XVII.

XVII.La carestia del 1628—Ragioni, rimedi e moti dell'opinione pubblica nelle carestie.Era quello il secondo anno di scarso raccolto: nel primo era stata piuttosto scarsità che carestia: le provvigioni rimaste degli anni grassi antecedenti avevano supplito tanto o quanto al difetto di quello e la popolazione era giunta al nuovo raccolto non satolla e non affamata, ma certo affatto sprovveduta. Ora, il nuovo raccolto, nel quale erano riposte tutte le speranze, fu scarso, come abbiam detto, e lo fu d'assai più del primo, in parte per maggiore contrarietà delle stagioni, e in parte per colpa orrenda degli uomini. Si guerreggiava allora in Italia, e non lontano dal Milanese, il quale si trovò soggetto ad alloggiamenti di truppe e a gravezze straordinarie. Queste furono tanto intollerabili, e le estorsioni, le rubberie, il guasto della soldatesca portati a tal segno, che molte possessioni erano rimaste abbandonate, molte campagne incolte, e molti contadini erano andati accattando quel vitto che avrebbero procacciato a sè e ad altri col lavoro delle loro braccia[107]. E dovepure s'era coltivato, le seminagioni erano state scarse, perchè l'agricoltore, tentato dall'urgente bisogno, aveva sottratta e consumata una parte e la migliore del grano che doveva esser destinato a quelle. Ottenuto appena il raccolto, la guerra stessa, che era stata la principale cagione a renderlo scarso, fu la prima a divorarne una gran parte. Le depredazioni parziali, le provvigioni per l'esercito, e lo sprecamento infinito delle une e dell'altre fecero tosto un tale squarcio in quel misero raccolto, che la fame fu preveduta, quasi sentita sotto la messe stessa. I territorj che circondano il Milanese, in parte afflitti dalla guerra, e tutti dalla sterilità comune di quell'anno, non lasciavano speranza di cavarne ajuto di viveri. Sorse quindi quel sentimento di ansia e di terrore nei più, di gioja avara e crudele in alcuni, che nasce da una cognizione confusa, ma viva, della sproporzione tra il bisogno di nutrimento e i mezzi di soddisfarlo, tra il grano e la fame: e questo sentimento produsse il suo effetto naturale, inevitabile: la ricerca premurosa, e l'offerta stentata del grano; quindi il rincaramento.Questa sproporzione è uno di quei mali che spaventano la terra, perchè pesano ad un tempo sur una moltitudine: quando un tal male esiste, i migliori mezzi per alleggerirlo, (giacchè toglierlo non è in potere dell'uomo) sono tutte quelle cose che possono diffonderlo più equabilmente, farne sopportare al maggior numero, a tutti i viventi, se fosse possibile, unapicciola porzione, affinchè a nessuno ne tocchi una porzione superiore alle forze dell'uomo; fare che quel male sia un incomodo per tutti, piuttosto che l'angoscia mortale per molti; e la morte per alcuni. Quindi il primo, il più certo e il più semplice mezzo di alleggiamento comune è l'astinenza volontaria dei doviziosi, che si privino di una parte di nutrimento per lasciarne di più alla massa del consumo universale. Poi tutto quello che può aumentare nelle mani degl'indigenti i mezzi di acquistarsi il vitto, in proporzione dell'aumento delle difficoltà, cioè del rincaramento. Aumento quindi delle mercedi, e nuovi guadagni offerti per mezzo di nuovi lavori ai molti a cui cessano in quelle circostanze i lavori e i guadagni usati. Questo mezzo però sarebbe uno scarso rimedio, sarebbe anzi un accrescimento del male, se non fosse accompagnato dalla cura attenta, assidua di somministrare il vitto anche a quei molti che per debolezza, o per infermità, non lo possono ottenere col lavoro: si avrebbero allora dei lavoratori ben nutriti e degli impotenti morti di fame: e la beneficenza sarebbe crudele per molti[108]. A questi ultimi non si può provvedere altrimenti che con l'elemosina, tanto sapientemente comandata dalla religione: quellaelemosina di cui molti scrittori hanno enumerati e censurati amaramente gli abusi. Nè a torto; poichè è utile scoprire e censurare gli abusi dovunque s'intrudano: è però cosa trista e dannosa che in soggetto di tanta importanza non si sieno quasi considerati che gli abusi; e sarebbe da desiderare che alcune pigliasse la bella e forse nuova impresa di ragionare del buon uso della elemosina, di mostrare com'ella sia uno dei mezzi più potenti, più semplici, e certo più irresponsabili a tutti quei fini[109]che si propone una saggia e ragionata economia pubblica.Questi, che abbiamo accennati, sono certamente i principali e più sicuri rimedj alla penuria delle sussistenze; e quando si fossero posti in opera, il meglio da farsi sarebbe sopportare quella parte inevitabile di patimento con tranquillità e con rassegnazione, giacchè tutte le ire, tutte le declamazioni, tutti i falsi ragionamenti non ponno far nascere una spiga di frumento, nè accelerare di cinque minuti il nuovo raccolto, che deve mettere alla disposizione degli uomini una nuova massa di sussistenza.Ma, oltre i mezzi per render tollerabile quel male, ve n'ha pur troppo, e moltissimi, per esacerbarlo, per accrescerlo, per rendere più trista e complicata una situazione che lo è già tanto per sè; e questi mezzisono stati, per l'ordinario, più adoperati dei primi, e sì possono ridurre a due capi principali: le idee del popolo, e i provvedimenti dei magistrati. Nella epoca di cui parliamo, le idee e i provvedimenti concorsero potentemente a produrre quel tristo effetto in un grado singolare.Nei tempi di carestia, la carestia è il soggetto di tatti i discorsi: fatto ben naturale, ma degno di molta osservazione e di commento. Tutti ragionano delle cause del male, tutti propongono i veri rimedj, tutti dissertano di principj generali, di commercio, di monopolio, di accapparramento, di importazione, di esportazione, di circolazione. Ma la maggior parte non si è occupata mai in vita sua di questa materia: i primi pensieri sono giudizj, e l'applicazione dei principj precede alla ricerca di essi. Guaj allora a quegli che hanno pensato a questi principj nel tempo in cui nessuno vi pensava; guaj a quegli che dànno più degli altri un senso preciso a quelle parole che tutti proferiscono; guaj a quegli che hanno esaminati con una vista generale i fatti che sono l'argomento della discussione comune! Essi soli non sono ammessi a parlare: essi debbono vedere pazientemente discorrere i sofismi precipitati e baldanzosi della ignoranza, perchè chi può fermare il sofisma? la ragione in bocca loro è paradosso, e quando non si avesse altro da opporle, basterebbe quella accusa che le si fa di essere stata sui libri. La parola che suona alto, che signoreggia in quelle dolorose circostanze è quelladella irriflessione: ma cessata la carestia, cessano tutti i discorsi; nessuno ne vuol più parlare, nè sentire a parlare: i libri, se quell'epoca ne ha prodotti che trattino di quella materia, sono per lo più un soggetto di contraddizione per un momento, e rimangono dopo quasi dimenticati: la società è in quel caso simile ad un povero scapestrato, il quale, trovandosi all'estremo, non ha parlato d'altro che di novissimi e di penitenza; convalescente, accoglie ancora il prete per urbanità; guarito, allontana da sè tutti i pensieri di quel momento del terrore.Cessi il cielo che alcuno rinfacci ostilmente l'ignoranza ad un popolo che non ha mai avuto maestri, nè ozio; l'irritazione fanatica ad un popolo che non trova pane col suo lavoro. Ma quegli che meritano rimproveri acerbi e severi, quegli che per utile loro e d'altrui vorrebbero essere sborbottati come ragazzacci caparbj, tanto che si correggessero, sono coloro, i quali potrebbero meditare a loro agio sui fatti simili, esaminare le conseguenze, i giudizj, i sistemi che ne hanno cavati gli scrittori, pesare le osservazioni e le opinioni, e procacciarsi così una opinione ragionata; e non lo fanno mai; ma, al momento del serra serra, escono in campo a sentenziare furiosamente, cominciano a pensare con la voce e studiano dalla cattedra, coprono, vilipendono, calunniano le voci che nascono da un antico pensiero, ripetono in un linguaggio meno incolto e più strano i giudizj storti, le idee appassionate del popolo, e diffondonoed accrescono la stortura e la passione, si oppongono ferocemente a tutti quei raziocinj che potrebbero illuminare l'opinione dell'universale sulla natura e sulla misura del male, ricondurre gli spiriti ad una riflessione più tranquilla, e stornare quelle risoluzioni che lo peggiorano: e infervorati in queste degne imprese non si spaventano col pensiero della loro ignoranza; anzi ne cavano argomento di gloria e di fiducia; e a tutte le obiezioni, (o alla metà delle obiezioni, perchè di rado lasciano terminare una frase ad un galantuomo) rispondono con quell'inverecondo sproposito: noi non vogliamo teorie; non riflettendo nemmeno che quelle che essi sputano tutto il dì sono pur teorie; diverse da quelle dei loro avversarj, in ciò soltanto che non sono fondate sulla cognizione, o almeno sulla ricerca dei fatti.Le storture del popolo e di questi che abbiamo detto intorno alla carestia sono molteplici per sè, e infinite nelle loro applicazioni e nei loro rivolgimenti; molte si possono vedere enumerate in alcuni libri che le hanno esaminate e ribattute con più sagacità e pazienza che profitto; ma si possono forse ridurre a due capi principali. Il primo è l'opinione che il male non esista, che il difetto di sussistenze sia soltanto una apparenza, nata da combinazioni perfide degli uomini. Questa opinione viene sempre espressa e ripetuta con una formola concisa, come tutte quelle che racchiudono un errore o un equivoco: il grano c'è. Proposizione ambigua, che puòintendere una verità fatua e inconcludente, o una affermazione temeraria e fanatica. Poichè se con quelle inconsiderate parole si vuol dire che esiste una indeterminata quantità di biade, si dice il vero, ma che cosa s'insegna? che cosa si vuol concludere? quella non è, nè può essere la questione. Ognun sa che i grani si raccolgono una volta l'anno, o a certe distanze, e che si consumano alla giornata: tra l'un raccolto e l'altro ci debbe dunque esser grano più o meno: se non ce ne fosse assolutamente, non si parlerebbe più di stentare, ma di morire, e tutti, e in pochi giorni. Se poi dicendo: il grano c'è, s'intende (come s'intende) che ne esista una quantità eguale al consumo ordinario, proporzionata al bisogno, o al desiderio della popolazione; come mai una tal cosa si afferma senza conoscere, senza poter conoscere, senza cercar di conoscere il fatto su cui si forma il giudizio: la quantità del grano esistente? Eppure un fatto, che con le più minute indagini, coi calcoli più scrupolosi, con l'esame il più freddo non si conosce mai con precisione, è continuamente affermato con sicurezza, senza indagini, senza calcoli, senza esame: un fatto, che appena si può conoscere approssimativamente per gli indizj del prezzo, della ricerca, della distribuzione, del consumo, si afferma assolutamente contra la testimonianza di tutti questi indizj.L'altra stortura, conseguente da questa, e pur madornale, è nel supporre che il male sia il caro prezzodel grano: mentre questo non è che un effetto del male vero, la sproporzione tra il grano e il bisogno; è un effetto, e un doloroso, deplorabile, funesto, acerbo, accumulate quanti epiteti vorrete, non saranno mai troppi: ma il sostantivo è: rimedio. Il caro prezzo è un rimedio, considerato parzialmente per un territorio, perchè vi attrae il grano dai paesi dove è meno scarso, e quindi a minor costo: è un rimedio considerato generalmente, perchè, forzando pur troppo migliaia d'uomini a diffalcare una parte del consumo ordinario, è cagione che si risparmj, si distribuisca per tutto l'anno fino al raccolto la scarsa e mancante vittovaglia. Se una forza qualunque potesse illudere, addormentare fino alla fine tutti i terrori, tutte le cupidigie, di modo che in un anno, scarso generalmente, il prezzo rimanesse basso come negli anni abbondanti, ne avverrebbe certamente che il consumo, fin che grano vi fosse, sarebbe eguale a quello degli anni abbondanti: si viverebbe lietamente a discrezione per qualche tempo: e l'ultimo effetto di questo terribile beneficio sarebbe di fare sparire tutta la provvigione qualche mese prima del raccolto.Il linguaggio di coloro che hanno ben fitte in testa queste due storture è accetto al popolo, che patisce; e la cosa è troppo naturale: non riconoscendo il male nella natura delle cose, attribuendolo tutto alla perversità umana, essi mostrano nello stesso tempo una compassione, che pare più sincera per chi soffre, un grande orrore per chi fa soffrire, e fanno sempreintravedere la possibilità d'un rimedio pronto ed assoluto. Ma quegli i quali veggono chiaramente la realtà del male, non hanno cose gradite da dire a chi lo sopporta; poichè chi, dopo d'aver suggeriti alcuni rimedj per minorare il male, confessa che molto è senza rimedio, e raccomanda la rassegnazione, può difficilmente far credere che compatisce chi nega all'addolorato che la causa prima, unica del suo dolore, sia nella volontà scellerata di alcuni; converrà che abbia ben fama di onesto e di umano perchè l'addolorato si contenti di crederlo cieco e insensato, e non lo chiami atroce, fautore, complice di quelli che creano il dolore. Sono i chiaroveggenti, in quel caso, come un medico, che giunga al letto d'un infermo circondato da una famiglia amante e ignorante, dove si trovi un ciarlatano il quale assevera che il male è tutto nella cecità, o nella impostura dei medici, e ch'egli tiene un'ampollina dov'è la salute. Se il medico, il quale vede che la malattia è incurabile, si lascia uscire dalla chiostra dei denti questo suo parere, la famiglia lo riguarderà come un pazzo crudele che desidera di veder morire le persone.Queste false idee che, a malgrado di tanti scritti ragionati e dell'aumento di tante cognizioni, vivono tuttavia latenti e come addormentate nella mente di moltissimi, pronte a ricomparire quando una penuria (che Dio tenga lontana) dia loro occasione di mostrarsi, erano ben più universali, più pertinacementetenute, più furibondamente applicate nei tempi della nostra storia, nei quali l'ignoranza era tanto più generale, e la scienza, che era pure di pochi, consisteva in un peripateticismo, inteso come si poteva e applicato come si voleva a tutte le questioni possibili di ogni genere, in tempi in cui non esisteva ancora l'economia politica, voglio dire la scritta e ridotta in trattati, perchè l'economia politica di fatto esiste nella società necessariamente, più o meno spropositata.Gli sventurati abitanti della campagna avevano veduta la scarsità del raccolto, avevano vedute e sofferte le atroci dissipazioni della soldatesca, e gli sventurati abitanti della città le avevano pure intese raccontare: ma quando la carestia cominciò a farsi sentire, nè gli uni, nè gli altri volevano accagionare di un tanto male una causa passata e irrevocabile. Come se non avessero veduto nulla, o tutto dimenticato, attribuivano il caro prezzo soltanto alla crudele ingordigia di quegli che possedevano il grano. E una circostanza speciale avrebbe dovuto pure avvertirli di esaminare più freddamente, se l'esame freddo fosse possibile in quei casi. L'anno antecedente era pure stato scarso; e si era per tutto quell'anno gridato contra gli accapparratori come contra la sola cagione della carezza; si era detto che il grano abbondava, ma era tenuto chiuso, stivato, murato nei granaj degli avari. Ora l'anno era passato, si era fatto il nuovo raccolto; sarebbe stata cosa molto naturale ricercare se quel grano era stato finalmente venduto, o no.Nel primo caso, avrebbero dovuto gli uomini conchiudere che s'erano dunque ingannati nell'affermare che il grano abbondava, poichè s'era venduto a caro prezzo fino al raccolto, appena aveva bastato. Che se il grano dell'anno antecedente non era venduto, esisteva dunque; i capitali degli avari, i granaj erano occupati; come dunque potevano essi fare ancora nuove incette? Ma la popolazione, sfogando sempre il suo dolore con imprecazioni, non pensava che le ultime contraddicevano alle prime. Si diceva anche che molti accapparravano i grani per ispedirli in altri paesi; e in questi altri paesi si gridava che i grani erano spediti a Milano. Tutti quelli che ne possedevano erano oggetto di minaccia e di abbominazione: i possessori che non lo vendevano erano tiranni; quegli che lo comperavano per rivenderlo, mostri addirittura; i fornaj che ne facevano provvista, scellerati che volevano ritirarlo dal commercio e imporgli il prezzo che sarebbe piaciuto alla loro avidità. Che ognuno provvedesse la quantità che poteva essergli necessaria fino al raccolto, era cosa impossibile. Quindi se la popolazione avesse voluto o potuto rendersi un conto esatto delle sue idee e dei suoi desiderj, avrebbe trovato ch'ella voleva che il grano non fosse in nessun luogo. Il prezzo, straordinario al momento stesso del raccolto, crebbe nell'autunno, crebbe straordinariamente al cominciare dell'inverno, e col prezzo crebbe il fremito e il clamore del popolo, il quale accusava già apertamente i magistrati di negligenza, anzi di connivenza, con coloro che lo affamavano.Non è però da dire che i magistrati non facessero dalla parte loro molti spropositi; ma questi erano, in numero e in grossezza, ancora ben lontani dai desiderj e dalle richieste del popolo. Il maneggio delle cose forza a riflettere anche quelli che sono più nemici della riflessione; e chi deve operare o comandare direttamente scorge talvolta, anche a mal suo grado, anche chiudendo gli occhi, l'impossibilità o l'assurdità d'un provvedimento che è domandato con furore dai molti che lo stimano giusto, e lo credono agevole. Oltre di che, l'effetto immediato di quegli spropositi era di esacerbare la condizione universale; si sentiva crescere il male; e l'aumento si attribuiva non già alla efficacia funesta degli spropositi fatti, ma al non farne abbastanza[110]. Era stato tassato il prezzo massimo del riso a lire quaranta imperiali il moggio per la città di Milano[111]: la conseguenza fu che quegli che possedevano riso e potevano venderloa molto maggior prezzo per tutto altrove, non ne spedirono più un grano alla città; e questa si trovò senza riso. Altro editto che tassa il riso allo stesso prezzo massimo per tutto lo Stato: altra conseguenza, che i possessori ricusino di vendere ad un prezzo comandato quella merce a cui la rarità ne ha assegnato un maggiore. Ordine di vendere il genere a chiunque ne offra il prezzo tassato: industria dei possessori a nasconderlo, per poter rispondere: non ne ho. Pene severe, indeterminate, arbitrarie a chi lo nasconde: nuova industria, nuovi aguzzamenti d'ingegno, nuovi trovati per evitare le pene senza esser danneggiato. Comparvero allora, come dovevano comparire, di quegli uomini i quali conoscono a perfezione l'arte di eludere gli editti, arte tanto più facile, quanto più gli editti sono assurdi. Costoro, osservato lo stato delle cose, fatte le loro ragioni, trovarono che comperando il riso ad un prezzo molto maggiore dell'assegnato arbitrariamente, si poteva fare ancor molto guadagno: offersero quel prezzo ai possessori, i quali non rispondevano di non aver riso da vendere a chi lo pagava più di quello che comandava la legge. Questi nuovi compratori trovavano poi il modo di rivendere il riso a maggior prezzo agli Stati vicini, dove non v'era tassa, o di conservarlo nascosto in onta degli editti: il modo consiste, come ognun sa, nello studiare non tanto la volontà unica donde è uscita la legge, quanto le volontà molteplici, varie, più vicine, che debbono eseguirla, e neltrovare i mezzi di eludere queste volontà, o di comperarne la complicità.Quello che si è detto del riso accadeva di tutti gli altri grani: come il possederli, il farne commercio, era un rischio dell'avere e della persona, un soggetto di terrore, un peso di sospetto pubblico, quasi un marchio d'infamia, così avvenne che questo commercio non fosse quasi più ricercato che dagli uomini i più esperti ad eludere il rischio, i più agguerriti contra l'odio e contra l'infamia; i quali sapevano come tutte queste cose, affrontate e sofferte con una certa sapienza particolare, possono fruttare danari.La scarsità del frumento e i mezzi posti in opera per renderlo più comune lo avevano fatto salire ad un prezzo esorbitante. Si vendeva cinquanta lire il moggio, se crediamo al Ripamonti, allora vivente: settanta, anzi ottanta, se vogliamo stare al detto di Alessandro Tadino, medico riputatissimo di quei tempi, che scrisse anch'egli (a dir vero, con le gomita) una storia della peste e della carestia che l'aveva preceduta. Ma supponendo anche esagerata l'asserzione di quest'ultimo, il prezzo attestato dal Ripamonti era tale da porre in angustia una gran parte della popolazione.I mali nei loro cominciamenti producono nell'uomo, generalmente parlando, una irritazione più forte del dolore. Sclama egli, da prima, che i mali sono intollerabili, che sono giunti all'estremo, e tanto fa, tanto s'ingegna, tanto s'arrabatta, che coi suoi sforzicrea egli questo estremo, che naturalmente non sarebbe arrivato: s'accorge allora che si può soffrire molto di più di quello ch'egli aveva creduto dapprima, ogni nuovo colpo gli rivela una nuova facoltà dì patire e di accomodarsi, ch'egli non sospettava in sè stesso; e salta per lo più dalla rabbia all'abbattimento, senza aver toccata la rassegnazione.Per sua sventura il popolo milanese trovò in quella occasione l'uomo secondo i suoi desiderj, l'uomo che partecipava delle sue idee, e che, assecondandole, gli procurò una gioja corta e fallace, a cui doveva succedere un nuovo dolore senza disinganno, un nuovo furore, l'ebbrezza del delitto, lo spavento delle pene, e quindi la tranquillità stupida della disperazione impotente.Il governatore di Milano, Gonzalo Fernandez di Cordova, si trovava allora a campo sotto Casale, per una guerra, atroce nella condotta, orrenda nelle conseguenze, e nata da certi pettegolezzi, dei quali parleremo più tardi e più laconicamente che sarà possibile[112]. Nella sua assenza governava lo Stato ilgran cancelliere Antonio Ferrer. Questi, stordito dai richiami continui e crescenti del popolo, stordito dal vedere che tutti i provvedimenti già dati, invece di togliere il male, lo avevano accresciuto, non sapendo più che fare e persuaso che qualche cosa bisognava pur fare, s'appigliò al partito di quelli che non veggono nelle cose reali un elemento ragionevole di determinazione: fece un'ipotesi. Suppose che il frumento si vendesse trentatre lire il moggio, nè più nè meno. Ammessa l'ipotesi, tutte le cose si raddrizzavano e correvano a verso. Il prezzo del pane si trovava proporzionato alle facoltà della massima parte, cessavano quindi i patimenti, le minacce, le angustie; era un altro vivere. Animato e rallegrato dallo spettacolo che la sua fantasia aveva creato, Antonio Ferrer fece un altro passo: pensò che quel lieto vivere si sarebbe ricondotto se si fosse potuto far discendere il pane al prezzo corrispondente a quel prezzo ipotetico del frumento. Procedendo col pensiero, trovò che un suo ordine poteva produrre questo effetto; e conchiuse che bisognava dar l'ordine. Il pover'uomo non badòche cosa fosse conchiudere dal supposto al fatto, operare come se le cose fossero in uno stato diverso daquello in cui erano: non pose mente a distinguere che quel tale prezzo moderato era un bene in quantofosse stato conseguenza naturale della proporzione tra la ricerca e la quantità esistente, ma non un bene per sè, e in ogni modo. Non pensò a niente di tutto questo; fece come una donna di mezza età che per ringiovinire alterasse la cifra della sua fede di battesimo. L'ordine fu dato, promulgato ed eseguito.Ordini meno iniqui e meno insani avevano trovato nelle volontà, nella natura stessa delle cose, ostacoli invincibili, ed erano rimasti senza esecuzione, ma alla esecuzione di questo vegliava il popolo, il quale, come era ben naturale, l'aveva accolto con un grido di esultazione; e vedendo finalmente esauditoe convertito in legge il suo desiderio, non sofferiva che fosse da burla. Il popolo accorse tosto ai forni a domandare il pane a quel prezzo legale, e lo domandò con quell'aria di risolutezza e di minaccia che danno la forza e la legge insieme unite.Se era naturale che il popolo esultasse, non lo era meno che strillassero i fornaj: un politico avrebbe potuto dire che quello era il caso di fare soffrire un picciol numero per sollevare e tranquillare una gran moltitudine: ma il male era che questo picciol numero era appunto quello che doveva e che poteva solo dare in fatto quello che la legge comandava e prometteva in parole; e a produrre l'effetto non bastava che i fornaj avessero ricevuto un ordine preciso, non bastava che avessero molta paura, che fossero disposti a sopportare l'ultima rovina delle sostanze per salvare la persona: era necessario che potessero. Ora, la cosa comandata, era non solo dolorosa per essi, ma diveniva di giorno in giorno più difficile; ma doveva arrivare un momento in cui sarebbe stata impossibile. Il popolo stesso affrettava questo momento: quantunque gridasse risolutamente e tenesse confusamente che quel prezzo stabilito era equo, ragionevole, sentiva però anche confusamente che esso era come in guerra con tutto il resto delle cose, che era l'effetto d'una volontà e non della natura, e prevedeva pure confusamente che la cosa non avrebbe potuto andar così sempre, nè a lungo. Approfittava quindi del momento di baldoria, assediavacontinuamente i forni, come dice il Ripamonti, si affaccendava a carpire quel pane che gli era dato quasi da una ventura momentanea, e la sua pressa indiscreta gareggiava con la fretta e col travaglio dei fornaj. Così quella cieca moltitudine consumava improvvidamente in poco tempo, e sparnazzava in parte la scarsa e preziosa provvigione, la quale però doveva servirgli, per tutto l'anno. I fornaj, costretti ad affacchinare e a scalmanarsi per discapitare, ponevano in opera tutte le arti per far perder tempo ai chieditori di pane, senza irritarli all'estremo, adulteravano il pane con tutte quelle sostanze che, senza troppo lasciarsi distinguere, ne accrescessero il peso, e intanto non rifinivano di domandare che la legge fosse abrogata. Ma Antonio Ferrer stava immoto a tutti i richiami, come Enea agli scongiuri di Didone[113]. Generalmente parlando è impresa delle più ardue quella di smuovere un uomo da una sua ipotesi: con meno fatica gli si farà rinnegare l'evidenza dei fatti, perchè finalmente l'evidenza l'ha trovata; ma l'ipotesi l'ha fatta egli; e l'ha fatta, non per ozio, nè per ispasso, ma per un gran bisogno che ne aveva, per uscire da un impaccio. Oltre questa cagione generale, si può supporre, senza temerità, che quell'uomo, benchè dagli effetti avesse dovuto conoscere quanto il suoordine era stato pazzo, non voleva revocarlo egli e perdere così tutto il favore del popolo, anzi cangiarlo in furore; giacchè certamente il popolo l'avrebbe creduto subornato e corrotto, se avesse tolto ciò che egli aveva stabilito come giusto. Prevedeva egli dunque che la cosa non sarebbe durata, ma lasciava ad altri la briga di dichiararla cessata legalmente. Come però spesse volte bisogna rispondere qualche cosa ai richiami che non si vogliono soddisfare, Antonio Ferrer rispondeva ai fornaj, a tutti quelli che per uficio erano costretti parlargli dello stato angustioso delle cose, rispondeva che i fornaj avevano guadagnato assai in passato, e che era giusto che tollerassero allora quella picciola perdita. I fornaj replicavano che non avevano fatto questi guadagni, e che non potevano più reggere alla perdita presente; Antonio Ferrer ripigliava che avrebbero guadagnato nell'avvenire, che sarebbero venuti anni migliori, che insomma il tempo avrebbe rimediato a tutto[114].Il tempo è una gran bella cosa: gli uomini lo accusano, è vero, di due difetti: d'esser troppo corto e d'esser troppo lungo; di passare troppo tardamente, e d'essere passato troppo in fretta: ma la cagione primaria di questi inconvenienti è negli uomini stessi, e non nel tempo, il quale per sè è una gran bellacosa: ed è proprio un peccato che nissuno finora abbia saputo dire precisamente che cosa egli sia.In questo caso però il tempo non poteva essere d'alcuno ajuto, anzi, adir vero, gl'inconvenienti erano di quelli che col durare si fanno più gravi. I fornaj avevano protestato fin da principio, che se la legge non veniva tolta, essi avrebbero gettata la pala nel forno e abbandonate le botteghe; e non lo avevano ancor fatto, perchè sono di quelle cose alle quali gli uomini si appigliano solo all'estremo, e perchè speravano di dì in dì che Antonio Ferrer, gran cancelliere, sarebbe restato capace, o qualche altro in vece sua. Alla fine i Decurioni (un magistrato municipale) vedendo che la minaccia de' fornaj sarebbe divenuta un fatto, scrissero al governatore, ragguagliandolo dello stato delle cose e chiedendogli un provvedimento. Probabilmente il signor Gonzalo Fernandez di Cordova avrà avuto molto a cuore di trovare un mezzo per nutrire stabilmente molti uomini; ma in quel momento, impedito egli e assorto in una faccenda più urgente, quella di farne ammazzare molti altri, non potè occuparsi della prima e ne diede l'incarico ad una commissione, ch'egli compose del presidente del Senato, dei presidenti dei due magistrati ordinario e straordinario e di due questori. Si riunirono essi tosto, o, come si diceva allora spagnolescamente, si giuntarono; e dopo mille riverenze, preamboli, sospiri, proposizioni in aria, reticenze, tergiversazioni, spinti sempre tutti verso un solo punto da unanecessità sentita da tutti, conscj che tiravano un gran dado, ma convinti che altro non si poteva fare, conchiusero ad aumentare il prezzo del pane, riavvicinandolo alla proporzione del prezzo reale del frumento; e si separarono nello stato d'animo d'un minatore che avesse dato fuoco ad una mina non caricata da lui, prevedendo bene uno scoppio, ma non sapendo nè quando, nè quale egli sarebbe.XVIII.Don Ferrante e la sua famiglia.Dobbiamo ora far conoscere al lettore i personaggi coi quali si trovava Lucia.Don Ferrante[115], capo di casa, ultimo rampollo d'una famiglia illustre, che pur troppo terminava in lui, uomo tra la virilità e la vecchiezza, era di mediocre statura, e tendeva un pochette al pingue, portava un cappello ornato di molte ricche piume, alcune delle quali, spezzate nel mezzo, cadevano penzoloni, e d'altre non rimaneva che un torzo. Sotto a quel cappello si stendevano due folti sopraccigli, due occhi sempre in giro orizzontalmente, due guancie pienotte per sè, e che si enfiavano ancor più di tratto in tratto e si ricomponevano mandando un soffio prolungato, come se avesse da raffreddare una minestra; sotto la faccia girava intorno al collo un'ampia lattuga di merletti finissimi di Fiandra, lacerain qualche parte e lorda da per tutto: una cappa di ...[116], sfilacciata qua e là, gli cadeva dalle spalle, una spada, col manico di argento mirabilmente cesellato e col fodero spelato, gli pendeva dalla cintura; due manichini, della stessa materia e nello stesso stato della gorgiera, uscivano dalle maniche strette dell'abito, e un ricco anello di diamanti sfolgorava talvolta nell'una delle due sudicie sue mani; talvolta, perchè quell'anello passava anche una gran parte della sua vita nello scrigno d'un usurajo; e in quegli intervalli Don Ferrante gestiva alquanto meno del solito.Questo contrasto nel suo abito esteriore nasceva da altri contrasti del suo carattere e delle sue circostanze: Don Ferrante, portato al fasto e alla trascuraggine, era anche ricco e povero. Già da molto tempo aveva egli divorato a furia di sfarzo, e lasciato divorare a furia di negligenza e d'imperizia, il suo patrimonio libero; e sarebbe egli rimasto povero del tutto e per sempre, se un suo sapiente antenato non avesse anticipatamente provveduto a quel caso, istituendo un pingue fedecommesso. Don Ferrante quindi, benchè nell'animo non fosse molto dissimile dal selvaggio di Montesquieu, non poteva, com'egli, abbatter l'albero per cogliere il frutto, e non poteva far altro che lanciar pietre al frutto per farlo cadere acerbo e ammaccato. Viveva di prestiti: e per trovarne dovevaricorrere ai più spietati usuraj, e subire le più rigide leggi che essi sapessero inventare e per supplire alla legge comune, che non dava loro alcun mezzo di ricuperare il prestato, e per pagarsi del rischio. E siccome nelle idee di Don Ferrante le pompe e il fasto tenevano il primo luogo, così alle pompe e al fasto erano tosto consecrati i denari che toccavano le sue mani; e il necessario pativa. In mezzo a queste cure incessanti, Don Ferrante non aveva lasciato dì coltivare il suo ingegno, e senza essere un dotto di mestiere, poteva passare per uno degli uomini colti del suo tempo. Possedeva una libreria di varie materie, la quale per poco non aggiungeva ai cento volumi[117]: e aveva impiegato su quelli abbastanza tempo e studio per avere una cognizione fondata nelle scienze più importanti e più in voga;teneva i principj e quindi non era mai impacciato nelle applicazioni. L'astrologia era uno di quei rami dell'umano sapere nei quali Don Ferrante era versato. Sapeva non solo i nomi e le qualità delle dodici case del cielo, le influenze che hanno in ciascuna i diversi pianeti, ma conosceva anche in parte la storia della scienza, la quale è ragione della scienza stessa: ne conosceva i cominciamenti, il progresso: come era nata nell'Assiria, e ci doveva nascere: giacchè essendo il cielo un gran libro, e il cielo dell'Assiria molto sereno, è naturale che ivi si cominci a leggere dove i libri sono più chiari e intelligibili. Sapeva a memoria un buon numero delle più stupende e clamorose predizioni che si sono avverate in varii tempi: e aveva in pronto gli argomenti principali che servivano a difendere la scienza contro i dubbj e le obiezioni dei cervelli balzani degli uomini superficiali e presuntuosi, che ne parlavano con poco rispetto; perchè anche a quel tempo v'era degli uomini così fatti. Della magìa aveva pure una cognizione più che mediocre, acquistata non già con la rea intenzione di esercitarla, ma per ornamento dell'ingegno, e per conoscere le arti così dannose dei maghi e delle streghe, e potere così entrare a parte della guerra che tutti gli uomini probi e d'ingegno facevano a quei nemici del genere umano. Il suo maestro e il suo autore era quel gran Martino del Rio, il quale nelle sue disquisizioni magiche aveva trattata la materia a fondo, aveva sciolti tuttii dubbj e stabiliti i principj, che per quasi due secoli divennero la norma della maggior parte dei letterati e dei tribunali, quel Martino del Rio che con le sue dotte fatiche ha fatto ardere tante streghe e tanti stregoni, e che ha saputo col vigore dei suoi ragionamenti dominare tanto sulla opinione pubblica, che il metter dubbio su la esistenza delle streghe era diventato un indizio di stregheria. A un bisogno Don Ferrante sapeva parlare ordinatamente e anche luculentamente del maleficio amatorio, del maleficio ostile e del maleficio sonnifero, che sono i cardini della scienza, e conosceva i segreti dei congressi delle streghe come se vi avesse assistito. Aveva più che una tintura della storia in grande, per aver letta più d'una volta quella eccellente storia universale del Bugatti; possedeva poi singolarmente quella del tempo dei paladini, che aveva studiata neiReali di Francia. Per la politica positiva aveva egli principalmente rivolte le opere dell'immortale Botero; e conosceva assai bene la politica di Spagna, di Francia, dell'Impero, dei Veneziani e di tutti i principali Stati Cristiani, e poteva pur dare una occhiatina anche nel Divano. Per la politica speculativa il suo uomo era stato per gran tempo il Segretario Fiorentino, ma questi dovette scendere al secondo posto nel concetto di Don Ferrante e cedere il primo a quel gran Valeriano Castiglione, che in quello stesso anno aveva dato alla luce la sua opera delloStatista Regnante, dove tutti gli arcani i più profondi e ipiù reconditi precetti della ragione di Stato sono trattati con un ordine nuovo e sublime. E bisogna confessare che il nostro Don Ferrante prevenne il giudizio del mondo sul merito del Castiglione. Poco dopo, Urbano VIII lo onorò delle sue lodi; Luigi XIII, per consiglio del Cardinale di Richelieu, lo chiamò in Francia, per esservi istoriografo; Carlo Emanuele dipoi gli affidò lo stesso ufizio; il Cardinale Borghese e Pietro Toledo vicerè di Napoli lo pregarono, invano però, di scrivere storie: e fu finalmente proclamato il primo scrittore dei suoi tempi. Quanto alla storia naturale non aveva, a dir vero, attinto alle fonti e non teneva nella sua biblioteca nè Aristotele, nè Plinio, nè Dioscoride, giacchè, come abbiam detto, Don Ferrante non era un professore, ma un uomo colto semplicemente; sapeva però le cose le più importanti e le più degne di osservazione, e a tempo e luogo poteva fare una descrizione esatta dei draghi e delle sirene, e dire a proposito che la remora, quel pescerello, ferma una nave nell'alto, che l'unica fenice rinasce dalle sue ceneri, che la salamandra è incombustibile, che il cristallo non è altro che ghiaccio lentamente indurato. Ma la materia nella quale Don Ferrante era profondo assolutamente era la scienza cavalleresca, e bisognava sentirlo parlare di offese, di soddisfazioni, di paci, di mentite. Paris del Pozzo, l'Urrea, l'Albergato, il Muzio, la Gerusalemme liberata e la conquistata, i Dialoghi della nobiltà e quello della pace di Torquato Tasso gli aveva a menadito;i Consigli e i Discorsi cavallereschi di Francesco Birago erano forse i libri più logori della sua biblioteca. Anzi Don Ferrante affermava, o faceva intendere spesso, che quel grand'uomo non aveva sdegnato di consultarlo su certi casi più rematici; e parlando talvolta di quelle opere con quella venerazione che meritavano, e che, per verità, ottenevano da tutti, Don Ferrante aggiungeva misteriosamente: Basta: ho messo anch'io un zampino in quei libri.Ma gli studj solidi non avevano talmente occupati gli ozj di Don Ferrante che non ne restasse qualche parte anche alle lettere amene: e senza contare il Pastorfido, che al pari di tutti gli uomini colti di quel tempo egli aveva pressochè tutto a memoria, non gli erano ignoti nè il Marino, nè il Ciampoli, nè il Cesarini, nè il Testi: ma soprattutto aveva fatto uno studio particolare[118]di quel libretto che contenevale rime di Claudio Achillini; libretto nel quale diceva Don Ferrante, tutto, tutto, fino alla protesta sulle parole Fato, Sorte, Destino e somiglianti, era pensiero pellegrino ed arguto. Aveva poi un tesoretto, una raccolta manoscritta di alcune lettere dellostesso grand'uomo; e su quelle si studiava di modellare quelle che gli occorrevano di scrivere per qualche negozio, o per isciogliere qualche ingegnoso quesito, che gli veniva proposto; e, a dir vero, le lettere di Don Ferrante erano ricercate con qualche avidità, e giravano di mano in mano per la scelta e la copia dei concetti e delle immagini ardite, e sopra tutto pel modo sempre ingegnoso di porre la questione e di guardare le cose: stavano però male di grammatica e di ortografia[119].Vi sarebbero molte altre cose da dire chi volesse compire il ritratto di questo personaggio, ma, per amore della brevità, ce ne passeremo, tanto più ch'egli non ha quasi parte attiva nella nostra storia. Veniamo dunque alla sua signora consorte.Donna Prassede, per ciò che risguarda il sapere, era molto al di sotto del suo marito. Il suo ingegno, a dir vero, non era niente straordinario, ed essa non si era mai data una gran briga di coltivarlo, almeno sui libri. Ma siccome la mente umana non può vivere senza idee, così Donna Prassede aveva le sue, e si governava con esse, come dicono che si dovrebbe fare cogli amici. Ne aveva poche, ma quelle poche le amava cordialmente e si fidava in esse interamente e non le avrebbe cangiate ad istigazione di nessuno. Avrebbe anche avuto, com'era giusto, una gran voglia di farle predominare in casa: e pare che il carattere trascurato[120]di Don Ferrante avrebbe dovuto servire a maraviglia a questo desiderio della consorte: ma v'era un grande ostacolo. La più parte delle idee in questo mondo non possono esser messe ad esecuzione senza danari; ora Don Ferrante, poco o nulla curandosidel governo della casa, aveva però ritenuto sempre presso di sè il ministero delle finanze; e, a dir vero, gli affari ne erano tanto complicati, che ormai nessun altro che egli avrebbe potuto intendervi qualche cosa.Aveva Donna Prassede il suo spillatico, pattuito nel contratto nuziale, e allo spirare d'ogni termine, dopo un po' di guerra, un po' di schiamazzo, molte minacce di svergognare il marito in faccia ai parenti, veniva essa a capo di riscuotere la somma che le era dovuta. Ma fuor di questo, tutta l'eloquenza, tutta l'insistenza, tutte le arti di Donna Prassede non avrebbero potuto tirare un danajo dalla borsa di Don Ferrante. Le entrate, prima che si toccassero, erano impegnate a pagar debiti urgenti, o destinate a soddisfare qualche genio fastoso di Don Ferrante. Non rimaneva dunque a Donna Prassede altro dominio che su la sua persona, sul modo d'impiegare il suo tempo, su le persone addette specialmente al suo servizio: cose tutte nelle quali Don Ferrante lasciava fare; poteva ella in somma dare tutti gli ordini l'esecuzione dei quali non portasse una spesa, o che non fossero in opposizione alle abitudini e alle volontà risolute di Don Ferrante. La sua gran voglia di comandare, ristretta in questo picciol campo, vi si esercitava con una energia singolare. Donna Prassede profondeva pareri e correzioni a quelli che volevano, e ancor più a quelli che dovevano sentirla: e per quanto dipendeva da lei, non avrebbe lasciatodeviar nessuno d'un punto dalla via retta. Perchè, a dire il vero, questa smania di dominio non nasceva in lei da alcuna vista interessata; era puro desiderio del bene; ma il bene ella lo intendeva a suo modo, lo discerneva istantaneamente in qualunque alternativa, in qualunque complicazione di casi le si fosse affacciata da esaminare: e quando una volta aveva veduto e detto che quello era il bene, non era possibile ch'ella cangiasse di parere; e per farlo riuscire, predicava ed operava fin tanto che avesse ottenuto l'intento, o la cosa fosse divenuta impossibile: nel qual caso non lasciava di predicare, per convincere tutti che avrebbe dovuto riuscire.La signorina Ersilia, anzi Silietta, giacchè come amici di casa noi possiamo chiamarla col diminutivo famigliare che usavano i suoi parenti, Silietta era un personaggio non troppo facile da descriversi, nè da definirsi. Le sue fattezze erano senza difetti e senza espressione: i suoi due grandi occhi grigj non si movevano che quando si moveva tutta la testa; teneva la bocca sempre semiaperta, come se ad ogni momento sentisse una leggiera maraviglia: rideva spesso e sorrideva di rado; parlava lentamente e placidamente, ma volentieri e a lungo tutte le volte che alcuno dei suoi parenti non fosse presente a darle su la voce. Intendeva a stento, e talvolta a rovescio, quel che altri dicesse; e quando ciò le accadeva con persona che ne mostrasse impazienza, Silietta si scusava con dire: son corta d'ingegno; cosa che s'eraintesa dire spesso da Don Ferrante e da Donna Prassede e dalle suore che l'avevano avuta in cura. Era destinata al chiostro, per la ragione, facile ad indovinarsi, che Don Ferrante non poteva certamente darle una dote proporzionata al partito che sarebbe convenuto alla sua nascita e al grado che teneva la casa. Su questa sua destinazione non sapremmo, per verità, dire quali fossero i suoi sentimenti. Non vi aveva avversione, inclinazione nemmeno: risguardava questa destinazione come una cosa a cui altri aveva dovuto pensare ed aveva pensato, e che per lei era indifferente, a un di presso come l'esserle stato posto più tosto un nome che un altro; anzi la risguardava quasi una conseguenza naturale del suo sesso e delle circostanze della sua famiglia; e ripeteva sovente ciò che le era stato detto nell'infanzia da una sua governante: se fossi nata un maschio, sarei un gran signore. Ma la cosa era fatta, e Silietta sapeva bene che non si nasce due volte.Sotto due padroni, così diversi di inclinazioni e di occupazioni, (giacchè Silietta, e per l'ordine naturale delle cose, e per indole, non si contava come padrona) la famiglia era come divisa in due classi; anzi in due partiti, ognuno dei quali aveva nella famiglia stessa un capo; le due persone cioè che erano più innanzi nella confidenza dell'uno e dell'altro padrone. Prospero, il maggiordomo di casa e il favorito di Don Ferrante, faceto e rispettoso, disinvolto e composto, dotto a tutto fare e a tutto soffrire, abile a trattare gliaffari e a parlare senza mai proferire le parole che potevano far sentire gl'impicci o offendere la dignità del padrone, sapeva suggerir a proposito un invito da fare onore alla casa, trovare un cammeo prezioso, un quadro raro, ogni volta che una rata di pagamento stava per entrare nella cassa di Don Ferrante: e sapeva trovare un prestatore ogni volta che la cassa era asciutta. L'antesignano dell'altro partito, la governatrice favorita di Donna Prassede, era nominata molto variamente. Il suo nome proprio era Margherita, ma dalla padrona era chiamata Ghita, dalle donne inferiori a lei e dai paggi di Donna Prassede, signora Ghitina; e dai servitori di Don Ferrante, quando parlavano fra di loro, non era mai menzionata altrimenti che la signora Chitarra. Pretendevano costoro che il suo collo lungo, la sua testa in fuori, le sue spalle schiacciate, la vita serrata dal busto e le anche allargate le facessero somigliare alla forma di quello strumento: e che la sua voce acuta, scordata e saltellante imitasse appunto il suono che esso dà quando è strimpellato da una mano inesperta. Esercitava essa, sotto gli ordini immediati della padrona, la più severa vigilanza sulle persone che dipendevano da questa, ed era ministra di tutto il bene ch'ella poteva fare in casa e fuori. Ma quanto alla gente di Don Ferrante, essa non poteva fare altro che notare tutte le azioni disordinate che essi commettevano, disapprovare con qualche cenno, o al più con qualche frizzo, e riferire poi il tutto alla padrona, la qualepure non poteva fare altro che gemere con lei. Prospero, com'è naturale, era l'oggetto principale di avversione per Donna Prassede; ma inviolabile, com'egli era, se ne burlava in cuore, non lasciando però di corrispondere con riverenze profonde agli sgarbi della padrona, che rendeva poi con usura in tutte le occasioni alla signora Chitarra. Benchè questi due capi col loro predominio fossero passabilmente incomodi ognuno alla parte della famiglia che dirigeva, pure l'una parte e l'altra aveva sposate le passioni e le animosità del suo capo; l'una faceva crocchio a mormorare dell'altra; quando si trovavano in presenza, sì scambiavano visacci, e talvolta parolacce; cercavano scambievolmente di farsi scomparire e d'impacciarsi a vicenda nella esecuzione degli ordini ricevuti. Don Ferrante però aveva appena qualche sentore di questa guerra sorda, perchè egli non osservava molto, e Prospero non si curava di parlargli di malinconie; e le querele della moglie le attribuiva Don Ferrante ad inquietudine di carattere, a giuoco di fantasia, come le domande di quattrini. Silietta, senza prender parte attiva, secondava coi voti, e, quando le era permesso, con le parole, il partito della signora Chitina.Lucia si trovava esclusivamente sotto l'autorità di Donna Prassede, la quale certamente non intendeva di lasciare questa autorità in ozio. Si proponeva ella, a dir vero, di farsi ben servire da Lucia nella parte che le aveva assegnata; ma, oltre questo fine, cheera semplicemente di giustizia, Donna Prassede ne aveva un altro di carità, disinteressata a suo modo, che le stava a cuore ancor più del primo, ed era di far del bene a Lucia, la quale le pareva averne gran bisogno. Perchè tutto ciò che Donna Prassede aveva udito in campagna, per la voce pubblica, della innocenza di quella giovane, le affermazioni magnifiche ed energiche di Agnese quando era venuta a proporle la figlia, il volto, il contegno modesto, la condotta stessa così irreprensibile di Lucia non bastavano a produrre un pieno convincimento nella mente di Donna Prassede: e non poteva essa persuadersi che una giovane contadina avesse levato tanto romore di sè, fosse passata per tanti accidenti, senza averne cercato nessuno, senza essersi gittata un po' all'acqua, come si dice, senza essere almeno una testa leggiera. Donna Prassede teneva per regola generale che a voler far del bene bisogna pensar male: la sua voglia di dominare, di operare su gli altri, che anche ai suoi occhi proprj prendeva la maschera di carità disinteressata, era come il ciarlatano che non dice mai a chi viene a consultarlo: voi state bene; perchè allora a che servirebbe l'orvietano? Oltracciò, l'aver ricoverata, sottratta al pericolo d'una infame persecuzione una povera giovane, era un'opera certamente non senza gloria; però in questo Donna Prassede non era più che uno stromento quasi passivo, e la parte che le era toccata non domandava altro che un po' di buona volontà, senza efficacia diazione e senza esercizio di senno, era più un assenso che una impresa. Ma dopo aver ricoverata la povera giovane, emendare anche il suo cervello un po' balzano, rimetterla sulla buona strada, questo sarebbe stato non solo compire, ma rassettare l'opera del cardinale Federigo, il quale era, a dir vero, un degno prelato, un uomo del Signore, dotto anche sui libri, ma quanto ad esperienza di mondo, a discernimento di persone, non ne aveva molto: questa insomma sarebbe stata gloria; e perchè Donna Prassede potesse ottenerla, era necessario che Lucia avesse il cervello un po' balzano, e avesse fatto almeno qualche passo su una cattiva strada. Per averne qualche prova positiva Donna Prassede richiese qua e là informazioni intorno a quel Fermo a cui Lucia era stata promessa, e sulle avventure, sulla fuga del quale Donna Prassede aveva intese in villa voci confuse, discorsi, ma tutte poco buone. Le informazioni furono quali dovevano essere, che quel giovane era un facinoroso, venuto a Milano per metterlo sossopra, per fare il capopopolo, ch'era stato nelle mani dei birri, a un pelo della forca; e se ora respirava tuttavia in paese straniero, lo doveva alla sua audacia nel resistere alla giustizia e alla celerità delle sue gambe. Questa notizia confermò il giudizio di Donna Prassede e le diede materia per le sue operazioni. Dimmi con chi tratti e ti dirò chi sei, è un proverbio; e come tutti i proverbj non solo è infallibile, ma ha anche la facoltà di rendere infallibile l'applicazioneche ne fa chi lo cita. Lucia aveva dunque infallibilmente, non già tutti i vizj, che sarebbe stato dir troppo, ma una inclinazione ai vizj di Fermo: questo fu il giudizio di Donna Prassede. E il bene da farsi era non solo d'impedire che Lucia ricadesse mai nelle mani di Fermo, ch'ella avesse con lui la menoma corrispondenza; bisognava andare alla radice, al più difficile, guarire Lucia, farle far giudizio, togliere da quel cervellino l'attacco per colui: attacco che, a dir vero, era il solo vizio essenziale di Lucia. Questa allora sarebbe divenuta al tutto una buona creatura; e chi avrebbe avuto tutto il merito dell'impresa? Donna Prassede.La prima parte di questo disegno, la parte materiale, la vigilanza esteriore sopra Lucia, era particolarmente affidata alle cure di Ghita. Doveva essa tenerle sempre gli occhi addosso, accompagnarla alla chiesa, spiare s'ella parlava a qualcheduno, se qualcheduno le faceva un cenno, osservare attentamente che qualche messo nascosto non le si accostasse. Compresa e piena dell'uficio che le era imposto, Ghita nella via andava sempre con gli occhi sbarrati e sospettosi; e siccome il volto di Lucia attraeva spesso e fermava gli sguardi, così la guardiana si trovava spesso nel caso di fare il viso dell'arme ai guardatori, o almeno di far loro intendere ch'ella vegliava e che la loro mira era sventata: e quando s'avvedeva che la sua aria di sospetto e di minaccia femminile, invece di stornare i tentativi, avrebbe provocatal'insolenza, pericolo comunissimo a quei tempi, allora accelerava il passo e lo faceva accelerare a Lucia. In chiesa poi, se uno di quegli che si trovavano sui banchi vicini aveva guardato attentamente a Lucia, o aveva tossito, Ghita, continuando a mormorare le sue orazioni, non pensava più che a guardare il suo deposito. Aveva inoltre l'incarico di frugare, quando lo poteva senza essere scoperta, nelle tasche di Lucia, per vedere se mai ella ricevesse qualche lettera. Questa precauzione avrebbe potuto sembrare inutile, giacchè, e qui dobbiamo apertamente confessare una cosa, che finora si è appena indicata e lasciata indovinare, la nostra eroina non sapeva leggere; ma Ghita pensava che le precauzioni non sono mai troppe. Quello poi che in questo procedere vi poteva essere d'indelicato, non riteneva Ghita per nulla; essa non vi sospettava nemmeno nulla di simile; non conosceva nè la parola, nè l'idea; anzi la parola in questo senso non esiste neppure ai nostri giorni nella lingua pura, e noi adoperandola sappiamo d'essere incorsi in un brutto neologismo. Finalmente doveva Ghita cercare di scovare nei discorsi di Lucia se mai ella avesse qualche speranza, se qualche pratica fosse ordita, farla ciarlare artificiosamente su tutti quegli incidenti che avevano dato a Ghita qualche sospetto.Ebbene, signori miei, tutta questa gran macchina di cure e di operazioni, tutto questo lavorare sott'acqua non dava quasi nessun incomodo a Lucia, oper dir meglio, ella non se ne avvedeva, e benchè non potesse a meno di non sentire qualche cosa di minuto e di pettegolo nella sollecitudine continua di Ghita, pure lo attribuiva alla indole di lei e non mai ad un disegno profondo e comandato. I pensieri di Lucia, quel pensiero ch'era divenuto lo scopo principale della sua vita, la portava alla ritiratezza, ad astenersi da ogni comunicazione, e quindi ella non era avvertita dolorosamente di ciò che altri facesse per rivolgerla ad un punto al quale ella tendeva naturalmente. In altri tempi quella situazione così nuova, così opposta alle sue abitudini, così lontana dalle sue affezioni, le sarebbe stata penosissima, ma la facilità ch'ella vi trovava di ottenere quel suo scopo faceva ch'ella vi stesse con rassegnazione, e quasi vi riposasse, se non con piacere, almeno col desiderio di farsela piacere. E il suo scopo era tuttavia quello di cui abbiamo già parlato: scordarsi di Fermo. Si studiava ella quindi di rinchiudere tutte le sue idee nella casa dove era stata allogata, di ristringerla alle sue occupazioni, si metteva con grande intenzione a tutte le cose che le erano comandate, si rallegrava tutte le volte che vedeva dinanzi a sè molti doveri che occupassero tutta la sua giornata, che non le dessero agio di correre con la mente a desiderj vani e colpevoli, di smarrirsi nelle memorie d'un passato irreparabile. Le memorie tornavano però sovente a tormentarla; l'immagine della madre era sempre la prima a presentarsi; e mentre Lucia si fermava acontemplarla con sicurezza, con una mesta affezione, l'immagine di Fermo, che le stava dietro nascosta, si mostrava. Lucia voleva respingerla tosto; ma l'immagine, che non voleva andarsene, aveva un buon pretesto, ed era sempre lo stesso, per obbligare Lucia a trattenerla almeno un momento, le ricordava in aria trista e non senza rimprovero i pericoli che Fermo aveva corsi, e quelli che forse gli soprastavano ancora, le rimostrava che quando anche un nuovo dovere può far rinunziare ad un affetto già così lecito, già così caro, non deve, non vuol però togliere la pietà, la sollecitudine, la carità del prossimo. Lucia combatteva, rivolgeva la mente ad altre immagini, ma tutte erano tinte di quella prima, tutte la richiamavano. I luoghi, le persone: Don Abbondio avrebbe dovuto pronunziare quelle parole per cui ella sarebbe stata di Fermo: i consigli, le cure del Padre Cristoforo per chi erano? per Lucia e per Fermo: fino il monastero di Monza, fino il castello del Conte, fino il cardinale Federigo, tutto si legava a Fermo, e molte volte Lucia, ripensando a tutto questo, si accorgeva ch'ella si era immaginata di raccontar tutto a Fermo. Con tutto ciò, ella combatteva, e la guerra sarebbe stata se non sempre vinta, pure meno aspra e meno dolorosa; Lucia avrebbe potuto, se non ottenere lo scopo, almeno andargli sempre da presso, se questo scopo non fosse stato anche quello di Donna Prassede.La brava signora, per toglier Fermo dall'animodi Lucia, non aveva trovato mezzo migliore che di parlargliene spesso. La faceva chiamare a sè, e seduta sur una gran seggiola, con le mani posate e distese sui bracciuoli, di qua e di là dei quali pendevano le maniche della zimarra di damasco rabescato a fiori, che era stato l'abito di moda nei bei giorni di Donna Prassede nel tempo in cui v'era buona fede e semplicità, in cui tutti, fino ai giovani, erano savj ed onesti, col volto imprigionato tra un cappuccio di taffetà nero, che copriva la fronte, e una enorme lattuga, che girava intorno alla gola e sul mento, Donna Prassede ricominciava la sua predica, per provare a Lucia ch'ella non doveva più pensare a colui. La povera Lucia protestava da principio con voce angosciosa e timida, ch'ella non pensava a nessuno. Donna Prassede non voleva mai stare a questa ragione e ne aveva molte da opporre. So come vanno le cose, diceva ella, conosco il mondo, so come son fatte le giovani: se v'è un ribaldo, è sempre il più accetto. Fate che per qualche accidente non possano sposare un galantuomo, un uomo di giudizio, si rassegnano tosto; ma se è uno scavezzacollo, non se lo possono cavar dal cuore. Eh, figlia mia, non basta dire non penso a nessuno, vogliono esser fatti, fatti e non parole. Così, seguendo una sua idea, che è anche quella di molti altri, che per far passare in una testa repugnante i proprj sentimenti, bisogna esprimerli con molta efficacia, adoperare i termini i più forti ed ancheesagerati, Donna Prassede non risparmiava i titoli al povero assente, lo nominava come un oggetto d'orrore, dì schifo, faceva sentire che sarebbe stata cosa inconcepibile, mostruosa, che alcuno potesse avere interessamento e peggio inclinazione per colui. Così ella otteneva appunto l'intento opposto a quello ch'ella si proponeva. Lucia cercava di dimenticar Fermo; ma quando una parola sgraziata e nemica glielo voleva a forza rimettere nella mente in un aspetto odioso e spregevole, allora tutte le antiche memorie si risvegliavano ed accorrevano per respingere una immagine tanto diversa dalla immagine in cui quella mente era stata avvezza a compiacersi. Il disprezzo con che il nome di Fermo era proferito faceva ricordare a Lucia la condotta, il contegno, il buon nome di Fermo, tutte le ragioni per cui ella lo aveva stimato; l'odio faceva risorgere più risoluto l'interesse; l'idea confusa dei pericoli ch'egli aveva corsi, anche dei falli ch'egli poteva aver forse commessi, pericoli e falli che Donna Prassede rinfacciava a Lucia con eguale amarezza, come un eguale motivo di avversione, suscitavano più viva e più profonda la pietà, e da tutti questi sentimenti rinasceva quell'amore che Lucia si studiava tanto di estinguere. L'amore, acconsentito o combattuto che sia, dà a tutti i discorsi una forza e un vigore suo proprio. Lucia diventava coraggiosa e giustificava Fermo, e Donna Prassede approfittava di quelle parole come d'una confessione, per provare a Lucia che non era vero ch'ella nonpensasse più a lui. E con questa prova in mano lavorava sempre più animosamente sull'animo di Lucia, facendole vedere chi era colui ch'ella ardiva pure di difendere. E che doveva ringraziare il cielo che la cosa fosse finita a quel modo, altrimenti le sarebbe toccato un bel fiore di virtù. Buon per lui che le gambe lo avevano servito bene, altrimenti avrebbe fatto una bella figura, avrebbe tenuto compagnia a quei quattro altri galantuomini... Quando la grossolana signora toccava tasti, d'un suono così orribile, la povera Lucia non poteva più fare altro che prendere con la sinistra il grembiale, portarlo al volto per nasconderlo e per ricevere le lagrime che le sgorgavano dirottamente.Se Donna Prassede avesse parlato così per un odio antico, per fare vendetta di qualche affronto crudele, l'aspetto del dolore che producevano le sue parole gliele avrebbero forse fatte morire in bocca, o cangiare in parole più dolci; ma Donna Prassede parlava per fare il bene, e non si lasciava smuovere: a quel modo che un grido supplichevole, un gemito di terrore potrà ben fermare l'arme d'un nemico, ma non il ferro d'un chirurgo. Fatte ingojare a Lucia tutte le amare parole ch'ella credeva necessarie pel bene di lei, Donna Prassede, che non era trista in fondo, la rimandava con qualche parola di conforto e di lode, e rimaneva sempre soddisfatta di avere acconciato un po' il cuore di quella giovane. Acconciato come una gala di mussolo stirata da un magnano.La povera Lucia, riconoscendo la buona intenzione, pregava però caldamente che queste prove d'interessamento le fossero risparmiate.Donna Prassede aveva nel fondo del suo cuore un altro disegno sopra Lucia, che sarebbe stato il compimento dell'opera, Silietta si compiaceva molto nella compagnia di quella giovane, che era la sola in casa che le desse retta e la lasciasse parlare; e Donna Prassede pensava che si sarebbe fatto un gran benefizio a Silietta e a Lucia stessa se si fosse potuto farle nascere la vocazione di andar conversa nel monastero dove Silietta doveva esser monaca[121]. Quivi Lucia sarebbe stata fuori d'ogni pericolo per sempre, e la buona opera di Donna Prassede sarebbe stata più evidente, più conosciuta; Lucia sarebbe divenuta un monumento parlante della sapiente benevolenza della sua padrona. Non ne aveva però fatta la proposizionea Lucia, ma con quell'arte sopraffina che possedeva, cercava tutte le occasioni per far nascere spontaneamente nel cuore di Lucia questo desiderio.A poco a poco queste insinuazioni divenivano più frequenti e più chiare; e Lucia cominciava a comprenderle, ma però senza che le cominciasse la voglia di acconsentirvi[122]. V'era nulladimeno per essa un gran vantaggio, che Donna Prassede cadeva meno spesso, e con meno impeto, su quel primo, più doloroso argomento; tanto più doloroso, perchè Lucia non aveva con chi esilararsi della tristezza angosciosa che quei discorsacci le cagionavano. La nostra Agnese era lontana, a casa sua, dove pensava sempre a Lucia e andava spesso alla villa di Donna Prassede per saper le nuove di Lucia; e le nuove le erano sempre date ottime, coi saluti della figlia. La buona donna si struggeva di rivederla, ma andar fino a Milano! In quei tempi, con quelle strade, con quella scarsezza di comunicazioni, coi bravi, coi boschi, quella era quasi una impresa di cavalleria errante; e Agnese si rassegnava all'idea di esser lontana da sua figlia come ai nostri giorni farebbe una madre, della condizione di Agnese, che avesse una figliata collocata in Inghilterra[123].

XVII.La carestia del 1628—Ragioni, rimedi e moti dell'opinione pubblica nelle carestie.Era quello il secondo anno di scarso raccolto: nel primo era stata piuttosto scarsità che carestia: le provvigioni rimaste degli anni grassi antecedenti avevano supplito tanto o quanto al difetto di quello e la popolazione era giunta al nuovo raccolto non satolla e non affamata, ma certo affatto sprovveduta. Ora, il nuovo raccolto, nel quale erano riposte tutte le speranze, fu scarso, come abbiam detto, e lo fu d'assai più del primo, in parte per maggiore contrarietà delle stagioni, e in parte per colpa orrenda degli uomini. Si guerreggiava allora in Italia, e non lontano dal Milanese, il quale si trovò soggetto ad alloggiamenti di truppe e a gravezze straordinarie. Queste furono tanto intollerabili, e le estorsioni, le rubberie, il guasto della soldatesca portati a tal segno, che molte possessioni erano rimaste abbandonate, molte campagne incolte, e molti contadini erano andati accattando quel vitto che avrebbero procacciato a sè e ad altri col lavoro delle loro braccia[107]. E dovepure s'era coltivato, le seminagioni erano state scarse, perchè l'agricoltore, tentato dall'urgente bisogno, aveva sottratta e consumata una parte e la migliore del grano che doveva esser destinato a quelle. Ottenuto appena il raccolto, la guerra stessa, che era stata la principale cagione a renderlo scarso, fu la prima a divorarne una gran parte. Le depredazioni parziali, le provvigioni per l'esercito, e lo sprecamento infinito delle une e dell'altre fecero tosto un tale squarcio in quel misero raccolto, che la fame fu preveduta, quasi sentita sotto la messe stessa. I territorj che circondano il Milanese, in parte afflitti dalla guerra, e tutti dalla sterilità comune di quell'anno, non lasciavano speranza di cavarne ajuto di viveri. Sorse quindi quel sentimento di ansia e di terrore nei più, di gioja avara e crudele in alcuni, che nasce da una cognizione confusa, ma viva, della sproporzione tra il bisogno di nutrimento e i mezzi di soddisfarlo, tra il grano e la fame: e questo sentimento produsse il suo effetto naturale, inevitabile: la ricerca premurosa, e l'offerta stentata del grano; quindi il rincaramento.Questa sproporzione è uno di quei mali che spaventano la terra, perchè pesano ad un tempo sur una moltitudine: quando un tal male esiste, i migliori mezzi per alleggerirlo, (giacchè toglierlo non è in potere dell'uomo) sono tutte quelle cose che possono diffonderlo più equabilmente, farne sopportare al maggior numero, a tutti i viventi, se fosse possibile, unapicciola porzione, affinchè a nessuno ne tocchi una porzione superiore alle forze dell'uomo; fare che quel male sia un incomodo per tutti, piuttosto che l'angoscia mortale per molti; e la morte per alcuni. Quindi il primo, il più certo e il più semplice mezzo di alleggiamento comune è l'astinenza volontaria dei doviziosi, che si privino di una parte di nutrimento per lasciarne di più alla massa del consumo universale. Poi tutto quello che può aumentare nelle mani degl'indigenti i mezzi di acquistarsi il vitto, in proporzione dell'aumento delle difficoltà, cioè del rincaramento. Aumento quindi delle mercedi, e nuovi guadagni offerti per mezzo di nuovi lavori ai molti a cui cessano in quelle circostanze i lavori e i guadagni usati. Questo mezzo però sarebbe uno scarso rimedio, sarebbe anzi un accrescimento del male, se non fosse accompagnato dalla cura attenta, assidua di somministrare il vitto anche a quei molti che per debolezza, o per infermità, non lo possono ottenere col lavoro: si avrebbero allora dei lavoratori ben nutriti e degli impotenti morti di fame: e la beneficenza sarebbe crudele per molti[108]. A questi ultimi non si può provvedere altrimenti che con l'elemosina, tanto sapientemente comandata dalla religione: quellaelemosina di cui molti scrittori hanno enumerati e censurati amaramente gli abusi. Nè a torto; poichè è utile scoprire e censurare gli abusi dovunque s'intrudano: è però cosa trista e dannosa che in soggetto di tanta importanza non si sieno quasi considerati che gli abusi; e sarebbe da desiderare che alcune pigliasse la bella e forse nuova impresa di ragionare del buon uso della elemosina, di mostrare com'ella sia uno dei mezzi più potenti, più semplici, e certo più irresponsabili a tutti quei fini[109]che si propone una saggia e ragionata economia pubblica.Questi, che abbiamo accennati, sono certamente i principali e più sicuri rimedj alla penuria delle sussistenze; e quando si fossero posti in opera, il meglio da farsi sarebbe sopportare quella parte inevitabile di patimento con tranquillità e con rassegnazione, giacchè tutte le ire, tutte le declamazioni, tutti i falsi ragionamenti non ponno far nascere una spiga di frumento, nè accelerare di cinque minuti il nuovo raccolto, che deve mettere alla disposizione degli uomini una nuova massa di sussistenza.Ma, oltre i mezzi per render tollerabile quel male, ve n'ha pur troppo, e moltissimi, per esacerbarlo, per accrescerlo, per rendere più trista e complicata una situazione che lo è già tanto per sè; e questi mezzisono stati, per l'ordinario, più adoperati dei primi, e sì possono ridurre a due capi principali: le idee del popolo, e i provvedimenti dei magistrati. Nella epoca di cui parliamo, le idee e i provvedimenti concorsero potentemente a produrre quel tristo effetto in un grado singolare.Nei tempi di carestia, la carestia è il soggetto di tatti i discorsi: fatto ben naturale, ma degno di molta osservazione e di commento. Tutti ragionano delle cause del male, tutti propongono i veri rimedj, tutti dissertano di principj generali, di commercio, di monopolio, di accapparramento, di importazione, di esportazione, di circolazione. Ma la maggior parte non si è occupata mai in vita sua di questa materia: i primi pensieri sono giudizj, e l'applicazione dei principj precede alla ricerca di essi. Guaj allora a quegli che hanno pensato a questi principj nel tempo in cui nessuno vi pensava; guaj a quegli che dànno più degli altri un senso preciso a quelle parole che tutti proferiscono; guaj a quegli che hanno esaminati con una vista generale i fatti che sono l'argomento della discussione comune! Essi soli non sono ammessi a parlare: essi debbono vedere pazientemente discorrere i sofismi precipitati e baldanzosi della ignoranza, perchè chi può fermare il sofisma? la ragione in bocca loro è paradosso, e quando non si avesse altro da opporle, basterebbe quella accusa che le si fa di essere stata sui libri. La parola che suona alto, che signoreggia in quelle dolorose circostanze è quelladella irriflessione: ma cessata la carestia, cessano tutti i discorsi; nessuno ne vuol più parlare, nè sentire a parlare: i libri, se quell'epoca ne ha prodotti che trattino di quella materia, sono per lo più un soggetto di contraddizione per un momento, e rimangono dopo quasi dimenticati: la società è in quel caso simile ad un povero scapestrato, il quale, trovandosi all'estremo, non ha parlato d'altro che di novissimi e di penitenza; convalescente, accoglie ancora il prete per urbanità; guarito, allontana da sè tutti i pensieri di quel momento del terrore.Cessi il cielo che alcuno rinfacci ostilmente l'ignoranza ad un popolo che non ha mai avuto maestri, nè ozio; l'irritazione fanatica ad un popolo che non trova pane col suo lavoro. Ma quegli che meritano rimproveri acerbi e severi, quegli che per utile loro e d'altrui vorrebbero essere sborbottati come ragazzacci caparbj, tanto che si correggessero, sono coloro, i quali potrebbero meditare a loro agio sui fatti simili, esaminare le conseguenze, i giudizj, i sistemi che ne hanno cavati gli scrittori, pesare le osservazioni e le opinioni, e procacciarsi così una opinione ragionata; e non lo fanno mai; ma, al momento del serra serra, escono in campo a sentenziare furiosamente, cominciano a pensare con la voce e studiano dalla cattedra, coprono, vilipendono, calunniano le voci che nascono da un antico pensiero, ripetono in un linguaggio meno incolto e più strano i giudizj storti, le idee appassionate del popolo, e diffondonoed accrescono la stortura e la passione, si oppongono ferocemente a tutti quei raziocinj che potrebbero illuminare l'opinione dell'universale sulla natura e sulla misura del male, ricondurre gli spiriti ad una riflessione più tranquilla, e stornare quelle risoluzioni che lo peggiorano: e infervorati in queste degne imprese non si spaventano col pensiero della loro ignoranza; anzi ne cavano argomento di gloria e di fiducia; e a tutte le obiezioni, (o alla metà delle obiezioni, perchè di rado lasciano terminare una frase ad un galantuomo) rispondono con quell'inverecondo sproposito: noi non vogliamo teorie; non riflettendo nemmeno che quelle che essi sputano tutto il dì sono pur teorie; diverse da quelle dei loro avversarj, in ciò soltanto che non sono fondate sulla cognizione, o almeno sulla ricerca dei fatti.Le storture del popolo e di questi che abbiamo detto intorno alla carestia sono molteplici per sè, e infinite nelle loro applicazioni e nei loro rivolgimenti; molte si possono vedere enumerate in alcuni libri che le hanno esaminate e ribattute con più sagacità e pazienza che profitto; ma si possono forse ridurre a due capi principali. Il primo è l'opinione che il male non esista, che il difetto di sussistenze sia soltanto una apparenza, nata da combinazioni perfide degli uomini. Questa opinione viene sempre espressa e ripetuta con una formola concisa, come tutte quelle che racchiudono un errore o un equivoco: il grano c'è. Proposizione ambigua, che puòintendere una verità fatua e inconcludente, o una affermazione temeraria e fanatica. Poichè se con quelle inconsiderate parole si vuol dire che esiste una indeterminata quantità di biade, si dice il vero, ma che cosa s'insegna? che cosa si vuol concludere? quella non è, nè può essere la questione. Ognun sa che i grani si raccolgono una volta l'anno, o a certe distanze, e che si consumano alla giornata: tra l'un raccolto e l'altro ci debbe dunque esser grano più o meno: se non ce ne fosse assolutamente, non si parlerebbe più di stentare, ma di morire, e tutti, e in pochi giorni. Se poi dicendo: il grano c'è, s'intende (come s'intende) che ne esista una quantità eguale al consumo ordinario, proporzionata al bisogno, o al desiderio della popolazione; come mai una tal cosa si afferma senza conoscere, senza poter conoscere, senza cercar di conoscere il fatto su cui si forma il giudizio: la quantità del grano esistente? Eppure un fatto, che con le più minute indagini, coi calcoli più scrupolosi, con l'esame il più freddo non si conosce mai con precisione, è continuamente affermato con sicurezza, senza indagini, senza calcoli, senza esame: un fatto, che appena si può conoscere approssimativamente per gli indizj del prezzo, della ricerca, della distribuzione, del consumo, si afferma assolutamente contra la testimonianza di tutti questi indizj.L'altra stortura, conseguente da questa, e pur madornale, è nel supporre che il male sia il caro prezzodel grano: mentre questo non è che un effetto del male vero, la sproporzione tra il grano e il bisogno; è un effetto, e un doloroso, deplorabile, funesto, acerbo, accumulate quanti epiteti vorrete, non saranno mai troppi: ma il sostantivo è: rimedio. Il caro prezzo è un rimedio, considerato parzialmente per un territorio, perchè vi attrae il grano dai paesi dove è meno scarso, e quindi a minor costo: è un rimedio considerato generalmente, perchè, forzando pur troppo migliaia d'uomini a diffalcare una parte del consumo ordinario, è cagione che si risparmj, si distribuisca per tutto l'anno fino al raccolto la scarsa e mancante vittovaglia. Se una forza qualunque potesse illudere, addormentare fino alla fine tutti i terrori, tutte le cupidigie, di modo che in un anno, scarso generalmente, il prezzo rimanesse basso come negli anni abbondanti, ne avverrebbe certamente che il consumo, fin che grano vi fosse, sarebbe eguale a quello degli anni abbondanti: si viverebbe lietamente a discrezione per qualche tempo: e l'ultimo effetto di questo terribile beneficio sarebbe di fare sparire tutta la provvigione qualche mese prima del raccolto.Il linguaggio di coloro che hanno ben fitte in testa queste due storture è accetto al popolo, che patisce; e la cosa è troppo naturale: non riconoscendo il male nella natura delle cose, attribuendolo tutto alla perversità umana, essi mostrano nello stesso tempo una compassione, che pare più sincera per chi soffre, un grande orrore per chi fa soffrire, e fanno sempreintravedere la possibilità d'un rimedio pronto ed assoluto. Ma quegli i quali veggono chiaramente la realtà del male, non hanno cose gradite da dire a chi lo sopporta; poichè chi, dopo d'aver suggeriti alcuni rimedj per minorare il male, confessa che molto è senza rimedio, e raccomanda la rassegnazione, può difficilmente far credere che compatisce chi nega all'addolorato che la causa prima, unica del suo dolore, sia nella volontà scellerata di alcuni; converrà che abbia ben fama di onesto e di umano perchè l'addolorato si contenti di crederlo cieco e insensato, e non lo chiami atroce, fautore, complice di quelli che creano il dolore. Sono i chiaroveggenti, in quel caso, come un medico, che giunga al letto d'un infermo circondato da una famiglia amante e ignorante, dove si trovi un ciarlatano il quale assevera che il male è tutto nella cecità, o nella impostura dei medici, e ch'egli tiene un'ampollina dov'è la salute. Se il medico, il quale vede che la malattia è incurabile, si lascia uscire dalla chiostra dei denti questo suo parere, la famiglia lo riguarderà come un pazzo crudele che desidera di veder morire le persone.Queste false idee che, a malgrado di tanti scritti ragionati e dell'aumento di tante cognizioni, vivono tuttavia latenti e come addormentate nella mente di moltissimi, pronte a ricomparire quando una penuria (che Dio tenga lontana) dia loro occasione di mostrarsi, erano ben più universali, più pertinacementetenute, più furibondamente applicate nei tempi della nostra storia, nei quali l'ignoranza era tanto più generale, e la scienza, che era pure di pochi, consisteva in un peripateticismo, inteso come si poteva e applicato come si voleva a tutte le questioni possibili di ogni genere, in tempi in cui non esisteva ancora l'economia politica, voglio dire la scritta e ridotta in trattati, perchè l'economia politica di fatto esiste nella società necessariamente, più o meno spropositata.Gli sventurati abitanti della campagna avevano veduta la scarsità del raccolto, avevano vedute e sofferte le atroci dissipazioni della soldatesca, e gli sventurati abitanti della città le avevano pure intese raccontare: ma quando la carestia cominciò a farsi sentire, nè gli uni, nè gli altri volevano accagionare di un tanto male una causa passata e irrevocabile. Come se non avessero veduto nulla, o tutto dimenticato, attribuivano il caro prezzo soltanto alla crudele ingordigia di quegli che possedevano il grano. E una circostanza speciale avrebbe dovuto pure avvertirli di esaminare più freddamente, se l'esame freddo fosse possibile in quei casi. L'anno antecedente era pure stato scarso; e si era per tutto quell'anno gridato contra gli accapparratori come contra la sola cagione della carezza; si era detto che il grano abbondava, ma era tenuto chiuso, stivato, murato nei granaj degli avari. Ora l'anno era passato, si era fatto il nuovo raccolto; sarebbe stata cosa molto naturale ricercare se quel grano era stato finalmente venduto, o no.Nel primo caso, avrebbero dovuto gli uomini conchiudere che s'erano dunque ingannati nell'affermare che il grano abbondava, poichè s'era venduto a caro prezzo fino al raccolto, appena aveva bastato. Che se il grano dell'anno antecedente non era venduto, esisteva dunque; i capitali degli avari, i granaj erano occupati; come dunque potevano essi fare ancora nuove incette? Ma la popolazione, sfogando sempre il suo dolore con imprecazioni, non pensava che le ultime contraddicevano alle prime. Si diceva anche che molti accapparravano i grani per ispedirli in altri paesi; e in questi altri paesi si gridava che i grani erano spediti a Milano. Tutti quelli che ne possedevano erano oggetto di minaccia e di abbominazione: i possessori che non lo vendevano erano tiranni; quegli che lo comperavano per rivenderlo, mostri addirittura; i fornaj che ne facevano provvista, scellerati che volevano ritirarlo dal commercio e imporgli il prezzo che sarebbe piaciuto alla loro avidità. Che ognuno provvedesse la quantità che poteva essergli necessaria fino al raccolto, era cosa impossibile. Quindi se la popolazione avesse voluto o potuto rendersi un conto esatto delle sue idee e dei suoi desiderj, avrebbe trovato ch'ella voleva che il grano non fosse in nessun luogo. Il prezzo, straordinario al momento stesso del raccolto, crebbe nell'autunno, crebbe straordinariamente al cominciare dell'inverno, e col prezzo crebbe il fremito e il clamore del popolo, il quale accusava già apertamente i magistrati di negligenza, anzi di connivenza, con coloro che lo affamavano.Non è però da dire che i magistrati non facessero dalla parte loro molti spropositi; ma questi erano, in numero e in grossezza, ancora ben lontani dai desiderj e dalle richieste del popolo. Il maneggio delle cose forza a riflettere anche quelli che sono più nemici della riflessione; e chi deve operare o comandare direttamente scorge talvolta, anche a mal suo grado, anche chiudendo gli occhi, l'impossibilità o l'assurdità d'un provvedimento che è domandato con furore dai molti che lo stimano giusto, e lo credono agevole. Oltre di che, l'effetto immediato di quegli spropositi era di esacerbare la condizione universale; si sentiva crescere il male; e l'aumento si attribuiva non già alla efficacia funesta degli spropositi fatti, ma al non farne abbastanza[110]. Era stato tassato il prezzo massimo del riso a lire quaranta imperiali il moggio per la città di Milano[111]: la conseguenza fu che quegli che possedevano riso e potevano venderloa molto maggior prezzo per tutto altrove, non ne spedirono più un grano alla città; e questa si trovò senza riso. Altro editto che tassa il riso allo stesso prezzo massimo per tutto lo Stato: altra conseguenza, che i possessori ricusino di vendere ad un prezzo comandato quella merce a cui la rarità ne ha assegnato un maggiore. Ordine di vendere il genere a chiunque ne offra il prezzo tassato: industria dei possessori a nasconderlo, per poter rispondere: non ne ho. Pene severe, indeterminate, arbitrarie a chi lo nasconde: nuova industria, nuovi aguzzamenti d'ingegno, nuovi trovati per evitare le pene senza esser danneggiato. Comparvero allora, come dovevano comparire, di quegli uomini i quali conoscono a perfezione l'arte di eludere gli editti, arte tanto più facile, quanto più gli editti sono assurdi. Costoro, osservato lo stato delle cose, fatte le loro ragioni, trovarono che comperando il riso ad un prezzo molto maggiore dell'assegnato arbitrariamente, si poteva fare ancor molto guadagno: offersero quel prezzo ai possessori, i quali non rispondevano di non aver riso da vendere a chi lo pagava più di quello che comandava la legge. Questi nuovi compratori trovavano poi il modo di rivendere il riso a maggior prezzo agli Stati vicini, dove non v'era tassa, o di conservarlo nascosto in onta degli editti: il modo consiste, come ognun sa, nello studiare non tanto la volontà unica donde è uscita la legge, quanto le volontà molteplici, varie, più vicine, che debbono eseguirla, e neltrovare i mezzi di eludere queste volontà, o di comperarne la complicità.Quello che si è detto del riso accadeva di tutti gli altri grani: come il possederli, il farne commercio, era un rischio dell'avere e della persona, un soggetto di terrore, un peso di sospetto pubblico, quasi un marchio d'infamia, così avvenne che questo commercio non fosse quasi più ricercato che dagli uomini i più esperti ad eludere il rischio, i più agguerriti contra l'odio e contra l'infamia; i quali sapevano come tutte queste cose, affrontate e sofferte con una certa sapienza particolare, possono fruttare danari.La scarsità del frumento e i mezzi posti in opera per renderlo più comune lo avevano fatto salire ad un prezzo esorbitante. Si vendeva cinquanta lire il moggio, se crediamo al Ripamonti, allora vivente: settanta, anzi ottanta, se vogliamo stare al detto di Alessandro Tadino, medico riputatissimo di quei tempi, che scrisse anch'egli (a dir vero, con le gomita) una storia della peste e della carestia che l'aveva preceduta. Ma supponendo anche esagerata l'asserzione di quest'ultimo, il prezzo attestato dal Ripamonti era tale da porre in angustia una gran parte della popolazione.I mali nei loro cominciamenti producono nell'uomo, generalmente parlando, una irritazione più forte del dolore. Sclama egli, da prima, che i mali sono intollerabili, che sono giunti all'estremo, e tanto fa, tanto s'ingegna, tanto s'arrabatta, che coi suoi sforzicrea egli questo estremo, che naturalmente non sarebbe arrivato: s'accorge allora che si può soffrire molto di più di quello ch'egli aveva creduto dapprima, ogni nuovo colpo gli rivela una nuova facoltà dì patire e di accomodarsi, ch'egli non sospettava in sè stesso; e salta per lo più dalla rabbia all'abbattimento, senza aver toccata la rassegnazione.Per sua sventura il popolo milanese trovò in quella occasione l'uomo secondo i suoi desiderj, l'uomo che partecipava delle sue idee, e che, assecondandole, gli procurò una gioja corta e fallace, a cui doveva succedere un nuovo dolore senza disinganno, un nuovo furore, l'ebbrezza del delitto, lo spavento delle pene, e quindi la tranquillità stupida della disperazione impotente.Il governatore di Milano, Gonzalo Fernandez di Cordova, si trovava allora a campo sotto Casale, per una guerra, atroce nella condotta, orrenda nelle conseguenze, e nata da certi pettegolezzi, dei quali parleremo più tardi e più laconicamente che sarà possibile[112]. Nella sua assenza governava lo Stato ilgran cancelliere Antonio Ferrer. Questi, stordito dai richiami continui e crescenti del popolo, stordito dal vedere che tutti i provvedimenti già dati, invece di togliere il male, lo avevano accresciuto, non sapendo più che fare e persuaso che qualche cosa bisognava pur fare, s'appigliò al partito di quelli che non veggono nelle cose reali un elemento ragionevole di determinazione: fece un'ipotesi. Suppose che il frumento si vendesse trentatre lire il moggio, nè più nè meno. Ammessa l'ipotesi, tutte le cose si raddrizzavano e correvano a verso. Il prezzo del pane si trovava proporzionato alle facoltà della massima parte, cessavano quindi i patimenti, le minacce, le angustie; era un altro vivere. Animato e rallegrato dallo spettacolo che la sua fantasia aveva creato, Antonio Ferrer fece un altro passo: pensò che quel lieto vivere si sarebbe ricondotto se si fosse potuto far discendere il pane al prezzo corrispondente a quel prezzo ipotetico del frumento. Procedendo col pensiero, trovò che un suo ordine poteva produrre questo effetto; e conchiuse che bisognava dar l'ordine. Il pover'uomo non badòche cosa fosse conchiudere dal supposto al fatto, operare come se le cose fossero in uno stato diverso daquello in cui erano: non pose mente a distinguere che quel tale prezzo moderato era un bene in quantofosse stato conseguenza naturale della proporzione tra la ricerca e la quantità esistente, ma non un bene per sè, e in ogni modo. Non pensò a niente di tutto questo; fece come una donna di mezza età che per ringiovinire alterasse la cifra della sua fede di battesimo. L'ordine fu dato, promulgato ed eseguito.Ordini meno iniqui e meno insani avevano trovato nelle volontà, nella natura stessa delle cose, ostacoli invincibili, ed erano rimasti senza esecuzione, ma alla esecuzione di questo vegliava il popolo, il quale, come era ben naturale, l'aveva accolto con un grido di esultazione; e vedendo finalmente esauditoe convertito in legge il suo desiderio, non sofferiva che fosse da burla. Il popolo accorse tosto ai forni a domandare il pane a quel prezzo legale, e lo domandò con quell'aria di risolutezza e di minaccia che danno la forza e la legge insieme unite.Se era naturale che il popolo esultasse, non lo era meno che strillassero i fornaj: un politico avrebbe potuto dire che quello era il caso di fare soffrire un picciol numero per sollevare e tranquillare una gran moltitudine: ma il male era che questo picciol numero era appunto quello che doveva e che poteva solo dare in fatto quello che la legge comandava e prometteva in parole; e a produrre l'effetto non bastava che i fornaj avessero ricevuto un ordine preciso, non bastava che avessero molta paura, che fossero disposti a sopportare l'ultima rovina delle sostanze per salvare la persona: era necessario che potessero. Ora, la cosa comandata, era non solo dolorosa per essi, ma diveniva di giorno in giorno più difficile; ma doveva arrivare un momento in cui sarebbe stata impossibile. Il popolo stesso affrettava questo momento: quantunque gridasse risolutamente e tenesse confusamente che quel prezzo stabilito era equo, ragionevole, sentiva però anche confusamente che esso era come in guerra con tutto il resto delle cose, che era l'effetto d'una volontà e non della natura, e prevedeva pure confusamente che la cosa non avrebbe potuto andar così sempre, nè a lungo. Approfittava quindi del momento di baldoria, assediavacontinuamente i forni, come dice il Ripamonti, si affaccendava a carpire quel pane che gli era dato quasi da una ventura momentanea, e la sua pressa indiscreta gareggiava con la fretta e col travaglio dei fornaj. Così quella cieca moltitudine consumava improvvidamente in poco tempo, e sparnazzava in parte la scarsa e preziosa provvigione, la quale però doveva servirgli, per tutto l'anno. I fornaj, costretti ad affacchinare e a scalmanarsi per discapitare, ponevano in opera tutte le arti per far perder tempo ai chieditori di pane, senza irritarli all'estremo, adulteravano il pane con tutte quelle sostanze che, senza troppo lasciarsi distinguere, ne accrescessero il peso, e intanto non rifinivano di domandare che la legge fosse abrogata. Ma Antonio Ferrer stava immoto a tutti i richiami, come Enea agli scongiuri di Didone[113]. Generalmente parlando è impresa delle più ardue quella di smuovere un uomo da una sua ipotesi: con meno fatica gli si farà rinnegare l'evidenza dei fatti, perchè finalmente l'evidenza l'ha trovata; ma l'ipotesi l'ha fatta egli; e l'ha fatta, non per ozio, nè per ispasso, ma per un gran bisogno che ne aveva, per uscire da un impaccio. Oltre questa cagione generale, si può supporre, senza temerità, che quell'uomo, benchè dagli effetti avesse dovuto conoscere quanto il suoordine era stato pazzo, non voleva revocarlo egli e perdere così tutto il favore del popolo, anzi cangiarlo in furore; giacchè certamente il popolo l'avrebbe creduto subornato e corrotto, se avesse tolto ciò che egli aveva stabilito come giusto. Prevedeva egli dunque che la cosa non sarebbe durata, ma lasciava ad altri la briga di dichiararla cessata legalmente. Come però spesse volte bisogna rispondere qualche cosa ai richiami che non si vogliono soddisfare, Antonio Ferrer rispondeva ai fornaj, a tutti quelli che per uficio erano costretti parlargli dello stato angustioso delle cose, rispondeva che i fornaj avevano guadagnato assai in passato, e che era giusto che tollerassero allora quella picciola perdita. I fornaj replicavano che non avevano fatto questi guadagni, e che non potevano più reggere alla perdita presente; Antonio Ferrer ripigliava che avrebbero guadagnato nell'avvenire, che sarebbero venuti anni migliori, che insomma il tempo avrebbe rimediato a tutto[114].Il tempo è una gran bella cosa: gli uomini lo accusano, è vero, di due difetti: d'esser troppo corto e d'esser troppo lungo; di passare troppo tardamente, e d'essere passato troppo in fretta: ma la cagione primaria di questi inconvenienti è negli uomini stessi, e non nel tempo, il quale per sè è una gran bellacosa: ed è proprio un peccato che nissuno finora abbia saputo dire precisamente che cosa egli sia.In questo caso però il tempo non poteva essere d'alcuno ajuto, anzi, adir vero, gl'inconvenienti erano di quelli che col durare si fanno più gravi. I fornaj avevano protestato fin da principio, che se la legge non veniva tolta, essi avrebbero gettata la pala nel forno e abbandonate le botteghe; e non lo avevano ancor fatto, perchè sono di quelle cose alle quali gli uomini si appigliano solo all'estremo, e perchè speravano di dì in dì che Antonio Ferrer, gran cancelliere, sarebbe restato capace, o qualche altro in vece sua. Alla fine i Decurioni (un magistrato municipale) vedendo che la minaccia de' fornaj sarebbe divenuta un fatto, scrissero al governatore, ragguagliandolo dello stato delle cose e chiedendogli un provvedimento. Probabilmente il signor Gonzalo Fernandez di Cordova avrà avuto molto a cuore di trovare un mezzo per nutrire stabilmente molti uomini; ma in quel momento, impedito egli e assorto in una faccenda più urgente, quella di farne ammazzare molti altri, non potè occuparsi della prima e ne diede l'incarico ad una commissione, ch'egli compose del presidente del Senato, dei presidenti dei due magistrati ordinario e straordinario e di due questori. Si riunirono essi tosto, o, come si diceva allora spagnolescamente, si giuntarono; e dopo mille riverenze, preamboli, sospiri, proposizioni in aria, reticenze, tergiversazioni, spinti sempre tutti verso un solo punto da unanecessità sentita da tutti, conscj che tiravano un gran dado, ma convinti che altro non si poteva fare, conchiusero ad aumentare il prezzo del pane, riavvicinandolo alla proporzione del prezzo reale del frumento; e si separarono nello stato d'animo d'un minatore che avesse dato fuoco ad una mina non caricata da lui, prevedendo bene uno scoppio, ma non sapendo nè quando, nè quale egli sarebbe.

Era quello il secondo anno di scarso raccolto: nel primo era stata piuttosto scarsità che carestia: le provvigioni rimaste degli anni grassi antecedenti avevano supplito tanto o quanto al difetto di quello e la popolazione era giunta al nuovo raccolto non satolla e non affamata, ma certo affatto sprovveduta. Ora, il nuovo raccolto, nel quale erano riposte tutte le speranze, fu scarso, come abbiam detto, e lo fu d'assai più del primo, in parte per maggiore contrarietà delle stagioni, e in parte per colpa orrenda degli uomini. Si guerreggiava allora in Italia, e non lontano dal Milanese, il quale si trovò soggetto ad alloggiamenti di truppe e a gravezze straordinarie. Queste furono tanto intollerabili, e le estorsioni, le rubberie, il guasto della soldatesca portati a tal segno, che molte possessioni erano rimaste abbandonate, molte campagne incolte, e molti contadini erano andati accattando quel vitto che avrebbero procacciato a sè e ad altri col lavoro delle loro braccia[107]. E dovepure s'era coltivato, le seminagioni erano state scarse, perchè l'agricoltore, tentato dall'urgente bisogno, aveva sottratta e consumata una parte e la migliore del grano che doveva esser destinato a quelle. Ottenuto appena il raccolto, la guerra stessa, che era stata la principale cagione a renderlo scarso, fu la prima a divorarne una gran parte. Le depredazioni parziali, le provvigioni per l'esercito, e lo sprecamento infinito delle une e dell'altre fecero tosto un tale squarcio in quel misero raccolto, che la fame fu preveduta, quasi sentita sotto la messe stessa. I territorj che circondano il Milanese, in parte afflitti dalla guerra, e tutti dalla sterilità comune di quell'anno, non lasciavano speranza di cavarne ajuto di viveri. Sorse quindi quel sentimento di ansia e di terrore nei più, di gioja avara e crudele in alcuni, che nasce da una cognizione confusa, ma viva, della sproporzione tra il bisogno di nutrimento e i mezzi di soddisfarlo, tra il grano e la fame: e questo sentimento produsse il suo effetto naturale, inevitabile: la ricerca premurosa, e l'offerta stentata del grano; quindi il rincaramento.

Questa sproporzione è uno di quei mali che spaventano la terra, perchè pesano ad un tempo sur una moltitudine: quando un tal male esiste, i migliori mezzi per alleggerirlo, (giacchè toglierlo non è in potere dell'uomo) sono tutte quelle cose che possono diffonderlo più equabilmente, farne sopportare al maggior numero, a tutti i viventi, se fosse possibile, unapicciola porzione, affinchè a nessuno ne tocchi una porzione superiore alle forze dell'uomo; fare che quel male sia un incomodo per tutti, piuttosto che l'angoscia mortale per molti; e la morte per alcuni. Quindi il primo, il più certo e il più semplice mezzo di alleggiamento comune è l'astinenza volontaria dei doviziosi, che si privino di una parte di nutrimento per lasciarne di più alla massa del consumo universale. Poi tutto quello che può aumentare nelle mani degl'indigenti i mezzi di acquistarsi il vitto, in proporzione dell'aumento delle difficoltà, cioè del rincaramento. Aumento quindi delle mercedi, e nuovi guadagni offerti per mezzo di nuovi lavori ai molti a cui cessano in quelle circostanze i lavori e i guadagni usati. Questo mezzo però sarebbe uno scarso rimedio, sarebbe anzi un accrescimento del male, se non fosse accompagnato dalla cura attenta, assidua di somministrare il vitto anche a quei molti che per debolezza, o per infermità, non lo possono ottenere col lavoro: si avrebbero allora dei lavoratori ben nutriti e degli impotenti morti di fame: e la beneficenza sarebbe crudele per molti[108]. A questi ultimi non si può provvedere altrimenti che con l'elemosina, tanto sapientemente comandata dalla religione: quellaelemosina di cui molti scrittori hanno enumerati e censurati amaramente gli abusi. Nè a torto; poichè è utile scoprire e censurare gli abusi dovunque s'intrudano: è però cosa trista e dannosa che in soggetto di tanta importanza non si sieno quasi considerati che gli abusi; e sarebbe da desiderare che alcune pigliasse la bella e forse nuova impresa di ragionare del buon uso della elemosina, di mostrare com'ella sia uno dei mezzi più potenti, più semplici, e certo più irresponsabili a tutti quei fini[109]che si propone una saggia e ragionata economia pubblica.

Questi, che abbiamo accennati, sono certamente i principali e più sicuri rimedj alla penuria delle sussistenze; e quando si fossero posti in opera, il meglio da farsi sarebbe sopportare quella parte inevitabile di patimento con tranquillità e con rassegnazione, giacchè tutte le ire, tutte le declamazioni, tutti i falsi ragionamenti non ponno far nascere una spiga di frumento, nè accelerare di cinque minuti il nuovo raccolto, che deve mettere alla disposizione degli uomini una nuova massa di sussistenza.

Ma, oltre i mezzi per render tollerabile quel male, ve n'ha pur troppo, e moltissimi, per esacerbarlo, per accrescerlo, per rendere più trista e complicata una situazione che lo è già tanto per sè; e questi mezzisono stati, per l'ordinario, più adoperati dei primi, e sì possono ridurre a due capi principali: le idee del popolo, e i provvedimenti dei magistrati. Nella epoca di cui parliamo, le idee e i provvedimenti concorsero potentemente a produrre quel tristo effetto in un grado singolare.

Nei tempi di carestia, la carestia è il soggetto di tatti i discorsi: fatto ben naturale, ma degno di molta osservazione e di commento. Tutti ragionano delle cause del male, tutti propongono i veri rimedj, tutti dissertano di principj generali, di commercio, di monopolio, di accapparramento, di importazione, di esportazione, di circolazione. Ma la maggior parte non si è occupata mai in vita sua di questa materia: i primi pensieri sono giudizj, e l'applicazione dei principj precede alla ricerca di essi. Guaj allora a quegli che hanno pensato a questi principj nel tempo in cui nessuno vi pensava; guaj a quegli che dànno più degli altri un senso preciso a quelle parole che tutti proferiscono; guaj a quegli che hanno esaminati con una vista generale i fatti che sono l'argomento della discussione comune! Essi soli non sono ammessi a parlare: essi debbono vedere pazientemente discorrere i sofismi precipitati e baldanzosi della ignoranza, perchè chi può fermare il sofisma? la ragione in bocca loro è paradosso, e quando non si avesse altro da opporle, basterebbe quella accusa che le si fa di essere stata sui libri. La parola che suona alto, che signoreggia in quelle dolorose circostanze è quelladella irriflessione: ma cessata la carestia, cessano tutti i discorsi; nessuno ne vuol più parlare, nè sentire a parlare: i libri, se quell'epoca ne ha prodotti che trattino di quella materia, sono per lo più un soggetto di contraddizione per un momento, e rimangono dopo quasi dimenticati: la società è in quel caso simile ad un povero scapestrato, il quale, trovandosi all'estremo, non ha parlato d'altro che di novissimi e di penitenza; convalescente, accoglie ancora il prete per urbanità; guarito, allontana da sè tutti i pensieri di quel momento del terrore.

Cessi il cielo che alcuno rinfacci ostilmente l'ignoranza ad un popolo che non ha mai avuto maestri, nè ozio; l'irritazione fanatica ad un popolo che non trova pane col suo lavoro. Ma quegli che meritano rimproveri acerbi e severi, quegli che per utile loro e d'altrui vorrebbero essere sborbottati come ragazzacci caparbj, tanto che si correggessero, sono coloro, i quali potrebbero meditare a loro agio sui fatti simili, esaminare le conseguenze, i giudizj, i sistemi che ne hanno cavati gli scrittori, pesare le osservazioni e le opinioni, e procacciarsi così una opinione ragionata; e non lo fanno mai; ma, al momento del serra serra, escono in campo a sentenziare furiosamente, cominciano a pensare con la voce e studiano dalla cattedra, coprono, vilipendono, calunniano le voci che nascono da un antico pensiero, ripetono in un linguaggio meno incolto e più strano i giudizj storti, le idee appassionate del popolo, e diffondonoed accrescono la stortura e la passione, si oppongono ferocemente a tutti quei raziocinj che potrebbero illuminare l'opinione dell'universale sulla natura e sulla misura del male, ricondurre gli spiriti ad una riflessione più tranquilla, e stornare quelle risoluzioni che lo peggiorano: e infervorati in queste degne imprese non si spaventano col pensiero della loro ignoranza; anzi ne cavano argomento di gloria e di fiducia; e a tutte le obiezioni, (o alla metà delle obiezioni, perchè di rado lasciano terminare una frase ad un galantuomo) rispondono con quell'inverecondo sproposito: noi non vogliamo teorie; non riflettendo nemmeno che quelle che essi sputano tutto il dì sono pur teorie; diverse da quelle dei loro avversarj, in ciò soltanto che non sono fondate sulla cognizione, o almeno sulla ricerca dei fatti.

Le storture del popolo e di questi che abbiamo detto intorno alla carestia sono molteplici per sè, e infinite nelle loro applicazioni e nei loro rivolgimenti; molte si possono vedere enumerate in alcuni libri che le hanno esaminate e ribattute con più sagacità e pazienza che profitto; ma si possono forse ridurre a due capi principali. Il primo è l'opinione che il male non esista, che il difetto di sussistenze sia soltanto una apparenza, nata da combinazioni perfide degli uomini. Questa opinione viene sempre espressa e ripetuta con una formola concisa, come tutte quelle che racchiudono un errore o un equivoco: il grano c'è. Proposizione ambigua, che puòintendere una verità fatua e inconcludente, o una affermazione temeraria e fanatica. Poichè se con quelle inconsiderate parole si vuol dire che esiste una indeterminata quantità di biade, si dice il vero, ma che cosa s'insegna? che cosa si vuol concludere? quella non è, nè può essere la questione. Ognun sa che i grani si raccolgono una volta l'anno, o a certe distanze, e che si consumano alla giornata: tra l'un raccolto e l'altro ci debbe dunque esser grano più o meno: se non ce ne fosse assolutamente, non si parlerebbe più di stentare, ma di morire, e tutti, e in pochi giorni. Se poi dicendo: il grano c'è, s'intende (come s'intende) che ne esista una quantità eguale al consumo ordinario, proporzionata al bisogno, o al desiderio della popolazione; come mai una tal cosa si afferma senza conoscere, senza poter conoscere, senza cercar di conoscere il fatto su cui si forma il giudizio: la quantità del grano esistente? Eppure un fatto, che con le più minute indagini, coi calcoli più scrupolosi, con l'esame il più freddo non si conosce mai con precisione, è continuamente affermato con sicurezza, senza indagini, senza calcoli, senza esame: un fatto, che appena si può conoscere approssimativamente per gli indizj del prezzo, della ricerca, della distribuzione, del consumo, si afferma assolutamente contra la testimonianza di tutti questi indizj.

L'altra stortura, conseguente da questa, e pur madornale, è nel supporre che il male sia il caro prezzodel grano: mentre questo non è che un effetto del male vero, la sproporzione tra il grano e il bisogno; è un effetto, e un doloroso, deplorabile, funesto, acerbo, accumulate quanti epiteti vorrete, non saranno mai troppi: ma il sostantivo è: rimedio. Il caro prezzo è un rimedio, considerato parzialmente per un territorio, perchè vi attrae il grano dai paesi dove è meno scarso, e quindi a minor costo: è un rimedio considerato generalmente, perchè, forzando pur troppo migliaia d'uomini a diffalcare una parte del consumo ordinario, è cagione che si risparmj, si distribuisca per tutto l'anno fino al raccolto la scarsa e mancante vittovaglia. Se una forza qualunque potesse illudere, addormentare fino alla fine tutti i terrori, tutte le cupidigie, di modo che in un anno, scarso generalmente, il prezzo rimanesse basso come negli anni abbondanti, ne avverrebbe certamente che il consumo, fin che grano vi fosse, sarebbe eguale a quello degli anni abbondanti: si viverebbe lietamente a discrezione per qualche tempo: e l'ultimo effetto di questo terribile beneficio sarebbe di fare sparire tutta la provvigione qualche mese prima del raccolto.

Il linguaggio di coloro che hanno ben fitte in testa queste due storture è accetto al popolo, che patisce; e la cosa è troppo naturale: non riconoscendo il male nella natura delle cose, attribuendolo tutto alla perversità umana, essi mostrano nello stesso tempo una compassione, che pare più sincera per chi soffre, un grande orrore per chi fa soffrire, e fanno sempreintravedere la possibilità d'un rimedio pronto ed assoluto. Ma quegli i quali veggono chiaramente la realtà del male, non hanno cose gradite da dire a chi lo sopporta; poichè chi, dopo d'aver suggeriti alcuni rimedj per minorare il male, confessa che molto è senza rimedio, e raccomanda la rassegnazione, può difficilmente far credere che compatisce chi nega all'addolorato che la causa prima, unica del suo dolore, sia nella volontà scellerata di alcuni; converrà che abbia ben fama di onesto e di umano perchè l'addolorato si contenti di crederlo cieco e insensato, e non lo chiami atroce, fautore, complice di quelli che creano il dolore. Sono i chiaroveggenti, in quel caso, come un medico, che giunga al letto d'un infermo circondato da una famiglia amante e ignorante, dove si trovi un ciarlatano il quale assevera che il male è tutto nella cecità, o nella impostura dei medici, e ch'egli tiene un'ampollina dov'è la salute. Se il medico, il quale vede che la malattia è incurabile, si lascia uscire dalla chiostra dei denti questo suo parere, la famiglia lo riguarderà come un pazzo crudele che desidera di veder morire le persone.

Queste false idee che, a malgrado di tanti scritti ragionati e dell'aumento di tante cognizioni, vivono tuttavia latenti e come addormentate nella mente di moltissimi, pronte a ricomparire quando una penuria (che Dio tenga lontana) dia loro occasione di mostrarsi, erano ben più universali, più pertinacementetenute, più furibondamente applicate nei tempi della nostra storia, nei quali l'ignoranza era tanto più generale, e la scienza, che era pure di pochi, consisteva in un peripateticismo, inteso come si poteva e applicato come si voleva a tutte le questioni possibili di ogni genere, in tempi in cui non esisteva ancora l'economia politica, voglio dire la scritta e ridotta in trattati, perchè l'economia politica di fatto esiste nella società necessariamente, più o meno spropositata.

Gli sventurati abitanti della campagna avevano veduta la scarsità del raccolto, avevano vedute e sofferte le atroci dissipazioni della soldatesca, e gli sventurati abitanti della città le avevano pure intese raccontare: ma quando la carestia cominciò a farsi sentire, nè gli uni, nè gli altri volevano accagionare di un tanto male una causa passata e irrevocabile. Come se non avessero veduto nulla, o tutto dimenticato, attribuivano il caro prezzo soltanto alla crudele ingordigia di quegli che possedevano il grano. E una circostanza speciale avrebbe dovuto pure avvertirli di esaminare più freddamente, se l'esame freddo fosse possibile in quei casi. L'anno antecedente era pure stato scarso; e si era per tutto quell'anno gridato contra gli accapparratori come contra la sola cagione della carezza; si era detto che il grano abbondava, ma era tenuto chiuso, stivato, murato nei granaj degli avari. Ora l'anno era passato, si era fatto il nuovo raccolto; sarebbe stata cosa molto naturale ricercare se quel grano era stato finalmente venduto, o no.Nel primo caso, avrebbero dovuto gli uomini conchiudere che s'erano dunque ingannati nell'affermare che il grano abbondava, poichè s'era venduto a caro prezzo fino al raccolto, appena aveva bastato. Che se il grano dell'anno antecedente non era venduto, esisteva dunque; i capitali degli avari, i granaj erano occupati; come dunque potevano essi fare ancora nuove incette? Ma la popolazione, sfogando sempre il suo dolore con imprecazioni, non pensava che le ultime contraddicevano alle prime. Si diceva anche che molti accapparravano i grani per ispedirli in altri paesi; e in questi altri paesi si gridava che i grani erano spediti a Milano. Tutti quelli che ne possedevano erano oggetto di minaccia e di abbominazione: i possessori che non lo vendevano erano tiranni; quegli che lo comperavano per rivenderlo, mostri addirittura; i fornaj che ne facevano provvista, scellerati che volevano ritirarlo dal commercio e imporgli il prezzo che sarebbe piaciuto alla loro avidità. Che ognuno provvedesse la quantità che poteva essergli necessaria fino al raccolto, era cosa impossibile. Quindi se la popolazione avesse voluto o potuto rendersi un conto esatto delle sue idee e dei suoi desiderj, avrebbe trovato ch'ella voleva che il grano non fosse in nessun luogo. Il prezzo, straordinario al momento stesso del raccolto, crebbe nell'autunno, crebbe straordinariamente al cominciare dell'inverno, e col prezzo crebbe il fremito e il clamore del popolo, il quale accusava già apertamente i magistrati di negligenza, anzi di connivenza, con coloro che lo affamavano.

Non è però da dire che i magistrati non facessero dalla parte loro molti spropositi; ma questi erano, in numero e in grossezza, ancora ben lontani dai desiderj e dalle richieste del popolo. Il maneggio delle cose forza a riflettere anche quelli che sono più nemici della riflessione; e chi deve operare o comandare direttamente scorge talvolta, anche a mal suo grado, anche chiudendo gli occhi, l'impossibilità o l'assurdità d'un provvedimento che è domandato con furore dai molti che lo stimano giusto, e lo credono agevole. Oltre di che, l'effetto immediato di quegli spropositi era di esacerbare la condizione universale; si sentiva crescere il male; e l'aumento si attribuiva non già alla efficacia funesta degli spropositi fatti, ma al non farne abbastanza[110]. Era stato tassato il prezzo massimo del riso a lire quaranta imperiali il moggio per la città di Milano[111]: la conseguenza fu che quegli che possedevano riso e potevano venderloa molto maggior prezzo per tutto altrove, non ne spedirono più un grano alla città; e questa si trovò senza riso. Altro editto che tassa il riso allo stesso prezzo massimo per tutto lo Stato: altra conseguenza, che i possessori ricusino di vendere ad un prezzo comandato quella merce a cui la rarità ne ha assegnato un maggiore. Ordine di vendere il genere a chiunque ne offra il prezzo tassato: industria dei possessori a nasconderlo, per poter rispondere: non ne ho. Pene severe, indeterminate, arbitrarie a chi lo nasconde: nuova industria, nuovi aguzzamenti d'ingegno, nuovi trovati per evitare le pene senza esser danneggiato. Comparvero allora, come dovevano comparire, di quegli uomini i quali conoscono a perfezione l'arte di eludere gli editti, arte tanto più facile, quanto più gli editti sono assurdi. Costoro, osservato lo stato delle cose, fatte le loro ragioni, trovarono che comperando il riso ad un prezzo molto maggiore dell'assegnato arbitrariamente, si poteva fare ancor molto guadagno: offersero quel prezzo ai possessori, i quali non rispondevano di non aver riso da vendere a chi lo pagava più di quello che comandava la legge. Questi nuovi compratori trovavano poi il modo di rivendere il riso a maggior prezzo agli Stati vicini, dove non v'era tassa, o di conservarlo nascosto in onta degli editti: il modo consiste, come ognun sa, nello studiare non tanto la volontà unica donde è uscita la legge, quanto le volontà molteplici, varie, più vicine, che debbono eseguirla, e neltrovare i mezzi di eludere queste volontà, o di comperarne la complicità.

Quello che si è detto del riso accadeva di tutti gli altri grani: come il possederli, il farne commercio, era un rischio dell'avere e della persona, un soggetto di terrore, un peso di sospetto pubblico, quasi un marchio d'infamia, così avvenne che questo commercio non fosse quasi più ricercato che dagli uomini i più esperti ad eludere il rischio, i più agguerriti contra l'odio e contra l'infamia; i quali sapevano come tutte queste cose, affrontate e sofferte con una certa sapienza particolare, possono fruttare danari.

La scarsità del frumento e i mezzi posti in opera per renderlo più comune lo avevano fatto salire ad un prezzo esorbitante. Si vendeva cinquanta lire il moggio, se crediamo al Ripamonti, allora vivente: settanta, anzi ottanta, se vogliamo stare al detto di Alessandro Tadino, medico riputatissimo di quei tempi, che scrisse anch'egli (a dir vero, con le gomita) una storia della peste e della carestia che l'aveva preceduta. Ma supponendo anche esagerata l'asserzione di quest'ultimo, il prezzo attestato dal Ripamonti era tale da porre in angustia una gran parte della popolazione.

I mali nei loro cominciamenti producono nell'uomo, generalmente parlando, una irritazione più forte del dolore. Sclama egli, da prima, che i mali sono intollerabili, che sono giunti all'estremo, e tanto fa, tanto s'ingegna, tanto s'arrabatta, che coi suoi sforzicrea egli questo estremo, che naturalmente non sarebbe arrivato: s'accorge allora che si può soffrire molto di più di quello ch'egli aveva creduto dapprima, ogni nuovo colpo gli rivela una nuova facoltà dì patire e di accomodarsi, ch'egli non sospettava in sè stesso; e salta per lo più dalla rabbia all'abbattimento, senza aver toccata la rassegnazione.

Per sua sventura il popolo milanese trovò in quella occasione l'uomo secondo i suoi desiderj, l'uomo che partecipava delle sue idee, e che, assecondandole, gli procurò una gioja corta e fallace, a cui doveva succedere un nuovo dolore senza disinganno, un nuovo furore, l'ebbrezza del delitto, lo spavento delle pene, e quindi la tranquillità stupida della disperazione impotente.

Il governatore di Milano, Gonzalo Fernandez di Cordova, si trovava allora a campo sotto Casale, per una guerra, atroce nella condotta, orrenda nelle conseguenze, e nata da certi pettegolezzi, dei quali parleremo più tardi e più laconicamente che sarà possibile[112]. Nella sua assenza governava lo Stato ilgran cancelliere Antonio Ferrer. Questi, stordito dai richiami continui e crescenti del popolo, stordito dal vedere che tutti i provvedimenti già dati, invece di togliere il male, lo avevano accresciuto, non sapendo più che fare e persuaso che qualche cosa bisognava pur fare, s'appigliò al partito di quelli che non veggono nelle cose reali un elemento ragionevole di determinazione: fece un'ipotesi. Suppose che il frumento si vendesse trentatre lire il moggio, nè più nè meno. Ammessa l'ipotesi, tutte le cose si raddrizzavano e correvano a verso. Il prezzo del pane si trovava proporzionato alle facoltà della massima parte, cessavano quindi i patimenti, le minacce, le angustie; era un altro vivere. Animato e rallegrato dallo spettacolo che la sua fantasia aveva creato, Antonio Ferrer fece un altro passo: pensò che quel lieto vivere si sarebbe ricondotto se si fosse potuto far discendere il pane al prezzo corrispondente a quel prezzo ipotetico del frumento. Procedendo col pensiero, trovò che un suo ordine poteva produrre questo effetto; e conchiuse che bisognava dar l'ordine. Il pover'uomo non badòche cosa fosse conchiudere dal supposto al fatto, operare come se le cose fossero in uno stato diverso daquello in cui erano: non pose mente a distinguere che quel tale prezzo moderato era un bene in quantofosse stato conseguenza naturale della proporzione tra la ricerca e la quantità esistente, ma non un bene per sè, e in ogni modo. Non pensò a niente di tutto questo; fece come una donna di mezza età che per ringiovinire alterasse la cifra della sua fede di battesimo. L'ordine fu dato, promulgato ed eseguito.

Ordini meno iniqui e meno insani avevano trovato nelle volontà, nella natura stessa delle cose, ostacoli invincibili, ed erano rimasti senza esecuzione, ma alla esecuzione di questo vegliava il popolo, il quale, come era ben naturale, l'aveva accolto con un grido di esultazione; e vedendo finalmente esauditoe convertito in legge il suo desiderio, non sofferiva che fosse da burla. Il popolo accorse tosto ai forni a domandare il pane a quel prezzo legale, e lo domandò con quell'aria di risolutezza e di minaccia che danno la forza e la legge insieme unite.

Se era naturale che il popolo esultasse, non lo era meno che strillassero i fornaj: un politico avrebbe potuto dire che quello era il caso di fare soffrire un picciol numero per sollevare e tranquillare una gran moltitudine: ma il male era che questo picciol numero era appunto quello che doveva e che poteva solo dare in fatto quello che la legge comandava e prometteva in parole; e a produrre l'effetto non bastava che i fornaj avessero ricevuto un ordine preciso, non bastava che avessero molta paura, che fossero disposti a sopportare l'ultima rovina delle sostanze per salvare la persona: era necessario che potessero. Ora, la cosa comandata, era non solo dolorosa per essi, ma diveniva di giorno in giorno più difficile; ma doveva arrivare un momento in cui sarebbe stata impossibile. Il popolo stesso affrettava questo momento: quantunque gridasse risolutamente e tenesse confusamente che quel prezzo stabilito era equo, ragionevole, sentiva però anche confusamente che esso era come in guerra con tutto il resto delle cose, che era l'effetto d'una volontà e non della natura, e prevedeva pure confusamente che la cosa non avrebbe potuto andar così sempre, nè a lungo. Approfittava quindi del momento di baldoria, assediavacontinuamente i forni, come dice il Ripamonti, si affaccendava a carpire quel pane che gli era dato quasi da una ventura momentanea, e la sua pressa indiscreta gareggiava con la fretta e col travaglio dei fornaj. Così quella cieca moltitudine consumava improvvidamente in poco tempo, e sparnazzava in parte la scarsa e preziosa provvigione, la quale però doveva servirgli, per tutto l'anno. I fornaj, costretti ad affacchinare e a scalmanarsi per discapitare, ponevano in opera tutte le arti per far perder tempo ai chieditori di pane, senza irritarli all'estremo, adulteravano il pane con tutte quelle sostanze che, senza troppo lasciarsi distinguere, ne accrescessero il peso, e intanto non rifinivano di domandare che la legge fosse abrogata. Ma Antonio Ferrer stava immoto a tutti i richiami, come Enea agli scongiuri di Didone[113]. Generalmente parlando è impresa delle più ardue quella di smuovere un uomo da una sua ipotesi: con meno fatica gli si farà rinnegare l'evidenza dei fatti, perchè finalmente l'evidenza l'ha trovata; ma l'ipotesi l'ha fatta egli; e l'ha fatta, non per ozio, nè per ispasso, ma per un gran bisogno che ne aveva, per uscire da un impaccio. Oltre questa cagione generale, si può supporre, senza temerità, che quell'uomo, benchè dagli effetti avesse dovuto conoscere quanto il suoordine era stato pazzo, non voleva revocarlo egli e perdere così tutto il favore del popolo, anzi cangiarlo in furore; giacchè certamente il popolo l'avrebbe creduto subornato e corrotto, se avesse tolto ciò che egli aveva stabilito come giusto. Prevedeva egli dunque che la cosa non sarebbe durata, ma lasciava ad altri la briga di dichiararla cessata legalmente. Come però spesse volte bisogna rispondere qualche cosa ai richiami che non si vogliono soddisfare, Antonio Ferrer rispondeva ai fornaj, a tutti quelli che per uficio erano costretti parlargli dello stato angustioso delle cose, rispondeva che i fornaj avevano guadagnato assai in passato, e che era giusto che tollerassero allora quella picciola perdita. I fornaj replicavano che non avevano fatto questi guadagni, e che non potevano più reggere alla perdita presente; Antonio Ferrer ripigliava che avrebbero guadagnato nell'avvenire, che sarebbero venuti anni migliori, che insomma il tempo avrebbe rimediato a tutto[114].

Il tempo è una gran bella cosa: gli uomini lo accusano, è vero, di due difetti: d'esser troppo corto e d'esser troppo lungo; di passare troppo tardamente, e d'essere passato troppo in fretta: ma la cagione primaria di questi inconvenienti è negli uomini stessi, e non nel tempo, il quale per sè è una gran bellacosa: ed è proprio un peccato che nissuno finora abbia saputo dire precisamente che cosa egli sia.

In questo caso però il tempo non poteva essere d'alcuno ajuto, anzi, adir vero, gl'inconvenienti erano di quelli che col durare si fanno più gravi. I fornaj avevano protestato fin da principio, che se la legge non veniva tolta, essi avrebbero gettata la pala nel forno e abbandonate le botteghe; e non lo avevano ancor fatto, perchè sono di quelle cose alle quali gli uomini si appigliano solo all'estremo, e perchè speravano di dì in dì che Antonio Ferrer, gran cancelliere, sarebbe restato capace, o qualche altro in vece sua. Alla fine i Decurioni (un magistrato municipale) vedendo che la minaccia de' fornaj sarebbe divenuta un fatto, scrissero al governatore, ragguagliandolo dello stato delle cose e chiedendogli un provvedimento. Probabilmente il signor Gonzalo Fernandez di Cordova avrà avuto molto a cuore di trovare un mezzo per nutrire stabilmente molti uomini; ma in quel momento, impedito egli e assorto in una faccenda più urgente, quella di farne ammazzare molti altri, non potè occuparsi della prima e ne diede l'incarico ad una commissione, ch'egli compose del presidente del Senato, dei presidenti dei due magistrati ordinario e straordinario e di due questori. Si riunirono essi tosto, o, come si diceva allora spagnolescamente, si giuntarono; e dopo mille riverenze, preamboli, sospiri, proposizioni in aria, reticenze, tergiversazioni, spinti sempre tutti verso un solo punto da unanecessità sentita da tutti, conscj che tiravano un gran dado, ma convinti che altro non si poteva fare, conchiusero ad aumentare il prezzo del pane, riavvicinandolo alla proporzione del prezzo reale del frumento; e si separarono nello stato d'animo d'un minatore che avesse dato fuoco ad una mina non caricata da lui, prevedendo bene uno scoppio, ma non sapendo nè quando, nè quale egli sarebbe.

XVIII.Don Ferrante e la sua famiglia.Dobbiamo ora far conoscere al lettore i personaggi coi quali si trovava Lucia.Don Ferrante[115], capo di casa, ultimo rampollo d'una famiglia illustre, che pur troppo terminava in lui, uomo tra la virilità e la vecchiezza, era di mediocre statura, e tendeva un pochette al pingue, portava un cappello ornato di molte ricche piume, alcune delle quali, spezzate nel mezzo, cadevano penzoloni, e d'altre non rimaneva che un torzo. Sotto a quel cappello si stendevano due folti sopraccigli, due occhi sempre in giro orizzontalmente, due guancie pienotte per sè, e che si enfiavano ancor più di tratto in tratto e si ricomponevano mandando un soffio prolungato, come se avesse da raffreddare una minestra; sotto la faccia girava intorno al collo un'ampia lattuga di merletti finissimi di Fiandra, lacerain qualche parte e lorda da per tutto: una cappa di ...[116], sfilacciata qua e là, gli cadeva dalle spalle, una spada, col manico di argento mirabilmente cesellato e col fodero spelato, gli pendeva dalla cintura; due manichini, della stessa materia e nello stesso stato della gorgiera, uscivano dalle maniche strette dell'abito, e un ricco anello di diamanti sfolgorava talvolta nell'una delle due sudicie sue mani; talvolta, perchè quell'anello passava anche una gran parte della sua vita nello scrigno d'un usurajo; e in quegli intervalli Don Ferrante gestiva alquanto meno del solito.Questo contrasto nel suo abito esteriore nasceva da altri contrasti del suo carattere e delle sue circostanze: Don Ferrante, portato al fasto e alla trascuraggine, era anche ricco e povero. Già da molto tempo aveva egli divorato a furia di sfarzo, e lasciato divorare a furia di negligenza e d'imperizia, il suo patrimonio libero; e sarebbe egli rimasto povero del tutto e per sempre, se un suo sapiente antenato non avesse anticipatamente provveduto a quel caso, istituendo un pingue fedecommesso. Don Ferrante quindi, benchè nell'animo non fosse molto dissimile dal selvaggio di Montesquieu, non poteva, com'egli, abbatter l'albero per cogliere il frutto, e non poteva far altro che lanciar pietre al frutto per farlo cadere acerbo e ammaccato. Viveva di prestiti: e per trovarne dovevaricorrere ai più spietati usuraj, e subire le più rigide leggi che essi sapessero inventare e per supplire alla legge comune, che non dava loro alcun mezzo di ricuperare il prestato, e per pagarsi del rischio. E siccome nelle idee di Don Ferrante le pompe e il fasto tenevano il primo luogo, così alle pompe e al fasto erano tosto consecrati i denari che toccavano le sue mani; e il necessario pativa. In mezzo a queste cure incessanti, Don Ferrante non aveva lasciato dì coltivare il suo ingegno, e senza essere un dotto di mestiere, poteva passare per uno degli uomini colti del suo tempo. Possedeva una libreria di varie materie, la quale per poco non aggiungeva ai cento volumi[117]: e aveva impiegato su quelli abbastanza tempo e studio per avere una cognizione fondata nelle scienze più importanti e più in voga;teneva i principj e quindi non era mai impacciato nelle applicazioni. L'astrologia era uno di quei rami dell'umano sapere nei quali Don Ferrante era versato. Sapeva non solo i nomi e le qualità delle dodici case del cielo, le influenze che hanno in ciascuna i diversi pianeti, ma conosceva anche in parte la storia della scienza, la quale è ragione della scienza stessa: ne conosceva i cominciamenti, il progresso: come era nata nell'Assiria, e ci doveva nascere: giacchè essendo il cielo un gran libro, e il cielo dell'Assiria molto sereno, è naturale che ivi si cominci a leggere dove i libri sono più chiari e intelligibili. Sapeva a memoria un buon numero delle più stupende e clamorose predizioni che si sono avverate in varii tempi: e aveva in pronto gli argomenti principali che servivano a difendere la scienza contro i dubbj e le obiezioni dei cervelli balzani degli uomini superficiali e presuntuosi, che ne parlavano con poco rispetto; perchè anche a quel tempo v'era degli uomini così fatti. Della magìa aveva pure una cognizione più che mediocre, acquistata non già con la rea intenzione di esercitarla, ma per ornamento dell'ingegno, e per conoscere le arti così dannose dei maghi e delle streghe, e potere così entrare a parte della guerra che tutti gli uomini probi e d'ingegno facevano a quei nemici del genere umano. Il suo maestro e il suo autore era quel gran Martino del Rio, il quale nelle sue disquisizioni magiche aveva trattata la materia a fondo, aveva sciolti tuttii dubbj e stabiliti i principj, che per quasi due secoli divennero la norma della maggior parte dei letterati e dei tribunali, quel Martino del Rio che con le sue dotte fatiche ha fatto ardere tante streghe e tanti stregoni, e che ha saputo col vigore dei suoi ragionamenti dominare tanto sulla opinione pubblica, che il metter dubbio su la esistenza delle streghe era diventato un indizio di stregheria. A un bisogno Don Ferrante sapeva parlare ordinatamente e anche luculentamente del maleficio amatorio, del maleficio ostile e del maleficio sonnifero, che sono i cardini della scienza, e conosceva i segreti dei congressi delle streghe come se vi avesse assistito. Aveva più che una tintura della storia in grande, per aver letta più d'una volta quella eccellente storia universale del Bugatti; possedeva poi singolarmente quella del tempo dei paladini, che aveva studiata neiReali di Francia. Per la politica positiva aveva egli principalmente rivolte le opere dell'immortale Botero; e conosceva assai bene la politica di Spagna, di Francia, dell'Impero, dei Veneziani e di tutti i principali Stati Cristiani, e poteva pur dare una occhiatina anche nel Divano. Per la politica speculativa il suo uomo era stato per gran tempo il Segretario Fiorentino, ma questi dovette scendere al secondo posto nel concetto di Don Ferrante e cedere il primo a quel gran Valeriano Castiglione, che in quello stesso anno aveva dato alla luce la sua opera delloStatista Regnante, dove tutti gli arcani i più profondi e ipiù reconditi precetti della ragione di Stato sono trattati con un ordine nuovo e sublime. E bisogna confessare che il nostro Don Ferrante prevenne il giudizio del mondo sul merito del Castiglione. Poco dopo, Urbano VIII lo onorò delle sue lodi; Luigi XIII, per consiglio del Cardinale di Richelieu, lo chiamò in Francia, per esservi istoriografo; Carlo Emanuele dipoi gli affidò lo stesso ufizio; il Cardinale Borghese e Pietro Toledo vicerè di Napoli lo pregarono, invano però, di scrivere storie: e fu finalmente proclamato il primo scrittore dei suoi tempi. Quanto alla storia naturale non aveva, a dir vero, attinto alle fonti e non teneva nella sua biblioteca nè Aristotele, nè Plinio, nè Dioscoride, giacchè, come abbiam detto, Don Ferrante non era un professore, ma un uomo colto semplicemente; sapeva però le cose le più importanti e le più degne di osservazione, e a tempo e luogo poteva fare una descrizione esatta dei draghi e delle sirene, e dire a proposito che la remora, quel pescerello, ferma una nave nell'alto, che l'unica fenice rinasce dalle sue ceneri, che la salamandra è incombustibile, che il cristallo non è altro che ghiaccio lentamente indurato. Ma la materia nella quale Don Ferrante era profondo assolutamente era la scienza cavalleresca, e bisognava sentirlo parlare di offese, di soddisfazioni, di paci, di mentite. Paris del Pozzo, l'Urrea, l'Albergato, il Muzio, la Gerusalemme liberata e la conquistata, i Dialoghi della nobiltà e quello della pace di Torquato Tasso gli aveva a menadito;i Consigli e i Discorsi cavallereschi di Francesco Birago erano forse i libri più logori della sua biblioteca. Anzi Don Ferrante affermava, o faceva intendere spesso, che quel grand'uomo non aveva sdegnato di consultarlo su certi casi più rematici; e parlando talvolta di quelle opere con quella venerazione che meritavano, e che, per verità, ottenevano da tutti, Don Ferrante aggiungeva misteriosamente: Basta: ho messo anch'io un zampino in quei libri.Ma gli studj solidi non avevano talmente occupati gli ozj di Don Ferrante che non ne restasse qualche parte anche alle lettere amene: e senza contare il Pastorfido, che al pari di tutti gli uomini colti di quel tempo egli aveva pressochè tutto a memoria, non gli erano ignoti nè il Marino, nè il Ciampoli, nè il Cesarini, nè il Testi: ma soprattutto aveva fatto uno studio particolare[118]di quel libretto che contenevale rime di Claudio Achillini; libretto nel quale diceva Don Ferrante, tutto, tutto, fino alla protesta sulle parole Fato, Sorte, Destino e somiglianti, era pensiero pellegrino ed arguto. Aveva poi un tesoretto, una raccolta manoscritta di alcune lettere dellostesso grand'uomo; e su quelle si studiava di modellare quelle che gli occorrevano di scrivere per qualche negozio, o per isciogliere qualche ingegnoso quesito, che gli veniva proposto; e, a dir vero, le lettere di Don Ferrante erano ricercate con qualche avidità, e giravano di mano in mano per la scelta e la copia dei concetti e delle immagini ardite, e sopra tutto pel modo sempre ingegnoso di porre la questione e di guardare le cose: stavano però male di grammatica e di ortografia[119].Vi sarebbero molte altre cose da dire chi volesse compire il ritratto di questo personaggio, ma, per amore della brevità, ce ne passeremo, tanto più ch'egli non ha quasi parte attiva nella nostra storia. Veniamo dunque alla sua signora consorte.Donna Prassede, per ciò che risguarda il sapere, era molto al di sotto del suo marito. Il suo ingegno, a dir vero, non era niente straordinario, ed essa non si era mai data una gran briga di coltivarlo, almeno sui libri. Ma siccome la mente umana non può vivere senza idee, così Donna Prassede aveva le sue, e si governava con esse, come dicono che si dovrebbe fare cogli amici. Ne aveva poche, ma quelle poche le amava cordialmente e si fidava in esse interamente e non le avrebbe cangiate ad istigazione di nessuno. Avrebbe anche avuto, com'era giusto, una gran voglia di farle predominare in casa: e pare che il carattere trascurato[120]di Don Ferrante avrebbe dovuto servire a maraviglia a questo desiderio della consorte: ma v'era un grande ostacolo. La più parte delle idee in questo mondo non possono esser messe ad esecuzione senza danari; ora Don Ferrante, poco o nulla curandosidel governo della casa, aveva però ritenuto sempre presso di sè il ministero delle finanze; e, a dir vero, gli affari ne erano tanto complicati, che ormai nessun altro che egli avrebbe potuto intendervi qualche cosa.Aveva Donna Prassede il suo spillatico, pattuito nel contratto nuziale, e allo spirare d'ogni termine, dopo un po' di guerra, un po' di schiamazzo, molte minacce di svergognare il marito in faccia ai parenti, veniva essa a capo di riscuotere la somma che le era dovuta. Ma fuor di questo, tutta l'eloquenza, tutta l'insistenza, tutte le arti di Donna Prassede non avrebbero potuto tirare un danajo dalla borsa di Don Ferrante. Le entrate, prima che si toccassero, erano impegnate a pagar debiti urgenti, o destinate a soddisfare qualche genio fastoso di Don Ferrante. Non rimaneva dunque a Donna Prassede altro dominio che su la sua persona, sul modo d'impiegare il suo tempo, su le persone addette specialmente al suo servizio: cose tutte nelle quali Don Ferrante lasciava fare; poteva ella in somma dare tutti gli ordini l'esecuzione dei quali non portasse una spesa, o che non fossero in opposizione alle abitudini e alle volontà risolute di Don Ferrante. La sua gran voglia di comandare, ristretta in questo picciol campo, vi si esercitava con una energia singolare. Donna Prassede profondeva pareri e correzioni a quelli che volevano, e ancor più a quelli che dovevano sentirla: e per quanto dipendeva da lei, non avrebbe lasciatodeviar nessuno d'un punto dalla via retta. Perchè, a dire il vero, questa smania di dominio non nasceva in lei da alcuna vista interessata; era puro desiderio del bene; ma il bene ella lo intendeva a suo modo, lo discerneva istantaneamente in qualunque alternativa, in qualunque complicazione di casi le si fosse affacciata da esaminare: e quando una volta aveva veduto e detto che quello era il bene, non era possibile ch'ella cangiasse di parere; e per farlo riuscire, predicava ed operava fin tanto che avesse ottenuto l'intento, o la cosa fosse divenuta impossibile: nel qual caso non lasciava di predicare, per convincere tutti che avrebbe dovuto riuscire.La signorina Ersilia, anzi Silietta, giacchè come amici di casa noi possiamo chiamarla col diminutivo famigliare che usavano i suoi parenti, Silietta era un personaggio non troppo facile da descriversi, nè da definirsi. Le sue fattezze erano senza difetti e senza espressione: i suoi due grandi occhi grigj non si movevano che quando si moveva tutta la testa; teneva la bocca sempre semiaperta, come se ad ogni momento sentisse una leggiera maraviglia: rideva spesso e sorrideva di rado; parlava lentamente e placidamente, ma volentieri e a lungo tutte le volte che alcuno dei suoi parenti non fosse presente a darle su la voce. Intendeva a stento, e talvolta a rovescio, quel che altri dicesse; e quando ciò le accadeva con persona che ne mostrasse impazienza, Silietta si scusava con dire: son corta d'ingegno; cosa che s'eraintesa dire spesso da Don Ferrante e da Donna Prassede e dalle suore che l'avevano avuta in cura. Era destinata al chiostro, per la ragione, facile ad indovinarsi, che Don Ferrante non poteva certamente darle una dote proporzionata al partito che sarebbe convenuto alla sua nascita e al grado che teneva la casa. Su questa sua destinazione non sapremmo, per verità, dire quali fossero i suoi sentimenti. Non vi aveva avversione, inclinazione nemmeno: risguardava questa destinazione come una cosa a cui altri aveva dovuto pensare ed aveva pensato, e che per lei era indifferente, a un di presso come l'esserle stato posto più tosto un nome che un altro; anzi la risguardava quasi una conseguenza naturale del suo sesso e delle circostanze della sua famiglia; e ripeteva sovente ciò che le era stato detto nell'infanzia da una sua governante: se fossi nata un maschio, sarei un gran signore. Ma la cosa era fatta, e Silietta sapeva bene che non si nasce due volte.Sotto due padroni, così diversi di inclinazioni e di occupazioni, (giacchè Silietta, e per l'ordine naturale delle cose, e per indole, non si contava come padrona) la famiglia era come divisa in due classi; anzi in due partiti, ognuno dei quali aveva nella famiglia stessa un capo; le due persone cioè che erano più innanzi nella confidenza dell'uno e dell'altro padrone. Prospero, il maggiordomo di casa e il favorito di Don Ferrante, faceto e rispettoso, disinvolto e composto, dotto a tutto fare e a tutto soffrire, abile a trattare gliaffari e a parlare senza mai proferire le parole che potevano far sentire gl'impicci o offendere la dignità del padrone, sapeva suggerir a proposito un invito da fare onore alla casa, trovare un cammeo prezioso, un quadro raro, ogni volta che una rata di pagamento stava per entrare nella cassa di Don Ferrante: e sapeva trovare un prestatore ogni volta che la cassa era asciutta. L'antesignano dell'altro partito, la governatrice favorita di Donna Prassede, era nominata molto variamente. Il suo nome proprio era Margherita, ma dalla padrona era chiamata Ghita, dalle donne inferiori a lei e dai paggi di Donna Prassede, signora Ghitina; e dai servitori di Don Ferrante, quando parlavano fra di loro, non era mai menzionata altrimenti che la signora Chitarra. Pretendevano costoro che il suo collo lungo, la sua testa in fuori, le sue spalle schiacciate, la vita serrata dal busto e le anche allargate le facessero somigliare alla forma di quello strumento: e che la sua voce acuta, scordata e saltellante imitasse appunto il suono che esso dà quando è strimpellato da una mano inesperta. Esercitava essa, sotto gli ordini immediati della padrona, la più severa vigilanza sulle persone che dipendevano da questa, ed era ministra di tutto il bene ch'ella poteva fare in casa e fuori. Ma quanto alla gente di Don Ferrante, essa non poteva fare altro che notare tutte le azioni disordinate che essi commettevano, disapprovare con qualche cenno, o al più con qualche frizzo, e riferire poi il tutto alla padrona, la qualepure non poteva fare altro che gemere con lei. Prospero, com'è naturale, era l'oggetto principale di avversione per Donna Prassede; ma inviolabile, com'egli era, se ne burlava in cuore, non lasciando però di corrispondere con riverenze profonde agli sgarbi della padrona, che rendeva poi con usura in tutte le occasioni alla signora Chitarra. Benchè questi due capi col loro predominio fossero passabilmente incomodi ognuno alla parte della famiglia che dirigeva, pure l'una parte e l'altra aveva sposate le passioni e le animosità del suo capo; l'una faceva crocchio a mormorare dell'altra; quando si trovavano in presenza, sì scambiavano visacci, e talvolta parolacce; cercavano scambievolmente di farsi scomparire e d'impacciarsi a vicenda nella esecuzione degli ordini ricevuti. Don Ferrante però aveva appena qualche sentore di questa guerra sorda, perchè egli non osservava molto, e Prospero non si curava di parlargli di malinconie; e le querele della moglie le attribuiva Don Ferrante ad inquietudine di carattere, a giuoco di fantasia, come le domande di quattrini. Silietta, senza prender parte attiva, secondava coi voti, e, quando le era permesso, con le parole, il partito della signora Chitina.Lucia si trovava esclusivamente sotto l'autorità di Donna Prassede, la quale certamente non intendeva di lasciare questa autorità in ozio. Si proponeva ella, a dir vero, di farsi ben servire da Lucia nella parte che le aveva assegnata; ma, oltre questo fine, cheera semplicemente di giustizia, Donna Prassede ne aveva un altro di carità, disinteressata a suo modo, che le stava a cuore ancor più del primo, ed era di far del bene a Lucia, la quale le pareva averne gran bisogno. Perchè tutto ciò che Donna Prassede aveva udito in campagna, per la voce pubblica, della innocenza di quella giovane, le affermazioni magnifiche ed energiche di Agnese quando era venuta a proporle la figlia, il volto, il contegno modesto, la condotta stessa così irreprensibile di Lucia non bastavano a produrre un pieno convincimento nella mente di Donna Prassede: e non poteva essa persuadersi che una giovane contadina avesse levato tanto romore di sè, fosse passata per tanti accidenti, senza averne cercato nessuno, senza essersi gittata un po' all'acqua, come si dice, senza essere almeno una testa leggiera. Donna Prassede teneva per regola generale che a voler far del bene bisogna pensar male: la sua voglia di dominare, di operare su gli altri, che anche ai suoi occhi proprj prendeva la maschera di carità disinteressata, era come il ciarlatano che non dice mai a chi viene a consultarlo: voi state bene; perchè allora a che servirebbe l'orvietano? Oltracciò, l'aver ricoverata, sottratta al pericolo d'una infame persecuzione una povera giovane, era un'opera certamente non senza gloria; però in questo Donna Prassede non era più che uno stromento quasi passivo, e la parte che le era toccata non domandava altro che un po' di buona volontà, senza efficacia diazione e senza esercizio di senno, era più un assenso che una impresa. Ma dopo aver ricoverata la povera giovane, emendare anche il suo cervello un po' balzano, rimetterla sulla buona strada, questo sarebbe stato non solo compire, ma rassettare l'opera del cardinale Federigo, il quale era, a dir vero, un degno prelato, un uomo del Signore, dotto anche sui libri, ma quanto ad esperienza di mondo, a discernimento di persone, non ne aveva molto: questa insomma sarebbe stata gloria; e perchè Donna Prassede potesse ottenerla, era necessario che Lucia avesse il cervello un po' balzano, e avesse fatto almeno qualche passo su una cattiva strada. Per averne qualche prova positiva Donna Prassede richiese qua e là informazioni intorno a quel Fermo a cui Lucia era stata promessa, e sulle avventure, sulla fuga del quale Donna Prassede aveva intese in villa voci confuse, discorsi, ma tutte poco buone. Le informazioni furono quali dovevano essere, che quel giovane era un facinoroso, venuto a Milano per metterlo sossopra, per fare il capopopolo, ch'era stato nelle mani dei birri, a un pelo della forca; e se ora respirava tuttavia in paese straniero, lo doveva alla sua audacia nel resistere alla giustizia e alla celerità delle sue gambe. Questa notizia confermò il giudizio di Donna Prassede e le diede materia per le sue operazioni. Dimmi con chi tratti e ti dirò chi sei, è un proverbio; e come tutti i proverbj non solo è infallibile, ma ha anche la facoltà di rendere infallibile l'applicazioneche ne fa chi lo cita. Lucia aveva dunque infallibilmente, non già tutti i vizj, che sarebbe stato dir troppo, ma una inclinazione ai vizj di Fermo: questo fu il giudizio di Donna Prassede. E il bene da farsi era non solo d'impedire che Lucia ricadesse mai nelle mani di Fermo, ch'ella avesse con lui la menoma corrispondenza; bisognava andare alla radice, al più difficile, guarire Lucia, farle far giudizio, togliere da quel cervellino l'attacco per colui: attacco che, a dir vero, era il solo vizio essenziale di Lucia. Questa allora sarebbe divenuta al tutto una buona creatura; e chi avrebbe avuto tutto il merito dell'impresa? Donna Prassede.La prima parte di questo disegno, la parte materiale, la vigilanza esteriore sopra Lucia, era particolarmente affidata alle cure di Ghita. Doveva essa tenerle sempre gli occhi addosso, accompagnarla alla chiesa, spiare s'ella parlava a qualcheduno, se qualcheduno le faceva un cenno, osservare attentamente che qualche messo nascosto non le si accostasse. Compresa e piena dell'uficio che le era imposto, Ghita nella via andava sempre con gli occhi sbarrati e sospettosi; e siccome il volto di Lucia attraeva spesso e fermava gli sguardi, così la guardiana si trovava spesso nel caso di fare il viso dell'arme ai guardatori, o almeno di far loro intendere ch'ella vegliava e che la loro mira era sventata: e quando s'avvedeva che la sua aria di sospetto e di minaccia femminile, invece di stornare i tentativi, avrebbe provocatal'insolenza, pericolo comunissimo a quei tempi, allora accelerava il passo e lo faceva accelerare a Lucia. In chiesa poi, se uno di quegli che si trovavano sui banchi vicini aveva guardato attentamente a Lucia, o aveva tossito, Ghita, continuando a mormorare le sue orazioni, non pensava più che a guardare il suo deposito. Aveva inoltre l'incarico di frugare, quando lo poteva senza essere scoperta, nelle tasche di Lucia, per vedere se mai ella ricevesse qualche lettera. Questa precauzione avrebbe potuto sembrare inutile, giacchè, e qui dobbiamo apertamente confessare una cosa, che finora si è appena indicata e lasciata indovinare, la nostra eroina non sapeva leggere; ma Ghita pensava che le precauzioni non sono mai troppe. Quello poi che in questo procedere vi poteva essere d'indelicato, non riteneva Ghita per nulla; essa non vi sospettava nemmeno nulla di simile; non conosceva nè la parola, nè l'idea; anzi la parola in questo senso non esiste neppure ai nostri giorni nella lingua pura, e noi adoperandola sappiamo d'essere incorsi in un brutto neologismo. Finalmente doveva Ghita cercare di scovare nei discorsi di Lucia se mai ella avesse qualche speranza, se qualche pratica fosse ordita, farla ciarlare artificiosamente su tutti quegli incidenti che avevano dato a Ghita qualche sospetto.Ebbene, signori miei, tutta questa gran macchina di cure e di operazioni, tutto questo lavorare sott'acqua non dava quasi nessun incomodo a Lucia, oper dir meglio, ella non se ne avvedeva, e benchè non potesse a meno di non sentire qualche cosa di minuto e di pettegolo nella sollecitudine continua di Ghita, pure lo attribuiva alla indole di lei e non mai ad un disegno profondo e comandato. I pensieri di Lucia, quel pensiero ch'era divenuto lo scopo principale della sua vita, la portava alla ritiratezza, ad astenersi da ogni comunicazione, e quindi ella non era avvertita dolorosamente di ciò che altri facesse per rivolgerla ad un punto al quale ella tendeva naturalmente. In altri tempi quella situazione così nuova, così opposta alle sue abitudini, così lontana dalle sue affezioni, le sarebbe stata penosissima, ma la facilità ch'ella vi trovava di ottenere quel suo scopo faceva ch'ella vi stesse con rassegnazione, e quasi vi riposasse, se non con piacere, almeno col desiderio di farsela piacere. E il suo scopo era tuttavia quello di cui abbiamo già parlato: scordarsi di Fermo. Si studiava ella quindi di rinchiudere tutte le sue idee nella casa dove era stata allogata, di ristringerla alle sue occupazioni, si metteva con grande intenzione a tutte le cose che le erano comandate, si rallegrava tutte le volte che vedeva dinanzi a sè molti doveri che occupassero tutta la sua giornata, che non le dessero agio di correre con la mente a desiderj vani e colpevoli, di smarrirsi nelle memorie d'un passato irreparabile. Le memorie tornavano però sovente a tormentarla; l'immagine della madre era sempre la prima a presentarsi; e mentre Lucia si fermava acontemplarla con sicurezza, con una mesta affezione, l'immagine di Fermo, che le stava dietro nascosta, si mostrava. Lucia voleva respingerla tosto; ma l'immagine, che non voleva andarsene, aveva un buon pretesto, ed era sempre lo stesso, per obbligare Lucia a trattenerla almeno un momento, le ricordava in aria trista e non senza rimprovero i pericoli che Fermo aveva corsi, e quelli che forse gli soprastavano ancora, le rimostrava che quando anche un nuovo dovere può far rinunziare ad un affetto già così lecito, già così caro, non deve, non vuol però togliere la pietà, la sollecitudine, la carità del prossimo. Lucia combatteva, rivolgeva la mente ad altre immagini, ma tutte erano tinte di quella prima, tutte la richiamavano. I luoghi, le persone: Don Abbondio avrebbe dovuto pronunziare quelle parole per cui ella sarebbe stata di Fermo: i consigli, le cure del Padre Cristoforo per chi erano? per Lucia e per Fermo: fino il monastero di Monza, fino il castello del Conte, fino il cardinale Federigo, tutto si legava a Fermo, e molte volte Lucia, ripensando a tutto questo, si accorgeva ch'ella si era immaginata di raccontar tutto a Fermo. Con tutto ciò, ella combatteva, e la guerra sarebbe stata se non sempre vinta, pure meno aspra e meno dolorosa; Lucia avrebbe potuto, se non ottenere lo scopo, almeno andargli sempre da presso, se questo scopo non fosse stato anche quello di Donna Prassede.La brava signora, per toglier Fermo dall'animodi Lucia, non aveva trovato mezzo migliore che di parlargliene spesso. La faceva chiamare a sè, e seduta sur una gran seggiola, con le mani posate e distese sui bracciuoli, di qua e di là dei quali pendevano le maniche della zimarra di damasco rabescato a fiori, che era stato l'abito di moda nei bei giorni di Donna Prassede nel tempo in cui v'era buona fede e semplicità, in cui tutti, fino ai giovani, erano savj ed onesti, col volto imprigionato tra un cappuccio di taffetà nero, che copriva la fronte, e una enorme lattuga, che girava intorno alla gola e sul mento, Donna Prassede ricominciava la sua predica, per provare a Lucia ch'ella non doveva più pensare a colui. La povera Lucia protestava da principio con voce angosciosa e timida, ch'ella non pensava a nessuno. Donna Prassede non voleva mai stare a questa ragione e ne aveva molte da opporre. So come vanno le cose, diceva ella, conosco il mondo, so come son fatte le giovani: se v'è un ribaldo, è sempre il più accetto. Fate che per qualche accidente non possano sposare un galantuomo, un uomo di giudizio, si rassegnano tosto; ma se è uno scavezzacollo, non se lo possono cavar dal cuore. Eh, figlia mia, non basta dire non penso a nessuno, vogliono esser fatti, fatti e non parole. Così, seguendo una sua idea, che è anche quella di molti altri, che per far passare in una testa repugnante i proprj sentimenti, bisogna esprimerli con molta efficacia, adoperare i termini i più forti ed ancheesagerati, Donna Prassede non risparmiava i titoli al povero assente, lo nominava come un oggetto d'orrore, dì schifo, faceva sentire che sarebbe stata cosa inconcepibile, mostruosa, che alcuno potesse avere interessamento e peggio inclinazione per colui. Così ella otteneva appunto l'intento opposto a quello ch'ella si proponeva. Lucia cercava di dimenticar Fermo; ma quando una parola sgraziata e nemica glielo voleva a forza rimettere nella mente in un aspetto odioso e spregevole, allora tutte le antiche memorie si risvegliavano ed accorrevano per respingere una immagine tanto diversa dalla immagine in cui quella mente era stata avvezza a compiacersi. Il disprezzo con che il nome di Fermo era proferito faceva ricordare a Lucia la condotta, il contegno, il buon nome di Fermo, tutte le ragioni per cui ella lo aveva stimato; l'odio faceva risorgere più risoluto l'interesse; l'idea confusa dei pericoli ch'egli aveva corsi, anche dei falli ch'egli poteva aver forse commessi, pericoli e falli che Donna Prassede rinfacciava a Lucia con eguale amarezza, come un eguale motivo di avversione, suscitavano più viva e più profonda la pietà, e da tutti questi sentimenti rinasceva quell'amore che Lucia si studiava tanto di estinguere. L'amore, acconsentito o combattuto che sia, dà a tutti i discorsi una forza e un vigore suo proprio. Lucia diventava coraggiosa e giustificava Fermo, e Donna Prassede approfittava di quelle parole come d'una confessione, per provare a Lucia che non era vero ch'ella nonpensasse più a lui. E con questa prova in mano lavorava sempre più animosamente sull'animo di Lucia, facendole vedere chi era colui ch'ella ardiva pure di difendere. E che doveva ringraziare il cielo che la cosa fosse finita a quel modo, altrimenti le sarebbe toccato un bel fiore di virtù. Buon per lui che le gambe lo avevano servito bene, altrimenti avrebbe fatto una bella figura, avrebbe tenuto compagnia a quei quattro altri galantuomini... Quando la grossolana signora toccava tasti, d'un suono così orribile, la povera Lucia non poteva più fare altro che prendere con la sinistra il grembiale, portarlo al volto per nasconderlo e per ricevere le lagrime che le sgorgavano dirottamente.Se Donna Prassede avesse parlato così per un odio antico, per fare vendetta di qualche affronto crudele, l'aspetto del dolore che producevano le sue parole gliele avrebbero forse fatte morire in bocca, o cangiare in parole più dolci; ma Donna Prassede parlava per fare il bene, e non si lasciava smuovere: a quel modo che un grido supplichevole, un gemito di terrore potrà ben fermare l'arme d'un nemico, ma non il ferro d'un chirurgo. Fatte ingojare a Lucia tutte le amare parole ch'ella credeva necessarie pel bene di lei, Donna Prassede, che non era trista in fondo, la rimandava con qualche parola di conforto e di lode, e rimaneva sempre soddisfatta di avere acconciato un po' il cuore di quella giovane. Acconciato come una gala di mussolo stirata da un magnano.La povera Lucia, riconoscendo la buona intenzione, pregava però caldamente che queste prove d'interessamento le fossero risparmiate.Donna Prassede aveva nel fondo del suo cuore un altro disegno sopra Lucia, che sarebbe stato il compimento dell'opera, Silietta si compiaceva molto nella compagnia di quella giovane, che era la sola in casa che le desse retta e la lasciasse parlare; e Donna Prassede pensava che si sarebbe fatto un gran benefizio a Silietta e a Lucia stessa se si fosse potuto farle nascere la vocazione di andar conversa nel monastero dove Silietta doveva esser monaca[121]. Quivi Lucia sarebbe stata fuori d'ogni pericolo per sempre, e la buona opera di Donna Prassede sarebbe stata più evidente, più conosciuta; Lucia sarebbe divenuta un monumento parlante della sapiente benevolenza della sua padrona. Non ne aveva però fatta la proposizionea Lucia, ma con quell'arte sopraffina che possedeva, cercava tutte le occasioni per far nascere spontaneamente nel cuore di Lucia questo desiderio.A poco a poco queste insinuazioni divenivano più frequenti e più chiare; e Lucia cominciava a comprenderle, ma però senza che le cominciasse la voglia di acconsentirvi[122]. V'era nulladimeno per essa un gran vantaggio, che Donna Prassede cadeva meno spesso, e con meno impeto, su quel primo, più doloroso argomento; tanto più doloroso, perchè Lucia non aveva con chi esilararsi della tristezza angosciosa che quei discorsacci le cagionavano. La nostra Agnese era lontana, a casa sua, dove pensava sempre a Lucia e andava spesso alla villa di Donna Prassede per saper le nuove di Lucia; e le nuove le erano sempre date ottime, coi saluti della figlia. La buona donna si struggeva di rivederla, ma andar fino a Milano! In quei tempi, con quelle strade, con quella scarsezza di comunicazioni, coi bravi, coi boschi, quella era quasi una impresa di cavalleria errante; e Agnese si rassegnava all'idea di esser lontana da sua figlia come ai nostri giorni farebbe una madre, della condizione di Agnese, che avesse una figliata collocata in Inghilterra[123].

Dobbiamo ora far conoscere al lettore i personaggi coi quali si trovava Lucia.

Don Ferrante[115], capo di casa, ultimo rampollo d'una famiglia illustre, che pur troppo terminava in lui, uomo tra la virilità e la vecchiezza, era di mediocre statura, e tendeva un pochette al pingue, portava un cappello ornato di molte ricche piume, alcune delle quali, spezzate nel mezzo, cadevano penzoloni, e d'altre non rimaneva che un torzo. Sotto a quel cappello si stendevano due folti sopraccigli, due occhi sempre in giro orizzontalmente, due guancie pienotte per sè, e che si enfiavano ancor più di tratto in tratto e si ricomponevano mandando un soffio prolungato, come se avesse da raffreddare una minestra; sotto la faccia girava intorno al collo un'ampia lattuga di merletti finissimi di Fiandra, lacerain qualche parte e lorda da per tutto: una cappa di ...[116], sfilacciata qua e là, gli cadeva dalle spalle, una spada, col manico di argento mirabilmente cesellato e col fodero spelato, gli pendeva dalla cintura; due manichini, della stessa materia e nello stesso stato della gorgiera, uscivano dalle maniche strette dell'abito, e un ricco anello di diamanti sfolgorava talvolta nell'una delle due sudicie sue mani; talvolta, perchè quell'anello passava anche una gran parte della sua vita nello scrigno d'un usurajo; e in quegli intervalli Don Ferrante gestiva alquanto meno del solito.

Questo contrasto nel suo abito esteriore nasceva da altri contrasti del suo carattere e delle sue circostanze: Don Ferrante, portato al fasto e alla trascuraggine, era anche ricco e povero. Già da molto tempo aveva egli divorato a furia di sfarzo, e lasciato divorare a furia di negligenza e d'imperizia, il suo patrimonio libero; e sarebbe egli rimasto povero del tutto e per sempre, se un suo sapiente antenato non avesse anticipatamente provveduto a quel caso, istituendo un pingue fedecommesso. Don Ferrante quindi, benchè nell'animo non fosse molto dissimile dal selvaggio di Montesquieu, non poteva, com'egli, abbatter l'albero per cogliere il frutto, e non poteva far altro che lanciar pietre al frutto per farlo cadere acerbo e ammaccato. Viveva di prestiti: e per trovarne dovevaricorrere ai più spietati usuraj, e subire le più rigide leggi che essi sapessero inventare e per supplire alla legge comune, che non dava loro alcun mezzo di ricuperare il prestato, e per pagarsi del rischio. E siccome nelle idee di Don Ferrante le pompe e il fasto tenevano il primo luogo, così alle pompe e al fasto erano tosto consecrati i denari che toccavano le sue mani; e il necessario pativa. In mezzo a queste cure incessanti, Don Ferrante non aveva lasciato dì coltivare il suo ingegno, e senza essere un dotto di mestiere, poteva passare per uno degli uomini colti del suo tempo. Possedeva una libreria di varie materie, la quale per poco non aggiungeva ai cento volumi[117]: e aveva impiegato su quelli abbastanza tempo e studio per avere una cognizione fondata nelle scienze più importanti e più in voga;teneva i principj e quindi non era mai impacciato nelle applicazioni. L'astrologia era uno di quei rami dell'umano sapere nei quali Don Ferrante era versato. Sapeva non solo i nomi e le qualità delle dodici case del cielo, le influenze che hanno in ciascuna i diversi pianeti, ma conosceva anche in parte la storia della scienza, la quale è ragione della scienza stessa: ne conosceva i cominciamenti, il progresso: come era nata nell'Assiria, e ci doveva nascere: giacchè essendo il cielo un gran libro, e il cielo dell'Assiria molto sereno, è naturale che ivi si cominci a leggere dove i libri sono più chiari e intelligibili. Sapeva a memoria un buon numero delle più stupende e clamorose predizioni che si sono avverate in varii tempi: e aveva in pronto gli argomenti principali che servivano a difendere la scienza contro i dubbj e le obiezioni dei cervelli balzani degli uomini superficiali e presuntuosi, che ne parlavano con poco rispetto; perchè anche a quel tempo v'era degli uomini così fatti. Della magìa aveva pure una cognizione più che mediocre, acquistata non già con la rea intenzione di esercitarla, ma per ornamento dell'ingegno, e per conoscere le arti così dannose dei maghi e delle streghe, e potere così entrare a parte della guerra che tutti gli uomini probi e d'ingegno facevano a quei nemici del genere umano. Il suo maestro e il suo autore era quel gran Martino del Rio, il quale nelle sue disquisizioni magiche aveva trattata la materia a fondo, aveva sciolti tuttii dubbj e stabiliti i principj, che per quasi due secoli divennero la norma della maggior parte dei letterati e dei tribunali, quel Martino del Rio che con le sue dotte fatiche ha fatto ardere tante streghe e tanti stregoni, e che ha saputo col vigore dei suoi ragionamenti dominare tanto sulla opinione pubblica, che il metter dubbio su la esistenza delle streghe era diventato un indizio di stregheria. A un bisogno Don Ferrante sapeva parlare ordinatamente e anche luculentamente del maleficio amatorio, del maleficio ostile e del maleficio sonnifero, che sono i cardini della scienza, e conosceva i segreti dei congressi delle streghe come se vi avesse assistito. Aveva più che una tintura della storia in grande, per aver letta più d'una volta quella eccellente storia universale del Bugatti; possedeva poi singolarmente quella del tempo dei paladini, che aveva studiata neiReali di Francia. Per la politica positiva aveva egli principalmente rivolte le opere dell'immortale Botero; e conosceva assai bene la politica di Spagna, di Francia, dell'Impero, dei Veneziani e di tutti i principali Stati Cristiani, e poteva pur dare una occhiatina anche nel Divano. Per la politica speculativa il suo uomo era stato per gran tempo il Segretario Fiorentino, ma questi dovette scendere al secondo posto nel concetto di Don Ferrante e cedere il primo a quel gran Valeriano Castiglione, che in quello stesso anno aveva dato alla luce la sua opera delloStatista Regnante, dove tutti gli arcani i più profondi e ipiù reconditi precetti della ragione di Stato sono trattati con un ordine nuovo e sublime. E bisogna confessare che il nostro Don Ferrante prevenne il giudizio del mondo sul merito del Castiglione. Poco dopo, Urbano VIII lo onorò delle sue lodi; Luigi XIII, per consiglio del Cardinale di Richelieu, lo chiamò in Francia, per esservi istoriografo; Carlo Emanuele dipoi gli affidò lo stesso ufizio; il Cardinale Borghese e Pietro Toledo vicerè di Napoli lo pregarono, invano però, di scrivere storie: e fu finalmente proclamato il primo scrittore dei suoi tempi. Quanto alla storia naturale non aveva, a dir vero, attinto alle fonti e non teneva nella sua biblioteca nè Aristotele, nè Plinio, nè Dioscoride, giacchè, come abbiam detto, Don Ferrante non era un professore, ma un uomo colto semplicemente; sapeva però le cose le più importanti e le più degne di osservazione, e a tempo e luogo poteva fare una descrizione esatta dei draghi e delle sirene, e dire a proposito che la remora, quel pescerello, ferma una nave nell'alto, che l'unica fenice rinasce dalle sue ceneri, che la salamandra è incombustibile, che il cristallo non è altro che ghiaccio lentamente indurato. Ma la materia nella quale Don Ferrante era profondo assolutamente era la scienza cavalleresca, e bisognava sentirlo parlare di offese, di soddisfazioni, di paci, di mentite. Paris del Pozzo, l'Urrea, l'Albergato, il Muzio, la Gerusalemme liberata e la conquistata, i Dialoghi della nobiltà e quello della pace di Torquato Tasso gli aveva a menadito;i Consigli e i Discorsi cavallereschi di Francesco Birago erano forse i libri più logori della sua biblioteca. Anzi Don Ferrante affermava, o faceva intendere spesso, che quel grand'uomo non aveva sdegnato di consultarlo su certi casi più rematici; e parlando talvolta di quelle opere con quella venerazione che meritavano, e che, per verità, ottenevano da tutti, Don Ferrante aggiungeva misteriosamente: Basta: ho messo anch'io un zampino in quei libri.

Ma gli studj solidi non avevano talmente occupati gli ozj di Don Ferrante che non ne restasse qualche parte anche alle lettere amene: e senza contare il Pastorfido, che al pari di tutti gli uomini colti di quel tempo egli aveva pressochè tutto a memoria, non gli erano ignoti nè il Marino, nè il Ciampoli, nè il Cesarini, nè il Testi: ma soprattutto aveva fatto uno studio particolare[118]di quel libretto che contenevale rime di Claudio Achillini; libretto nel quale diceva Don Ferrante, tutto, tutto, fino alla protesta sulle parole Fato, Sorte, Destino e somiglianti, era pensiero pellegrino ed arguto. Aveva poi un tesoretto, una raccolta manoscritta di alcune lettere dellostesso grand'uomo; e su quelle si studiava di modellare quelle che gli occorrevano di scrivere per qualche negozio, o per isciogliere qualche ingegnoso quesito, che gli veniva proposto; e, a dir vero, le lettere di Don Ferrante erano ricercate con qualche avidità, e giravano di mano in mano per la scelta e la copia dei concetti e delle immagini ardite, e sopra tutto pel modo sempre ingegnoso di porre la questione e di guardare le cose: stavano però male di grammatica e di ortografia[119].

Vi sarebbero molte altre cose da dire chi volesse compire il ritratto di questo personaggio, ma, per amore della brevità, ce ne passeremo, tanto più ch'egli non ha quasi parte attiva nella nostra storia. Veniamo dunque alla sua signora consorte.

Donna Prassede, per ciò che risguarda il sapere, era molto al di sotto del suo marito. Il suo ingegno, a dir vero, non era niente straordinario, ed essa non si era mai data una gran briga di coltivarlo, almeno sui libri. Ma siccome la mente umana non può vivere senza idee, così Donna Prassede aveva le sue, e si governava con esse, come dicono che si dovrebbe fare cogli amici. Ne aveva poche, ma quelle poche le amava cordialmente e si fidava in esse interamente e non le avrebbe cangiate ad istigazione di nessuno. Avrebbe anche avuto, com'era giusto, una gran voglia di farle predominare in casa: e pare che il carattere trascurato[120]di Don Ferrante avrebbe dovuto servire a maraviglia a questo desiderio della consorte: ma v'era un grande ostacolo. La più parte delle idee in questo mondo non possono esser messe ad esecuzione senza danari; ora Don Ferrante, poco o nulla curandosidel governo della casa, aveva però ritenuto sempre presso di sè il ministero delle finanze; e, a dir vero, gli affari ne erano tanto complicati, che ormai nessun altro che egli avrebbe potuto intendervi qualche cosa.

Aveva Donna Prassede il suo spillatico, pattuito nel contratto nuziale, e allo spirare d'ogni termine, dopo un po' di guerra, un po' di schiamazzo, molte minacce di svergognare il marito in faccia ai parenti, veniva essa a capo di riscuotere la somma che le era dovuta. Ma fuor di questo, tutta l'eloquenza, tutta l'insistenza, tutte le arti di Donna Prassede non avrebbero potuto tirare un danajo dalla borsa di Don Ferrante. Le entrate, prima che si toccassero, erano impegnate a pagar debiti urgenti, o destinate a soddisfare qualche genio fastoso di Don Ferrante. Non rimaneva dunque a Donna Prassede altro dominio che su la sua persona, sul modo d'impiegare il suo tempo, su le persone addette specialmente al suo servizio: cose tutte nelle quali Don Ferrante lasciava fare; poteva ella in somma dare tutti gli ordini l'esecuzione dei quali non portasse una spesa, o che non fossero in opposizione alle abitudini e alle volontà risolute di Don Ferrante. La sua gran voglia di comandare, ristretta in questo picciol campo, vi si esercitava con una energia singolare. Donna Prassede profondeva pareri e correzioni a quelli che volevano, e ancor più a quelli che dovevano sentirla: e per quanto dipendeva da lei, non avrebbe lasciatodeviar nessuno d'un punto dalla via retta. Perchè, a dire il vero, questa smania di dominio non nasceva in lei da alcuna vista interessata; era puro desiderio del bene; ma il bene ella lo intendeva a suo modo, lo discerneva istantaneamente in qualunque alternativa, in qualunque complicazione di casi le si fosse affacciata da esaminare: e quando una volta aveva veduto e detto che quello era il bene, non era possibile ch'ella cangiasse di parere; e per farlo riuscire, predicava ed operava fin tanto che avesse ottenuto l'intento, o la cosa fosse divenuta impossibile: nel qual caso non lasciava di predicare, per convincere tutti che avrebbe dovuto riuscire.

La signorina Ersilia, anzi Silietta, giacchè come amici di casa noi possiamo chiamarla col diminutivo famigliare che usavano i suoi parenti, Silietta era un personaggio non troppo facile da descriversi, nè da definirsi. Le sue fattezze erano senza difetti e senza espressione: i suoi due grandi occhi grigj non si movevano che quando si moveva tutta la testa; teneva la bocca sempre semiaperta, come se ad ogni momento sentisse una leggiera maraviglia: rideva spesso e sorrideva di rado; parlava lentamente e placidamente, ma volentieri e a lungo tutte le volte che alcuno dei suoi parenti non fosse presente a darle su la voce. Intendeva a stento, e talvolta a rovescio, quel che altri dicesse; e quando ciò le accadeva con persona che ne mostrasse impazienza, Silietta si scusava con dire: son corta d'ingegno; cosa che s'eraintesa dire spesso da Don Ferrante e da Donna Prassede e dalle suore che l'avevano avuta in cura. Era destinata al chiostro, per la ragione, facile ad indovinarsi, che Don Ferrante non poteva certamente darle una dote proporzionata al partito che sarebbe convenuto alla sua nascita e al grado che teneva la casa. Su questa sua destinazione non sapremmo, per verità, dire quali fossero i suoi sentimenti. Non vi aveva avversione, inclinazione nemmeno: risguardava questa destinazione come una cosa a cui altri aveva dovuto pensare ed aveva pensato, e che per lei era indifferente, a un di presso come l'esserle stato posto più tosto un nome che un altro; anzi la risguardava quasi una conseguenza naturale del suo sesso e delle circostanze della sua famiglia; e ripeteva sovente ciò che le era stato detto nell'infanzia da una sua governante: se fossi nata un maschio, sarei un gran signore. Ma la cosa era fatta, e Silietta sapeva bene che non si nasce due volte.

Sotto due padroni, così diversi di inclinazioni e di occupazioni, (giacchè Silietta, e per l'ordine naturale delle cose, e per indole, non si contava come padrona) la famiglia era come divisa in due classi; anzi in due partiti, ognuno dei quali aveva nella famiglia stessa un capo; le due persone cioè che erano più innanzi nella confidenza dell'uno e dell'altro padrone. Prospero, il maggiordomo di casa e il favorito di Don Ferrante, faceto e rispettoso, disinvolto e composto, dotto a tutto fare e a tutto soffrire, abile a trattare gliaffari e a parlare senza mai proferire le parole che potevano far sentire gl'impicci o offendere la dignità del padrone, sapeva suggerir a proposito un invito da fare onore alla casa, trovare un cammeo prezioso, un quadro raro, ogni volta che una rata di pagamento stava per entrare nella cassa di Don Ferrante: e sapeva trovare un prestatore ogni volta che la cassa era asciutta. L'antesignano dell'altro partito, la governatrice favorita di Donna Prassede, era nominata molto variamente. Il suo nome proprio era Margherita, ma dalla padrona era chiamata Ghita, dalle donne inferiori a lei e dai paggi di Donna Prassede, signora Ghitina; e dai servitori di Don Ferrante, quando parlavano fra di loro, non era mai menzionata altrimenti che la signora Chitarra. Pretendevano costoro che il suo collo lungo, la sua testa in fuori, le sue spalle schiacciate, la vita serrata dal busto e le anche allargate le facessero somigliare alla forma di quello strumento: e che la sua voce acuta, scordata e saltellante imitasse appunto il suono che esso dà quando è strimpellato da una mano inesperta. Esercitava essa, sotto gli ordini immediati della padrona, la più severa vigilanza sulle persone che dipendevano da questa, ed era ministra di tutto il bene ch'ella poteva fare in casa e fuori. Ma quanto alla gente di Don Ferrante, essa non poteva fare altro che notare tutte le azioni disordinate che essi commettevano, disapprovare con qualche cenno, o al più con qualche frizzo, e riferire poi il tutto alla padrona, la qualepure non poteva fare altro che gemere con lei. Prospero, com'è naturale, era l'oggetto principale di avversione per Donna Prassede; ma inviolabile, com'egli era, se ne burlava in cuore, non lasciando però di corrispondere con riverenze profonde agli sgarbi della padrona, che rendeva poi con usura in tutte le occasioni alla signora Chitarra. Benchè questi due capi col loro predominio fossero passabilmente incomodi ognuno alla parte della famiglia che dirigeva, pure l'una parte e l'altra aveva sposate le passioni e le animosità del suo capo; l'una faceva crocchio a mormorare dell'altra; quando si trovavano in presenza, sì scambiavano visacci, e talvolta parolacce; cercavano scambievolmente di farsi scomparire e d'impacciarsi a vicenda nella esecuzione degli ordini ricevuti. Don Ferrante però aveva appena qualche sentore di questa guerra sorda, perchè egli non osservava molto, e Prospero non si curava di parlargli di malinconie; e le querele della moglie le attribuiva Don Ferrante ad inquietudine di carattere, a giuoco di fantasia, come le domande di quattrini. Silietta, senza prender parte attiva, secondava coi voti, e, quando le era permesso, con le parole, il partito della signora Chitina.

Lucia si trovava esclusivamente sotto l'autorità di Donna Prassede, la quale certamente non intendeva di lasciare questa autorità in ozio. Si proponeva ella, a dir vero, di farsi ben servire da Lucia nella parte che le aveva assegnata; ma, oltre questo fine, cheera semplicemente di giustizia, Donna Prassede ne aveva un altro di carità, disinteressata a suo modo, che le stava a cuore ancor più del primo, ed era di far del bene a Lucia, la quale le pareva averne gran bisogno. Perchè tutto ciò che Donna Prassede aveva udito in campagna, per la voce pubblica, della innocenza di quella giovane, le affermazioni magnifiche ed energiche di Agnese quando era venuta a proporle la figlia, il volto, il contegno modesto, la condotta stessa così irreprensibile di Lucia non bastavano a produrre un pieno convincimento nella mente di Donna Prassede: e non poteva essa persuadersi che una giovane contadina avesse levato tanto romore di sè, fosse passata per tanti accidenti, senza averne cercato nessuno, senza essersi gittata un po' all'acqua, come si dice, senza essere almeno una testa leggiera. Donna Prassede teneva per regola generale che a voler far del bene bisogna pensar male: la sua voglia di dominare, di operare su gli altri, che anche ai suoi occhi proprj prendeva la maschera di carità disinteressata, era come il ciarlatano che non dice mai a chi viene a consultarlo: voi state bene; perchè allora a che servirebbe l'orvietano? Oltracciò, l'aver ricoverata, sottratta al pericolo d'una infame persecuzione una povera giovane, era un'opera certamente non senza gloria; però in questo Donna Prassede non era più che uno stromento quasi passivo, e la parte che le era toccata non domandava altro che un po' di buona volontà, senza efficacia diazione e senza esercizio di senno, era più un assenso che una impresa. Ma dopo aver ricoverata la povera giovane, emendare anche il suo cervello un po' balzano, rimetterla sulla buona strada, questo sarebbe stato non solo compire, ma rassettare l'opera del cardinale Federigo, il quale era, a dir vero, un degno prelato, un uomo del Signore, dotto anche sui libri, ma quanto ad esperienza di mondo, a discernimento di persone, non ne aveva molto: questa insomma sarebbe stata gloria; e perchè Donna Prassede potesse ottenerla, era necessario che Lucia avesse il cervello un po' balzano, e avesse fatto almeno qualche passo su una cattiva strada. Per averne qualche prova positiva Donna Prassede richiese qua e là informazioni intorno a quel Fermo a cui Lucia era stata promessa, e sulle avventure, sulla fuga del quale Donna Prassede aveva intese in villa voci confuse, discorsi, ma tutte poco buone. Le informazioni furono quali dovevano essere, che quel giovane era un facinoroso, venuto a Milano per metterlo sossopra, per fare il capopopolo, ch'era stato nelle mani dei birri, a un pelo della forca; e se ora respirava tuttavia in paese straniero, lo doveva alla sua audacia nel resistere alla giustizia e alla celerità delle sue gambe. Questa notizia confermò il giudizio di Donna Prassede e le diede materia per le sue operazioni. Dimmi con chi tratti e ti dirò chi sei, è un proverbio; e come tutti i proverbj non solo è infallibile, ma ha anche la facoltà di rendere infallibile l'applicazioneche ne fa chi lo cita. Lucia aveva dunque infallibilmente, non già tutti i vizj, che sarebbe stato dir troppo, ma una inclinazione ai vizj di Fermo: questo fu il giudizio di Donna Prassede. E il bene da farsi era non solo d'impedire che Lucia ricadesse mai nelle mani di Fermo, ch'ella avesse con lui la menoma corrispondenza; bisognava andare alla radice, al più difficile, guarire Lucia, farle far giudizio, togliere da quel cervellino l'attacco per colui: attacco che, a dir vero, era il solo vizio essenziale di Lucia. Questa allora sarebbe divenuta al tutto una buona creatura; e chi avrebbe avuto tutto il merito dell'impresa? Donna Prassede.

La prima parte di questo disegno, la parte materiale, la vigilanza esteriore sopra Lucia, era particolarmente affidata alle cure di Ghita. Doveva essa tenerle sempre gli occhi addosso, accompagnarla alla chiesa, spiare s'ella parlava a qualcheduno, se qualcheduno le faceva un cenno, osservare attentamente che qualche messo nascosto non le si accostasse. Compresa e piena dell'uficio che le era imposto, Ghita nella via andava sempre con gli occhi sbarrati e sospettosi; e siccome il volto di Lucia attraeva spesso e fermava gli sguardi, così la guardiana si trovava spesso nel caso di fare il viso dell'arme ai guardatori, o almeno di far loro intendere ch'ella vegliava e che la loro mira era sventata: e quando s'avvedeva che la sua aria di sospetto e di minaccia femminile, invece di stornare i tentativi, avrebbe provocatal'insolenza, pericolo comunissimo a quei tempi, allora accelerava il passo e lo faceva accelerare a Lucia. In chiesa poi, se uno di quegli che si trovavano sui banchi vicini aveva guardato attentamente a Lucia, o aveva tossito, Ghita, continuando a mormorare le sue orazioni, non pensava più che a guardare il suo deposito. Aveva inoltre l'incarico di frugare, quando lo poteva senza essere scoperta, nelle tasche di Lucia, per vedere se mai ella ricevesse qualche lettera. Questa precauzione avrebbe potuto sembrare inutile, giacchè, e qui dobbiamo apertamente confessare una cosa, che finora si è appena indicata e lasciata indovinare, la nostra eroina non sapeva leggere; ma Ghita pensava che le precauzioni non sono mai troppe. Quello poi che in questo procedere vi poteva essere d'indelicato, non riteneva Ghita per nulla; essa non vi sospettava nemmeno nulla di simile; non conosceva nè la parola, nè l'idea; anzi la parola in questo senso non esiste neppure ai nostri giorni nella lingua pura, e noi adoperandola sappiamo d'essere incorsi in un brutto neologismo. Finalmente doveva Ghita cercare di scovare nei discorsi di Lucia se mai ella avesse qualche speranza, se qualche pratica fosse ordita, farla ciarlare artificiosamente su tutti quegli incidenti che avevano dato a Ghita qualche sospetto.

Ebbene, signori miei, tutta questa gran macchina di cure e di operazioni, tutto questo lavorare sott'acqua non dava quasi nessun incomodo a Lucia, oper dir meglio, ella non se ne avvedeva, e benchè non potesse a meno di non sentire qualche cosa di minuto e di pettegolo nella sollecitudine continua di Ghita, pure lo attribuiva alla indole di lei e non mai ad un disegno profondo e comandato. I pensieri di Lucia, quel pensiero ch'era divenuto lo scopo principale della sua vita, la portava alla ritiratezza, ad astenersi da ogni comunicazione, e quindi ella non era avvertita dolorosamente di ciò che altri facesse per rivolgerla ad un punto al quale ella tendeva naturalmente. In altri tempi quella situazione così nuova, così opposta alle sue abitudini, così lontana dalle sue affezioni, le sarebbe stata penosissima, ma la facilità ch'ella vi trovava di ottenere quel suo scopo faceva ch'ella vi stesse con rassegnazione, e quasi vi riposasse, se non con piacere, almeno col desiderio di farsela piacere. E il suo scopo era tuttavia quello di cui abbiamo già parlato: scordarsi di Fermo. Si studiava ella quindi di rinchiudere tutte le sue idee nella casa dove era stata allogata, di ristringerla alle sue occupazioni, si metteva con grande intenzione a tutte le cose che le erano comandate, si rallegrava tutte le volte che vedeva dinanzi a sè molti doveri che occupassero tutta la sua giornata, che non le dessero agio di correre con la mente a desiderj vani e colpevoli, di smarrirsi nelle memorie d'un passato irreparabile. Le memorie tornavano però sovente a tormentarla; l'immagine della madre era sempre la prima a presentarsi; e mentre Lucia si fermava acontemplarla con sicurezza, con una mesta affezione, l'immagine di Fermo, che le stava dietro nascosta, si mostrava. Lucia voleva respingerla tosto; ma l'immagine, che non voleva andarsene, aveva un buon pretesto, ed era sempre lo stesso, per obbligare Lucia a trattenerla almeno un momento, le ricordava in aria trista e non senza rimprovero i pericoli che Fermo aveva corsi, e quelli che forse gli soprastavano ancora, le rimostrava che quando anche un nuovo dovere può far rinunziare ad un affetto già così lecito, già così caro, non deve, non vuol però togliere la pietà, la sollecitudine, la carità del prossimo. Lucia combatteva, rivolgeva la mente ad altre immagini, ma tutte erano tinte di quella prima, tutte la richiamavano. I luoghi, le persone: Don Abbondio avrebbe dovuto pronunziare quelle parole per cui ella sarebbe stata di Fermo: i consigli, le cure del Padre Cristoforo per chi erano? per Lucia e per Fermo: fino il monastero di Monza, fino il castello del Conte, fino il cardinale Federigo, tutto si legava a Fermo, e molte volte Lucia, ripensando a tutto questo, si accorgeva ch'ella si era immaginata di raccontar tutto a Fermo. Con tutto ciò, ella combatteva, e la guerra sarebbe stata se non sempre vinta, pure meno aspra e meno dolorosa; Lucia avrebbe potuto, se non ottenere lo scopo, almeno andargli sempre da presso, se questo scopo non fosse stato anche quello di Donna Prassede.

La brava signora, per toglier Fermo dall'animodi Lucia, non aveva trovato mezzo migliore che di parlargliene spesso. La faceva chiamare a sè, e seduta sur una gran seggiola, con le mani posate e distese sui bracciuoli, di qua e di là dei quali pendevano le maniche della zimarra di damasco rabescato a fiori, che era stato l'abito di moda nei bei giorni di Donna Prassede nel tempo in cui v'era buona fede e semplicità, in cui tutti, fino ai giovani, erano savj ed onesti, col volto imprigionato tra un cappuccio di taffetà nero, che copriva la fronte, e una enorme lattuga, che girava intorno alla gola e sul mento, Donna Prassede ricominciava la sua predica, per provare a Lucia ch'ella non doveva più pensare a colui. La povera Lucia protestava da principio con voce angosciosa e timida, ch'ella non pensava a nessuno. Donna Prassede non voleva mai stare a questa ragione e ne aveva molte da opporre. So come vanno le cose, diceva ella, conosco il mondo, so come son fatte le giovani: se v'è un ribaldo, è sempre il più accetto. Fate che per qualche accidente non possano sposare un galantuomo, un uomo di giudizio, si rassegnano tosto; ma se è uno scavezzacollo, non se lo possono cavar dal cuore. Eh, figlia mia, non basta dire non penso a nessuno, vogliono esser fatti, fatti e non parole. Così, seguendo una sua idea, che è anche quella di molti altri, che per far passare in una testa repugnante i proprj sentimenti, bisogna esprimerli con molta efficacia, adoperare i termini i più forti ed ancheesagerati, Donna Prassede non risparmiava i titoli al povero assente, lo nominava come un oggetto d'orrore, dì schifo, faceva sentire che sarebbe stata cosa inconcepibile, mostruosa, che alcuno potesse avere interessamento e peggio inclinazione per colui. Così ella otteneva appunto l'intento opposto a quello ch'ella si proponeva. Lucia cercava di dimenticar Fermo; ma quando una parola sgraziata e nemica glielo voleva a forza rimettere nella mente in un aspetto odioso e spregevole, allora tutte le antiche memorie si risvegliavano ed accorrevano per respingere una immagine tanto diversa dalla immagine in cui quella mente era stata avvezza a compiacersi. Il disprezzo con che il nome di Fermo era proferito faceva ricordare a Lucia la condotta, il contegno, il buon nome di Fermo, tutte le ragioni per cui ella lo aveva stimato; l'odio faceva risorgere più risoluto l'interesse; l'idea confusa dei pericoli ch'egli aveva corsi, anche dei falli ch'egli poteva aver forse commessi, pericoli e falli che Donna Prassede rinfacciava a Lucia con eguale amarezza, come un eguale motivo di avversione, suscitavano più viva e più profonda la pietà, e da tutti questi sentimenti rinasceva quell'amore che Lucia si studiava tanto di estinguere. L'amore, acconsentito o combattuto che sia, dà a tutti i discorsi una forza e un vigore suo proprio. Lucia diventava coraggiosa e giustificava Fermo, e Donna Prassede approfittava di quelle parole come d'una confessione, per provare a Lucia che non era vero ch'ella nonpensasse più a lui. E con questa prova in mano lavorava sempre più animosamente sull'animo di Lucia, facendole vedere chi era colui ch'ella ardiva pure di difendere. E che doveva ringraziare il cielo che la cosa fosse finita a quel modo, altrimenti le sarebbe toccato un bel fiore di virtù. Buon per lui che le gambe lo avevano servito bene, altrimenti avrebbe fatto una bella figura, avrebbe tenuto compagnia a quei quattro altri galantuomini... Quando la grossolana signora toccava tasti, d'un suono così orribile, la povera Lucia non poteva più fare altro che prendere con la sinistra il grembiale, portarlo al volto per nasconderlo e per ricevere le lagrime che le sgorgavano dirottamente.

Se Donna Prassede avesse parlato così per un odio antico, per fare vendetta di qualche affronto crudele, l'aspetto del dolore che producevano le sue parole gliele avrebbero forse fatte morire in bocca, o cangiare in parole più dolci; ma Donna Prassede parlava per fare il bene, e non si lasciava smuovere: a quel modo che un grido supplichevole, un gemito di terrore potrà ben fermare l'arme d'un nemico, ma non il ferro d'un chirurgo. Fatte ingojare a Lucia tutte le amare parole ch'ella credeva necessarie pel bene di lei, Donna Prassede, che non era trista in fondo, la rimandava con qualche parola di conforto e di lode, e rimaneva sempre soddisfatta di avere acconciato un po' il cuore di quella giovane. Acconciato come una gala di mussolo stirata da un magnano.La povera Lucia, riconoscendo la buona intenzione, pregava però caldamente che queste prove d'interessamento le fossero risparmiate.

Donna Prassede aveva nel fondo del suo cuore un altro disegno sopra Lucia, che sarebbe stato il compimento dell'opera, Silietta si compiaceva molto nella compagnia di quella giovane, che era la sola in casa che le desse retta e la lasciasse parlare; e Donna Prassede pensava che si sarebbe fatto un gran benefizio a Silietta e a Lucia stessa se si fosse potuto farle nascere la vocazione di andar conversa nel monastero dove Silietta doveva esser monaca[121]. Quivi Lucia sarebbe stata fuori d'ogni pericolo per sempre, e la buona opera di Donna Prassede sarebbe stata più evidente, più conosciuta; Lucia sarebbe divenuta un monumento parlante della sapiente benevolenza della sua padrona. Non ne aveva però fatta la proposizionea Lucia, ma con quell'arte sopraffina che possedeva, cercava tutte le occasioni per far nascere spontaneamente nel cuore di Lucia questo desiderio.

A poco a poco queste insinuazioni divenivano più frequenti e più chiare; e Lucia cominciava a comprenderle, ma però senza che le cominciasse la voglia di acconsentirvi[122]. V'era nulladimeno per essa un gran vantaggio, che Donna Prassede cadeva meno spesso, e con meno impeto, su quel primo, più doloroso argomento; tanto più doloroso, perchè Lucia non aveva con chi esilararsi della tristezza angosciosa che quei discorsacci le cagionavano. La nostra Agnese era lontana, a casa sua, dove pensava sempre a Lucia e andava spesso alla villa di Donna Prassede per saper le nuove di Lucia; e le nuove le erano sempre date ottime, coi saluti della figlia. La buona donna si struggeva di rivederla, ma andar fino a Milano! In quei tempi, con quelle strade, con quella scarsezza di comunicazioni, coi bravi, coi boschi, quella era quasi una impresa di cavalleria errante; e Agnese si rassegnava all'idea di esser lontana da sua figlia come ai nostri giorni farebbe una madre, della condizione di Agnese, che avesse una figliata collocata in Inghilterra[123].


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