Il mortale.Non vive ei forse anche sotterra quandoGli sarà muta l'armonia del giorno,Se può destarla con soavi cureNella mente de' suoi? Celeste è questaCorrispondenza d'amorosi sensi.(FOSCOLO.)
La proclamazione della Repubblica Romana trovò la Legione Italiana a Rieti, ov'essa era stata inviata dal Governo provvisorio in osservazione contro le minaccie d'invasione borbonica. Alcune opere leggiere di difesa si eressero per precauzione alla frontiera che divideva il Pontificio dal Napoletano, ed il genio dei Volontari era diretto da Daverio, giovane ingegnere. Il tipo dei Manchi e dei Daveri, è preculiare all'Italia: il suo popolo, lo confesso con dolore, è corrotto dall'educazione pretina, ma come qualche volte in una notte tempestosa il navigante è rallegrato dalla comparsa d'alcuni astri, che sembrano fuggire, inseguiti dalle nere nubi che li nascondevano, così questa terra classica partorisce qua e là certe individualità speciali e privilegiate che fanno dimenticare l'abbruttimento delle masse e la malvagità di chi le deprava.—Avete osservato nel vostro consorzio degli uomini quel giovine dal volto d'angiolo, che come il sembiante ha l'anima, che nelle risse, ove di rado si trova, parteggia per il debole, che si precipita nell'onda per salvare la vita d'un naufrago, che marcia sempre tra i primi in una carica di Volontari contro il nemico, ultimo nelle ritirate, che mai non murmora per disagi o fame, che cade ferito senza un lamento, e che il giorno delle ricompense si ritrae e lascia fregiare il petto d'un ciondolo o d'una fettuccia a coloro che forse avevan veduto il nemico da lontano, e sdegna di partecipare a quelle mercedi, a quelle medaglie, a quelle croci con cui il despotismo di quasi tutti i paesi s'è fatto un baluardo, quasi inespugnabile, di vanitosi satelliti?
Ebbene, quel giovane, sì valoroso, sì bello, sì modesto, che prese parte a tutte le pugne italiane, dalle barricate di Milano, al fatale 3 giugno, ove lasciò gloriosamente la vita, quel giovine è Daverio, il Lombardo, oggi occupato alle opere di difesa della frontiera romana, presso Rieti, e che vent'anni di lotta non hanno potuto cancellare dalle vergogne italiane.
Sì! vive anche sotterra Daverio, vivono i valorosi suoi compagni caduti sulla terra romana, e vivranno e saran ricordati alle genti sino alle più remote generazioni, quando il fiume della ragione, signoreggiando l'Italia, ne lavi le brutture di diciotto secoli;—quella fascia azzurra, che circonda i monti e l'Infinito!
E chi oserebbe trovarvi un limite? Colui che di mondi seminò l'Infinito, ne segnò l'orbite e le leggi regolatrici, n'è la mente, lo spirito, l'intelligenza, l'anima,—è l'Infinito.
E l'anima mia, che penetra nelle latebre dell'Infinito, non lo può definire, ma lo concepisce, e ne regge una particella materiale, infinitamente minima, è essa stessa mente, spirito, intelligenza, parte dell'Infinito? Sì! io credo all'immortalità dell'anima, e mi compiaccio nell'idea che mia madre al mio capezzale, mio padre ed i miei cari, martiri d'una causa santa, corrispondano ancora all'affetto mio.
Libertà va cercando che è si cara,Come sa chi per lei vita rifiuta.(DANTE.)
Una delle grandi figure della rivoluzione Italiana è certamente il generale Avezzana, questo valoroso milite della libertà umana, favorito dalla natura di belle forme e di robustezza della persona, lo è similmente nelle doti dell'anima. Basta dire che i suoi nemici, altro difetto non trovano in lui, che d'esser troppo buono! cioè di essere troppo propenso ad esaudire una richiesta ed a dividere il suo pane con chi ne abbisogna.
Tali qualità d'un animo ben fatto riunite ad una tempra ferrea e ad una bravura a tutta prova doveano naturalmente fare del generale Avezzana l'idolo dei suoi subordinati.
Egli apparteneva alla schiera de' prodi che traditi da uno spergiuro emigrarono nella Spagna con Pacchiarotti nel 1821, e che vi fecero bello il nome Italiano, pugnando per gli stessi diritti che avean loro fruttato l'esilio. L'invasione francese nella Penisola Iberica, cacciava Avezzana in America, ove tanto si distinse nelle guerre Messicane con isplendide vittorie e colla fondazione di Tampico, oggi secondo porto marittimo di quella repubblica. Per la Legione Italiana l'avvenimento d'Avezzana al ministero della guerra in Roma fu una vera fortuna. Il corpo dei Volontari, pel quale nutriva avversione e diffidenza il governo che precedette la Repubblica, era mantenuto lontano da Roma, e con molta difficoltà esso avea le cose più necessarie alla vita del milite.
La Legione passò vari mesi dell'inverno senza capotti, e più della metà era armata di lancie quando fu chiamata alla capitale per partecipare alla difesa contro l'esercito di Bonaparte. Ma, giunto Avezzana al governo, essa ebbe subito il necessario.
Era una notte d'aprile, la Legione partita da Rieti marciava su Roma, e questa era la prima notte di campo che induravano i Volontari, e ben rigida. Oggi, inaridito dagli anni, una notte tempestosa passata allo scoperto mi raccapriccia, ma più giovane, io ho goduto allo spettacolo d'una notte nella foresta illuminata da un fuoco che si doveva difendere e sostenere in vita lottando col temporale.
Pioveva a dirotto, e le frondi dell'annose quercie battute del vento aumentavano gli effetti della pioggia. Per fortuna il proprietario del campo, ove i Volontari pernottavano, ci avea regalati di una magnifica pianta, che diede legna sufficiente per tutta la notte a tutti i militi.
Era ammirabile veder quella gioventù grondante acqua, continuamente occupata ad attizzare il fuoco che la pioggia persisteva a spegnere, sollazzarsi allegramente con facezie e racconti graziosi come se fosse seduta a lauto banchetto.
Tutt'a un tratto si udiva il grido: «acquavita!» e gl'inesperti che correvano alla direzione di quel grido rimanevano delusi ed eran l'oggetto delle beffe dei differenti crocchi, che non s'eran mossi e che pure avrebber lavato volontieri la gola con un bicchierino di qualunque cosa. Allora come per indifferenza all'ingannevole burla, gl'ingannati intuonavano un inno patriotico, in sostanza più atto a riscaldarli del sognato cordiale e tutti allegramente facevano coro con entusiasmo da dimenticare i disagi della notte.
La guerra è vergognosa cosa per una società che si chiama civile, e non si comprende perchè gli uomini devano reciprocamente uccidersi per intendersi. Ma quando disagi, pericoli, morte devono affrontarsi per la libertà del proprio paese o dell'altrui, allora la guerra diventa santa e la soddisfazione di coscienza che si prova paga con usura ogni patimento.
Tale era certamente la situazione morale di questi coraggiosi militi, e se il silenzio regnava tra alcuni dei numerosi fuochi, ciò era cagionato dall'attenzione prestata dai giovani ai racconti d'episodi per lo più guerreschi ed emancipatori dei più provetti.
La scuola pratica toccata alla gioventù Italiana in questi vent'anni dal 48 al 68 è stata molto giovevole, e certo la parte più brillante di tale periodo tocca ai Volontari.
L'elemento volontario, avversato dal governo, dal prete e da quella casta di dottrinari che capitanati da Mazzini ed ammantati da un esclusivismo arrogante, gridano ai quattro venti: «Noi soli siamo puri, noi uomini diprincipiirepublicani perchè vogliamo la republica anche ove vi sia l'impossibilità di ottenerla.—Quanto si è fatto per l'unificazione patria nell'alta Italia, nel centro, nella meridionale, non solamente fu nullo ma nocivo, dicono essi.» Dante, Macchiavelli, Petrarca, che volevano un'Italia anche col diavolo, erano poveri visionari; solo i puri che dottrinano, ma non si muovono, mandano alla pugna e se ne tengon lontani, ponno costituire il paese. Per essi come per i preti, Marsala fu una sconfitta e Mentana un trionfo.
La memoria venturosaChe conserva chi va profugoDe bei dì in che lieto fuÈ l'essenza della rosaChe conserva il puro effluvioD'un april che non è più.—(Aut. non noto.)
Giacomo Minuto soprannominato Brusco (ed era veramente brusco col nemico) era uno dei 73 che vennero da Montevideo in Italia nel 48 per prender parte alle cose patrie. E quegli Americani, com'eran chiamati tra i Volontari, eran la maggior parte valorosi ufficiali e lo provarono seminando le ossa su quella terra di glorie e di maledizioni che il prete ha ridotta in covile di malandrini d'ogni nazione, e si potrebbe dire in anfiteatro di torture, e di vergogne italiane.—
Brusco, marciando al nemico in fronte d'una colonna di militi, ispirava loro fiducia, ed era ammirabile di valore e di sangue freddo.
Il vajuolo avea segnato il marziale suo volto, ma non alterato il suo contegno guerriero. Alto di statura, ampio di petto e nerboruto, questo prode figlio della Liguria era del resto un perfetto atleta.—
Nel fatale 3 giugno una palla Napoleonica forava quel petto d'acciajo e vicino a sanare,—all'entrata dei soldati di Bonaparte in Roma nei primi di luglio,—Brusco strappavasi dallo sdegno, gli apparecchi della ferita, e moriva volontariamente d'emorragia.—In uno dei fuochi di campo, Brusco, torreggiava, ed i suoi giovani compagni cogli occhi rivolti a lui non fiatavano ascoltando il seguente racconto:
«Nella cattedrale di Montevideo (Matrizcome la chiamano colà) v'era un frate, che si diceva venuto da Terra Santa, e portatore di preziose reliquie.
«Egli era un uomo sui quaranta, corpulento e sull'ipocrita sua fisonomia si notavano da un occhio esperto, le traccie della lussuria. I suoi devoti li dicevano effetti d'astinenze e mortificazioni.
«L'arrivo di quell'uomo a Montevideo fece epoca, giacchè, quantunque come la grimigna si propaghi anche là la pianta, i venuti da Terra Santa sono poco frequenti.
«Vi sono preti, ma non fanatismo, e la popolazione è troppo libera per soggiacere sotto l'influenza di tali impostori. Ciò per la popolazione maschia.
«Le femmine, come dovunque, sono pascolo di birbanti, e in massima più propense al pretismo, sia per la natura men forte delle figlie d'Eva, sia per il culto speciale dei chercuti per il bel sesso e per ogni godimento umano.
«E ben provò la mia bella e sventurata Dolores il culto di quello scellerato per la libidine!—E qui s'inumidivano gli occhi del forte milite rimembrando una creatura amata e perduta.
Dolores era un'angelica fanciulla! E Brusco a quell'esclamazione volgeva gli occhi ad Ida, che al lato di Cantoni, ed avvolta in un mantello del suo amante, sporgeva la sua bella testa verso il narratore.
«Sì, anche in quei lontani paesi, vi sono delle vezzosissime donne: sulla razza indigena e su quella più infelice ancora de' trasportati africani primeggiano i discendenti dei conquistatori che conservano i bei lineamenti della razza iberica, ma con accrescimento di disinvoltura e fierezza, prodotte naturalmente da una vita libera, cavalleresca e guerriera.
»E Dolores era uno perfetto rampollo di quella razza, facile a discernersi dal grazioso portamento della persona, dalla capigliatura d'ebano e dall'occhio nero arcato, di cui è difficile sostenere lo sguardo senza sentirsi beati da moti deliziosi, irresistibili. Dolores non era una beghina,—anzi piuttosto spregiudicata,—e siccome m'avea dato tante prove di corrispondere all'immenso mio affetto, io non dubitava d'aver influito a sottrarla al diabolico contatto del prete.—(Ma quante non sono le donne che sanno il clero bugiardo, che sono colte e che pure frequentano la maledetta bottega per abitudine, per ipocrisia o per fini non religiosi!)—
»Quella mia carissima fidanzata lasciossi un giorno, per curiosità donnesca, persuadere da sua zia a visitare lamatrizper vedervi quel frate, di cui si raccontavano portenti, e che tanti possedeva talismani di Terra Santa. L'astuto prete faceva poi valere tutti quei suoi giocattoli da ciarlatano con una chiacchiera da infinocchiare sino al delirio le sue ascoltatrici. Egli avea dei mosaici del Santo Sepolcro, delle olive che avea lasciato Cristo nel giardino degli Olivi, ove egli si cibò, dopo l'orazione, di quelle frutta, e che miracolosamente si conservavano ancora intatte ai giorni nostri. Un occhio di Santa Tecla, uno stinco di San Tommaso, che apparteneva all'incredulo che volle toccar le piaghe del Salvatore. E credo anche un osso del dito di Giosuè con cui quel generale ebreo fermava il sole. Ma ciò che più millantava il mascalzone e che spacciava come infallibilmente miracoloso era un crocifisso del legno della vera croce, e questo potea chiamarsi il suo cavallo di battaglia, giacchè altro non era che un magnifico pugnale a cui la parte inferiore del crocifisso serviva di astuccio e la superiore d'impugnatura.
«Erano le cinque d'una sera di giugno quando Dolores con sua zia, avvolte in un gruppo di donnicciuole, entravano nella cattedrale per udire le sante parole del missionario, o, come dicono i preti, colla modestia che li distingue:la parola di Dio!
«Nell'altro emisfero in giugno alle cinque della sera fa notte, e quindi trovavasi la chiesa illuminata.
«L'uomo ha un po' dell'indole della pecora. Se le pecore si sparpagliassero non basterebbero cento pastori per condurre un gregge, ma ove va una van tutte, e con ciò un solo individuo può condurne delle centinaja. E così l'uomo: se uno che passa per una pubblica via si ferma a guardare qualche cosa, ogni ozioso si arresta, e guarda pure alla direzione dell'occhio dello stupido od astuto. Barnum a New-York paga della gente per rimanersene tutto il giorno a contemplare con ammirazione affettata le grottesche pitture che rappresentano animali o fenomeni del suo serraglio.
«Nella bottega del prete molti vanno per curiosità, altri per far l'amore ed altri per abitudine o per pecoreggiare. Quindi anche una coda di maschi seguiva le donne, ed io con quest'ultimi.
«Quasi vergognoso di trovarmi frammisto a gente sì poco stimabile, in un locale che mi fa ribrezzo, io nascosi questo mio corpaccio all'ombra d'una colonna del tempio, e, com'è naturale, il mio primo sguardo fu d'investigazione in ricerca della donna del mio affetto.
«L'occhio d'un amante non abbisogna di bussola per dirigersi alla meta, e poco durai a trovare la mia Dolores. Essa era seduta su d'una panca, accanto a sua zia tra il pulpito su cui era asceso il prete e la posizione che occupava io stesso.»
«Appena il chercuto ebbe rotato lo sguardo di falco sul gregge, egli lo fissò sulla bella fisonomia della mia diletta con tale ardore e con tale contegno, che se qualcuno dopo di lui mi avesse guardato in quel momento mi avrebbe veduto cambiar di colore, movere verso il malvivente ed inciampar nella prima panca da scuotere quanti v'eran sopra seduti.
«Il moto mio non potea sfuggire al prete e siccome io non era più nell'ombra, il suo occhio, distratto un momento dall'oggetto della sua ammirazione, piombò sul mio, ed una corrispondenza d'odio mortale si scambiò tra i due!—Ora chiederò io ai materialisti: Cosa vi sarà nell'occhio dell'individuo che tramanda nell'anima altrui tanta somma d'amore e d'odio? Io avrei bevuto il sangue di quel malvagio—e lui?…
«Oh perverso! Se io avessi potuto sognare il male che tu eri per farmi io t'avrei quella stessa sera precipitato dal pulpito, infranto il cranio sulle lapidi del pavimento e t'avrei strappato il tuo cuore di vipera!
«Fra Zabedeo, tale era il nome del chercuto, era perito nel mestiere e possedeva quella sfacciata eloquenza, quella facilità di parole e di modi che s'insinuano facilmente nel cuore delle donne, e quindi egli non durò fatica a divenire il lione di tutte le beghine di Montevideo. A me importava poco, ma ciò che mi premeva era la scoperta ch'io feci delle sue insidie per sedurre la mia donna. La zia di Dolores era una donna semplice, che amava sinceramente la nipote, ma come la maggior parte delle vecchie, essa era un boccone da preti, cioè, avrebbe dato ogni cosa sua a questi discendenti del serpente che sedusse la prima donna. E quando parlava del Zabedeo lo innalzava alle stelle, e diceva che per Montevideo quel santo padre era stato una benedizione di Dio. E qui non posso a meno di ricordare la cocciutaggine del nostro popolo delle campagne che da buon Italiano non manca delle furberie della nostra razza, ma che è nello stesso tempo d'una ostinazione ne' suoi pregiudizi da far perdere la bussola a chiunque.
«Io non ho mai potuto concepire come un contadino, che vi sa fare i conti meglio d'un matematico, possa credere alle mille menzogne propagate dai preti. Eppure il contadino con tutti i suoi vincoli e le sue miserie è il più fermo sostegno del despotismo e dell'impostura.
«L'astuto prete s'era introdotto nella casa di donna Rita zia di Dolores, con cui la mia bella fanciulla conviveva dopo la perdita dei genitori, ed ove io mi recava ogni giorno.
«Zabedeo però che d'ogni cosa era informato e che sapeva Dolores a me fidanzata, ed io un osso un po' duro a rodere, veniva in quella casa quando mi sapeva assente.
«Il birbante conosceva che, qual Legionario Italiano, io non poteva in quei giorni di pericolo per la nostra patria adottiva, trasgredire il mio dovere di milite. Egli quindi preparava i suoi piani di seduzione e facea le sue visite quando mi sapea di servigio.
«E di tutto ciò ero minutamente informato dalla mia Dolores, che ad onta d'esser una semplice ed innocente fanciulla, non avea mancato d'insospettirsi delle voglie brutali del negromante.
«Fu per me una terribile notte quella del 22 luglio 1847 in cui si seppe che l'esercito nemico, assediante Montevideo, dovea dare un assalto, e poi non fu che un falso allarme.
«Comunque fosse la Legione era consegnata in quartiere, pronta ad accorrere ove il bisogno lo richiedesse, e quel pugno di giovani che la componevano, avanzo di cento gloriosi combattimenti, passeggiava nel quartiere desioso di menar le mani, e la popolazione, di cui gl'Italiani meritarono la fiducia, era lieta di saperli in armi.
»In quella notte, io sergente, era stato incaricato con un picchetto della mia compagnia di pattugliare verso la sinistra della linea di difesa, non lontana appunto dalla casa di donna Rita. Con tutta la disciplina militare dei Legionari quel corpo non mancava d'aver i difetti inerenti ai volontari, cioè: certe licenze che essi, penetrati dalla santità del loro proposito in cui la meta altra non dev'essere che la libertà dei popoli, non dovrebbero permettersi. Il fatto sta che siccome tutto rimase tranquillo in quella notte, stanchi di passeggiare ci fermammo in un'osteria per bagnar il becco, ed io vi confesso la mia debolezza incaricai del picchetto il caporale, e m'incamminai verso la dimora del mio tesoro.
«Col cuore palpitante m'avvicinai alla porta e dico il vero, con un certo presentimento inquietante che m'avea preoccupato tutta la sera.
«La porta d'entrata era chiusa col saliscendi e facilmente apertala, traversai il cortile, e, pratico com'ero, m'avviai all'entrata d'un salone, apersi pure ed ivi trovai donna Rita addormentata profondamente su d'un seggiolone. La zia addormentata! e non vedo Dolores! ciò m'insospettisce. Eran le undici della sera, io non fiatavo, e mentre contemplavo la dormiente prestavo l'orecchio per qualche rumore. Un ahi! un lamento!… è la voce vibrante della mia donna, che mi sconvolge sino nell'ultima latebre dell'anima. Mi slancio verso la porta della stanza di lei! Era chiusa! Voi mi vedete.»—E qui il gigante della Liguria ergevasi da sembrar più alto d'un palmo: «Voi mi vedete.»—I suoi occhi scintillavano più del fuoco su cui s'inchinavano quei giovani nemici della tirannide grondanti di pioggia: «Con questo corpo, e non so come, io mi lanciai contro quella porta, che andò in frantumi, più presto che se l'avesse colpita il fulmine. Frantumata la porta mi trovai in presenza d'uno spettacolo ch'io vorrei scordare, ma che non posso, che mi tortura, e che mi martella l'anima spietatamente.
»Oh! se il nemico ci avesse assaltato in quella notte io avrei messo fine a questa vita di miserie ed almeno con gloria! La mia fidanzata, il mio angelo, la donna del mio cuore era distesa a terra, senza sensi, forse prostituita! e l'osceno sacerdote dell'inferno, con in mano il crocifisso, pugnale di cui vi ho narrato, e ch'io porto qui (battendosi sul cuore) nascosto,—reliquia di scelleggine e di amore!—sì, il prete tenevasi dietro del letto dell'insensata, ove s'era rannichiato all'entrata mia impetuosa.
»Armato del suo pugnale e rimesso alquanto del suo primo stupore, io vidi nel chercuto un soggetto, che non per la prima volta trovavasi in difficili cimenti.
»Nessuno di noi fiatava, e gli occhi roteavano nello spazio che ci divideva ora sul corpo immobile della giovine, ed ora d'intorno, come per cercare il destro, egli alla fuga, senza dubbio, ed io all'assalto.
»Io sino a quel momento avevo dimenticato che non tenevo armi, e che avevo lasciato il mio fucile con bajonetta all'osteria. Ma l'aspetto risoluto del prete mi pose in guardia, ed una sedia spezzata mi mise in un momento con un bastone alla mano.
»Vedendo che non si burlava, il prete aprì finalmente la fetida bocca con queste parole: Brusco (il demonio sapeva bene il mio nome), se voi volete lasciarmi uscire, io vi giuro che nulla si saprà dell'accaduto. Ma se voi vi ostinate a volermi colpire, io pianterò prima questo ferro nel cuore della donna, e poi vedremo il resto.
»In un secondo mi balenaron per la mente lo stupro, il perdono, la vendetta,… e quest'ultima la vinse nel mio cuore, generato tra gente che si vendica e non perdona gli oltraggi. Ed era grande l'oltraggio di quello scellerato!
»Io volai su di lui, ma per celere che fosse il mio moto, non giunsi a tempo per salvare la fanciulla. L'assassino, che sembrava pratico al ferire con quel suo misterioso pugnale, lo immerse nel seno di Dolores, e si mise subito in difesa contro me.
»Io nulla più vidi!… Strepiti di morte! sangue sparso! nulla! mi s'appannaron gli occhi. Non so cosa gridai, cosa feci; non so perchè anch'io non fui trafitto dal crocifisso-pugnale: ciocchè vi posso dire si è ch'io ripresi i sensi, quando la mia bocca si posò sulle labbra della mia donna.
»Io tenni un pezzo la mia destra sul polso di lei,—non un battito! non un segno di vita!… di quella vita per cui avrei dato mille volte la mia!
»Allora, colla disperazione nell'anima, calpestai rabbiosamente il cadavere di quel nemico del genere umano, e dopo d'aver pulita la fronte, su cui s'erano sfraccellati gli spruzzi delle cervella del Satana, io m'allontanai da quella stanza maledetta!»
In quel momento la tromba del quartier generale suonò la sveglia, tutte le altre trombe seguirono, e Brusco si congedò dai giovani compagni, rimasti un momento attoniti dal suo racconto, ma poco dopo padroni delle loro armi e pronti al loro posto di formazione.
Han combattuto; han vintoSotto il talon del forteGiace il tiranno estinto.(BERCHET.)
Sei pure un giorno glorioso, o 30 aprile 1849, in cui un pugno di giovani Italiani, che combattevano per la prima volta, videro le spalle dei vecchi soldati d'Africa, mandati dal Bonaparte, traditore e corruttore dei popoli, e comandati dal figlio d'uno dei primi generali dello zio.
Sì! fu un bel giorno, e sino dall'alba un sergente nemico, inginocchiato ai piedi del comandante della Legione Italiana chiedendo la vita (come se avesse da fare con selvaggi) vaticinava la vittoria della giustizia. «Rialzati, figlio d'una nobile nazione e soldato d'un tiranno» disse il comandante al sergente, porgendogli la mano.
«Rialzati! noi non calpestiamo i caduti, non trucidiamo i vinti.—E male per noi! Forse un giorno spinti dai vostri insulti e dalla disperazione, noi vi sfideremo a morte. Ma no, meglio così, poveri ingannati!»
Richieri di Nizza, fratello d'uno dei feriti di Sant'Antonio, posto in imboscata sulla strada di Castel Guido, mise in fuga una squadra di esploratori Napoleonici, prese loro cavalli ed armi e ne condusse vari prigionieri al quartier generale della legione.
Il generale Oudinot, secondo il costume dei nostri vicini assuefatti a disprezzarci, sbarcato a Civitavecchia, marciò subito su Roma, quale facilissima preda. Egli s'era fatto precedere dai soliti fallaci proclami, in cui i soliti amici liberatori venivano a Roma per salvarla. La risoluzione di resistere, presa dal Governo romano, fu lodevolissima e degna d'un popolo che risorge alla vita dei liberi.
Forti, o deboli, picchiar sempre i prepotenti stranieri, e picchiando si ottengono sempre migliori risultati, che curvando il collo al giogo. Almeno si scansa il sogghigno di disprezzo, che più del ferro colpisce gli umili calpestati.
E la risoluzione di resistere fu accolta dai Romani e massime dalla gioventù italiana di tutte le provincie, con un entusiasmo indescrivibile. Ma altro è entusiasmo, di cui sono sempre prodighi gl'Italiani, altro è quella maschia costanza, di cui abbiam dato sì poche prove sin ora, senza di che non si giunge ad ultimare le grandi imprese.
Poi, ognuno tirava il carro dal proprio lato in questa povera penisola, senza curarsi di stringerci subito in un fascio, e far testa insieme alla prepotenza straniera.
Piemontesi, veneti, toscani, napoletani, ciascuno pensava per sè; e poco importava della sorte dei fratelli, che pure pugnavano per la stessa causa.
I re, si sa, temendo più il popolo dello straniero, desideravano la caduta di Venezia e di Roma. Ma gli stessi archimandriti di queste due e della Toscana fecero forse quanto potevano alla difesa comune? La storia risponderà.
Il Governo repubblicano, emanato dal suffragio libero ed universale del popolo, quantunque composto di gente onesta, era viziato dalla sua stessa natura.
Triumvirato! e quali tradizioni ha nel nostro paese il triumvirato, fuori della guerra civile e della tirannide? Eppure tale fu la forma di governo adottata da uomini pieni di buona volontà e patriottismo, ma traviati dalla presunzione del Mazzini, che senza avere la capacità di comandare, non tollera la direzione altrui, o gli altrui consigli. E senza voler manifestarsi capo assoluto, egli è assolutissimo, e direi quasi un secondo infallibile.
Se Mazzini più che triumviro, dittatore reale di Roma, avesse avuto le doti ed il coraggio di un dittatore, e dittatore si fosse fatto proclamare, cosa non difficile in quei giorni di pericolo, ciò avrebbe incontrato il gradimento dei buoni. Io credo, che se la Repubblica Romana non si sosteneva indefinitivamente, certo essa più lungamente avrebbe durato, e più degnamente sarebbe caduta. E caduta l'ultima, dopo Venezia e l'Ungheria.
Saffi ed Armellini eran patriotti distinti e virtuosi, ma questi due triumviri, siccome la maggior parte degli uomini che componevano la costituente romana, anche buoni ed intemerati, abbisognavano di ciò che si vuole in tempi urgenti, cioè una mente risoluta e ferrea con pieni poteri, e Mazzini, che non l'avrebbe tollerata, non era l'uomo da supplirla.
Comunque fosse, il 30 aprile fu un bel giorno! un giorno glorioso per le armi italiane!
Il generale Avezzana, veterano di cento battaglie ed una delle glorie più pure del nostro risorgimento, trovandosi alla direzione del ministero della guerra, organizzò la difesa della città eterna con molta maestria, ad onta dei pochi mezzi di cui disponeva, e delle insufficienti forze repubblicane, che non bastavano certamente a guarnire l'immensa estensione delle mura di Roma.
I pochi e poco numerosi corpi di Volontari che assistettero a quella magnifica pugna, di molto inferiori di numero al nemico, combatterono valorosamente e come si combatte contro ladri che invadono la propria casa.
Una delle buone disposizioni del generale Avezzana fu quella di occupare le posizioni esterne del monte Gianicolo fuori di Porta San Pancrazio. Le ville Corsini, Panfili, ed altre, situate sui vertici di quelle dominanti colline, presentavano una difesa imponente, coi loro solidi edifizi, coi recinti delle loro mura, ed i superbi secolari boschi che le adornano. Baldanzoso, il nemico avanzavasi sulla strada di Castel Guido verso porta Cavalleggieri, ed alle 10 antim. spiegava le sue teste di colonne, ed assaliva risolutamente, protetto dalle sue artiglierie messe in posizione.
Venendo da Castel Guido a porta Cavalleggieri si lasciano a destra le alte posizioni del Gianicolo, e trovandosi la Legione Italiana su quelle alture, essa colse l'opportunità d'un attacco di fianco sulla destra dei napoleonici.
I soldati nemici, già impegnati all'assalto della porta suddetta, vedendosi bruscamente attaccati sul loro fianco destro e potendo combattere un avversario non coperto da mura, fecero fronte a destra, ed il combattimento impegnossi furioso contro i legionari assalitori. Ivi presero parte, colla Legione Italiana, la Legione Romana, i Volontari d'Arcioni ed altre piccole frazioni di corpi.
Marrocchetti, Galletti, Arcioni, che comandavano i tre corpi suddetti, gareggiarono di valore e d'intrepidezza.
Il capitano Montaldi, uno dei migliori ufficiali di Montevideo, fu il primo che diradò le file di quei reduci valorosi. Alla testa della sua compagnia egli attaccò la destra nemica con tale impeto che la fece piegare sino sulle sue riserve. Ma vergognato di cedere davanti a sì picciol numero di Volontari, il nemico, rimesso dal suo stupore, caricò la compagnia con forza decupla, l'avvolse, ed il prode Montaldi cadde, vendendo ben cara la vita. Egli cadde nelle braccia di Cantoni, che sdegnoso di tenersi al quartier generale, avea accompagnato Montaldi, quando questi riceveva l'ordine d'attaccare. Il valoroso Martino Franchi, che trovavasi in ajuto di Montaldi colla propria compagnia, sostenne l'urto del nemico sino a raccogliere le reliquie dei compagni sopraffatti da sì numeroso nemico. Molti caddero di quella intrepida compagnia, e Cantoni, dopo d'aver sorretto il suo comandante, fu rovesciato egli pure da una palla alla tempia. Le colonne bonapartesche che s'avanzavano su Roma, eran tutte guidate da preti, che marciavano come guide alla loro testa, col crocifisso alla mano. Uno di queste guide, alto e corpulento, che precedeva la colonna del centro, fu da Cicerovacchio additata al generale Avezzana, e questi, che in quel momento trovavasi in una batteria comandata dal tenente Bovi, esclamò: «Bovi! che bel colpo», e Bovi che amava i preti come il diavolo l'acqua benedetta, appuntando un suo cannone da 9 in bronzo, lo diresse con tanta destrezza, e con tanta esattezza riuscì la mira, che la palla portò prete, sottana e crocifisso, tutto in un mucchio tra le fila della testa di colonna, ove fece una vera strage, e per compiere il miracolo, il crocifisso conficossi nell'occhio destro del colonnello Devot, che avea perduto il sinistro all'assalto di Costantina.
«Bravo Bovi! esclamò il fondatore di Tampico¹. Bravo! e se in tal modo fossero accolti il Papa e Bonaparte, questa povera Italia cesserebbe d'esser lacerata e disonorata.»
¹ Avezzana.
Il combattimento del 30 aprile durò molte ore: i Bonaparteschi, battuti di fronte dalla nostra artiglieria delle mura, e fucileria, di fianco dai corpi volontari che occupavano le posizioni esterne del Gianicolo, finirono per ritirarsi in disordine, lasciando nelle nostre mani 500 prigionieri circa.
Gl'Italiani videro le spalle dei loro boriosi nemici, e dovettero capire in quel giorno, che quando si è veramente decisi a battersi, per lo più si vince. Vi furono molti atti di bravura in quei nostri militi improvvisati. Io accennava alla gratitudine dell'Italia alcuni gloriosi nomi di morti, di cui si potrebbe, dire come Byron disse di Dante, di Galileo, Machiavelli, Michelangelo: Questi elementi di grandezza umana, basterebbero a Dio per una nuova creazione!—Ed io dirò: I prodi che caddero per l'onore italiano a Roma sarebbero un lievito sufficiente per una legione di liberatori! Panizzi, Masina, Mameli, Daverio, Davide, Montaldi, Peralta, Minuta, Ramorino, Manara, Melara, Morosini! Che uomini! che uomini!
Quando il carnefice di Roma, che alcuni eunuchi si contenterebbero di veder privo del temporale, innalzava un monumento ai suoi sgherri sulle ossa di quest'illustri martiri, non si trovò un nato di questa terra che tentasse di capovoldare il monumento infame, d'infrangerlo, d'imbrattarlo! Oh! è ben prostrato questo popolo! ben accovacciato! ben nullo!
Alle venture generazioni noi lasceremo dunque la cura di lavare quella culla delle maggiori grandezze del mondo da tanto nero sudiciume! E noi vanitosi impotenti! passeremo… avendo dato al mondo lo spettacolo miserabile di venticinque milioni d'esseri incapaci di scuotere il tarlato catafalco d'un vecchio indecente e di colpe macchiato e moribondo!
Mieux vaut mourir que vivre misérable,Pour un esclave est-il quelque danger?(Muta di Portici.)
Cantoni, udito l'ordine al capitano Montaldi di assaltare il nemico di fianco, e non volendo esser accompagnato da Ida nell'impresa pericolosa ch'egli in cuor suo avea deciso di dividere, la inviò in città col pretesto di provvedere cibi per il Quartier generale. La bella fanciulla, assuefatta ad ubbidire all'amante, partiva ma con repugnanza, e cogli occhi umidi, avendo più caro, certamente di rimanere con lui in un giorno di battaglia. Ciò nonostante colla sveltezza de' suoi quindici anni, essa divorò la strada, adempì malamente alla sua missione e fu di ritorno al suo posto con tutta la celerità possibile.
Ma Cantoni era altrove! e siccome ognuno trovavasi al suo posto di combattimento, già impegnato, non fu facile alla nostra eroina di sapere la direzione del suo caro.
Ida era disperata! vagava tra le fila dei combattenti non curante della vita, e padroneggiata intieramente dall'unico pensiero di ritrovare Cantoni.
Mentre assorta in idee malinconiche e desolata dalle infruttuose sue ricerche, essa nulla vedeva e nulla udiva del fragore della battaglia, un piccolo colpo sulla spalla la rese a sè stessa, e volgendosi scoprì la bella e simpatica figura di Ugo Bassi, il sacerdote della giustizia e dell'onore italiano, l'uomo del sagrifizio, per cui il martirio era un trionfo, sempre adorno e risplendente dell'aureola dell'immortalità, figlia del dovere. Quando nel giorno fatale del giudizio il popolo italiano ricorderà i torti, le ingiurie, le prostituzioni, la corruzione, il servilismo cui lo dannò il clero, forse solo gli uomini come Ugo Bassi (e quanti sono?) saranno sottrati allo sterminio.
Ida guardò istupidita il sacerdote del vero, che ben noto a lei era e venerato, come da qualunque dei militi della causa santa.
«Chi tu cerchi, Ida, è lontano, e dorme a canto ai valorosi che primi scossero questi nostri boriosi nemici, e li fugarono. Meglio è morire che viver schiavo figlia mia!»¹
¹ Ben sapeva Ugo Bassi, quanto accadeva sul campo di battaglia avendo passato tutta la giornata del 30 a raccogliere feriti e soccorrergli. Talchè in quel suo pio lavoro egli fu all'ultimo fatto prigioniero dai nemici.
Bassi avea veduto Cantoni giacente sul cadavere di Montaldi, e lo avea creduto morto.
Ida fu come colpita del fulmine, impallidì e poco mancò che non stramazzasse a terra; un intuito però, un barlume di speranza la sostenne e da coraggiosa che era esclamò! «Per amor di Dio! segnatemi ove Cantoni è caduto!» Il venerando uomo non rispose, partì facendo un segno col capo, ed Ida con lui.
I nemici aveano principiato a ripiegare tempestati dai nostri, ma da soldati assuefatti alle pugne essi ritiravansi combattendo, protetti dalle loro artiglierie. Dimodochè lo spazio che dovea percorrere la simpatica coppia, benchè non più occupato dal nemico, era solcato da projetti d'ogni specie.
Chi ha veduto però il gran martire della libertà italiana in una pugna, senza combattere s'intende, poichè Bassi repugnava dal versare il sangue dal suo simile, chi l'ha veduto, ricorderà che nessuno più calmo ed intrepido di lui, in un campo di battaglia. Non dirò d'Ida, cui la speranza di trovar ancor vivo il suo Cantoni, l'avrebbe spinta risolutamente al maggior disprezzo della vita, se già non fosse stata da per sè stessa coraggiosissima. Così camminarono i due taciturni, e penetrati da santo dovere, così giunsero sul posto della strage, ove si scorgeva un mucchio di cadaveri. Ugo stupì di veder Cantoni in una posizione diversa da quella in cui l'aveva lasciato. Prima lo avea trovato bocconi sul cadavere di Montaldi, ora lo vedeva ad alcuni passi supino e col petto insanguinato da nuova ferita.
Il fatto era così accaduto. La ferita di Cantoni alla tempia l'avea stordito ma non era grave; egli dunque tornò in sensi alcun tempo dopo di essere stramazzato.
Il primo pensiero fu al suo fucile, che gli giaceva ai piedi, e con quello continuò a menar bajonettate ai nemici. Ma benchè in ritirata, e perseguitati dai nostri, uno di coloro a cui Cantoni attraversava il passo lo colpì nel mezzo del petto, il nostro eroe era rovesciato nuovamente, e calpestato dai fuggenti. In tale stato fu ritrovato da Ugo e da Ida, e mentre il primo contemplava distratto la nuova posizione del giacente, la giovane si precipitava sull'amante, e lo premeva sul cuore colla destra.
«Dio mio!… era il grido della fanciulla.—Egli vive!» Il grand'uomo, desto dalle sue distrazioni, capì subito l'intuitiva scoperta d'Ida, e ben contento avvicinossi a Cantoni per accertarsi dell'esistenza. «Egli pugnerà ancora per questa terra infelice!» esclamò Ugo, dopo d'essersi accertato che le ferite non erano mortali, e sciogliendo da tracollo un cantaro pieno d'acqua, inseparabile compagno nelle sue peregrinazioni umanitarie, egli cominciò a spruzzarne sulla fronte del giovine, e quindi a lavarne le ferite, occupazione, in cui questo vero apostolo del vero, era molto capace. La ferita del petto non mortale, era però molto grave, e Bassi, dopo d'averla lavata e medicata accuratamente, volse lo sguardo ad Ida con un sorriso rassicurante, ma nello stesso tempo con un dito sulla bocca accennava ad essa il silenzio.
Il nemico era scomparso. Gl'Italiani vittoriosi tornavano colla fronte alta a riunirsi alle proprie bandiere.
Com'eran belli quei giovani militi d'una causa santa! Sulla loro fronte altiera, era scolpita la preziosa soddisfazione di coscienza, che sola conosce il prode, adempiendo al più sacro dei doveri, insofferenza di vitupero nazionale, castigare la mano che vi offende, la lingua che v'insulta. Essi avean vendicato gli oltraggi di diciotto secoli!
A voi, preti della menzogna, che predicate la mansuetudine e la pazienza, a voi che oltrepassaste la ferocia della jena, il sarcasmo terribile del cocodrillo, a voi si deve l'abbrutimento di questo popolo, cui insegnaste i baciamani, le genuflessioni, la tolleranza dell'insulto. Voi siete maledetti.
… Vittorioso!E catafratto un popoloDalla battaglia uscirne.(BERCHET.)
È pur bello un giorno di vittoria! E più bello per lo schiavo che ha debellato i suoi tiranni!
Che importan le zolle pregne di sangue, la terra seminata di cadaveri e di membra infrante, i lamenti del ferito ed il rantolo del morente… Che importano! Abbiam vinto! Domani le popolazioni festanti accoglieranno i vincitori con strepitose acclamazioni, con pioggie di fiori, e collo sventolare dei bianchi lini da mani, su cui si vorrebbe depor l'anima con mille baci. Ed il plauso, l'affetto delle donne sono certo i preziosi guiderdoni del valore. Sì! donne, ricevete colla scopa i codardi, quella canaglia che non arrossisce d'aver abbandonato i fratelli alle mani col nemico, i propri feriti agli insulti ed allo strazio del mercenario straniero!
Ma i valorosi, i vincitori dell'oppressore beateli! essi son degni di voi, del vostro sorriso, del vostro amplesso e dell'amor vostro! Essi sparsero il loro sangue, cimentarono la loro vita per non lasciarvi ludibrio a sgherri.
I conigli ai cani, al vituperio! E lo ripeto: battete la scopa sul loro codardo volto! Ma ve lo ripeto ancora, donne, e forse per la millesima volta: «Togliete i vostri figli dall'educazione del prete, se no, avrete la colpa voi d'avere dei figli vili, falsi e mentitori, non dei forti, coraggiosi, propensi al bello ed all'onesto, insofferenti di oltraggio, come dev'essere la gioventù italiana. Se voi vedete i vostri figli malaticci, curvi, gobbi, indifferenti al disonore nazionale, ne fu causa il bugiardo precettore che avete dato ad essi.
Avete veduto quel prete che guidando dei fanciulli vestiti da militi, e non sogghignaste di compassione? Un prete che insegnerà loro a far la spia, a porger la guancia sinistra, quando ricevono una schiaffo sulla destra, a non aver altra patria che il cielo, ben anche ad essere nemici di quei veri maestri della gioventù, che ponno guidarla alla santa religione del vero e del diritto.
Che educazione per allevare degli uomini forti che dovranno ricostruire una patria frantumata da tanti secoli, e liberarla dalla cupidigia delle aquile, degli avoltoj e di tutto il rifiuto del genere umano!
Eppure, prima della venuta del prete, da questa terra sorsero quelle Legioni che i dotti nostri ben ricordano, mentre serbano come reliquie le rovine degli archi di trionfo, innalzati dai nostri padri nelle loro capitali.
Solo il prete poteva trasformare il più virile, il più marziale di tutti i popoli nel più molle e più disprezzato.
La sera del 30 aprile 1848, fu una vera festa in Roma per l'incorrotta popolazione. Era un andirivieni strepitoso di gente per quelle superbe strade, ove da secoli non risuonava più l'inno della vittoria.
E se lo spirito della vecchia stirpe passeggia veramente, vergognato, tra le macerie dell'antica capitale del mondo, esso si sarà rallegrato allo spettacolo maestoso del popolo nipote che risorge!
Così fosse!… ma l'anima Italiana è incancrenita, il prete l'ha isterilita, precipitata in un'apatia tale che non sa distinguere se sia stupidità o demenza. Aspettiamo il trionfo della luce, della scienza, dicono: esse diraderanno le tenebre, ed il popolo educato scaraventerà all'inferno il maledetto.
Ma la dottrina, la scienza sono esse migliori dell'idiotismo? Gli archimandriti dei popoli sono essi per la maggior parte dottori, scienziati? Ed il popolo, a che diavolo, è stato anch'egli dotato d'un cervello nella zucca, per non capire che un prete è un impostore? Eppure è così: sfiatatevi a predicare la verità e sarete ascoltati dal popolino a bocca aperta, avrete anche qualche acclamazione ed evviva, ma se una schifosa pinzocchera al suono della musica pretina apre la marcia a prostrarsi ai piedi d'un negromante, il vostro uditorio vi pianterà lì per seguire la beghina ad uso pecora, ed avrete predicato al deserto.
Quel giorno felice i buoni incontrandosi, si stringevano la destra, si abbracciavano e molti avevano gli occhi umidi della contentezza.
Le donne, parte sempre più generosa della famiglia umana, acclamavano con entusiasmo febbrile i corpi dei Volontari che vittoriosi tornavano dalla pugna. I singoli individui che vestivano in una od altra foggia alla militare, e che sovente altro non erano che eroi da caffè, sorbivano anche essi il preziosissimo plauso del bel sesso;—millantatori, che giammai videro il volto al nemico, e che ad udirli, hanno spaccato le montagne, come se fossero di burro.
Accanto ai giocondi e buoni popolani, rari in Roma, ove la contaminazione è quasi generale, erano pure gufi d'ogni colore, ma non era difficile di distinguerli al lezzo ed al ceffo di volpe o di cocodrillo. E fu grave colpa del governo della Republica di non avere sbarazzato la capitale da tanta canaglia, e di non averla almeno inviata agli scoli delle Paludi Pontine. Poi come si poteva difendere quella povera Roma, che avea nel suo grembo tutto quanto c'è di orribilmente retrogrado nell'universo, tanto nei maschi che nelle femmine?
«Largo a los valientes» gridava Costa, che con Aguilan formava a cavallo la vanguardia d'un convoglio funebre alla cui testa si scorgevano due bare, la prima del prode Montalti, cadavere. La seconda mostrava scoperta la bellissima figura di Cantoni, pallida dal sangue perduto, ma esternando quella fiera soddisfazione della coscienza, che anche morendo distingue i valorosi.
«Largo!» e qui conviene informare il lettore sul Costa, che non conosciamo ancora, ma che ben conoscevano le Trasteverine quando all'alba si presentavano alla fontana di Montorio lui ed Aguilan a cavallo, lavando prima bene i loro destrieri ch'essi stimavan più di loro stessi, poi il proprio corpo, tergendolo da capo a piedi e pettinavan la bruna capigliatura, e pulitissimi tornavano al loro posto di battaglia. Giacchè può dirsi dall'assedio di Roma essere stato dal 3 giugno in poi un continuo battagliare.
Andrea Aguilan, già lo abbiamo descritto, era nativo di Montevideo, ma nero perfetto, Costa pure di Montevideo, era mulatto, cioè di quella casta che la civilizzazione europea partoriva e poi rinnegava, come indegna di appartenere alla famiglia umana. Oggi i Lincoln del secolo decimonono hanno infranto nella polve quell'avanzo di barbarie, quella vergognosa prerogativa d'indegni padroni ed hanno provato colla liberazione di milioni d'uomini, che davanti a Dio poco importa il privilegio d'esser nato bianco, nero od azzurro.
Costa ed Aguilan avean seguito la Legione Italiana di Montevideo in tutte le sue gloriose fazioni, ed erano tanto entusiasti degli Italiani, che non vollero abbandonarli alla loro partenza per l'Europa nel 1848.
Essi eran degni di venire annoverati fra i Legionari Italiani, ed a cavallo, come assueffati tutta la vita, e fortissimi, essi prestarono eminenti servigi.
Aguilan, più nobile, avea perduto alquanto di quella sanguinosa fierezza che distingue i gauci¹ del Rio della Plata, in guerre continue, ed altro non mangiando che carne macellata da loro stessi. Non così Costa, il mulatto, di carattere scherzevole, siccome col pericolo, scherzava anche con un nemico prima di spogliarlo.
¹ Uomini vaganti nelle immense campagne dell'America meridionale.
Un giorno, dopo il combattimento del Tassebi (America) si inseguiva il nemico fuggente. Un povero mulatto, ferito in una coscia e caduto trovasi disgraziatamente davanti al cavallo di Costa, che rabbioso d'esser giunto tardi sul campo di battaglia, voleva ad ogni costo mojar¹ la punta della lancia. Invano il caduto supplicava il feritore; Costa si ostinava sempre più a dar delle lanciate, ma non poteva mai raggiungere il corpo del nemico e la ragione n'era ovvia.
¹ Mojar, bagnare—I Sud-Americani tengono a disonore di non bagnare la punta della lancia, o della sciabola, nel sangue nemico nei combattimenti.
Ajutante del comandante della Legione, Costa conduceva un cavallo di battaglia di ricambio, legato al proprio. Ora si figuri il lettore: se un cavaliere che spingendo la lancia indietro per aver più slancio a vibrar il colpo in avanti, colla parte posteriore della lancia incontra il muso d'un cavallo legato alla coda del proprio e più forte, ne risulta necessariamente che il più forte cavallo, per non essere ferito nel muso, s'innalbera e trascina indietro cavaliere e cavallo.
La scena se non fosse stata tragica, era burlesca, ed il povero ferito dovette veramente la vita alla bravura del cavallo legato. Una voce autorevole giunse al Costa. Il mulatto ricordossi ch'egli apparteneva a gente che non colpiva i caduti, ed il ferito fu salvo. Comunquesia un pittore avrebbe trovato nella scena descritta da fare un quadro tragicomico non indifferente.
Largo! largo! urlavano i due militi di colore alla moltitudine d'ogni età e d'ogni sesso, affollata sulla via che percorreva il convoglio delle barelle. E chi avesse gettato uno sguardo scrutatore in quella folla commossa alla vista dei feriti, avrebbe osservato che non tutti si addoloravano a quello spettacolo.
Un volto schifoso di gesuita, che il vetro di una bottiglia aveva solcato, rivolto ad un suo compagno di malvagità, sorrideva e si fregava le mani di contentezza. Colui altro non era che Gaudenzio, che avea scoperto il pallido volto di Cantoni, e lo credea morente; quando il perverso s'avvide poi che la barella del ferito era accompagnata dalla bellissima fanciulla, un brivido di gelosia e di furore corse per tutto il corpaccio del prete, e co' pugni stretti, con un gesto da indemoniato, lanciossi verso il giacente e lo imprecava con diabolico modo. Atraz!¹—hiso de la grandissima!… era proferito dalla maschia voce d'Aguilan che impennando il suo cavallo, e ricordandosi d'esser stato domatore, voleva colle ugna del destriero calpestare l'impudente. Se il Gesuita si fosse trovato dalla parte di Costa, questo sicuramente mojava la lancia in quel sudicissimo sangue.
¹ Frase sovente accompagnata da voce di disprezzo, comunque sempre insultante.
Il prete, codardo quant'era malvagio, non aspettò certamente le zampe del corsiero che lo avrebbero infranto al suolo, ma precipitossi indietro sulla folla d'ogni sesso e d'età, schiacciando donne e fanciulli per salvar la pelle.
«Addosso alla spia!» questa voce colpì Gaudenzio come un fulmine, certo più spaventosa del cavallo d'Aguilan, ed egli accortosene impallidì da somigliar un cadavere. Era nient'altro che la terribile voce di Martino Franchi, che per caso tornava dal campo ove avea fatto prodigi di valore.
«Addosso alla spia!» fu ripetuto da cento voci, e la folla che prima impediva al convoglio dei feriti di procedere, ora lo lasciò libero e rovesciossi sul settario di Lojola.
La base dell'esistenza del preteè la malizia, la menzogna!(Autore conosciuto).
Gaudenzio si credette spacciato e stava veramente fresco, se la moltitudine, come abbiam narrato, in luogo di schiamazzare, confondersi, ondeggiare e rovesciarsi gli uni sugli altri avesse imitato la pacatezza di Franchi, e somministrato almeno al prete una pioggia di pugni.
Ma che volete, se il popolo considerasse con calma la propria potenza e ne sapesse con coscienza e tranquilla risoluzione trarre profitto, certo non vi sarebbero tiranni, non vi sarebbero impostori.
Il nostro Martino dopo di aver sudato, per avvicinare il gesuita, ma invano, dopo d'aver tentato d'arringar la folla ed invano ancora, stanco della giornata oltremodo laboriosa, pensò di ritirarsi per prendere qualche riposo.
Gaudenzio, che maestro era di ogni malizia, non udendo più la voce di Franchi, ch'egli avrebbe distinto nel furore d'una tempesta e che temeva molto più delle ugne del cavallo d'Aguilan, Gaudenzio, dico, profittando della presenza d'un alto personaggio davanti a lui, che colla sua gigantesca corpulenza più d'ogni altro lo impediva di fuggire, annientossi per un pezzo, abbassandosi quanto gli fu possibile, poi rialzandosi come un energumeno si mise a gridar a squarcia gola: «Addosso alla spia!» ed a battere coi pugni sui fianchi del mal capitato colosso, giacchè non lo poteva arrivare più in alto. Chi fosse l'uomo di smisurata statura, molti de' nostri lettori lo avranno forse conosciuto. Esso altro non era che il signor B. Busso, onestissimo repubblicano, che da pochi giorni trovavasi in Roma per assistere al ridestarsi d'un gran popolo.
Il signor B. da principio, non curava lo schiamazzo della plebe, e certamente non vi sognava d'esser lui l'oggetto dell'ira popolare, ma fattone accorto dalle busse del Gaudenzio e da altri che cominciavano ad avventarsi e seguire l'esempio del gesuita, oh allora egli cominciò a movere due braccia che sembravan due travi, e non potendo menar rovesci per la folla compatta, e per l'infinità degli assalitori, egli lasciò cader la destra sul capo del prete, che andò a dar del mento sulle proprie ginocchia. Prendendolo poi pel colletto, come se fosse stato un bambino, lo capovolse, lo afferrò per l'estremità delle gambe, e rotolandolo sulle teste degli avventati, fece in un momento de' suoi dintorni, un mucchio di giacenti accatastati gli uni sugli altri.
Però cosa poteva un solo contro una moltitudine fanatica, e tanto più fiera ch'essa si trovava in fronte un solo competitore? Poi, secondo abitudine romana, alcune daghe cominciavano a luccicare nell'aria, e guai se queste pervenivano ad avvicinare il nostro conosciuto, fortissimo uomo, ma disarmato. Per fortuna del nostro B. e dell'onore Italiano, una voce autorevole e terribile fece ristare la moltitudine, e tutti gli sguardi furono rivolti a quella parte. Il generale Avezzana, col suo stato maggiore, rientrava in Roma dopo di essersi coperto di gloria nella brillante pugna di quel giorno.
«Fermi!» fu il grido del maestoso veterano della libertà Italiana. «Fermi!» e frattanto, seguito da dieci cavalieri, il generale rompeva la folla col petto del cavallo, dirigendosi verso l'aggredito straniero ch'egli avea subito riconosciuto, ed indovinato il motivo dell'aggressione, fece scendere due ufficiali che ajutarono il nostro B. a montar a cavallo. E dopo poche parole che soddisfecero i popolani, la comitiva s'incamminò fuori di quella babilonia. Gaudenzio trovato svenuto al suolo quando la folla si diradò, fu raccolto da alcune pie Trasteverine, e trattato quale una vittima di patriottismo. Parecchi popolani dei rovesciati da B. narravano la stessa sera ai loro amici e famiglie; che se tutti avessero mostrato il coraggio e la risoluzione di quel tale dalla cicatrice sulla faccia (prodotto dal colpo di bottiglia di Franchi) la spia non sarebbe fuggita alla giustizia del popolo.
Ecco come vanno le cose del mondo, e come il più delle volte i birbanti sono portati in palma di mano!
Ed i confessionali servissero a far bollire i maccheroni dei poveri…
—Che ve ne pare?
Una delle opere benemerite dell'umanità, che si attuarono in Roma in quel breve periodo di sovranità popolare, fu la bruciatura dei confessionali, e se ne deve l'iniziativa, come abbiamo detto, all'onesto e coraggioso tribuno del popolo, Angelo Brunetti, conosciuto col pseudonimo di Cicerovacchio.
Quando gl'Italiani saranno richiesti d'amicizia dall'Austria, ciocchè può succedere sotto questo spudorato governo (1869) ricordando Cicerovacchio e Bassi, assassinati vilmente dagli sgherri di quella nostra nemica, essi ne compiranno l'atto vituperevole e militeranno sempre a favore de' nemici di essa.
Stole, sottane, mitre e confessionali, e quanti emblemi delle vergogne Italiane, avrebbero dovuto passare per un auto da fè generale seguito dall'espulsione completa del pretismo, dal sacristano al Papa. Ma essi furono invece trattati coi guanti di seta, mentre spiavano e demoralizzavano quanto c'era di buono in Roma in tempo dell'assedio, e lo straniero invasore abbondava certamente d'agenti fidatissimi e zelantissimi nell'interno e fuori della città.
Il prete poi, essendo uno de' suoi attributi principali il fare la spia, la fa con una maestria insuperabile. Aggiungete a ciò il suo dominio sulle masse ignoranti e vedrete di quanto danno sia a questo povero paese la permanenza nel suo seno di questa congregazione d'uomini, la più scellerata che mai abbia vomitato l'inferno¹.
¹ A chi scrive successe di militare sul territorio Romano—Pare impossibile quali difficoltà s'incontrino per aver delle guide indispensabili in tempo di guerra.—Nemmeno prodigando l'oro è facile ottenerle.—E ciò si spiega essendo i contadini, gente idonea a far da guida, intieramente in mano dei preti.
La simpatica e maestosa figura del gran popolano di Roma risplendeva d'una luce celeste al chiarore dell'incendio dei tabernacoli di menzogna e di corruzione che si effettuava dalla moltitudine davanti al maggiore dei templi, sulla piazza immensa ove s'innalzano i superbi obelischi di Menfi.
«Vi sei finalmente arrivato, paron Angelo, alla meta del tuo desiderio, abbruciando tutte queste scandalose baracche, ove le nostre donne ingannate e fanatiche, andavano a servir di trastullo a quei buffoni maledetti di Dio!
«Ciocchè mi duole, Carbonaretto (amico del Brunetti), è che temo non sia questo un fuoco di paglia che, quando sparisce la fiamma, altro non resta se non se un mucchio di sudicia cenere, dispersa dal minimo soffio di vento.
«Sono i birbanti che contaminavano queste baracche con ogni sorta di vizio, che bisognava eliminare dalla terra classica delle grandezze umane da essi ridotta a cloaca.
«Temo non saremo capaci di tanto. Comunque sia ti prego a non lasciar avvicinare tanto quei ragazzi al fuoco, perchè non succeda qualche sventura.»
Tale era la risposta del grande patriota al suo interlocutore, non trascurando, mentre lo premevano alti pensieri per la salvezza della patria, la sua sollecitudine verso i monelli, ch'ei temeva in pericolo, e che pericolavano veramente nel voler troppo da vicino attizzare il fuoco alle baracche pretine.
«La Spagna, esclamava il nostro Zambianchi (anche lui intimo di Cicerovacchio e che non avea perduto una parola del dialogo suddetto), la Spagna precipitò i frati dalle finestre, son ora pochi anni, e per non aver estirpato totalmente questa gramigna si trova oggi più infratata che mai, colla guerra civile, e depressa all'ultimo posto delle nazioni. Se volessero lasciarmi curare quel cancro dell'Italia, vi assicuro che presto non si parlerebbe più di briganti, creati ed alimentati da questa canaglia e dal loro padron della Senna. Certo, non vi sarebbero più invasioni straniere e cesserebbe questa vita d'inferno, che si vive, per colpa di costoro, e di governi come loro pessimi, che li proteggono, e di una generazione d'imbecilli che li tollerano.
»Mio caro amico, ripigliava il venerando tribuno, tu hai ragione: se non si sana l'Italia dai chercuti, essa aspirerà invano a redimersi. Ma dimmi! non si potrebbe trovare il modo di reprimerli, senza ucciderli¹, per esempio occuparli allo scolo delle paludi Pontine, migliorare la condizione igienica della Sardegna, delle Maremme, infine a qualunque opera di utilità pubblica.»
¹ Quando pochi mesi dopo, gli Austriaci ed i preti fucilavano lui e i suoi due figli, Ugo Bassi e nove innocenti compagni, non facevan tante parole e considerazioni.
L'invito ed austero Romagnolo crollava il gran capo in segno d'incredulità. Egli aveva tanto sofferto nelle mani del negromantismo, che respirava vendetta da tutti i pori e vendetta di sangue! Il discorso, un momento sospeso, fu intieramente tronco da un chiarore straordinario. La gran piazza del Vaticano ne fu illuminata sino ai più reconditi siti del colonnato. Forse ciò proveniva da maggior numero di confessionali accatastati, o da qualcuno più ricco in pitture, e quindi i più incendiabile. Tale chiarore straordinario scoprì al Zambianchi, che dominava la folla di quasi tutta la testa, qualche cosa d'insolito nel vacuo del colonnato¹, ed egli si diresse a quella volta.
¹ La piazza del Vaticano è adorna d'un maestoso colonnato a destra e sinistra della porta del tempio.
Giunto vicino all'oggetto della sua mossa, egli scoprì tre individui affaccendati nell'accomodar qualche cosa sul lastrico, e benchè vestiti da borghese, Zambianchi riconobbe in essi tre servi del demonio.
Veder un prete e raccapricciare, e sentirsi il sangue montare al capo, era naturale al Romagnolo, vittima, come abbiam detto, della rabbia pretina, per esser uomo di liberi sensi ed amico del vero, quando trovava poi qualche nero fuori della via, egli temeva subito tradimenti e peggio. E qui era veramente il caso, dimodochè Zambianchi raddoppiò il passo quando si fu accertato della natura delle belve. Siccome poi questo colosso a bellissime forme, era diritto come un palo, ed aveva la spina dorsale inflessibile, quindi per compatta che fosse la folla, era probabile che i tre impostori vedessero il nostro amico sin dalla sua prima mossa.
Il lettore si persuaderà che i tre non aspettarono Zambianchi, che marciava verso di loro a passo celere. Tanto più che, come vedremo, trovavasi fra i tre un'antica conoscenza del terribile milite della dignità umana.
Zambianchi era li lì per metter la mano su quell'uno che somigliava alla visione veduta nella notte della catastrofe di San Leo. Ma sì! i tre negromanti, che avean tardato per acconciarsi certo arnese sulle spalle, scivolarono davanti al gigante da sembrar anguille. Il nostro amico indispettito di vedersi fuggir la preda raddoppia il passo e mentre toccava quasi con una mano che sembrava una palla da piroscafo, la spalla dell'ultimo fuggente, questo sparì dietro agli altri due, che spalancarono una di quelle porticine ad arazzi, ossia di stoffa che i preti usano per non esser molestati dal rumore che farebbero le porte di legno, aperte e chiuse dai fedeli imbecilli. Quella porticina dava adito a corridoj laterali del grandissimo tempio di Pietro, e Zambianchi imbarazzato nella porticina che s'era rinchiusa sul suo muso, quasi disperò dell'impresa sua. E se non succedeva quasi per miracolo una circostanza per essi avventurata, i tre preti erano bell'andati.
Ma la provvidenza voleva anche questa volta mostrare a questi nostri zucconi concittadini tutta la malizia di questi neri manigoldi del nostro paese. E con chi inciampavano i tre fuggenti nel corridojo del tempio, il lettore quasi lo stenterà a credere: ed io stesso che lo scrivo mi maraviglio sommamente di tale fatale coincidenza. Inciampavano nientemeno che con Martino Franchi, che i begli occhi di una trasteverina avean condotto in chiesa, luogo poco frequentato dal nostro spregiudicato Bresciano. I due primi lo scansarono lasciando il nostro amico stupefatto di veder portare tubi da razzi¹ in quel recinto. Ma il terzo! Dio me ne liberi! quando s'affacciò nella maschia fisonomia di Martino diede un grido di dolore e gli s'annuvolarono gli occhi.
¹ Razzi alla congreve e molto usati dagli Austriaci, e credo per spaventare gl'inesperti giovani Italiani, a cui essi mai non recarono danno. Ai preti probabilmente erano stati regalati dai loro imperiali amici questi razzi che si adoperarono nella sera descritta.
«Birbante!…» era la voce del nostro Franchi, affacciandosi al Gesuita, e l'eco, ossia la tremenda voce di Zambianchi, ripeteva a pochi passi. «Birbante!» Povero Gaudenzio! e dico anch'io povero benchè si tratti d'uno di questi malvagi neri e veramente lo lascio pensare ai lettori.
Meglio di costoro l'inferno con tutte le sue orribili scotature come è descritto da codesti adoratori del ventre e delle lussurie.
Giammai sotto l'ugne del leone o del tigre un innocente agnello trovassi a sì mal partito!
Il Gesuita fra quelle due bagatelle d'amici tremava da capo a piedi, e prima che veruna interrogazione gli venisse fatta, esclamò: «La vita! la vita!… per amor di Dio! (e ci tengono sì, alla pelle questi furfanti!)» Zambianchi e Martino con una mano ciascuno al colletto del malvivente, maneggiavan coll'altra il tubo, che avean raccolto da terra e lo contemplavano, Franchi che avea veduto gli Austriaci più da vicino disse: «Non è questo un razzo, venerando padre? ed il prete: Dio mi perdoni!… (E sempre con Dio, come se fosse roba esclusiva di questa sacrilega canaglia), Dio mio perdoni! Sì! sono razzi ed io vi conterò tutto, se mi date salva la vita.»—Ma tu chi andavi ad ammazzare con quest'istromento, sacco di delitti? diceva Martino, misurandoli il pugno sul ceffo.
Zambianchi, distratto sino a quel momento dalla vista del tubo, e seguendo l'esempio del compagno, preparavasi colla mano chiusa a lasciarla cascare sul capo della vittima, Gaudenzio era bello e spacciato, se riceveva quella pesante mazza sul cranio.
Ma Franchi più accorto, e forse più umano, esclamò: «No, amico mio, noi dobbiamo conoscer prima il filo di questa matassa. E trattandosi di prete, può esservi alcunchè d'importante per la Repubblica.
»Ove condurremo questo brigante, riprese Zambianchi: metterlo in mano dell'autorità, lo stesso vale di lasciarlo libero. Dunque? Il quartiere della Legione Italiana sembrami adeguato ad ingabbiare quest'uccello, rispose Martino.» E l'altro sospendendo il Gesuita per il colletto, e colla destra convulsa, crollandolo, gli fece mandar fuori un ahi!… che sembrava dover essere il suo ultimo, ed aggiunse:
«Anche i migliori tra i nostri si accingono a prottettori di questi mostri!» I tre, cioè, i due col perverso in mezzo, uscirono da dove erano entrati e quale fu la loro sorpresa vedendo l'aria illuminata da stelle cadenti, udendo un fracasso, nello stesso tempo, come d'un campo di battaglia. E la folla al solito rompevasi il collo per fuggire. «Era questo il trastullo che preparavate al vostro gregge, scellerati! urlavano i due nostri amici.—E Zambianchi che s'era incaricato del tubo dei razzi stava per scaricarlo sulla chierica del prete, quando la veneranda forma di Cicerovacchio si fece avanti e vedendo l'atto del Romagnolo, ne trattenne il braccio. Anche questa volta fu salvo quel nero avanzo di galera e conservato a nuovi misfatti. «È questa una notte d'inferno.» esclamò il nuovo venuto. E Franchi: «Proprio d'inferno quando infettano l'aria questi demoni armati di tali ordigni di carità cristiana». E Zambianchi mostrava al Brunetti il tubo trovato al Gesuita.
«Io, già l'avevo immaginato, è opera di questi assassini. E di chi doveva essere se non questo crittogamo del nostro infelice paese.» Così diceva il venerando tribuno: domani voi udrete gridare al miracolo da tutti coloro, e da quanti imbecilli nutra tra le sue mura questa vecchia e putrida donna del mondo. Con queste menzogne l'umanità è traviata da tanti secoli, immeserita, prostituita. Ed andate a dire all'ignorante contadino od alla vecchia avanzo di vizi e di dissoluzioni, che un prete è un impostore?
Noi siamo alla metà (1849) del diciannovesimo secolo e questa generazione che si millanta civile non si vergogna di udire ogni giorno i pretesi miracoli della meretrice setta! Coi razzi austriaci… eh! venivate a fare i miracoli, questa nera razza di Caino! E questa sventurata Italia non si risolverà a sbarazzarsi di voi manigoldi del genere umano!…
Lo stato del Gesuita lo lascio immaginare al lettore. Esso trovavasi fra tre custodi inermi, ma dei quali, il più vecchio e forse il men forte, era capace di ammazzarlo con un pugno, tutti e tre irritati dal modo nefando con cui i preti volevano spaventare la popolazione romana. E veramente non vi fu solo spavento, essendo la folla compatta e non potendo fuggire colla celerità richiesta, e perciò vi furono molti feriti, ma felicemente nessun morto.
Zambianchi non volle accompagnare il prete, e ben per lui, poichè difficilmente esso sarebbe giunto vivo a destinazione. Franchi ed il Carbonaretto se ne incaricarono.