III.Il sogno del Domenichino.

III.Il sogno del Domenichino.

Corrado sorride, scuote la bruna capigliatura, poi guarda intorno come titubante, e finalmente pianta gli occhi in volto a Domenico. Costui non batte ciglio, e l’altro incomincia:

«Mi stavi dinanzi; la vampa del focolare ti dava sul volto pennellate di rosso e di nero, e tu, impassibile, lasciavi fare; ogni tanto chiudevi un occhio e mi guardavi coll’altro ammiccando, poi li chiudevi tutti e due, poi li riaprivi tutte e due, e di nuovo li chiudevi. Aspettavo. La processione d’ombre che ti passava sulla fronte, scavalcando il naso, ti indicava il cammino; tu voltavi il capo leggiermente a dir di no, lo curvavi sul petto a dir di sì, lo rialzavi con un moto brusco, ed ancora sbarravi gli occhi, ammiccavi, dicevi di no e di sì. Finalmente un sospiro lungo.... Eccoti in viaggio verso la regione dei sogni. Ed io dietro.

«Sulle prime stavi dubbioso entro un portico; nevicava, come ora, e poco mancava all’alba. Alle spalle udivi il suono d’una musica gaia, che sembrava richiamarti: «Domenichino! Domenichino!...» Tutti gli amici tuoi erano al veglione della Scala, nelle sale del ridotto; dopo d’aver speso la notte ad indovinare sotto la maschera il segreto dei sorrisi giocondi e degli occhi lucenti, cenavano. Un cocchiere, un cavallo, una carrozza — un solo sgorbio nero nella luce scialba — ti stavano dinanzi; il cocchiere riceveva stoicamente la neve e ti offriva i suoi servigi con un cenno del capo, che tu ti ostinavi a non vedere e che egli s’ostinava a ripetere. Pensavi. Qualche volta accade anche a te di pensare, povero Domenico.

— Tira innanzi, non mi compassionare.

«Pensavi!... Eri in uno di quei momenti, rari per buona sorte, in cui il veglione ti sembra infinitamente più tetro di una sepoltura; saresti andato non so dove, pur di non rientrare nella platea. Non avevi appetito, eri stanco, assonnato, come ti succede spesso, e (miracolo!) non volevi dormire.... probabilmente perchè dormivi. In quella dormiveglia ti si acuivano i sensi, ti si centuplicavano le sensazioni, e.... non so proprio come, e non lo sai neppur tu....

— No davvero.

«Raccoglievi in un fascio solo tutte le fila del tuo passato, tutte le fila del tuo avvenire. Al presente non badavi, perchè il presente era un punto nero nelfondo di neve, un atomo di creta che sognava. Tu hai trentasei anni, povero Domenico; non sei più un giovinetto — io te lo posso dire che ne ho trentasette suonati. Trentasei volumi di vita come la mia e la tua sono lunghi a sfogliarli giorno per giorno, ma tu li sfogliavi con impazienza febbrile in pochi minuti, e quando giungevi al volume bianco, ti coglieva un bizzarro terrore, e un desiderio pazzo di scrivervi qualche cosa che non assomigliasse a nessuna delle pagine precedenti.

— È bizzarro il Domenichino, dice Barbara a Fanny.... l’avresti sospettato tu?

Fanny appoggia l’indice attraverso le labbra e non risponde.

«Fuggivi da quella immagine, vagavi coll’occhio nelle vie deserte, per tornare là donde eri partito; e allora t’ostinavi in quell’idea, la volgevi da tutti i lati, cercando di darti ragione dei terrori segreti che ti ispirava, per combatterli, per vincerli, per dimenticarli, e dimenticare insieme la tua vita, il tuo mondo, te stesso, per adagiarti nel quieto sonnambulismo, che è il fondo bigio della tua esistenza.

— Verissimo, dice Aniceto, verissimo; io faccio una mozione d’ordine e propongo di cambiare a Domenico il nomignolo di Domenichino e dargli quello più proprio di «sonnambulo.» Chi approva alzi le mani.

— Approvato.

— Approvato.

— E tu Fanny non approvi?

— Approvo tutto quello che volete, a patto che non interrompiate più Corrado.

Corrado ripiglia a dire nel generale silenzio:

«Vuoi vincere gli stolti terrori, ma eccone uno più stolto che ti piglia alla sprovveduta; ti guardi intorno, vedi la piazza e ti pare una pagina bianca, vedi le vie allungarsi come striscie di carta che attendano le strofe, e dici a te stesso che tutta la tua vita passata era scritta in quei fogli, e guardi paurosamente la neve che a poco a poco va cancellando ogni cosa. Soffri, e quel pensiero ti dà un brivido che il freddo non ti aveva dato; vorresti, ma non sai come fare, vorresti sì, scrivere una pagina a caratteri così profondi, che la neve non potesse cancellarli mai.... e in questa lotta immaginaria contro la fredda, insensibile natura, ti dibatti come in una lotta vera.... intanto è venuta l’alba.

— Mancomale!

«È venuta l’alba. Alcune frotte di ballerine stanche ti passano rasente, ti lanciano occhiate lampegganti dal fondo del cappuccio e di sotto la maschera, si attaccano al braccio dei loro cavalieri, si sparpagliano, entrano nelle carrozze che aspettano. Poi la pace, rotta un istante dalle voci acute, ritorna. Sei solo, innanzi alla tua bella pagina bianca; non sai chi, ma qualcuno ti ha detto che tu pure devi andartene; ti fai innanzi, ricevi un battufolo di neve sul naso e ve lo lasci; facendoti precedere dal paracqua aperto, come da uno scudo di guerra, sfidi coraggiosamente tu pure la nevicata, che ti s’avventaal volto e ti si attacca alle falde del pastrano. Cammini spedito, cacciando il piede dove la neve è più intatta. Così, in un quarto d’ora lirico, povero poeta mio, sciupi una pagina bianca in cui non sai che cosa scrivere. Poi ti vien suggerita una cosa bizzarra; un’arcana voce ti dice all’orecchio che un’impresa memorabile è quella di rubare l’innamorata ad un amico.... A chi?.... Pensi subito a me.... Grazie. — Dici: «Fanny è bella. Io da una settimana ho il cuore disoccupato. Corrado usurpa una fama d’uomo di belle avventure; se riesco, è un trionfo, o almeno lo diranno, ed è tutt’uno.» E subito, ricordando come Fanny mi avesse chiesto in regalo una treccia di capelli un po’ più neri dei suoi, che aveva visto nelle vetrine del famosocome si chiama, ti pare supremamente curioso ed ardito legare al tuo carro la bella con una treccia di capelli un po’ più neri de’ suoi. Sorridi: la gaia idea, entrata colle movenze sfacciate d’un monello, mette lo scompiglio nella turba d’idee nere; affretti il passo.

— Fa tu altrettanto.

«Eccoti innanzi alla bottega, è chiusa: ma il veglione ti favorisce; l’officina famosa lavora notte e giorno per accontentare gli avventori. Un filo di luce ti si rivela a traverso la toppa. Volti nella cantonata, infili il primo portone.... Un cerbero freddoloso ti domanda chi cerchi. Tu nominicome si chiama, e tiri diritto. Non puoi sbagliare.... sei nel vestibolo del tempio.

—Deo gratias, dice Domenico.

—Deo gratias, ripetono gli altri in coro. Fanny soltanto tace.

«Entri.... due persone, al lume d’una lampada, pettinano capelli inchiodati sopra una testa di legno.... si alzano vedendoti, ti chiedono che vuoi.... non lo sai; la presenza d’una donnina graziosa, che ti mette in volto gli occhi stanchi dalla veglia, ti pone in imbarazzo; fai un cenno all’uomo e vai nella bottega. Il parrucchiere ti raggiunge con un lume, si scusa, fa mille ciancie inutili e sconnesse per debito di professione; gli esponi il fatto tuo con una faccia seria seria. Se anco egli ha voglia di ridere, ha molto più voglia di stringere il negozio. Non ride. Dice solo che l’ora non è la più adatta...., ma che si adatta benissimo.... che bisogna vedere i capelli alla piena luce del giorno, ma che con un lume si vedono egualmente, senza dire, e lo dice, che una volta comprati si cambiano se non accomodano.... la bottega è sempre là, non si muove.... e poi ora toglierà le impannate e ci si vedrà a meraviglia....

«Tu porgi orecchio a quel ronzio, sorridi distratto, pensi alla gioia che prepari a Fanny ed alle gioie che Fanny ti prepara. Due busti di cera ti sorridono dalla vetrina, altri due dalla mensola.

«In quella intendi nella retrobottega voci femminili che parlano, una indolente e monotona, rotta l’altra, sommessa e dolce. Poi tacciono le voci, e all’improvvisotu vedi un busto di più affacciarsi alle cortine e l’odi dire con voce alquanto commossa: «Puoi venire un momento?» — Vedi bene che non posso!

«Ma il busto non scompare. La muta insistenza mette in pensiero il parrucchiere, il quale ti guarda.... — Fate i vostri comodi, gli dici, aspetterò.»

«Sei solo, ti accosti alla vetrina, che tra poco sarà spinta nel vano dell’uscio aperto, a tentare la povera creta femminina che passa alle otto del mattino coi piedi nella neve!.... Quanti misteri là dentro! Attraversando il mondo colla nostra sbadataggine e colla tua sonnolenza per giunta, tu hai diviso le donne in due gran categorie: le brune e le bionde; i capelli castagni ed i rossi per te sono sottoclassi — i bianchi una degenerazione del bulbo capillare. Eccoti capelli color di piombo, verdi, color d’arancio, color di limone.... Dove vivono le donne che li portano? Ci sono treccie lunghissime in vetrina, come non ti è avvenuto mai di vederne scendere sulle spalle d’una bella. Pur qualcuna deve averli portati questi tesori! Ritorni filosofo; tutte quelle chiome annodate o disciolte ti propongono un indovinello melanconico, ti gettano in cuore un senso di mestizia che il continuo riso dei due mozziconi di Venere non basta a diradare; passeggi, tocchi le spazzole, ti guardi nello specchio, contempli le piramidi di saponi, di scatole, di boccette.... pensi a far provvista.... quando, ah!.... che è stato? ascolti, qualcuno piange.... ti avvicini al vano chiuso dalla cortina..... sì, qualcunopiange soffocando i singhiozzi, e due voci parlano sommesse con accento di bontà; non sai resistere, allontani la cortina.... e vedi.... oh! spettacolo che vince ogni bellezza! e vedi..... non vedi nulla, non vedrete nulla, siete tutti indegni di vederlo — Beviamo.»

— Protesto, dice Domenichino, non ti è lecito di farmi sognare come ti piace e svegliarmi quando ti accomoda; ho visto uno spettacolo che vince ogni bellezza.... e voglio sapere almeno di che si tratta. Sono nel mio diritto.

— È nel suo diritto!

— Beviamo, ripete Corrado con un riso singolare.

— Impossibile, fa conto d’essere nel deserto di Sahara.

— Vogliamo sapere che cosa ha visto Domenichino.

— Io lo so che cosa ha visto, dice Fanny con indolenza. Ha visto una bionda.

— Non una bionda — dice Corrado con impeto mal celato dall’enfasi beffarda; non una bionda, ma un angelo coi capelli d’oro disciolti. — Siede la bella colla faccia rivolta a te, ma le lagrime le fanno velo agli occhi, non ti vede; la luce bianca del mattino le si affaccia alle spalle, gelosa della lampada che guarda quel portento dall’alto; ed al contrasto delle due luci, i capelli, che quasi toccano terra, mandano i riflessi dell’oro e del fuoco; il visino pallido e gentile mostra le impronte di doglie crudeli ma innocenti; se il dolore è bello, come dicono, quella fanciulla ne è l’immagine viva: la vedi piangere, senti il freddo d’una mano d’acciaio che tistringe il cuore.... Il parrucchiere è un buon diavolo, sua moglie una buona donna, ma il buon diavolo è prima di tutto un parrucchiere, e la buona donna è sua moglie.... Ascolti: «Credetelo, piccina, dice l’uomo, non vi possiamo dare di più; sono una meraviglia i vostri capelli, sono lunghi, sono abbondanti, sono morbidi, d’un bellissimo biondo, ma venti lire fanno una sommetta.... una sommetta.... ci abbiamo l’afflizione della concorrenza — una volta, non dico... ma ora! — mi direte che tutte oggi comprano treccie finte, ma tutte pure ne vendono, e gli ospedali sono una miniera per certi parrucchieri.... mi direte che il biondo dei vostri capelli è raro e perciò devono valere di più; verissimo, ma è anche più difficile incontrare chi li comperi — parola d’onore: faccio uno sforzo a darvi venti lire — direte....

La meschina non dice nulla, lagrima, e quando il compratore tace, essa balbetta con una vocina straziante: «venti lire!» Tu non puoi reggere oltre a quello spettacolo, il cuore ti dà uno scampanìo inusato, ti mostri e dici: «compero io i capelli della signorina!» Tre esclamazioni ti rispondono; la fanciulla nasconde la faccia fra le mani e piange più forte; tu le vedi solo la fronte imporporata dal rossore — ti senti venir meno, non credevi che una buona azione, la tua prima buona azione, ti dovesse costare tanto eroismo; stai per dire alcune parole generose e senti che nel dirle avrai il tremito nella voce: «Signorina, ripeti, li compero io isuoi capelli, e li pago cento lire.» I due parrucchieri, maschio e femmina, ti guardano sbalorditi; la fanciulla piange sempre più forte; e quando tu apri il portafogli e ne cavi un biglietto da cento lire e glielo cacci fra le dita, senti che piange ancora più forte — ma non rialza il capo. Fai un cenno al parrucchiere, ed egli si avanza colle forbici, ma gliele pigli di mano, e cacci tu stesso le dita in quel fiume d’oro; senti allora che tutta la leggiadra personcina trema; scegli una ciocca, una piccola ciocca, e la recidi rasente la nuca, poi te l’attortigli intorno al dito, e balbetti commosso: «è fatto!» I due spettatori credono venuto il momento di ridere. E tu pensi che vi hanno risate che sono un’opera buona, e che è bello rasciugare le lagrime ridendo. La giovinetta comprende, scopre il bel viso e ti fissa con due occhioni, che hanno il colore e la limpidezza profonda d’un cielo senza nubi. — Provi un risolino, ed avendo preso a balbettare, continui balbettando: «Signorina, i suoi capelli mi appartengono, me li conservi, io non saprei come farli servire meglio.» Un sorriso melanconico getta un baleno di luce nel volto angelico.

— Grazie, dice poi la giovinetta con un accento mestissimo, grazie; come si chiama lei? — Le dici il tuo nome e le domandi perchè lo voglia sapere, ed allora, con una voce che ti par l’eco d’un destino inesorabile, essa ti risponde: «la mia mamma morrà stanotte, lo ha detto il medico, non vi è più speranza; io le diròche quando sia lassù preghi il Signore di compensarla della sua generosità!

«Lo senti, sei generoso tu! E te lo dice essa, essa che sacrificava l’orgoglio della sua bellezza per comprare forse l’ultima medicina inutile ad una madre che muore!... Ciò detto, si leva in piedi, si accomoda alla meglio i capelli; tu segui estatico le movenze d’un corpo degno della testolina di fata, e ti stupisci di poter contemplare tanta bellezza senza desiderio. Ma già... sei sbalordito. E quando la fanciulla sta per andarsene, e qualche cosa dentro di te vorrebbe trattenerla, non ti muovi; con un’occhiata, con un sorriso mestissimo, ella ti dice ancora una volta «grazie»; non parla, chè l’ansia le mozza la favella: si muove per andarsene, si ferma titubante, si volta ancora. «Mi chiamo Grazietta....» Ha detto... è scomparsa.

«Il parrucchiere ha un volume di ciancie sulla punta della lingua, non gli lasci aprir bocca; mentre eri di là hai esaminato i capelli neri. Sono troppo neri, troppo neri. Ordini un repertorio di pomate, di polveri; dai il tuo indirizzo ed esci all’aperto, col cuore gonfio d’un orgoglio che t’era ignoto; ti senti più giovane, più bello, e stringi fra le dita la ciocca di capelli d’oro che produce l’incantesimo. La neve ti batte sul viso, ti si appiccica al pastrano... non ci badi; scenda pure la neve, essa non può giungere fino al cuore!....»

Corrado, che è andato accalorandosi a poco a poco, ammutolisce d’un tratto, e guarda ad uno ad uno i suoi uditori. Per un istante nessuno parla.

Aniceto è il primo a dire:

«E poi?»

— E poi, nulla — me l’avete svegliato, mi sono svegliato anch’io, ci siamo trovati entrambi fra volti, vezzi, bicchieri e giuochi di spirito conosciuti... non è vero Domenico?

— Io non ne capisco niente, entra a dire Barbara.

— Nemmeno io, dice Domenico.

Barbara ha sentito dire che i sonnambuli non ricordano mai quello che hanno sognato.

— Sarà vero?

— Sarà vero, risponde Domenico; io non lo so, ma non sono un sognatore io, sono un uomo positivo e non faccio nulla se non ci ho le mie ragioni, nemmeno dei sogni; quando non ho altro da fare, dormo, ma non sogno. Questa volta però ho sognato, e mi ricordo benissimo di che.

— Di che?

— Di che?

— Ho sognato che non potevo cavarmi una scarpa troppo stretta; tra me ed il mio servitore sudavamo a goccioloni, senza riuscirvi. E la causa di questo brutto sogno (perchè ci ho sempre una causa quando sogno) era che il mio piede serviva di sgabello al piede di Corrado, il quale non si accorgeva dell’equivoco.

La spiegazione pare a tutti trionfante.

— Dunque? domanda Barbara, che ora capisce un po’ meno di prima.

— Dunque, il romanzetto, Corrado se l’è fabbricato tutto lui.

— Allora sentiamo la fine.

— Sì, la fine, vogliamo la fine.

— La fine, dice Corrado con un riso nervoso, la fine? Siate voi altri i miei collaboratori; togliete un novelliere dall’imbarazzo.... A te, Aniceto... di’ su... la fine?

— Per me è chiara come il sole, dice Aniceto, tu rimandi il protagonista alla bottega del parrucchiere per pagare il conto dei saponi e delle boccette; il parrucchiere, che è un parrucchiere, non aspetta nemmeno che il suo generoso avventore apra la bocca per interrogare come ne ha voglia, e si cava addirittura la voglia che egli ha di rispondere: è venuto a sapere sotto quali tegole abita Grazietta, e quanti gradini più di cento separano quel miracolo biondo dalla folla bruna e nera; la mamma è guarita — per virtù dell’ultima medicina; Grazietta è riconoscente in grado superlativo assoluto. Consacri un capitolo ad un altro incontro — è impossibile farne di meno — e il tuo protagonista si persuade sempre più che i capelli neri, castani, rossi, color di piombo e di limone e d’altro, sono tutti degenerazioni del bulbo capillare, come i bianchi; che i soli capelli tollerabili sono i biondi, che Eva era bionda, che il biondo più vago di tutti i biondi ha i riflessi misti dell’oro e del fuoco, e che capelli di quel colore e con quei riflessi non ce n’è al mondo se non sulla testina della sua fata. Una volta che tu me l’abbia fatto benconvinto di questo, vedrai che nessun lettore troverà a ridire se invece della catastrofe metti il matrimonio.

— Bravo! esclama Fanny.

— A te Filiberto, ripete Corrado collo stesso riso nervoso; la fine?...

— A me non piacciono i romanzi che lasciano indovinare la fine; quello di Aniceto è inesorabile come il destino nella sua verosimiglianza: se fossi in te, farei qualche cosa di nuovo, per esempio che il parrucchiere tradisse la vezzosa donnina dagli occhi stanchi dalla veglia, s’innamorasse di Grazietta, e ne assediasse la virtù in regola colle sue ciancie, trascurando le parrucche e gli avventori. La gelosia del nobile e ricco protagonista darebbe luogo ad un contrasto di tinte comiche e feroci... un duello col rasoio per esempio sarebbe di molto effetto....

La tela di Filiberto non piace a nessuno e glielo dicono tutti; egli dichiara che non gliene importa un fico.

— A te Felice, la fine?

— Ecco, io sto con Aniceto fino alla catastrofe matrimoniale, e giunto lì mi fermo, perchè non voglio catastrofi. — Dà retta a me: la mamma lasciala morire, non ci si guadagna nulla a tenerla in vita, è un impaccio e nulla più; fai offrire alla fata quattro belle stanze ammobigliate, una scrittura lunga, magari un vitalizio se resiste; il tuo protagonista farà servire la bionda per far disperare le brune e pigliarle col dispetto. Vedrai che non avrà più paura della neve. Pensaci....

— Ci penserò, risponde Corrado con accento lievemente beffardo, ci penserò, fanciullo mio.

Poi si fa un istante di silenzio. Battono le ore ad un orologio lontano, un altro più vicino le ripete; è tardi, sono le due.

— La festa di San Corrado è passata, dice Aniceto, abbiamo rubato due ore a San..., che Santo è domani, cioè oggi?... nessuno lo sa? non monta, abbiamo rubato due ore al Santo che viene dopo, ho sonno — ce ne andiamo?

— Andiamcene.

— Addio, Corrado.

— Addio.

Escono tutti, Fanny soltanto rimane; ha lo sciallo sul braccio e dondola il cappellino tenendolo pei nastri; si accosta a Corrado, il quale, seduto accanto al fuoco, le volge le spalle.

— Me ne vado... dice con voce sommessa dopo un istante di silenzio.

— Te ne vai? domanda Corrado senza voltarsi.

Fanny indugia a rispondere.

— Devo rimanere?

— Fa come vuoi.

— Addio, dunque.

Corrado si volge e guarda un istante quella donna fatua e leggiadra, che per la prima volta trova un accento melanconico.

«Avevi il cuore buono, dice come parlando a sèstesso, meritavi d’essere amata — ma chi di noi può amarti?

— Vado con Domenico.

Corrado vede spuntar due lagrime sugli occhi nerissimi della bella, le piglia le manine che l’ozio ha lasciate candide ed eleganti, poi la bacia in volto con trasporto, l’abbandona e si lascia ricadere sulla seggiola.

— Grazie, balbetta Fanny.

E non esce, fugge.

In anticamera trova Aniceto e gli altri, che l’aspettano, — si attacca al braccio di Domenico, ridendo.

— Povero Corrado! dice per le scale; aveva indovinato che tu mi facevi la corte e che io me la lasciavo fare... però ci siamo separati da buoni amici... Era un pezzo che gli volevo bene... due mesi credo, no, cinque settimane, anzi più... dal giorno del... non mi ricordo.

— E a me fino a qual giorno vorrai bene?

— A te?... sempre!


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