LA ASINARIA

Io canto sotto l'ombra del bel lauroche pose il gran Petrarca in tanta altura,lo qual, mercé d'Amore, mentre durail ciel, terrá la chiave del tesauro.Nel mese quando 'l sole si alza in Tauroed empie il monte e 'l piano de verdura,nacque una bella e saggia creatura,che riconduce a noi l'etá de l'auro.Cantar vorrei sue lodi, o fresche linfe:linfe fresche di Cirra, or dati berea chi dicer d'un Febo novo brama!Girolamo sol dico, in cui non sperepiú di me affaticar altrui le ninfe,ché piú di me, so bene, altrui non l'ama.

Io canto sotto l'ombra del bel lauroche pose il gran Petrarca in tanta altura,lo qual, mercé d'Amore, mentre durail ciel, terrá la chiave del tesauro.Nel mese quando 'l sole si alza in Tauroed empie il monte e 'l piano de verdura,nacque una bella e saggia creatura,che riconduce a noi l'etá de l'auro.Cantar vorrei sue lodi, o fresche linfe:linfe fresche di Cirra, or dati berea chi dicer d'un Febo novo brama!Girolamo sol dico, in cui non sperepiú di me affaticar altrui le ninfe,ché piú di me, so bene, altrui non l'ama.

LIMERNO

H or che per prova, Amor, t'intesi a pienoI n fiamme ove giá n'alsi e 'n ghiaccio n'arsi,E cco mi tieni d'altro dol a freno.R egnar di se medemo e suo giá farsiO h chi potrá giammai sotto 'l tuo giovo?N iun, o se pur gli è, non sa trovarsi.I o quella via, quest'altra cerco e provo,M a che mi val? tu mi travolvi e giriA l'aspro tuo voler, né schermo i' trovo.D iluntanarmi volsi e placar Tiri(I ri tant'empie!) di te, fier tiranno,E nulla feci, ché piú in me t'adiri:D i maggior pene, onde maggior è 'l danno,A mor, mi sproni e fai il tuo costume.H aggia chi piú s'allunga piú d'affanno.I o piansi giá molt'anni sotto 'l numeE rrando d'una ninfa, onde, per paceR ecarmi, mi privai del suo bel lume.O h qual mi crebbe ardente e cruda faceN el petto allor che gli occhi, anzi due stelle,I o non piú vidi, e 'l raggio lor mi sface!M i sface il raggio lor; e pur senz'elleI' non vivrei giammai, perché non pinseM ai Zeusi un sí bel volto o 'ntagliò Apelle.E cco, donna, il martír, ch'al cor s'avvinse:R itrassimi da voi, ma non lo volleC olui che 'n me sovente ragion vinse.A dunque per gir lunge non si tolleT anta mia passion, ch'ebbi giá inante;E questo avvien ché 'l mal è in le medolle.L untan il corpo mi portâr le piante,L untan il cor non giá, perché vel diedeI n su l'aurata punta il vostro amante.D iedel a voi, ch'avesse ad esser sedeI mmobile perpetua d'esso, e voiV i 'l toglieste per cambio, data fedeA l'un e l'altro sempre esser fra doi.

H or che per prova, Amor, t'intesi a pienoI n fiamme ove giá n'alsi e 'n ghiaccio n'arsi,E cco mi tieni d'altro dol a freno.R egnar di se medemo e suo giá farsiO h chi potrá giammai sotto 'l tuo giovo?N iun, o se pur gli è, non sa trovarsi.I o quella via, quest'altra cerco e provo,M a che mi val? tu mi travolvi e giriA l'aspro tuo voler, né schermo i' trovo.

D iluntanarmi volsi e placar Tiri(I ri tant'empie!) di te, fier tiranno,E nulla feci, ché piú in me t'adiri:D i maggior pene, onde maggior è 'l danno,A mor, mi sproni e fai il tuo costume.

H aggia chi piú s'allunga piú d'affanno.I o piansi giá molt'anni sotto 'l numeE rrando d'una ninfa, onde, per paceR ecarmi, mi privai del suo bel lume.O h qual mi crebbe ardente e cruda faceN el petto allor che gli occhi, anzi due stelle,I o non piú vidi, e 'l raggio lor mi sface!M i sface il raggio lor; e pur senz'elleI' non vivrei giammai, perché non pinse

M ai Zeusi un sí bel volto o 'ntagliò Apelle.E cco, donna, il martír, ch'al cor s'avvinse:R itrassimi da voi, ma non lo volleC olui che 'n me sovente ragion vinse.A dunque per gir lunge non si tolleT anta mia passion, ch'ebbi giá inante;E questo avvien ché 'l mal è in le medolle.L untan il corpo mi portâr le piante,L untan il cor non giá, perché vel diedeI n su l'aurata punta il vostro amante.

D iedel a voi, ch'avesse ad esser sedeI mmobile perpetua d'esso, e voiV i 'l toglieste per cambio, data fedeA l'un e l'altro sempre esser fra doi.

TRIPERUNO E LIMERNO

Triperuno.Nel vero, caro mio maestro, non sono giammai tanto fastidito ed annoiato che, udendo voi e l'aurea vostra lira insieme cantare, non subitamente mi racconsoli.

Limerno.Ed io credevami tanto da la turba e volgo entro questa selva luntanato essere che niuno, se non le querze ed[246]olmi, avessero ad ascoltare.

Triperuno.Dogliomi essere uomo di turba e vulgare; ma, la dolcezza di vostre muse ovunque mi volgo sentendo, non men di ferro a la tenace calamita son io da quella tirato. Nulla di manco, se da me voi sète del vostro singular concento impedito, parendovi, ora mi parto e solo vi lascio.

Limerno.Solo non è chi ama, anzi de' pensieri ne la moltitudine sommerso! Io sopra ogni altro veggioti volentieri, Triperuno mio. Vero è che lo essermi da la consueta nostra compagnia distratto potevati accertare che da me dovevasi far cosa la quale fusse da essere secreta. Io, come tu sentisti, cantai testé una canzone, li cui capoversi non vorrei giá ch'uomo del mondo avesse notato, che 'l gentilissimo spirito, di cui sono (giá molto tempo fa) umile servitore, non men ha cura de l'onorevole suo stato che del comun obietto di questo nostro amore. Dimmi dunque: hai tu lo nome suo compreso?

Triperuno.Non, per il dolce groppo di mia Galanta!

Limerno.Non senza molta cagione ricondutto mi sono a l'ombra di questo lauro, lo quale, tanto agiatamente difeso da queste duo collaterali querze cosí da venti e procelle come da' raggi de l'ardentissimo sole, al sopranominato giovene con le sue sempre chiome verde fa di sé gratissimo soggiorno. Ma dimmi, se 'l sai, questi doi versi latini, li quali nel tenero scorzo di esso lauro tu vedi quivi intagliati essere, chi fu lo sottil interpretatore di essi?

Triperuno.Isidoro.

Limerno.Isidoro Chiarino?

Triperuno.Esso fu.

Limerno.Oh divino spirito d'un fanciullo! ché veramente nel sino di Talia succiò le dotte mamme, né maggior fama ed onore si arreca lo autore che 'l commentatore loro.

Triperuno.Sono assai male insculpiti.

Limerno.Scriveli, prego, un'altra volta piú ad alto, e perché lo argomento loro in quello... sai? intagliali col ferro acuto.

Triperuno.Intendo.

DE SOMNO

Hic Iaceo, Et Repens Oculis Natat Intima Mors, AtDivorum Imperio Est Dulcior Ambrosia.

LIMERNO

Tu quelli hai giá scritto? Oh quanto bene stanno! Fammi appresso un piacere, perché lo ingegno del giovenetto piú ognora posciasi addestrare: scrivi ancora un altro enigma non men di questo laborioso, lo quale dopoi la morte di Giulio pontifice, sotto Leone, fu nel candidissimo tumulo di Catarina, dal suo consorte crudelmente uccisa, sculpito, dove ella cosí parlando dice:

TUMULUS CATHARINÆ

CONfodit SORS ME VSum ROBoris ERige TUSchaSphera, necis causa est non nisi nulla meae.

TRIPERUNO

Cotesta Catarina, se bene mi sovviene, fu gentilissima ed amorosa donna; a la quale fu giá mandato quel sonetto con un paio de guanti insieme, li capoversi del quale dicono lo nome suo:

D'una tenera, bianca, leggiadretta,I ntegra onesta man elesse 'l cieloV oi, puri guanti, ad esser dolce velo:A ndati a lei, ch'omai lieta v'aspetta!C ortesamente la terrete stretta,A nzi pur calda contra l'empio gelo,T utto, però, ch'io per soverchio zeloH abbia di voi non a prender vendetta.A mo l'alta virtú che 'n sé diversaR egna piú ch'in Aracne od ella istessaI nventrice de l'ago e bel trapunto.[247]N é man piú dotta né piú dolce e tersaA vvinse guanto mai, né chi promessaOnestamente piú servasse appunto.

D'una tenera, bianca, leggiadretta,I ntegra onesta man elesse 'l cieloV oi, puri guanti, ad esser dolce velo:A ndati a lei, ch'omai lieta v'aspetta!

C ortesamente la terrete stretta,A nzi pur calda contra l'empio gelo,T utto, però, ch'io per soverchio zeloH abbia di voi non a prender vendetta.A mo l'alta virtú che 'n sé diversaR egna piú ch'in Aracne od ella istessaI nventrice de l'ago e bel trapunto.[247]N é man piú dotta né piú dolce e tersaA vvinse guanto mai, né chi promessa

Onestamente piú servasse appunto.

LIMERNO E TRIPERUNO

Limerno.Dirotti la veritade, o Triperuno: questi capoversi, non usati mai da valentuomo veruno, poco a me sono aggradevoli e a gli altri sodisfacevoli, imperocché altro non vi si trova se non durezza di senso ed un impazzire di cervello. Ma ragionamo d'un'altra cosa di assai piú importanza di questa. Confessati meco, e non vi aver un minimo risguardo. Chi fu lo compositore di que' versi, li quali oggi furono da tutta la corte in una querza letti e biasmati?

Triperuno.Perché, caro maestro? sapeno forse come gli altri miei?

Limerno.Di che?

Triperuno.Di mastro di scola.

Limerno.Perché cosí dí': «mastro di scola»?

Triperuno.Li quali, per la varietá de' stili da loro adoperati pedantescamente, come voglio dire, scrivono e fanno un Caos non men intricato del mio.

Limerno.Io bene di cotesto tuo ravviluppatoCaosmi sono maravigliato, lo quale potrebbe a gli uomini dotti forse piacere; ma non lo credo, e spezialmente per cagione di quelle tue postille latine suso per le margini del libro sparse.

Triperuno.Io per confonderlo piú, come la materia istessa richiede, volsivi ancora la prosa latina in aiuto de lo argomento porre.

Limerno.Lasciamo in disparte lo stile tuo, o sia pedantesco o triviale; ma peggio è, che sono quelli versi mordaci de la fama di tale che leggermente potrebbeti offendere. Tu non conosci ancora, buono uomo, la rabbia d'una adirata ed orgogliosa donna, la quale tengasi da qualcuno oltraggiata e sprezzata.

Triperuno.Qual bene o male posso io sperare o temere da questa larva o volsi dire Laura?

Limerno.Voglia pur Iddio che tu non ne faccia veruna isperienza!

Triperuno.In qual modo un sacco di carcami, una cloaca di fango, una stomacosa meretrice del dio Sterquilinio è per vendicarse di me?

Limerno.Con mille modi, non che uno.

Triperuno.Come?

Limerno.È peritissima vindicatrice.

Triperuno.Qual sí terribile ruffiano d'una trita bagascia prenderia giammai la difesa?

Limerno.Non vi mancano gli affamati al mondo. Ma sei male, Triperuno, su la via di conoscere, in cui posciati ella danneggiare.

Triperuno.Avvelenarmi?

Limerno.No.

Triperuno.Farmi con ferro uccidere?

Limerno.Né questo ancora.

Triperuno.Tôrmi la fama?

Limerno.Non ha credito.

Triperuno.In qual foggia dunque?

Limerno.Trasformarti in uno asino.

Triperuno.Che dite voi?

Limerno.Un asino, sí; tu ti maravigli dunque?

Triperuno.Ho ben io piú volte inteso queste donne aver possanza, con non so che unguenti, voltar gli uomini in becchi.

Limerno.Anzi, assai piú becchi fanno che castroni. Quanti oggidí conosco io, li quali giá per violenzia de suffumigi da queste maghe adoperati furono in bovi, buffali ed elefanti conversi!

Triperuno.Questo saria ben lo diavolo! Se questa Laura mi trasfigurasse in un becco, vorrebbemi piú oltra bene Galanta?

Limerno.Piú che mai.

Triperuno.Come? io sarei pur un becco?

Limerno.Ed ella una capra.

Triperuno.Cambiarebbe ancora lei?

Limerno.Che 'n credi tu?

Triperuno.Io giá comincio temere.

Limerno.Tien stretto.

Triperuno.Forse che non sa ella ancora chi sia lo autore?

Limerno.Tu sei pazzo persuadendoti una malefica non sapere quello che a tutta la corte giá divolgato leggesi.

Triperuno.Lasso! ch'io me ne doglio.

Limerno.Tu vi dovevi piú per tempo considerare e prenderne[248]da me consiglio.

Triperuno.Non l'ho fatto, in mia malora!

Limerno.Se tu sapessi la importanza di questo scrivere e lo mandar cosí facilmente a luce le cose sue, vi averessi meglio pensato; ché pagarei un tesoro di Tiberio, non mai ne gli occhi de tanti valentuomini una mia operetta scoperta si fusse.

Triperuno.Come farò io dunque, misero me? ch'io debbia un asino devenire?

Limerno.Or va' piú animosamente! tu giá sei vòlto in fuga, e niuno ti caccia: non ti partirai da me se non bene consigliato e consolato. Ma pregoti, Triperuno mio, non t'incresca sotto l'ombra di quel platano corcarti, fin che io faccia la prova di alquanti versi con la cetra, da essere in questa sera da me recitati avanti la regina; e veramente assai averò che fare, se li quattro sonetti da lei richiesti aggradirla potranno.

Triperuno.Questo tal comporre a l'altrui petizione difficilmente può sodisfare a coloro li quali non vi hanno parte alcuna. Ma ditemi, prego, avanti che da voi mi parta, lo soggetto de' quattro sonetti.

Limerno.Dirottilo ispeditamente. Giá la signora non è cagione propria di questi: ma heri Giuberto e Focilla, Falcone e Mirtella mi condussero in una camera secretamente, ove, trovati ch'ebbeno le carte lusorie de trionfi, quelli a sorte fra loro si divisero; e vòlto a me, ciascuno di loro la sorte propria de li toccati trionfi mi espose, pregandomi che sopra quelli un sonetto gli componessi.

Triperuno.Assai piú duro soggetto potrebbevi sotto la sorte che sotto lo beneplacito del poeta accascare.

Limerno.E questa tua ragione qualche bona iscusazione appresso gli uomini intelligenti recarammi, se non cosí facili, come la natura del verso richiede, saranno. Ora vegnamo dunque primeramente a la ventura ovvero sorte di Giuberto; dopoi la quale, né piú né meno, voglioti lo sonetto di quella recitare, ove potrai diligentemente considerare tutti li detti trionfi, a ciascaduno sonetto singularmente sortiti, essere quattro fiate nominati sí come con lo aiuto de le maggiori figure si comprende:

GIUSTIZIA, ANGIOLO, DIAVOLO, FOCO, AMORE

Quando 'l Foco d'Amor, che m'arde ognora,penso e ripenso, fra me stesso i' dico:— Angiol di Dio non è, ma lo nemicoche la Giustizia spinse del ciel fora.Ed è pur chi qual Angiolo l'adora,chiamando le sue fiamme «dolce intrico».Ma nego ciò, ché di Giustizia amiconon mai fu chi in Demonio s'innamora.Amor di donna è ardor d'un spirto nero,[249]lo cui viso se 'n gli occhi un Angiol pare,non t'ingannar, ch'è fraude e non Giustizia.Giustizia esser non puote, ove maliziaripose de sue faci il crudo arciero,per cui Satán Angiol di luce appare.

Quando 'l Foco d'Amor, che m'arde ognora,penso e ripenso, fra me stesso i' dico:— Angiol di Dio non è, ma lo nemicoche la Giustizia spinse del ciel fora.Ed è pur chi qual Angiolo l'adora,chiamando le sue fiamme «dolce intrico».Ma nego ciò, ché di Giustizia amiconon mai fu chi in Demonio s'innamora.Amor di donna è ardor d'un spirto nero,[249]lo cui viso se 'n gli occhi un Angiol pare,non t'ingannar, ch'è fraude e non Giustizia.Giustizia esser non puote, ove maliziaripose de sue faci il crudo arciero,per cui Satán Angiol di luce appare.

TRIPERUNO E LIMERNO

Triperuno.Molto arguto parmi questo primo, né anco di soverchio difficile; ma che egli aggradire debbia la regina con l'altre donne, non credo.

Limerno.Dimmi la causa.

Triperuno.Lo sobbietto non lauda il feminile sesso.

Limerno.E Giuberto non lo volse d'altra sentenzia di quella c'hai udito. Or vengone al secondo, nel quale la sorte di Focilla contienesi.

MONDO, STELLA, ROTA, FORTEZZA TEMPERANZIA, BAGATTELLA

Questa fortuna al mondo è 'n Bagattella,ch'or quinci altrui solleva, or quindi abbassa.Non è Tempranzia in lei, però fracassala forza di chi nacque in prava Stella.Sol una temperata forte e bella[250]donna, che di splendor le Stelle passa,la instabil Rota tien umile e bassa;e 'n gioco lei di galle al mondo appella.Costei tempratamente sua Fortezzausato ha sempre, tal che 'l Mondo e 'nsiemela sorte de le Stelle a scherzo mena.Ben può fortuna con sua leggerezzair ne le Stelle di piú forze estreme:chi sa temprarsi lei col Mondo affrena.

Questa fortuna al mondo è 'n Bagattella,ch'or quinci altrui solleva, or quindi abbassa.Non è Tempranzia in lei, però fracassala forza di chi nacque in prava Stella.Sol una temperata forte e bella[250]donna, che di splendor le Stelle passa,la instabil Rota tien umile e bassa;e 'n gioco lei di galle al mondo appella.Costei tempratamente sua Fortezzausato ha sempre, tal che 'l Mondo e 'nsiemela sorte de le Stelle a scherzo mena.Ben può fortuna con sua leggerezzair ne le Stelle di piú forze estreme:chi sa temprarsi lei col Mondo affrena.

TRIPERUNO E LIMERNO

Triperuno.Questo altro sonetto appresso di me piú del primo lodevole mi pare: cosa che giá per lo contrario giudicai da prima dover essere, attendendovi quella sorte del «Bagattella» non potere se non li soli consorti disconciare. Ma, sí come a me pare, de gli altri assai meglio vi quadra.

Limerno.Ogni cosa che ad essere patisce durezza, lo piú de le volte eccellente diviene: laonde Focilla, donna, come si vede, prudentissima, contristandosi prima di cotal leggerezza a lei per ventura sortita, or che reuscita la vede in maggior suo onore, giubila e saltella. Ma vengo a l'oscurissimo soggetto de li disordinati trionfi di Falcone, al quale, sopra tutti gli altri gentile, doveva la meglior fortuna accadere.

LUNA, APPICCATO, PAPA, IMPERATORE, PAPESSA

Europa mia, quando fia mai che l'unaparte di te, c'ha il turco traditore,rifráncati lo Papa o Imperatore,mentre han le chiavi in man, per lor fortuna?Aimè! la traditrice ed importunaripose in man . . . . . . . . . . onore[251]di . . . . . e tien . . . . . furoresol contra il giglio e non contra la Luna.Ché se 'l . . . . non fusse una . . . .che per un piè . . . . . . . . sospeso tiene,la Luna in griffo a l'aquila vedrei;ma questi . . . . . . . . . . mieifan sí che mia Papessa far si vienela Luna, e vo' appiccarmi da me stessa[252].

Europa mia, quando fia mai che l'unaparte di te, c'ha il turco traditore,rifráncati lo Papa o Imperatore,mentre han le chiavi in man, per lor fortuna?Aimè! la traditrice ed importunaripose in man . . . . . . . . . . onore[251]di . . . . . e tien . . . . . furoresol contra il giglio e non contra la Luna.Ché se 'l . . . . non fusse una . . . .che per un piè . . . . . . . . sospeso tiene,la Luna in griffo a l'aquila vedrei;ma questi . . . . . . . . . . mieifan sí che mia Papessa far si vienela Luna, e vo' appiccarmi da me stessa[252].

TRIPERUNO E LIMERNO

Triperuno.Voi giocate, maestro mio, sovente al mutolo in questo sonetto.

Limerno.Fu sempre lodevole.

Triperuno.Che cosa?

Limerno.La veritá...

Triperuno.Confessare?

Limerno.Anzi tacere.

Triperuno.La cagione?

Limerno.Per scampar l'odio.

Triperuno.Di poco momento è questo odio, se non vi susseguisse la persecuzione.

Limerno.Però lo freno fu trovato per la bocca.

Triperuno.Meglio è martire che confessore.

Limerno.Cotesto è piú che vero. Ma veggiamo finalmente lo sonetto di Mirtella, la cui sorte fu questa:

SOLE, MORTE, TEMPO, CARRO, IMPERATRICE, MATTO

Simil pazzia non trovo sotto 'l Sole,di chi a gioir del Tempo tempo aspetta:Morte, su 'l Carro Imperatrice, affrettamandar in polve nostra umana prole.Al Sole in breve tempo le violecol strame il villanel sul Carro assetta:Matto chi teme la mortal saetta,[253]ch'anco l'Imperatrici uccider vole.Però de' sciocchi avrai sul Carro imperios'indugi, donna, piú mentre sei bella,ché 'l Sol d'ogni bellezza invecchia e more.Godi, pazza! che attendi? godi 'l fiore!fugge del Sol il Carro, e il cimiteriola nera Imperatrice empir s'abbella.

Simil pazzia non trovo sotto 'l Sole,di chi a gioir del Tempo tempo aspetta:Morte, su 'l Carro Imperatrice, affrettamandar in polve nostra umana prole.Al Sole in breve tempo le violecol strame il villanel sul Carro assetta:Matto chi teme la mortal saetta,[253]ch'anco l'Imperatrici uccider vole.Però de' sciocchi avrai sul Carro imperios'indugi, donna, piú mentre sei bella,ché 'l Sol d'ogni bellezza invecchia e more.Godi, pazza! che attendi? godi 'l fiore!fugge del Sol il Carro, e il cimiteriola nera Imperatrice empir s'abbella.

TRIPERUNO, LIMERNO E FÚLICA

Triperuno.Or questo de gli altri piú sodisfarmi pare, maestro mio.

Limerno.Avrei con men durezza composto loro, se la divisione di essi trionfi in mia balía stata fusse. Onde pregoti non t'incresca udirne un altro, molto (per quello che me ne paia) de gli giá recitati men rozzo e triviale, quando che la libertade di esso tutta in me solo stata sia, dove li ventiuno trionfi, aggiungendovi appresso la Fama ed il Matto, si contengono:

Amor, sotto 'l cui impero molte impresevan senza Tempo sciolte da Fortuna,vide Morte sul Carro orrenda e brunavolger fra quanta gente al Mondo prese.— Per qual Giustizia — disse — a te si resené Papa mai né, s'è, Papessa alcuna? —Rispose: — Chi col Sol fece la Lunatolse contra mie Forze lor difese.— Sciocco qual sei! è quel Foco — disse Amore —ch'or Angiol or Demonio appare, cometemprar sannosi altrui sotto mia Stella.[254]Tu Imperatrice ai corpi sei, ma un cuorebenché sospendi, non uccidi, e un nomesol d'alta Fama tienti un Bagattella.

Amor, sotto 'l cui impero molte impresevan senza Tempo sciolte da Fortuna,vide Morte sul Carro orrenda e brunavolger fra quanta gente al Mondo prese.— Per qual Giustizia — disse — a te si resené Papa mai né, s'è, Papessa alcuna? —Rispose: — Chi col Sol fece la Lunatolse contra mie Forze lor difese.— Sciocco qual sei! è quel Foco — disse Amore —ch'or Angiol or Demonio appare, cometemprar sannosi altrui sotto mia Stella.[254]Tu Imperatrice ai corpi sei, ma un cuorebenché sospendi, non uccidi, e un nomesol d'alta Fama tienti un Bagattella.

Ma che miracolo è questo ch'ora veggio, Triperuno mio?

Triperuno.Dove?

Limerno.Quel matto solenne di Fúlica veggio a noi venire.

Triperuno.È dunque passato di Perissa in Matotta?[255]

Limerno.Costui veramente, se non fallo, ha gittato in disparte le sportelle col breviario e vole de' nostri farse. O vecchio forsennato, che cosí inutilmente da gli soi primi verdi anni s'ha ricondutto fin a la impossibilitade di poter piú gioire di questi nostri piaceri! Oh come ha lunga barba il santo eremita! Oh come va savio, noverandosi li passi, questo santuzzo del tempo vecchio!

Triperuno.Tacéti, per Dio, ché, omai troppo vicino, potrebbevi sentire.

Fúlica.Dio vi salvi, amici miei.

Limerno.Et vos, domine pater.

Fúlica.Di che cosa ragionate voi?

Limerno.Di amore.

Fúlica.Amore spirituale?

Limerno.No, animale.

Fúlica.Sta molto bene.

Limerno.Ma, dite voi, qual importante causa vi mena in questa regione amorosa? qual convenienzia è di questi nostri muschi ed ambracani con quelli vostri rigidissimi costumi?

Fúlica.Causa non pur importante, ma importantissima, mi driccia a te, Limerno mio, acciò che con gli altri toi simili omai da questo mortal sonno vi svegliáti. Queste tre nostre regioni, Carossa, Matotta e Perissa, veramente sono uno laberinto di cento migliara di errori; né mai se non testé la ignoranzia, la sciocchezza, la soperstizia di me e mei compagni ho conosciuto, li quali avevamo la felicitade nostra riposto ne l'andar scalci, radersi il capo, portar cilizio ed altre cose assai, le quali, quantunque siano bone, fanno però lasciar le megliori. Ma non v'incresca udirmi, ché forse oggi la comune nostra salute averá principio.

Limerno.Vi ascoltaremo voluntieri: or incomenciate.

DIALOGO TERZO

FÚLICA, LIMERNO E TRIPERUNO

Fúlica.In poco frutto reuscirebbe lo mio ragionamento assai lungo, se primamente non mi movessi al sommo principio de tutte le cose, e pregarlo ch'egli si degni aprirvi gli occhi ed il core, giá tanto tempo fa cieco e da la veritade di lungo intervallo disgiunto.

Omnipotens pater, aethereo qui lumine circummortale hoc nostrum saepis ubique genus,ut queat artificis tenebrarum evadere fraudes,utve queat recti tramitis ire viam,excipias animam hanc, usu quae perdita longo,iam petit infernas non reditura sedes!

Omnipotens pater, aethereo qui lumine circummortale hoc nostrum saepis ubique genus,ut queat artificis tenebrarum evadere fraudes,utve queat recti tramitis ire viam,excipias animam hanc, usu quae perdita longo,iam petit infernas non reditura sedes!

Limerno.Ah! ah! ah! ridi meco, Triperuno mio! vedi questo insensato come ha pregato non so che suo dio per me, come se altro iddio fusse piú di Cupidine da esser temuto e pregato.

Triperuno.Ascoltiamolo, caro maestro, ché egli giá si leva da la orazione.

Fúlica.Ritrovandomi heri, per avventura, non molto luntano da la spelonca mia col mio fidelissimo Liberato, da me molto amato e aúto caro, avvenne che, vedendomi egli tutto nel viso maninconioso, di me tenero e pietoso divenuto, sí come colui che di benigno ingegno era e non poco mi amava, umilemente mi domandò la cagione per che sí tristo io fussi e penseroso e quasi tutto in uno freddo ed insensibile sasso tramutato. Ed appresso tanto mi pregò che insieme con esso lui in sin ad un boschetto, lo quale assai vicino era a la grotta mia, ne andai. Camminando dunque noi con lenti e tardi passi verso il delettevole boschetto: — Deh! — dissi allora, — caro mio Liberato, giá fussi io morto in culla! ché, poi ch'io mi sono dato a gli vani studi de la naturale filosofia, a cercare di conoscere le proprietadi de le cose a noi occulte e impenetrabili, non ebbi mai l'animo mio tranquillo né quieto, ed ora piú che mai l'ho travagliato e de vari e diversi pensieri tutto ripieno e distratto. Io non veggio omai quello che per me si debba adoperare o credere; perché, se veraci sono gli evangelici dottori e se parimente li sottili e tenebricosi maestri in teologia e nostri sofisti dicono il vero; se li pontificali decreti ovvero umane leggi, che vogliamo dire, ligano o ligar possiano le nostre coscienze; ed oltra di questo se alcuni altri dottori moderni non sono né capitali nemici de la vera fede né bugiardi, ma hanno la veritá ritrovata; a cui crederò io? a cui prestarò fede? Nel vero, io non comprendo come tutti non possino errare sí come coloro che omini sono, né mi può entrare nel capo come a tutti egualmente noi debbiamo o possiamo credere. O miseri cristiani! ov'è fuggita la ferma fede e piena di credenza de li venerabili patriarchi, de gli santi profeti, de' poveri apostoli e de tutti i nostri maggiori? Oimè! donde sono tante e sí diverse openioni? donde sí contrarie sètte e sí ripugnanti? onde tante vane quistioni? onde tante liti ed empie contenzioni? Se una è la fede e uno battesmo, poscia che è uno sol Dio e un signore e fattore de tutte le cose, cosí invisibili ed incorporee ed eterne come ancora de le visibili e corporee e mortali, perché dunque siete voi tra voi tutti divisi? — Non cosí tosto quelle poche parole ebbi detto, una asinina voce, subitamente rumpendo lo aere, con soi pietosi accenti percosse le nostre orecchie.

Limerno.Ditemi la veritá, Fúlica.

Fúlica.Io son presto.

Limerno.Donde veniti?

Fúlica.Da Perissa. Per qual cagione questo mi domandi?

Limerno.Le parole vostre mi sapiono di Carossa: baldamente che Merlino vi ha retenuto ne la catena sua! non gli è mancato una dramma, che questo asino da la bocca vostra non abbia parlato!

Fúlica.Anzi cosí chiaramente con queste mie orecchie io l'ho sentito ragionare, come ora facemo noi.

Limerno.Con diavolo! ch'un asino ha parlato?

Triperuno.Lasciamolo finire, caro maestro.

Limerno.Séguiti a sua posta.

Fúlica.— Confortativi — disse quella voce — o boni uomini, e non abbiate paura, ma siate di forte animo! — Per la qual cosa noi tutti sbigottiti, dattorno vòlti, guardavamo se alcuno vi fusse che noi, senza esserne avveduti, ascosamente ascoltasse. Ma nessuno vedendovi se non questo asino, che vecchissimo essere pareva e molto attempato, il quale quivi nel boschetto pasceva, essendo noi giá al fine pervenuti del nostro cammino, vie piú che innanzi, la pietosa e lamentevole voce udendo, temuto non avevamo, incomenciammo a stordire e forte temere, e varie cose fra noi stessi a rivolgere.

Laonde questo asino, alzata un poco la testa, quasi sorridendo, un'altra volta racconfortandoci disse: — Cacciáti da voi ogni gelata paura. Io sono a voi da Dio mandato a mostrarvi la cristiana e vera fede e sciolvervi ogni dubbio ed ogni vostra questione a finire e terminare.

Le quali parole udendo noi, quale e quanto fusse lo stordimento, voi da voi stessi puotete pensare: dico che tutti li capelli se ne arricciarono e, quasi perdute tutte le sentimenta, piú morti che vivi in terra cademmo. Ma ritornate poscia in noi le perdute forze ed il natural vigore e rassicuratene alquanto, lo comenciamo a scongiurare ed a comandare da parte de Dio che, se ciò inganno fusse del diavolo, tosto indi si dipartisse. Ma egli, che veramente da Dio era, tutto immobil si stette; e per levarci ogni sospetto ed ogni dubbiosa mescredenza che ne l'animo nostro nasciuta fusse o nascerci potesse, con voce assai umana ed umile rispose cosí: — Quanto sia, figliuoli miei, da fuggire e biasimare l'essere sciocco e imprudente, e troppo agevolmente e di leggiero dare orecchie ed aver fede a visioni e parole, quantunque e buone e veracissime quelle ne paiano, io non potrei giammai con parole spiegare né con la penna scrivere. Ma colui, il quale vorrá piú sottilmente con l'acume de lo intelletto considerare la cagione de tutte l'umane miserie, non potrá certamente ritrovar alcuna altra che la sciocchezza e la súbita ed empia credenza aúta da li nostri primi parenti al velenato e mendacissimo serpente. Onde Cristo, che troppo bene conosceva il malvagio ingegno di questo fallace nemico: — State — disse a gli apostoli e a' suoi cari discepoli — saggi ed avveduti a guisa de li serpenti e de gli aspidi sordi, i quali, come è scritto nel salmo, si riturano gli orecchi acciò che non sentano la voce né li versi de l'incantatore. — Perché io reputo gran senno a sapersi guardare e defendere da gli agguati e da gl'inganni de l'infernale Lucifero primo inventore e padre de la bugia. E voi bene in ciò e saggiamente avete adoperato; ché, ancora che per avventura alcuna volta il credere scioccamente non rechi il creditore né lo metta in grande miseria, anzi il tragga da grave noia e da grandissimi pericoli e ripongalo in sicurissimo e felice stato, non è perciò da commendare molto, dove la instabile fortuna e non l'umano ingegno s'interpone. Né per il contrario è da biasimare e riprendere colui lo quale, essendogli la fortuna nemica e niente favorevole, si ritrova al fine in povero e assai vile stato e in grandissima miseria, dove bene adoperare egli si sia ingegnato, ponendo ogni sollicitudine ed ogni arte ed ogni forza per potere a buono e laudevole fine condurre i fatti suoi. Ma lasciamo ora stare cosí fatti ragionamenti, e sí per non esser troppo lunghi (ed in quella cosa massimamente ne la quale non è di bisogno) e sí ancora per potere piú pienamente ragionare de la cristiana fede, la quale assai larga ed ampia materia di sé ne dará da parlare.

Limerno.Non mi maraviglio punto se, nel parlare, molto sète lungo e fastidioso; e piú di noi, che stiamovi quivi ad ascoltare.

Fúlica.Perché son io cosí lungo e fastidioso?

Limerno.La pienezza di quel vostro biancuzzo volto dicemi voi essere di flemma tutto ripieno.

Triperuno.Un flemmatico è dunque molto verboso?

Limerno.Sí, secondo li fisici nostri. Né solamente la flemma causa moltiloquio e nugacitade, ma tutte l'altre operazioni del corpo rende piú tarde e pegre; al contrario d'uno che collerico sia, lo quale il piú de le volte le cose comencia due fiate, non riescendogli bene la prima per l'ingordigia solamente del soperchio desiderio.

Triperuno.Tu vòi forse inferire che egli flemmatico ti neca!

Limerno.Che vòl dir «neca»?

Triperuno.«Ammaccia», «uccide», «ancide».

Limerno.Anzi gli sta cotesto vocabolo molto bene, ché fermamente non trovo «morte» a quella d'una lingua, quale è quella d'un Alberto da Carpo di testa rasa.

Triperuno.Io molto bene lo riconosco, lo quale, giá d'anni carco ed attempato, ha fatto la piú bella pazzia che fusse mai, che dirotti poi; ma fra l'altre sue vertú è mordacissimo, loquacissimo e vanissimo: ed appresso lui un Sebastiano non men[256]di lui chiacchiarone e puzzolente di bocca, lo quale mentendo fassi fiorentino.

Limerno.Megliore vendetta non si può fare che scrivere (se non ti lasciano stare) li soi costumi.

Triperuno.Anzi odi questo mio tetrastico de la nugacitade di quello da non nominare Alberto, fondato sopra questo verbo latino:

NECAT

LIMERNO, FÚLICA E TRIPERUNO

Limerno.Molto è bello e artificioso, ma, per quello che me ne paia, oscuro e faticoso.

Fúlica.Deh, per lo amore de la passione di Cristo, non siate cosí ritrosi a la salute vostra! Lasciatimi finire, non mi sconciate dal bono e santo proposito, ch'io sono certo delettarannovi li miei ragionamenti.

Limerno.Posciovi molto bene ascoltare, ma non voluntieri, se non mi parlate di qualche bella donna.

Triperuno.Or oltra, ché vi porgemo le orecchie.

Limerno.Assai men lunghe di quelle del suo asino.

FÚLICA

Stupefatto dunque Liberato, ch'un asino cosí qual uomo saputamente parlasse, gridando disse: — Oh che cosa è questa ch'io veggio e sento? dove son io? or dormo io ancora o son pur desto? Io, per quello me ne paia, non so se vedo quello che vedo, né so altresí se odo quel che odo. Sarei io mai un altro divenuto? Dimmi dunque, messer l'asino, come può egli essere che, essendo tu una bestia la quale di grossezza ogn'altra, quantunque grossissima ella si sia, avanzi, ora parli e ragioni non altrimenti che se uno saggio uomo fussi e molto avveduto? Questo è contra a la tua natura. Né di ciò è meno da maravigliare che se il fuogo freddo divenisse e piú non rescaldasse. E qual mai fia colui sí stolto e d'intelletto sí scemo e senza senno che, raccontandogli noi quello che ora con gli occhi de la fronte ne pare di vedere, non ci reputi ubbriachi ovver dormiglioni? Perché voluntieri io saperei se vano sogno è quello che io veggio o no. — Queste ed altre simiglianti parole udendo, messer l'asino schioppava tutto de la risa; ma aspettando poi il fine di quelle, poi ch'egli si tacque, cosí incomenciò:

— Estimava io assai sofficiente e bastevole testimonianza avervi potuto fare i vostri scongiuri allora quando per essi non mi mossi io punto, ma tutto immobile mi vedeste stare. Ma egli è altrimenti avvenuto che io avvisato non mi sono. Per la qual cosa nel rimanente di questo giorno, che fia poco, intendo io di dimostrarvi con vere ed aperte ragioni quello che voi vedete e udite non essere né vana spezie o sogno né favole né alcuno inganno. E ciò di leggero mi potrá venire fatto, dove voi vorrete con intento animo raccogliere tutte le mie parole. Però, quando a grado vi sia, vi potrete su la verde erba porre a sedere, per ascoltare piú agiatamente le mie ragioni, a le quali, poscia che il sole con frettolosi passi incomencia giá traboccare da la sommitá del cielo, tempo mi pare convenevole da dar omai principio.

Dovete adunque sapere che ogni artefice, il quale secondo il suo arbitrio e voluntá opera, può fare ed altresí non fare uno medesimo effetto come e quando il meglio li piace. E cotale principio è dirittissimamente da l'empio Averoi chiamato principio di contradizione. È un altro principio naturale, il quale è determinato ad un sol fine, e solamente uno medesimo effetto in ogni luogo e in ciascuno tempo sempre necessariamente produce: il che manifestamente essere veggiamo nel fuogo, il quale è, come dicono, formalmente caldo e sempre genera il calore e sempre scalda e non può altrimenti adoperare dove egli si ritrove. Né sono da essere ascoltati quelli filosofi, li quali niegavano affatto cotesto naturale principio, dicendo ogni cosa essere or buona or rea, or dolce or amara, or calda or fredda, e brievemente ogni cosa essere tale, quale a noi ne paia e quale le varie e diverse openioni de gli uomini essere giudicassino. Nel vero stoltissimo fôra colui, che dicesse le cose gravi ugualmente e senza alcuna differenza, ma secondo la falsa openione e umano giudicio, or scendere nel centro ed or salire a la circonferenza, conciosiacosaché qua giú sempre quelle da loro gravezza sospinte discendano, ma lá sú mai elevare non si possino se non per violenza e per altrui forza e contra loro natura; ancora che altrimenti estimi la nostra openione, la quale mutare non può le nature e proprietati de le cose, sí come colei che naturalmente seguitare dee, e la cui veritade pende e nasce da loro veritá, come apertamente si può vedere ne gli sopradetti esempi. Che perché noi crediamo la grave pietra discendere, non è perciò la nostra openione cagione de la veritá de lo scendere de la pietra; ma sí bene il discendere di quella è cagione perché vera sia la nostra openione e credenza. Ma perché mi distendo io in piú parole? Dico che ogni nostra openione o conoscenza, o vera o falsa che ella si sia, viene dietro a le cose, come scrive Aristotile nel libroDe la interpretazione, ed ogni cosa procede e va innanzi a la nostra scienza, sí come oggetto e cagion di quella. Ma il contrario avviene de l'eterna ed immutabil sapienza del Padre, la quale è principio e cagione de tutte le cose, de la quale ancora ne parlaremo con lo aiuto di Colui che ogni cosa col suo intelletto e governa e regge e dispone con la sua infinita vertú e provvidenza. Ma da ritornare è (perciò che troppo dilungati siamo) lá onde ne departimmo.

Dissi che duo erano gli principi, l'uno libero e voluntario, l'altro naturale, necessario e determinato. Iddio dunque, il quale (come cantando dice il profeta) criò e produsse tutto ciò che egli volle e fece i cieli e la terra con l'intelletto, non è da dire che egli sia alcuno naturale principio o determinato, ma del tutto libero e voluntario, anzi essa prima ed eterna voluntá e potentissimo arbitrio senza principio e sopra ogni principio, come piú pienamente dimostraremo quando ragionare ne converrá de la creazione di questo mondo sensibile contra a gli naturali filosofi, e massimamente contra al principe de li peripatetici e contra[257]al suo ostinato commentatore, gli quali vogliano questo mondo[258]sempre essere stato senza mai comenciare e sempre dovere durare senza mai finire. Non è dunque gran maraviglia, nonché impossibile, purché a Dio piaccia, che uno asino parli e ragioni cosí come un uomo d'alto ingegno dotato ragionarebbe. Or non può egli fare ciò che egli vole? è forsi egli cosí infermo ed impotente che adempire egli non possa ogni sua voglia e sodisfare a ogni suo appetito e desiderio? Il che se fare non può, ov'è la sua onnipotenza? ove è la sua infinita vertú? ove è la sua perfettissima beatitudine e felicitá? Nel vero, io non so come egli possa cosí agevolmente a uno sasso, non pur a uno animale come l'asino è, dare la vita e l'intelletto, come liberalissimamente a gli uomini dare gli piace. Né veggio simigliantemente alcuna differenza tra 'l nostro e vostro corpo, e perché piuttosto il vostro possa ricevere tanta nobile forma quanto è l'intelletto, che non possa ancora il nostro. Ma lasciamo ora alquanto le ragioni ne' loro termini stare, e produciamo in mezzo le sacre e veracissime istorie, e manifestamente vedremo nessuna cosa essere a Dio faticosa e impossibile.

Leggiamo nelGenesiche la verga, la quale teneva Mosé in mano, d'uno legno, per divina potenza, divenne uno serpente e ritornò poi di serpente ne la sua primiera forma. Ecco chiaramente veggiamo che puote Egli le spezie mutare e le forme de le nature de le cose, sí come colui nel cui arbitrio è dare e tôrre ogni essere ed ogni vita ed ogni intelletto. Leggiamo ancora che molte statue o idoli di metallo o di pietra per diabolica virtú parlavano e rispondevano a coloro che gli domandavano. Che direte voi qui? niegarete voi non potere Iddio operare in uno asino quello che gli diavoli hanno potuto operare in uno insensibile marmo o metallo? Questo certamente non niegarete voi, ché niegare non si dee il vero né a quello mai contrastare, ma dargli perfetta e piena fede. Taccio io Lazzaro e molti altri da Cristo e da' suoi santi risuscitati, taccio altresí molti ciechi alluminati, taccio gli attratti dirizzati, taccio e' leprosi mondati, taccio finalmente tutti gl'infermi da lunghe e mortifere infermitati con la sola parola curati e a perfetta ed intera sanitá renduti, i quali tutti senza alcun dubbio ne mostrano la divina potenza e vertú. Ora vengo a piú aperto argomento di quella; e dico che niuno è il quale non sappia che l'asino, o asina che ella si fusse, di Balaam profeta non solamente parlò ma, profeta ancora divenuto, profetò e predisse quelle cose le quali da Dio gli erano state rivelate. Che piú dunque m'affatico di volere ciò piú apertamente dimostrare? Chiarissimo argomento è quella cosa essere possibile, la quale alcuna volta è ovvero fu giá buono tempo passato. Né mi fa qui ora mistieri di produrre l'Asinod'Apuleio, anzi di Luciano, stimolo de tutti i filosofi e morditore d'ogni laudevole openione, per ciò ch'io non intendo né voglio ora dimostrare come possino gli uomini in uno asino o in qualunque altro animale mutarsi; di che io non ho dubbio alcuno. E volesse Iddio che pochi fussero quelli, li quali sovente di uomini divengono crudelissime fiere e, rivolgendosi ne la bruttura de tutti e' vizi e peccati, sono vie piú peggiori de le bestie, le quali buone sono per ciò che vivono secondo la loro natura, la quale buona fu dal sapientissimo ed ottimo Maestro criata. Né altro forsi Pitagora, divinissimo matematico, volse intendere per lo trasmigrare d'uno in uno altro animale: il che ancor mi pare che abbia confermato il principe de tutti e' filosofi, Platone dico, il quale di gran lunga avanza e trapassa d'ingegno ogni altro filosofo che mai fusse o sará nel mondo, togliendo dal nuovero quelli solamente li quali alluminati furono da la vera fede, o saranno, per opera del Spirito Santo, il quale per tutte le cose averá scienza. Io credo fermamente avere sodisfatto secondo il mio giudizio a le vostre quistioni: ora intendo piú dimesticamente con voi ragionare e ricontarvi le piú maravigliose cose del mondo.

LIMERNO, FÚLICA E TRIPERUNO

Limerno.Fatimi, prego, o padre Stúnica, un piacere.

Triperuno.Con cui parlate, maestro? ove trovasi questo Stúnica?

Fúlica.Volse egli dirmi Fúlica.

Limerno.O sia Fúlica o Stúnica, vorrei da Vostra Santitade una grazia.

Fúlica.E dua, potendo.

Limerno.Non mi vogliate piú oltra imbalordire lo debol cervello con queste vostre filosofie. A che tanti Platoni, Aristotili e asini? voi potreste cosí con le mura ragionare!

Triperuno.Anzi vorrei, caro mio maestro, che vi piacesse di ascoltarlo. Ma facciamone qualche poco di pausa.

Limerno.Ditemi, prego, santo Fúlica: foste giammai di alcuna bella donna innamorato?

Fúlica.Io fui e sono innamorato per certo.[259]

Limerno.Oh Sia lodato il Dio d'amore, che piú oltra non verrò necato di parole al vento gittate! Voglio che 'n questa mia cetra cantiamo tutti noi tre successivamente qualche amoroso canto, come piú al suo particolar soggetto ciascuno de noi aggradirá. Io dunque sarò, piacendovi, lo primiero e cantarovvi di mia diva la summa cortesia, la quale dignossi mandarmi un bianchissimo panno di lino, lo quale, dapoi lungo sudore nel danzare preso, mi avesse a sciugare le membra.


Back to IndexNext