RICCARDO IL TIRANNO

RICCARDO IL TIRANNO

Riccardo era il tiranno del nostro crocchio d’amici; noi due, Giovanni ed io, facevamo in tutto la sua volontà. E che volontà assoluta! — dominava, a suo talento, tutte le nostre abitudini, c’imponeva le sue, — compreso il dialetto lomellino.

Quando, l’estate, si vegliava la notte perbeccarcil’esame, ci costringeva ad andare da lui; benchè, quanto a me, non ci fosse nemmeno il pretesto degli studii comuni: mentre egli e Giovanni erano allievi alla scuola d’applicazione, io mi cullavo dolcemente fra le placide distinzioni del diritto canonico. La sua camera non era certo la più comoda. Abitava presso la barriera di Nizza, fuori di Torino, benchè dentro alla cinta daziaria, una casa nuova, isolata in mezzo ai prati, la quale con una petulante sicurezza sfidava la città ancora lontana a venirla a chiapparee intanto sfogava sul tracciato del futuro. Corso tutte le licenze e le inurbanità provinciali. Una gran casa, un piccolo villaggio. In alto, nelle cameruccie allineate come tante celle, sui lunghi ballatoi, ci stavano degli operai, dei facchini, dei manovali della ferrovia; al pian terreno, degli ortolani, dei contadini, dei lavandai; e fra queste due plebi diverse, un po’ di borghesia stenta, qualche impiegato dell’ufficio daziario, o dell’amministrazione della S. F. A. I., un conduttore, qualche macchinista e due dozzinanti che davano alloggio a due piccole bande di giovinotti, studenti della Scuola di Veterinaria (raccolta di pipe gigantesche), o, come Riccardo, allievi ingegneri al Valentino (collezione di gilé e di cravatte).

Riccardo aveva su tutti una grande superiorità. Non parlava con nessuno ed era nondimeno popolarissimo; dominava quel piccolo mondo colla ardita varietà delle sue foggie e colla ironia altezzosa del suo sorriso; lo ammaliava colla....lira di Orfeo. Con questo nomignolo chiamava il suo gran cembalo Erard — perchè con esso metteva in convulsione tutto «il serraglio». Spesso la sera, tardi, quando il portinaio già aveva sprangato il portone, e messo il suggello ufficiale alla giornata montando alla sua soffitta — quando le voci della casa a poco a poco si assopivano nel vasto e lento respiro della campagna, — Riccardo,interrotta una formola che Giovanni stava, sotto la sua dettatura, tracciando sulla lavagna, correva alla tastiera gridando:

— A me il regno animale.

E spiccava una qualche diabolica misura di valzer o di galoppe, evocazione irresistibile alla vita e alla gioventù assonnite dalla fatica, dal tedio, dal caldo e dalle tenebre.

Allora tutta la casa trasaliva, da cima a fondo, rispondeva — nasceva un sordo fermento, poi uno scalpiccìo confuso, un ruzzolare precipitoso giù per le scale. Il cortile, in un amen, era invaso da una folla invisibile, rimescolata, aggirata da un repentino furore. La danza cominciava. Il vinaio del cantone, chiuso il negozio in istrada, lo riapriva in cortile, e l’uscio della retrobottega gettava da un angolo all’altro una striscia luminosa nella quale passava un turbinìo confuso di forme e colori lumeggiato dal bianco delle camicie e delle sottane. La ridda vertiginosa allagava il cortile e l’atrio; le ragazze di «buona famiglia» ballavano negli androni, sui pianerottoli, sui ballatoi, si scatenava da cima a fondo un tripudio da veglione, un baccano scomposto e tenebroso: scoppiavano fischi, voci e strida, garriti di vecchie, picchiate e rampogne paterne, cui rispondevano urli e beffe e risi e querimonie misurate al basso dallo scalcagnare sul ciottolato, e in alto dallo squillo del pianoforte indiavolato.

Lo strepito si allargava per la campagna sino alla riva del Po: frotte di giovinotti traevano a tentoni, fra le biade e le erbe alte dei prati, a quella casa buia e chiassosa, e si ficcavano, per prender parte alla galloria, tra le assi dello steccato in fondo al cortile; poi, una volta dentro, si buttavano nel vortice, brancicando, afferrando le ragazze, rapivano ballerine o buscavano scapellotti o alla peggio ballavano fra uomini. Riccardo era nel suo elemento, felice di suscitare, di governare, di malmenare quell’incomposta gazzarra, invisibile dalla sua camera del terzo piano; sonava, accavallando reminiscenze ed improvvisazioni, spingendo il crescendo fino al parossismo, fino alla frenesia.... e trac si fermava di botto e arrestava le danze, poi, dopo una pausa, nel subito silenzio, lanciava una frase solennemente beffarda che a Torino si canta colle parole:

«Guarda lì che it ciche»

«Guarda lì che it ciche»

«Guarda lì che it ciche»

intraducibili, che vogliono dire press’a poco:Tu mastichi la bile.

Egli aveva uno strano talento per il disordine che nulla avrebbe potuto frenare; ma egli si frenava quando voleva. Anzi egli non suscitava il diavoleto che per il gusto di domarlo.

S’alzava qualche protesta isolata, cui egli rispondeva con un miagolìo schernitore.

Qualche voce strillante di birichino ripeteva:

Guarda lì che it ciche!

Guarda lì che it ciche!

Guarda lì che it ciche!

Il baccano finiva. La brigata si scioglieva brontolando.

Riccardo ripigliava con teatrale tranquillità la formola interrotta.

Quelle sere una testolina bruna sporgeva timida dalla finestra che dava sul ballatoio; due occhi luccicanti saettavano entro la camera e sparivano. Era Bettina, la figlia della padrona di Riccardo: la poverina non aveva nemmeno, come l’altre ragazze, cui si vietava di scendere in cortile, il compenso di ballar colle sorelle, — era sola. Penzolata alla ringhiera tuffava nel buio pandemonio sottoposto l’occhio acceso di desiderio e d’invidia.

Una sera, sul più bello della festa, mentre il fragore montava dal cortile colla intensità del turbine e Riccardo se ne satollava scandendone il ritmo con delle esclamazioni da ippodromo: — epp — epp — mutando la misura come si usa negli esercizi dei cavalli ammaestrati — volle il caso che Giovanni si trovasse presso alla finestra e che le sue mani v’incontrassero sul davanzale quelle di Bettina e che entrambi fossero presi dalla frenesia che saliva intorno a loro inguisa che si trovarono l’uno stretto all’altra, l’una colla testa sulla spalla dell’altro — e che il parapetto divenisse un ostacolo incomodo. Giovanni la tirò a sè violentemente per le mani: come poteva Bettina rifiutarsi a levare un piede sul davanzale? Di là si trovò tanto più costretta ad entrar nella stanza, inquantochè Giovanni ce la portò di peso.

Avevano fatto appena un giro di valzer che Riccardo si alzò incollerito e intimò a Bettina di uscire. — A chi aveva chiesto il permesso? e così senza scarpe!

Ella aveva perduta, nel varcar il parapetto, una delle sue graziose pianelline grigie e cercava nascondere il piedino la cui calza era rossa di mattonato. Ma il gonnellino arrivava appena alla noce del piede. In compenso fe’ rosso anche il viso.

Riccardo non poteva soffrirla; di lei tutto gli dava fastidio; e l’ingenuo sorriso, e la vivacità infantile, e specialmente quella fiorente salute che le colorava le guancie rotondette e delicate come pesche duracine.

— Tuttociò significa, — diceva, — che non ha intelligenza. — Che, questa è una donna? — sclamava poi. E se gli si obbiettava che aveva appena sedici anni: — To’, per una bambola non è poco.

Egli la chiamava così: «bambola.» Le facevaogni sorta di smorfie, la mortificava anche davanti la madre, le aveva proibito di entrar mai nella sua camera anche quando non c’era lui, di toccare menomamente le sue robe; insomma, l’ho detto, non la poteva sopportare, forse perchè ella sopportava troppo da lui. Caratteri come quello là non bisogna secondarli mai. Egli c’imponeva le sue cattiverie di ragazzo male allevato, perchè tutti gli volevamo troppo bene e non si aveva il coraggio di contrariarlo.

Giovanni era un gigante al suo confronto: aveva certe mani dure come pale di gualchiera, che a cadervi sotto c’era da uscirne una poltiglia. E, se penso a ciò ch’egli tollerò quella sera, mi meraviglio adesso. Allora non mi fe’ specie.

Bettina dovette uscire, e per la finestra onde era venuta, — non fe’ alcuna protesta, non guardò in faccia a Riccardo, ma gettò a Giovanni uno di quegli sguardi femminini che sono un giudizio ed una condanna.

Nel risalire sul parapetto l’altra pianellina le cadde. E Giovanni non si mosse. La prese Riccardo e la scagliò in cortile. Poi disse all’amico:

— Sei ignobile!

Più tardi, uscendo, Giovanni mi precedette giù per le scale con insolita sollecitudine, e quando lo raggiunsi sotto il portone egli ficcava nel taschino interno dell’abito qualcosa che stentava a capirvi.

Poi, certi giorni ch’io avevo visto Giovanni entrare in quella casa, — salendo, non lo trovavo nella camera di Riccardo.

Due settimane dopo cominciarono gli esami: i miei amici diedero con ottimo successo il loro saggio tutt’e due; il nostro gruppo si sciolse. Riccardo partì per la Lomellina.

Noi due rimanemmo, ma slegati, perchè egli era il nostro mastice.

Nell’agosto, ch’io passai a Torino, c’incontrammo parecchie volte e si fecero alcune passeggiate insieme, ma gli davo soggezione: pareva sempre sulle spine, e buono e timido com’era non ardiva staccarsi; me n’accorgevo io e mi congedavo. A qualunque punto della città io lo lasciassi, qualunque direzione prendesse, ero sicuro che andava a San Salvario. Per lui tutte le strade menavano alla barriera di Nizza.

Quando, a novembre, Riccardo tornò e Giovanni gli disse che prendeva moglie, rispose con dileggio:

— Prendiamola pure.

Gli chiese chi fosse, e Giovanni pronunziò con uno sforzo immenso, e arrossendo, il nome di Bettina.

— Ah, — sclamò l’altro, — e che rarità hai scoperto in quella....?

Giovanni si rimescolò tutto; lo supplicò di non dirgliene male.

— Hai ragione, — disse Riccardo, — la tua missione di marito incomincia.

Poi, preso da grande commiserazione, in tono d’indulgenza sublime soggiunse:

— Hai ragione: era la tua sorte; eravate fatti l’uno per l’altra.

— E che ti è saltato in mente? — disse poi.

— Eh sai.... Io guadagno oramai da vivere per due. Io sono solo.

— Ah, — sclamò Riccardo con beffarda serietà, — la scelta è ottima. Se si tratta di mangiare, i denti li ha lunghetti....

Non è punto vero che Bettina avesse i denti lunghetti. Ella rosicchiava sempre qualcosa e ho così potuto ammirarli più volte; — una delle più graziose dentature che conosca.

Sul punto di lasciarlo pose la sua mano scarna, nervosa, sopra quella grossa di Giovanni, dicendo solennemente:

— Dunque noi non ci vedremo più: caro mio, è l’unica diplomazia che la mia schiettezza mi consenta.

Diffatti per un anno non si videro più; Riccardo aveva aperto uno studio elegantissimo da ingegnere in via Cernaia, nel quale la rigidità degli affari non incomodava punto le galanterie e i colloqui delle facili avventure.

Finalmente Giovanni, che aveva incominciato bravamente la carriera del costruttore, venne adirgli che partiva per la provincia di Salerno, dove aveva preso in appalto alcuni chilometri di ferrovia.

— Sarà un fiero lavoro e sto cercando un compagno.

Riccardo, fino a quel punto indifferentissimo, si scosse subitamente.

— L’affare è buono? — domandò.

— Suppongo.

— Quasi, quasi....

— Accetteresti?...

— Chissà! Se tu lo desideri....

Giovanni gli saltò al collo! era venuto apposta a proporglielo; ma quel lusso l’aveva intimidito.

A Salerno bisognava andar subito; non c’era tempo da perdere.

— Parti insieme con noi?

— Conduci anche tua moglie?

— Sì, non posso lasciarla sola: sua madre è morta. Ti spiace?

— No, figurati, soltanto vuol essere un grande impiccio; ad ogni modo ci aggiusteremo.

L’incontro di Riccardo con Bettina si compì senza lusso di cerimonie o di sentimentalismi inutili. Non fu una riconciliazione: bensì un tacito accordo di due egoismi costretti per il momento a tollerarsi: — però senza pregiudizio delle ostilità eventuali.

Ma Giovanni non scrutò la cosa troppo addentro;felice per la facilità insperata della convivenza si abbandonò, colla generosa codardia di chi ama davvero, a quella doppia soggezione, a quelle due devozioni che gli erano necessarie.

S’installarono in una fattoria, fuori di Battipaglia un qualche miglio, quasi sulle sponde del Sele.

Il loro quartierino si componeva di sole due camere e una cucina, che serviva anche da tinello. — Il tutto arredato alla peggio. In così angusto spazio, nella intimità necessaria di quella vita, passarono senza inconvenienti tutto l’inverno.

Riccardo, s’intende, prese dominio della casa, non contrastato da Bettina, ceduto con riconoscenza da Giovanni.

Quando in primavera le pioggie, torrenziali in quella regione, li obbligarono a rinchiudersi, fu tanto generoso da invitarli a passare le serate nella propria camera, che naturalmente era la migliore.

Quivi, mentre i due amici fumavano beatamente e chiacchieravano, Bettina si teneva in disparte, accoccolata nel vano della finestra, la guancia appoggiata alla mano, il viso contro il vetro verdognolo, a guardar fuori la campagna allagata, il fiume torbido e gonfio che divorava le rive. Non s’intrometteva nei loro discorsi, teneva il meno posto possibile.

Riccardo pareva non accorgersi di lei. Invece Giovanni non sapeva staccarne gli occhi; il voltoserio e immobile della donna indicava una misteriosa fissazione nella quale la sua tenerezza d’innamorato, ingrossata dalla riconoscenza dello sposo, amava tuffarsi e smarrirsi.

Egli perdeva così di vista l’argomento del discorso. L’amico lo rampognava morsicando con atto vezzoso di dispetto l’ambra della sua pipa:

— Eh che vi manca tempo?

Allora Bettina dava un guizzo e un lieve rossore le coloriva le guancie.

A tavola con le sue mani grassoccie e a fossette ella passava i piatti ai due uomini, seria, impassibile come quando serviva nell’antica sala da pranzo di via Nizza. Se Giovanni nel ringraziarla le poneva la mano sul braccio, ella si schermiva bruscamente, senza parlare e senza guardarlo in faccia, da quella carezza maritale, come dalle famigliarità dei suoi antichi dozzinanti.

In maggio il tempo si racconciò e si ripresero alacremente i lavori. Fu una travagliosa estate: Giovanni in piedi allo spuntar del giorno, a cavallo sotto la sferza del sollione, non abbandonava un minuto gli operai; nell’ora del riposo disegnava, studiava, dava degli ordini agli assistenti, poi curava egli stesso la esecuzione, e dava anche una mano all’occorrenza. Lasciava a Riccardo le faccende meno gravi, accordandogli volentieri il vanto di un’alta direzione che quegli aveva la bontà di prendere sul serio, — e cheper Giovanni si riduceva al lasciarsi consigliare ciò ch’egli aveva già pensato di fare.

Una vita da ammazzar un toro. Le forze cedevano sotto l’impulso della volontà. Il suo organismo atletico aveva delle delicatezze incredibili.

Giovanni giocava una grossa partita; e voleva vincere; — si trattava dell’agiatezza di Bettina.

La sera, quando il sentimento del dovere si rallentava, egli rimaneva accasciato; si metteva a desco e non aveva quasi forza di spezzare il suo pane. Rimaneva estatico, in uno strano languore — non senza dolcezza. Perchè in quei momenti di prostrazione la sua tenerezza si mutava in una voluttuosa ossessione. Egli fissava gli occhi luccicanti nel volto calmo e freddo di Bettina, che si pappava placidamente la cena, senza darsi pensiero del suo febbrile orgasmo.

L’amore rubava al povero Giovanni le brevi ore di riposo: l’amore, che quando era sano gli comandava, ora lo strapazzava e spesso alla mattina egli s’avviava al lavoro senza aver chiuso occhio in tutta la notte.

Riccardo gli faceva talvolta delle paternali:

— Te l’ho detto io che era un impiccio: eccoti là con una ciera di cencio lavato. Bada veh!

Ma Giovanni sclamava:

— Che, potrei vivere senza di lei?

Nei dì festivi si facevano solitamente delle gitenei dintorni; a Capaccio, ad Eboli, ai casali sulle rive del fiume. Erano giornate diverse dall’altre; punti luminosi nella monotonia della loro vita di relegazione. Riccardo, nella galloria, smetteva il suo noioso sussiego e diventava buon figliuolo, anche colla Bettina.

La prima domenica di luglio avevano progettato di visitare le rovine di Pesto.

Ma, il sabato sera, Giovanni era tornato a casa affranto: non poteva nascondere un grave malessere: ne accagionava il caldo terribile di quella settimana canicolare.

La mattina seguente egli non poteva stare in piedi.

Bettina, che a quelle scampagnate ci pigliava un gran gusto, era contrariata, di malumore.

Giovanni disse a Riccardo:

— Fammi il piacere, vai tu con Bettina.

Riccardo fe’ una smorfia di condiscendenza.

Bettina accettò subito; ma Riccardo, senza badare a lei, soggiunse:

— E tu, vuoi rimanere solo?

— Oh io non ho bisogno di nulla, non mi ci vuole che un po’ di riposo — e non potrei soffrire che voi vi privaste per cagion mia di questo svago.

Perciò partirono loro due.

Riccardo guidava il cavallo, senza voltarsi neppure a guardare la donna rannicchiata in fondo al mantice del calessino.

Passarono il fiume sulla zattera. Riccardo smontò e prese pel freno il cavallo gettando le redini a Bettina che rimase nel legno.

Risaliti all’altra riva, la strada si spiegava attraverso la maremma; Riccardo saltò in carrozza e, ripigliando le redini, disse bruscamente:

— Giovanni è molto male avviato. Lei dovrebbe badarci.

— Io?

— La colpa è sua, e non può dire che l’amore la acciechi, lei non vuol bene a Giovanni, no: — inutile ch’ella s’intenerisca.

Ma Bettina non s’inteneriva punto.

— Vorrei un po’ sapere, se la disgrazia accade, quel che ella conta di fare, — aggiunse poi.

Stavolta la donna gli diè un’occhiata di sgomento e rabbrividì.

— Cioè, non vorrei saperlo: che m’importa a me? L’avverto però che Giovanni non ha nulla, l’eredità della zia fu appena tanto da pagar la cauzione, e i lavori sono indietro di molto.

— Lo so, — disse Bettina con una serietà che lo maravigliò.

Riccardo spinse il cavallo alla corsa mozzando a colpi di frusta le nappine brune delle canne palustri che crescevano nel fossato lungo la strada.

Poi egli la oppresse di riguardi e di premure, imposte con una nuova prepotenza silenziosa da padrone.

Ed ella sempre docile, tutta pazienza e sommessione.

Alla fine Riccardo si irritava, sentiva il bisogno di ribellarsi alla propria tirannia: era avido di un po’ di resistenza.

A Pesto egli ordinò un pranzo assurdo, cominciando dal cacio cavallo per antipasto. Bettina, che pure aveva un talento eccezionale per la cucina, mangiò con appetito senza una smorfia tutto ciò che le si portava.

— Possibile, — sclamò stizzito Riccardo, — che le piacciano tutte queste sudicerie? Non è buona a dir di no una volta?

Bettina sorrise tristamente.

— Ma non siamo mica più alla pensione di via Nizza.

Ella sospirò.

— Mia cara, — soggiunse crudelmente Riccardo, — credo che abbiate fatto una sciocchezza in due.

Egli la costrinse poi a visitare le rovine dell’antica città dorica senza risparmiarle una sola pietra. Tornando indietro dalla Basilica, egli volle prendere una scorciatoia e Bettina rimase impigliata fra i rovi e le liane aggrovigliate che ingombravano il terreno tutt’intorno.

Invano Riccardo s’impazientiva; ella non riusciva a strigarsi; la veste le cadeva a brani; egli dovette ritornar indietro, sollevarla fra lebraccia e portarla fuori. Ciò lo irritò maggiormente.

All’osteria Bettina chiese un ago e del filo per rassettarsi un po’ gli abiti; ma Riccardo non la lasciò finire e, menando fuori il legno sulla strada, disse:

— Su, su, che Giovanni ci aspetta.

E non parlò più.

Il sole tramontava gettando fra le stoppie della squallida maremma una luce sanguigna.

Il legno andava a furia dietro l’ombra che gli si allungava dinanzi.

Riccardo mozzava rabbiosamente colla frusta quelle nappine che i suoi colpi del mattino avevano lasciate malinconicamente ripiegate sullo stelo.

A casa, trovarono Giovanni che stava male e s’era buttato sul letto. Al saluto di Bettina rispose soltanto:

— Ho freddo.

Ella gli buttò addosso tutte le coperte che avevano, ma dopo qualche po’ egli le respinse lamentandosi che soffocava. Nella notte fu preso dal delirio. Il medico venuto da Eboli brontolò di congestione, di febbre putrida, di tifo, e concluse: — gravissimo.

I giorni si succedettero, la febbre non scemò.

Il malato restò assorto in un denso sopore, dal quale appena lo riscuoteva un vago e triste delirio. Nella sua mente ottenebrata una sola immagine rimase viva: quella di Bettina.

Egli le diceva parole dì tenerezza, quali la sua timidezza non gli aveva mai consentito.

La moglie sosteneva da sola le gravi fatiche dell’assistenza; non c’era nel paese chi potesse aiutarla.

Riccardo passava qualche quarto d’ora nella camera; già, egli lo diceva, non era buono a nulla. Era troppo nervoso; la vita dell’infermiere gli era intollerabile. Bisognava pigliare il mondo pel suo verso e fuggir la malinconia; almeno questa era la sua opinione. E queste massime erano il solo sollievo ch’egli desse alla povera donna.

Ma una sera ella si fe’ ardita e lo pregò di tenerle un po’ di compagnia. Accondiscese di mala voglia: si tenne lontano più che fosse possibile dal letto, ritto nel vano della finestra.

Un’afa opprimente, sfibrante. Giovanni appena dava segno di vita con un gemito sordo e lento.

Bettina cascava dalla stanchezza: le sue forze erano allo stremo, aveva passate undici notti vestita, nelle quali qualche ora soltanto aveva potuto dormire buttata sopra tre sedie; Giovanni non poteva soffrire gli toccassero il letto.

Oramai ella si sentiva le ossa tanto indolenzite che neanche quel riposo le serviva. Guardava Riccardo con un’aria di tedio supremo e di rivolta.

— Fortunato lei, — disse finalmente, — che può coricarsi!

Riccardo prese una risoluzione eroica:

— Vada a riposare nella mia camera.

Ella accettò subito; e con che riconoscenza!

Ma, appena era uscita, egli si pentì e pensò con rincrescimento alle dolcezze del proprio letto.

Era appena la mezzanotte. Cosa avrebbe fatto fino al mattino?

Dopo un’ora la sua irritazione era al colmo, il sacrifizio di passar la notte intera in quella camera lo esasperava, il suo egoismo insorgeva contro Bettina; in fin dei conti vegliare il marito era il dovere di lei; — pensava al modo di snidarla.

Si agitava per la camera colla speranza di svegliarla.

Difatti ella lo chiamò sommessamente per nome.

Riccardo entrò nella camera a tastoni.

Quando le fu vicino, Bettina gli disse:

— È stanco?

S’era buttata sul letto vestita.

— È stanco?

— No, — rispose Riccardo con una cortesia di cui stupì egli per il primo — ha dormito?

— Sì e mi ha fatto bene.

Riccardo distingueva confusamente al barlume che penetrava dalle fessure delle imposte le linee della sua persona e le bianche braccia che sollevate dietro il capo uscivano dalle maniche fino alla spalla. Si stirava, si grogiolava con voluttuosa pigrizia.

— Ora m’alzo, — soggiunse: ma la sua lentezza esprimeva il rincrescimento.

— No, — disse Riccardo, — è il tocco appena, rimanga.

— Grazie, — mormorò Bettina e lasciò ricadere sul guanciale il capo sollevato a fatica. — Grazie, ma e lei?

— Io sederò qui contro la sponda.

Sedette, appoggiò il fianco e il capo sul letto. La sua guancia incontrò il piedino scalzo di Bettina. Ella volle ritirarlo. Riccardo non lo permise.

La campagna respirava lentamente oppressa dall’afa. Il gemito di Giovanni, più fioco e meno frequente, si distingueva appena.

Invano l’alba si affacciò alla finestra; trovò chiuse le imposte.

Da quella notte in poi Bettina ebbe paura di trovarsi la notte col marito. Riccardo era assolutamente incapace di sostituirla. Del resto il poveroGiovanni non aveva bisogno di loro, la malattia si aggravava ogni dì più sul suo capo intorpidito.

Essi non si prendevano soggezione.

A una certa ora si ritiravano nella camera di Riccardo, e lasciavano aperta la porta che metteva le due camere in comunicazione: la luce dellaveilleusefaceva una punta luminosa sul pavimento della stanza. — Essi parlavano poco e sottovoce. Salvo questo, erano liberi. Un’atmosfera pesante, morbosa, avvolgeva i sensi e l’anime.

Di quando in quando, ogni due ore, la Bettina s’alzava per dar da bere all’infermo e cambiargli la vescica piena di neve e sale che gli tenevano sulla fronte ardente, e non si curava neppure di allacciare la veste da camera.

Era, se si vuole, una noia; ma quell’ostacolo rendeva piccante la loro libertà.

Una notte però Riccardo chiuse la porta. E Bettina non disse nulla.

Dopo qualche ora il lamento del malato li riscosse; pareva divenuto più intenso e più frequente; invece della triste e monotona intonazione, aveva delle vibrazioni di impazienza.

Finalmente Bettina accorse, il marito la guardò cogli occhi spalancati. Non disse nulla, la guardò.

Ella non ebbe il coraggio di uscire, sedette al capezzale un po’ discosto dal letto. Nascose il volto fra le braccia appoggiate alla spalliera. Quello sguardo fisso, implacabile, di tenerezza, non l’abbandonava, ella lo sentiva penetrare freddo e acuto sino al cuore.

Ad un tratto un gran peso le venne addosso.

Giovanni, mezzo fuori dal letto, le aveva buttate le braccia al collo premendo sulla sua guancia il volto incadaverito colla disperazione dell’agonia.

— T’amo, — balbettava, — muoio, vieni anche tu.

La vescica s’era slacciata, cadeva dalla fronte e la innondava di acqua bollente.

Bettina, atterrita, non diè un grido: — lo respinse e s’alzò.

Il moribondo rotolò al suolo e giacque.

Bettina corse a chiamare il vecchio fattore che abitava al piano terreno; egli si svegliò brontolando e salì tremando le scale.

Ma, affacciatosi appena all’uscio della camera, e visto quel corpo così buttato in un gomitolo, col viso sulle quadretta, sclamò colle mani giunte:

— Gesù, Gesù, egli è morto in disgrazia di Dio.

E scappò a precipizio facendo dei gran segni di croce.

Bettina si fe’ coraggio; allora, rassicurata dall’immobilitàdel marito, gli si accostò, raccolse le sue forze, gli sollevò il capo, lo appoggiò contro il letto. Era tutto ciò che poteva fare da sola.

Non chiese l’aiuto di Riccardo. Le ripugnava istintivamente ch’egli toccasse il cadavere dell’uomo da lui offeso? Chissà!

Rassettatolo così alla meglio, discese, sedette sullo scalino della porta, e intontita, senza pensiero, cogli occhi fissi nel cielo dove impallidivano le stelle e spuntava il giorno dietro a una densa cortina di vapori, stette aspettando che passasse qualcuno. Uno degli assistenti di suo marito capitò finalmente, il quale accettò l’incarico d’avvertire il prete e il medico.

A mezzodì l’atto di decesso era redatto, e il becchino di Battipaglia inchiodava il cadavere nella cassa. Durante la lugubre operazione Bettina rimase seduta nel vano della finestra; mentre le ripassava nella mente lagaloppefuriosa danzata insieme con Giovanni nella camera in via Nizza due anni prima.

Le passò vicino Riccardo: ella gli fe’ un sorriso melenso.

Vide senza piangere scomparire sotto la tavola di pioppo appena dirozzato quel volto così buono, indulgente per lei, sul quale la morte aveva lasciato le tracce di un’ultima tenerezza; una tenerezza orribile ed immensa.

Tutto ciò le pareva un sogno.

Ma quando fu sola nella triste solitudine interminabile del pomeriggio, quando le vampe del sole invasero quella camera mortuaria, a poco a poco si sentì presa da una tristezza mortale.

Verso sera rientrò Riccardo col sigaro in bocca. Bettina gli saltò al collo e diè in uno scroscio di pianto.

Ma egli la respinse e disse freddamente:

— E poi?

Si rinchiuse nella sua stanza.

Intanto si fece notte.

Ella fu presa da una gran paura: dal letto nell’ombra una voce le gridava cupamente:

— Muoio, vieni anche tu.

Corse in cucina.

Avevano deposta la cassa sulla tavola e il legno bianco di pioppo luccicava al raggio della luna: essa riempiva tutta la camera e ne cacciava lei.

Allora, tremante dallo spavento, corse a buttarsi disperatamente sull’uscio di Riccardo supplicandolo di lasciarla entrare. Egli aperse e le disse severamente:

— Che ti pare? mentr’egli è ancor là?

Per tutta concessione consentì di lasciar l’uscio aperto ed ella si accovacciò sulla soglia e passò quivi la prima notte della sua vedovanza.

L’indomani, mentre il funebre convoglio siavviava e i fedeli avevano intonato il miserere, intesero una donna a dire:

«Sepoltura in venerdì — per due volte torna qui.»

E si guardarono in volto.

Riccardo disse poi a Bettina:

— Che conti di fare adesso?

— Io? nulla.

Ella non aveva più nessuno.

A lui premeva liberarsi di lei, e ne cercava il modo.

Ella invece mutò contegno ad un tratto; fatta ardita dalla disperazione, ricusò tutte le proposte che egli le fece l’una dopo l’altra.

Proposte magre: egli non aveva quasi danaro e aspettava ancora il pagamento della prima rata dell’appalto. Bettina non fece che ripetere:

— Io resto con te.

Allora Riccardo voleva andare in collera: chiamava in soccorso le più ruvide espressioni, il più beffardo dei suoi sorrisi, il più assoluto dei suoi gesti da tiranno.

Ma Bettina gli si buttava al collo furiosa e stringendolo fino a soffocarlo gli gridava:

— È inutile, io non vado.

Ed egli che doveva fare? cedeva: il suo cipiglio artificiale svaniva davanti a quell’impeto di passione, — si stizziva di non sapersi stizzire davvero.

— Sai, — ella soggiungeva con una tenerezza prepotente, — non sono mica più quella minchiona d’una volta quando mi facevi scavalcar la finestra a piedi scalzi. Allora non sapevo neppure odiarti ed ora ti amo, capisci, tu sei mio.

Era suo difatti; chi l’avrebbe mai detto? aveva trovato il suo tiranno.

Bettina chiuse la camera che aveva diviso col marito, e s’installò senz’altro in quella di Riccardo.

Egli si trovò forzato in una galera d’amore.

Egli odiava quella donna e si lasciava amare, divorare da una passione sfrenata piena di febbre e di delirio.

La sua potenza di ragazzo viziato e gracile si trovò soggiogata dalla volontà di una donna malata.

Bettina si sentiva morire: e questa era la sua forza.

Una notte Riccardo, svegliandosi in sussulto, la vide che si dibatteva sotto la stretta di un’angoscia violenta.

— Oh la sua maledizione mi attira: egli mi vuole!

— Chi?

— Giovanni!

Riccardo osservò allora ch’ella s’era mutata in poche settimane. E istintivamente se ne compiacque.

Ma però un grande timore lo prese.

Una sera erano seduti l’uno accanto all’altro sulla riva del Sele: i loro volti si specchiavano nell’onda del fiume. Riccardo sorprese nel viso di lei un baleno di gioia feroce.

Egli vide la propria immagine, un viso patito, sparuto, consunto, e comprese e allibì.

Poi fu una vita d’inferno: una gara micidiale.

Bettina era la più violenta, Riccardo il più calcolatore. Ella non voleva che consumarlo, egli invece voleva sotterrarla.

Quell’odio e quell’amore si spiavano, si osservavano, e facevano a soverchiarsi l’un l’altro in un duello incessante, sull’orlo di una fossa.

Venne l’autunno e Bettina declinava rapidamente; pareva uno scheletro: tutta la sua vita ardeva negli occhi accesi e profondi; ella si abbrancava furibonda alla sua vittima che le sfuggiva.

— Menami teco; o verrai tu con me.

Che lugubri scene!

Riccardo me le contò poi nella mia camera.

— Quella fatale creatura mi voleva uccidere, ma me ne sono liberato. Ella è morta, oh ella è morta! — egli esclamò con un impeto di gioia cinica che mi fè rabbrividire. — Ma un accesso di tosse gli mozzò la parola.

Impallidì, io osservai allora il suo volto macilento, disfatto.

— Sei malato? — gli chiesi.

— No, — rispose stizzoso, — sto bene.

Ma non era vero: la tosse ch’egli cercava di soffocare gli rompeva il petto.

Le sue gambe vacillarono, egli cadde sul mio divano e si coprì le labbra colla pezzuola che diventò rossa di sangue.

Allora vidi quell’uomo ch’io aveva conosciuto così fiero e superbo avvilirsi profondamente: egli si abbandonò impaurito fra le mie braccia, mi strinse furioso. Mi chiedeva conforto, mi diceva:

— Sarà nulla, vero? non sarà nulla!

Era spaventato, temeva di morite.

Ma non morì. Egli guarì invece dopo alcuni mesi e così perfettamente che anche la sua bizzarria scomparve.

Il tiranno di via Nizza è adesso ammogliato, e poche mogli possono al pari della sua vantarsi della docilità del marito.


Back to IndexNext