CAPITOLO IX.

Se non vi fossero schiavi, non vi sarebbero tiranni, e non vi sarebbero tiranni se non vi fossero satelliti!

(Autore conosciuto.)

La tirannide è figlia della corruzione dei popoli, e quanto più una nazione è demoralizzata, tanto più facile riesce al despotismo di aggiogarla.

Su mille individui novecento e più cercano un impiego, e novecento genitori sono felicissimi quando lo trovano per i figli, poco importa se sia per fare il birro o l'usciere.

Dal becchino al capo dello Stato tutti sono impiegati o cercano d'esserlo. Riesce ad una metà della Nazione di viver grassamente per isgovernare ed impoverire l'altra. E poi tutti ci vengono a rompere le scatole colla libertà, l'eguaglianza e la fratellanza umana!!

È pure sconfortante ma vero: il solo che vuol libertà è lo schiavo! Chi vuole uguaglianza è il povero! Fate lo schiavo padrone, ed il povero ricco. Il primo sarà spesso più severo del tiranno. Ed il povero, divenuto ricco, vorrà misurare col bastone l'uguaglianza tra lui ed i miserabili suoi antichi consorti.

Eppure noi non dobbiamo disperare d'un avvenire migliore ove si pervenga a menomare i pervertitori dell'umana famiglia, neri, ciondalati o in livrea. Ma sicuramente ci vuole uno o più cataclismi, che scuotano l'umanità sino alle fondamenta e ne scaraventino alla superficie elementi più idonei al perfezionamento delle razze.

Passandomi per la mente l'educazione del popolo, in predicamento universale, come rimedio ai mali umani (e confesso, essere in fondo della stessa idea), la misantropia, figlia forse degli anni e dei malanni, mi presenta la seguente quistione: Ma gli educati sono essi migliori degli altri? I letterati, i dottori sono forse migliori delle plebi?

Oh si! io ne conosco dei buoni, ne conosco che preferiscono ogni privazione al prostituirsi davanti alle brutture della terra, ma sono pochi infelicemente. E se si volesse cercare della gente onesta non ne manca anche in questa Italia infelice.

Ma il timone della nave è guasto. Rattopparlo? È troppo marcio per poterlo emendare. Cambiarlo? Sì! cambiarlo è l'unico rimedio. Faccenda ardua, lo capisco dalla massa di corruzione accumulata tra queste belle e sventurate popolazioni.

Infine non disperiamo, giacchè al male si conosce il rimedio, la cui applicazione giunge sovente quando è meno aspettata.

La notizia della morte di Rossi a Roma e la vittoria del popolo sui mercenari pontifici troncarono quello stato d'incertezza febbrile e di pericolo permanente in cui si stava a Ravenna di venir alle mani colla truppa.

Il Governo Pontificio voleva imbarcare i Volontari col pretesto d'inviarli a Venezia, ma in realtà per isbarazzarsene. Il popolo non voleva che fossero imbarcati, allegando con ragione esser i Volontari assai più utili per difendere la linea del Po, minacciata dal vittorioso Radescky.

I mercenari consegnati nei loro quartieri, coi cannoni pronti, e miccie accese, erano disposti a precipitarsi al primo segno sulla popolazione. I coraggiosi Ravennati, poco curanti sulla minacciosa soldatesca, riunivano, preparavano fucili, e lavoravano giorno e notte per far cartuccie.

Ravenna presentava una fisonomia eccezionale: poca era la gente che s'incontrava per le strade, e quei pochi scivolavano sul pavimento come se fosse infiammato, guardandosi attorno per non essere sorpresi. Il contegno di quella prode popolazione era quale si può desiderare per le contingenze patrie dell'avvenire.

I poveri che, com'è naturale, non trovavan lavoro, eran soccorsi d'ogni bisognevole cosa dai ricchi, e questi non sdegnavano d'accogliere alla loro mensa il figlio del povero. Stupendo spettacolo, ed esempio da imitarsi dovunque in Italia se si vorrà veramente raggiungere la meta d'una ricostituzione nazionale! Fra i Volontari era una smania indescrivibile di venir alle mani coi soldati del papa. In quei dì essi avevan ricevuto alcuni vecchi fucili, sorte che poi toccò ai Volontari di tutt'i tempi, cioè, di aver sempre, grazie alla malevolenza dei governanti, i peggiori fucili dello Stato. Ma che importava! poveri giovani! sin da allora essi si accostumavano a non contare il nemico, i disagi, il pericolo e le scelleraggini dei traditori sempre pronti a venderli ai nemici dell'Italia.

Era veramente stupenda l'attività che regnava nel quartiere dei Volontari. Il capo fra mezzo ai militi, e gli ufficiali pure desiosi di pugna a pro di quella patria, ch'essi eran venuti a servire attraversando l'Oceano, narravano ai giovani le gloriose fazioni di guerra combattute dalla Legione Italiana di Montevideo. L'eroico combattimento di Sant'Antonio, ove 180 Italiani e 20 Montevideani avevano sostenuto in campo aperto una pugna di 10 ore contro 1500 dei migliori soldati del tiranno di Buenos-Ayres. Fatto d'armi che valse alla legione Italiana l'insigne onore della destra dell'esercito nelle rassegne, per decreto del Governo della Repubblica. Il combattimento del Dagman era pure descritto in tutt'i suoi particolari. Ivi la pugna non fu ardua come in Sant'Antonio, ma più brillante.

Nel fatto d'armi del Dagman, circa 100 legionari Italiani, in quattro sezioni serrate in massa stretta, solida, mobile in tutti i sensi, sostenevano gli urti ripetuti di cinquecento uomini della miglior cavalleria del mondo nelle vaste pianure dell'Uruguay, senza verun ostacolo da ripararsi, e finivano per sbaragliare il nemico, meravigliato da tanto valore.

Il coraggio, il sangue freddo dei legionari Italiani in quelle ardue pugne furono così straordinari, da corroborare l'opinione generale del valor italiano e spingere il loro comandante a qualunque straordinaria impresa, a cui i militi volontari corrisposero sempre quando, lontani dai tristi, non erano sotto l'immediata influenza di traditori, che parte per gelosia delle onorevoli gesta dei Volontari, parte per soddisfare la loro indole birresca e prostituita vorrebbero vederli screditati e perduti.

Colla morte di Rossi e la vittoria del popolo Romano si dileguò la tempesta e non si parlò più d'imbarcare i Volontari.

Io non ho conosciuto Pellegrino Rossi, ne intesi però a parlare come di capacità non comune in economia politica, ed anche come un uomo di Stato. Conformandosi però ad essere ministro del Papa, egli perdette ogni prestigio. Comunque fosse, la sua morte tolse i Volontari al loro stato di proscrizione, e ci fece ammettere all'alto onore di appartenere all'esercito Romano, col nome di 1.ª legione Italiana.

Qual fia ristoro a' dì perduti! Un sassoChe distingua le mie dall'infiniteOssa che in terra e in mar semina morte?(FOSCOLO.)

E un sasso non distingue l'ossa dei valorosi ufficiali delle legioni Italiane di Montevideo, che solcarono l'Oceano per venir a tingere del loro nobile sangue le zolle della terra maledetta! Oh sì! maledetta fosti, terra di Roma, dal giorno in cui diventasti il covile delle volpi e dei cocodrilli, dal giorno in cui con nera sottana furono scaraventati dalla mano di Lucifero, in una tempesta di maledizione universale, per vendicare l'umanità soggiogata, afflitta, contaminata dai superbi e corrotti dominatori del mondo!

Sì! solo i preti potevan essere un castigo adeguato a tanta nequizia! Solo i preti colla pestifera loro bava potevano avvelenare, deturpare il grandissimo popolo, e subbissarlo in quella cloaca di prostituzione e d'infamia, a cui non arrivò nessuno dei popoli della terra!

Sì! solo i preti potevano sorridere, tripudiare, farsi belli per la sventura della loro terra natia, colla menzogna, colla corruzione ed il vassallaggio allo straniero! Solo i preti!

E Gaudenzio fra loro, vipereo rappresentante della setta viperina, che abbiano lasciato scivolando dall'asino, e quatto quatto, tra gli andirivieni della folla, guadagnar un sicuro ricovero. E chi nel 48 non avrebbe ricoverato un prete, un liberatore?

Poichè liberatori erano i preti nel 48. IlSommo, ilSanto, forse in una delle più squisite ispirazioni del demonio, avea progettato alcune delle velleità de' suoi antecessori, cioè: non di liberare ma di unificare queste sparse membra dell'irrequietissima famiglia italiana sotto l'impero delle chiavi. E stava fresca l'Italia se unificata dai negromanti! Ciò certamente avrebbe prolungate le sue miserie ed il suo servaggio per alcuni secoli.

Gaudenzio dunque avea osservato che dopo d'essere perseguitato e poi abbandonato dalla folla capitanata da Franchi, chi succedeva a questo nelle funzioni di capo-popolo, o piuttosto di capo-bimbi, poichè, come abbiam detto, la folla dei maggiori d'età erasi dileguata e solo rimaneva quella dei monelli e dei giovani imberbi, era il nostro Cantoni al cui fianco, seguendolo come la propria ombra, veniva l'inseparabile Ida. Il gesuita birbante non aveva perduto il sangue freddo, in tutto l'ardore del battibuglio, che seguì la sua ascensione sul bucefalo, e mentre la faceva da vittima, sporgendo il collo torto sul destro lato, egli non mancava di adocchiare da ogni parte, e capacitarsi dello stato delle cose.

Un incidente, che poi ebbe esito fatale, aveva distolto il Franchi e la maggior parte dei Volontari dallo spettacolo Gaudenziano: un alterco era succeduto tra Tommaso Risso e Ramorino, ambi ufficiali di Montevideo, ed ambi valorosissimi: Risso avea sferzato Ramorino sul volto in un momento di furia, e Gaudenzio nell'anima sua perversa avea sorriso sull'avvenuto, sembrandogli già di vedere sul volto degli antagonisti la piacevole fisionomia d'un cadavere. Cantoni e la sua fedele compagna erano intesi a perseguitare il prete, e questi, sbrigato dalla temuta presenza di Franchi, avea potuto inquisitoriamente vibrare il suo occhio di lince sulla bellissima coppia, indovinando il sesso della nostra eroina, e comprendendola nella cerchia delle sue infernali lucubrazioni.

In quel momento un agente di polizia papalina, che sin a quel punto aveva temuto d'innoltrarsi nella folla dei vigorosi Ravennati e Volontari, vedendo che l'assembramento era quasi totalmente composto di monelli, s'avanzò tra questi e cominciò a fare il gradasso, mulinando un nodoso bastone.

Il poliziotto, come generalmente è quella casta di gente destinata all'ordine pubblico, che all'opposto altro non è in generale che il custode della preponderanza e prepotenza della classe privilegiata, il poliziotto dunque alterato dal vino, era un robusto cagnotto, ed avendo riconosciuto l'efficacia delle sue ammonizioni nella giovine brigata, vi prese gusto, s'entusiasmò ed alquanti suoi colpi offesero alcuni dei ragazzi. Uno di quelli villanamente vibrato sulla testa d'Ida, col rovesciarla al suolo fuor di sensi fece accorto il Cantoni del pericolo della sua gente e della villania poliziesca.

Egli a nulla più pensò, nulla più vide senonchè il suo giovine amico a terra ed il quasi trionfante e gonfio delle proprie gesta pettoruto, bravo del Sanfedismo. Una nube di sdegno e di risentimento abbagliò i suoi occhi, e colla velocità del fulmine volò sull'insolente, lo colpì con un pugno nel volto, che lo mandò gamba all'aria, s'impossessò della clava e dopo avere amministrato alcune busse al caduto, la infranse, e ne scagliò i rottami sull'indicente quasi cadavere. Quindi sollevata Ida nelle robuste sue braccia, la strinse al seno come una madre fa del bambino, e scomparve per una via di traverso, fra l'ammirazione e gli applausi di tutta quella gioventù incantata.

È una barbarie, ma pure l'uomo disonorato deve vendicarsi o morire.(Autore conosciuto.)

Era una tetra mattinata di novembre, non pioveva, ma la nebbia scivolando sulla pianura, dell'Italia orientale, inumidiva gli abiti, i capelli, la barba come se fosse pioggia, ma d'un modo più dispiacevole, compenetrandovi d'un freddo brivido, ed obbligandovi a continuo moto per non intorpidire.

Perchè non istarvene a casa in sì bruttissimo tempo nella vostra stanza e nel vostro letto ben riscaldato, con al capezzale la vostra Perpetua, che vi somministri una tazza di saporito cioccolate, e vi si mostri in sè stessa come tutte le Perpetue, un vero ben di Dio di carne e di gentilezze, direbbe uno dei nostri santi bottegai, che hanno la modestia di chiamarsiUomini di Dio, che vi comunicano la parola di Dio, e che vi mercanteggiano Dio al prezzo che voi volete pagarlo.

Ad altri, questi sacerdoti della menzogna abbandonano le cure e gli stenti della vita; ad altri affrontare tempeste di terra e di mare, solcare col sudore della fronte l'uno e l'altra per estrania la sussistenza propria, quella della prole, e quella pure della pianta ingorda e parassita che si chiama prete.

Sudate, faticate, cretini minchioni! ed il prete vi aprirà la via del paradiso, ricevendovi al vostro ingresso nella vita, collegandovi al destino della donna, congedandovi a quella transizione della materia che si chiama morte, e raccomandandovi alla misericordia dell'altissimo, per colpe che non sono vostre. Il prete s'è appropriato il monopolio in tutte le più solenni circostanze della vita, e vive grassamente, e voi, canaglia! sudate e portate l'obolo nella sua bottega per lamaggior gloria di Dio. Poi gridate ai quattro venti, che siete popolo civilizzato! Il prete è ministro di Dio, il prete, almeno lo dice e voi lo credete, con Dio confabula, ne riceve il suo mandato di prete, l'autorità sua, i suoi attributi. E voi lavorate, gregge! sudate sul vertice dei marosi dell'Oceano, e se non portate la decima al prete, se la vostra donna con lui non consolasi della vostra assenza, voi andrete all'inferno:—sempre gregge! canaglia!

Eran sei in quella tetra mattinata di novembre sulla spianata di Cesena; quattro, dopo d'aver con una punta di pugnale segnata una riga sul terreno, contavano venticinque passi, percorrendo una perpendicolare alla linea suddetta. Gli altri, due col sigaro acceso, sembravano aspettare con impazienza il termine dell'operazione dei quattro.

Con impazienza essi anelavano al mortale momento: Ramorino non potendo più vivere sotto l'incubo d'un oltraggio: Risso, senza dubbio, pentito d'aver vilipeso un fratello, ma troppo altiero per confessar la sua colpa, era pure impaziente di terminare, comunque fosse, la terribile situazione e farla finita.

La distanza è segnata: i padrini, mesti nel volto e dopo d'avere inutilmente sollecitato un accomodamento, presentano ad ogni competitore un fucile.

Un fucile? diranno i duellanti scandalizzati—e perchè no? un fucile, quando si ha voglia di ammazzarsi, basta che sieno armi uguali, e poi sia pure un cannone.

Dunque un fucile, e gli avversari marciano l'uno contro l'altro collo stesso sangue freddo con cui avrebbero camminato ad un pubblico passeggio. A dieci passi Ramorino si ferma, e punta il suo fucile al corpo di Risso, questi più veterano, e forse più destro e forte dell'altro ha già la bocca dell'arma nel petto dell'avversario; ma un sentimento di rimorso, quello giungere all'insulto l'omicidio, lo fa titubare, l'arma è rialzata, e la palla sfiora appena la parte superiore del capo. Non così Ramorino, la sua palla colpisce e traversa il cuore del competitore; povero Risso! egli, avanzo di tanti combattimenti, coperto di tante onorevoli cicatrici¹, cade per non più rialzarsi e muore senza un solo lamento.

¹ Storico; nella pugna delle tre Cruces a Montevideo, Tommaso Risso aveva ricevuto una ferita, quasi mortale nel capo, e solo la robustezza della sua fisica costituzione potè salvargli la vita.

Il 3 giugno 1849, in Roma, Ramorino, mortalmente ferito da una palla bonapartesca, chiede ai compagni perdono per la morte del suo fratello d'armi, a cui aveva tolto l'onore immortale di cader sul Gianicolo, alla difesa della Roma ideale!

Della Roma ideale! non di quel putrido postribolo, che la menzogna, l'odio straniero e la corruzione hanno ridotto in un ammasso di pestilenza tale da ammorbare non l'Italia sola, già da tanto tempo infetta, ma il mondo intero.

Libertà non fallisce ai volenti.(ALFIERI.)

I Volontari! Ognuno non deve voler la libertà del suo paese? Il suo paese onorato e non insudiciato da soldati stranieri, da preti e da traditori? Perchè si deve affidare l'esistenza della patria ad un pugno di militi obbligati, e ad un altro di Volontari? Ad alcune migliaja infine, mentre siamo in tanti milioni collo stesso obbligo, collo stesso interesse?

Eppure va sempre così, ed i pochi e i migliori marciano eroicamente al martirio per la causa di tutti, mentre le moltitudini si affaccendano in isterili schiamazzi e dimostrazioni, o si occupano indifferenti dei loro affari. Dal 48 al 68, i Volontari fecero qualche cosa, ma il loro numero fu sempre insufficiente. Nel 60, periodo più brillante della loro carriera e dopo la splendida battaglia del Volturno, essi non giunsero ai quattordicimila, numero insufficiente per poter segnar la via del dovere ad un governo sempre ipocrita, sempre perverso e sempre nemico e disposto all'esterminio dell'elemento volontario, ove questo avesse voluto resistere all'indole dispotica e prostituta dello straniero. Ne abbiamo una prova nel famoso dispaccio del Cialdini al Buonaparte:

«Noi marciamo su Napoli con quarantamila uomini, a combattervi la rivoluzione personificata in Garibaldi».

E che dovevano fare i Volontari? imberbi la maggior parte, poco organizzati, e già minati in ogni modo dal più corruttore dei Governi con agenti suoi d'ogni specie?

A Palermo, il Governo sardo, col pretesto dell'annessione, aveva già suscitato il popolo per arrestarvi i Volontari, e d'intelligenza col Borbone, che tradiva, e del Bonaparte, che inviava i suoi vascelli nello stretto di Messina, quel miserabile Governo tentava di soffocare nella culla la stupenda impresa, che doveva finalmente costituire l'Italia, aspirazione nazionale di tanti secoli, e rendere inutili gli sforzi del despotismo davanti alla coraggiosa risoluzione d'un pugno di prodi. Allora il Governo sardo ammucchia tutt'i suoi cagnotti in Napoli, e mentre inganna il Borbone con volpine trattative diplomatiche, fomenta una rivoluzione per rovesciarlo e per annientare l'azione dell'esercito del popolo dieci volte vincitore.

I destini d'Italia però la volevano costituita e contro la ferrea volontà dei Mille di Marsala infrangevansi tutte le astute gesuitiche trame del consesso dei Sanfedisti. E non credo ingannarmi dicendo:consesso dei Sanfedisti. Sotto il loro capo naturale, il 2 dicembre, poichè la meta della spedizione non si limitava certamente a Napoli, bensì mirava a Roma, e quindi a Venezia, se il popolo italiano, anzichè pascersi di ciarle e di evviva, l'avesse presa sul serio.

Meno dunque l'inesperto Francesco II, tradito dalle volpi del settentrione, che lottava debolmente per il suo trono, tutto il despotismo e sanfedismo d'Europa era contro noi; e senza saperlo l'esercito italiano andava a pugnare contro fratelli, ad impedire che si facesse l'Italia. A Napoli, spettacolo unico! sette individui dell'esercito liberatore, innoltravansi nella maggior metropoli d'Italia, ed i soldati del Borbone, stupiti da tanta baldanza, presentavano loro le armi. I Volontari intanto non erano quattordicimila mentre avrebbero dovuto oltrepassare i centomila. Le Marche e l'Umbria, la cui liberazione altro non fu che una conseguenza delle stupende vittorie dei Volontari, non ne fecero nemmeno una parola, anzi acclamarono i grandi trionfi della monarchia. Il resto d'Italia, invece d'obbligare il Governo a lasciar proseguire i Volontari vincitori, almeno sino a Roma, si trincerò nel dolce far niente, e le botteghe dei preti si stiparono di devotissima ciurmaglia, sino negli atrii e vestiboli, per rendere grazie a Dio d'aver conservato all'Italia il suo maggior nemico, la causa di tutte le sue vergogne e sciagure.

Dopo la morte del Rossi, i Volontari furono dunque accolti nell'esercito romano, ossia esercito del Papa. Ma il Papa l'iniziatore delle riforme? il Papa liberatore? Il monte Bianco va a moversi e marciare avanti, almeno così credevano i nostri stupidi concittadini. E lo vedremo tra poco scappar vestito da donna, andare a congiungersi al suo collega di Gaeta e dimandar perdono al mondo d'essere stato capace d'un'idea generosa, o d'averla finta.

Ciocchè fosse il Governo di Roma nel periodo che seguì la morte delRossi lo provano i fatti seguenti:

Mentre i Volontari erano accolti nell'esercito romano, sotto il nome di 1.ª legione italiana, il Governo di Roma imponeva loro di non oltrepassare i cinquecento, e quindi di sospendere l'arruolamento, ma siccome quel numero era già superato, un nuovo ordine del ministero della Guerra ordinava di non passare i mille. Di più! (non vi è trama che non fosse ordita contro i Volontari dal Governo dei preti) ordinava di lasciarli mancare d'ogni cosa necessaria, di calunniarli nello spirito delle popolazioni, dipingendoli come un accozzaglia di ladri, briganti e rotti ad ogni sfrenatezza.Nemici della religione, era il titolo più mite. Talchè dovendo essi passare per Macerata nella loro gita a Roma, questa chiuse loro le porte. Promettere loro le armi, e non darle mai, sotto uno, or sott'altro pretesto; così le vestimenta; chiamarli a Roma, ma mentre erano in marcia, farli retrocedere sulla via di Fermo; infine, accoglierli per non urtare l'opinione pubblica favorevole ai Volontari, ma fare ogni sforzo per screditarli ed annientarli se possibile. Tale era la condotta del governo.

In tali condizioni, e colla pazienza d'uomini risoluti a servire la causa santa del loro paese, la 1.ª legione italiana organizzavasi, e preparavasi all'epopea gloriosa della difesa di Roma ove, sovente vincitrice, essa doveva finalmente soccombere sotto il peso di quattro eserciti nemici, mantenendo però alto onore del vessillo italiano.

Passa la bella donna e par che dorma.(TASSO.)

Non era morta Ida, ma svenuta sotto il colpo brutale dello sgherro del prete; Cantoni, come abbiam veduto precedentemente, l'avea sollevata dal suolo, dopo d'averla vendicata, e la trasportava nelle braccia come una madre la sua creatura.

La trasportava, ma i bàttiti del cuore della fanciulla, giungevano nel fondo dell'anima sua con un effetto irresistibile. Esso aveva presentito il suo carico! E quando, deposta sul letticciuolo d'una fruttaiuola, la cui bottega aperta aprivasi per la prima a Cantoni; quando sciolta la rossa camicia, egli scopriva i pomi eburnei, che con mano maestra aveva scolpito natura, quel collo, quelle carni delicate, quel declivio di spalle che con qualche cosa di virile, avea pure tutta la squisitezza della più bella delle figlie d'Eva, oh! allora l'anima del giovine volontario nuotò in quel mare di delizie, che si solca nei primi stadi della vita, forse unicamente felice, del primo amore, ove tutto sorride, ove i godimenti sognati si presentano avvolti dall'involucro divino della speranza e dell'ideale, scevri dalle brutture d'una realtà che sfuma, si dilegua, s'annienta, come il fumo di un sigaro, lasciando dietro sè lo sconforto, e sovente l'indestruttibile rimorso. Poichè, che sono i godimenti della vita?

Cantoni si sentì indissolubilmente vincolato alla bellissima creatura che gli giaceva davanti, e rimase ivi a custodirla come un tesoro. Com'era egli superbo d'averla difesa, salvata! Chi avrebbe allora osato insultare ancora quella sovrana del suo cuore? Oh! l'uomo sotto la potenza del primo amore, vale dieci. E quel sentimento, decrepito come sono, mi risospinge verso un'età, in cui anch'io mi sentiva moltiplicato, impavido a qualunque evento, ed ora davanti a me, terribile realtà! le avventure, le speranze, le glorie crollate sotto il peso degli anni e dei disinganni…

Quando, passato lo svenimento, Ida riaprì gli occhi alla luce, essi si fissarono in quelli passionati del suo liberatore, e con un moto spontaneo protese le sue braccia verso di lui. Cantoni inchinossi al delizioso invito, le sue labbra collaronsi sui coralli della bella bocca, ed un nettare d'essenza divina si trasfuse nelle arterie di due esseri fortunati. Sarà questo la vita? Oh sì! il resto è miseria!

Questa interessantissima scena non era sfuggita all'occhio penetrante della buona Teresa, la fruttajuola. Essa le ricordò forse alcune scene della sua vita giovanile, e godette del contracambio amorosissimo della bellissima coppia. Con tale prevenzione dell'ospite, non fu difficile a Cantoni d'interessarla alla sua giovine amante; Teresa incaricossi volonterosa di custodire Ida nella convalescenza, e Cantoni, pieno di gratitudine per quella donna, staccossi alfine dal suo tesoro, e corso al suo posto nella Legione, ove lo chiamavano le trombe a raccolta.

Egli col cuore lacero seguiva il corpo dei Volontari verso Roma, ove lo lasceremo assaporando l'odio, le calunnie e le velenose insinuazioni dell'astuto nemico d'Italia, il prete.

Invenzione diabolica, la confessioneè il mezzo più potentedi corruzione del Chercuto.(Autore noto.)

Sì! la confessione è l'arma più terribile nelle mani della Negromanzia. Colla confessione il prete padroneggia la donna e possiede il segreto delle famiglie. Con ciò egli serve il suo Ordine non solo, ma il despotismo, di cui è la vera polizia segreta, il più solido piedestallo. Teresa, la fruttajola era un carattere buono, compassionevole, stimata da quanti la conoscevano. Ma che serve essere buoni in questa povera Italia, ove il prete ècuratore delle anime? Il prete curatore delle anime, equivale a pervertitore, e così è spiegata l'opinione del grande Astigiano, che teneva lapianta uomoin Italia per robustissima, ma suscettibile dei più grandi delitti. Così in Spagna, ed in tutt'i paesi dominati dal prete. La buona Teresa, dunque, era devota, come lo sono la maggior parte delle nostre donne del popolo, e aggravata nella coscienza per l'ospitalità data a due scomunicati (tali eran chiamati i Volontari dal Sanfedismo e dai suoi addetti), Teresa non mancò al dì seguente di andare a prostrarsi ai piedi del confessore, il parroco della Cattedrale, a chiedergli perdono ed assoluzione del suo peccato.

La povera Teresa era stata combattuta tutta la notte, tra la generosità della sua natura, e gli scrupoli, che con tant'arte ingenerano i neri nell'anima delle ignoranti donnicciuole. Infine gli scrupoli la vinsero e la trascinarono nella bottega, ove si vendono laremissionide' peccati, a prezzi correnti, ed in ragione, diretta o composta del merito e dell'età della penitente.

Il prete, dopo d'aver udito le parole di pentimento dell'infelice donna, disse che non valeva pentimento di parole, perché il peccato era troppo grave, ma astinenza non so per quanti mesi, e recitare una infilzata diAvee diPater nosterda far perder la pazienza a dieci Gesù Cristi. Poi, in considerazione della di lei assiduità alle funzioni religiose ed alla parola divina (cioè la parola del prete, e presto vedremo quanto divino era questo furfante), la raccomandava alla misericordia di Dio, senza però concederle l'assoluzione, ch'ei riservava per il compimento delle sue penitenze e l'espulsione della scomunicata da casa sua.

A pranzo, seduti in fronte l'uno dell'altro, don Cortlin parroco della Cattedrale, e la vecchia nostra conoscenza, Gaudenzio (che dopo la catastrofe del giorno antecedente, s'era rifugiato in casa del confratello). Tra un fiasco e l'altro d'eccellente Bertinoro, cogli occhi accesi ed il naso rosso come un peperone, impegnarono la seguente conversazione:

«Ma sai, Gaudenzio, che oggi tra le nostre stupide pecore, me n'è capitata una veramente graziosa? Una buona fruttajuola per nome Teresa mi ha confessato d'aver accolto in casa sua due di quegli scapestrati di Camicie Rosse, e che uno di essi, dopo d'essere passato per le fasi d'uno svenimento, si scoperse esser una fanciulla di circa quattordici anni, d'una bellezza rara, che il maschio lasciò la femmina in custodia della Teresa, e partì colla Legione per Roma.

«Corpo di bacco! esclamò il Gesuita, illuminandosi alla narrazione del compagno. Ma quella ragazza è un boccone da sessanta, amico mio, nonchè degna di noi, ma degna del primo prelato della Metropoli. Io non ho mai veduto forme più svelte, ed un viso! che se fossimo ancora ai tempi beati, in cui i cherubini scendevano sulla terra, io la crederei un messo di Dio!»

Cortlin, da vero corsaro pratico in tali faccende, spalancando tanto d'occhi, rispose a Gaudenzio:

«Ma questa è preda, che non dobbiamo lasciarci scappare, fratello mio; essa viene proprio dal cielo, e tanto più benvenuta e saporita, che queste nostre donne ci hanno proprio condannato alla continenza, dacchè tutta la canaglia d'Italia ha preso il fucile o la sciabola. Le femmine, accese anch'esse di spirito bellicoso, non vogliono più sapere di sottane, abbenchè noi siamo i veri liberatori d'Italia.»

«Trovato!» esclamò il Gesuita, scintillando di lascivia e di vino, e radiante per il concetto infernale, che finiva di solcargli la mente, gettò la destra sul calice pieno, e dopo di averlo tracannato d'un sorso, così continuò!

«Caro Cortlin, io già vi devo gratitudine per l'ospitalità sì generosamente concedutami, e voglio ricambiarvi col servigio della mia pratica, in quest'avventura veramente deliziosa; solo chiedo per guiderdone alle mie fatiche la mia parte di preda.»

«Ma vi pare, mio caro Gaudenzio, ch'io sarei tanto egoista da privarvi della vostra parte! Anzi a voi la più squisita, maestro mio!»

«Oh no! gridò Gaudenzio avvinazzato, io sono sempre per l'umiltà cristiana, e mi contenterò di poco.»

E nell'anima loro, i due perversi, meditavano l'inganno reciproco.

La più grande guerra, nella piùremota antichità fu cagionatadal ratto di Elena.(Autore conosciuto.)

Pioveva dirottamente, anche questa era una rigida notte di novembre, e nelle vie di Ravenna, massime dopo la partenza dei Volontari, poca o nessuna gente s'incontrava fuori di casa alle 10 pomeridiane.

Ravenna ha una popolazione seria, non chiassona. Benchè al mezzogiorno dell'Eridano, essa ha tutta la fisionomia dei popoli più settentrionali dell'Italia.

Eran dunque le 10 della sera, quando una carrozza a due cavalli si fermava davanti la porta della fruttajola Teresa. Tre uomini ne scendevano avvolti nei loro mantelli, salivano la gradinata del porticato, ed al coperto della pioggia, passeggiavano di fronte alla porta suddetta, conversando a voce sommessa, da non potersi distinguere le parole a poca distanza.

Una vecchia donna, scendeva pure dal veicolo, anch'essa nascosta in un grande sciallo di lana e giunta appena alla porta di Teresa, bussò tre colpi colla mano, e porse l'orecchio, per accertarsi s'era stata intesa di dentro.

Nessuna risposta, e la vecchia ripeteva le busse, ma invano. Alla terza prova finalmente essa fu più felice, ed un «Chi è?» rispose alle sue battute. «Son io! monna Teresa,» rispose con voce melata l'ambasciatrice del Don Cortlin. «Ma chi è? io non vi conosco, ed a quest'ora non apro.» Si rispondeva recisamente di dentro.

«Io sono Perpetua, e mi manda qui Don Cortlin, per comunicarvi cose di grande importanza e che riguardano voi, mia cara Teresa.»

Il nome di Perpetua, ch'essa conosceva, di Don Cortlin, e massime le comunicazioni importanti che stimolavano la sua curiosità donnesca, fecero sì che la nostra fruttajola, dimenticando ogni scrupolo sull'inviolabilità di casa sua nella notte, spalancò la porta, ed ammise in casa la vecchia.

Ma questa non entrava sola, poichè quasi pestandole la gonna, seguiva il gesuita Gaudenzio, e dietro a lui, due malandrini, il di cui ceffo, benchè a metà nascosto dal tabarro, li costituiva degni seguaci del Lojolesco.

Teresa diede un grido nel vedersi la casa invasa da quella masnada. Ma la vecchia per prevenire ulteriori scene, avvicinò subito la fruttajuola, e con piglio amichevolissimo esclamò: «Non vi sgomentate, mia buona Teresa, che questa è tutta gente da bene, gente contimor di Dio! ed incapace di farvi alcun male. Noi siamo inviati dal signor Curato, che ben sapete quanto vi stima, e che non permetterebbe certo che vi si toccasse un capello.»

«Ma per amor di Dio, Perpetua, ditemi allora subito di che si tratta, poichè non vorrei si dicesse domani per Ravenna, che la mia onorata casa, sia stata di notte frequentata da tanta gente sconosciuta.»

«Ma vi ripeto; insisteva Perpetua, ch'è onoratissima gente,» ed andava a proseguire una filastrocca in elogio della gesuitica comitiva e del suo padrone, quando Gaudenzio, impaziente di venire in possesso della sua preda, urlava con voce stentorea:

«Ma finitela, vecchia pettegola, che non siamo venuti qui per udire i vostri squarci d'eloquenza, ma per ubbidire agli ordini del reverendo Curato Cortlin, e salvare l'anima di questa sua pecorella dalle mani del demonio.» E siccome nella sua breve dimora in quella stanza, egli già aveva scoperto il ricovero d'Ida, dietro un'alcova, su d'un modesto lettuccio, fece un segno ai due malandrini di avvicinarlo, e così facendo lui stesso, essi in un momento furono in possesso della fanciulla, che fasciarono in un mantello, e trasportarono subito nella carrozza, trovandosi soltanto i tre con Ida, e lasciando la Perpetua coll'incarico di persuadere Teresa, che salvatori mandati dal cielo eran venuti per il bene dell'anima sua, gravemente compromessa dall'aver dato rifugio ad una giovine scomunicata.

Tale è l'impudenza di questa razza scellerata di vipere, e tale è l'infernale malizia con cui sanno maestrevolmente coprire col manto dell'ipocrisia ogni orribile delitto, compiendo in faccia al mondo le loro lascivie, le loro nefandezze, nascoste da un pretesto di tendenze al bene, alla moralità, e consacrate dal nome dell'onnipotente, che questi sacrileghi deturpano e prostituiscono incessantemente!

Tali questi ministri di Satana. Attizzavano i roghi, vi precipitavano migliaja d'innocenti, ed ascendevano poi il pulpito, ove proclamavano al mondo la loro pietà religiosa, e gli atti atroci che avevan commesso per la maggior gloria di Dio! E ci sarà ancora una donna italiana che vada a prostarsi ai piedi di questi velenosi nemici del genere umano!

Les cloitres, les cachots ne sont point son ouvrage,Dieu fit la liberté, l'homme a fait l'esclavage.(CHENIER.)

Il colpo ricevuto da Ida, che la condusse svenuta in casa di Teresa; e quindi nelle ugne di Gaudenzio, era stato, come abbiam veduto, un colpo sulla testa, che l'avea fortemente stordita, ma fortunatamente non offesa mortalmente. Dimodochè con 24 ore di riposo essa sarebbe forse stata ristabilita da poter seguire il corpo dei Volontari, e l'uomo a cui essa si trovava vincolata per la vita, ora più che dall'amore il più fervido, da gratitudine immensa.

Ma così non doveva essere; appena rinvenuta dallo stordimento, e quando essa cominciava a prender qualche riposo, noi l'abbiam veduta rapire proditoriamente, ed involata dal dissoluto seguace di Loyola, rimanendo assolutamente in suo potere in una carrozza.

Il lettore crederà forse che dopo tutte le tenerezze usatesi vicendevolmente da Cortlin e da Gaudenzio, quest'ultimo, conformandosi agl'impegni presi sì enfaticamente col compagno, volesse condurgli in casa la bella Bolognese. Ma nemmen per sogno! Il gesuita, padrone d'Ida, non l'avrebbe ceduta nemmeno al Santo Padre.

«E vi pare che sia quella creatura da cedere a chicchessia? ruminava tra sè il birbante. Un angelo simile! E che non valgo io forse un'eminenza, da non poter come quei signori tener una vergine per adorarla?» E qui stimolato dalla libidine, e profittando dello stato sonnacchioso, in cui eran caduti i malandrini compagni, egli inchinò il suo volto di serpe sulla bocca imbavagliata d'Ida e tentò baciarla.

Non l'avesse mai fatto: rinvenuta dallo stupore, e pressochè conscia dell'infelice suo stato, la prigioniera parve elettrizzata dal fulmine, ed un pugno sì solenne cadde sul ceffo dell'impudente chercuto, da fargli comparire la vettura come una stanza stellata, ed il sangue suo, massimo dal naso, imbrattò la sua schifosa sottana da farlo sembrare un macellajo, anche nella poco illuminata carrozza.

Tornata in sè stessa, dopo quel magnifico pugno, Ida strappò i panni, con cui l'avevano imbavagliata, e si avvinse alla portiera della carrozza, girando fortemente colla vittoriosa sua destra la chiave del saliscendi.

Essa era pervenuta ad aprirlo, e l'aura della libertà avea già rinfrescato il suo volto. Ma il prete, che avea potuto mantenersi in silenzio ad onta del gran colpo e del ceffo insanguinato, non volle permettere la fuga della sua preda, ed afferrandola con ambe le mani, diè in uno strido tale di ferocia da far balzare e dar della testa al tetto della vettura ai due masnadieri.

In un momento l'infelice fanciulla fu ricacciata sul suo sedile, la portiera richiusa, e ad ognuno degli sgherri fu ingiunto dal loro capo di non mover la mano dal saliscendi sino a raggiungere la destinazione.

E qual era la nuova destinazione?

Ida non la conosceva certamente, e probabilmente nessuno ancora, giacchè Gaudenzio avea determinato la direzione a mezzogiorno, ma non avea egli stesso fissato il sito di reclusione destinato alla bella cattiva, avendo a sua disposizione molti conventi, fortezze e castelli. Tale è la potenza di questa setta di demoni, indispensabili a tutti i despotismi che servono come spie, delatori e birri, e dei cui mezzi immensi dispongono liberamente. Io non mi accingerò a descrivere la setta diabolica che prende il suo nome dal giusto, e che lo prende giustamente per mascherare le sue nefandezze. Moderno proteo, maledetto dal mondo che ne conosce le scelleraggini, esso sparisce ove un lume di libertà si mostra che lo abbaglia e lo annienta; ma ritemprato sulla soglia della tirannide, la spinge a dilatarsi, la suscita, la fomenta, ove ne trova il minimo germe, e solo quando i popoli, imbrattati della ruggine dei loro ferri, li scuotono, l'infrangono, e ne scaraventano i rottami sui loro oppressori, allora il proteo sveste le odiatissime sue forme, e fuggendo l'ira giustissima degli oppressi, ricomparisce altrove, e sotto aspetto sorridente emoderatodice: «anch'io sono liberale!» Quando l'inferno vomitava il gesuita ed il prete che son tutt'uno, ei ben sapeva di regalare all'umanità, la quintessenza dell'orrido suo ministero.

Il miserabile despota della Francia, sostenitore primo del gesuitismo, vive di esso e per esso. Egli iniziò il suo impero con una menzogna: l'impero è la pace! preludio d'altre infinite menzogne, mentre sapeva non potersi sostenere senza la guerra. E tali sono la maggior parte de' moderni potentati dell'Europa, seduti sull'ingiustizia e la prepotenza abbisognano della nera setta, che patrocinano per ingannare le nazioni. Non mi accingo, ripeto, a descrivere il Gesuitismo. Penne ben altrimenti famose della mia già ne assunsero l'incarico e svelarono i mezzi di cui esso può disporre. Spia, agente poliziesco e pervertitore d'ogni tirannide, ma particolarmente di quella più schifosa ed abbominevole che siede in Roma, ed a cui esso deve ubbidienza diretta ed immediata, quando non riesce a soverchiarla a forza d'astuzia e d'insolente impudenza.

Il Gesuita rappresenta la malizia umana: quando ai primordi della società, un astuto poltrone capì che si poteva vivere lautamente, ingannando, alle spalle degli imbecilli che lavorerebbero per lui, egli fu gesuita, fu prete, fu negromante, e le moltitudini lo venerarono. Da quando i detrattori d'Aristide gli diedero l'ostracismo, dai farisei che crocifissero Cristo, e da questo agli eminentissimi di Roma, che vendono la loro patria allo straniero per nuotare in ogni specie di libidine, esiste sempre il Gesuita, e non so se peggiori gli antichi de' moderni. Comunque sia il Gesuitismo, come il pidocchio, si genera dal sudiciume, dall'ignoranza e dalla miseria!

Prima di quel tale pugno, Gaudenzio era stato incerto sulla scelta del luogo di reclusione per Ida, ma dopo di quel solenne pugno, egli così ragionò tra sè: «Altro che conventi, per quello diavoletto! Esso è capace di mettervi fuoco, o alla peggio uscirne sotto veste di monaca frequentatrice. Poi, quei fratacci son così ghiotti delle belle creature, ch'è veramente un affare serio affidarlo alle loro ugne.

«A Roma!… nemmen per sogno! Fra tanti avoltoj del Sanfedismo, non resta in mio potere 24 ore.

«A San Leo dal mio amico e protetto, cavalier Volpone. Egli è vecchio e avarissimo, ed abbisogna del mio patrocinio per sottrarsi alle galere, ove i suoi furti lo condurrebbero certamente.»

A San Leo dunque! ed il Gesuita si sarebbe fregato le mani come le fregava Archimede nei suoi sublimi ritrovati, se certo agglomerarsi di sangue nel naso non lo avesse obligato di tener la destra occupata con un fazzoletto.

Da Ravenna a San Leo v'è un bel tratto, e certo abbisognò il Lojolesco di tutta la sagace sua malizia, per condurre la nave a buon porto. Egli largheggiò non poco col cocchiere, acciocchè scansasse ogni sito pericoloso, massime poi coll'incontro dei rompicolli a camicia rossa, per i quali il fiuto squisito a trovare birbanti è tradizionale. La stessa prodigalità usò co' mascalzoni compagni.

Ida era guardata a vista; ove si sentiva gente, i tre le tenevan la mano sulla bocca, anche a rischio di soffocarla.—Povera ragazza! essa capiva che era inutile ogni conato, e si conformava alla sorte sua sventurata. Le stesse precauzioni eran prese quando si trattava di cambiare cavalli, e ciò succedeva possibilmente nei siti meno frequentati.

Per pratico che fosse il cocchiere e ben pagato, egli non poteva sempre scostarsi della grande via Emilia che percorre le Romagne dal settentrione al mezzogiorno, e che passa per la maggior parte dello spazio che dovea transitare la nostra comitiva per giungere da Ravenna a San Leo, molte miglia a libeccio di Rimini e di San Marino.

Dopo d'aver percorso la strada da Ravenna a Forlì quindi a Forlimpopoli—e come si toccavano quei poveri cavalli! e quante promesse al cocchiere ed agli altri!—era giunta la carrozza tra Forlimpopoli e Cesena verso le 3 pom., quando nel giro del contraforte d'una collina, uno squillo di tromba fece un effetto tremendo fra i tre custodi d'Ida. Essa pure ne fu scossa meravigliosamente, abbenchè in senso contrario, riconoscendo in quel suono la tante volte udita e cara tromba dei Volontari. La giovinetta si scosse tra gli osceni tocchi de' suoi persecutori, come sotto l'impulsione dell'elettrico. Il Chercuto diventò pallido come un cadavere, e s'avvinghiò freneticamente al corpo della sua vittima, tremando e quasi supplicandola. I masnadieri, consci del pericolo della situazione, ma meno codardi del prete, la strinsero villanamente e s'incaricarono da soli di guardare membra e bocca dell'infelice fanciulla.

Intanto a poca distanza si sviluppava il superbo corpo dei Volontari, in numero allora di ottocento uomini, composto per la maggior parte della gioventù scelta d'ogni provincia italiana. Ed era quella gioventù che i preti spacciavano per ladri e malviventi!!

I Volontari avevan meriggiato a destra e sinistra della strada, e la tromba suonava a raccolta per pigliar la marcia verso Cesena.

Era piacevole spettacolo per anime patriottiche il vedere quella vispa e coraggiosa gioventù, che abbandonando gli agi d'una vita splendida, s'incamminava a spargere il proprio sangue per la redenzione della patria! Oh! si può essere superbo d'aver guidato sui campi di battaglia quella eletta parte della Nazione!

Così non dicevano i traditori, di cui disgraziatamente abbonda ancora questa terra infelice!

Se un pittore avesse potuto penetrare collo sguardo in quel momento nell'interno della carrozza, ove stavano i quattro viaggiatori, sicuramente egli ne avrebbe ricavato uno sbozzo da non invidiare qualunque dei più interessanti.

Abbisognava la robustezza dei due ladri della nostra eroina, per trattenerla dal precipitarsi fuori del veicolo. Essa avea tentato quanto era umanamente possibile ad una fanciulla di quattordici anni; morsi, graffiature, pugni, contracambiati con minacce di morte degli assassini e da brutalissime violenze per impedirla di muoversi, e sopratutto di gridare.

La colonna dei Volontari sfilava sullo stradale e la carrozza doveva fronteggiarla necessariamente in quasi tutta la sua estensione; Gaudenzio, con una mano all'insanguinato naso, teneva coll'altra la fanciulla per il vestito; ma macchinalmente, poichè l'indecente prete era più dell'altro mondo che di questo dalla paura. L'occhio stralunato di quel perverso misurava il numero dei Volontari, ma senza fissarsi in nessun degli individui che componevano il corpo, ognuno gli sembrava ugualmente formidabile e spaventoso. Era atterrito, convulso, nessuno ei fissava! quando un grido come di morente, sgorgato dalla gola del ministro di Satana, provò ch'egli avea distinto qualcuno. E veramente la bella e gioviale fisionomia di Martino Franchi, su quella magnifica quadratura di spalle s'era riflessa nell'occhio del prete, ed avea fatto nell'anima sua perversa l'effetto della testa di Medusa. La reminiscenza di quel terribile colpo di bottiglia, e l'orrida scena di Ravenna si affacciarono alla mente sua, come se fossero per ripetersi in quel momento. L'occhio di Franchi colpì l'occhio sinistro del Chercuto, ma colla mano sul volto, pallido e sfigurato com'era, non fu possibile riconoscerlo. Guai! se Martino lo avesse indovinato! Altro che bottiglia, e cavalcata di somaro!

L'ombra del gigante Bresciano (poichè gigante era sembrato Franchi allo spaventato Gaudenzio) dileguossi finalmente, grazie alla solerzia del cocchiere che toccava i cavalli maladettamente. E dileguossi pure la momentanea speranza dell'infelice fanciulla. E Cantoni, che cento volte avrebbe dato la vita per liberarla, occupato a mettere in ordine i bagagli del Quartier generale in ajuto di Aguilan, e che dovevano seguire la colonna appena s'era accorto del passaggio di quel veicolo sullo stradale, ove ne passavano tanti. Il delitto dunque favorito dalla fortuna, procedeva la sua via scellerata, trascinando seco l'innocenza, per sacrificarla alle mostruose sue libidini. Che il vizio, la violenza, la tirannide, l'impostura trionfino qualche volta sulla terra, ciò non deve impedire alla virtù di seguire il suo sentiero seminato di spine, impavida e colla fronte alta: Dio paga tardi, ma paga giusto.

. . . . O Mantovan! io son SordelloDella tua terra, e l'un e l'altro abbracciava.Ahi! serva Italia di dolor ostello,Nave senza nocchiero in gran tempesta,Non donna di provincie, ma bordello!(DANTE)

A poche miglia da San Marino verso libeccio si scorge uno di quei monti, che per poche nozioni geologiche che si abbia di questo nostro pianeta, altri non può a meno di figurarvi un antico e spento fumajolo nella terra. Spento, non più fumante, perchè il tempo lo smorzò colle suefredd'ali, lasciando intatta tra i cataclismi e gli sconvolgimenti la sua conica forma, caratteristica del Vulcano.

La terra si spegne, dicono gli scienziati. Corpo intieramente igneo una volta, essa va riconcentrando le sue voragini di fuoco ognor più lontano dalla superficie, più circoscritte quindi, e quindi con minor bisogno di fumajoli o crateri di Vulcani indispensabili alle esalazioni del grandissimo focolare.

Di tali fumajoli spenti è coperta la superficie del globo, e tali sono le maestose cime delle Alpi, delle Ande, e mi figuro dell'Imalaja, figlia primogenita forse delle spaventose convulsioni del terribile elemento, che rode senza posa le viscere di questo minore ruotatore dello spazio.

La terra si raffredda, si spegne, e chi ne dubita? Essa fra alcuni secoli sarà una ghiacciaja, dico fra alcuni secoli, perchè cosa sono i milioni di secoli paragonati all'eternità?

I corpi morti vi si conserveranno di più, ma morti! dall'issopo al cedro, dalla formica all'elefante, dallo schiavo al tiranno, ma morti! perchè nulla potrà vivere su questa superficie cristallizzata. E poi…

L'uomo e le sue tombeE l'estreme sembianze e le reliquieDella terra e del ciel travolge il tempo.(FOSCOLO)

La terra si raffredda, si spegne! Il ghiaccio su tutta la sua superficie seppellirà le reliquie di ogni animazione. Piante d'ogni specie: dall'abete maestoso, che corona le falde di monti, all'umile gramigna che tappezza le valli, dalle ossa dello schiavo a quelle del padrone, tutto frammisto, tutto sconvolto, tutto coperto, forse eternamente, da una crosta di cristallo forse eterno!

E la terra continuerà a ruotare nello spazio, non più abitata da formiche e da genti, ma da individui ancora della famiglia infinita di mondi, con cui l'Onnipotente popolò l'Infinito.

E l'uomo si affatica, si travaglia, si tortura, come se la vita sua d'un secondo dovesse durare eternamente.—Il despota, il prete, più astuti, più malvagi del resto della famiglia umana, la ingannano, la rubano, la fanno infelice, per godere alcuni secondi d'una vita scellerata a spese degli stupidi che credono le loro menzogne e dei codardi, che in luogo di liberarsi, rovesciandoli nella polve, si accovacciano ai loro piedi tremanti, o, vestendo una livrea, li ajutano ad impoverire e stremare la povera gente!

Che siano attivi od estinti, i vulcani conservano generalmente la forma conica-tronca, e se curiosi a vedersi sono quelli che s'innalzano dal seno dei laghi, come i due bellissimi che adornano il lago di Nicaragua nell'America centrale, nol sono meno i tanti che sporgendo le altissime loro cime sugli Oceani, incantano il navigante rallegrato ed attonito, colla loro forma graziosa, la loro eterna verdura, se sotto la zona torrida. Tali sono gli altissimi coni del gruppo di Lipari, delle Marianne dell'Indiano arcipelago, e tanti altri. La forma conica-tronca del fumajolo della terra si è costituita quando l'esplosione vulcanica squarciò la crosta del globo e vi formò il cratere, oppure quando il cratere rovente, come succede ad ogni materia in ebollizione, forma vortice in cui la materia o lava emessa, uscendo dal tubo si sparse intorno ed accrebbe progressivamente la base, le falde, e l'orlo dell'orifizio. I secoli poi si incaricarono d'innalzare quei tumuli ad orifizio od orifizi, e ne spinsero molti ad altezze smisurate, come l'Etna, l'Ecla, il Viejo, ecc. che altro non sono se non se agglomerazione delle materie ignee vomitate dai vulcani e precipitate verso la base, estendendole sugli strati successivi raffreddati ed aumentando sempre più lo spessore totale della crosta vulcanica e la sua altezza.—Sono essi, vulcani più antichi, che datano la loro origine forse dall'incandescenza terrestre, quando, cioè, questo nostro parco di delizie e di miserie, era un mare di fuoco. Allora bolliva questa superficie come qualunque altro fluido, ed emetteva quegli sporgenti orifizi che formarono i presenti fumajoli spenti od attivi.

Il vulcano spento di San Leo conta tra i minori dei giganti della terra, non manca però di celebrità nella storia dei delitti umani: Esso ha servito, come tant'altre eminenze, al ricovero di prepotenti, che dall'alto dei loro nidi d'aquile piombavano sulle sostanze, o rubavano le donne, maltrattando gli uomini od uccidendoli. In quelle epoche remote ebbero origine molte feodali famiglie, quelle, cioè, i cui titoli non nacquero da compra con denaro accumulato dall'usura o da servilismo prodigato ai potenti.

La feodalità moderna¹ è più moderata. Essa dissangua le Nazioni come l'antica, ma con più astuzia. È più ricca di quella per l'acrescimento delle popolazioni di servi, delle produzioni e del commercio, profittando delle propensioni dei popoli a costituirsi in grandi nazionalità, per non soggiacere ai capricci di vicini potenti.

¹ I Regnanti.

La feodalità monarchica ajutata dal prete, ravvolse le genti d'Europa in una nube tale di menzogne e di corruzione, da far prender loro per una situazione di progresso, uno stato vero di tirannide, più odioso delle antiche, perchè mascherata da istituzioni sedicenti liberali, ma più perfida e più menzognera.

Qualunque sia governo al porco piace,Anche a furia che sia di bastonateMangiar, bere e dormir, lasciato in pace.(CASTI.)

Era nei primi di dicembre 1848, il tempo corrispondeva alla stagione. La sera era tetra per una caligine fitta ed oscura, che se non era pioggia, ti bagnava almeno quanto quella e ti penetrava colla sua umidità ributtante sin nella midolla delle ossa facendoti rabbrividire disgustosamente. La rocca di San Leo, posta sul cratere del vulcano spento alla sommità della montagna, era intieramente avvolta nelle nubi. Ma quando questa era cacciata dalla bora con impeto, scopriva al viaggiatore attonito quel lurido propugnacolo della tirannide pretina, come un fantasma che appariva e si nascondeva secondo la maggiore o minore densità delle nubi.

Una carrozza a quattro cavalli saliva la strada a chiocciola che conduceva alla fortezza, e giunta vicino al ponte levatojo, ne scendeva un individuo avvolto nel mantello, ed essendosi egli avvicinato alla sentinella, questa gli intimò di fermarsi e chiamò il caporale che comparve subito, ed al quale il nuovo venuto diede l'incarico di avvertire il comandante.

Il maggiore Volpone, comandante dell'ergastolo, era a tavola, e questa sorta di gente lascia difficilmente la tavola, a meno che non sia per l'arrivo d'un superiore per strisciargli davanti o per un pericolo qualunque.

Avendo fatto del ventre la loro deità, guai a chi viene a disturbar costoro, mentre stanno seduti al santuario della loro adorazione, e perciò quando l'ufficiale di guardia al portone d'entrata giunse ad avvisare il comandante che un individuo arrivava per vederlo, il maggiore disse con mal piglio: «Che aspetti! questa gente coglie sempre per incomodarti l'ora in cui uno sta a tavola sollazzandosi alquanto e rifocillandosi dalle fatiche della giornata.»

Grandi fatiche veramente sosteneva quel carceriere dell'Inquisizione vigilando e tormentando una quantità di sventurati che la malvagità pretina avea rinchiuso in quell'ergastolo, col delitto di non aver voluto credere alla menzogna, di aver amato la libertà d'Italia, e congiurato per rovesciar la più schifosa di tutte le tirannidi.

Questo ragionamento faceva forse il giovine mentre ubbidiva agli ordini del superiore.

Sceso ed uscito dal ponte, egli recò a Gaudenzio (poichè altri non era il nuovo venuto), l'ingiunzione del comandante, ma il Gesuita, arruffando il naso dal dispetto, però moderandosi subito, e fingendo gentilezza, ipocrisia in cui sono maestri i settari di Sant'Ignazio,—disse all'ufficiale:

«Non vorrebbe lei esser tanto compiacente di recare o mandar al comandante questa carta?»

L'ufficiale fissò i suoi negli occhi del chercuto, ch'ei riconobbe, benchè camuffatto in un mantello borghese, fece un sogghigno come se volesse dire: «Tu non m'inganni, birbante!» ma siccome egli era gentile davvero, e troppo giovine per usare uno sgarbo a chicchessia, s'incaricò della carta e ritornò dal maggiore. Appena veduta la firma del Gesuita suo prottettore, il gaudente s'alzò di botto ed esclamò con voce commossa:

«Ah! questo è un amico mio, fatelo pure entrare!»—«Amico suo! che roba!… disse fra sè l'ufficiale, e ritornando a Gaudenzio, l'introdusse subito.

Lascio pensare al lettore quale sarà stata la conversazione dei due birbanti; mille scuse per parte del mercenario per aver fatto aspettare il suo prottettore, ed umore condiscendente di questo, che sentiva di avere bisogno del protetto per portare la sua avventura galante alla fine.

«Sembrami meglio aspettare l'oscurità della notte, per introdurre la ragazza in castello, diceva Volpone: a quest'ora i corridoj, il cortile e le gallerie sono troppo popolate e tutti s'accorgerebbero d'ogni cosa.»—«Che oscurità d'Egitto,» urlava il prete; impaziente d'avere la sua vittima a disposizione. «Non avete in castello una lettiga coperta, una portantina, un seggiolone che si possa coprire?»

Io non voglio nojarmi nè nojare colla conversazione oscena dei due perversi, dirò soltanto che batti e ribatti, Gaudenzio si attenne all'opinione dell'altro, cioè d'aspettare la notte, che non era lontana per introdurre Ida nella fortezza.

E la notte venne, umida, cupa, fredda, e l'infelice fanciulla fu portata in uno dei migliori, ma più reconditi appartamenti del castello. Ma per segreto che fosse il trasporto, fatto con ogni precauzione, la bella fisonomia di Ida non era sfuggita all'occhio penetrante del giovine ufficiale.

Amicizia del Ciel, prezioso dono,Io cederei per un amico un trono.(JOUNG.)

Chi fosse il giovine ufficiale, che noi trovammo di guardia all'arrivo d'Ida a San Leo, lo diremo in due parole. Leonida C., appartenente a una delle più cospicue famiglie di Faenza, appena ventenne prese parte ai movimenti insurrezionali che tanto scossero l'Italia sul principio del presente anno e che continuavano tutt'ora con minore fervore bensì, secondo il carattere degenere e poco costante di questi moderni discendenti degli Scipioni.

Leonida, elettrizzato siccome tutta la gioventù di quell'epoca, impugnò le armi e corse a raggiungere quel pugno di prodi, che col generale Ferrari e poi a Venezia tanto si distinsero. Ma Leonida aveva una madre che lo adorava; essa, donna d'alti sensi e generosa, avrebbe dato cento figli per la liberazione della patria, ma Leonida era figlio unico e di fisico un poco gracile, benchè d'animo fortissimo. Avea di più contratto le micidiali febbri di Malghera, ov'era stato di guarnigione. Di più si sapeva generalmente essere troppo numerose le forze che occupavano Venezia, ed intenzione di quel Governo di diminuirle.

Spinta da tali considerazioni la signora C. recossi nella città delle Lagune, e tanto fece presso quelle supreme autorità da ottenere il rinvio del figlio, al che Leonida stesso acconsentì, colla condizione che sua madre accorderebbe il suo arruolamento nella Legione Romana, allora in formazione sul continente.

Il governo del Papa aveva destinato un distaccamento di tale legione a San Leo e, contrariamente all'inclinazione di Leonida, a lui toccò l'esoso incarico di far da carceriere ai prigionieri dei preti.

Condizione degradante è veramente quella degli eserciti moderni, destinati per la difesa della patria, a dover servire di birro ai capricci di mascherato despotismo, opprimendo quello stesso popolo ch'essi dovrebbero proteggere e difendere!

Da pochi giorni dunque era entrato Leonida in San Leo di guarnigione, quando giunse la rapita nostra eroina.

Sul principio il giovine faentino, s'era quasi deciso a chiedere la demissione e rinunziare l'esoso incarico di far parte della guarnigione d'un ergastolo da preti. Ma avendo rinvenuto in San Leo vari prigionieri politici, che il liberale Pio IX, non avea ancor trovato modo di liberare, si decise di pazientare per poter esser utile agli infelici patrioti. Supplicare il governo dei preti per la liberazione dei generosi che languivano in carcere per la stessa causa allora dal regnante e dal Papa millantata, era fiato sprecato, e persuaso di ciò Leonida stava preparando la fuga di quanti amici politici si trovavano nella fortezza. Ora poi, la faccenda si complicava. E chi sarebbe mai la bellissima fanciulla, che con tanto mistero erasi introdotta in castello?

Non sarà essa una nuova vittima di quei neri nemici del genere umano? E liberarla, se essa è veramente infelice, non è opera degna d'un giovane di vent'anni?

Oh! come il cuore batteva forte al Volontario all'idea della meditata impresa, e l'occhio poi della fatale fanciulla avea compito la generosa risoluzione del Romagnolo.

Nel duello successo in Cesena tra Risso e Ramorino, Cantoni era stato uno dei testimoni di Risso, e le leggi romane, rigorose sul duello, avevano obligato il Comandante della legione italiana a dover condiscendere alla reclusione del Cantoni per qualche tempo per sottrarlo a maggiori disturbi.

E qual sito di reclusione si destinò a Cantoni? San Leo—vedete che combinazione! E chi trova in San Leo Cantoni subito giuntovi? l'antico amico e compagno di collegio Leonida!—L'uomo è figlio della circostanza; l'eroe d'oggi non lo sarà più domani. E dove sono i settanta di Cairoli, i mille di Marsala, e i tanti prodi dei cento combattimenti che si sostennero in questi ultimi tempi contro lo straniero? Essi oggi fanno l'amore, si affollano nei caffè, nei teatri, e molti credendo di servire la patria, hanno vestito una livrea, servono un governo perverso e legano il padre e la madre se sono comandati dai loro superiori. Ciò si chiama disciplina e lo sarebbe se non si servisse il governo del privilegio. Eppure quella stessa gioventù che domani vi farà dell'eroismo, oggi si mantiene muta, stupefatta davanti a fatti vergognosi diretti da una mano di miserabili faccendieri.

L'uomo, lo ripeto, è figlio della circostanza; umile, dimesso, accovacciato e pauroso, egli passa la maggior parte della sua vita calpestato da poca canaglia.

Ma giunga un'ora, in cui si ricordi d'esser uomo, alza la fronte, dà una scossa alla ferrea rete, in cui lo avevano avvolto, e la frantuma sulla cervice del malvivente che l'opprimeva.

Tale fu l'epoca del 48, e se l'Italia, invece di trovare una caterva di moderati grandi e piccoli, avesse trovato un uomo capace di guidarla nel modo ch'era d'uopo, essa avrebbe fatto miracoli, e non sarebbe sempre da capo a ricominciare insurrezioni.

Gli ospiti di San Leo, prigionieri e custodi provarono pure l'orgasmo dell'epoca, e ciò che ostava che si desse fuoco alla fortezza cogli strumenti di tortura, d'aguzzini e diavoli, era quella specie di rispetto che rimaneva per il Papa riformatore, sentimento però che si affievoliva ogni giorno a misura che il prete scuoteva l'apparenza da liberale con cui s'era mascherato sino alla fuga per Gaeta, compimento delle negromantiche imposture.

Lascio pensare qual sorpresa fu per Cantoni d'incontrare il suo amico in San Leo, sangue della Madonna! fu l'esclamazione di Cantoni al ravvisare Leonida. Essi erano stati veri amici e certo sarebbero corsi nelle braccia l'un dell'altro, benchè in servizio il secondo e prigioniero il primo, se un certo rispetto militare non avesse trattenuto ambedue. Essi però non mancarono di vibrarsi reciprocamente uno sguardo d'intelligenza e massime l'ufficiale che avea qualche anni di più del suo giovine amico, dissimulò il sentimento d'amicizia e si ritirò nella sua stanza.


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