«Bruggia la terra il lino col suo seme»,[260]disse cantando il mantoan Omero.Perché un verso non gionse a dir piú intiero?Del lin cosa non è ch'un cor piú creme!Quel lino, che le man vostre medemedopo il grato sudor, donna, mi diero,tessuto l'ha (chi 'l nega?) il crudo arciero:tanto m'incende l'ossa e 'l cor mi preme!Vi lo rimando. Ahi! rimandar non possol'ardor però, ch'ogni or sta 'n le medolle,né umor di pianto v'ha che giú mil lave!Ma prego Amor, sí come incender volletutte le mie, che almanco roda un ossoin voi, o di mia vita ferma chiave!
«Bruggia la terra il lino col suo seme»,[260]disse cantando il mantoan Omero.Perché un verso non gionse a dir piú intiero?Del lin cosa non è ch'un cor piú creme!Quel lino, che le man vostre medemedopo il grato sudor, donna, mi diero,tessuto l'ha (chi 'l nega?) il crudo arciero:tanto m'incende l'ossa e 'l cor mi preme!Vi lo rimando. Ahi! rimandar non possol'ardor però, ch'ogni or sta 'n le medolle,né umor di pianto v'ha che giú mil lave!Ma prego Amor, sí come incender volletutte le mie, che almanco roda un ossoin voi, o di mia vita ferma chiave!
Piacquevi cotesto bel soggetto, o padre eremita?
Fúlica.Molto aggradisce l'umana generazione questa vocale musica.
Limerno.Or segui, Triperuno.
Triperuno.Dirò io alquante parole d'un oroglio di vetro, con lo quale mediantovi una tritissima rena si misura d'ora in ora lo tempo.
Pensarsi non sapea piú agevolmentecosa che d'uman stato avesse imagod'un fragil vetro in vista cosí vago,che libra il tempo a polve giustamente.Vedi le trite rene come lentefilan e' giorni pel foro d'un ago,e fan col fiume or quello or questo lagoin doi grembi, s'altrui volge sovente!Ma cotal opra tosto va in conquasso,[261]se avvien che fra doi vetri a la giunturaquel debil filo e cera si dissolve.O forsennato, chi d'aver procurain terra stato, sendo un vetro al sasso,al foco molle cera, al vento polve!
Pensarsi non sapea piú agevolmentecosa che d'uman stato avesse imagod'un fragil vetro in vista cosí vago,che libra il tempo a polve giustamente.Vedi le trite rene come lentefilan e' giorni pel foro d'un ago,e fan col fiume or quello or questo lagoin doi grembi, s'altrui volge sovente!Ma cotal opra tosto va in conquasso,[261]se avvien che fra doi vetri a la giunturaquel debil filo e cera si dissolve.O forsennato, chi d'aver procurain terra stato, sendo un vetro al sasso,al foco molle cera, al vento polve!
Fúlica.Assai piú lo discipolo mi piace che lo maestro, e particolarmente la fine di questo tuo morale sonetto, Triperuno mio dilettissimo; ed annunzioti che in breve cangiarai vita e costumi in assai megliore stato.
Triperuno.Io non son tale che mai puotessi adeguare l'alto ingegno del mio maestro. Ma tóccavi, padre, la volta vostra.
FÚLICA
Nacque di fiera in luogo alpestro ed ermo,ed ebbe co' le man il cor d'incude(ove dí e notte giá molt'anni sudefar a l'inopia il pover labro schermo),qualunque al pio Iesú giá stanco, infermoa l'onte, ai scherni, a le percosse crude,sofferse in croce le sue membra nudeal segno trar per darvi un chiodo fermo.Quinci una mano, quindi affisse l'altraed ambo e' piedi al smisurato trave;né vinse lui quel mansueto aspetto.Ma questo avvien, ché in prava mente e scaltrae che di sangue uman sempre si lave,non cape amor né alcun pietoso affetto.
Nacque di fiera in luogo alpestro ed ermo,ed ebbe co' le man il cor d'incude(ove dí e notte giá molt'anni sudefar a l'inopia il pover labro schermo),qualunque al pio Iesú giá stanco, infermoa l'onte, ai scherni, a le percosse crude,sofferse in croce le sue membra nudeal segno trar per darvi un chiodo fermo.Quinci una mano, quindi affisse l'altraed ambo e' piedi al smisurato trave;né vinse lui quel mansueto aspetto.Ma questo avvien, ché in prava mente e scaltrae che di sangue uman sempre si lave,non cape amor né alcun pietoso affetto.
Limerno.Non altramente sperava io dover avvenire di questo ipocrita e torto collo, e degno da esser nominato (se lo capo raso vien bene considerato) «cavallero de la gatta». Mal abbia chi giammai ti mise quello bardocucullo al dosso, frate del diavolo!
Triperuno.Deh, caro maestro, non vi partite!
Fúlica.Lascialo andare, figliolo. Colui che su nel cielo regna, solo può fare di Saulo, Paolo; di lupo, agnello; di notte, giorno. Ma tu ne verrai meco e, acciò che la lunghezza del cammino siati meno a noia, seguirò de lo asino la miracolosa dottrina.
Triperuno.Anzi ve ne volea pregare, quando che molto lo vostro favoleggiare m'addolcisca il core, avendo voi parlamenti di vita.
FÚLICA
— Voglio che sappiáti — diceva quello — che gli asini e gli bovi ancora hanno lo 'ntelletto; non che lo possono avere. Di che ve ne può far chiari Esaia quando dice: «Conobbe il bove il suo possessore, e l'asino lo presepio del suo signore», e David: «Non vogliate — dice — divenire cavalli e muli», e soggiungevi la ragione: «perché sono — dice — senza senno e senza alcuno avvedimento». Per che Cristo, umile e mansuetissimo signore e obbedientissimo figliuolo al suo Padre, non volse montare suopra gli cavalli né suopra gli muli, superbissimi animali e oltre a modo ostinati, ma sí voluntieri si degnò ascendere suopra il mansueto asinello. O beati gli asini e vie piú ch'ogni altro animale felici! O beati quelli che asini divengono e sono degni di portare il Re de la gloria in Gierusalem, cittá de li angioli e de tutti i santi! li quali sempre veggono il sole de la giustizia che rasserena le nostre menti piene d'errori oscuri e folti, e sempre mirano la divina e vera bellezza, la quale gli fa in eterno beati e giulivi. Non posso io qui tacere la soperbia e 'l fasto di coloro che «servi di Cristo» e «suoi discepoli» si fanno chiamare, e temo forte che siano a guisa di quelli servitori dalli quali è luntano il loro signore. Ma se pur di cosí sacro nome si[262]vogliono gloriare, perché essi con piú pompa e con maggiore fasto cavalcano piú ricchi cavalli e piú belli muli che Cristo mai non fece? e perché non cavalcano essi gli asini, come 'l loro maestro e signore (come dicono) gli ha dato esempio? Ma in ciò prudentemente hanno fatto e fanno, ancora cavalcando quelli animali gli quali loro piú assomigliano.
— Deh! guarda bene — disse allora Liberato a l'asino — e considera quello che tu parli; ché se per mala sciagura mai si saprá, tu ne sarai molto male trattato, ed io ti so bene accertare che tutte l'ossa con un grosso bastone rotte ti saranno in dosso in cosí fatta guisa che mai piú non portarai soma, ma miseramente di questa vita passarai. Né ti giovará mercé per Dio chiedere: per te morta sará pietá, né potrai alcuno aiuto o conforto ritrovare. Deh! non sai tu quello che indíce Iddio per bocca del profeta: che dobbiamo lasciare stare i Cristi suoi? Perché dunque tu gli tocchi, perché gli mordi, perché non gli lasci stare?
Rispose l'asino con un mal viso e disse: — Se temessi io il bastone e le busse piú che Iddio, io mi tacerei, né sarei mai oso di dire la veritá. Ma perciò che io sono disposto, dove a Dio non dispiaccia, morire, se mi fia di bisogno, non ho paura di confessare e dire il vero. Né perché io dica la veritá, si debbono essi reputare essere offesi da me, se veramente discepoli sono e servi o amici di Cristo, il quale, come egli di se medesimo fa vera testimonianza, è essa prima veritá e cagione d'ogni nostra veritá. Io non mordo loro, io non gli tocco né pungo; io lascio stare, anzi riverisco e temo i veri Cristi e sacerdoti e regi. Io favello di quelli che vogliono essere creduti buoni[263]pastori e vogliono essere commendati e riveriti, li quali nel vero sono mercenari e prezzolati, che a prezzo temporale e vilissimo pascono le pecore di Cristo e sono per avventura affamati lupi; ché a li buoni e veraci pastori e santi prelati de la Chiesa convenevole cosa è, anzi necessaria, a fargli ogni onore il piú che noi gli possiamo. Sí che giusto sdegno mi sospinge a biasimare la lorda e malvagia vita de li mali cherici e rettori de la Chiesa. Né può l'animo mio sofferire di vedere quelli cavalcare con tanta pompa e compagnia, quanta mai non si vide in Campidoglio ne gli vittoriosi trionfi de li romani, nel tempo che avevano in mano il freno e 'l governo de tutte le provincie e de le genti barbare, le quali di dí in dí soggiogano i nostri dolci paesi, togliendoci oggi una cittá e domani l'altra, ed or questo castello ed or quell'altro, e temo che in brieve non ci togliano le persone. Cristo cavalcò una sol volta sopra l'asino, ma gli soi discepoli trionfalmente a le piú volte si fanno portare dove a piè andare devrebbono.
— Non hai tu — disse Liberato — di ciò troppo da rammaricarti e da dolerti, che dove una fiata portasti sopra gli omeri tuoi il nostro Signore, leggerissimo e soave peso, ne la santa cittá di Ierusalem, ora ti converrebbe portare i suoi vicari e suoi discepoli per oscuri boschi e per le frondute selve, discorrendo or in qua or in lá, a le maggiori fatiche del mondo, senza che[264]oltre al convenevole saresti carico d'una gravissima soma, in maniera che staresti male. Per che ti déi assai bene contentare del tuo quieto stato, né vogli procurare scabbia al tuo corpo che sanissimo esser veggio. E maravigliomi io forte di cosí fatte parole quali sono state le tue; ché io fermissimamente creduto avrei, ed ancor credo, che voi asini sempre fuggito avereste cotali pompe, lá dove ora mi pare che procacciate voi d'averle. Io sempre ho udito dire che a gli asini non dilettino molto l'ornate e nobili selle né gli aurati freni né le fregiate vestimenta e quelle che d'oro sono o d'ariento dipinte. Né vidi io mai alcuno di voi essere troppo vago del sòno de le corna o d'altri dilettevoli istromenti, onde sogliono e' greci dire d'alcuno, che sia d'alcuna cosa rozzo e grosso, uno cotale proverbio: «Egli è a guisa d'un asino a la lira». De l'uccellare e de andare a cazza non mi è ora di bisogno che io ne parli, perciò che dilettare non vi possono quelle cose le quali contrastano a la vostra natura, la quale non vi diede l'ali a volare né veloci piedi e leggieri a potere forte correre. Per le quali tutte cose io brievemente conchiudo che ingiustamente voi e senza ragione facciate alcuna querela o romore de lo vostro sbandeggiamento, recandovi a vergogna l'essere scacciati da coloro, il cui maestro, se pur suoi veraci discepoli sono, vi elesse per suo portatore, quasi come piú vi caglia il giudicio de gli uomini che quello di Dio. Per che vi dovete voi dare pace di tutto ciò che a Colui piace, a la cui direttissima volontá ed eterna disposizione e legge immutabile ogni cosa si creda per certo essere soggetta. Or dubitate forse voi de la divina ordinazione ed infallibile provvidenza? Credete voi che alcuna cosa senza ordine e senza alcuno reggimento qua giú sempre errando vada? Il che se voi credete, perché incolpate voi gli uomini e non la instabile fortuna? Non avete dunque voi giusta cagione da dolervi né da riprendere i chierici e prelati de la madre Chiesa; a li quali, benché di scellerata e cattiva vita siano alquanti e avvenga che facciano le sconcie cose, nondimeno dovete voi fargli ogni onore ed ogni riverenza come a vostri maggiori e come a quelli li quali sono da Dio ordinati e mandati a nostra utilitá, abbiando riguardo al divinissimo precetto di Cristo che ne comanda e dice: «Facete voi quelle cose le quali essi vi dicono e predicano che fare dobbiate; ma le malvagie opere loro, le quali essi sovente fanno, non vogliate voi fare».
— Non piú — rispose l'asino — non piú parole. Io non niego che non debbiano essere ascoltate ed ubbidite loro leggi oneste e pie, né vitupero io in tutto loro decreti e canoni o regole del ben vivere. Non sono io di coloro che forse v'immaginate, ma di Cristo e vivo e morto, al quale io servo e servire voglio nel suo dolce e grazioso evangelio, né di servirgli sarò mai sazio. Al quale cosí piangendo son astretto di dire: — O benignissimo Padre, riguarda! riguarda, o bono pastore, con l'occhio de la pietá le tue povere e deboli pecorelle, le quali tra crudelissimi lupi sono poste drento a cardi, vepri, spine ed altre viziose erbe a pascere! Ecco, oimè! di quelli uno piú de gli altri affamato e fiero, Licaone, a passo a passo, senza alcuno rispiarmo, tutte le caccia, le svena, le straccia, le divora. Defendile, potentissimo Signore, defendile da gli soi crudi artigli. Che...
TRIPERUNO
E ra per seguir anco il vecchio bonoG iá su l'entrar d'un poggio il qual si montaN on senza gran sudore, quando un gridoA l tergo viemmi, rotto di dolore.T orsi la fronte, ed ecco for d'un boscoI o vidi una dongiella scapigliataV enir fuggendo, ed ha chi l'urta ed angeS empre battendo lei con aspra fune.S tetti prima qual sasso; ma dapoi,Q uando comprendo il viso di Galanta,V olgo le spalle piú d'un strale in frettaA Fúlica per trarla for d'affanni.R ompeva la meschina l'aere intornoC on alte strida e suon di petto e mani.I ntendo l'occhio a chi la fea gridare:A hi! ch'io la riconobbi, ahi! cruda ed empiaL aura maligna, incantatrice e maga,V enefica non men di Circe fiera,P utta sfacciata, vecchia, il cui fetoreV olgea gli uomini in bestie, augelli e serpi,S tringendo ai carmi soi l'altrui costumi.F úlica su pel monte ansando scampa,L o qual non piú vedere i' puoti mai.O vunque una sen fugge, e l'altra segue.R atto m'avvento al fondo d'un vallone:E cco vidi Galanta in un instanteN on esser piú Galanta, ma curvarsiT utta ritratta, e capo e braccia e gambe,I n una picciol forma di mustella.N on puoti far allora, che non, rattoV òlto in gran fuga e lagrimando forte,S campassi per nascondermi da Laura.D i passo in passo mi volgeva a drieto,E rrando e qua e lá come stordito.S tettesi la malvagia su duo piediT utta minace in vista e neghittosa.R esto ancor io nel folto d'una macchia,V edendo lei ma non da lei veduto.C essò dunque la vecchia scellerataT ener piú via d'avermi allor nel griffo;O nde, quindi partita, io mi discoproR itornando a veder ov'è Galanta.R amparsi lungo al fusto d'un sambucoE cco la veggio, oh quanto vaga e snella,L eggiadra, pronta, sedula, sagace!I o la richiamo come far solea:— G alanta mia, perché mi fuggi, ingrata?I o son il tuo fidele Triperuno:O ve serpendo vai? vieni a me, vieni,N on ti levar da me, ché bona curaI o sempre avrò di te, fin che col tempoS i trovi chi ti renda a l'esser vero. —D issi queste parole e passo passoI' m'avvicino, losingando, a lei.V enne dunqu'ella, dolce mormorando,I ntratami nel sino a starvi ad agio.B asci soavi quella mi porgeva,E d io basciava lei, non men insano,N on men caldo di quel che fui davanti.E ra sul picciol dorso tutta d'oro,D i latte il corpo e leggiadretti piedi,I ntorno al collo un circolo di perleC into l'adorna e fammi esser men graveT utta la doglia che m'assalse, quandoI o vidi lei cangiarsi a me davante.L o giorno mai, la notte mai non cessoA ppagarmi di questo sol piacere.V enni a Perissa finalmente, dove[265]R estar non volse Fúlica, ché 'l locoE ra d'errori e soperstizia pieno.S tetti qui molti giorni, mesi ed anniI n una grotta sol per fiere usata,B evendo acque de stagni torbe immonde,I onci e palme tessendo e molli vinci.N on mi levai dal dosso mai la gonna,O nde l'immondi vermi di piú sorteM'erano sempre intorno vigilanti,E d un setoso manto folto ed asproN on mai giú da le nude carne i' tolsi.V arcar un uomo in ciel non io credea,I l qual fuggisse vivere famato,N udrirsi d'erbe, more, fraghe e giande,D estarsi a mezzanotte e macerarsiI l corpo giá omicida di se stesso,C orcarsi o su le frondi o in terra nuda,A rrecarsi a gran merto il girne scalzo,V ender se stesso ad altri, non avereI l proprio arbitrio in sé, che Dio concesseT enacemente al spirto di ragione.A l fin, essendo sotto l'altrui voglia,T olta mi fu la mia dolce Galanta:L o mio solaccio, il mio contento e spasso,A imè! da me fu radicato e svelto.R imasi d'alma privo, ma nel doloV ivendo sempre tanto piansi ed arsi,A rsi d'amore, piansi di dolore,M orte chiamando ognor, che al fin privatoI o fui de gli occhi e d'ogni sentimento.L aura qui ottenne il seggio, e sol de volpi,L upi, tigri, pantere, draghi e serpi,V entrosi vermi empitte boschi e selve,M onti, valli, spelonche, fiumi e stagni.A ttonita scampavasi la turbaP er le fantasme, sogni e negre larve,P er l'ombre infauste che da l'empia ErinniE rano sparse drento al laberinto,L aberinto d'errori colmo e pieno,L aberinto che giá di Dio fu stanza.A ugellazzi notturni d'ogn'intornoN on cessano volar con alte strida;D el sole omai non piú v'entran le fiamme,V olti de spirti neri sempre in gli occhiM'erano fisi digrignando e' denti.E la Galanta mia fu in preda d'altriS uso al bel mondo, in grembo altrui, rimasa:S uso al bel mondo, ed io nel piú profondoE ra del Caos, centro e laberinto!C olui che l'ebbe in mano fu l'egregio,E gregio mio Grifalco, il qual non ebbe,N on ha, non avrá mai di sé piú fido.S trinse Galanta mia fra l'uscio e muro.E lla morí chiamando: — Triperuno! —M a 'l giovene magnanimo e corteseV olse che d'alabastro un fino vasoS epolcro fusse a la gentil mustella.
E ra per seguir anco il vecchio bonoG iá su l'entrar d'un poggio il qual si montaN on senza gran sudore, quando un gridoA l tergo viemmi, rotto di dolore.T orsi la fronte, ed ecco for d'un boscoI o vidi una dongiella scapigliataV enir fuggendo, ed ha chi l'urta ed angeS empre battendo lei con aspra fune.
S tetti prima qual sasso; ma dapoi,Q uando comprendo il viso di Galanta,V olgo le spalle piú d'un strale in frettaA Fúlica per trarla for d'affanni.R ompeva la meschina l'aere intornoC on alte strida e suon di petto e mani.I ntendo l'occhio a chi la fea gridare:A hi! ch'io la riconobbi, ahi! cruda ed empiaL aura maligna, incantatrice e maga,V enefica non men di Circe fiera,P utta sfacciata, vecchia, il cui fetoreV olgea gli uomini in bestie, augelli e serpi,S tringendo ai carmi soi l'altrui costumi.
F úlica su pel monte ansando scampa,L o qual non piú vedere i' puoti mai.O vunque una sen fugge, e l'altra segue.R atto m'avvento al fondo d'un vallone:E cco vidi Galanta in un instanteN on esser piú Galanta, ma curvarsiT utta ritratta, e capo e braccia e gambe,I n una picciol forma di mustella.N on puoti far allora, che non, rattoV òlto in gran fuga e lagrimando forte,S campassi per nascondermi da Laura.
D i passo in passo mi volgeva a drieto,E rrando e qua e lá come stordito.S tettesi la malvagia su duo piediT utta minace in vista e neghittosa.R esto ancor io nel folto d'una macchia,V edendo lei ma non da lei veduto.C essò dunque la vecchia scellerataT ener piú via d'avermi allor nel griffo;O nde, quindi partita, io mi discoproR itornando a veder ov'è Galanta.
R amparsi lungo al fusto d'un sambucoE cco la veggio, oh quanto vaga e snella,L eggiadra, pronta, sedula, sagace!I o la richiamo come far solea:— G alanta mia, perché mi fuggi, ingrata?I o son il tuo fidele Triperuno:O ve serpendo vai? vieni a me, vieni,N on ti levar da me, ché bona curaI o sempre avrò di te, fin che col tempoS i trovi chi ti renda a l'esser vero. —
D issi queste parole e passo passoI' m'avvicino, losingando, a lei.V enne dunqu'ella, dolce mormorando,I ntratami nel sino a starvi ad agio.
B asci soavi quella mi porgeva,E d io basciava lei, non men insano,N on men caldo di quel che fui davanti.E ra sul picciol dorso tutta d'oro,D i latte il corpo e leggiadretti piedi,I ntorno al collo un circolo di perleC into l'adorna e fammi esser men graveT utta la doglia che m'assalse, quandoI o vidi lei cangiarsi a me davante.
L o giorno mai, la notte mai non cessoA ppagarmi di questo sol piacere.V enni a Perissa finalmente, dove[265]R estar non volse Fúlica, ché 'l locoE ra d'errori e soperstizia pieno.
S tetti qui molti giorni, mesi ed anniI n una grotta sol per fiere usata,B evendo acque de stagni torbe immonde,I onci e palme tessendo e molli vinci.
N on mi levai dal dosso mai la gonna,O nde l'immondi vermi di piú sorteM'erano sempre intorno vigilanti,E d un setoso manto folto ed asproN on mai giú da le nude carne i' tolsi.
V arcar un uomo in ciel non io credea,I l qual fuggisse vivere famato,N udrirsi d'erbe, more, fraghe e giande,D estarsi a mezzanotte e macerarsiI l corpo giá omicida di se stesso,C orcarsi o su le frondi o in terra nuda,A rrecarsi a gran merto il girne scalzo,V ender se stesso ad altri, non avereI l proprio arbitrio in sé, che Dio concesseT enacemente al spirto di ragione.
A l fin, essendo sotto l'altrui voglia,T olta mi fu la mia dolce Galanta:
L o mio solaccio, il mio contento e spasso,A imè! da me fu radicato e svelto.R imasi d'alma privo, ma nel doloV ivendo sempre tanto piansi ed arsi,A rsi d'amore, piansi di dolore,M orte chiamando ognor, che al fin privato
I o fui de gli occhi e d'ogni sentimento.L aura qui ottenne il seggio, e sol de volpi,L upi, tigri, pantere, draghi e serpi,V entrosi vermi empitte boschi e selve,M onti, valli, spelonche, fiumi e stagni.
A ttonita scampavasi la turbaP er le fantasme, sogni e negre larve,P er l'ombre infauste che da l'empia ErinniE rano sparse drento al laberinto,L aberinto d'errori colmo e pieno,L aberinto che giá di Dio fu stanza.A ugellazzi notturni d'ogn'intornoN on cessano volar con alte strida;D el sole omai non piú v'entran le fiamme,V olti de spirti neri sempre in gli occhiM'erano fisi digrignando e' denti.
E la Galanta mia fu in preda d'altriS uso al bel mondo, in grembo altrui, rimasa:S uso al bel mondo, ed io nel piú profondoE ra del Caos, centro e laberinto!
C olui che l'ebbe in mano fu l'egregio,E gregio mio Grifalco, il qual non ebbe,N on ha, non avrá mai di sé piú fido.S trinse Galanta mia fra l'uscio e muro.E lla morí chiamando: — Triperuno! —M a 'l giovene magnanimo e corteseV olse che d'alabastro un fino vasoS epolcro fusse a la gentil mustella.
GRIFALCO
Cogimur exiguam deflere Galanthida, virtusquippe sub exiguo corpore multa fuit.Hanc neque tum poterat limen collidere, vixitquae pede cervus, aper fulmine, corde leo.At magis offensas ulta est Saturnia priscas,solvit ubi, invita hac, ventre Galanthis heram.
Cogimur exiguam deflere Galanthida, virtusquippe sub exiguo corpore multa fuit.Hanc neque tum poterat limen collidere, vixitquae pede cervus, aper fulmine, corde leo.At magis offensas ulta est Saturnia priscas,solvit ubi, invita hac, ventre Galanthis heram.
FÚLICA
Si brevis hic tumulus, breve carmen, me breve fatum,quae mustella fui tam brevis, huc rapuit.
Si brevis hic tumulus, breve carmen, me breve fatum,quae mustella fui tam brevis, huc rapuit.
MERLINUS
Ter mutata, fuit Mulier, Mus, Stella, Galanthis:me Mulier, tumulum Mus pete, Stella polum.
Ter mutata, fuit Mulier, Mus, Stella, Galanthis:me Mulier, tumulum Mus pete, Stella polum.
LIMERNUS
Quae mulier quondam, quae nunc mustella fuisti,hic medium linquis nomen et astra tenes.
Quae mulier quondam, quae nunc mustella fuisti,hic medium linquis nomen et astra tenes.
PAULUS F.
Lusus eram, nunc luctus heri, qui fraude peremptamLucinae officio me decorat tumuli.
Lusus eram, nunc luctus heri, qui fraude peremptamLucinae officio me decorat tumuli.
MARCUS C.
An misera, an felix? dominum damnemve probemve,Cum dederit mortem qui modo fert tumulum?Si pius, unde mihi mors est? si non pius, undeet decus et laudes et lacrymae et tumulus?
An misera, an felix? dominum damnemve probemve,Cum dederit mortem qui modo fert tumulum?Si pius, unde mihi mors est? si non pius, undeet decus et laudes et lacrymae et tumulus?
IDEM
Dum placeo interi. Occidit dum diligit, ingensstruxit Amor tumulum, sed prius ille necem.
Dum placeo interi. Occidit dum diligit, ingensstruxit Amor tumulum, sed prius ille necem.
IDEM
Mole brevi brevis ipsa tegor mustella, gementisdelitiae nuper, nunc lacrymae domini.
Mole brevi brevis ipsa tegor mustella, gementisdelitiae nuper, nunc lacrymae domini.
ISIDORUS C.
IUNONIS QUERELA
O ego quantum egi! extinxisse Galanthida dudumcredideram lethaeisque immersisse sub undis,dum terris prohibere paro, coelum occupat audaxet vatum celebri late iam carmine vivet.
O ego quantum egi! extinxisse Galanthida dudumcredideram lethaeisque immersisse sub undis,dum terris prohibere paro, coelum occupat audaxet vatum celebri late iam carmine vivet.
IDEM
Indulges lacrymis inane quiddamdeflens et teneram gemens alumnam,Grifalco; at nihil huic magis salubre,magis nobile praestitisse posses.Vivens cognita vix tibi latebat.Vitae munere functa, nunc perennivivet iam celebrata laude! per tehaec dum mortem obiit, absoluta morte est.
Indulges lacrymis inane quiddamdeflens et teneram gemens alumnam,Grifalco; at nihil huic magis salubre,magis nobile praestitisse posses.Vivens cognita vix tibi latebat.Vitae munere functa, nunc perennivivet iam celebrata laude! per tehaec dum mortem obiit, absoluta morte est.
TRIPERUNUS AD DEUM CONFITETUR
Summe opifex rerum, pater instaurator et unus,qui Deus existens coelo terraque potentercuncta regis, certo dum lapsu saecula torques,en ego, si ante tuum debentur vota tribunalassistique hominum curae trutinisque movendae,quid faciam, tanto qui absumpto tempore noctesproduxi vigiles ea per figmenta, volumennugarum aedificans? En culpae cognitor omnis,en quibus ingenium, quo nos decora alta subimus,turpiter implicui fabellis, quo per ineptosconsenuit lusus viridis squalore iuventa!Pars melior consumpta mei, redituraque nunquamrapta est, unde animi ratio me conscia torquet.Heu! heu! quid volvi misero mihi? sordibus aurum,perditus, et gemmas immisi fecibus indas.
Summe opifex rerum, pater instaurator et unus,qui Deus existens coelo terraque potentercuncta regis, certo dum lapsu saecula torques,en ego, si ante tuum debentur vota tribunalassistique hominum curae trutinisque movendae,quid faciam, tanto qui absumpto tempore noctesproduxi vigiles ea per figmenta, volumennugarum aedificans? En culpae cognitor omnis,en quibus ingenium, quo nos decora alta subimus,turpiter implicui fabellis, quo per ineptosconsenuit lusus viridis squalore iuventa!Pars melior consumpta mei, redituraque nunquamrapta est, unde animi ratio me conscia torquet.Heu! heu! quid volvi misero mihi? sordibus aurum,perditus, et gemmas immisi fecibus indas.
FINISCE LA SECONDA SELVA.
Unus adest triplici mihi nomine vultus in orbe:tres dixere Chaos, numero Deus impare gaudet.
Unus adest triplici mihi nomine vultus in orbe:tres dixere Chaos, numero Deus impare gaudet.
Stemma con le lettere M L F T; ai lati FR. GR.
Or sbuco giá qual nottula di tomba,ed oltra quella spera, onde la pioggiadescende e per augel rado si poggia,date mi son le penne di colomba.Tant'alto salirò, che mi soccombachi ha 'l giro di trent'anni, e 'n l'aurea Loggia,ove 'n se stesso un Trino Sol s'appoggia,fia tempo ch'al convito suo discomba.Quivi non sotto enimma, non per veloch'abbia su gli occhi Móse, non per manoposta al forame di l'eburneo ventre,non piú a le spalle no, ma in vista pianol'Altissimo vedrò quanto sia, mentresi turba entro lo 'nferno e ride il cielo.
Or sbuco giá qual nottula di tomba,ed oltra quella spera, onde la pioggiadescende e per augel rado si poggia,date mi son le penne di colomba.Tant'alto salirò, che mi soccombachi ha 'l giro di trent'anni, e 'n l'aurea Loggia,ove 'n se stesso un Trino Sol s'appoggia,fia tempo ch'al convito suo discomba.Quivi non sotto enimma, non per veloch'abbia su gli occhi Móse, non per manoposta al forame di l'eburneo ventre,non piú a le spalle no, ma in vista pianol'Altissimo vedrò quanto sia, mentresi turba entro lo 'nferno e ride il cielo.
MAGNANIMVS TEMPLVM HOC MVSIS GRIFALCO LOCAVIT
Lo animale ragionevole, lo quale per vivere o soperstizioso o lascivamente, ovvero che per falsa dottrina avvezzato e abituato non piú sente lo errore suo, ma cieco ed oblivioso nel grembo de la regina de' peccati e difetti, che è la ignoranzia, sede e dorme, costui non pur di bestia peggiore, ma un'ombra, anzi uno niente si pò chiamare, come quello che non ode, non sente, non vede, non tocca piú di se stesso lo essere. Or dunque trovasi egli nel Caos, e a lui non è fatto ancora il mondo: dilché per divina pietade apparegli una fiammella d'intelletto, e cosí a poco a poco entra egli in cognizione di queste cose per lui da Dio criate e talmente vi affigge il core, che distinguendo e scegliendo va lo smisurato beneficio da Dio a lui dato. Ma non troppo egli vien poi rassicurato da questa nostra umana e corrotta natura, che non caschi o poscia egli cadere in alterigia, vedendosi essere di tante belle cose tiranno. Però l'anima, d'ogni macchia purgata, è nello stato che giá fu Adam (intendendosi questo allegoricamente) avanti lo gustato pomo: la natura gli è ancora incorrotta; non vi è lo tempo, non vi è la morte. Vero è che nel paradiso terrestre de la purgata conscienzia potrebbe ella facilmente con lo arbore del libero arbitrio fallire: o sia nel tornare a la soperstiziosa vita lasciando lo vangelo, secondo Livia; o sia per lo tribuire a soi istessi meriti la acquistata grazia, secondo Corona; o sia nel voler comprendere e diffinire la incomprensibil ed infinita potenzia di Dio, dando opera al studio de li nostri moderni teologi infruttuosamente per noi affaticati, secondo Paola.
Quel spaventevol mar, che a' naviganti[266]promette l'Epicuro sí soave,solcai gran tempo in feste, gioie e canti,fin che la gola, il sonno e l'ozio m'avetravolto in bande ove d'acerbi piantinel scoglio si fiaccò mia debol nave,che aperse a l'acque il fondo ed ogni spondae 'n preda mi lasciò de' pesci a l'onda.E l'ignoranzia d'ogni ben nemica,tosto che 'n grembo a morte andar mi vide,[267]corsevi come donna ch'impudicacon vista t'ama e col pensier t'ancide.Quindi svelto mi trasse ove s'intricanostr'intelletto in quel sogno, ch'assidefra le sirene, e dormevi egli in guisa,che sua spezie da sé resta divisa.Vago mi parve sí l'aspetto loro,[268]che froda in tal sembianza non pensai;ma ciò che splende poi non esser orotardo conobbi e subito provai.Un d'angeliche voci eletto coroentrato esser mi parve, e poi miraicangiarsi e' bianchi volti in sozze larve,e il lor concento in stridi ed urli sparve.Ed una nebbia orribile, che adombrala ragion, lo 'ntelletto e l'altro lume,m'avea offoscato sí ch'inutil ombraio mi trovai for d'ogni uman costumee in stato di color cui sempre ingombrala dolce sete a l'oblioso fiume;ché, come egli son vani e fatti nulla,tal vien chi in ignoranzia si trastulla.D'onde s'ardisco dire che 'n nientem'avea travolto la regina cieca,taccia chi 'n l'altrui fama sempre ha 'l dentené dica il mio cantar favola greca.Ma Dio, com'era fece a me, sua mentesvella dal stesso nuvol che l'acciecae scotalo dal sonno (ah troppo interno!)che puoco fummi ad esser pianto eterno.Però ti rendo mille grazie, e lodo,lodar quanto può mai potèsta umana,te, dolce mio Iesú; te, fermo chiodode l'alta fede ch'ogni dubbio spiana;te, dico, che disciolto m'hai quel nodoil qual ci lega e fanne cosa vana;te, sommo autor di tal' e tante cose,che 'l suo tesor per noi lá suso ascose.[269]Né lingua voci né 'ntelletto sensimuova giammai senza 'l tuo nome sacro,nome, che sempre, o canti o scriva e pensi,spero pietoso e temo giusto ed acro,Iesú, te dunque invoco per l'immensichiodi amorosi, ch'alto simulacrot'han fatto in terra al popolo cristiano!Or mentr'io scrivo scorgimi la mano;scorgi la man non piú cruda, rapace,non piú del mondo posta in servitute;la man che particella, se 'l ti piace,scriver desia de l'alta tua vertute,la quale d'ogni senso uman capacemi ricondusse al poggio di salute,e nel tuo nome pareggiar vorriamio basso stile un'alta fantasia.
Quel spaventevol mar, che a' naviganti[266]promette l'Epicuro sí soave,solcai gran tempo in feste, gioie e canti,fin che la gola, il sonno e l'ozio m'avetravolto in bande ove d'acerbi piantinel scoglio si fiaccò mia debol nave,che aperse a l'acque il fondo ed ogni spondae 'n preda mi lasciò de' pesci a l'onda.
E l'ignoranzia d'ogni ben nemica,tosto che 'n grembo a morte andar mi vide,[267]corsevi come donna ch'impudicacon vista t'ama e col pensier t'ancide.Quindi svelto mi trasse ove s'intricanostr'intelletto in quel sogno, ch'assidefra le sirene, e dormevi egli in guisa,che sua spezie da sé resta divisa.
Vago mi parve sí l'aspetto loro,[268]che froda in tal sembianza non pensai;ma ciò che splende poi non esser orotardo conobbi e subito provai.Un d'angeliche voci eletto coroentrato esser mi parve, e poi miraicangiarsi e' bianchi volti in sozze larve,e il lor concento in stridi ed urli sparve.
Ed una nebbia orribile, che adombrala ragion, lo 'ntelletto e l'altro lume,m'avea offoscato sí ch'inutil ombraio mi trovai for d'ogni uman costumee in stato di color cui sempre ingombrala dolce sete a l'oblioso fiume;ché, come egli son vani e fatti nulla,tal vien chi in ignoranzia si trastulla.
D'onde s'ardisco dire che 'n nientem'avea travolto la regina cieca,taccia chi 'n l'altrui fama sempre ha 'l dentené dica il mio cantar favola greca.Ma Dio, com'era fece a me, sua mentesvella dal stesso nuvol che l'acciecae scotalo dal sonno (ah troppo interno!)che puoco fummi ad esser pianto eterno.
Però ti rendo mille grazie, e lodo,lodar quanto può mai potèsta umana,te, dolce mio Iesú; te, fermo chiodode l'alta fede ch'ogni dubbio spiana;te, dico, che disciolto m'hai quel nodoil qual ci lega e fanne cosa vana;te, sommo autor di tal' e tante cose,che 'l suo tesor per noi lá suso ascose.[269]
Né lingua voci né 'ntelletto sensimuova giammai senza 'l tuo nome sacro,nome, che sempre, o canti o scriva e pensi,spero pietoso e temo giusto ed acro,Iesú, te dunque invoco per l'immensichiodi amorosi, ch'alto simulacrot'han fatto in terra al popolo cristiano!Or mentr'io scrivo scorgimi la mano;
scorgi la man non piú cruda, rapace,non piú del mondo posta in servitute;la man che particella, se 'l ti piace,scriver desia de l'alta tua vertute,la quale d'ogni senso uman capacemi ricondusse al poggio di salute,e nel tuo nome pareggiar vorriamio basso stile un'alta fantasia.
TRIPERUNO
Il grave sonno, in cui m'era sepolto[270]quanto di bono vien dal primo cielo,ruppemi orrendo grido, qual in moltoscoppio far sòle il fulgurante telo.Apro le ciglia e, quando ebbi distoltoda' sensi un puoco l'importuno velo,dritto m'innalzo, guato e nulla veggio,perch'era il mondo ancora d'ombre un seggio.Anzi né ciel né terra né 'l mar era,né averli mai veduto mi sovvenne;non verno, estate, autunno, primavera,non animai de' peli, squamme o penne;non selve, monti, fiumi, non minerad'alcun metallo; non veli né antenne,mercé ch'era del Caos in la massad'ogni ombra piena e d'ogni lume cassa.Né piú sapea di me stesso, né mancodi chi vaneggia in forza di gran febre,[271]star o insensibil pietra o trar del fianco,aver maschile o sesso muliebre,esser o verde o secco o negro o bianco:sí m'eran folte intorno le tenèbre!Pur sempre non vi stetti, ma ecco d'altoun sol m'apparve, onde ne godo e salto.Perché, sí come il pullo dentro l'uovo,bramando indi migrar, si fa fenestracol becco donde v'entra il raggio nuovo,e poscia da le spoglie si sequestra;tal io, mentre me stesso in l'ombre covo,luce spontar mi vidi a la man destra,ch'empí la notte, onde ratto m'avventolá col desio che 'l corso far sòl lento.Inusitato e subito confortoardir m'offerse al cuor ed ale al piede.Lungo un sentier de gli altri men distortoaffretto i passi ovunque l'occhio il vede.Oh avventurosa fuga, che a buon portogiunger mi fece d'un tal pregio erede!Ben duolmi che, narrarvi ciò volendomentre son carne, in van mie rime spendo!Di luce un gioven cinto, anzi un'aurora,[272]ch'appare spesso a l'alma cieca e frale,ecco si mi presenta e mi 'ncoloracol viso piú che 'l sol di luce eguale.Onesto e lieto sguardo, che 'namoraogni aspro e rozzo core, onde immortaleso ben che a tal beltá l'avrei pensato,se allor io fussi, quel ch'oggi son, stato!Que' soi begli occhi ch'abbellâr il bello,quanto su ne risplende e giuso nasce,raccolsi a la mia vista, e fui da quellonon men depinto che quando rinasce[273]Proserpina in obietto del fratelloe de' soi rai, benché luntan, si pasce.Né il lume pur, ma un amoroso ardoresentiva entrarmi dolcemente al core.Pur come avvenne a Piero, in sua presenziala vista persi, il senno e le ginocchia.Chi sopra uman valor si fa violenziaportar tal peso, vinto s'inginocchia.Veggendomi egli a terra, di clemenziapingesi 'l volto e con pianto m'adocchia:poi, sollevando i lumi al ciel, tal vocemuosse, ch'anco m'abbruggia e mai non cuoce.
Il grave sonno, in cui m'era sepolto[270]quanto di bono vien dal primo cielo,ruppemi orrendo grido, qual in moltoscoppio far sòle il fulgurante telo.Apro le ciglia e, quando ebbi distoltoda' sensi un puoco l'importuno velo,dritto m'innalzo, guato e nulla veggio,perch'era il mondo ancora d'ombre un seggio.
Anzi né ciel né terra né 'l mar era,né averli mai veduto mi sovvenne;non verno, estate, autunno, primavera,non animai de' peli, squamme o penne;non selve, monti, fiumi, non minerad'alcun metallo; non veli né antenne,mercé ch'era del Caos in la massad'ogni ombra piena e d'ogni lume cassa.
Né piú sapea di me stesso, né mancodi chi vaneggia in forza di gran febre,[271]star o insensibil pietra o trar del fianco,aver maschile o sesso muliebre,esser o verde o secco o negro o bianco:sí m'eran folte intorno le tenèbre!Pur sempre non vi stetti, ma ecco d'altoun sol m'apparve, onde ne godo e salto.
Perché, sí come il pullo dentro l'uovo,bramando indi migrar, si fa fenestracol becco donde v'entra il raggio nuovo,e poscia da le spoglie si sequestra;tal io, mentre me stesso in l'ombre covo,luce spontar mi vidi a la man destra,ch'empí la notte, onde ratto m'avventolá col desio che 'l corso far sòl lento.
Inusitato e subito confortoardir m'offerse al cuor ed ale al piede.Lungo un sentier de gli altri men distortoaffretto i passi ovunque l'occhio il vede.Oh avventurosa fuga, che a buon portogiunger mi fece d'un tal pregio erede!Ben duolmi che, narrarvi ciò volendomentre son carne, in van mie rime spendo!
Di luce un gioven cinto, anzi un'aurora,[272]ch'appare spesso a l'alma cieca e frale,ecco si mi presenta e mi 'ncoloracol viso piú che 'l sol di luce eguale.Onesto e lieto sguardo, che 'namoraogni aspro e rozzo core, onde immortaleso ben che a tal beltá l'avrei pensato,se allor io fussi, quel ch'oggi son, stato!
Que' soi begli occhi ch'abbellâr il bello,quanto su ne risplende e giuso nasce,raccolsi a la mia vista, e fui da quellonon men depinto che quando rinasce[273]Proserpina in obietto del fratelloe de' soi rai, benché luntan, si pasce.Né il lume pur, ma un amoroso ardoresentiva entrarmi dolcemente al core.
Pur come avvenne a Piero, in sua presenziala vista persi, il senno e le ginocchia.Chi sopra uman valor si fa violenziaportar tal peso, vinto s'inginocchia.Veggendomi egli a terra, di clemenziapingesi 'l volto e con pianto m'adocchia:poi, sollevando i lumi al ciel, tal vocemuosse, ch'anco m'abbruggia e mai non cuoce.
FIGLIO AL PADRE
O tu, che 'ntendi te, te, qual son io,[274]quant'alto sei, quant'eccellente e saggio,lo qual in nulla cosa mai non manchi,sublime sí, che sotto e sopra quelloche sei pensar non puossi, e quest'è 'l mionon mai dal lume tuo smembrato raggio,io non di te né tu di me ti stanchimirar quanto ti sia e mi sii bello;né quel spirito snelloe fuogo che fra noi sempre s'avvampaed or in dolce lampaor in colomba formasi, minoredi noi giammai procede né maggiore.Padre, Figliol e l'almo Spirto un Dioeterno siamo, fuor d'ogni vantaggio.Tre siam un, ed un tre, securi e franchiche l'un vegna de l'altro mai rubello;non cape in noi speranza né desio,non spazio tra 'l comun voler né oltraggio.Io del tuo lume e tu del mio t'imbianchi;né dal nodo che tien l'alto suggellounqua, Padre, mi svello.Però d'ogni bontá nostra è la stampa,che l'amorosa vampadel Paracleto imprime; onde 'l «Motoredel Tutto» siamo detti e «Creatore».Or di quel nostro incomprensibil rio,cosí soave a l'umile coraggio(s'umile mai verrá ne' spirti bianchiconoscitor di noi), l'uomo novellonasce d'animo e sangue santo e pio,ch'avrá del mondo in man tutto 'l rivaggio.[275]Né voi verrete in suo servigio stanchi,stellati cieli e tu, nostro scabello,ritonda terra; ma ellos'indura contra noi l'ungiuta ciampa,e giá si finge e stampadi ferro e pietra statue, quell'onorelor dando che a Dio vien, del tutto autore.Nascon insieme l'uomo e l'alto obliodel dritto ed anteposto a lui viaggio:dico 'l sentier, che al fin porge doi branchi,l'un stretto, dolce; l'altro piano, fello.Quinci al gioioso, quindi al stato rios'arriva, onde giustizia in lor dannaggioa' tristi vegna, e tengali ne' fianchitéma per sprono e morte per flagello:morte che, in un fardellocogliendo tutti, ovunque vòl si rampa.Nullo da lei mai scampa;sia pur bel volto, sia pur verde il fiore,far non può mai che morte nol scolore.Ma guai, chi 'n mal far sempre ha del restio,ché ogni sempre di lá trova 'l paraggio;que' dí che mai di colpa non fûr manchimen fian di pena ove gli rei flagello,in fin a l'ore estreme, quando 'l fiopagar verrammi inante ogni linguaggio,dal ciel i destri e da l'inferno i manchi.Pur stando in carne, lor spesso rappello:— Non son tigre né agnello:chi 'l perso ben per racquistar s'accampa,[276]chi 'l viver suo ristampa,intenda realmente che 'l Signoredel ciel in ciel non sdegna il peccatore!Dunque, Padre, mi 'nvio dare suffragioa loro, che non san chi sia pur quelloch'altri da morte scampa, ed esso muore!
O tu, che 'ntendi te, te, qual son io,[274]quant'alto sei, quant'eccellente e saggio,lo qual in nulla cosa mai non manchi,sublime sí, che sotto e sopra quelloche sei pensar non puossi, e quest'è 'l mionon mai dal lume tuo smembrato raggio,io non di te né tu di me ti stanchimirar quanto ti sia e mi sii bello;né quel spirito snelloe fuogo che fra noi sempre s'avvampaed or in dolce lampaor in colomba formasi, minoredi noi giammai procede né maggiore.Padre, Figliol e l'almo Spirto un Dioeterno siamo, fuor d'ogni vantaggio.Tre siam un, ed un tre, securi e franchiche l'un vegna de l'altro mai rubello;non cape in noi speranza né desio,non spazio tra 'l comun voler né oltraggio.Io del tuo lume e tu del mio t'imbianchi;né dal nodo che tien l'alto suggellounqua, Padre, mi svello.Però d'ogni bontá nostra è la stampa,che l'amorosa vampadel Paracleto imprime; onde 'l «Motoredel Tutto» siamo detti e «Creatore».Or di quel nostro incomprensibil rio,cosí soave a l'umile coraggio(s'umile mai verrá ne' spirti bianchiconoscitor di noi), l'uomo novellonasce d'animo e sangue santo e pio,ch'avrá del mondo in man tutto 'l rivaggio.[275]Né voi verrete in suo servigio stanchi,stellati cieli e tu, nostro scabello,ritonda terra; ma ellos'indura contra noi l'ungiuta ciampa,e giá si finge e stampadi ferro e pietra statue, quell'onorelor dando che a Dio vien, del tutto autore.Nascon insieme l'uomo e l'alto obliodel dritto ed anteposto a lui viaggio:dico 'l sentier, che al fin porge doi branchi,l'un stretto, dolce; l'altro piano, fello.Quinci al gioioso, quindi al stato rios'arriva, onde giustizia in lor dannaggioa' tristi vegna, e tengali ne' fianchitéma per sprono e morte per flagello:morte che, in un fardellocogliendo tutti, ovunque vòl si rampa.Nullo da lei mai scampa;sia pur bel volto, sia pur verde il fiore,far non può mai che morte nol scolore.Ma guai, chi 'n mal far sempre ha del restio,ché ogni sempre di lá trova 'l paraggio;que' dí che mai di colpa non fûr manchimen fian di pena ove gli rei flagello,in fin a l'ore estreme, quando 'l fiopagar verrammi inante ogni linguaggio,dal ciel i destri e da l'inferno i manchi.Pur stando in carne, lor spesso rappello:— Non son tigre né agnello:chi 'l perso ben per racquistar s'accampa,[276]chi 'l viver suo ristampa,intenda realmente che 'l Signoredel ciel in ciel non sdegna il peccatore!Dunque, Padre, mi 'nvio dare suffragioa loro, che non san chi sia pur quelloch'altri da morte scampa, ed esso muore!
TRIPERUNO
A li alti accenti d'un tal sòno eroico,del quale ne tremai com'uom frenetico,vennemi voce altronde: — A che esser stoico,miser, ti giova né peripatetico?che ti val fra l'un mar e l'altro euboicopigliar oracli e ber fiume poetico?a che spiar la veritá da gli uomini,[277]che di menzogna furon mastri e domini? —Io, che sculpito in cuor le note aveamid'un sí bel viso, d'un parlar sí altiloquo,a poco a poco gli occhi aprir vedeamial sòno di colui tanto veriloquo.Pur tal era l'error ch'anco teneami,che a pena svelto fui; perché 'l dottiloquogioven mi sciolse, onde ciò che anti nubilomi parve intendo, ed intendendo giubilo.Giubilo perché intendo (intenda e Plinio,ch'or vive morto!) viver sempre l'anima;non sí però, ch'i' stia sotto 'l dominiodi chi 'l tegume d'uman spirto inanima.Stetti gran tempo in tale sterquilinio,nel qual concedo ben che l'alma exanimala troppo vaga ed addolcita letera,[278]e molti uccide il canto d'esta cetera.Qual è chi 'l creda, ch'oggi tanta insaniala nostra veritá sí prema e vapoli?S'io mi diparto a l'umile Betaniaper alto mar da Roma o sia da Napoli,ecco a man manca dal Parnasso Uraniascopremi l'Elicona, ove mi attrapoli.[279]Ben sa che a lei m'avvento, benché 'l Teverelasciassi per Giordan, quell'acque a bevere.Acque sí dolci! quanto piú bevémone,piú a la tantalea sete si rinfrescano!Quivi l'argute ninfe lacedemone[280]a gli ami occulti nostre voglie adescano;cosí non mai dal bianco il negro demonesceglier mi so, non mai l'onde si pescano,cui trasser a la destra del navigioPiero e Gioan de' pesci il gran prodigio.Però dal mio Iesú se detto fiamigiammai: — Di poca fede, or perché dubiti? —scusarmi non saprò, quando che siamiconcesso por le dita fin ai cubitinel suo costato e trarvi 'l ben, che diamifidi pensieri e al vero creder subiti.Non lece dunque piú d'Egitto in gremiostarsi, ma gir con Móse al certo premio.Assai d'oro forniti e gemme carichi,[281]di Faraon scampiam omai la furia;né sí men gravi paran i rammarichie pene che ci dava l'empia curia,che nel deserto alcun de noi prevarichi,dicendo in faccia a Móse questa ingiuria:— Mancaron entro Egitto forse i tumuli,ché morir noi per queste valli accumuli? —Ma non cosí l'alma gentil improverea chi oltra 'l mar asciutto mena un popolo;ché nel primo sentier, quantunque poveresian le contrate, ove sol giande accopoloper cibo, al fin vedrassi manna piovere,sorger un largo rio di nudo scopolo,che cominciando a ber nostri cristigeni[282]san quanto noccia usar co' li alienigeni.Deh! non ci chiuda il passo ai rivi, ch'ondanodi latte e mèle, nostra ingratitudine:rivi che noi di lepra e scabbia mondano,contratta dianzi ne la solitudine.O di qual mèl e' nostri petti abbondano,ch'assaggiâr pria di fèl l'amaritudine!Ma ciò non prima seppi, che 'n cuor fissemiIesú questi sí dolci accenti e dissemi:
A li alti accenti d'un tal sòno eroico,del quale ne tremai com'uom frenetico,vennemi voce altronde: — A che esser stoico,miser, ti giova né peripatetico?che ti val fra l'un mar e l'altro euboicopigliar oracli e ber fiume poetico?a che spiar la veritá da gli uomini,[277]che di menzogna furon mastri e domini? —
Io, che sculpito in cuor le note aveamid'un sí bel viso, d'un parlar sí altiloquo,a poco a poco gli occhi aprir vedeamial sòno di colui tanto veriloquo.Pur tal era l'error ch'anco teneami,che a pena svelto fui; perché 'l dottiloquogioven mi sciolse, onde ciò che anti nubilomi parve intendo, ed intendendo giubilo.
Giubilo perché intendo (intenda e Plinio,ch'or vive morto!) viver sempre l'anima;non sí però, ch'i' stia sotto 'l dominiodi chi 'l tegume d'uman spirto inanima.Stetti gran tempo in tale sterquilinio,nel qual concedo ben che l'alma exanimala troppo vaga ed addolcita letera,[278]e molti uccide il canto d'esta cetera.
Qual è chi 'l creda, ch'oggi tanta insaniala nostra veritá sí prema e vapoli?S'io mi diparto a l'umile Betaniaper alto mar da Roma o sia da Napoli,ecco a man manca dal Parnasso Uraniascopremi l'Elicona, ove mi attrapoli.[279]Ben sa che a lei m'avvento, benché 'l Teverelasciassi per Giordan, quell'acque a bevere.
Acque sí dolci! quanto piú bevémone,piú a la tantalea sete si rinfrescano!Quivi l'argute ninfe lacedemone[280]a gli ami occulti nostre voglie adescano;cosí non mai dal bianco il negro demonesceglier mi so, non mai l'onde si pescano,cui trasser a la destra del navigioPiero e Gioan de' pesci il gran prodigio.
Però dal mio Iesú se detto fiamigiammai: — Di poca fede, or perché dubiti? —scusarmi non saprò, quando che siamiconcesso por le dita fin ai cubitinel suo costato e trarvi 'l ben, che diamifidi pensieri e al vero creder subiti.Non lece dunque piú d'Egitto in gremiostarsi, ma gir con Móse al certo premio.
Assai d'oro forniti e gemme carichi,[281]di Faraon scampiam omai la furia;né sí men gravi paran i rammarichie pene che ci dava l'empia curia,che nel deserto alcun de noi prevarichi,dicendo in faccia a Móse questa ingiuria:— Mancaron entro Egitto forse i tumuli,ché morir noi per queste valli accumuli? —
Ma non cosí l'alma gentil improverea chi oltra 'l mar asciutto mena un popolo;ché nel primo sentier, quantunque poveresian le contrate, ove sol giande accopoloper cibo, al fin vedrassi manna piovere,sorger un largo rio di nudo scopolo,che cominciando a ber nostri cristigeni[282]san quanto noccia usar co' li alienigeni.
Deh! non ci chiuda il passo ai rivi, ch'ondanodi latte e mèle, nostra ingratitudine:rivi che noi di lepra e scabbia mondano,contratta dianzi ne la solitudine.O di qual mèl e' nostri petti abbondano,ch'assaggiâr pria di fèl l'amaritudine!Ma ciò non prima seppi, che 'n cuor fissemiIesú questi sí dolci accenti e dissemi:
CRISTO E TRIPERUNO
CRISTO