V.

— Oh se non fosse stato lui, una persona così intima vostra, non l’avrei ricevuto in questo stato; ma ero tanto aduggita, abbiamo chiaccherato un poco e mi ha fatto bene. Il capitano discorre piacevolmente; egli ha avuto di così bizzarre avventure!

Zaverio la guardava stupito ed inquieto, ma non aperse bocca.

— Ah! sì? che senta anch’io... continua pure, soggiunse il marito.

Il capitano non sapeva che dire; per levarsi d’impiccio osservò che la signora doveva essere stanca.

— Ho capito, vi lascio in libertà di farvi le confidenze, sclamò la baronessa ironicamente, e levatasi rientrò nelle proprie stanze.

I due uomini rimasero impacciati l’uno in faccia all’altro un qualche minuto; poi Zaverio, tanto per far qualcosa, salutò il barone e prese congedo.

Il barone lo accompagnò fino sulla soglia dell’anticamera e con un — arrivederci — asciutto asciutto, lo lasciò.

Mentre Zaverio stava per scendere le scale, s’aperse un usciolino sul pianerottolo e ricomparve la baronessa: la quale gli disse sottovoce con una certa vivacità:

— Io ho detto che eravate venuto a farmi visita: ciò non è vero: perchè non avete protestato?

— Non è mia abitudine contraddire le signore, rispose Zaverio.

— Oh molto galante! credereste per caso, di avermi compromessa?

— Nè lo credo, nè lo crederò mai...

Donna Vittoria parve scossa, lo guardò fisso.

— Meno male, disse poi, e soggiunse: tornerete?

Il capitano esitava a rispondere, ma donna Vittoria non gliene diè il tempo e riprese risolutamente:

— Tornate domani; è necessario. Ricordatevi che mi dovete sempre una riparazione. A domani dunque.

Il giorno dopo alla stess’ora Zaverio era alla porta del villino ed era subito introdotto, ma stavolta, nella gran sala di ricevimento.

Donna Vittoria gli venne incontro sorridendo.

— Bravo! siete stato di parola.

— Non mi avete voi detto di venire?

— Chissà cos’avrete pensato!

— Nulla, non ho pensato che ad obbedire.

— E che mi chiederete in compenso di questa vostra devozione?

— Oh, se ne fossi degno, vi chiederei il vostro perdono e un po’ di stima.

— Duca, voi volete confondermi. Vi sorprende ch’io sappia il vostro titolo? Piuttosto dovrei maravigliarmi che voi lo nascondiate.

— Non lo nascondo affatto; solo non ne faccio uso. Quel titolo nobiliare è quasi l’unica eredità che gli antichi signori di Stigliano abbiano lasciato a me loro discendente. E mi vergogno di trascinarlo nelle angustie delle mia vita di povero ufficiale.

— Siete solo?

— Ho mia madre.

— E, mi hanno detto, fra breve una sposa.

— Sarebbe questo un desiderio di mia madre.

— E che vi impedisce di soddisfarlo?

— La donna ch’io dovrei sposare....

— Vi spiace?

— No; essa è gentile e buona, ma...

— Non vi ama?

— Non le sono increscioso....

— Dunque?

— Ma è molto giovane, è orfana, non ha nessuno che la consigli; non vorrei ch’ella potesse accusarmi un giorno d’aver abusato del suo abbandono, della sua inesperienza, dell’amicizia che lega le nostre famiglie... Ella ha qualcosa.

Donna Vittoria aggrottò la fronte e mormorò dispettosa:

— Colei ha dunque incontrato un uomo onesto. Capitano, disse poi, voi vi ricordate di essere un gentiluomo.... qualche volta.

Zaverio piegò il capo sotto il rimprovero della baronessa, la quale soggiunse bruscamente:

— Non so perchè facciamo questi discorsi.... che m’interessano a me?

Zaverio le domandò perchè gli avesse dato appuntamento per quel giorno.

Allora la baronessa mutando umore ad un tratto gli disse che non voleva nulla, che era stato un capriccio, per inquietarlo e per cimentare la sua pazienza, ed aggiunse con bonarietà:

— Voi dovete attribuire alla febbre le esagerazioni e le stravaganze dei giorni scorsi. Stavo tanto male! Ora sto bene, non pensiamo altro a quelle malinconie.

Il capitano, commosso della insperata indulgenza, voleva ringraziarla; lo trattenne il timore di risuscitare ricordi sgradevoli. Con impeto tutto meridionale, si chinò, prese il lembo dell’ampia veste di lei e la baciò.

Poi, subito, uscì discretamente.

Donna Vittoria sul punto di salutarlo gli aveva detto:

— Venite di nuovo e presto; sono sola tutta la giornata e triste; mi terrete compagnia.

E Zaverio tornò verso il fine della settimanae poi prese l’abitudine di venirci quasi ogni giorno, semprechè i doveri del servizio glielo consentivano. La baronessa lo riceveva costantemente in sala.

Il suo contegno era stranamente ineguale.

Mentre parlava tranquilla delle cose più comuni si turbava ad un tratto, usciva fuori in sarcasmi, in rabbuffi, in violenze inesplicabili. Di solito laconica, pensosa, aveva dei momenti di una loquacità singolare; oppure lasciando a mezzo la frase, la parola magari, ammutoliva e bisognava lasciarla stare od era peggio: talvolta, dopo qualche minuto di silenzio, si rabboniva e ripigliava il discorso interrotto.

Impossibile fidarsi del suo umore: era vivace, un minuto dopo annoiata, rannuvolata — era serena e diventava permalosa, beffarda, insoffribile. Qualche rara volta si mostrava espansiva, confidente — e allora seguiva sempre una reazione, era quando cadeva nei peggiori malestri...

Certe sere pareva soggiogata da una cupa afflizione, si stringeva con mano irrequieta la fronte, con dei gemiti che parevanle strappati in fondo al cuore da uno spasimo intenso: mormorava:

— Oh Dio... che cosa orribile! che inferno!

E guai se Zaverio mostrava di compatirla o anche solo di accorgersi della sua pena.

— Che ne sapete voi, rispondeva, ho mal di capo.

Se egli si alzava per ritirarsi gli gridava indispettito:

— No, no, state lì e parlatemi di cose allegre; raccontatemi qualcuna di quelle spiritose indiscrezioni di cui vi deliziate tanto voi altri uomini.

Sedeva anche lei, ricomponeva il volto ed era capace di chiaccherare un’ora di seguito, della casa, del suo paese, di usanze, di interessi volgari.

E non poteva dirsi leggera. Affatto.

La sua mobilità non era capriccio: vi si sentivano invece le ribellioni di una volontà tenace, imperiosa, indomabile.

Quando pareva più angustiata, accasciata, sopraffatta da una lotta superiore alle sue forze, si calmava repentinamente e prendeva un tuono di sfida e di sicurezza, un sorriso superbo che non esprimeva la rassegnazione stoica, ma la vittoria.

Tanto è che Zaverio non le resisteva, la subiva con un certo sgomento; e non tentava neppure comprenderla.

Non era minimamente entrato nella sua confidenza: dopo sei settimane, ancora era allo stesso punto.

Egli usciva di là sbalordito, malcontento, irritato — ma ci tornava perchè ella lo voleva e perchè egli non sapeva sottrarsele.

Quando la baronessa lo vedeva entrare aveva sempre l’aria di domandargli:

— Siete lì di nuovo?

Poi, dopo qualcuna delle solite stravaganze, dopo qualcuna delle più violente invettive, si fermava a guardarlo lì basito, col capo chino, che attorcigliava confuso i cordoni della sciabola e gli diceva crudelmente:

— E siete voi quel terribile spadaccino che dicono?

Pareva dispettosa di non trovare in lui maggiore resistenza.

Si degnava magari di trattarlo bene, con una leggera famigliarità, gli faceva degli elogi e sempre, accomiatandolo, gli ripeteva:

— Arrivederci domani.

Di quel domani ella non dubitava punto; e neppur lui.

Lo attirava da lei un fascino inesplicabile, che non era speranza, non desiderio — diletto meno che meno — un fascino acre, un corrivo malsano simile a quello che spinge la lingua contro il dente che duole.

Era un tormento divenutogli necessario.

La sua conversazione aveva una attrattiva indefinibile.

Ella non era amabile, non aveva coltura; la sua istruzione consisteva quasi unicamente nelle tradizioni della sua casa, che il vecchio padre, patrizio orgoglioso, inchiodato negli ultimi anni dalla paralisi nell’antico seggiolone dominicaleonde i suoi avi davano il loro arbitrio per giustizia — le aveva narrate e ripetute le mille volte; e che le si erano impresse nell’animo coll’immagine di quel moribondo, col tono della sua voce rauca e solenne. Figlia unica e senza madre, aveva preso il governo del castello e dei beni paterni, in cui sopravviveva di fatto, ad onta di ogni legge, nella sua superba semplicità il dominio feudale: — e quelle tristi confidenze erano state l’unico suo svago in mezzo alle cure di massaia e d’infermiera. Onde derivava nel suo carattere un singolare contrasto di un positivismo provinciale e di un fantastico lugubre e superstizioso.

Balzata da quel mondo medioevale, nelle futilità e nel sensualismo della vita moderna dei ricchi, si era raccolta, rinchiusa in sè stessa e l’ozio aveva irritate le tendenze immaginose del suo spirito.

Tutti i suoi pensieri spiccavano sopra un fondo di cupa malinconia, che ella si sforzava di dissimulare con un umorismo triste.

I suoi discorsi non erano mai piacevoli, mai allegri e schiettamente sereni, ma vivaci e spesso arguti. Ella vedeva e giudicava le cose con dei criterii tanto bizzarri ed originali!

Aveva delle ingenuità primitive condite di un cinismo selvaggio.

Un giorno condusse Zaverio sul terrazzo che guardava sul golfo.

In mezzo a quella gioconda meraviglia di paesaggio che il raggio del tramonto coloriva di una vaga tinta rosea, loro due erano tristi come se tutto il dolore dell’universo si fosse rifugiato sotto quelle loro fronti pallide.

Passò rasente la riva un canotto che solcava lentamente l’onda placida, unita. V’erano dentro due giovani, due innamorati, forse due sposi. Egli tuffava i remi a intervalli ineguali e ogni volta, rovesciandosi indietro, posava il capo in grembo a lei che stava seduta a prua, e i loro sguardi si incontravano e i loro sorrisi: le labbra sussurravano parole che il fiotto dell’acqua e il tuffo dei remi discretamente coprivano.

— Che cosa dicono? domandò donna Vittoria toccando il braccio a Zaverio e indicandogli il canotto.

Egli non ardì rispondere, la guardò maravigliato; ma ella restò seria, seguì coll’occhio la voluttuosa navicella finchè ebbe svoltato dietro gli aranci del capo.

Il sole scendeva dietro Capri, la notte saliva rapidamente dietro Sant’Elmo.

La baronessa soggiunse:

— Che commedia! A quest’ora sono stufi l’uno dell’altra.

Mezz’ora dopo il canotto ripassò più lento di prima: i due giovani cantavano a mezza voce una cantilena francese: qualche volta la donnasbagliava il verso, l’uomo sbagliava la remata e rideva, ridevano tuttedue e v’era in quel riso una beatitudine infinita: pareva che il cielo e il mare stessero silenziosi ad ascoltarli.

Donna Vittoria si ritrasse bruscamente.

— Ci credete voi alla felicità? disse poi rientrando in sala, io non sono mai stata felice. Perchè, se vi è contentezza al mondo io sola devo esserne priva? Ma non ci credo: non c’è. Ho visto a Tizzano nei giorni di festa dei contadini allegri, erano ubbriachi, l’indomani si curvavano sul solco più gialli e più cupi del solito: ho visto delle nozze cominciate al suono dei pifferi e delle cornamuse continuare al picchio dei pugni: sempre.

Non parlavano mai del marito; Zaverio lo nominava qualche volta — ella mai.

Dal suo canto il barone, per oltre un mese, si tenne in disparte come usava prima e non parve accorgersi delle assiduità del capitano: stava fuori di casa tutta la giornata, non rientrava che la notte tardi.

— Ma una sera capitò improvvisamente ad interrompere una loro conversazione che si era prolungata assai, e con una insolita intimità.

Con una ciera fra l’imbarazzato e il diffidente salutò Zaverio senza guardarlo in faccia, e andò dritto con studiata e sforzata aria di padronanza, a sedersi sul divano accanto alla moglie.

Ella non mostrò sorpresa punta, punta. Continuòtranquillamente il suo discorso. Descriveva le proprie occupazioni di fanciulla a Tizzano, nella casa paterna.

Soltanto aggiunse freddamente:

— Ma il barone qui non mi lascia far nulla.

Egli prese la cosa per il suo buon verso e, rasserenandosi, tutto ringalluzzito:

— Oh, io lo confesso, sclamò, non so come si possa farsi servire da una donna — e non ammetto che la si faccia lavorare — se stesse in me proibirei a tutti i poveri di prender moglie.

— Che ne dite? domandò la baronessa a Zaverio con uno sguardo indefinibile.

Egli non rispose.

Da quella sera in poi Zaverio incontrò quasi sempre il barone: od era già in sala quando egli entrava o veniva poco dopo.

Singolare però: la sua presenza non che aumentare, scemava il riserbo di donna Vittoria. Dava più che mai in istravaganze, ella si faceva col capitano più espansiva, quasi cortese. Gli rivolgeva sempre la parola, lo ascoltava con attenzione e gli rispondeva con premura senza ombra d’ironia.

Ma, a quattr’occhi, tutte queste garbatezze cessavano e tornava il primo rigore, i modi bruschi, i sarcasmi.

Soli, del resto, non restavano più che assai raramente.

Il barone tentò di rinnovare il suo crocchio: ricondusse il cavaliere Russo, don Primicile e l’avvocato Varriale, ma quando essi vennero donna Vittoria non uscì dalle proprie stanze.

Gli invitati compresero il latino e spulezzarono ancora.

Allora il barone si piantò regolarmente in sala per tutto il tempo che durava la visita del capitano.

E donna Vittoria pareva lo facesse apposta; tratteneva Zaverio con ogni sorta di pretesti.

Una sera che la cosa era andata estremamente in lungo, uscito Zaverio, il barone s’arrischiò a dire:

— È noioso quel capitano; non vi pare?

— Chi l’ha condotto qui? rimbeccò aspramente la baronessa.

— Fastidioso e indiscreto.

— Il Duca di Stigliano mi sembra persona ammodo, un cavaliere compitissimo.

— Duca! sclamò con gesto sprezzante il marito — si sa almeno chi sia questo Duca?

— Ah voi date del tu a della gente che non conoscete? e la menate in casa. Io vi assicuro — e me n’intendo — che il duca è un gentiluomo davvero: per caso ce n’è uno fra i vostri amici — per puro caso. Però farete bene a metterlo alla porta. Provate.

E lo lasciò con un riso di scherno.

Qualche giorno dopo, Zaverio, arrivando al villino, vide sulla porta di strada il calesse della signora. In sala trovò il barone in abito di passeggio che si accomodava la cravatta davanti ad uno dei due grandi specchi, e senza voltarsi, gli disse trionfalmente:

— Caro mio, ti chiediamo perdono, siamo sul punto di fare una giterella piuttosto lunga. Io devo recarmi dietro Capodimonte a visitare certi poderi che comprai e la baronessa ha la bontà di accompagnarmi.

— Ma il duca potrebbe venire con noi, disse la baronessa uscendo frettolosa dalle sue stanze con una sollecitudine che fe’ inarcare le ciglia al marito.

Poi, senza dargli tempo a rispondere, disse a Zaverio:

— Non ricuserete, spero, di farci compagnia; favorite, soggiunse dandogli ad abbottonare il suo guanto.

E mentre il capitano stringeva, guardandolo con timida riverenza, il suo polso rotondo e vigoroso, ella volgendosi al barone:

— Pregatelo dunque voi di venire.

— Certamente, balbettò con una smorfia il barone — se può.... se vuole....

— Volentieri, rispose Zaverio offrendo il braccio alla baronessa, che lo prese e vi si appoggiò per scendere in istrada.

In carrozza il barone dovette per convenienza cedergli il posto d’onore alla sinistra della moglie. Era vivamente contrariato.

Discesero al Leone, percorsero la riviera di Chiaia, Pizzofalcone, Santa Lucia, piazza del Plebiscito, Toledo — sempre in silenzio.

Dei tre, la sola baronessa era all’agio suo, rannicchiata in fondo al mantice, distratta, meditabonda, pareva non accorgersi dei compagni.

I quali, invece, si occupavano molto di lei.

La carrozza andava di carriera: pure la strada sembrò loro interminabile.

Ai piedi della salita incontrarono una lunga fila di carri che scendevano dall’altura e sollevavano un fitto polveraccio.

Donna Vittoria propose di far a piedi la salita attraversando il piccolo square.

Riprese il braccio del capitano e s’avviò innanzi con lui mentre il marito si trattenne a dar gli ordini al cocchiere.

Camminava spedito su pei sentieruoli premendo più dell’usato la breve manina sul suo braccio.

Non parlavano nè l’una, nè l’altro.

La signora lo guardava di traverso con una curiosità sdegnosa: egli non ardiva levarle gli occhi in viso.

Arrivati in cima domandò:

— Aspettiamo il barone?

— Aspettiamolo pure, rispose beffarda la baronessa.

Il barone sopraggiunse trafelato al passo di corsa.

— Per bacco, sclamò sbuffando, come correte!

— Voi avete corso! rispose donna Vittoria.

Poco più in là ella propose un emendamento radicale al programma della passeggiata.

Non era mai stata alla Villa Reale. Mostrò una grande curiosità di visitarla. — Il barone facesse pure il commodo suo, andasse a vedere il fondo — tanto ella non poteva intendersene.

Il marito rimase perplesso; die’ un’occhiata diffidente a Zaverio che non era meno impacciato di lui.

Donna Vittoria, tutta ilare, pareva divertirsi molto del loro imbarazzo.

— Il duca — oramai davanti al marito lo chiamava sempre così, — il duca mi farà da guida e da cicerone.

Il barone cercava un ripiego; andar solo non gli garbava; mosse qualche obbiezione, poi si mostrò disposto a venir anche lui con loro. — Al podere andrebbe dopo.

Ma la baronessa non voleva far troppo tardi.

Quasi quasi il barone voleva rinunziare al proprio progetto: sarebbe tornato un altro giorno....

Ma la signora non lo permise: l’affare premeva. — Dunque? — Dunque andasse....

Poteva resistere il barone? egli non l’osò, temeva il ridicolo. Si rassegnò ad andar solo.

— Non vi fate aspettare, raccomandò la baronessa.

Ed entrò con Zaverio nel parco reale.

Presero il gran viale.

Il custode li lasciò andare soli.

Avevano ammutolito di nuovo: camminavano nella verde e fresca penombra.

— Non dite nulla? domandò finalmente donna Vittoria, vi annoiate di star con me?

— Anzi!

— Anzi? così va bene!

— Sono orgoglioso della prova di fiducia.

Donna Vittoria l’interruppe:

— Non supporrete mica che io abbia bisogno della custodia di mio marito. Sarebbe un custode sì poco sicuro! Confesserete che le riserve non sono venute da lui....

Ella si staccò da Zaverio, si fermò un momento come per aspettare una risposta, poi riprese il suo braccio e fecero qualche altra diecina di passi.

— Quanto tempo è, disse poi, che venite da me?

— Quasi due mesi.

— E in tutto questo tempo voi siete venuto quasi tutti i giorni e vi ho ricevuto da sola, eppure non avete pronunziata una sola parola di quelle che io non soglio permettere. Siete sicuro d’aver detto sempre tutto quanto il vostro pensiero?

— Sono sempre così poco soddisfatto di me, che mi guardo bene dallo scrutare così addentro ai miei pensieri.

— Il contrario di me: io fo tutti i giorni l’esame di coscienza: io, dei miei pensieri sono perfettamente sicura. Se qualcuno credesse cogliermi in fallo si sbaglierebbe.

Rizzò alteramente la persona, poi domandò:

— Dunque perchè siete venuto da me?

— Perchè, mormorò Zaverio, lo sapete; ve l’ho detto la prima volta che mi faceste l’onore di ricevermi. Sentivo di avere con voi dei gran torti, volevo ripararli.

Donna Vittoria rise superbamente.

Zaverio continuò:

— .... poi desideravo riconquistare la vostra stima.

— Non è mica poco.

— Oh lo so!

— E.... credete esserci riuscito?

— Non oso neppure sperarlo. Un momento mi sono lusingato che la lealtà, la franchezza, nelriconoscere i miei torti potessero aver qualche valore. Mi sono ingannato; non bastano — lo so anch’io.

— Duca, voi non siete sincero.

— Lo sono, vi do parola, lo sono.

— Sareste dunque diverso degli altri? mormorò la baronessa, facendosi pensierosa e appoggiandosi con qualche abbandono al braccio di Zaverio.

Dopo una pausa più lunga riprese colla prima amarezza:

— Ci sono delle donne che accettano sul serio le gentilezze di voi altri, le vostre proteste, le vostre dichiarazioni, le belle commedie dei vostri complimenti. — I vostri complimenti! Dio bono, che cosa scipita e comune. Qual’è la donna che non possa averne a sazietà ogni giorno e da chicchessia! Non ho io inteso farne delle dozzine alla moglie del mio tutore? La buona donna non aveva che cinquant’anni. Si scopriva il seno e coloro, giovinotti brillanti, come vagheggiavano quell’.... audace supposizione! Oh, siete molto compiacenti e punto schifiltosi voi! Prodigate la vostra adorazione con mirabile generosità — è vero che non vai nulla!

Per la prima volta il suo sarcasmo lasciava intravvedere una tristezza vera e profonda.

— Ah che delusione! sclamò. E dire che noi fanciulle si trema pensando all’uomo, e ce lo immaginiamoun eroe, un essere più elevato, più fulgido e si arrossisce di non esserne degne, non si ardisce guardargli in viso, e non ci pare mai soverchia l’umile verecondia dinanzi a lui, si cacciano dal cuore tutti gli affetti della terra per farne un cielo per lui.... Eppoi, Dio mio, che fantasie sciupate! Quando quest’essere superiore, che per lunghi anni non vi bada affatto, un bel giorno, vedendovi le gonnella lunghe, si accorge che siete una donna e vi fa l’onore di credervi matura ai suoi desideri; e si degna rivelarvisi — che rivelazione!.... lo sentite meschino, cupido e più ancora, vano; desideroso non tanto di possedervi quanto del vanto di possedervi. Le sue parole sono nobili talvolta, i suoi desideri mai. Egli vi dice le cose più lusinghiere, vi onora delle adulazioni più pompose, e noi si crede al suo rispetto, alla sua riconoscenza, ne pare in buona fede d’essere innalzate sopra un altare e invece lui non vuole che mettervi le mani addosso per trascinarvi.... molto più in giù del fango. — Che grandi e superbe frasi per chiedervi una cosa piccola e laida, quanti complimenti alla donna. — Come abbietti, come infami!

— Mio Dio, che uomini avete conosciuti voi?

— Tutti ad un modo. Vorreste dire che ce ne sono degli altri? ah!

Si raccolse un momento; pareva commossa.

— Perchè non li ho incontrati io se ve nesono? disse aspramente: perchè quando era ingenua, candida, nessuno si è presentato? perchè sono diventata la baronessa di Ruoppolo?

Avevano fatta una buona metà del viale.

Donna Vittoria volle tornare indietro e prendere una scorciatoia per ritornare alla villa.

Imboccarono uno dei sentieri che s’insinuano lateralmente fra le macchie.

Zaverio era troppo distratto per potersi orizzontare.

Si smarrirono.

La baronessa se la pigliò con lui e lo rimbrottò quasi l’avesse fatto apposta.

Per fortuna si trovavano vicini all’uscita.

Dopo brevi ricerche riuscirono in capo al viale.

La baronessa smise l’idea di visitare il palazzo.

Disse ch’era stanca, che aveva mal di capo, voleva rincasare.

Tornarono alla carrozza che aspettava sullo stradone.

Il barone non s’era visto ancora. Il podere era lontano di là quasi tre quarti d’ora.

— Mi accompagnate? chiese donna Vittoria.

Rifecero di corsa la strada del mattino; i trabalzi della carrozza e il frastuono assordante della città risparmiò loro il bisogno di proseguire la conversazione.

Ciò servì ad entrambi.

Era uno di quei discorsi che, una volta interrotti e sedata la commozione che li ha ispirati, non si trova più il verso di riannodare.

Giunti al villino, il capitano salutò la signora, ma ella lo invitò ad entrare.

— È tardi, disse, bisogna che io vi dia da pranzo.

E non volle sentir scuse. Accortasi che la sua frase era, nei rapporti loro, scortese, si rabbonì, insistè, lo pregò, lo costrinse ad accettare.

Mentre la baronessa si ritirò a cambiar abito, Zaverio aspettò nel salotto.

Appoggiato al davanzale della finestra rimase assorto a guardare fra le stecche della persiana le barche che apparivano e sparivano sopra una breve e scintillante zona di mare, colla avidità attenta del prigioniero — e tanto intensa che non sentì entrare donna Vittoria.

Voltandosi, dopo un gran pezzo, la vide seduta placidamente sul divano. Ella lo guardava e nei suoi occhi luceva una viva soddisfazione.

Era superbamente bella: non vestiva con la minuta eleganza moderna ma con maestà antica e quasi sempre di chiaro.

Zaverio era irrequieto.

— Il barone è tornato? chiese.

— Vi preme saperlo?

E con grande indifferenza donna Vittoria tirò il cordone del campanello.

Venne Concetta e disse che il barone non era rientrato ancora.

— Bene, quando viene, fallo avvertire che lo aspettiamo a pranzo.

— Eccovi soddisfatto, disse poi a Zaverio.

Egli tacque.

— Vi ho compromesso con l’amico vostro, soggiunse donna Vittoria, ve ne rincresce? — Diffatti egli è stato con voi tanto generoso!

— Oh sì....

— Eh lo so, disse la baronessa mozzandogli con un’occhiata tagliente la parola sul labbro.

Poi aggiunse con un sorriso:

— Non si direbbe, eppure mio marito è geloso — è geloso di voi. — D’una gelosia degna di lui s’intende. Naturalmente egli non può stimare alcuno. Per lui io sono un mobile che si mostra con orgoglio e si vuol tenere per sè. Potrei prodigare il mio spirito e il mio cuore a mio talento: egli non ci tiene che al possesso materiale; anzi al vanto di poter dire: questa donna mi appartiene. Per questo egli non può in coscienza lagnarsi. Rassicuratelo pure.

Poi mutò discorso, e tono:

— Perdonate se vi tormento sempre, disse, non sono punto amabile, lo so, sento che non sono donna o forse lo sono troppo, ma non alla maniera della società; non somiglio alle dame che vivono conversando, — cosa dicono? devonoavere uno spirito prodigioso. — Io, aggiunse malinconicamente, ero nata per aver un affetto solo e immenso e consacrarmi tutta a quello, se l’avessi incontrato. Vi pare assurdo? è più facile averne molti, ebbene io non lo capisco.

— Nemmeno io.

— Nemmeno voi? domandò vivamente donna Vittoria.

— Anch’io ho sempre desiderato un affetto vero e nello stesso tempo ho sempre avuto paura d’incontrarlo.

— Perchè?

— Perchè sento ch’esso esaurirebbe tutta la mia vita.

— Meno male che finora siete riuscito ad evitarlo.

Poco dopo entrò il barone e si servì il pranzo.

La baronessa prevenne il suo malumore e lo rimproverò del ritardo.

Ell’era gaia, briosa, costrinse il marito e il capitano a parlare insieme; non lasciò languire il discorso un minuto.

A quella donna così ignorante, così imperiosa e, si può ben dire, cattiva, non si poteva resistere: la scherma dell’educazione, della coltura, delle belle maniere era inutile con lei.

Imponeva le sue leggerezze sforzate, in grazia delle qualità che celavano: come un liquore che, infortito, conservasse tutto il suo alcool.

Dopo il caffè il barone uscì un momento ed ella pure.

Zaverio si ripose alla finestra.

Era notte fatta e gli alberi disegnavano sulla ghiaia fina del giardino delle grandi ombre fantastiche.

Anche stavolta donna Vittoria gli arrivò alle spalle inosservata. E gli disse:

— Che incanto! che scena per i colloqui da romanzo! Le foglie che stormiscono, il mare che geme, la luna che splende — e due che si amano!

I suoi occhi scintillavano.

Il barone rientrò: ma la conversazione cadde.

Zaverio si sentiva soggiogato dagli sguardi della baronessa; ed era più che mai a disagio.

Verso le dieci il marito si ritirò ed anche Zaverio.

Sul pianerottolo si trovò al buio. La baronessa s’era dimenticata di avvertire i servi.

Scese a tentoni la scala.

In fondo la porta di strada era chiusa; era accostata invece quella del giardino.

Zaverio rimase un po’ perplesso; il sangue gli montò alla testa.

Uscì in giardino e si nascose nell’ombra di un ciuffo di lilla.

Vide i lumi spegnersi a poco a poco nella casa.

Trascorse un quarto d’ora. Che aspettava?

Finalmente intese il rumore di una pedata leggiera e il fruscio di una veste femminile.

Una figura bianca si appressò pianamente al cespuglio, gli passò davanti e gli fe’ cenno di seguirla.

Le tenne dietro. Ed ella lo ricondusse così nell’atrio; quivi aperse la porta di strada e allora, al raggio della luna che penetrò nell’atrio, Zaverio riconobbe Concetta.

— Buona notte, gli disse, tornate domattina alle dieci.

Egli uscì — ella rinchiuse.

Zaverio se n’andò trasognato. Era un appuntamento o una canzonatura?

Parlava per sè o per incarico?

Gli parve sentire dietro di sè delle risa represse.

Contuttociò l’indomani mattina, alle dieci in punto, Zaverio arrivò al villino di Ruoppolo — come un buon soldato smanioso di affrontare il pericolo. E spingeva la bravura fino a parere un dappoco.

Concetta gli aperse prima ch’egli tirasse il campanello e lo menò dritto nel salottino della baronessa — che si faceva pettinare.

Donna Vittoria lo ricevette freddamente; lo invitò a sedere e stette silenziosa, ammantata nell’accappatoio, fiera come un’antica matrona.

Concetta terminò di annodare le treccie della signora e poco dopo uscì.

Rimasero soli.

Zaverio domandò:

— Volevate parlarmi?

— No.

Parve a Zaverio di sentir la voce del barone.

S’alzò inquieto; uno strano sospetto lo prese.

— Vi fidate voi della cameriera? disse.

— Sì, rispose donna Vittoria.

E, stringendo alteramente le spalle, soggiunse:

— Del resto non ho nulla da nascondere io — e voi?

— Non vorrei.... — mormorò il capitano a mezza voce.

— Di solito, egli soggiunse, il barone a quest’ora è fuori.

La baronessa fece un gesto d’indifferenza.

Zaverio sedette.

— Voi non mi aspettavate? chiese poi.

— No.

— Ah!

Dopo una pausa, durante la quale il volto della baronessa rimase impenetrabile, bruscamente ella gli domandò:

— Voi siete molto affezionato al barone?

— Ve l’ho detto; egli mi fece un grande servigio.

— Ah già! vi ha imprestato del denaro, suppongo.

— Mi ha salvato la vita e più che la vita, esclamò premuroso il capitano.

— Ah! ah! è una storia interessante? Sarei curiosa, per la novità, di conoscere questa sua azione generosa.

Zaverio disse:

— Una funesta passione pel giuoco fu la rovina di mio padre e della nostra casa: il pover uomo morì desolato di lasciarci nella miseria confessandomi fra i singhiozzi la fatale sua debolezza e scongiurandomi di schivare il suo esempio. — Mia madre, che aveva portato con alta rassegnazione il suo dolore, abbracciandomi nell’angoscia di quel lugubre momento, mi disse: — tu sei oramai il mio solo sostegno, figliolo mio, e conosci la causa delle nostre disgrazie che ti ho sempre celata; per amor di Dio, non te la scordar mai. La povera donna era tormentata sempre dal presentimento di veder rivivere in me l’inclinazione maledetta. E quando le dicevano che io somigliavo a mio padre, ella che pure adorava la memoria di lui, si scolorava in viso e tremava. Non mi perdeva d’occhio un minuto: la mia educazione mirò non tanto ad insegnarmi molte cose quanto a distogliermi da una, da quella. Ebbenequell’unica, verso cui il divieto appuntava continuamente la mia attenzione, mi attirava. L’orrore che mi inspirava si mutava in fascino. Fors’anche avevo nel sangue il mal germe della passione paterna. Certo è che, sempre quando la mia volontà s’addormenta esso si risveglia; — è la risultante di tutte le mie debolezze. Sempre una qualunque disobbedienza, ai consigli materni prima, e poi alla disciplina del reggimento, mi ha spinto sulla soglia di una casa di gioco. Ho passato dell’ore palpitante sull’uscio della bisca. Ed ho lungamente lottato: mi pareva un delitto, poi tutte le volte che ci fui ne uscii con qualche disgrazia, tutte le mie sventure escono di là.

— Anche quella di conoscermi? domandò la baronessa.

Zaverio non avvertì la singolarità della domanda e rispose:

— Sì.

La baronessa rise.

Zaverio s’interruppe:

— Dunque? ella disse con una impazienza che tradiva una certa curiosità.

— Dunque io cedevo alla trista mania, che con ogni sorta di pretesti e di fallaci transazioni mi si imponeva. Tuttavia, per alcuni anni che passai in provincia, il decoro e i doveri del mio grado, la povertà e il rispetto per mia madre me ne preservarono. Ma quando, l’anno passato, vennidi guarnigione a Napoli, ricaddi perdutamente sotto il malaugurato predominio. Una sera alClub Sebetoperdetti certi denari che con mille sforzi avevo raggranellati per una spesa urgente chiestami da mia madre. Ero disperato. E, come sempre accade, una ingannevole speranza di ricuperarli mi stimolava a ritentar la fortuna. Corsi in quartiere nel mio ufficio, dove tenevo una somma per le provviste della compagnia: circa tre mila lire. Disgrazia volle che mentre ero colà entrasse il maggiore: non volendo farmi vedere da lui a levar del denaro a quell’ora, presi il portafogli come stava, con tutto il danaro ed uscii. Tornai di corsa al Club: dove continuava ancora la partita che aveva ingoiati i miei poveri risparmi. Con una furia indescrivibile, — non ci vedevo più — ripresi il gioco. Perdei le tre mila lire in poco più di mezz’ora. Avevo per compagno di gioco il barone. Quando il mio ultimo biglietto da cento lire passò dall’altra parte della tavola ed io impietrito lo guardai, certo egli si accorse del mio smarrimento poichè, per darmi un pretesto decente di ritirarmi discretamente, mi disse: — vogliamo smettere? — E s’alzò. Io pure mi scostai dalla tavola, mi buttai sopra un canapè e pensai con terrore che l’indomani avrei dovuto ripresentare la somma perduta. La prevaricazione sarebbe indubbiamente stata scoperta e io sarei disonorato. — E mia madre?... Erosolo; là dentro nessuno badava a me; nessuno mi conosceva, mi aveva menato un giovane, superficiale relazione di caffè, che già era uscito. — In quella il barone mi si accostò e mi disse: — Mi permettete di rimborsarvi il danaro che avete perduto? Se vi bisogna, senza complimenti; io sono ricco; voi mi passerete un’obbligazione e fisserete per la restituzione il termine che vi accomoda. Accettai e....

— Naturalmente la vostra gratitudine non ha limiti, — salvi, aggiunse la baronessa con uno sguardo maligno che fe’ divampare Zaverio, salvi sempre i diritti intangibili della galanteria.

Ella domandò poi:

— Voi avete restituito?

— Sì.

— Così il barone ha comprato, a buon mercato, un amico.... come egli ha sempre comprato tutto.... anche la moglie.

Zaverio non potè trattenere un gesto di stupore.

— Comprenderete che nel turpe contratto non ci fu da parte mia nulla di spontaneo.

Gli raccontò la storia del suo matrimonio.

Un ignobile intrigo.

Morto il vecchio principe di Tizzano, ella che aveva appena diciasette anni era stata posta sotto la tutela di un vecchio parente materno, povero ed avido, che si buttò sulla sua sostanza col fermoproposito di farsene una propria o, almeno, di camparci su il più lungamente possibile. La nascose in un villaggio della Basilicata facendole intorno una custodia tanto rigorosa da sottrarla ad ogni onesto partito; e la cedette poi al barone, cui un vivo desiderio e un passato ben poco onorifico facevano arrendevole alle sue avidità, e che, diffatti, gli pagò il suo consenso con un regalo che equivaleva almeno alla metà della dote.

Il Di Ruoppolo era un fattore, arricchitosi sposando segretamente la ganza del padrone, alla quale questi, stretto dai creditori, aveva fatto una finta cessione, che il Di Ruoppolo si diè cura di tenere per vera. La moglie aveva avuto la discrezione di non fargli attender troppo la vedovanza liberatrice.

Queste cose Vittoria non le seppe che dopo: quando il tutore le aveva presentato il barone, ella, ignara del mondo, senza predilezioni, lo credeva un gentiluomo; ed era poi tanto aduggita della casa dove viveva, che il solo levarla di là era già per lei un beneficio.

— Così, ella sclamò con una collera che cinque anni di sofferenze non avevano potuto minimamente attutire, così fui consegnata dal venditore al mio compratore e un baro acquistò il diritto esoso di infliggermi per tutta la vita il suo nome e la sua vergogna.

Le illusioni della sua ignoranza non durarono a lungo; ella non tardò a riconoscere il pantano in cui era scivolata. Ella innocente, pura, due giorni dopo le nozze, ancora tutta sgomenta dei diritti di famigliarità che le usanze e la legge danno, col titolo di sposo, all’uomo ignoto — ebbe la vergogna di sentire quell’uomo rallegrare un crocchio di amici ubbriachi col racconto di ciò ch’ella non avrebbe voluto confessare neppure a sè stessa.

— Io presentii fin d’allora che quell’uomo dalle bassezze senza limiti mi avrebbe esposta. E ciò è avvenuto.

Donna Vittoria si rizzò coi pugni chiusi dinanzi a Zaverio.

— E voi siete qui ed io racconto a voi queste cose, a voi suo amico, suo complice! Voi troverete certo tutto ciò naturalissimo.

— Oh no, sclamò il capitano, voi sapete che non è vero.

— Ma lo tollerate.... e s’egli entrasse ora gli stringereste la mano.

Zaverio la guardò stupefatto.

Ella dovette leggere nel suo pensiero.

— Ah! perchè lo tollero io? volete dire. Non lo tollero, lo sopporto; posso fare altrimenti? C’era forse un mezzo per evitarlo? Una separazione? Ma dove sono i motivi, dove sono le prove? Dovevo io rivelare la mia onta ad ungiudice, ad un uomo che mi avrebbe forse respinta, certo derisa? Eppoi, la separazione legale cos’è? so che è venuta di moda e che molte donne ne profittano — a me mi ripugna: dei due coniugi separati chi scapita sempre è la donna. Una donna separata dal marito è condannata a portarne il nome odioso ed è per dippiù disonorata. Il mondo che mi rispetta ora che porto un nome abbietto continuerebbe a chiamarmi con quello e non mi perdonerebbe l’orgoglio di voler riprendere il mio illustre e senza macchia.

— È vero! disse tristamente Zaverio.

— Ma voi — non sapete consigliarmi nulla?

— Io?... no....

— Ecco come sono questi uomini, disse amaramente la baronessa, pronti ad adorarvi in ginocchio, a dare, a parole, tutto il loro sangue per voi — ma metteteli al punto di mantenere le loro promesse, fate appello al loro aiuto, vi rispondono: — io?... no.

— Baronessa, disse dimessamente ma fermo il capitano, io non vi ho promesso nulla.

— Sta bene, mormorò fra i denti la baronessa.

Poi, con uno di quei suoi repentini mutamenti si rasserenò e, alla fine la sua conversazione diventò tanto tranquilla e sensata quanto era stata in principio penosa e violenta.

Per parecchi giorni, il capitano non venne, trattenuto dal servizio. Dopo, alla prima visita, Donna Vittoria lo accolse con singolare cortesia. Gli venne incontro premurosa contro il suo solito, gli stese la mano e la lasciò fra le sue qualche minuto. Nel suo sguardo brillava una visibile contentezza.

Lo rimproverò dolcemente della sua assenza.

— Perchè mi abbandonate? gli chiese, voi siete l’unico amico che io mi abbia e nel quale io possa confidarmi.

Ma non gli parlò di sè, anzi evitò con cura i discorsi delle altre volte.

Solo vi fe’ indirettamente allusione per iscusarsene.

— Me ne accorgo anch’io, sono monotona, lugubre, e voi non avete torto di spendere il vostro tempo in modo più gradevole.

V’era nelle sue parole un accento di sincerità che scosse Zaverio.

Però non era modestia.

Ella non apprezzava punto le finezze e le dolcezze piccanti della conversazione. Ripugnava alsuo ingenuo e incolto positivismo questa delicata e vana ginnastica di parole. Per lei il discorrere era aver qualcosa da dire, da confidare — almeno da raccontare. Tirava diritto all’argomento sempre. Se si accorgeva d’essersi inoltrata in un terreno scabroso, se si trovava di fronte al pericolo di commettere un’imprudenza, invece di girare le difficoltà si fermava immantinenti e taceva. E il suo silenzio pieno di pensiero, era singolarmente eloquente: una tristezza profonda velava il suo volto scultoreo, e gli dava espressione.

— Quest’ozio vergognoso mi pesa. Volete credere? Questa casa dove tutto si amministra a mia insaputa, dove non ho nulla da fare nè da pensare, mi ha l’aria di un albergo. Oh! io era nata per la vita di famiglia, sclamò dolorosamente e, vedete, fui condannata alla solitudine. Della mia famiglia non conobbi che due moribondi, mio padre e mia madre, e non avrò mai figliuoli. Però meglio così.

Le sue stravaganze lasciavano più che mai trasparire la vera sua indole, il suo carattere fiero e ostinato — ma in fondo buono ed amorevole; le traccie di una primitiva rettitudine, di una coscienza disorientata, di un sentimento nobilmente altero, che l’odio aveva avvelenato, non inaridito.

Certe volte si commoveva, s’impietosiva perle cose più comuni, per le più piccole disgrazie: certe altre mostrava una durezza, tanto grande che non poteva essere naturale.

I suoi due servi Gabriele e Concetta l’adoravano.

C’era in lei un tesoro d’affetto ch’ella non aveva potuto collocare degnamente e che ella sembrava nascondere persino a sè stessa. Si sarebbe detto che si vergognava di essere buona. Qualche malefico proposito vegliava sopra i moti del suo cuore per reprimerli. — Una tirannia implacabile che tuttavia si addormentava qualche momento — e allora il solito sussiego svaniva e appariva l’anima oppressa, non soggiogata. Lampi rari e fugaci ma luminosi che rivelavano la virtuale potenza delle passioni buone in lei che non ne aveva mai provata alcuna.

Davvero, non ostante il suo scetticismo ombroso e permaloso, ella aveva un’illibata verginità di cuore.

Una donna che non ha mai amato, un fiore non sbocciato, luce misteriosa dell’alba, purezza inesplicabile, fascino irresistibile!

Al quale Zaverio cedeva inconsciamente — e tremando; perchè una fatalità crudele, senza riparo, gettava sopra le gioie, che il desiderio gli rivelava sommessamente, l’ombra bieca di una catastrofe inevitabile.

I tristi ricordi delle sue sventure soggiogavanoil suo spirito a una superstiziosa idiosincrasia, a un lugubre fatalismo. Spesso una disgrazia che si teme è una disgrazia cui si va incontro: i casi esteriori si modellano spesso sopra i presentimenti.

In quei giorni donna Vittoria fu eccezionalmente cortese con lui; gli mostrava maggiore famigliarità e i loro discorsi piegavano spesso a una vaga e dolce malinconia; ma, ad un tratto un pensiero sinistro sorgeva, inesplicabilmente, fra loro; e i loro sguardi si sfuggivano e sembravano entrambi impauriti di trovarsi insieme — inconsolabili di essersi trovati troppo tardi o troppo presto.

Uno sgomento, un terrore vago tormentava Zaverio quando non era con la baronessa: l’immagine di lei, ingrandita e crucciosa, lo perseguitava — bella ma terribile, e gli dava la notte degli incubi strani, delle visioni paurose.

Intanto la tristezza che dalla sua malattia in poi non l’aveva più abbandonato si faceva più cupa, e sua madre, che lo amava teneramente, come le donne amano i figli dell’uomo che le ha rese infelici, s’era accorta di qualcosa.

Ella lo aspettava di nascosto tutte le sere e lo spiava attenta; spesso, di notte se lo sentiva agitarsi e parlare nel sonno, balzava dal letto e veniva pronta, in punta di piedi, ad origliare all’uscio della sua camera.

Ella aveva perciò scoperto, a un dipresso, il suo segreto.

Una mattina Zaverio, ch’era rientrato tardi e più oppresso del solito, fu sorpreso di vederla, svegliandosi, seduta al capezzale.

La povera donna aveva passato la notte al suo fianco; egli aveva avuto la febbre e si sentiva debolissimo.

— Povero figliolo mio, ella gli disse ninnandolo sul guanciale come un bambino, tu vuoi bene a qualche donna cattiva che ti tormenta e che ti fa impazzire.

Queste parole rimescolarono il sangue a Zaverio che non ebbe cuore di negare.

Oramai egli non poteva vivere senza andare ogni giorno al villino di Mergellino e senza vedere quella donna. Lontano da lei egli dimenticava tutto il mondo e vicino a lei dimenticava anche sè stesso.

Non l’amava: le apparteneva.

Egli faceva in tutto la sua volontà e questa volontà egli non la discuteva — non la conosceva. Qual era l’intento di colei? schernirlo, tormentarlo soltanto? innamorarlo per respingerlo senza speranza? perchè ella non gli permetteva la più leggera dimestichezza? Eppure passavano delle lunghe ore insieme da soli.

Il marito si era di nuovo ecclissato.La baronessa non gliene parlava più e Zaverio era quasi riuscito a dimenticarlo.

Eppoi il sentimento di gratitudine si attutiva, si irruginiva sotto l’azione di un sentimento più possente.

Non aveva forse ragione donna Vittoria? Egli non toglieva nulla a quell’uomo volgare e materialone.

Un giorno intese replicati colpi di pistola e chiese che cos’era.

— È il barone che si esercita al bersaglio nella serra, rispose la baronessa guardandolo fiso. Perchè poi? soggiunse alzando le spalle. Vi sembra possibile che un uomo come quello si batta? Se mi dicessero che egli ha assassinato, lo troverei più credibile.

Quella libertà, grave di pericoli e di minaccie, simile alla calma prima del temporale, creava intorno a Zaverio un ambiente irritante.

Se il barone fosse rimasto tranquillamente, dissimulando la diffidenza, a far da terzo nei loro colloqui, la sua presenza avrebbe mantenuto la conversazione sul terreno delle piccole realtà, delle ciarle senza conseguenza. Le volgarità del marito, avrebbero, alla lunga, nociuto nel concetto di Zaverio anche alla moglie. Se invece egli si fosse ecclissato interamente, questa sua fiducia dignitosa e generosa avrebbe tenuto in rispetto Zaverio che già gli era obbligato. Ma ilmarito aveva scelto di tutti i partiti il peggiore e il più odioso: quello di far sentire, di minacciare tacitamente la propria gelosia senza imporla. Si era nascosto quanto occorreva per lasciar libero il campo alla sua accusatrice implacabile, non abbastanza per affermare la propria autorità sopra di lei. La sua assenza tradiva una vigilanza meschina, sospettosa. A poco a poco Zaverio si avvezzò a considerarlo nei giudizi e coi criteri di donna Vittoria, a partecipare un poco al suo disprezzo: quell’uomo che davanti alla sua donna non era buono di tener alta le fronte e che la insidiava di soppiatto — che se n’era impadronito di sorpresa e la padroneggiava ora nell’ombra — gli diveniva increscioso — la sua custodia gli sembrava una bassa tirannia. Certi momenti sentiva un vivo prurito di andar dritto da lui a provocare il suo risentimento, a gettargli in viso il proprio; certi altri la dolorosa passione di quella donna lo indegnava e la pietà prendeva in lui una violenza così simile a quella dell’amore che avrebbe voluto, a costo della vita, strapparla a quel giogo indegno di lei e portarla lontano — in luogo dove potesse essere donna e madonna.

Vittoria aveva da giovinetta sfogliato alcuni vecchi poemi e rammentava volentieri le storie di donne prigioniere dei mostri nelle quali trovava analogia con la propria.

Un giorno accadde a Zaverio di sclamare:

— Ma quegli eroi là erano ben fortunati al nostro confronto: era possibile allora essere un eroe.

— Perchè?

— Perchè bastava uccidere il mostro, mentre adesso....

Donna Vittoria lo guardava con grande attenzione.

— Mentre adesso?

— Adesso il mostro è intangibile, un articolo del codice....

Discendendo dalla mitologia nel reale parlavano poi del divorzio.

Donna Vittoria s’interessava moltissimo all’argomento: ella patrocinava, col calore delle donne offese dal matrimonio, questa liberazione legale.

— Ma se una donna, chiese, andasse nei paesi dove il divorzio è permesso, potrebbe approfittarne?

Zaverio aveva, per curiosità, consultato un avvocato.

— No pur troppo, rispose.

— Perchè?

— La legge d’origine la seguirebbe pertutto.

— Ah! è un’infamia! — sclamò la baronessa, — gli uomini hanno fatto la legge per loro.

— Ebbene, aggiunse dopo un po’ con una serietà che scosse Zaverio, essi hanno giustificatola disperazione, non hanno lasciato altra uscita che il delitto. Essi sono responsabili se alcuna è costretta a servirsene. No?

Zaverio non prese alla lettera la domanda.

— Certo che non si può dar colpa alla donna che, trovando troppo grave la catena, vi si sottrae... se, spinta dal naturale suo diritto, sfugge alla legge...

— Come?

— Trasgredendola, sagrificandola agli impulsi del suo cuore.

Donna Vittoria s’era appressata.

Zaverio soggiunse con voce malferma:

— Essa può dimenticare nella sua rivolta il divieto del codice e chi gliel’ha imposto.

— No, disse la baronessa tentennando il capo, sarebbe sempre una vigliaccheria. Eppoi bisognerebbe ancora fidarsi di un uomo.

— Oh gli uomini sono più costanti di quel che si crede... Io vi assicuro... per me il consacrare la vita a una donna che mi avesse tutto sagrificato mi sembrerebbe poco.

Il discorso aveva recato fra loro una certa intimità. Zaverio teneva, per distrazione, la propria mano sopra quella di lei.

Ad un tratto essa la ritrasse e disse senza asprezza:

— Difatti non potreste mai restituirle il rispetto di sè stessa.

I rabbuffi di donna Vittoria s’erano fatti più radi: ella si abbandonava con maggiore confidenza alla conversazione; trattava Zaverio amichevolmente e il suo linguaggio non rifuggiva da quelle vivacità che hanno un’intonazione molto simile alla tenerezza.

Il suo contegno era sempre irreprensibile, severo: ella non era disposta ad accordar delle licenze — e tanto meno a tollerarne. Ma la sua fierezza aveva delle distrazioni, commetteva delle inavvertenze.

Come tutte le donne veramente caste non sentiva la necessità di vegliare su sè stessa e di prevenire le tentazioni che la sua bellezza doveva suscitare. Certo ella non era complice della imprudenza con cui il suo piedino irrequieto spuntando improvviso rialzava le gonne e scopriva una caviglia perfetta — e neppure della fedeltà con cui la sua veste disegnava le forme elette della sua persona.

Ma a Zaverio ne fremevano i polsi.

Ed ella, che con uno sguardo sapeva reprimere la sua adorazione, non si curava di evitarla; soltantogli faceva morire sul labbro le parole che gli traeva dal fondo del cuore.

Tutta la sua persona comandava l’amore: il suo cipiglio lo vietava.

Ma un dì che Zaverio s’era trattenuto un po’ tardi e la baronessa s’era dimenticata di domandare il lume, — il silenzio che durava da un pezzo lasciando libero il freno alle provocazioni della fantasia, l’aria tepida e profumata, l’aspetto di quella bella donna, di cui il barlume del crepuscolo carezzava misteriosamente il viso bianco — l’intimità di quell’ora e di quell’abbandono fecero girar vertiginosamente la testa al giovane che, spinto da passione violenta, le prese ad un tratto la mano e la coperse di baci.

La baronessa balzò in piedi fieramente corrucciata.

— Ah dimenticavo, disse con voce tremante dalla collera, che voi siete incapaci di aver amicizia per una donna. Peggio per voi che me ne avvertite.

Zaverio intimidito, mortificato, balbettò qualche parola e si scostò.

Seguì un lungo e molesto silenzio.

La baronessa non chiamò neppure allora la cameriera. Si ritrasse lentamente nel vano della finestra e voltò le spalle in fuori.

Zaverio provava un gran bisogno di dir qualcosa pur di parlare. Egli disse poi:

— Era meglio che non fossi mai venuto. Ve l’ho detto la prima volta che voi mi riceveste, di mandarmi via. Perchè non l’avete fatto?

Egli non poteva scorgere il viso della baronessa che rimaneva nell’ombra.

Ripetè:

— Perchè non l’avete fatto?

— Ah, rispose cupamente donna Vittoria, ve lo dirò un dì o l’altro.

Ella soggiunse con accento di dolore:

— Peggio, peggio per voi... Voi volevate meritare la mia stima!...

Zaverio ammutolì: preferiva la sua collera. Egli rimase là inchiodato nel suo angolo, col capo fra le mani.

Finalmente fe’ uno sforzo, s’alzò e s’inchinò profondamente.

La baronessa riavendosi da una penosa meditazione disse, come le altre sere:

— Arrivederci.

Zaverio fe’ naturalmente i più solenni propositi di non tornar più al villino: ma ci venne l’indomani stesso.... e ricadde negli eccessi della vigilia.

Ella forse lo presentiva e stava in guardia. Lo salutò freddamente senza porgergli la mano. E non sedette.

Ma questo suo contegno provocò più violenta la tempesta:

— Voi mi avete permesso di tornare, mormorò Zaverio.

— Sì, capitano, rispose alteramente donna Vittoria, era necessario che vi persuadeste della inutile sconvenienza di certe scene, che forse sono per voi un sistema calcolato d’insidie... ma che appena meritano la mia pietà.

— Donna Vittoria, se la vostra pietà è questa, vi prego di essere con me crudele.

— Non potrete oramai vantarvi d’aver turbata la serenità del mio spirito. Non so quali pazze speranze abbiate concepito, nè voglio conoscerle: certe offese non esistono se non quando si raccolgono. Voi non siete del resto peggiore degli altri e non è colpa tutta vostra se non potete capire da voi certe finezze che forse non siete avvezzo a trovare troppo spesso nel mondo da voi frequentato. Io però debbo assicurarvi che una Tizzano non si piegherà mai, qualunque sia la violenza delle circostanze e per quanto scabrosa sia la posizione in cui il destino l’ha messa. — Una donna per rispetto a sè, non si sottrae agli obblighi che s’è assunti, neanche se il suo assenso le fu carpito colla frode: — o li adempie o li spezza...

Zaverio si alzò agitatissimo.

Ma la baronessa lo costrinse con un cenno a sedere.

— Ascoltatemi, disse, spero riconoscerete che io non vi ho dato alcun diritto — l’errore è tutto vostro.

— Vi scongiuro, donna Vittoria, poichè io non ho forza di andarmene da me, cacciatemi.

— Perchè? la vostra presenza non è punto un pericolo.

— Ma io soffro, impazzisco... io vi amo.

E chinò il capo aspettando che lo sdegno provocato scoppiasse.

Niente.

Donna Vittoria disse soltanto:

— Andate dunque, chi vi trattiene?... siete libero.

Un triste sorriso le errava sul labbro.

Zaverio ebbe un lampo di speranza.

— Non posso, sclamò, lo sapete bene... non posso!

— Ah se il barone, l’amico vostro vi sentisse!

— Per carità non me ne parlate.

— Il solo suo nome vi ributta — e me! non debbo io sopportar la sua presenza, vivere sotto lo stesso tetto con quell’uomo che ha scroccata la mia gioventù, s’è impadronito della mia vita, ha ucciso il mio cuore — mi ha rubato per sempre la libertà di pensare, di amare!...

Il suo viso sfavillava di un odio ineffabile, il suo sguardo abbacinava quello di Zaverio.

S’interruppe: aspettava forse una risposta.

— Capite? riprese dopo un po’, voi mi parlate di tormenti; ne avete che valgano i miei?

Zaverio la guardava sbalordito.

— Avete ragione, disse.

— Ah grazie! ho ragione; lo so io! voi vi degnate di riconoscerlo? quanta generosità. E per conforto mi offrite il vostro amore!

Gli si avvicinò e disse con un singolare tono di voce.

— Bisognerebbe, perchè almeno valesse qualcosa, che potesse cancellare il nome che porto.

— Ohimè, pur troppo questo è impossibile.

Donna Vittoria rise amaramente.

— È impossibile, vedete?

Tacquero: il coraggio, l’impeto di Zaverio erano svaniti ad un tratto: gli avvinghiava il cuore uno strano malessere.

Sua madre, quando egli tornò a casa, si avvide, dal suo pallore, che qualcosa di penoso gli era accaduto. La poveretta non aveva più pace. Essa studiava dì e notte il modo di strappare il figliuolo a quel tormento che glielo consumava.


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