ATTO SECONDO

ATTO SECONDOStudio di Carlo presso l'officina. — In fondo la comune che dà nel giardino. — A destra le stanze della famiglia, a sinistra l'officina. — Nell'angolo di destra, in fondo, una cassa forte rivolta verso la sinistra. — Sulla scena, pure a destra, uno scrittoio posto di profilo ed isolato, con campanello, grossi registri, libri, disegni, e l'occorrente per iscrivere. — A sinistra in fondo, una libreria ed un tavolo per disegnare, discosto dalla parete quel tanto che è necessario per frapporvi una seggiola. — È giorno.SCENA I.MARTINOeCARLOTTAche assettano i mobili.Mart.(a Carlotta che vorrebbe provarsi con lui a mutare di posto lo scrittoio). — No, no; potreste farvi male, bella figliuola... Aspettiamo che arrivi qualcheduno dei miei compagni, e facciamo intanto quattro chiacchiere fra di noi due...Carl.— (Sta a vedere che mi faccio un damo anche quassù). Che cosa mi volete dire?Mart.— Sentite, Carlotta; nè io, nè voi siamo di questo paese... Tutti e due italiani, s'intende; ma nati in diverse nazioni... Ora ditemelo francamente, non vi piglia mai, con licenza parlando, quel certo male che si sente quando si è lontani di casa sua, la nostra... la strono... una parola che finisce in ia... Il capo-fabbrica l'aveva sempre in bocca!Carl.— Ah! l'astronomia...Mart.— Giusto l'astronomia.Carl.— Il padrone ne parlava ieri a Cesarino. Sì, mi piglia qualche volta quando penso ai miei di casa.Mart.— Ma se qui aveste una persona che senz'essere dei miei, di casa vostra, vi volesse bene...Carl.— E se questa persona, con licenza parlando, foste voi, volete dire?Mart.— Già; il male non vi sembrerebbe minore?Carl.— Insomma, Martino, a farla corta, voi volete fare all'amore con me.Mart.— Sì, se mi credete per la quale, eccomi qui tutto per voi: sono il più bello dei figliuoli di mia madre.Carl.— Quanti fratelli avete?Mart.— Nessuno, sono figlio unico di madre vedova... come lo scudo che ho in tasca.Carl.— C'è un guaio, Martino.Mart.— Vi paio troppo brutto forse?Carl.— Oh ne ho visto dei peggio!Mart.— Grazie tante... Allora avete paura che la padrona...?Carl.— Che! Me ne importa assai della padrona! Il guaio si è che Carlotta non fa all'amore che con quello che la vuole sposare.Mart.— Ed io son bell'e pronto a sposarvi dinanzi a Santa Madre Chiesa anche subito.Carl.— Che, mi pigliate per una grulla voi? Prima si va al Municipio, e poi in parrocchia.Mart.— Ma io vado anche dal campanaio se vi piace!Carl.— Ma come si sta a quattrini? Che cosa avete voi di vostro?Mart.— Io di vostro... cioè di mio... che sarà anche vostro, ho tutto questo; ma state bene attenta!Carl.— Sentiamo che meraviglie.Mart.— Meraviglie? nessuna; ma cinque camicie quasi buone, quattro lenzuola quasi nuove, tre belle lire e mezzo al giorno che piglio quasi sempre, due buone braccia e un cuore pieno d'amore...Carl.— Adagio col pieno; se foste un pollo ve lo potrei dire... C'è un guaio, ora che ci penso; voi amate troppo il vino!Mart.— Se amo il vino è tutta colpa dell'astronomia. Ma per far piacere a voi non berrò più!... mai più!... altro che la domenica.Carl.— Vien gente; acqua in bocca, veh!Mart.— Oggi no, che è festa. Siamo intesi adunque?Carl.— Ci penserò, e a rivederci poi. Addio, moro.(via dalla destra)Mart.— Pensateci subito, bella morettina, e rivediamoci senza il poi! Cara e svelta!... Ma faccio poi bene a prender moglie con tre lire e mezzo?SCENA II.ORESTEdalla sinistra e poi voci diverse a sinistra fuori di scena.Detto.Oreste.— Evviva Martino!Mart.— Oreste! Dunque si passa presto lavorante, eh?Oreste.— Fosse pur oggi, che vorrei aver finito di pigliare scappellotti.Mart.— Oh quanti ne pigli,batoseto?Oreste.— Cinque o sei al giorno, che moltiplicati per sei dànno dai trenta ai trentasei scappellotti per settimana!Mart.— Bella paga! Io la metterei tutta alla cassa di risparmio. Ma bisogna pur dire che cogli scappellotti le parole dei maestri restano più impresse. Io ne ho presi di quelli da farmi vedere le stelle in pieno mezzogiorno; ma sono anche capo massellatore.Oreste.— Quando io faceva il giornalista a Firenze non avrei mai creduto che un mestiere s'imparasse a questo modo. E non c'è che dire, la è dappertutto la stessa canzone. Sul Pistoiese ove mi era avviato a fare l'ebanista, il principale invece di farmi entrare il mestiere nel capo a furia di scappellotti, faceva diversamente lui: a pedate!(va a sedere al tavolo in fondo)Ma è finita!Voci(a sinistra fuori di scena). — Ohe, si va?Carlo(come sopra). — Un momento; siamo in pochi.Mart.— Padrone, son qua io!(corre via dalla sinistra rimboccandosi le maniche)Carlo(come sopra). — Sotto le spalle tutti, su!Voci(come sopra). — Su!. Issa!... Issa!... Ah!SCENA III.BOBIdal fondo senza vedereORESTEche s'è messo a disegnare.Bobi.— E pare che costì si lavori anche di festa, accidenti! e il medesimo toccherà anche a me se vorrò levarmi la fame. Se penso che potrei invece passarmela allegramente a Firenze col miopan di ramerino bollente! Maledetto quel cavaliere che per quel pomo di mazza che io aveva trovato mi fece mangiare tanto riso e fagiuoli, come se trovare volesse dire restituire!... E ora che mi hanno dato l'aire, mi trovo senza il becco d'un quattrino. Il pomo è bell'e sfumato; già un pomo d'oro si mangia presto; e se stendo la mano dicendo:lo dà un soldino a questo povero disgraziato che esce adesso dall'ospedale? mi rispondono tutti:con quella faccia? va a lavorare, bighellone!Come se all'ospedale vi cambiassero la faccia!Oreste(che da un pezzo osserva Bobi e lo riconosce, scende inosservato e gli chiude gli occhi con ambe le mani). — O Bobi!Bobi(spaventato). — (Gente che mi conosce!) Non mi spaventate; esco ora dall'ospedale...Oreste(lasciandolo). — Dall'ospedale?Bobi.— Oreste? Ma non eri andato a Pistoia colla famiglia?Oreste.— Sì, per fare l'ebanista; ma ho visto che la mia vocazione era per la meccanica, per il ferro. Lavorare il ferro è più bello; si sta al fuoco come i soldati, e c'è anche il suo pericolo come alla guerra... E poi che musica!Tan, tan tantantan!... Il maglio come un cannone:pun pun!Le macchine a vapore:rrrrrrrrrr... Invece uno stipettaio:pst...pst... fa pietà!!...(ritorna al suo posto)E ora s'impara il disegno noi!Bobi.— Ognuno ha i suoi gusti; ma non stare a dir nulla di me... come se tu non m'avessi visto.Oreste.— Che ho a dir io? Il babbo, quando venne a stare a Pistoia colla famiglia, non voleva neanche sentirvi nominare!SCENA IV.Dalla sinistraCENCIOeMARTINO.Detti.Mart.— Cencio, portiamo più in là quel cancello.Cencio.— Scrittoio, volete dire...Mart.— Affare di pronunzia; ma vada pure per scrittoio... Diamine, come pesa!(a Bobi)Una mano, brav'uomo.Bobi.— Una mano?Mart.— Volete che vi chieda un piede? Facciamo da noi, Cencio.(portano lo scrittoio un po' più verso la ribalta)Bobi.— Se voi foste caduti da una montagna, e vi foste rotta la gamba...(si tocca la gamba destra)in due pezzi!Mart.— Poverino!Cencio.— La società operaia non vi soccorre?Mart.— Non ha neanche un bastone, una mazza...Bobi.— Non voglio più mazze; voglio camminare da me... La società operaia di laggiù, di...Cencio.— Follonica?Bobi.— Bravo, di Follonica, ha fallito, e l'ospedale di...Cencio.— Grosseto?Bobi.— Giusto, appena fui in grado di reggermi sulle gruccie, alla porta; e sì che mi duole sempre...(si tocca la gamba destra)ma finchè le cose non cangiano, tiriamo di lungo!Cencio.— Sentite, qui guarirete presto, che l'aria è eccellente.Mart.— E il vino? Io lo preferisco sempre all'aria.Cencio.— La paga buona e puntuale, e alla domenica fatta la paga si è in libertà tutto il giorno...Mart.— Già, per cantare gli stornelli e la tirolese... Sapete? Laralla lallallera...Bobi(fa la corda). — Tin, tin, tun!Mart.— Bravo! Il nostro poeta stemperaneo gli è Cencio, che fa versi da farci restare a bocca aperta!Cencio.— M'ingegno alla meglio.Bobi.— Mi pare che siate tutti d'accordo...Mart.— Massime a bere, e sì che fra noi ce n'è d'ogninazione... Toscani diLivolno, Piemontesi di Biella, Genovesi diSanpedena, Meridionali di Napoli... Ma per parlare poi, si parla tutti toscano.Bobi.— (Mamma mia!) E il principale, che omaccio?Mart.— Omaccio? Un uomo con un cuore così!Cencio.— E testa? Un principale che se fa bisogno sa come si tiene in mano un martello!Mart.— Ma vi avverto, poche parole, e al comando: fissi, fissi!Bobi.— Voi siete stato soldato?Mart.— No, perchè ho nell'esercito mio fratello più vecchio.Cencio.— Volete dire vostro fratello maggiore.Mart.— Che maggiore! è passato adesso caporale. Ohe, c'abbiamo dieci minuti prima della paga: andiamo a berne un bicchiere tutti e tre, Cencio; e voi appoggiatevi senza discrezione.Bobi.— Ahi! che trafittura!(si tocca la gamba sinistra)Mart.— Ma non avete detto la gamba destra?Bobi.— Sicuro, sicuro... ma anche quest'altra se ne risente.Cencio.— Ha ragione. Io conosceva un vecchio soldato rimasto senza tutte due le gambe, che quando tirava vento si doleva de' calli.Bobi.— È vero, è vero; lo provo anch'io!Mart.— Ma voi le avete ancora tutte due le gambe.Bobi.— Oh gli è come se ne avessi punte punte!Mart.— Ah! Ah! Senti come le sballa!.. Via, a bere alla vostra salute!(Bobi, sostenuto da Cencio e da Martino, se ne va dal fondo cantarellando con essi)Oreste.— Se cominciano ora a cantare ed a bere, questa sera li voglio vedere bellini tutti e tre!SCENA V.CARLOeBARTOLOdalla sinistra.Detto.Carlo.— È inutile, Bartolo, non vi ripiglio. Vi siete fatto cacciare tre volte per la vostra pessima condotta; sevi accettassi ancora, non farei che incoraggiare i pari vostri a dare cattivo esempio. Buono voglio essere, non debole.Bart.— Eh! lo vedo; altro è predicare che si ha diritto a lavorare, altro poi...Carlo.— È pigliarsi in casa gente indegna di portare il nome di operaio... Andate in vostra pace... In paese ci sono altre officine...Bart.— Oggi è festa; non ho un soldo ed ho fame.Carlo.— Se la vostra è fame e non sete, sete di liquori, andate anche voi a ripulire la caldaia della macchina a vapore, e poi vi farò dar io da mangiare.(va presso Oreste, che si alza subito in piedi)Bart.— (Lo fa per umiliarmi).(esce dalla sinistra)Carlo.— Bravo; vedo con piacere che hai buona voglia d'imparare. Appena avrò fatto la spedizione delle macchine a Marsiglia, guarderò se ci sarà per te un posto di limatore.Oreste.— O maestro, io non so come provarle la mia riconoscenza...Carlo.— Facendoti onore: ora aria, bambino.(va allo scrittoio)Oreste.— (Ho finito di pigliare scappellotti!)(via correndo dalla sinistra)SCENA VI.MARTINO,FRANCESCOeMATILDEche porta in braccioROSINAaddormentata, dal fondo; quindiBOBI, pure dal fondo, che si pone ad osservare attentamente Francesco, restando in disparte.Mart.— Signor padrone, è giunto il materiale dalla ferrovia, e qui c'è gente che gli vuol parlare.Carlo.— Do un'occhiata al materiale e ritorno subito; fateli sedere, Martino.(esce dal fondo)Franc.(guardando verso la sinistra). — Che bella officina! (E pensare che con tutto il mio studio e il mio ingegno, io non sarò mai altro che un miserabile condannato a stentare la vita!) Vuoi darmi la bambina, Matilde?Mat.— No, lasciamela; è meglio non svegliarla,(a Martino)È ammalata. Se voleste favorirmi un bicchier d'acqua?...Mart.— Venite con me in giardino... Ci abbiamo una fontana che non ha altro difetto che di buttar acqua, ma è limpida, fresca e leggera che è proprio un gusto, dicono quelli che ne bevono.(via con Matilde dal fondo)Franc.— (Povera Tilde! t'ho ridotta a un bel punto!... Un bel premio t'ho dato del tuo amore, dell'avermi voluto sposare a dispetto de' tuoi!)Bobi.— (Gli è lui!) Compare,(tocca Francesco sopra una spalla)siete venuto anche voi colla carrozza del Gambini?Franc.— (Maledetto!) Sono venuto come ho voluto. Fate la vostra strada; io non vi conosco, nè ho volontà di conoscervi.Bobi.— Come, non siamo forse stati tre mesi assieme?Franc.— Voi sognate... e basta per ora e per sempre.Bobi.— Sarà. Voi non sarete voi; ma io ho una gran volontà di domandare a vostra moglie dove siete stato quei tre mesi!Franc.(volgendosi minaccioso). — Una parola a mia moglie, un'allusione, uno sguardo, e vi strappo la lingua, come è vero che mi chiamo Savelli!Bobi.— Oh! oh! cheto! cheto! Il padrone... Non v'ho visto mai.SCENA VII.CARLOdal fondo.Detti.Carlo.— A noi. Chi è venuto il primo?Bobi.— Lui, lui.Franc.— Sono venuto ora io; è stato lui il primo.Carlo.Dunque a voi: spicciatevi.(apre la cassa)Bobi.— (Mondo bello, che mucchio di fogli! E c'è anche degli occhi di civetta). Sor cavaliere... (se non lo è, lo faranno!) vorrei che mi desse un impiego nella sua officina.Carlo.— Sapete massellare, stare al fucinale, alle forbici, limare?Bobi.— (Se sapessi limare!) Siccome esco ora dall'ospedale di Follonica... cioè di Grosseto...Carlo.— Avreste bisogno di un lavoro non tanto grave per qualche tempo.Bobi.— Bravo; che poi io sono di quelli che in un'ora di estro fanno il doppio di un altro.Carlo.— L'estro, mio caro, si deve avere dieci ore per giornata.(suona)Bobi.— (Dieci ore! e c'è lo Statuto!)SCENA VIII.CENCIOdalla sinistra.Detti.Carlo.— Appunto voi, Cencio: che lavoro si potrebbe dare ad un convalescente?Cencio.— Lo metta al mantice, al posto di Bernardo che sta meglio alla trafila.Carlo.— Sta bene. Paga per ora due lire. Datemi il vostro libretto.Bobi.— (Non ho che quello dei sogni io!) L'ho dimenticato all'ospedale.Carlo.— Il vostro nome?Bobi.— Zanobi Lascifare... Lascifare.(Carlo scrive e poi lo congeda)Cencio.— Venite. Martino è il capo massellatore, io il capo limatore.Bobi.— Ed io sarò il capo mantice.(escono dalla sinistra)Carlo.— (Tutti capi... ameni.) A voi.Franc.— Ho sentito che ha bisogno di un capo-fabbrica.Carlo.— Sicuro; ma voi vi sentite?...Franc.— Perchè non sono bene in arnese non posso essere capace?Carlo.— Oh giusto io che guardo all'abito! Sarei contentissimo che mi poteste servire, se possiamo intenderci.Franc.— (Non è antipatico, ma sarà qualche asino arricchito dal caso.) M'interroghi.Carlo(preso un disegno di macchina dal tavolo di Oreste). — A voi: che cosa è questa macchina?Franc.(dopo un istante). — Deve essere un argano; anzi è una taglia... da otto a dieci cavalli di forza... e con una semplificazione di congegno che non ho mai veduto.Carlo.— Ma bene, a meraviglia! È di mia invenzione, sì; e grazie ad un processo di fusione, scoperto anche da me e che mi dà una rilevante economia di carbone, può lottare sui mercati stranieri coi prodotti francesi ed inglesi. Ho una importante commissione di queste macchine per il primo di agosto; eppure, sul meglio del lavoro, ho dovuto licenziare il capo-fabbrica, il quale dimenticava troppo spesso che se l'inventore ed il capitale hanno bisogno della mano d'opera, la mano d'opera non può sussistere senza l'inventore ed il capitale.Franc.— Il capitale lo ha lei e mi pare inutile parlarne altro.Carlo.— Pur troppo che non l'ho; ma che l'abbia io o che l'abbiate voi, non muterebbe punto la cosa. Senza capitale non c'è industria, come non c'è industria senza mano d'opera.Franc.— Dica piuttosto che finchè la società è costituita così, lei comanda ed io sono condannato a lavorare.Carlo.— Condannato, come se parlaste d'una galera? Ma non sapete che mentre io potrei vivere con una certa agiatezza senza far nulla, mi alzo col sole per lavorare, e quando tramonta vorrei poterlo fermare come Giosuè per fare almeno un terzo di quello che mi sta qui?Franc.— Padronissimo lei di fermare il sole, io di maledire il lavoro, spero!Carlo.— Maledire il lavoro, l'unica cosa che faccia lieta la vita, che ripari la fatalità del nascer poveri, l'unica cosa che facendoci superiori alla materia ed al tempo, ci renda quasi eguali a Dio?! Oh no! È impossibile che egli cacciando il primo uomo dai paradiso terrestre, gli abbia detto: va, ti condanno a lavorare!...(mutando tuono, quasi commosso)No, no; ma va, disgraziato, e lavora, perchè col lavoro solo ti potrai consolare; col lavoro solo ti potrai rifare un paradiso!Franc.— Senta; io sono venuto qui per offrirle il mio lavoro, ma glielo dico subito, non per discutere intorno a cose che non ci possono trovare d'accordo, e tanto meno poi per sentire delle prediche!Carlo.— Io non predico, ma quando sento certe ragioni...Franc.— Buone o cattive, non sono qui per venderle.Carlo.— E chi vi dice che io voglia comprarle?Franc.— Ma allora lei non capisce...Carlo.— Non alzate la voce, che capisco, e capisco più di quello che vorrei.Franc.— Si spieghi, si spieghi.Carlo.— Sicuro che mi spiego, e dico che voi sapete senza dubbio il vostro mestiere; ma diportandovi in questo modo date luogo a sospettare che il vizio o l'orgoglio abbiano fatto di voi uno di quegli artigiani che invece di cercare il motivo della loro miseria nella propria condotta, trovano più comodo di accusarne l'ordinamento della società.Franc.— E sia pur così di me; ma lei non sarebbe per caso uno di quei padroni per cui l'operaio dev'essere uno schiavo senza pensiero e senza diritto, uno strumento che frutta tanto al giorno, e che appena non è più capace si butta fuori?SCENA IX.MATILDEdal fondo con premura.Detti.Mat.— Francesco, che avvenne?Franc.— (Mia moglie!...) Nulla! Si discuteva.Carlo(allo scrittoio). — (Lo chiama discutere lui!)Mat.— Sulla meccanica?Carlo.— Sulla meccanica, proprio sulla meccanica!Mat.— Ah, se è sulla meccanica!.... Scusi, signore. — Senti, Francesco, anche sulla meccanica non lasciarti trasportare, te ne prego; e quanto alla paga accetta pur che sia, almeno per ora...Franc.(secco). — Non posso.Mat.— Non puoi? Ma tu non pensi in quale stato si trova la nostra bambina! Non ti parlo di me. Siamo senza tetto, senza robe, senza denari... E poi dove andremo? Io non posso più camminare.Franc.— Ma alle sue condizioni è impossibile, ti dico.Mat.— Ah se tu vedessi che brava gente c'è in questa casa! Hanno dato una buona tazza di brodo a me ed a Rosina, e poi hanno voluto ad ogni modo che io la coricassi in un bel lettino, mentre noi si va a cercare alloggio, e la Rosina si è subito addormentata sorridendo, come se fosse in casa sua!Franc.— Sorridendo?Mat.— Come se fosse guarita!Franc.— Guarita!... Se non fosse del mio amor proprio!...Mat.— Quando si tratta della tua creatura? Ah! lascia fare a me...(si avvicina a Carlo)Franc.— Che fai?Mat.— Mi perdoni, signore, se la disturbo e mi faccio troppo ardita; ma io ringrazio Iddio di avermi fatto trovare una famiglia così generosa come la sua.Franc.— Matilde?Mat.— E sopratutto sua moglie...(a Francesco)buona e bella, sai.(a Carlo)E lei finisca l'opera; s'accomodi col mio Francesco...(più sottovoce)lo lasci dire; tutto fuoco; ma un cuore così; lo lasci dire, ha tanto sofferto!Carlo.— (Poveretta!) Siamo così lontani dall'accordarci...Mat.— Un passo lo fa mio marito, un altro lo faccia lei... e poi lo provi... lo provi, provare non costa nulla; ma se lo prova non lo manda più via. Ho bene il diritto di dirlo io che so quanto ha studiato, quanto è stimato da chi lo conosce... lo hanno fino mandato all'estero!Franc.— Matilde!Mat.— Oh bella! Se parlassi di me... ma vuoi ch'io non dica quello che penso di te a colui che deve essere sicuro della tua abilità come della tua onestà? Dagli il tuo libretto. Ah! sicuro che ci hai anche tu i tuoi difetti come le tue sventure, ma sono più le sventure. Non una gliene è andata bene! Fino nella bambina siamo disgraziati! Per debolezza non può camminare... Si vorrebbe tentare la cura del mare vicino... Dàgli il libretto... Ma se non si combina con lei, mai più avremo questa occasione con poca spesa; e allora, lo dica lei che è padre fortunato, quanto si soffrirà a veder sempre sempre la sua creatura così diversa da tutte le altre!(si asciuga gli occhi)Dàgli il libretto!Carlo(con un movimento di pensata deliberazione, stende la mano). — Qua il libretto.Franc.— Mi accetta? Sarò degno della sua fiducia; ne sia pur certo!Carlo.— Nel mio reggimento vi era un soldato che si era fitto in capo di disertare: lo presi con me. A Custoza per salvarmi si è fatto ammazzare... Voi siete forse di quella razza.(dato uno sguardo nel libretto)Francesco Savelli, per ora avrete centocinquanta lire al mese e il dieci per cento sull'economia del carbone. Queste sono cinquanta lire in acconto, che rifonderete in due mesi. Zitti, e presto da Gigi sulla piazza per il quartiere, e poi qui subito che vi presenti ai lavoranti.SCENA X.Dal fondoEGISTOvestito di bianco con ombrellino.Detti.Franc.— Ma lasci che la ringrazi!Mat.— Con tutta l'anima!Carlo.— No, mi ringrazierete col fatto. Andate, figliuoli, andate.Mat.— Sì, subito, subito.(a Francesco)Il cuore mi dice che qui cominceremo ad essere felici.Franc.— E anche questo lo dovrò a te!(corrono via dal fondo, urtando leggermente Egisto)Egisto(guardandosi una manica). — Non sarà fatto a posta, ma se mi passa accanto un magnano, bisogna che senta il bisogno di fregarsi a me!Carlo.— Egisto, ho da parlarti.Egisto.— Se è per suggerirmi il mezzo di annoiarmi un po' meno, parla, davvero non ne posso più... E la noia comincia ad influire sul fisico: stamani a colezione non ho potuto finire un quarto di tacchinotto.Carlo.— Due cose, mio caro, fanno parere il tempo più breve: avere sottoscritto delle cambiali, e lavorare. Non spaventarti, ti propongo il lavoro; ma un lavoro che non ti stancherà, e che forse ti divertirà. Senti. Tu sai che io ho per massima che l'operaio tanto vale quanto sa e mangia.Egisto.— Oh! per questo anche chi non è operaio. Quando non posso mangiare o mangio male, sento che non valgo un fico secco.Carlo.— Or bene, m'è venuta un'idea.Egisto.— Se fosse venuta a me, non lo crederei; ma a te!... Insomma tu vuoi dar da mangiare ai tuoi operai, impiantare una cucina economica e dare a me l'onorevole incarico di assaggiare il brodo, di tastare il lesso, e di metterci l'odore.(con serietà comica)Carlo, questa missione mi onora; sono profondamente commosso, e accetto... Ma, un momento! Se l'ombra veneranda di Amerigo Vespucci alzasse il capo dalla sua tomba per vedere che fa il suo ultimo rampollo, che cosa direbbe, se potesse parlare, trovandolo in cucina con una cazzeruola di stracotto al pomo d'oro?Carlo(solennemente). — Io credo che l'ombra veneranda, se potesse parlare, ne mangerebbe! Dunque la tua opinione?Egisto.— Che opinione? Se non ne ho opinioni io! Se me la compro bell'e fatta e stampata tutte le mattine con un par di soldi!Carlo.— Insomma contento?Egisto.— Contentone d'ammazzare qualche ora di noia!Carlo.— Mi basta. Se viene Faustini, fallo attendere; vado un momento nell'officina, faccio le paghe, e poi consacro alla famiglia tutto il giorno.(via dalla sinistra)Egisto.— Non è questo di fare il cuoco agli operai l'ideale della mia vita; ma dei no gliene ho detti tanti... E poi sarà sempre meglio far saltare dei fritti in padella che il mio capitale nell'industria!SCENA XI.ANNA,AGNESE, eFAUSTINIdal fondo.Detto.Agnese.— Mi perdoni; ma negare a Carlo l'intelligenza!...Faust.— Non nego l'intelligenza; ma dico che non è tagliato a fare l'industriale. Ci vuole altro stomaco! Le sue saranno delle belle teorie; ma senza la pratica, senza vederele cose quali sono davvero, sa che si fa? Si mangia il patrimonio e poi la dote alla moglie.Agnese.— La dote?Anna.— Vuol dire che se la mangerebbe se lo potesse.Faust.— E tutto questo perchè? Perchè lui è uno di quelli che si affibbiano una missione e trovano della poesia in una macchina a vapore!Egisto.— Io non ci trovo che un puzzo maledetto.Faust.— Oh! signor cavaliere, scusi, non l'avevo veduto.Egisto.— E sì che non mi pare d'essere molto trasparente!Faust.— Beato lei che si gode tranquillamente la sua rendita, senza rompersi il capo e fare il guastamestieri!Egisto.— Per questo stia sicuro; ma non ci ho merito, sa! A che mi farei un nome io che son nato con quello immortale di Vespucci? Dei quattrini? Mi contento. Guardi, la Provvidenza, che non fa mai nulla senza il suo perchè, ha fatto sì che, nascendo, io fossi già cavaliere, affinchè non avessi da desiderare proprio nulla!Anna.— Pensi che Carlo voleva ad ogni costo ch'egli spendesse nell'officina il capitale che ha disponibile.Faust.— Misericordia!Agnese.— Scusi: tutta quest'officina non regge un'ipoteca da quaranta a sessantamila lire?Faust.— Io non dico nè si, nè no. Sono anch'io un industriale. Ma, se vuole essere sicuro del fatto suo, se vuole prestarlo ad un buon interesse, con ipoteca di privilegio sopra una fattoria di dodici poderi, venga da me e presto.Egisto.— L'offerta è rispettabile.Anna.— Rispettabilissima...(suono di campana)Carlo viene a pagare i suoi operai; venga in sala, potrete parlare ed intendervi anche subito.Egisto.— Veda, il mio capitale lo darei a Carlo; ma io ho paura di questi uomini irrequieti, ho paura di tutto quello che non è pace e tranquillità.Agnese.— E ti chiami Egisto!Egisto.— Ah! se Egisto mi fosse somigliato, lasciava in pace Agamennone, contento di fargli le fusa torte; o alla peggio, se Oreste non stava quieto, lo faceva pigliare daireali carabinieri.(Anna, Faustini ed Egisto escono dalla destra)Agnese.— Se Faustini ha detto il vero, mia madre m'inganna.SCENA XII.CARLO,CENCIO,MARTINO,GENNARO,BOBI,ORESTE,AMBROGIOeBARTOLOseguiti da molti altri operai, dalla sinistra. QuindiFRANCESCOdal fondo.DETTA.Carlo(ad Agnese). — Appena finito, sono tuo per tutto il giorno.Agnese.— Ti aspetto; ma intanto non ti affaticare troppo: pensa anche alla tua salute. Buon giorno, buon giorno.(esce dalla destra salutata dagli operai)Carlo(aperta la cassa). — Ambrogio Carnevali.(Ambrogio va allo scrittoio, Carlo lo paga)Vi siete rimesso?Ambr.—Olter che rimesso! L'è stato un ciccino d'indigestione, perchè a tucc i solennità me mandeno de cà quai coss de bon da pacciare, e mi, quando me vedi dinanz quela roba, me par d'essere nel mio paeso, e come se dice in buon tuscano, ghe dò dentro!Mart.— (Anche lui patisce l'astronomia!)Carlo.— Restate, ho da parlarvi. Cencio Bandettini, eccovi la vostra paga e quella dei vostri limatori. Sapete che l'osservazione fatta da voi sulla bollitura dei fusti è giustissima?Cencio.— Sono tanti anni che c'ho la mano!Carlo.— No, Cencio: siete troppo modesto; voi mi provate di quanto soccorso può essere l'esperienza dell'operaio all'inventore, quando l'operaio è, come voi, attento ed intelligente, ed io ve ne ringrazio. — Gennaro Majella. Voi siete un buon operaio, ma prima delle quattro ricordatevi che non si può cantare.Genn.—Eccellenza, io non canto, sulfeggio.Carlo.— Canto o solfeggio, aspettate dopo le quattro.Genn.—Va buono, aspetterò, eccellenza; ma per me sulfeggiàè come respirà. Nui se nasce e se more cantanno, cioè sulfeggianno. State buono, eccellenza... vi bacio le mani.Carlo.— Martino Tavella. Queste sono le paghe dei massellatori: questa la vostra.Mart.— Scusi... ma, con licenza parlando, mi pare che manchino tre lire e mezzo.Carlo.— Già: per la giornata di lunedì che avete passato a smaltire la sbornia di domenica; e badate che sia l'ultima.Mart.— Sissignore; ma che vuole, coi fiaschi non si sa mai quello che si è bevuto finchè non sono finiti!Carlo.— E lui li finisce! — Oreste, perchè piangevi ieri sera?Oreste.— Non era nulla. (Se parlo ripicchiano!)Carlo.— Sarà; ma si ricordi cui tocca che se mettere le mani addosso è sempre brutto, battere chi non può difendersi è da vile. Ora un'ultima parola e vi lascio in libertà. Questo è il nuovo capo-fabbrica, signor Francesco Savelli; ubbiditelo, che lo merita, come ubbidite a me stesso.SCENA XIII.EGISTOdalla destra.Detti.Carlo.— Arrivi a proposito. — Non avete mai inteso parlare di certe cucine economiche per cui in alcune grandi officine l'artigiano è sottratto all'avidità degli speculatori? Ebbene, il mio cugino qui presente ha pensato...Egisto.— Non ho mai pensato a nulla, non penso mai io.Carlo.— Insomma, non sareste contenti di avere per lo stesso prezzo di poca frutta cattiva un pezzo di buona carne od una scodella di buon brodo?Genn.—Eccellenza, se fosse un piatto de' maccheroni a' sughillo, passi; ma a' carne!Mart.—Per mi se fosse un pittin de fainà...Ambr.—Ah! s'el fudess l'oss büs!...Cencio.— O un po' di baccalaretto fritto...Carlo.— Basta, basta; non se ne parli più. Buona festaa tutti; ma mi raccomando, figliuoli, non dimenticate che la peggiore delle ignoranze è l'imprevidenza... m'avete capito. Savelli, io vi lascio in libertà; a domattina.(chiude cassa e registri)Franc.— Signori, buon giorno.(esce dal fondo seguito da tutti gli operai)Egisto.— Buon giorno. — Ricusano la mia cucina, gli ingrati!Carlo.— Il signor Faustini ha fatto la stessa cosa nella sua officina; ma siccome ciò che vende è caro e cattivo, e se non si va da lui, diventa un'ira di Dio, così i miei operai sospettano forse che colla cucina economica mi voglia anch'io ripigliare le paghe. Vedi che cosa vuol dire un cattivo padrone?Egisto.— Di' piuttosto che il mio istinto non s'inganna mai. Tu vuoi procacciar loro delle buone digestioni, grullo! Quella gente lì bisogna lasciarla com'è!Carlo.— Abbi pazienza, Egisto; ma sono uomini tutti come te.Egisto.— Sarà; ma fatti ad immagine di Dio o io solo o loro soli, che proprio tutti è impossibile!SCENA XIV.FAUSTINIdalla destra.Detti.Faust.— Signor cavaliere, eccomi ai suoi ordini.Carlo.— (In questo momento! Eppure bisogna aver pazienza!) Rimani, Egisto, rimani; con due parole mi sbrigo. Ella mi perdonerà se l'ho fatto venire da me; ma sono stato due volte alla sua officina...Faust.— Non dica di più; fra di noi non si fanno complimenti.Carlo.— Io vorrei pregarla di accordarmi la dilazione di un mese alla scadenza delle cambiali.Egisto.— (Ora capisco perchè mi ha fatto restare).Faust.— Se ella non può assolutamente pagarmi all'epoca fissata...Carlo.— No, la posso pagare; ma con troppo disturbo. Io sono occupatissimo nel mandare a termine la commissionedella casa Richard; ma debbo pure prevedere un motivo per cui le macchine non fossero finite o spedite. Mentre il tempo stringe, il caldo soffocante può rallentare il lavoro o togliermi il tempo necessario alla spedizione... Insomma, se mi accorda questa dilazione, mi obbliga assai.Faust.— (Non sa dove dare il capo!) Io gliela accordo volentieri...Carlo.— Alle stesse condizioni d'interesse?Faust.— Alle stesse. Carta, penna e calamaio.Carlo.— Ecco; s'accomodi. (Respiro!)Egisto.— (Che l'impresa di Carlo sia migliore di quanto credo?)Faust.(colla penna in mano). — Ora che ci penso, è curiosa davvero: anch'io voleva chiedere a lei un favore; ma non vorrei la credesse che io voglia dettare delle condizioni.Carlo.— Sarò anzi lieto di dimostrarle la mia riconoscenza.Faust.— Allora mi senta. Mi è venuta un'idea.Egisto.— (A tutti vengono delle idee; a me nessuna).Faust.— Gli operai, si vede a chiare note, fanno lega contro i principali. Ora io dico: perchè anche noi non la facciamo contro di loro, noi tre, cioè lei, io e Ramaccini?...Carlo.— Una lega contro gli operai?Faust.— Accresciamo un pochino l'orario e scemiamo un altro pochino le paghe: due pochini che in fin d'anno voglion fare un bel guadagno. Qualche operaio strillerà, qualche altro se ne andrà; ma quelli che hanno i mezzi di portare via la famiglia sono pochi, e così finiremo per averli tutti quanti a nostra discrezione.Carlo.— In qualunque altra cosa, ma in questa non posso compiacerla.Egisto.— (Me lo aspettava, coi suoi principii!)Faust.— Ma ha compreso bene che non usiamo che d'un diritto di rappresaglia?Carlo.— Può essere; ma è impossibile che io la approvi.Faust.— Ah! ricusa e disapprova per giunta? Allora non ne facciamo nulla neanche delle cambiali.Carlo.— Come?Faust.— Spero non pretenderà ch'io faccia un favore così grande a chi mi ricusa un favore così da poco!Carlo.— Ma lei mi ha promesso!...Faust.— Promesso, promesso, e sia pure, promesso; ebbene? Ora non voglio più. Io me ne rido dei suoi principii e delle sue teorie! Non sono mica un milionario io per avere tante fisime!Carlo.— Dica piuttosto che lei ha promesso di accordarmi una dilazione dopo di aver indagato in quali ristrettezze io mi trovassi; e quando si è pensato di avermi legato mani e piedi alla sua discrezione, ha creduto di potermi far speculare sulla carne umana, sulla miseria! Ma che cosa ha trovato nella mia vita o sulla mia faccia che possa averlo incoraggiato a farmi una tale proposta?Faust.— Se poi la piglia su questo tuono, caro lei...Carlo.— Oh basta con questo caro! Faccio di cappello a tutti, ma non accordo la mia amicizia che alle persone provate che mi stanno pari nei sentimenti.Faust.— Ed io non sono suo pari? Chi è lei alla fin fine? Oh mi faccia il piacere, il signor cavaliere della democrazia!Carlo.— Si, democratico con tutti quelli che valgono quanto me, a qualunque classe appartengano; ma con lei che mi propone un atto vergognoso, rammento, non che ci separa la nascita e lo studio, ma quell'abisso che separa gli uomini pari suoi dall'uomo onesto!Egisto.— Carlo...Faust.— Così tratta il suo creditore?Carlo.— Ringrazi che questa è casa mia e se ne vada prima che dica peggio.Faust.— Casa sua? Ah! ah!Carlo.— Che cosa vuol dire?SCENA XV.AGNESEedANNAdalla destra.Detti.Faust.(sulla soglia della porta in fondo). — Che finchè non mi ha pagato, questa è più casa mia che sua!Carlo.— Questo è troppo!Faust.— La rivedrò, signor cavaliere, ma meno orgoglioso!...(esce dal fondo)Carlo.— Vigliacco! — Ieri operaio, oggi si vale della fortuna per schiacciare i suoi compagni di lavoro!Anna.— Basta, basta! Se rimanessi ancora un minuto, sarei troppo colpevole. Agnese, preparati subito a partire con me.Carlo.— Mia moglie? Ah questo poi no!Anna.— Dopo di averla condannata a fare una vita indegna, la vuoi anche uccidere con cotesto scenate?Carlo.— Egisto, portala via, portala via!Egisto.— Ma se ha ragione! Che è una vita questa?Carlo.— Perchè non vai anche tu? Perchè ci sei venuto?Egisto.— Perchè speravo che le prime lezioni ti giovassero.Carlo.— No, che non è così. Tu sei venuto qui con lei per farmi quella guerra muta, continua, implacabile, che è l'ostacolo più doloroso che io abbia incontrato nella mia vita; perchè la vostra cortesia viene dalle labbra e non dal cuore; perchè voi non sentite entusiasmo per nessuna cosa, per quanto possa esser bella e generosa; perchè in te, come in lei, tutto si riassume in una parola: egoismo; ma il peggio degli egoismi, l'egoismo gretto, beffardo, pedante!Egisto.— Pedante? Andiamo via subito, o mi coglie un accidente!Anna.— Sicuro che andiamo... Su, Agnese.Agnese.— Carlo, per nostro figlio, se non per me, cedi!Carlo.— No, no e no; non cederò che morto!Anna.— Cederà quando non sarà più in tempo, come suo padre!Carlo.— E sarò anch'io vittima del lavoro, ma non avrò ceduto!Anna.— Ma che vittima del lavoro, vittima del fallimento, della disperazione...Agnese.— Non è vero! non è vero!Anna(seguitando). — Me lo disse lui spirando!Carlo.— Mio padre!(cade sopra una sedia singhiozzando)Agnese.— Crudeli!Egisto.— Sì, ma lo ha voluto.Anna(ad Agnese, mentre trae con sè Egisto, sottovoce). — O in questo istante, o mai più.Egisto.— (Un'altra di queste scene, e altro che pedante... sono addirittura morto!)(esce con Anna dalla destra)Carlo.— Mio padre! Mio padre!Agnese.— Non fare così, Carlo, te ne scongiuro!Carlo.— No, non resisterò a questo colpo! Il modello della mia vita, la memoria più soave ed illibata, ad una sola parola spariscono nell'orrore di un delitto!Agnese.— Carlo, calmati... Vedi, io temo che il tuo carattere istesso ti faccia ingiusto... Tu non sai per quali strette passò il suo, prima di cedere...Carlo.— Suicida mio padre!Agnese.— Perdonami; ma tu non lo devi giudicare, povero vecchio! Non sai se gli ostacoli con cui ha dovuto lottare non erano anche più grandi di quelli che tu combatti!Carlo.— Ma suicida, lui! Tutto il mio coraggio si sente disarmato: sparito il faro, a che lottare colla tempesta!Agnese.— Come? Tu che sai dov'è il male, tu che puoi rimediarvi, ti avvilisci e stai per cedere atterrito? Ma ciò sarebbe dar ragione ai pusillanimi ed a quelli che odiano, e torto a quelli che amano! Sarebbe la condanna spietata di tuo padre che amò forse morire, non per viltà di chi fugge, oh no! egli non sarebbe stato tuo padre! ma per lasciare a te, giovine, coraggioso, intelligente, quel còmpito che era divenuto troppo superiore alle forze di un povero vecchio spossato e senza conforti di famiglia... Sai che cosa diceva a mia madre nella sua ora suprema? Non dirlo a Carlo; egli forse non mi comprenderebbe e non avrebbe più fede! E tu saresti ingiusto colla sua memoria?... No, Carlo, non sia mai così! Coraggio! Avanti sempre!Carlo.— Agnese, tu non mi hai mai parlato in questo modo...Agnese.— È vero; ma io ti ho visto soffrire ed ho sentito che per me era un dovere ed una consolazione lasciar parlare il cuore, e l'ho lasciato parlare...Carlo.— Dunque, se io non mi dessi per vinto, tu non mi abbandoneresti?Agnese.— Abbandonarti? Ma se non mi sono mai sentita tanto felice d'esserti moglie come in questo momento!Carlo.— Ah! grazie, Agnese, grazie di queste tue parole che ridestano tutto il mio valore! Se Faustini vuole opprimermi, se i parenti mi negano soccorso, ebbene, mi salveranno i miei lavoranti!SCENA XVI.EGISTO, da viaggio, con due sacche, e poi subitoANNA, col cappello, dalla destra.Detti.Egisto.— Pst.. Lo hai deciso?Agnese.— Sì, è deciso!Carlo.— Più che mai!Egisto(ad Anna che entra). — È deciso, sai; partiamo tutti...Anna.— Finalmente!Agnese.— Noi due restiamo.Anna.— Ah!Egisto(lasciando cadere le sacche). — Domicilio coatto a perpetuità!!FINE DELL'ATTO SECONDO.

Studio di Carlo presso l'officina. — In fondo la comune che dà nel giardino. — A destra le stanze della famiglia, a sinistra l'officina. — Nell'angolo di destra, in fondo, una cassa forte rivolta verso la sinistra. — Sulla scena, pure a destra, uno scrittoio posto di profilo ed isolato, con campanello, grossi registri, libri, disegni, e l'occorrente per iscrivere. — A sinistra in fondo, una libreria ed un tavolo per disegnare, discosto dalla parete quel tanto che è necessario per frapporvi una seggiola. — È giorno.

Studio di Carlo presso l'officina. — In fondo la comune che dà nel giardino. — A destra le stanze della famiglia, a sinistra l'officina. — Nell'angolo di destra, in fondo, una cassa forte rivolta verso la sinistra. — Sulla scena, pure a destra, uno scrittoio posto di profilo ed isolato, con campanello, grossi registri, libri, disegni, e l'occorrente per iscrivere. — A sinistra in fondo, una libreria ed un tavolo per disegnare, discosto dalla parete quel tanto che è necessario per frapporvi una seggiola. — È giorno.

MARTINOeCARLOTTAche assettano i mobili.

Mart.(a Carlotta che vorrebbe provarsi con lui a mutare di posto lo scrittoio). — No, no; potreste farvi male, bella figliuola... Aspettiamo che arrivi qualcheduno dei miei compagni, e facciamo intanto quattro chiacchiere fra di noi due...

Carl.— (Sta a vedere che mi faccio un damo anche quassù). Che cosa mi volete dire?

Mart.— Sentite, Carlotta; nè io, nè voi siamo di questo paese... Tutti e due italiani, s'intende; ma nati in diverse nazioni... Ora ditemelo francamente, non vi piglia mai, con licenza parlando, quel certo male che si sente quando si è lontani di casa sua, la nostra... la strono... una parola che finisce in ia... Il capo-fabbrica l'aveva sempre in bocca!

Carl.— Ah! l'astronomia...

Mart.— Giusto l'astronomia.

Carl.— Il padrone ne parlava ieri a Cesarino. Sì, mi piglia qualche volta quando penso ai miei di casa.

Mart.— Ma se qui aveste una persona che senz'essere dei miei, di casa vostra, vi volesse bene...

Carl.— E se questa persona, con licenza parlando, foste voi, volete dire?

Mart.— Già; il male non vi sembrerebbe minore?

Carl.— Insomma, Martino, a farla corta, voi volete fare all'amore con me.

Mart.— Sì, se mi credete per la quale, eccomi qui tutto per voi: sono il più bello dei figliuoli di mia madre.

Carl.— Quanti fratelli avete?

Mart.— Nessuno, sono figlio unico di madre vedova... come lo scudo che ho in tasca.

Carl.— C'è un guaio, Martino.

Mart.— Vi paio troppo brutto forse?

Carl.— Oh ne ho visto dei peggio!

Mart.— Grazie tante... Allora avete paura che la padrona...?

Carl.— Che! Me ne importa assai della padrona! Il guaio si è che Carlotta non fa all'amore che con quello che la vuole sposare.

Mart.— Ed io son bell'e pronto a sposarvi dinanzi a Santa Madre Chiesa anche subito.

Carl.— Che, mi pigliate per una grulla voi? Prima si va al Municipio, e poi in parrocchia.

Mart.— Ma io vado anche dal campanaio se vi piace!

Carl.— Ma come si sta a quattrini? Che cosa avete voi di vostro?

Mart.— Io di vostro... cioè di mio... che sarà anche vostro, ho tutto questo; ma state bene attenta!

Carl.— Sentiamo che meraviglie.

Mart.— Meraviglie? nessuna; ma cinque camicie quasi buone, quattro lenzuola quasi nuove, tre belle lire e mezzo al giorno che piglio quasi sempre, due buone braccia e un cuore pieno d'amore...

Carl.— Adagio col pieno; se foste un pollo ve lo potrei dire... C'è un guaio, ora che ci penso; voi amate troppo il vino!

Mart.— Se amo il vino è tutta colpa dell'astronomia. Ma per far piacere a voi non berrò più!... mai più!... altro che la domenica.

Carl.— Vien gente; acqua in bocca, veh!

Mart.— Oggi no, che è festa. Siamo intesi adunque?

Carl.— Ci penserò, e a rivederci poi. Addio, moro.(via dalla destra)

Mart.— Pensateci subito, bella morettina, e rivediamoci senza il poi! Cara e svelta!... Ma faccio poi bene a prender moglie con tre lire e mezzo?

ORESTEdalla sinistra e poi voci diverse a sinistra fuori di scena.Detto.

Oreste.— Evviva Martino!

Mart.— Oreste! Dunque si passa presto lavorante, eh?

Oreste.— Fosse pur oggi, che vorrei aver finito di pigliare scappellotti.

Mart.— Oh quanti ne pigli,batoseto?

Oreste.— Cinque o sei al giorno, che moltiplicati per sei dànno dai trenta ai trentasei scappellotti per settimana!

Mart.— Bella paga! Io la metterei tutta alla cassa di risparmio. Ma bisogna pur dire che cogli scappellotti le parole dei maestri restano più impresse. Io ne ho presi di quelli da farmi vedere le stelle in pieno mezzogiorno; ma sono anche capo massellatore.

Oreste.— Quando io faceva il giornalista a Firenze non avrei mai creduto che un mestiere s'imparasse a questo modo. E non c'è che dire, la è dappertutto la stessa canzone. Sul Pistoiese ove mi era avviato a fare l'ebanista, il principale invece di farmi entrare il mestiere nel capo a furia di scappellotti, faceva diversamente lui: a pedate!(va a sedere al tavolo in fondo)Ma è finita!

Voci(a sinistra fuori di scena). — Ohe, si va?

Carlo(come sopra). — Un momento; siamo in pochi.

Mart.— Padrone, son qua io!(corre via dalla sinistra rimboccandosi le maniche)

Carlo(come sopra). — Sotto le spalle tutti, su!

Voci(come sopra). — Su!. Issa!... Issa!... Ah!

BOBIdal fondo senza vedereORESTEche s'è messo a disegnare.

Bobi.— E pare che costì si lavori anche di festa, accidenti! e il medesimo toccherà anche a me se vorrò levarmi la fame. Se penso che potrei invece passarmela allegramente a Firenze col miopan di ramerino bollente! Maledetto quel cavaliere che per quel pomo di mazza che io aveva trovato mi fece mangiare tanto riso e fagiuoli, come se trovare volesse dire restituire!... E ora che mi hanno dato l'aire, mi trovo senza il becco d'un quattrino. Il pomo è bell'e sfumato; già un pomo d'oro si mangia presto; e se stendo la mano dicendo:lo dà un soldino a questo povero disgraziato che esce adesso dall'ospedale? mi rispondono tutti:con quella faccia? va a lavorare, bighellone!Come se all'ospedale vi cambiassero la faccia!

Oreste(che da un pezzo osserva Bobi e lo riconosce, scende inosservato e gli chiude gli occhi con ambe le mani). — O Bobi!

Bobi(spaventato). — (Gente che mi conosce!) Non mi spaventate; esco ora dall'ospedale...

Oreste(lasciandolo). — Dall'ospedale?

Bobi.— Oreste? Ma non eri andato a Pistoia colla famiglia?

Oreste.— Sì, per fare l'ebanista; ma ho visto che la mia vocazione era per la meccanica, per il ferro. Lavorare il ferro è più bello; si sta al fuoco come i soldati, e c'è anche il suo pericolo come alla guerra... E poi che musica!Tan, tan tantantan!... Il maglio come un cannone:pun pun!Le macchine a vapore:rrrrrrrrrr... Invece uno stipettaio:pst...pst... fa pietà!!...(ritorna al suo posto)E ora s'impara il disegno noi!

Bobi.— Ognuno ha i suoi gusti; ma non stare a dir nulla di me... come se tu non m'avessi visto.

Oreste.— Che ho a dir io? Il babbo, quando venne a stare a Pistoia colla famiglia, non voleva neanche sentirvi nominare!

Dalla sinistraCENCIOeMARTINO.Detti.

Mart.— Cencio, portiamo più in là quel cancello.

Cencio.— Scrittoio, volete dire...

Mart.— Affare di pronunzia; ma vada pure per scrittoio... Diamine, come pesa!(a Bobi)Una mano, brav'uomo.

Bobi.— Una mano?

Mart.— Volete che vi chieda un piede? Facciamo da noi, Cencio.(portano lo scrittoio un po' più verso la ribalta)

Bobi.— Se voi foste caduti da una montagna, e vi foste rotta la gamba...(si tocca la gamba destra)in due pezzi!

Mart.— Poverino!

Cencio.— La società operaia non vi soccorre?

Mart.— Non ha neanche un bastone, una mazza...

Bobi.— Non voglio più mazze; voglio camminare da me... La società operaia di laggiù, di...

Cencio.— Follonica?

Bobi.— Bravo, di Follonica, ha fallito, e l'ospedale di...

Cencio.— Grosseto?

Bobi.— Giusto, appena fui in grado di reggermi sulle gruccie, alla porta; e sì che mi duole sempre...(si tocca la gamba destra)ma finchè le cose non cangiano, tiriamo di lungo!

Cencio.— Sentite, qui guarirete presto, che l'aria è eccellente.

Mart.— E il vino? Io lo preferisco sempre all'aria.

Cencio.— La paga buona e puntuale, e alla domenica fatta la paga si è in libertà tutto il giorno...

Mart.— Già, per cantare gli stornelli e la tirolese... Sapete? Laralla lallallera...

Bobi(fa la corda). — Tin, tin, tun!

Mart.— Bravo! Il nostro poeta stemperaneo gli è Cencio, che fa versi da farci restare a bocca aperta!

Cencio.— M'ingegno alla meglio.

Bobi.— Mi pare che siate tutti d'accordo...

Mart.— Massime a bere, e sì che fra noi ce n'è d'ogninazione... Toscani diLivolno, Piemontesi di Biella, Genovesi diSanpedena, Meridionali di Napoli... Ma per parlare poi, si parla tutti toscano.

Bobi.— (Mamma mia!) E il principale, che omaccio?

Mart.— Omaccio? Un uomo con un cuore così!

Cencio.— E testa? Un principale che se fa bisogno sa come si tiene in mano un martello!

Mart.— Ma vi avverto, poche parole, e al comando: fissi, fissi!

Bobi.— Voi siete stato soldato?

Mart.— No, perchè ho nell'esercito mio fratello più vecchio.

Cencio.— Volete dire vostro fratello maggiore.

Mart.— Che maggiore! è passato adesso caporale. Ohe, c'abbiamo dieci minuti prima della paga: andiamo a berne un bicchiere tutti e tre, Cencio; e voi appoggiatevi senza discrezione.

Bobi.— Ahi! che trafittura!(si tocca la gamba sinistra)

Mart.— Ma non avete detto la gamba destra?

Bobi.— Sicuro, sicuro... ma anche quest'altra se ne risente.

Cencio.— Ha ragione. Io conosceva un vecchio soldato rimasto senza tutte due le gambe, che quando tirava vento si doleva de' calli.

Bobi.— È vero, è vero; lo provo anch'io!

Mart.— Ma voi le avete ancora tutte due le gambe.

Bobi.— Oh gli è come se ne avessi punte punte!

Mart.— Ah! Ah! Senti come le sballa!.. Via, a bere alla vostra salute!

(Bobi, sostenuto da Cencio e da Martino, se ne va dal fondo cantarellando con essi)

Oreste.— Se cominciano ora a cantare ed a bere, questa sera li voglio vedere bellini tutti e tre!

CARLOeBARTOLOdalla sinistra.Detto.

Carlo.— È inutile, Bartolo, non vi ripiglio. Vi siete fatto cacciare tre volte per la vostra pessima condotta; sevi accettassi ancora, non farei che incoraggiare i pari vostri a dare cattivo esempio. Buono voglio essere, non debole.

Bart.— Eh! lo vedo; altro è predicare che si ha diritto a lavorare, altro poi...

Carlo.— È pigliarsi in casa gente indegna di portare il nome di operaio... Andate in vostra pace... In paese ci sono altre officine...

Bart.— Oggi è festa; non ho un soldo ed ho fame.

Carlo.— Se la vostra è fame e non sete, sete di liquori, andate anche voi a ripulire la caldaia della macchina a vapore, e poi vi farò dar io da mangiare.(va presso Oreste, che si alza subito in piedi)

Bart.— (Lo fa per umiliarmi).(esce dalla sinistra)

Carlo.— Bravo; vedo con piacere che hai buona voglia d'imparare. Appena avrò fatto la spedizione delle macchine a Marsiglia, guarderò se ci sarà per te un posto di limatore.

Oreste.— O maestro, io non so come provarle la mia riconoscenza...

Carlo.— Facendoti onore: ora aria, bambino.(va allo scrittoio)

Oreste.— (Ho finito di pigliare scappellotti!)(via correndo dalla sinistra)

MARTINO,FRANCESCOeMATILDEche porta in braccioROSINAaddormentata, dal fondo; quindiBOBI, pure dal fondo, che si pone ad osservare attentamente Francesco, restando in disparte.

Mart.— Signor padrone, è giunto il materiale dalla ferrovia, e qui c'è gente che gli vuol parlare.

Carlo.— Do un'occhiata al materiale e ritorno subito; fateli sedere, Martino.(esce dal fondo)

Franc.(guardando verso la sinistra). — Che bella officina! (E pensare che con tutto il mio studio e il mio ingegno, io non sarò mai altro che un miserabile condannato a stentare la vita!) Vuoi darmi la bambina, Matilde?

Mat.— No, lasciamela; è meglio non svegliarla,(a Martino)È ammalata. Se voleste favorirmi un bicchier d'acqua?...

Mart.— Venite con me in giardino... Ci abbiamo una fontana che non ha altro difetto che di buttar acqua, ma è limpida, fresca e leggera che è proprio un gusto, dicono quelli che ne bevono.(via con Matilde dal fondo)

Franc.— (Povera Tilde! t'ho ridotta a un bel punto!... Un bel premio t'ho dato del tuo amore, dell'avermi voluto sposare a dispetto de' tuoi!)

Bobi.— (Gli è lui!) Compare,(tocca Francesco sopra una spalla)siete venuto anche voi colla carrozza del Gambini?

Franc.— (Maledetto!) Sono venuto come ho voluto. Fate la vostra strada; io non vi conosco, nè ho volontà di conoscervi.

Bobi.— Come, non siamo forse stati tre mesi assieme?

Franc.— Voi sognate... e basta per ora e per sempre.

Bobi.— Sarà. Voi non sarete voi; ma io ho una gran volontà di domandare a vostra moglie dove siete stato quei tre mesi!

Franc.(volgendosi minaccioso). — Una parola a mia moglie, un'allusione, uno sguardo, e vi strappo la lingua, come è vero che mi chiamo Savelli!

Bobi.— Oh! oh! cheto! cheto! Il padrone... Non v'ho visto mai.

CARLOdal fondo.Detti.

Carlo.— A noi. Chi è venuto il primo?

Bobi.— Lui, lui.

Franc.— Sono venuto ora io; è stato lui il primo.

Carlo.Dunque a voi: spicciatevi.(apre la cassa)

Bobi.— (Mondo bello, che mucchio di fogli! E c'è anche degli occhi di civetta). Sor cavaliere... (se non lo è, lo faranno!) vorrei che mi desse un impiego nella sua officina.

Carlo.— Sapete massellare, stare al fucinale, alle forbici, limare?

Bobi.— (Se sapessi limare!) Siccome esco ora dall'ospedale di Follonica... cioè di Grosseto...

Carlo.— Avreste bisogno di un lavoro non tanto grave per qualche tempo.

Bobi.— Bravo; che poi io sono di quelli che in un'ora di estro fanno il doppio di un altro.

Carlo.— L'estro, mio caro, si deve avere dieci ore per giornata.(suona)

Bobi.— (Dieci ore! e c'è lo Statuto!)

CENCIOdalla sinistra.Detti.

Carlo.— Appunto voi, Cencio: che lavoro si potrebbe dare ad un convalescente?

Cencio.— Lo metta al mantice, al posto di Bernardo che sta meglio alla trafila.

Carlo.— Sta bene. Paga per ora due lire. Datemi il vostro libretto.

Bobi.— (Non ho che quello dei sogni io!) L'ho dimenticato all'ospedale.

Carlo.— Il vostro nome?

Bobi.— Zanobi Lascifare... Lascifare.(Carlo scrive e poi lo congeda)

Cencio.— Venite. Martino è il capo massellatore, io il capo limatore.

Bobi.— Ed io sarò il capo mantice.(escono dalla sinistra)

Carlo.— (Tutti capi... ameni.) A voi.

Franc.— Ho sentito che ha bisogno di un capo-fabbrica.

Carlo.— Sicuro; ma voi vi sentite?...

Franc.— Perchè non sono bene in arnese non posso essere capace?

Carlo.— Oh giusto io che guardo all'abito! Sarei contentissimo che mi poteste servire, se possiamo intenderci.

Franc.— (Non è antipatico, ma sarà qualche asino arricchito dal caso.) M'interroghi.

Carlo(preso un disegno di macchina dal tavolo di Oreste). — A voi: che cosa è questa macchina?

Franc.(dopo un istante). — Deve essere un argano; anzi è una taglia... da otto a dieci cavalli di forza... e con una semplificazione di congegno che non ho mai veduto.

Carlo.— Ma bene, a meraviglia! È di mia invenzione, sì; e grazie ad un processo di fusione, scoperto anche da me e che mi dà una rilevante economia di carbone, può lottare sui mercati stranieri coi prodotti francesi ed inglesi. Ho una importante commissione di queste macchine per il primo di agosto; eppure, sul meglio del lavoro, ho dovuto licenziare il capo-fabbrica, il quale dimenticava troppo spesso che se l'inventore ed il capitale hanno bisogno della mano d'opera, la mano d'opera non può sussistere senza l'inventore ed il capitale.

Franc.— Il capitale lo ha lei e mi pare inutile parlarne altro.

Carlo.— Pur troppo che non l'ho; ma che l'abbia io o che l'abbiate voi, non muterebbe punto la cosa. Senza capitale non c'è industria, come non c'è industria senza mano d'opera.

Franc.— Dica piuttosto che finchè la società è costituita così, lei comanda ed io sono condannato a lavorare.

Carlo.— Condannato, come se parlaste d'una galera? Ma non sapete che mentre io potrei vivere con una certa agiatezza senza far nulla, mi alzo col sole per lavorare, e quando tramonta vorrei poterlo fermare come Giosuè per fare almeno un terzo di quello che mi sta qui?

Franc.— Padronissimo lei di fermare il sole, io di maledire il lavoro, spero!

Carlo.— Maledire il lavoro, l'unica cosa che faccia lieta la vita, che ripari la fatalità del nascer poveri, l'unica cosa che facendoci superiori alla materia ed al tempo, ci renda quasi eguali a Dio?! Oh no! È impossibile che egli cacciando il primo uomo dai paradiso terrestre, gli abbia detto: va, ti condanno a lavorare!...(mutando tuono, quasi commosso)No, no; ma va, disgraziato, e lavora, perchè col lavoro solo ti potrai consolare; col lavoro solo ti potrai rifare un paradiso!

Franc.— Senta; io sono venuto qui per offrirle il mio lavoro, ma glielo dico subito, non per discutere intorno a cose che non ci possono trovare d'accordo, e tanto meno poi per sentire delle prediche!

Carlo.— Io non predico, ma quando sento certe ragioni...

Franc.— Buone o cattive, non sono qui per venderle.

Carlo.— E chi vi dice che io voglia comprarle?

Franc.— Ma allora lei non capisce...

Carlo.— Non alzate la voce, che capisco, e capisco più di quello che vorrei.

Franc.— Si spieghi, si spieghi.

Carlo.— Sicuro che mi spiego, e dico che voi sapete senza dubbio il vostro mestiere; ma diportandovi in questo modo date luogo a sospettare che il vizio o l'orgoglio abbiano fatto di voi uno di quegli artigiani che invece di cercare il motivo della loro miseria nella propria condotta, trovano più comodo di accusarne l'ordinamento della società.

Franc.— E sia pur così di me; ma lei non sarebbe per caso uno di quei padroni per cui l'operaio dev'essere uno schiavo senza pensiero e senza diritto, uno strumento che frutta tanto al giorno, e che appena non è più capace si butta fuori?

MATILDEdal fondo con premura.Detti.

Mat.— Francesco, che avvenne?

Franc.— (Mia moglie!...) Nulla! Si discuteva.

Carlo(allo scrittoio). — (Lo chiama discutere lui!)

Mat.— Sulla meccanica?

Carlo.— Sulla meccanica, proprio sulla meccanica!

Mat.— Ah, se è sulla meccanica!.... Scusi, signore. — Senti, Francesco, anche sulla meccanica non lasciarti trasportare, te ne prego; e quanto alla paga accetta pur che sia, almeno per ora...

Franc.(secco). — Non posso.

Mat.— Non puoi? Ma tu non pensi in quale stato si trova la nostra bambina! Non ti parlo di me. Siamo senza tetto, senza robe, senza denari... E poi dove andremo? Io non posso più camminare.

Franc.— Ma alle sue condizioni è impossibile, ti dico.

Mat.— Ah se tu vedessi che brava gente c'è in questa casa! Hanno dato una buona tazza di brodo a me ed a Rosina, e poi hanno voluto ad ogni modo che io la coricassi in un bel lettino, mentre noi si va a cercare alloggio, e la Rosina si è subito addormentata sorridendo, come se fosse in casa sua!

Franc.— Sorridendo?

Mat.— Come se fosse guarita!

Franc.— Guarita!... Se non fosse del mio amor proprio!...

Mat.— Quando si tratta della tua creatura? Ah! lascia fare a me...(si avvicina a Carlo)

Franc.— Che fai?

Mat.— Mi perdoni, signore, se la disturbo e mi faccio troppo ardita; ma io ringrazio Iddio di avermi fatto trovare una famiglia così generosa come la sua.

Franc.— Matilde?

Mat.— E sopratutto sua moglie...(a Francesco)buona e bella, sai.(a Carlo)E lei finisca l'opera; s'accomodi col mio Francesco...(più sottovoce)lo lasci dire; tutto fuoco; ma un cuore così; lo lasci dire, ha tanto sofferto!

Carlo.— (Poveretta!) Siamo così lontani dall'accordarci...

Mat.— Un passo lo fa mio marito, un altro lo faccia lei... e poi lo provi... lo provi, provare non costa nulla; ma se lo prova non lo manda più via. Ho bene il diritto di dirlo io che so quanto ha studiato, quanto è stimato da chi lo conosce... lo hanno fino mandato all'estero!

Franc.— Matilde!

Mat.— Oh bella! Se parlassi di me... ma vuoi ch'io non dica quello che penso di te a colui che deve essere sicuro della tua abilità come della tua onestà? Dagli il tuo libretto. Ah! sicuro che ci hai anche tu i tuoi difetti come le tue sventure, ma sono più le sventure. Non una gliene è andata bene! Fino nella bambina siamo disgraziati! Per debolezza non può camminare... Si vorrebbe tentare la cura del mare vicino... Dàgli il libretto... Ma se non si combina con lei, mai più avremo questa occasione con poca spesa; e allora, lo dica lei che è padre fortunato, quanto si soffrirà a veder sempre sempre la sua creatura così diversa da tutte le altre!(si asciuga gli occhi)Dàgli il libretto!

Carlo(con un movimento di pensata deliberazione, stende la mano). — Qua il libretto.

Franc.— Mi accetta? Sarò degno della sua fiducia; ne sia pur certo!

Carlo.— Nel mio reggimento vi era un soldato che si era fitto in capo di disertare: lo presi con me. A Custoza per salvarmi si è fatto ammazzare... Voi siete forse di quella razza.(dato uno sguardo nel libretto)Francesco Savelli, per ora avrete centocinquanta lire al mese e il dieci per cento sull'economia del carbone. Queste sono cinquanta lire in acconto, che rifonderete in due mesi. Zitti, e presto da Gigi sulla piazza per il quartiere, e poi qui subito che vi presenti ai lavoranti.

Dal fondoEGISTOvestito di bianco con ombrellino.Detti.

Franc.— Ma lasci che la ringrazi!

Mat.— Con tutta l'anima!

Carlo.— No, mi ringrazierete col fatto. Andate, figliuoli, andate.

Mat.— Sì, subito, subito.(a Francesco)Il cuore mi dice che qui cominceremo ad essere felici.

Franc.— E anche questo lo dovrò a te!(corrono via dal fondo, urtando leggermente Egisto)

Egisto(guardandosi una manica). — Non sarà fatto a posta, ma se mi passa accanto un magnano, bisogna che senta il bisogno di fregarsi a me!

Carlo.— Egisto, ho da parlarti.

Egisto.— Se è per suggerirmi il mezzo di annoiarmi un po' meno, parla, davvero non ne posso più... E la noia comincia ad influire sul fisico: stamani a colezione non ho potuto finire un quarto di tacchinotto.

Carlo.— Due cose, mio caro, fanno parere il tempo più breve: avere sottoscritto delle cambiali, e lavorare. Non spaventarti, ti propongo il lavoro; ma un lavoro che non ti stancherà, e che forse ti divertirà. Senti. Tu sai che io ho per massima che l'operaio tanto vale quanto sa e mangia.

Egisto.— Oh! per questo anche chi non è operaio. Quando non posso mangiare o mangio male, sento che non valgo un fico secco.

Carlo.— Or bene, m'è venuta un'idea.

Egisto.— Se fosse venuta a me, non lo crederei; ma a te!... Insomma tu vuoi dar da mangiare ai tuoi operai, impiantare una cucina economica e dare a me l'onorevole incarico di assaggiare il brodo, di tastare il lesso, e di metterci l'odore.(con serietà comica)Carlo, questa missione mi onora; sono profondamente commosso, e accetto... Ma, un momento! Se l'ombra veneranda di Amerigo Vespucci alzasse il capo dalla sua tomba per vedere che fa il suo ultimo rampollo, che cosa direbbe, se potesse parlare, trovandolo in cucina con una cazzeruola di stracotto al pomo d'oro?

Carlo(solennemente). — Io credo che l'ombra veneranda, se potesse parlare, ne mangerebbe! Dunque la tua opinione?

Egisto.— Che opinione? Se non ne ho opinioni io! Se me la compro bell'e fatta e stampata tutte le mattine con un par di soldi!

Carlo.— Insomma contento?

Egisto.— Contentone d'ammazzare qualche ora di noia!

Carlo.— Mi basta. Se viene Faustini, fallo attendere; vado un momento nell'officina, faccio le paghe, e poi consacro alla famiglia tutto il giorno.(via dalla sinistra)

Egisto.— Non è questo di fare il cuoco agli operai l'ideale della mia vita; ma dei no gliene ho detti tanti... E poi sarà sempre meglio far saltare dei fritti in padella che il mio capitale nell'industria!

ANNA,AGNESE, eFAUSTINIdal fondo.Detto.

Agnese.— Mi perdoni; ma negare a Carlo l'intelligenza!...

Faust.— Non nego l'intelligenza; ma dico che non è tagliato a fare l'industriale. Ci vuole altro stomaco! Le sue saranno delle belle teorie; ma senza la pratica, senza vederele cose quali sono davvero, sa che si fa? Si mangia il patrimonio e poi la dote alla moglie.

Agnese.— La dote?

Anna.— Vuol dire che se la mangerebbe se lo potesse.

Faust.— E tutto questo perchè? Perchè lui è uno di quelli che si affibbiano una missione e trovano della poesia in una macchina a vapore!

Egisto.— Io non ci trovo che un puzzo maledetto.

Faust.— Oh! signor cavaliere, scusi, non l'avevo veduto.

Egisto.— E sì che non mi pare d'essere molto trasparente!

Faust.— Beato lei che si gode tranquillamente la sua rendita, senza rompersi il capo e fare il guastamestieri!

Egisto.— Per questo stia sicuro; ma non ci ho merito, sa! A che mi farei un nome io che son nato con quello immortale di Vespucci? Dei quattrini? Mi contento. Guardi, la Provvidenza, che non fa mai nulla senza il suo perchè, ha fatto sì che, nascendo, io fossi già cavaliere, affinchè non avessi da desiderare proprio nulla!

Anna.— Pensi che Carlo voleva ad ogni costo ch'egli spendesse nell'officina il capitale che ha disponibile.

Faust.— Misericordia!

Agnese.— Scusi: tutta quest'officina non regge un'ipoteca da quaranta a sessantamila lire?

Faust.— Io non dico nè si, nè no. Sono anch'io un industriale. Ma, se vuole essere sicuro del fatto suo, se vuole prestarlo ad un buon interesse, con ipoteca di privilegio sopra una fattoria di dodici poderi, venga da me e presto.

Egisto.— L'offerta è rispettabile.

Anna.— Rispettabilissima...(suono di campana)Carlo viene a pagare i suoi operai; venga in sala, potrete parlare ed intendervi anche subito.

Egisto.— Veda, il mio capitale lo darei a Carlo; ma io ho paura di questi uomini irrequieti, ho paura di tutto quello che non è pace e tranquillità.

Agnese.— E ti chiami Egisto!

Egisto.— Ah! se Egisto mi fosse somigliato, lasciava in pace Agamennone, contento di fargli le fusa torte; o alla peggio, se Oreste non stava quieto, lo faceva pigliare daireali carabinieri.(Anna, Faustini ed Egisto escono dalla destra)

Agnese.— Se Faustini ha detto il vero, mia madre m'inganna.

CARLO,CENCIO,MARTINO,GENNARO,BOBI,ORESTE,AMBROGIOeBARTOLOseguiti da molti altri operai, dalla sinistra. QuindiFRANCESCOdal fondo.DETTA.

Carlo(ad Agnese). — Appena finito, sono tuo per tutto il giorno.

Agnese.— Ti aspetto; ma intanto non ti affaticare troppo: pensa anche alla tua salute. Buon giorno, buon giorno.(esce dalla destra salutata dagli operai)

Carlo(aperta la cassa). — Ambrogio Carnevali.(Ambrogio va allo scrittoio, Carlo lo paga)Vi siete rimesso?

Ambr.—Olter che rimesso! L'è stato un ciccino d'indigestione, perchè a tucc i solennità me mandeno de cà quai coss de bon da pacciare, e mi, quando me vedi dinanz quela roba, me par d'essere nel mio paeso, e come se dice in buon tuscano, ghe dò dentro!

Mart.— (Anche lui patisce l'astronomia!)

Carlo.— Restate, ho da parlarvi. Cencio Bandettini, eccovi la vostra paga e quella dei vostri limatori. Sapete che l'osservazione fatta da voi sulla bollitura dei fusti è giustissima?

Cencio.— Sono tanti anni che c'ho la mano!

Carlo.— No, Cencio: siete troppo modesto; voi mi provate di quanto soccorso può essere l'esperienza dell'operaio all'inventore, quando l'operaio è, come voi, attento ed intelligente, ed io ve ne ringrazio. — Gennaro Majella. Voi siete un buon operaio, ma prima delle quattro ricordatevi che non si può cantare.

Genn.—Eccellenza, io non canto, sulfeggio.

Carlo.— Canto o solfeggio, aspettate dopo le quattro.

Genn.—Va buono, aspetterò, eccellenza; ma per me sulfeggiàè come respirà. Nui se nasce e se more cantanno, cioè sulfeggianno. State buono, eccellenza... vi bacio le mani.

Carlo.— Martino Tavella. Queste sono le paghe dei massellatori: questa la vostra.

Mart.— Scusi... ma, con licenza parlando, mi pare che manchino tre lire e mezzo.

Carlo.— Già: per la giornata di lunedì che avete passato a smaltire la sbornia di domenica; e badate che sia l'ultima.

Mart.— Sissignore; ma che vuole, coi fiaschi non si sa mai quello che si è bevuto finchè non sono finiti!

Carlo.— E lui li finisce! — Oreste, perchè piangevi ieri sera?

Oreste.— Non era nulla. (Se parlo ripicchiano!)

Carlo.— Sarà; ma si ricordi cui tocca che se mettere le mani addosso è sempre brutto, battere chi non può difendersi è da vile. Ora un'ultima parola e vi lascio in libertà. Questo è il nuovo capo-fabbrica, signor Francesco Savelli; ubbiditelo, che lo merita, come ubbidite a me stesso.

EGISTOdalla destra.Detti.

Carlo.— Arrivi a proposito. — Non avete mai inteso parlare di certe cucine economiche per cui in alcune grandi officine l'artigiano è sottratto all'avidità degli speculatori? Ebbene, il mio cugino qui presente ha pensato...

Egisto.— Non ho mai pensato a nulla, non penso mai io.

Carlo.— Insomma, non sareste contenti di avere per lo stesso prezzo di poca frutta cattiva un pezzo di buona carne od una scodella di buon brodo?

Genn.—Eccellenza, se fosse un piatto de' maccheroni a' sughillo, passi; ma a' carne!

Mart.—Per mi se fosse un pittin de fainà...

Ambr.—Ah! s'el fudess l'oss büs!...

Cencio.— O un po' di baccalaretto fritto...

Carlo.— Basta, basta; non se ne parli più. Buona festaa tutti; ma mi raccomando, figliuoli, non dimenticate che la peggiore delle ignoranze è l'imprevidenza... m'avete capito. Savelli, io vi lascio in libertà; a domattina.(chiude cassa e registri)

Franc.— Signori, buon giorno.(esce dal fondo seguito da tutti gli operai)

Egisto.— Buon giorno. — Ricusano la mia cucina, gli ingrati!

Carlo.— Il signor Faustini ha fatto la stessa cosa nella sua officina; ma siccome ciò che vende è caro e cattivo, e se non si va da lui, diventa un'ira di Dio, così i miei operai sospettano forse che colla cucina economica mi voglia anch'io ripigliare le paghe. Vedi che cosa vuol dire un cattivo padrone?

Egisto.— Di' piuttosto che il mio istinto non s'inganna mai. Tu vuoi procacciar loro delle buone digestioni, grullo! Quella gente lì bisogna lasciarla com'è!

Carlo.— Abbi pazienza, Egisto; ma sono uomini tutti come te.

Egisto.— Sarà; ma fatti ad immagine di Dio o io solo o loro soli, che proprio tutti è impossibile!

FAUSTINIdalla destra.Detti.

Faust.— Signor cavaliere, eccomi ai suoi ordini.

Carlo.— (In questo momento! Eppure bisogna aver pazienza!) Rimani, Egisto, rimani; con due parole mi sbrigo. Ella mi perdonerà se l'ho fatto venire da me; ma sono stato due volte alla sua officina...

Faust.— Non dica di più; fra di noi non si fanno complimenti.

Carlo.— Io vorrei pregarla di accordarmi la dilazione di un mese alla scadenza delle cambiali.

Egisto.— (Ora capisco perchè mi ha fatto restare).

Faust.— Se ella non può assolutamente pagarmi all'epoca fissata...

Carlo.— No, la posso pagare; ma con troppo disturbo. Io sono occupatissimo nel mandare a termine la commissionedella casa Richard; ma debbo pure prevedere un motivo per cui le macchine non fossero finite o spedite. Mentre il tempo stringe, il caldo soffocante può rallentare il lavoro o togliermi il tempo necessario alla spedizione... Insomma, se mi accorda questa dilazione, mi obbliga assai.

Faust.— (Non sa dove dare il capo!) Io gliela accordo volentieri...

Carlo.— Alle stesse condizioni d'interesse?

Faust.— Alle stesse. Carta, penna e calamaio.

Carlo.— Ecco; s'accomodi. (Respiro!)

Egisto.— (Che l'impresa di Carlo sia migliore di quanto credo?)

Faust.(colla penna in mano). — Ora che ci penso, è curiosa davvero: anch'io voleva chiedere a lei un favore; ma non vorrei la credesse che io voglia dettare delle condizioni.

Carlo.— Sarò anzi lieto di dimostrarle la mia riconoscenza.

Faust.— Allora mi senta. Mi è venuta un'idea.

Egisto.— (A tutti vengono delle idee; a me nessuna).

Faust.— Gli operai, si vede a chiare note, fanno lega contro i principali. Ora io dico: perchè anche noi non la facciamo contro di loro, noi tre, cioè lei, io e Ramaccini?...

Carlo.— Una lega contro gli operai?

Faust.— Accresciamo un pochino l'orario e scemiamo un altro pochino le paghe: due pochini che in fin d'anno voglion fare un bel guadagno. Qualche operaio strillerà, qualche altro se ne andrà; ma quelli che hanno i mezzi di portare via la famiglia sono pochi, e così finiremo per averli tutti quanti a nostra discrezione.

Carlo.— In qualunque altra cosa, ma in questa non posso compiacerla.

Egisto.— (Me lo aspettava, coi suoi principii!)

Faust.— Ma ha compreso bene che non usiamo che d'un diritto di rappresaglia?

Carlo.— Può essere; ma è impossibile che io la approvi.

Faust.— Ah! ricusa e disapprova per giunta? Allora non ne facciamo nulla neanche delle cambiali.

Carlo.— Come?

Faust.— Spero non pretenderà ch'io faccia un favore così grande a chi mi ricusa un favore così da poco!

Carlo.— Ma lei mi ha promesso!...

Faust.— Promesso, promesso, e sia pure, promesso; ebbene? Ora non voglio più. Io me ne rido dei suoi principii e delle sue teorie! Non sono mica un milionario io per avere tante fisime!

Carlo.— Dica piuttosto che lei ha promesso di accordarmi una dilazione dopo di aver indagato in quali ristrettezze io mi trovassi; e quando si è pensato di avermi legato mani e piedi alla sua discrezione, ha creduto di potermi far speculare sulla carne umana, sulla miseria! Ma che cosa ha trovato nella mia vita o sulla mia faccia che possa averlo incoraggiato a farmi una tale proposta?

Faust.— Se poi la piglia su questo tuono, caro lei...

Carlo.— Oh basta con questo caro! Faccio di cappello a tutti, ma non accordo la mia amicizia che alle persone provate che mi stanno pari nei sentimenti.

Faust.— Ed io non sono suo pari? Chi è lei alla fin fine? Oh mi faccia il piacere, il signor cavaliere della democrazia!

Carlo.— Si, democratico con tutti quelli che valgono quanto me, a qualunque classe appartengano; ma con lei che mi propone un atto vergognoso, rammento, non che ci separa la nascita e lo studio, ma quell'abisso che separa gli uomini pari suoi dall'uomo onesto!

Egisto.— Carlo...

Faust.— Così tratta il suo creditore?

Carlo.— Ringrazi che questa è casa mia e se ne vada prima che dica peggio.

Faust.— Casa sua? Ah! ah!

Carlo.— Che cosa vuol dire?

AGNESEedANNAdalla destra.Detti.

Faust.(sulla soglia della porta in fondo). — Che finchè non mi ha pagato, questa è più casa mia che sua!

Carlo.— Questo è troppo!

Faust.— La rivedrò, signor cavaliere, ma meno orgoglioso!...(esce dal fondo)

Carlo.— Vigliacco! — Ieri operaio, oggi si vale della fortuna per schiacciare i suoi compagni di lavoro!

Anna.— Basta, basta! Se rimanessi ancora un minuto, sarei troppo colpevole. Agnese, preparati subito a partire con me.

Carlo.— Mia moglie? Ah questo poi no!

Anna.— Dopo di averla condannata a fare una vita indegna, la vuoi anche uccidere con cotesto scenate?

Carlo.— Egisto, portala via, portala via!

Egisto.— Ma se ha ragione! Che è una vita questa?

Carlo.— Perchè non vai anche tu? Perchè ci sei venuto?

Egisto.— Perchè speravo che le prime lezioni ti giovassero.

Carlo.— No, che non è così. Tu sei venuto qui con lei per farmi quella guerra muta, continua, implacabile, che è l'ostacolo più doloroso che io abbia incontrato nella mia vita; perchè la vostra cortesia viene dalle labbra e non dal cuore; perchè voi non sentite entusiasmo per nessuna cosa, per quanto possa esser bella e generosa; perchè in te, come in lei, tutto si riassume in una parola: egoismo; ma il peggio degli egoismi, l'egoismo gretto, beffardo, pedante!

Egisto.— Pedante? Andiamo via subito, o mi coglie un accidente!

Anna.— Sicuro che andiamo... Su, Agnese.

Agnese.— Carlo, per nostro figlio, se non per me, cedi!

Carlo.— No, no e no; non cederò che morto!

Anna.— Cederà quando non sarà più in tempo, come suo padre!

Carlo.— E sarò anch'io vittima del lavoro, ma non avrò ceduto!

Anna.— Ma che vittima del lavoro, vittima del fallimento, della disperazione...

Agnese.— Non è vero! non è vero!

Anna(seguitando). — Me lo disse lui spirando!

Carlo.— Mio padre!(cade sopra una sedia singhiozzando)

Agnese.— Crudeli!

Egisto.— Sì, ma lo ha voluto.

Anna(ad Agnese, mentre trae con sè Egisto, sottovoce). — O in questo istante, o mai più.

Egisto.— (Un'altra di queste scene, e altro che pedante... sono addirittura morto!)(esce con Anna dalla destra)

Carlo.— Mio padre! Mio padre!

Agnese.— Non fare così, Carlo, te ne scongiuro!

Carlo.— No, non resisterò a questo colpo! Il modello della mia vita, la memoria più soave ed illibata, ad una sola parola spariscono nell'orrore di un delitto!

Agnese.— Carlo, calmati... Vedi, io temo che il tuo carattere istesso ti faccia ingiusto... Tu non sai per quali strette passò il suo, prima di cedere...

Carlo.— Suicida mio padre!

Agnese.— Perdonami; ma tu non lo devi giudicare, povero vecchio! Non sai se gli ostacoli con cui ha dovuto lottare non erano anche più grandi di quelli che tu combatti!

Carlo.— Ma suicida, lui! Tutto il mio coraggio si sente disarmato: sparito il faro, a che lottare colla tempesta!

Agnese.— Come? Tu che sai dov'è il male, tu che puoi rimediarvi, ti avvilisci e stai per cedere atterrito? Ma ciò sarebbe dar ragione ai pusillanimi ed a quelli che odiano, e torto a quelli che amano! Sarebbe la condanna spietata di tuo padre che amò forse morire, non per viltà di chi fugge, oh no! egli non sarebbe stato tuo padre! ma per lasciare a te, giovine, coraggioso, intelligente, quel còmpito che era divenuto troppo superiore alle forze di un povero vecchio spossato e senza conforti di famiglia... Sai che cosa diceva a mia madre nella sua ora suprema? Non dirlo a Carlo; egli forse non mi comprenderebbe e non avrebbe più fede! E tu saresti ingiusto colla sua memoria?... No, Carlo, non sia mai così! Coraggio! Avanti sempre!

Carlo.— Agnese, tu non mi hai mai parlato in questo modo...

Agnese.— È vero; ma io ti ho visto soffrire ed ho sentito che per me era un dovere ed una consolazione lasciar parlare il cuore, e l'ho lasciato parlare...

Carlo.— Dunque, se io non mi dessi per vinto, tu non mi abbandoneresti?

Agnese.— Abbandonarti? Ma se non mi sono mai sentita tanto felice d'esserti moglie come in questo momento!

Carlo.— Ah! grazie, Agnese, grazie di queste tue parole che ridestano tutto il mio valore! Se Faustini vuole opprimermi, se i parenti mi negano soccorso, ebbene, mi salveranno i miei lavoranti!

EGISTO, da viaggio, con due sacche, e poi subitoANNA, col cappello, dalla destra.Detti.

Egisto.— Pst.. Lo hai deciso?

Agnese.— Sì, è deciso!

Carlo.— Più che mai!

Egisto(ad Anna che entra). — È deciso, sai; partiamo tutti...

Anna.— Finalmente!

Agnese.— Noi due restiamo.

Anna.— Ah!

Egisto(lasciando cadere le sacche). — Domicilio coatto a perpetuità!!

FINE DELL'ATTO SECONDO.


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