P arlava il vecchio lacrimando forte,E poi le labbra cosí chiuse, ch'egliN on mai piú volse aprirle; ma co' gli occhiI n un parete fissi, geme e piagneT anto che fece l'ultimo sospiro.— V attine al ciel, alma d'ogni ben carca! —S'udí una voce dir — vanne felice! —C osí di que' pastori giacque il padre,O rbato d'esta vita, ma in ciel susoR apito a l'altra; e l'empio mercenaroR imase de gli armenti possessore,V olgendo e' be' costumi de gli antichi[161]P astori audacemente in frode e furti,T anto che le sampogne e dolci rimeA ndati sonsi e d'arme sol si parla.D eposto dunque fu lo gran pastoreE ntro d'un cavo sasso; e a quello sopra,C armi leggiadri e rime di gran sònoI nscritte fûrno da pastori e ninfe.D ond'io piangendo ancor questi vi posi:
P arlava il vecchio lacrimando forte,E poi le labbra cosí chiuse, ch'egliN on mai piú volse aprirle; ma co' gli occhiI n un parete fissi, geme e piagneT anto che fece l'ultimo sospiro.— V attine al ciel, alma d'ogni ben carca! —S'udí una voce dir — vanne felice! —
C osí di que' pastori giacque il padre,O rbato d'esta vita, ma in ciel susoR apito a l'altra; e l'empio mercenaroR imase de gli armenti possessore,V olgendo e' be' costumi de gli antichi[161]P astori audacemente in frode e furti,T anto che le sampogne e dolci rimeA ndati sonsi e d'arme sol si parla.
D eposto dunque fu lo gran pastoreE ntro d'un cavo sasso; e a quello sopra,C armi leggiadri e rime di gran sònoI nscritte fûrno da pastori e ninfe.D ond'io piangendo ancor questi vi posi:
TUMULO DEL CORNAGIANNI
«E cco, del monte congrega — ciò nellaR uppe — gran pianto pel suo cor Narciso.I l fior anti no fu sua morte fella».T al fu 'l mio verso, ma, per téma, scuro.
«E cco, del monte congrega — ciò nellaR uppe — gran pianto pel suo cor Narciso.I l fior anti no fu sua morte fella».T al fu 'l mio verso, ma, per téma, scuro.
TRIPERUNO
Io da' pastori alquanto dilungato,con quali esser mai giunto ancor mi dole,d'un monticello in largo e verde pratomi porto, giú, fra rose, gigli e viole;poi dentro ad un antico bosco entrato,tanto vi errai che sul montar del solesi m'appresenta un'ampio e bel palaccio:cerco l'entrata e presto vi mi caccio.Nòve cose giammai non anti visteveggio fra quelle mura in un vallone,[162]di urtiche, vepri, spine e lappe mistedensato sí, che mai non vi si ponepiede senza lacciarlo a l'erbe triste,e farsi, o voglia o no, di lor prigione;ma sí mi preme l'ira d'una donna,ch'io scampo e lascio a squarzi la mia gonna.Perocché, ne l'entrar, quella soperba,[163]pallida in volto, magra e macilente,con voce altéra minacciante acerbaseguivami gridando: — Mai vincenteuomo non fia, se l'animo non serbaa' miei flagelli forte e paziente! —Io allor m'offersi al suo comando, e prestoscorro di qua di lá, né unqua m'arresto.Dov'ir mi deggia segno non apparedi bestial non che d'uman vestigio:di che sovente fammi traboccarede panni co' miei passi gran litigio,fin tanto che, sul lido accosto il maregiunto, m'assisi stanco a gran servigiodi nostra fragil vita, e poi mi levo,e del cammin doppio pensier ricevo.Se al dritto o manco viaggio me ne vadanon so, ché nòve m'eran le contrate.Ma, tra ambi doi mentre 'l voler abbada,ecco a le spalle, co' le labbra infiatedi sdegno, m'è la donna tutta fiadaquanto mai fusse nuda di pietate.— Tu vòi pur anco — dice — chi t'accolga,rubaldo, e ne' capei le man t'involga! —Io, dal spavento piú che mai commosso,lungo la manca spiaggia formo e stampomiei passi, lor frettando quant'i' puosso,sin che dal suo furor mi fuggo e scampo.Cosí infelice non piú aver ripossogiammai vi spero; e d'uno in altro campo,qual timidetta lepre, uscendo, un foscoantro di spine trovo e vi me 'mbosco.Ma ne l'entrar (ah quanta mia sventura!),ecco si mi raffronta un uomo strano,anzi doi, sgiunti fin a la cintura:piú mostro assai che finto non fu Gianoo Proteo falsator di sua figura;tal anco è scritto Castor e 'l germano,ché sol due gambe quel corporeo pesodi duo persone tengono sospeso.Ei, quando avanti lui giunto mi vide,scosse le membra e tutte si li ruppe.Stupido, il guardo ch'ei digrigna e ridee par che 'n altri volti s'avviluppe.I non era né Teseo né anco Alcideo chi nel ventre il gran Piton disruppe,[164]che fronteggiar bastassi un mostro tale;onde spiegai pur anco al corso l'ale.Per un sentier (sol un sentiero v'era)sferzo me stesso, e gran téma mi punge.Ma poi che da l'incerta e 'nstabil fieraesser mi vidi al trar d'un arco lunge,fermo mi volgo; ed egli, sua primera[165]forma cangiando, in doi corpi si sgiunge:questo di donna, vago, pronto, ameno;quel d'un formoso e bianco palafreno.Oh qual mi feci a l'apparir di lorosí grata vista e dolce leggiadria!Mill'altre prime facce assai mi fôromoleste in cui cangiato egli s'avia,ché né orso né leon né pardo o toroné cervo né animal chi chi si sia,gradir mi puote, anzi mi fe' spavento:di questi doi sol ne restai contento.Ella, succinta in abito gentile,[166]tra fiori a l'aura si rendea piú degna.Vidi anco intorno lei (sí 'l feminileaspetto valse) con lor verde insegna,stesi per l'erbe e fronde, Marzo e Aprilela terra far d'assai colori pregna,e su per folte macchie lieti e snellifacean cantando errar diversi augelli.Piú bello, altero, candido e vivace[167]nullo animal di questo vidi mai;tanto mi piacque allora, che 'l fugacee timido desio presto frenai,volgendol tutto ove sperava pacein duo begli occhi, anzi potenti rai,ch'umilemente alzati sol d'un cennoquanto temea davanti obliar mi fenno.Tratto dal mio voler giá torno in dietroe di mai non partirmi da lei bramo.Ella quel bel destrier c'ha 'l fren di vetroè giá salita, e d'un frondoso ramodi mirto il tocca e contra un folto e tetrobosco lo caccia. Io che pur troppo l'amo,correndo a tergo, me ne doglio e strazio,e luntanato son da lei gran spazio.Per un sentier, colmo di tòsco e fèl vabattendo sempre il palafren da tergo,tanto che scórse ne l'oscura selvae mi si tol di vista; ond'io sol m'ergode l'orme ai segni (ché si vaga belva[168]perder non voglio), e tutto mi sommergo,non, pur d'averla, ne le insane voglie,ma ne' intricati rami, sterpi e foglie.Tanto durai nel corso a quella traccia,ch'al fin del bosco, fra tre alte colonne,la via par che 'n duo branchi vi si faccia,qual oggi e' greci fingon l'ipsilonne;di che dubbio pensier l'andar m'impaccia,fin ch'una turba di polite donne[169]mi fûr in cerco, e losingando partedi loro a manca man mi tranne ad arte.Quivi d'accorte e ladre parolettefoggia non è che non mi circonvenga;ma l'altra parte di luntano stettepensando in quale guisa mi sovvenga.Io, che fra tanto sono entro le stretted'abbracciamenti e garrula losenga,irmene al manco viaggio mi delibro;[170]ma donna mi vietò, c'ha in man un cribro.Un cribro in mano la dongella tiene,d'acqua ripieno, e goccia non si versa,che di la turma luntanata viene,gridando forte: — Non far, alma persa,non far; se 'l fai, tu sol n'avrai le pene,ché non sai quella via quant'è perversa.Ma qui piuttosto volge a la man destra,che da l'errante volgo altrui sequestra. —A la cui voce giá lo entrato piede[171]ritrassi al modo di chi un serpe calca.— Deh! saggia ninfa, dimmi per mercede,— risposi a lei — dove 'l mio ben cavalca?Perché fra voi questo altercar procede?perché tanto di tempo mi diffalca?Quella sen fugge e tuttavia non cessa,onde non spero mai piú veder essa.— Lascila gir — diss'ella, — ché la truce[172]e pestilente donna, tuo malgrado,de l'improba Fortuna ti conduceal seggio incerto ed a l'instabil guado.Ma se tu segui me, ti sarò ducenel destro calle, ove di grado in gradomontando, e non col volo di fortuna,vedrai quel ben che 'n sé vertú raguna.Or viemmi dopo, ché su l'alte cimedi sapienza trovarai l'ascesa.Fuggi costoro, perché al fin de l'imevalli d'errore mostran la discesa. —Allor io per costei lascio le primee seco me ne vo; ma gran contesaecco nascer fra l'una e l'altra turba,che 'l mar, la terra e sin al ciel disturba.E prima di parole tanta rabbiasi sullevò tra quelle donne e queste,che non bastò menar con scura labbiala lingua e denti, ma l'ornate teste[173]vengon a scapigliarsi, e su la sabbiagiá molte veggio, per l'orrende pestede' calci e pugna, traboccar avvolte.Ma presto vien chi via l'ebbe distolte.Ché a l'apparir di donna antica e grave[174]tosto la pugna fu da lor divisa:chi si racconcia il sino e chi le flavechiome si annoda e chi di dar sta in guisa.Ma la matrona con parlar soavevoltossi a me dicendo: — Qui s'avvisaper me qual porta entrar deve chi bramao quinci o quindi racquistarsi fama.Quinci Vertú, quindi Fortuna alloggia,i' ti l'ho detto: va', ch'ambo le porte[175]ti mostro aperte. — E detto ciò, s'appoggiasul petto il viso di Vertute e sortefra le colonne. Ed io ne stava in foggiadi chi non sa de le dua porte apportequale si prenda, s'una prender deve;e mentre dubbia, gran duolo riceve.La destra via mi elessi finalmente:cosí movea di Nursia il saggio spirto.Ma le sinistre donne, triste e lente,trasser a l'ombra insieme d'un suo mirto.Quivi tra loro un lupo immantenentecomparse (onde non so) minace ed irto,del quale una di lor, se ben rimembro,svelse sdegnando il genitale membro.Poscia chi per il piè, chi per l'orecchialo tranno a terra giú quelle fanciulle,mentre l'altare e 'l foco una apparecchia.Ciascuna par che 'n quello si trastullesvenarlo, e qui s'accoglie e si sorbecchiatanto del sangue suo, che 'n tante mulle[176]le vidi esser cangiate a me davante,e 'l foco stesso le arse tutte quante.E 'l mirto similmente in altra formamutarse vidi, ch'ogni suo rampollocontrasse al tronco dentro, e si trasformain bella donna, e gambe e braccia e collo;e 'l lupo, il qual sul lido par che dorma,prende a l'orecchia, e dritto sullevollo,cangiato omai di lupo in un destrero:sáltavi addosso e sgombra via 'l sentiero.Io la conobbi, aimè! nel sguardo acuto,acuto sí, ch'anco smovermi puotedal bel proposto e farmi sordo e mutoa le preghiere d'ogni effetto vòtede l'altre donne; anzi mi faccio un scuto[177]d'infamia contra il ben che mi percuote,e gridami nel capo, mi urta ed ange,ma nulla fa, ché 'l suo voler si frange.Onde le donne insieme neghittose,poi ch'e' soi prieghi gittaron a l'aura,in un pratel de gigli, viole e rose,sott'ombra de la petrarchesca Laura,stetter in cerchio contra me sdegnose;ed un quadrato altare qui s'instaura,sul qual, mentr'arde un tenero licorno,ivan quelle piangendo intorno intorno.Io pur, quantunque l'ascoltassi invito,la fin volsi veder del sacrificio,ch'un nuvol bianco su dal ciel partitosí mi l'ascose, e per divin giudiciotal tono seco fu, che tutto 'l litotremò d'intorno, e sparve lo edificio,le donne, la matrona e 'l nuvol anco,restando pur la via del lato manco.Stavami, su quel punto che la terratutta tremò, non men for di me stessoche 'l viandante, il quale mentre ch'erracercando un tetto, perché un nimbo spessoli tona in capo, il fulmine si sferradal ciel gridando e piantasigli appresso,ché un'alta pioppa in sua presenzia toccae tutta in foco e fumo la dirocca.— Non temer d'alcun ciel che ti minaccia,ché bella botta non mai colse augello! —[178]A cotal voce rivoltai la faccia,ed ecco un uomo lieto, grasso e bellomi sovraggiunge e stretto a sé m'abbraccia.S'io gli fussi figliol, padre o fratello,io l'addimando vergognosamente.Chi fusse, egli rispose immantenente.
Io da' pastori alquanto dilungato,con quali esser mai giunto ancor mi dole,d'un monticello in largo e verde pratomi porto, giú, fra rose, gigli e viole;poi dentro ad un antico bosco entrato,tanto vi errai che sul montar del solesi m'appresenta un'ampio e bel palaccio:cerco l'entrata e presto vi mi caccio.
Nòve cose giammai non anti visteveggio fra quelle mura in un vallone,[162]di urtiche, vepri, spine e lappe mistedensato sí, che mai non vi si ponepiede senza lacciarlo a l'erbe triste,e farsi, o voglia o no, di lor prigione;ma sí mi preme l'ira d'una donna,ch'io scampo e lascio a squarzi la mia gonna.
Perocché, ne l'entrar, quella soperba,[163]pallida in volto, magra e macilente,con voce altéra minacciante acerbaseguivami gridando: — Mai vincenteuomo non fia, se l'animo non serbaa' miei flagelli forte e paziente! —Io allor m'offersi al suo comando, e prestoscorro di qua di lá, né unqua m'arresto.
Dov'ir mi deggia segno non apparedi bestial non che d'uman vestigio:di che sovente fammi traboccarede panni co' miei passi gran litigio,fin tanto che, sul lido accosto il maregiunto, m'assisi stanco a gran servigiodi nostra fragil vita, e poi mi levo,e del cammin doppio pensier ricevo.
Se al dritto o manco viaggio me ne vadanon so, ché nòve m'eran le contrate.Ma, tra ambi doi mentre 'l voler abbada,ecco a le spalle, co' le labbra infiatedi sdegno, m'è la donna tutta fiadaquanto mai fusse nuda di pietate.— Tu vòi pur anco — dice — chi t'accolga,rubaldo, e ne' capei le man t'involga! —
Io, dal spavento piú che mai commosso,lungo la manca spiaggia formo e stampomiei passi, lor frettando quant'i' puosso,sin che dal suo furor mi fuggo e scampo.Cosí infelice non piú aver ripossogiammai vi spero; e d'uno in altro campo,qual timidetta lepre, uscendo, un foscoantro di spine trovo e vi me 'mbosco.
Ma ne l'entrar (ah quanta mia sventura!),ecco si mi raffronta un uomo strano,anzi doi, sgiunti fin a la cintura:piú mostro assai che finto non fu Gianoo Proteo falsator di sua figura;tal anco è scritto Castor e 'l germano,ché sol due gambe quel corporeo pesodi duo persone tengono sospeso.
Ei, quando avanti lui giunto mi vide,scosse le membra e tutte si li ruppe.Stupido, il guardo ch'ei digrigna e ridee par che 'n altri volti s'avviluppe.I non era né Teseo né anco Alcideo chi nel ventre il gran Piton disruppe,[164]che fronteggiar bastassi un mostro tale;onde spiegai pur anco al corso l'ale.
Per un sentier (sol un sentiero v'era)sferzo me stesso, e gran téma mi punge.Ma poi che da l'incerta e 'nstabil fieraesser mi vidi al trar d'un arco lunge,fermo mi volgo; ed egli, sua primera[165]forma cangiando, in doi corpi si sgiunge:questo di donna, vago, pronto, ameno;quel d'un formoso e bianco palafreno.
Oh qual mi feci a l'apparir di lorosí grata vista e dolce leggiadria!Mill'altre prime facce assai mi fôromoleste in cui cangiato egli s'avia,ché né orso né leon né pardo o toroné cervo né animal chi chi si sia,gradir mi puote, anzi mi fe' spavento:di questi doi sol ne restai contento.
Ella, succinta in abito gentile,[166]tra fiori a l'aura si rendea piú degna.Vidi anco intorno lei (sí 'l feminileaspetto valse) con lor verde insegna,stesi per l'erbe e fronde, Marzo e Aprilela terra far d'assai colori pregna,e su per folte macchie lieti e snellifacean cantando errar diversi augelli.
Piú bello, altero, candido e vivace[167]nullo animal di questo vidi mai;tanto mi piacque allora, che 'l fugacee timido desio presto frenai,volgendol tutto ove sperava pacein duo begli occhi, anzi potenti rai,ch'umilemente alzati sol d'un cennoquanto temea davanti obliar mi fenno.
Tratto dal mio voler giá torno in dietroe di mai non partirmi da lei bramo.Ella quel bel destrier c'ha 'l fren di vetroè giá salita, e d'un frondoso ramodi mirto il tocca e contra un folto e tetrobosco lo caccia. Io che pur troppo l'amo,correndo a tergo, me ne doglio e strazio,e luntanato son da lei gran spazio.
Per un sentier, colmo di tòsco e fèl vabattendo sempre il palafren da tergo,tanto che scórse ne l'oscura selvae mi si tol di vista; ond'io sol m'ergode l'orme ai segni (ché si vaga belva[168]perder non voglio), e tutto mi sommergo,non, pur d'averla, ne le insane voglie,ma ne' intricati rami, sterpi e foglie.
Tanto durai nel corso a quella traccia,ch'al fin del bosco, fra tre alte colonne,la via par che 'n duo branchi vi si faccia,qual oggi e' greci fingon l'ipsilonne;di che dubbio pensier l'andar m'impaccia,fin ch'una turba di polite donne[169]mi fûr in cerco, e losingando partedi loro a manca man mi tranne ad arte.
Quivi d'accorte e ladre parolettefoggia non è che non mi circonvenga;ma l'altra parte di luntano stettepensando in quale guisa mi sovvenga.Io, che fra tanto sono entro le stretted'abbracciamenti e garrula losenga,irmene al manco viaggio mi delibro;[170]ma donna mi vietò, c'ha in man un cribro.
Un cribro in mano la dongella tiene,d'acqua ripieno, e goccia non si versa,che di la turma luntanata viene,gridando forte: — Non far, alma persa,non far; se 'l fai, tu sol n'avrai le pene,ché non sai quella via quant'è perversa.Ma qui piuttosto volge a la man destra,che da l'errante volgo altrui sequestra. —
A la cui voce giá lo entrato piede[171]ritrassi al modo di chi un serpe calca.— Deh! saggia ninfa, dimmi per mercede,— risposi a lei — dove 'l mio ben cavalca?Perché fra voi questo altercar procede?perché tanto di tempo mi diffalca?Quella sen fugge e tuttavia non cessa,onde non spero mai piú veder essa.
— Lascila gir — diss'ella, — ché la truce[172]e pestilente donna, tuo malgrado,de l'improba Fortuna ti conduceal seggio incerto ed a l'instabil guado.Ma se tu segui me, ti sarò ducenel destro calle, ove di grado in gradomontando, e non col volo di fortuna,vedrai quel ben che 'n sé vertú raguna.
Or viemmi dopo, ché su l'alte cimedi sapienza trovarai l'ascesa.Fuggi costoro, perché al fin de l'imevalli d'errore mostran la discesa. —Allor io per costei lascio le primee seco me ne vo; ma gran contesaecco nascer fra l'una e l'altra turba,che 'l mar, la terra e sin al ciel disturba.
E prima di parole tanta rabbiasi sullevò tra quelle donne e queste,che non bastò menar con scura labbiala lingua e denti, ma l'ornate teste[173]vengon a scapigliarsi, e su la sabbiagiá molte veggio, per l'orrende pestede' calci e pugna, traboccar avvolte.Ma presto vien chi via l'ebbe distolte.
Ché a l'apparir di donna antica e grave[174]tosto la pugna fu da lor divisa:chi si racconcia il sino e chi le flavechiome si annoda e chi di dar sta in guisa.Ma la matrona con parlar soavevoltossi a me dicendo: — Qui s'avvisaper me qual porta entrar deve chi bramao quinci o quindi racquistarsi fama.
Quinci Vertú, quindi Fortuna alloggia,i' ti l'ho detto: va', ch'ambo le porte[175]ti mostro aperte. — E detto ciò, s'appoggiasul petto il viso di Vertute e sortefra le colonne. Ed io ne stava in foggiadi chi non sa de le dua porte apportequale si prenda, s'una prender deve;e mentre dubbia, gran duolo riceve.
La destra via mi elessi finalmente:cosí movea di Nursia il saggio spirto.Ma le sinistre donne, triste e lente,trasser a l'ombra insieme d'un suo mirto.Quivi tra loro un lupo immantenentecomparse (onde non so) minace ed irto,del quale una di lor, se ben rimembro,svelse sdegnando il genitale membro.
Poscia chi per il piè, chi per l'orecchialo tranno a terra giú quelle fanciulle,mentre l'altare e 'l foco una apparecchia.Ciascuna par che 'n quello si trastullesvenarlo, e qui s'accoglie e si sorbecchiatanto del sangue suo, che 'n tante mulle[176]le vidi esser cangiate a me davante,e 'l foco stesso le arse tutte quante.
E 'l mirto similmente in altra formamutarse vidi, ch'ogni suo rampollocontrasse al tronco dentro, e si trasformain bella donna, e gambe e braccia e collo;e 'l lupo, il qual sul lido par che dorma,prende a l'orecchia, e dritto sullevollo,cangiato omai di lupo in un destrero:sáltavi addosso e sgombra via 'l sentiero.
Io la conobbi, aimè! nel sguardo acuto,acuto sí, ch'anco smovermi puotedal bel proposto e farmi sordo e mutoa le preghiere d'ogni effetto vòtede l'altre donne; anzi mi faccio un scuto[177]d'infamia contra il ben che mi percuote,e gridami nel capo, mi urta ed ange,ma nulla fa, ché 'l suo voler si frange.
Onde le donne insieme neghittose,poi ch'e' soi prieghi gittaron a l'aura,in un pratel de gigli, viole e rose,sott'ombra de la petrarchesca Laura,stetter in cerchio contra me sdegnose;ed un quadrato altare qui s'instaura,sul qual, mentr'arde un tenero licorno,ivan quelle piangendo intorno intorno.
Io pur, quantunque l'ascoltassi invito,la fin volsi veder del sacrificio,ch'un nuvol bianco su dal ciel partitosí mi l'ascose, e per divin giudiciotal tono seco fu, che tutto 'l litotremò d'intorno, e sparve lo edificio,le donne, la matrona e 'l nuvol anco,restando pur la via del lato manco.
Stavami, su quel punto che la terratutta tremò, non men for di me stessoche 'l viandante, il quale mentre ch'erracercando un tetto, perché un nimbo spessoli tona in capo, il fulmine si sferradal ciel gridando e piantasigli appresso,ché un'alta pioppa in sua presenzia toccae tutta in foco e fumo la dirocca.
— Non temer d'alcun ciel che ti minaccia,ché bella botta non mai colse augello! —[178]A cotal voce rivoltai la faccia,ed ecco un uomo lieto, grasso e bellomi sovraggiunge e stretto a sé m'abbraccia.S'io gli fussi figliol, padre o fratello,io l'addimando vergognosamente.Chi fusse, egli rispose immantenente.
MERLINUS COCAIUS
Ille ego qui quondam formaio plenus et ovisquique, botirivoro stipans ventrone lasagnas,arma valenthominis cantavi horrentia Baldi,quo non Hectorior, quo non Orlandior alter,grandisonam cuius famam nomenque gaiardumterra tremit baratrumque metu se cagat adossum,at nunc Tortelii egressus gymnasia, postquamtanta menestrarum smaltita est copia. Baldigesta maronisono cantemus digna stivallo.Huc, Zoppine pater, tua si tibi chiachiara curae,[179]si tua calcatim veneti ad pillastra Samarchitrat lyra menchiones bezzosque ad carmen inescat,huc mihi cordicinam iuncta cum voce rubebamflecte soporantem stantes in littore barcas,ut dorsicurvos olim delphinas Arion.Tuque, Comina, tene guidam temonis, et issaissa, Pedrala, mihi ad ghebbam tuque alta sonantemad cighignolam velamina pande levanto,Berta, grego, postquam salpata est áncora fundo.Non ad muscipares voltanda est orza canellos,non ad fangosas ladrorum daccia Bebbas,Bebbas, cui nomen tum splenduit, aequore postquamCingar anegavit pegoras, saltantibus illisuna post aliam, nullo aiutante Tesino,dumque trabuccabant, «bè bè» sonuere frequenter:hinc Bebbas dixere patres, quod nomen ad astrasurgitur, et lunge soravanzat honore Popozzas.Non mihi Fornaces per stagna viazus ad udas,perque Padi gremium ad Stellatam Figaque rolumundantem contra et retro cava ligna ferentem,seu sit Bondeni seu sit mage Francolinipiatta, vel Argentae, vel burchius Sermidos audax.Bramai Alixandrae portus mea barca tenere.
Ille ego qui quondam formaio plenus et ovisquique, botirivoro stipans ventrone lasagnas,arma valenthominis cantavi horrentia Baldi,quo non Hectorior, quo non Orlandior alter,grandisonam cuius famam nomenque gaiardumterra tremit baratrumque metu se cagat adossum,at nunc Tortelii egressus gymnasia, postquamtanta menestrarum smaltita est copia. Baldigesta maronisono cantemus digna stivallo.Huc, Zoppine pater, tua si tibi chiachiara curae,[179]si tua calcatim veneti ad pillastra Samarchitrat lyra menchiones bezzosque ad carmen inescat,huc mihi cordicinam iuncta cum voce rubebamflecte soporantem stantes in littore barcas,ut dorsicurvos olim delphinas Arion.Tuque, Comina, tene guidam temonis, et issaissa, Pedrala, mihi ad ghebbam tuque alta sonantemad cighignolam velamina pande levanto,Berta, grego, postquam salpata est áncora fundo.Non ad muscipares voltanda est orza canellos,non ad fangosas ladrorum daccia Bebbas,Bebbas, cui nomen tum splenduit, aequore postquamCingar anegavit pegoras, saltantibus illisuna post aliam, nullo aiutante Tesino,dumque trabuccabant, «bè bè» sonuere frequenter:hinc Bebbas dixere patres, quod nomen ad astrasurgitur, et lunge soravanzat honore Popozzas.Non mihi Fornaces per stagna viazus ad udas,perque Padi gremium ad Stellatam Figaque rolumundantem contra et retro cava ligna ferentem,seu sit Bondeni seu sit mage Francolinipiatta, vel Argentae, vel burchius Sermidos audax.Bramai Alixandrae portus mea barca tenere.
NARRATIO
Thebanis fabrefacta viris, antiquior altrisurbibus Italiae, dum Mantua rege sub uno,nomine Gaioffo, quasi iam dispersa gemebat,viderat in somnis venientem a Marte baronemmozzantemque caput Gaioffo, seque gridantemlibertatem urbi et populo praestasse vetusto.Hinc aliquod confortum animi conceperat illasperanzamque omnem Baldi ficcaverat armis.Non erat huic toto quisquam affrontandus in orbeforcibus aut potius destrezza corporis ipsa.Nil illum (tanta est hominis baldanza gaiardi!)arma spaventabant, nil coelum, nilque diavol.Vir iuste membrosus erat, mediocriter altus,largus in expassis relevato pectore spallis,at brevis angustos stringit centura fiancos;nerviger in gambis, pede parvus, cruribus acer;rectus in andatu, levibus qui passibus ipsovix sabione suas poterat signare pedattas.Aurea iungebat faciei barba decorem,vivacesque oculos huc illuc alta rotabatfrons, quae spaventat quando est turbata diablos,sed ridens noctemque fugat giornumque reducit;spadazzam laevo semper gallone cadentemportabat, guantumque presae mortisque daghettam.Saltando legiadrus erat, qui pleniter armisindutus montabat equum sine tangere staffam.Ipse gubernabat terram, quam diximus olimnomine Cipadam, gentemque illius habebatad cennum prontamque armis habilemque bataiae.Praecipuos hinc tres elegerat ille sodales,quorum Cingar erat strictissimus alter Acates.Is veterem duxit Margutti a sanguine razzam,qui risu, quondam simia cagante, crepavit.At Cingar trincatus erat truffator in arteCingaris, aut vecchium segato dente cavallumper iuvenem vendens, aut bolsum fraude barattans.Scarnus in aspectu, reliquo sed corpore nervisplenus erat nudusque caput rizzusque capillos.At sassinandi poltronam exercuit artem,in machiis quandoque latens mala guida viarum,namque viandantes ad boscos arte tirabatspoiabatque illos, sibi nec restante camisa.Sacchellam semper noctu post terga ferebat,sgaraboldellis plenam surdisque tenais;is mercadantum reserabat saepe botegascompagnosque ipsos pannis finoque velutotornabat caricos ad ladrorum antra Cypadam,officioque boni compagni, quisquis aiuttumporrexisset ei, tolta sibi parte botiniibat contentus. Precibus sed denique Baldidestitit, et savius forcam lazzumque soghettiscansavit, iam iam illorum compresus ab orma.Huic tanto coniunctus erat Falchettus amore(Falchettus qui ortum Pulicani ab origine traxit),quod sine Falchetto poterat nec vivere Cingar,nec Falchettus idem faciens sine Cingare vixit.Non fuit in toto cursor velocior orbe,namque erat a cerebro ad cinturam corporis usquesemivir, et restum corsi canis instar habebat.Hic cervos agilesque capras leporesque fugacescaptabat manibus saltuque (stupibile dictu!),saepe grues tardas se ad volum tollere coepit.Multi illum reges, reginae, papa, papessaeducere tentabant, donantes munera, secum.At ille, incagans papae regumque parolis,cum Baldo semper dormit mangiatque bibitque.Inde gigantonem Fracassum Baldus amabat,progenies cuius Morganto advenit ab illo,qui iam suetus erat campanae ferre bataium.Huius longa fuit cubitos statura quaranta,grossilitate stari aequabat sua testa misuram,andassetque trimus per buccam manzus apertam;in spatio frontis potuisses ludere dadisauriculisque suis fecisses octo stivallos;spallazzas habuit largas, schenamque decentemferre boves carrumque simul pesosque ducentos;arripiens quandoque bovem per cornua grassumad centum passus balzabat, more quadrelli.Marmoreos etenim pillastros atque columnastergore gestabat, nulla straccante fadiga;streppabat digitis quercus stabilesque cipressos,ac si fortificam foderet tellure cipollam.Castronem mediumque bovem denasque menestras,trenta simul panes coena mangiabat in una.Tanto ibat strepitu, libras ter mille pesoccus,tota sub ipsius pedibus quod terra tremebat.At viltatis homo crudeltatisque minister,[180]Gaioffus, Baldum Baldique timebat amicos.Imperii zelosus erat, noctesque diesquemasinat in cerebro, lambiccat, fabricat altosaëre castellos, velut est usanza tiranni,suspectumque super Baldum plantaverat omnem.At quia grandilitas animi generosaque virtustum gratum patribus tum plebi fecerat illum,stat regno metuens, ut vulpes vecchia quietus.Verum mille modos fingit groppatque casones,[181]summittitque homines falsos, nugasque silenterseminat in populo; Baldi bona fama, gradatimmalmenata, fluit, iam facta infamia crescitbacchaturque omnem coelo montata per urbem,deque viro illustri canto straparlat in omni,quod ladronus erat, quod fur, quod mille diabloscorpore gestabat, quod forcas mille merebat.[182]Hinc nactus causam patres Gaioffus adunat,conseiumque facit, pensans comprendere Baldum,mittaturve suo capiti firmissima taia.Maxima patricii generis convenerat illucsquadra, repossato disponens cuncta vedero.Est locus in quadro, «salam» dixere moderni,bancarum populique capax sibi iura petentis:illius ad frontem, inter multa sedilia patrum,aurea Gaioffi solio est errecta levatoscrannea, spadiferis semper circumdata bravis.Hic sedet ille, minax vultu sitiensque cruoris.Non delatores unquam longantur ab illo,non giottonorum bardassarumque potentumcopia, non ladri, furfantes mille, paraticondonare suam minimo quadrante balottam.Inter eos garrit centum discordia linguis,minibus et zanzis populi complentur orecchiae,semper ut offendant proni referuntque per urbemambassarias, quibus arma repente menantur.Ergo ubi nobilium cumulata caterva reseditclaudunturque fores plebisque canaia recedit,imperat annutu prius ille silentia dextrae,talia dehinc solio parlans commenzat ab alto:
Thebanis fabrefacta viris, antiquior altrisurbibus Italiae, dum Mantua rege sub uno,nomine Gaioffo, quasi iam dispersa gemebat,viderat in somnis venientem a Marte baronemmozzantemque caput Gaioffo, seque gridantemlibertatem urbi et populo praestasse vetusto.Hinc aliquod confortum animi conceperat illasperanzamque omnem Baldi ficcaverat armis.Non erat huic toto quisquam affrontandus in orbeforcibus aut potius destrezza corporis ipsa.Nil illum (tanta est hominis baldanza gaiardi!)arma spaventabant, nil coelum, nilque diavol.Vir iuste membrosus erat, mediocriter altus,largus in expassis relevato pectore spallis,at brevis angustos stringit centura fiancos;nerviger in gambis, pede parvus, cruribus acer;rectus in andatu, levibus qui passibus ipsovix sabione suas poterat signare pedattas.Aurea iungebat faciei barba decorem,vivacesque oculos huc illuc alta rotabatfrons, quae spaventat quando est turbata diablos,sed ridens noctemque fugat giornumque reducit;spadazzam laevo semper gallone cadentemportabat, guantumque presae mortisque daghettam.Saltando legiadrus erat, qui pleniter armisindutus montabat equum sine tangere staffam.Ipse gubernabat terram, quam diximus olimnomine Cipadam, gentemque illius habebatad cennum prontamque armis habilemque bataiae.Praecipuos hinc tres elegerat ille sodales,quorum Cingar erat strictissimus alter Acates.Is veterem duxit Margutti a sanguine razzam,qui risu, quondam simia cagante, crepavit.At Cingar trincatus erat truffator in arteCingaris, aut vecchium segato dente cavallumper iuvenem vendens, aut bolsum fraude barattans.Scarnus in aspectu, reliquo sed corpore nervisplenus erat nudusque caput rizzusque capillos.At sassinandi poltronam exercuit artem,in machiis quandoque latens mala guida viarum,namque viandantes ad boscos arte tirabatspoiabatque illos, sibi nec restante camisa.Sacchellam semper noctu post terga ferebat,sgaraboldellis plenam surdisque tenais;is mercadantum reserabat saepe botegascompagnosque ipsos pannis finoque velutotornabat caricos ad ladrorum antra Cypadam,officioque boni compagni, quisquis aiuttumporrexisset ei, tolta sibi parte botiniibat contentus. Precibus sed denique Baldidestitit, et savius forcam lazzumque soghettiscansavit, iam iam illorum compresus ab orma.Huic tanto coniunctus erat Falchettus amore(Falchettus qui ortum Pulicani ab origine traxit),quod sine Falchetto poterat nec vivere Cingar,nec Falchettus idem faciens sine Cingare vixit.Non fuit in toto cursor velocior orbe,namque erat a cerebro ad cinturam corporis usquesemivir, et restum corsi canis instar habebat.Hic cervos agilesque capras leporesque fugacescaptabat manibus saltuque (stupibile dictu!),saepe grues tardas se ad volum tollere coepit.Multi illum reges, reginae, papa, papessaeducere tentabant, donantes munera, secum.At ille, incagans papae regumque parolis,cum Baldo semper dormit mangiatque bibitque.Inde gigantonem Fracassum Baldus amabat,progenies cuius Morganto advenit ab illo,qui iam suetus erat campanae ferre bataium.Huius longa fuit cubitos statura quaranta,grossilitate stari aequabat sua testa misuram,andassetque trimus per buccam manzus apertam;in spatio frontis potuisses ludere dadisauriculisque suis fecisses octo stivallos;spallazzas habuit largas, schenamque decentemferre boves carrumque simul pesosque ducentos;arripiens quandoque bovem per cornua grassumad centum passus balzabat, more quadrelli.Marmoreos etenim pillastros atque columnastergore gestabat, nulla straccante fadiga;streppabat digitis quercus stabilesque cipressos,ac si fortificam foderet tellure cipollam.Castronem mediumque bovem denasque menestras,trenta simul panes coena mangiabat in una.Tanto ibat strepitu, libras ter mille pesoccus,tota sub ipsius pedibus quod terra tremebat.At viltatis homo crudeltatisque minister,[180]Gaioffus, Baldum Baldique timebat amicos.Imperii zelosus erat, noctesque diesquemasinat in cerebro, lambiccat, fabricat altosaëre castellos, velut est usanza tiranni,suspectumque super Baldum plantaverat omnem.At quia grandilitas animi generosaque virtustum gratum patribus tum plebi fecerat illum,stat regno metuens, ut vulpes vecchia quietus.Verum mille modos fingit groppatque casones,[181]summittitque homines falsos, nugasque silenterseminat in populo; Baldi bona fama, gradatimmalmenata, fluit, iam facta infamia crescitbacchaturque omnem coelo montata per urbem,deque viro illustri canto straparlat in omni,quod ladronus erat, quod fur, quod mille diabloscorpore gestabat, quod forcas mille merebat.[182]Hinc nactus causam patres Gaioffus adunat,conseiumque facit, pensans comprendere Baldum,mittaturve suo capiti firmissima taia.Maxima patricii generis convenerat illucsquadra, repossato disponens cuncta vedero.Est locus in quadro, «salam» dixere moderni,bancarum populique capax sibi iura petentis:illius ad frontem, inter multa sedilia patrum,aurea Gaioffi solio est errecta levatoscrannea, spadiferis semper circumdata bravis.Hic sedet ille, minax vultu sitiensque cruoris.Non delatores unquam longantur ab illo,non giottonorum bardassarumque potentumcopia, non ladri, furfantes mille, paraticondonare suam minimo quadrante balottam.Inter eos garrit centum discordia linguis,minibus et zanzis populi complentur orecchiae,semper ut offendant proni referuntque per urbemambassarias, quibus arma repente menantur.Ergo ubi nobilium cumulata caterva reseditclaudunturque fores plebisque canaia recedit,imperat annutu prius ille silentia dextrae,talia dehinc solio parlans commenzat ab alto:
ORATIO
Vos, Domini patriaeque patres circumque sedentesconsiliatores, qui nostrae ad iussa bachettaepraesentati estis, causamque modumque sietisquare ad campanae bottos huc traximus omnes.[183]Quippe (diu nostis) vestra non absque saputaomnia semper ego dispono, tracto, ministro,non quia me pactus vel lex magis obliget ulla,verum solus amor vestri et dilectio regis,id quod amicitiae, tamquam sit iuris, adoprat.Hactenus insimulans tacui, grossumque magonempectore nutrivi, saepe ut prudentia regesexpetit; at, vobis veluti experientia monstrat,tegnosum fecit mater pietosa fiolum.Nostis enim pridem quae, quanta et qualia Baldisint probra, nec modus est in furtis atque rapinis.Incoepit postquam aetatem intrare virilem,incoepit secum mariolos ducere bravos,quos «mangiaferros» vocitant «taiaque pilastros»,aut «taiaborsas» melius quis dicere posset.Non fuit in mundo giottonior alter, et ipsumrex ego sustineam? patiar? fruiturque ribaldussic bontate mea? quid non pro pace meorumcittadinorum tolero, postquam improbus isteurbis in excidium, novus ut Catilina, pependit?Nostra illum patres patientia longa ribaldum[184]fecit, ut in ladris non sit ladronior alter.Quid me vosque simul bertezat, soiat, agabbat?ad quam perveniet sua tandem audacia finem?non illum facies tanta gravitudine vestraemaiestasque mei removent, non guardia noctis,non sbirri zaffique simul, non mille diavoispaventat, tanta est hominis petulantia ladri!An sentit coelo, terrae baratroque patereiam caedes gladiosque suos? an contrahit omnem,quae sassinorum semper fuit arca, Cipadam,ut cives populumque meum gens illa trucidet?illa, inquam, gens nata urbem pro struggere nostram?Quis, rogo, scoppatur nostrae sub lege cadreghae,quisve tenaiatur mediaque in fronte bolatur,berlinaeque provat scornum forcaeque soghettum,ni Baldi comes et villae mala schiatta Cipadae?doctoratur ibi robbandi vulgus in arte,[185]estque scholarorum Baldo data cura magistro.Hinc docti iuvenes sub praeceptore galantoblasphemare Deum variis didicere loquelis;mox sibi boscorum ladri domicilia quaerunt,expediuntque manus furtis stradasque traversant,assaltant homines, amazzant inque paludesomnia spoiatos buttant pascuntque ranocchios.Quum simul albergant, squadraque serantur in unamille cruentosas roncas teretesque zanettas,spuntonesque, alebardas, quae sunt arma diabli,dantque focum schioppis, tuf taf resonante balotta.Semper habent foedas barbazzas pulvere, sempercagnescos oculos nigra sub fronte revolvunt.Protinus ad cifolum se intendunt esse propinquumquem faciant robbas pariterque relinquere vitam.Praesidet his ergo Baldus caporalis, ab ipsotot mala dependent: Baldo cessante, quid ultramercator timeat? quid gens peregrina? quid urbs haec?Ad caput, o patres, est ad caput ensis habendus,membra nihil possunt quum spallis testa levatur:frange caput serpae, non amplius illa menazzat!Dixi: nunc vero quaenam sententia vestra estexpecto, ut cunctis sit larga licentia fandi.Dixerat, et sdegnum premere alto in pectore fingit.Confremuere omnes, aut quae contraria Baldopars erat, aut vafri quos longa oratio regisspinserat in coleram, tollentesque ora manusque,iustitiam clamant: — Quid adhuc mala bestia vivit,quid nisi iacturas, homicidia, furta, rapinas,o rex, a ladro poterit sperarier unquam?picchentur fures, brusetur villa Cipadae,ipseque squartatus reliquis exempla ribaldispraestet, amorbator coeli terraeque marisque! —Tum vero ingemuit strictis pars altera bucciscompescens digito, Gaioffo adstante, labellum.At Gonzaga pater, quo non audentior alteriustitiae in partes et linguae et robore spadae,omnium ut aspexit vultus firmarier in se,stat morulam, dehinc quantus erat de sede levatusapparet, solvitque ingentem ad dicere linguam:
Vos, Domini patriaeque patres circumque sedentesconsiliatores, qui nostrae ad iussa bachettaepraesentati estis, causamque modumque sietisquare ad campanae bottos huc traximus omnes.[183]Quippe (diu nostis) vestra non absque saputaomnia semper ego dispono, tracto, ministro,non quia me pactus vel lex magis obliget ulla,verum solus amor vestri et dilectio regis,id quod amicitiae, tamquam sit iuris, adoprat.Hactenus insimulans tacui, grossumque magonempectore nutrivi, saepe ut prudentia regesexpetit; at, vobis veluti experientia monstrat,tegnosum fecit mater pietosa fiolum.Nostis enim pridem quae, quanta et qualia Baldisint probra, nec modus est in furtis atque rapinis.Incoepit postquam aetatem intrare virilem,incoepit secum mariolos ducere bravos,quos «mangiaferros» vocitant «taiaque pilastros»,aut «taiaborsas» melius quis dicere posset.Non fuit in mundo giottonior alter, et ipsumrex ego sustineam? patiar? fruiturque ribaldussic bontate mea? quid non pro pace meorumcittadinorum tolero, postquam improbus isteurbis in excidium, novus ut Catilina, pependit?Nostra illum patres patientia longa ribaldum[184]fecit, ut in ladris non sit ladronior alter.Quid me vosque simul bertezat, soiat, agabbat?ad quam perveniet sua tandem audacia finem?non illum facies tanta gravitudine vestraemaiestasque mei removent, non guardia noctis,non sbirri zaffique simul, non mille diavoispaventat, tanta est hominis petulantia ladri!An sentit coelo, terrae baratroque patereiam caedes gladiosque suos? an contrahit omnem,quae sassinorum semper fuit arca, Cipadam,ut cives populumque meum gens illa trucidet?illa, inquam, gens nata urbem pro struggere nostram?Quis, rogo, scoppatur nostrae sub lege cadreghae,quisve tenaiatur mediaque in fronte bolatur,berlinaeque provat scornum forcaeque soghettum,ni Baldi comes et villae mala schiatta Cipadae?doctoratur ibi robbandi vulgus in arte,[185]estque scholarorum Baldo data cura magistro.Hinc docti iuvenes sub praeceptore galantoblasphemare Deum variis didicere loquelis;mox sibi boscorum ladri domicilia quaerunt,expediuntque manus furtis stradasque traversant,assaltant homines, amazzant inque paludesomnia spoiatos buttant pascuntque ranocchios.Quum simul albergant, squadraque serantur in unamille cruentosas roncas teretesque zanettas,spuntonesque, alebardas, quae sunt arma diabli,dantque focum schioppis, tuf taf resonante balotta.Semper habent foedas barbazzas pulvere, sempercagnescos oculos nigra sub fronte revolvunt.Protinus ad cifolum se intendunt esse propinquumquem faciant robbas pariterque relinquere vitam.Praesidet his ergo Baldus caporalis, ab ipsotot mala dependent: Baldo cessante, quid ultramercator timeat? quid gens peregrina? quid urbs haec?Ad caput, o patres, est ad caput ensis habendus,membra nihil possunt quum spallis testa levatur:frange caput serpae, non amplius illa menazzat!Dixi: nunc vero quaenam sententia vestra estexpecto, ut cunctis sit larga licentia fandi.
Dixerat, et sdegnum premere alto in pectore fingit.Confremuere omnes, aut quae contraria Baldopars erat, aut vafri quos longa oratio regisspinserat in coleram, tollentesque ora manusque,iustitiam clamant: — Quid adhuc mala bestia vivit,quid nisi iacturas, homicidia, furta, rapinas,o rex, a ladro poterit sperarier unquam?picchentur fures, brusetur villa Cipadae,ipseque squartatus reliquis exempla ribaldispraestet, amorbator coeli terraeque marisque! —Tum vero ingemuit strictis pars altera bucciscompescens digito, Gaioffo adstante, labellum.At Gonzaga pater, quo non audentior alteriustitiae in partes et linguae et robore spadae,omnium ut aspexit vultus firmarier in se,stat morulam, dehinc quantus erat de sede levatusapparet, solvitque ingentem ad dicere linguam:
RESPONSIO
Inclyte rex, regisque viri, vosque urbis honoriinstantes proceres, quamvis locus iste solutalabra petat laxasque velit sine vindice linguas,attamen, aut iure hoc aut quadam lege rasonis,quam natura docet, ne me angat culpa tacendi,incipiam. Baldi animum Baldique valorem,Baldi consilium novi a puerilibus omne.Ingenium est homini, quum prima aetate tenellusluxuriat, facili scelerum se inferre camino,si incustoditus fuerit nulloque magistro:cursitat huc illuc, ceu fert ignara voluntas.At puer ingenuus, quamvis retinacula brenaenon tulit, illecebras seguitans, si forte virum quemmaturum semel audierit leviterque monentem[186]principio, ne virga nimis tenerina, potenticontrectata manu, media spezzetur in opra,deposita sensim patitur feritate doceri,seque hominem monstrat, quem humana modestia tantumretrahit a vitio iurisque in glutine firmat.Cernimus indomitos plaustro succumbere tauros,quorum duriciem removet destrezza biolchi;semper idem saeviret equus cozzone carente,nec venit ad pugnum sparaverius absque polastro.Ne, rogo, conscripti patres (id forsitan unquamrex sensit), pigeat miras audire prodezzasquum fanciullus erat Baldus baculumque sbriabat.Gallicus, ut fama est, e Franzae partibus olimin Lombardiae, gravida cum uxore, paësumstraccus arivavit, nostramque hanc ductus ad urbemalbergavit agro tantum una nocte Cipadae,donec ibi gravidata uxor sub fine laborisederet infantem, qua Baldus prodiit iste,qui nascens oculos (veluti dixere comadreshuic circumstantes) coelo tendebat apertos,quem nemo, ut mos est infantum, flere notavit.Hinc vox e summo fuit ascoltata solaro:— Nascere macte, puer, cui coelum, terra fretumqueac elementa dabunt tot afannos totque malhoras;non terrae sat erit centum superare travaios,ense viam faciens inter densissima tela,verum quam citius pelago tu intrare parabis,cinctus ab undosis montagnis nocte diequefortunae ingentis patiere tonitrua, ventos,fulmina, corsaros ac centum mille diablos.Sed tandem, haud dubites, gaiarditer omnia vinces.Vocis ad hunc sonitum, mater meschina, vel ipsosupplicio partus vel sic pirlamina fusifinierant Parcae, puerum pariterque fiatumsborravit: puerum vulva, pulmone fiatum.Vos meditate suo qualis tunc doia maritoingruit, ut mortam uxorem natumque puellumante oculos proprios tractu sibi vidit in uno!Ergo infantillum villano tradidit uni,mox abiit tacitus nec post apparuit unquam.Nescitur, fateor, qui sit, verum alta gaiardiforcia si Baldi, si animi prudentia, si frons[187]gentilesca alacris, si tandem forma notatur,non nisi fortis erat, prudens, gentilis et acerformosusque pater, licet huic sors aspra fuisset,namque bonum semper fructum bona parturit arbor.Interea villanus (adhuc cum coniuge vivit)infantem ad gesiam causa baptismatis affert.Quem dum pretus aqua signat, terque ore gudazzumcompadrumque rogat quod debet nomen habere,en quoque ter facta est summo responsio templo:— Baldum, vos Baldum fantino imponite nomen! —Constupuere omnes: devenit murmur ad urbem,hic testes centum tantae novitatis habentur.Lactiferam Baldus tantum bibit ergo madregnam,ut iam carriolum, quo imprendit ducere gambas,linqueret ecussis rotulis cantone refractum,et pede firmatus nunc huc, nunc cursitat illuc,quem pater, ignarum veri patris, instruit omnirusticitate, docens villae poltronus usanzam.Post merdulentas iubet illum pergere vaccas,sed gentilis eam reprobat natura facendam:non it post vaccas; at saepe venibat ad urbem,atque ad villani despectum praticat illam.Solis in occasum villae tamen ipse redibat,atque reportabat testam quandoque cruentam;magnanimus quoniam puer, ut solet esse per urbes,semper pugnorum guerris gaudebat inesse,sive bataiolis bastonum sive petrarum.Nec pensetis eum quod certans ultimus esset;at ferus ante alios squadram exortabat amicam,et centum lapides saltu reparabat in uno.Quum villanus eum villam abhorrere notavit,experimentum aliud, puerum quo exturbet ab armisin quibus immersum cognoverat esse, provavit:nam neque villanus sese cum milite confat.Comprat ei fortem tabulettam roboris (illamrupisset subito), qua sculptum addisceret «a, b»:ille scholam primo laetanter currere coepit,inque tribus magnum profectum fecerat annis,ut quoscumque libros legeret sine fallere iotam.At mox Orlandi grandissima bella nasavit,non vacat ultra deponentia discere verba,non species, numeros, non casus atque figuras,non Doctrinalis versamina tradere menti.Regula Donati, prunis, salcicia coxit;ivit et in centum scartozzos Norma Perotti.Quid Catholiconis malnetta vocabula dicam,quae quot habent letras tot habent menchionica verba,et quot habent cartas tot culos illa netarent?Orlandi tantum cantataque gesta Rinaldiagradant puero, quamdam in cor dantia bramam,ut cuperet iam vir fieri spadamque galonocingere et auxilio rationis quaerere soldum;ut legit errantes quondam fecisse guereros.Viderat Ancroiam, velut orlandesca necaratdextra, gigantissam, vel quum de funere Carlumdongellettus adhuc rapuit, tractoque guainisense durindana secat alto e tergore testamingentem Almontis, Franzamque recuperat omnem.Viderat ut miris Agricanem forcibus atquemille alios fortesque viros fortesque gigantos,arce sub Albracchae, giorno truncavit in uno.Viderat ut nimias scoccante Cupidine stralas,ipse gaiardorum princeps, ipse orbis acumen[188]duxerat ad mortem, rupto gallone, cusinum;at manus Angelichae, dum coelo brazzus ab altomortalem ferret colpum, succurrit, et ipsumorlandescum animum tenuit spadamque pependit.Saepius his lectis puer instigatur ad arma,sed gemit exigui quod adhuc sit corporis, annospraecipites cupiens, ut vir se denique possetvestire ingentemque elmum ingentemque corazzam.Is tamen hispanam semper gallone daghettamdependentem habuit, qua plures saepe bravettosterruit inque fugam solettus verterat omnes.O pueri audentes animos agilemque prodezzam!At video e vobis hinc plures volvere testam,nasutosque mihi parlanti ostendere nasos.Quam bene nunc vestri pensiria nosco magonis!An subsannatis quia nostra oratio tandemfiniet, ut mores videatur in hasce favoremporgere sbriccorum? veluti si Baldulus infanstum bene fecisset quum Lanzalotta vigazzumtraiecit gladio? sic divi nonne sbisaoscastigare solent? sic nonne superbia nostracogitur interdum vilem portare cavezzam?Quid, rogo, quid?...
Inclyte rex, regisque viri, vosque urbis honoriinstantes proceres, quamvis locus iste solutalabra petat laxasque velit sine vindice linguas,attamen, aut iure hoc aut quadam lege rasonis,quam natura docet, ne me angat culpa tacendi,incipiam. Baldi animum Baldique valorem,Baldi consilium novi a puerilibus omne.Ingenium est homini, quum prima aetate tenellusluxuriat, facili scelerum se inferre camino,si incustoditus fuerit nulloque magistro:cursitat huc illuc, ceu fert ignara voluntas.At puer ingenuus, quamvis retinacula brenaenon tulit, illecebras seguitans, si forte virum quemmaturum semel audierit leviterque monentem[186]principio, ne virga nimis tenerina, potenticontrectata manu, media spezzetur in opra,deposita sensim patitur feritate doceri,seque hominem monstrat, quem humana modestia tantumretrahit a vitio iurisque in glutine firmat.Cernimus indomitos plaustro succumbere tauros,quorum duriciem removet destrezza biolchi;semper idem saeviret equus cozzone carente,nec venit ad pugnum sparaverius absque polastro.Ne, rogo, conscripti patres (id forsitan unquamrex sensit), pigeat miras audire prodezzasquum fanciullus erat Baldus baculumque sbriabat.Gallicus, ut fama est, e Franzae partibus olimin Lombardiae, gravida cum uxore, paësumstraccus arivavit, nostramque hanc ductus ad urbemalbergavit agro tantum una nocte Cipadae,donec ibi gravidata uxor sub fine laborisederet infantem, qua Baldus prodiit iste,qui nascens oculos (veluti dixere comadreshuic circumstantes) coelo tendebat apertos,quem nemo, ut mos est infantum, flere notavit.Hinc vox e summo fuit ascoltata solaro:— Nascere macte, puer, cui coelum, terra fretumqueac elementa dabunt tot afannos totque malhoras;non terrae sat erit centum superare travaios,ense viam faciens inter densissima tela,verum quam citius pelago tu intrare parabis,cinctus ab undosis montagnis nocte diequefortunae ingentis patiere tonitrua, ventos,fulmina, corsaros ac centum mille diablos.Sed tandem, haud dubites, gaiarditer omnia vinces.Vocis ad hunc sonitum, mater meschina, vel ipsosupplicio partus vel sic pirlamina fusifinierant Parcae, puerum pariterque fiatumsborravit: puerum vulva, pulmone fiatum.Vos meditate suo qualis tunc doia maritoingruit, ut mortam uxorem natumque puellumante oculos proprios tractu sibi vidit in uno!Ergo infantillum villano tradidit uni,mox abiit tacitus nec post apparuit unquam.Nescitur, fateor, qui sit, verum alta gaiardiforcia si Baldi, si animi prudentia, si frons[187]gentilesca alacris, si tandem forma notatur,non nisi fortis erat, prudens, gentilis et acerformosusque pater, licet huic sors aspra fuisset,namque bonum semper fructum bona parturit arbor.Interea villanus (adhuc cum coniuge vivit)infantem ad gesiam causa baptismatis affert.Quem dum pretus aqua signat, terque ore gudazzumcompadrumque rogat quod debet nomen habere,en quoque ter facta est summo responsio templo:— Baldum, vos Baldum fantino imponite nomen! —Constupuere omnes: devenit murmur ad urbem,hic testes centum tantae novitatis habentur.Lactiferam Baldus tantum bibit ergo madregnam,ut iam carriolum, quo imprendit ducere gambas,linqueret ecussis rotulis cantone refractum,et pede firmatus nunc huc, nunc cursitat illuc,quem pater, ignarum veri patris, instruit omnirusticitate, docens villae poltronus usanzam.Post merdulentas iubet illum pergere vaccas,sed gentilis eam reprobat natura facendam:non it post vaccas; at saepe venibat ad urbem,atque ad villani despectum praticat illam.Solis in occasum villae tamen ipse redibat,atque reportabat testam quandoque cruentam;magnanimus quoniam puer, ut solet esse per urbes,semper pugnorum guerris gaudebat inesse,sive bataiolis bastonum sive petrarum.Nec pensetis eum quod certans ultimus esset;at ferus ante alios squadram exortabat amicam,et centum lapides saltu reparabat in uno.Quum villanus eum villam abhorrere notavit,experimentum aliud, puerum quo exturbet ab armisin quibus immersum cognoverat esse, provavit:nam neque villanus sese cum milite confat.Comprat ei fortem tabulettam roboris (illamrupisset subito), qua sculptum addisceret «a, b»:ille scholam primo laetanter currere coepit,inque tribus magnum profectum fecerat annis,ut quoscumque libros legeret sine fallere iotam.At mox Orlandi grandissima bella nasavit,non vacat ultra deponentia discere verba,non species, numeros, non casus atque figuras,non Doctrinalis versamina tradere menti.Regula Donati, prunis, salcicia coxit;ivit et in centum scartozzos Norma Perotti.Quid Catholiconis malnetta vocabula dicam,quae quot habent letras tot habent menchionica verba,et quot habent cartas tot culos illa netarent?Orlandi tantum cantataque gesta Rinaldiagradant puero, quamdam in cor dantia bramam,ut cuperet iam vir fieri spadamque galonocingere et auxilio rationis quaerere soldum;ut legit errantes quondam fecisse guereros.Viderat Ancroiam, velut orlandesca necaratdextra, gigantissam, vel quum de funere Carlumdongellettus adhuc rapuit, tractoque guainisense durindana secat alto e tergore testamingentem Almontis, Franzamque recuperat omnem.Viderat ut miris Agricanem forcibus atquemille alios fortesque viros fortesque gigantos,arce sub Albracchae, giorno truncavit in uno.Viderat ut nimias scoccante Cupidine stralas,ipse gaiardorum princeps, ipse orbis acumen[188]duxerat ad mortem, rupto gallone, cusinum;at manus Angelichae, dum coelo brazzus ab altomortalem ferret colpum, succurrit, et ipsumorlandescum animum tenuit spadamque pependit.Saepius his lectis puer instigatur ad arma,sed gemit exigui quod adhuc sit corporis, annospraecipites cupiens, ut vir se denique possetvestire ingentemque elmum ingentemque corazzam.Is tamen hispanam semper gallone daghettamdependentem habuit, qua plures saepe bravettosterruit inque fugam solettus verterat omnes.O pueri audentes animos agilemque prodezzam!At video e vobis hinc plures volvere testam,nasutosque mihi parlanti ostendere nasos.Quam bene nunc vestri pensiria nosco magonis!An subsannatis quia nostra oratio tandemfiniet, ut mores videatur in hasce favoremporgere sbriccorum? veluti si Baldulus infanstum bene fecisset quum Lanzalotta vigazzumtraiecit gladio? sic divi nonne sbisaoscastigare solent? sic nonne superbia nostracogitur interdum vilem portare cavezzam?Quid, rogo, quid?...
TRIPERUNO