The Project Gutenberg eBook ofCantoni il volontario

The Project Gutenberg eBook ofCantoni il volontarioThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: Cantoni il volontarioAuthor: Giuseppe GaribaldiRelease date: April 27, 2008 [eBook #25199]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CANTONI IL VOLONTARIO ***

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Title: Cantoni il volontarioAuthor: Giuseppe GaribaldiRelease date: April 27, 2008 [eBook #25199]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

Title: Cantoni il volontario

Author: Giuseppe Garibaldi

Author: Giuseppe Garibaldi

Release date: April 27, 2008 [eBook #25199]

Language: Italian

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

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Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the

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1870

Proprietà letteraria.

Tip. GUGLIELMINI.

Non potendo operare altrimenti, ho creduto ricorrere all'opera della penna:

1.º Per ricordare all'Italia molti de' suoi valorosi, che lasciarono la vita sui campi di battaglia per essa.—Alcuni son conosciuti, e forse i più cospicui, ma molti dormono ignorati, che non furono da meno dei primi. A ciò mi accinsi, come a dovere sacro.

2.º Per trattenermi colla gioventù italiana sui fatti da lei eseguiti, e sul debito sacrosanto di compire il resto, accennando colla coscienza del vero, le turpitudini, ed i tradimenti dei reggitori e dei preti.

3.º Infine, per ritrarre un onesto lucro dal mio lavoro.

Ecco i motivi che mi spinsero a farla da letterato in un tempo in cui credetti meglio far niente che far male.—Nei miei scritti io quasi esclusivamente narro de' morti; de' vivi meno che mi sia possibile, attenendomi al vecchio adagio, «che gli uomini si giudicano bene dopo morti.»

Stanco della realtà della vita, ho creduto di adottare il genereRomanzo storico, stimando far bene.

In ciò che appartiene alla storia, credo d'esserne stato l'interprete fedele, almeno quanto sia possibile d'esserlo; poichè, massime negli avvenimenti di guerra, si sa quanto sia difficile il poterli raccontare con esattezza.

Circa alla parte romantica, se non ci fosse la storica, in cui mi reputo competente, e se non mi sentissi provocato dall'insofferenza dei vizi e nefandezze del pretismo e suoi protettori, io non avrei tediato la gente in un secolo in cui scrivono romanzi i Guerrazzi ed i Vittor Hugo.—Infine, propenso alla tolleranza, io scrivo più in odio al male, che affligge l'odierna Società, che agli uomini che la rappresentano colle denominazioni di ministri di Dio e della Corona.

Caprera, 15dicembre1869.

Ce n'est pas vrai qu'aux rois nous ayons fait l'aumone:Nous servions l'Italie, nous ne servions personne.(Autore conosciuto)

Bello come l'Apollo di Fidia¹, come Milone di Crotona robusto², Cantoni, il coraggioso volontario di Forlì, destava l'ammirazione universale degli uomini quando alla testa de' suoi militi assaltava il nemico d'Italia, e quella delle donne,—e le donne sì che sanno apprezzare il bello e valoroso uomo. Sulle donne dunque egli esercitava quel delizioso fascino contro cui non varrebbero le gelose mura degli harem³, custodite dalle guardie di Neri e dagli Eunuchi del severo despotismo orientale, quel fascino che lega al destino del suo idolo la più debole, la più forte, la più virtuosa, la più depravata. ma comunque la più perfetta delle creature con cui Dio abbellì la famiglia degli esseri animati su questa terra.

¹ Esistente nel museo di Roma. ² Milone che con un pugno uccise un bue. ³ Negli Harem i Turchi tengono le loro donne.

Vi sono degli uomini, ai quali per quanto cara ti sia l'esistenza, l'affideresti come alla madre che ti portò in grembo.—A cotesti il cane fido di casa tua non abbaja; i tuoi bimbi, che lo videro per la prima volta, si rovesciano tra le sue ginocchia implorandone una carezza. Fidente nella virtuosa sua amicizia, tu non sei geloso della tua donna. Guai al protervo che attentasse di denigrare la tua riputazione in sua presenza!—E se giammai l'avversità amareggiasse l'anima tua, l'amico dividerà teco il suo pane e ti mostrerà gratitudine per averlo preferito nella sventura.

Tale era Cantoni, figlio prediletto delle Romagne, il volontario Cantoni, volontario e non soldato; egli serviva l'Italia, e solo l'Italia o la causa de' popoli oppressi; egli serviva l'Italia Nazione non i suoi reggitori, più o meno tiranni, più o meno prostituiti allo straniero.

Finita la guerra, Cantoni tornava alle delizie del suo campo non vasto, ma bastante alla sua esistenza, perchè lo coltivava con energica solerzia, perchè a Cantoni bastavano i frutti del suo sudore per soddisfare i propri bisogni.—«Conformandosi alla propria condizione non si è mai poveri» questa era sentenza che egli aveva imparato dall'onesto suo padre e che giammai non dimenticava.

Invano, innamorati della bella e marziale figura dell'Achille Italiano, i soldati di mestiere lo avevano accarezzato per attrarlo nella loro confraternita, indorata, grassa, pieghevole col potente e coll'oppresso proterva. Egli aveva rintuzzato la bramosia dei moderni bravi, che per soddisfare i molti loro bisogni furono obbligati di piegare la cervice ed il ginocchio davanti al nuovo e più potente feudalismo, di cui l'Europa altro non è che un appannaggio.

Il soldato di mestiere ha sacrificato sull'altare del ventre ogni sentimento onesto. Egli non deve, non può aver volontà, chè il padrone pensa e vuole per lui. Il soldato ubbidisce: il cittadino si deve legare, fucilare, sia pure l'amico, il fratello, il padre… Il soldato di mestiere conosce un sentimento solo, una sola legge: ubbidire!—Lo straniero calpesta la terra italiana, beve il vino italiano, stupra le fanciulle italiane,—una mano di prodi insofferenti di vergogna affronta le soldatesche d'un esoso tiranno, e pugna e muore perchè poca e male armata… il soldato italiano dall'alto dei colli (ove il padrone col più astuto gesuitismo lo ha collocato col pretesto di custodire l'onore italiano, ma in realtà per far da sgherro ai propri concittadini, ed abbandonarli soli alle mani con soldati stranieri), il soldato italiano, dico, contempla l'inegual pugna, dice d'essere commosso, ma non può dividere le glorie ed i pericoli dei fratelli, perchè al padrone vendette la propria libertà.—Esso ubbidisce!—E quando gl'Italiani giacciono affamati, egli ubbidisce al padrone che vietò loro l'ingresso del pane… Ubbidisce al padrone intercettando armi e munizioni ai militanti italiani, e quando questi, sudanti, spossati, sconfitti, sono cacciati dallo straniero, il soldato italiano ubbidisce incarcerandoli…

È pure umiliante di dover ubbidire sempre, anche quando vi ripugna alla coscienza! Sotto un governo eletto, la disciplina è non solo necessaria, ma onorevole. Non così sotto un governo imposto, ove la sorte della nascita vi dà irrevocabilmente un padrone.

Anche il volontario ubbidisce; ma quando è spinto dalla causa santa del suo paese, o dall'umanità, allora l'ubbidienza è sacra!

La patria è in pericolo, umiliata, vilipesa, i volontari accorrono da ogni parte della penisola, nè un solo capace di portar le armi deve mancare.—Il nemico è battuto, il pericolo scomparso, il volontario torna al suo focolare a lavorare al suo campo o ad attendere ad altre occupazioni che devono fruttargli la sussistenza.—Egli nelle veglie della sera racconta a' suoi cari la privazioni, i pericoli, le pugne indurate a pro' dell'Italia, e colla fronte alta dice: Io nessuno ho servito, ma il mio paese!

Com'è bella la vita dell'uomo indipendente! E per esserlo, basta conformarsi alla propria condizione. Ma i vizj, l'amore dell'oro e delle gozzoviglie conducono l'allettato sibarita all'umiliazione, alla dipendenza ed al vituperio.

L'Americana Nazione ha dato negli ultimi tempi un superbo esempio per il milite cittadino. Un formidabile esercito, d'oltre un milione di soldati, dopo d'aver liberata la patria, torna ai suoi focolari, ed i generali di quel brillante esercito ripigliano, senza nulla esigere, le loro antiche professioni coll'onesto guiderdone e soddisfazione dell'anima d'aver fatto il proprio dovere.

Passiamo presto e sulla punta dei piediquel monticino di fimo e di sangue,che si chiama Papato.(GUERRAZZI).

Era una sera d'autunno; sulle cime e sul pendio orientale dell'Apennino fioccava la neve. Nel cielo non si scuopriva una nube, perchè opaco plumbeo e grigio dal riverbero delle argentate colline.—Il soffio temuto della Bora¹ udivasi come un lamento della sventura tra le secolari piante della foresta. E quel lamento era sovente frammischiato al rumore di passi di un cavallo che da Bologna per la strada di Firenze si dirigeva alle Filigari².

¹ Vento da Greco. ² Villaggio al confine dello Stato Pontificio verso la Toscana.

O notte tetra, fredda, terribile, come eri bella! come allettante peril giovinetto che batteva la via per raggiungere un pugno diVolontari, che nell'osteria delle Filigari ebbero dal GovernoPontificio il divieto di penetrare sul territorio Romano!

Quel giovine era Cantoni—Cantoni a quindici anni era un'uomo fatto e qual uomo fosse già lo abbiamo dipinto.—Via! Via! corsiero, il cavaliere non iscorge i tuoi fianchi insanguinati, non la bocca spumante.—Via! benchè fedele, coraggioso ed amato, egli a te non pensa.—Per la prima volta, incaricato d'importante missione, egli a te non pensa, ma compierla e sollecitamente. Soffi pure la bora e fiocchi la neve, più che dal mantello, coperto da' suoi quindici anni il cavaliere divora la via, e giunge finalmente alla porta dell'osteria delle Filigari.

«Alto!» grida una sentinella, situata alla porta, ove un fuoco continuamente ravvivato supplivagli ai panni estivi ond'era coperto.—E quella voce dall'alto pronunziata con molta energia era tutto quanto di militare poteva discernersi in quella poco militare caserma.

E veramente, chi gridava «alto!» colla stessa boria d'un veterano d'un principe, era vestito in borghese con pantaloni di tela, giacchetta di brunella ed un cappello di paglia.—Tuttociò componea l'uniforme, per fortuna però l'oste, che la facea da intendente generale, avevagli prestato una delle sue coperte, che serviva di mantello al volontario, cui toccava fare la guardia.

«Alto! Alto!» urlava quel dal cappello di paglia, vedendo come colui che giungeva poco caso facesse della sua consegna.—Gettata via la coperta, e dato di mano ad un forcone di legno che si trovava dietro la porta, lo presentò al muso del cavallo, che diede un salto indietro.

Qui successe un baccano.—Cantoni, rinvenuto dalla distrazione de' suoi pensieri, e vedendosi davanti quelcosoin cappello di paglia in tale notte che facea da militare, diede in uno scoppio tale di risa da svegliare quanti si trovavano dormendo nell'osteria.

Franchi—poichè la sentinella altro non era che il nostro bresciano Martino Franchi—indispettito dalle risa del nuovo arrivato era lì lì per forarlo col suo tridente—e con quelle bagatelle di braccia il nostro eroe stava fresco.

Per fortuna, alle risa dell'uno ed al chiasso dell'altro venne fuori dall'osteria una mano di Volontari che s'interpose tra il robusto Martino ed il suo giovine competitore. Cantoni profittò della calma, saltò da cavallo, dimandò del capo, a cui vi fu condotto, e rimise nelle sue mani un piego, ch'era stato il motivo della sua notturna cavalcata.

«Bravi! esclamò il Comandante. Questi Bolognesi sono un gran valoroso popolo! E se tutte le città italiane imitassero Bologna, l'Italia sarebbe presto al suo posto tra le Nazioni, e non ludibrio d'ogni mercenario straniero.»

«E l'hai proprio veduto penzolar dal balcone quel Latour, generale delPapa?

«Per Dio! rispose Cantoni, l'ho veduto io stesso, e con queste mani aiutato da un pugno di bravi giovinotti esso avrebbe capitombolato da un balcone del palazzo di città, in un modo da consolar l'anima del povero oppresso popolo. Ma quel brav'uomo di padre Gavazzi—sempre generoso, quanto è buon patriota—dopo d'aver suscitato il popolo con la sua fulminante eloquenza, si oppose alla realizzazione del volo che si volea far spiccare al vecchio mercenario della Negromanzia.

«Ebbe però bisogno di faticar molto ed impiegare tutta l'erculea sua forza per istrapparci la nostra preda.

Il Comandante dei Volontari osservava con compiacenza il bellissimo e robusto romagnolo mentre favellava, e sorridendo pensava:—Ecco la stoffa con cui senza dubbio, si formavano le antiche Legioni di Roma, che in tempi, ove la forza del braccio era tutto, passeggiarono sulla superficie del globo domando le più fiere nazioni!

Oh! i preti soli eran capaci di ridurre quel grandissimo popolo all'infimo della scala umana… Fortuna che alcun rampollo della stirpe antica, germoglia sempre dal seno di questa vecchia matrona, per ricordare ch'essa fu terra di Grandi!

Ainsi qua le tyran,L'esclave est un impie, rebelle à la Divinité!(CHENIER.)

Da quanto si disse si comprende essere stata la missione del nostro Cantoni quella di portare un dispaccio al Comandante dei Volontari, per ragguagliarlo di quant'era succeduto a Bologna e chiamarlo co' suoi militi in quella città.

E veramente il coraggioso popolo dell'8 agosto¹ sapendo trovarsi i militi di Montevideo alle Filigari, tumultuò, recossi al Palazzo di città e dopo d'aver minacciato il generale pontificio Latour di precipitarlo dal balcone, ottenne la chiamata in città dei fratelli relegati nelle nevi dell'Apennino e destituiti d'ogni più bisognevole di vitto e di vestiario.

¹ L'8 Agosto 1848 i Bolognesi cacciarono gli Austriaci da la loro città con eroismo sorprendente.

E n'era ben tempo. I pochi fondi, che individualmente possedevano i volontari, erano stati raccolti in massa, con mutuo consenso per la sussistenza comune, ed esausti.—L'imperversante stagione anticipava i rigori, e già non solo un palmo di neve inargentava le vette dei monti ma minacciava coprire la pianura. E con quella bagatella di panni da state—che per la maggior parte vestivano i volontari—v'era proprio da star freschi. Ma il SS. Padre, amorosissimo dei Cristiani, aveva ordinato che quella parte del suo gregge, non entrasse sul sacro territorio suo, e ciò dovea bastare.

Avanzo di cento pugne e penetrati della santa missione di redimere l'Italia dall'impostura e dalla tirannide, que' pochi avanzi di Luino e di Morazzone¹ erano veramente formidabili alla negromanzia.—L'Italia dal suo canto capiva sin d'allora che tra questi campioni del diritto e dell'onor italiano ed il prete, era questione di vita e di morte, e che se il disonesto deve finalmente soggiacere sotto la sferza della vera morale dei liberi, quella cloaca del Vaticano dev'essere finalmente purgata.

¹ Terre di Lombardia ove accaddero gli ultimi combattimenti di Garibaldi e de' suoi nella ritirata del 1848.

La maggior parte degli ufficiali appartenevano alla schiera dei prodi venuti da Montevideo, ove avevan lasciato bella fama di loro e fregiato il nome italiano con imperituro decoro.

Ove son essi i Settantatre Argonauti che traversaron l'Oceano per portar all'Italia non i loro tesori, ch'essi eran poveri, ma le loro destre, onorevolmente incallite nelle battaglie del Nuovo Mondo per la libertà delle Nazioni?

Ove son essi? Dimandatelo al bifolco romano quando ei rintuzza la punta del vomero nei teschi che imbiancano le zolle del suo campo, od al Ciociaro¹ quando bestemmia per gl'inciampi che il suo cavallo trova ad ogni passo sul vecchio Gianicolo! Le loro ossa?… Son seminate sulla Via Scellerata e non un sasso sorge sulla sepoltura di quei valorosi! Non un segno che mostri al passaggiero e che le distingua dall'infinita canaglia che germogliò e si spense sulla terra dei Cincinnati da circa diciotto secoli!

¹ Ciociaro—Pastore a cavallo.

Frattanto, Italia, sullo stesso sito ove giacciono calpestate ed insepolte le ossa dei tuoi prodi, il tuo vampiro, il tuo mal genio, il vituperevole prete innalza monumenti all'immorale schifoso mercenario che ti deturpa, santifica i carnefici, cantaTe Deumalle sue orgie di menzogne e di sangue!

E peggio ancora! Tu, meretrice fracida di prostituzione, ogni giorno vai a inginocchiarti ai piedi d'uno di questi assassini de' tuoi figli!!!

Sì! Montaldi, Masina, Daverio, Ramorino e tanti superbi e prodissimi figli di tutte le provincie Italiane, giacciono senza sepoltura sulla terra sventurata dei portenti e delle maledizioni!

È pur bello, massime per gli amanti di spettacoli, un ingresso in città italiana fra gli applausi della moltitudine e i nembi di fiori che oscurano ed imbalsano l'atmosfera!

In Bologna però—nell'ottobre del 48,—i fiori erano scarsi, ed al diffetto supplivano le bellissime figlie di Felsina collo sventolare dei candidi fazzoletti, e coi fervidi tramandati baci con cui esse beavano gli arditi e poverissimi Volontari—gli stessi che dovevan poi veder le spalle degli Imperiali Soldati del Papa, ma finire gloriosamente sotto le mura di Roma—grazie all'indifferenza di questo nostro popolo, sin ora almeno molto esaltato a scialaquare spettacoli e dimostrazioni, ma parco e restìo nell'aiutare i fratelli militanti contro lo straniero.

Lasciato l'albergo delle Filigari,—per la volontà dei fortissimi Bolognesi,—la brigata dei Volontari s'incamminò verso la fiera metropoli delle Romagne, e la gioventù generosa accorreva all'incontro dei nostri prodi con bandiere ed acclamazioni, ed anelante di congiungersi ai fratelli per finirla coll'abborrito governo dei preti.

L'ingresso fu una vera festa, i bravi popolani ed il bel sesso d'ogni ceto accoglievano i cari Volontari con affetto ed entusiasmo indicibile.

Solo alcune code¹ e neri, peste dell'umana famiglia, adocchiavano furtivamente lo spettacolo da dietro i vetri delle finestre, e si ritraevano cauti, tementi di contaminare gli occhi loro da rettili arrestandoli nelle franche e maschie fisonomie di cotesti nemici della menzogna e del despotismo, oppure tementi che il popolo, conscio delle loro scelleragini, non li scovasse e li precipitasse sul lastrico.

¹ Si chiamavano code i retrivi.

Molte carrozze, uscite dalla città all'incontro dei Volontari, li avevano accolti tutti, e così si effettuò pomposamente l'entrata in Bologna. Uno splendido banchetto, preparato all'albergo del Leon d'oro, completava la bella accoglienza fatta ai campioni del diritto italiano e quivi essi discesero per rifocillarsi.

«Abbasso i preti! Morte ai mercenari!» urlava il popolo, mentre difilavano verso i loro quartieri i Papalini che con due cannoni e molto apparato di forza tornavano dalle Filigari, ove avevan compita la missione d'impedire ai Volontari d'entrare sul territorio romano.

«Morte ai Papalini! Mettetevi alla nostra testa, Comandante, e vedrete come aggiusteremo quella canaglia!» ed i Bolognesi non burlano quando si tratta di fatti.

Il Comandante dei Volontari, a cui si dirigevano quelle parole tripudiava di contento nel vedere quel buon popolo così risoluto, ma non volle assumere la responsabilità della strage che poteva succedere, spingendo gente inerme contro truppe straniere armate di tutto punto.—Il banchetto proseguiva allegramente, ed i Volontari, che da tanti giorni erano stati ridotti a dieta, si confortavano ora con buoni cibi e con eccellenti vini delle Romagne.

Dopo la privazione si assaporarono veramente i cibi.—E che gusto hanno essi al palato del potente che nuota nell'abbondanza e nella lussuria, e che tanto abbisogna di stimolanti per inghiottire quelle vivande, forse frutto di mala vita o di prostituzione? L'abitudine costante di pietanze delicate a profusione ed il poco esercizio rendono le vivande insipide e disgustanti. L'uomo del lavoro invece, dopo aver faticato delle ore, assapora deliziosamente un tozzo di pane,—e quanto eccellente trova un bicchiere di vino se può averlo!—e se no, egli gradisce pure un gran sorso di acqua per dissetarsi, e torna cantarellando al suo lavoro.

L'esercizio è indispensabile all'umana famiglia:—il bimbo si muove, s'agita, s'impazienta se volete trattenerlo dal moto, anche quando è incapace di reggersi sulle proprie gambe. La gioventù è un movimento perpetuo: la vitalità delle membra e l'irrequietezza del suo spirito la portano ad intraprendere qualsiasi cosa. Essa si getta sull'immensità dell'Oceano, a cercar novità, fortune, avventure; se no guai ai tiranni ed agl'impostori!… Insofferente d'umiliazioni e di ceppi, la gioventù è loro naturale nemica, e cerca ogni modo di secondare le proprie propensioni generose a menar le mani contro gli sgherri. Solo la vecchiaia si posa;—presentendo quella transizione della materia che si chiama morte, cambia d'indole e sostituisce alle passate consuetudini di caccia, pesca, viaggi, avventure, gli studi, e quello specialmente della natura. Il vecchio zoppicante, quando può cava fosse; egli si avvicina così alla terra, a cui presto pagherà il tributo delle sue depredazioni. Egli si avvicina all'immobilità del cadavere, immobile sinchè la prole di vermi ch'ei genera venga a ravvivarlo ancora. Sfamandoli—diversa dal Saturno della favola che divorava i figli—questa prole divora il genitore, sinchè, esausto il cibo, essa, il padre, i suoi frantumi e la sua polve rientrano nell'infinito materiale, da dove furono tolti dalla mano Onnipotente dell'Infinito.

La morte! quell'idea mi sorride, e fu ben provvido chi la istituiva.—La morte! livellatrice della fortuna! asilo sicuro della sventura!

Com'è naturale il fine dell'onesto figlio del lavoro, che passa placidamente coll'anima tranquilla, dopo d'aver adempiuto ai suoi doveri di figlio, di padre, di cittadino! Paragonate la fine del giusto colla morte di cotesti oppressori delle genti, che si chiamano Papi, Imperatori, Re, e la cui vita germogliò sulla fame, sulla miseria e sulle sciagure del genere umano, e mi direte poi se non è santa l'istituzione della morte!

Cadaveri! distinguetemi lo stinco del povero da quello del ricco!—il teschio del mendico, dal teschio che portò corona!

E che sarebbe di noi, se a capo della mensa del negromante e del tiranno non sedesse la morte? Se essa non porgesse la sua testa scarna tra le pieghe indorate dei serici arazzi del gineceo e dell'harem?

La morte! questa trasformazione della materia, è anch'essa un composto di bene e di male: picchiando alla porta del potente sovente ne mitiga la ferocia…. Ed il prete, la volpe del genere umano, col suo fantasma, cogli orrori delle sue pitture trasformò questo nostro popolo sì grande, quando disprezza la morte, in una masnada d'imbelli tremanti davanti all'infallibile ed inesorabile sua falce!

Quell'antipatica—vostra figura,Desta, scusatemi,—rabbia e paura.(OperaChiara di Rosemberg.)

Vi sono individui che incontrati per la via, tu li schivi per paura di contaminarti,—e se per sciagura ti trovi nello stesso crocchio e seduto alla stessa mensa, la mano ti corre quasi per istinto all'elsa del pugnale per difendere la tua vita che ti sembra insidiata da cotal ceffo sinistro.—Il Gesuita! il Gesuita! altra anomalia umana per la quale si diede il nome del Cristo alla più prava, alla più schifosa delle creature—il Gesuita.

Nella sala del banchetto, ove a splendida mensa stavano seduti i Volontari accompagnati e serviti da' migliori patriotti di Bologna, vedeansi a capo della mensa il Comandante con accanto, alla sua sinistra, Cantoni, in cui il primo avea già posto tutta la sua fiducia ed affetto.—Tale è l'attrazione della virtù, del bello, del coraggio;—ed il giovine per quel contracambio che si opera nel vero adagio: «amor d'amor si paga,» e per l'ammirazione che suscitavano nell'anima sua privilegiata, quegli avanzi di cento pugne venuti da un mondo all'altro per istrappare la loro patria dalle ugne della tirannide,—il giovine, dico, era in un estasi di felicità indescrivibile.—Nel fondo della mensa, dirimpetto ai due già descritti, sedea un prete, ed in quei giorni i preti si dicean liberali e buoni patriotti, come se la cicuta potesse dar degli aranci, e le jene degli agnelli—e la volpe la carità alle galline!

È vero che nel 48 il Papa era stato iniziator di riforme, e se, per ventura dell'Italia, non tornava egli presto alla sua natura di cocodrillo, stavamo freschi,—e coll'impostore clericume sul collo per altri secoli!

Sedea dunque in fondo alla mensa il rubicondo frà Gaudenzio—mezzo frate mezzo prete—e gesuita sino nella midolla delle ossa. Egli avea acquistata la fama di prete amanica larga. Le sue messe erano corte, andante e tollerantissimo il suo confessionale, massime quando le penitenti erano giovani, belle e tolleranti. La sua biblioteca di bottiglie era scelta con gusto, ed un tatto particolare aveva egli poi per la squisitezza delle sue Perpetue.

I due occhi di lince delNerofissavansi spesso sulle fisionomie del Comandante e del suo giovane amico. Egli col suo sguardo scrutinatore volea penetrare in quelle anime generose e strapparne i sensi, le mire, i progetti,—raccogliere il significato delle varie conversazioni, che circolavano fra quella gioventù animosa, per poi fare la sua delazione al capo—il Generale de' Gesuiti sedente in Roma.

«Io brindo alla Repubblica Italiana!» urlava il prete, in un momento di calma del bisbiglio della brigata.—E siccome, benchè Republicani di cuore, forse non accetto dalla generalità era allora in Italia il sistema Republicano—ossia il Governo della gente onesta¹, i più dei convitati si astennero di far eco al brindisi del Gesuita. «Morte ai retrogradi!» urlava ancora a squarcia gola il negromante, pieno di vivande e di vino—e quasi indispettito del modesto contegno de' commensali, scaraventava il bicchiere, che aveva innalzato, contro la parete—E di nuovo: «Sieno fatti a pezzi come questo bicchiere, gl'infami che non vogliono la Republica!» Qui male per il prete, essendo passato il bicchiere sulla testa di Franchi ed avendogli imbrattato nel viso di vino e di più macchiato un bellissimo fazzoletto a tracolla, regalo d'una vezzosa Bolognese.

¹ Chiamo il Republicano «Governo della gente onesta» perchè caddero le Republiche di tutti i tempi quando divennero disoneste e corrotte.

Il nostro Bresciano diè di piglio a una bottiglia d'Asti, che si trovava davanti, e te la infranse sul muso del prete, sconquassandogli naso, bocca, denti, e rovesciandolo svenuto sul pavimento.

«Bel colpo!» esclamarono molti dei nostri,—perchè un prete è sempre un prete, cioè un nemico dell'Italia—e più sommessa una voce s'intese pure con queste parole di vero: «Vile chercuto, almeno le tue delazioni saranno ora balbettate!» Ma il Comandante, che per la sua posizione voleva mantenere l'ordine tra l'irrequieta sua comitiva, e che come tutti i Comandanti aveva pure la sua dose di pedagogia, benchè nel fondo godesse anche lui della lezione amministrata al prete, ammonì Martino con severissimo rimprovero. Frattanto alcuni pietosi sollevarono Gaudenzio dal suolo ed il buon Ripari, chirurgo della Legione, dimenticando ogni giusto rancore contro la setta scellerata, dopo d'averlo medicato alla meglio, lo fece condurre in una stanza della Locanda, ove lo lasceremo in letto, meditando vendetta sul suo feritore e su tutta quanta quella canaglia, com'ei diceva, di scapestrati rompicolli.

Il buon umore, i brindisi, le ciarle del banchetto ebbero un termine colla catastrofe del prete, ed ognuno dei tanti che si promettevano di brindare, improvvisare, declamare poesie, diferirono ogni cosa per miglior occasione.

Bella come il sorriso della natura, in una serena e tranquilla mattinata di maggio.

(Autore conosciuto.)

O donna! creatura privilegiata, riverita, adorata dall'uomo di cuore—sovente manomessa dal codardo.

Angelo della vita!—L'uomo nella sua presunzione ideò Dio colle proprie forme: eppure l'Onnipotente dovrebbe avere la sembianza d'una donna, s'egli potesse aver forme. Se lo spirito deve comandare alla materia—l'intelligenza alla forza brutale—l'uomo all'elefante—la donna dovrebbe dirigere la famiglia umana.

Se al composto informe d'ermafroditi, che comandano all'Italia, si sostituisse una donna, essa certamente non consentirebbe a tante umiliazioni. Lo straniero, grazie alla concordia degli odierni reggitori, calpesterebbe forse ancora le nostre contrade, ma almeno con la donna governante, non complice, non traditrice de' propri concittadini!

Ida, la bellissima tra le fanciulle di Felsina, la Bulla¹ a 14 anni, aveva veduto il nostro Cantoni nel suo ingresso a Bologna, ed aveva consacrato la sua bella, la sua giovine esistenza al più avvenente dei Volontari. Colle donne bisogna essere belli, bisogna essere valorosi! La bellezza, figlia della natura, non si comanda.—E che colpa ho io se non nacqui bello? Ebbene tranquillatevi, non belli,—siate almeno valorosi, buoni, gentili—e la donna generosa passerà sulle ingiustizie capricciose della natura.

¹ Bulle si chiamano le belle fanciulle di Bologna.

Ida in Cantoni aveva indovinato l'eroe—eroe futuro, poichè egli, anelante di pugne, a pro della Causa Santa del suo paese, ancora non aveva assistito ad un campo di battaglia; ma la marziale fisionomia del Romagnolo non ingannava certo, e col suo tatto d'intelligenza donnesca, la bella fanciulla aveva scandagliata sino nel fondo quell'anima privilegiata.

Il giorno in cui i Volontari da Bologna si dirigevano verso Ravenna, un ragazzo sui quattordici anni avvicinava la staffa del Comandante e diceva: «Comandante arruolatemi tra i vostri militi»—«Come vuoi arruolarti, bambino. Tu sei troppo giovine!»—E quello in uno scoppio di pianto, ma sì sentito, sì commovente da intenerire una tigre,—e certo non era una tigre il Comandante de' Volontari,—talchè mosso a compassione dell'addolorato giovinetto, rivolto al Cantoni, disse: Ebben che venga, esso stia con Aguilan ai bagagli.»

Ida, vestita da uomo, seguiva così Cantoni alla coda della colonna, ove Aguilan trovavasi con un cavallo di rimonta del Comandante ed un mulo carico dei poveri bagagli dello stesso.

Dio mio! che bella coppia camminava silenziosa l'uno accanto all'altra! Cantoni, benchè d'un anno solo più avanzato, superava quasi di tutta la testa la sua vezzosissima compagna.—Egli di quando in quando l'adocchiava, sentiva un indefinito interesse per lei, ma altro non era; chè nei suoi sogni di battaglie, di glorie il giovine Forlinese poco si curava d'affetti che non fossero di bellicosa natura.

Altro era l'affetto sentito da Ida.—Nel suo cuore d'angiolo l'amore era stato originato da quel santo sentimento ch'è la libertà patria, la sua indipendenza dallo straniero, il suo onore ogni giorno contaminato da una casta di codardi che l'educazione pretina ha impiantato in Italia sotto il titolo di Moderati. Ed in Cantoni essa credeva (e non s'ingannava) d'aver trovato il suo ideale, cioè il giovine insofferente di vergogne, pronto sempre a correre ove era chiamato dalla causa sacrosanta dell'Italia.—Poi quella figura del Romagnolo era così bella! così marziale, che non è strano se immenso amore e voluttà s'eran diffusi nel cuore della giovinetta, e fervevano nel suo seno, mentre avvicinavasi e camminava a fianco di colui, che colla velocità dell'elettrico, dal suo occhio scintillante avea stillato nell'anima sensibile della sua adoratrice tutto il fascino d'un assoluto impero.

Essa pure adocchiava il suo idolo camminando, ma il suo occhio d'improvviso s'adombrava, i suoi piedi più non sentivano il suolo calpestato—e barcollando, quasi precipitava boccone sul davanti della via senza la robusta destra del Romagnolo che la sorreggeva. Ida era confusa, ma felice! e di quella felicità più pura, più sublime, direi quasi, la sola: quella che risiede nella immaginazione e nella speranza! E qual altra felicità esiste sulla terra!

Aguilan, il nero, era uno di quelle paste d'uomini che natura formò per essere amati. Tranquillo, buono, freddo al pericolo era prevenente per tutti coloro che sapevano destare la sua simpatia.—Il suo colore era il puro nero ebano, senza mescuglio, colore che vale il biondo ed il bruno delle diverse razze europee. Aguilan era di forme atletiche e perfetto cavaliere, non di quei ridicoli cavalieri, di cui son sempre piene le quarte colonne del giornali ufficiali, e che non si sa perchè diavolo sieno stati creati cavalieri, ma cavaliere nel vero senso della parola, cioè di coloro che quando inforcano un cavallo, v'innamorano per la leggiadria ed il garbo con cui si lanciano e si posano in sella.

Egli era nero, ma non africano; nato nella campagna di Montevideo da genitori africani, possedeva la venustà delle forme caratteristiche del creolo. Destinato sin dall'infanzia per domatore di cavalli nella Estancia¹ dal generale Aguilan,—di cui i parenti del nostro nero erano schiavi, poi liberati dall'avvenimento della Republica—egli avea passata tutta l'attiva sua gioventù in quell'arduo e marziale maneggio. Domatore di cavalli non era strano ch'egli fosse perfetto cavaliere. E chi ha percorso l'America Meridionale ricorderà, che gran parte dei domatori appartengono alla razza nera, certo indebitamente per tanto tempo disprezzata e manomessa.

¹ Estancia stabilimento pastorizio.

Aguilan ricevendo gli ordini del suo capo—trasmessi da Cantoni—fissò i grandi e foschi suoi occhi nella bella figura del nuovo assistente e con un sorriso benevolo lo accolse. Poi una lagrima cristallina discese dalla sua pupilla, di fuoco.—Forse l'incantevole volto della giovinetta lo trasportava in quell'istante tra le bellissime creole d'una patria ch'egli non doveva rivedere mai più. Povero Andrea!

Aguilan cominciò subito ad iniziare Ida nei doveri dell'acquistata carica, cioè: la conduzione e cura dei bagagli del quartier generale.

Grande era la felicità della nostra eroina! essa aveva ottenuto il suo intento e trovato l'adorato de' suoi pensieri.—Viveva una vita d'avventure, di pericoli, di gloria accanto a colui che padroneggiava l'intiera sua anima e la cui vista era divenuta il supremo bisogno della sua esistenza.

In quei giorni sui giornali di Bologna si leggeva il seguente avviso:

«Chi potesse dar notizie d'una giovinetta sui quattordici anni—di statura media—occhi e capelli neri—viso regolarissimo—svelta e robusta della persona, infine di bellezza piuttosto rara, non solo solleverà una famiglia onesta di questa città da immenso cordoglio, ma riceverà una ricompensa adequata al servizio reso.»

Io lascio pensare a qual disperazione trovaronsi i genitori della fanciulla quando un giorno si succedeva all'altro senza veruna nuova di lei che idolatravano.—Ida, o non lesse l'avviso, o leggendolo si contentò di bagnarlo d'alcune lacrime di reminiscenza e di rimorso, ma non cambiò di proposito. I figli generalmente poco o nulla corrispondono all'amore degli autori della lor vita…

La pianta uomo nasce più robustain Italia che in qualunque altraterra. Gli stessi atroci delitti chesi commettono ne sono una prova.(ALFIERI.)

E ben diceva il grande Astigiano!

Nella storia dei popoli nessuno certamente può vantare tanto genio, tanta grandezza—e nello stesso tempo tanta abbiezione e tanti misfatti come questo pezzo della superficie del globo tanto favorito dalla natura.

A canto della Roma antica,—la più splendida, la più stupenda parte della storia umana,—la Roma moderna!… quell'amalgama informe pestilenziale di menzogne, di prostituzione, di servaggio, di degradazione umana!

A canto delle grandissime figure degli Archimedi, dei Camilli, dei Galilei, degli Alfieri—il miserabile spettacolo di buffoni negromanti e d'un popolo in preda alle più vili superstizioni, sempre venduto e sempre prostrato ai piedi dei neri trafficatori della sua libertà e dell'onor suo, e per ciò sempre disprezzato, sempre servo e sempre vile!

A canto a una schiera di volontari, di martiri, d'eroi—da onorare il genere umano—una turba di codardi, di prezzolati, di prostituti, sempre pronti ad inginocchiarsi davanti a tutte le tirannidi!

Una plebe poi a nessuna seconda per intelligenza e per malizia, ma che oggi ancora si affolla come molti secoli indietro, non solamente nella bottega del prete, troppo angusta per contenerla, ma nell'atrio, nel peristilio, e stendendo sovente la sua coda cenciosa e sudiciosamente cattolica, sino ben lontano nella strada o sulla piazza.

Nella fisiologia della nostra penisola, perciò che riguarda la parte fisica del nostro popolo, vi sono pure dei contrasti sorprendenti.

Voi trovate degli individui ben formati e robusti in ogni provincia siccome degli aborti, dei gobbi e dei deformi. Un po' di colli torti nella generalità, ma ciò non è strano coll'educazione del prete, atto per eccellenza ad insegnare l'ipocrisia, i baciamani e le genuflessioni.

Tale enorme differenza poi degli individui, nel fisico e nel morale proviene anche dal sistema di privilegio che signoreggia nella penisola. Mentre, per esempio, si muore di fame nel mezzogiorno, si scialaqua, si festeggia, si fan tornei al settentrione.—E guai a chi ardisse di entrare nelle sale e dire che piove! Convien dire: «che vi ha bagnato il sole» foste voi stato schiacciato dalla grandine!

Comunque sia l'Italia solo abbisogna d'un Governo—poichè tale non può chiamarsi quel conventicolo d'uomini miserabili che la ressero sinora. Con un Governo essa potrebbe paragonarsi alle prime nazioni in mare ed in terra. E se le masse sono ignoranti, superstiziose od imbelli, ogni provincia produce sempre uomini che onorano l'umanità per genio, per valore e straordinaria intelligenza.

E sicuramente mentono coloro che per scusare la perversità o la nullità del Governo, vi cantano su tutti i tuoni che in Italia mancano uomini. È anzi il privilegio di questa terra infelice d'aver prodotto delle colossali individualità ne' suoi tempi anche più depressi e più abbietti. E se ne volete una prova, cercatela in quei tempi non di grandezza—ov'essa non tollerava paragoni sulla superficie del globo,—ma ne' bassi tempi, quando divisa in cento parti, solcata da vari e numerosi eserciti stranieri, essa vi gettava ancora sulla bilancia degli uomini illustri i Dante, i Doria, i Montecuccoli, i Filiberti—e finalmente il gran zio del piccolo bastardo—che oggi ha aggrapato la sua mania di tirannide, alla vile tirannide del prete proprio nel cuore della penisola.

Bologna mantiene giustamente il primato sulle altre città delle Romagne. La sua forte e numerosa popolazione ha dato in ogni circostanza prove d'energia e di patriottismo da collocarla non seconda a nessuna delle Metropoli Italiane.

Nell'8 agosto del 1848 Bologna aveva imitato ben degnamente la superba Capitale della Liguria nel 1746;—e nel 1849 essa combattè valorosamente ancora contro gli stessi nemici, e se non fossero state le cabale di quegli sciagurati uomini che si chiamano Moderati—e che nel solo Bene sono Moderati davvero—Bologna avrebbe schiacciato una seconda volta gli esosi soldati dell'Austria. Ma ecco un altro contrasto un'altra anomalia di queste nostre Città Italiane. A canto ad un popolo valoroso e liberalissimo, voi trovateun'altra classereazionaria e vigliacca con tanta energia nel male quanta ne ha nel bene il povero popolo.

Tale è Bologna.—Non così Ravenna. In quest'ultima città, quasi unica in Italia, io ho trovato un'armonia tra ogni ceto di cittadini da far meraviglia certamente.

Bologna aveva due circoli—in quei tempi di animazione generale (1848)—uno Nazionale e l'altro Popolare, in guerra accanita l'uno coll'altro, e due giornalimalvaentr'ambi, perchè sostenuti dai moderati. Ravenna aveva un circolo solo, un giornale solo, un ceto solo, spettacolo unico in Italia ove tante discordie esistono sempre. Non spie, poichè se fatalmente una ne compariva, giustizia era presto fatta.

Tutti sanno quanto i Ravennati sieno buoni cacciatori; pochi ve n'è che non sieno muniti del fucile a due colpi con cui si esercitano nella vicina Pineta, nei laghi, e nelle valli. Comparisce una spia, e non è difficile a sapersi in una città ove la popolazione è così concorde ed unita, s'istituisce un comitato segreto incaricato di vigilarla, ed accertarsi delle sue funzioni. Una volta certi ch'è una spia, si tira a sorte a chi tocca prender l'impegno di sbarazzarne la città. E non è di notte nè col pugnale che si castiga una spia, ma in pieno giorno, frammezzo alla popolazione, che conscia per lo più, o presentendo la sorte del colpevole, lo sfugge come cosa pestifera. Un colpo parte ed attraversa il cuore del maledetto agente della tirannide, ed il feritore mette il suo fucile in ispalla e torna a casa. Non v'è pericolo di trovare un delatore in quel popolo: esso farebbe presto la fine della spia.

La calunnia è un venticello (Il Barbiere.)

Masina, il bello e prode figlio di Bologna, s'era unito ai Volontari, e ne fu sino alla morte il più audace e più valoroso commilitone. Masina, fortissimo soldato della libertà, avea fatto la guerra di Spagna, giovanissimo, e vi si era distinto. Esso era uno di quelle nature per cui il mondo è angusto. Idolatra delle avventure guerriere, vi si gettava a testa bassa, e certo il suo eroico valore dovea presto vedovarne l'Italia! Masina moriva sui gradini di Villa Corsini il giorno 3 giugno 1849, nell'assalto dato dalla I. Legione Italiana e dai bersaglieri di Manara, e cadeva primo fra i primi in quell'infausta mattinata, ove con un tradimento¹ Oudinot decideva della sorte di Roma. Amato e riverito dai Bolognesi, Masina aveva proposto al Comandante dei Volontari di attaccare le truppe papaline co' suoi e il popolo. Ma questi non aveva creduto a proposito di farlo. Il movimento non sarebbe stato d'impossibile riuscita, ma si credeva troppo isolato e non si fece.

¹ I Francesi, battuti ed inseguiti sino al Castel Guido, il 30 aprile, tornarono su Roma, ingrossati a più di 40 milia uomini, e mentre avevan trattato un armistizio sino al 4 giugno, assaltarono traditoriamente gli avamposti Italiani nella notte dal 2 al 3 e per sorpresa s'impadronirono di Villa Corsini, chiave della difesa di Roma, e che non fu più possibile di riprendere, assaltandola tutto il giorno 3.

All'incontro si accettarono le proposizioni del Governo Pontificio che furono le seguenti: «Dirigersi a Ravenna e di là a Porto Corsini, ed imbarcarvisi per Venezia a spese di detto Governo.»

Ma la calunnia di quei maestri d'ogni inganno e d'ogni impostura, che si chiamano preti, avea già deturpata la riputazione dei Volontari Italiani, dipingendoli come un'accozzaglia di banditi, rotti ad ogni vizio e spensieratezza. Dimodochè si seppe subito che il Governo di Manin, a Venezia, avea fatto sapere a Ravenna che i Volontari non sarebbero stati ricevuti. Saputasi dal popolo di Ravenna cotesta decisione, quei bravi popolani, sdegnarono di vedere una mano di giovani, consacrati alla libertà italiana e venuti sì da lontano, obbligati di rifugiarsi in Turchia, perchè tutti i sedicenti governi liberali d'Italia li cacciavano. E tale sarebbe stata la loro sorte se una circostanza imprevista non la cangiava, come vedremo più avanti.

In una stanza del palazzo Guiccioli di Ravenna, ove abitava il Legato Pontificio, cardinale Sardella, trovavansi a colloquio collo stesso il generale Latour e don Gaudenzio, il prete liberale che già conosciamo.

«Questo popolo mi mette in fastidio, diceva l'astuto prelato.—Esso fa poche parole, poche millanterie, ma se si mette in capo d'eseguire qualche cosa, la fa a dispetto di qualunque pericolo.—Così non sono molte delle popolazioni Italiane:—molto chiasso, molte ciarle e fatti pochi.»

«Ecco adesso incaponirsi a non voler lasciar imbarcare i Volontari; ma vi sembra, generale! Cosa diavolo voglion far qui di quella banda di scapestrati?»

«E così li abbiam dipinti io ed i miei agenti, eminenza! sclamava il rubicondo don Gaudenzio,—l'esaltato gesuita republicano—siccome ladri, gente rotta ad ogni vizio e sopratutto, nemici acerrimi della religione.—(E qui stava sul suo cavallo di battaglia il negromante.) «Ma questi romagnoli sono teste dure che solo col piombo ponno ammollirsi e se non si pigliano delle misure energiche, io temo che questo nostro triregno versi in grande pericolo.»

«Alla sordina, ed un poco ogni notte, noi abbiam riunito in questa città i due reggimenti che occupavano le Filigari e Bologna» diceva il generale Latour. «E si può contare astutamente su questi stranieri; essi sono i più fidi alla Santa Sede; e quando si sa che alcuno si ammala del morbo di libertà—oggi venuto in moda,—esso s'invia al corpo di spedizione per Venezia. Quando Vostra Eminenza dunque, voglia giungere a qualche fatto energico ponga pure ogni fiducia nelle mie truppe.»

«Oh, generale! voi non sapete che razza sono questi Romagnoli. Poi aiVolontari si son riuniti quel fazioso di Masina co' suoi lancieri,quel furioso di Bonnet da Comacchio ed un capitano Mambrini con moltiMantovani.—Non è vero don Gaudenzio?»

«Non solamente è vero» rispondeva la spia in sottana, «ma vi so dire che in Ravenna giorno e notte si stanno fabbricando cartuccie¹, e che vi esistono fucili sufficienti per armare Volontari e popolazione.»

¹ Storico.

A queste spaventevoli notizie gli occhi del grasso prelato ruotavano nell'orbite foschi ed infuocati: quasi per istinto appoggiò le due mani sui lati del seggiolone in atto di alzarsi e fuggire, ma sopraffatto dal peso corporeo, si lasciò ricadere, e le polpute sue mani sostaronsi a sostegno della pancia (santuario della negromanzia) alquanto scomposta dall'unico movimento, e vi rimasero come per proteggere quel fetente ricettacolo, ove finalmente vanno ad avvolgersi e seppellirsi, sotto gli auspicii della menzogna, pudore, coscienza e dignità umana! Vedendo Sua Eminenza spaventata l'astuto Gesuita volle profittarne: «E non vi sarebbe modo» diceva il birbante «di sbarazzarsi di tutta questa canaglia, colla volontà e permesso di Dio» (sacrilegio perenne di questi assassini che fanno Dio complice dei loro misfatti?) «Non vi sarebbe, dico, qualche mistura nel cibo da provvedersi? La causa della nostra religione è tanto santa, tanto gradita al Padre Eterno che l'olocausto di alcuni rompicolli sarebbe a lui piacevole.» E qui citò in latino un buon numero di passi delle loro favole—ove Dio per fare piacere ad un popolo di vagabondi usurai sacrificava altri popoli innocenti.

Il prelato, spalancando tanto d'occhi al ritrovato infame del suo perverso collega, raggrinzò le labbra fingendo disapprovazione, ma dagli occhi suoi traspariva certo godimento dell'anima sua da cocodrillo. Al mercenario pure non dispiaceva la gesuitica scoperta, ma per mantenere quella presuntuosa superiorità che la dappocaggine dei discendenti degli Scipioni ha concesso ai mercenari stranieri in questo sventurato paese: «Viva Dio, esclamava, alzandosi dal seggiolone in tutta l'altezza della sua statura al disopra dell'ordinario,—«Viva Dio! le carabine de' miei soldati potranno presto mettere all'ordine questi briganti! (e se non avesse parlato in presenza di due indigeni egli avrebbe magnificato il suo discorso conbrigands d'Italiens, frase favorita con cui ci onorano generalmente i nostri vicini d'oltr'Alpi.)

«Sì, ma questi briganti, signor Generale (ripigliava il Loyolesco), sono gente risoluta che conoscono ed hanno odorato la polvere un tantin più che l'ha fatto Vostra Signoria Illustrissima al pacifico servizio e viver beato di Sua Santità. E poi sono sostenuti da una popolazione che non burla e di cui sino i bambini sanno maneggiare il fucile.»

Il soldato in livrea colla solita aria di Rodomonte lisciava i baffi, sollevava il capo e sembrava minacciar le nubi.—Il porporato continuava a fissare spaventato il Gaudenzio, ma un sintomo evidente di terrore invadeva il concistoro.

In quel momento una moltitudine di popolo si accalcava sotto le finestre del palazzo e cominciava a vociferare. E se aumentasse il disturbo dei tre nemici dell'Umanità, lo lascio pensare al lettore.

Fatti e non ciarle, ci vogliono,per rimediare le miserie umane.(Autore conosciuto.)

Ai tempi in cui scriviamo (1848) si eseguiva una dimostrazione colla stessa disinvoltura d'una passeggiata o d'una festa da ballo. Si diceva: «andiamo a fare una dimostrazione» e mezza dozzina di giovinastri, accompagnati spesso da un don Gaudenzio (poichè il 48 fu la veraEtà dell'orodei preti) innalzavano una bandiera Italiana, per lo più senzamacchia, poichè la Monarchia è stata una necessità a cui l'Italia si è sottomessa, ma essa mai non entrò nelle simpatie delle popolazioni, innalzavano, dico, una bandiera e tutti gli oziosi della città facevan coda ai dimostranti, dimodochè in poco tempo, facendo la bolla-neve, e giungendo al punto determinato, ordinariamente il palazzo di governo, la dimostrazione avea ragranellato un numero considerevole di persone per lo più giovinetti e bimbi. Non mancavano però tra i dimostranti buon numero di coloro che vogliono acquistare la riputazione di liberali a poche spese e fatiche, sempre pronti, cioè, a schiamazzare, strombazzare e commettere disordini, ma assenti sempre nell'ora del pericolo sotto l'uno o l'altro pretesto. E disgraziatamente sono moltissimi questi ultimi.

Una dimostrazione di Ravennati però aveva qualche cosa di più serio, che la generalità di quella sorta di assembramenti.

Come già abbiamo detto i Ravennati non sono gente con cui si burli a buon mercato. Si distinguevano poi, all'occhio esperimentato, nella folla buon numero di Volontari, non facili a conoscersi da stranieri perchè senza verun distintivo, e con essi quelle bagatelle di Masina, Risso, Ramorino, Franchi, ecc., non mancava neppure il nostro Cantoni, tutta gente più disposta a menar le mani che a far parole. Alle grida di: Viva l'Italia! Viva Pio IX! (era questo il grido dell'epoca, giacchè gl'Italiani avean creduto un prete capace di liberarli!) si aggiungeva: «Non partiranno i Volontari! Vogliamo i Volontari!» Al primo ruggito della tempesta popolare erasi chiuso il portone del palazzo e la guardia straniera stava nell'atrio schierata colle armi cariche pronte a far fuoco.

«Come faremo ora, diceva il grassissimoservo di Dioai suoi compagni che, benchè meno manifestanti paura, non mancavano d'aver impallidito alle gride del popolo. «Come faremo noi?» ed i suoi occhi ruotavano senza posa da Latour a Gaudenzio.

«Vostra Eminenza si mostri al balcone, disse l'astuta volpe di sacristia, ed un sogghigno di compiacente disprezzo sfiorava la bocca livida del Sanfedista.

«Mostrarmi io al balcone in presenza di quegli indemoniati,libera nos Domine; ed un brivido, un tremore generale gl'invadeva la corpulenta carcassa da capo a piedi. Tale è la paura della pelle di questi rettili, il cui regno non è di questo mondo.

«Noi ci presenteremo in nome di Sua Eminenza, diceva lo straniero a Gaudenzio. Ma questi memore ancora di quella tale bottiglia sul muso scagliatagli dalla robusta destra di Franchi, e quasi certo che lo stesso mobile d'individuo farebbe parte dei dimostranti, rispose: «Presentatevi voi, Generale, che siete assuefatto (e si voleva aggiungere e pagato), ma cambiò per paura e disse: «e distinto nell'affrontar le battaglie.

«Fuori! fuori» urlavano intanto cento voci dalla folla da metter addosso la terzana. «Fuori! fuori! o entreremo noi, signore Cocolle!» Ed i fatti, seguendo le parole, una scossa tremenda si udì alla porta ed i cristalli dello stesso salone, ove stavano i tre in conferenza, volarono in mille pezzi dalle sassate che i ragazzi si deliziavano di scagliare, immensamente contenti di avere trovato l'opportunità di far chiasso e dispetto ai chercuti, gente esosa comunque sia ed in qualunque tempo. Vedendo che non si trattava di scherzi e che l'affare diventava serio, il Generale ed il Gesuita lasciarono il pauroso prelato e si avanzarono al balcone, aggirando guardinghi gli occhi sulla moltitudine sottostante. Il mercenario indagava nella folla se scorgeva qualche schioppo e sapeva per riputazione essere i Ravennati buoni tiratori, e certo, quando si vende l'anima per la pancia, quest'ultimo diventa oggetto d'idolatria, e non si rischia così _a dos tirones_¹ come direbbero i Gauci². Il Gaudenzio, anche lui adoratore del ventre, fece le stesse osservazioni del compagno e si rinfrancò alquanto vedendo che non c'erano armi da fuoco tra il popolo. Ciononostante un brivido mortale lo colse quando i suoi occhi di volpe s'incontrarono collo sguardo scintillante e sarcastico del nostro nerboruto Martino Franchi. Egli rimpicciolì, si rintanò nella sottana ed involontariamente mandò la destra sulla fronte non ben cicatrizzata ancora dal colpo ricevuto a Bologna.

¹ Facilmente o mal a proposito. ² Gente della campagna del Rio della Plata.

Franchi sogghignando fissava il Gesuita, e tra sè diceva: «Negromante, mio se non m'inganno, oggi non si tratta di menar bottiglie, e non dispero d'una mano di bastonate, se non ti tocca di peggio;» ed il prete sembrava fra il rumore della folla capire il monologo ed il sogghigno dei Volontario e ne rabbrividiva sino nel fondo dell'anima sua perversa.

Facendo però di necessità virtù, e non volendo lasciar l'onore al Latour di arringare il popolo, che chi sa cosa poteva succedere col suo accento straniero, il Gaudenzio dunque, riunendo tutte le sue forze oratorie, così incominciava:

«Signori! no, cittadini, volevo dire, (e qui risa e fischi) Sua Eminenza m'incarica di esporvi, che è molto disposto a concedere qualunque cosa richiesta da questa buona e fedele popolazione, ma vi prega per ora di rientrare tranquillamente nella quiete delle vostre abitazioni, che poi tutto si accomoderà alla meglio e conforme al desiderio vostro!» E qui credendo d'aver fatto un portento d'eloquenza, e vedendo la folla ascoltarlo silenziosa, si rifrancò, e con voce assai più sicura ed energica proseguì: «Sì, cittadini, col permesso di Dio e di Sua Santità S. Eminenza farà ogni bene, ed ogni vant….. (voleva dire vantaggio).—«Che Eminenza, e che Santità d'Egitto» urlava Masina con con quella sua bagatella di voce: «Corpo della Madonna! Ciocchè vogliamo è che i Volontari non partano, perchè a Venezia ce n'è di troppo; ed a Costantinopoli, ove veramente volete mandarli, potete andare voi, razza di vipere!»

«No, no!» gridava la moltitudine, ed il rumore e le ondulazioni della stessa somigliavano alla tempesta di mare.

L'astuto prete che voleva guadagnar tempo sperando, come sempre succede tra il povero popolo, che si stancherebbe e, ripigliando la via di casa, ognuno tornerebbe alle proprie faccende.

Ma non fu così questa volta, ed il popolo, suscitato dai Volontari, non si contentò delle melliflue parole del chercuto, e ricominciò con pietre nei cristalli e scosse furiose al portone. La guardia straniera che, schierata nel cortile, si trovava pronta a far fuoco, alla terribile scossa, temendo cadesse in frantumi il portone, e sognando già un'onda di forsennati all'assalto, inviò una scarica all'indirizzo del popolo, ed avendo alcune palle attraversato le parti più deboli del portone, vari feriti caddero al di fuori.

Alla vista dal sangue, i Ravennati divennero energumeni, ed alcuni operai avendo portato una forte e lunga scala da muratori trovata in un cortile vicino, il popolo ed i Volontari se ne impadronirono, la puntarono contro il portone e bilanciandola per varie volte lo colpirono con tale furia che serrature, stanghe, ripari e tutto andò in un fascio nell'interno dell'atrio.

I mercenari avevano appena ricaricate le loro armi, quando l'onda del popolo li assaliva e si contentava di disarmarli. La foga della corrente si sparse su per le scale, e in un momento tutto il palazzo fu invaso dalla moltitudine.

Il prelato ebbe la fortuna di cadere nelle mani di Tommaso Risso, valorosissimo ufficiale, ma incapace, come si disse, di offendere una mosca. Il Risso, vedendo il polputo prete in atto supplicante inginocchiato davanti a un'immagine del Cristo, lo protesse e lo difese contro chi voleva manometterlo; Latour fu meno fortunato. Masina e Cantoni avendolo raggiunto nelle vicinanze del balcone ove il Generale s'era mostrato al popolo, lo respinsero verso lo stesso, lo cavalcarono sulla balaustrata e, siccome un sacco d'immondizie, lo scaraventarono in giù colla testa prima. Per fortuna del mercenario il balcone era sostenuto da spranghe di ferro, ed egli, fatto agile dal pericolo della pelle, e potendo abbrancarsi alle stesse, e ad alcune persiane del piano terreno, potè giungere sul pavimento mal concio di contusioni, ma colla pelle salva. Essendo i più furiosi dei dimostranti nel palazzo, Latour ebbe agio così di ritirarsi nella caserma de' suoi soldati.

Per minute indagini che si facessero nel palazzo, non si potè rinvenire il Gaudenzio. Franchi n'era disperato, ed andava frugando in ogni più recondito angolo, sotto i letti, fra i depositi di carbone e di legna, pestando colle sedie alcuni mucchi di lana da far materassi che si trovavano nelle stanze delle fantesche. Gli appartamenti della Perpetua cardinalizia poi furono manomessi, frugati, rifrugati, e sconvolti da far svenire quella santa fanciulla di Sua Eminenza.

Insulti però alle donne non se ne fecero, e se qualche giovinastro un po' scapestrato si accingeva a passar la mano sulla liscia e rosea guancia dell'appetitosa favorita del prelato, i più attempati e serii dimostranti li rimproverarono aspramente.

Franchi, Masina, Cantoni anelanti e stanchi delle indagini operate per trovare il Gesuita, si disponevano a sgombrare il palazzo e ritirarsi, quando passando i tre davanti alla porta della stanza abitata dalla vecchia serva confidente del Cardinale, a cui faceva anche le funzioni di direttrice dell'Harem, Franchi s'accorse della vecchia che stava seduta filando seta. E siccome gli sembrò cosa straordinaria tale occupazione in casa d'un prete che vive nell'ozio per la maggior gloria di Dio (guardate sacrilegio!) Franchi, dico, si avvicinò, corrugò le ciglia e piantò due occhi di falco sul ceffo della vecchia, che se non possedevano l'acuta virtù d'un pugnale, ferivano però come un pugnale Gaudenzio (perchè altri non era la vecchia), atterrito dallo sguardo del formidabile nemico, impallidì, (e ce ne voleva per far impallidire quella faccia avvinata)! tremò di tutta la persona e s'inginocchiò boccone davanti il Volontario.—«Cima di birbante! (esclamò Martino) e sei proprio tu! Tu finalmente e vestito da donna, scorpione!» E Masina, Cantoni, Peralto, Brusco accorsi alla gioconda notizia, che si propagò in un baleno nella moltitudine, sulla stessa sedia, ove stava seduto ilcollo torto, lo innalzarono, e trasportarono in trionfo fuori del palazzo. Quivi un contadino che si affaticava a traversare la folla con un somarello scarico per guadagnar la campagna fu sequestrato, ed alle acclamazioni universali il Gesuita avvelenatore fu inforcato sul discendente di Mida, che esaltato dal chiasso della moltitudine si accinse a ragliare spaventosamente ad edificazione e divertimento massimo dei monelli, che per compire l'opera regalavano il prete con tomatesi, radici, torsi di cavoli e sonorissimi fischi.

Il buffone, che dalla paura aveva dissennato quasi in principio, si rinfrancò ora vedendo la cosa prendere la fisionomia d'una burla. E così fu veramente: il popolo, distratto dall'avvenimento carnevalesco, dimenticò l'oggetto della dimostrazione e giungendo l'ora tarda, ognuno procurò di ricondursi a casa, ove lo aspettava la cena e il dolce riposo. E così finiscono generalmente le tempeste popolari: molte parole, molto chiasso e fatti insignificanti. Il despotismo e l'impostura le paventano, ma ormai, fatti baldi dalla consuetudine di vederle abortire, le osservano, vi frammischiano i loro segugi, i loro pervertitori dementi, col titolo di moderati e preti liberali e fanno tributare dai loro organi officiosi onore alla moderazione e sagacia delle autorità governative che hanno saputo rintuzzar il popolo e richiamarlo al dovere senza spargimento di sangue. La miseria, in cui hanno cura di mantenere la maggioranza, l'obbliga ad occuparsi di ben altro che di politica, ed in tal modo deplorabile si va avanti in Italia nell'abbiezione e nel disonore.

Intanto il Gesuita, dopo d'aver percorso gran tratto delle vie di Ravenna, vedendosi lasciato con soli alcuni monelli, scavalcò l'asino, s'introdusse in un portone, svestì gli abiti da donna, e favorito dalle prime tenebre della notte, si rifugiò nel suo alloggio a meditare nuove scelleraggini.


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