XVIII.Nel circolo e nel prato.

XVIII.Nel circolo e nel prato.

Quella sera il conte Germinati tornò al Circolo; non vi era alcuno. Si buttò in un divano ed attese fumando. Aveva il riso sulla labbra, l’arguzia pronta, una strana luce negli occhi.

Venne Aniceto.

«Ti trovo invecchiato, gli disse Corrado.

— È vero, rispose l’altro senza scomporsi, ho compito domenica passata i quarantasette anni; fino a sabato potevo dire di non avere che quarantasei suonati; in un giorno sono invecchiato d’un anno.

Venne il Domenichino.

«Come sta Fanny? domandò Corrado.

— A meraviglia.

— E tu patisci sempre l’insonnia?

— Sempre, rispose l’altro sbadigliando.

Venne Filiberto, vennero altri ed altri; a ciascunoCorrado diceva la sua; invece di esporsi bersaglio a motteggi, ad illusioni, preveniva gli amici. Si fu d’accordo nel risalutare in lui il Corrado dei tempi migliori, lo si paragonò alla pecorella smarrita della parabola, e l’ovile non fu mai così chiassoso.

Era già notte tarda, ed uno ancora mancava — Felice.

— Manca Felicino; osservò Corrado.

— E non verrà; gli è bastato sapere che tu eri innamorato per credersi in diritto d’innamorarsi anche lui; si è accorto che ti serbavi fedele alla tua Grazietta, ed egli argomentò che era lecito a lui pure essere fedele! Disse a sè stesso: «Felice! sefé....lice, tu sei felice!» Deplorabile virtù del mal’esempio!

Tutto intento a guardarsi intorno per raccogliere il prezzo del suo bisticcio, Aniceto non vide l’improvviso pallore, che coprì il volto di Corrado, nè la premura con cui cercò di nasconderlo gettandosi innanzi due buffi di fumo.

Diradatosi il nugolo, Corrado riapparve sereno come prima.

— Aniceto, tu mi regali un’innamorata; non so che farmene.... ma dove sei andato a stanarla questa tua.... come la chiami?....

— Statelo a sentire l’ingenuo! Non ci hai forse contato tu stesso la storiella dei capelli biondi nella bottega del parrucchiere famoso? Non ce l’hai dipinto tu stesso il visino da madonna di Grazietta?...

— To’! È vero! esclamò Corrado battendosi la fronte. Bravo Aniceto! Vai perdendo i capelli, ma ti rimane la memoria....

Aniceto non l’udì nemmeno; il genio dei bisticci lo baciava in fronte.

— Peccato! esclamò all’improvviso.

— Che cosa? disse Corrado.

— Peccato che la tua Grazietta non si chiami Crazietta o Cristina.

— Davvero?

— Davvero; perchè nel tuo nome avresti potuto leggere il tuo destino: Corrado — «adoro Cr....»

— Buona! disse Corrado, ma è venuta troppo presto — bisognava aspettare che m’innamorassi d’una Cristina. Oh! Aniceto, perchè non dai retta al tuo nome? perchè non li conservi i tuoi bisticci? Oh! Aniceto, perchè non li mettiin aceto?

Risero tutti, tranne Aniceto, il quale venne a stringere la mano di Corrado e ad assicurargli che aveva fatto un capolavoro.

Mezz’ora dopo, scioltosi dagli amici, Corrado si diresse a casa sua; ma andò oltre il portone, attraversò quella via ed un’altra, a passo prima spedito, poi man mano più lento, finchè giunse nella via Lesmi; allora, scavalcando una siepe, si cacciò in un campo. Stette in ascolto: non passava nessuno; non si udiva alcun rumore. Rasentando il muricciuolo, fece il giro del recinto, si arrestò dinanzi ad una piccola cancellatae pose la testa fra due sbarre. A poco a poco distinse gli alberi ancora nudi, un sentieruolo, in fondo in fondo la casa biancheggiante ed i vani neri delle finestre del primo piano. Una luce mobile balenò all’improvviso in quei vani; qualcuno saliva dal piano terreno, poi la luce divenne più viva e si fissò come una stella nella camera, poi sparve dietro ad un corpo, che gettò un’ombra lunga nel prato. Quel corpo venne alla finestra per chiuderla, stette alquanto, si ritrasse, chiuse; lungamente il lumicino brillò attraverso i vetri, si spense. Il conte, dimentico di sè stesso, continuava a spingere l’occhio nel buio.


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