II.Ciancie.

II.Ciancie.

— Udite! udite!

— Che cosa? Io non ho nulla da dire, esclama Corrado con bizzarro accento; non ho spiegazioni da dare; ci siamo divorati una cena squisita.... tutte le cene sono squisite.... Abbiamo vuotato parecchie bottiglie; il mio dovere d’anfitrione era di consigliarvi di stapparne delle altre — l’ho fatto; il resto sarebbe un’insipida commedia in cui dovrei essere io il protagonista, il mio santo il suggeritore. Vi annoiate? Peggio per voi. Anfitrione, invitati — parole, fra gente come noi; vino, baci, spirito quando ne troviamo, il buon umore quando viene — ecco la vita. Non vi accomoda?... Invertiamo le parti, tanto torna lo stesso: siate voi gli anfitrioni, sarò io l’unico invitato.... Mi annoio.... Barbara, Fanny, Aniceto, Filiberto, Felice, Domenichino, mi abbandono a voi.... tenetemi allegro.

Ciò detto, Corrado si lascia andare sopra un seggiolone nano, allunga le gambe sul tappeto, spenzolando le braccia, e prende un aspetto istupidito per raffigurare colla maggiore evidenza possibile l’incarnazione della noia.

Una risata sonora echeggia nella sala, ma nessuno parla, e quando il sonnacchioso Domenichino apre la bocca ad uno sbadiglio, Aniceto, errando sulla sua intenzione, gliela tappa dicendo:

— Sta zitto, ce n’è ancora.

— Ce n’è ancora? ripete Corrado senza muoversi, guardando fisso innanzi a sè e strascicando le parole — ce n’è ancora?... Io non so se ce ne sia ancora; so che tu, Aniceto, mi hai lasciato dire cento volte senza contraddirmi: «la mia casa è la tua» — ed ecco, alla prima occasione mi mostri che non m’hai preso sul serio e mi avverti di non pigliarti sul serio quando dirai che la tua casa è la mia.

Un’altra risata, non universale nè schietta, una risata inesplicabile accoglie queste ultime parole. Tutti gli occhi sono rivolti ad Aniceto.

Costui non si sgomenta, si accarezza la faccia rasa, raduna tutte le forze che può mettere in armi e risponde con disinvoltura:

— Non te lo dirò mai, perchè la buon’anima del droghiere che m’ha messo al mondo, non mi ha lasciato chegeneri colonialida liquidare, qualche debito privato e un po’ di debito pubblico — il tanto da campare sottola tutela dello Stato — castelli e case niente. Non monta; quello che potrò sempre dire, lo dico subito: «Le mie tre camere mobigliate in via Solferino sono tue, sono vostre, signori e signore».

I signori e le signore rispondono in coro: «Grazie».

— Grazie! ripete Corrado; tu non sei ricco e non ne hai colpa; è così facile esser ricchi!

— Protesto, dice Aniceto, io sono ricco, perchè mi contento. Non le posso proporre le partite, le lascio proporre agli altri; non posso invitare, aspetto che mi si inviti; non mi è lecito pagarle le cene, le mangio. Vi trovate bene con me, mi trovo bene con voi; combattiamo lo stesso nemico — la vita — voi avete più denaro da spendere in questa guerra, io più coraggio e più esperienza — siamo commilitoni.

— Bravo! gridano i compagni.

Ma le due donne zitte; quasi quasi hanno l’aria di vedere nel maturo Aniceto una concorrenza alle loro grazie giovanili.

E Fanny dice a Barbara:

— Devono rendergli molto i suoi bisticci! Ti pare?

E Barbara dice a Fanny:

— Molto.... tutto quello che non valgono.

— La mia casa! ripiglia a dire Corrado con una singolare fatuità d’accento; la mia casa! Che c’è di mio in questa casa? Ci hanno messo dei mobili, dei tappeti — ce li ho lasciati mettere, mi hanno detto quel che mi sono costati.... mille, duemila, diecimila.... totalezero; e perchè non mi costano nulla, li trovo scipiti e volgari.

— A me piacciono — dice Barbara volgendo lo sguardo in giro.

— Sono di buon gusto — dice Fanny.

— Anche questo buon gusto non è mio, è il gusto del tappezziere che me li ha venduti.

— E qual era il tuo?

— Quello del tappezziere!...

— È un indovinello!

— Può essere.... Una notte torno tardi, ho dimenticato la chiave.... picchio.... il portinaio si leva da letto per aprimi, si sberretta e si scusa d’avermi fatto aspettare, mi fa lume e mi dà la buona notte tremando dal freddo. Io, che ho bevuto lo sciampagna ed ho quasi caldo, penso: «gliel’ho fatta, non se n’è accorto, nessuno ancora gli ha detto che egli ed il mio vecchio Antonio sono i padroni di casa e che fanno male a sopportare un inquilino bisbetico come me!» Quella fantasia mi ritorna qualche volta.... allora attraverso le stanze come se mi fosse vietato fermarmi, tocco gli oggetti appena, mi guardo negli specchi alla sfuggita e sono tentato di ringraziarli dell’incomodo che si pigliano di riflettermi; le pareti mi paiono fredde, le vôlte sorde, i tappeti muti.... gli amorini delle tappezzerie aspettano ch’io sia passato per farmi le beffe, e ripigliano la loro positura se mi volto colla faccia buia.... passo oltre, e mi gridano dietro: «vattene, vattene, vattene!» Mene vado. Esco all’aperto, respiro — sono finalmente in casa mia!

Corrado ha parlato con una leggierezza di tono, che contrasta colla melanconica gravità del suo sguardo, e quando ha finito prova una risata secca, nervosa, che non inganna l’amicizia indagatrice d’Aniceto.

— Caro mio, dice costui dopo un istante di silenzio, lo vedi: nessuno ride; gli è che la tua risata non ha il numero delle vibrazioni che fa le risate genuine. Lasciatelo dire: tu manchi di sincerità; ti annoi, protesti di non mettere divario tra anfitrione ed invitati, e poi per tenere allegri gl’invitati ti credi in dovere di fare una contrazione delle labbra ed un rumore, e darceli per un impeto di....

— No, no, no, interrompe Corrado, tu sbagli, non è per voi ch’io rido. Che ne sai tu se questo riso, che per te è solo il rumore di una moneta falsa, non eccheggi come una musica qua dentro?... Si comincia dallo spirito di convenzione, dal riso che non è riso, dalla ciancia sbadata, e qualche volta si arriva allo spasimo dell’allegria. Mi provo, ecco.

— Ebbene, sarò io schietto, prorompe Aniceto con voce solenne; tu ci nascondi qualche cosa, realtà o fantasima, non so bene, ma inclino a credere fantasima.

— Non ho mai visto un fantasma, dice Fanny; vecchio mio, fammi vedere quello di Corrado....

— Vediamo il fantasma!

— Vediamo il fantasma!

— Salvo errore, prosegue Aniceto, senza badare alle interruzioni, tu hai trentasette anni sonati; ne dimostri trentadue quando sei di buon umore, ma in questo momento per esempio i tuoi trentasette li hai tutti quanti... è l’età della crisi; io che l’ho passata felicemente....

— Venti anni sono, aggiunge una voce....

— Io che l’ho passata felicemente, ne so qualche cosa, e ti dico che è l’età della crisi matrimoniale.

— Orrore! dice Filiberto.

— Orrore! ripetono gli altri in coro.

— Sissignori, quando sarete giunti a quell’età, come il mio amico Corrado, sentirete nel sangue, nei nervi, nel cervello, una smania, una prurigine che non saprete comprendere: il falso bisogno di prender moglie; udrete nella musica d’ogni teatro, d’ogni pianoforte, d’ogni organetto, nel soffio d’ogni vento, nel crepitìo d’ogni tizzone, nel bisbiglio d’ogni fiamma di gas, nel ronzìo d’ogni zanzara lo stesso perfido consiglio: «piglia moglie!» Voi lotterete, s’intende, vi acciufferete corpo a corpo con queste idee che, dopo avervi fatto ridere tanto, per la prima volta vi annuvoleranno la fronte; penserete alle vostre innamorate d’allora, a quelle d’oggi, a quelle di ieri l’altro... invocherete i baci disinteressati del bicchiere, i consigli di un buon amico, e se la Provvidenza non vi abbandona, sarete guariti. Ma....

— C’è un ma? domanda Felice, il più giovine della comitiva e naturalmente il più avverso allegiuste nozze.

— Ragazzo mio, sì, ce n’è uno. Ma se a trentasette anni ti sei buscato un primo reuma che ti prometta un’artritide, se sei ingrassato troppo e temi la gotta, allora sei spacciato; le pareti della tua casa ti paiono fredde, le volte sorde, i tappeti muti; temi di disturbare il portinaio, il servitore e gli specchi; la tua casa non ti par più tua; odi la beffa delle tappezzerie, gli amorini ti dicono: «vattene....» e tu te ne vai, corri dall’ebanista, gli ordini un talamo di palissandro, fai la tua scelta nella veglia, ed il mattino successivo mandi ad offrire la tua mano ad un’educanda che tutta notte ha sognato un angelo sotto le cortine bianche del lettuccio del dormitorio. Fai quel che si dice un «matrimonio per paura.»

— Baje! dice Filiberto, quel matrimonio si fa alla tua età, quando si mette il piede nella sessantina.

— Ti avverto che ho quarantasei anni.

— È la tua opinione, non la discuto: dispero di convincerti.

— Così, conchiude Aniceto fingendo di non udire, così per guarire la gotta si accetta il matrimonio.

— Come per guarire la tisi si piglia l’arsenico, nota il Domenichino sbadigliando.

— Colla differenza, aggiunge Felice, che chi piglia l’arsenico per guarire la tisi muore di tisi....

— Mentre chi fa matrimonio per guarire la gotta, si ammala di matrimonio, dice Barbara.

Fanny non dice nulla, ha gli occhi fissi in volto aCorrado, il quale guarda ad uno ad uno gli ospiti suoi, Fanny eccettuata.

— Che cosa vuoi concludere con queste ciancie? domanda l’anfitrione.

— Conchiudo, ripiglia Aniceto colla solennità di prima, che tu devi avere un reuma in una spalla od in un ginocchio.

— Calunnie! egli non ha reumi; dice Fanny.

— Grazie, Fanny; Aniceto mio, tu invecchi, si vede, perchè cominci a regalare i tuoi malanni agli amici. Io non ho reumi, e prego le signore qui presenti di farlo sapere alle loro amiche che non cercano marito. Io non ho reumi, e non avrò mai moglie. Le mie idee sul matrimonio le sapete....

— Le sappiamo, dice Barbara, il matrimonio è un’istituzione immorale; se non ci fosse il matrimonio, non ci sarebbe l’adulterio.

— Il matrimonio è contro natura, aggiunge Fanny, vedete gli animali.... Dove ho letto questo?... ah! sì, in quel romanzo che s’intitola?... come s’intitola?... di quel francese... come si chiama?... non importa; vedete gli animali, perchè seguono l’istinto non pigliano moglie.

— Il matrimonio, aggiunge Felice, levandosi in piedi col volto raggiante, è un’indecenza!

— Un’indecenza!

— Un’indecenza!

— Può essere, dice Aniceto, io lo credo capace ditutto il matrimonio.... ho sempre sospettato che fosse un’indecenza.

— Sì, o signori, il matrimonio è un’indecenza.... ed offende il pudore!...

— Il pudore!

— Il pudore!

— Zitti, state a sentire.... Vi dico io che ne è capace.

— Che cosa è la donna? Il simbolo della grazia, della bellezza, della bontà, un pezzo di paradiso coperto di lana e cotone, o di velluto misto di cotone (il cotone ci entra sempre). Che cosa è l’uomo? Il simbolo di tutto ciò che è forte, coraggioso, generoso — appaiate un uomo ed una donna, e non vi è più possibile vederli insieme senza pensare che.... senza portarvi coll’immaginazione a.... insomma senza perdere di vista tutto ciò che è paradiso. Vi siete mai provati, camminando alle spalle d’una bella signora coperta di velluto e di pelliccie, a levarle col pensiero la pelliccia ed il velluto, e via via ridurvela, senza che se ne avveda, nello stato della Venere.... di quella Venere.... sapete di quella tal Venere.... insomma mi capite.... È una festa intima di cui non esala nulla al di fuori; i tangheri, che vi passano rasente, che vi urtano i gomiti senza destarvi dal sogno, vi credono un tanghero come loro, mentre siete un Dio, il Dio più audace dell’Olimpo.... Ebbene, se mai quella signora incontra il marito, vi consiglio di svoltare alla prima cantonata....

Felice vede balenare in ogni volto un sorrisino, chenon sa come prendere, comincia a temere di non far tutto l’effetto sperato, e s’interrompe:

«Insomma, per me il marito è l’essere più brutale che sia al mondo; gli domandate: «Come stai?» vi risponde: «Ho dormito male stanotte, ho patito l’insonnia, non ho fatto che voltarmi sul letto....» Voi pensate.... La moglie pensa che voi pensate.... si fa rossa, finge di non sentire.... Voltate discorso.... eh! sì.... voltatelo pure, fatica perduta, perchè tutte le parole che escono dalla bocca di quell’uomo brutale, di quell’uomo cinico che è il marito, sono altrettante indecenze.

Una risata unanime, una di quelle risate solenni, accompagnate da smorfie, da contorcimenti, da tutta la mimica grottesca del buon umore smodato fa ammutolire il disgraziato Felice.

Manca una voce al concerto, quella di Corrado. E a lui si rivolge l’oratore per sapere che significhi il riso.

— Significa che hai vent’anni, dice Filiberto.

— E tu ne hai ventidue!

— Ventidue non sono venti; leggi i poeti classici e romantici, ma specialmente romantici; quando vogliono ricordare un’età ingenua, parlano divent’anni, mai di ventidue.

— Significa, dice Aniceto, che tu delle camere matrimoniali delle signore coperte di velluto e di pelliccie fai la regola, mentre sono l’eccezione.

— Significa, dice Barbara, che il signorino quand’èdinanzi alle belle donne fantastica come un collegiale.... me ne congratulo con lei.

— Non ha dettodinanzi, osserva Domenico.

— Significa, entra a dire Corrado, rispondendo finalmente alla domanda di Felice, e tenendo gli occhi fissi nei fiorami del tappeto, significa che tu comprendi ancora quell’esagerazione di pudore, che di solito si perde a sedici anni e che ai diciotto è diventata un geroglifico... Ora il nascondere gli avanzi della tua delicatezza di senso dietro le apparenze del cinismo fa ridere i tuoi buoni amici, che non sanno piangere. Io no, Felice mio, non rido!

— To’, to’! risponde con petulanza Felicino, mi faresti la morale per caso?

— Me ne guardi il cielo.

— E allora perchè non ridi?

— Mi annoio.

— E ci annoi! esclama Aniceto.

— Me l’immagino, non so che farci.

— Lo so io, ora taglio il collo ad una bottiglia....

— Taglia.

Aniceto s’alza, afferra una bottiglia e si pianta sulle due gambe in atteggiamento solenne, brandendo un coltello, corrugando la fronte ad un’espressione di ferocia burlesca.

— Attenti: uno, due.... tre!

Un brivido da burla agita le membra degli spettatori inorriditi: poi succede un tumulto di bicchieri checozzano, di sciampagna spumante che trabocca sul tappeto, di risa argentine, di motti, di ahi! di ohi!... Le due donne tirano in dietro le vesti, gli uomini si curvano per farsi colmare il bicchiere senza arrischiare i calzoni.

Aniceto muove serio serio verso Corrado e gli dice tragicamente: «bevi!» Corrado accetta e beve d’un fiato, poi ripete strascicando le parole:

— Mi annoio, sì m’annoio, devo essere stanco della mia ricchezza, sazio di intingoli, di sciampagna, d’amoretti; mi pare che vorrei provare ad essere povero e potervi dire: «Aniceto, Filiberto, Domenico, Felice, prestatemi una lira,» e che mi doveste rispondere: «Amico, domandaci la vita, questa l’abbiamo, non dimandare una lira.» Mi pare che troverei gusto ad essere consigliato da un amico pittore, dal Domenichino per esempio, a tingere di nero le calze perchè non si vedessero le scarpe rotte, ma tanto tanto si vedessero e fossi costretto a meditare melanconicamente, prima d’uscir di casa, sul cuoio degenere dei vitelli contemporanei; credo che vorrei provare ogni tanto a far colazione con castagne secche, come è accaduto a quel romanziere.... Questo vorrei.... mi pare, ed in cambio di tutto ciò....

— Innamorarti sul serio?

— No, scrivere anch’io un libro che facesse piangere le donne e gli uomini nervosi.

— E poi morire a trent’anni.

— Questo pericolo è passato la bagatella di sette anni, nove mesi e diciannove giorni sono.

— Giusto, dice Aniceto; se ti annoi perchè non fai un romanzo?

— Bravissimo!... soggiunge Filiberto, chi non fa romanzi?

— Farli è facile, nota Domenico, scriverli è noioso; mi sono provato, è una seccatura; disegnare il paesaggio o la figura è meglio.... in mancanza di meglio.

— Da bravo, scrivi un romanzo, abbiamo tanta pratica del mondo noi altri! Tutto quel che succede a Milano fa capo al circolo.... tutta la filosofia sociale che s’agita nella vita quotidiana, io la vedo venire a galla nel mio bicchiere d’assenzio. Una volta o l’altra mi ci metto io, se non ti ci metti tu; ma è meglio che ti ci metta tu; credi alla mia esperienza: quando un uomo come te si annoia, non ha altro rimedio che far gemere i torchi.... un piccolo capolavoro nella vita non guasta....

— Hai ragione, dice Corrado.

E lo dice con tanto impeto, che Aniceto sbalordito domanda:

— Ne sei sicuro?

— Sì, hai ragione; conosciamo il mondo noi, tocca a noi scrivere i romanzi e le commedie, hai messo il dito sul vivo; prima d’ora ci ho pensato, è tutta sera che ci penso....

— Davvero?

— Davvero. E vedete bizzarria: quando Domenichino dormiva, a me, che lo guardavo, è venuto il capriccio di leggergli il suo sogno.... ho sognato per lui ad occhiaperti. Il mio romanzo era a buon punto, Domenichino prometteva di lasciarmi andare alla fine, quando me l’avete svegliato.... allora mi sono destato anch’io.

— Sentiamo il sogno del Domenichino.

— Sì, il sogno del Domenichino!

— Il mio sogno? dice costui con un riso spento, sentiamo il mio sogno!


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