XIX.Festa intima.

XIX.Festa intima.

Una gran luce si fece nel cuore di Corrado. Tre volte ripetè egli la gran parola, con stupore, con isgomento, con allegrezza: amava! Quell’ansia indeterminata, quella inquietudine, a cui da oltre un mese veniva cercando cento pretesti, quel vario umore, in fondo al quale, inavvertita talvolta, era una gran gioia repressa, quello spasimo segreto — tutto ciò dunque era l’amore? Non l’amoroso delirio ormai queto per sazietà, non la febbre oscena prolungata cogli artifici e già presso ad essere guarita dalla nausea — bensì l’amore semplice, quello che fa battere il cuore senza ardere le fibre, che è desiderio, ma ignorato dai sensi, che è febbre, ma onesta, che è delirio, ma generoso. E rivalicando venti anni di altri amori, uno ne ritrovava che somigliava a quest’ultimo — ed era il primo; la gentile immagine di Grazietta rievocava un’altra gentile apparsagli nella suaprimavera, quando il suo cuore si schiudeva come una gemma, e il suo pensiero era alato, e il suo desiderio santo. Quella fanciulla, divenuta madre a figli d’un altro uomo, non somigliava ora a sè stessa quanto le somigliava Grazietta. Ed ahi! se quella fanciulla era venuta troppo presto, giungeva Grazietta troppo tardi!

Un duro capriccio regola le cose del cuore; il primo amore cade immaturo dall’albero della vita, l’ultimo nessuno raccoglie. Così diceva Corrado! E ripensava il banchetto offerto alla curiosità dell’adolescente, alla bramosia del giovine, al capriccio svogliato dell’uomo; ricordava le cento donne desiderate un istante, poi buttate via come frutti bacati, e non vedeva ora in quel facile raccolto d’amori altro che un’amarezza durata vent’anni. Perchè non aveva egli fatto sopravivere il primo amore alla prima donna incontrata? Perchè non se n’era composto la forza della sua gioventù, il compagno, il conforto della sua vita? Ah! perchè grande era la tentazione, assiduo il mal’esempio, potente la curiosità; perchè cento alberi offrivano con mille braccia i loro frutti maturati dal vizio, e bastava stendere la mano per raccogliere la vanità, il delirio, la colpa.

È tardi ora; questo amore, che nasce puro da cento amori venali, è una pianta melanconica cresciuta sulle rovine d’un tempio profanato. Bisogna strapparla prima che approfondisca le radici, se n’è tempo; oppure lasciarla vivere ignorata.

Ma non poteva Corrado non pensare a Grazietta. Era il pensiero di lei che egli amava più di lei stessa; e fuggir lei poteva, ma quel pensiero gli sarebbe venuto dietro dovunque. Con qual frutto dunque fuggirlo?

Amar Grazietta in segreto; assaporare tacitamente la gioia di vederla, di stringerle la mano; parlarle ed ascoltare la cara musica della sua voce, respirare l’effluvio dell’innocenza — ecco dunque la sua unica gioia. Altro non gli serbava l’avvenire, altro non gli era concesso sperare.

Come per lo passato occulti a lui, così in avvenire, a lui palesi ad ogni altro celati, tutti i suoi pensieri furono per Grazietta; ma non uno di essi pigliava aspetto manifesto di desiderio; e finchè non giunge il desiderio, lontana è ancora la speranza. Che poteva mai sperare Corrado?

Null’altro che tornare adolescente, egli già al tramonto della sua giovinezza, null’altro che dare al cuore un trastullo, rimettere le ali alla fantasia, folleggiare non visto, ricantar sottovoce le prime strofe della vita. Si proponeva di veder Grazietta come pel passato, di parlarle come era solito fare, di portar seco la sua intima festa tutta per sè solo. Voleva nascondere agli altri il proprio scrigno, ed immaginava serbate a sè tutte le gioie segrete dell’avaro, più pure perchè non turbate da alcuno sgomento, più intense perchè a lui concessa la continua contemplazione del suo tesoro.

Invece, il domani della grande scoperta fatta nel proprio cuore, dopo essersi ribellato felicemente al desiderio, non seppe resistere all’istinto, e si trovò quasi senza avvedersene nella casetta tranquilla in via Lesmi. Colà rise più dell’usato, cianciò molto colla signora Valentina, le fece mille domande indirette, e fu da lei messo a parte d’un segreto: la savia educatrice dava lezioni di nascosto a Mario, e già ilvirtuosonon diffidava di lei, già stava ad udire in silenzio quando gli parlava, già si arrischiava a venire a pigliarle di mano una mandorla di pino;.... però non bisognava dirlo a Grazietta....

Corrado promise di non fiatare, e quando la fanciulla passò nell’orto canticchiando, e levò la testolina di neve e d’oro per mandare un sorriso alla finestra, il signor conte sorrise anch’esso con un certo sussiego, senza farsi rosso, senza farsi pallido, con una ammirabile sicurezza di sè; solo il cuore gli batteva forte; ma chi poteva vederglielo il cuore? Chi poteva contarle le monete del suo scrigno? Egli solo sapeva di essere ricco; gli bastava.

E tornò il dì dipoi, e l’altro; ma ingegnoso sempre nel mettere innanzi un pretesto ad ogni sua visita. Erano disposizioni da dare sul modo di rizzare il padiglione e di tracciare il sentiero, che doveva condurvi, sull’ampiezza del giardino, sulla forma delle aiuole.

«Quel benedetto ortolano, se lo lasciassi fare di suo cervello, non avanzerebbe più di quattro spanne di terreno ai fiori.

— E per questo lei s’incomoda a venire fin qui, rispondeva Grazietta, guardandolo in viso senza saper l’incendio che destava.

— Le pare? ci trovo gusto; sono uno sfaccendato e così mi distraggo; le assicuro che me la godo.... le assicuro....

Si fermava; quelle assicurazioni erano pericolose, e non bisognava abusarne; anche gli occhioni della fanciulla erano pericolosi, e non era prudente guardarli troppo fisso e troppo a lungo, bensì sfidarli un istante e fuggire, vedere il colore del cielo ed indovinare il paradiso, leggere il primo verso e declamare dentro di sè con enfasi muta tutto il poema. Così faceva Corrado. Quando voleva pigliarsi una licenza ardita, si dava un’aria più grave del solito per rifare l’equilibrio; così per prendere una manina di Grazietta e tenerla un poco fra le sue, parlava con voce lenta, compassata, solenne; e per lisciarle i capelli, non bastava più, come una volta, trovare un minuzzolo di non so che da levarne, bisognava levarnelo appuntando le labbra ed aggrottando le ciglia, come si fa nelle operazioni difficili.

In questo giuoco innocente la sua malizia di uomo stagionato era proprio maestra, e una maestra a cui l’ignoranza di Grazietta rendeva lecito tutto, anche lo sproposito.

Per esempio: l’ostinarsi a voler cercare le traccie della ciocca di capelli recisa da lui in quella selva di fili d’oro — ecco uno sproposito; e un altro sproposito era l’abbandonarla ricerca di botto al sopraggiungere della signora Valentina. Grazietta, che non ci comprendeva nulla, avrebbe potuto con un paio d’interrogazioni mettere il conte in imbarazzo, ma nel suo candore si accontentava di fissargli in volto quegli occhioni di fata.

Ah! quegli occhioni di fata! Corrado non li poteva più dimenticare. Anche lontano, li vedeva, fissi, lucenti, sereni; assolutamente non erano due occhi azzurri, erano due finestre del paradiso.

Corrado si era trasformato in modo bizzarro — regalandosi dieci anni alla superficie per togliersene venti di dentro; in apparenza era più grave che mai, in segreto non era mai stato così fanciullo. La sua casa non gli sembrava più una prigione, nè i mobili ostili; i monelli delle tappezzerie, presi a muti confidenti, lo ascoltavano senza beffa. E si avvedeva ora che male aveva paragonato la sua alla gioia dell’avaro, perchè l’amore è di natura prodigo, e della peggior specie, di quella che butta i suoi tesori senza beneficare anima viva.

Tornando dalla casetta in via Lesmi, dopo un’ora di dolce tortura, sentiva bisogno di fermare per via il primo venuto, per dirgli che era felice, che amava; e giunto a casa, dopo aver resistito alla tentazione di abbracciare il suo vecchio Antonio, si chiudeva in camera ed apriva uno scatolino d’ebano in cui non era altro che una ciocca di capelli biondi ed un mazzolino di mammole avvizzite.

Poi veniva fuori all’aperto, chè le pareti della suacasa non bastavano a contenere tanta felicità, attraversava le vie a passo spedito, salutava gl’ipocastani del bastione come vecchi amici, finchè, volendo pensare a tutt’altro e proponendosi di andare al circolo a far impallidire Aniceto con un paio di bisticci solenni, si trovava col pensiero e cogli occhi fissi nel lumicino delle finestre di Grazietta.

Qualche sospiro si mesceva alla sua festa, ma solo per farla parere più bella. Era proprio mutato quel caro ragazzo, lo diceva anche il vecchio Antonio. Sì, era proprio mutato. Ogni giorno, uscendo di casa, trovava sulla porta un poverello a cui dava una moneta, ne trovava un altro alla prima cantonata ed un altro più lungi, e ad ognuno dava una moneta. Una volta invece, non per durezza di cuore, ma per una singolare grandezza che il volgo non comprende, cioè per non trovarsi miserie tra i piedi, o perchè aveva il pastrano abbottonato e gli seccava fermarsi e cacciare le mani in tasca, non dava uno spicciolo per le vie, lasciando ad Antonio l’incarico delle elemosine al sabato.

E un’altra gioia si univa alla sua gioia, la certezza cioè che non gli poteva venir scemata o tolta da chicchessia. Perchè, diceva Corrado, solo quelle felicità hanno carattere durevole, che dipendono da noi soli, che nascono e si alimentano nel nostro cuore, che si nascondono all’occhio profano.

Ah! egli non pensava che alimento della sua felicità era il desiderio inavvertito, stimolo occulto d’ogni piacere,quel desiderio che, quando cessa d’alimentare la gioia, l’avvelena — non ci pensava ed era felice.

Da parecchi giorni non vedeva Agnese, anche gli amici aveva di nuovo abbandonato; ma che poteva importare a lui d’Agnese e degli amici, ed a costoro di lui? — non era egli un altr’uomo? Sentiva non so quale riluttanza a recarsi da loro; parevagli che nel salotto della cortigiana o nelle sale del circolo dovesse rivestire il suo passato, ridivenire sè stesso.

Una sera Grazietta gli disse:

«È stata qui fin’ora mia sorella, non l’ha trovata per via?

— No.

— È curioso; mi ha chiesto di lei; mi ha domandato se veniva spesso....

— E che cosa le ha detto?

— Le ho detto di sì, che ora veniva spesso per il padiglione, per le aiuole, pel viale.

— Che fa la signora Valentina?

— È di sopra; vado ad avvertirla....

— Lasci stare.

E trovava un palpito nuovo in questa specie di mistero di cui faceva complice la fanciulla.

Il domani, insieme colle parole di Grazietta, gli venne in mente Agnese; ohimè! una visita a costei era indispensabile. Vi andò.

Saliva le scale a capo basso, quando si sentì chiamare a nome.

— Corrado!

— Aniceto!

— Venivi da me?

— Sicuro.... cioè precisamente no.... stai qui?

— Già.... al terzo piano.... non lo sapevi?

— No....

— Dove vai?

— Vengo con te.

E Corrado scese di nuovo le scale. Gli ripugnava parlar di Agnese ad Aniceto, additarla per quel mezzo agli amici del Circolo; sentiva una specie d’avarizia che non sapeva spiegare; pensando alla vergine, era come geloso della cortigiana; non voleva che fosse degli amici la sorella di Grazietta.

Cercava un pretesto per spiegare il suo trovarsi in quel luogo; un’insegna appesa all’uscio gli venne in aiuto.

— Indovino dove andavi, disse Aniceto raggiungendo l’amico.

— Lo indovini di sicuro; dal dentista del secondo piano; l’ho mandato a chiamare, non può lasciare la sua clientela a bocca aperta, e siccome avevo una danza infernale in un molare.... qui a sinistra.... venivo io stesso....

— Ed ora?

— Ed ora mi è passata; succede sempre così; la vista o anche la sola vicinanza della chiave inglese fa cessare il mal di denti....

— È vero.... per questo venivi su colla testa bassa.... Sai invece che cosa credevo io? soggiunse Aniceto guardando Corrado in volto — che te n’andassi a trovar la bionda del primo piano.

— Al primo piano ci è una bionda? domandò Corrado con indifferenza; bella?

— Il portinaio dice di sì; è da un mese solo che sta in questa casa; non mi è mai riuscito di vederla in faccia.... si chiama.... come si chiama? Agnese mi pare.

— Un bel nome. Da che parte vai tu?

— Da questa.

— Ed io da questa.

Si separarono.


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