VIGILIA DI NOZZE
I.
I processi politici del trentatre a Genova, trassero a galla il nome di un certo Siro Xerega bisagnino, il quale, quantunque indicato dalle Autorità inquirenti come uno dei capi più pericolosi della congiura, non era conosciuto da alcuno dei pretesi suoi complici. Il caso del flebotomo Siro, è, dopo quarantasei anni, ancora un mistero al suo stesso paese.
Se ne sono fatte molte leggende. Al Bisagno il meno curioso di tutti fu il pedone di S. Pietro, il quale, quando, cinque anni dopo, vennero a proporgli da parte di ignota persona in memoria del cugino Siro la scelta fra una condizione onorata a Londra o dieci mila lire una volta tanto, respinse con giusta indignazione il primo partito, osservando che già il suo parente non aveva maipensato ad altro che a disfarsi di lui — ma accettò le dieci mila lire, che — tò — se gli mandavano era perchè gli erano dovute.
Però nessuno avrebbe potuto coglier nel segno e indovinare da quale improvvisa passione egli fosse spinto al funestissimo passo.
La sorte di Siro Xerega era stata sempre così liscia, così serena, — proprio come una di quelle luminose giornate estive, un po’ monotone, se si vuole, ma in cui anche le ombre hanno il caldo riflesso del sole che invade ogni cosa.
In tutto il suo passato non c’era nè grandi affetti, nè grandi sciagure; e non c’era dunque neppure un serio dolore. Ancora bambino aveva perduto entrambi i genitori: ma, com’egli diceva, Dio glieli aveva tolti presto perchè non dovesse rimpiangerli troppo. E non erano stati surrogati da nessuno. Gli si era bensì nominato un tutore, a cui la Congregazione di carità dava qualche sussidio per il suo mantenimento. Ma fu una tutela poco più che di nome: nella nuova casa v’erano tutt’altri pensieri fuorchè quello di badare all’orfanello. L’omo, pescatore, viveva più in mare che a terra: la moglie aveva il suo da fare a pulire il pesce, a sceglierlo, a marinarlo, a porlo nelle bigoncie, a recarlo sul mercato di Genova.
Il piccolo Siro, intanto, viveva a suo talento, con una libertà, che, tranne quello del suo buonnaturale, non aveva confine: girellava a sua posta dal Beviò a Santa Zita, a S. Pietro, a S. Francesco, al Rubado, lungo le rive del fiume, dalla Foce agli Incrociati; faceva i suoi pasti al tagliere più vicino, dormiva un po’ dappertutto. Quasi tutti gli usci erangli aperti, come al genio del buon augurio; e non c’era rondinino più innocente, più allegro, più chiaccherino di lui. Egli non aveva preferenza, non faceva torto a nessuno, neppure al suo tutore.
Passando innanzi alla sua casa, se per caso la trovava aperta, v’entrava; il cane di guardia si tirava un po’ in là e gli faceva posto sul mucchio delle vecchie reti, nell’angolo fra la madia ed il camino. La pescivendola, secondo l’ora gli porgeva una scodella di pasta o un pezzo di pane con companatico, gli dava a tempo perso qualche agucchiata, per amor di Dio: — e i buoni rapporti restavano tali e quali.
Tutti lo accoglievano, nessuno lo tratteneva: una vera cuccagna.
Egli rimeritava tutti con ogni maniera di servigi. Venendo su cogl’anni imparò tre o quattro mestieri; e li esercitava secondo il caso l’uno o l’altro con tutta indifferenza. Allo speziale pestava i coloniali, al tessitore spartiva i fili, al maniscalco tirava i mantici; il più sovente faceva il sarto, occupazione che gli è poi rimasta.
Il parroco gl’insegnò a leggere e scrivere, ilmaestro di scuola a sonare il violino e a fare da cantore. Il medico, incontratolo un dì sulla sua strada, lo richiese d’aiuto peroperareun povero tagliapietre; e lo trovò così fermo, così attento che gli propose di insegnargli la flebotomia.
Siro accettò senz’altro; perchè non avrebbe fatto anche il flebotomo?
L’affare conveniva a tutti due. Il ragazzo salì in condizione: il medico si sgravò di tre quarti delle sue fatiche. Quando venivano per lui, mandava innanzi Siro colle sue lancette. La cosa passò in consuetudine; tantochè la gente prima chiamava il flebotomo; questi poi avvertiva il dottore.
Al Bisagno non c’era oramai chi lo valesse: i suoi compaesani egli li faceva ballare alla festa, li divertiva sani, malati li salassava e ventosava, morti cantava loro l’uffizio. Egli non aveva bisogno di anima al mondo. Fu questo per molti anni il suo orgoglio. Colla fortuna gli erano sbucati fuori anche dei parenti; ma egli era rimasto solo.
Quanto a prender moglie, disse per un pezzo: — la mia casa è piccina e tranquilla: forse dopo la troverei angusta e fastidiosa; perchè il dì delle nozze è sempre bello, l’indomani non tanto. Eppoi c’è tempo.
Così non si impegnava neppur a restar scapolo: «c’è tempo». Qualche volta scherzando diceva che per il matrimonio bisogna esserechiamati: — e ch’egli non aveva mai inteso nulla. — «Provate a chiamarmi forte,» diceva alle ragazze della sua età.
Ma il fatto è che nessuna delle sue birichine compagne d’infanzia con cui aveva giuocato a caponascondere e allerametta, nessuna di quelle birichine a cui aveva date tante noci, tanti pomi, poi, più grandicelle tanti fiori, aveva pensato a «chiamarlo».
Sonando il violino nell’orchestra festiva o cantando sulla tribuna dell’organo egli potè vedere annodarsi l’idillio di ciascuna; poi era intervenuto alle nozze di tutte loro l’una dopo l’altra. L’ultima contava ventisette anni, e nel salutarla dopo la cerimonia gli parve di staccarsi dalla propria gioventù.
Quel dì rientrando si guardò nello specchio: fu pochissimo soddisfatto della propria persona, si trovò il viso troppo scarno, il naso storto, la bocca troppo grande.
Ma presto si diè pace; tornò allegro, scapato, e contento.
Non pensò più a quelle malinconie fino al giorno in cui si maritò la figlia d’una delle coetanee. Era una nuova generazione che arrivava con tutte le sue petulanze. La sposa fu irriverente al punto da non voler ballare la vecchia contraddanza e bisognò lì per lì strimpellarle un tempo di polca.
L’avvertimento era stato grave.
Siro si trovò il naso più storto, la bocca più grande; qualche ruga di più, qualche ciocca di meno.
Aveva quasi quarant’anni. Non monta, comperò un nuovo violino e studiò polche, mazurche e valzer.
Ma, se le ragazze lo trascuravano, cominciavano a badargli le mamme più accorte.
Siro non era più un giovane (non era mai stato un giovane) ma era diventato unpartito, il miglior partito dei dintorni: col mezzo dell’ago, della lancetta e specialmente del risparmio s’era messa insieme una discreta sostanza e si chiaccherava di ciò che possedeva e, anche più di ciò che non avea. Si cominciò a buccinar del gruppetto, poi si sussurrò che aveva legenovea rotoli, a mucchio, — finalmente una disse «a cappellate» e cappellate rimasero. Non si può essere ricchi con meno.
E non si può restar scapoli con tanto.
Tutte quelle figlie indifferenti avevano delle mamme implacabili.
Se Siro resisteva, l’assedio sarebbe durato forse un mezzo secolo: ma, al primo assalto, si arrese. Veramente non poteva essere più formidabile: poichè Irene era la più leggiadra e sua madre Tonia la più scaltra delle bisagnine.
E quella mattina fatale vennero insieme.
Dimoravano contro le mura della città a tramontana nel sobborgo degli Incrociati, luogo natio della madre di Siro. Dall’alto del bastione Gerbino il loro orticello appariva in mezzo al grigio chiaro della pietraia come un fazzoletto stampato a scacchi verdi e bianchi con qualche fiorame di rosso.
Le due ortolane guadarono il fiumicello tenendosi per mano: vestivano gli abiti e la pezzuola della festa benchè fosse dì di lavoro; i loro scarpini di vernice dalle fibbie d’argento luccicavano saltellando sui pietroni.
Il flebotomo si lisciava alla finestra quando le vide venire; il sole non saettava più vivo degli occhi di Irene: e i rigagnoletti che serpeggiavano sotto i loro piedi non erano più machioni dei sorrisi di Tonia.
Parevano due quaglie che piano piano traggono al richiamo: colla differenza che stavolta le quaglie venivano loro ad inretir lo zimbello.
Fecero al flebotomo la riverenza e gli presentarono una focaccia ripiena e un mazzo di garofani perchè, se non lo sapeva, quello era il giorno di San Siro benedetto, che gli desse cent’anni riposati, felicità a sacca e l’allegria per colmatura.
E poichè il buonuomo si confondeva in ringraziamenti, e voleva proprio sapere il come ed il perchè; Tonia gli stillò nell’orecchio che il pensieroera stato tutto dell’Irene la quale, da quando il sor flebotomo l’aveva guarita della slogatura alla caviglia, aveva appuntato con uno spillone il giorno nel lunario per mostrargli la sua riconoscenza.
Inaffiati i complimenti con due dita di vin bianco e, cresciuta la dimestichezza, le due donne avevano poi frugato tutta la casa ch’era grande ed ariosa e tutto, ma era «una chiesa senza santi.»
— Senza madonne, corresse Siro ridendo.
Tonia notò i ragnateli, scrisse col dito sui mobili polverosi: che peccato, che peccato! come tutto ciò chiedeva il soccorso di una mano ravviatina!...
Discese nell’orto col flebotomo: gesumaria era un vero flagello: i pomidoro stesi a terra, riarsi, la lattuga rosa dai bacherozzoli, la salvia sterpata, e quante ortiche fra la cicoria! orsù bisognava ch’ella venisse una domenica o l’altra a dare una ripassata.
— Venisse! venisse pure!...
Tonia gl’indicò la facciata della casa: — come sarebbe più appariscente se ci fossero le tendine ai vetri, e una cassetta di garofani sul davanzale e sopra, fra gli steli fioriti, quand’egli tornava dalla sua visita, un visino impaziente!.. eh?
Irene era rimasta sopra alla finestra e li guardava ridendo.
— Siro era impensierito.
— Non era per saper i suoi affari, ma non aveva mai pensato a fare il nodo?
Siro, per una vecchia abitudine, svettò il capo da destra a sinistra, ma non finì di tentennare.
Stavolta non poteva dir di no. Ci aveva pensato sì... senza pensarci... e da un pezzo...
— Dopo tutto è ancora il meglio: si fa la vita più assestata, si desina in casa, non si sta fuori la sera colla rugiada: si chiudono fuori i capricci; e ci si grogiola fra le dolcezze... massime quando si ha quel che bisogna.
Siro fermò Tonia pel braccio a metà della scala.
— Chi volete che mi pigli?
— Oh il matto! oh il matto!
— Ho quarant’anni, sapete....
— Ma giusto... siete sul vostrobuono.
— Dite sul serio?
— E tò....
Mezz’ora dopo, le due ortolane, tenendosi per mano, riguadavano il Bisagno: gli occhietti d’Irene saettavano, i sorrisi di Tonia erano più machioni di prima: gli scarpini luccicavano al sole, — le gonne di bordato scodinzolavano allegramente.
Siro le guardava dalla finestra.
Le due quaglie uscivano dal paretaio, avevano acchiappato lo zimbello e se lo portavano.
Era il cuore che Siro s’aveva lasciato rubare.
Siro non rivide l’Irene fino al primo lunedì d’agosto, due settimane dopo. La incontrò per via e la pregò di passar da lui a prendere il piatto della focaccia.
Quando ebbe chiuso l’uscio la pigliò per le due mani, e, risoluto, in poche parole senza rifiatare, le chiese se lo volesse per marito.
La fanciulla non si sbigottì punto, lo guardò in faccia, poi arrovesciò indietro la persona e sparò una risatina sonora.
Ella non aveva quel dì il suo vestitino di bordato ma, così dimessa, era molto più vaga; un fazzoletto rosso, incrociato sulla camiciola bianca, le copriva a stento le spalle e il seno: il sottanello cortino disegnava le anche snelle e baldanzose.
Siro la teneva sempre per le due mani come volesse ballare il trescone; — tremava — balbettava:
— Di’, vuoi?
E sporgeva il suo naso come un punto interrogativo.
Irene diventò seria ad un tratto e disse franca e superba:
— Sicuro che voglio.
Il poveretto fu per stramortire dalla piena.
Ritrasse riverente le mani, le congiunse in atto di adorazione innanzi a quell’angiolo di sedici anni che faceva a lui, al povero Siro, al reietto di due generazioni, il dono della sua giovinezza fiorente, della sua splendida aurora.
Tanta liberalità lo confondeva: come ricambiarla?
Irene rifece il giro della casetta, stavolta da padrona che visita il proprio dominio, esaminando, rovistando ogni cosa.
Siro le veniva dietro umile, premuroso, spiando i suoi sentimenti, coll’ansia di vederla soddisfatta, col timore ch’ella non ci trovasse il conto suo. Le sue approvazioni lo rendevano felice.
— Era lei che era buona a contentarsi di poco! —
Egli accettava, ad occhi chiusi, le sue proposte, i suoi desideri: — facesse — dicesse lei; comandasse lei.
L’inventario era quasi finito: Siro andò poi allo scrigno, un vecchio scrigno, regalo del dottore.
Lo aperse: nel mezzo del piccolo tabernacolo stava una ciotola da droghiere piena colma di monete d’oro: lesavoie, legenove, gli scudi delsole, i napoleoni alla rinfusa.
La fanciulla rimase abbagliata; poi, presa da un indefinibile capriccio, cacciò ambe le mani dentro a quel piccolo tesoro, rimuginandolo per sentirne il contatto pieno di delizie nuove, mai più provate.
Siro le numerava tutte le cose che con quel denaro si sarebbero potute avere, orgoglioso di poter in tal modo salire nella sua stima.
Ed Irene, prese a manciate le monete, le lasciava ricadere e ne ascoltava il tintinnio, cogli occhi chiusi, estatica di cupidigia.
Poi Siro prese unasavoiafiammante, la bucò con un chiodo, l’infilò in un cordoncino di seta e gliela pose al collo come caparra dell’impromessa.
Ed ella uscì (fidanzata del bel mucchio lucente) stringendo sul seno ansante quello strano amuleto.
Quando fu a casa e la madre, intendendo lo sposo, le domandò se le piacesse: — ella, assorta nella sua visione, non comprese; fe’ coppa delle palme e disse: — vedi, grande così!
L’affare fu presto conchiuso: — la cerimonia fissata per il principio di settembre. Il mese fu tutto occupato dai preparativi: la casa fu tutta ripulita da cima a fondo; ridipinta con certi colori delicati, rosa di fuori, turchinetto, gialdolino, verdello di dentro; verniciate le imposte: l’orticello rimutato in giardinetto per l’occasione. I mobili vecchi ristaurati, cambiati, accompagnati. La notte Siro e Tonia la passavano gran parte in progetti e alla punta del giorno correvano a comunicarsi, a vagliare, a discutere, a concertare i nuovi disegni.
Irene rideva, cantarellava, e sospirava il bel mucchio d’oro.
Finalmente il bel nido fu allestito: terso, lucido, soffice: pronto ad accogliere la colombella, com’esso, nova, immacolata.
Tonia diceva ammiccando al genero:
— Avete mai intravista una innocenza compagna?
E lui, rimescolandosi tutto, scotendole con effusione la mano, rispondeva:
— Lo so, mamma benedetta, lo so....
Alla vigilia del gran giorno, Siro era stato nel pomeriggio a ritirare le carte di stato libero, alla Curia, poi aveva sbrigate alcune faccende in città.
Passando innanzi alla bottega di un orefice sull’angolo di piazza Banchi vide esposto nella vetrina una meraviglia di monile d’oro; fatto di grosse piastrelle legate con un finissimo lavoro di filigrana, congiunto in mezzo da un cuore da cui pendeva una crocetta.
Egli aveva presentati già i suoi regali alla sposa: però lo vinse la tentazione di farle una nuova sorpresa e comprò il monile, disegnando di buttarglielo al collo per tutto saluto, quando l’indomani mattina sarebbe venuto a levarla di casa.
Ma poi ebbe un pensiero: se andasse dritto dritto a portarglielo?
È vero che congedandosi dalle donne avevadetto che per quella sera non sarebbe tornato, ed esse avevano, per riguardo alle molte faccende, approvato la sua discrezione. Si vergognava un poco di tornar loro innanzi. Ma, tutto calcolato, la premura di farle vedere la nuova compera era un fior di pretesto.
Egli era uscito di porta Pila, e, perplesso fra le contrarie ragioni, aveva preso macchinalmente la strada del Bisagno.
Alla fine il desiderio prevalse: l’indomani il suo regalo sarebbe rimasto, fra tante emozioni, inavvertito: l’Irene gradirebbe certo l’attenzione e avrebbero passate insieme alcune di quelle ore eterne; già egli non sapeva come passarle.
Ma, giunto al Beviò, voltò indietro, ridiscese nel letto del fiume ed essendo tardi, prese le scorciatoie a ritroso della corrente. Camminava spedito, balzava di pietra in pietra coll’agilità dei suoi quindici anni.
Nel cuore, liberato dalla oppressione della molesta impazienza, — due sirene, la speranza e la fantasia, alternavano le loro canzoni gioconde.
Chi ha detto che non c’è felicità al mondo? Non è punto vero: egli l’aveva pur trovata e senza fatica, quasi senza cercarla; — l’aveva raggiunta, tirando dritto e piano per la sua strada. Una strada senza inciampi, senza agguati, appena un po’ di polvere, qualche po’ di fastidio, di noia, del resto liscia come un olio.
Ora quella serena esistenza saliva al suo meriggio e la gioia gli avrebbe sonato ilbenedicite. L’indomani era l’assunzione di Maria.
Alla festa di Siro avrebbe fatto cornice il giubilo della terra e del cielo.
Egli avrebbe condotta la sua Irene, vestita di bianco, coronata di candide rose, nella chiesa parata a solennità coi drappi pomposi a frangie d’oro innanzi all’altare tutto in gala rivestito di broccato d’argento, ghirlandato di fiori, coperto dal baldacchino dai pennacchi bianchi: l’avrebbe sposata al suon delle campane, a’ piedi della madonna che vestiva l’abito nuziale di sua nonna. Poi sarebbero usciti colla processione, allo sparo dei mortaletti, al canto dell’ave maris stellaper le vie cosparse di fiori, — egli felice nel tripudio di tutti.
Poi l’avrebbe ricondotta a Santa Zita e là si faceva un grande, un famoso banchetto; tutto il paese era stato buono per lui, tutto il paese doveva venire a fargli dei brindisi, alla tavola d’onore doveva sedere il vecchio medico, il decrepito, il canuto maestro, il maniscalco, cui aveva tirato i mantici, il tessitore cui spartiva i fili. Lo speziale era morto, ma sarebbe venuto suo figlio: tutta la sua vita passata doveva essere testimonio della sua contentezza presente. Poi si sarebbe cantato, ballato: questa volta non era più nell’orchestra: — ciascuno a sua volta — poi era tutta una felicità inenarrabile....
Siro chiudeva gli occhi, allargava le braccia come per abbracciar l’universo quasi impaurito di tanta fortuna; gli venivano sulle labbra cantici e salmi gaudiosi.
Si voltava a guardare il suo villaggio; la sua casetta attillata luccicava all’ultimo raggio del sole che tramontava sui murazzi di Carignano e dietro ad essa salivano nuvoli bianchi o dorati come una vasta aureola, lieto pronostico del suo lieto avvenire.
Ripigliava il cammino di corsa; i ciottoli smossi rimbalzavano con schiocchi giulivi; e il mormorio dell’acqua rispondeva. Poi all’intorno scoppiava uno scampanio festoso da Staglieno alla Foce, dai lontani casali dei monti, dai campanili invisibili di Genova: la campanella delle Anime gittava in alto mare, sul piano terso dell’onde, alle navi che si dondolavano sull’orizzonte cilestrino i suoi squilli acuti, argentini, come per annunziare la festa del domani.
La gran festa di Siro.
Imbruniva; dagli spalti alti di Genova l’ombra si stendeva oltre il letto del Bisagno, risaliva sulla riva opposta e la copriva tutta quanta.
Il flebotomo andava dritto alla sua meta a una meschina casetta raccolta in una piega del bastione.
L’entrata era sulla strada, dall’altra parte. Arrivando dal fiume, Siro dovette fare il giro dell’ortorasentando l’alta siepe di sambuco; andava lesto e riguardoso perchè il terreno era scosceso e appena ci si vedeva.
Le frasche, le bacche gli frustavano qualche volta duramente il viso, bisognava rimuoverle ad una ad una; badare ai piedi ed alla testa. Egli si godeva di tutte queste preoccupazioni che gli davano l’aria di un amante furtivo, e aguzzavano la sua gioia, legittima e bollata da tutte le autorità civili ed ecclesiastiche, col piccante dell’avventura. Era un gusto che il povero Siro si procurava per la prima volta.... e per analogia.
All’angolo i sambuchi, più fitti e frondosi, facevano, dentro all’orto, una specie di pergolato dove le donne avevano messo un banco per sedervisi a meriggiare: di fuori i rami sporgevano molto in là sul dirupo.
Siro si chinò per passare, poi si fermò di botto.
Aveva intesa la voce d’Irene che parlava nell’orto a due passi da lui: se le due donne erano lì, egli avrebbe fatto loro un’improvvisata. Tenne il fiato e si pose in ascolto.
Ma la sorpresa l’ebbe lui pur troppo. Irene non discorreva con sua madre, poichè diceva:
— È miracolo se stassera ci possiamo parlare. Sii buono; se sapessi cos’ho fatto per serbarti questi pochi momenti! Dunque ascolta: per qualche tempo non ci dobbiamo rivedere; ma tu, per cosa che senta dire, pensa che il mio bene è perte, che sono tua e voglio ancora e sempre essere tua....
E ripeteva carezzevole: — sempre... sempre... — con voce soffocata come se le sue labbra non fossero libere.
Seguiva una pausa.
Il povero Siro, stupidito pensava:
— Ella è sua... ed io?
Irene ripigliava:
— Ti farò avvertito io quando possa venire; sai, col solito mezzo: ed ora va, la mamma può rientrare, — e schioccava un bacio sonoro.
— E ricordati di ciò che ti ho detto, addio.
E poi altri baci frettolosi, furiosi sonarono dietro la siepe: le foglie del sambuco si agitavano tutte come prese dal rovaio, e sbattevano sulla fronte di Siro il contraccolpo di quelle tenerezze.
Una voce d’uomo rispose:
— Addio.
Fu l’unica parola dello sconosciuto.
Un gran fruscio nella siepe, un rovinìo di scheggie giù per la ripa... una pedata leggiera nell’orto.
E fu finito.
Siro risalì anch’egli sul sentiero.
Era buio: appena si distingueva nelle tenebre un’ombra più scura che s’allontanava; l’ombra dello sconosciuto amante di Irene.
Ella gli aveva detto — son tua, tua per sempre — dunque colui portava seco ogni cosa, tutto il suo tesoro, tutta la sua vita.
E Siro lo seguiva: come un ragazzo tien dietro a uno che gli tolga un qualche prezioso balocco.
Lo seguiva, tramortito, sbalordito, senza pensare a nulla, senza sapere il perchè.
Aveva una grande confusione nella testa, un profondo schianto nel cuore.
Sentiva una grande stanchezza, aveva le gambe rotte, barcollava — ma camminava.
Camminava gemendo, esalando l’inconscio lamento della natura che soffre, il lamento che mandano i malati quando sono fuori di sè stessi.
Il suo villaggio appariva dall’altra parte del Bisagno nel barlume scialbo del crepuscolo; qualche rara finestra era illuminata. La casetta del flebotomo, squallida, d’un grigio terroso sporcosporgeva sull’altre. Dietro, l’aureola bianca e dorata di un’ora innanzi s’era cambiata in un nuvolone scuro, in un nero cumulo che pareva volesse schiacciarla.
Sotto, i pietroni del fiume avevano l’aspetto di ossami in una fossa di cimitero.
In fondo, verso San Francesco, una fila di lumi che parevano torcie di sepoltura.
Siro ripassò davanti a Porta Pila.
Lo sconosciuto proseguì ancora verso il Rubado, ma repentinamente piegò a sinistra, varcò il fiume sul ponte di Santa Zita, e prese la strada di San Pietro alla Foce. Rasentò il cantiere, passò davanti il casotto della dogana.
Siro conosceva il comandante della stazione; una volta veniva spesso alla sera a giuocare la partita a tarocchi e facevano insieme un gran sparlar delle donne e del matrimonio; — egli fu lì lì per cedere all’abitudine e svoltar nella porta.
Ma rivide quell’altro, dimenticò ogni altra cosa.
Attraversarono il sobborgo della Foce.
Era oramai notte fatta.
Degli usci aperti apparivano nei casolari le placide faccende della cena.
I pescatori più poveri mangiavano seduti sullo scalino della soglia.
Qualcuno, ravvisando Siro, lo salutava e si voltava a guardare dov’era diretta a quell’ora la visita del flebotomo.
Riuscirono fuor dalle case.
Lo sconosciuto andava più lesto, si sprofondava nell’ombra.
Finalmente Siro lo perdette di vista.
Allora si sentì smarrito.
Una gran tenebra si addensò intorno a lui; una tenebra fitta di paure, di chimere invisibili, di minaccie incomprensibili; — immagini e voci del nulla. Come quando era ragazzo.
Egli avrebbe seguito quell’uomo indefinitamente: era una guida, uno scopo vago che lo attirava. Non già che sentisse il desiderio della vendetta.
Se colui si fosse voltato e gli avesse chiesto: — che vuoi? — egli si sarebbe forse buttato piangendo ai suoi piedi...
Ma invece era scomparso come un fantasma: tutto ciò aveva l’aria d’una beffa atroce, misteriosa del destino.
Egli rimaneva solo, perduto, oppresso da un’angoscia infinita e inesplicabile.
Si guardò intorno atterrito.
Si trovava a pochi passi dalla spiaggia.
Le ondate vaste, scialbe, plumbee, si abbattevano sulle arene. Nel cielo galoppavano i nembiad ignoti assalti. Un sordo muggito usciva dall’abisso.
Al fioco barlume volteggiavano in mare dei neri profili, salivano in groppa ai cavalloni, sprofondavano, riapparivano.
Uno strido acuto di alcione dominò per tre volte il cupo fragore.
Le nere forme, simili a grossi mostri, si lanciarono innanzi: scivolando sull’onde approdavano rapide e silenziose. Dell’ombre saltavano sulla spiaggia; pareva un ritrovo di spiriti. Venivano alla sua volta.
Siro fu preso da un istintivo sgomento, si volse, corse barcollando. Cadde supino sopra i gradini di un pilone. Si alzò, si rifuggì dentro alla cella, vi restò ginocchioni, le mani aggrappate alle grosse sbarre della grata, la fronte sulla pietra del davanzale.
Poco a poco cominciò a raccappezzarsi, riconobbe il luogo: al tempo beato della sua infanzia, in una delle sue corse, aveva sostato al pilone, e, addormentatosi, s’era svegliato poi nel cuor di una notte come quella.
Lo ripresero gli sgomenti d’allora.
Egli aveva sempre sentito una grande avversione per il mare — orizzonte troppo vasto per i suoi desideri limitati — per il buio, per il vago, l’indefinito. Indole sensibile e timida, amava il sole, la compagnia, la vita di tutti i giorni, le rotaiedell’abitudine. Era una di quelle fibre docili, buone a nulla da sole, ma che la disciplina può spingere magari anche sino all’eroismo.
Orfano, esposto dalla sorte a tutte le tentazioni della licenza, del disordine, era stato dal suo carattere avviato all’ordine, al dovere: il vagabondo si era trasformato in operaio laborioso, in borghese assegnato: aveva combattuto assiduamente, sotto tutte le forme, l’incertezza; s’era fatto con grande sforzo una casetta sua, solida, comoda, vi aveva adagiati i suoi piccoli ideali, le sue dolcezze tranquille: — egli avrebbe dovuto tenervele ben chiuse, custodite. Invece aveva aperta la porta a una grande speranza, a un’illusione unica nella sua vita ed ecco che questa gli aveva tutto rapito!
Ora egli non rimpiangeva tanto i suoi sogni di pochi giorni, quanto la quiete di tanti anni.
Sbattuto fuori dal suo solco, non si sentiva più sicuro di rientrarvi: questa era le sua disperazione. Si trovava di fronte degli ostacoli insormontabili: il ridicolo sovratutto.
L’indomani, fra poche ore, lo aspettavano per la cerimonia; la sposa, il curato, i testimoni, la banda, il villaggio tutto in aria per lui — e lui che avrebbe fatto? Cosa pensava di fare?
Pensava, pover’uomo, che sarebbe stata una grazia di Dio, il poter sparire, sfuggire al mondo e sopratutto a sè stesso, — alla tortura di dover pigliare una risoluzione.
Si contorceva, singhiozzava, e il rombazzo del mare lo scherniva.
Poi veniva la stanchezza; ricadeva sopraffatto nello stupore di prima, uno stupore pieno di amarezze, d’inquietudini.
Chiudeva gli occhi, ma un sussulto lo obbligava ad aprirli, a tenerli spalancati.
Un filo di luce rossiccia attraversava le tenebre e si posava in alto nella parete di rimpetto.
Si volse e vide dietro alle sue spalle un crepaccio luminoso.
Vi appressò l’occhio e scorse una scena singolare.
Il foro si apriva in alto sotto una tettoia di pescatore a cui il pilone era addossato. Una stuoia grossolana di canne allacciata da un pilastro all’altro serviva di riparo verso il mare. Delle reti, delle nasse coprivano le tre pareti.
Vi stavano riunite in crocchio dieci o dodici persone: gente di diversa condizione ed età in abito borghese, in camiciotto di marinaio, in casacca di montanaro, alla rinfusa.
Facevano circolo intorno ad uno che, ginocchioni innanzi allo scanno in mezzo, leggeva a mezza voce: costui appressava al lanternino i fogli di carta sottile: colla destra accarezzava il calcio d’una pistola deposta innanzi a lui.
Di quando in quando s’interrompeva alzando il capo: e un lieve mormorio sorgeva nell’assemblea.
Appena qualche frammento di quella lettura arrivava all’orecchio di Siro, e pareva più che altro una nota di negozi falliti.
Si sarebbe detto fosse una congrega di contrabbandieri.
«.... Datteri di Palermo avariati.... ripreso lavoro di paste napoletane.... paglia di Firenze stenta.... segala di Piemonte atterrata dal vento.... si spera lanciar fondi di magazzino fine stagione.... provviste verranno per la via dei monti...»
Una frase lo colpì.
«Ritardate ancora spedizione coke da Marsiglia.... sospendete le vendite.»
Alcuni mesi prima Siro era andato per incarico del dottore Vaccarezza suo benefattore, a Sampierdarena a chieder conto di un certo affare a un navigante di cabotaggio; e questi gli aveva risposto con le stesse parole. Il dottore lo aveva poi mandato in giro per la riviera di levante sino a Portofino a ripetere la notizia a parecchie persone con tali raccomandazioni di segretezza che egli aveva sospettato si trattasse di qualche mistero politico.
Aveva fatto altre volte ambasciate di quel genere. Un giorno, venuto a Genova, a cercar certi campioni di zuccheri, gli avevano consegnato un pacco contenente dei libri. Il dottore (egli sapeva le sue cose) non negoziava punto: invece egli era, come allora si diceva in Piemonte,costipatodi politica. Senza fargli confidenze, gli parlava spesso dell’antica Repubblica di S. Giorgio, della scaduta grandezza ligure, dell’Italia, degli sforzi eroici, dei tentativi infelici, delle speranze sempre vive dei patrioti..... Quando Siro gli mostrava riconoscenza dei suoi benefizi, gli dava sulla voce dicendo: — sta queto, verrà forse giorno ch’io ti chiederò ricambio molto maggiore. — Il giugno precedente, quando era avvenuto il triste caso del povero Ruffini, che credendosi tradito dai suoi, si segava per disperazione la gola, — il vecchio dottore eragli parso esaltatissimo e s’era lasciato andare a parlargli di misteriose vendette, di prossime ribellioni.
Il lettore ripeteva a ogni momento:sospese vendite, sospendete vendite, e a queste parole, che parevano la chiusa d’ogni foglietto rabbuiavansi dolorosamente i volti dei compagni.
Finito ch’egli ebbe domandò:
— Non occorre altro?
— No! rispose un vecchietto; tutti hanno capito, vero?
Chinarono il capo in silenzio.
Allora l’altro aperse il lanternino, accostò i foglietti alla fiammella, vi appiccò fuoco e depostili sullo scanno li voltò e rivoltò con cura, finchè l’ultimo minuzzolo fu ridotto in cenere.
Tutti s’erano raccolti intorno al vecchietto canuto, per il quale pareva avessero un grande rispetto:gli chiedevano schiarimenti, egli rispondeva, sentenziava con vivace fermezza; tutti annuivano reverenti.
Poi egli domandò:
— Liberio.
Un giovinotto vestito da marinaio, alto, svelto, di elette fattezze si fe’ innanzi.
— Avete inteso, lo rampognò severamente il vecchio; la vostra imprudenza può costarci caro. Chi v’ha detto di chiamare le vendite?
— Credevo... rispose l’altro dimessamente.
— Non si crede, si domanda, si eseguisce, ma sopratutto si obbedisce....
Seguì una pausa, il vecchio riprese:
— Qual era il vostro pensiero?
— Di prevenire, affrettando, gli effetti del «vento.»
— E il vento rischia pigliarci tutti in mare: da tre giorni soffia dal Piemonte! tutta la pula è in aria: in questo momento noi siamo tutti sotto il colpo.
Si guardarono attorno inquieti.
— Voi risponderete di tutto, è il fatto vostro. — perchè ci avete chiamati?
— Per rassegnare la commissione alla maestranza.
— E io vengo a riprenderla in suo nome. Ora sentite i suoi ordini. Per quando è fissato il mercato?
— Per domani notte.
— Bisogna disdirlo prima del mezzodì. Non manderete altri commessi, farete da voi. Compiuto il giro, rimetterete il sacco al trafiliere di Santa Zita e partirete per Marsiglia senz’indugio. Troverete colà le credenziali. Siamo intesi? Qua la mano per il segnale.
Il giovinotto, tutto sommesso, piegò il capo altero davanti a quell’omino; stese la palma destra.
Il vecchio vi pose su la propria, tracciò ripiegando il dito medio alcune linee invisibili e soggiunse:
— Andate.
Poi, uscito il marinaio, raccolse gli altri intorno a sè.
— Ausonio; è necessario avvertire entro la giornata il trafiliere di Santa Zita.
Siro ascoltava con ansietà grandissima: quel nome voleva dire il dottore Vaccarezza.
— Andate dunque da lui e ditegli...
Delle strida di falco lo interruppero.
— Silenzio! due, tre, quattro, cinque, sei.... dalla terra.
Un grido breve d’alcione, come quello che Siro aveva già udito, rispose.
— Il mare è libero. Spegni il lume.
Un leggero calpestio di gente che camminava al buio — poi silenzio.
Siro, senza quasi saper perchè, si trovò fuoridel pilone. Camminava a gran passi: gli parve tutto un brutto sogno, si stropicciava gli occhi per isvegliarsi. Risaliva la costa.
Soffiava un libeccio gagliardo; il cielo era coperto, il mare procelloso.
Siro tirava innanzi a caso, alla meglio, incespicando, barellando.
Di repente si sentì pigliare di dietro pel colletto.
Una voce disse: — e due!
Siro si voltò e scorse un grosso omaccione.
Costui, sempre tenendolo fermo, aperse una lanterna cieca che teneva in mano, glie l’accostò al viso.
— Vediamo che smorfie giacobine mi fai....
Poi subitamente lasciandolo libero, fe’ un passo indietro e sclamò maravigliato:
— Tò, il flebotomo.
E diede in uno scoppio di risa. Era il brigadiere dei doganieri suo amico.
— Scusate, egli riprese, v’avevo preso per un congiurato.
E rise più saporitamente di prima.
— Avete dei malati alla Foce?
Lo prese a braccetto e lo menò seco.
Qualche passo più in là incontrarono due guardie doganali.
Il comandante si appartò un minuto, diè loro alcuni ordini a bassa voce.
Le guardie si allontanarono frettolosamente discendendo la costa.
Egli riprese il braccio del flebotomo.
— Sicuro, v’ho preso per un carbonaro: ma dopo tutto non sono malcontento d’avervi acchiappato. Voi avete dei conti da rendermi. Sapete, corpo d’una pipa, che non ci vediamo da un mese? È un mese vero?
— È vero, rispose Siro distratto.
— E mi dovete anche una rivincita.
Erano arrivati alla porta del casotto di guardia.
— Venite, disse il comandante; a proposito, avremo forse bisogno dell’opera vostra.
E, prima che Siro pensasse ad opporre resistenza, lo trascinò in una vasta stanzaccia che come dimostravano, da un lato, una rastrelliera per fucili, dall’altro un banco da scrivere e una stadera, serviva ad un tempo di ufficio per le denunzie e di corpo di guardia.
Un doganiere e un carabiniere stavano di fazione.
Il comandante domandò a quest’ultimo:
— Il vostro sergente?
— È uscito con tutta la pattuglia.
— Voi, restate a custodia dell’arrestato. È ferito costui?
— Pare, la mia baionetta nella baruffa deve essergli penetrata nella pelle; ha il camiciotto insanguinato, ma non vuol saperne di nulla.
— Eh diavolo, non è mica per lui!... sclamòil brigadiere stringendosi nelle spalle. — Siro, voi avete le lancette?
A un suo cenno il doganiere prese la lanterna, spiccò una grossa chiave da un chiodo e aperse una porta in fondo.
Entrarono in un locale vasto quanto il primo, un deposito di contrabbandi sequestrati, convertito per l’occasione in carcere provvisorio.
La vista del prigioniero scosse il flebotomo dal suo stupore: egli ravvisò in lui il Liberio del misterioso ritrovo sulla spiaggia.
Stava buttato sopra un saccone in un angolo, fra una botte e un mucchio di involti, di cassette, di fucili alla rinfusa.
— Su, disse il brigadiere, e fate vedere al signor flebotomo la graffiatura che avete.
Non si mosse; col capo appoggiato alla mano gli diè un’occhiata di superba indifferenza.
— Su, ripetè il brigadiere impazientito.
Siro s’interpose, dicendo che non occorreva, ch’egli poteva ben visitarlo a quel modo. S’inginocchiò dinnanzi al saccone; aperse il camiciotto, tagliò il corpetto di lana, la camicia colle sue forbici da chirurgo ed esaminò la ferita. Era proprio una graffiatura.
La medicò alla svelta, vi applicò la filaccia e lo fasciò.
Il prigioniero lasciò fare come non fosse cosa sua, non aprì bocca.
La nobiltà dei suoi lineamenti, le fattezze del suo volto imberbe, la sua pelle bianchissima, la finezza della camicia tradivano in lui una condizione che il grosso abito da marinaio dissimulava a stento.
Il brigadiere condusse poi il flebotomo in uno stanzino che gli serviva al tempo stesso di scrittoio e di tinello.
— Non fate mica conto d’andarvene con questo tempo?
Pioveva a dirotto.
Lo fe’ sedere davanti a una scrivania coperta di un marocchino vecchio, sul quale certi occhielli violacei mostravano che colà dentro usava molto più il bicchiere del calamaio.
— Corpo d’una pipa, mi tocca fare anche il tirachiavistelli; state lì, mi terrete compagnia e una buona bottiglia ce la terrà a tutti e due.
— Che ha fatto? domandò Siro.
— Chi? quel ragazzaccio? Carbonerie, giacobinerie, balordaggini, canagliate, chessoio.... Poh! gente che piglia il cervello a pigione dai Francesi. E sì che ci hanno cavato un bel frutto di quella gramigna che succhiava loro fino alle midolle; quand’era tempo di cacciare i ladroni essi stavano zitti, ora che noi si fa il loro bene rimettono il ruzzo. Non c’è che un mezzo....
— Come l’hanno arrestato?
— I carabinieri di ronda l’hanno trovato presso il cantiere e riconosciuto ai connotati.
— E sanno d’onde veniva?
— Pare. Dunque non c’è che un mezzo.... e il mezzo, secondo me, è quello di mettere due da sessanta a San Giorgio e giù pillole sulla topaia! Domando se non è cosa....
Siro lo interruppe:
— E quale sarà la sua condanna?
— Eh... ammenochè non sia persona di condizione, il remo se canta.... altrimenti un raso di corda e il benservito.... Ma lasciamo le malinconie da banda, parliamo di noi.... oh giusto, volevo domandarvi.... me n’hanno detta una bella; che voi pigliate moglie.... è vero?...,
Siro diè un guizzo; tentennò il capo.
— Volevo ben dire.... guardatevi Siro, se non volete incorrere nella mia maledizione! — disse il brigadiere, minacciandolo burlescamente colla palma tesa sovra il suo capo. — Sul serio, avreste finito questa dolce viterella da Michelaccio....
E soggiunse, arricciandosi i suoi mustacchi ritinti, in atto vanesio:
— Il matrimonio è una cosa eccellente.... per gli scapoli eh! eh!....
Anche Siro sorrise a fior di labbra levando uno sguardo smarrito, desolato. Poi chinò il capo.
Il brigadiere, avviato sul suo tema favorito, tirò innanzi a sentenziare, ad argomentar per esempi, per aneddoti rifritti tante volte che cominciava ad abboccarli per veri egli stesso.
Siro lo interruppe ancora una volta.
— E quando lo meneranno? domandò.
— Chi? chi? sempre colui? fra qualche ora, subito magari, appena torni la pattuglia, ma sentite, vi debbo dire che siete seccante....
Il brigadiere fu punto stavolta nel vivo dalla distrazione poco riguardosa di Siro.
— Comincio a credere al vostro matrimonio, borbottò stizzito.
Poi ammutolì, si aggomitò imbronciato sulla scrivania e asciugò religiosamente il boccale fino all’ultima stilla, per sopire il suo malestro. Non durò troppa fatica: dopo mezz’ora russava e pencolava in ogni verso.
Finalmente, si levò per cercare ai suoi sonni uno stramazzo più comodo.
— Io resto, disse Siro, per medicare il ferito prima che parta.
— Va bene, brontolò il brigadiere: ed entrò per un usciolo in fondo nella sua camera.
Siro s’affacciò alla stanza di guardia; il doganiere dormiva disteso supino sulla panca: il carabiniere, collo schioppo imbracciato, il cappello sugli occhi, si appoggiava alla finestra con un atteggiamento tanto discreto e prudente da rendere temerario ogni giudizio sulle concessioni che il suo pensiero faceva alle volgari esigenze del sonno. Un grosso gatto bianco accovacciato sulla stadera torniva gravemente.
La lanterna a bilico tremolava e scoppiettava.
Siro, colla irriflessione del sonnambulo, attraversò la stanza, prese sul banco la lanterna di servizio, spiccò dal muro la chiave, andò dritto alla porta del deposito, l’aperse, entrò, rinchiuse.
Il carabiniere si scosse, diede un’occhiata indifferente a quest’atto del flebotomo e si ripose a passeggiare lentamente. Il gatto tacque e si lisciò serio serio i mustacchi: il solo doganiere non si mosse.
Siro si fermò sulla soglia.
Dietro la porta nella stanza di guardia il passo del soldato, come oscillar d’un pendolo che si arresta, passò, ripassò, si rallentò, tacque. Il brontolìo del gatto ricominciò. Il temporale era cessato.
Il flebotomo si accostò al saccone.
Il prigioniero era sveglio e lo saettava collo sguardo tagliente della disperazione che non chiede conforto.
Siro depose la lanterna e chinandosi verso di lui:
— Signore, disse con voce rauca, voi non miconoscete: ma io potrei forse in questo momento esservi utile. Potrei recare a qualche persona gli avvertimenti che vi premesse di fargli.
Aspettò invano una risposta.
S’udiva di fuori il lento e misurato gocciolar delle grondaie.
— Io so, riprese, che la sorte di molta gente dipende da voi; una grave missione vi è commessa, se voi voleste confidarmela io l’adempirei fedelmente secondo le vostre intenzioni.
Il giovine non aperse labbro, non si mosse, solo lo guardò con un superbo, infinito disprezzo.
— Non mi credete capace? ebbene vi posso dire che il dottore Vaccarezza di S. Zita — lo conoscete — mi diè più volte di siffatti incarichi e li ho sempre sbrigati a dovere. Egli potrebbe dirvelo. Anzi, datemi una riga, una parola per lui; io l’avvertirò — egli penserà al resto. Va bene così?
Ma l’altro taceva sempre.
Siro tentennava il capo tristamente.
— Ricusate i miei servigi? pure io ve li offro di cuore; perchè li ricusate? Il vostro silenzio può costare la vita a tanta brava gente.... Io potrei salvarla.... e lo farei tanto volentieri!
Egli si fe’ umile e supplichevole.
— Almeno, soggiunse, ditemi il pericolo che minaccia il dottor Giulio. — Quel bravo signore mi ha fatto da padre; io gli devo tanto, gli devotutto, se stava in lui io sarei felice.... io non posso lasciarlo perdere.... dite, ditemi il modo di salvarlo.... egli ha una grande famiglia.
E si torceva le mani e parlando singhiozzava....
Il giovane lo lasciò dibattersi e scalmanarsi, lo osservò freddo, impassibile; poi disse:
— Amico, voi avete quasi l’aria di galantuomo, ma il mestiere che fate è tutt’altro....
E atteggiò il labbro a un sorriso di profondo disgusto.
Siro non capiva.
Il giovane soggiunse alzando la voce:
— Voi avete recitata la scena benissimo, e ve ne faccio i miei sinceri complimenti; avete delle belle doti e non mancherete di far carriera. Avete giusto la pieghevolezza del rettile per strisciar lontano. — Però sentite — con me è tempo perso; oramai i vostri padroni, che certo ascoltano dietro quella porta, sanno che voi avete fatto il vostro dovere di spione zelante e fedele.... dunque che volete di più? — perchè mi seccate colla vostra odiosa presenza? — andate e lasciatemi in pace.
Siro colle mani giunte lo pregava:
— Zitto, parlate piano, vi perdete.... signor Liberio, vi scongiuro....
A questo nome l’altro contrasse il labbro a un sorriso di scherno.
— Siete ben informato, e volete negarmi che io vi debba la fortuna di stanotte?
Poi sghignazzò nervosamente e gli voltò le spalle.
Siro continuava a balbettare, a scongiurare. Aveva capito così in nube il sospetto di Liberio; ma, tutto compreso delle sue inquietudini, non ebbe l’animo di offendersene.
Egli non era che immensamente accorato.
Cercava nuovi e più efficaci mezzi di persuaderlo, non ne trovava; si guardava intorno smarrito.
Il temporale ricominciava; in mezzo alle raffiche del vento, un orologio lontano batteva le prime ore del mattino.
Si inginocchiò accanto al letto.
— Sentite, il tempo passa, possono da un momento all’altro venirvi a prendere. Volete voi aver sulla coscienza la disgrazia di quei poveretti, del dottor Giulio?...
Poi si accasciava e mormorava sfiduciato:
— È vero, voi non mi conoscete, non sapete chi sia, diffidate.... ma mettetemi alla prova, signore, trovate voi un altro mezzo.
Inutilmente.
Uno scricchiolio si intese dalla stanza attigua: il doganiere si moveva nel sonno e sospirava.
Siro pose una mano sulla spalla del giovane:
— Sentite, il mezzo c’è. Non volete che facciaio la vostra commissione: ebbene, fatela voi stesso: vestite i miei panni, non vi riconosceranno, uscite. Io resterò al vostro posto: anzi meglio così, è più sicuro: come non ci ho pensato prima?
E mormorò tra sè:
— Io potrei fra qualche ora essere pazzo, chi sa?
Liberio si volse vivamente.
Egli esaminò al chiaror dei lampi frequenti la faccia smorta, sbattuta del flebotomo.
— Presto, presto, il tempo passa, vi dico....
— Dite davvero? domandò il giovine levandosi da sedere sullo stramazzo, voi mi fate il sacrifizio della vostra vita?
— Oh la mia vita, mormorò Siro cupamente, una volta m’era cara, era bella, buona, tranquilla; ma ho tutto giuocato sopra una carta, sopra una persona che mi doveva dare il paradiso e invece mi ha dato la disperazione.... vedetelo.... il destino si è crudelmente burlato di me; la mia disgrazia è una donna; una fanciulla bella, se la vedeste, come una madonnina; io non sono più giovane; ma confidavo nell’innocenza sua. La mia vita, se vi può servire, io ve l’offro; tanto domani non saprei che farne.
Il giovane disse:
— Ebbene io accetto, in nome della santa causa cui appartengo, il vostro sagrificio.
Siro si spogliava i panni in fretta e glie li buttava....
Ma Liberio fu sorpreso da nuova perplessità.
— Ma che fate? non v’è un momento da perdere, sbrigatevi, gli diceva Siro. Vestitevi. — Oh Dio! voi dubitate ancora?
Il giovane lo fissò, gli strinse fortemente la mano:
— Siete sicuro, gli domandò con voce profonda, che nessuno mi seguirebbe nel giro che debbo fare?
— Dio sa, disse Siro scorato, se i vostri sospetti siano ingiusti, egli v’illumini, io non ho altro da dirvi....
E tacque: il nembo scoppiava con nuova furia, suonavano per l’aria scrosci, sibili, che parevano lamenti, grida.
Liberio guardava fuori dall’angusta finestrella il cielo solcato dai guizzi della folgore; egli non era più calmo, rabbrividiva.
L’orologio sonò nuovamente.
Siro trasalì.
— Liberio, disse, fate una cosa, prendete....
Aveva tirato dalla saccoccia un suo coltello, l’aveva aperto, e glielo porgeva.
— Uccidetemi; sarete almeno sicuro; uccidetemi, mi levate un gran peso....
Il giovane fu tocco; respinse la mano di lui e disse:
— Vi credo, vi credo.... voi siete un bravuomo.
— Dunque presto, presto.... vestitevi.
— Sì....
E Siro lo aiutò a mettere i suoi calzoni corti, il suo largo corpetto, la sua marsina nera, gli pose sul capo il suo cappello tondo di castoro: poi corse alla porta, origliò dalla toppa e tornando verso lui:
— Andate, è quasi buio; camminate franco, la porta di strada è a destra; è solo socchiusa, non vi voltate, apritela senza timore, crederanno che sia io.... andate che il Signore v’accompagni.
Lo spingeva verso il limitare.
Liberio si volse, tornò indietro:
— Voi non avete da darmi qualche incarico....
— No....
— Non debbo salutar nessuno? il dottore?
— Oh sì....
— E nessun altro?
— Altro.... non c’è altro, ho voluto tutto il mio bene.... a colei.... ma non gliene importa di me....
Scosse il capo, un singhiozzo gli mozzò la parola....
— Uscite.... uscite, — disse poi....
Liberio lo abbracciò stretto e quei due nobili cuori posarono un momento l’uno sull’altro.
Poi il giovane si spiccò, aperse la porta e mormorò con grande tenerezza:
— Addio!...
Siro balenò, cadde tramortito mormorando:
— Lui!
Egli aveva già intesa quella parola e riconobbe quella voce.
Qualcosa se gli rivoltava dentro: si trascinò fino al saccone e vi soffocò un grido che gli usciva gorgogliando dal petto....
Poi disse: — ebbene che m’importa?
Il temporale s’allontanava.
Un tranquillo crepuscolo penetrava dal finestrello.
Scoppiava uno scampanio festoso dalla Foce a Staglieno, dai lontani casali dei monti e della riviera. Ma la campanella delle Anime gittava i suoi squilli acuti, argentini, di triste augurio e pareva dire che in mezzo a tanto giubilo della terra e del cielo qualcuno soffriva.
Agli Incrociati, sino dall’alba, tutto il borgo era sossopra per le nozze d’Irene.
La cerimonia doveva celebrarsi di buon’ora, prima delle sacre funzioni.
In chiesa e in casa di Tonia era pronta ogni cosa.
Era arrivata anche la banda di Santa Zita.
Non mancava che lo sposo.
I sonatori erano passati a prenderlo per accompagnarlo in trionfo alla sposa; ma avevano trovata chiusa la casa.
Ora tutti lo aspettavano sul ciglione del torrente.
Intanto il giorno saliva. Il vento che spirava dai monti ricacciava in fondo al mare i nembi che avevano imperversato tutta la notte — e il sole sorgeva dalla parte di Sestri in un cielo purissimo.
Il ritardo di Siro cominciava a diventar incomprensibile.
Finalmente sbucò di mezzo agli orti sul sentiero, dalla parte opposta del Bisagno, il noto cappello di castoro e la notissima marsina nera del flebotomo.
Qualcuna delle ragazze notò che quell’avaraccio non s’era neppur vestito da festa.
Irene avvertì che il flebotomo camminava più svelto del solito e pareva ringiovanito di vent’anni.
Quando fu a un tiro di schioppo i sonatori diedero fiato agli strumenti, i ragazzi batterono le mani, e gridarono viva lo sposo.
Quegli si fermò, parve sorpreso e impacciato di quell’accoglienza.
— Egli scappa, gridò uno.
La marsina era di bel nuovo scomparsa fra le frasche degli orti.
Risero, credettero fosse uno scherzo.
Irene impallidì e balenò come esterrefatta.
Lo sposo non venne.
Dopo una mezz’ora, un giovinotto guadò il Bisagno e venne a cercarlo. Trovò in un cespuglio di sparagi gli abiti del flebotomo laceri e malconci: il panciotto recava qualche traccia di sangue. Nella tasca del vestito c’erano ancora gli atti della curia.
Alcune ore dopo una gran folla attorniava il casotto della Dogana alla Foce.
Un prigioniero arrestato alla notte, vi si era svenato, dicevasi, con una lancetta di chirurgo. E, cosa incredibile, si sussurrava che il morto fosse il flebotomo di S. Zita.
Era venuto da Genova l’avvocato fiscale e il giudice a fare il testimoniale. Finite le formalità, il cadavere fu recato fuori sopra una barella e deposto sotto il portico ad aspettare i becchini.
Un giovane contadino, che nessuno conosceva, si fe strada tra la folla, e accostatosi al cadavere, prese una mano che ne penzolava e la baciò mormorando: — mio salvatore.
La strana notizia si sparse nella giornata per tutta la valle del Bisagno e le ipotesi, nate nei crocchi della sera, erano leggende all’indomani, — leggende cupe e paurose.
Agl’Incrociati, risaputo che Siro era stato arrestato nella notte, ritennero che quella della mattina fosse una apparizione d’inferno, e Irene non trovò più marito che ardisse sfidare il sortilegio di cui la si credette vittima.
Chi non potè mai darsi pace fu il brigadiere. Egli si guardò bene dal compromettere la propria responsabilità col dissipare l’errore che pesava sulla fama di Siro: ma rimase sempre convinto che quel «brigante di giacobino l’avesse ammazzato lui colle sue mani.»
Però l’autorità giudiziaria, nonostante l’oscurità degli indizi, consacrò con la sua sentenza l’umile nome di Siro alla gloria del martirio.
E certo, comunque fosse avvenuto, il suo sagrifizio non fu dei meno meritorii.