Da qualche mese egli le aveva promesso di accompagnarla a Reggio, suo paese, e differiva sempre la partenza.
Quella sera tornò a rammentargli il progettoed ebbe la consolazione di trovarlo insperatamente arrendevole.
Quand’ella gli fe’ osservare che anche lui aveva bisogno di svago, rispose:
— È vero, è vero.
E senza farsi pregare, le assicurò che avrebbe affrettato il viaggio divisato.
Una di quelle sere, tardi, verso le due dopo la mezzanotte, il barone entrò improvvisamente nella camera della moglie.
Donna Vittoria era ancora alzata. Avvolta in un ampio accappatoio di mussola, stava davanti alla finestra col gomito appoggiato al davanzale e guardava fuori e fantasticava.
Non mostrò sorpresa dell’atto insolito del marito, non si voltò neppure.
Egli si fermò sulla soglia. Si guardava intorno come cercasse o temesse di trovare qualcun altro.
Fe’ poi qualche passo innanzi; balenava un poco, era visibilmente inquieto. Si lisciava con mano febbrile le rade basette rossiccie.
— Non è venuto.... il capitano? domandò.
— Probabilmente sì, rispose fredda la baronessa.
Il marito guardava con diffidenza una poltrona messa là di contro a quella della moglie.
— Ed è.... uscito?
— Pare, ammenochè non sia qui nascosto.
E questa volta ella gli volse di sbieco uno sguardo provocante.
Il barone stornò il viso. Si avvicinò e sedette nella poltrona vuota, ma si levò subito come se ne sentisse scottato.
Misurò la stanza a gran passi.
— Capirete, riprese con isforzo, se ve lo chieggo gli è che ci ho le mie ragioni.
— Perchè non interrogate i miei servi? Non è questo il vostro costume? È cosa ugualmente ignobile, ma meno imprudente.
— Vi prego, moglie mia....
Un gesto sdegnoso di lei gli mozzò la parola sul labbro.
— Vi prego, baronessa, di rammentarvi, per un momento, chi sono....
— Credete che ciò vi giovi?
— Vi prego di riflettere che chi ha il diritto adesso di alzare la voce non siete voi....
— Siete voi?...
— Non posso permettere che tutto il mondo entri qua dentro....
— Uscitene dunque....
— Voi sapete ch’io mi sforzo di essere tollerante — sono uomo di mondo.
La baronessa fe’ un riso sibilante. — Il barone continuò:
— Voglio essere indulgente e....
— Abbietto!
— Voglio essere indulgente, sta bene; ma citrullo, no.... vi avverto di non fidarvi troppo della mia pazienza.
— Oh io son certa che è senza limiti.
— Non ve ne fidate.... e sopratutto sarà bene che smettiate di ridermi in viso a quel modo.... perchè!...
Donna Vittoria si levò d’un balzo, chiuse la finestra e venne a piantarsegli in faccia.
— Perchè? disse imperiosa.
Il barone rimase sconcertato.
— Il capitano era qui! diss’egli.
— Egli vi dà fastidio? un uomo che non sia proprio un lazzero ed abbia le buone ragioni che voi dite, non si contenta di sbravazzare con una donna; corre dall’uomo da cui si crede offeso e.... lo affronta e si vendica....
— Io lo farò.
La baronessa rise forte.
— Io lo ucciderò, colui, disse cupamente il marito.
— Sarei curiosa di sapere come ve la prenderete....
— Voi lo vedrete.
— Ah io non so se voi ardirete solo dirglieloin faccia. Bisogna che siate persuaso ch’egli non vi senta. Forse il vostro furore si quieterebbe se temeste vi sentisse.... se fosse lì dietro....
Ed indicò l’uscio dello spogliatoio.
— Egli è là, disse il barone a denti stretti, egli è là.
Donna Vittoria strinse le spalle.
— Perchè? non gliene avete voi dato il diritto?.... l’avete condotto voi!
— Ora lo sapremo.
Il barone esasperato s’avanzò verso lo spogliatoio.... e poi fermandosi si pose una mano sulla fronte.
— Voi non entrerete, disse la baronessa.
— Chi me lo impedirà?
— La prudenza, — perchè, aggiunse donna Vittoria ridendo a quel suo modo sprezzante, egli è un gentiluomo davvero e potrebbe castigarvi della vostra petulanza.
Il barone infuriato entrò nello stanzino: non c’era nessuno.
Tutto confuso, stava per tornare indietro quando notò che la porta della scaletta era aperta e corse da quella parte. Sul pianerottolo sostò un minuto.
Poi discese precipitosamente mentre la baronessa gli ripeteva:
— Guardatevi...
Entrò nel camerino del bagno; nessuno neppur là; ma anche la porta del giardino era socchiusa.
Risalì nella camera della moglie.
— Qualcuno è uscito di là, le disse.
— Non gliene avete voi insegnato il modo? rispose la baronessa.
Egli comprese allora quanto ridicolo egli fosse in quel mentre, non aggiunse parola ed uscì.
Zaverio fu di parola: chiese un congedo di due mesi e, mentre aspettava la decisione dei superiori, si astenne dal tornare in casa di Ruoppolo.
Ma, ottenuto il congedo e fissato colla madre il giorno della partenza, parendogli d’essersi irrevocabilmente impegnato e premunito contro ogni possibile pentimento, corse da donna Vittoria.
La trovò in giardino.
Era pallidissima e parve turbata dal rivederlo.
— Che vi è accaduto? gli domandò quasi con premura.
— Sono stato malato.
Era vero: egli aveva avuto la febbre tutti quei giorni.
— Voi partite?
— Chi ve lo disse?
— Lo so.
— Vi rincresce? domandò Zaverio con ansietà grandissima.
Ella non rispose; stornò il viso.
A Zaverio il cuore batteva con tanta violenza che gli toglieva il respiro. Egli dimenticò d’un tratto tutti i suoi propositi, spezzò tutti i ritegni; una speranza gli accendeva il sangue.
— Ditemi di rimanere — io rimango.
La baronessa stette immobile e, con un filo di voce, però con fermezza disse:
— Rimanete.
— Ah! sclamò con impeto Zaverio, voi mi amate!
Donna Vittoria si voltò e rispose ferma:
— No.
Il giovane piegò come gli avessero data una mazzata sulla testa.
Poi l’orgoglio stimolò il suo amore alla ribellione.
Egli afferrò la mano della baronessa e stringendola forte, disse:
— Dunque?
Era la prima volta che manifestava un volere innanzi a lei.
Ma bastò uno sguardo di donna Vittoria per fiaccare il suo coraggio.
— No?... perchè, egli aggiunse supplichevole, perchè mi tormentate?
— Ah perchè? sclamò la baronessa inarcando le labbra a un sinistro sorriso, voi non avete punta memoria. Perchè vi siete voi intromesso nella mia vita? È mia colpa se quando vi vedo, il sangue mi si rimescola dallo sdegno?
— Perchè mi trattenete dunque? Io non mi sarei mai appressato a voi se voi non l’aveste voluto.
Donna Vittoria tacque ma il suo volto prese una fiera espressione di minaccia.
— Sentite, disse poi Zaverio, la mia colpa è grande, ammetto. Ma per quanto grande ella sia voi mi avete duramente punito. Oh, credetelo, le mie sofferenze valgono oramai le vostre. Ebbene mi sono lagnato mai? Potevo essere più sincero, più sommesso? non vi ho consacrata tutta la devozione di cui uomo sia capace?
La collera di lei si riaccese.
— La vostra devozione! ma che volete che io ne faccia? La vostra devozione! può forse liberarmi dal purgatorio in cui vivo, dalla vergogna del nome che porto?
Questa volta fu lei che prese la mano di Zaverio e scotendola vivamente aggiunse a denti stretti:
— Se potesse far questo miracolo io la ricambierei con tutta la mia riconoscenza.
E lo fissava cupidamente e aspettava ansiosa la sua risposta.
— Ah! sclamò Zaverio, se voi mi voleste il bene che io vi voglio!...
— Ebbene?
— Noi andremmo tanto lontano dove la vostra vita presente non potrebbe raggiungervi.
— Oh, disse la baronessa, respingendo con sprezzo la sua mano, caro duca, bisognerebbe volervi bene davvero... e molto!
Poi si alzò e si ritrasse in casa.
L’indomani il barone venne dalla moglie e le porse un biglietto di Zaverio, che gli annunziava la sua partenza per Reggio, senza dir l’ora. Il biglietto recava la data della sera prima.
Lo sapevate? le domandò.
— Sì, disse la baronessa conservando una gran calma.
— Ed è partito?
— Credo.
— E perchè se n’è andato? aggiunse per una delle solite sciocche curiosità dei gelosi.
— Il povero duca si è stancato di aspettare le vostre vendette.
Lo sforzo che in quell’ora fece donna Vittoria per contenersi fu veramente straordinario. Appena rimase sola diè in ismanie da non dirsi. Poi chiamò l’un dopo l’altro, Concetta e Gabriele, i ministri passivi della sua volontà e diè loro alcuni ordini.
Zaverio aveva anticipata di due giorni la propria partenza. L’ultimo colloquio colla baronessa l’aveva persuaso dell’urgenza di sottrarsi a una passione per cui provava una ripugnanza di poco inferiore all’attrattiva.
Perciò aveva pregato sua madre — la quale figurarsi se accondiscese — di trovarsi pronta per la sera seguente.
Il battello partiva alle dieci e intanto, per togliersi, nella giornata che gli restava, ogni possibilità di tornare al villino di Ruoppolo, aveva scritto quel biglietto al barone.
La giornata gli parve interminabile. Non uscì di casa; ma era sulle spine, aveva la febbre. La madre se ne accorse ma non gli disse nulla. Comprese lo sforzo ch’egli faceva, rispettò il suo dolore — solo cercò di confortarlo raddoppiando le sollecitudini e le tenerezze.
Finalmente la sera s’appressava.
Zaverio s’affacciò alla finestra, volse uno sguardo al piano liscio del golfo che fra poco egli avrebbe solcato, poi un altro più lungo e più penoso alvillino di Ruoppolo che spiccava bianco fra gli alberi e mormorò:
— È finito.
E questa parola di rassegnazione suscitò tutta la sua passione, più formidabile, più irresistibile che mai.
Egli rinnegò, maledisse i suoi propositi!
Lo riscosse dal tormentoso soliloquio il passo di qualcuno che entrava.
L’ordinanza veniva a dirgli che un uomo da basso chiedeva dì lui.
— Sai che non ricevo nessuno, rispose bruscamente.
Il soldato uscì.
Dopo mezz’ora egli lo richiamò e chiese chi fosse quell’uomo.
— Un barcaiolo, mi pare, il quale disse aver cose di premura da riferirvi.
— L’hai rimandato?
— Sì, capitano, ma egli non vuole andarsene.
— Dov’è?
— Sulla porta di strada.
Zaverio discese.
Diffatti l’uomo era là ancora.
Appena lo vide, si avvicinò e gli disse sottovoce:
— Eccellenza, la principessa vi vuole.
Riconobbe Gabriele il giardiniere. Egli dava sempre alla padrona il titolo paterno anche dopo il matrimonio.
— Perchè? domandò Zaverio, le accade qualche disgrazia?
— Forse.
— Cos’è stato?
— Non so, ella ha bisogno di voi. Venite?
Il capitano rimase un po’ perplesso.
Quell’uomo aggiunse con una impazienza, singolare per uno della sua condizione:
— È necessario che io vi conduca da lei.
Parlava come uno che ha un mandato preciso e che è ben fermo di eseguirlo. Un soldato che osserva la consegna non è più risoluto. Zaverio non badò a quella stranezza.
— Vengo, disse, aspetta.
Rientrò in casa per avvertir la madre; sulla scala trovò l’ordinanza, e pensò essere più spiccio, incaricarlo lui dell’ambasciata.
— Di’ alla signora ch’io esco di casa e che fra due ore al più sarò tornato.
E tornò fuori frettoloso, tremando di essere richiamato.
— Andiamo, andiamo, disse a Gabriele.
Più in là, alla cantonata, vide che invece di scendere verso Chiaia, prendeva la strada della città. Lo fermò.
— Dove vai?
— Bisogna che andiamo al villino per mare, disse il giardiniere, voltandosi di malagrazia.
— Sta bene, disse Zaverio.
E, senz’altre obbiezioni, lo seguì per chiassoli e vicoletti e gradinate in piazza del Plebiscito.
Passarono davanti al caffè d’Europa.
C’era il barone, al solito suo posto accanto alla porta verso Toledo, dove tutte le sere, prima di recarsi al Club, passava un’ora o due a leggere i giornali.
Gabriele attraversò la piazza, discese verso la marina.
Allo svolto del Nettuno, Zaverio lo fermò di nuovo.
— È donna Vittoria, gli chiese, che ti manda?
— E chi potrebbe essere? rispose il siciliano, e il suo cipiglio espressivo respingeva sdegnosamente come un’ingiuria la supposizione ch’egli potesse servire altri.
Discesero a Santa Lucia sul molo del piccolo porto: quivi Gabriele invitò il capitano ad attenderlo e scomparve in mezzo ai banchi deipizzaiolie dei venditori d’asprinia.
Potevano essere sei ore o poco più, ma già annottava — era il mese di febbraio, — le ombre di Capri e di Ischia si allungavano, si spingevano innanzi rapidamente verso la riva: il golfo perdeva ad uno ad uno i toni del suo iride prodigioso, e sbiadiva nel chiaro-scuro uniforme.
Sul molo la folla diradava.
Gabriele stette assente un quarto d’ora e forse più.
Zaverio già s’impazientiva e combatteva contro la tentazione d’andarsene. Quella donna che egli desiderava poco prima con tanto ardore, ora temeva di rivederla.
Ma, finalmente, il servo tornò.
Gli fe’ segno di seguirlo e lo condusse nell’angolo deserto di una delle cale dove teneva legato un piccolo canotto.
Ve lo fe’ scendere, impugnò i remi e vogò di lena.
Il canotto guizzò rapido sull’onda e prese il largo.
Era notte chiusa oramai; tirava un forte ponente, il cielo pareva di cristallo e il mare liscio di acciaio forbito.
Zaverio non aveva mantello, rabbrividiva dal freddo. Si sentiva a disagio; si volgeva inquieto ora alla città che si allontanava, ora alla costa silenziosa e buia di Mergellina cui erano diretti; e sempre, incontrava involontariamente lo sguardo di Gabriele; uno sguardo acuto, vigilante, diffidente, ostile che qualche volta gli spingeva suo malgrado la mano all’elsa della sciabola.
Approdarono al giardino di Ruoppolo.
Gabriele condusse la barca in una specie di grotta artificiale dove l’onde rompendosi in parecchi risvolti abilmente disposti penetravano in un piccolo bacino e venivano a lambire l’orlo in un praticello in pendìo dove tutto l’anno cresceva un’erbetta fine e fitta fitta.
Saltò a terra, tirò il canotto sulla riva e s’avviò dinanzi a Zaverio guidandolo attraverso i meandri del giardino.
Questi era tanto preoccupato che non badò dove lo si menasse.
Ma fu molto sorpreso di trovarsi nel salotto dove il barone l’aveva introdotto quella prima sera male augurata della loro conoscenza.
Volle chiederne la ragione al giardiniere ma questi era già sparito.
Toccò la porta ond’erano entrati; era chiusa di fuori.
Fosse caduto in un agguato? Si guardò intorno e notò allora che le due finestra erano chiuse anch’esse colle imposte sprangate.
Ciò confermò i suoi sospetti.
Voltandosi verso la camera del barone vide sulla soglia, ritta, donna Vittoria che l’osservava sinistramente e sorrideva.
La guardò un momento stupito, poi, vergognandosi, le venne incontro, le porse la mano ch’ella non vide neppure.
Zaverio comprese dalla sicurezza della baronessa che non si trattava di lei ma di sè.
Si sentì ridicolo: non ardì interrogarla.
Però ella stessa gli spiegò spontaneamente il suo invito, dicendo:
— Dunque, capitano, voi mi fuggite! e vi scordate perfino di salutarmi.
— E voi potete dir questo? Dopo quanto è accaduto il meglio che io potessi fare era il risparmiarvi la noia di rivedermi... confessatelo, baronessa.
— Confesso che dopo le vostre imprudenze la vostra condotta può parermi sconveniente, ma non è punto strana, punto, punto....
Zaverio era ricaduto sotto il fascino prepotente di quella donna che da tre mesi lo dominava; egli non pensò neppure a difendersi.
— Sempre implacabile, sclamò angosciosamente, siate buona almeno in questi ultimi momenti.
— Ultimi? ah sì! voi ci lasciate positivamente.
Donna Vittoria proseguì:
— Comprendo la vostra impazienza di ritirarvi da un terreno ingrato. Alla fine dei conti non è giusto che un uomo come voi sciupi le sue galanterie, quando ha come voi un modo qualunque di metterle a frutto. È naturale che voi rechiate senza indugio i vostri omaggi e i vostri voti a chi voglia accettarli ed esaudirli.... Non siete punto obbligato a scusarvi, e nessuno ha qui l’intenzione di reclamarli per sè. Soltanto, vedete capriccio femminile, ho voluto rubare qualche ora alla vostra felicità.
— La mia felicità! quale... fuori di qui?
La baronessa riprese il suo sussiego e disse severamente:
— Basta, signor duca, spero bene non vorretefarmi pagar troppo caro il mio capriccio colle vostre oltraggiose petulanze. Sarei mortificata per voi se vi foste minimamente illuso sui moventi del mio invito... e aveste attribuita alla vostra condiscendenza un’importanza soverchia.
Zaverio proruppe:
— No, baronessa, io non ho illusioni, non ho prosunzioni; voi mi avete respinto l’altro dì e io me ne andavo per non infastidirvi oltre — voi mi avete detto stassera, venite — e sono venuto senza pretese, e senza speranze; perchè voi siete arbitra della mia vita ed io non ho più altra volontà che la vostra. Se voi mi direte di uscire io me ne andrò senza profferire un solo lamento. Ma se mi permetteste di rimanere io benedirei la vostra clemenza e adorerei la vostra generosità se mi lasciate respirare l’aria che voi respirate.
Donna Vittoria gli fissò in volto i suoi occhi quasi tigrati, poi sorrise e disse:
— Come parlate bene!
— Ascoltatemi: io ho una madre che ha per me una di quelle devozioni che non hanno limite e non hanno compensi, che mi vuol bene quanto io ne voglio a voi. La povera donna mi aspetta in questo momento, chissà con quale ansietà, e, guardate, io so la sua tortura — e resto, perchè a voi garba che io resti... per un capriccio, voi dite. Il vostro fugace capriccio mi è più sacro della sua devozione di trent’anni.
Donna Vittoria aveva stornato il viso, ella disse:
— Voi non mi parlate di un’altra persona....
— Quale?
— La vostra fidanzata, che, in questo momento, anch’essa vi aspetta.
Zaverio crollò vivamente il capo:
— Non ho fidanzata io. Vi dissi un giorno che esitavo ad abusare dell’ingenuità di una giovinetta, non vorrei ingannarla ora. Voi sapete che io non potrei amarla, perchè, vogliate o no, io vi appartengo irreparabilmente benchè io non speri nulla e senta che questa passione sarà la mia disperazione.
Vittoria l’interruppe questa volta: una cupa riflessione le rabbuiava il viso. Volse uno sguardo all’uscio ond’era venuta. La portiera sollevata lasciava scorgere nella penombra il profilo bianco del letto del marito e il luccichio di una pistola appesa al capezzale.
Zaverio tacque.
La baronessa si levò, fe’ alcuni passi, poi domandò:
— Perchè partite?
— Io non parto più...
— Neppure se vostra madre ve ne pregasse?...
Egli non potè rispondere altrimenti che con un cenno negativo.
Donna Vittoria stette alcun poco a guardarloritta in piedi davanti a lui. Poi battè palma contro palma, corse alla soglia della camera del barone, sporgendo il capo al buio mormorò alcune parole sottovoce a qualcuno ch’era accorso al suo richiamo.
A Zaverio disse il cuore che si parlava di lui, che gli si tendeva un’insidia.
Ma donna Vittoria tornò subito, sedendogli vicino, tranquilla e senza ironia.
E allora egli dimenticò tutto il mondo, sè stesso, non vide più che lei! Era tanto felice di trovarla umana!
Per un’istante si lusingò d’averla impietosita.
— Che pensate? gli domandò la baronessa.
— Non me lo chiedete, penso a una cosa tanto assurda che non oso dirla.
— Ed è?
— Voi andrete in collera quando ve l’abbia detto; mi dareste sulla voce e l’incanto sarebbe distrutto.
E spiava inutilmente il volto di lei che rimase impenetrabile.
— Guardate, soggiunse, quand’ero ragazzo, e già i miei desideri mi scappavano fuori della mia povera casa, avevo trovato un mezzo per imbrigliarli: richiamarli dall’immensamente grande all’infinitamente piccolo; spezzar loro sino all’infinito una piccola gioia, magari una piccola illusione; sostituire alla quantità che mi difettava, l’intensità di ciò che potevo avere: molte volte mi sonocreato un mondo d’una zolla d’erba... Ebbene io penso che v’amo, che sono qui vicino a voi... e voi, per un minuto solo lasciatemi credere che non respingete l’amor mio.
— No, vi dico che non so che farne, che non lo voglio.
La passione spezzava oramai tutti i ritegni della rassegnazione ch’egli s’era imposta.
— Che volete dunque da me? domandò tutto tremante.
— Daccapo! non ve lo dissi già? vedervi...
— Ma non capite ch’io non posso contenermi? che io soffro?
La baronessa s’era alzata ancora; egli le prese la mano, la trattenne, le si buttò ai piedi, le abbracciò le ginocchia, dicendo:
— Vedete, io ne impazzirò, non importa; sento che questo è l’istante decisivo della mia vita. Voi volete la mia disperazione, lo vedo; lasciatemi qui almeno un minuto, così...
Donna Vittoria si divincolò e disse imperiosa:
— Silenzio, nessuno deve udirvi pronunziare parole sconvenienti. Rammentatevi dove siete.
Zaverio ricuperò ad un tratto il senso della realtà, si rialzò, si guardò attorno.
— Perchè mi avete ricevuto qui? chiese.
Ella non rispose.
— Se vostro marito sopraggiungesse?
— Se lo aspettassimo? disse la baronessa levandola testa in atto di sfida, poi ripigliando il suo accento beffardo: — avete paura?
— Sapete bene che no: non mi inquieto che per voi.
— Ah grazie...
— Si tratta della vostra riputazione.
Donna Vittoria disse:
— Appunto.
In un modo che colpì Zaverio, il quale ripetè:
— Appunto?
In quel mentre egli vide nella camera del barone una mano, una grossa mano di contadino insinuarsi fra le cortine del letto e riporre al capezzale la pistola che doveva averne prima spiccato. Poi intese sul tappeto il rumore sordo di passi che s’allontanavano.
— Chi è? domandò.
— Gabriele.
— E che cosa è venuto a fare?
La baronessa strinse le spalle.
Seguì una lunga pausa.
L’orologio battè le dieci ore: il battello partiva certo in quel punto, Zaverio pensò che avrebbe dovuto trovarsi a bordo con sua madre. E provò un doloroso rammarico.
Ad un tratto s’intese il rumore di una porta che batteva forte.
Allora donna Vittoria ostentando una tranquillità in cui era evidente lo sforzo:
— Siete ammutolito? gli disse.
— Vorrei sapere lo scopo della lugubre rappresentazione cui mi fate assistere.
— Non è punto una rappresentazione.
— Mi direte dunque il vostro tenebroso disegno.
— Il mio disegno, rispose la baronessa, è semplicemente di procurarvi col barone una spiegazione, di cui voi due non mostravate, è vero, una soverchia premura, ma che è necessaria a me....
— A voi?
— Egli verrà qui, proseguì donna Vittoria, ve ne spiace? Potrete inventare una scusa, una menzogna; ma non è probabile che egli vi creda.
Zaverio era balzato in piedi.
— Voi fate, disse, una cosa mostruosa.
— Mostruosa sì, come la mia disgrazia; come l’oltraggio che quell’uomo e voi mi avete fatto. Credevate forse che io me lo dimenticassi? che io volessi tollerarlo? — Ah, signor duca, i vostri avi non vi hanno lasciato più dignità che sostanze.
— L’incauto! il vanesio! sclamò cedendo mano mano alla collera, egli ha creduto che quell’abbietta vigliaccheria gli desse il diritto di compiere la mia vergogna; io gli ho chiesto una riparazione, egli mi ha gettato un po’ di galanteria ed ha creduto indennizzarmi col suo amore — obbrobriosa, vituperosa derisione! Ed io devo perdonarvi?Vi pare che io avrei sopportato tutto questo, che io vi avrei permesso una sola parola, un solo sguardo se ciò non fosse stato necessario al mio intento? E il mio intento non può essere altro che quello di castigarvi. Io frenavo lo sdegno che voi m’inspiravate, pensando che la punizione sarebbe stata inevitabile e mi avrebbe compensata ad un tratto di tutte le vostre impudenze.
— E il vostro paladino è il barone? disse alteramente Zaverio.
— Egli non vai meglio di voi, lo so; ma bisogna pure che io mi serva di lui. Ho sperato un momento di farne senza. Sappiatelo, io ho esitato fra voi e lui. Ricordatevi del nostro primo colloquio nella serra; non vi ho detto allora che dei due uomini che mi avevano offesa, uno era di troppo? Bisognava che l’uno mi liberasse dall’altro.... e ho posta a voi la scelta. E v’ho lasciato tempo a riflettere.... e questa donna, cui faceste l’onore dei vostri desideri, vi avrebbe appartenuto. Ma voi non mi avete capito. I vostri desideri non erano che galanterie volgari, non poterono ispirarvi il coraggio d’un uomo. Voi non voleste essere il mio giustiziere, ed io vi ho condannato. E la sentenza si eseguirà qui adesso. Avrei voluto che la pena seguisse là dove il delitto fu compiuto; ma non ho voluto che si macchiasse la mia riputazione. Mio marito era capacedi calunniarmi, d’accusarmi d’adulterio. Vedete ch’io ho pensato a tutto.
Zaverio la guardava impietrito: l’animo di quella donna gli si spalancava davanti come un abisso spaventoso. Il baleno del suo odio gittava una luce sinistra sopra le loro relazioni di quei tre mesi e ne rischiarava i più minuti particolari; mostrava il laccio ch’ella con una pazienza, una perfidia satanica aveva dì per dì annodato e che ora lo stringeva.
Egli tuttavia tentò di rivoltarsi.
— E se io non volessi aspettar questo incontro?
La baronessa crollò il capo.
— Ragazzo, pensate un po’ se io vi avrei scoverto il mio gioco se vi restasse la menoma probabilità di fuggirmi! Guardate: di qua, donde siete venuto, due solidi usci chiusi e sprangati, sprangate le finestre: e di là, nell’anticamera — il barone, il quale, avvertito della vostra presenza da Concetta, che finge tradirmi, vi aspetta e verrà a cercarvi. Nella casa nessun altro che noi e i miei due servi, che vi odiano solo perchè io vi odio e che v’ammazzerebbero se io lo volessi: il barone ha stassera, per suggerimento di Concetta, allontanati i suoi. Ora se preferite essere ucciso come un ladro all’aspettare qui come un uomo aspetta un altr’uomo, uscite. Provate di intenerire il barone, di chiedergli perdono.... madubito vi riesca; è tanto vile colui! Concetta gli ha detto che voi eravate venuto per rapirmi, per condurmi con voi.... egli non vi perdonerà; vi avrebbe perdonato il disonore — non il tentativo di rubarmi alla sua vanità.
Zaverio trovò nel proprio orgoglio tanta fermezza da soggiogare gli affetti che lo agitavano, si fe’ calmo come non era mai stato con lei, tornò lentamente a sedere ed incrociando le braccia disse:
— Venga dunque, io l’aspetto.
La sua fermezza scosse donna Vittoria.
Zaverio soggiunse:
— Vostro marito non è di quei che si battono; si sbrighi dunque ad assassinarmi.
La baronessa lo guardò in silenzio con grande attenzione.
— Ebbene, soggiunse, vi permetto di difendervi.
Prese sopra una scansia una pistola, la depose sulla tavola davanti a lui, dicendo:
— È carica.
Egli la respinse.
— No, ho già ucciso un uomo per voi, per difendervi — ma allora non vi conoscevo, potevo credere lo meritaste.
— Ah, sclamò Vittoria, quella donna ero io?
Zaverio non rispose.
La baronessa stese le mani verso di lui e pallida pallida gli gridò:
— Difendetevi dunque!
La parola fioca le usciva a stento dalle fauci.
Zaverio la guardò stupefatto: quell’erinni era ammaliante. L’ansietà la rendeva più bella che mai: alla calma suprema era subentrata la vampa di una passione immensa.
Tremava, ripeteva:
— Difendetevi, difendetevi, in nome di Dio.
Si faceva supplice, giungeva le mani convulse.
Zaverio rispose:
— Preferisco vendicarmi.
E s’avanzò verso di lei. Donna Vittoria, stupefatta, non si schermì: egli la prese per le braccia, se la tirò contro il petto:
— Voi non avete pensato a questo; vi siete creduta troppo forte: ma anch’io avrò la mia vendetta: fate di me quel che volete: non potrete togliermela; tu hai voluto la mia vita, io avrò te — che almeno il mio peccato valga il castigo che tu mi infliggi. Voi sarete mia, principessa, e, — vedete, io vi disprezzo.
Aveva il viso infocato, gli occhi fuori dell’orbita come quelli d’un forsennato: un parossismo di furore lo possedeva.
Invano la baronessa si dibatteva; egli la trascinava, la buttava sul divano, le premeva il viso contro il viso ripetendo con voce soffocata:
— Mia!... mia!
— Ah, urlò disperata Vittoria, non verrà dunque mai quell’imbecille!...
L’uscio della camera si spalancò.
Comparve sulla soglia il barone, tutto stravolto, smorto come un cadavere, con una pistola in mano.
Zaverio si volse e rallentò la stretta: Vittoria cadde rotoloni sul pavimento.
I due uomini si guardarono: un minuto solo; il marito chinò gli occhi, poi li rialzò e appuntò l’arma contro l’avversario.
Zaverio afferrò istintivamente la pistola sulla tavola.
Il barone sparò.
Ed anche Zaverio.
Il barone cadde, senza fiatare.
Zaverio intese il rumore cupo del grosso corpo sul pavimento. Non vide nulla. Sentì due braccia che gli stringevano furiosamente la testa e due labbra che cercavano le sue, e la voce di donna Vittoria che gli gridava:
— Son tua e ti amo.
Zaverio con un urlo terribile la ributtò a terra.
Una mezz’ora dopo, Concetta arrivava di corsa, tutta trafelata dinanzi al brigadiere della stazione di Chiaia a denunziare che il barone di Ruoppolo s’era ucciso.
La visita fatta subito dopo al villino confermò perfettamente questa denunzia.
Il cadavere non recava traccia di violenza; solo, avvertì il medico, era singolare la località della ferita sotto l’occhio sinistro al confine della narice.
Ma il delegato, più arguto, disse che ciò doveva essere effetto del tremito della mano; e che d’altronde, non v’era dubbio fosse prodotta dall’arma che il barone teneva ancora stretta nella destra, e rivelava uno sparo recente. Supponendo che il barone avesse fatto fuoco per difendersi contro un’aggressione, si sarebbe trovato la sua palla in qualche luogo e i segni della colluttazione. Invece tutte le aperture erano chiuse e non si vedeva nulla.
Egli aveva avuto il tempo di far tutte queste osservazioni che provavano la sua provetta scaltrezza e la salda sua esperienza. Concetta stava inginocchiata in un angolo e pregava.
— La baronessa? chiese il delegato.
— È in camera sua; la chiamo?
— No, povera signora, lo saprà sempre troppo presto.
Qualche anno fa un medico di Milano, notissimo alienista, trovandosi al Belvedere di Lanzo presso il lago di Lugano, fu invitato una mattina a recarsi in una villetta sulla sponda svizzera poco lontano da Gandria.
Trovò colà una signora piuttosto attempata, la quale gli disse di certi suoi incomodi nervosi, tanto vaghi e insignificanti da non meritare la spesa di una sua visita.
Egli era avvezzo ai capricci ipocondriaci delle dame, ma questi vapori aristocratici gli parvero un po’ fuori luogo in mezzo alla eccessiva modestia anzi alla povertà male dissimulata di quella casa.
La signora volle assolutamente trattenerlo a desinare e, a tavola, mostrandosi informata della grande sua reputazione di specialista, gli parlò delle sue cure di pazzia e gli chiese se i casi di guarigione fossero frequenti e per quali segni le affezioni guaribili si distinguessero dalle croniche.
Per quanto queste interrogazioni cadessero naturalmente nel discorso e la signora non sembrasse darvi una grande importanza, il medicosospettò che la sua visita avesse un motivo secreto ben diverso da quello dichiarato.
Conosceva la repugnanza solita nelle famiglie dagli alienati a rivelare la propria disgrazia e la loro diplomazia per avere i suggerimenti della scienza senza far la confidenza al medico.
Perciò usò circospezione e disse che in queste malattie, ancor meno che nell’altre, non ci si poteva fidare dei criteri generali e che la prognosi dipendeva in tutto e per tutto dalle condizioni individuali dell’infermo.
La preoccupazione visibile della signora lo fe’ persuaso di aver colto nel segno.
— Signora mia, disse, condizione prima di una cura seria è una grande, un’intera confidenza nel medico.
In quella un uscio si socchiuse e una giovane signora sporse ansiosamente il capo e chiamò fuori la padrona di casa.
Questa accondiscese con apparente dispetto e stette fuori un quarto d’ora durante il quale il medico intese un vivo e incomprensibile bisticciarsi nella stanza vicina.
Poi la padrona tornò nel salotto di malumore e non riprese il discorso interrotto.
Il medico allora fe’ qualche prescrizione, poi, promettendo di ripassare a vederla, si accomiatò dalla signora ed uscì di là con una grande curiosità di scandagliare il mistero di quella casa.
Il messo ch’era venuto a cercarlo al Belvedere, un vecchietto guercio, gli aveva detto che la sua padrona si chiamava Elvira Stigliano ed era napoletana.
Il barcaiolo che lo tragittò nel ritorno a Santa Margherita aggiunse a queste informazioni che la signora aveva seco un figlio e la nuora, e che questo figlio, malato, lo si vedeva raramente fuori e mai solo.
Il dottore lasciò passare due o tre giorni, poi com’aveva promesso, tornò a Gandria.
Donna Elvira aspettava la sua visita; lo accolse con premura.
Alle domande ch’egli le fece sulla sua salute rispose senza ambagi che non si trattava di lei, che la scusasse se altra volta lo aveva ingannato — che lo aveva fatto venire perchè aveva inteso della sua grande abilità nel curare gli infermi di mente.
— Ed io... ho un figlio...
L’angoscia non le lasciava profferire la triste parola.
Ella disse poi con uno strazio infinito:
— Il mio figliolo è pazzo.
Il dottore le fe’ qualche interrogazione sull’origine della malattia. Ella non sapeva bene; credeva che la causa fosse uno sciagurato amore onde il suo ragazzo era stato preso circa due anni prima a Napoli.
— Il poveretto ha combattuto a lungo; ma l’avevano stregato. Egli voleva sottrarsi alla malaugurata passione, noi dovevamo abbandonar Napoli; ma la sera stessa fissata per la partenza scomparve e dopo parecchie ore tornò in uno stato che faceva spavento; col viso sconvolto, gli occhi fuor dell’orbita; si buttò nelle mie braccia e, fra orribili convulsioni, mi disse: — «o mamma portami via, portami lontano, nascondimi, non mi lasciar appressare alcuno.» — Gli chiesi che gli fosse accaduto — mi disse: «non so più, ho un gran tumulto qui.» — Si stringeva la testa, dava in ismanie come un’anima del purgatorio e ripeteva; — «mamma, portami via, mamma.» — Fu quella l’ultima volta che mi chiamò per nome. L’indomani, per contentarlo, lo menai da Napoli, lo portai a Reggio. Era caduto in un torpore profondo; aspettai ansiosa le settimane e i mesi che questo svanisse e invece era la sua mente che svaniva.
Ella non potè proseguire.
Sedata un po’ la violenza della passione domandò:
— Volete vederlo, il mio Zaverio?
Appressandosi alla camera dell’infermo posta nella parte posteriore della casa, il dottore intese una cantilena dolce e sommessa come d’una madreche addormenti un bambino, una voce così soave e placida che egli si fermò ad ascoltarla.
— Venite, gli disse impaziente donna Elvira.
Egli temeva di spaurir l’angelo che gettava un accento di consolazione in quella sciagura profonda.
Diffatti appena Donna Elvira pose la mano sulla gruccetta, la voce tacque.
Trovarono Zaverio solo, sdraiato sul canapè cogli occhi socchiusi, in una posa di voluttuoso abbandono. Ma uno sgabellino posto davanti a lui e una porta che finiva di chiudersi cigolando tradivano la fuga di una persona. Nella cura colla quale l’infermo era vestito, nell’ordine, nella pulitezza, nel gradevole aspetto di tutta la camera si sentiva una costante e amorevole vigilanza.
Zaverio si scosse, girò intorno i suoi occhi smarriti pieni di ansietà come cercasse qualcuno e parve contrariato.
Il dottore colla madre erano rimasti sul limitare alle sue spalle ed egli non li vide.
Lasciò cadere il capo sul cuscino; poi, ad un tratto si rizzò e cominciò a passeggiare; irrequieto, trasse l’orologio e col dito della destra batteva sul quadrante come contasse i minuti che lo separavano da un appuntamento atteso con impazienza.
Dopo qualche po’ tornò a sedere.
Allora s’appressarono.
Il dottore disse sottovoce alla madre:
— Parlategli.
Ella crollò il capo grigio, poi disse con una passione immensa:
— Zaverio, Zaverio! figliolo mio.... non mi sentirai dunque mai.... mai, creatura mia?
L’infelice le diè appena un’occhiata e alzò le spalle infastidito.
— Vedete? sclamò Donna Elvira, non mi conosce.
E si ritrasse desolata.
Ciò accadeva ogni giorno — ma tutte le volte era per lei una trafittura.
— Non ravvisa alcuno? le chiese il dottore.
— Sì, una sola persona, ed è ancora una ingiustizia di Dio, perchè colei è la causa della nostra disgrazia.
— È qui? domandò vivamente il medico.
— Sì, essa rispose con amarezza, ella è qui, e mi ruba gli ultimi resti della sua povera intelligenza.
Un’avversione profonda traspariva dalle sue parole.
— Eppure, soggiunse, bisogna rassegnarsi; se non la vede egli soffre e deperisce.
— Si potrebbe parlarle?
Donna Elvira lo ricondusse in sala e fe’ chiamare donna Vittoria.
Ma questa mandò a far le sue scuse, dicendo che non era vestita.
— Bene, noi l’aspetteremo, disse donna Elvira con un gesto d’impazienza.
Il dottore non volle la si incomodasse.
Egli doveva recarsi a Lugano: al ritorno sarebbe ripassato.
Ma quando egli tornò, donna Vittoria si sentiva poco bene, s’era buttata sul letto e dormiva.
Donna Elvira trattenne a stento la collera.
— Concetta, disse, avvertite donna Vittoria che il dottore deve parlarle senz’indugio; se ella non può scendere verremo noi da lei.
La cameriera stava perplessa.
— Avreste delle osservazioni? le domandò burbera; andate.
Poi aggiunse:
— Saremmo dunque a’ suoi comandi?
Due minuti dopo entrò donna Vittoria.
Camminava a stento e sembrava un’ombra, tanto era diafana, assottigliata; appena rimaneva in lei tanto di corporeo da albergare il dolore, unico alimento, tirannia suprema della sua vita.
— Il dottore è venuto per Zaverio, disse donna Elvira; gli occorrono degli schiarimenti che voi sola potete dargli. È necessario ch’egli sappia tutto. Vero? soggiunse rivolta al medico.
Questi fe’ cenno di sì.
— È necessario, capite? ripetè donna Elvira.
Il viso smorto della giovane donna si contraevapaurosamente: ella vacillò e dovette sostenersi ad una sedia.
Donna Elvira non si commosse e soggiunse:
— Capivo il vostro riserbo finchè non si trattava che della mia ansietà materna; che importano a voi le mie pene? Ma se è vero che vogliate bene a Zaverio....
Donna Vittoria ebbe uno sguardo di angoscia così intensa che il medico ne fu scosso.
Ma la vecchia signora proseguì inesorabile:
— Se è vero che v’interessiate a lui, dovete dir tutto al medico.
Vittoria ebbe un lampo di collera; un baleno solo; poi chinò gli occhi e mormorò:
— Sta bene....
— Dunque parlate.
Ma ella non poteva parlare.
E donna Elvira stava per prorompere.
Ma il medico s’interpose.
— Per ora non occorre; comprendo il turbamento della signora. Ella mi farà poi, con calma, le sue confidenze. Solo, poichè ella ha qualche influenza sull’animo dell’infermo, la pregherei di accompagnarmi da lui e di assistere alla mia visita.
Donna Vittoria si alzò allora e, senza dir parola, lo condusse di nuovo nella camera di Zaverio.
La madre li seguì.
L’infelice passeggiava ancora a capo chino.
Voltandosi, vide Vittoria: le venne incontro, la guardò in viso attentamente, poi disse:
— Sei sempre in collera?
Ella trovò nel suo turbamento il coraggio di sorridergli, gli prese la mano e rispose:
— In collera, no. Tu sei tanto buono.
Zaverio stette un po’ soprapensiero, poi crollò il capo.
— Tu sei in collera. E sai che non l’ho fatto apposta. E’ lui che l’ha voluto. Oh quell’uomo è pazzo!
Egli sembrava desolato.
— Perdona, perdona, sclamava.
Repentinamente ritrasse la mano; si scostò da lei, e gridò:
— No, no: ciò che tu vuoi è orribile.... io uccidere il mio re?... orribile, orribile!
Giungeva le mani, se le torceva convulso, sembrava un uomo posto alla tortura, che supplica il suo aguzzino.
Vittoria die’ un occhiata diffidente al dottore che era rimasto colla madre sulla soglia. Poi fe’ uno sforzo, si appressò a Zaverio, e, carezzevole, cercava di calmarlo:
— Mio buon amico, non vedi, sono la tua Vittoria che tu ami tanto!
— Io ti amo, chi te lo disse? non è vero. Tu sei la regina, ed io amo il mio re.... tu m’inganni, tu mi perdi.
E, atterrito, colle mani protese, la respingeva.
La povera donna die’ indietro, si lasciò cadere sopra una sedia; un grande sgomento l’opprimeva, tremava, rabbrividiva, mormorava:
— Dio mio! Dio mio!
Il dottore si ritirò, prese in disparte donna Elvira e le chiese se quegli accessi fossero frequenti e se egli pronunciasse sempre quelle parole.
— Qualche volta e solo da un mese in qua: la prima volta che le udii fu a Milano.
— E non le dice che a donna Vittoria?
— Ve l’ho detto, egli non parla che con lei.
Il dottore attese invano donna Vittoria per salutarla.
Tornando al Belvedere pensava alla triste scena cui aveva assistito, e a quelle strane parole; e un intimo convincimento lo avvertiva che egli teneva in esse il bandolo del funesto mistero — e si sforzava di svolgerlo; ma inutilmente.
L’indomani il tempo era brutto; cadeva una acquerugiola minuta minuta, avanguardia dell’autunno imminente.
Il dottore non uscì dall’albergo. Passò la seradavanti alla scrivania leggendo e fantasticando e grogiolandosi nel lume temperato, nel dolce tepore della sua camera, mentre la pioggia spinta dai radi buffi di vento veniva a picchiare piano piano nei vetri della finestra nera per le tenebre esteriori.
Sul tardi il cameriere venne ad avvertirlo che una donna chiedeva di lui mostrando una gran premura di parlargli.
— Una donna! e che vuole? sclamò indispettito al solo pensiero che lo si volesse far sortire a quell’ora e con quel tempo.
Tuttavia consentì a ricevere l’ignota visitatrice.
Il servo l’introdusse senza cerimonie. Essa indossava un ampio vaterproof scuro: poteva benissimo esser presa per una serva. Il cappuccio rialzato celava i lineamenti del viso. Ma il dottore riconobbe subito donna Vittoria.
Fe’ un passo avanti e s’inchinò profondamente.
Quella donna così severa entrò senza peritanze, senza inquietudine di trovarsi sola e di notte nella camera di un uomo elegante e ancor giovane.
Era tutta fradicia e aveva i piedi e il lembo della veste lordi di fango.
La sorpresa permise finalmente al dottore di ricordarsi i doveri dell’ospitalità. Egli gettò della legna nel caminetto, accese egli stesso un po’ di fuoco, tirò vicino una poltrona, vi fe’ adagiare la signora.
— Voi venite da Gandria, a quest’ora? le chiese.
— Sì.
Il medico la guardava sempre stupito.
— Sola?
— Ah, sclamò subitamente donna Vittoria, con Gabriele il mio servo. Egli è rimasto fuori. Chiamatelo.
Il dottore andò alla finestra, vide sul piazzaletto dell’albergo un uomo che aspettava ritto al buio, senza curarsi della pioggia che continuava a cadere.
Lo chiamò per nome.
Il vecchietto entrò poco dopo. La signora gli indicò l’angolo della finestra, egli vi si ritirò, sedette sopra uno sgabellino, chinò la testa fra le ginocchia e rimase là immobile colla docilità di un cane di guardia.
Il dottore, in piedi davanti la signora, aspettava ch’ella parlasse.
— Ho dovuto venir di notte, mentre Zaverio dorme; io non l’abbandono mai, — e sono qui per lui. Voi avete detto ieri che, per curarlo, vi bisognava saper tutto e ciò che ho da dirvi non potevo dirlo che a voi da sola a solo.
Il medico indicò con un cenno del capo Gabriele.
— Oh! egli sa che il suo dovere è di non sentir nulla.
La camera era del resto abbastanza vasta perchè non si capisse da un capo all’altro quel che si diceva.
Il medico prese una sedia e le si pose di fronte.
La baronessa gli raccontò rapidamente, senza troppi particolari, le strane circostanze in cui aveva conosciuto Zaverio, — e, più laconicamente ancora, il come egli si fosse appassionato per lei. Poi s’interruppe e soggiunse frettolosa, come la parola le scottasse le labbra:
— Una notte mio marito fu trovato morto nella sua camera.
Il medico che l’aveva ascoltata con grande attenzione la guardò fiso e domandò:
— Morto? come?
Vittoria abbassò ancora la voce e, in modo appena intelligibile, rispose:
— Si constatò il suicidio....
— Signora, disse severamente il medico, signora, voi avete promesso di dirmi tutta la verità; io non son venuto a chiedervela, voi l’avete promesso, siete venuta per dirla — altrimenti a che servirebbe la vostra visita?
Donna Vittoria si strinse le tempia fra le palme e lasciò sfuggire un gemito angoscioso.
— La vostra curiosità, disse con amarezza, non ne ha abbastanza?
— Io non so spiegarmi perchè vi siate rivoltaad un uomo che non onorate della vostra fiducia.
E, dopo una pausa, rabbonito, proseguì:
— Una volta si diceva che non giova ingannare il confessore; e la sentenza è anche più giusta per il medico. Capirete anche da voi stessa che dal vostro racconto non appaiono le cause sufficienti della infermità. Se vostro marito, perdonate se insisto, se vostro marito... si fosse suicidato....
— Ebbene, l’interruppe Vittoria levando il viso in atto di sfida, violento, quasi feroce, l’ho ucciso io.
Il dottore diè indietro; una convinzione invincibile gli si levò subitamente nell’animo.
— No, sclamò con fermezza, l’ha ucciso Za....
Donna Vittoria gli si gettò ai piedi in ginocchio, e, colle mani tese, lo supplicava di tacere.
Il medico, turbato, la rialzò e le sussurrò nell’orecchio:
— Rassicuratevi, il mio ufficio è tutto di salute.
Ella gli volse uno sguardo di riconoscenza ineffabile.
Poi una nuova inquietudine la prese.
— Nessuno ci sente qui?
— Nessuno, vi do parola.
Si lasciò ricadere affranta nella poltrona: nascose il viso fra le mani. L’emozione violenta piegava quella sua fibra d’acciaio.
Il medico la guardava impietosito. Dei brividi strani le scorrevano le membra. Il lume della candela cadeva su quel capo curvato dal dolore: ella aveva dei capelli bianchi!
Il fuoco s’era spento: la pioggia picchiava sempre nei vetri. L’orologio del caminetto battè la una.
Vittoria si rianimò finalmente.
— Voi lo guarirete? chiese.
— Faremo tutto ciò che sarà possibile: voi mi aiuterete, avrete confidenza.
— Sì, ascoltate, voi dovete saper tutto.
Il medico voleva, per riguardo, risparmiarle allora quello strazio: la pregò di differire ad altro momento il suo racconto.
Ma ella insistè, disse che il più tosto era meglio, che non sapeva quando avrebbe potuto parlargli liberamente. E soggiunse vivamente:
— Oramai non si tratta più di me.
Riprese il suo racconto, e coraggiosamente, con altrettanta franchezza quanta era stata prima la sua esitanza, gli ritessè le scene del dramma funesto svoltosi due anni innanzi nel villino a Mergellina.
Quando, nel riandare le tristi memorie della sua alterezza fatale, il rammarico le dilaniava troppo crudelmente il cuore, ella si fermava un minuto a pigliar forza — un minuto solo e proseguiva.
Fe’ intera la confessione; inesorabile per sè,indulgente e generosa per Zaverio; attenuò, palliò, giustificò le debolezze, le colpe di lui, ma fu senza pietà per le proprie; accusò senza reticenze e di tutto l’accaduto la propria superbia; denunciò le insidie, gli incitamenti, le provocazioni e l’ultimo tranello per cui aveva spinto lo sciagurato giovane all’omicidio.
Non disse affatto i proprii affanni, le proprie torture dopo la catastrofe; e certo non era la parte meno interessante della lugubre storia.
Il dottore seppe poi questo da Concetta.
Ma ciò ch’ella sola poteva dire era quel che aveva sofferto in quella notte spaventevole che Zaverio, forsennato, rovesciandola sul pavimento lubrico di sangue, era fuggito imprecandole; ella sola lo sapeva, ella che non aperse mai bocca per lamentarsene. Non meno che la rassegnazione l’aveva trattenuta l’orgoglio, umiliato, contrito ma non spento.
Eppoi che contavano mai i suoi tormenti?
Ma da quella notte sentì d’essere legata all’uomo ch’ella aveva incatenato alla propria vendetta:che era venuta la sua volta d’essere dominata e sottomessa.
E la disgraziata, in quel momento, se ne compiacque.
La passione, respinta, trionfava di lei, entrava nel suo cuore coi bagliori sanguigni di una catastrofe; ma l’inebbriava, vi recava un tripudio immenso — e gli istinti della sua razza prepotente, tutte le gaie ferocie degli antichi principi di Tizzano risuscitavano nel suo sangue, si levavano all’invito del lugubre baccanale.
Ella era una donna animosa: capace di ogni estremo. La sua indole poteva come un fiume svolgersi lenta, maestosa, uguale fra due rive uniformi — e, ad un tratto, levarsi, irrompere, invadere, sommergere, distruggere.
Poteva essere una matrona placida o una eroina da tragedia.
Le tristi formalità che seguirono alla morte del barone, la perizia, il testimoniale, la sepoltura non la turbarono menomamente: ella non pensava a quel cadavere altrimenti che come ad un ingombro che le levavano di fra i piedi. Assaporava fieramente la riconquistata libertà, il suo pudore vendicato e ne faceva omaggio all’uomo che per lei aveva avuto il coraggio di ucciderne un altro. Esagerava, a diletto, questa forza. Il suo animo di fiera aveva la superbia di trovare un domatore che la valesse.
Tornò a Tizzano nel castello paterno, cupo e crollante ipogeo della sua famiglia, e quivi aspettò che Zaverio venisse a reclamare l’alta mercede del suo delitto ed ammassava gelosamente il proprio amore ed esultava sentendolo crescere ogni giorno — voleva che fosse immenso — riponeva tutto il suo orgoglio nel preparargli una devozione senza limiti e senza confronti.
Ma, dopo un anno, Zaverio non era comparso.
Non era possibile che l’avesse scordata.
Fosse morto?
Quando questo sospetto le balenò in cuore ella non dormì, non quetò più: non ebbe più pace, volle cercarlo, volle trovarlo e senza indugio.
Ripartì pel continente; venne a Reggio.
Quivi stentò a trovar notizie della povera famiglia Stigliano. L’avevano dimenticata.
Finalmente un vecchio portinaio le disse che la duchessa viveva col figlio in campagna.
Corse al luogo indicato: seppe, arrivando, che Zaverio era malato di una malattia misteriosa e che sua madre non lo faceva vedere da nessuno.
La condussero ad un abituro appena decente. Là chiese invano d’essere introdotta.
Non si disanimò per questo: andò a smontar ad un’osteria dei dintorni; più tardi si ripresentò. Fu di nuovo respinta.
Allora sedette sopra un banco di tufo accantoalla porta, risoluta di non muoversi di là finchè non la facessero entrare.
Spirava un vento freddo e gagliardo che le gettava nel viso delle folate di polvere: ella rabbrividiva, non s’accorgeva di nulla.
La sua persistenza sortì l’effetto.
Finalmente la porta si riaperse, ricomparve la vecchia che per due volte le aveva rifiutato l’ingresso e stavolta le fe’ segno d’entrare.
Una vecchia signora, nella quale Vittoria riconobbe subito la madre di Zaverio, la ricevette in un tinello a terreno; non le disse di sedere, la lasciò appena varcar la soglia, le chiese bruscamente il suo nome.
Donna Vittoria glielo disse.
— Insomma che volete? domandò la duchessa con subito cipiglio.
— Parlare al duca.
— Non si può: mio figlio è malato.
— Gravemente?
Donna Elvira chinò il capo sopraffatta da una immensa amarezza.
— Oh mio Dio! mormorò Vittoria.
— Potete dire a me quel che avete a dire.
— Non ho nulla da dire.
— Dunque!
Aspettò inutilmente una spiegazione.
— Lasciate che io lo vegga, disse poi Vittoria.
— Perchè?
— Bisogna che io lo vegga, è necessario.
L’ansietà traspariva dal tremito di tutta la sua persona.
La duchessa la squadrava con diffidenza.
— Non serve; egli non conosce nessuno.