Dopoi che sopra e sotto 'l ciel uscirol'opre del summo artefice sí belle,né molto spazio andò che l'empio e diropopol de li demón fu da le stellebandito al centro basso, ove perirocon l'ombre eternamente al ciel rubelle,su l'uomo Dio fondò stabil disegno,ch'empir di novo avesse il vodo regno.Né piú son pesci in acque né piú fogliein selve, come in ciel private stanze.Però Michel, poi ch'ebbe l'atre spogliedi Pluto trionfando su le lanzesospese ai tetti ove l'onor s'accoglie,discinto il brando e tolte le bilanze,venne qui giú per farvi non piú guerra,ma sol un paradiso a l'uom in terra.Qui, di soperba fatta invidiosa[323]la greggia de' cornuti negri, quandoquesto antivede, cruda e neghittosa,ripiglia contra noi l'occulto brando(i' dico «brando occulto» a piú dannosanostra ruina), e sempre va celandoquinci quel vischio, quindi quella pania,[324]tanto che la piú parte avvinge e lania.Piantato dunque in terra un paradisoda l'angiol fu di Dio detto «Fortezza»;luoco non privo mai d'onesto riso,de sòni, canti, giochi a gran dolcezza.Quivi trovai pur anco l'aureo visodi quel Iesú che l'amorosa frezzanel cor m'immerse prima, e seco posciaportollo, me lasciando in dolce angoscia.Su ne le piú levate cime, dondeFebo riporta il mattutino giorno,un monte, c'ha l'inaccessibil spondee cento millia passi volge intorno,vidi che al ciel lunar il capo ascondee par che tocchi i piedi a Capricorno.Lá fui chiamato d'una nebbia scura:— Vieni oggimai, o santa creatura! —Suso mi porto, ed ecco alte muraglievidi luntano con quadrata cintaserrar de poggi e campi e di boscaglieuna provincia in piú parti distinta.Ma quello muro quasi mi abbarbagliala vista, dal suo lume resospinta,mercé ch'era cristallo ed oro, intornodi perle e tutte l'altre gemme adorno.Or su per quel parete schietto e finovidi ch'avean Michel e Raffaele(non l'urbinate, dico, o 'l fiorentino,ch'or lascian dopo sé gran lode in tele)depinto per mio specchio il fier destinodi Lucibello, a se stesso crudele,che, bello troppo a se medemo, d'altoprese co' gli altri un smisurato salto.
Dopoi che sopra e sotto 'l ciel uscirol'opre del summo artefice sí belle,né molto spazio andò che l'empio e diropopol de li demón fu da le stellebandito al centro basso, ove perirocon l'ombre eternamente al ciel rubelle,su l'uomo Dio fondò stabil disegno,ch'empir di novo avesse il vodo regno.
Né piú son pesci in acque né piú fogliein selve, come in ciel private stanze.Però Michel, poi ch'ebbe l'atre spogliedi Pluto trionfando su le lanzesospese ai tetti ove l'onor s'accoglie,discinto il brando e tolte le bilanze,venne qui giú per farvi non piú guerra,ma sol un paradiso a l'uom in terra.
Qui, di soperba fatta invidiosa[323]la greggia de' cornuti negri, quandoquesto antivede, cruda e neghittosa,ripiglia contra noi l'occulto brando(i' dico «brando occulto» a piú dannosanostra ruina), e sempre va celandoquinci quel vischio, quindi quella pania,[324]tanto che la piú parte avvinge e lania.
Piantato dunque in terra un paradisoda l'angiol fu di Dio detto «Fortezza»;luoco non privo mai d'onesto riso,de sòni, canti, giochi a gran dolcezza.Quivi trovai pur anco l'aureo visodi quel Iesú che l'amorosa frezzanel cor m'immerse prima, e seco posciaportollo, me lasciando in dolce angoscia.
Su ne le piú levate cime, dondeFebo riporta il mattutino giorno,un monte, c'ha l'inaccessibil spondee cento millia passi volge intorno,vidi che al ciel lunar il capo ascondee par che tocchi i piedi a Capricorno.Lá fui chiamato d'una nebbia scura:— Vieni oggimai, o santa creatura! —
Suso mi porto, ed ecco alte muraglievidi luntano con quadrata cintaserrar de poggi e campi e di boscaglieuna provincia in piú parti distinta.Ma quello muro quasi mi abbarbagliala vista, dal suo lume resospinta,mercé ch'era cristallo ed oro, intornodi perle e tutte l'altre gemme adorno.
Or su per quel parete schietto e finovidi ch'avean Michel e Raffaele(non l'urbinate, dico, o 'l fiorentino,ch'or lascian dopo sé gran lode in tele)depinto per mio specchio il fier destinodi Lucibello, a se stesso crudele,che, bello troppo a se medemo, d'altoprese co' gli altri un smisurato salto.
LA PORTA
«Uomo, che vedi a quanto onor ti degna[325]l'altissimo Fattore,or entra ad obbedirlo, acciò che 'l cuoreda te giá dato in grazia ti 'l mantegna!Ma ne la gioia tua, ch'avrai sí lieta,fa' che raffreni accortamente; cuinon repugnando, provarai col malequant'era il ben, anzi che l'un di duipomi gustassi. Ché se Dio ti 'l vieta,toccar non déi, per non venir mortale.Dal serpe il piede e dal legno fatalese non vieti la mano,ecco d'un legno more il ceppo umano,[326]e un legno per sua croce Dio non sdegna!».
«Uomo, che vedi a quanto onor ti degna[325]l'altissimo Fattore,or entra ad obbedirlo, acciò che 'l cuoreda te giá dato in grazia ti 'l mantegna!Ma ne la gioia tua, ch'avrai sí lieta,fa' che raffreni accortamente; cuinon repugnando, provarai col malequant'era il ben, anzi che l'un di duipomi gustassi. Ché se Dio ti 'l vieta,toccar non déi, per non venir mortale.Dal serpe il piede e dal legno fatalese non vieti la mano,ecco d'un legno more il ceppo umano,[326]e un legno per sua croce Dio non sdegna!».
TRIPERUNO
Queste parole, trapuntate in oro,sopra la porta, in un bel smalto, lessi;ma i fregi e gli archi ed ornamenti lorosono di fine gemme carchi e spessi.Entrovi lieto per sí bel tesoro,e in cerchio con le mani esser rannessi,d'angioli pargoletti e nudi un stolovidi scherzando volteggiarsi a volo.E su per merli e for de gli balconi,quei di diamante e questi di cristallo,mill'altri con diversi canti e suonimuoveno d'altri tanti un lieto ballo:arpe, laúti, citere, lironi,senza mai farvi punto d'intervallo,addolciscon le orecchie d'uditorial nome c'hanno impresso dentro i cuori:al dolce nome sovra ogni altro grato,nome amoroso, nome aureo e soave,nome del mio Iesú forte, sacrato,nome di grazie ponderoso e grave!Non è macchia sí lorda di peccato,che 'l dolce nome di Iesú non lave;nome che chi noma in spirto, sentemordersi 'l cuore d'un pietoso dente!Quivi se non in danze e giochi stassi,danze pudiche, giochi allegri, onesti:chi su le penne, chi su lievi passi,que' leggiadretti spiriti modestiscorron il bel giardino, or alti or bassi,quelli de' boschi per le cime, questiper le fiorite piagge e verdi prati,succinti o in bianche stole o nudi alati.Altri con reti d'oro i pesci snellitranne di questo rio, di quello fonte;altri tendon guazzarsi ne' ruscellichi piè, chi man, chi l'ale, chi la fronte;altri celan archetti ai vaghi augelliper macchie e ripe, o sotto o sopra un monte;altri scaccian de' boschi e folti vepridamme, conigli, cervi, capre e lepri.Vidine molti ancora, con bei frenidi seta e d'oro, stringer lioncorni:chi li rallenta il morso, chi 'l sostienecon lievi sbalzi e volgimenti adorni.Franguelli, piche, merli e filomenecon pappagalli, rondinelle e stornivolan di ramo in ramo, a schiera a schiera,cantando la sua eterna primavera.Eterna primavera qui verdeggia,ché 'n le catene il Tempo giace altrove;aprile quivi e marzo signoreggia,né mai da l'ombre zefiro si move,per cui soavemente sempre ondeggial'altezza de colline e poggi, dovepini, cipressi, querze, faggi, abetiadombrano vallette e campi lieti.Quivi onoratamente fui raccoltoda duo barbati e candidi vecchioni.L'uno fu Enocco, e l'altro che, distoltodi terra, ascese in ciel fra spirti boni,[327]quando Eliseo videlo nel moltofoco volar a l'alte regioni.Questi con lieto volto m'abbracciaro,mostrando il mio advenir quant'ebber caro.Vado fra loro poscia, lento lento,favoleggiando verso il gran palaccio.Ecco quegli angioletti, a trenta, a centolascian chi l'arpa, chi 'l danzar, chi 'l laccio,e vengono assalirmi in un momentocon un soave intrico e dolce impaccio,perché mi carcan gli omeri, la testadi sua leggiera salma e fanno festa.Entrato ne l'adorna ed ampia stanzanon men di quelle del signor mio bella,bella e gioiosa for d'umana usanza(qual oggi a Marmiròl si rinnovella,e qual li ombrosi campi sovravanzain Pietole sul chiaro Minzio, e quellach'entro l'antiqua terra di Gonzagamostrasi al viatore tanto vaga),trovamo un spacio quadro d'una lisciapiazza de marmi lustri ed altre pietre.Ove nel mezzo la fatale biscia,come sotto acqua fanno le lampetre,sdrucciola quinci e quindi, ma non fiscia;ché 'l capo ha di dongiella e par ch'impetre,col vago suo sembiante, che chi passasubitamente al suo voler s'abbassa.S'abbassi tostamente a la sua vogliadi por le mani a quel vietato ramoe dispiccarne il frutto, onde la dogliasuccede poscia al nostro interno, Adamo;lo qual non mai si vede senza spoglia,se non dapoi che l'esca di quell'amol'attosca sí, che morto ne rimane,fin che 'l rilevi poi lo empireo pane:quel pane dolce bianco ed immortaleche pasce in ciel l'angelica famiglia.Non è morbo né peste sí mortale,che questo pan, salúbre a chi se 'l pigliacon salda fede, nol risani, qualefu de' leprosi giá la maraviglia.Ma guardesi chiunque indegnamentea un sí soperbo cibo admove il dente!Soperbo cibo, che d'umilitadeprofundissima sorse in mia salute;soperbo cibo, ove l'alta bontadecercò d'erger a' morti la virtute;soperbo cibo, il qual con veritadeconvien che 'n corpo e sangue si trasmute,in corpo e sangue de l'umano Dio,che disse: — Or manucate il corpo mio! —Ma come egli togliesse il grave assontoin sé d'ogni mia colpa su la croce,avrovvi a dir col tempo, s'io m'affrontoa un stil piú grave, e non piú che veloce.Ché se d'altri concetti al giogo montocol senso, non sussegue poi la vocese non debile e inferma; come chiarosi vede ch'io non so, ma tardo imparo.Vedrò, se 'l debil filo non si taglianel mezzo del cammin di nostra vita,quel raggio, ch'ora il senso m'abbarbaglia,con vista piú vivace e piú spedita.De' bianchi e negri spirti la scrimagliaben tengo de le muse al monte ordita;ma ch'abbia, se non tutto, almen in partedi Lodovico attendo il stile e l'arte.Non piú Merlino, Fúlica e Limernooltra sarovvi, ma sol Triperuno.Tratto son oggi mai di quell'infernoove chi faccia ben non vi è sol uno.[328]Per te, Iesú, per te vedo e discernoesser del cibo tuo sempre degiuno;ed «ingannato al fine si ritrovachi lascia la via vecchia per la nova».
Queste parole, trapuntate in oro,sopra la porta, in un bel smalto, lessi;ma i fregi e gli archi ed ornamenti lorosono di fine gemme carchi e spessi.Entrovi lieto per sí bel tesoro,e in cerchio con le mani esser rannessi,d'angioli pargoletti e nudi un stolovidi scherzando volteggiarsi a volo.
E su per merli e for de gli balconi,quei di diamante e questi di cristallo,mill'altri con diversi canti e suonimuoveno d'altri tanti un lieto ballo:arpe, laúti, citere, lironi,senza mai farvi punto d'intervallo,addolciscon le orecchie d'uditorial nome c'hanno impresso dentro i cuori:
al dolce nome sovra ogni altro grato,nome amoroso, nome aureo e soave,nome del mio Iesú forte, sacrato,nome di grazie ponderoso e grave!Non è macchia sí lorda di peccato,che 'l dolce nome di Iesú non lave;nome che chi noma in spirto, sentemordersi 'l cuore d'un pietoso dente!
Quivi se non in danze e giochi stassi,danze pudiche, giochi allegri, onesti:chi su le penne, chi su lievi passi,que' leggiadretti spiriti modestiscorron il bel giardino, or alti or bassi,quelli de' boschi per le cime, questiper le fiorite piagge e verdi prati,succinti o in bianche stole o nudi alati.
Altri con reti d'oro i pesci snellitranne di questo rio, di quello fonte;altri tendon guazzarsi ne' ruscellichi piè, chi man, chi l'ale, chi la fronte;altri celan archetti ai vaghi augelliper macchie e ripe, o sotto o sopra un monte;altri scaccian de' boschi e folti vepridamme, conigli, cervi, capre e lepri.
Vidine molti ancora, con bei frenidi seta e d'oro, stringer lioncorni:chi li rallenta il morso, chi 'l sostienecon lievi sbalzi e volgimenti adorni.Franguelli, piche, merli e filomenecon pappagalli, rondinelle e stornivolan di ramo in ramo, a schiera a schiera,cantando la sua eterna primavera.
Eterna primavera qui verdeggia,ché 'n le catene il Tempo giace altrove;aprile quivi e marzo signoreggia,né mai da l'ombre zefiro si move,per cui soavemente sempre ondeggial'altezza de colline e poggi, dovepini, cipressi, querze, faggi, abetiadombrano vallette e campi lieti.
Quivi onoratamente fui raccoltoda duo barbati e candidi vecchioni.L'uno fu Enocco, e l'altro che, distoltodi terra, ascese in ciel fra spirti boni,[327]quando Eliseo videlo nel moltofoco volar a l'alte regioni.Questi con lieto volto m'abbracciaro,mostrando il mio advenir quant'ebber caro.
Vado fra loro poscia, lento lento,favoleggiando verso il gran palaccio.Ecco quegli angioletti, a trenta, a centolascian chi l'arpa, chi 'l danzar, chi 'l laccio,e vengono assalirmi in un momentocon un soave intrico e dolce impaccio,perché mi carcan gli omeri, la testadi sua leggiera salma e fanno festa.
Entrato ne l'adorna ed ampia stanzanon men di quelle del signor mio bella,bella e gioiosa for d'umana usanza(qual oggi a Marmiròl si rinnovella,e qual li ombrosi campi sovravanzain Pietole sul chiaro Minzio, e quellach'entro l'antiqua terra di Gonzagamostrasi al viatore tanto vaga),
trovamo un spacio quadro d'una lisciapiazza de marmi lustri ed altre pietre.Ove nel mezzo la fatale biscia,come sotto acqua fanno le lampetre,sdrucciola quinci e quindi, ma non fiscia;ché 'l capo ha di dongiella e par ch'impetre,col vago suo sembiante, che chi passasubitamente al suo voler s'abbassa.
S'abbassi tostamente a la sua vogliadi por le mani a quel vietato ramoe dispiccarne il frutto, onde la dogliasuccede poscia al nostro interno, Adamo;lo qual non mai si vede senza spoglia,se non dapoi che l'esca di quell'amol'attosca sí, che morto ne rimane,fin che 'l rilevi poi lo empireo pane:
quel pane dolce bianco ed immortaleche pasce in ciel l'angelica famiglia.Non è morbo né peste sí mortale,che questo pan, salúbre a chi se 'l pigliacon salda fede, nol risani, qualefu de' leprosi giá la maraviglia.Ma guardesi chiunque indegnamentea un sí soperbo cibo admove il dente!
Soperbo cibo, che d'umilitadeprofundissima sorse in mia salute;soperbo cibo, ove l'alta bontadecercò d'erger a' morti la virtute;soperbo cibo, il qual con veritadeconvien che 'n corpo e sangue si trasmute,in corpo e sangue de l'umano Dio,che disse: — Or manucate il corpo mio! —
Ma come egli togliesse il grave assontoin sé d'ogni mia colpa su la croce,avrovvi a dir col tempo, s'io m'affrontoa un stil piú grave, e non piú che veloce.Ché se d'altri concetti al giogo montocol senso, non sussegue poi la vocese non debile e inferma; come chiarosi vede ch'io non so, ma tardo imparo.
Vedrò, se 'l debil filo non si taglianel mezzo del cammin di nostra vita,quel raggio, ch'ora il senso m'abbarbaglia,con vista piú vivace e piú spedita.De' bianchi e negri spirti la scrimagliaben tengo de le muse al monte ordita;ma ch'abbia, se non tutto, almen in partedi Lodovico attendo il stile e l'arte.
Non piú Merlino, Fúlica e Limernooltra sarovvi, ma sol Triperuno.Tratto son oggi mai di quell'infernoove chi faccia ben non vi è sol uno.[328]Per te, Iesú, per te vedo e discernoesser del cibo tuo sempre degiuno;ed «ingannato al fine si ritrovachi lascia la via vecchia per la nova».
FINISCE LO CAOS DEL TRIPERUNO.
Urnula, quam gemmis auroque nitere videmus,quaeritur angusto quid ferat illa sinu.Haud ea, pestifero Pandorae infecta veterno,intulit omnivagas orbe adaperta febres!At pretium, quo non aliud pretiosius, ipsa haecquod rerum amplexus non capit, urna capit.
Urnula, quam gemmis auroque nitere videmus,quaeritur angusto quid ferat illa sinu.
Haud ea, pestifero Pandorae infecta veterno,intulit omnivagas orbe adaperta febres!
At pretium, quo non aliud pretiosius, ipsa haecquod rerum amplexus non capit, urna capit.
Signore mio, l'altissima cui famasin oltra 'l ciel ottavo s'alza e gira,amor mi sprona e la ragion mi tiradir quanto in terra ognun v'onora ed ama.E mentre son per adempir mia brama,giungendo rime al sòn di bassa lira,mi resto e dico: — Ahi! mente mia delira,che gir ti credi ove 'l desio ti chiama!Chi salirà tant'alto? né la linguadi Tullio e di Virgilio l'aurea trombapotria montar di sua vertude al giogo! —E pur, come che 'l stile mio soccombaa quell'altezza tanta, non si estinguadi lui cantar un desioso fuogo.
Signore mio, l'altissima cui famasin oltra 'l ciel ottavo s'alza e gira,amor mi sprona e la ragion mi tiradir quanto in terra ognun v'onora ed ama.E mentre son per adempir mia brama,giungendo rime al sòn di bassa lira,mi resto e dico: — Ahi! mente mia delira,che gir ti credi ove 'l desio ti chiama!Chi salirà tant'alto? né la linguadi Tullio e di Virgilio l'aurea trombapotria montar di sua vertude al giogo! —E pur, come che 'l stile mio soccombaa quell'altezza tanta, non si estinguadi lui cantar un desioso fuogo.
LIMERNO
Caro germano, potriati facilmente pervegnire a le orecchie che, favoleggiando noi, Fúlica e Triperuno insieme, ed io con loro, de la miracolosa dottrina de uno asino, mi occorse adducerti in testimonio o sia esempio di coloro li quali, non sapendo parlare, si intromettono temerariamente fra gli saputi e savi uomini a ragionare de li altrui fatti e costumi, volendosi elli con lo biasmar altri mostrarsi di qualche onore e reputazione degni. E perché tu da me ti chiamarai forse oltraggiato essere e vituperato, ti rispondo, nanti tratto, che con l'altre tue bone condizioni matto ancora ti mostrarai, quando in te non voglia patire quello che in altro giammai non cessi adoperare, io dico ne l'altrui fama e onore. Dimmi, uomo dappocaggine che tu ti sei, con che ragione, con che giustizia, con qual caritade tu con quell'altro che fiorentino si fa, Sebastiano «puzzabocca», e con altri toi simili furfanti, a li quali ben sta quella sentenzia del mio barbato Girolamo:«Possident opes sub paupere Christo, quas sub locuplete diabolo non habuerint»; per qual, dico, necessaria cagione non mai vi straccate di cercare far danno ne la fama ed onore del giovene innocente Triperuno? in che cosa egli vi offende, diavoli che voi siete? Ah maladetta rabbia di questa invidia! come se indraca piú, come se invipera nel sangue innocente, perché sa, perché vede lui aver posseduto di libertade lo paradiso terrestre, de lo evangelio la luce anti smarrita, d'un Orso mansuetissimo la grazia! Roditi dunque da te istessa, o conscienzia diabolica, la quale, per tua soperbia, lo perduto seggio a l'uomo esser donato vedi! Lasciatelo stare in vostra malora, arrabbiati cani, ché egli non pur non vi offende, ma si sdegna pensar cosí bassamente de voi, malvagi e invidiosi spiriti, non tutti dico, non tutti appello, anzi lodo e reverisco li uomini quantunque rari conscienzienti. Ma tu, Alberto, al quale un tal nome di quello non pur accostumato e saputo signore ma profondissimo filosofo cosí conviene come ad uno asino la sella d'un bel destriero, per mio consiglio studiati avanti di meglio raffrenar la lingua, che non facevi lo tuo cavallo grosso, al tempo de le barde, essendo soldato vecchio; che nol facendo, mostrarotti una penna di oca piú eloquente essere che la lingua d'uno baboino. Guardati!
FINE DEL VOLUME PRIMO.