The Project Gutenberg eBook ofCardello

The Project Gutenberg eBook ofCardelloThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: CardelloAuthor: Luigi CapuanaRelease date: January 1, 2005 [eBook #7267]Most recently updated: October 11, 2012Language: ItalianCredits: Produced by Claudio Paganelli, Charles Franks, and the Distributed Proofreading Team. This book has been prepared in a project in common with Progetto Manuzio, http://www.liberliber.it*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CARDELLO ***

This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.

Title: CardelloAuthor: Luigi CapuanaRelease date: January 1, 2005 [eBook #7267]Most recently updated: October 11, 2012Language: ItalianCredits: Produced by Claudio Paganelli, Charles Franks, and the Distributed Proofreading Team. This book has been prepared in a project in common with Progetto Manuzio, http://www.liberliber.it

Title: Cardello

Author: Luigi Capuana

Author: Luigi Capuana

Release date: January 1, 2005 [eBook #7267]Most recently updated: October 11, 2012

Language: Italian

Credits: Produced by Claudio Paganelli, Charles Franks, and the Distributed Proofreading Team. This book has been prepared in a project in common with Progetto Manuzio, http://www.liberliber.it

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Produced by Claudio Paganelli, Charles Franks, and the

Distributed Proofreading Team. This book has been prepared in a project in common with Progetto Manuzio, http://www.liberliber.it

Luigi Capuana

I.—L'Orso pelosoII.—Cardello entra in arteIII.—Una recita straordinariaIV.—Un drammaV.—Il padre cappellanoVI.—Una recita in parlatorioVII.—Una scoperta archeologicaVIII.—Il capolavoro di CardelloIX.—Infortunio del lavoroX.—Speranze e doloriXI.—AbnegazioneXII.—La fortuna di Cardello

Da tre giorni, nel paesetto non si parlava di altro che dell'arrivo del burattinaio.

Davanti al magazzino da lui preso in affitto, una folla di ragazzi faceva ressa per vedere i preparativi delle rappresentazioni, quantunque il portone socchiuso non permettesse di scorgere quel che colui stava ad armeggiare là dentro.

Si udivano frequenti picchi di martello, stridori di sega, brontolìi d'una voce arrochita che doveva essere del burattinaio, e, di tratto in tratto, i vagiti di una creaturina già vista più volte dai ragazzi in braccio alla giovine donna malaticcia che sembrava figliuola di quell'uomo e invece—così si diceva—ne era la moglie.

Se qualche ragazzo, più ardito o più impertinente, osava di ficcare la testa tra i battenti del portone socchiuso, o spingeva indietro la parte di esso scostata dallo stipite, un urlo o una parolaccia dall'interno lo faceva scappare sùbito via.

Ed era uno sbandarsi di qua e di là di tutta la ragazzaglia, appena il burattinaio appariva su la soglia, in maniche di camicia, coi lunghi capelli grigi in disordine, i calzoni malamente stretti ai fianchi da una larga cigna di cuoio, con la pipetta di radica tra i denti, che pareva dovesse bruciargli i baffi ispidi e folti e i peli della barba che gli si arricciavano e arruffavano sul mento.

I ragazzi lo avevano soprannominato Orso peloso sin dal primo giorno; ma poi si erano accorti che era meno orso di quel che immaginavano.

Si piantava a gambe larghe su la soglia, con le braccia dietro la schiena, tirando dense ondate di fumo dalla pipetta mezza carbonizzata; e, dopo aver guardato attorno, si rivolgeva a qualcuno di loro:

—Ehi, ragazzo! Vuoi comprarmi quattro soldi di chiodi simili a questo?—

E appena il chiamato si accostava accennando di sì, l'Orso peloso gli faceva una carezza, gli dava i soldi e il chiodo per mostra e soggiungeva

—Ti farò entrare gratis la prima sera dell'opera.—

Così Cardello, come lo chiamavano, aveva ricevuto l'incarico di parecchie commissioni, forse perchè il burattinaio, dall'aspetto vispo, di vero cardello, lo aveva giudicato il più intelligente e il più servizievole di tutti.

Cardello, appunto in quei giorni un po' disoccupato, passava gran parte della giornata, assieme con gli altri ragazzi, davanti al portone del magazzino. La sua curiosità era grande. Egli aveva sentito parlare tante volte dell'opera dei burattini, ma non l'aveva mai veduta. I burattinai arrivavano raramente in quel paesetto arrampicato in cima a una montagnola dove bisognava andare di proposito a scovarlo. E Cardello aveva appena dieci anni.

Tre o quattro commissioni rapidamente e bene eseguite lo avevano fatto entrare nelle grazie dell'Orso peloso.

Ora Cardello non stava più fuori, a spiare ficcando la testa tra i battenti del portone socchiuso. Andava e veniva affaccendato, perchè il burattinaio aveva continuamente bisogno di qualche cosa: d'una sbarra di legno, di quattro fogli di carta colorata, d'un litro di petrolio, di un po' di minio, d'un metro di nastro rosso, d'una matassa di spago, d'una cartata di tabacco per la pipa—e si faceva anche aiutare da lui nel rizzare in fondo al magazzino il palcoscenico.

Andando e venendo, Cardello passava con un sorriso di orgoglio e di sodisfazione tra i compagni affollati nella piazzetta, che lo tempestavano di domande:

—Hai visto i burattini?

—Sì; li abbiamo messi fuori dal cassone oggi.

—Belli?

—Alti quanto me. Paiono vivi; fanno paura.

—C'è, Pulcinella?

—E Colombina, e Tartaglia, e Peppe-Nappa, e il Mago, e ilDrago, con la lingua rossa e gli occhi rossi, che muove la coda.

—Da sè?

—Da sè. Sono già tutti appesi a un fil di ferro quelli che servono per domani sera. Ce n'è tanti altri: re con la corona; guerrieri con le spade; uno di essi si chiama Orlando.—

E tutti stavano a sentirlo a bocca aperta, invidiandolo, canzonandolo anche, per sfogare il dispetto di vederlo preferito.

—Farai tu da Pulcinella?

—Diventerai burattinaio anche tu?

—Chi lo sa?—rispondeva Cardello.

E il giorno dopo lo seguirono in Piazza del Mercato, mentre andava ad attaccare il cartellone coi pupazzetti: Pulcinella da un lato, col randello in mano, e Tartaglia dall'altro con gli occhiali verdi e il tricorno, nell'atto di prender tabacco da una tabacchiera che sembrava una cassetta.

—Bravo, Cardello!—

E urli e fischi.

La gazzarra fu più rumorosa la sera in cui lo videro uscire dal portone in camiciotto bianco e capellaccio grigio di felpa che gli copriva le orecchie, col tamburo su la pancetta e in una mano il mazzo con la grossa capocchia di pelle e nell'altra una bacchetta, accompagnato dalla giovane moglie del burattinaio, in maglia carnicina e vestito corto, che suonava la tromba, mentre Cardello picchiava sul tamburo da un lato col mazzo e dall'altro con la bacchetta, serio, impettito, quasi quello fosse stato sempre il suo mestiere.

Bùntiri! Bùntiri! Pepè! Peperapè! per tutte le vie e le viuzze del paesetto, a fine di chiamar gente allo spettacolo. Intanto lo spettacolo era Cardello camuffato a quel modo, che non si curava dei fischi, degli urli, e si credeva diventato un personaggio d'importanza.

Dagli usci, dalle finestre, era un accorrere su la via, un affacciarsi, un ridere, un acclamare lui, che tutti riconoscevano quantunque travestito, che tutti chiamavano a nome:

—Ehi, Cardello!

—Guarda Cardello!

—Evviva Cardello!

* * *

Giacchè Cardello era conosciuto più della bettonica, e voluto molto bene, perchè si guadagnava il pane facendo qualunque servizio, sempre pronto, sempre allegro, senza pretese. Due soldi, una bella fetta di pane, quattro fichi secchi, un piatto di fave condite con olio e aceto o altra cosa da mangiare; Cardello non rifiutava niente, non si lagnava mai; ringraziava e andava via tutto contento.

—Povero ragazzo! È ammirevole!—diceva la gente.

Bùntirì! Bùntiri! Il burattinaio aveva avuto una bella idea, facendo suonare il tamburo a Cardello.

Il ragazzo gli piaceva per la sveltezza e per la serietà. Quando gli aveva domandato: "Vuoi suonare il tamburo?" Cardello aveva risposto sùbito di sì.

—Ma bisogna che tu ti metta il camicione bianco e il cappellaccio di feltro.

—Li metterò.

—Non ti vergognerai?

—O che rubo?

—Non farai come quell'altro, ricordi?—s'interruppe rivolgendosi alla moglie—che agli urli e ai fischi della gente, buttò via tamburo, camicione e cappellaccio in mezzo alla via… nel paesetto vicino qui un mese fa.

—Me ne rido dei fischi! Non sono legnate.

—Bravo!—

La giovane moglie del burattinaio lo aveva interrogato anche lei nei giorni avanti:

—Come ti chiami?

—Calogero; ma mi dicono Cardello.

—Perchè?

—Se lo sanno loro!

—E non ti dispiace?

—Anzi! Si chiama Calogero pure il becchino, lo spilungone giallo giallo che mastica sempre tabacco. Meglio Cardello.

—Sei orfano? Non parli mai di tuo padre o di tua madre.

—Sono morti da un pezzo; non li ho neppure conosciuti.

—Quanti anni hai?

—Quindici.

—E con chi stai ora? Dove dormi?

—Dalla nonna, madre di mio padre.

—Ti dà da mangiare? Ti veste?

—Quando ne ha, mi dà quel che ha. Mi busco il pane anche da me. In quanto ai vestiti, me li regalano, vecchi, rattoppati, stracciati. Li metto come si trovano, corti, lunghi, larghi o stretti. E poi, io non sento nè caldo nè freddo.

—Beato te!

—Quando ho freddo, mi metto a correre, faccio capriole e mi riscaldo sùbito.

—Vuoi venire con noi?

—Dove?

—Pel mondo, di paese in paese. Suonerai il tamburo; potrai imparare a muovere i burattini, a farli parlare.

—Magari!

—Sai leggere?

—Nisba.

—Che cosa vuoi dire?

—No; si dice così.

—T'insegnerà a leggere don Carmelo, mio marito. Così apprenderai le parti.

—Chi sa se son bono?

—Ci vuol poco. E tua nonna?

—Non le diremo niente, altrimenti si metterà a piangere e non mi lascerà partire.

—No, bisogna dirglielo.

—Glielo direte voi.

—A suo tempo, tra un mese, se qui faremo buoni affari.—

Don Carmelo intanto appendeva a un fil di ferro i burattini che dovevano servire per la rappresentazione della sera appresso; e Cardello seguiva attentamente con gli occhi l'operazione, divertendosi a vederli girare per alcuni istanti da destra a sinistra, da sinistra a destra, quasi volessero trovare una comoda positura prima di fermarsi.

—Chi li fa i burattini?—domandò.

—Mio marito lavora la testa, le mani e i piedi; io li vesto.

—Ahoóh!—esclamò Cardello.—E potrò farli anch'io?

—Perchè no, se ci metterai un po' di testa?

—Ahoóh!—

Era il suo modo di esprimere la maraviglia.

—E come parlano? Aprono la bocca?

—Mio marito ed io parliamo per loro, e sembra che parlino essi. Non hai mai visto l'opera?

—Mai!

—Don Carmelo, che in quel punto aveva per le mani Pulcinella, cavato di tasca il fischio di canna e mèssolo in bocca, strillò:

—Cardello! Cardello!—

E fece muovere la mano di Pulcinella in atto di chiamare, Cardello rimase a bocca aperta.

—Cardello! O che sei sordo?—riprese Pulcinella.

—Mi vuole davvero?—

Cardello voleva saperlo dalla burattinaia. Ma don Carmelo aveva già appeso anche Pulcinella che, ciondolato un po', rimase fermo.

E in questo modo Cardello ebbe un'idea del come i burattini parlavano.

* * *

La sera della prima rappresentazione però il suo stupore fu grande; i burattini gli sembravano persone vive. Pulcinella, Tartaglia, Peppe-Nappa lo facevano ridere; ma quando vide venir fuori il Mago che operava le incantagioni per cui le persone non si riconoscevano più l'una l'altra, e Pulcinella abbracciava Tartaglia credendo di abbracciare Colombina, e Colombina abbracciava un paracarro credendo di fare le sue confidenze a Pulcinella; e poi, quando venne fuori il drago che buttava fiammate e fumo dalla bocca e voleva mangiarsi tutti vivi vivi, il povero Cardello cominciò a tremare dalla paura, e si sentì salire le lagrime agli occhi.

Fortunatamente Pulcinella trovava per terra l'anello incantato che disfacea a un tratto l'opera maligna del Mago; e don Florindo riceveva una scarica di legnate per compenso di esser ricorso all'opera di costui, non sapendo come ottenere altrimenti la mano di Colombina. Quella scarica di legnate fu una gran gioia per Cardello, che si diè a battere furiosamente le mani, saltando in piedi su la panca dove era stato a sedere, gridando:—Bravo! Bravo!—E la gente, invece di applaudire il burattinaio, mèssasi di buon umore per questa ingenuità, applaudì Cardello, che stupito e mortificato, corse a nascondersi dietro il palcoscenico; e non ne uscì se prima non fu sicuro che tutti gli spettatori erano andati via.

—Bravo,Cardello! Hai fatto la tua parte anche tu!—gli disse donCarmelo:—O perchè piangi?

—Perchè… perchè….—

E non seppe dir altro.

Il giorno appresso don Carmelo prese a dargli le prime lezioni del mestiere.

—Sta' attento: guarda come faccio io. Questi sono i fili delle mani; questi dei piedi. Si tirano in su così, secondo quel che dice il personaggio. Sta' attento! Ecco, Pulcinella passeggia….—Buon giorno!—E move la mano così, per salutare…. Ecco: Pulcinella deve dare un calcio nel sedere a Peppe-Nappa…. Si fa così… Hai capito?

Ora eseguisci tu…—Buon giorno!…—Ma no! Così, da' un calcio…. Bravo!…. E non bisogna tenere il fantoccio per aria, se no si mette a girare… Bravo!.. Così!…—

Cardello avea creduto che la cosa fosse difficile e che egli non sarebbe mai riuscito. Sbarrava tanto di occhi in viso a don Carmelo, si grattava il capo; e siccome due o tre volte, nei giorni scorsi, colui gli avea lasciato correre qualche scapaccioncino, se eseguiva male i suoi ordini, ora Cardello si aspettava uno scapaccione da un momento all'altro.

Giacchè l'Orso peloso era manesco, specialmente in certe ore della giornata; dopo desinare, per esempio, quando aveva bevuto i litri di vino che Cardello andava a comprargli ogni giorno dalla signora da cui gli era stato affittato il magazzino. Quel vino era forte, schietto; e quantunque don Carmelo dicesse che non si poteva scherzare con esso, faceva scoppiettare le labbra a ogni bicchiere tracannato e vi scherzava con molta confidenza. Allora, invece di sentirsi allegro, diventava burbero, cupo; e trovava pretesti per bisticciare con la moglie e per picchiarla, se essa, abbozzato un po', gli dava qualche risposta che non gli faceva piacere.

Cardello aveva gran pietà di quella povera donna. Vedendola piangere, le toglieva di braccio la creaturina addormentata o che si era staccata strillando dal petto della mamma pel movimento da essa fatto nel ripararsi dai colpi del marito; e si metteva a cullarla, a farla delicatamente sobbalzare per acchetarla, dandole anche baci, e accostando la faccina alla gota, con una specie di carezza.

E a quella vista anche l'Orso peloso sentiva diventar tenero il suo vino; e continuando a brontolare e a minacciare la moglie, cominciava ad aggirarsi pel magazzino, ad andare su e giù, stringendosi la cigna di cuoio ai fianchi, dandosi un'arruffata ai capelli; e all'ultimo, fermatosi a gambe larghe davanti a Cardello, strizzava gli occhi ammammolati e sghignazzava:

—Sai fare anche il balio, eh? Ninna, oh! Ninna oh! Ah! Ah! Ah—

Sentendolo ridere a quel modo, Cardello aveva paura, e si allontanava accostando più stretta la bambina al petto, guardando l'Orso peloso con sguardi sospettosi.

—Va' a comprarmi il tabacco per la pipa,—gli disse quegli una volta, cercando di levargli la bambina di braccio.

—Dorme; non la fate svegliare.—

E Cardello indietreggiava, indietreggiava, supplicandolo con gli occhi, senza accorgersi che là dietro era una sbarra di legno per terra. Inciampò, barcollò, diè un urlo e cadde rovescio, sbattendo la testa su una grossa pietra sporgente dal muro.

La mamma, accorsa, con una mano avea sollevato la bambina, e con l'altra avea aiutato Cardello a rizzarsi.

Egli sembrava soltanto un po' sbalordito. Tutt'a un tratto però, sentito un forte dolore all'occipite, si era tastato con le mani nel punto che gli doleva….

—Ahi! Ahi!—strillò, quasi l'accorgersi del sangue, che gli avea tinte le mani, gli avesse subitamente reso più acuto il dolore…

—Zitto!… Lasciami vedere! Non è niente!—

L'Orso peloso lo afferrava per la testa, scartava con le punte delle dita i capelli insanguinati, chino per osservar meglio la ferita.

—Non è niente! Su! Un po' d'acqua fresca. Vieni qua. Lascia fare a me!… Dieci gocce di sangue…. Eh! Ohe cosa vuol dire non aver anche due occhi dalla parte di dietro!…. Non far lo spiritato!… Non è niente…. Ecco! L'acqua fresca è miracolosa! Ma non per berla…. Eh! eh!—

La sbornia gli era sparita a un tratto, ed egli voleva ridere, e rideva anche Cardello che si era lasciato far i bagnoli di acqua fresca senza opporsi, per paura che l'Orso peloso non lo trattasse peggio.

—Un po' di gonfiore! Nient'altro. Va' là; hai dura la cuticagna,Cardello, eh? eh?—

Lo accarezzava, un po' ruvidamente, sballottandolo di qua e di là per le spalle; voleva vederlo ridere a ogni costo. E all'ultimo, scorgendo che l'Orso peloso si mostrava buono, Cardello rise quasi suo malgrado, e, per far la pace, gli disse:

—Debbo andare a comprarvi il tabacco?—

L'Orso peloso volle dargli un segno della sua generosità, e gli mise in mano un soldo di più:

—Con questo ti comprerai un soldo di liquirizia.

* * *

Si mangiava bene però nel magazzino del burattinaio. Ogni sera il teatrino, com'egli lo chiamava, era affollato di spettatori; il sabato e la domenica, due infornate. Posti da cinque soldi, con seggiole, pei cavalieri: posti da tre soldi con panche, per la maestranza, posti da un soldo, in piedi, per la marmaglia. Non avevano altro svago in quel paesetto, e don Carmelo era molto bravo nell'arte sua. Repertorio svariatissimo: tutta la serie delle imprese dei Cavalieri della Tavola Rotonda, tutte le commedie e le farse dove Pulcinella, Tartaglia e Peppe-Nappa e Peppe-Nino facevano smascellare dalle risa…. Per ciò si mangiava bene a colazione e a desinare. Don Carmelo si dilettava anche di cucina, e Cardello ingrassava a vista d'occhio con quei piattoni colmi di spaghetti col pomodoro che egli stentava a finire, con certe fette di carne che non aveva mai viste neppur da lontano e col vino che don Carmelo lo costringeva a bere, dicendogli:

—Giù! Tracànnalo d'un fiato! Questo fa buon sangue.—

E buon sangue se ne faceva, anche troppo, lui. Certe sere Cardello si stupiva che al momento della rappresentazione don Carmelo riacquistasse, come per incanto, tutta la lucidezza di mente che occorreva e parlasse spedito.

Da otto giorni era preannunziato lo spettacolo: Vita e morte di Santa Genoeffa; e l'Orso peloso e sua moglie lavoravano a mettere in assetto i personaggi: a trasformare Colombina in Santa Genoeffa, Carlo Magno in Principe del Brabante, e altri pupi in gentiluomini di corte. Da otto giorni, Cardello si esercitava a far andare e venire dalle quinte di carta la cerva, personaggio importantissimo, che dava il latte ai due bambini nel bosco dove Santa Genoeffa viveva coperta di stracci, e a far muovere il macchinismo dell'ultimo atto, quando l'anima della santa doveva salire in cielo fra una gloria di angeli e di serafini, opera di don Carmelo, che la restaurava, incollando, dalla parte di dietro, pezzetti di cartone alle ali dei serafini sgualcite e alle nuvole strappate.

In quei giorni l'Orso peloso era intrattabile; ogni minima contrarietà lo faceva andare su le furie; e alla sua povera moglie eran toccati parecchi pugni e schiaffi, e a Cardello certi scapaccioni da farlo traballare su le gambe.

Quando l'Orso peloso andava a far la spesa, la povera donna si sfogava con Cardello.

—Se non fosse per questa creatura!

—E come vi siete maritata con lui che è tanto più vecchio di voi?—gli domandò una volta Cardello.

—È stata la mia disgrazia!

—Avete la febbre?

—Che importa! Se il Signore mi volesse! Ma prima dovrebbe far morire questa creaturina qui!—

La poverina batteva i denti:

—Sono già tre mesi che mi trascino con la quartana.

—Volete che chiami il medico, di nascosto di lui?

—E le medicine chi me le dà? La quartana se n'andrà da sè, com'è venuta.

—E se non se ne va?

—Me n'andrò io, e finirò di penare!—

Cardello prendeva in braccio la bambina che già aveva imparato a conoscerlo e gli sorrideva e gli stendeva le manine, bionda, rosea, mentre la sua mamma lavorava. Cardello le ripeteva:

—Dovreste parlare con la nonna, se volete che venga con voi.—

La vecchietta era venuta più volte a ringraziare il burattinaio per quel che faceva per suo nepote.

Due o tre volte egli l'avea trattenuta a desinare con loro, ma del progetto di condur via Cardello non le aveva mai fatto accenno. Da prima avea voluto convincersi dell'intelligenza e dell'abilità del ragazzo; poi, riuscita la prova, avea pensato che era meglio parlarne proprio il giorno avanti di partire.

Se la vecchia rispondeva di no….

—Non te la senti, di scappare?—avea egli domandato al ragazzo.—Tua nonna, va' là, mi sarà grata che le tolgo l'impaccio di pensare a te.—E Cardello aveva risposto serio serio:

—Vedremo!—

Vita e morte di santa Genoeffa doveva essere l'ultima rappresentazione. Quella sera però la folla fu così grande, anche perchè si sapeva che Cardello avrebbe fatto la sua parte, che bisognò mandar via la gente e promettere una ripetizione dello spettacolo per la sera dopo.

I compagni di Cardello, incontrandolo per la via quando il burattinaio lo mandava attorno per qualche commissione, gli domandavano:

—Che fai? Impari l'arte del burattinaio?—

E Cardello si vantava:

—Ora so far muovere i pupi! Sto imparando una parte.—

Si era costrutto da sè un fischio; anzi ne avea costrutti parecchi, di quelli che servono per la voce nasale di Pulcinella—due pezzetti di canna, con in mezzo una striscia di fettuccia, legati insieme da un po' di refe—e li avea venduti un soldo l'uno. A chi gli domandava:—Cardello dove vai?—egli rispondeva con lo strillo pulcinellesco, quasi come segno del mestiere che intendeva di scegliere.

Poi avea parlato della cerva che sembrava viva, con le corna ramificate alte così; l'avrebbe manovrata lui. E avea parlato delle nuvole, degli angeli e dei serafini che portavano su, in cielo, l'anima di Santa Genoeffa. Si girava una manovella, e le nuvole e gli angeli e i serafini e l'anima di Santa Genoeffa montavano lentamente su. Cosa maravigliosa!

Già lui imitava le voci di diversi burattini. Le spacconate di Peppe-Nappa, le birichinate di Peppe-Nino, i discorsi tartagliati di Tartaglia, le bizze di Colombina, le rodomondate di Orlando e di Buovo d'Antona, gli uscivano di bocca così ben eseguiti che sembrava di udire la stessa voce di don Carmelo e di sua moglie. I ragazzi stavano ad ascoltarlo a bocca aperta. Soprattutti, poi, egli rifaceva Pulcinella con le sue poltronerie, coi suoi strilli di paura, con le sue vanterie nei momenti che non si trovava di faccia qualcuno….

Don Carmelo però non avea potuto indurre Cardello a fare proprio una parte.

—Quando saremo in un altro paese. Qui mi vergogno.—

Finchè si trattava di far muovere i pupi, Cardello, nascosto dietro il fondo della scena, non si sentiva intimidire. Ma far la parte, no. Se la gente riconosceva la sua voce, avrebbero cominciato a gridare:—Bravo, Cardello! Viva, Cardello!—E sarebbe finita; non avrebbe più saputo aprir bocca!

Contrariamente a quel ch'egli si aspettava, la nonna non si oppose che andasse via col burattinaio.

—Ve lo raccomando come un figlio! È un povero orfanello.

—Non dubitate,—le rispose la moglie di don Carmelo:—È buono, si fa voler bene.

—E se muoio,—soggiunse don Carmelo:—(io non ho parenti) lascio ogni cosa a lui; sani la sua fortuna.—

Così, otto giorni dopo, Cardello andava via col burattinaio, seduto sur un cassone accanto alla moglie di quello, in uno dei carretti che portavano la roba. Don Carmelo con la pipa in bocca e un cappellaccio in testa, gli dava la voce dall'altro carretto:

—Stai come un principe, eh?

Era già un anno che Cardello andava di paese in paese col burattinaio, partecipando alla buona e alla cattiva fortuna; giacchè non sempre gli affari procedevano felicemente. I cartelloni ornati dei pupazzetti di Pulcinella e di Tartaglia, l'andata attorno di Cardello—col camicione, il cappellaccio di feltro grigio e il tamburo su la pancia,—e della moglie di don Carmelo in maglia e veste corta, suonando la tromba—non riuscivano in certi posti a incuriosire la gente, ad affollarla alle rappresentazioni. Le seggiole da cinque soldi rimanevano vuote, o bisognava permettere che vi si sedessero gli straccioni, la marmaglia, come sprezzantemente li qualificava l'Orso peloso, e da cui non era possibile pretendere più di un misero soldo di entrata.

Una volta non sapendo a qual santo votarsi, don Carmelo aveva concepito la bella idea di una serata speciale pei signori, pei galantuomini che, non volendo mescolarsi con la bassa gente nel suo teatrino, vi lasciavano deserte le trenta seggiole da cinque soldi destinate per essi. Era andato a raccomandarsi al Sindaco, agli Assessori, ai Deputati del Casino di convegno…. Se non proteggevano loro un povero artista! E Sindaco, Assessori, Deputati lo avevano colmato di grandi promesse.

Cardello era stato incaricato di ridurre in pezzettini quattro quinterni di carta, e bollarli, mentre don Carmelo, con gli occhiali a cavalcioni sul naso, vi scriveva a grossi caratteri:

—Domani sera dobbiamo farci onore! Vo' farli rimanere a bocca aperta. Che si credono questi signori? Doppia illuminazione. Tu e Cardello, alla porta, col vassoio sul tavolino tra due candelabri. Un bel sorriso e—Grazie.—Le lire e le mezze lire pioveranno abbondanti, e anche qualche fogliolino da cinque lire. Vorrei vedere che il Sindaco e gli Assessori…. E i signori del Casino!.. Sono dugento biglietti!—

Donna Lia e Cardello si guardavano negli occhi. La povera donna era guarita dalle febbri, ma ne portava ancora le tracce sul viso pallido e smunto. Da un pezzo, però, non più ricolmi piatti di vermicelli col sugo, nè larghe fette di stufato; e, raro, qualche bicchiere di vino riserbato soltanto a don Carmelo. Il quale però non mancava di prendere una sbornia alla taverna, con gli amici che lo invitavano e che ogni sera venivano a godersi gratis lo spettacolo, conducendovi mogli e figliuoli. Almeno servivano a riempire il teatrino!

Cardello era quasi irriconoscibile. Aveva preso l'aria del mestiere. S'era lasciato crescere la zazzera e portava su la nuca un vecchio berretto rosso da bersagliere con grave spavalderia. Già sapeva a memoria le parti di Peppe-Nappa e di Peppe-Nino, e n'era orgoglioso. E quando il popolino, sodisfatto e messo di buon umore, applaudiva e chiamava fuori quei personaggi, involontariamente, dietro la scena, mentre faceva ringraziare con belli inchini il pupazzo, s'inchinava anche lui, sorridendo; infine, quegli applausi e quelle chiamate andavano alla sua persona, alla sua abilità.

Ma in quel maledetto paesaccio dov'erano disgraziatamente capitati, gli zotici spettatori ridevano sì, ma non applaudivano, non chiamavano fuori Peppe-Nappa e Peppe-Nino; e questo teneva di cattivo umore Cardello che avea consigliato più volte al padrone:

—Andiamo via! Cerchiamo un'altra piazza!—

Per ciò Cardello non partecipava alle illusioni dell'Orso peloso intorno al successo della grande serata, e guardava negli occhi donna Lia, che era più scoraggiata di lui, impensierita inoltre per la tosse della bambina, tenuta su le ginocchia intanto ch'ella lavorava una gonna nuova a Colombina, con certi cenci regalatile dalla moglie del proprietario del magazzino per farne un vestitino a quella creatura. Cardello, a ogni colpo di tosse della piccina, si sentiva stringere il cuore. Quando non aveva da fare, il suo svago era quello di tenerla in braccio, di scherzare con lei che non capiva e balbettava qualche parola insegnatale da lui.

Appena l'Orso peloso cominciava a bisticciare con donna Lia, Cardello portava via, fuori, la bambina per timore che quel furibondo non la colpisse picchiando la moglie. Cardello non sapeva spiegarsi per qual ragione don Carmelo, da qualche tempo in qua, attaccasse più frequentemente lite con la povera donna, e le rovesciasse addosso tante parolacce.—Lasciatelo dire, donna Lia! Non gli rispondete,—egli suggeriva alla padrona.

—S'infuria peggio!

—Ma perchè?

—Perchè è pazzo. Non lo sa neppur lui perchè!—

Cardello dalla via, con la bambina in collo, lo sentiva sbraitare:

—Un giorno o l'altro!… Un giorno o l'altro!….—

Udiva i pianti e gli strilli della disgraziata, e non sapeva che cosa fare. Se passava qualcuno, lo pregava:

—Per carità, accorrete! Levategliela dalle mani!—

Ma se c'era uno che tentava d'inframmettersi, l'Orso peloso si rivoltava:

—Che volete voi? In casa mia faccio quel che mi pare e piace!—

E la gente andava via, stringendosi nelle spalle:

—Se la vedano tra loro!—

Qualcuno anche soggiungeva:

—Forse il marito ha ragione.

* * *

Da due giorni c'era pace nel teatrino—don Carmelo diceva sempre teatrino parlando di quello stanzone che il proprietario soleva affittare per usi diversi, secondo le occasioni.

Cardello era affaccendato ad attaccare parecchi lumi a petrolio coi riflettori di latta alle pareti, a trasportare seggiole tolte in prestito dai vicini per la grande serata—giacchè i signori non potevano mettersi a sedere sui panconi come la marmaglia -, a provare i complicati macchinismi della scena pei cangiamenti a vista, mentre don Carmelo andava attorno a distribuire i biglietti.

Tornando a casa, don Carmelo trovò la moglie in lagrime con la bambina su le ginocchia, e Cardello che, in piedi davanti a lei, si grattava il capo e cominciava a singhiozzare anche lui.

—Che cosa è stato?

—Ah! La bambina! Non può inghiottire!

—È passato il dottore; l'ho fatto entrare,—soggiunse Cardello.

—Ebbene?—fece don Carmelo.

—Il dottore tornerà con la medicina; se la farà dare gratis lui.

—O dunque? Non mi fate bestemmiare! Zitta! E tu va' a comprare il petrolio pei lumi. Ho parlato col droghiere della cantonata; ci fa credito fino a domani. Zitta!

—Non vi arrabbiate! È figlia vostra!—balbettò la povera donna, asciugandosi le lacrime, baciando la bambina per raffrenare il pianto.

Cardello, vedendo il viso rabbuiato e gli occhi torvi dell'Orso peloso indugiava, per non lasciare donna Lia sola con lui. Quel peggioramento della bambina capitava proprio in mal punto. Con che animo la disgraziata avrebbe potuto far la parte di Colombina quella sera, se lui stesso prevedeva di non saper dire due parole per conto di Peppe-Nappa e di Peppe-Nino? E lei doveva pure abbigliarsi in maglia e veste corta e ornarsi dei falsi gioielli di rame con pietre di vetro colorato; e lui mettersi in camicione col cappellaccio bigio di feltro, per ricevere nel vassoio, alla porta, la buona grazia dei signori che sarebbero intervenuti allo spettacolo!

Il dottore non aveva detto niente, ma Cardello, da un significativo increspare delle sopracciglia e dalla premura di lui di tornare con la medicina, si era convinto che si trattava di cosa grave. E se durante la rappresentazione la bambina si metteva a piangere, come avea fatto tutta quella giornata quasi senza chetarsi un quarto d'ora?

—Ti muovi dunque, pel petrolio?—urlò don Carmelo,

Cardello, presa la latta, stava per uscire quando s'incontrò col dottore.

—Va male?—gli domandò sotto voce.

Il dottore scosse la testa ed entrò.

Alla vista del vecchietto basso, tutto canuto, che portava in mano una boccetta con la medicina, don Carmelo si fece avanti ossequioso.

—Questa sciocca si dispera! È vero che non è niente, signor dottore?Glielo assicuri lei. Me, non mi crede.

—Il posto è umido—disse il dottore. Tenetela a letto… Avete un letto, qui?—Là dietro, un letto alla meglio—rispose don Carmelo.—Questa sera do la grande serata pei galantuomini. Se il signor dottore volesse venire a divertirsi…. La bambina è abituata all'umido; è nata in un magazzino peggiore di questo…. Un po' di tosse; si sa, i bambini…. È vero che non è niente, signor dottore? Tranquillizzi questa sciocca; se no, chi sa che pasticcio mi fa questa sera!…

—Sì, sì, non è niente…. cioè…—biascicò il dottore, un po' confuso:—Basta: tenetela ben cautelata. Ritornerò domani.

* * *

Quella sera faceva freddo.

Un pezzo di grossolana stoffa di cotone stinta dall'uso impediva che gl'indiscreti potessero vedere da fuori quel che si faceva là dentro; ma non riparava dall'aria frizzante donna Lia in maglia e veste corta, nè Cardello insaccato nel camicione, col cappello grigio di feltro su la nuca, e che gli stava accanto, dietro il tavolino, col vassoio situato tra due candele steariche infisse nei candelieri di stagno. Il pallore della pelle del viso di donna Lia si scorgeva fin sotto il rossetto profuso su le guance per l'occasione. Cardello, di tratto in tratto, si soffiava dentro i pugni per riscaldarsi le mani. Don Carmelo, già impaziente di veder riempito il locale dalle notabilità del paese, affacciava la testa capelluta da un angolo del palcoscenico, e sua moglie che se n'era accorta si sentiva su le spine, vedendo affollarsi alla porta coi biglietti in mano, le donne di servizio, i servi, i garzoni di campagna dei cavalieri, che non avevano creduto dignitoso per loro andar ad assistere all'opera di don Carmelo.

Lo stanzone era già pieno zeppo, e il popolino tumultuava vedendo ritardare l'alzata del sipario. A un cenno di donna Lia, Cardello si mosse per avvertire don Carmelo di dar principio alla rappresentazione.

Lo trovò che bestemmiava sotto voce, staccando rabbiosamente dal grosso ferro che li reggeva Santa Genoeffa, il duca, il traditore, il bambino, la cerva e gli altri burattini. Li buttava da parte con mala grazia, uno su l'altro, non curandosi di acciaccarne le teste, di sgualcirne i vestiti, di ammaccarne le corazze, e gli elmi di latta.

—Dice donna Lia….—

Il povero Cardello non potè aggiungere altro, sopraffatto dalla valanga di improperi che don Carmelo pareva stritolasse tra i denti, facendo il miracolo di non urlarli ad alta voce, quantunque i rumori, i battiti di mano, le grida di—Fuori! Fuori!—scoppianti dalla sala avrebbero impedito di udirli anche se non brontolati a quel modo. Cardello ebbe un'ispirazione; si mise in bocca il fischio da Pulcinella e fece sentire uno strillo, una specie di risata o di ringhio caratteristico.

—Bravo!

—Se no non si chetavano,—disse Cardello, orgoglioso di vedersi approvato dal padrone.

E il sipario fu tirato su tra il profondo silenzio della sala. Cardello avea dovuto prendere in mano Tartaglia, mentre don Carmelo, situato nel centro, dietro il fondo, reggeva Pulcinella. Lo scenario rappresentava la sala del trono del duca di Brabante, e gli spettatori eran curiosi di sapere come mai Pulcinella e Tartaglia si trovassero là. Non meno curioso e ansioso di loro era Cardello, che non sapeva una sola parola di quel che avrebbe dovuto far dire a Tartaglia. Si tranquillò vedendo che don Carmelo si affrettava a fare le due parti ora parlando col fischio da Pulcinella, ora ingrossando la voce e tartagliando per conto dell'altro burattino.

TARTAGLIA. So… sono arri-arri arrivato in questa città e non co-conosco nessuno.

PULCINELLA. Città? Dite porcile! Io non vedo l'ora di scapparmene via.

TARTAGLIA. Pe-perchè?

PULCINELLA. Perchè gli abitanti sono peggio dei maiali, tutti, dal primo all'ultimo.

TARTAGLIA. Co-come? Sono anzi ca-cavalieri, baroni, pri-principi!…

PULCINELLA. Ve lo dico in un orecchio che sono… ma zitto!

TARTAGLIA (contorcendosi dalle risa). Ah! Ah!…. Mi mi scappa! Ah!Ah!… Mi scappa!

PULCINELLA, Zitto, vecchio imbecille! Altrimenti queste bestie qui vanno a riferirle ai loro padroni….

TARTAGLIA. Ah! Ah!… Mi scappa!…

PULCINELLA (dandogli un calcio) E lasciatevelo scappare!

Appena Tartaglia ripetè la parolaccia che Pulcinella gli avea detto all'orecchio, un grand'urlo e un fitto coro di fischi scoppiò nella platea.

—Pezzo di ubbriacone! Basta! Basta!—

E una seggiola volò sul palcoscenico, poi un'altra, poi un'altra che sfondò la scena di carta, dietro lo squarcio della quale si videro le gambacce di don Carmelo e quelle magroline di Cardello.

Sarebbe avvenuto un gran guaio, se il brigadiere e due carabinieri non si fossero trovati là a calmare la gente, a prenderla per le spalle, a farla uscire, assicurando che il domani il burattinaio avrebbe chiesto scusa ai signori e al pubblico per la parolaccia fatta pronunziare al povero Tartaglia, che un colpo di seggiola aveva atterrato sul piccolo palcoscenico.

Quando l'ultimo e più riottoso degli spettatori fu messo alla porta, il brigadiere si affacciò dietro il palcoscenico dove il burattinaio già staccava le assicelle dello scenario, dopo aver fatto un gran fagotto dei burattini preparati per la serata.

—Signor brigadiere….

—Ma come vi è passato per la testa…?

—Li ho chiamati come li chiamano tutti, signor brigadiere.

—Va bene: è l'inguiria, come dicono qui, il nomignolo di cui li regalano la gente dei paesi attorno….

—E l'offesa fatta a me la contate per niente, signor brigadiere?

—Quale offesa?

—Faccio una serata di onore pei signori, con inviti, a pagamento s'intende, rimettendomi alla loro buona grazia, alla loro generosità; il Sindaco accetta di proteggerla…. Mi ha mandato cinque lire con l'usciere! E i signori intanto…. Che cosa si credono? Divinità?… Bestie che non capiscono niente dell'arte dell'opera… perchè altrimenti sarebbero intervenuti e non avrebbero mandato invece le loro persone di servizio….

—Hanno mandato anche quattrini….

—Gliele ributto in viso le cinquanta miserabili lire che sono ancora là… Lia, dov'è il vassoio?

—E domani che cosa farete?

—Domani? Ma io vado via sùbito da questo porcile!—

E così parlando, l'Orso peloso non aveva smesso di spiantare le assi del palcoscenico, di piegare le quinte di carta e il sipario, aiutato un po' da Cardello che aveva aperto gli occhi spauriti dalla paura ed era indignato anche lui per l'offesa fatta al suo principale.

* * *

La povera madre, tuttavia in maglia, col rossetto che le si scioglieva su le guance in larghe righe per le lacrime che le sgorgavano silenziose dagli occhi—e lei non badava ad asciugarle—era curva su la piccina, che, stesa sul pagliericcio dietro il palcoscenico, non tossiva più e non si lamentava più, con nel pettuccio un rantolo che le moriva nella gola e le faceva fiorire di tratto in tratto bollicine di bava su le labbra pavonazze.

La povera madre non osava di piangere forte, di gridare:—Figlia, figlioletta mia!—per non irritare di più il marito che bestemmiava e brontolava l'ingiuria contro quel porcile e i signori che lo abitavano; ed erano veri, verissimi porci…—Sì, signor brigadiere!—

Sentendo singhiozzare dietro il palcoscenico, il brigadiere aveva sporto il capo e si era precipitato verso la donna che si dava pugni su la testa e si strappava i capelli. Alla vista di lui, sembrò ch'ella prendesse coraggio, che si sentisse difesa contro la possibile brutalità del marito, e i singhiozzi le proruppero dalla gola e poi l'urlo desolante:

—Figlia, figliolina mia!—

Cardello diè un salto giù dal palcoscenico, e scoppiò in pianto anche lui, con le mani tese verso la morticina quasi avesse paura di avvicinarsi e la chiamava per destarla, giacchè non gli pareva morta ma addormentata.

Anche don Carmelo era accorso; e dimenticando il porcile e quei porci di signori contro cui avea seguitato a brontolare, raccomandava al brigadiere che tratteneva per le braccia la madre desolata:

—Lasciatela sfogare, signor brigadiere! Sarà meglio!… La portiamo via; non voglio lasciarla qui…. Neppure morta!—

E con le grosse mani si asciugava inconsapevolmente le lacrime che non gli inumidivano gli occhi, impietrate dentro….—Neppure morta! Neppure morta!

Rizzavano il palcoscenico nello stanzone dove altre volte don Carmelo aveva ottenuto grandi successi coi suoi burattini. In quella graziosa cittadina egli era così conosciuto, che fin l'unico giornaletto settimanale aveva annunziato come un avvenimento l'arrivo del Re dei burattinai con molta soddisfazione dell'Orso peloso, come Cardello continuava a chiamarlo anche quando ne parlava con la povera padrona, che ne sorrideva. Ma pur canticchiando o saltando, Cardello non poteva togliersi dalla mente il triste ricordo di quel viaggio notturno con la morticina avvoltolata nella vecchia coperta di lana e posta sui cassoni e su le assi e i travicelli di cui era ingombro il carro. Egli e la inconsolabile madre lo avevano seguito a piedi, per parecchie miglia, mentre don Carmelo, fumando la pipa, e il carrettiere un mozzicone di sigaro, seduti su la tavola davanti, scambiavano di tanto in tanto qualche parola. Poi, all'alba, alla svolta dove lo stradone provinciale s'incrociava con la strada comunale, un carrettiere, pregato dall'altro che lo conosceva, li aveva presi sul suo carro vuoto, ed era stato un ristoro.

La morticina avea dovuto rimanere quasi mezza giornata nello stanzone prima di esser portata via al cimitero. Erano venuti il medico del Municipio e il brigadiere dei carabinieri, e la mamma avea ripreso a piangere e a lamentarsi sommessamente, per non irritare don Carmelo, che durante la visita del medico e del brigadiere era divenuto di pessimo umore alle tante domande di costoro.

—Sissignore, è morta per via; chi poteva immaginarselo?

—Non avevate chiamato un medico?

—Due, anzi—mentì don Carmelo—ma non ci dissero che la bambina era in pericolo.—

Prima che entrasse il beccamorto con la cassetta sottobraccio, una pietosa vicina aveva trascinato in casa sua la madre per non farla assistere alla dolorosa scena. Non voleva staccarsi dal cadaverino e lo baciava e ribaciava, gemendo:—Figlia, figliolina mia, cuor mio!—Cardello stralunato avea voluto accompagnare la morticina fino al cimitero, piangendo quasi si trattasse di una sorella.

E ora, aiutando il padrone a inchiodare le assicelle dello scenario e a piantare i travicelli delle quinte e della bocca d'opera, canticchiava e zufolava sottovoce per ingannare la gran pena che aveva nel cuore.—Purchè non ci porti sfortuna!—brontolava don Carmelo.

E mandò a chiamare la moglie, perchè lavorasse anche lei.

—Durerà eterno questo pianto? Dovresti anzi essere contenta che la bambina non soffra più e stia in Paradiso.—

E parlò in modo così brusco, che la povera donna si fece forza, si asciugò le ultime lacrime, prese in mano il vestito del Tartaglia stracciato dal colpo di seggiola nella memorabile serata, e cominciò a rammendarlo.

Don Carmelo avea ritrovato parecchi vecchi amici che venivano a vederlo lavorare, non sapendo come meglio occupare il lor tempo; e, ogni volta, mandava a prendere un litro di vino dalla vicina osteria per ricambiare la stessa cortesia che qualcuno di loro gli usava la sera colà. Bevevano, ciarlavano, e uno di essi il più giovane, gli ripeteva una facezia che faceva aggrottar le ciglia a don Carmelo:

—Vecchio peccatore! Non vi bastava Colombina! Avete voluto anche una mogliettina giovane e bella!—

Costui era sempre allegro; raccontava storielle che facevano fin sorridere donna Lia, suonava la chitarra, cantava canzonette un po' sboccate, e quando don Carmelo dimenticava di far prendere il solito litro di vino, diceva a Cardello:

—Senz'offesa, don Carmelo… mando il ragazzo qui vicino. Su, panperso: un litro, e del migliore.—

Don Carmelo nei primi giorni non se n'era offeso; ma a poco a poco la frequenza di Tano Spaglia cominciò ad annoiarlo.

Costui veniva, la sera, a godersi gratis l'opera; la mattina, col pretesto di dargli il buon giorno, passando; e nelle ore pomeridiane, per far quattro chiacchiere e spassarsi con la chitarra, la più stupenda chitarra che gli fosse capitata tra le mani, diceva; e un giorno o l'altro avrebbe finito col portarsela via, di nascosto, se don Carmelo non si decideva a vendergliela; l'avrebbe pagata quel che lui voleva, s'intende.

Don Carmelo intanto non aveva coraggio di dirgli:

—Fammi il piacere, amico; non starmi sempre tra' piedi!….—

Infatti quando non veniva solo, si trascinava dietro gli altri vecchi amici di don Carmelo, perchè nello stanzone dell'opera si stava con più libertà che all'osteria, ed era un divertimento star a veder rivestire i pupi, e lavorare le teste e le mani di legno che don Carmelo con quattro colpi di sgorbia e con un coltellino abbozzava, rifiniva e poi colorava con la vernice.

Gl'introiti delle serate andavano benissimo. Folla ogni sera, da dover rimandare la gente; e a desinare vassoi di vermicelli e tocchi di carne e frutta e vino: sembrava carnevale ogni giorno, come diceva Cardello, che ingrassava a vista d'occhio. Donna Lia (era naturale) stonava in mezzo a tutto quello sperpero e tra tanta allegria, vestita di nero, con gli occhi cerchiati di livido perchè appena restava sola, con la porta chiusa, si sfogava a piangere la morticina del suo cuore, quasi non fosse già trascorso qualche mese dalla sera della disgrazia.

Invano Tano Spaglia le diceva scherzando:

—Ma via! Figli e guai non mancano mai!

—Mutiamo discorso!—brontolava don Carmelo.

* * *

E ogni sera, terminata la rappresentazione, mentre marito e moglie si coricavano nel misero giaciglio dietro il palcoscenico, Cardello li sentiva leticare sottovoce e sentiva il colpo di un ceffone o di un pugno che strappava degli ahi! ahi! alla poveretta.

Due notti appresso la lite fra marito e moglie si era incalorita. Cardello udiva ringhiare don Carmelo:

—Devi dirglielo tu!… Altrimenti lo prendo per le spalle e lo buttofuori a calci!… E commetto qualche sproposito!… Zitta! Zitta!Ieri, perchè è venuto dopo di avermi incontrato nella Piazza dellaMatrice? Che cosa ti ha detto?… Rispondi! Parla!—

La voce di don Carmelo era avvinazzata; e donna Lia rispondeva soltanto coi singhiozzi e con l'esclamazione:—Madonna Santa!—

Tutt'a un tratto… Cardello si era rizzato sul pagliericcio steso in un angolo. Avrebbe voluto accorrere…. Nel buio accadeva certamente qualcosa di terribile. Don Carmelo bestemmiava, donna Lia gridava:—Oh Dio! No! No!—

Cardello gridò:

—Don Carmelo!… Donna Lia!….—

Un rantolo… e poi niente! Un zolfanello fu acceso, e un lume; e Cardello si vide apparir davanti don Carmelo in camicia e mutande tutto insanguinato….

—Don Carmelo!… Don Carmelo!….—

L'Orso peloso, con gli occhi sbarrati, coi capelli irti, si rivestiva in fretta, apriva la porta e scappava senza neppure dirgli una parola, quasi non avesse udito il grido di lui e non si fosse neppure accorto della sua presenza.

Cardello, balzato in piedi, si era affacciato, esitante, dietro il palcoscenico. La padrona, con metà del corpo fuori del giaciglio, le braccia tese e le mani increspate, versava ancora sangue da una larga ferita alla gola, immobile; e i capelli diguazzavano, sciolti, nella rossa pozza che si allargava… si allargava.

—Aiuto! Aiuto, santi cristiani!… Aiuto! Aiuto!—

Correva da un punto all'altro della via come impazzito dal terrore.

—Che cosa è stato!—gridò uno dal terrazzino di faccia….

—Hanno ammazzato…. Aiuto!

—Chi hanno ammazzato?

—L'Orso peloso ha ammazzato la moglie!

—Quale orso, imbecille?—

Cardello si accorse che nello smarrimento gli era sfuggito il nomignolo che colà nessuno poteva capire a chi si riferisse; e soggiunse subito:

—Don Carmelo, il puparo! Aiuto! Aiuto!—

In pochi minuti, lo stanzone era pieno di gente del vicinato accorsa alle grida di Cardello. Il quale, seduto su lo scalino della porta, piangeva tenendosi le mani e balbettando:

—Mamma mia! Ora come farò? Mamma mia!—

Qualcuno era andato a chiamare i carabinieri.

—Com'è stato?—voleva sapere il brigadiere.

—Che ne so? L'ha ammazzata lui…. È scappato!

—Perchè l'ha ammazzata?

—Che ne so? Io dormiva! Ho sentito un urlo… Eravamo al buio… Poi lui ha acceso un lume si è vestito… tutto insanguinato, mani e camicia… Ah mamma mia!

—Signori miei, sgombriamo!….—

Il brigadiere e gli altri due carabinieri spingevano fuori i curiosi, impedivano che altri entrassero; e lasciati i subalterni a far la guardia all'uccisa, conduceva via con sè Cardello alla caserma….

—Non piangere! Non aver paura… Devi dirmi la verità.—

Cardello era istupidito dalla paura che lo mettessero in carcere, e, balbettando, rispondeva al brigadiere:

—Che c'entro io? L'ha ammazzata don Carmelo!—

E quando si sentì rassicurato, e udì dirsi dal brigadiere:—Ti rimanderemo al tuo paese, senza che tu spenda un soldo,—si rammentò che tra un fagotto dei suoi vestiti vecchi e di poca biancheria, avvolte in un fazzoletto, egli teneva nascoste sette lire, due di argento e cinque di spiccioli.—La roba e il danaro me li daranno?

—Andremo a prenderli domani. Intanto buttati su quel letto e cerca di dormire.—

Sfinito dal pianto e dalla terribile commozione, Cardello si addormentò quasi sùbito… Ma che sognacci!….

Ti rimanderemo al tuo paese—gli aveva detto il brigadiere.

Ma oramai egli aveva preso gusto a quella vita errabonda; e se avesse avuto quattrini, o se il Pretore, invece di sequestrare tutti i burattini di don Carmelo, li avesse lasciati in mano di lui, gli sarebbe bastato l'animo di continuare a fare il burattinaio per proprio conto. Sapeva a memoria molte parti e riusciva ad imitare così bene la voce dell'Orso peloso secondo i diversi personaggi, che col solo aiuto di un ragazzo per muovere un altro burattino, lo stesso aiuto che da principio egli aveva dato a don Carmelo, si sarebbe potuto guadagnare facilmente il pane…. Mah! Mah!

L'Orso peloso gli soleva ripetere, le rare volte che era di buon umore:

—Prima di morire, voglio far testamento e lasciare ogni cosa a te! Non ho parenti in questo mondo, e non posso portarmi i burattini nell'altro per far l'opera in Paradiso o nell'Inferno dove andrò. Intanto non ho intenzione di morire presto; sarò sempre in tempo pel testamento.

E Cardello, ogni sera, avanti di addormentarsi, aveva fantasticato a lungo intorno al caso che lo avrebbe reso padrone di quelle parecchie dozzine di pupi, e di tutti gli attrezzi del teatrino, augurando però al padrone lunga vita, anche perchè così avrebbe potuto strappargli interi i segreti del mestiere di burattinaio, di cui già era infatuato come del più bel mestiere di questa terra.

Invece, ora si trovava solo, in mezzo a una via, pieno di sgomento per l'avvenire. Quel po' di danaro sarebbe stato appena sufficiente a farlo vivacchiare una settimana. E poi?

Ancora gli sembrava un brutto sogno tutto quel che era accaduto; e una mattina, più scoraggiato che mai, si era seduto su gli scalini della chiesa del monastero di Santa Chiara, coi gomiti appoggiati alle ginocchia e la testa tra le mani. Aveva il cuor grosso e gli occhi pieni di lacrime.

—Eh!… di': tu sei il ragazzo del burattinaio che ha ammazzata la moglie, è vero?—

Colui che gli rivolgeva questa domanda gli avea posato una mano su la spalla quasi per scuoterlo da quello stato di tristi riflessioni.

Cardello rizzò la testa e lo fissò impaurito.—Senti,—riprese quegli:—se tu volessi allogarti per servitore, faresti la tua fortuna.—

E senza dargli tempo di rispondere continuava:

—In casa del signor Decano Russo, che è anche cappellano di questo monastero. Vieni con me in sagrestia. Non potresti trovar di meglio, se hai voglia di mangiar tutti i giorni la santa grazia di Dio. Si mangia bene in casa del signor Decano; dolci a bizzeffe. Ti piacciono i dolci? E poco da fare: andargli dietro dalla casa alla chiesa quando va a recitare l'uffizio o ad assistere alla messa cantata; reggergli l'ombrello, quando piove; lustrargli le scarpe… e fargli da mangiare… Oh, se tu non sai, egli t'insegnerà. Ne sa più lui che un cuoco… Su, vieni in sagrestia; sta prendendo il caffè coi biscottini.—

Cardello esitava. Quel vecchietto col collare e la papalina non voleva farsi beffa di lui?—Sono il sagrestano,—soggiunse colui, vedendosi guardato con tanto d'occhi.—Spicciati, vieni.—

Il Decano era seduto su un seggiolone con piano e spalliera di cuoio, vicino alla grata che aveva una piccola ruota in un angolo. Sul tavolino, il vassoio con la tazza vuota, il bricco e un altro vassoio con un resto di biscotti indicavano che egli aveva finito allora allora la sua colazioncina.

Grasso, corto, bianco di capelli, con un bel faccione rotondo, mani piccole e ben fatte, e il grosso anello decanale di smeraldo a un dito della mano destra, il cappellano conversava con l'Abadessa, quando il sagrestano introdusse Cardello, che lo avea seguito riluttante e quasi trascinato pel braccio.

—Ecco, padre cappellano, il servitore che ci vuole per vossignoria.—

Il Decano squadrò Cardello da capo a piedi.

—È il ragazzo del burattinaio che ha ammazzato la moglie. Si trova disoccupato. Può provarlo una settimana, un mese. Mi hanno assicurato che è un buon ragazzo, svelto, intelligente; quel che ci vuole per vossignoria. E arriva proprio in tempo.

—Che cosa sai fare?—domandò il Decano con voce incoraggiante.

—Il burattinaio,—rispose Cardello.

—Va bene,—riprese il Decano sorridendo:—Ma in casa mia occorre di fare tutt'altro.

—Gliel'ho già spiegato quel che dovrebbe fare,—soggiunse il sagrestano.

—Sì, sì, figlio mio; lascia il brutto mestiere di burattinaio, che fa commettere tanti peccati alla gente. Il signor Cappellano ti tratterà bene, da buon sacerdote.—

Si udiva una dolce voce femminile dietro la grata, voce di donna matura, ma con qualcosa di così fresco e di gentile, di materno, che Cardello si era sentito rimescolare tutto, quasi da quell'oscurità gli avesse parlato la misera donna Lia; giacchè la voce dell'Abadessa somigliava molto quella dell'assassinata, che gli avea davvero voluto bene come a un figlio.

—Che ne dici?—riprese il Decano:—Puoi entrare in servizio fin da questo momento. Il mio vecchio servo è morto ieri l'altro. È stato con me diciotto anni.

—Se mi vuole…—balbettò Cardello.

—Ma bisognerà farsi togliere cotesti capellacci da oprante.

—E il signor Decano ti rivestirà da capo a piedi….

—S'intende, s'intende… Intanto prendi questi biscotti, col permesso della nostra madre Abadessa… Mangiane tre, quattro. Gli altri mettili in tasca… e ringrazia la madre Abadessa.

—Grazie,—pronunziò Cardello con voce affiochita dalla commozione.

* * *

Otto giorni dopo, chi lo avrebbe riconosciuto, vestito tutto di nero, con abito lungo e cappello a staio e le mani affogate in un paio di guanti di lana color cioccolata? Si sentiva un po' buffo, quasi in maschera; ma che importava? Fin dalla prima giornata Cardello avea capito che col signor Decano si poteva stare benissimo, e che la fortuna lo aveva proprio aiutato.

Il signor Decano, in verità, gli sembrava un po' matto, con quella grande smania per la pulizia. Cardello, appena entrato in casa, aveva ricevuto la prima istruzione:

—Quando viene qualcuno non permettere che metta il piede dentro, se non si è ripulito perfettamente le scarpe in questi ferri e nella pedana. Fosse il re in persona, non entri se non si è ripulito le scarpe. Hai capito?

—-Sissignore.

—Si risponde: "Eccellenza, sì". E bada, oggi ti ho lasciato venire al mio fianco dal monastero fino a qui. Non sapevi; il burattinaio non poteva insegnarti la buona educazione, ed ho lasciato correre per non darti una mortificazione lungo la strada. Ma il servitore deve seguire il padrone a dieci passi di distanza, tenendosi un po' su la sinistra. Guarda; così. Io vado avanti: uno, due, tre, cinque… dieci passi; muoviti, un po' più a sinistra, tenendo sempre la stessa distanza. Bravo! Non ridere; sono cose serie. Hai capito, ora?

—Sissi… Eccellenza, sì.

—Tu non sei il servitore del primo venuto, ma del Decano Russo della Matrice… Questo grosso anello con la pietra verde può portarlo al dito soltanto il Decano; gli altri canonici, no. E il Decano tuo padrone è anche cappellano delle monache di Santa Chiara. Per questo, domani andrai dal barbiere a farti tagliare i capelli, corti, a spazzola, come devono portarli i servitori della gente perbene, dei signori. Parrai un altro… Ed ora, aiutami a svestirmi. Il cappello va sùbito spolverato, con questa spazzola fine, delicatamente, e poi riposto nella scatola là, sempre a quel posto, per l'ordine. Il mantello, in quell'armadio, e il robone pure, ben spazzolati; hai capito?

—Eccellenza, sì.

—E per cucinare?

—So cucinare i maccheroni.

—È poco. T'insegnerò; dovrai imparare. L'arrosto, il fritto, l'umido, e gl'intingoli… Il dolce ce lo manderanno tutti i giorni le monache. Per questo passo tre, quattro ore al giorno ad ascoltare le sciocchezze che mi dicono dietro la grata del confessionile… Pettegolezzi di teste fasciate… Ma i dolci sono eccellenti… E poi io non la penso come quel tale che diceva:

o paglia o fieno purchè il ventre sia pieno!

Ci vuole buona carne, buon brodo, buon pesce… Imparerai a far la spesa, venendo con me, nei giorni che io sarò impedito. I macellai sono ladri, e i pescivendoli peggio. Occorre aprire tanto d'occhi. Mentre io reciterò l'uffizio, tu lustrerai le scarpe e gli stivali, ogni giorno, e spazzerai le stanze, e spolvererai i mobili, i quadri…, delicatamente. Gli stivali, pei giorni di pioggia, devono essere sempre pronti. Dieci paia di scarpe e cinque paia di stivali. Monsignore dice che gli stivali non sono da sacerdoti… Ma l'umido del fango, se mai, non se lo prende lui, e i reumi neppure. Alla mia salute devo badare io. Se mi buscassi un malanno, non verrebbe Monsignore a togliermelo di dosso… E il letto? Sai rifare un letto? La mattina, si disfà, abballinando le materasse perchè prendano aria… E poi… le lenzuola ben stirate, ben rincalzate dal capezzale, da qui e dai lati, da non fare una grinza; la più piccola grinza non mi farebbe dormire.—

Cardello, abituato con l'Orso peloso che parlava poco e a scatti, si sentiva un po' intronata la testa dalla parlantina del nuovo padrone; e lo guardava maravigliato, quasi sospettoso che dentro quel corpo corto, grassoccio, roseo, fosse nascosto un meccanismo da fargli muovere rapidamente la lingua.

E nei due giorni dopo, altre e altre istruzioni e raccomandazioni.

Cardello, che si riconosceva appena da sè, coi capelli rasi, guardandosi nello specchio, fu però a un pelo di scappar via quando il signor Decano gli fece indossare quel vestito nero con cui doveva andargli dietro a dieci passi di distanza, portando sotto braccio l'ombrello di seta rossa, grande quanto una casa, col manico di rame, fosse cattivo tempo o no, perchè non si sapevano mai, uscendo di casa, i capricci della stagione.


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