LAMENTO DI BELLEZZA

O mihi Pieriis liceat demergier undis,o veniat votis dexter Apollo meis!Quidquid ago, fateor, sunt carmina, carmina sed quaenon sapiunt liquidas Bellerophontis aquas.Hic nisi densa palus iuncis et harundine tordet,hic nisi stagnanti me Padus amne lavat.[220]Advoco sic musas: pro musis ecce catervainsurgit culicum, meque per ora notat!Dum cantare paro fletu mihi lumen inundat,factaque per culices vulnera rore madent.Hic quoque noctivagae strident ululantque volucres,ac ventura nigrae damna minantur aves.Quid referam pulices, agili qui corpore saltant?Utraque quos caedens iam caret ungue manus!

O mihi Pieriis liceat demergier undis,o veniat votis dexter Apollo meis!Quidquid ago, fateor, sunt carmina, carmina sed quaenon sapiunt liquidas Bellerophontis aquas.Hic nisi densa palus iuncis et harundine tordet,hic nisi stagnanti me Padus amne lavat.[220]Advoco sic musas: pro musis ecce catervainsurgit culicum, meque per ora notat!Dum cantare paro fletu mihi lumen inundat,factaque per culices vulnera rore madent.Hic quoque noctivagae strident ululantque volucres,ac ventura nigrae damna minantur aves.Quid referam pulices, agili qui corpore saltant?Utraque quos caedens iam caret ungue manus!

MERLINO

Questi toi versi quantunque mi sappiano di puerizia, pur non vi manca l'arte e, per dir meglio, la veritade. Imperocché io molto piú voluntieri abitarei su lo contado di qualunque altra cittade che su quello di Ferrara, non giá perché ella non abbia tutte le bone condizioni che si ricercano in una simil terra, cosí di reggimento come di nodrimento, ma baldamente dirò che causa veruna non le occorre perché de l'aere o sia del cielo ella si debbia lodare, ché, quando la industria piú de la natura non vi avesse provveduto, guai a le sue gambe! Laonde, essendovi non so qual poeta mantoano, per un eccesso non piccolo, destinato dal signore a partirne in onesto esiglio, e giá pervenuto su l'entrata di essa, in queste parole sospirando ruppe:

MERLINUS

Insperata meis salve. Ferraria, curis,tale sis exilium ne, rogo, quale daris!Me non parva reum fecit tibi culpa: reatumex te num luerit congrua poena meum?Noster, ais, veni; nostros quoque suscipe ritus;vivitur humano sanguine, trade cibum!Mantous culicis funus iam lusit Homerus;[221]mantous culicum tu quoque gesta cane.

Insperata meis salve. Ferraria, curis,tale sis exilium ne, rogo, quale daris!Me non parva reum fecit tibi culpa: reatumex te num luerit congrua poena meum?Noster, ais, veni; nostros quoque suscipe ritus;vivitur humano sanguine, trade cibum!Mantous culicis funus iam lusit Homerus;[221]mantous culicum tu quoque gesta cane.

LIMERNO E MERLINO

Limerno.Che quelle bestiuole siano causa per cui lo usar in Ferrara non ti aggrada, malamente te lo credo.

Merlino.Poco errore è questa tua mescredenza.

Limerno.Perché dici tu dunque la menzogna?

Merlino.Se per mezzo de la menzogna tu intendi la veritade, perché mentitore mi fai?

Limerno.Mentitore sei per certo.

Merlino.Sí, ma verace.

Limerno.Qual veritade ho io giá inteso per la bugia testé fatta?

Merlino.Perché Ferrara cortesa non per mosche o tavanelle mi è a noia, ma perché ivi raccoglionsi lor vini su le groppe de le rane. Pensa mò tu qual eccidio, qual ruina sarebbe del mio stomaco!

Limerno.Ferrara e Mantoa di molte qualitadi si corrispondano. Ma voglio che, sí come ora ti concessi lo mio cantar latino, cosí non manco tu ti comporti ne l'ascoltarmi un breve capitolo.

Merlino.Chi fu lo autore di esso?

Limerno.Perché ciò mi domandi tu?

Merlino.Quando che non mi dilettino molto le cose tue, e consequevolmente non ti presto udienza se non sforzato.

Limerno.Non è mio veramente: io giá fora d'un scrigniolo quello rubbai dentro di Lementana, o Nomentana meglio diremo,[222]luntano da Roma diece migliara; castello nobile sí per la vecchiezza di esso sí per la generosissima famiglia de Orsini, di quello ed altre assai terre posseditrice e madonna. E benché io molte volte l'abbia per mio recitato, nulla di manco (mi confesso a te) non esser egli mio son certo, ma d'un Gian Lorenzo Capodoca secretario del signore del loco.

Merlino.Ora incomincia, ed io frattanto un sonetto voglioti comporre.

LIMERNO

Sia pur contrario a noi l'aspro furored'ogni stella crudel, d'ogni elemento,ché l'ira sua non piega un stabil cuore:latri chi vol latrar, io gli 'l consento,[223]ché tanto si alza piú la fiamma accesaquando lei spegner vole un picciol vento.Qual piú lodevol, qual piú chiara empresad'una costante, d'una fede pura,ch'odio non teme né di sorte offesa?Un fermo scoglio d'onde non ha curané un stabil cuore di qualunque oltraggio,ché fede intorno a lui piú allor s'indura.Sol ne gli affanni si conosce il saggio,lo qual, per ch'un bersaglio sia di sorte,non parte mai dal cominciato viaggio.Né di ferro minacce né di morte,mentre animosamente spiega l'aledi fede, mai paventa un uomo forte.Però la forza lor in noi che vale?Giá chi congiunse il ciel altrui non scioglieperché non svaria mai corso fatale.Lasciali pur empir lor empie voglie:livido cuor sol di se stesso è pena,e chi semina tòsco, tòsco accoglie.Pingon in ghiaccio e solcan ne la rena,e quelli de le pugna al vento dánno,che rodon la fidel nostra catena.Ma tu la lor malizia, il loro ingannoimpara di conoscer, e lor fraude,ché bello è l'imparar a l'altrui danno.Se ride 'l tuo nemico, se 'l t'applaude,tu similmente applaudi e ridi ad esso,ch'esser falso co' falsi è somma laude.Se ancora ti minaccia e morde spesso,contienti d'ira, ché ti fia gran palma:summa vittoria è 'l vincere se stesso.Non dé' turbarsi un'incolpevol alma,s'ognor in lei piú l'odio si rinforza,ch'un gir leal non sa peso né salma.Ma se considri ben sua debil forza,tu riderai di lor invidia ed onte:ardor di paglie subito s'ammorza.Sian dunque lor insidie occulte o cònte,[224]osserva quelle e queste ridi e sprezza,ché 'l bon nocchier, se tien la fronte a frontedi sorte accortamente, mai non spezza.

Sia pur contrario a noi l'aspro furored'ogni stella crudel, d'ogni elemento,ché l'ira sua non piega un stabil cuore:latri chi vol latrar, io gli 'l consento,[223]ché tanto si alza piú la fiamma accesaquando lei spegner vole un picciol vento.Qual piú lodevol, qual piú chiara empresad'una costante, d'una fede pura,ch'odio non teme né di sorte offesa?Un fermo scoglio d'onde non ha curané un stabil cuore di qualunque oltraggio,ché fede intorno a lui piú allor s'indura.Sol ne gli affanni si conosce il saggio,lo qual, per ch'un bersaglio sia di sorte,non parte mai dal cominciato viaggio.Né di ferro minacce né di morte,mentre animosamente spiega l'aledi fede, mai paventa un uomo forte.Però la forza lor in noi che vale?Giá chi congiunse il ciel altrui non scioglieperché non svaria mai corso fatale.Lasciali pur empir lor empie voglie:livido cuor sol di se stesso è pena,e chi semina tòsco, tòsco accoglie.Pingon in ghiaccio e solcan ne la rena,e quelli de le pugna al vento dánno,che rodon la fidel nostra catena.Ma tu la lor malizia, il loro ingannoimpara di conoscer, e lor fraude,ché bello è l'imparar a l'altrui danno.Se ride 'l tuo nemico, se 'l t'applaude,tu similmente applaudi e ridi ad esso,ch'esser falso co' falsi è somma laude.Se ancora ti minaccia e morde spesso,contienti d'ira, ché ti fia gran palma:summa vittoria è 'l vincere se stesso.Non dé' turbarsi un'incolpevol alma,s'ognor in lei piú l'odio si rinforza,ch'un gir leal non sa peso né salma.Ma se considri ben sua debil forza,tu riderai di lor invidia ed onte:ardor di paglie subito s'ammorza.Sian dunque lor insidie occulte o cònte,[224]osserva quelle e queste ridi e sprezza,ché 'l bon nocchier, se tien la fronte a frontedi sorte accortamente, mai non spezza.

MERLINO E LIMERNO

Merlino.Oh quanto m'è giovato questa dolcezza!

Limerno.Or vedi tu dunque che sin a te la soavitade di rime toscane sono aggradevoli?

Merlino.Per qual segno conosci tu in me cotal effetto essere?

Limerno.Come! tu non hai giá detto questa dolcezza averti non poco gradito?

Merlino.Sí, del sonno che ho fatto.

Limerno.Tu dormevi dunque mentre io cantava?

Merlino.Che maraviglia! non sei tu giá di minor vigore d'una sirena!

Limerno.Dormevi tu, caro Merlino?

Merlino.Domine, ita.Ben ti lo dissi da prima.

Limerno.Che cosa?

Merlino.Di componerti un sonnetto.

Limerno.Or baldamente t'intendo: grandissima è la differenzia tra lo «sonnetto» e «sonetto».

Merlino.Quanto è tra 'l persutto e lo schenale.

Limerno.Io ti voleva domandare lo giudizio tuo sí de lo verso come del recitatore; ma, per quello che me ne pare, ho ragionato con le mura.

Merlino.Anzi, e la campana e lo campanaro mi è piaciuto, ma...

Limerno.Ma che?

Merlino.Aggradito m'averia piú, se...

Limerno.Se che?

Merlino.Se piú lungo fusse proceduto.

Limerno.La cagione?

Merlino.Per piú dormire.

Limerno.E pur gran torto me fai non ascoltarmi cosí come io voluntieri ascolto te, non giá per fasto e vanagloria, ma per avere solamente qualche avviso da gli uditori, se dicendo nell'instrumento mi sconcio troppo nel volger il capo, nel girar de gli occhi, nel finger caldi sospiri, se graziosamente o no tengomi sul braccio la cetra, se abbasso oppur troppo innalzo la voce,[225]e altri simili particulari effetti d'un amante, acciò che per l'altrui avviso piú ragionevolmente avvezzare mi sapessi, dovendomi egli poscia essere a molto accrescimento de lo amore di mia donna.

Merlino.Se queste parti non hai, ben ti le poscio mostrar io, se mi ascolti per una pezza; e forse lo sonno ti stará luntano per vigor de la mia piva. Or odi una oda in loda d'una mia amorosa detta la Mafelina, ed impara da me gli affettuosi gesti.

Limerno.Comincia, ch'io mi sento voglia di mangiar riso!

MERLINUS.

Aspra, crudelis, manigolda, ladra,fezza bordelli, mulier diabli,vacca vaccarum, lupaque luparumporgat orecchiam,porgat uditam, Mafelina, pivae;Liron o bliron, coleramque nostridentis ascoltet, crepet atque scoppiet,more vesighae!Illa stendardum facie scopertafert puttanarum, petit et guadagnumilla, marchettis cupiens duobussaepe pagari.Semper ad postam gabiazza, rosso[226]plena belletto, sedet ante portam,chiamat, invitat, pregat atque tiratmille famatos;mille descalzos petit ad cadregam,perque mantellum faciens carezzas,intus agraffat, quid habent monetaeprima domandat.Quis mihi credat quod avara stabitsalda ad unius pagamenti bezzi?Quis bagassarum similem scoazzamvidit Arena?Nulla Veronae meretrix Arenaepeior Ancroia reperitur ista,heu! tapinelli poverique amantes,ite dabandam,ite luntani, moneo! Provatoripse crustarum putridae carognaeibit in Franzam. Pochi pendit istum[227]quisquis avisum.

Aspra, crudelis, manigolda, ladra,fezza bordelli, mulier diabli,vacca vaccarum, lupaque luparumporgat orecchiam,porgat uditam, Mafelina, pivae;Liron o bliron, coleramque nostridentis ascoltet, crepet atque scoppiet,more vesighae!Illa stendardum facie scopertafert puttanarum, petit et guadagnumilla, marchettis cupiens duobussaepe pagari.Semper ad postam gabiazza, rosso[226]plena belletto, sedet ante portam,chiamat, invitat, pregat atque tiratmille famatos;mille descalzos petit ad cadregam,perque mantellum faciens carezzas,intus agraffat, quid habent monetaeprima domandat.Quis mihi credat quod avara stabitsalda ad unius pagamenti bezzi?Quis bagassarum similem scoazzamvidit Arena?Nulla Veronae meretrix Arenaepeior Ancroia reperitur ista,heu! tapinelli poverique amantes,ite dabandam,ite luntani, moneo! Provatoripse crustarum putridae carognaeibit in Franzam. Pochi pendit istum[227]quisquis avisum.

LIMERNO E MERLINO

Limerno.Merlino mio, questa tua foggia di cantare non si domanda «cantare», ma un abbagliare, un muggire, un tonare su per le ripe del Pado.

Merlino.Sonano li pifari su per li argini del Pado.

Limerno.E raggiano, come dice il mantoano, li asini.

Merlino.Tu vòi dunque dire che in questa mia chiusura fra tanti asini io canto?

Limerno.Ed anco peggio ti direi, s'io sapessi.

Merlino.Piú rozzo cantore di lui non saperei io giá mai trovare.

Limerno.Sí, di canto figurato.

Merlino.Cantano forse altramente che di figurato?

Limerno.Lo suo naturale e nativo.

Merlino.Qual è?

Limerno.Canto quadrato, largo, sonoro e molto di gorga, e piú de le volte fannoli drento un strano contrappunto.

Merlino.In qual modo?

Limerno.Con la musica di drieto, la quale mantengono con la eguale battitura de' calzi, non mai alterandovi la misura.

Merlino.Dunque lo asino ha una parte da natura piú de gli altri animali.

Limerno.Come cosí?

Merlino.Che l'asino con due voci in una istessa musica può cantare.

Limerno.Anzi può cantare, sonare e battere insieme.

Merlino.Annòdavi un altro groppo a questa virtú.

Limerno.Quale?

Merlino.Messer lo asino sa chiudere una borsa senza serraglie.

Limerno.Maravigliavimi se da gli asini si potesse guadagnare altro che calzi e corregge e da un Merlino altro che sporche e stomacose parole. Or stattine, tuo mal grado, in questa tua lordura, porco da brotaglie che tu sei, ché ben di me medemo non possio fare che non mi maraviglia, standomi quivi ad altercar con un devorone di lasagne, nemico di gentilezze e cortesie.

Merlino.Vanne tu, vanissimo ed effeminato cinedo! ché gli odori de quelli toi unguenti e impiastri fumentati per altra cagione non porti tu, se non per ammortare e spegnere lo fetore de le sozze bagascie fra le quali giorno e notte sempre tu dimori.

LIMERNO

Forsennato e pazzo che son io! essermi raffrontato a favoleggiare con questa destruzione di rafiòli! O meschino me! se la unica mia signora e divinissima dea giammai presentisse lo suo Limerno aver dimorato una bona pezza con un lordissimo porco, or che direbbe? or che farebbe ella? Per lo vero, non mai piú se non con torto sembiante mi guardarebbe. Voi adunque, chiari fonti, cristallini ruscelli, porporei fiori, amene piagge, riposti antri; voi, gai augelletti, lascivetti conigli, guardativi che alcuno di voi non presumi lo folle mio errore a lei manifestare; a lei dico, la cui presenzia tutti con un sol riso vi abbella, che molte volte dégnavi de l'angelico suo conspetto, appoggiando le belle membra or su quella fiorita sponda del vivo ruscello or sotto quel speco inederato di allori, mentre l'ardente sole a gli animali rende l'ombre aggradevoli. Deh! pregovi, tenetimi dal mio sole coperto; ché dubbio non è, quando ella non piú si degnasse di comportar le mie lodi, lo mio ver' lei amore, io ne morirei, io da me istesso di quell'olmo al vecchio tronco mi sospenderei. Ma, inanti la miserabil morte mia, annunziovi che crudel vendetta di tutti voi ne pigliarei: non è fiore, non è pianta, non è fonte, che impetuosamente non stracciassi, svellessi e disturbassi. Statene dunque, o de' miei secreti consapevoli, statene taciti e quieti, ma non sí taciti e quieti che le rime mie, le quali ora sono cantando per isfogare, non subito le riportati e recantati a le sue divine orecchie. E perché voi avete ad essere miei fidelissimi compagni, consequevolmente voglio che d'ogni mio secreto voi siate participevoli.

Io dunque meritar puotei la entrata di questo santissimo giardino allora quando la fama sola d'una non pur bellissima ma prudentissima madonna mi cocque le medolle, lo cui bel nome voi ne' capoversi di questo succedente sonetto potreti conoscere, lo quale giá lo fido mio Falcone nel scorzo di quel frassino intagliando scrisse:

G loriosa madonna, il cui bel nomeI n capo de' miei versi porrò sempre,V orrei pur io saper de quali tempreS ian que' vostr'occhi neri ed auree chiome!T rema ciascun in lor, mirando come[228]I vi sia la virtude, che distempreN ostra natura e 'n ferro i cuori tempre,A cciò piú di leggier lor tiri e dome.D i calamita dunque se non sète,I n voi di cotal pietra è forza almancoV ivace sí, ch'ogni materia liga.I o tragger vidi de' vostr'occhi al reteN atura, Amor e 'l Sol di sua quadriga.A ltra simile a voi chi vide unquanco?

G loriosa madonna, il cui bel nomeI n capo de' miei versi porrò sempre,V orrei pur io saper de quali tempreS ian que' vostr'occhi neri ed auree chiome!T rema ciascun in lor, mirando come[228]I vi sia la virtude, che distempreN ostra natura e 'n ferro i cuori tempre,A cciò piú di leggier lor tiri e dome.

D i calamita dunque se non sète,I n voi di cotal pietra è forza almancoV ivace sí, ch'ogni materia liga.I o tragger vidi de' vostr'occhi al reteN atura, Amor e 'l Sol di sua quadriga.A ltra simile a voi chi vide unquanco?

LIMERNO

Mirabilissima è per certo di costei la beltade e cortesia, la cui fama sola (or che fa poi la presenzia?) puote di luntane contrade altrui ricondurre a vedere e contemplare la tanta lei vaghezza, la tanta lei graziosissima onestade. Laonde chiunque al primier assalto la vede, subitamente vien constretto a prorumpere in coteste simili parole:

Or non piú fama, or non piú 'l sparso gridol'unica sua bellezza mi dichiara;ché, mentre agli occhi nostri non fu avara,[229]vidila sí, che cosí ardendo i' grido:— Per l'universo non che 'n questo lidopiú bella, accorta, pronta, onesta e raradonna chi vide mai? quivi s'imparanata beltá d'Amore ad esser nido. —Però se questo e quello od altri l'ama,maraviglia qual è? ma ben saria,s'uom è che lei mirando non s'impetra!Quel guardo pregno d'alta leggiadria,quel dolce riso anco nel cuor mi chiama:— Costei sola del ciel le grazie impetra!

Or non piú fama, or non piú 'l sparso gridol'unica sua bellezza mi dichiara;ché, mentre agli occhi nostri non fu avara,[229]vidila sí, che cosí ardendo i' grido:— Per l'universo non che 'n questo lidopiú bella, accorta, pronta, onesta e raradonna chi vide mai? quivi s'imparanata beltá d'Amore ad esser nido. —Però se questo e quello od altri l'ama,maraviglia qual è? ma ben saria,s'uom è che lei mirando non s'impetra!Quel guardo pregno d'alta leggiadria,quel dolce riso anco nel cuor mi chiama:— Costei sola del ciel le grazie impetra!

LIMERNO

Ma sí come dal ciel ogni grazia in lei discese, cosí ella in me non dedignossi la sua impartire, contentandosi ch'io di lei faccia resonare voi, sollevati colli e ombrosi poggetti. Or dunque abbassativi, o verdi cime de voi, faggi ed abeti; de voi, lauri e mirti; de voi, querze ed ilici; de voi, viti ed olmi: abbassativi, dico, ad ascoltare questa mia sonora cetra, ma non bastevolmente sonora a l'altezza di quella madonna; ad udire queste mie leggiadre rime, ma non leggiadre al merito di quella dea; a sentire lo mio dirotto pianto, ma non sí dirotto che poscia l'ardentissime faci spegnere de l'affocato core! E se troppo baldanzosamente vi paio di fare mentre io dico di lei d'ogni alto stile degna, incolpate sol Amore, lo quale mi fa sovente dire quello che di tacere assai mi fôra meglio, e, sognandomi piú volte, movemi a vaneggiare quanto ora sète per udire in questa mia debil cetra:

LIMERNO

Questa madonna, che sí dolce, altiera,un sol di tante stelle in mezzo asside,[230]dimmi, dond'è che austera in volto ridescoprendo insieme il verno e primavera?Vedi se di vertú donna sí interafu mai, ch'un cor a un sol riso conquide!Ma lui tropp'alta speme non affide,ché fugge 'l riso ed egli piú non spera.Cosí l'alta guerrera e sferza e frenotien di chi l'ama, ed ama chi la vede,anzi chi l'ode, anzi chi dir ne sente.Cosí 'l regno d'amor costei possede,ove tanti be' spirti, saggiamentebella, nudrisce al dolce suo veleno.

Questa madonna, che sí dolce, altiera,un sol di tante stelle in mezzo asside,[230]dimmi, dond'è che austera in volto ridescoprendo insieme il verno e primavera?Vedi se di vertú donna sí interafu mai, ch'un cor a un sol riso conquide!Ma lui tropp'alta speme non affide,ché fugge 'l riso ed egli piú non spera.Cosí l'alta guerrera e sferza e frenotien di chi l'ama, ed ama chi la vede,anzi chi l'ode, anzi chi dir ne sente.Cosí 'l regno d'amor costei possede,ove tanti be' spirti, saggiamentebella, nudrisce al dolce suo veleno.

LIMERNO

Quando l'alma gentile, per cui solamoro la notte e poi rinasco 'l giorno,venne dal ciel, per farvi anco ritorno,in questa vita ch'è d'errori scola,Amor, che 'nqueto quinci e quindi vola,si le fe' contra di sue spoglie adorno,qual fier tiranno ch'al suo carro intornoha tanti uomini e dèi, ch'al mondo invola.Ma, lei di sé maggiore e d'altre frezzevista luntan alteramente armata,stette smarrito e dal triunfo scese.Quella da sue virtú, da sue bellezze,di che l'ornò natura e 'l ciel, levatanel carro stesso, in noi l'arco si tese.

Quando l'alma gentile, per cui solamoro la notte e poi rinasco 'l giorno,venne dal ciel, per farvi anco ritorno,in questa vita ch'è d'errori scola,Amor, che 'nqueto quinci e quindi vola,si le fe' contra di sue spoglie adorno,qual fier tiranno ch'al suo carro intornoha tanti uomini e dèi, ch'al mondo invola.Ma, lei di sé maggiore e d'altre frezzevista luntan alteramente armata,stette smarrito e dal triunfo scese.Quella da sue virtú, da sue bellezze,di che l'ornò natura e 'l ciel, levatanel carro stesso, in noi l'arco si tese.

LIMERNO

Alluntanato è 'l sole, e noi qui manchidel suo bel raggio (fan piú giorni) lassa.Io, pur spiando s'altri quindi passa,spesso alzo gli occhi, di mirar giá stanchi!I' dico, s'alcun passa, che rifranchinoi d'esta valle del suo lume cassa,narrando il suo ritorno; ma trapassacon speme l'anno, e morte abbiamo ai fianchi.[231]Sleguasi 'l tempo né pur anco apparechi dica: — Annuncio a voi grande allegrezza:ecco torna colei che 'l mondo abbella! —Lasso! non so che piú mi speri, ché ellaper su que' monti con Diana, pare,va solacciando e noi qui giú non prezza.

Alluntanato è 'l sole, e noi qui manchidel suo bel raggio (fan piú giorni) lassa.Io, pur spiando s'altri quindi passa,spesso alzo gli occhi, di mirar giá stanchi!I' dico, s'alcun passa, che rifranchinoi d'esta valle del suo lume cassa,narrando il suo ritorno; ma trapassacon speme l'anno, e morte abbiamo ai fianchi.[231]Sleguasi 'l tempo né pur anco apparechi dica: — Annuncio a voi grande allegrezza:ecco torna colei che 'l mondo abbella! —Lasso! non so che piú mi speri, ché ellaper su que' monti con Diana, pare,va solacciando e noi qui giú non prezza.

LIMERNO

In quelle parti, ove di poggio in valle,di valle in poggio va scherzando aprile,madonna or giace e in atto signorilesovente in l'erbe pon su' fior le spalle.Zefiro intorno baldamente vállespirando in quella faccia, in quel gentile[232]sino d'avorio schietto, e chiama viledi Borea l'Orizia e biasmo dálle.Talor ella si parte al loco, dovegiá di sua Laura sí altamente dissecolui che 'n rime dir ha 'l piú bel vanto.Quivi s'inchina umíle al sasso e movea l'ossa ch'entro stanno un dolce pianto,ch'Amor sul marmo di sua man poi scrisse.

In quelle parti, ove di poggio in valle,di valle in poggio va scherzando aprile,madonna or giace e in atto signorilesovente in l'erbe pon su' fior le spalle.Zefiro intorno baldamente vállespirando in quella faccia, in quel gentile[232]sino d'avorio schietto, e chiama viledi Borea l'Orizia e biasmo dálle.Talor ella si parte al loco, dovegiá di sua Laura sí altamente dissecolui che 'n rime dir ha 'l piú bel vanto.Quivi s'inchina umíle al sasso e movea l'ossa ch'entro stanno un dolce pianto,ch'Amor sul marmo di sua man poi scrisse.

LIMERNO

Quando 'l tempo, madonna, a noi sí parco,dramma di sé concedami taloradi vosco ragionar, i' grido allora:— Dolci fiamme d'amore, dolce l'arco! —Ma quando invidia le piú fiate il varcomi serra ai lumi, ove convien ch'io mora,vo richiamando mille volte l'ora:non è amarezza a l'amoroso incarco!Qui poi la fede, che di par col sole[233]certar solea, s'annebbia di sospetto,fulgura il sdegno e zelosia tempesta.Però scusar si deve se, d'un pettoscacciato 'l cor dal vermo che l'infesta,non giá d'invidia ma d'amor si dole.

Quando 'l tempo, madonna, a noi sí parco,dramma di sé concedami taloradi vosco ragionar, i' grido allora:— Dolci fiamme d'amore, dolce l'arco! —Ma quando invidia le piú fiate il varcomi serra ai lumi, ove convien ch'io mora,vo richiamando mille volte l'ora:non è amarezza a l'amoroso incarco!Qui poi la fede, che di par col sole[233]certar solea, s'annebbia di sospetto,fulgura il sdegno e zelosia tempesta.Però scusar si deve se, d'un pettoscacciato 'l cor dal vermo che l'infesta,non giá d'invidia ma d'amor si dole.

LIMERNO

Invido ciel che tante stelle e tantein grembo hai sempre e di lor vista godi,a che per cento vie, per cento modi,[234]la mia levar contendi a me davante?N'hai mille e mille di splendor prestante,e pien d'invidia pur t'affanni e rodi!Per cui? sol per colei che, acciò mie lodisianle piú belle, starmi degna innante.Bastar ti deve il tuo, lascia 'l sol mio,che 'nfiamme i spirti e sopra sé l'innalzi,come 'l tuo nutre i corpi, l'erbe, i fonti.Ma 'l mio perché piú bello, in tal desiorancor ti sferza, che ne trai de' calzi,e 'n su le cime tue vòi ch'egli monti.

Invido ciel che tante stelle e tantein grembo hai sempre e di lor vista godi,a che per cento vie, per cento modi,[234]la mia levar contendi a me davante?N'hai mille e mille di splendor prestante,e pien d'invidia pur t'affanni e rodi!Per cui? sol per colei che, acciò mie lodisianle piú belle, starmi degna innante.Bastar ti deve il tuo, lascia 'l sol mio,che 'nfiamme i spirti e sopra sé l'innalzi,come 'l tuo nutre i corpi, l'erbe, i fonti.Ma 'l mio perché piú bello, in tal desiorancor ti sferza, che ne trai de' calzi,e 'n su le cime tue vòi ch'egli monti.

I o tratto a l'ombra d'un gentil boschettoV idi, giacendo su la piaggia erbosa,S tarsi donna solinga e penserosa,T urbata in vista, col mento sul petto.I n tal vaghezza stava, ch'ivi intornoN é fu pianta né augel che non movesseA lei mirar e seco ne piangesse.I' mi le appresso e per veder m'abbasso.V idila troppo, aimè! ché, alzando il viso,S i mi scoperse in lei tal paradiso,T al, dico, che mi fece d'uom un sasso.I n me si volse e disse: — Fa' ritorno,N é star qui meco ove star sola deggioA pianger quel che, tarda, in me correggio.I l dolo amar che piú sempre si acerbaV ien d'alterigia molta e troppo orgoglio;[235]S on bella, come vedi, e mi raccoglioT utta sovente in donna, ma soperbaI nalzo lei cosí, che 'n questo scornoN e son rimasta, onde l'alta bontadeA ma suppor l'orgoglio ad umiltade.I n queste bande su dal primo cieloV ols'egli in scherno mio, ch'un'alma stellaS cendesse umile assai di me piú bella.T ant'ella è piú gentil quant'ha piú 'l veloI n cerco de ligustri e rose adorno.N acque non per mostrar quant'è bellezza,A nzi, benché sia bella, lei disprezza.I o son (perché ti miro star sospeso)V ana beltá, ch'orno di gigli e rose[236]S ol de le donne i volti, ma ritroseT utte le faccio e di cuore scortesoI n lor amanti, cui di giorno in giornoN udrendo van di speme, e mai non giungeA lor il patto, ma si fa piú lunge.I n questo l'alto padre piú adiratoV er' me ch'abbello i visi e i cuor inasproS culpendo lor di porfido e diaspro,T olse 'l bel spirto e l'ebbe incatenatoI n quelle belle membra ove soggiorno.N on fa soperbia mai, non schivo sdegno,A nzi è d'alte virtudi un vaso pregno.I l nome suo dal ciel in terra stette.V olendolo saper, fa' che misure,S cendendo d'alto, le maggior figure:T re volte e quattro il trovarai di setteI n sette versi. — Allor indi mi torno,N é possio piú di lei dolermi finaA tanto che sei nosco, alma divina!

I o tratto a l'ombra d'un gentil boschettoV idi, giacendo su la piaggia erbosa,S tarsi donna solinga e penserosa,T urbata in vista, col mento sul petto.I n tal vaghezza stava, ch'ivi intornoN é fu pianta né augel che non movesseA lei mirar e seco ne piangesse.

I' mi le appresso e per veder m'abbasso.V idila troppo, aimè! ché, alzando il viso,S i mi scoperse in lei tal paradiso,T al, dico, che mi fece d'uom un sasso.I n me si volse e disse: — Fa' ritorno,N é star qui meco ove star sola deggioA pianger quel che, tarda, in me correggio.

I l dolo amar che piú sempre si acerbaV ien d'alterigia molta e troppo orgoglio;[235]S on bella, come vedi, e mi raccoglioT utta sovente in donna, ma soperbaI nalzo lei cosí, che 'n questo scornoN e son rimasta, onde l'alta bontadeA ma suppor l'orgoglio ad umiltade.

I n queste bande su dal primo cieloV ols'egli in scherno mio, ch'un'alma stellaS cendesse umile assai di me piú bella.T ant'ella è piú gentil quant'ha piú 'l veloI n cerco de ligustri e rose adorno.N acque non per mostrar quant'è bellezza,A nzi, benché sia bella, lei disprezza.

I o son (perché ti miro star sospeso)V ana beltá, ch'orno di gigli e rose[236]S ol de le donne i volti, ma ritroseT utte le faccio e di cuore scortesoI n lor amanti, cui di giorno in giornoN udrendo van di speme, e mai non giungeA lor il patto, ma si fa piú lunge.

I n questo l'alto padre piú adiratoV er' me ch'abbello i visi e i cuor inasproS culpendo lor di porfido e diaspro,T olse 'l bel spirto e l'ebbe incatenatoI n quelle belle membra ove soggiorno.N on fa soperbia mai, non schivo sdegno,A nzi è d'alte virtudi un vaso pregno.

I l nome suo dal ciel in terra stette.V olendolo saper, fa' che misure,S cendendo d'alto, le maggior figure:T re volte e quattro il trovarai di setteI n sette versi. — Allor indi mi torno,N é possio piú di lei dolermi finaA tanto che sei nosco, alma divina!

CLIO

Qual gode in carne perché in carne vivae, in terra stando, l'animo da terranon leva al ciel (onde si parte) unquanco,colui d'umana spezie, in cui si serral'alta ragione, ad or ad or si priva,sí come di candela il lume stancovedesi, giunto al verde, venir manco.Di che, giá spento, non che morto, il solede la giustizia, resta cieco e palpala circonfusa nebbia e, come talpasotterra errando, uscir né sa né vole;tanto che 'l miser sòleun nuvol d'ignoranzia farsi tale[237]che mai del ciel non sa trovar le scale.Se mi deggia pensar o in terra dentroo sotto 'l ciel, fra terra e l'aer puro,esser in pene stabil altro infernod'un core ne' peccati antico e duro,non so, sássel pur Dio! Mi par un centro,l'abito nel mal far, di foco eterno;quando che né d'estade né di vernoforza veruna o sia losinga d'uomo(questo sperar dal cielo sol si debbe!)quell'infelice misero potrebbeindi ritrarlo piú di bestia indomo.Però tal vizio nomol'orribil ombre del Caós deforme,cui sempre a morte in grembo un'alma dorme.

Qual gode in carne perché in carne vivae, in terra stando, l'animo da terranon leva al ciel (onde si parte) unquanco,colui d'umana spezie, in cui si serral'alta ragione, ad or ad or si priva,sí come di candela il lume stancovedesi, giunto al verde, venir manco.Di che, giá spento, non che morto, il solede la giustizia, resta cieco e palpala circonfusa nebbia e, come talpasotterra errando, uscir né sa né vole;tanto che 'l miser sòleun nuvol d'ignoranzia farsi tale[237]che mai del ciel non sa trovar le scale.Se mi deggia pensar o in terra dentroo sotto 'l ciel, fra terra e l'aer puro,esser in pene stabil altro infernod'un core ne' peccati antico e duro,non so, sássel pur Dio! Mi par un centro,l'abito nel mal far, di foco eterno;quando che né d'estade né di vernoforza veruna o sia losinga d'uomo(questo sperar dal cielo sol si debbe!)quell'infelice misero potrebbeindi ritrarlo piú di bestia indomo.Però tal vizio nomol'orribil ombre del Caós deforme,cui sempre a morte in grembo un'alma dorme.

TRIPERUNO

S tavami basso nel cespuglio e queto,V ago d'udire piú che mai Limerno,E giá m'era disposto per adrietoV olgermi di Merlin for del governo.E al fin sbucato da la macchia, lieto[238]R ichiamo lui: — Deh! svellemi d'inferno! —A lui dico, che giá, calando il sole,T olsesi dal cantar dolci parole.— O vago — a lui diceva — giovenetto,B en mi terrei de gli altri piú beato,S'io fusse tale che tu avessi gratoT enermi (ecco son presto!) a te soggetto. —R estossi allora quello, e col bel visoI l novo Ciparisso ovver Narciso:— C hi chiama? — disse e, vistomi soletto,T ennesi a lungo il naso fra le dita:— O h tu! mi sai — dicea — di lorda vita!C ácciati presto in quel fragrante rivo,L avandoti lo puzzo fin ch'io torni. —A llor si parte ritrosetto e schivo,V edendo una carogna in luoghi adorni.S pogliomi nudo in quel fonte lascivo[239]T emprato d'acque nanfe, che da' forniR igando viene giú d'un monticello,O ve Ciprigna gode Adonio bello.C elavasi, ne l'alpe giunto, il sole.E cco, fra molte ninfe vaghe e snelleL imerno torna solacciando, e quelleL ui van ferendo a bòtte de viole.I o, ch'era nudo, ambe le mani adunoSu quelle parti oscene che ciascuno,Q uantunque sia piccino, coprir sòle.— V edrai — parla Limerno — quant'è meglioE sser di miei che di quel sporco veglio!R ecativi 'l in braccio, o belle ninfe,E d a la dea portandolo direte:— M adonna, dentro le muschiate linfeO fferto s'è costui nel nostro rete:T egnamolo qui nosco, se 'l vi pare,I donio testimon, quando che v'abbiaS empre a lodar ne l'amorosa rabbia. —— O — dissi allor, — o di vaghezza fiore,C hi mi porge la stola ond'io mi copra?— C uor mio — rispose — quivi non s'adopraV estir alcuno dove regna Amore,[240]L o qual ignudo va co' soi seguaci:T aci lá dunque, pazzarello, taci! —A llor fui ricondutto a grand'onoreT ra gioveni leggiadri e damigelle,A vanti una piú bella de le belle.V enere fu costei, la qual nel seggioR egina di Matotta il settro tiene.— B enedetto sia 'l cuore di chi viene— I ncomenciossi allor cantar intorno —S otto Amatonta al dolce lei soggiorno! —L aúti, cetre, lire ed organettiI van toccando parte, parte al sònoT enean le voci giunte, ahi quanto vaghe.I n quel medesmo tempo, a vinti a trenta,B asciandosi l'un l'altro insieme stretti[241]V anno danzando intorno, e questi sonoS inceri giovenetti e donne maghe.E rano mille fiamme intorno acceseS otto gli aurati travi de la sala:S tanno da parte alquanti e fan un'alaE qua e di lá mirando le contese.P endono da' pareti alte cortineR icchissime di seta, argento ed oro,O ro sopr'oro, dico, spesso e rizzoC on mille groppi, ziffere e beschizzo;V asi di pietre di gran pregio e fineL ungo a le mense fanno un bel tesoro.A cque rosate, nanfe ed altri odoriT endon spruzzare i pargoletti Amori.N ascosi molti a le cortine drietoV anno non so che far, ed escon dopoN el volto fatti in guisa di piropoC he furon d'alabastro per adrieto.

S tavami basso nel cespuglio e queto,V ago d'udire piú che mai Limerno,E giá m'era disposto per adrietoV olgermi di Merlin for del governo.E al fin sbucato da la macchia, lieto[238]R ichiamo lui: — Deh! svellemi d'inferno! —A lui dico, che giá, calando il sole,T olsesi dal cantar dolci parole.

— O vago — a lui diceva — giovenetto,B en mi terrei de gli altri piú beato,S'io fusse tale che tu avessi gratoT enermi (ecco son presto!) a te soggetto. —R estossi allora quello, e col bel visoI l novo Ciparisso ovver Narciso:— C hi chiama? — disse e, vistomi soletto,T ennesi a lungo il naso fra le dita:— O h tu! mi sai — dicea — di lorda vita!

C ácciati presto in quel fragrante rivo,L avandoti lo puzzo fin ch'io torni. —A llor si parte ritrosetto e schivo,V edendo una carogna in luoghi adorni.S pogliomi nudo in quel fonte lascivo[239]T emprato d'acque nanfe, che da' forniR igando viene giú d'un monticello,O ve Ciprigna gode Adonio bello.

C elavasi, ne l'alpe giunto, il sole.E cco, fra molte ninfe vaghe e snelleL imerno torna solacciando, e quelleL ui van ferendo a bòtte de viole.I o, ch'era nudo, ambe le mani adunoSu quelle parti oscene che ciascuno,Q uantunque sia piccino, coprir sòle.— V edrai — parla Limerno — quant'è meglioE sser di miei che di quel sporco veglio!

R ecativi 'l in braccio, o belle ninfe,E d a la dea portandolo direte:— M adonna, dentro le muschiate linfeO fferto s'è costui nel nostro rete:T egnamolo qui nosco, se 'l vi pare,I donio testimon, quando che v'abbiaS empre a lodar ne l'amorosa rabbia. —

— O — dissi allor, — o di vaghezza fiore,C hi mi porge la stola ond'io mi copra?— C uor mio — rispose — quivi non s'adopraV estir alcuno dove regna Amore,[240]L o qual ignudo va co' soi seguaci:T aci lá dunque, pazzarello, taci! —A llor fui ricondutto a grand'onoreT ra gioveni leggiadri e damigelle,A vanti una piú bella de le belle.

V enere fu costei, la qual nel seggioR egina di Matotta il settro tiene.— B enedetto sia 'l cuore di chi viene— I ncomenciossi allor cantar intorno —S otto Amatonta al dolce lei soggiorno! —

L aúti, cetre, lire ed organettiI van toccando parte, parte al sònoT enean le voci giunte, ahi quanto vaghe.I n quel medesmo tempo, a vinti a trenta,B asciandosi l'un l'altro insieme stretti[241]V anno danzando intorno, e questi sonoS inceri giovenetti e donne maghe.

E rano mille fiamme intorno acceseS otto gli aurati travi de la sala:S tanno da parte alquanti e fan un'alaE qua e di lá mirando le contese.

P endono da' pareti alte cortineR icchissime di seta, argento ed oro,O ro sopr'oro, dico, spesso e rizzoC on mille groppi, ziffere e beschizzo;V asi di pietre di gran pregio e fineL ungo a le mense fanno un bel tesoro.

A cque rosate, nanfe ed altri odoriT endon spruzzare i pargoletti Amori.

N ascosi molti a le cortine drietoV anno non so che far, ed escon dopoN el volto fatti in guisa di piropoC he furon d'alabastro per adrieto.

I o dunque nudo fra cotanti nudiN on piú arrossisco, non piú mi vergogno,F atto di lor famiglia, ove m'agognoL assivamente in quei salaci studi.A lato la regina sta Limerno,T enendole la bocca ne l'orecchia,O nd'io ne fui chiamato possia al trono.I n terra umilemente i' m'abbandono,N anti ch'al primo grado vi montassi,C he d'altro che de marmi, petre e sassiE rano, ma sol oro e gemme sono.D ritto poi sullevato giá m'aventoI n fretta nanti a l'alta imperatrice,T remando per viltá qual foglia al vento.I ncomenciò l'altiera: — O Triperuno,V assallo mio, de gli altri non men caro,S appi che 'l tuo Limerno saggio e raroT'ha impetrato da me quel che nessunoI n questa corte mai gioir non puote.N ove anni e sei non passa una fanciulla:A te la dono e facciovi la dote.C ostei, pronta, vivace, accorta e bella,V oglio ch'ami, desidri prima ed ardiC he piagna e canti, assorto ne' soi guardi,V ersi pregni d'Amor e sue quadrella.L imerno fia tuo mastro e fida scorta:L imerno sa quel si ricerca amando.O h dolce sorte a chi entra cotal porta!A ffrettati, Lagnilla, e qui Galanta[242]T ien modo di condur furtivamente,Q uando ch'ella non esce mai di ciambra. —V enne la ninfa chiesta finalmente,E tutto di rossore il viso ammanta.— G alanta mia — dicea l'imperatrice —A lza la fronte e mira il novo amante! —L evò la vista, dunque, ove si eliceE cco una fiamma ed ove un cieco infante,R accolto l'arco e la saetta, altriceA hi! di quanti martiri, lo diamanteT rito mi ruppe al petto e quindi svelseI l cor giá fatto de' sospiri al ventoS tridente face e d'acque un fiume lento.O h quante da quell'ora incomenciaroP ene, tormenti, affanni, sdegni ed ire,T ravagli, doglie, angoscie e zelosie!A rsi, alsi di ghiaccio e fiamme dire,T al che 'l dolce al fin divenne amaro.I mperò ch'una Laura sozza e lorda,N efanda, incantatrice, invidiosaE ra del nostro amor la lima sorda.S orda lima costei fu senza posa,S enza quiete mai, del dolce nodo,E bra sol di spuntar col chiodo il chiodo.[243]T ant'ella fece, ch'io nel fin m'accorsiO mbrosa esser cotesta ria cavalla.G alanta ne ridea, donde piú acerba,I niqua piú, ne venne ai duri morsi,S í ch'io le scrissi questo in una querza:

I o dunque nudo fra cotanti nudiN on piú arrossisco, non piú mi vergogno,F atto di lor famiglia, ove m'agognoL assivamente in quei salaci studi.A lato la regina sta Limerno,T enendole la bocca ne l'orecchia,O nd'io ne fui chiamato possia al trono.

I n terra umilemente i' m'abbandono,N anti ch'al primo grado vi montassi,C he d'altro che de marmi, petre e sassiE rano, ma sol oro e gemme sono.D ritto poi sullevato giá m'aventoI n fretta nanti a l'alta imperatrice,T remando per viltá qual foglia al vento.

I ncomenciò l'altiera: — O Triperuno,V assallo mio, de gli altri non men caro,S appi che 'l tuo Limerno saggio e raroT'ha impetrato da me quel che nessunoI n questa corte mai gioir non puote.N ove anni e sei non passa una fanciulla:A te la dono e facciovi la dote.

C ostei, pronta, vivace, accorta e bella,V oglio ch'ami, desidri prima ed ardiC he piagna e canti, assorto ne' soi guardi,V ersi pregni d'Amor e sue quadrella.L imerno fia tuo mastro e fida scorta:L imerno sa quel si ricerca amando.O h dolce sorte a chi entra cotal porta!

A ffrettati, Lagnilla, e qui Galanta[242]T ien modo di condur furtivamente,Q uando ch'ella non esce mai di ciambra. —V enne la ninfa chiesta finalmente,E tutto di rossore il viso ammanta.

— G alanta mia — dicea l'imperatrice —A lza la fronte e mira il novo amante! —L evò la vista, dunque, ove si eliceE cco una fiamma ed ove un cieco infante,R accolto l'arco e la saetta, altriceA hi! di quanti martiri, lo diamanteT rito mi ruppe al petto e quindi svelseI l cor giá fatto de' sospiri al ventoS tridente face e d'acque un fiume lento.

O h quante da quell'ora incomenciaroP ene, tormenti, affanni, sdegni ed ire,T ravagli, doglie, angoscie e zelosie!A rsi, alsi di ghiaccio e fiamme dire,T al che 'l dolce al fin divenne amaro.

I mperò ch'una Laura sozza e lorda,N efanda, incantatrice, invidiosaE ra del nostro amor la lima sorda.S orda lima costei fu senza posa,S enza quiete mai, del dolce nodo,E bra sol di spuntar col chiodo il chiodo.[243]

T ant'ella fece, ch'io nel fin m'accorsiO mbrosa esser cotesta ria cavalla.G alanta ne ridea, donde piú acerba,I niqua piú, ne venne ai duri morsi,S í ch'io le scrissi questo in una querza:

TRIPERUNO

Sléguati in polve, fulminando Giove,o tu, che, sozza tanto, lorda e vieta,lo nome hai di colei che 'l gran pianetamosse da prima ad altre imprese e nòve!Fogo dal ciel giammai non casca dovenatura strinse l'onorata metadel sempre verde lauro, che non vietaulla stagion far le sue antiche prove.Ma Dio tal legge in te servar non deve,ché hai sol il nome e non di Laura i gesti:sei di carbone e credi esser di neve.Pur meglio, acciò 'l bel lauro non s'incesti,quel «v», che 'l terzo seggio vi riceve,[244]tolgasi 'l quarto, acciò che «larva» resti.[245]

Sléguati in polve, fulminando Giove,o tu, che, sozza tanto, lorda e vieta,lo nome hai di colei che 'l gran pianetamosse da prima ad altre imprese e nòve!Fogo dal ciel giammai non casca dovenatura strinse l'onorata metadel sempre verde lauro, che non vietaulla stagion far le sue antiche prove.Ma Dio tal legge in te servar non deve,ché hai sol il nome e non di Laura i gesti:sei di carbone e credi esser di neve.Pur meglio, acciò 'l bel lauro non s'incesti,quel «v», che 'l terzo seggio vi riceve,[244]tolgasi 'l quarto, acciò che «larva» resti.[245]

LIMERNO, TRIPERUNO E FÚLICA

LIMERNO


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