Erano quattro anni che vivevano insieme il vecchio ed il fanciullo. La madre di Carlo era morta nel giorno stesso della sua nascita. Tre anni dopo, il padre, che lavorava da muratore, era caduto da un ponte e s'era ucciso. Il bimbo era rimasto col nonno paterno, il solo parente che avesse.
Abitava una camera terrena fuori di porta Garibaldi.
Andrea era nato contadino, e non sapeva adattarsi a vivere in città, ad unpiano alto, in una stanza chiusa; aveva bisogno del pian terreno che aprisse sul cortile, con qualche albero in vista, e l'aria aperta.
La mattina uscivano assieme, e, dopo un breve tratto, si separavano. Carlo andava alla scuola; Andrea entrava in città e si recava all'officina.
Non si rivedevano più fino alla sera.
La giornata del nonno finiva assai più tardi della scuola, e Carlo era sempre il primo a tornare.
Era un fanciullo un po' viziato dall'amore esclusivo del nonno, e non si trovava bene che con lui; cogli altri era selvatico; non entrava mai nelle case dei vicini, i quali, del resto, erano gente occupata e povera, che non badava a lui.
Quelle ore d'aspettativa dopo la scuola le passava solo, in casa o nel cortile, baloccandosi come poteva.
Poi giungeva il nonno col passo lento d'una persona stanca.
Poteva aver sessant'anni al più; ma, passati al fuoco della fucina, maneggiando un martello che, ad ogni colpo, strappa un ruggito dal petto dell'operaio, sessant'anni contano molto, e sono quasi l'estremo limite della vecchiezza.
Fin allora però Andrea resisteva bene alla fatica, e quando Carlo gli correva incontro nel cortile, e lo accompagnava in casa saltellandogli intorno e dicendogli che aveva fame, si rallegrava tutto, e non sentiva più la stanchezza.
Preparava la minestra lentamente per lasciare al bambino l'illusione di aiutarlo colle sue manine inesperte; poi sedeva sullo scalino del focolare, si prendeva il bimbo fra le ginocchia, e, con un cucchiaio ciascuno, mangiavano nella medesima scodella.
Era il momento più bello della loro giornata. Facevano a chi prendeva più cucchiaiate, ed il ragazzo rideva tanto di quel gioco, che s'imbrodolava tutto e comunicava al vecchio la sua ilarità.
Carlo raccontava gloriosamente i progressi che faceva alla scuola.
— Studio l'abaco. Sai quanto fanno due per due? E tre per tre?
Poi faceva dei disegni per l'avvenire:
— Farò il soldato di cavalleria, e ti condurrò a spasso a cavallo.
Il nonno ascoltava quelle ciarle con compiacenza d'amore, senza badare al tempo che passava.
Sovente il bambino gli si addormentava tra le braccia chiacchierando.
Allora il vecchio operaio lo portava sul letto, lo svestiva pian piano con una delicatezza da donna per non risvegliarlo, poi fumava la sua pipa in silenzio, e si coricava senza più uscir di casa.
Dacchè gli era toccata quell'eredità d'affetto, non aveva più messo piede in un'osteria; non aveva più fatto una partita alla morra. Si era isolato completamente nell'adorazione del suo figliolo. Vivevano l'uno per l'altro, si bastavano, si rendevano felici a vicenda.
Sovente, nelle ore solitarie della sera, Andrea pensava all'avvenire, ai suoi sessant'anni vicini, all'infanzia acerba di quel fanciullo che gli dormiva accanto; e tremava, calcolando il poco tempo che gli rimaneva ancora da lavorare, e forse da vivere.
E poi?
Ma si sentiva forte, ed aveva un gran desiderio di resistere finchè il bimbo potesse aiutarsi da sè; e finiva sempre col dire: «Sarà quel che Dio vorrà.» E tirava innanzi, felice di quel grande affetto che gli ringiovaniva il cuore.
Verso la metà di dicembre Carlo cominciò a non parlar più d'altro che del Natale. Andrea, tornando dal lavoro, lo vedeva far capolino dall'uscio socchiuso, col visino roseo pel freddo, cogli occhi lucenti dalla gioia.
Aspettava il nonno, ansioso di parlare, e gli si precipitava incontro, cominciando a discorrere tutto ansimante prima d'essere a portata della voce.
— I ragazzi della scuola mettono la scarpa sotto il focolare la notte di Natale, ed il Bambino scende giù dal camino tutto vestito d'oro, con un gran paniere d'oro pieno di strenne. Metteremo anche noi, nevvero, le scarpe sotto il focolare? Ma soltanto le mie, perchè ai nonni il Bambino non porta nulla.
Da qualche giorno Andrea aveva tutte le membra infreddolite, e tossiva. Ma, alla vista del bimbo tutto vispo e contento, si rianimava, parlava anche lui della strenna di ceppo, per informarsi dei desiderii di Carlo ed appagarli poi; almeno nel limite del possibile, perchè l'immaginazione del fanciullo faceva certi voli da mettere in pensiero anche un nonno milionario.
Sognava una carozzona con due cavalli vivi; una barca grande, da poterla metterla sul Naviglio ed andarci dentro...
Però, quando il nonno, per condurlo ad idee più pratiche, gli parlava di cavallini di legno, di soldatini di piombo, il bimbo si esaltava ugualmente per quelle inezie come pei suoi grandiosi castelli in aria.
Organizzavano il programma della loro festa di Natale, ed il pranzo, che ilfanciullo doveva combinare, per metterci tutte le cose che gli piacevano meglio. Ogni giorno pensava una nuova lista di piatti insensati, che il nonno approvava sempre.
Ma l'infreddatura d'Andrea, invece di guarire, andava peggiorando, gli toglieva l'appetito ed il sonno, lo prostrava. Carlo non capiva gran cosa, ma soffriva di vedere il suo vecchio a quel modo, e di mangiar solo.
Una sera era tornato dalla scuola eccitatissimo per le belle cose che aveva vedute nelle botteghe dei pasticcieri e dei salumai; era più chiacchierino del solito, e redigeva unmenudi pranzo per Natale, in cui entravano un gran maiale intero con dei fiocchi rossi sul muso e sulla coda, un pasticcio fatto come il Duomo, e tutte le sontuosità che i bottegai mettono in mostra per tentare i ricchi.
Andrea si dava da fare intorno alla pentola per nascondere le lacrime copiose che gli piovevano dagli occhi.
Quel giorno appunto, aveva cominciato a sentire al fianco destro un dolore pungente, che era andato aumentando d'ora in ora.
Si contorceva, si mordeva le labbra per non gridare; ma lo spasimo era tale che lo faceva piangere.
Vi sono azioni eroiche, scritte nelle storie, che non hanno costate le sofferenze inaudite, i prodigi di coraggio, che costò ad Andrea la cucinatura di quella minestra.
Sperava di resistere finchè il bambino si fosse addormentato. Ma quando si accostò alla tavola per versare il riso nella scodella, quello sforzo lieve gli strappò un grido di dolore.
Carlo era già meravigliato del suosilenzio, fu sbalordito addirittura da quel grido, e sopratutto dalle lacrime che gonfiavano gli occhi del vecchio.
Non aveva mai visto piangere un adulto, rimase impaurito.
Il nonno gli appariva così differente dal solito, ed il dolore ha sempre in sè qualche cosa di tanto solenne, che il fanciullo si sentì preso da una soggezione tutta nuova. Non osava parlare: guardava timidamente il suo vecchio compagno, e non gli reggeva l'anima di mettersi a mangiare.
Finalmente il male si fece così violento che il pover'uomo si buttò attraverso il letto, gemendo:
— Ah, non ne posso più. Chiama qualcuno.
Carlo uscì tutto tremante ed andò a bussare all'uscio della stanza vicina. Fece un grande sforzo, per rivolgere la parolaa quella gente che gli metteva soggezione.
— Il nonno sta male; piange.
— Che cos'ha? domandò la Margherita.
Ma Carlo era già scomparso.
Ella corse nella stanza d'Andrea, gli rivolse due o tre domande, a cui il vecchio potè rispondere soltanto con un gemito, poi ordinò a suo marito d'andare in cerca del medico.
Era una buona donna, ma ciarlona, e molto rozza. Mentre applicava dei pannicelli caldi alla parte indolorita dell'infermo, borbottava:
— È in causa di quel ragazzo che vi siete maltrattato così. Vi logorate la vita per fargli fare il signore.
E volgendosi a Carlo gli gridava:
— Vedi? È per colpa tua che il nonno è malato. Purchè tu abbia da mangiaree da bere, eh? E che il povero vecchio s'ammazzi al lavoro, non importa...
Carlo si stizziva dell'ingiustizia di quei rimproveri. Non capiva che colpa avesse lui di quella malattia del vecchio. Ne era invece molto crucciato, e non aveva fatto nulla di cui il nonno avesse dovuto rimproverarlo. Cercava di connettere l'idea del suo mangiare e bere, coll'ammazzarsi dell'altro al lavoro; ma non gli riusciva. Guardò la sua minestra intatta, e disse come per giustificarsi:
— Non ho neppure mangiato io.
— Ecco, i ragazzi non pensano che a mangiare; ma c'è altro a fare ora, che dar da mangiare a te; ribattè la Margherita, prendendo quella scusa per una insinuazione.
E tirò via a dire, che i bambini sono tutti egoisti: «e poi, che costrutto sicava dai sacrifici che si fanno per loro? Dell'ingratitudine; appena mettono i primi peli al mento si guardano intorno a cercar moglie, ed i poveri vecchi...
Era il caso d'un suo figliolo, che le aveva tolte le illusioni materne, ed essa lo rimproverava a tutti i ragazzi, ne faceva una regola sconsolante, per sfogare la sua pena in qualche modo.
Il medico trovò che il male era grave; si trattava d'una pleurite acuta, ed era urgente di trasportare il malato all'ospedale la sera stessa.
Quando Carlo vide sollevare di peso il suo nonno, e metterlo nella portantina, dopo quanto aveva detto la Margherita pensò che fosse una risoluzione sua di allontanare il vecchio da lui, e la accusò d'ingiustizia e di crudeltà.
Quella notte, solo nel letto in cui aveva sempre dormito col suo vecchio parente,ebbe dei sogni agitati. I vicini, dalla stanza accanto, lo udirono singhiozzare nel sonno, e la Margherita dichiarò che bisognava dargli sulla voce, perchè non avesse a far scene che finirebbero per farlo ammalare anche lui.
Ed il mattino entrò presto a pigliarlo, lo tirò per forza in casa sua, mezzo vestito e mezzo da vestire, e lo buttò a sedere dinanzi ad una scodella di polenta.
L'intenzione era benevola; ma Carlo era troppo bimbo per poterla indovinare sotto l'asprezza dei modi.
Il nonno l'aveva abituato ad esser trattato con amore, ad essere considerato come un amico. Qualunque cosa egli avesse detta, era sempre ascoltata con deferenza.
La noncuranza apparente della Margherita, la privazione di ogni carezzagli riescivano dolorose come un maltrattamento; ed aggiunte al rancore profondo che le serbava per avergli portato via il nonno, gli rendevano uggiosa la compagnia di quella donna, ed insopportabile la vita presso di lei.
Cominciavano appunto quel giorno le vacanze di Natale: non poteva neppure andar a scuola; non sapeva dove stare. Usciva dalla sua stanza nel cortile, poi rientrava e tornava ad uscire, muto, imbronciato, intrattabile.
Ogni tanto piagnucolava:
— Voglio andare dal nonno.
— Ci si andrà domenica, gli rispose finalmente la Margherita, e profittò di quel discorso avviato, per tirar via a dirgli: che il nonno avrebbe dovuto viziarlo meno, ed insegnargli ad esser un po' più riconoscente verso i vicini di casa che gli facevano del bene...
— Quand'è domenica? tornò a domandare il bimbo senza darle retta.
— Doman l'altro.
Carlo non aveva idea esatta del tempo; il giorno dopo appena svegliato disse:
— È domenica?
— No; t'ho detto doman l'altro. Se fosse stato oggi, avrei detto domani, rispose la Margherita con tuono cattedratico.
— Quand'è doman l'altro? insistè Carlo.
— Domani.
Carlo passò un'altra giornata, triste, malcontento, capriccioso. Mangiò in silenzio, si lasciò sgridare senza rispondere, piagnucolò senza motivo; e la mattina seguente, prima che la Margherita entrasse nella sua camera, ne uscì vestito alla peggio, abbottonato asghembo, e disse colla fronte accigliata:
— Oggi è doman l'altro: voglio andare dal nonno.
Per tutta la strada camminò innanzi, voltandosi appena ad ogni cantonata come per domandare da che parte dovesse dirigersi, poi tirando via daccapo frettoloso e muto.
Voleva essere il primo a rivedere il nonno; gli dava noia che la Margherita entrasse con lui; gli tardava di parlargli da solo, di sedergli sulle ginocchia, di dirgli tutto quello che aveva sul cuore.
Si figurava di trovarlo in una bella stanza, sano ed allegro com'era stato sempre. Gli avevano detto che all'ospedale lo farebbero guarire, ed egli lo aveva creduto. Non s'era rassegnato che a quella condizione.
Invece entrando, vide una corsia lunga lunga, con un altare in fondo come una chiesa, ed una sfilata di letti, quasi tutti occupati da figure macilente con un berrettobianco; vide le monache con quella vestitura stravagante, che passavano, come ombre, di letto in letto, parlando piano, e fermandosi appena; udì quel rumore triste di tossi, di rantoli, di scodelle urtate, di lamenti, ripercosso dalle vôlte immense; ed ebbe paura.
Si voltò severamente alla Margherita e le domandò: «Dov'è il nonno?» coll'accento che deve aver avuto il signore domandando a Caino: «Dov'è Abele?»
— Numero trentanove, rispose tranquillamente la donna; ed accennò ai numeri sovrapposti ai letti.
— È in letto? domandò Carlo stupito.
— Sicuro; dove vuoi che sia?
— Allora non l'hanno fatto guarire, avete detto la bugia, ribattè il bimbo più severo che mai.
E, vinto il primo sgomento, s'affrettò innanzi solo per trovare il nonno da sè.
Fu invece Andrea che vide lui, e pregò una suora, che aveva accanto, di chiamare il fanciullo.
— Vieni; disse suor Maria facendosi incontro a Carlo, il tuo nonno è là. E gli porse la mano. Egli prese il giro un po' largo per iscansarla, e corse al letto indicato.
Il vecchio fissava con passione su lui i suoi occhi tristi da moribondo, e susurrava: — Oh, Carlo! Oh, povero Carletto!
Carlo, ammutolito da quella scena di dolore inaspettata, cercò d'aggrapparsi alle coperte per alzarsi un poco verso il nonno, ma non potè riescirvi. Guardò la suora che gli era venuta dietro. Era una donna matura, delicata ed invecchiata anzi tempo.
Carlo era avvezzo alle rughe. La vecchiaia d'Andrea era stata la sua protettrice, la sua compagna; s'era piegata alle sue voglie, aveva giocato con lui, l'aveva amato e reso felice. Ed egli amava i volti vecchi; gl'inspiravano confidenza.
Diede una strappatina all'abito della monaca e le disse accennando al malato:
— Non ci arrivo; è alto.
Suor Maria lo sollevò tra le braccia, e si pose e sedere accanto al letto, tenendosi il fanciullo inginocchiato in grembo. Così Carlo si trovò volto a volto col vecchio, che sporse la mano scarna e gli accarezzò la guancia ed i capelli ripetendo:
— Povero Carlo! Che il Signore abbia pietà di te povero figliolo!
Carlo guardava cogli occhi sbarrati senza trovar nulla da dire.
Gli entrava nel cuore un sentimento nuovo pel suo nonno. Gli pareva di dover fare il segno della croce davanti a lui, e parlare sommesso come in chiesa. Lo invadeva il primo senso di dolore, e gli dava un'aria smarrita.
Stettero un pezzo in silenzio, uno accanto all'altro; poi la monaca, vedendo che non dicevano nulla e soffrivano, e che le ciarle della Margherita, a cui nessuno dava retta, stordivano il malato, volle abbreviare quella vista e disse a Carlo.
— Via, dai un bacio al nonno, e poi vai a casa a pregare per lui, che possa guarir presto.
Il vecchio sporse avidamente la faccia per ricevere quel bacio, ed il fanciullo se gli strinse accanto, nascose il volto sulla spalla di lui, e sfogò in un pianto convulso la passione dolorosa ed ignota che gli gonfiava il cuore.
Suor Maria lo tolse di là, e tenendolo per mano, lo ricondusse fin in fondo alla corsia dicendogli delle parole carezzevoli e consolanti:
— Il nonno sarebbe presto tornato a casa; Gesù Bambino l'avrebbe fatto guarire, per fargli passare un bel Natale col suo nipotino...
Poi alla porta, mentre aspettava la Margherita, a cui il malato aveva accennato di voler parlare, si accoccolò, si strinse il bimbo tra le braccia, e lo baciò sulle due guancie.
Erano i primi baci di donna su quel volto di fanciullo. Due ore prima, nella sua timidezza selvatica, egli se ne sarebbe scansato rozzamente. Ma, in quella disposizione d'animo penosa, nell'abbandono che lo impauriva, sentiva il bisogno di attaccarsi a qualcheduno, ed apprezzò tutta la dolcezza di quell'atto.
Lungo la strada del ritorno, e nella lenta giornata solitaria, rammentò spesso quella monaca buona e desiderò d'averla accanto invece della Margherita.
Questa descriveva diffusamente agli altri vicini del casamento la magrezza del povero Andrea, gli occhi infossati nell'orbita, il naso assottigliato, che, secondo lei, era un segno di malaugurio; e Carlo, al cui sguardo inesperto quei particolari erano sfuggiti, se ne risentiva internamente contro quella donna come se li cagionasse lei.
E, tra per questo, tra pel confronto che faceva tra lei e suor Maria, sentiva farsi più forte l'antipatia che aveva risentita dapprincipio per la vicina. Tratto tratto domandava:
— Quanti giorni mancano al Natale?
Non era più la strenna, nè il pranzo, nè la festa che sospirava; era il ritornodel nonno che la monaca gli aveva promesso, era il termine di quella esistenza che gli diveniva ogni giorno più uggiosa.
Quando gli dissero: «mancano soltanto due giorni» provò una grande gioia.
Gli pareva d'essere stato tanto a lungo solo in casa della Margherita, e quel tempo che si esprimeva con quelle brevi parole,due giorni, doveva essere così poco al paragone...
Ma suor Maria gli aveva raccomandato di pregare pel nonno; e, con quel malumore che lo invadeva, egli non aveva pregato punto.
Bisognava pensare a riparare quella mancanza che gli rimordeva la giovine coscienza.
Quella notte sognò la chiesa, l'altare illuminato, i canti alti della benedizione;e la mattina i vicini non lo trovarono più nel suo letto; la camera era deserta.
— È un piccolo vagabondo, disse la Margherita. Sarà andato a giocare coi monelli. Quando avrà fame tornerà.
In fondo ne era dispiacente ed inquieta: soltanto, invece di dimostrarlo con rimpianti, il suo carattere aspro si sfogava con rimproveri e male grazie.
Passò l'ora della colazione, poi quella del pranzo; si fece buio, ed il fanciullo non si rivide.
La Margherita e suo marito lo ricercarono per tutto il casamento, lungo la contrada; ne domandarono a tutti, lo aspettarono fino a tarda sera, poi lasciarono l'uscio della sua stanza aperto tutta la notte, ed un lume acceso, perchè potesse rientrare senza aver paura.
Ma Carlo non rientrò.
La vigilia del Natale verso il mezzodì una carrozza si fermò all'ingresso del cortile.
— È quel vagabondo di Carlo, disse la Margherita correndo fuori con premura.
Ma tosto soggiunse, come per nascondere il sentimento buono che le faceva provare una vera consolazione pel ritorno del fanciullo:
— Ecco, me lo riconducono. Il mal seme non si perde mai. E si compose un viso arcigno mentre si affrettava verso la carrozza.
Ma ne discese soltanto una suora di carità.
Invece di ricondurre il bimbo veniva a cercarlo.
Andrea era in fin di vita, e desiderava vederlo prima di morire.
La Margherita si senti mancar il cuore a quella notizia; e, nel malcontento della delusione provata, disse brutalmente:
— A quest'ora, pensa al suo nonno come alle prime scarpette che ha portate. È fuggito ieri per andare a far il chiasso fuori, e non è più tornato nè per mangiare nè per dormire.
E ricominciò a battere i dintorni in cerca del fanciullo, mentre la carrozza s'allontanava.
Suor Maria s'era fatta monaca a ventisette anni nello scoraggiamento d'un disinganno d'amore, che aveva troncati dei disegni d'avvenire lungamente vagheggiati.
Oltre al dolore della delusione sofferta, aveva contribuito molto a farle prenderequella risoluzione, l'idea di sfuggire ai commenti della gente, a cui s'era presentata per molti anni come fidanzata; e fors'anche una speranza segreta di commuovere l'amante infedele.
Non per nulla aveva scelto l'ordine delle Suore di carità, dove i voti sono annuali.
Ma quando, dopo meno d'un anno, ammogliandosi prosaicamente con una vedova ricca, quell'uomo tolse alla povera giovine l'ultima illusione, che mettendo un po' di poesia nel sacrifizio, l'aiutava a sopportarlo, ella ne sentì tutto il peso, e rimpianse amaramente le gioie dell'amore e della maternità alle quali aveva rinunciato.
Era troppo dignitosa per uscire dal convento,in cerca d'un altro sposo, come non avrebbero mancato di dire i malevoli.
Ma vi rimase senza passione e senza convinzione.
Il bene, che faceva per vero sentimento di carità, avrebbe preferito farlo senza quella messa in iscena di regolamenti e di costume, e sopratutto senza quella privazione d'ogni affetto durevole, che la isolava e le assiderava il cuore.
La sua anima appassionata prendeva a ben volere tutti gli infermi, tutti i trovatelli abbandonati.
Poi, gli infermi che la morte risparmiava, se ne andavano, e non li rivedeva più.
I trovatelli venivano reclamati dai parenti, da una nutrice, da un primo venuto, che ne aveva bisogno per farsi servire, ed essi pure se ne andavano, e non li rivedeva più. Tutti i suoi affetti erano troncati, e la monaca rimaneva sempre sola.
Intanto gli anni passavano, ed a misura che cresceva in età, suor Maria trovava più gravosa quella vita di soggezione; anche la sua salute s'era alterata in quella reclusione continua, nell'aria malsana degli ospedali.
Più volte i medici l'avevano consigliata a svestire l'abito religioso per tornare ad un'esistenza più confacente alla sua salute delicata.
Suo padre, morendo, le aveva lasciata una rendita sufficiente pe' suoi bisogni. Allora era già lontano il tempo in cui si sarebbe potuto supporre che uscisse dal conventoper la smania di pigliar marito. Non era più giovine, ed il mondo non si curava più di lei.
Eppure d'anno in anno differiva quella risoluzione.
Era una di quelle anime amorose, che hanno bisogno di vivere per qualcheduno,di sacrificarsi. Vivere per sè stessa, le sembrava l'ultima espressione dell'egoismo, e, malgrado le esigenze della sua salute, se ne sarebbe vergognata.
— Qui almeno sono utile a qualcheduno, pensava. Se proprio mi sentirò incapace di resistere, uscirò dal convento; ma finchè posso...
Ed a forza di tirare innanzi, di girar gli ospedali, se n'era fatta un'abitudine, quasi una necessità; e sebbene non avesse rinunciato al disegno di rifarsi laica, nessuno ci credeva più; era piuttosto un'idea vaga, un sogno destinato a rimaner sempre sogno, per consolarla dell'aridità della sua vita reale.
Aveva quarantacinque anni quando Carlo l'aveva conosciuta quella domenica. La mattina il medico le aveva detto:
— Il numero trentanove va male; ne avrà per un paio di giorni al più.
La monaca era corsa presso Andrea, e s'era commossa profondamente della desolazione che turbava le ultime ore di quel vecchio, al pensiero dell'abbandono in cui lasciava un bambino.
Lei pure aveva aspettato con ansietà il fanciullo, e mentre l'aveva tenuto sulle ginocchia, e ne aveva sentito scotere le fragili membra nella convulsione del pianto, aveva pensato come il vecchio:
— Cosa sarà di lui?
Più tardi tornò, sola e pensosa, al letto del moribondo e gli susurrò dolcemente:
— Quel bimbo è vostro nipote?
Il vecchio chinò più volte il capo in atto di sconforto, come per dire:
— Pur troppo!
— Non ha nessun parente? domandò ancora la monaca.
— Solo al mondo! sospirò l'infermocon accento disperato; ed i suoi poveri occhi spenti si velarono di lagrime.
Quel giorno Suor Maria fu impensierita e distratta.
Più volte traversò la corsia senza scopo, e, nell'oratorio, invece di recitare le solite preghiere, rimase assorta in riflessioni profonde, e tratto tratto fu udita sospirare:
— Sono quasi vecchia... Ma! Ma! Cosa fare?...
Pensava al mondo cui aveva desiderato di tornare, e le pareva che fosse un deserto.
Si hanno dei parenti, degli amici; ma col tempo i vecchi muoiono, i giovani si disperdono.
Uno che tornasse dopo tanti anni sarebbe isolato...
Guardava i pochi mobili della sua cella, il letto, il crocifisso, l'inginocchiatoio,e si sentiva presa da una profonda tenerezza per quegli oggetti rozzi e logori.
Un medico, attribuendo quell'eccitamento al suo malessere, la fermò mentre traversava la corsia, e le disse, toccando leggermente la sua larga cuffia insaldata:
— Dovete risolvervi a lasciar lacornetta, Suor Maria, se volete star bene.
— Oh se fosse per me sola, a questa ora non ci penserei più, sospirò la suora. Ma, cosa fare?
Quando Andrea la fece chiamare, per pregarla di condurgli ancora una volta il bambino prima che morisse, Suor Maria rimase un pezzo immobile a guardare il moribondo, come combattuta fra due pensieri; poi si avviò lentamente senza rispondere.
Ma dopo pochi passi si fermò, tornò risolutamente indietro, e disse:
— Mettete l'anima in pace, pover'uomo; al vostro bimbo ci penserò io; uscirò dal convento, e lo terrò con me; siete contento?
Andrea strinse le mani congiunte, come in atto di adorazione; poi, nell'impeto della riconoscenza, riuscì a piegare il capo verso la sponda del letto, dove la monaca posava una mano, e la baciò, lasciandola bagnata di lagrime.
Suor Maria uscì subito in carrozza per condurre il fanciullo al suo vecchio parente; ma Carlo era fuggito, e quando la suora tornò all'ospedale con quella nuova disperante, Andrea era morto.
— Meglio così! sospirò la monaca. Dio gli ha risparmiato l'ultimo dolore.
Poi chiuse pietosamente gli occhi del morto, e gli coprì il volto col lenzuolo, pensando a quel bambino che errava abbandonato, con un gran cruccio sul cuore.
Quella mattina che era uscito solo dalla sua casa, Carlo, dopo aver dette e ripetute nella chiesa parrocchiale tutte le preghiere che sapeva, s'avviò per la strada di Circonvallazione, ruminando i suoi rancori contro la Margherita.
Se avesse potuto non tornar più in casa se non quando ci tornerebbe il nonno!
Gli avevano detto la sera innanzi che mancavano due giorni a Natale. Si studiava di calcolare quanto poteva esserci di meno dopo quella notte trascorsa. Ad ogni modo poteva esser poco; e pensava:
— Appena sarà Natale andrò all'ospedale a prendere il nonno. La monaca ha detto che il Bambino lo farà guarire.Torneremo a casa insieme, faremo il nostro pranzo, e saremo contenti come prima.
Ma intanto cominciava ad aver fame, e, malgrado la sua ostilità contro la Margherita, la buona scodella di polenta che doveva esserci sulla tavola a quell'ora, lo consigliava a tornare verso casa.
Era appunto in quella perplessità, quando si sentì urtare, e riconobbe un suo compagno, che aveva frequentata la scuola in novembre, e poi era scomparso.
— Perchè non vieni più a scuola? domandò Carlo.
— Siamo andati ad abitare fuori di Porta Romana, e vado alle scuole di laggiù.
Carlo gli narrò i casi suoi, ed il suo desiderio di non restituirsi a domicilio prima di Natale, per aspettare il nonno.
— Non so dove stare intanto, concluse un po' scoraggiato.
— Vieni a casa mia, propose ospitalmente il compagno. Mio padre lavora fuori di Milano, e torna a casa soltanto la sera del sabato. Domani sera verrà perchè è la vigilia di Natale; ma oggi non c'è.
— E la tua mamma? domandò Carlo, a cui la Margherita aveva destato in cuore una grande paura delle massaie.
— La mia mamma va a servire in città, e sta fuori anche lei tutto il giorno.
— Ma io ho fame; osservò il piccolo fuggiasco impensierito.
— Quando saremo a casa ti darò metà della mia colazione: poi giocheremo tutto il giorno, e vedremo passare iltram, e andremo alla Certosa di Chiaravalle, dove si sale sul campanile per una scaletta in aria, che fa paura, ed è facile cader giù...
Carlo seguì il compagno, sedotto daquella prospettiva; ed i fanciulli passarono delle buone ore insieme.
Ma quando cominciò a farsi buio, si trovarono imbarazzati. La mamma stava per tornare, e pare che non fosse molto indulgente, perchè il suo figliolo si metteva in grave pensiero.
— Se ti vede qui mi sgrida; diceva.
D'altra parte Carlo, dopo essere stato assente tutta la giornata, si sentiva meno disposto che mai a riaffrontare solo la Margherita: e le strade buie gli mettevano paura.
A lungo pensare, il suo ospite trovò un ripiego: in fondo al casamento c'era un piccolo fienile.
— Dormirai nel fieno, disse a Carlo. È bello, sai! Ora ti rimpiatti lassù; ed appena avrò la mia minestra, salirò anch'io e mangeremo insieme. La mamma non s'accorgerà di nulla.
La cosa andò benissimo. Carlo s'addormentò, o quasi, prima che il suo compagno lo lasciasse, e tirò via a dormire fino al mattino. L'altro, che si divertiva di quella novità d'aver un ospite, e che desiderava di farlo sgattaiolare prima che il padrone del fienile potesse scoprirlo e denunciarlo alla sua mamma, era già accanto all'amico quando questi si destò.
Lo fece scendere subito, e traverso i campi, lo ricondusse sulla strada, dividendo con lui un pezzo di polenta fredda ed una cipolla, che sua madre gli aveva dato per colazione. Prima di lasciar Carlo, gli disse:
— Vai sempre dritto: poi volta a destra e troverai l'ospedale. Oggi è la vigilia di Natale, ti lasceranno entrare. Dacchè il tuo nonno deve uscire domani, è segno che sta bene, e potrà anche venire con te questa sera.
Carlo approvò quel facile accomodamento, e s'avviò col cuore leggero. Ma, appena ebbe passato il dazio, ricominciarono le difficoltà. Quando doveva voltare a destra? Alla prima contrada? Alla seconda?
Per non sbagliare, voltò alla prima; prese i bastioni, ed arrivò fino a Porta Venezia. Ma non s'imbattè in nessuna costruzione che gli ricordasse l'ospedale. Allora entrò in città, e si diede a camminare di su, di giù, distraendosi a guardare le botteghe, poi ripigliando la sua strada, poi fermandosi di nuovo.
Forse in quei lunghi giri e rigiri passò anche dinanzi all'ospedale; ma non lo riconobbe.
Avrebbe voluto domandare a qualcuno dov'era, ma non osava, e camminava sempre, pensando che finirebbe per arrivarci.
Nelle prime ore del pomeriggio si trovò in piazza Cavour, all'ingresso dei giardini pubblici. Andò fino al laghetto a vedere le anatre, poi più in giù alla grande gabbia degli uccelli, poi tornò indietro, e si fermò allo steccato, in cui s'aggiravano melanconicamente due cervi freddolosi.
Addossati alle sbarre, parecchi bambini eleganti ben ravvoltolati nelle pelliccie, porgevano delle chicche ai cervi, mentre le bambinaie discorrevano coi loro conoscenti.
Un bambinello tutto vestito di bianco, che si reggeva appena, non riesciva, per quanto allungasse il braccino minuscolo, ad attirare l'attenzione d'un cervo sul suo pezzo di chicca. Carlo aveva fame, prese pian piano dalla manina del bimbo quel dono trascurato dall'animale, e si pose a mangiarlo.
L'infante rimase stupefatto a guardarlo coi ditini stesi nel suo guanto bianco; aperse la bocca come per piangere; poi gli venne un'idea più amena. Prese il resto della chicca che aveva nell'altra mano, e cominciò a mangiare anche lui, sorridendo a Carlo con aria d'intelligenza.
Più tardi cominciò a cadere un nevischio gelido; scese la nebbia. Carlo aveva ripreso ad errare per le contrade, ma il freddo gli penetrava nelle ossa.
Avvezzo dal nonno a tutte le agiatezze, quell'umidità che gli gelava i panni addosso, gli dava noia.
Si trovava in piazza del Duomo. Pensò che quel giorno non aveva pregato, e che per questo non gli riusciva di trovar l'ospedale.
Entrò in chiesa.
Era un po' assonnato; non si rendeva ben conto di quanto farebbe dopo.
S'andò a rannicchiare in un angolo buio, nell'ultima cappella a sinistra che era in riparazione. C'erano ponti da tutti i lati, travi, tele distese, materiali da lavoro. Ma in quell'ora i lavori erano sospesi, ed il fanciullo si trovò isolato nella massima tranquillità.
L'atmosfera interna era tepida; regnava una penombra scura, ma, lungo le navate, un rumore incessante di passi, faceva sentire che c'era molta gente in chiesa, e rassicurava il bambino. Da lontano, nel coro, s'udiva un salmeggiare monotono che conciliava il sonno.
Carlo, stanco, assiderato, non potè sostenere a lungo l'attenzione alla preghiera; chinò il capo verso la parete, e s'addormentò.
Fu risvegliato molte ore dopo, da una molestia allo stomaco. Non era un dolore. Era uno stiramento, una nausea. Aveva fame.
Chiamò due o tre volte il nonno; era il nome che gli veniva alle labbra ogni giorno al primo destarsi, dacchè sapeva parlare. Ma non udì la buona voce del vecchio, e si ricordò vagamente la sua storia dolorosa.
Stese le braccia, e sentì che non era in letto. Si rizzò ingranchito, confuso; fece alcuni passi, ed urtò negli attrezzi degli operai che ingombravano la cappella. Non sapeva più dove fosse.
Si pose a camminare a tentoni nell'oscurità, urtando ad ogni tratto, scansando un intoppo, impigliandosi in un altro; tremava tutto; piagnucolava, ancora istupidito dal sonno. Finalmente non incontrò più ostacoli, non trovò più appoggio da nessun lato, si sentì solo, smarrito, nelle tenebre infinite, nel silenzio pauroso.
Atterrito cominciò a chiamare strillando;e le vôlte immense ripeterono le sue grida con un suono cavernoso, che veniva da lontano, si ripercoteva, si frangeva, si prolungava, e moriva lentamente nel buio e nel silenzio di tomba. Allora la paura invase la mente del fanciullo come un delirio. Egli si pose a correre nell'oscurità, urlando, strillando, disperato, pazzo di terrore.
Suor Maria vegliava la notte di Natale al letto d'una donna malata.
Nascondeva il volto fra le braccia incrociate, e piangeva sul suo abito grigio, pensando il Natale delle famiglie, le madri puerilmente occupate del segreto delle strenne, i bimbi giulivi intorno alle mense festive.
Lei pure, dopo aver lottato contro la inerzia delle abitudini, ed aver vinto,aveva sognato un momento il sorriso d'un fanciulletto, e la sua prima strenna di ceppo. E quella speranza era nata nel suo cuore in un impeto di carità per un vecchio moribondo.
Ma pareva che una maledizione ingiusta la condannasse a vivere solitaria e senza affetti; anche la buona azione era rimasta infeconda, per non procurarle una gioia. Ed il vecchio era morto solo; ed il bimbo errava solo nelle gelide notti d'inverno; e la suora generosa e buona, era sola fra due letti d'ospedale.
Fu tolta a quelle meditazioni da una infermiera che veniva a chiamarla. Si asciugò gli occhi, ricompose le pieghe rigide del suo grembiule da monaca e s'affrettò dietro la donna.
Una brigata di giovinotti entrando in Duomo per la messa della mezzanotte,avevano trovato un bambino svenuto e lo avevano trasportato all'ospedale.
Per la prima volta, nella sua lunga pratica d'infermiera, suor Maria dimenticò la malata affidata alle sue cure, e la notte passò senza ch'ella ricomparisse nella corsia.
La mattina di Natale, traverso l'uscio della sua cella, s'udiva uno stranorumore come il ruzzolare di carrozzelle di legno sul pavimento, ed il cinguettìo d'una voce infantile.
Più tardi, all'ora del pranzo, la monaca non scese in refettorio; e la suora conversa che le recava i piatti dalla cucina, la trovò seduta ad una piccola mensa allegramente ornata di chicche e di arance, ed apparecchiata per due.
Carlo sedeva in faccia a suor Maria, rispondendo amichevolmente alle sue domande, ingrossando la voce per narrarleil terribile fatto della sua reclusione in Duomo, interrogando a sua volta circa una certa casetta bianca con un giardinetto verde, dove la monaca gli diceva che dovevano recarsi presto, ad abitare insieme.
Tratto tratto la campana dell'ospedale riprendeva a sonare a morto, e la suora rabbrividiva.
Poi s'udì lontan lontano il fischio acuto della locomotiva sibilare fra i rintocchi lenti della campana.
Il bambino alzò il dito, come per accennare quel suono ben noto, che gli richiamava tante storie e promesse serene di viaggi, e susurrò cogli occhi scintillanti e la bocchina aperta al sorriso.
— È il nonno che torna!
— No; è il nonno che parte: rispose gravemente la suora che conosceva la campana.
— Va in quel sito lontano dove lo fanno guarire? disse un po' meno lieto il fanciullo.
— Sì; in quel sito lontano dove starà sempre bene.
— Quando tornerà? domandò Carlo.
— Non tornerà: andremo noi a raggiungerlo.
Il bambino contento di quella promessa, stese le braccia verso la suora che lo prese in grembo; poi ricominciò le sue chiacchierine sconclusionate, con certe note acute, certe risate argentine, che echeggiavano stranamente fra le muraglie nude della cella. E suor Maria, abbracciandolo stretto, benediva il cielo che, per una vita di carità, le aveva concesso un amore; e pensando all'avvenire non si sentiva più sola.
Lui si chiamava Fausto; aveva poco più di trentacinque anni, ed era artista di canto; tenore.
Lei era una di quelle signore eleganti di cui si dice sempre il casato ed il titolo, e si possono frequentare un mese senza saperne il nome.
Non si conoscevano. Fausto era stato a Pegli, dove un'altra dama di Milano gli aveva dato una lettera di presentazione per la contessa Floralio di Santigliano, che doveva trovare a Recoaro.
— Una donnina elegante, spiritosa, simpatica; una giovine vedova.
Fausto aveva incontrati a Recoaro molti conoscenti: aveva domandato della contessa:
— Aveva realmente leattrattive che gli avevano detto?
— Sì; Ma aveva delle timidezze da provinciale. Non osava stare all'albergo. Aveva preso alloggio da una famiglia ammodo; una mamma grassa e tre giovinette magre che si tirava sempre dietro come un'aureola di onestà.
Fausto rimise nel portafogli la lettera di presentazione.
Colla sua bella e florida gioventù, col suo carattere leale, il suo spirito sereno, il suo gran nome, e la fortuna che gli sorrideva, non aveva che a presentarsi per incontrare delle simpatie, non gli occorrevano lettere.
Da due, tre, dieci persone, la contessa s'intese dire che era arrivato Fausto, ilpiù celebre dei tenori viventi, che cantava una sola stagione dell'anno al Covent-Garden o a Pietroburgo, ed in due mesi di trionfi e di gloria, si faceva una rendita da principe. Tutta Recoaro era agitata dalla speranza di udirlo.
— Canterebbe?
In società no. Era noto che non lo faceva mai. Ma se si fosse combinato il solito concerto a beneficio?...
Poi l'amica di Milano scrisse alla contessa:
«Come aveva trovato il suo raccomandato? Simpatico vero? Si vedevano spesso? Le faceva la corte?»
La contessa si meravigliò che non fosse comparso: se ne meravigliò al casino, se ne meravigliò alla fonte:
— Ma questo signore è un orso!
Fausto lo seppe, e, martire della cortesia, si mise i guanti e fece la visita.
Fu introdotto in uno di quei salotti borghesi che stanno sempre chiusi perchè il sole non abbia a sciupare i mobili, e di cui la serva apre le imposte quando ha fatto entrare un visitatore, lo abbaglia col riflesso del sollione che batte sul muro bianco di facciata, poi si volta, vede che si copre gli occhi colle mani, torna a chiudere un po' più, un po' meno, e lo fa assistere ad una serie d'effetti di luce, pittorici forse, ma punto comodi.
Fausto si guardò intorno, e fece una smorfia. Era un salotto freddo ed inospitale, senza il posto della signora, il suo angolo, la sua nicchia dove un amico può sederle accanto, presso il suo tavolino, e i suoi lavori, i suoi libri, i suoi giornali, i suoi albums e discorrere intimamente, sfogliando di quà, guardando di là, sgomitolando un filodi seta, disegnando un profilo colla matita, leggicchiando un'epigrafe, commentando, saltando di palo in frasca, mentre la signora continua a stare al suo posto a fare quello che stava facendo, senza aver l'aria d'essere là per riceverlo, di perdere il suo tempo per lui.
Era il salotto pretenzioso ed ingenuo delle famiglie che ricevono poco, e, per conseguenza, non sanno ricevere.
Un divano contro una parete, le poltrone in giro ed una tavola in mezzo su cui la vanità del proprietario mette in mostra tutti quegli oggetti, che la sua modestia considera troppo belli per farli servire al loro scopo.
Tazze in cui nessuno ha mai bevuto; servizi da thè e da caffè vergini d'ogni contatto colle bibite suddette; calamai che non conoscono neppur di vista l'inchiostro; e poi, fiori artificiali, uccelliimbalsamati ed i ricami più o meno scoloriti delle signorine di casa; e su tutte le spalliere dei mobili quadrati e dischi all'uncinetto per difendere la stoffa dal contatto dei visitatori.
La contessa entrò, salutò in piedi, sedette a disagio sul divano, colle mani in mano, impacciata di trovarsi là fuor di posto, con quell'aria di ricevimento che sembra misurare il tempo alle visite.
Fausto, che era avvezzo ad essere ricevuto fra gli intimi delle belle signore, rimase stonato anche lui.
Fecero i discorsi di circostanza:
— È da parecchio, che è giunto a Recoaro?
Poi un'occhiatina alla data della lettera che lo presentava, ed un sorriso dissimulato con ostentazione, ma senza osare di parlarne.
— E le acque le fanno bene? Io ne bevo tanti bicchieri, e lei? È poco. È troppo. Quanto tempo si aspetta alla fonte!...
Una conversazione da far dormire in piedi. La contessa cercò di metterci qua e là qualche parola spiritosa. Ma non si sentiva a suo agio, ed a Fausto fecero l'effetto d'una guarnizione di tartufi e d'un bicchiere di bordeaux introdotti improvvisamente nelmenudi un pranzo casalingo. Non erano in armonia con tutto il resto, stonavano.
Uscì col fermo proposito di non ripetere la visita che alla vigilia della partenza, nutrendo speranza di non trovare in casa la signora, e di potersela cavare col laconicop. p. c., in margine di una carta da visita.
Ma, per quanto la speranza sia economica a nutrirsi, quella di Fausto non potè vivere a lungo.
Il giorno seguente incontrò la contessa alla fonte.
Era appoggiata colle spalle ad un albero, aspettando il suo turno per andare a bere.
Aveva intorno le solite signorine magre ed alcuni uomini.
Là in piedi, con quell'albero per tutto mobiglio, si trovava assai meno a disagio che nel salotto borghese.
Appena Fausto le si fece incontro, gli stese la mano mettendo un «Buon giorno» tra due virgole del discorso, e continuò a parlare:
— Senza dubbio, ha sapore d'inchiostro, ma mi ci sono avvezza. Non fosse altro, a forza di dirlo; è la quarta volta che lo ripeto stamane.
— Lo ripeta anche a me, disse Fausto.
— Parlava dell'acqua?...
— Sfido! Dell'acqua, del sapore d'inchiostro,della maggiore o minore ripugnanza che ci si ha... Qui si parla a rime obbligate.
— Ma le signore di spirito sapranno introdurvi qualche variante, ribattè Fausto coll'intenzione di fare un complimento.
— È una rima obbligata anche il fare dei madrigali alle signore, disse la contessa.
— Ed il presentarli anche quando non sono riesciti nevvero? soggiunse tutto umiliato il povero Fausto, che avrebbe voluto ritirare il suo.
— Come vede... rispose la contessa accennando a lui.
Ma lo disse ridendo per togliere l'amarezza a quell'ironia. Poi troncò lì quel discorso, presentò Fausto alle signorine Asting, agli altri conoscenti, e s'avviò per cercare il suo bicchiere.
Era davvero elegante, ben fatta; vestitabene; era giovine, allegra, cordialissima, entrava subito in confidenza. Era una di quelle signore, colle quali gli uomini stanno volentieri in compagnia, perchè sanno discorrere, tolgono di mezzo la soggezione senza mai perdere la loro dignità di contegno, e non annoiano mai; una di quelle donne di cui le altre dicono:
— Non si capisce che cosa ci trovino gli uomini di attraente. Non è bella.
— Non era al casino ieri sera? domandò Fausto.
E vedendo che la contessa lo guardava ridendo, soggiunse:
— È anche questa una rima obbligata?
— Ed anche questa è la quarta volta che si ripete, perchè lei è il quarto conoscente che incontro. No, al casino non c'ero. La signora Asting non ci andava, e non mi trova abbastanza vecchia peraffidarmi le sue figlie. Non potevo andarci sola.
— Se potessi offrirmi di venire a prenderla io... disse Fausto.
— Sarebbe proprio il caso di dire:meglio sola che male accompagnata.
— Lei almeno non ci pensa affatto a fare dei madrigali.
— Ma li faccio senza pensarci.
— Dicendomi che con me sarebbe male accompagnata?...
— Se fosse vecchio e brutto, non glielo direi.
— Allora vorrei essere vecchio e brutto.
La Contessa lo guardò ridendo, ma non rispose. Si vedeva però che aveva qualche cosa da dire, e Fausto glielo domandò:
— Perchè ride? Pensa qualche cosa di male sul conto mio?
— Sì. Penso che è un po' volubile.
— Può darsi, rispose Fausto.
Poi accorgendosi che aveva detto una fatuità, soggiunse:
— Non voglio contraddirla. Ma da che lo argomenta?
— Fino a ieri s'è tenuto in tasca una lettera a maturar la data, per evitare di vedermi; ed oggi vorrebbe essere vecchio e brutto per accompagnarmi.
— Fino a ieri non la conoscevo.
Fausto sarebbe andato lontano su quella via, ma lei si limitò ad inchinarsi ridendo al suo complimento, e parlò di altro.
Non insisteva mai sui discorsi, quando cominciavano a prendere una piega galante; li lasciava cadere, salvo ad intavolarne altri che seguiva fino allo stesso punto, per piantarli lì daccapo. È un gioco che piace molto alle belle donnine;un gioco pericoloso. È come quella mezza ebbrezza che procura l'oppio, quell'esaltamento lieve che si attinge in un bicchiere di Sciampagna, un'ebbrezza, un esaltamento innocenti, ma terribilmente arrischiati. Un altro bicchiere di Sciampagna, un grano d'oppio di più, possono trascinare all'ubbriachezza e magari alla morte. Vi sono tante esistenze oneste che pericolano a questo gioco.
La sera, Fausto e la Contessa si rividero al passeggio, l'indomani alla fonte, e così via, come accade sempre alle acque ed ai bagni. Si fa vita insieme e si è presto amici.
Erano sempre contenti di ritrovarsi, si mettevano subito in allegria. Ma non erano mai soli. La Contessa giungeva inevitabilmente accompagnata dalle signorine Asting, e la conversazione era generale.
Fausto s'andava ogni giorno innamorando un po' di più della Contessa, e lei sentiva crescere in modo inquietante la sua simpatia per lui.
Ma non si conoscevano abbastanza per abbandonarsi ad una fiducia che poteva essere ingannevole. Stavano in guardia tutti e due.
Fausto insinuava, quando poteva farlo, qualche parola tra scherzosa e seria, che turbava la Contessa: qualche volta era lei che la provocava ed era lui che si turbava.
Ma ogni volta che stava per affermare a sè stesso: «Sì, è innamorata di me» si ricordava le notizie che gli avevano date della Contessa al suo arrivo a Recoaro: — «gentile, cordiale con tutti socievolissima, brillante, ma buona madre di famiglia ed onesta.»
Quanto a lei, vedeva quelle esitazioni,capiva che la sua onestà lo scoraggiava, e ci aveva rabbia.
Avrebbe voluto che fosse stato certo alla prima che non c'era nessuna speranza clandestina da fondare su di lei ma che l'amasse ugualmente. Non era libera? Non erano liberi tutti e due? L'idea che quel sentimento che l'agitava tutta non trovasse altro riscontro nel cuore di lui fuorchè la speranza ignobile d'un'avventura galante, l'offendeva.
Qualche volta si mostrava scettica per strappargli ogni illusione, e pensava:
«Meglio che disperi e non mi ami, che amarmi a quel modo.»
Un giorno che le signorine Asting parlavano di due innamorati dafatto diverso, disse:
— Se avessero preso del chinino, questa catastrofe non sarebbe accaduta. Il chinino è un calmante eccellente peinervi; e l'amore non è che una malattia nervosa.
Pare che lei ne faccia uso del chinino, disse Fausto. Ne ha studiato molto gli effetti.
Glielo disse a mezza voce perchè gli altri non udissero, irritato da quella negazione fredda che lo scoraggiava.
Ma a lei quella parola sommessa, sussurrata come una confidenza fece l'effetto d'una carezza, malgrado l'insolenza che racchiudeva. S'indispettiva di non risentirsi di quell'insolenza, ma non si risentiva.
Tutto il giorno, tutta la sera, ripensò quella voce bassa, quella frase mormorata per lei sola, quell'atto intimo di parlarle piano. Le pareva che l'indomani e tutti i giorni dovesse sempre parlarle così.
Scrisse una lunga lettera a' suoi duefigli; una lettera di madre appassionata:
«Non aveva sulla terra altri affetti che loro due, s'era votata ad una vedovanza perpetua per non defraudarli d'una parte della sua tenerezza.
«Era impaziente di vedere la fine di quel mese, per andarli a prendere al collegio, e portarli con sè in villa, e vivere tutto l'autunno in famiglia. Le era penoso starsene sola a quel modo. Alle acque s'annoiava... s'annoiava...»
Voleva persuaderlo a sè stessa; ma invece alle acque ci aveva un interessamento troppo vivo. Aspettava con impazienza il mattino per andare alla fonte, e se per caso ne tornava senza una parola che l'avesse agitata, era triste.
E le accadeva sovente. Fausto s'annoiava di quella tutela che lei aveva sempre intorno. Gli pareva un'ostentazione di diffidenza, e si metteva in diffidenza anche lui.
La contessa invece avrebbe voluto svincolarsi da quelle soggezioni, ma era timida, non osava più.
Prima era andata parecchie volte alla fonte sola: ma, dacchè conosceva Fausto, le sarebbe sembrato di andare a cercarlo; si sarebbe vergognata di lui più che degli altri; e si circondava più che mai.
Avevano tutti e due uno strano modo di parlare fissandosi gli occhi negli occhi con un'intensità che pareva fatta per accompagnare dei discorsi appassionati. Invece sovente dicevano:
«Guardi quel cappellino. Sa chi è quella signora? Oggi le signore Asting sono più eleganti del solito» e simili sciocchezze.
E poi, in mancanza di parole affettuose da ricordare, ricordavano gli sguardi; quell'occhio largo, intento, profondo, ritornava con insistenza alla loro mentenelle ore solitarie e lente della lontananza, esaltava la fantasia innamorata, che ne riscaldava, coll'intensità del desiderio, la muta eloquenza.
Un giorno qualcuno propose una gita sui somarelli; Fausto mise un grande impegno nel combinarla, se neentusiasmò addirittura. Gli pareva che la campagna, l'allegria della circostanza, gli avrebbero fornita l'occasione di isolarsi colla contessa un po' a lungo, di parlare con calma, senza soggezione.
Non aveva il proposito di precipitarsi a' suoi piedi come faceva nei melodrammi nella sua qualità di tenore. Anzi, appunto perchè era un cantante, s'impuntiva a non far nulla di melodrammatico, e per evitare ogni atteggiamento teatrale, si mostrava prosaico fino all'affettazione. Ma nella sua anima d'artista sentiva potentemente la poesia della vita.
Quella donna vedova, indipendente che vedeva ogni giorno senza poter mai svincolarla dalle soggezioni da giovinetta di cui s'era circondata, quei discorsi nervosi in cui apparivano lampi di passione, e che, subito dopo, una nota di scetticismo o di puritanismo smentiva, gli avevano messa la febbre nel cuore.
Era risoluto a parlare, ad uscire da quell'incertezza ad ogni costo, a costo di fare una dichiarazione d'amore sul dorso di un asino.
Appunto in quel giorno il seguito della Contessa era al gran completo.
Oltre alla signora Asting, le figlie, i conoscenti soliti, c'era un giovine di Milano arrivato allora, che le portava una grande provvista di novità, e le faceva la corte anche lui.
Fausto non era geloso, e la Contessaneppure. Avevano troppo spirito per questo. Ma tutti i terzi che s'intromettevano fra loro li irritavano; d'altra parte, avevano abbastanza pratica di società per saper pigliare le cose con disinvoltura, e nascondere il loro malcontento.
Ma nascondendolo agli altri, se lo nascondevano anche a vicenda, e ciascuno interpretava come indifferenza la rassegnazione dell'altro, e si scoraggiava, e ci metteva della dignità a dissimulare ed a vincere un sentimento che non credeva più corrisposto.
Così non cercarono più di isolarsi.
Lui andò a far la corte alle altre signore, e lei si lasciò far la corte dagli altri giovinotti.
Soltanto tratto tratto si mandavano una parola al volo, si guardavano da lontano, ed erano sempre quelle occhiate profonde, intime, amorose che suscitavanouna tempesta nel cuore di tutti e due.
Mentre mangiavano seduti in un prato, Fausto udì la Contessa discorrere col giovine milanese di una sua idea paradossale di andare in Terra Santa colla società dellaPropaganda Fide.
Era smaniosa di vedere quei luoghi pittoreschi tutti idealizzati dalla poesia del cristianesimo...
«— E non c'era obbligo di far propaganda, nè di associarsi a tutte le preghiere ed ai digiuni.» Ciascuno era libero di agire come gli consigliava la sua coscienza; onestamente, ben inteso. Si pagavano mille lire e si era provveduti di tutto per sei mesi; viaggio, carovane, guide per essere accompagnati nei luoghi pericolosi; era anche un'economia...
— Quando partiamo? disse Fausto.
— Ma che! Lei crede di trovare sul Golgota codeste fette diroast-beef? rispose la Contessa.
Aveva sentita una scossa al cuore a quella parola, colla quale pareva che Fausto volesse dirle che si credeva unito a lei, che le apparteneva già tanto, da associarsi ad ogni suo disegno stravagante ed ineffettuabile, e voleva nascondere la sua commozione.
Lui dovette scusarsi del suo appetito; s'irritò di quella risposta prosaica.
Se l'avesse amato, se avesse desiderato di sapersi amata da lui, avrebbe potuto rispondergli: — Con che diritto, perchè vuol venire con me?
E lui le avrebbe sussurrato: «— Perchè l'amo.»
Invece l'aveva evitata quella parola: non voleva udirla. E più tardi, sola nella sua camera, anche la Contessa rimpiangevala stessa cosa. Se avesse osato domandargli perchè si associava a quel suo disegno, egli le avrebbe risposto:
«— Perchè l'amo.»
Risentiva nel silenzio della notte quella parola sussurrata da quella voce; ne provava un fremito, una soavità infinita. Sperava che gliela direbbe il domani, e fantasticava la poesia dolce d'una confessione d'amore.
Ma i domani si succedevano tutti ugualmente delusori.
Sempre le stesse soggezioni da cui non osava svincolarsi; sempre la stessa timidezza, le stesse diffidenze; la stessa conversazione, a frizzi, scherzosa, paradossale, di cui avevano presa l'abitudine, e che toglieva ogni valore anche alle espressioni più amorose ed ardite.
Fausto ebbe ancora una speranza, una sera che la Contessa lo invitò a prendere il tè.
Si figurò uno di quei tè intimi, una cuccuma piccina piccina, due sole tazze, due mani che si sfiorano tremando nell'accendere un fiammifero e nel dar fuoco allo spirito, due cuori che battono forte forte, mentre stesi in due poltroncine, col capo abbandonato indietro e la tazza fra le mani, i due amici, uomo e donna, si mandano traverso il fumo del tè delle frasi brevi, un po' nervose, colla voce convulsa, collo sguardo largo e fisso.
Poi posano le tazze, lui prende quell'occasione per alzarsi, per accostarsi a lei, le va dietro pian piano, si appoggia alla spalliera della poltrona, e col capo sul capo di lei, colle labbra che le sfiorano l'orecchio, coll'alito ardente che le brucia il collo le dice:
«— Lo sapete, Maria — lo sapete, Bianca — lo sapete, Teresa, che vi voglio bene?»
Fra le altre miserie Fausto non conosceva il nome della Contessa. Doveva mettere dei puntolini al posto del nome, nel suo sogno d'amore. Ma pazienza; purchè quel sogno si avverasse era anche disposto a chiamarla Contessa per l'ultima volta.
Aspettò quella sera commosso, felice, impaziente. Ci andò troppo presto; ma doveva essere un altro disinganno.
La Contessa era seduta sul divano colla signora Asting e la signorina maggiore. Le altre sorelle sonavano un pezzo a quattro mani!!!!
Se intanto avesse potuto sedere accanto alla Contessa, benedetto il pezzo a quattro mani che gli avrebbe permesso di parlarle piano. Ma i posti erano occupati a destra ed a sinistra. Bisognò sentire, assaporare, lodare il «tremulo» perfettamente eseguito con tanta agilità, tanta forza, un pezzo così difficile...
Poi vennero i discorsi musicali. La Contessa era nervosa; voleva che le opere si musicassero su libretti in prosa. La poesia era una puerilità. Perchè misurare il pensiero sopra un metro, contarci le parole, fissarci le cadenze? Questo era ufficio della musica. Ed anche essa doveva essere semplice, naturale, senz'artificio; un lungo recitativo, filato, drammatico. Lì sui due piedi, ridusse in prosa da parodia, laCeleste Aidaed ilCiel o mar!della Gioconda, e volle che Fausto cantasse le sue arie così.
Lei aveva fatto la sua parte bene, però; e lui fece bene la sua, come faceva bene tutto. Aveva quel dono prezioso. Ci mise dell'umorismo.
Poi la Contessa gli strinse la mano per ringraziarlo, e quella stretta di mano lunga, espressiva, lo fece tremare di gioia.
— Ed ora basta, nevvero, di bandire la poesia? le disse. Ora torniamo poeti.
— Ma no. La poesia è una convulsione dei nervi, insistè la Contessa, che li aveva lei i nervi in convulsione, perchè era malcontenta dalla sua serata.
— Come l'amore allora? disse Fausto.
— Come l'amore.
— E si guarisce anche col chinino?
— Perchè lo domanda? È poeta lei?
— No, sono innamorato, rispose Fausto. Ma lo disse stizzito. Quella scherma di frasi artifiziose, di paradossi, lo irritava.
Tuttavia la Contessa provò un sussulto al cuore a quella confessione. Ma le signorine Asting si mordevano le labbra come per reprimere una voglia di ridere che non avevano, e lei rispose:
— Ah! allora la compiango.
— Perchè? domandò Fausto.
— Perchè è capitato qui dove siamo tutta gente prosaica.
— Non credono all'amore?
— Sì; ci crediamo, come alla febbre; e consigliamo il chinino.
— Io se conoscessi una donna innamorata, le consiglierei le acque di Recoaro, disse Fausto stizzito.
— Per averla vicina?
— No. Non l'avrei vicina perchè parto domani. Per guarirla dell'amore come lei.
— La prego di credere che io non ho avuto bisogno di guarire. Non ne ero malata.
— Mai?
— Mai. Poi ripigliò: Forse, quando mi sono maritata... — Era un modo di troncare il discorso. L'annuncio di quella partenza l'aveva scossa tutta. Perchè partiva?