XVI.

Vittoria impallidì spaventosamente e ripetè:

— Dio! Dio!

La duchessa osservava il suo turbamento. Ad un tratto parve prendere una risoluzione.

— Venite, le disse, voi lo vedrete.

E la condusse in una cameretta in fondo al piccolo appartamento terreno. La casa non aveva che un piano.

Sulla soglia Vittoria dovette fermarsi; si appoggiò allo stipite per non cadere; il sangue le affluiva al volto, le injettava gli occhi.

Si sentì mancar le gambe di sotto e diacciar in tutta la persona.

Ma a poco a poco la volontà riprese il suo impero: ella ebbe finalmente il coraggio di spingere uno sguardo innanzi a sè.

Vide una cosa orribile. Zaverio, macilento, smorto come un cadavere, irreconoscibile per lei, immobile, cogli occhi vitrei fissi alla finestra dove moriva il crepuscolo: le sue labbra si agitavano senza che ne uscisse alcun suono.

Donna Elvira gli s’era appressata e lo carezzavapassandogli la mano sulla fronte sguarnita di capelli.

L’infermo non diè segno d’intelligenza.

Allora Vittoria, presa da subita passione, corse a lui, gli si buttò ai piedi gridando:

— Zaverio! Zaverio!

Quell’ombra d’uomo si scosse, spalancò gli occhi, le sue labbra bianche e tremanti balbettarono fievolmente:

— Baronessa!

Vittoria ebbe un lampo di gioia insperata, ineffabile:

— No, così! essa gridò. Vittoria! Vittoria!

Zaverio tese ambe le braccia e si lasciò cadere su lei, che ebbe la forza di sostenerlo: le loro fronti si urtarono, i loro volti rimasero l’uno contro l’altro.

Un tremito convulso agitò le membra del giovane; egli ripetè con un filo di voce:

— Vittoria.... Vittoria....

Poi lo sforzo si allentò; egli ricadde nel seggiolone, spossato, affranto.

Donna Elvira prese pel braccio la baronessa, la tirò fuori della camera e con grande violenza le disse:

— Voi siete dunque colei che me l’ha così ridotto!

E senza darle tempo a rispondere, le gridava:

— Uscite!... uscite!...

Vittoria chinò la testa e mosse, macchinalmente, verso la porta.

Ma là si volse e ritornò indietro.

— Oh lasciatemi, disse supplichevole, con lui, presso a lui; egli mi ha riconosciuta, chiederà di me.... Se le mie cure potessero giovargli?

Per la prima volta in vita sua diventava umile.

— Non vi darò punto disturbo, ve lo prometto, sarò docile, vi rileverò nelle veglie, al suo capezzale, quando riposerete; quando vorrete io uscirò, vi obbedirò in tutto; ma lasciatemi accanto a lui.... qualche minuto del giorno.... non vi chiedo che questo e vi offro la mia vita.... Accettatela.... almeno per lui.

La duchessa non poteva parlare: una collera terribile l’opprimeva; ma coll’occhio sfavillante d’odio, col gesto convulso la spingeva fuori.

E Vittoria dovette uscire.

Si ritirò nella sua cameruccia d’osteria, agonizzante d’angoscia, col sentimento di non poter vivere che per Zaverio e con lui, — e tanto violento ch’ella venne a formare il disegno di strapparlo a sua madre.

Poi, nell’immenso suo cordoglio, sorgeva una speranza ardente: — ch’egli la cercasse, che egli la volesse.

Il desiderio si mutava mano mano in visione; udiva la voce di Zaverio chiamarla e quella della madre che lo garriva e ricusava di compiacerlo.

E Vittoria chiedeva ad alta voce:

— Ma perchè?

Sentendo che qualcuno s’appressava, ella balzò ad aprire dicendo:

— Eccomi.

Diffatti venivano a cercarla da parte della duchessa.

Zaverio era stato preso da delirio; la chiamava, voleva uscire.

Il suo spirito risaliva ad un tratto, dalla cupa e taciturna tetraggine ove da un anno affondava, alle torture più acute della passione: risuscitava intero, non nella coscienza, bensì nel desiderio.

Quando Vittoria entrò da lui l’infelice le tese le braccia.

Ella vi si gettò, si abbandonò coraggiosamente, sorridendo, alla stretta di quel maniaco furioso che le fece scricchiolar l’ossa e l’avrebbe soffocata se i muscoli affranti, disfatti, avessero avuto ancora tanto vigore da reggere oltre all’impeto impulsivo di un minuto.

Subito egli si accasciò: i suoi occhi stralunati, rotearono, s’infossarono nelle occhiaie livide e cave e alla vampa fugace del volto sottentrò un pallore cadaverico.

Vittoria tremò che spirasse in quel punto: ritta in piedi, attonita lo guardava, non osava toccarlo e inconsciamente mormorava:

— Gesù!... Gesù!...

Ma Zaverio rinvenne: la passione, capace di uccidere un cuore presente a sentirla, si ammortì nella sua densa melensaggine.

Per più ore Vittoria stette al suo fianco, immobile, senza dir motto. Ed egli non si accorse più di lei.

Poi si addormentò profondamente e non si risvegliò che il giorno dopo.

La madre non assistè a quella scena: un’acuta gelosia veniva ad aggiungersi alle sue pene.

Appena Zaverio fu assopito entrò e fe’ cenno a Vittoria d’uscire.

Ella non oppose resistenza; soltanto disse:

— Se mi lasciaste passar la notte qui nella stanza vicina?... Se mi volesse, io sentirei.

Donna Elvira acconsentì.

Vittoria da quel momento non lasciò più Zaverio.

L’indomani egli la ravvisò di nuovo e le disse qualche parola timida e riguardosa, come nei primi giorni della loro conoscenza.

Egli s’immaginava d’essere venuto a visitarla in casa sua, come allora usava fare.

Di tratto in tratto si guardava intorno; pareva un po’ stupito.

Nei dì seguenti fu più sereno: discorreva ad intervalli; la chiamava baronessa.

Vittoria sperò di guarirlo: e un giorno, nella gioia di questa illusione, fu sublime di tenerezza.

Gli si buttò ai piedi, gli baciò le mani furiosa, e gli gridò:

— Son tua, son tua!

Ma egli si turbò forte; pareva per un momento che un qualche pauroso ricordo balenasse nel suo spirito, un grande sgomento gli stringesse il cuore.

— È troppo presto, pensò Vittoria.

E impose freno alla propria passione; per una settimana si mantenne tranquilla e riguardosa, secondandolo con prudenza. Quando lo sforzo le diventava troppo grave usciva dalla camera.

Zaverio la salutava e le diceva:

— Buon giorno, baronessa.

Una sera — egli era stato più espansivo del solito — Vittoria, non potendo contenersi, s’alzò, ed egli, con rincrescimento, le domandò:

— Mi mandate via? Oh rimanete qui; vi voglio tanto bene!

Vittoria non resse più.

— E anch’io t’amo, sclamò delirante d’amore, e resteremo sempre insieme, sempre, sempre, se tu vuoi io sarò la tua donna.

— La mia donna! sclamò Zaverio sbarrando gli occhi.

Essa gli buttò le braccia al collo; allora egli la respinse.

— La mia donna? ripetè atterrito, e il barone?

A Vittoria questo nome diede un tuffo nel sangue.

Zaverio ebbe un accesso di frenesia che durò parecchie ore.

Ella fu più cauta in seguito.

La mente di Zaverio, arretrandosi davanti all’omicidio da lui commesso, s’era rifiutata di conoscerlo. La sua vita morale era stata sbarrata a quel punto da un orrore insuperabile — di cui aveva smarrito le cause, ma che sussisteva intero negli effetti.

Bastava il più piccolo tentativo di spingerlo oltre quella cerchia che l’istinto s’era fatta, perchè egli si turbasse e ricalcitrasse.

Vittoria fu costretta a pesare tutte le parole, a secondarlo in tutte le illusioni che erano per lui un mezzo necessario, a vivere con lui in un mondo di fantasmi divenuto per lui il solo mondo reale possibile.

E com’era sottilmente permaloso e sofistico! com’egli sconcertava tutte le frodi pietose per tirarlo di là!

Per lui ell’era tuttavia la moglie del barone e viveva in casa propria dov’egli veniva solo a trovarla.

Spesso interrompeva il discorso, s’alzava, la salutava, si guardava intorno cercando il cappello: voleva uscire: e guai a contraddirlo!

Allora accorreva la madre e, con infinite precauzioni, si adoperava a trattenerlo.

Dapprima obbediva, ma colla sommessione forzata e gonfia di ribellione del carcerato che cede alla volontà del suo guardiano; ne rimaneva sbalordito, amareggiato, intrattabile per tutta la giornata.

Ma finalmente bisognò lasciarlo uscire e fargli tener dietro finchè, smarrito e stanco, si lasciasse ricondurre in casa.

Allora se la pigliava colle autorità che rimutano le strade per dar noia ai cittadini.

Il suo torpore era dileguato. Le sue turbolenze, sempre più frequenti e violente, rendevano malagevole la vigilanza. Il chiuderlo in camera lo irritava; dava in ismanie, scoteva gli usci e le imposte gettando grida furiose. Bisognava tenerlo d’occhio, ma senza farsi troppo scorgere, per non risvegliare le sue insensate ma accorte diffidenze e i suoi vaneggiamenti.

Le due donne vivevano in continue apprensioni: talvolta, la notte, s’incontravano esterrefatte alla porta di Zaverio.

La disgrazia, con tanto pudore dissimulata da donna Elvira, cominciava a trapelare in paese. La gente, quando il povero pazzo usciva, si fermava a guardarlo. Poi la presenza della forestiera destava molte curiosità e molte ciarle.

Vittoria propose alla duchessa di lasciare la Calabria e addusse per ragione la necessità di consultare qualche specialità per Zaverio, la cuipazzia, spiegatasi ad un tratto all’arrivo di lei, era fino allora stata dalla tenerezza materna scambiata per un languore ipocondriaco o una tetraggine d’epate, come l’aveva definita, per errore o per pietà, il vecchio medico di Reggio, che, solo, lo aveva visitato.

Ella voleva condurlo all’estero, in Inghilterra, magari più lontano, agli Stati Uniti, per sottrarlo ad ogni sospetto o almeno ad ogni pericolo.

L’erede dell’orgogliosa casa di Tizzano, finchè non si trattava che di lei, non aveva pensato un minuto alla volgarità tutta borghese di una procedura penale, di cui ignorava affatto il congegno giuridico; — ma la devozione per Zaverio l’aveva resa prudente.

Donna Elvira accondiscese ma alla condizione d’interrogare prima qualcuna delle notabilità alieniste d’Italia. Questo viaggio all’estero, di cui ella non conosceva la necessità, le ripugnava: ella temeva di trovarsi, per l’età e la povertà sua, soggetta alla giovine e ricca baronessa.

La sua gelosia osteggiava il disegno di Vittoria, di cui ignorava i segreti motivi; e ne diffidava.

Però partirono in fretta e non menarono seco altri servi che Gabriele e Concetta.

Vennero a Firenze, allora capitale del regno, e presero a pigione un solitario villino sul colledi Fiesole che aveva un padiglione unito al corpo principale da un lungo viale, disposizione che rispondeva mirabilmente alle fantasie di Zaverio. Ci dormiva la baronessa quando dormiva, e, di giorno, correva a ricevervi il povero infermo quando gli saltava il ticchio di recarsi a visitarla.

Non era scemata la necessità di queste precauzioni; ne dipendeva la pace di Zaverio.

Così, rimosse tutte le cause di turbamento, egli era quasi sereno. La sua salute rifioriva; egli si abbandonava alla insolita dolcezza di quella vita, di cui l’ottuso intelletto non scorgeva la trama dolorosa: le ansietà e le torture della madre, i pietosi raggiri e il martirio travaglioso della baronessa.

Vittoria era riuscita mano mano a condurlo, colla sagace accortezza della donna innamorata, ad una intimità soave ed uguale che riuniva alle tenerezze dell’amore la placidezza dell’amicizia. Sapeva rassicurarlo e, ardente di passione, prodigandogli tutte le sue carezze, risparmiargli le emozioni troppo profonde.

Una volta le chiese del barone; gli rispose che era in viaggio; poi domandò s’era tornato, gli rispose di no — ed egli non ne parlò più.

I suoi sensi s’accontentavano di questa situazione, e la sua coscienza ottenebrata non ne vedeva l’irregolarità.

Tuttavia Vittoria voleva guarirlo: non la piegavano i disinganni continui e crescenti, non la sgomentavano le conseguenze che pure le si affacciavano spesso terribili alla mente — le affrontava animosa.

— Se Zaverio, ricuperato l’intelletto, la ributtasse inorridito come quella tal sera? Se le pestasse il cuore, come allora le aveva calpestata la persona? Che importa? era pronta, a questo, a tutto. Purchè guarisse, purchè guarisse!

Ma, pur troppo, non c’era il menomo segno di guarigione: anzi il suo organismo si piegava a quel nuovo stato: vi prendeva un nuovo equilibrio: la pazzia inclinava alla demenza.

Vittoria non voleva riconoscere questo.

Ma lo sentiva chiaramente la madre e le dava una disperazione violenta, un furore indicibile.

Zaverio non l’aveva più riconosciuta; se mentr’egli parlava con Vittoria, ella entrava, si fermava di botto e chiedeva piano:

— Chi è? manda via, manda via.

L’infelicissima madre, colla cieca ingiustizia dei sentimenti profondi, accusava Vittoria di rubarle suo figlio e l’odiava per la sua influenza malefica e l’abborriva perchè doveva sopportarla.

Aveva degli accessi di collera terribili. Si provava talvolta d’interporsi fra loro due — era costretta sempre a cedergli il posto. Zaverio chiamava sempre Vittoria — solo Vittoria.

Donna Elvira sfogava sovr’essa il suo rancore con violente rampogne, con invettive nelle quali il suo linguaggio trascendeva a volgarità incredibili.

E Vittoria tollerava tutto.

La duchessa la teneva nè più nè meno che come un farmaco necessario: che si piglia con disgusto e si butta il soverchio.

— Egli non ha bisogno di voi, le diceva duramente tutte le volte che Zaverio dormiva e Vittoria indugiava un poco nella sua camera.

Arrivò al punto di vietarle di entrare in casa: di toglierle il supremo conforto di vegliarlo quando stava poco bene. Era troppo. Vittoria poteva sopportar tutto, ma per lui, al suo fianco.

La povera donna passò delle notti intere in giardino, sulla soglia della porta vietata, smaniando convulsa d’angoscia.

Finalmente si ribellò. Donna Elvira, diffidando dei servi devoti a Vittoria, si rinchiudeva sola in casa la notte.

Una volta, Vittoria, che non aveva visto Zaverio in tutta la giornata — fece scassinare la porta da Gabriele e penetrò nella camera dell’infermo. Ma la madre accorse e le intimò di uscire.

Ella riprese tutto il suo orgoglio e rispose che non intendeva muoversi di là, che non si staccherebbe mai più da Zaverio.

La madre, livida di collera, soggiunse:

— Ebbene, io condurrò meco Zaverio.

— Vi seguirò dovunque.

— Ricorrerò ai tribunali, vi farò rinchiudere come un essere malefico qual siete. Che diritto avete voi su Zaverio? io sono sua madre: voi chi siete?

Vittoria capì che la madre aveva dalla sua la legge: allibì, si umiliò, cedette anche allora, le promise tutto ciò che volle.

E mantenne la parola: fu magnanima nella sommessione come nel resto.

E d’allora in poi l’astio della duchessa non ebbe più freno: la strapazzò a suo talento. Le buttava sul viso le ingiurie più atroci, più ingiuste. La tormentava con le più crudeli diffidenze.

Vittoria aveva ormai da fare con due pazzi, e le pene che le dava Zaverio erano ancora le sue consolazioni. Quel cuore valoroso non aveva per schermirsi dall’odio implacabile che un corsaletto di spine.

Ella però le adorava queste spine: nell’ore di stanchezza, quando la sua volontà piegava un momento sotto il fardello della fatica, si addormentava sul margine della scabrosaviacrucis, ella sognava l’amore, se lo vedeva appressare timido e sommesso come a Mergellina e si abbandonava fra le sue braccia.

Al progetto di andare all’estero aveva dovuto rinunziare. E quasi non le pareva più necessario. Zaverio era tanto discreto; non parlava che con lei. I medici che in quel torno lo videro, non potendone cavare alcun costrutto, avevano raccomandato la calma; e sì che egli era fin troppo calmo!

La sua vita era un cielo caliginoso con qualche squarcio d’azzurro.

Ma un caso vi rimenò il temporale.

Un processo clamoroso diffuse per tutta Italia i nomi di due illustri alienisti lombardi.

La duchessa volle consultarli.

E perciò erano venuti a Milano dove presero un quartierino sul Corso.

Dei due medici che cercavano uno era malato, l’altro fuori, a Lugano.

Donna Elvira risolvette d’aspettare.

Zaverio era sempre tranquillo, usciva, seguito da Gabriele, solo o con Vittoria.

Abitavano sopra la Galleria vecchia, rimpetto alla bottega del Dotti. Zaverio, ogni volta che passava, si fermava a contemplare — con infantile curiosità, le stampe nella vetrina.

Una di esse lo colpì. Era una incisione delle più note: la riproduzione del quadro famoso di GerômeRe Candaule. Il grande artista francese hasaputo rappresentare in un punto tutta la sanguinosa tragedia: far capire la stolida vanità del Re lidio che espone la moglie nuda alla curiosità del suo ministro Gige, e la paurosa concupiscenza di questo, e lo sdegno feroce della donna offesa che medita di servirsi, pella vendetta, dell’uomo stesso ch’era stato strumento all’oltraggio.

Zaverio aveva visto altra volta quel disegno, ne conosceva l’argomento: più volte gli si era affacciato alla mente nei giorni che avevano preceduto la catastrofe di Mergellina. Allora l’analogia di quella storia col suo caso lo spaventava; ora, rivedendolo, parve ridestarsi in lui il sopito ricordo di ciò ch’era seguito.

Rientrò in casa agitatissimo. Chiese di Vittoria. Ella accorse; ma la sua presenza non valse a quetarlo.

— Baronessa, le domandò, dov’è vostro marito?

Una disperazione tanto violenta traspariva dai suoi sguardi che Vittoria ebbe paura di aver ottenuta ad un tratto quella guarigione che sospirava da tanto tempo.

L’indomani Zaverio riuscì ad eludere la loro vigilanza, corse alla vetrina del Dotti, si piantò innanzi all’immagine funesta e svenne gettando grida insensate.

Da quel momento egli aveva confuso la propria storia con quella di Gige e Candaule, eglisi credette Gige, ma prima del delitto quando lotta fra la devozione per il suo Re, la minaccia della regina per indurlo al regicidio e la lusinga di ottenere in premio del delitto il trono e il possesso della donna bellissima.

Era una nuova pazzia che scoppiava entro la prima.

Donna Elvira lo condusse allora a Lugano, dove seppe che il dottore ch’essa cercava era al Belvedere. Volle assolutamente consultarlo e perciò l’aveva mandato a cercare.

La baronessa confessò al medico tutte le proprie ripugnanze; ella sola sapeva che Zaverio, guarito, correva un pericolo grave almeno quanto la sua pazzia. Aggiunse che s’era indotta a dirgli tutto, solo perchè Zaverio stava fuori del territorio italiano. Ella ignorava i trattati di estradizione.

L’amore aguzzava la diffidenza meridionale che trapelava dai suoi sguardi profondi, dai suoi gesti, da tutto fuorchè delle sue parole, a cui la volontà imponeva un’intera schiettezza.

Il dottore non se ne adontò: era troppo commosso dei patimenti di lei.

Quando ebbe finito il doloroso racconto egli le fe’ alcune rimostranze; la esortò ad aversi riguardo.

Ella strinse le spalle in atto di noncuranza e disse:

— Guaritemi Zaverio.

Albeggiava; un barlume grigio, sbiadito, traspariva fra le nuvole dense. Aveva ricominciato a piovere.

Vittoria si scosse, chiamò il servo ed uscì dicendo:

— Egli può chiedere di me, bisogna ch’io torni.

Un’ora dopo il dottore vide il canotto che riattraversava bravamente il lago sotto l’imperversare della pioggia. La baronessa e Gabriele parevano due fantasmi impassibili alle fatiche e alla molestie di questo mondo.

Il dottore decise di approfittare della crisi acuta della malattia; ogni speranza di guarigione stava lì.

Affrontò la follia di Zaverio, contrariandola; parlandogli e facendogli parlare il linguaggio della realtà: discorrendogli del barone, dicendoglieneun gran male e cercando di persuaderlo che, coll’ucciderlo, egli non aveva fatto che il proprio diritto.

Zaverio dapprima, tutto assorto nelle proprie fantasie, non capiva; poi s’irritò, diede in escandescenze, disse che Candaule gli aveva messo ai fianchi una spia per trarlo in agguato, ma che egli li avrebbe ammazzati entrambi. Non appena vedeva il dottore se gli scagliava addosso e ci voleva tutta la forza di Gabriele a contenerlo.

Le due donne non volevano se gli usasse violenza.

Appena udivano le sue grida accorrevano furibonde e bisognava lasciarlo stare.

Il medico cambiò tattica; provò a togliergli dappresso ogni causa d’eccitamento nervoso, e lasciargli nel silenzio e nella solitudine ottenebrare i fantasmi della sua fissazione.

Chiese a Vittoria un grande sagrificio: l’indusse ad uscir di casa e a pigliar dimora in una casetta vicina e a rimanerci per qualche giorno senza vederlo.

Difatti Zaverio si calmò, ricadde nella torpida malinconia dei primi tempi; poco a poco dimenticò re Candaule e il suo ministro.

Donna Elvira che non conosceva il male ne fu felicissima e riprese le sue prime illusioni.

Il medico non osava disingannarla: ma eglinotava con dolore che il povero Zaverio precipitava alla demenza insanabile.

Bisogna fermarlo sull’orlo dell’abisso ove l’intelletto umano affonda irreparabilmente.

Scuoterlo, stimolarlo nel suo amore.

La duchessa se ne dispiacque: aveva sperato, di separarlo dalla baronessa; il dottore dovette parlarle chiaro, dirle tutto, dirle che quella donna era l’unico filo che legasse il suo figliuolo alla vita.

Ella entrò in una gran collera, maledisse Vittoria, imprecò a lui, accusandolo di essersi inteso con lei ai suoi danni. Per un po’ il medico temette che impazzisse davvero anch’essa. Ma donna Elvira si quetò finalmente; l’amore materno riprese ancora in lei il predominio sull’altre passioni: ella lasciò cadere le braccia e con una dignitosa rassegnazione disse:

— Fatela dunque venire.

Però il medico non richiamò allora in casa la baronessa: cominciò a farle scrivere a Zaverio; Gabriele e Concetta ricapitavano le lettere e le ambasciate.

Il sentimento di Zaverio si risvegliò: egli accoglieva i servi con una viva diffidenza, non parlava quasi in loro presenza; qualche volta chiedeva notizie del barone. Da solo nominava, piangendo, donna Vittoria, delirava chiamandola con tenerezza.

Il medico s’era fatto insegnare dai servi il linguaggio del barone di Ruoppolo e gli parlava a quel modo con tanta abilità che a poco a poco Zaverio, piuttosto rispondendo al fantasma della sua mente che a lui, lo pigliava per quello davvero.

Finalmente egli tentò un colpo decisivo.

Una sera mandò Gabriele ad invitarlo a venire dalla baronessa come quella notte fatale onde derivava la sua pazzia.

Il servo con grande precauzione condusse Zaverio per il lago alla casetta dove abitava donna Vittoria.

Quivi ella lo ricevette in una camera che, per consiglio del medico, aveva arredata pressapoco come quella del barone a Mergellina.

Il dottore assistè, nascosto dietro una portiera, al loro colloquio.

Era convenuto che donna Vittoria lo secondasse e ripetesse la scena terribile di tre anni prima.

La povera donna dovette, con che martirio si può pensare, riprendere il suo cipiglio altero, sprezzante d’una volta, maltrattar lui ch’ella adorava disperatamente, frugare nel proprio cuore straziato per cercarvi i ricordi delle proprie pene e strapparli ad uno ad uno.

Ella ebbe la forza di far tuttociò e con tanta bravura che Zaverio dapprincipio s’illuse perfettamente.Egli fu come allora, docile, umile, afflitto e innamorato.

Appena si fosse rivoltato, donna Vittoria doveva cedere, buttarsegli fra le braccia, manifestargli il proprio amore, inebbriarlo di tenerezza.

In pari tempo il dottore, ch’egli scambiava per il barone, si sarebbe mostrato e avrebbe finto di ammazzarsi.

Speravano che la diversa catastrofe avrebbe dato un nuovo corso ai pensieri di Zaverio, e dissipati i suoi rimorsi: questo mezzo doveva servir loro di mezzo per fargli superare d’un balzo l’abisso che era venuto ad interrompere la sua vita intellettuale.

Ma, ad un tratto, Zaverio mutò: invece di ribellarsi, s’intenerì, si gittò ai piedi di donna Vittoria, e la supplicò di non spingerlo al delitto: si rotolò sul tappeto gridando angosciosamente:

— Voi siete il mio mal genio e io vi amo, abbiate pietà di me.... abbiate pietà.

Ciò non era previsto.

Donna Vittoria, smarrita, straziata, non sapeva che fare: cercava invano un consiglio.

Allora il dottore affrettò la simulazione del suicidio; sparò la pistola e si lasciò cadere sul limitare del salotto.

Zaverio balzò in piedi esterrefatto, un tremito convulso gli squassava la persona.

Un lampo d’intelligenza gli balenò negli occhi.

Egli si appressò vivamente al dottore che giaceva immobile a terra, lo guardò attentamente un gran pezzo; si passò la mano sulla fronte come per raccogliere i suoi pensieri, poi, tentennando il capo, disse lentamente:

— Non è lui, non è lui quello che ho ucciso io.

Vittoria gli gettò le braccia al collo singhiozzando.

Egli la respinse e si allontanò dà lei.

Un’altra persona era entrata: donna Elvira che era venuta dietro al figlio ed aveva assistito alla scena dolorosa.

Ella si fe’ innanzi. E Zaverio le corse incontro, e le si abbandonò sul seno, gridando:

— Mamma, mamma!

Erano tre anni ch’egli non la ravvisava più.

La povera donna fu per morirne dalla gioia: lo strinse, lo baciò furiosa, lo levò di peso, se lo portò via di là con uno sforzo sovrumano fino alla vicina sua casa.

Il medico e Vittoria la seguirono; ella lasciò entrare il medico ma cacciò la baronessa gridando:

— Scellerata, vuoi uccidermelo, non t’ha detto che sei il suo mal genio!

Zaverio era svenuto. Mentre il medico gli prestava le cure dell’arte sua, la madre s’inginocchiò al capezzale, pregando, aspettando ch’egli si riavesse.

Ma appena egli ricuperò i sensi chiese di donna Vittoria.

La povera duchessa ebbe un bel chiamarlo per nome e coprirlo di carezze: egli non la riconobbe più.

Dovette permettere, per calmarlo, che l’odiata baronessa ritornasse e riprendesse dominio sulla sua creatura.

Quando donna Vittoria comparve pallida come un cadavere, egli si quetò, le prese le mani in silenzio, se la tirò sul petto e la tenne così abbracciata un gran pezzo.

Poi, subitamente, si scosse, ridiventò inquieto e volle alzarsi.

— Vieni, andiamo, le disse.

Ella pendeva dalle sue labbra, un filo di speranza le rimaneva.

— Che tuo marito non ci trovi più, mormorò a bassa voce Zaverio, andiamo.

La baronessa, presa da violentissima angoscia, vacillò un minuto; poi il sentimento del proprio cómpito la sostenne.

Zaverio volle uscire; bisognò compiacerlo.

Lo menarono, facendogli fare altra strada, alla casa della baronessa.

Quivi, si addormentò fra le braccia di lei.

Ma l’indomani mattina ripetè la stessa scena.

Così nei dì seguenti; salvo le poche ore di riposo che gli imponeva la stanchezza, egli volevacontinuamente essere in viaggio per sfuggire alle ricerche del barone che, diceva lui, l’inseguiva per riavere la moglie.

Perciò lo condussero di albergo in albergo, da Lugano a Bellinzona, poi a Vevey, a Ginevra.

Il dottore li seguì alcuni giorni: poi dovette confessare alle due donne che l’opera sua era inutile; la crisi era oltrepassata ed aveva esaurito l’ultima scintilla dell’intelligenza di Zaverio: — il quale oramai si smarriva nella demenza caotica.

Le consigliò di viaggiare all’estero anche per rendere servizio a donna Vittoria.

Egli tornò indietro.

Dopo due anni, in un paesello nei dintorni di Vienna, egli incontrò ancora Zaverio e la baronessa. La duchessa era morta: la madre infelicissima si era lasciata deperire; era spirata un giorno senza che alcuno se ne accorgesse.

Donna Vittoria non era più che uno scheletro. Si capiva che non viveva più che per la sua missione d’infermiera: che quando questa cura le fosse mancata non avrebbe avuto altro che a distendersi nella fossa e chiudere gli occhi: alla vita ell’era morta da un pezzo.

Zaverio s’era quetato. Era persuaso d’aver rapito la moglie al barone e d’averlo sviato. — Solo, a mesi d’intervallo, per precauzione volevamutar dimora. Egli mulinava di divorziar donna Vittoria dal marito. Cercava per questo un avvocato: vedeva avvocati in tutti gli uomini che lo appressavano. — E la povera donna Vittoria, ella così altera del proprio pudore, ella che aveva a questo sacrificato la propria pace e la vita d’un uomo, oramai si rassegnava ad essere, da colui che ella amava, riguardata come una moglie adultera: quale scadimento morale!

L’espiazione era terribilmente completa!

Zaverio disse al dottore:

— Voi siete avvocato e non sapete trovare un cavillo bono! presto, andiamo, — il giudice mi aiuterà, l’ha promesso — poi anche Vittorio Emanuele mi farà una buona sentenza. — Non ho bisogno che d’un avvocato; volete difendermi bene? — Ecco un cappello da generale per voi — e gli dava la sua berretta. — Avanti, presto, chiamano la causa, andiamo in Tribunale.

Sul punto di salutarlo, donna Vittoria domandò:

— Dottore, non c’è più nulla, più nulla da fare?

Il medico non rispose, allargò le braccia.

La baronessa soggiunse:

— Se guarisce, verremo a trovarvi in Italia.

Ma ella non è venuta — e il medico non l’ha mai aspettata.


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