Era un abito smesso del padrone, che non portava sempre la veste talare. Spelato nelle maniche, rossiccio, era stato una specie di livrea pel vecchio servitore morto, ed ora doveva servire per Cardello.
—È un po' largo, un po' lungo; ma tu crescerai, e tra qualche mese ti andrà bene. Tutt'al più, faremo un po' scorciare le maniche e anche i calzoni.—
Quando Cardello vide presentarsi la tuba, fece un gesto di ribellione:
—Mi burleranno,—disse, quasi piagnucolante.
—Parrai un signore, coi guanti.—
La tuba gli scendeva su gli orecchi.
—È troppo larga per me!
—Con un po' di carta torno torno dietro il cuoio…. È quasi nuova.
Cardello scoppiò a ridere vedendosi infagottato a quel modo.
Che cosa doveva fare, povero Cardello? Perdere quella fortuna? Lo avevano burlato al suo paese, quando aveva indossato il camicione bianco e il cappellone di feltro, col tamburo su la pancia, e lui non se l'era presa. Avrebbe fatto lo stesso ora in quella cittaduzza dove pochi lo conoscevano.
E la prima mattina che uscì così mascherato, come egli diceva, andando dietro al padrone a dieci passi di distanza, con l'ombrello di seta rossa sotto l'ascella, camminava impacciato, a occhi bassi, senza punto curarsi se la gente ridesse di lui. Ridevano le monache in sagrestia dietro la grata, affollate per vedere il nuovo servitore del cappellano; ma l'Abadessa gli fece prendere una tazza di caffè coi biscottini, e il signor Decano, per quella volta soltanto, permise ch'egli godesse del regalo su lo stesso tavolino ma in piedi, discretamente discosto.
E la madre Abadessa lo felicitò di aver rinunziato al mestiere di burattinaio, che—ripetè—faceva commettere tanti peccati alla gente, perchè l'opera, se non lo sapeva, è invenzione del demonio.
—Rappresentavamo anche il martirio di Santa Genoeffa—disse Cardello, che non riusciva a persuadersi che l'opera fosse invenzione del demonio.
—Il demonio sa tutte le male arti; si traveste anche da santo per ingannare gli uomini. Ora tu devi apprendere le cose di Dio che t'insegnerà il padre cappellano.
Invece delle cose di Dio, il padre cappellano pensava a insegnargli ad arrostire le costole di maiale; a fare lo stufato pei maccheroni; il brodo coi galletti che le monache allevavano nell'orto per lui; certi intingoli ghiotti e un po' complicati che richiedevano grande attenzione; e una frittata delicatissima, per la quale bisognava sbattere prima le chiare delle uova a parte e poi i torli, anch'essi a parte.
—Le chiare si sbattono finchè si riducono tutt'una spuma; vi si mescolano i torli, aggiungendo poche stille d'acqua, e giù nella padella con l'olio che frigge. Così… osserva bene. Ora puoi servire in tavola.
Le ore passate in cucina erano uno svago per Cardello. Ma che noia le altre, lunghe, passate ad attendere nella sagrestia del monastero il cappellano che confessava, o in quella della Matrice mentre quegli recitava l'uffizio al coro, con gli altri canonici! E che noia, in casa, quando avea finito di lustrare scarpe e stivali, di spazzare, di spolverare, di rifare i letti!
Il signor Decano preparava nella stanza da studio le prediche e i sermoni da fare tutte le domeniche alle monache di Santa Chiara; e lui, nell'anticamera, per ingannare l'ozio, si metteva a ripetere sottovoce le parti di Peppe-Nappa, di Tartaglia, di Pulcinella, di Colombina, facendo da burattino, gesticolando, sgambettando, dimenticando talvolta che il padrone poteva udirlo, e sgridarlo se lo sorprendeva in quel giuoco.
Un giorno, infatti, egli si era talmente entusiasmato nella recitazione delle parti, che il signor Decano, intrigato di sentir parlare di là, come credeva, parecchie persone, aveva aperto delicatamente l'uscio a fessura ed era rimasto un pezzo a divertirsi dell'inattesa rappresentazione.
—Bravo, bravo, don Calogero!—
Il signor Decano non lo chiamava Cardello, ma col nome di battesimo a cui aveva appiccicato il don, perchè i suoi servitori avevano avuto tutti il don.
Cardello si aspettava una lavata di capo; invece il signor Decano rideva, rideva, e volle che proseguisse.
—Domani, dovrai ripetere la rappresentazione nel parlatorio delle monache; sarà un gran divertimento per loro!
—Ma la madre Abadessa dice che l'opera è invenzione del demonio—feceCardello, che all'idea di dover rifare le buffonate diPeppe-Nappa e di Tartaglia davanti a quell'uditorio temevad'impappinarsi e di sentirsi morire le parole in gola.
—L'Abadessa chi sa che cosa s'immagina! Quel che fa ridere non è peccato.
* * *
Fu un gran trionfo per Cardello. Da principio le molte teste di monache e di educande affollate dietro le cinque grate del parlatorio, e che ridevano anticipatamente soltanto a vederlo in mezzo al grande stanzone, infagottato in quell'abito che gli scendeva fin sotto le ginocchia, ritto, in attesa di cominciare la rappresentazione, lo avevano intimidito. Ma la vanità di far mostra della sua arte gli rese quasi sùbito una gran padronanza di spirito. Egli era Tartaglia, Pulcinella, Colombina, Peppe-Nappa, il Bravo mafioso con la parlata strascicante alla palermitana, uno alla volta, ma dava l'illusione che parlassero più personaggi, ingrossando e affinando la voce, secondo le diverse parti. Dietro le cinque grate era un continuo scoppio di risate, di esclamazioni, di strilli allegri, e il Decano seduto in un angolo davanti al gran tavolino di noce, vicino alla grata accanto al finestrone, rideva lietamente anche lui quando Pulcinella fingeva di prendere a calci e a pugni Peppe-Nappa, o faceva le viste di ricevere una fitta di legnate dal Bravo mafioso, che poi scappava, appena Pulcinella, rimessosi dal primo sbalordimento, gli levava di mano il bastone e lo tempestava di colpi…. Sembrava di vederli!…
Cardello aveva accozzato alla meglio tutte le parti che gli erano venute in mente; e all'ultimo, mentre Tartaglia benediceva gli sponsali di Colombina con Pulcinella, tartagliando peggio di prima e piangendo dalla consolazione di maritare la figlia, le risate furono tali che Cardello si mise a ridere anche lui.
Gli era parso di esser tornato ai bei tempi, quando già cooperava con don Carmelo alle rappresentazioni e fin l'Orso peloso gli diceva: bravo!… E uscendo dal parlatorio, e seguendo a dieci passi di distanza il padrone, con un fazzoletto pieno di dolci in una mano, e l'ombrello di seta rossa sotto l'ascella, rivedeva la bambina morta, la povera uccisa, e don Carmelo che avrebbe finito la sua vita nel carcere a cui lo avevano condannato appunto in quei giorni, come se n'era sparsa la notizia; e mai come in quel momento il vestito nero, la tuba e i guanti color cioccolata gli erano pesati addosso peggio di una ridicola mascheratura.
—Sei contento?—gli domandava talvolta il sagrestano che lo aveva allogato presso il signor Decano.
—Contentissimo!—
Non osava di dire che si annoiava mortalmente, specie la sera quando il signor Decano, fatto un giro d'ispezione assieme con lui per le stanze e gli stanzini, si metteva a letto di buon'ora, e voleva che andasse a letto anche Cardello.
Era venuto l'inverno; le nottate non finivano più. Cardello si voltava e rivoltava nel lettuccio, senza poter chiuder occhio prima di parecchie ore di veglia. Le rappresentazioni dei burattini finivano appunto verso le undici ed egli si era ormai abituato a non andare a letto prima dell'una dopo la mezzanotte. Ah! se avesse potuto trovare un altro burattinaio come don Carmelo! Avrebbe abbandonato volentieri anche quella cuccagna dove minacciava d'ingrassarsi peggio del padrone, pur di fare una vita più attiva, più varia! Là sempre le stesse cose: alzarsi, preparare il caffè col torlo d'uovo e i biscotti pel signor Decano, spazzare le stanze, rifare i due letti, spolverare, lustrare scarpe e stivali, accompagnare il padrone dal macellaio, dall'erbaiuolo, dal pizzicagnolo e poi al monastero per la messa alle monache, e alla Matrice pel coro e per la messa cantata, e tornare a casa a preparare il desinare. Dopo un anno, in cucina poteva fare tutto da sè, quantunque il signor Decano si affacciasse spesso colà per dargli, e non occorreva, una mano di aiuto e insegnargli qualche nuovo intingolo col Libro dei Cuochi sotto gli occhi. E andando al mercato, o stando in cucina, il signor Decano non scordava mai di fargli ripetere:
—Su, don Calogero; come diceva quel bestione?
O paglia o fieno,Pur che il ventre sia pieno—
—Diteglielo anche voi: "Bestione!"
—Eccellenza, sì: Bestione!—
E la pancetta del signor Decano sobbalzava allegramente per la larga risata che quel "Bestione!" provocava.
Il Decano aveva avuto la buona idea d'insegnargli a leggere e a scrivere, meglio che non avesse fatto don Carmelo, che lo aveva abbandonato quando cominciava a compitare, e d'insegnargli inoltre le quattro regole dell'aritmetica. Cardello aveva appreso con facilità. Ma dei libri del padrone che egli si era provato a leggere, capiva soltanto alcune vite di santi e qualche volume di prediche. Non erano divertenti, specialmente questi. Non dovevano divertire neppure il padrone, se li lasciava mangiare dalla polvere nei vecchi scaffali, in uno stanzone che serviva anche di riposto per tutti gli arnesi resi inservibili dall'uso.
Leggeva e rileggeva il Libro dei Cuochi che il signor Decano teneva sul tavolino, accanto ai quattro volumi del breviario rilegati in pelle nera, e che egli dichiarava il primo libro del mondo. Ogni volta che Cardello gli diceva:—Permette, voscenza?—il Decano gli rispondeva:
—Anzi! Anzi! Dovreste impararlo a memoria!—
Se non che accadeva spesso che quando al signor Decano veniva il capriccio di tentare un piatto nuovo, pareva che il primo libro del mondo s'ingegnasse di far andar a male gl'ingredienti. Sissignore; tante once di questo, tante di quello, tante di quell'altro… con le bilance sul tavolino per pesare esattamente ogni cosa; e appena il nuovo piatto veniva portato in tavola, il signor Decano affrettatosi ad assaggiarlo, esclamava sempre:
—Ci siamo!—
Spessissimo si vedeva però che non c'erano affatto, perchè sùbito il signor Decano diceva a Cardello:
Don Calogero, mangiatene pure quanto volete; io ho lo stomaco ripieno. O serbatelo per domani; sarà buono lo stesso.—
Segno che il piatto era riuscito immangiabile.
E allora passavano mesi prima che la confezione di un altro piatto nuovo venisse a tentare il signor Decano.
* * *
Dopo due anni di questa vita, Cardello aveva giornate e settimane di cattivo umore, nelle quali sbrigava alla lesta le faccende di casa, e non si curava che il signor Decano lo rimproverasse:
—Ah, don Calogero! Don Calogero! Così non va bene! Tutta questa polvere qui!… E i vestiti spazzolati alla diavola! E le scarpe lustrate alla peggio! E l'arrosto bruciato! E il pesce fritto malissimo! Che vi prende da qualche tempo in qua?—
Che mi prende?—rispose un giorno Cardello:—Mi prende che io me ne vado e le bacio le mani.
—Perchè, don Calogero? Perchè? Vi par poco il salario?
—Mi annoio, Eccellenza! Ecco la verità!
—Me ne dispiace più per voi che per me. Che vi manca qui?
—Eccellenza, non mi manca niente.
—O dunque?
—Me ne vado e le bacio le mani.
—Fate come vi piace. Ve ne pentirete presto.
E quindici giorni dopo, Cardello baciava le mani al signor Decano, ringraziandolo del bene che gli aveva fatto; ma lietissimo di non più dover indossare l'abito lungo e portare la tuba in testa e l'ombrello rosso sotto l'ascella; di non più dover seguire il padrone a dieci passi di distanza, e di non più star a sbadigliare nella sagrestia del Monastero di Santa Chiara mentre il padrone confessava le monache, o in quella della Matrice mentre recitava, nel coro, l'uffizio con gli altri canonici. No; quella vita troppo monotona non era per lui. Un mestiere libero, all'aria aperta, ecco quel che ci voleva. Avrebbe sofferto, avrebbe lottato, ma voleva riuscire qualcosa di meglio di un servitore.
Ai burattini non pensava più. Era impossibile incontrarsi in un altro don Carmelo, davvero Re dei burattinai. Il gruzzoletto dei salarii, accumulato in due anni, gli sarebbe bastato per vivere parecchi mesi, caso mai non avesse potuto trovar sùbito dove impiegarsi. Avrebbe fatto fin lo sterratore, il manovale, ora che davano mano ai lavori per la conduttura dell'acqua, ed era arrivato l'impresario piemontese, che, dicevano, pagava bene gli operai. Qualunque mestiere, ma il servitore, no, non più! E pensando che per due anni si era dovuto mascherare con l'abito nero fino alle ginocchia, la tuba e l'ombrello rosso sotto il braccio, sentiva un grand'impeto di rabbia contro di sè, e non riusciva a capire come si fosse potuto rassegnare tanto tempo senza buttar ogni cosa per aria.
Il giorno dopo, si presentava all'impresario piemontese:
—Vorrei lavorare….—
Colui gli guardava le mani.
—Ma voi non siete operaio.
—Mi metta alla prova.
—Sapete leggere e scrivere? Qui gli operai, i contadini, sono più ignoranti delle bestie.
—Sono brava gente, però,—rispose Cardello.
—Non dico il contrario; ma io ho bisogno di qualcuno che sappia leggere e scrivere.
—Alla meglio, pochino so, e so anche far di conto, addizione, moltiplicazione, divisione, sottrazione!
—Che mestiere esercitate?
—Ho fatto… il servitore finora, due anni. Prima, ero giovane di donCarmelo il burattinaio, quello che ammazzò la moglie.
Vi prenderei per sorvegliante, giacchè sapete leggere. Una settimana di prova: se vi va, se mi andate, bene; altrimenti, ciao!—
Così Cardello diventava sorvegliante di una squadra di operai, e dopo un mese, era la mano diritta dell'impresario che gli aveva dato alloggio in casa sua, e lo mandava qua e là e si faceva preparare il desinare perchè il Piemontese (lo chiamavano così) mangiava una volta al giorno, ma quella volta diluviava e beveva per quattro, da sbalordire Cardello che non sapeva persuadersi dove quegli mettesse tanta roba, secco e allampanato com'era.
Di enorme, colui aveva soltanto gli orecchi, che sembravano due sotto coppe appiccicate dietro le tempie, e si movevano stranamente mentre masticava; Cardello guardandolo, si tratteneva a stento dal ridere.
Or accadde che nello scavare la conduttura, gli operai incontrassero sotto i picconi e le zappe una gran lastra di pietra. Sollevàtala, fu scoperta una tomba con le ossa di uno scheletro mezze abbruciacchiate, due bei vasetti verniciati neri con figure in rosso, e tre vasetti e una lucerna rozzi, di terra cotta senza vernice.
—Fermi!—gridò Cardello:—Nessuno tocchi niente. E tu—soggiunse rivolto a un operaio:—va' a chiamare il padrone. Intanto scaviamo più in là.—
Quando l'impresario arrivava, era già in vista, a fior di terra, un'altra tomba.
Cardello tentava di sollevare da solo la lastra, con grande precauzione, perchè gli oggetti che forse vi si trovavano dentro, come nell'altra, non venissero danneggiati.
Visti i primi vasetti, l'impresario, con gli occhi sfavillanti di gioia, gridò agli operai che si erano affollati attorno a Cardello:
—Via tutti, al lavoro! Laggiù!—
Palpava i vasetti, li ripuliva col fazzoletto dal terriccio che vi si era appiccicato attorno, e diceva a Cardello:
—Su, pòrtali a casa, involtati in questo giornale, e torna sùbito. No, aspetta. Solleviamo questa lastra. Farai unico viaggio. La lastra resisteva, come avea resistito ai soli sforzi di Cardello.
—Sono del tempo dei Saraceni—diceva questi, intendendo di accennare all'epoca più remota ch'egli potesse concepire.—Bevevano poco costoro,—soggiunse:—se usavano questi fiaschetti col collo lungo.—
E rise.
Non rideva il Piemontese, a cui per la gioia della scoperta, erano diventati rossi infocati gli enormi orecchi.
—Scalza il terreno da quel lato, leggermente; io farò leva col palo da questo.—
All'urto del palo, la lastra si spezzava, affondandosi nella tomba e stritolando i vasetti che vi erano dentro.
Il Piemontese cominciò a bestemmiare nel suo dialetto; Cardello credeva così, non intendendo la sequela di countag! che gli scappavano di bocca, mentre egli rovistava tra il terriccio raccattando i pezzi, e tentando d'indovinare come avrebbero dovuto essere incollati. Il peso della lastra aveva spezzato i più fragili e i più belli: tre, di semplice e rozza terracotta, erano rimasti intatti.
—Ecco dei soldi,—esclamò Cardello, tirando fuori alcune monete di rame.
—Cerca bene; vi saranno altre monete.
E il Piemontese frugava intentamente anche lui, carponi, con la testa in giù quasi nel vuoto della tomba, buttando via le poche ossa che gli capitavano sotto mano, e ruzzolando per la china un teschio con tutti i denti, che fece dar uno sbalzo di paura a Cardello.
—E zitto, se ti domandano che cosa abbiamo trovato. Intanto porta via quei vasi!… Torna sùbito.
* * *
Da quel giorno in poi, il Piemontese andava laggiù, sin dalle prime ore del mattino, e teneva lontani gli operai, mentre egli e Cardello tastavano il terreno per scoprire altre tombe.
E la sera, desinando, il Piemontese non parlava di altro che dei vasi e delle statuette trovati nella giornata.
Le tombe erano in fila, una accanto all'altra, sul fianco della collina. Sembrava che Cardello avesse un fiuto speciale. Diceva:
—Io scaverei da questo lato.—
E infatti la nuova tomba veniva fuori proprio là dove egli aveva indicato.
Il Piemontese esaminava attentamente i cocci dei vasi rotti. Erano così delicati che non sembravano di terra cotta. E i vasetti intatti pesavano così poco!
—Eppure—egli diceva a Cardello: questa dev'essere la stessa creta che usano ora i vasai per le quartare, come le chiamate. Se io riuscissi a trovare il modo di manipolare la creta attuale, da ridurla duttile e leggera come questa di questi vasi… metterei su una fabbrica di stoviglie, e mi farei una fortuna. Arricchiresti anche tu.—
Sei tombe soltanto. Dopo parecchie settimane d'inutile lavoro, avevano smesso di scavare. Ma Cardello non era più tornato al suo ufficio di sorvegliante. L'impresario lo aveva incaricato di cercare un bravo cavatore di creta; e le stanze vuote e senza mobili della vasta casa erano già ingombre di mucchi di materiale; e pure la terrazza, dove la creta veniva messa ad asciugare al sole.
Cardello ora badava a sorvegliare due operai che la stritolavano, la stacciavano ridotta in polvere flnissima e la riportavano nello stanzone col pavimento di mattoni di valenza, pronta ad essere impastata, manipolata a lungo con l'aggiunta di un po' di sale per renderla porosa e leggera.
Il Piemontese andava, una o due volte il giorno, a dare un'occhiata ai lavori di scavo della conduttura, impartiva qualche direzione, qualche ordine, e tornava a casa a rinchiudersi con Cardello pei saggi d'impasto della creta.
Quel diavolo di Piemontese sapeva fare tante cose! Mentre Cardello, secondo le sue indicazioni, impastava mucchietti di creta, egli rizzava, secondo quel che leggeva in un libro pieno di disegni, un piccolo forno da cuocervi i vasetti e le tazze foggiate. Ne aveva foggiata qualcuna anche Cardello osservando bene come faceva il padrone.
Anzi, un giorno ch'era rimasto solo e i vasetti e le tazze allestiti erano messi ad asciugare al sole, Cardello avea tentato di foggiare un vasetto simile a quelli trovati negli scavi, col piede svelto, e il collo lungo e le scanalature nel ventre. Non era precisamente qualcosa di finito, ma per un primo tentativo, egli poteva esserne contento. Il Piemontese stette a guardarlo, gli diè un colpetto di pollice qua, un altro là, adoprando anche una stecca, lo raddrizzò perchè pendeva un po' da un lato, e disse a Cardello:
—Bravo! Ma per far meglio, ci vuole la ruota. Va' a chiamare un falegname.
Il Piemontese, quando gli veniva un'idea, un capriccio, non metteva tempo in mezzo per attuarlo. Questo modo di agire piaceva tanto a Cardello! Anche lui ora si sentiva preso da grande smania di fare. E non pensava ad altro che alla fabbrica di stoviglie, dove egli sarebbe stato il capo operaio, come gli diceva spesso il padrone.
La ruota era pronta.
—Ecco come si adopra. Si imposta un blocchetto di creta sul piano e col piede si dà il movimento. Le dita intanto stringono la massa l'allargano facendo il vuoto, tornano a stringerla, tirando su il collo, così, così, intingendo di tanto in tanto le dita nell'acqua.—
Quante diavolerie sapeva fare quel Piemontese! Cardello lo guardava a bocca aperta.
Qualcuno, incontrandolo per via, lo fermava domandandogli:
—Ma che cosa intrugliate, chiusi in casa tu e quel matto diPiemontese?
—Niente.
—È vero che praticate gli scongiuri per trovare un tesoro?
—Il tesoro lo abbiamo già trovato,—rispondeva Cardello, ridendo.
—E tu, hai tu avuto la tua parte?
—La mia parte, s'intende.
—Dunque sei ricco?
—E nessuno lo sa!… Lasciatemi andare.
—Qualche diavoleria fate certamente. I lavori della conduttura dell'acqua intanto non vanno avanti.
—Se la deve vedere lui col Municipio.
—Si dice anche che stampate monete false!
—Fosse vero! Arricchiremmo con niente.
—Bada, che quel matto non ti trascini in galera!—
Cardello riferiva questi discorsi al padrone.
—Faremo monete vere!—rispondeva il Piemontese:—Domani accenderemo il forno.—
Questa infornata dei vasetti e delle tazze eccitava l'immaginazione di Cardello. Ma ancora il Piemontese non era contento; ottenere della buona terracotta da gareggiare con quella dei vasetti antichi già gli sembrava poco. Bisognava trovare una vernice fina come quella di essi, uno stagno almeno da poter fare la concorrenza alle altre fabbriche di stoviglie stagnate. Per questo aveva ordinato quei medicamenti, come Cardello li chiamava, arrivati dal Piemonte in due cassette suggellate e che erano costate un occhio, secondo lui.
All'alba del giorno dopo, essi erano in piedi, attorno al forno che bruciava, dopo che i vasetti di creta già asciutti erano stati collocati nella parte superiore; e doveva bruciare fino a sera, senza che il fuoco si rallentasse un solo momento.
Quella era una prima prova per vedere a che punto di raffinatezza e di leggerezza fosse stata ridotta la creta seccata, polverizzata, stacciata, lavata e poi ridotta a pastoncini con tutte le cure possibili. A Cardello, alimentando il fuoco con le legna, sembrava di fare un'operazione straordinaria. Nella stanza si scoppiava dal caldo. Il Piemontese beveva e ribeveva per asciugare il sudore, diceva; e avrebbe voluto indurre anche Cardello a fare come lui. Ma Cardello aveva paura di ubbriacarsi, perchè il vino traditore una volta gliel'avea fatta, ed egli era stato male una settimana per effetto della solenne sbornia presa la sera di Natale, mesi addietro.
Dall'ansia e dalla commozione Cardello non sentiva sete nè fame. Assorbiti dall'operazione, essi non avevano pensato neppure a comprare un po' di pane… E il forno divampava, e la legna crepitava da ore e ore e doveva durare fino a sera!
—Basta!—disse finalmente il Piemontese.
Cardello si era immaginato che, cessato il fuoco, si sarebbe veduto sùbito il risultato della cottura. E rimase deluso, quando sentì dirsi:
—Bisognerà aspettare fino a domani, perchè il forno si freddi.
* * *
E durante la nottata, non riuscendo a chiuder occhio, arzigogolava:
—Ora, neppure don Carmelo, se uscisse di carcere, potrebbe indurmi a riprendere il mestiere di burattinaio. Sì, era divertente, dava belle sodisfazioni quando la gente applaudiva. Mi sentivo quasi preso da malìa, facendo muovere e parlare i pupi come tanti cristiani vivi…. Ma ora è un'altra cosa. Ho fatto bene ad andar via dal Decano. "Don Calogero, ve ne pentirete!". La profezia gli è fallita. E quando saprà che sarò arrivato a esser capo di una fabbrica di stoviglie, sotto la direzione del Piemontese, rimarrà con tanto di naso… Una fabbrica! Il Piemontese è capace di fare miracoli… Domani… Non veggo l'ora che aggiorni, per sfornare i vasetti… E poi, egli dice, li stagneremo… Chi sa come si dovrà fare? Impastare, credo, quei medicamenti e ungerne i vasi e rimetterli al forno… Bella quella rota! Gira, gira, gira e il vaso vien su, su, tra le mani. Demonio di un Piemontese! Le sa tutte, lui… Ha quattrini, e può cavarsi qualunque capriccio… Dicono che i quattrini non sono suoi; intanto il Municipio, glieli dà, o per conto di coloro che lo hanno mandato qui a dirigere lo scavo della conduttura, o per conto di lui stesso, non significa niente. Ma stando con lui, uno si sente uomo, e non sente il peso del lavoro… Si dimentica fin di mangiare e di bere, come nella giornata di ieri… Lui, no, ha bevuto ieri; e più beveva e più sudava… È di acciaio! Io mi farei ammazzare per lui. La fabbrica!… Capo operaio!… Allora vorrò tornare al paese e far vedere a tutti che cosa è divenuto Cardello! Peccato che la povera nonna sia morta! Mi voleva bene, poveretta! Ora avrei potuto aiutarla, renderle quel che aveva fatto per me quand'ero bambino. Sarebbe stata tanto contenta di vedermi cresciuto, ripulito, con un po' di quattrini da parte nel libretto postale… Non mi par vero! Quando si dice la sorte, il destino! Burattinaio, servitore—com'ero buffo, non posso neppur pensarci!—ed ora in procinto di essere stovigliaio. Chi avrebbe mai potuto immaginarlo?… E i vasetti e le tazze saranno riusciti ben cotti?… Meno male! Cantano i galli.—
Saltò giù dal letto. Il Piemontese dormiva ancora; russava come un orso.
Egli andò di là piano piano; girò e rigirò attorno al forno con la tentazione di aprirlo prima che il padrone si svegliasse.
E un'ora dopo, mentre questi apriva la porticina superiore del forno, Cardello non respirava, intento. Il Piemontese era rimasto serio, impassibile osservando i vasetti da grigi divenuti rosei coperti da fine polvere che quegli cacciava via col soffio; ma Cardello saltava dalla gioia; e quando ebbe in mano uno dei vasetti, si diè a baciarlo e a ribaciarlo, come un portento, e aveva le lacrime agli occhi!
La creta, manipolata con tanta accuratezza, aveva dato terrecotte infinitamente superiori alle rozze stoviglie dei quartarai, ma da quelle alle terrecotte leggerissime dei vasetti antichi ci correva ancora molto.
Cardello fu incaricato di triturare in un gran mortaio di marmo una buona quantità della creta già ridotta in polvere fina e ben stacciata; forse bisognava renderla impalpabile per ottenere maggior densità d'impasto e nello stesso tempo maggior leggerezza.
Le due tazzine già cotte erano sottili quanto le tazze di porcellana; ma il piemontese ne aveva spezzata una per accertarsi della qualità dell'impasto e aveva buttato via i cocci con stizza. Cardello, a quell'atto, s'era sentito stringere il cuore. Non riuscivano dunque! E gli era parso di veder svanire tutt'a un tratto il suo bel sogno della fabbrica.
Il Piemontese però era ostinato come un mulo. Quando si metteva in testa una cosa, non pensava ad altro, fino a che non si persuadeva che era inutile ritentare.
La creta, ridotta in polvere impalpabile— Cardello aveva le braccia indolonsite dal pestare e confricare due intere giornate!—era stata impastata aggiungendovi un po' di strutto per renderla grassa. E intanto che i vasetti e le tazze foggiate stavano esposte al sole nella terrazza, il Piemontese cavava fuori dalle cassette i medicamenti e li scioglieva con l'acqua, in due catinelle, dopo aver pesato accuratamente le dosi e misurata l'acqua col bicchiere graduato; tanti grammi di quella, tanti grammi di questa, col libro davanti per non sbagliare,
Cardello avrebbe voluto sapere che cosa erano quei medicamenti e come si chiamavano: ma il Piemontese, zitto zitto, faceva tutto da sè. Cardello doveva contentarsi di stare a guardarlo, e sgranava gli occhi seguendo quell'operazione misteriosa che doveva poi dare lo stagno ai vasetti e alle tazze.
Infatti, quando le misture furono pronte, quegli prendeva uno dei vasetti, lo immergeva in una delle catinelle, agitandolo, rivolgendolo da tutte le parti e, tiràtolo fuori, faceva colare il liquido in modo da poter formare uno strato uguale; poi, con un pennello, vi spruzzava su un po' del liquido dell'altra catinella e metteva il vasetto su una tavola perchè la mistura colasse ancora, e si eguagliasse meglio. Ripeteva la stessa operazione con altri due vasetti e con la tazza rimasta intatta, e insieme con Cardello portava delicatamente la tavola al sole, nella terrazza.
—Diventeranno lucidi, ora?—domandò Cardello.
—Bisognerà rimetterli nel forno. Lo accenderemo domani.—
Che sorpresa per Cardello quando, due giorni dopo, vide cavar fuori vasetti e tazza lucidi, con un bel verde scuro macchiettato qua e là di nero!
Ah! Quel Piemontese era un mago a dirittura!
Questa volta il padrone gongolava. Osservava sorridendo i vasetti, voltandoli e rivoltandoli, passandoseli da una mano all'altra, presentandoli all'ammirazione di Cardello, con dirgli:—Eh? Eh? Eh?—a cui Cardello rispondeva battendo le mani.
Solamente egli sentiva un po' di tristezza, pensando che il Piemontese avrebbe tenuto quel segreto per sè, e che lui non avrebbe mai saputo fare niente di simile. E guardava con un senso d'invidia quel libro che il padrone consultava a ogni po'. Doveva essere un libro di magia!
Una volta, nell'assenza di esso, Cardello avea provato di leggerlo, ma non ci aveva capito niente!… Si era però trascritto il frontispizio, per ogni caso; leggi e rileggi, doveva finire con intenderlo! La buona volontà non gli sarebbe mancata.
* * *
Ci furono parecchi giorni di sosta. Cardello avea dovuto tornar a sorvegliare gli operai. Il Piemontese, a corto di quattrini, passava intere giornate al Municipio per strappare un acconto al Sindaco, che giurava di non dare più un soldo se i lavori laggiù non venivano spinti innanzi con sollecitudine.
Oltre alla testardaggine, il Piemontese aveva anche, quando occorreva, una bella chiacchiera. Pregava, minacciava liti, si raccomandava, faceva veder le cose quattro e quattro fa otto, protestava che prima della fine dell'anno i lavori sarebbero compiuti. Voleva guadagnarsi il premio stipulato nel contratto, pel caso che la conduttura fosse allestita prima del termine fissato; non era così sciocco da lasciarsi sfuggire di mano quella bella sommetta di parecchie migliaia di lire. E tornando a casa, senza aver cavato un ragno da un buco, si sfogava con Cardello, mentre questi preparava il desinare, gli ripeteva la scenata avuta con quel somaro di Sindaco, quasi i quattrini, invece di questo avesse dovuto darglieli Cardello!…
Intanto non potevano fare altri esperimenti; questo era il gran guaio!
Gli mancavano parecchi ingredienti per lo stagno, e bisognava farli venire da Torino.
—Costano troppo?
—Un centinaio di lire. Non posso spendere per essi le paghe degli operai.—
—Cardello, stette zitto. E la mattina dopo, mentre il padrone si preparava in fretta e in furia per andare al Municipio ad assalire nuovamente qull'asino di Sindaco e indurlo ad accordargli l'acconto, e a firmare il mandato, Cardello, tutto confuso, si presentava al padrone, balbettando;
—Ecco le cento lire… se le accetta.
—Chi te le ha date?
—Sono mie… Risparmi che tenevo alla posta.
—Sei un buon figliuolo! Ti ringrazio…. No no! Va' a rimetterle dov'erano.
—Perchè mi dà questa mortificazione?—aveva risposto Cardello con voce piena di lacrime
—Le accetto, per pochi giorni—riprese il Piemontese commosso.—Sei un bravo figliuolo!… Il Sindaco dovrà darmi l'acconto, ora che arriva la prima spedizione dei tubi di ghisa; ho ricevuto l'avviso ieri sera.—
Appunto per quei tubi erano sorte difficoltà con la dogana.
Il Piemontese avea dovuto assentarsi, e siccome nella settimana si attendeva la visita di un ingegnere della Provincia per osservare lo stato dello scavo, e i lavori erano stati sospesi fino al ritorno dell'appaltatore e all'arrivo dell'ingegnere, Cardello rimasto solo in casa, con tutta quella creta, con la rota, col forno e coi medicamenti a sua disposizione riprese sùbito a foggiare vasetti, come meglio sapeva, e tazze, disfacendo e rifacendo quelli che gli sembravano mal riusciti, e mettendoli al sole perchè si seccassero presto. Voleva far vedere al Piemontese che egli, Cardello, non era uno stupido e che se, un giorno o l'altro, veniva messo a capo della fabbrica di stoviglie stagnate, quel posto se lo sarebbe meritato.
E mentre i vasetti e le tazze si seccavano al sole—neppure a farlo a posta, in quei giorni il sole si affacciava a intervalli dalle nuvole che ingombravano il cielo, nè tirava un soffio di vento che sarebbe servito ad asciugare la creta quasi quanto un'occhiata di sole!—Cardello preparava la legna per riscaldare il forno, e si aggirava per le stanze stringendo i pugni, alzando biecamente gli occhi al soffitto appena rifletteva che non avrebbe saputo come regolarsi per le dosi dei medicamenti. E poi le boccette erano parecchie; e nel momento che il Piemontese aveva fatto la mescolanza egli avea dovuto andare di là, non ricordava più per che cosa, forse allontanato a posta da quello per timore che lui potesse impadronirsi del segreto…. Il libro era là, su la scrivania, ma egli non ci capiva niente, per quanto leggesse e rileggesse…. Basta! Si sarebbe affidato alla sorte!
Intanto bisognava prima cuocere i vasetti e le tazze.
Intorno alla riuscita di questa operazione non aveva dubbi di sorta alcuna. In un vasetto soltanto era avvenuta un'incrinatura al collo, forse perchè non bene asciutto…. Ma questo era niente.
Il difficile veniva ora.
Gli tremavano le mani sturando la boccetta, versando un po' del contenuto nella catinella con l'acqua, facendo una mistura a casaccio, rimestandola, aggiungendovi un po' di medicamento dell'altra boccettina quando gli era parso che il liquido non fosse denso a bastanza.
—Chi sa che intruglio ho fatto!…—
E soltanto ora che non poteva rimediare, gli si affacciava alla mente la riflessione che forse aveva sciupato cosa costosa, e che il Piemontese, al ritorno, non gli avrebbe perdonato l'imprudenza commessa.
—Ormai, è fatta!—egli esclamò:—Si pagherà, se mai, con le cento lire.
Cominciò a collocare i vasetti già ben secchi nella parte superiore del forno, come aveva visto fare al padrone, e diè fuoco alla legna, alimentando continuamente la fiamma, col cuore che gli batteva forte dall'ansia, pregando a mani giunte:
—Madonna Santa, aiutatemi!—
Diciotto ore di fuoco, di continua commozione; e anche digiuno!
La sera si era buttato sul letto, sfinito, dopo aver mangiato soltanto due bocconi di pane con un po' di cacio, e bevuto un bicchierone d'acqua.
Avea dormito così profondamente che, svegliandosi, non si rammentava bene di quel che aveva fatto il giorno avanti; poi, in camicia e in mutande, scalzo, si era precipitato a corsa nella stanza del forno già freddato, e, quasi non respirando, con mani convulse, avea cavato fuori uno dei vasetti.
Rimase! Non credeva ai suoi occhi! Invece di verde scuro, macchiettato di nero, il vasetto era iridato, con riflessi di verde pallidissimo, con venature che, secondo la luce, apparivano di oro rosso cupo, cangianti. Fin l'incrinatura del collo era sparita sotto lo strato dello stagno!
L'altro vasetto e le due tazze, chi sa perchè?, erano riusciti meno belli; poche iridi, poche venature di oro rosso cangianti, e larghe chiazze di color cioccolata, e di grigio sporco. Cardello stette lunghe ore quasi in adorazione davanti al mirabile vasetto. Si figurava che il furbo Piemontese nel primo esperimento non avea voluto adoprare i medicamenti più costosi, contentandosi di ottenere quel colore verde scuro macchiettato di nero, tanto per persuadersi se sarebbe riuscito.
—Che dirà?—si domandava Cardello.
Ma la vista del vasetto lo consolava anticipatamente di tutte le sgridate, e anche dei possibili furori del Piemontese, che di ordinario era freddo, serio, ma, se montava in bestia, diventava proprio intrattabile.
Cardello si affrettò a far sparire ogni traccia delle operazioni fatte; buttò via la mistura dei medicamenti, ripose le boccette nella cassetta in modo che quegli non avesse potuto accorgersi sùbito che erano state adoprate; nascose i vasetti e le due tazze in un baule, e aspettando il ritorno del Piemontese si stringeva nelle spalle, ripetendo:
—Ormai!…—
E non poteva trattenersi dal soggiungere sorridendo di sodisfazione:
—Intanto il mio vasetto è assai più bello dei suoi!
Il Piemontese, arrivato assieme con l'ingegnere provinciale, per due giorni aveva avuto ben altro pel capo che occuparsi dei suoi esperimenti di terracotte. Era di cattivo umore; Cardello che lo aveva accompagnato laggiù, sentendolo discutere violentemente con l'ingegnere avea temuto, in certi momenti, che non venissero alle mani, alla presenza del Sindaco e degli Assessori presenti anch'essi per la ispezione.
Poi tutto era andato bene. L'ingegnere partito, i lavori di scavo ripresi, Cardello per parecchi giorni avea dovuto tornare al suo posto di sorvegliante ora che si iniziava il traforo della collina; traforo di qualche centinaio di metri, che però richiedeva molta attenzione e molte precauzioni perchè non accadessero disgrazie…. E degli esperimenti di terracotta neppure una parola!
Cardello si sentiva rodere dalla smania di mostrare al Piemontese il bellissimo vasetto; ma quegli, preoccupato della natura del terreno della collina da traforare, la sera, desinando, parlava delle opere di travatura che occorrevano per prevenire una frana e, tra un boccone e l'altro, faceva calcoli, col lapis, sul libretto degli appunti e tentennava la testa, e borbottava contro l'ingegnere, contro il Sindaco…. E degli esperimenti di terracotta neppure una parola!
Era proprio un'angoscia per Cardello. Di tanto in tanto, si sentiva spinto a interrompere i ragionamenti e i calcoli del Piemontese e gridargli:—Ma che traforo! Ma che travatura!… Pensiamo a cose più serie…. Non le preme dunque di vedere il mio vasetto?—
Quasi quegli ne sapesse qualcosa!
Una mattina Cardello non ne potè più. Corse al baule dove il vasetto era nascosto, involtato in un giornale, e così com'era lo presentò al Piemontese senza neppur dirgli: "Guardi!"
—Dove l'hai trovato?—domandò questi, spalancando gli occhi dallo stupore.
—L'ho fatto io,—rispose timidamente Cardello.
—Come? Tu! Come?—
Di mano in mano che Cardello, preso animo, gli raccontava un po' confusamente quel che aveva operato, il Piemontese se lo divorava con gli occhi, ne approvava con la testa ogni parola, sollecitandolo, col gesto, di andare avanti, di andare avanti…. Quel che più gl'interessava di sapere era il mezzo con cui Cardello aveva ottenuto quello splendore di cristallizzazione….
—E hai preso…. Quale preparato hai preso?
—Un po' da una boccetta, un po' dall'altra… a casaccio….
—Da questa?
—Sì.
—E anche da quest'altra?
—Da quasi tutte…. Ho fatto male?
—No…. Ma ricòrdati bene…. In che dosi?
—Che ne so!… Da una più, da un'altra meno, come capitava, a occhio. Da quella boccettina là, soltanto un pizzico.
—Imbecille! Cretino! Ma prova a ricordarti! Ma sfòrzati!…—si spazientiva il Piemontese.—Fai un esperimento così delicato e, per precauzione, non prendi nota neppure delle dosi… dell'essenziale! Ed eri presente…—imbecille! cretino!…—quando io pesavo diligentemente i preparati e misuravo l'acqua col provino…. Non sapevi, va bene, quale preparato sciogliere prima, quale dopo; ma, pensando a quel che ne poteva nascere, dovevi capire…. Niente! Butta giù tutto come vien viene… e gli càpita la disgrazia…. Sì, è stata una disgrazia; perchè se tu capissi che miracolo hai prodotto—e nessuno saprà più riprodurlo—dalla rabbia ti sbatteresti la testa a un muro. Su, vediamo: tenta dunque di ricordarti….—
Ora lo prendeva con le buone, accorgendosi che sgridandolo a quel modo lo sbalordiva maggiormente.
—Su, tenta…. Non sarà difficile…. Ma non intendi che poter ottenere quello stagno sarebbe la nostra fortuna? E senza scomodarci, senza lavorare, vendendo soltanto la privativa del segreto…. In Francia, in Germania, in Inghilterra, in America farebbero a gara per strapparcelo di mano a furia di centinaia di mila lire!—
Cardello scoppiò in un gran pianto, quasi quelle centinaia di mila lire se le vedesse rubare proprio in quel momento da qualcuno invisibile, contro cui non era possibile resistenza alcuna. E singhiozzando balbettava:
—La mia disgrazia è stata di non essere andato a scuola! Se avessi saputo leggere bene, se mi avessero fatto studiare! Ci ho perduto gli occhi in quel suo libro, senza capirne niente. È colpa mia forse?… Chi poteva prevedere quel che è accaduto? Neppure lei, credo….
Il Piemontese smaniava, aggirandosi per la stanza, alzando i pugni al soffitto, fermandosi a contemplare il vasetto posato sul tavolino, e che pareva formicolasse di iridi, goffo di forma ma inarrivabilmente bello con quel verde pallidissimo su cui si ricamavano le venature di oro rosso cupo…. E tutto ciò era opera del caso!—E tornava a smaniare, ad alzare minacciosamente i pugni al soffitto, mentre il povero Cardello singhiozzava in un canto, senza osar di guardare il vasetto che avrebbe potuto essere la sua fortuna, se lui avesse saputo….
—Ritenteremo…—egli disse all'ultimo, per consolare il padrone…. Chi sa? Potrà darsi!…
* * *
Un'altra scena avveniva il giorno dopo quando il Piemontese volle restituirgli le cento lire.
—No! No! Le tenga. Comprerà altri medicamenti!
—Le hai guadagnate con tanti stenti e vorresti sciuparle così?Rimèttile nella cassa postale, non far lo sciocco!
—No! No!—insisteva Cardello.
—E del vasetto che farai?—soggiunse il Piemontese dopo che Cardello, vedendolo irritare, aveva ripreso il biglietto da cento lire.
—Ma il vasetto è suo.
—Via, sì, mio per metà. Lo manderò a Torino; ce lo pagheranno bene…. È un pezzo unico al mondo! Tu ancora non lo capisci.—
Dopo tutti quei dispiaceri, il pensare ch'egli, senza volerlo, senza sapere quel che facesse, era riuscito a produrre quel che il Piemontese chiamava un pezzo unico, lo riempiva d'orgoglio e di speranza. Il Signore, che lo aveva aiutato finora, avrebbe continuato ad aiutarlo. Ormai si credeva uomo maturo, a vent'anni, Non aveva frasche per la testa. Per lui si poteva dire che i divertimenti e gli svaghi non esistessero. Voleva essere un onesto operaio, guadagnarsi il pane col sudore della sua fronte, e crearsi—se il Signore lo aiutava—una discreta posizioncina al sole. Poter arrivare a metter su un piccolo negozio era la sua più alta aspirazione. E se davvero il Piemontese si decideva a fondare la fabbrica di stoviglie stagnate…. Non era cattivo mestiere quello dello stovigliaio. Col tempo forse non gli sarebbe difficile avere una piccola fornace di suo, trovare un compagno che possedesse qualche capitale da impiegare…. Tanti e tanti avevano cominciato più modestamente di lui, ed ora erano ricchi negozianti, con palazzi e ville e giardini.
E si rivedeva ragazzo in casa della nonna, mal coperto dai laceri panni ricevuti per elemosina, ma attivo, allegro, pronto a qualunque servizio; e poi giovane di burattinaio…. Quello era stato il suo primo passo nella via della fortuna…. E i due anni passati con quel mezzo matto del decano Russo, ripensandovi, non gli sembravano poi tanto cattivi, non ostante il vestito nero e la tuba e l'ombrello di seta rosso!… Che fissazione il farsi portar dietro l'ombrello anche col bel tempo!… Un altro non si sarebbe mosso da quella casa, dove la principale occupazione era il mangiar bene…. Ma lui voleva lavorare e, soprattutto, essere un uomo libero, un buon operaio…. Era stato fortunato capitando col Piemontese. Quando si dice il destino! Era proprio vero: ognuno ha il suo destino!… Se don Carmelo non avesse ammazzato la povera donna Lia—la rivedeva come in quella notte, in una pozza di sangue, coi capelli sciolti e le mani increspate dalla convulsione della morte—egli errerebbe ancora di paese in paese, non sempre sicuro che l'Orso peloso guadagnasse da regalargli qualche paio di lire al mese e da dargli da mangiare ogni giorno; e forse, all'ultimo, si sarebbe trovato su una via, senz'arte nè parte….
Intanto quella galleria da scavare non permetteva al Piemontese nè a lui di riprendere gli esperimenti. Si procedeva lentamente, con gran cautela, e il Piemontese voleva sorvegliare i lavori d'impalcatura, mentre i muratori rizzavano il rivestimento dei lati e della vôlta con solidi massi, di mano in mano che si procedeva innanzi. Il Piemontese ripeteva spesso a Cardello:
—Voglio guadagnarmi le dieci mila lire di premio, consegnando i lavori con l'anticipazione di sei mesi. Serviranno per la fabbrica.—
E sentendola nominare, Cardello la vedeva coi forni rotondi, come li indicava il libro, con dieci, venti ruote in movimento e parecchie dozzine di operai intenti a foggiare vasi di ogni genere, ad asciuttarli al sole, e riporli gli uni su gli altri per essere cotti con trent'ore di fuoco, come indicava il libro. Lui si sarebbe riservato la immersione nello stagno, operazione delicatissima, come diceva il Piemontese, e che richiedeva abile lestezza di mano… E vedeva le stoviglie che partivano pei paesi attorno, e anche più lontano, accatastate sui carri, o incassate per le spedizioni con la ferrovia. Giacchè la sera, desinando, anche il Piemontese almanaccava quanto lui, e gli faceva su la tovaglia, col manico di una forchetta o di un cucchiaio, il disegno all'ingrosso della fabbrica che doveva occupare un vasto terreno… laggiù vicino al posto dei futuri canali, dov'erano le rovine di un vecchio convento, terreno che dal Governo egli avrebbe avuto quasi per niente. Cardello, passando di là nel recarsi a sorvegliare i lavori della galleria, lo accennava compiacentemente al padrone, e per poco non gli sembrava che già fosse cosa decisa, e che quei fittaiuoli che mietevano il rachitico fieno sotto gli ulivi, fossero degl'intrusi che commettevano una prepotenza occupando la proprietà altrui.
Era stata una lieta mattinata. Due giorni avanti gli operai avevano buttato giù l'estremo mezzo metro di terra sbucando dal lato opposto della collina. E proprio da questa parte ora facevano ultimi lavori d'impalcatura.
Cardello avea badato al trasporto delle grosse travi e dei tavoloni, e aveva anche aiutato i manovali a piantare, a legare, a inchiodare, stimolandoli con l'esempio.
Poi il Piemontese e lui avevano percorso la galleria da un capo all'altro, contenti che non fosse accaduto nessun tristo incidente.
Più tardi, una famiglia di signori villeggianti là vicino avevano voluto visitarla. Le signore e le signorine procedevano paurose, fra strilli e risate.
Due bambini correvano, tornavano indietro, riprendevano a correre, felicissimi di trovarsi sotto terra.
Uscendo all'aria aperta dal lato opposto i bambini avrebbero voluto tornare addietro e rifare la strada, ma Cardello si era opposto; sarebbero stati d'impaccio agli operai che, dopo colazione, riprendevano il lavoro di sgombero e di muratura. E così quelli risalivano la collina assieme con Cardello, che dava spiegazione per contentare la curiosità delle signore ancora meravigliate di aver avuto il coraggio di attraversare la galleria….
Un rumore sordo, un urlo soffocato! Cardello si diè a correre all'impazzata in mezzo agli alberi di ulivi, divenuto tutt'a un tratto pallido come un cadavere, agitando le braccia disperatamente, gridando:—Oh Dio! oh Dio!—e chiamando a nome il padrone. Si era precipitato giù da un ciglioncino col pericolo di rompersi il collo, e neppure scorgeva il Piemontese e parecchi operai che urlavano e piangevano davanti la bocca della galleria e non osavano di entrare. Dovette premersi il cuore con una mano; se lo sentiva scoppiare!
Pochi momenti di esitanza; poi il Piemontese e lui s'inoltrarono cautamente con una lanterna accesa. Dal centro della galleria arrivavano gemiti e grida. Due operai mezzi sepolti dalla frana gemevano:—Aiuto! Aiuto!—
Cardello si era buttato carponi, smovendo il terriccio con le mani, e senza punto curarsi del pericolo, tirava fuori dall'ingombro i due sventurati che fortunatamente non erano neppure feriti.
E gli altri?… Come soccorrerli?
Tornavano indietro. Le signore e i bambini, impietriti dallo spavento erano rimasti, là tra gli ulivi, con un confuso terrore d'imminente pericolo che il terreno si sprofondasse sotto i loro piedi; e scoppiavano in grida e in pianti vedendo arrampicarsi affannosamente il Piemontese Cardello e parecchi altri operai che accorrevano a portar soccorso dall'altra bocca della galleria, con zappe e picconi… Anche da questa parte si erano potuti salvare altri due operai contusi, mezzi asfissiati dalla frana che li aveva coperti. Mancavano tre….
Il Piemontese afferrò Cardello per un braccio.
—Bada!….
La frana aveva fatto una smossa.
Ma Cardello, liberatosi con uno strappo dalla vigorosa stretta, si dava a buttar da lato con una pala il materiale cautamente, insistentemente, rimovendo pezzi di travatura frantumata, scavando anche qui con le mani per paura che la pala non ferisse qualcuno dei sepolti. Gli altri non potevano aiutarlo per la strettezza del posto. Nessuno fiatava; e nel sinistro silenzio si udiva il raspare di Cardello che, ora ginocchioni, ora carponi, continuava a lavorare.
Quando arrivarono sul luogo il Sindaco, il Pretore, i carabinieri, tre cadaveri erano stesi al sole neri, gonfi, quasi irriconoscibili. La gente che, alla notizia, portata in paese da un operaio, era accorsa precedendo il Sindaco, il Pretore e i carabinieri, si affollava attorno ai disgraziati, commiserandoli, chiedendo notizie agli scampati, a Cardello, al Piemontese, che guardava attorno come un ebete, pensando alle conseguenze di quella disgrazia!
E tra le grida strazianti dei parenti che piangevano i morti,Cardello si affannava a spiegare al Pretore:
—Erano state prese tutte le precauzioni possibili. L'impalcatura non poteva essere più solida; possono attestarlo gli stessi operai.
—Intanto abbiamo qui tre cadaveri!—rispondeva il Pretore, consultando con gli occhi il Sindaco e il brigadiere.
Faccia il suo dovere,—disse il Piemontese, avanzandosi verso il Pretore:—Io ho la coscienza tranquilla. L'inchiesta dimostrerà che non c'è stata trascuranza da parte mia. L'ingegnere provinciale la settimana scorsa—chiamo in testimonianza il signor Sindaco,—non ha trovato niente da ridire.
—È vero,—confermò il Sindaco.
—Intanto, per semplice formalità, non posso fare a meno di ordinare il suo arresto,—soggiunse il Pretore.
—Sono ai suoi ordini.
Cardello, vedendo condur via il padrone tra due carabinieri, si mise a corrergli dietro, voleva essere arrestato anche lui, assumere la sua parte di responsabilità. E piangeva, piangeva!
—Torna sul luogo; bada a tutto. Non darti pensiero di me. Ho la coscienza tranquilla.—
Cardello si sentiva accapponare la pelle pensando che pochi minuti prima, assieme con le signore e coi bambini, era passato sotto il punto dov'era avvenuta la frana! E ripeteva:
—Quando si dice il destino! È proprio vero: ognuno ha il suo destino!—
I due ingegneri provinciali e quello del Genio Civile furono maravigliati della intelligente cooperazione di Cardello nella inchiesta. Per ogni appunto egli aveva una risposta esplicativa, chiara, precisa, esauriente.
Dovettero convenire che tutte le precauzioni suggerite dall'arte, dall'esperienza erano state messe in opera, e che la disgrazia di quella frana non era umanamente prevedibile.
Cardello in quei terribili otto giorni avea perduto il sonno e l'appetito. La sera, tornando a casa, gli sembrava di trovarsi in un deserto, quasi le stanze si fossero ingrandite e fossero divenute stranamente paurose. Non sapeva darsi pace che il padrone stesse nella lurida buca del carcere in cui doveva soffrire immensamente, quantunque gli fosse stato concesso di farsi portare letto e biancheria di suo, e il desinare, pel quale Cardello sfoggiava tutta l'abilità culinaria appresa al servizio del Decano. E sembrò quasi impazzito la mattina in cui apprese che il Piemontese sarebbe stato rimesso in libertà per inesistenza di reato. Gli avea ornato la camera con fiori a mazzi e sciolti e sul cassettone, in mezzo ai fiori avea collocato il vasetto pezzo unico, non ancora spedito a Torino per esservi venduto, tentando così di ricordare al padrone la ripresa degli esperimenti. Chi sa? Forse il caso li avrebbe aiutati ad ottenere altri pezzi unici anche migliori di quello.
Dopo di essere scampato miracolosamente dal pericolo della frana, Cardello avea acquistato una gran fiducia nel suo destino. Gli pareva mill'anni di trovarsi a capo della fabbrica di stoviglie stagnate. E per ciò si era affannato a rimettere in ordine lo stanzone dov'era il piccolo forno in mezzo, e la legna in un angolo, e in un altro la creta da lui tenuta attentamente umida per averla subito pronta sotto mano. Quella pulizia, quell'ordine dovevano dar nell'occhio al Piemontese appena fosse entrato colà, e spronarlo, istigarlo.
Si era piantato davanti il portone del carcere in attesa dell'usciere o del brigadiere (non sapeva chi dei due) che doveva portare l'ordine di scarcerazione. E appena vide comparire il Piemontese, che gli parve sofferente e così dimagrito che le straordinarie orecchie sembravano più enormi di prima, Cardello gli si precipitò incontro a baciargli le mani ridendo convulsamente dalla gioia…. Se lo sarebbe tolto in collo e lo avrebbe portato così trionfalmente fino a casa, se quegli lo avesse permesso, e se, invece di lasciarsi baciare le mani, non lo avesse abbracciato e baciato su le due guance.
—Grazie di tutto quello che hai fatto! Sei un buon figliuolo! Su, su!Niente sciocchezze!—
Il Piemontese, ordinariamente serio e freddo, aveva la voce commossa, e non potè trattenersi dal ridere quando Cardello, non sapendo come meglio esprimere la sua grande gioia, buttò per aria il berretto, gridando inattesamente:—Viva Umberto I!… Viva il Re!
La galleria era terminata. Mentre al di là di essa veniva continuato lo scavo quasi a fior di terra per la conduttura, dal lato opposto, s'iniziavano i lavori di collocamento dei tubi di ghisa, di saldatura e copertura con piccole lastre di pietra. Il Piemontese e Cardello erano sul posto da mattina a sera; uno da questa parte, perchè la saldatura voleva farla da sè; e l'altro a sorvegliare lo scavo fino alla sorgente. Cardello avrebbe voluto essere un mago e far trovare allestita ogni cosa dalla sera al mattino per opera d'incanto.
Desinando, il Piemontese accennava qualche volta alla ripresa dei saggi di terracotta. Tra giorni sarebbero arrivati da Torino i nuovi preparati per lo stagno. Appena liberato dall'impresa della condotta dell'acqua, egli avrebbe iniziato col Demanio le trattative per l'acquisto del terreno dove dovea sorgere la fabbrica. Aveva in mente anche un progetto di società tra lui e i cinque o sei stovigliai del paese, che egli non voleva rovinare con una concorrenza contro cui non avrebbero potuto difendersi. Ma, al solito, costoro erano diffidenti; la novità li sbalordiva. Non capivano che uno potesse mettersi ad esercitare il loro mestiere senza aver fatto prima una larga pratica. Essi erano stovigliai da padre in figlio, e ascoltavano sorridendo d'incredulità quella che stimavano spampanata del Piemontese.
—Peggio per loro!—rispondeva Cardello.—Ma già sarà meglio far da noi soli. Bisognerà diventare sin da principio abili operai.—
Il Piemontese avea loro mostrato i primi saggi di stagnatura, per persuaderli con una prova di fatto; non gli avevano creduto.
Un giorno Cardello era stato avvicinato da un vecchio stovigliaio.
—Tu, che sei siciliano come me, dimmi la verità. Quei vasetti stagnati….
—Li abbiamo fatto noi. Belli, eh.? E non avete visto il pezzo unico?
—Che cosa è il pezzo unico?
—Un vasetto meraviglioso. A Torino ce lo pagheranno mille lire.
—Non spararle grosse! Te l'ha dato a intendere lui? E vuole dunque metter su una fabbrica di quartare?
—Si capisce, e di altro. Abbiamo già comprato il terreno.—
Non era vero; ma Cardello non dubitava affatto delle parole del suo padrone. Quando il Piemontese si metteva una cosa in testa!… Non aveva detto: "Inizierò le pratiche col Demanio"? Per Cardello significava: "Il terreno è comprato".
—E quei vasetti?—insisteva il vecchio non ancora persuaso.
—Ci ho messo le mani anche io.
—Sarà!… E le mille lire, le hai tu viste?
—Verranno.
—Aspèttale! Io sono vecchio,… Ma neppur tu che sei giovane vedrai questa famosa fabbrica! A che scopo poi? Si campa a stento noialtri, e fabbrichiamo cose di prima necessità, che costano pochi soldi. E lui, il Piemontese, vuole arricchirsi con lo stagno?… Dice che farà arricchire anche noi, e ci chiama in società! Lui è piemontese e furbo. Ha imbrogliato il Municipio per la condotta dell'acqua; ma noi, noi siamo assai più furbi di lui. Chi sa dove li ha comprati quei vasetti stagnati, e vuoi darci a intendere, come l'ha dato a intendere a te, che essi sono opera sua.
—Vi giuro…!
—Lascia andare! Mangi il suo pane; devi dire quel che vuole lui.
—Ebbene… Datemi un vasetto di terracotta fatto con le vostre mani. Ve lo restituirò stagnato come quelli che il Piemontese vi ha mostrato.
—Manderà a farselo stagnare al suo paese.
—Potrete assistere all'operazione; vedere coi vostri stessi occhi.
—Lascia andare! Mangi il suo pane, devi dire quel che vuol lui.
—Io sono bestia,—esclamò Cardello vedendo allontanare il vecchio:—ma a questo mondo c'è gente più bestia di me!—
Ogni metro di conduttura messo a posto era per Cardello un avvicinarsi alla realizzazione della fabbrica. Tra due mesi sette rubinetti della fonte, ora muti, avrebbero schizzato fuori ridenti getti di acqua, rumorosi, limpidi, da dissetare uomini e bestie, da alimentare il lavatoio là dietro, e anche per annaffiare gli ortaggi che potevano piantarsi nei terreni circostanti.
E, a pochi passi dalla fonte, sarebbe sorta la fabbrica delle stoviglie, a dispetto degli stovigliai che la discreditavano anticipatamente e avrebbero dovuto poi mordersi le mani per non aver voluto entrare a far parte della Società.
Una mattina, andando a sorvegliare i lavori, Cardello non aveva resistito al desiderio di dar un'occhiata al fondo. Le rovine del vecchio convento erano ridotte a pochi muri, e a mezz'arco crollante. Qua e là, pochi alberi di ulivi che crescevano stentati sul terreno infecondo. Il fittaiolo, vedendolo guardare attorno, gli si era avvicinato domandandogli che cosa cercasse.
—Niente. Questo fondo si vende?
—Ho l'affitto per nove anni.
—Non lo lascerete prima?
—Perchè dovrei lasciarlo? Pago una bazzecola.
—Ah!—fece Cardello, un po' deluso.
Chi vuole comprarlo?—domandò il contadino con aria di scoprir terreno.
—Nessuno. Dicevo così per dire. E poi giacchè è affittato per nove anni,—replicò Cardello misteriosamente:—Scusate il disturbo.
—Potremmo intenderci,—soggiunse il contadino, vedendo che colui se n'andava.
Cardello non si volse addietro, non rispose. L'aver messo il piede colà gli dava quasi il senso di una presa di possesso, non ostante i nove anni di fitto vantati da quel contadino. E lungo la strada sorrideva di sè stesso, per la sufficienza con cui aveva parlato, come se il compratore avesse dovuto esser lui, e i quattrini li tenesse in tasca o nella cassetta, o alla Banca!… Infine la fabbrica non sarebbe stata un po' cosa sua?
* * *
Il Piemontese si era affaticato troppo in quegli ultimi giorni. Dopo aver lavorato ginocchioni, curvo sui tubi da saldare, sotto la vampa del sole che scottava, con appena qualche ora di riposo all'ombra di un albero, la sera tornava a casa sfinito, e non aveva voglia neppur di desinare. Beveva due tre bicchieri di vino sopra un boccone di pane, e andava a letto. Si sarebbe buttato vestito su le materasse, se Cardello non lo avesse aiutato a spogliarsi.
Quella notte Cardello, che dormiva nel camerino accanto, sentendolo smaniare e voltarsi e rivoltarsi sul letto, stava per domandargli: "Ha bisogno di qualche cosa?" Pel gran calore dormivano con gli usci spalancati e con le due finestre della stanza vicina spalancate anch'esse per godere il refrigerio dell'aria notturna.
Aperti gli occhi, si accorse che il padrone aveva acceso il lume.
Saltò giù dal letto. Il Piemontese era già in piedi.
—Si sente male?
—Ho una grande arsura, mi sembra di aver la febbre.
—Perchè non mi ha chiamato? Non sarà niente; è il troppo sole che ha preso ieri….
—Volevo farmi una limonata.
—Si rimetta a letto; gliela faccio sùbito io. Avrebbe dovuto chiamarmi.—
Il Piemontese tracannò avidamente la limonata. Era acceso in viso, con la bocca arida, e non poteva star fermo sotto le lenzuola.
—Non si sventoli!—si raccomandava Cardello.
—Va' a letto; non mi occorre altro.
—Mi lasci star qui; tanto, non potrei più dormire.—
Cardello gli aveva detto: "Non sarà niente!" ma quella grande smania e il viso un po' sconvolto del padrone gli mettevano in cuore uno sgomento contro cui avrebbe voluto reagire.
Seduto a pie' del letto, con le mani su le ginocchia e gli occhi fissi intenti sul padrone che smaniava, Cardello si perdeva a fantasticare:
—E se si ammala ora, sul punto di terminare e consegnare il lavoro della condotta dell'acqua? Ci voleva proprio questa disgrazia!… Non si sventoli, per carità!—Gli passavano per la testa presentimenti ancora più tristi.
"Siamo nelle mani di Dio! Da un giorno all'altro!… No! No!… Gli faccio la iettatura, pensando queste brutte cose! Appena sarà giorno, correrò da un medico… Potrò lasciarlo solo!… Manderò qualcuno del vicinato."—Non si sventoli, fa peggio! Vuole un'altra limonata?
—Sì, sì! Vorrei anzi sentirmi scorrere in gola uno dei canali della fontana!… Senti come scrosciano? Tutti e quattro!… E buttarmi nella vasca!… Così!…—
Cardello dovè trattenerlo. La febbre lo faceva delirare.
—Beva!… Questa le farà bene!