E l'uomo e le sue tombe,E l'estreme sembianze e le reliquie.Della terra e del ciel travolge il tempo.(FOSCOLO.)
San Leo ridotto ad ergastolo, ne avea assunto nell'interno la nauseante fisonomia; il prete più ancora del tiranno, è ingegnoso per tali specie di stabilimenti.
Al circuito esterno della mura in parte diroccate, ma tuttora altissime, corrispondeva il cortile interno, circolare pure, con due linee di balaustrate a ringhiere, corrispendenti a due piani d'abitazione.
Sotto i due piani, che potrebbero chiamarsi di viventi, e che abitavano custodi e guarnigione, ne esisteva un altro sotterraneo che si poteva intitolare delle sepolture. Vi si scorgevano delle pusterle, che avevano l'apparenza piuttosto di portelli da cannoni, come usasi a bordo delle navi da guerra, che di porte d'entrata d'abitazione umana. Eppure tali usci mettevano nell'interno di fetidi sotterranei, testimoni secolari d'ogni scellerata atrocità dei preti, e occupati oggi da infelici prigionieri politici, cioè da generosi patriotti vittime del Papato, che avean cospirato contro il più abbominevole dei governi. Alcuni di essi languivano alcuni da molti anni, quasi dimenticati da un mondo che non dovevano più rivedere poichè se v'è tirannide implacabile e che non perdona, essa è certamente la teocratica, composta di gente senza cuore, senza coscienza, che edifica la sua esistenza di menzogna sul cielo, e che più d'ogni altro genere di perversi sulla terra si è consacrata ai godimenti mondani.
Il pian terreno, ove si entrava dunque in luridi sotterranei, era occupato da prigionieri, e le gallerie di legno o formate da balaustrate, con scalinata a destra e sinistra del portone d'entrata, mettevano nella abitazione dei liberi, ed alcune stanze di questa si concedevano a' condannati per delitti leggieri, e massime a coloro che grossamente potevano pagare il privilegio. Quel privilegio che si esercita spudoratamente nelle reggie, anche le più costituzionali, perchè non avrebbe ricetto nel puzzolente recinto dell'ergastolo?
Nel fondo poi del cortile, al disopra d'alcune dozzine di gradini, scorgevasi un pianerottolo che metteva nell'abitazione governativa del castello, ove una porta a due finestrelle laterali adorne con tendine bianche, annunziava la principale stazione dell'autorità suprema dall'ergastolo, ora abitata dal Volpone, da Gaudenzio, da una vecchia fantesca del comandante, e dalla povera Ida, rinchiusa e guardata nel più recondito locale di quelle stanze.
Il delitto di Cantoni non essendo stato di natura politica, cioè contrario al governo pretino, egli non fu destinato ai sotterranei dell'ergastolo, ma ebbe uno stanzino sulla galleria superiore; non gran cosa, ma che si poteva considerare un paradiso, paragonato alle abitazioni degli infelici di sotto.
Eran circa le 11 della sera, quando tre piccoli colpi alla sua porta avvisarono Cantoni d'una visita, e subito dopo il girar della chiave nella serratura, si aperse un pochino l'uscio ed un individuo si sentì introdursi nella stanza.
Cantoni accese un zolfanello, e così fece nell'istesso tempo l'intruso, accendendo pure un lanternino che portava nella mano sinistra. Al chiaror del lume, il nostro eroe riconobbe l'amico, saltò dal letto, ove s'era coricato vestito, e si gettò nelle braccia di Leonida che lo strinse sul seno.
Un grido di inaspettata ed ineffabile gioia fu esclamato dal giovine prigioniero, ma l'altro più provetto, gli disse: «Zitto! per l'amor di Dio! che se ci scoprono noi siamo proprio fritti, poichè in questo infetto sito, meno i miei pochi Volontari, tutti sono spie, che si fanno merito d'ogni atto del loro vile mestiere.»
Così dicendo, l'ufficiale sedette sopra una scranna, Cantoni sul suo letticiuolo, ed a voce sommessa cominciò il seguente dialogo: «Tu sei proprio cascato come il cacio sui maccheroni, cominciò Leonida: qui si tratta di distruggere questo nido di vipere, questa galera dei preti, giacchè quanti sono qui detenuti e tormentati son tutti nostri. Qui vi è Zambianchi, lo spauracchio dei chercuti, qui sono una ventina dei migliori repubblicani di Roma, condannati per aver bramato la libertà della patria, e qui alcuni infelici marinai delle nostre coste, il cui delitto consiste nell'aver messo in salvo alcuni de' nostri migliori, dannati a morte dalla Jena papale.» Queste parole, dette con energico accento dal nostro Faentino, montarono talmente la testa del compagno che, dimentico delle raccomandazioni dell'amico, alzossi da dove era seduto, ed esclamò con vemenza: «Sangue della Madonna! andiamo subito, io son pronto, e sai che puoi contare sopra di me assolutamente.»
«Ma per Dio! disse Leonida a voce bassa, parla piano, se no ci legano ambedue ed addio liberazione allora!…» Quest'ultima parte del discorso persuase più il nostro forlinese che la paura d'essere legato, e rispose, fatto mansueto come un'agnello:
«Ebbene, guidami sul da fare, basta che non mi dimentichi, e mi privi dell'onore di partecipare all'impresa.»
—Oh! bella, ripigliò Leonida, credi che ti dimentichi, ed appena arrivato ti cerco per metterti a parte di tutto… Per questa notte sarà impossibile d'operare, ma nella notte di domani, domenica, io spero si potrà fare il colpo, e certo tu non sarai l'ultimo a menare le mani. Ora s'avvicina la mezzanotte, tempo delle ronde, ed io sono obbligato a trovarmi al mio posto. Addio!»
Così dicendo i due amici si abbracciarono e si divisero.
Leonida chiuse l'uscio e si ritirò al corpo di guardia per eseguire la ronda a cui doveva conformarsi con un picchetto de' suoi Volontari, accompagnando la ronda dei birri, che non si fidavano di visitare le celle dei detenuti da soli.
Chiama gli abitatori dell'ombra eterne,Il rauco suon della tartarea tromba:Treman le spaziose atre averneE l'aèr fosco a quel rumor rimbomba.(TASSO.)
Leonida nel suo soggiorno in San Leo s'era invaghito della bella Cecilia, figlia unica del custode, e la vezzosa fanciulla avea corrisposto al di lui affetto. Così si spiega la possibilità d'aver le chiavi di qualunque cella dei prigionieri. Qual comandante poi della compagnia, che formava la guarnigione della fortezza, egli poteva chieder liberamente la chiave della Santa Barbara per fornire i suoi militi delle munizioni necessarie.
Qui ci tocca tornare a Gaudenzio, che per alcuni giorni era stato obbligato a letto, da un raffreddore preso nella violenta impresa del ratto.
Ma il Gesuita era risoluto, e non voleva perdere per ciò il frutto delle sue fatiche. Nella notte della domenica egli aveva dunque deciso di dar l'assalto alla fortezza, e l'idea di possedere tanta beltà lo gettava in un orgasmo indescrivibile di delizie e di timori. Poichè sempre qualche indiavolato Martino Franchi si attraversa sul sentiero dei godimenti terrestri dei poveri chercuti.
Il Gesuita passò tutta la giornata in pie meditazioni e nei preparativi per l'impresa, confabulando spesso colla Susanna, ammonendola con adequate istruzioni, e raccomandandole sopra tutto qualche cordiale generoso, onde poterlo aiutar con efficacia nella sua violenza, ormai tenuta per indispensabile.
Il pugno della mano gentile d'Ida non aveva lasciato traccia, solo quel maledetto colpo di bottiglia del Franchi, benchè guarito, riconoscevasi nell'occhio destro semi-chiuso, e da una cicatrice che dalla stessa parte del naso gli scendeva sul labbro superiore.
Era però di carne dura il chercuto, e dopo di aver considerato la sua brutta figura nello specchio, attillato nella più ricca delle sue seriche sottane, pettinato ed olezzante di profumeria, egli diede in un solenne sorriso di trionfo, tenendosi certo della sua preda.
Molt'oro aveva ringiovanito la vecchia megera, ed essa prometteva mari e monti al dissoluto prete.
«Dunque all'opera!» disse Gaudenzio: e le due schifose creature, dopo d'aver traccannato un raso bicchiere di Bertinoro, s'avviarono verso la stanza d'Ida.
Eran le dieci della sera, che in decembre si può contare per ora avanzata. La notte era piovosa, alcuni lampi seguiti da tuoni armonizzavano coll'anima scellerata del lojolesco, e sembrava al malvagio che la natura sconvolta volesse favorirlo nell'impresa, coprendo alcune grida che per caso volesse tentare la derelitta sua vittima. Alcuno crederà trovare la giovinetta inginocchiata davanti all'immagine d'una Madonna pregando e singhiozzando. Tutt'altro!—E qui mi conviene osservare, che il prete a forza d'ingannare il mondo, e l'Italia lo avea gettato in un incredulo scetticismo, da dubitar anche del vero. Dimodochè, accorgendosi che quanto insegna la bottega pretina, è tutta menzogna, la gente rifugge anche dalla credenza d'un Ente supremo, che le maraviglie dell'Infinito manifestano; ed Ida, benchè giovanissima, nella sua sincera intelligenza avea capito l'impostura del clericume, e partecipava all'incredulità invadente. Un presentimento di sciagura però, avea tenuto insonne la nostra eroina. Tutte le notti passate in quella sua reclusione furono inquietissime, come si può supporre, ma particolarmente la notte della domenica al lunedì, quel presentimento la tormentava dolorosamente.
È vero ch'essa fu trattata con ogni cura e distinzione dalla vecchia (tali erano gli ordini ricevuti dal prete), ma benchè tanto giovane, la squisita sua sensatezza donnesca la persuadeva della propria infelicissima situazione.
Contuttociò Ida non disperava di resistere alle violenze. Decisa a morire, piuttostochè di condiscendere alle scellerate libidini del suo rapitore, essa aveva religiosamente nascosto sotto le vesti, ch'essa non più spogliava dacchè era cattiva, una di quelle spille-pugnali, che le Romane e Romagnuole usano generalmente. Arma unica, poichè la vecchia aveva avuto cura di togliere dalla stanza qualunque oggetto che potesse servir di difesa, sino le forbici.
Volpone codardo, come lo sono generalmente i birri di qualunque despotismo, non fidandosi di star di notte nella sua stanza—giacchè tanti rompicolli, prigionieri o liberi abitavano il castello—per lo più passava la maggior parte di quella con un suo famiglio, abitante la sommità d'una torre che serviva di vedetta, luogo sicuro, ed ove con buoni cibi e vini eccellenti si passavano allegramente le ore e si digerivano fuori della vista dei profani alcune ubbriacature, frequenti a quel graduato soldato del Papa.
Rimaneva dunque Gaudenzio libero negli appartamenti del comando, e colla sola Susanna, fatta sua in carne ed ossa.
Ida, che non dormiva, udì aprir l'uscio della sua stanza, ed al chiaro d'un lume essa scoprì il suo schifoso tentatore avanzarsi coll'aria del demonio quando tenta le anime.
In un momento essa fu in piedi sul letto, colla destra armata della formidabile spilla, e certo il Gesuita fermossi stupefatto da tanta baldanza e quasi rimase disperato del successo.
Vergognato però del suo timore d'una fanciulla, egli avvicinò il letto, e con ogni parola di seduzione in cui era maestro, procurò di rendere condiscendente la sua vittima.
«Rettile vile! esclamava la coraggiosa figlia di Bologna: essere esecrato! ritirati! io morrò mille volte piuttosto che di cedere alle scellerate tue brame. Vedi tu questa spilla? io cercherò il tuo cuore di vipera, e ve la immergerò tutta!»
Io non narrerò tutte le parole dell'osceno chercuto perchè mi repugnano, dirò soltanto ch'egli, credendo inutile ogni sua persuasione, si decise per la violenza, e chiamò a sè l'ausiliaria sua complice. Egli uscì per chiamarla, ma la vecchia era li fuori della porta, e poche parole di concerto bastarono per il piano infernale d'attacco. Ida aveva avuto la precauzione di spingere il letto alle due pareti dell'angolo per poter ricevere il nemico di fronte, ma l'astuto prete, accorgendosi dell'inconveniente, ajutato dalla megera allontanò la parte posteriore del letto, dimodochè l'assalto poteva darsi di fronte e da tergo.
Non era la prima scena di questo genere che accadeva al Gesuita—oggi più rare, ma che dovevano essere infinite al tempo della maggior potenza di questa peste del genere umano, quando giunto un frate alla porta d'una casa vi lasciava le pantofole, e con ciò faceva sacra la casa da lui frequentata, e poteva sedurre o violare a suo piacimento la moglie o la figlia del padron di casa, obbligato anch'esso di fermarsi sul limitare. Oppure quando invaghito d'una bellezza, fanciulla generalmente (perchè il chercuto di quei tempi voleva roba verde), egli la faceva consapevole delle sue voglie, e se resistivagli, l'accusava all'Inquisizione come eretica, ed era bruciata.
Oh! io raccapriccio, e dico sovente tra me: Come! come si può lasciar passeggiare un prete, e vivere nel consorzio umano!—Eppure noi vediamo oggi ancora, il nostro popolo genuflesso a' piedi di quei cannibali, ed il più dispregevole de' governi, umiliato davanti al despota di Roma e pascerlo d'oro italiano, per comprare mercenari, birri e carnefici.
Neppure questa scena d'infamia noi narreremo! La donna—certamente la più perfetta delle creature,—caduta nello stato d'abrutimento in cui si trovava la complice del Gesuita, è tuttociò che si possa incontrare di più degradato. Essa come il verme, si pasce nel letamajo della corruzione, vi tripudia e vi trionfa quando può accrescere d'una infelice il novero delle sue prostitute. Oh se vi fosse al mondo un governo che si occupasse di morale!… Ma che! I governi hanno altre cure, per la loro conservazione in un'esistenza da sibariti edificata sulle miserie dei popoli.
Ad onta della sua risoluzione di morire, Ida non morì, e dopo d'aver lottato quanto essa umanamente poteva, ed aver tentato di suicidarsi quando la difesa divenne impossibile essa finalmente cadeva esausta tra le braccia della venduta Susanna, e quasi allo stesso tempo era stretta dagli osceni abbracciamenti del Gesuita.
Giunti a questo stadio, e mentre il Satiro di Roma disponevasi all'atto nefando, la porta della stanza spalancossi, e chi comparì per il primo agli occhi del prete spaventato fu la bella, maestosa e terribile figura di Zambianchi.
Zambianchi di Bologna era uno di quei tipi d'uomo, formati per imporre rispetto. Alto di statura e tarchiato, ogni sua sembianza, ogni suo moto avea l'impronta della forza, ed egli era veramente d'una robustezza straordinaria.
Di carattere serio e taciturno, l'autorità sua era aumentata da foltissima barba nera, che ne copriva il volto sino al limitare degli occhi. Implacabile odiatore di preti era anche crudele, quando poteva saziare la sua brama di vendette contro quei ministri di Satana, come egli li chiamava. Infine egli si poteva considerare il simbolo della coscienza nazionale verso la setta pervertitrice.
Affettuosissimo e buono verso i suoi amici, egli come tutti gli uomini, era un composto di bene e di male;—onestissimo poi, ed incapace di eccessi, fuorchè contro i preti ch'egli odiava con tutta la forza dell'anima sua. Infine la maschia ed imponente forma del bolognese si affacciò come la befana agli occhi dell'indecentissimo Gesuita, e—quasi colpito dal fulmine,—le sue braccia, che come tanaglia stringevano Ida, caddero in uno stato apoplettico, ed il codardo con un senso immenso di paura s'accovacciò davanti alla fatale apparizione. Un'aura di miracolosa liberazione rinfrancò l'anima della bella fanciulla, ed una seconda apparizione, comparsa dietro il colosso bolognese, completò la metamorfosi dalla morte alla vita. Un grido di stupore e di gioja, un precipitarsi nelle braccia l'uno dell'altro fu in un momento, e per un momento quasi si dimenticò l'orrore del principio di quella scena di delitto!
Cantoni era la seconda apparizione, e lascio figurare la sorpresa a la gioja della povera Ida nel passare dal diabolico strettojo del prete nella braccia dell'uomo del suo cuore.
Io la vorrei deserta (Italia)I suoi palagi infranti,Ed io dell'Alpi all'ertaLe sue città fumantiScorgere, e con sardonicoSorriso contemplar,Pria che vederla trepidaSotto il baston di un Vandalo.(Autore conosciuto.)
Leonida, pria delle 10 di quella sera tutto avea preparato per mandare in frantumi San Leo, l'ergastolo scelto dall'Inquisizione per le sue nequizie. Egli coll'ajuto di Cantoni e di Cecilia, che lo provvide delle chiavi, schiuse le carceri ai detenuti che riuniti ai suoi Volontari, ebbero presto buon mercato di quanti birri albergavano in fortezza, e legatili colle mani dietro, li fece condurre sotto guardia fuori del recinto delle mura.
Un sergente d'artiglieria, che per essere un patriota provato fu messo nel segreto della congiura, dopo d'aver sparso nella Santa Barbara alcuni barili di polvere, internò nella stessa un lanciafuoco¹, lo concatenò con altri bastanti a raggiungere una stanza contigua, e dopo d'averne calcolato la durata sino all'esplosione, ne diede avviso all'ufficiale, e si tenne in seguito pronto a dar fuoco.
¹ Lanciafuoco tubo circa 20 pollici lungo, formato di materie incendiarie, che serve di miccia per dar fuoco ai cannoni, e che, acceso, meglio della miccia mantiene la fiamma.
Ai due marinari, che si trovavano tra i detenuti politici, Leonida avea dato l'incarico di spargere nelle gallerie e sotto alle scalinate di legno quanti stracci potevano raccogliere intrisi nell'acquavita, spiriti, ecc.
A Zambianchi e Cantoni, egli avea raccomandato il comandante Volpone, e noi abbiam già veduto come miracolosamente essi capitarono, dopo d'aver cercato invano il mercenario nella stanza d'Ida, che salvarono dal vituperio e dalla morte. A Cantoni sembrava un sogno di avere contribuito alla di lei salvezza.
Ida era fuori di sè, sorrideva amorosamente al suo amante, ne palpava le guancie, come per assicurarsi della realtà dell'essere suo, lo accarezzava, piangeva, s'inginocchiava ai suoi piedi, serrandone le ginocchia e baciandole.—Poverina! essa credeva non esser più degna di lui, essendo stata trovata in sì oscena compagnia. Ma Cantoni avea troppo buon senso per dubitare di lei, ed in un lampo riconobbe quanto era accaduto pria che Ida gliene facesse il racconto.
Zambianchi entrato per il primo, avea sorpreso il prete nell'opera indecente, e siccome pratico del mondo e de' suoi vampiri, indovinò egli pure che una scena di violenze sulla bella fanciulla s'era a lui presentata.
«Sempre gli stessi servi del demonio! cominciò Zambianchi diretto al prete.
«De' vivi inferno! un gran miracol fia«Se Cristo seco alfine non s'adira»
questi versi del Petrarca si contentò di recitare al perverso, il nostro Bolognese, parco com'era di parole, ma nello stesso tempo mettendogli la mano nel colletto dell'abito (che sembrò a Gaudenzio sentirvi la zampa d'un leone) egli lo trasse dietro il letto ove si trovava Susanna colla pallidezza della morte sul volto.
«Fermi! gridò loro Zambianchi, mentre a strisce stracciava le lenzuola del letto. E quando ebbe preparato un bel numero di strisce, egli cominciò a legar la vecchia ed il prete, dimodochè i due volti si toccassero. Legò le destre prima, poi le sinistre braccia, a scandalo del sacerdote consacrato alla purificazione dell'anima e del corpo, ginocchio con ginocchio, e più insopportabile ancora al Gesuita fu di trovarsi colla bocca su quella della vecchia, che puzzava come un cadavere. Zambianchi era stato accuratissimo nella legatura, acciocchè i due volti combaciassero esattamente.
Il povero Gaudenzio, che aveva creduto di passare una notte di paradiso, col più bel tipo di fanciulla che natura avesse formato, era obbligato di odorare il putrido fiato d'una maledetta, ributtante vecchia. E così lo lasciarono, ed uscirono con Zambianchi, Cantoni e la salvata sua amante per cercare i compagni, che da parte loro non rimanevano colle mani alla cintola.
Leonida, dopo d'aver fatto legare e metter fuori la sbirraglia, con una scorta di Volontari, dopo d'essersi assicurato che i marinari preparavano l'incendio della parte legnosa delle abitazioni, e che l'artiglieria avea ultimato il suo lavoro di mina, si recò egli stesso verso l'abitazione del Comandante per sapere cosa vi succedeva. Cecilia, che lo accompagnava dovunque come la propria ombra, pratica delle stanze del Volpone, gli serviva di guida. Giunti nell'interno e non trovando nessuno, essi si diressero in un corridojo che conduceva all'entrata della scalinata che metteva alla torre, ove Volpone prudentemente si ritirava nella notte.
Giunto, dopo d'aver salito la scalinata, alla porta ferrata della torre, Leonida si mise a bussare senza cerimonie, ma inutilmente: bussa e ribussa, niuno rispondeva. Invano egli adoperava il mazzo di grossissime chiavi per far rumore. Niuno rispondeva, e disperando di far aprire, egli già si disponeva a ritirarsi, senonchè prima volle fare un ultimo tentativo, coll'artefare a voce alta le seguenti parole: «Ebbene, giacchè non volete rispondere, voi salterete in aria col forte.»
Queste parole ebbero l'effetto desiderato, e la porta si spalancò subitamente. Volpone cogli occhi fuori dell'orbita uscì a precipizio fuori esclamando: «Per amor di Dio salvatemi!» E l'uomo che con una impassibile ferocia avea assistito ai patimenti degli sventurati per ordine dei preti, e dei decapitati nel fondo delle loro carceri, gettossi ai piedi del giovane Romagnolo tutto tremante, ed abbracciò le sue ginocchia; ma questi con un ribrezzo, come se fosse al contatto d'una vipera, ributollo, e gli disse:
«Su, codardo, fuggite, se volete salvare l'infame vostra pelle!» ed il soldato del Papa non se lo fece ripetere; precipitandosi giù per la scala, ove quasi si rompeva il collo, abbandonò ogni cosa per non perder tempo, e corse fuori gridando come un'energumeno «si salvi chi può!» Cecilia ricordò a Leonida, che dovevano trovarsi nel castello la vecchia serva, la giovine misteriosa ed il prete venuto con essa, e quindi ricominciarono amendue a cercare per le stanze, e per fortuna dei malvagi, Leonida e la sua compagna capitarono così nella stanza d'Ida:—Zambianchi, Cantoni ed Ida erano usciti,—e Gaudenzio trovavasi indissolubilmente abbracciato alla fetente Dulcinea.
La legature del Zambianchi erano state fatte così esattamente, che ogni tentativo per staccarsi era riuscito vano; anzi la circolazione del sangue, impedita dalla strettezza delle legature operata da mano di ferro, cagionando gonfiezza, diventavano così le parti strette addoloratissime, e molti Ahi! e lamenti, ed imprecazioni erano usciti dalle combacianti bocche dei due perversi.
In tale stato furono trovati da Leonida e Cecilia. Da principio, all'aspetto di quelle grottesche figure e cedendo all'umana natura, i due giunti sfiorarono le labbra alle risa, ma un senso di compassione succedette subito, e fece che il Faentino sciogliesse ambidue; Cecilia, però, fosse per pudicizia femminile all'osceno spettacolo, o perchè essa conosceva esser la Susanna depravatissima donna, poco si commosse in favore dei legati, tanto più ch'essa aveva concepito molta repugnanza per il Gesuita senza conoscerlo. Infine, a dispetto del demonio, a cui appartenevano le due sozze creature, furono sciolte con ordine di uscir subito dal castello.
Avendo Leonida compiti i tanti doveri di direttore dell'impresa, scendeva nel cortile, ma nel mettervi piede, qual fu la sua sorpresa vedendo tutto l'edificio illuminato dall'incendio e Cantoni solo nel mezzo che accorreva verso di lui eccitandolo ad uscire subito, perchè non v'era tempo da perdere. Veramente il fuoco progrediva spaventosamente tra il legname delle vecchie gallerie, e lo scroscio delle superiori cadendo in tizzoni sopra le inferiori già infuocate, con immenso fracasso faceva un finimondo.
I due amici con Cecilia ebbero appena tempo di precipitarsi verso il portone d'entrata, ed uscire salvi all'aria libera, che già le fiamme della galleria e delle scalinate s'eran comunicate alle diverse casupole di legno, che nelle vicinanze dell'ingresso servivano di corpi di guardia pei birri e la guarnigione.
A pochi passi dal ponte levatojo essi raggiungevano Zambianchi ed Ida, che Cantoni avea lasciati per soccorrere l'amico. E Leonida disse loro: «Allontaniamoci e presto;—lo scoppio delle polveri non può tardare.»—E realmente giunti che furono ad un migliajo di passi una terribile esplosione si udì dietro loro, e voltandosi stupefatti essi videro nell'aria i frantumi dell'ergastolo volare come le projezioni d'un vulcano nelle sue fiere eruzioni.
Un nembo, che in quell'ora innalzavasi dall'Appennino alla parte opposta ai nostri osservatori, frammischiava le sue lingue di fuoco ed il rimbombo del tuono allo sconquasso spaventoso che il ricettacolo della tirannide operava, squarciando le latebre dell'atmosfera.—La notte inganna l'occhio: sovente un cespuglio a pochi passi, sembravi un monte distante, ed il monte a grande distanza vi sembra vicino ad ostruirvi il sentiero. Tali apparivano gli spettri delle macerie lanciate nell'aria dalla potenza della polvere ed i maggiori che più atterrivano gli astanti erano lontani, mentre i minori che non si scoprivano, e quindi non spaventavano, giungevano ad oltrepassarli e colpire nelle loro vicinanze, ciocchè obligò i nostri amici ad allontanarsi di fretta dalla scena di distruzione. Tale appariva forse il cono tronco di San Leo quando era fumajuolo della terra.
Je vous raconterai l'historie du marié.(VOLTAIRE)
Era una mattina di dicembre dopo una notte tempestosa, ed in quella mattina il sole, come dicono i contadini,s'era mostrato dalla finestra, per nascondersi ancora e lasciar alle nubi, con pioggia o senza, l'intero dominio del firmamento.
In un albergo a' piedi del monte San Leo era giunta tanta gente in quella notte che la maggior parte era stata obbligata di alloggiare di fuori, ossia di accamparsi, e per poter resistere alla pioggia ed al freddo tutta la legna dell'albergatore era stata poca per soddisfare ai suoi bisogni, talchè uno steccato di legno che racchiudeva un orticello, avea pur servito a supplire la mancanza.
Al primo chiaror dell'alba due individui si erano avvicinati ad un crocchio di Volontari. Ravvolti nel loro tabarro e nascondendo con esso tutta quella parte che l'uomo, nell'ignorante sua presunzione, chiama immagine di Dio, ma che in quei due era piuttosto l'imagine del demonio, fingendo infine di nascondere il volto dal freddo lo nascondevano in realtà per la paura di esser riconosciuti.
Il Gesuita ed il mercenario dei gesuiti il Volpone,—tali erano i nostri due sconosciuti,—avevano avuto cura di scansare il crocchio di Zambianchi, che al chiaror pallido d'un fuoco ravvivato a stento, sembrava una colonna frammezzo ai suoi uomini, a Leonida, Cantoni, ecc. Ma a tergo di essi e dei volontari loro, poichè difficile sarebbe stato di penetrare nella falange serrata dei miseri intirizziti dal freddo, essi potevano rimanersi celati.
E qui devo ricordare una circostanza della mia vita a cui la seguente francese poesia potrà ben applicarsi (parlando degli uomini).
«Je crois voir des forcats, dans leur cachot funeste«Pouvant se secourir, l'un sur l'autre acharnés,«Combattre avec les fers dont ils sont enchainés.
In una foresta d'America, essendomi trovato in una marcia di notte staccato dal corpo di marina che comandavo, stanco ed incerto del sentiero per l'oscurità e la pioggia mi avvicinai ad un crocchio di soldati che erano pervenuti ad accendere il fuoco, e chiesi un tizzone;—mi fu negato, pregai ma invano;—colla sciabola alla mano allora, e con due coraggiosi che mi sostenevano, giungemmo ad ottenere il desiderato tizzone, ma dopo una mano di busse che potevano riuscire in rissa mortale.
Gaudenzio e Volpone dunque, dietro l'usbergo dei Volontari serrati in gruppo, stettero sicuri mentre durava l'oscurità della notte, ma appena il primo lume dell'aurora apparve nell'oriente, essi capirono che la loro posizione non era sicura, e come due ombre lasciarono il crocchio dei Volontari, rasentarono quello di Zambianchi, ove il chercuto gettò un'occhiata d'inferno sul bellissimo volto della nostra eroina, e si dileguarono nella campagna.
Era gran giorno, tutti quei di fuori brulicavano come un formicajo intorno ai fuochi che si mantenevano a stento, e stendevano sulle poche fiamme le mani per riscaldarsi, oppure presentavano i piedi addolorati pensando di migliorarne la condizione. Dimodochè vedevasi un movimento continuo ed udivasi un bisbiglio da stordire. Ognuno narrava la catastrofe della notte con più o meno eloquenza. Molti la chiamavano un castigo di Dio contro i preti, che tanta gente avevano fatto soffrire in quella spelonca maladetta. E siccome l'uomo si compiace sempre nello straordinario e portentoso, molti raccontavano d'aver udito delle strida sotterranee tremende, ed altri d'aver veduto nell'aria gli spettri, che dovevano essere le vittime dell'Inquisizione, e d'averle udite maledire alla setta nera e scellerata che le torturò, le distrusse, ed esiste per la sventura di questo infelicissimo popolo.
Quei di dentro all'incontro, che avevano potuto carpire un letto, una tavola, una panca e qualche cosa da mangiare e da bere, russavano fuor di modo. Tra quei di fuori trovavansi Zambianchi, Leonida, Cantoni e le due fanciulle, a cui s'era riunito Paolo, il sergente d'artiglieria già menzionato.
Gli altri capannelli eran formati generalmente dai più disciplinati dei Volontari che, coll'esempio del loro prode capo, preferivano affrontare il rigore della stagione.
I birri erano stati rinchiusi in uno stanzone a pian terreno dell'albergo. «Come diavolo è andato tutto questo?» chiese Leonida a Paolo, Volevate dunque arrostirci anche noi dentro quel maledetto ergastolo: «Sangue della Madonna! (che anche Bolognese era il nostro artigliere) cosa volete che vi dica! quei benedetti marinari han guastato tutto colla loro ubbriachezza, e poveretti! l'han pagata!
»Son dunque rimasti là?» interruppe Leonida con impazienza.
»Rimasti sì, ed a quest'ora fatti cenere, o volati nelle nubi» rispose Paolo. «Essi, digiuni da tanto tempo di bevande spiritose, che non potevano comprare quando eran detenuti, perchè senza soldi, avendo ricevuto la chiave della cantina per prepararvi delle materie incendiarie, vi si sono ubbriacati talmente con vino ed acquavita che, avendo perduto i sensi, diedero fuoco senz'ordine. Quando io giunsi in cantina, trovai quei delfini nuotanti in un mare di bevande spiritose, movendosi come granchi sulle quattro gambe, e siccome il fuoco faceva immenso progresso, io corsi al mio posto ad accendere i lanciafuochi che dovevano incendiare le polveri.
«Uscendo dalla stanza attigua alla Santa Barbara m'imbattei della vecchia Susanna, carica d'ogni bene di Dio. Io la vidi cadere sotto il peso del suo carico, che non voleva abbandonare anche a rischio di rompersi il collo od abbruciarsi. Ma io aveva altro da fare che occuparmi di quella schifosa creatura, e così la lasciai e corsi per la mia propria salvezza fuori del ponte, e di là giù per la china.
«E ben mi valse non fermarmi di più, giacchè giunto a cento passi del castello, ebbe luogo l'esplosione, e vi assicuro io ne campai per miracolo. Era un cadere di massi o di rottami intorno a me da fare spavento, ma per fortuna io m'ero gettato dietro un terrapieno della strada, ed a tale precauzione io certamente devo la vita.»
»Ma, Paolo, non calcolasti bene la durata dei lanciafuochi, lo interrompea Zambianchi, e l'esplosione fu anticipata.»
»I lanciafuochi erano esattamente calcolati, ma io credo sieno le fiamme invadenti dovunque che ne hanno sollecitato ed accelerato il consumo.
«Comunque sia il salto fatto da quell'orribile ricettacolo dell'Inquisizione è stato magnifico, e così succeda ad ogni ergastolo della tirannide. Ed altro dispiacere non sento che per la morte dei due bravi marinari, ch'erano eccellenti patrioti. Toltomi dalla protezione del terrapieno, dopo gli effetti della esplosione, io mi precipitai in giù per allontanarmi da quella scena d'orrore, e sbalordito dai lampi, dai tuoni e dal cataclisma che ancor mi risuonava nell'orecchie, inciampo, e quasi mi fracasso il muso contro un paracarri. Io avevo inciampato in qualche cosa di voluminoso, ma molle, che mi aveva destato ribrezzo nello stesso tempo e timore. Mi volgo indietro, ed in quel momento un chiarissimo lampo illumina le sembianze informi della megera, ch'io aveva veduto poco prima nel recinto del forte. Essa, benchè cadavere, stringeva ancora tra le sue mani, che sembravan tanaglie, alcuni frantumi degli oggetti che avea tentato di portar via.
«Tutto ciò accadde in un volgere d'occhio, e ripresi la mia corsa precipitata verso il basso senza più volgermi indietro.
«Chi diavolo avrà sciolto quel boja d'un prete? interrogò Zambianchi, poi ch'egli non è andato in aria legato alla sua Dulcinea?—Son io!» disse Leonida senza malizia, ma dopo d'aver udito ch'egli era stato il rapitore ed il persecutore d'Ida, il bravo ufficiale manifestò molto pentimento.
«A proposito del prete, disse Paolo: voi avrete udite le grida disalva chi puòdi quel valoroso soldato del Papa ch'era il Volpone! Ebbene, poco dopo io ho veduto il nero spettro del Gesuita seguire frettolosamente la stessa direzione.»
Un brivido mortale corse per le ossa della povera Ida, udendo che il suo tentatore era in salvo, ed amorosamente essa appoggiossi a Cantoni come volesse richiederne la protezione.
Pape Satan! Pape Satan!(DANTE.)
Fu verso quest'epoca la fuga a Gaeta del più abbominevole degli impostori, ciò valse a Leonida per far dimenticare la sua colpa d'aver distrutto un propugnacolo della tutt'altro che Santa Sede.
Quella fuga avea lasciato perplesso il governo di Roma, e poco o nulla esso si occupò della narrata catastrofe.
I birri furono lasciati liberi, e si volsero alla loro vita da birri. E cosa doveano fare? Un birro nulla sa fare in questo mondo, se non se di prendere la livrea, e cader sul collo dell'innocente o del ladro, come la mannaja del carnefice. E tuttociò alla voce onnipotente di chi lo paga, poco importa se il danaro della sua mercede provenga dall'innocente o dal ladro.
Egli ubbidisce al padrone, e ciò si chiama disciplina, e sovente onor militare, principali puntelli del despotismo. Ed una spia od un birro trovano facilmente impiego in Europa, ai tempi che corrono. Così non succede in America, ove la prima dote dell'individuo è il lavoro.
Miseria e corruzione:—ecco l'appannaggio di questo vecchio mondo, ove i privilegiati nella società devono vivere nell'ozio e nelle dissoluttezze, mentre il resto deve sudare per mantenerli ricchi, grassi, e corredati di quella nube di satelliti, che contentandosi di roder l'ossa sotto la tavola dei padroni, si prostituiscono ad ogni ufficio più vile e più scellerato.
Leonida, dopo d'aver riunito i suoi Volontari, dispiacentissimo di lasciar gli amici, e benedetto dai prigionieri, ch'egli avea liberati con tanto coraggio e tanta abnegazione, s'incamminò verso Roma, ove si trovava la Legione Romana, ed era seguito da Zambianchi e da Paolo.—Cantoni ed Ida s'avviarono verso Macerata a raggiungervi la Legione Italiana.
Macerata è quella città, se ben si ricorda, che avea chiuso le porte ai Volontari; la popolazione era stata subornata contro essi dai preti che rappresentavano i Volontari come tanti malfattori. Ma meglio informata, la città stessa inviò una deputazione al comandante pregandolo di favorirla colla presenza del corpo nel recinto delle sue mura.
Malfattori, eh! preti? malfattori i Mameli, i Masina, i Montaldi; quei bei tipi della gioventù Italiana, per cui la patria doveva andar tanto superba? Giovani che riunivano all'intelligenza caratteristica della razza latina, il freddo eroismo sui campi di battaglia.
E voi seminavate sul loro sentiero la calunnia, cocodrilli! nemici d'ogni virtù, patrocinatori d'ogni vizio, crittogama, scabbia, peste delle nazioni, che mi fa credere aver le nazioni bisogno di scabbia e di peste, e che perciò vi mantengono in luogo di distruggervi, come si fa dei rettili e degli insetti, certo meno nocivi di voi!
Ho detto insetti, e veramente, se vi sono due esseri somiglianti nell'ufficio loro e nella loro derivazione, essi sono certamente il prete e l'insetto.
L'insetto deriva dal sudiciume dell'animale, il prete dall'ignoranza crassa.
L'insetto si ravvolge e tormenta l'uomo od il bruto, e non fa lo stesso il prete?
Io l'infinito qui contemploscevro dalla menzogna.(Autore conosciuto)
L'arrivo di Cantoni ed Ida tra i Volontari della Legione Italiana in Macerata fu una festa, tanta era la simpatia che godeva la bellissima coppia in mezzo a quella ardente e valorosa gioventù.
Correvano le feste natalizie che, comunque sia nell'interesse del clero il solennizzarle, io non biasimo, essendo l'anniversario della nascita del Cristo, che contribuì non poco a propagare il dogma dell'emancipazione umana.
Riuscirebbe anche arduo il contrariare tali vecchie consuetudini radicate nel popolo e consacrate da tanti secoli.
Tutto il male consiste nella gestione che gli impostori si sono assunta di mercanteggiare Dio, e prostituirlo nella loro bottega che chiamano chiesa.
È ormai provato che Cristo giammai non si chiamò Dio; anzi, agli adulatori che non mancavano nella famiglia degli usuraj come nel resto della famiglia umana, e che volevano deificarlo, egli rispondeva: «Io sono figlio dell'uomo.»—Più secoli dopo i preti, cioè gl'impostori delle Nazioni, col ritiro degli Dei dall'Olimpo, che avevano fatto il loro tempo, e che il tempo con le sue ali spazzava, i preti, dico, avevano bisogno d'una nuova bottega, e chi meglio del Redentore degli schiavi (tanto simpatico alle popolazioni oppresse dai corruttissimi tiranni di Roma) per edificare un nuovo _caravenseraï_¹ sulle rovine dell'antico? Quindi miracoli, deificazione di Cristo, Verginità di Maria ad onta d'aver partorito un bellissimo maschio, ed infine tutta quella sequela di favole e di menzogne con cui cullano, martoriano ed insanguinano il genere umano da tanti secoli. Favole e menzogne che si conoscono sotto il titolo di Religione Cattolica Apostolica Romana, la quale costituisce il primo articolo dello Statuto d'una Nazione che chiamasi libera e civile!
¹ Mercato di merci portate dalle carovane in Oriente.
Il cattolicismo andrà, speriamo, presto travolto in un fascio co' suoi antecessori dell'Olimpo, ecc., e surrogato da quella Babilonia di sette che si chiama Protestantismo, e che si compone di botteghini, botteghe e bottegoni, alquanto men cattivi della gran cloaca di Roma, ma infine preti, nemici e perturbatori della fratellanza umana.
È consolante però, ed onorevole per l'umanità l'innalzamento d'uomini coraggiosi che sui rottami delle botteghe pretine e delle loro rivelazioni o menzogne, edificano il tempio della Ragione e del Vero. Tempio che posa le sue fondamenta sull'Infinito, tocca colla cupola l'Infinito, ha per luminari i fati e l'intelligenza universale, ed infine per regolatore l'Infinito.
A Macerata la Legione si accrebbe di alcuni marinari della Squadra Sarda che, stanchi della vergognosa inerzia in cui eran tenuti in Ancona, mentre potevan salvare la militante Venezia, disertavano dai legni da guerra e furtivamente arruolavansi tra i Volontari. La Legione Italiana fu pur pregiata d'un nobilissimo acquisto nell'epoca stessa:—Antonio Elia,—popolano e marino, è certamente la più bella figura che la storia degli uomini virili d'Italia possa presentare al mondo.
Un sassoChe distingua le mie dall'infiniteOssa che in terra e in mar semina morte.(FOSCOLO.)
Ed un sasso non copre ancora le ossa dell'immortale e valorosissimo difensore d'Ancona, mentre in Roma s'innalzano monumenti agli assassini, e nel resto d'Italia a genti che non altro merito hanno che d'esser nati in una culla d'oro comprata colla fame del popolo!
Era una notte di forte scirocco, e nell'Adriatico una di quelle notti lunghe invernali che incanutiscono la chioma all'ardito marinaro delle coste italiane. Nuvoloni neri neri, precipitati dall'impeto del vento, sembravano voler inghiottire due legni, l'uno grande caravella turca¹ e l'altro un trabaccolo d'Ancona² sua preda, che ambi tenevano il traverso colle loro vele di cappa ed aspettavano vento favorevole per recarsi in Africa, ove vendere la preda, e come schiavi gl'infelici che formavano l'equipaggio del trabaccolo.
¹ Legno con cui i Barbareschi pirateggiavano nel Mediterraneo. ² Legno mercantile.
Una pioggia sottile e gli spruzzi del mare che il vento saettava negli occhi degli individui di guardia, tormentavano le veglie¹ e rendevano l'osservazione da prora difficilissima.
¹ Vedette, che vigilano da prora nella notte.
La caravella, che aveva catturato il trabaccolo, a bordo del quale era stato messo un capitano con otto uomini, mantenevasi al vento della sua preda colle sole vele di cappa¹, e ad onta dell'oscurità della notte e del tempo pessimo con fanali e molta attenzione procurava di tenerla alla vista.
¹ Sugli alberi di giorno ed in altre parti a bordo di legni da guerra. Vele da temporali.
Tutto l'equipaggio cristiano del trabaccolo era stato chiuso nella stiva incatenato, e solo il novizio di bordo di diciotto anni era stato lasciato sulla tolda per coadjuvare l'equipaggio turco nelle manovre e porgere allo stesso quanto richiedeva.
I Maomettani erano stati forse colpiti dalla svelta e maschia fisonomia del novizio, e come uomini maneschi e fatti alle pugne, essi avevano con lui simpatizzato e preferitolo per compagno.
Male per loro! Nell'animo di quell'imberbe certo essi non potevano leggere e capacitarsi del suo disperato coraggio.
E che colpa ho io se non nacqui pittore da delineare dovutamente la bellissima fisonomia del mio giovane anconitano? Amante del bello e del buono però in tutta la mia vita ho prediletto specialmente il tipo del marinaro italiano. Per vero vi ponno essere al mondo degli uomini di mare più orgogliosi per grandezza nazionale, e con giustizia, ma certamente non migliori e più graziosi del marinaro italiano.
Avete veduto, o gentili visitatrici delle coste del Mediterraneo, quel bello e grazioso giovine, a camicia rossa di lana, pantaloni azzurri, cappello di paglia o incerato, cinto dall'elegante fascia orientale¹ dondolarsi nel guscio, nella barchetta, o nella gonda² mossa e travagliata dai flutti, con tanta eleganza, garbo ed agilità, quanta ne sfoggiate voi in una festa da ballo, coll'ammirazione e spesso la disperazione di chi vi contempla?
¹ Pochi sono i marinari che viaggiano in Levante e nonacquistano una fascia o cintura di lana.² Nomi delle barche in generale o palischermi.
Ebbene, colla stessa agilità, coraggio, e disinvoltura, l'ho veduto io danzare sui pennoni d'una nave quando battuta dalla tempesta essa sembra agitarsi in una caldaja bollente.
Tale era il diciottenne Antonio Elia in quella notte di scirocco, fatto servo alla fiera ciurma dei pirati che della sua sveltezza e virilità s'innamoravano. E male per loro! ripeto.
Eran le 10 d'una sera autunnale. I pirati, dopo d'aver cenato lautamente quanto lo permetteva il tempo e la non soverchia abbondanza di provviste del trabaccolo, ed alla barba di Maometto tracannato quanto potevano portarne d'un barrile di discreto Marchigiano, si accovacciarono alla meglio sotto vento della barca, situato nella tolda nel bel mezzo del bastimento tra un albero e l'altro, ed assicurato con ride, risse e paranchi¹, precauzioni indispensabili nei temporali.
¹ Carrucole in cui si passano corbe, ride e risse, corde pure di assicurazione, o legature.
Ambi i bastimenti, destinati per la costa d'Africa, campeggiavano¹ col contrario vento, ed essendo la caravella più potente e veliera manovrava per mantenersi vicino alla sua preda; questa da parte sua, altro fare non poteva che tenersi quanto possibile al vento.
¹ Posavano contro il vento contrario.
I pirati, armati di tutto punto e fidenti nel numero, nulla diffidarono del giovine novizio, che rispondeva accuratamente ad ognuno dei loro comandi, talchè lo incaricarono anche della vigia¹ veglia a prora, occupazione penosa in una notte come quella in cui i colpi di mare sommergevano sovente tutta la parte anteriore del legno, e gli spruzzi arrivavano all'estremità superiore degli alberi.
¹ Veglia.—Vigilar per bastimenti a prora terra o altro.
Tale fiducia e noncuranza dei Turchi favorivano i progetti del nostro Elia, e le sue mosse da prora a poppa, ch'egli faceva per rifocillarsi ossia pigliar le sue misure per adempiere l'arduo disegno, non ispiravano alcuna diffidenza alla ciurma piratesca.
Vi sono vari modi d'affrontar la morte, e comunque uno vi si famigliarizzi, ogni modo non manca d'essere temuto dai più o meno forti, più o meno spregiudicati, anche, credo, quando si è decisi al suicidio. E qui devo dare un ricordo agli impostori chiamati preti, che speculavano sulla morte, come su ogni cosa, ed accompagnandola colle loro favole terribili d'Inferno, di Purgatorio e tante altre menzogne hanno reso spaventevole una naturale circostanza o trasformazione degli esseri.
L'idea d'esser tuffato cadavere in quell'onda nera e tempestosa, ed ivi annegato non era la più piacevole cosa in un'età piena di speranze, ma nella bilancia fra il pericolo e la gloria dell'impresa, l'ultima vinse nell'anima generosa del giovine eroe, in cui s'era concentrato tanto spirito dell'antica virtù romana.
Sotto il buonpresso¹ dei trabaccoli esiste per consuetudine una mannaja, che serve a rovesciare l'albero di trinchetto quando, sopraffatti nell'Adriatico da furiosa bora², quei legni sono obbligati di tener all'ancora.
¹ Albero quasi orizzontale alla estremità anteriore dei bastimenti. ² Vento da Greco.
Col pretesto della veglia, Antonio potè comodamente nasconderla sotto il giacchettone, e così armato venne a poppa, ove accanto al timoniere stava il capitano di presa, appoggiato al bottabarra¹.
¹ Pennone inferiore su cui sono invergate le vele di trabacco.
Il cuore batteva ad Elia, e ne avea ben donde comunque determinato; egli avventò il primo colpo alla testa dell'ufficiale e lo sbagliò!
La lama della scure conficossi ben addentro nel bottabarra come si può supporre pel colpo vibrato dal robusto braccio dell'Anconitano.
Il capitano, per fortuna di Elia, era in quel momento distratto, e pensò fosse qualcosa caduta da riva¹ e guardò in alto verso la cima dell'albero, mentre l'altro estraeva il ferro dal legno. Tuttociò accadde in pochi momenti, non potè però effettuarsi senza che l'ufficiale turco s'accorgesse della presenza d'Antonio, del suo ferro e del contegno ostile, essendo la notte oscurissima bensì, ma il sito alquanto rischiarato dal lume della bittacola².
¹ Di sopra. ² Sito ove si tengono le bussole.
Il terribile jatagan fu in un momento sguainato, ed un colpo sulla spalla sinistra d'Elia ne innondò il corpo di caldo sangue.
Sin allora come abbiamo accennato di sopra, una certa titubanza era mista alla disperata risoluzione dell'eroe italiano, ma il calore del sangue gettò il fiero giovane nell'orgasmo dell'eroismo, in quel momento ferita, vita, morte, erano un nulla! La mannaja rotò nelle sue mani con agilità elettrica e l'Ottomano cadde col cranio spaccato.
Quasi nello stesso tempo entrava in giuoco il timoniere, ma appena pose la mano alle armi esso era disteso al lato del capitano.
La terribile pugna d'uno contro nove armati meritava la luce del sole, e se quella scena di morte si eseguiva al cospetto di spettatori, o fosse stata soltanto illuminata da fiaccole o da un incendio, essa avrebbe sembrato una pugna di demoni contro il genio del bene rappresentato dal giovine Anconitano.
La felice impresa coi due primi lo animò talmente che, con minor difficoltà ch'egli non avrebbe sperato, potè disfarsi dei sette rimanenti nemici ch'egli attaccava separatamemte, nell'angusto spazio, tra la murata e la barca, e che trovava sonnolenti e soperchiati dalle bevande spiritose.
Chi, come me, avesse conosciuto Antonio Elia, al solo vedere quella bella, svelta e leonina figura, avrebbe esclamato! «Oh! quegli vale per una dozzina!»
Elia non era alto di statura, non era un Ercole, un Anteo, ma le sue forme avrebbero servito di modello allo scultore per scolpire Achille o Milone di Crotona. La sua prima cura, dopo d'essersi sbarazzato dei nove pirati, fu la liberazione dei compagni incatenati nella stiva, e si capisce come in una notte di tempestoso scirocco, dopo d'aver nascosto il fanale, e fatto appoggiare¹ il bastimento, non fu difficile al trabaccolo di sottrarsi alla vista della caravella. Tolti alcuni terzaruoli al trinchetto, e prendendo la direzione più conveniente alla velocità del legno, i liberati furono presto lontani dal nemico. E si disse che quell'equipaggio,—come sono gli Italiani sempre alla fine propensi i miracoli,—raccontasse che un angelo mandato da Dio avea sterminato i Mussulmani e salvatolo dalla schiavitù o dalla morte; che quell'angelo però era apparso sotto le sembianze di Antonio Elia. Tale portento fu senza dubbio propagato dai preti nell'interesse della bottega, e per menomare il merito dell'incomparabile liberatore.
¹ Seguire la direzione del vento.
Il fatto sta, che un'impresa stupenda senza uguale nella storia dei popoli rimase quasi ignota nella sua splendida verità, ed il Governo del Papa, che santifica gli inquisitori e gli assassini, nulla fece per ricompensare l'eroismo del marinaro italiano¹.
¹ Questo racconto è pura storia.
Libertà mal costume non sposa,Per sozzure non mette mai piè.(BERCHET).
La corruzione, arma terribile della tirannide, è giunta oggi a tal punto in Europa da allontanare ancora per molto tempo la realizzazione di quello stato di libertà e di prosperità generale, a cui potrebbe la società pretendere, e che fu agognato dagli onesti di tutte le generazioni.
Come volete libertà, se una metà di voi vuol vivere alle spalle dell'altra? La metà gaudente impera con prepotenza sulla metà soffrente coi mezzi che per forza estrae da questa, poichè non esisterebbero tiranni e i loro satelliti, se il popolo non fornisse loro, soldati, birri e danaro.
La legge! e non mi farebbe specie di udirla millantare e vociferare dai gaudenti, e dai loro giornali salariati, ma ciocchè duole è di udirla applaudire da certi organi della stampa periodica, che sembrano appartenere anche essi ai soffrenti.
Ma le leggi non sono esse proposte dai rappresentanti del popolo e da essi promulgate? quindi esse sono, nell'interesse vostro, e dei tanti piagnoni eterni banditori di lagnanze infondate! Non festeggiate voi lo Statuto con cui vi beò quella buona pasta di monarca, che capitanò la rivoluzione del 21, e che vendè poi tutti coloro ch'egli stesso avea suscitato o con cui aveva tramato la libertà della patria?
Non è lo Statuto la legge fondamentale dello Stato?
Il suo primo articolo non vi fa tutti Cattolici Apostolici Romani cioè dipendenti da coloro che in Roma vi barattarono collo straniero settantasette volte?
Non avete la legge sulla leva, non preti, leggi senza numero che vi mantengono quali vi vogliono i vostri padroni, cioè poveri e sottomessi?
La legge dunque, gridate tutti! la legge!
Una legge che pasce con un mucchio di milioni un individuo solo, di cui in fin de' conti è manifesto che si potrebbe far senza; nè basta: chè alla sua inutile conservazione si fanno servire l'esercito stanziale, e gli eserciti di birri, di prevosti, di spie, d'impiegati d'ogni specie. Tutta gente interessata all'esistenza di quel solo, ed a cui quel solo fa parte della sostanza pubblica. Dimodochè essi, che si potrebbero chiamare mignatte dello Stato, si sostengono a vicenda e spolpano il popolino, che si lagna, ma paga, dà il suo sangue, e sovente a squarcia gola grida: Viva i padroni! quando questi lo beano della loro presenza.
A tutte queste classi d'oppressori, grandi e piccoli, aggiungete la famiglia dei neri, che si sfama anch'essa alla mangiatoja popolare, e che nella famiglia umana rappresenta e vale meno del majale nella razza dei bruti, giacchè il majale, come dice Casti, tollera qualunque governo che non lo tocchi nella pancia, come il prete, ma più del prete è utile colle sue carni e poveretto nessuno inganna!
Leggi!… e le leggi che stipendiano i vescovi, e che vi obbligano a pagare il debito pontificio! Bisogna coprirsi gli occhi dalla vergogna! e ben fai, popolo, quando gridi: Viva la morte!… giacchè col denaro con cui pasci i tuoi vampiri essi comprano armi per combatterti, assoldano briganti, e, peggio di tutto, se ne servono per corrompere mortalmente e materialmente. Sì! io credo che prima dell'esistenza del Papato e compagni in Italia, la stirpe italica era più bella di corpo, più forte e più intelligente.
Fate un fascio del governo, dei birri, dei gaudenti d'ogni specie e d'una miserabilissima plebe, e con poche eccezioni, avrete quel bordello che si chiama moderna civiltà.
Civiltà! gli uomini la fan consistere nel peculio, anche a spese del prossimo, e le donne in mille frivolezze di lusso che vi raccappricciano, ed ambedue nuotano in un mare di corruzione, in cui l'esistenza della libertà si annega, o vi diventa impossibile.
La notte dell'8 febbrajo, prima della mezzanotte si proclama la Repubblica a Roma dai deputati dello Stato Romano riuniti in Costituente, e la Repubblica avrebbe durato se l'Italia ne fosse stata degna. Ma, lo ripeto: libertà mal costume non sposa! Non è degno di libertà il popolo che ogni giorno va a prostrarsi ai piedi d'un impostore che si chiama prete. E non è degno di libertà il bastonato, che si sganascia urlando: Viva i bastonatori!
Sì! in quella memorabile notte, il vecchio Campidoglio rimbombò del maggior grido di viva la Repubblica!
L'Europa, il mondo, stupirono alla rinascenza della loro antica metropoli, ma lo stupore passò presto, vedendo che pigmei volevano edificare sulle rovine dei giganti.
Nel giorno seguente le fiamme dei confessionali, ammassati sulla superba piazza del Vaticano, rallegravano le moltitudini, e promettevano la fine dell'abbruttita servitù del popolo Italiano dalla sudicia e corrosiva teocrazia.
Cicerovacchio, nome caro e riverito, tipo dell'operoso ed onesto popolano, avea capitanato una brigata di Romani alla santa impresa di bruciare quei troni della negromanzia, quella cloaca d'ogni corruzione umana, ed il popolo buono, quando ben guidato, sotto la direzione del suo venerando tribuno, compiva l'innocenteauto da fècon una calma ilarità degna de' suoi maggiori. «Che belle fiamme spingono al cielo questi nidi di vipere, urlava un popolano: si vede che non economizzavano il seccante nella pittura i nostri chercuti padroni.»
»Oh! non inganneranno più le nostre donne, e non sedurranno le nostre figlie, quei discendenti del serpente d'Eva;» esclamava un canuto mentre gettava sull'incendio alcuni rottami dell'arche nefande.
»Ebbene! ora che il fuoco è acceso, e che non rimarranno vestigi dei confessionali, entriamo nel tempio, e facciamo un po' di provvista per le nostre famiglie. A che servono tutti quegli ori ed argenti con cui sono adorni i Santi e le Madonne?»
Questa voce estranea alle moltitudini, ma nota a noi, usciva dalla bocca fetida d'uno vestito da popolano, ma che un occhio sperimentato avrebbe, benchè difficilmente, ravvisato che quel tale era tutt'altro.
Il prete per metamorfosi che faccia non può nascondere la sua feroce volpina fisonomia, e se lo avvicinate, esso puzza sempre di qualche cosa che somiglia al fetore del majale e del capro. Tale era Gaudenzio, inviato fra questa scena di libertà popolare per eccitare la moltitudine al disordine ed alla rapina. Le rivoluzioni, che il popolo eseguisce contro la tirannide, sono sempre disonorate e annientate dall'importante parte che vi sanno rappresentare i dottrinari e gl'impostori.
E qui m'occorre lo strano paragone dell'uomo col bue. Una truppa irrompente d'alcune centinaja d'animali vaccini, figli selvaggi dell'immense praterie del Nuovo Mondo, muove condotta dal tiranno uomo. Circostanza qualunque, ombra, nembo, lampo, tuono, luogo del macello, a cui essa è destinata, la precipita in una direzione indeterminata verso lo spazio.
Chi osa affrontare i terribili corridori del deserto nella loro fuga tumultuosa e furente? Nessuno! Il terreno balza come se fosse scosso dal terremoto. E chi tentasse arrestare i fuggenti sarebbe schiacciato come il filo d'erba che si sprofonda sotto l'ugna pesante. La massa moventesi è irresistibile, e ben lo sa l'astuto cavalier conduttore: egli non s'appone alla fuga, ma la segue, volando sul veloce e robusto corsiero, docile istromento di servitù anch'esso, quando è domato dall'uomo. E segue, e segue tenendosi su d'un fianco della truppa. E segue, sinchè l'ostacolo d'una foltissima vergine foresta, o d'un fiume arresti la marcia della massa informe.
Questa, allora si ferma, si ravvolge in vortice, ed il destro conduttore dopo d'averla circondata di guardie, aspetta che passi il bollore dei robusti selvaggi li lascia alquanto a pascolo tranquillo, indi spinge ancora, sulla via del macello, quelle centinaja di fortissimi bruti, di cui uno solo basterebbe a rovesciare quanti custodi li circondano, e finalmente li riconduce mansueti come mandra di pecore. Il Gesuita, vecchia conoscenza nostra, ed uno dei neri conduttori di questo infelice popolo, considerando che inutile era opporsi alla foga plebea dell'epoca, continuava, come già abbiam veduto, a seguitar la mandra adulando, eccitandola agli eccessi, ed aspettando comodamente il giorno in cui potrebbe venderla al macello. Non è questa la storia d'Italia da diciotto secoli?
La voce del prete fu accolta con applausi dalla folla dei giovani, sempre amanti di novità, e già alcuni monelli dirigevansi verso l'immensa mole, capo d'opera d'arte e di corruzione umana, per mettere ad effetto i consigli del tentatore, ma la parola austera del vecchio tribuno romano tuonò come il rimbombo della tempesta, tra la folla inquieta, ma docile all'autorità dell'onesto archimandrita. «Siam qui noi per emancipazione del diritto e della coscienza, per la libertà della patria (e questa seconda parte era meglio capita) o siamo venuti per rubare, spogliare il tempio, e manomettere i sacri stupendi lavori dell'arte che i nostri padri affidarono a noi per tramandarli alla più remota posterità?»
E qui con licenza del santo martire della libertà italiana, io confesso esser di altra opinione.
Se l'Italia invece d'essere un pantheon di memorie e d'opere insigni, fosse un po' men ricca d'arte ma più robusta, cioè in luogo di templi, avesse ginnasi ed opifici, ed in luogo di tanti Ciceroni, avesse cittadini operosi e forti, essa certamente cesserebbe d'esser mancipia dello straniero più robusto ed operoso di noi, quindi se in luogo di limitarsi a bruciare alcuni confessionali, i romani del 49 avessero scaraventato nell'incendio quante mitre insudiciano grottescamente le grandiose opere d'arti, che adornano il primo tempio del mondo, anche a rischio di frantumare qualche capolavoro, forse sulle ceneri calde del suo covile non sarebbe tornato il maledetto mitrato nemico dell'Italia.
Comunque sia la parola autorevole di Cicerovacchio fermò la moltitudine che già aveva cominciato ad avviarsi verso il grandissimo tempio, ed un nembo di evviva ad Angelo Brunetti¹ scoppiò nella folla dei discendenti di Virginio e di Dentato, uomini che credo operassero più e gridassero meno di noi moderni italiani.
¹ Vero nome di Cicerovacchio.
Il rapitore d'Ida, che s'era innalzato sulla punta dei piedi per gettare tra il popolo l'eccitamento al bottino, si rannicchiò piccin piccino, si confuse nella folla e dileguossi con una celerità che sarebbe sembrata sorprendente, se la comparsa della bella e maschia figura di Martino Franchi, illuminata dall'incendio, non avesse avuto luogo contemporaneamente alle ultime parole del tribuno romano. Quella tale bottiglia scaraventata dal braccio del robusto Bresciano, sembrò sfiorare ancora la smorta guancia del Gesuita, che non pensò due volte a battere i tacchi, e correre dal suo Generale per ragguagliarlo dell'inutile suo tentativo di sommossa, e della comparsa in Roma d'alcune Camicie Rosse attratte dalla proclamazione della Repubblica.