, è conosciuto e citato come uno dei più nobili di tutta la poesia. Oltracciò, io mi son fidato nella supposizione che i miei lettori (dei quali, com'Ella dee aver veduto, io pronosticava al mio libro un numero ben minore di quello che gli ha dato la sorte) conoscessero la mia ammirazione per Shakespeare, e da questa conoscenza fossero guidati a interpretare (se ve n'era bisogno) le mie parole. Ma come l'avevano a conoscere? mi domanderà Ella di nuovo. Per un mezzo che mi viene a punto per fare una mia vendetta, una vendetta proprio di quelle atroci, alla moda di noi altri italiani, per castigarla, s'Ella mi permette, dell'aver pensato così male di me. E il suo castigo sarà di leggere una mia lettera, in francese, intorno alle unità drammatiche, lunga di molte buone pagine e pubblicata già da qualche anno. Ma io veggo ch'Ella domanda misericordia, e non voglio esser crudele: ridurrò dunque la pena allo stretto necessario; e, per uscir di scherzo, la pregherò di guardare nell'edizione, fatta costì [a Pisa] da codesto sig. Capurro, di varie mie corbellerie, i luoghi di quella lettera dove è parlato di Shakespeare. E sono, alla pag. 409, un piccolo confronto tra il concetto generale dell'Otello e quello della Zaira di Voltaire. Poi, alla pag. 414, dove, confessando che non mi gusta la mescolanza del serio e del giocoso nei drammi di Shakespeare, Ella vedrà s'io rinnego l'uomo, e se dibatto punto della mia ammirazione per esso. Alla 421, dove, per la parte mia, Shakespeare non è quasi altro che nominato, ma vedrà come e in che compagnia: quivi poi son riferite osservazioni d'un mio amico, le quali Ella leggerà sicuramente con piacere. Finalmente, s'io ho ben frugato per tutto, alla pag. 429, dove comincia un transunto del Riccardo II; un transunto magro e atto forse a dimostrare che chi l'ha steso abbia poco veduto in Shakespeare; ma non certamente che vi abbia poco guardato. Ciò non di meno, l'effetto che la mia frase ha prodotto in Lei così contrario al mio intento, mi dà giusto sospetto di non essermi spiegato così chiaro come avrei dovuto, e mi fa temere che un effetto simile non sia prodotto nel più degli altri lettori ch'io avrò da Lei: sicchè, non solo io consento (come Ella gentilmente mi propone); ma la prego ch'Ella voglia prevenire ogni simile interpretazione in quel modo che le parrà migliore. Le rendo nuove grazie dell'onore che Ella mi fa coll'occuparsi della mia favola-storia; e sento lietamente la speranza che Ella mi da di potere presto aver quello di conoscerla personalmente e di esprimerle a viva voce la mia riconoscenza e i sentimenti dell'alta stima, coi quali mi pregio di rassegnarmele Dev.moobb.moservitoreAlessandro Manzoni».
Carlo Seven stampò la lettera a pp. XI-XVII dellaPrefaceche sta in fronte al vol I. della sua traduzione, accompagnandola con queste parole: «This passage» (l'accenno albarbaro che non era privo d'ingegno) «contains a sentiment from Shakespeare; and i was struck, as every one who reads it must be, with the parenthetical remark; in which the author styles the King of Bardsa barbarian not entirely destitute of talent, Indignant, as a loyal subject should be at the aspersions of a rebel, I dared to fling the gauntlet at his feet; and in a letter to M. Manzoni (to which I was encouraged by a previous communication), I charged him zealously if feebly, with his crime. In the reply, which I am permitted to annex at foot, he condescends to rebut the charge; and extend a friendly hand, where I looked for a hostile glaive. He alleges, as will be seen, that the passage is ironical—but I will not spoil the defence by garbling it. Let the Reader consider it with attention; and while attracted by the beauty of the Autor's style—the force and warmth of his panegyric on Shakespeare: while admiring the ingenious mode by which he deprecates our English prejudices—let him recommend to this highly gifted individual, henceforward to be less frugal of a note of admiration! And let him add, in the language of one among the consummate masters of Irony that England has had to boast
«To statesmen when we give a wipe,We print it in Italic type».
Cfr.The betrothed lovers;|a|milanese tale of the XVIIth. century:|translated|from the italian|of|Alessandro Manzoni.|In three volumes.|Vol. I| Pisa: | Niccolo Capurro, Lung'Arno | 1828; pp. VIII-X.