IX

IXI viventi, animali e piante, che vediamo oggi intorno a noi tanto numerosi, pei mari, sulla terra, nell'aria, dappertutto, sono essi proprio somiglianti ai loro antenati più remoti? Le forme dei viventi non hanno mutato col volgere dei secoli? Sono essi, i viventi, oggi tali e quali furono i loro primi progenitori?Ecco un quesito che generalmente l'uomo non si è guari fatto, risolvendo preventivamente la quistione in modo affermativo.L'uomo, in generale, ha creduto e crede che le forme dei viventi non abbiano mutato e che quelle che vediamo oggi non differiscano da quelle che le precedettero di generazione in generazione e non siano per differire quelle che di generazione in generazione terranno loro dietro.Il pino sul monte, il delfino nel mare, il leone nella foresta, il lombrico nel terreno, non incominciaronoaltrimenti che coll'essere un pino, un delfino, un leone, un lombrico, con quelle forme appunto e quei caratteri e quel modo di vita in cui vi si mostrano oggi.Una prima coppia di progenitori ha potuto dare origine a quel numero sterminato di individui che si sono poi andati e si andranno ancora moltiplicando, o anche un individuo solo, perchè non sempre è necessario il concorso di due individui alla riproduzione. Ma quei primi riproduttori avevano appunto le forme, i caratteri, il modo di vita di tutta la loro discendenza.A questa discendenza da una coppia di progenitori, o anche da un solo progenitore in quei casi in cui va così la cosa, fu dato il nome dispecie. Partendo dal concetto della piena somiglianza dei primi progenitori con tutta la loro discendenza si disse essere la specieimmutabile, ofissa, mentre il concetto opposto ammetterebbe la variabilità di essa.Nel sentimento del volgo la immutabilità della specie è un fatto fermo. Tale fu anche per la maggioranza dei dotti, ma non per tutti.Molto erroneamente si suol dire oggi che Carlo Darwin sia stato il primo a mettere in campo il principio della variabilità della specie. La cosa va ben altrimenti ed egli fu in ciò tutt'altro che il primo.Quegli studiosi che trattano oggi questo argomento con qualche cura, dimostrano che Carlo Darwin ebbe in ciò molti predecessori.È cosa degnissima di nota che fu predecessore di Carlo Darwin nel sostenere la variabilità della specie il suo nonno paterno, Erasmo Darwin, che nei suoi libri si dava modestamente il titolo dimedico di Derby, e che in sul finire dello scorso secolo menò molto rumore coi suoi scritti in Inghilterra e anche fuori.Ebbe veramente Erasmo Darwin un ingegno sommamente colto e originale. Fu medico valente, studiosissimo dell'anatomia e della fisiologia, filosofo investigatore, naturalista profondo e nella botanica segnatamente eruditissimo, e poeta, certo fornito di una propria e rimarchevole individualità.Anche oggi in Inghilterra è popolare il suo poemetto che egli intitolòGiardino botanico, il quale, mutandogli il titolo in quello diAmori delle piante, tradusse in sciolti italiani il medico Giovanni Gherardini di Milano.Il poema è in quattro canti; fra il primo e il secondo canto, il secondo e il terzo, e il terzo e il quarto v'ha sempre un intermezzo che l'autore intitola:Dialogo fra il poeta e il suo libraioe in cui espone certi suoi concetti d'arte poetica con molta arguzia e con molta evidenza.Erasmo Darwin volle fare al tempo suo col verso per le piante ciò che il Grandville volle fare al tempo nostro colla matita. Entrambi riuscirono quanto era possibile in tal sorta di cimento. Ma nello stesso modo in cui non sempre nei disegni del Grandville riesce sodisfacente la espressione dei suoi fiori animati, così nel poemadel Darwin vi lascian talora freddi quei pastorelli in vario numero, che son poi gli stami, e quelle ninfe che sono i pistilli. Ma splendono di viva luce certi tratti del poema, sono brevi, efficaci, di calde tinte certe descrizioni e sono poi rimarchevolissime le note che tengon dietro a ogni canto, nelle quali veramente brilla il grande ingegno e l'animo nobile e buono dell'autore.Erasmo Darwin ha pur esso in certo grado quella bella qualità che ha in grado altissimo il suo sommo nipote, di farsi amare nei suoi scritti.Nelle note ai quattro canti del suo poema Erasmo Darwin appare, siccome ho già detto, botanico eruditissimo, medico valente, filosofo osservatore, uomo di cuore. Sono nobilissime alcune sue parole intorno all'abuso degli alcoolici in Inghilterra. Certi tocchi intorno ai caratteri delle piante, alla loro vita, al legame loro cogli animali, alla eredità e allo ibridismo colpiscono per lo stretto rapporto che hanno col concetto delle variabilità delle specie.Ma questo concetto egli lo doveva esprimere poi più chiaramente nella zoonomia, che veramente è un'opera meritevole della maggiore attenzione.La zoonomia di Erasmo Darwin venne pubblicata in Inghilterra nel 1794 e poco dopo tradotta in tedesco dal Brandis. Fu anche tradotta in italiano, e ne fu traduttore un medico che ebbe gran fama ai suoi tempi ed ebbe pure nobile cuore di patriota, Giovanni Rasori. Il Rasori dava tanta importanza alla zoonomia di Erasmo Darwin chevolle che fosse conosciuta nella nostra lingua prima di pubblicare la sua teoria del controstimolo e, non facendo altri la traduzione, si accinse a farla e la compì egli stesso. La prefazione che egli mise in capo a questa sua traduzione ha la data del 3 gennaio 1803. Il primo volume fu pubblicato in Milano, dai signori Pirotta e Maspero, stampatori librai in Santa Margherita, in quell'anno 1803, l'ultimo nel 1805.Erasmo Darwin aveva compiuto già da oltre vent'anni la maggior parte del suo lavoro quando si accinse a pubblicarlo. Questo lavoro è diviso in tre parti; la prima e più lunga contiene una serie di considerazioni tanto svariate quanto importanti intorno ai viventi; la seconda si riferisce alle malattie, alla loro enumerazione, alla loro classificazione, alla loro cura; la terza parla dei medicamenti e della loro azione.Naturalmente, la prima parte soltanto è quella di cui qui mi devo occupare.Un capitolo notevolissimo tratta della vita delle piante, della affinità tra le piante e gli animali, stimando che le piante si devono tenere in conto come di animali inferiori; dimostrasi come un albero dicotiledone si deve tenere in conto di un complesso di individui piuttostochè di un individuo solo, e come ciò si deva dire di molti animali marini, che in quel tempo venivan giudicati individui e sono invece realmente un complesso d'individui collegati. Tratta a lungo dei movimenti delle piante, della loro irritabilità, le credesuscettive di sensazioni, e si ferma su certi fenomeni speciali e fra gli altri su quelli presentati dallaDrosera. Questo capitolo è intitolato dellaAnimazione vegetabile. Che cosa poi egli intenda per animazione, l'autore dice più tardi in un altro capitolo dove tratta della produzione delle idee:«Colla denominazione di spirito di animazione o potenza sensoria, io intendo soltanto quella vita animale che l'uomo possiede in comune coi bruti, ed alcun poco persino coi vegetabili; e abbandono la porzione immortale di lui, oggetto di religione, all'indagine di quelli che trattano della rivelazione.»Un capitolo importantissimo della zoonomia di Erasmo Darwin è consacrato all'istinto; in questo capitolo splende la vastissima erudizione di quel grande naturalista, come lo acume della sua osservazione e la finezza del suo criterio. Egli dice sostanzialmente che nello istinto non v'ha nulla di cieco e di fatalmente necessario, ma che gli atti che si chiamano istintivi si modificano e si mutano a norma delle circostanze. Passa in rassegna gli atti della vita di tutti gli animali, ma si ferma principalmente su quelli degli animali superiori e parla a lungo delle migrazioni degli uccelli e del loro nidificare, e di certe circostanze speciali in cui tanto le migrazioni quanto le costruzioni dei nidi si sono modificate e si vanno modificando; parla degli animali domestici e di parecchi atti della vita tanto degli animali domestici quanto dei selvatici, che rivelano un ammaestramento attuale ed ereditario. Questo capitolo finisce così:«Le idee e le azioni dei bruti, simili in ciò a quelle dei fanciulli, sono quasi sempre il prodotto dei loro piaceri e dolori presenti, e.... raro è che gli animali si occupino dei mezzi onde procurarsi felicità futura o sfuggire futura infelicità, laddove l'acquisto della lingua, l'esercizio delle arti, e ogni modo di industriarsi per guadagnar danaro, nel che consistono finalmente tutti i mezzi onde procurarsi dei piaceri, e così pure l'indirizzar preci a qualche divinità, come altro mezzo con cui parimente procurarsi alcuna felicità, formano il tratto proprio e caratteristico della umana natura.»Rispetto all'argomento di cui parliamo qui, la variabilità della specie, la discendenza degli animali gli uni dagli altri, il loro adattamento alle condizioni esterne, il capitolo più importante della zoonomia di Erasmo Darwin è quello in cui tratta della generazione, nel quale espone a lungo gli argomenti in favore di questi concetti, ripete e sviluppa quello che ha esposto altrove e accenna a una certa insita virtù dell'organismo, produttrice di mutamenti più o meno profondi.Tanto nella zoonomia quanto nelle note delGiardino botanico, Erasmo Darwin si ferma a considerare i colori degli animali in rapporto alle condizioni della loro vita.«I colori degli insetti e di molti piccoli animali contribuiscono a nasconderli alla vista di altri animali che li depredano. I bruchi che vivono nelle foglie, sono generalmente verdi; e i vermi terrestri sono del color della terra in cui abitano;le farfalle sono dipinte alla foggia dei fiori che frequentano; gli uccelletti che svolazzano fra le siepi, hanno il dorso verdiccio come le frondi, e il ventre d'un color chiaro come quello del cielo, lochè li rende meno visibili al falcone che passa sopra e sotto di loro. Quelli uccelletti che amano di stare in mezzo ai fiori, come il cardellino, sono forniti di colori vivaci. L'allodola, la pernice, la lepre hanno il colore delle stoppie e della terra ove dimorano. Le rane cangiano il loro colore secondo il fango dei rigagnoli dove s'abbicano; e quelle che vivono sopra li alberi sono verdi. I pesci che aggiransi generalmente a fior d'acqua e le rondini che generalmente volteggiano nell'aria, per lo più hanno il dorso del color della terra e la pancia del color del cielo. Ne' climi più freddi, molti di questi animali diventano bianchi durante i mesi nevosi.»In altra parte in cui Erasmo Darwin ritorna su questo argomento dei colori degli animali e considera anche la cosa negli animali domestici, il fatto lo colpisce, ne apprezza tutta la utilità, ma non ne sa rinvenire la causa efficiente.«Dei quali colori facilmente si comprende la causa finale, in quanto che servono all'animale per qualche uso; ma la causa efficiente sembra quasi al di là d'ogni conghiettura.»La presenza di mammelle nei maschi fa dire a Erasmo Darwin: «Forse ciò si deve a qualche cambiamento a cui hanno soggiaciuto questi animalinel progresso graduale della formazione della terra e di tutti gli esseri che l'abitano.»Degnissimi di attenzione sembrano all'autore i cambiamenti in cui sono venuti gli animali domestici e li espone lungamente. Quanto ai cambiamenti avvenuti negli animali in natura, giova riferire testualmente quanto segue:«Un gran bisogno d'una parte del mondo animale ha dovuto consistere nel desiderio dell'esclusivo possesso delle femmine; e a tal effetto, per combattere cioè l'uno contro dell'altro, siffatti animali acquistarono armi, come per esempio la cute densissima, aculeiforme, cornea della spalla dell'orso, è soltanto una difesa contro gli animali della propria specie di lui, che menano colpi obliquamente all'insù; e certi denti di lui non hanno neppur essi altro uso, tranne quello di servirgli di difesa, perchè egli non è naturalmente animale carnivoro. Così le corna del cervo sono acute per offendere l'avversario, ma sono ramose appunto per parare e ricevere i rami delle corna di cervio simile a lui, e sono perciò state formate all'uopo di combattere contro altri cervi per l'esclusivo possesso della femmina; e queste poi, come soleano le dame dell'antica cavalleria, stanno attendendo per darsi premio al vincitore.«Gli uccelli che non portano alimento alla loro prole, e che per conseguenza non si maritano, sono armati di speroni onde combattere per l'esclusivo possesso della femmina, come sono i galli e lequaglie. Certo è che queste armi non sono date loro per difendersi da altri avversarii, giacchè le femmine della medesima specie ne son prive....»E qui io mi fermo prima di proseguire nella citazione e prego il mio lettore di badare alle parole che seguono, le quali sono nel volume terzo della traduzione italiana della edizione soprammenzionata, a pagina 229, linea 8.«Sembra poi che la causa finale di questa guerra tra maschi sia quella che la specie venga propagata dagli animali più forti e più attivi, e vada perciò perfezionandosi.»Non è d'uopo che io dica al mio lettore perchè l'ho fermato qui e l'ho invitato a badar bene alle parole citate. Proseguo nella citazione.«Un altro gran bisogno consiste nei mezzi di procurarsi alimenti, e questo bisogno ha diversificate le forme di tutte le specie degli animali. Per esso il naso del porco s'indurì onde poter volgere sossopra il terreno in cerca d'insetti e di radici. La tromba dell'elefante è un allungamento del naso ad oggetto di poter tirar giù i rami degli alberi di cui si ciba, ed assorbir l'acqua che beve, senza aver d'uopo di piegar le ginocchia. Gli animali da preda hanno acquistato forti artigli e valenti mascelle. I bovi e le pecore, una lingua ed un palato aspri per cacciar giù gli steli delle erbe. Alcuni uccelli, come il pappagallo, becchi più duri per poter romper le noci. Altri, come i passeri, becchi adattati a rompere i semi duri. Altri, come gli uccelli di becco gentile, lihanno adattati a più molli semi di fiori, o a gemme d'alberi. Alcuni hanno acquistato becchi lunghi, capaci di penetrare nel terreno inumidito in traccia d'insetti e di radici, come sono le beccacce; ed alcuni altri li hanno larghi per filtrare le acque dei laghi, e ritenersi gli insetti acquatici di cui si nutrono. Tutte le quali parti sembrano essere state gradatamente prodotte pel lungo tratto di molte e molte generazioni dai perpetui sforzi degli animali stessi per provvedere al bisogno d'alimento, e tramandate alla rispettiva progenie con quel costante perfezionamento che andarono acquistando nel servire a quelli usi determinati.«Il terzo gran bisogno degli animali è quello della sicurezza; e questo pure sembra aver molto contribuito a diversificare le forme ed il colore dei loro corpi, ed è quello che produce i mezzi di evitare la persecuzione degli animali più forti. Quindi alcuni animali, come gli augelli più piccoli, acquistarono ale invece di gambe, onde poter viemeglio fuggire, altri si formarono gran lunghezza di pinne o di membrane, come il pesce volante ed il pipistrello, altri gran velocità di gambe, come la lepre; ed altri dure scorze ed armate, come la tartaruga e l'echinus marinus.«Gli artifizi all'uopo di mettersi in sicuro, si estendono sino ai vegetabili, come vediamo nei vari e meravigliosi mezzi con cui nascondono e difendono il miele dagli insetti, ed i semi dagli uccelli. D'altra parte il falcone e la rondine hanno acquistato gran velocità di volo per tener dietroalla loro preda; e l'ape, la farfalla e l'uccello ronzante hanno acquistata una proboscide ammirabilmente costruita ad effetto di saccheggiare i nettari dei fiori....»Cito questi brani che si riferiscono agli animali più elevati, ma avverto che mutamenti di tal fatta, avvenuti «nelle serie lunghissime di tempi, dappoichè la terra incominciò ad esistere, forse milioni di secoli prima del principio della storia del genere umano,» l'autore considera partitamente anche negli animali inferiori, come pure nelle piante.Il concetto del succedersi e perfezionarsi delle generazioni dei viventi è fondamentale per Erasmo Darwin, e ad ogni passo in un modo o nell'altro lo esprime. Mi contenterò di fare ancora una sola citazione.«Siccome le parti abitabili della terra crebbero e tuttora continuano a crescere per mezzo della produzione dei gusci delle ostriche e delle coralline e per mezzo dei secrementi d'altri animali e vegetabili, così fin dalla prima esistenza di questo globo terracqueo gli animali che lo abitano andarono sempre perfezionandosi e sono tuttavia in uno stato di perfezionamento progressivo.» (Vol. 3º, pag. 269).Io mi sono limitato qui, siccome non poteva fare altrimenti, a poche citazioni, tratte da taluno di quei punti nei quali l'autore parla della variabilità e delle origini dei viventi. Anche in questo solo campo avrei potuto dilungarmi assai maggiormente,e più ancora, sempre solo rispetto a zoologia, nel capitolo dell'istinto. Ma questa parte dell'opera di Darwin agli occhi di lui non era che accessoria, volgendo egli tutta la sua attenzione allo studio delle funzioni, e ciò ancora non come fine, ma come mezzo. Il fine per Erasmo Darwin, siccome ho già detto, è lo studio delle malattie e del modo di curarle. La zoonomia di Erasmo Darwin è uno di quei libri originali che meritano sempre di essere studiati, anche quando il progredir della scienza è venuto a mutare molti dei concetti e delle credenze del tempo. Un medico che facesse questo studio non perderebbe neppur oggi il suo tempo, come non perderebbe il suo tempo un naturalista che estraesse dalla zoonomia e pubblicasse oggi, lasciando fuori il rimanente, tutto ciò che in questo rimarchevolissimo libro si riferisce alla storia naturale.Mentre Erasmo Darwin sosteneva per tal modo in Inghilterra il principio della variabilità della specie in sul finire del secolo passato, in Germania pure in quello stesso tempo il medesimo argomento occupava alcuni nobilissimi ingegni.Fra questi vuol essere menzionato primo Volfango Goethe, il quale, siccome oggi si incomincia a sapere generalmente, alla sua immortale corona di poeta aggiunse pure il pregio di un culto felice e potente delle scienze naturali.Fin dal 1790 il Goethe espose i suoi concetti intorno allaMetamorfosi delle piante, e sostanzialmenteegli cercò di dimostrare che nel regno vegetale vi ha un organo fondamentale unico, la foglia, che, sviluppandosi e trasformandosi in svariatissimi modi, dà origine a tutte le forme dei vegetali. Ciò si comprende chiaramente, diceva il Goethe, considerando un tipo semplice, una forma semplice primitiva, e tenendo dietro alla sua trasformazione in quel modo nel quale si fanno nella musica le variazioni sopra un tema. Così il Goethe fece considerare siccome foglie trasformate le varie parti del fiore, di cui alcune poi sono destinate alla loro volta a trasformarsi in frutto.Sebbene non si possa dire che questi concetti del Goethe intorno alle metamorfosi delle piante siano stati subito accolti senza contestazione, sebbene anzi si debba dire che incontrarono qua e là una viva opposizione, convien riconoscere tuttavia che furono subito presi in considerazione, furono discussi, e in complesso incontrarono favore.La stessa cosa è da dirsi della teoria del Goethe, secondo la quale le ossa del cranio si vogliono considerare siccome vertebre modificate.Gli antichi anatomici, i quali unicamente si davan pensiero dell'anatomia dell'uomo e non cercavano di comparare la struttura di questo con quella degli animali, consideravano il cervello come la parte sostanziale, e il midollo spinale come una sorta di coda, un'appendice di questo. Corrispondentemente a ciò la scatola craniana, destinata ad accogliere il cervello, era per essi una parte sostanziale in cui non cercavano legame colle vertebre.Oggi si sa che il cervello non è che un'appendice del midollo spinale e il cranio un'appendice della colonna vertebrale. Ciò si scorge esaminando lo sviluppo dell'uomo, come di tutti i mammiferi, nei primordii della loro esistenza; ciò si scorge considerando la forma più semplice fra i vertebrati, dove si trova un midollo spinale senza cervello.Io non posso parlare di ciò senza pensare a Dante che dice chiarissimamente che il midollo spinale è la parte sostanziale, il principio dei centri nervosi. Bertran del Bornio è condannato al supplizio inimmaginabile di portare in mano, a guisa di lanterna, la sua testa pei capegli e dice di sè:Partito porto il mio cerebro, lasso,Dal suo principio che è in questo troncone.Passeggiando a Venezia sul lido, il Goethe vide a terra un cranio spezzato di montone e n'ebbe la prima idea della teoria delle vertebre craniane, la quale fu dapprima contrastata, poi accolta generalmente e variamente modificata, e in questi ultimi tempi sapientemente studiata e formulata dal Gegenbaur.Il Goethe ebbe pure il merito di scoprire la presenza degli ossi intermascellari nell'uomo, ciò che egli fece in rapporto col suo concetto di uno strettissimo legame anatomico fra l'uomo e gli animali, e sovrattutto i mammiferi che gli sono più affini, e segnatamente le scimmie superiori e antropomorfe.I mammiferi hanno alla mascella superiore due ossi, che stanno framezzo ai due ossi mascellari, e perciò si chiamano ossi intermascellari; si chiamano anche ossi incisivi, perchè reggono i denti incisivi superiori.Gli studiosi della anatomia umana, al tempo del Goethe, dicevano che questi due ossi, i quali si trovano in tutti i mammiferi, anche nei mammiferi più elevati, anche nelle scimmie antropomorfe, mancano nell'uomo. Si compiacevano di questa mancanza, siccome quella che segnava un carattere differenziale fra l'uomo e la scimmia.La marea cominciava allora a crescere. Intendo dire che pigliava sempre più campo il concetto di intimi rapporti anatomici e fisiologici, di uno strettissimo legame, fra l'uomo e gli animali, di una semplice differenza di grado. L'uomo si difendeva e gli anatomici menavan vanto di questa differenza (già eran ridotti a questo vanto meschino) del non aver l'uomo le ossa intermascellari che hanno le scimmie. Il Goethe non era persuaso; venne nel pensiero che gli ossi intermascellari ci dovessero essere anche nell'uomo, li cercò e li trovò. Collo studio di molti crani umani riuscì a riconoscere che talora questi ossi rimangono distinti permanentemente, sebbene per lo più si saldino presto cogli ossi mascellari accosto, ciò che è la ragione per cui non erano stati prima riconosciuti. Riconobbe poi che si trovano sempre evidentissimi nell'uomo nei primordii del suo sviluppo. Oggi è riconosciuto che si saldano pure soventee scompaiono come nell'uomo in certe scimmie antropomorfe adulte.Tanto più è meritevole il Goethe per questa sua scoperta, che egli la fece perchè volle farla; cioè pensò che la cosa doveva essere così, e a furia di investigazioni riuscì a provare che aveva pensato giusto.Durante tutta la sua vita, e fino all'ultimo della sua vita, il Goethe ebbe nella mente questo suo argomento del legame fra i viventi e del passaggio delle forme dalle une alle altre. Ernesto Haeckel, nella suaMorfologia generale, mette in capo a ciascun capitolo qualche brano del Goethe relativo a questo argomento e ne riporta nella suaStoria della creazione naturalee nellaAntropogenia. Eccone qualche saggio:«Tutte le parti si modellano secondo leggi eterne, e ogni forma, per quanto straordinaria, racchiude in sè il tipo primitivo. La struttura dell'animale determina le sue abitudini, e a sua volta il suo modo di vivere reagisce poderosamente su tutte le forme. Perciò si rivela la regolarità del progresso, che tende al mutamento sotto la pressione dello ambiente esterno.». . . . . . . . . . . . . . . . . .«In fondo a tutti gli organismi v'ha una comunanza originaria; allo incontro la differenza delle forme proviene dai rapporti necessari col mondo esterno; dunque bisogna ammettere una diversità originaria simultanea e una metamorfosi incessantemente progressiva, se si voglionocomprendere i fenomeni costanti e i fenomeni mutevoli.». . . . . . . . . . . . . . . . . .«L'idea della metamorfosi è comparabile allavis centrifugae si perderebbe nell'infinito delle varietà, se non trovasse un contrappeso, vale a dire la potenza di specificazione, quella tenace forza d'inerzia, che, una volta realizzata, costituisce unavis centripetache nella sua intima essenza si sottrae a ogni azione esterna.»Nota giustissimamente lo Haeckel che col vocabolometamorfosiil Goethe non intende già di parlare soltanto dei mutamenti che il vivente sopporta nel corso del suo sviluppo individuale, ma bensì della grande trasformazione delle forme organiche. Di ciò fanno fede le seguenti parole:«Splende il trionfo della metamorfosi fisiologica là dove si vede il complesso suddividersi in famiglie, le famiglie suddividersi in generi, i generi in specie, e queste in varietà che fanno capo all'individuo, ma non v'ha soltanto suddivisione, v'ha anche trasformazione. Questo procedimento della natura non ha altro limite che l'infinito. Per la natura non vi ha riposo, non vi ha fermata; ma d'altra parte, essa non saprebbe mantenere e conservare tutto ciò che produce. A partire dal seme le piante sopportano uno sviluppo sempre più divergente, il quale cambia sempre più i mutui rapporti delle loro parti.»Fin dal 1796, parlando degli animali vertebrati, il Goethe diceva:«Siamo giunti a poter affermare senza tema, che tutte le forme più perfette della natura organica, per esempio i pesci, gli anfibi, gli uccelli, i mammiferi e, in prima fila fra questi ultimi, l'uomo, sono stati modellati tutti secondo un tipo primitivo di cui le parti che sono le più fisse in apparenza non variano che entro a limiti ristretti, e che, ogni giorno ancora, queste forme si sviluppano e si metamorfosano riproducendosi.»Undici anni dopo egli esprime anche più chiaramente questo concetto fondamentale:«Quando si esaminino le piante e gli animali che stanno al basso della scala degli esseri, appena si possono distinguere gli uni dagli altri. Per la qual cosa possiamo dire che gli esseri, dapprima confusi in uno stato di parentela in cui appena si differenziano gli uni dagli altri, a poco a poco sono diventati piante e animali, perfezionandosi in due direzioni opposte, per far capo, le une all'albero durevole ed immobile, le altre all'uomo, che rappresenta il grado più elevato di mobilità e di libertà.»Ho detto sopra che il Goethe si diede pensiero tutta quanta la sua vita del grande argomento delle origini, delle affinità e delle trasformazioni dei viventi. Ne è prova ciò che segue che io prendo dallo Haeckel, come le precedenti e anche le seguenti citazioni.Correva l'anno 1830. A Parigi, in quell'Accademia delle scienze, Stefano Geoffroy Saint Hilaire sosteneva che gli animali sono foggiati secondoun unico stampo (unità di composizione) che le specie mutano col volger del tempo, che le varie forme attuali ebbero una origine comune. Giorgio Cuvier negava l'unità di composizione e sosteneva l'immutabilità delle specie, condizione, a parer suo, fondamentale per una storia naturale scientifica.Quest'ultima asserzione, fra parentesi, io l'ho sentita da un botanico moderno, valente nella determinazione delle specie, il quale gridava che il concetto della variabilità della specie è la rovina della scienza; e ho sentito un suo interlocutore rispondergli con queste parole di Giorgio Byron:—Quanto sarebbe bello se l'uomo potesse proprio scorgere addentro la verità delle cose, ma quanta buona filosofia andrebbe perduta!Il Cuvier era eloquentissimo e si appoggiava a fatti attuali evidenti, mentre Stefano Geoffroy Saint Hilaire, relativamente meno felice nello esprimere i proprii pensieri, non poteva dimostrare palpabilmente quanto veniva dicendo.La grande maggioranza si schierò col Cuvier; non così il Goethe.Ma in quello stesso anno si faceva la rivoluzione di Parigi che inaugurava il regno di Luigi Filippo.Un amico del Goethe, il Soret, il giorno di domenica 2 agosto 1830, andò a trovare nel pomeriggio il sommo poeta che aveva ottantun anno.Appunto allora i giornali davano la notizia dello scoppio della rivoluzione.Appena il Goethe ebbe veduto il suo amico, esclamò:—Ebbene? Che cosa pensate voi del grande avvenimento? Il vulcano è in eruzione; tutto è in fiamme; non si tratta più di un dibattimento a porte chiuse.—Sì,—rispose il Soret—l'avvenimento è grave. Ma da quello che si sa dello andamento delle cose, e con un ministero di tal fatta, c'è da aspettarsi che tutto finisca colla espulsione della famiglia reale.—Ma noi non c'intendiamo, ottimo amico mio,—rispose il poeta.—Io non vi parlo di quella gente. Per me si tratta di ben altro. Io vi parlo dello scoppio seguìto all'Accademia, della discussione tanto importante per la scienza, avvenuta fra il Cuvier e il Geoffroy Saint Hilaire.Pel vecchio poeta una rivoluzione colla quale si mandava via un re per metterne un altro, era un fatto di pochissima importanza rispetto a una discussione in cui pubblicamente si proclamava un principio destinato a portare un profondo cambiamento nella scienza.—La cosa,—proseguì il Goethe,—è sommamente importante e non vi potete figurare ciò che io provai nel leggere il resoconto della seduta del 19 luglio. Ora abbiamo nel Geoffroy Saint Hilaire un potente alleato che non ci abbandonerà. Vedo quanto si danno pensiero della quistione i dotti francesi; perchè, a malgrado della terribile animazione politica, la sala della seduta dell'Accademiaera zeppa il giorno 19 luglio. Ma la cosa più importante di tutto è che il metodo sintetico inaugurato in Francia dal Geoffroy non può più scomparire. Pel fatto di una libera discussione all'Accademia, in presenza di un uditorio numeroso, l'affare è slanciato nel dominio del pubblico; non è più cosa possibile il liberarsene con una esclusione segreta; non si potrà più sbrigare o soffocare a porte chiuse.Passati due anni, nel 1832, in età di ottantatrè anni, il Goethe compiva un suo lavoro intorno allo stesso argomento e moriva pochi giorni dopo.Nello stesso modo in cui la vista di un cranio spezzato di montone, veduto dal Goethe a Venezia, fece nascere nella sua mente il concetto delle vertebre craniane, così qualche anno dopo un cranio di cerva biancheggiante lungo la via del Broken fece esclamare a Lorenzo Oken, quasi come colpito da una rivelazione:—È un pezzo di colonna vertebrale.Gli scienziati per molti anni lasciarono in disparte il Goethe e, nell'esporre la storia della teoria delle vertebre craniane, incominciavano addirittura dall'Oken.Ma Lorenzo Oken ebbe meriti ben più grandi come antesignano di quelle idee che dominano ora nel campo della scienza; soltanto egli non può dare nessun fondamento dimostrativo alle sue idee giuste e grandiose, le quali, del resto, vanno confuse con molte altre insostenibili e false. Il signorErnesto Haeckel ha fatto un lavoro accurato di cernita negli scritti dell'Oken tirandone fuori granellini d'oro dalle arene. In sostanza l'Oken pone siccome punto di partenza di tutti i fenomeni vitali, di tutti gli organismi, un sottostrato chimico comune, una sorta di sostanza vitale, generale e semplice, che egli chiama sostanza colloide primitiva, nella quale è facile ravvisare il protoplasma dei moderni. In questa sostanza, che egli dichiara prodotta dapprima spontaneamente dal mare, vede una forma primitiva vescicolare, che è la cellula dei giorni nostri. Finalmente, egli ha queste parole testuali:—L'uomo si è sviluppato; non è stato creato.Intorno alla origine dei viventi si esprime in modo anche più esplicito e con somma evidenza, contemporaneamente al Goethe e all'Oken, Goffredo Rinaldo Treviranus di Brema; nella suaBiologiaegli dice:«Ogni forma vivente può essere prodotta dalle forze fisiche in due modi; può provenire, sia dalla materia amorfa, sia, per modificazione, da una forma già esistente. In questo ultimo caso, la causa prima della modificazione può essere, o l'influenza di una sostanza fecondante eterogenea sul germe, o l'influenza di altre forze che appaiono soltanto dopo la fecondazione. In ogni essere vivente risiede la facoltà di piegarsi a una folla di modificazioni; ogni essere ha il potere di adattare la sua organizzazione ai mutamenti che si producononel mondo esterno; si è questa facoltà, messa in opera dalle vicissitudini sopravvenute nell'universo, quella che ha permesso ai semplici zoofiti del mondo antidiluviano di arrivare a gradi di organizzazione di mano in mano sempre più elevati, e ha introdotto nella natura vivente una varietà infinita.». . . . . . . . . . . . . . . . . .«Questi zoofiti sono le forme primitive da cui sono provenuti tutti gli organismi delle classi superiori per via di sviluppo graduale. Inoltre, noi crediamo che ogni specie, come pure ogni individuo, percorre certi periodi di accrescimento, di fioritura e di morte; ma che la morte della specie non è la dissoluzione, come è nell'individuo, ma bensì la degenerescenza. Da ciò pare a noi che risulti che, contro ciò che generalmente si crede, non sono le catastrofi geologiche quelle che hanno sterminato gli animali antidiluviani; molti di quegli animali hanno sopravvissuto, e, se scomparvero dalla natura contemporanea, ciò è perchè le loro specie, avendo compiuto il corso della loro esistenza, si sono fuse in altri generi.»Avverte qui lo Haeckel che parlando di degenerescenza il Treviranus intende questo vocabolo nel senso di adattamento o di modificazione per via di cause esterne, e fa vedere quanto fosse giusto il concetto che il Treviranus si faceva della mutua dipendenza di tutti i viventi, riportandone le seguenti parole:«L'individuo vivente dipende dalla specie, la specie dipende dal genere, questo dipende da tuttala natura vivente; e quest'ultima medesima dipende dall'organismo della terra. Dunque l'individuo possiede una vita che gli è propria, e, per questo rispetto costituisce un mondo particolare. Ma, per ciò appunto che la sua vita è limitata, esso costituisce pure un organo nell'organismo generale. Ogni corpo vivente esiste per via dell'universo, ma, reciprocamente, l'universo esiste pure per via di questo corpo vivente.»Non havvi pel Treviranus nella natura un posto speciale privilegiato per l'uomo, non havvi lacuna fra la natura organica e la natura inorganica.«Ogni ricerca che abbia per oggetto l'influenza del complesso della natura sul mondo vivente deve prendere le mosse da questo dato fondamentale, che tutte le forme viventi sono dei prodotti fisici, che appaiono ancora nella nostra epoca, e che vi sono state delle modificazioni soltanto nel grado, nella direzione delle influenze.»Il Treviranus soggiunge poi che con ciò «è risolto il problema fondamentale della biologia.»Non si può parlare del movimento scientifico in Germania in sul finire del secolo passato senza pensare al Kant, che vi ebbe una così larga parte. È imminente in Italia il compimento di uno studio intorno al grande filosofo tedesco per opera del professore Carlo Cantoni, dell'Università di Pavia. Il lavoro del filosofo italiano intorno al filosofo tedesco, condotto con lungo amore e con grande intensità di applicazione, chiarirà molti dubbi e dimostreràche non è senza qualche esagerazione lo asserire che fanno taluni che troppo il Kant si contraddica intorno alle leggi naturali che regolano i viventi. Qui ora io sto pago a riportar le seguenti parole del grande filosofo:«È bello percorrere, mercè l'anatomia comparata, la vasta creazione degli esseri organizzati, per vedere se non vi si trova qualche cosa di somigliante a un sistema derivante da un principio generatore, per modo che non siamo per trovarci obbligati ad attenerci a un semplice principio del giudizio (che non ci insegna nulla intorno alla produzione di questi esseri) e a rinunziare senza speranza alla pretesa di penetrar la natura in questo campo della scienza. Il concordare di tante specie di animali con un certo tipo comune, il quale non sembra servir loro di principio solamente nella struttura delle loro ossa, ma anche nella disposizione delle altre parti, e quell'ammirabile semplicità di forme che, accorciando certe parti e allungandone certe altre, involgendo queste e svolgendo quelle, ha potuto produrre una varietà tanto grande di specie, fanno nascere in noi la speranza, sebbene, per vero, debole, di poter arrivare a qualche cosa col principio del meccanismo della natura. Questa analogia di forme le quali, a malgrado della loro diversità, sembrano essere state prodotte secondo un tipo comune, fortifica l'ipotesi che queste forme abbiano una affinità reale, e che vengan fuori da una madre comune facendoci vedere come ciascuna specie si riaccosti gradatamentea un'altra specie, da quella in cui il principio della finalità sembra meglio stabilito, vale a dire l'uomo, fino al polipo, e dal polipo fino ai muschi e alle alghe, infine, sino all'ultimo grado della natura che noi possiamo conoscere, fino alla materia bruta, d'onde sembra derivare, secondo le leggi meccaniche (somiglianti a quelle che essa segue nelle sue cristallizzazioni) tutta questa tecnica della natura, tanto incomprensibile per noi negli esseri organizzati che crediamo in obbligo di concepire un altro principio:«È permesso allo archeologo della natura di valersi dei vestigi che sussistono ancora delle sue produzioni più antiche, per cercare in tutto il meccanismo, di cui ha conoscenza o sospetto, il principio di questa grande famiglia di creature (perchè questo è il modo in cui bisogna rappresentarsela, e questa pretesa affinità generale ha qualche fondamento).»Il signor Alfonso De Candolle ha parlato testè di un botanico ed orticultore francese che prima ancora di Erasmo Darwin, vale a dire fin dal 1766, parlò della variabilità della specie, e non in modo ambiguo e dubitativo, ma con molta precisione. Questo botanico ed orticultore è il Duchesne. Il volume in cui è trattato di ciò, pubblicato appunto in quell'anno 1766, è intitolato:Histoire naturelle des fraisiers, ed ha in appendice delleRemarques particulières.Il signor Duchesne aveva raccolto presso Versaillessemi di fragole selvatiche e li aveva seminati. Con grande sua sorpresa trovò che le pianticelle che ne otteneva avevano quasi tutte una sola fogliolina in luogo delle tre consuete. Affidò novamente al terreno i semi di queste pianticelle e ne ottenne altre somiglianti, e così successivamente, ricavandone una sorta di nuova pianta di fragola alla quale venne dato il nome diFragaria monophylla. Da questi e altri fatti somiglianti osservati nella coltivazione prese le mosse per ragionare, dice il De Candolle, in un modo molto profondo, sulle forme nuove più o meno ereditarie, e su ciò che si possa chiamare specie, razza o varietà. Egli crede che molte delle forme designate col nome di specie sono razze, di cui l'origine può essere riconosciuta o almeno presunta, e vien fuori con queste parole:«L'ordine genealogico è il solo indicato dalla natura, il solo che sodisfaccia al tutto la mente: ogni altro è arbitrario e vuoto d'idee.»Seguendo questo concetto egli si spinge persino a fare un albero genealogico delle fragole secondo le derivazioni che egli conosceva o presumeva.Certo, tutto ciò è rimarchevolissimo, ma, da quanto pare, il signor Duchesne non comprese l'importanza della grande verità che gli era balenata nella mente, non s'applicò a considerare il fatto nella pluralità delle piante, non pensò agli animali, non s'accorse ch'egli aveva che fare con una legge applicabile a tutti i viventi, degna di essere sostenuta e posta con ogni sforzo nella maggiore evidenza.Ciò veramente si doveva poi fare in Francia, dopo il Duchesne, si doveva fare con tutto l'impegno, con grande corredo di argomenti e di cognizioni, con tutta la consapevolezza della importanza della cosa, da un uomo che fra quelli oggi chiamati i predecessori di Darwin si doveva spingere più avanti di tutti, sebbene, cosa miseranda a pensarvi, con nessun visibile effetto pel suo tempo.Parlo di Giovanni Lamarck. Questo grande naturalista ebbe chiarissimo nella mente il concetto della variabilità della specie e si sforzò d'investigare le cause adducendo argomenti di cui anche oggi non si può a meno di tenere conto, sebbene oggi a questi se ne siano venuti ad aggiungere altri che hanno un valore incomparabilmente più grande.L'esercizio di una data parte del corpo di un animale produce un maggiore sviluppo in quella parte; v'ha un maggiore afflusso di sangue in quella parte che si esercita di più, una maggior nutrizione, un aumento di volume. Di ciò ci si dà tutti i giorni più di un vistoso esempio, anche nell'uomo nella vita civile. Il maestro di scherma finisce per avere il braccio destro molto più grosso del sinistro; il barcaiuolo ha sviluppatissime le braccia e le spalle, poco le gambe, mentre i ballerini hanno enormi i polpacci. Un suonatore di violino ha le dita della mano sinistra molto più lunghe di quelle della destra. Tutto ciò per effetto del lungo esercizio della parte. Questi sono caratteri che l'individuo acquista necessariamenteogniqualvolta si trova nella condizione voluta. Si potrebbero anche trasmettere questi caratteri di generazione in generazione e si verrebbero ad esagerare grandemente quando di generazione in generazione i figli facessero sempre quei medesimi esercizi che hanno fatto i loro genitori. Supponiamo una lunga serie di generazioni in cui sempre di padre in figlio si desse opera allo esercizio della scherma. Il carattere del maggiore sviluppo del braccio destro s'incomincia a trasmettere fino a un certo punto ereditariamente dal padre al figlio. Tutti sanno quanto si trasmettano i caratteri per eredità. Ma il figlio che ha ereditato dal padre questo braccio destro maggiormente sviluppato, a sua volta lo accresce proseguendo costantemente nello stesso esercizio e lo trasmette alla sua volta in un grado maggiore alla sua prole. Così, ove, ripeto, si proseguisse nella vita civile per una lunga serie di generazioni questo esercizio della scherma di padre in figlio, dopo parecchi secoli si verrebbe ad avere negli ultimi discendenti una differenza notevole nello sviluppo delle due braccia. Ciò invero non capita nella vita sociale, dove i padri generalmente fanno fare ai figliuoli un mestiere differente dal loro e dove più generalmente ancora i figliuoli hanno poca voglia di fare il mestiere del padre.Ma capita negli animali.Lo esercizio di una parte in un dato animale promove lo sviluppo di quella parte; l'animale trasmette ereditariamente questo sviluppo, ma laprole con un nuovo esercizio lo accresce e lo trasmette accresciuto, e così via via. Guardiamo come è fatta la talpa: le sue zampe anteriori sono smisuratamente più grosse delle posteriori; ciò si vede bene nella talpa in carne e pelle, ma si vede anche più nello scheletro; l'osso della talpa che corrisponde al braccio è così stranamente foggiato come non si vede in nessun altro caso; non è più un osso lungo, è smisuratamente largo e grosso e coperto di fortissimi rilievi e spigoli per dare inserzione ai muscoli poderosissimi che lo devono movere; la stessa cosa si dica delle ossa dell'antibraccio, delle dita e delle spalle; anche lo sterno qui si sviluppa con una carena, sempre per lo scopo di porgere una maggiore superficie d'inserzioni alle masse muscolari. Le parti posteriori invece sono, al paragone, gracili e meschine. Noi possiamo benissimo supporre che la talpa non sia sempre stata, ma sia invece diventata, come è ora, e che quindi la sua forma attuale sia notevolmente diversa di quella dei suoi remoti antenati. Possiamo supporre che dapprima la talpa avesse una minor sproporzione fra le parti anteriori e le posteriori, e che a poco a poco, inseguendo i vermi e gli insetti e le larve, e scavando per inseguirli il terreno, abbia, per via di un continuo esercizio e per via di una continua trasmissione ereditaria, acquistato l'attuale suo poderoso sviluppo delle parti davanti, e con esso abbia a poco a poco progredito nel suo menar quella vita sotterranea in cui la vediamo oggi. Ma questo suo venire a pocoa poco e di generazione in generazione acconciandosi a una vita sotterranea, avrebbe poi prodotto un altro effetto inverso, ma concepibilissimo nello stesso modo. Se l'esercizio accresce lo sviluppo e le dimensioni di una data parte del corpo di un animale, il fatto opposto, il difetto di esercizio, deve necessariamente produrre un effetto opposto. A mano a mano che la talpa venne acconciandosi alla vita sotterranea, sempre meno dovette aver bisogno degli occhi. Nelle buie sue gallerie la talpa non ci ha che vedere; avvezzandosi al buio di generazione in generazione, e non esercitando più gli occhi, la talpa finì per vedersi stranamente rimpicciolito, appunto per difetto di esercizio, il suo organo visivo. Certe talpe hanno un piccolo occhiolino, che di fuori non si vede affatto perchè affondato tra i peli, appena a fior di pelle, col quale non possono forse altro discernere che la luce dalle tenebre. Altre talpe hanno l'occhiolino anche più piccolo, addirittura coperto dalla pelle. Qui si può supporre la riduzione a' minimi termini di un occhio per difetto di esercizio, fino al punto che esso, mentre ancora è presente in condizione rudimentale, pure non serve più a nulla.Certi insetti che vivono in caverne fuori d'ogni luce furon detti anottalmi dallo apparente loro mancare d'occhi; dico apparente perchè non è che ne manchino affatto; ma appena li hanno, in condizioni al tutto rudimentali e fuori d'ogni uso; in altri insetti che vivono nelle foreste di castagni alle falde dei monti in buche sotterranee, scavateda altri animali e coperte consuetamente dalle foglie cadute, ma di cui pure alcuni hanno talora un po' di luce, vedesi mancar gli occhi nel massimo numero, ma taluni aver occhi i quali, sebbene minutissimi, non si possono dire tuttavia affatto senza uso. Il proteo anguino che vive in acque buie ha gli occhi rudimentali e coperti dalla pelle.Nell'uomo avviene, per disgrazia non tanto raramente, che una ottalmia produca nel bambino un opacamento della cornea davanti alla pupilla. Ove ciò avvenga, quell'occhio non ci vede più; ora, quando ciò segue in un occhio e non nell'altro, coll'andar degli anni l'occhio che non funziona, sebbene per tutto il rimanente integro, finisce per essere notevolmente più piccolo dell'altro. Il difetto di esercizio trae con sè difetto di sviluppo.Si potrebbe fare uno sperimento, se pur non è stato fatto; prendere un coniglio piccino e tenergli costantemente un occhio coperto; quest'occhio nell'animale adulto riescirebbe notevolmente più piccolo dell'altro. Si potrebbe tener coperti tutti e due gli occhi fin da piccini a una coppia di conigli e poi alla loro discendenza, tenendoli sempre pel rimanente in condizioni acconcie di nutrizione. In capo a poche generazioni si avrebbero conigli con occhi normalmente piccoli, in capo a molte generazioni si avrebbero conigli con occhi rudimentali.La giraffa ha lunghissimo il collo, lunghissime le zampe davanti, tanto che il suo dorso è un piano inclinato dal garrese alla groppa. Fu sempre così?Nelle grandi foreste africane essa cerca il suo pascolo fra le rigogliosissime fronde di quegli alberi sterminati. Quel tener su continuamente il collo, quel sollevarsi sulle zampe anteriori, quella continua tensione di muscoli, arrecando maggior copia di sangue a tutte le parti in tal modo costantemente esercitate, ha potuto dare un grande sviluppo in quel senso alla muscolatura e allo scheletro della giraffa, che per tal modo si è potuta venire coi secoli trasformandosi sino a ridursi nello stato veramente eccezionale in cui si trova oggi.Gli uccelli di ripa, col lungo sollevarsi sulle zampe ad allungare il collo, han potuto finire per acquistare maggior lunghezza di zampe e di collo; così la rana la sua palmatura e anche la foca, così il picchio la sua lunghissima lingua, e il formichiere e il pangolino. Così, in una parola, possiamo credere che si siano tanto venute modificando, per via dell'esercizio e dell'inerzia di certe parti, le forme di tanti animali, da essere ora i viventi grandemente diversi nella forma dai loro primi progenitori.Per tal modo, secondo il Lamarck, l'uomo deriva dalla scimmia. Egli non dubita punto di ciò, anzi ci si ferma sopra a lungo, cercando il modo per cui la trasformazione deve essere avvenuta. Gli uomini più degradati derivarono da scimmie di struttura molto elevata, che a poco a poco si erano avvezzate a star su due piedi. Così venne col lungo sforzo di generazione in generazione amodificarsi la forma del tronco tenuto eretto, e si vennero differenziando le quattro estremità. Le due estremità posteriori diventando a poco a poco inferiori, si fecero più robuste, si appiattì il piede e si svilupparono i polpacci, mentre le estremità inferiori si foggiarono in quello strumento meraviglioso che doveva tanto aiutare l'uomo nel suo progresso: la mano. All'uomo in posizione eretta si presentavano in condizioni di molto più grande agevolezza di osservazione gli oggetti esterni, mentre la mano, come più unicamente strumento di prensione, ma pur anco di esplorazione e di esame, dava maggior contezza di essi all'intelletto che per tal modo si veniva sviluppando. Questi primi uomini derivati da scimmie di maggior elevatezza ebbero una vita sociale più intima, presero a meglio aiutarsi nei loro bisogni, dovettero adoperarsi continuamente ad uno scambio maggiore di pensieri, onde una serie di gridi sempre di più svariati che venivano a far capo a un linguaggio articolato il quale, per quanto dapprima rozzo e limitato, non ha pur potuto a meno di segnare un immenso progresso nello sviluppo dell'uomo; progresso di cui l'effetto principale non può a meno di essere stato un maggiore sviluppo del cervello e un più lungo esercizio di quelle facoltà di cui esso è strumento.Ciò, ripeto, pel Lamarck non ammette dubbio, egli ci insiste.A dare un concetto del modo in cui il Lamarck considerava l'origine, le trasformazioni, le derivazioni,le affinità fra i viventi, varrà meglio di ogni discorso riferire testualmente queste sue parole:«Le divisioni sistematiche, classi, ordini, famiglie, generi e specie, come le loro denominazioni, sono un lavoro puramente artificiale dell'uomo. Le specie non sono tutte contemporanee; sono discese le une dalle altre e non hanno che una fissità relativa, e contemporanea; le varietà danno origine alle specie. La diversità delle condizioni della vita influisce, modificandola, sulla organizzazione, sulla forma generale, sugli organi dell'animale; si può dire tanto dell'uso come del difetto d'uso degli organi. Dapprima furono prodotti solamente gli animali più semplici, e le forme più semplici, poi gli esseri dotati di una organizzazione più complessa. La evoluzione geologica del globo e il suo popolamento organico ebbero luogo in un modo continuo e non furono interrotti da rivoluzioni violente. La vita non è che un fenomeno fisico. Tutti i fenomeni vitali sono dovuti a delle cause meccaniche, sia fisiche, sia chimiche, aventi la loro ragione d'essere nella costituzione della materia organica. Gli animali e le piante più rudimentali, collocati nello scalino più basso della scala organica, nacquero e nascono anche oggi per generazione spontanea. Tutti i corpi viventi od organismi della natura sono sottomessi alle stesse leggi dei corpi privi di vita o inorganici. Le idee e le altre manifestazionidello spirito sono semplici fenomeni di movimento che si producono nel sistema nervoso centrale. In realtà, la volontà non è mai libera. La ragione non è che un grado più alto di sviluppo e di comparazione di giudizi.»Fra i manoscritti del Museo zoologico di Torino si trova qualche appunto di Franco Andrea Bonelli da cui si vede, e così pure da qualche lettera, come egli fosse stato colpito dalle idee del Lamarck e ne fosse diventato seguace. Il Bonelli morì giovane e l'immensa mole del lavoro che egli fece nella sua breve vita gli impedì di occuparsi di questo come di tanti altri argomenti che pure aveva divisato di trattare.Sosteneva le idee del Lamarck all'altro capo d'Italia Michele Foderà di Girgenti, professore di fisiologia a Palermo. Egli era stato a Parigi, alunno del Blainville, che s'era atteggiato a oppositore di Giorgio Cuvier; ritornato in patria, sostenne nelle sue lezioni la mutevolezza della specie e lo scomparir lento di certe forme senza scosse violente.Così in Italia ebbe ascolto il Lamarck più assai che non in Francia. Ma ancora si tratta di casi isolati, e il Bonelli e il Foderà non lasciarono pubblicazioni in sostegno di questo loro avere accolto le idee del Lamarck.È cosa che desta la più grande meraviglia questa, che l'opera del Lamarck sia passata allora inosservata; non solo non abbia avuto lodi, manemmeno biasimi; sia stata lasciata in disparte e non degnata nemmeno di una discussione.La spiegazione del fatto sta in ciò, che allora teneva il campo onnipotentemente la scuola di Carlo Linneo e di Giorgio Cuvier, che intorno all'argomento della specie aveva messo come cardine fondamentale il principio opposto.Carlo Linneo aveva risollevata la storia naturale all'altezza di scienza. Dopo quasi venti secoli aveva ripreso l'opera di Aristotile e l'aveva fatta progredire. Aveva dato le norme per riconoscere, distinguere, denominare, descrivere, ordinare le innumerevoli specie dei viventi e ciò con tanto criterio, con tanto acume, con tanto senno, con tanto ingegno, da non lasciar più guari che fare ai suoi successori.Ma rispetto alle specie egli ne aveva dichiarato assolutamente l'immobilità. Egli aveva detto esplicitamente, che esistono tante specie quante ne sono state create. Le specie sono state create tutte insieme, la specie è il complesso di tutti gli individui che sono scesi o si possono considerare come scesi da una coppia di progenitori o anche da un solo progenitore; dal giorno della creazione non ha mutato, non muta, non sarà per mutare.Così i viventi sono stati fatti tutti insieme, tutti in una volta. Si è parlato anche di una virtù generatrice della terra in qualche modo fecondata. Vincenzo Monti, rivolgendosi allaBellezza dell'universo, dice:Tumide allor di nutritivi umoriSi fecondâr le glebe, e si fêr mantoDi molli erbette e d'olezzanti fiori.Allor degli occhi lusinghiero incanto,Crebber le chiome ai boschi, e gli arboscelli,Grato stillar dalle cortecce il pianto.Allor dal monte corsero i ruscelliMormorando, e la florida rivieraLambir freschi e scherzosi i venticelli.Tutta del suo bel manto primaveraCoprìa la terra; ma la vasta ideaDel gran Fabbro compita ancor non era.Di sua vaghezza inutile pareaLagnarsi il suolo, e con più bel desiroSguardo e amor di viventi alme attendea.Tu allor, raggiante d'un sorriso, in giroDei quattro venti sulle penne tese,L'aura mandasti del divino Spiro.La terra in sen l'accolse e la comprese,E un dolce movimento, un brividìo,Serpeggiar per le viscere s'intese;Onde un fremito diede e concepìo,E il suol che tutto già s'ingrossa e figlia,La brulicante superficie aprìo.Dalle gravide glebe, o meraviglia!Fuori allor si lanciò scherzante e prestaLa vaga delle belve ampia famiglia.Ecco dal suolo liberar la testa,Scuoter le giubbe, e tutto uscir d'un saltoIl biondo imperator della foresta;Ecco la tigre e il leopardo, in altoSpiccarsi fuori della rotta bica,E fuggir nelle selve a salto a salto.Vedi sotto la zolla che l'implica,Divincolarsi il bue, che pigro e lentoIsviluppa le gran membra a fatica.Vedi pien di magnanimo ardimentoSovra i piedi balzar ritto il destriero,E nitrendo sfidar nel corso il vento;Indi il cervo ramoso ed il leggieroDaino fugace, e mille altri animanti,Qual mansueto e qual ritroso e fiero;Altri per valli e per campagne erranti,Altri di tane abitator crudeli,Altri dell'uomo difensori e amanti.E lor di macchia differente i peliTu di tua mano dipingesti, o Diva,Con quella mano che dipinse i cieli.Poi di color più vaghi onde l'estivaStagion delle campagne orna l'aspetto,E de' freschi ruscei smalta la riva,L'ale spruzzasti al vagabondo insetto,E le lubriche anella serpentineDel più caduco vermicciol negletto.Nè qui ponesti all'opra tua confine;Ma vie più innanzi la mirabil tracciaStender ti piacque dell'idee divine.Cinta adunque di calma e di bonaccia,Delle marine interminabil'ondeLanciasti un guardo sull'azzurra faccia.Penetrò nelle cupe acque profondeQuel guardo, e con bollor grato naturaIntiepidille, e diventâr feconde,E tosto varii d'indole e figuraGuizzâro i pesci, e fin dall'ime areneTutta increspâr la liquida pianura.I delfin snelli con le curve schieneUscir danzando, e mezzo il mar coprîroCol vastissimo ventre orche e balene.Fin gli scogli e le sirti allor sentîroIl vigor di quel guardo e la dolcezza,E di coralli e d'erbe si vestîro.È una creazione questa a rovescio, per cui si comincia dal fine e si termina col cominciamento. Vengono prima le fiere, poi gli animali che devono servir loro di pasto, e il bue, che vien fuori dalla terra bue addirittura, e non toro; poi gli insetti, poi ultimi gli animali delle acque, e i pesci prima e i coralli dopo!Giorgio Cuvier ritenne invero il concetto Linneano rispetto alla immobilità della specie, e lo pose anzi a fondamento della zoologia. Ma egli segna tuttavia un progresso, e un grande progresso, su Linneo.Il Cuvier si applica allo studio dei fossili, che prima era campo miserando di errori; riconosce che altri viventi diversi dagli attuali hanno popolato la terra in epoche remotissime, anteriori all'esistenza dell'uomo; che le forme primitive erano più semplici, che la struttura dei viventi si andò man mano complicando, che la struttura più perfetta si trova nei viventi dell'epoca attuale, l'epoca umana. Questa verità lo condusse a una teoria, secondo la quale sarebbero avvenuti sulla terra molti e grandi e repentini rivolgimenti di tal fatta da mutar tutto a ogni volta alla superficie di essa. Il nostro globo ha avuto grandi e spaventose rivoluzioni, susseguite ciascuna da un lunghissimo tratto di calma. Ogni rivoluzionespegne sulla terra qualsiasi traccia di viventi, si distruggono di colpo le piante e gli animali; ma rimessa la calma si fa una nuova creazione e i vegetali e gli animali dell'ultima creazione che vien dopo sono sempre più complicati, più elevati, più perfetti di quelli della creazione precedente; così, a poco a poco e di miglioramento in miglioramento, si viene all'epoca attuale, contrassegnata dal più perfetto di tutti i viventi che è l'uomo.Il Cuvier trovò un potente alleato alla sua teoria dei rivolgimenti nel signor Elia de Beaumont, il quale non solo accettò la cosa in complesso, ma credette di poterne anche definire i particolari: considerando le grandi catene di montagne in ogni parte del globo, studiandone la natura e le direzioni, esaminandone ogni particolare, egli credette di essere riuscito a determinare il numero e le successioni di quei grandi rivolgimenti.Giorgio Cuvier s'era elevato ad un'immensa celebrità colla grande opera sua. Egli aveva molto migliorata la classificazione di Linneo; aveva preso a rivelare i rapporti degli animali mercè una diligente investigazione della loro interna struttura; aveva insegnato l'importanza della subordinazione de' caratteri, aveva posto le fondamenta di quella grande scienza che è l'anatomia comparata, aveva fatto conoscere un gran numero di forme e di strutture prima di lui ignote o mal note; era sommamente operoso, eloquentissimo, popolare nel senso più elevato della parola e dappertutto sigiurava nel suo nome. Egli aveva mostrato un profondo disprezzo per la teoria del Lamarck, e i suoi contemporanei disprezzarono pure la teoria del Lamarck tanto da non crederla neppure degna di biasimo.Poco prima di morire, Giorgio Cuvier ebbe a sostenere una lotta con Stefano Geoffroy Saint Hilaire, quella lotta di cui ho detto precedentemente parlando del Goethe. Stefano Geoffroy Saint Hilaire sosteneva la unità dell'organizzazione, o, come si diceva allora, la unità di composizione, la unità del piano della struttura degli animali. Secondo il suo concetto la specie è variabile, le forme mutano costituendosi innumerevoli differenze da una origine comune; gli agenti esterni hanno una grande azione in questi mutamenti. Nelle vicende geologiche passate venne un giorno in cui scemò la quantità dell'acido carbonico nell'atmosfera e ciò valse a promuovere la trasformazione di taluni rettili che, con una maggior intensità di respirazione, di circolazione, mutarono in penne le scaglie e assunsero forma di uccelli.In verità non era al tutto ingiusto il rimprovero che si faceva a questi concetti di aggirarsi troppo nei campi della teoria. Se a ciò si aggiunge quanto già sopra è detto intorno allo ascendente del Cuvier sui suoi contemporanei, si intende come il Geoffroy Saint Hilaire non apparisse aver riportato nella sua grande discussione gli onori della vittoria.Giorgio Cuvier morì nel pieno splendore della sua gloria e senza ombra di sospetto che fosserominacciati quei principii scientifici di cui ben si poteva vantare di aver posto le fondamenta. Ciò non fu dello Elia de Beaumont, il quale ebbe a provare l'ineffabile dolore di vedere crollare il suo edifizio e trovarsi da ultimo solo colle sue opinioni.Il grande geologo tedesco Leopoldo De Buch, nella suaDescrizione fisica delle isole Canarie, pubblicata nel 1836, parlando della distribuzione delle piante, fa le seguenti considerazioni, le quali sono tanto più importanti per quello che dice contemporaneamente intorno ai dialetti:«Sui continenti, gli individui dei gruppi organici si spandono, si disseminano lontano, e, per azione della differenza dellohabitat, della alimentazione del suolo, formano delle varietà le quali, trovandosi le une discoste dalle altre, non possono andar soggette ad incrociamenti ed essere per tal modo ricondotte al tipo principale; si è perciò che esse, alla fine, diventano delle specie costanti, particolari. Poi le specie le quali sono state simultaneamente modificate, si ritrovano in contatto colla varietà primiera, per tal modo modificata; ma a un tal punto esse sono abbastanza differenti e non possono più mescolarsi insieme. La cosa va in ben altro modo nelle isole. Ivi, ordinariamente confinati entro a valli anguste e entro a zone ristrette, gli individui si possono raggiungere e possono in tal modo distruggere ogni varietà in via di costituirsi. Si è senza dubbio in questo modoche certe particolarità, o certi vizii di linguaggio, dapprima particolari al capo di una famiglia, si estendono con questa famiglia a diventare comuni a un intero distretto. Se questo distretto è separato, isolato, se non hannovi continui rapporti coi distretti vicini che riconducano costantemente il linguaggio alla sua purezza primiera, da questa deviazione linguistica nascerà un dialetto. Quando segue che certi ostacoli naturali, le foreste, la configurazione del suolo, anche il governo, vengano a collegare anche più strettamente fra loro gli abitanti nel distretto di cui parliamo, questi si separeranno anche più schiettamente dai loro vicini; il loro dialetto si fisserà e diventerà una lingua perfettamente distinta.»Nell'anno 1818, il dottor M. E. Wells leggeva alla Società Reale di Londra un suo rapporto intorno ad una fanciulla di razza bianca colla pelle avente parzialmente l'apparenza della pelle dei neri. In quel lavoro il dottor Wells avvertì che tutti gli animali, entro una certa misura, hanno tendenza a mutare, e che, mercè questa proprietà, i coltivatori possono, colla scelta degli individui, migliorare i loro animali domestici; poi soggiunse:«Ma pare che l'equivalente del risultamento artificiale ottenuto in tal modo si produca pure, sebbene con maggior lentezza, nella organizzazione delle razze umane, le quali si sono adattate alle contrade in cui vivono. Fra le varietà umane accidentali, che appaiono in mezzo ai rari abitantisparsi per la regione africana, se ne trovano di quelle che resistono meglio delle altre alle malattie del paese. In conseguenza di ciò queste ultime razze si moltiplicano, mentre le altre diminuiscono, e non diminuiscono solamente perchè sono meno atte a resistere alle malattie, ma perchè non sono in condizione di reggere alla concorrenza di altre più robuste. Io ammetto come dimostrato che il colore di queste razze più vigorose sia di una tinta intensamente colorita. Ma siccome la tendenza alla formazione di varietà sussiste sempre, col tempo si forma una razza sempre più nera; e, siccome la razza che ha la tinta più cupa è la meglio adatta al clima, essa finirà per essere, se non la sola, almeno la razza dominante.»Il Darwin, nella sesta edizione inglese del suo volume sullaOrigine della specie, in un breve cenno storico preliminare, menziona parecchi altri contemporanei che poco prima della pubblicazione della sua opera espressero più o meno chiaramente il concetto della variabilità della specie. In una nota a quel breve cenno storico ha le parole seguenti:«Aristotile (Physicae auscultationes, libro II, cap. 8) osserva che la pioggia non cade per far nascere il grano, come non cade per guastarlo quando viene trebbiato a cielo scoperto, ed applica lo stesso ragionamento agli organismi. E soggiunge (fu il signor Clair Grece che mi additòquesto passo): «Che cosa impedisce che anche le parti (del corpo) in natura si comportino (a caso) nella stessa guisa, che, per esempio, i denti crescano per necessità, e cioè gli anteriori taglienti ed atti a fendere, al contrario i molari larghi e atti a triturare il nutrimento, poichè non diventano tali a siffatto scopo, ma questo si raggiunge in modo accidentale. Altrettanto avviene nelle altre parti, nelle quali sembra sussistere un adattamento ad uno scopo. Ora le cose, nelle quali ogni singola parte si forma come se fosse fatta per uno scopo speciale, mentre si sono costituite spontaneamente in modo adattato, si conservano, e quelle invece perirono e periscono, in cui la stessa cosa non successe.» Noi troviamo qui un oscuro cenno al principio della selezione naturale, ma quanto Aristotile fosse lontano dal comprenderla pienamente ce lo insegnano i suoi asserti sulla formazione dei denti.» (Sulla origine della specie, traduzione italiana sulla sesta edizione inglese, per cura diGiovanni Canestrini. Torino, Unione tipografica editrice, 1875).Recentemente il signor Ernesto Haeckel, in un suo discorso al Congresso dei fisici e naturalisti tedeschi in Eisenach, parlò dei filosofi dell'antichità che sostennero il principio della derivazione dei viventi dalla materia inorganica e del succedersi di essi trasformandosi a mano a mano.Anassimandro sostenne che la infinita materia eternamente in moto ha dato origine ai corpi celesti condensandosi a mano a mano i fluidi in materiasalda e che la terra è uno di tali corpi. I primi viventi si generano nell'acqua per l'azione del sole, poi passano, piante e animali, a vivere sulla terra asciutta. L'uomo deriva per una serie graduata di trasformazioni dagli animali, e probabilmente da animali acquatici pesciformi. Eraclito di Efeso è anche più esplicito. Un grande e non mai interrotto processo di sviluppo domina il mondo intero, tutte le forme sono travolte in una corrente incessante e la lotta è «madre di ogni cosa.»Empedocle di Agrigento afferma il mutare incessante dei fenomeni, e riconosce siccome fondamento e causa della continua lotta universale due opposti principii in azione, il principio dell'odio e quello dell'amore, che sono appunto ciò che i fisici moderni chiamano attrazione e ripulsione. Così l'unione dei corpi è prodotta dall'amore e la loro separazione dall'odio. Questi due grandi principii operanti hanno pure prodotto i corpi organici. Dalla lotta dei due principii vennero fuori vittoriosamente quelle forme che vivono ora, e si trovarono preparate alla battaglia e atte a reggersi nella vita.Così queste, che noi chiamiamo teorie moderne, hanno la bella età di venticinque secoli.Ma perchè, esclamerà qui il lettore, se queste idee hanno venticinque secoli, ci vieni qui tu ora a far perdere il tempo con Carlo Darwin? Se in venticinque secoli queste teorie hanno fatto così poca strada da essere state dimenticate tanto cheora si riprendono per nuove, non è questo un troppo forte argomento contro di esse?Questa domanda non si può fare che da un lettore ignorante; ma appunto io credo il mio lettore ignorantissimo.I dotti non badano a me.Dunque rispondo al mio lettore ignorante, che altro è avere la intuizione di una verità ed esprimerla, altro è avvalorare la propria asserzione con argomenti, i quali, se non ne danno una dimostrazione, valgono almeno a farla considerare come una ipotesi ragionevole, o meglio come una buona teoria.La sfericità della terra, la circolazione del sangue, la pressione atmosferica, la costituzione dell'aria e dell'acqua, la stessa grande attrazione universale, ebbero accenni più o meno remoti da questo o da quel filosofo, e talora tanto espliciti da riempirci ora di meraviglia. Ciò non toglie che siano state accolte universalmente o come verità dimostrate o come teorie razionali solo quando venne chi, comprendendo tutta l'importanza della cosa e applicandovisi con tutte le forze, addusse argomenti persuasivi in favore della sua asserzione.Carlo Darwin sentì e comprese primo tutta la grande, la somma, la immensa importanza del principio della variabilità della specie e vide il nesso di questo grande problema con tutti quegli altri più elevati e sublimi che son degni di esercitare la intelligenza dell'uomo; sentì e compresela necessità di studiarli addentro il più possibile, e a questo grande compito consacrò tutta la sua mente poderosa e grande, tutta la sua vita nobile e generosa, e vinse.Pochi sanno oggi e sapranno in avvenire chi fosse e che cosa facesse Anassimandro, tutti sanno e sapranno finchè durerà l'uomo nell'incivilimento chi sia Carlo Darwin e che cosa abbia fatto.

I viventi, animali e piante, che vediamo oggi intorno a noi tanto numerosi, pei mari, sulla terra, nell'aria, dappertutto, sono essi proprio somiglianti ai loro antenati più remoti? Le forme dei viventi non hanno mutato col volgere dei secoli? Sono essi, i viventi, oggi tali e quali furono i loro primi progenitori?

Ecco un quesito che generalmente l'uomo non si è guari fatto, risolvendo preventivamente la quistione in modo affermativo.

L'uomo, in generale, ha creduto e crede che le forme dei viventi non abbiano mutato e che quelle che vediamo oggi non differiscano da quelle che le precedettero di generazione in generazione e non siano per differire quelle che di generazione in generazione terranno loro dietro.

Il pino sul monte, il delfino nel mare, il leone nella foresta, il lombrico nel terreno, non incominciaronoaltrimenti che coll'essere un pino, un delfino, un leone, un lombrico, con quelle forme appunto e quei caratteri e quel modo di vita in cui vi si mostrano oggi.

Una prima coppia di progenitori ha potuto dare origine a quel numero sterminato di individui che si sono poi andati e si andranno ancora moltiplicando, o anche un individuo solo, perchè non sempre è necessario il concorso di due individui alla riproduzione. Ma quei primi riproduttori avevano appunto le forme, i caratteri, il modo di vita di tutta la loro discendenza.

A questa discendenza da una coppia di progenitori, o anche da un solo progenitore in quei casi in cui va così la cosa, fu dato il nome dispecie. Partendo dal concetto della piena somiglianza dei primi progenitori con tutta la loro discendenza si disse essere la specieimmutabile, ofissa, mentre il concetto opposto ammetterebbe la variabilità di essa.

Nel sentimento del volgo la immutabilità della specie è un fatto fermo. Tale fu anche per la maggioranza dei dotti, ma non per tutti.

Molto erroneamente si suol dire oggi che Carlo Darwin sia stato il primo a mettere in campo il principio della variabilità della specie. La cosa va ben altrimenti ed egli fu in ciò tutt'altro che il primo.

Quegli studiosi che trattano oggi questo argomento con qualche cura, dimostrano che Carlo Darwin ebbe in ciò molti predecessori.

È cosa degnissima di nota che fu predecessore di Carlo Darwin nel sostenere la variabilità della specie il suo nonno paterno, Erasmo Darwin, che nei suoi libri si dava modestamente il titolo dimedico di Derby, e che in sul finire dello scorso secolo menò molto rumore coi suoi scritti in Inghilterra e anche fuori.

Ebbe veramente Erasmo Darwin un ingegno sommamente colto e originale. Fu medico valente, studiosissimo dell'anatomia e della fisiologia, filosofo investigatore, naturalista profondo e nella botanica segnatamente eruditissimo, e poeta, certo fornito di una propria e rimarchevole individualità.

Anche oggi in Inghilterra è popolare il suo poemetto che egli intitolòGiardino botanico, il quale, mutandogli il titolo in quello diAmori delle piante, tradusse in sciolti italiani il medico Giovanni Gherardini di Milano.

Il poema è in quattro canti; fra il primo e il secondo canto, il secondo e il terzo, e il terzo e il quarto v'ha sempre un intermezzo che l'autore intitola:Dialogo fra il poeta e il suo libraioe in cui espone certi suoi concetti d'arte poetica con molta arguzia e con molta evidenza.

Erasmo Darwin volle fare al tempo suo col verso per le piante ciò che il Grandville volle fare al tempo nostro colla matita. Entrambi riuscirono quanto era possibile in tal sorta di cimento. Ma nello stesso modo in cui non sempre nei disegni del Grandville riesce sodisfacente la espressione dei suoi fiori animati, così nel poemadel Darwin vi lascian talora freddi quei pastorelli in vario numero, che son poi gli stami, e quelle ninfe che sono i pistilli. Ma splendono di viva luce certi tratti del poema, sono brevi, efficaci, di calde tinte certe descrizioni e sono poi rimarchevolissime le note che tengon dietro a ogni canto, nelle quali veramente brilla il grande ingegno e l'animo nobile e buono dell'autore.

Erasmo Darwin ha pur esso in certo grado quella bella qualità che ha in grado altissimo il suo sommo nipote, di farsi amare nei suoi scritti.

Nelle note ai quattro canti del suo poema Erasmo Darwin appare, siccome ho già detto, botanico eruditissimo, medico valente, filosofo osservatore, uomo di cuore. Sono nobilissime alcune sue parole intorno all'abuso degli alcoolici in Inghilterra. Certi tocchi intorno ai caratteri delle piante, alla loro vita, al legame loro cogli animali, alla eredità e allo ibridismo colpiscono per lo stretto rapporto che hanno col concetto delle variabilità delle specie.

Ma questo concetto egli lo doveva esprimere poi più chiaramente nella zoonomia, che veramente è un'opera meritevole della maggiore attenzione.

La zoonomia di Erasmo Darwin venne pubblicata in Inghilterra nel 1794 e poco dopo tradotta in tedesco dal Brandis. Fu anche tradotta in italiano, e ne fu traduttore un medico che ebbe gran fama ai suoi tempi ed ebbe pure nobile cuore di patriota, Giovanni Rasori. Il Rasori dava tanta importanza alla zoonomia di Erasmo Darwin chevolle che fosse conosciuta nella nostra lingua prima di pubblicare la sua teoria del controstimolo e, non facendo altri la traduzione, si accinse a farla e la compì egli stesso. La prefazione che egli mise in capo a questa sua traduzione ha la data del 3 gennaio 1803. Il primo volume fu pubblicato in Milano, dai signori Pirotta e Maspero, stampatori librai in Santa Margherita, in quell'anno 1803, l'ultimo nel 1805.

Erasmo Darwin aveva compiuto già da oltre vent'anni la maggior parte del suo lavoro quando si accinse a pubblicarlo. Questo lavoro è diviso in tre parti; la prima e più lunga contiene una serie di considerazioni tanto svariate quanto importanti intorno ai viventi; la seconda si riferisce alle malattie, alla loro enumerazione, alla loro classificazione, alla loro cura; la terza parla dei medicamenti e della loro azione.

Naturalmente, la prima parte soltanto è quella di cui qui mi devo occupare.

Un capitolo notevolissimo tratta della vita delle piante, della affinità tra le piante e gli animali, stimando che le piante si devono tenere in conto come di animali inferiori; dimostrasi come un albero dicotiledone si deve tenere in conto di un complesso di individui piuttostochè di un individuo solo, e come ciò si deva dire di molti animali marini, che in quel tempo venivan giudicati individui e sono invece realmente un complesso d'individui collegati. Tratta a lungo dei movimenti delle piante, della loro irritabilità, le credesuscettive di sensazioni, e si ferma su certi fenomeni speciali e fra gli altri su quelli presentati dallaDrosera. Questo capitolo è intitolato dellaAnimazione vegetabile. Che cosa poi egli intenda per animazione, l'autore dice più tardi in un altro capitolo dove tratta della produzione delle idee:

«Colla denominazione di spirito di animazione o potenza sensoria, io intendo soltanto quella vita animale che l'uomo possiede in comune coi bruti, ed alcun poco persino coi vegetabili; e abbandono la porzione immortale di lui, oggetto di religione, all'indagine di quelli che trattano della rivelazione.»

Un capitolo importantissimo della zoonomia di Erasmo Darwin è consacrato all'istinto; in questo capitolo splende la vastissima erudizione di quel grande naturalista, come lo acume della sua osservazione e la finezza del suo criterio. Egli dice sostanzialmente che nello istinto non v'ha nulla di cieco e di fatalmente necessario, ma che gli atti che si chiamano istintivi si modificano e si mutano a norma delle circostanze. Passa in rassegna gli atti della vita di tutti gli animali, ma si ferma principalmente su quelli degli animali superiori e parla a lungo delle migrazioni degli uccelli e del loro nidificare, e di certe circostanze speciali in cui tanto le migrazioni quanto le costruzioni dei nidi si sono modificate e si vanno modificando; parla degli animali domestici e di parecchi atti della vita tanto degli animali domestici quanto dei selvatici, che rivelano un ammaestramento attuale ed ereditario. Questo capitolo finisce così:

«Le idee e le azioni dei bruti, simili in ciò a quelle dei fanciulli, sono quasi sempre il prodotto dei loro piaceri e dolori presenti, e.... raro è che gli animali si occupino dei mezzi onde procurarsi felicità futura o sfuggire futura infelicità, laddove l'acquisto della lingua, l'esercizio delle arti, e ogni modo di industriarsi per guadagnar danaro, nel che consistono finalmente tutti i mezzi onde procurarsi dei piaceri, e così pure l'indirizzar preci a qualche divinità, come altro mezzo con cui parimente procurarsi alcuna felicità, formano il tratto proprio e caratteristico della umana natura.»

Rispetto all'argomento di cui parliamo qui, la variabilità della specie, la discendenza degli animali gli uni dagli altri, il loro adattamento alle condizioni esterne, il capitolo più importante della zoonomia di Erasmo Darwin è quello in cui tratta della generazione, nel quale espone a lungo gli argomenti in favore di questi concetti, ripete e sviluppa quello che ha esposto altrove e accenna a una certa insita virtù dell'organismo, produttrice di mutamenti più o meno profondi.

Tanto nella zoonomia quanto nelle note delGiardino botanico, Erasmo Darwin si ferma a considerare i colori degli animali in rapporto alle condizioni della loro vita.

«I colori degli insetti e di molti piccoli animali contribuiscono a nasconderli alla vista di altri animali che li depredano. I bruchi che vivono nelle foglie, sono generalmente verdi; e i vermi terrestri sono del color della terra in cui abitano;le farfalle sono dipinte alla foggia dei fiori che frequentano; gli uccelletti che svolazzano fra le siepi, hanno il dorso verdiccio come le frondi, e il ventre d'un color chiaro come quello del cielo, lochè li rende meno visibili al falcone che passa sopra e sotto di loro. Quelli uccelletti che amano di stare in mezzo ai fiori, come il cardellino, sono forniti di colori vivaci. L'allodola, la pernice, la lepre hanno il colore delle stoppie e della terra ove dimorano. Le rane cangiano il loro colore secondo il fango dei rigagnoli dove s'abbicano; e quelle che vivono sopra li alberi sono verdi. I pesci che aggiransi generalmente a fior d'acqua e le rondini che generalmente volteggiano nell'aria, per lo più hanno il dorso del color della terra e la pancia del color del cielo. Ne' climi più freddi, molti di questi animali diventano bianchi durante i mesi nevosi.»

In altra parte in cui Erasmo Darwin ritorna su questo argomento dei colori degli animali e considera anche la cosa negli animali domestici, il fatto lo colpisce, ne apprezza tutta la utilità, ma non ne sa rinvenire la causa efficiente.

«Dei quali colori facilmente si comprende la causa finale, in quanto che servono all'animale per qualche uso; ma la causa efficiente sembra quasi al di là d'ogni conghiettura.»

La presenza di mammelle nei maschi fa dire a Erasmo Darwin: «Forse ciò si deve a qualche cambiamento a cui hanno soggiaciuto questi animalinel progresso graduale della formazione della terra e di tutti gli esseri che l'abitano.»

Degnissimi di attenzione sembrano all'autore i cambiamenti in cui sono venuti gli animali domestici e li espone lungamente. Quanto ai cambiamenti avvenuti negli animali in natura, giova riferire testualmente quanto segue:

«Un gran bisogno d'una parte del mondo animale ha dovuto consistere nel desiderio dell'esclusivo possesso delle femmine; e a tal effetto, per combattere cioè l'uno contro dell'altro, siffatti animali acquistarono armi, come per esempio la cute densissima, aculeiforme, cornea della spalla dell'orso, è soltanto una difesa contro gli animali della propria specie di lui, che menano colpi obliquamente all'insù; e certi denti di lui non hanno neppur essi altro uso, tranne quello di servirgli di difesa, perchè egli non è naturalmente animale carnivoro. Così le corna del cervo sono acute per offendere l'avversario, ma sono ramose appunto per parare e ricevere i rami delle corna di cervio simile a lui, e sono perciò state formate all'uopo di combattere contro altri cervi per l'esclusivo possesso della femmina; e queste poi, come soleano le dame dell'antica cavalleria, stanno attendendo per darsi premio al vincitore.

«Gli uccelli che non portano alimento alla loro prole, e che per conseguenza non si maritano, sono armati di speroni onde combattere per l'esclusivo possesso della femmina, come sono i galli e lequaglie. Certo è che queste armi non sono date loro per difendersi da altri avversarii, giacchè le femmine della medesima specie ne son prive....»

E qui io mi fermo prima di proseguire nella citazione e prego il mio lettore di badare alle parole che seguono, le quali sono nel volume terzo della traduzione italiana della edizione soprammenzionata, a pagina 229, linea 8.

«Sembra poi che la causa finale di questa guerra tra maschi sia quella che la specie venga propagata dagli animali più forti e più attivi, e vada perciò perfezionandosi.»

Non è d'uopo che io dica al mio lettore perchè l'ho fermato qui e l'ho invitato a badar bene alle parole citate. Proseguo nella citazione.

«Un altro gran bisogno consiste nei mezzi di procurarsi alimenti, e questo bisogno ha diversificate le forme di tutte le specie degli animali. Per esso il naso del porco s'indurì onde poter volgere sossopra il terreno in cerca d'insetti e di radici. La tromba dell'elefante è un allungamento del naso ad oggetto di poter tirar giù i rami degli alberi di cui si ciba, ed assorbir l'acqua che beve, senza aver d'uopo di piegar le ginocchia. Gli animali da preda hanno acquistato forti artigli e valenti mascelle. I bovi e le pecore, una lingua ed un palato aspri per cacciar giù gli steli delle erbe. Alcuni uccelli, come il pappagallo, becchi più duri per poter romper le noci. Altri, come i passeri, becchi adattati a rompere i semi duri. Altri, come gli uccelli di becco gentile, lihanno adattati a più molli semi di fiori, o a gemme d'alberi. Alcuni hanno acquistato becchi lunghi, capaci di penetrare nel terreno inumidito in traccia d'insetti e di radici, come sono le beccacce; ed alcuni altri li hanno larghi per filtrare le acque dei laghi, e ritenersi gli insetti acquatici di cui si nutrono. Tutte le quali parti sembrano essere state gradatamente prodotte pel lungo tratto di molte e molte generazioni dai perpetui sforzi degli animali stessi per provvedere al bisogno d'alimento, e tramandate alla rispettiva progenie con quel costante perfezionamento che andarono acquistando nel servire a quelli usi determinati.

«Il terzo gran bisogno degli animali è quello della sicurezza; e questo pure sembra aver molto contribuito a diversificare le forme ed il colore dei loro corpi, ed è quello che produce i mezzi di evitare la persecuzione degli animali più forti. Quindi alcuni animali, come gli augelli più piccoli, acquistarono ale invece di gambe, onde poter viemeglio fuggire, altri si formarono gran lunghezza di pinne o di membrane, come il pesce volante ed il pipistrello, altri gran velocità di gambe, come la lepre; ed altri dure scorze ed armate, come la tartaruga e l'echinus marinus.

«Gli artifizi all'uopo di mettersi in sicuro, si estendono sino ai vegetabili, come vediamo nei vari e meravigliosi mezzi con cui nascondono e difendono il miele dagli insetti, ed i semi dagli uccelli. D'altra parte il falcone e la rondine hanno acquistato gran velocità di volo per tener dietroalla loro preda; e l'ape, la farfalla e l'uccello ronzante hanno acquistata una proboscide ammirabilmente costruita ad effetto di saccheggiare i nettari dei fiori....»

Cito questi brani che si riferiscono agli animali più elevati, ma avverto che mutamenti di tal fatta, avvenuti «nelle serie lunghissime di tempi, dappoichè la terra incominciò ad esistere, forse milioni di secoli prima del principio della storia del genere umano,» l'autore considera partitamente anche negli animali inferiori, come pure nelle piante.

Il concetto del succedersi e perfezionarsi delle generazioni dei viventi è fondamentale per Erasmo Darwin, e ad ogni passo in un modo o nell'altro lo esprime. Mi contenterò di fare ancora una sola citazione.

«Siccome le parti abitabili della terra crebbero e tuttora continuano a crescere per mezzo della produzione dei gusci delle ostriche e delle coralline e per mezzo dei secrementi d'altri animali e vegetabili, così fin dalla prima esistenza di questo globo terracqueo gli animali che lo abitano andarono sempre perfezionandosi e sono tuttavia in uno stato di perfezionamento progressivo.» (Vol. 3º, pag. 269).

Io mi sono limitato qui, siccome non poteva fare altrimenti, a poche citazioni, tratte da taluno di quei punti nei quali l'autore parla della variabilità e delle origini dei viventi. Anche in questo solo campo avrei potuto dilungarmi assai maggiormente,e più ancora, sempre solo rispetto a zoologia, nel capitolo dell'istinto. Ma questa parte dell'opera di Darwin agli occhi di lui non era che accessoria, volgendo egli tutta la sua attenzione allo studio delle funzioni, e ciò ancora non come fine, ma come mezzo. Il fine per Erasmo Darwin, siccome ho già detto, è lo studio delle malattie e del modo di curarle. La zoonomia di Erasmo Darwin è uno di quei libri originali che meritano sempre di essere studiati, anche quando il progredir della scienza è venuto a mutare molti dei concetti e delle credenze del tempo. Un medico che facesse questo studio non perderebbe neppur oggi il suo tempo, come non perderebbe il suo tempo un naturalista che estraesse dalla zoonomia e pubblicasse oggi, lasciando fuori il rimanente, tutto ciò che in questo rimarchevolissimo libro si riferisce alla storia naturale.

Mentre Erasmo Darwin sosteneva per tal modo in Inghilterra il principio della variabilità della specie in sul finire del secolo passato, in Germania pure in quello stesso tempo il medesimo argomento occupava alcuni nobilissimi ingegni.

Fra questi vuol essere menzionato primo Volfango Goethe, il quale, siccome oggi si incomincia a sapere generalmente, alla sua immortale corona di poeta aggiunse pure il pregio di un culto felice e potente delle scienze naturali.

Fin dal 1790 il Goethe espose i suoi concetti intorno allaMetamorfosi delle piante, e sostanzialmenteegli cercò di dimostrare che nel regno vegetale vi ha un organo fondamentale unico, la foglia, che, sviluppandosi e trasformandosi in svariatissimi modi, dà origine a tutte le forme dei vegetali. Ciò si comprende chiaramente, diceva il Goethe, considerando un tipo semplice, una forma semplice primitiva, e tenendo dietro alla sua trasformazione in quel modo nel quale si fanno nella musica le variazioni sopra un tema. Così il Goethe fece considerare siccome foglie trasformate le varie parti del fiore, di cui alcune poi sono destinate alla loro volta a trasformarsi in frutto.

Sebbene non si possa dire che questi concetti del Goethe intorno alle metamorfosi delle piante siano stati subito accolti senza contestazione, sebbene anzi si debba dire che incontrarono qua e là una viva opposizione, convien riconoscere tuttavia che furono subito presi in considerazione, furono discussi, e in complesso incontrarono favore.

La stessa cosa è da dirsi della teoria del Goethe, secondo la quale le ossa del cranio si vogliono considerare siccome vertebre modificate.

Gli antichi anatomici, i quali unicamente si davan pensiero dell'anatomia dell'uomo e non cercavano di comparare la struttura di questo con quella degli animali, consideravano il cervello come la parte sostanziale, e il midollo spinale come una sorta di coda, un'appendice di questo. Corrispondentemente a ciò la scatola craniana, destinata ad accogliere il cervello, era per essi una parte sostanziale in cui non cercavano legame colle vertebre.

Oggi si sa che il cervello non è che un'appendice del midollo spinale e il cranio un'appendice della colonna vertebrale. Ciò si scorge esaminando lo sviluppo dell'uomo, come di tutti i mammiferi, nei primordii della loro esistenza; ciò si scorge considerando la forma più semplice fra i vertebrati, dove si trova un midollo spinale senza cervello.

Io non posso parlare di ciò senza pensare a Dante che dice chiarissimamente che il midollo spinale è la parte sostanziale, il principio dei centri nervosi. Bertran del Bornio è condannato al supplizio inimmaginabile di portare in mano, a guisa di lanterna, la sua testa pei capegli e dice di sè:

Partito porto il mio cerebro, lasso,Dal suo principio che è in questo troncone.

Passeggiando a Venezia sul lido, il Goethe vide a terra un cranio spezzato di montone e n'ebbe la prima idea della teoria delle vertebre craniane, la quale fu dapprima contrastata, poi accolta generalmente e variamente modificata, e in questi ultimi tempi sapientemente studiata e formulata dal Gegenbaur.

Il Goethe ebbe pure il merito di scoprire la presenza degli ossi intermascellari nell'uomo, ciò che egli fece in rapporto col suo concetto di uno strettissimo legame anatomico fra l'uomo e gli animali, e sovrattutto i mammiferi che gli sono più affini, e segnatamente le scimmie superiori e antropomorfe.

I mammiferi hanno alla mascella superiore due ossi, che stanno framezzo ai due ossi mascellari, e perciò si chiamano ossi intermascellari; si chiamano anche ossi incisivi, perchè reggono i denti incisivi superiori.

Gli studiosi della anatomia umana, al tempo del Goethe, dicevano che questi due ossi, i quali si trovano in tutti i mammiferi, anche nei mammiferi più elevati, anche nelle scimmie antropomorfe, mancano nell'uomo. Si compiacevano di questa mancanza, siccome quella che segnava un carattere differenziale fra l'uomo e la scimmia.

La marea cominciava allora a crescere. Intendo dire che pigliava sempre più campo il concetto di intimi rapporti anatomici e fisiologici, di uno strettissimo legame, fra l'uomo e gli animali, di una semplice differenza di grado. L'uomo si difendeva e gli anatomici menavan vanto di questa differenza (già eran ridotti a questo vanto meschino) del non aver l'uomo le ossa intermascellari che hanno le scimmie. Il Goethe non era persuaso; venne nel pensiero che gli ossi intermascellari ci dovessero essere anche nell'uomo, li cercò e li trovò. Collo studio di molti crani umani riuscì a riconoscere che talora questi ossi rimangono distinti permanentemente, sebbene per lo più si saldino presto cogli ossi mascellari accosto, ciò che è la ragione per cui non erano stati prima riconosciuti. Riconobbe poi che si trovano sempre evidentissimi nell'uomo nei primordii del suo sviluppo. Oggi è riconosciuto che si saldano pure soventee scompaiono come nell'uomo in certe scimmie antropomorfe adulte.

Tanto più è meritevole il Goethe per questa sua scoperta, che egli la fece perchè volle farla; cioè pensò che la cosa doveva essere così, e a furia di investigazioni riuscì a provare che aveva pensato giusto.

Durante tutta la sua vita, e fino all'ultimo della sua vita, il Goethe ebbe nella mente questo suo argomento del legame fra i viventi e del passaggio delle forme dalle une alle altre. Ernesto Haeckel, nella suaMorfologia generale, mette in capo a ciascun capitolo qualche brano del Goethe relativo a questo argomento e ne riporta nella suaStoria della creazione naturalee nellaAntropogenia. Eccone qualche saggio:

«Tutte le parti si modellano secondo leggi eterne, e ogni forma, per quanto straordinaria, racchiude in sè il tipo primitivo. La struttura dell'animale determina le sue abitudini, e a sua volta il suo modo di vivere reagisce poderosamente su tutte le forme. Perciò si rivela la regolarità del progresso, che tende al mutamento sotto la pressione dello ambiente esterno.»

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

«In fondo a tutti gli organismi v'ha una comunanza originaria; allo incontro la differenza delle forme proviene dai rapporti necessari col mondo esterno; dunque bisogna ammettere una diversità originaria simultanea e una metamorfosi incessantemente progressiva, se si voglionocomprendere i fenomeni costanti e i fenomeni mutevoli.»

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

«L'idea della metamorfosi è comparabile allavis centrifugae si perderebbe nell'infinito delle varietà, se non trovasse un contrappeso, vale a dire la potenza di specificazione, quella tenace forza d'inerzia, che, una volta realizzata, costituisce unavis centripetache nella sua intima essenza si sottrae a ogni azione esterna.»

Nota giustissimamente lo Haeckel che col vocabolometamorfosiil Goethe non intende già di parlare soltanto dei mutamenti che il vivente sopporta nel corso del suo sviluppo individuale, ma bensì della grande trasformazione delle forme organiche. Di ciò fanno fede le seguenti parole:

«Splende il trionfo della metamorfosi fisiologica là dove si vede il complesso suddividersi in famiglie, le famiglie suddividersi in generi, i generi in specie, e queste in varietà che fanno capo all'individuo, ma non v'ha soltanto suddivisione, v'ha anche trasformazione. Questo procedimento della natura non ha altro limite che l'infinito. Per la natura non vi ha riposo, non vi ha fermata; ma d'altra parte, essa non saprebbe mantenere e conservare tutto ciò che produce. A partire dal seme le piante sopportano uno sviluppo sempre più divergente, il quale cambia sempre più i mutui rapporti delle loro parti.»

Fin dal 1796, parlando degli animali vertebrati, il Goethe diceva:

«Siamo giunti a poter affermare senza tema, che tutte le forme più perfette della natura organica, per esempio i pesci, gli anfibi, gli uccelli, i mammiferi e, in prima fila fra questi ultimi, l'uomo, sono stati modellati tutti secondo un tipo primitivo di cui le parti che sono le più fisse in apparenza non variano che entro a limiti ristretti, e che, ogni giorno ancora, queste forme si sviluppano e si metamorfosano riproducendosi.»

Undici anni dopo egli esprime anche più chiaramente questo concetto fondamentale:

«Quando si esaminino le piante e gli animali che stanno al basso della scala degli esseri, appena si possono distinguere gli uni dagli altri. Per la qual cosa possiamo dire che gli esseri, dapprima confusi in uno stato di parentela in cui appena si differenziano gli uni dagli altri, a poco a poco sono diventati piante e animali, perfezionandosi in due direzioni opposte, per far capo, le une all'albero durevole ed immobile, le altre all'uomo, che rappresenta il grado più elevato di mobilità e di libertà.»

Ho detto sopra che il Goethe si diede pensiero tutta quanta la sua vita del grande argomento delle origini, delle affinità e delle trasformazioni dei viventi. Ne è prova ciò che segue che io prendo dallo Haeckel, come le precedenti e anche le seguenti citazioni.

Correva l'anno 1830. A Parigi, in quell'Accademia delle scienze, Stefano Geoffroy Saint Hilaire sosteneva che gli animali sono foggiati secondoun unico stampo (unità di composizione) che le specie mutano col volger del tempo, che le varie forme attuali ebbero una origine comune. Giorgio Cuvier negava l'unità di composizione e sosteneva l'immutabilità delle specie, condizione, a parer suo, fondamentale per una storia naturale scientifica.

Quest'ultima asserzione, fra parentesi, io l'ho sentita da un botanico moderno, valente nella determinazione delle specie, il quale gridava che il concetto della variabilità della specie è la rovina della scienza; e ho sentito un suo interlocutore rispondergli con queste parole di Giorgio Byron:

—Quanto sarebbe bello se l'uomo potesse proprio scorgere addentro la verità delle cose, ma quanta buona filosofia andrebbe perduta!

Il Cuvier era eloquentissimo e si appoggiava a fatti attuali evidenti, mentre Stefano Geoffroy Saint Hilaire, relativamente meno felice nello esprimere i proprii pensieri, non poteva dimostrare palpabilmente quanto veniva dicendo.

La grande maggioranza si schierò col Cuvier; non così il Goethe.

Ma in quello stesso anno si faceva la rivoluzione di Parigi che inaugurava il regno di Luigi Filippo.

Un amico del Goethe, il Soret, il giorno di domenica 2 agosto 1830, andò a trovare nel pomeriggio il sommo poeta che aveva ottantun anno.

Appunto allora i giornali davano la notizia dello scoppio della rivoluzione.

Appena il Goethe ebbe veduto il suo amico, esclamò:

—Ebbene? Che cosa pensate voi del grande avvenimento? Il vulcano è in eruzione; tutto è in fiamme; non si tratta più di un dibattimento a porte chiuse.

—Sì,—rispose il Soret—l'avvenimento è grave. Ma da quello che si sa dello andamento delle cose, e con un ministero di tal fatta, c'è da aspettarsi che tutto finisca colla espulsione della famiglia reale.

—Ma noi non c'intendiamo, ottimo amico mio,—rispose il poeta.—Io non vi parlo di quella gente. Per me si tratta di ben altro. Io vi parlo dello scoppio seguìto all'Accademia, della discussione tanto importante per la scienza, avvenuta fra il Cuvier e il Geoffroy Saint Hilaire.

Pel vecchio poeta una rivoluzione colla quale si mandava via un re per metterne un altro, era un fatto di pochissima importanza rispetto a una discussione in cui pubblicamente si proclamava un principio destinato a portare un profondo cambiamento nella scienza.

—La cosa,—proseguì il Goethe,—è sommamente importante e non vi potete figurare ciò che io provai nel leggere il resoconto della seduta del 19 luglio. Ora abbiamo nel Geoffroy Saint Hilaire un potente alleato che non ci abbandonerà. Vedo quanto si danno pensiero della quistione i dotti francesi; perchè, a malgrado della terribile animazione politica, la sala della seduta dell'Accademiaera zeppa il giorno 19 luglio. Ma la cosa più importante di tutto è che il metodo sintetico inaugurato in Francia dal Geoffroy non può più scomparire. Pel fatto di una libera discussione all'Accademia, in presenza di un uditorio numeroso, l'affare è slanciato nel dominio del pubblico; non è più cosa possibile il liberarsene con una esclusione segreta; non si potrà più sbrigare o soffocare a porte chiuse.

Passati due anni, nel 1832, in età di ottantatrè anni, il Goethe compiva un suo lavoro intorno allo stesso argomento e moriva pochi giorni dopo.

Nello stesso modo in cui la vista di un cranio spezzato di montone, veduto dal Goethe a Venezia, fece nascere nella sua mente il concetto delle vertebre craniane, così qualche anno dopo un cranio di cerva biancheggiante lungo la via del Broken fece esclamare a Lorenzo Oken, quasi come colpito da una rivelazione:

—È un pezzo di colonna vertebrale.

Gli scienziati per molti anni lasciarono in disparte il Goethe e, nell'esporre la storia della teoria delle vertebre craniane, incominciavano addirittura dall'Oken.

Ma Lorenzo Oken ebbe meriti ben più grandi come antesignano di quelle idee che dominano ora nel campo della scienza; soltanto egli non può dare nessun fondamento dimostrativo alle sue idee giuste e grandiose, le quali, del resto, vanno confuse con molte altre insostenibili e false. Il signorErnesto Haeckel ha fatto un lavoro accurato di cernita negli scritti dell'Oken tirandone fuori granellini d'oro dalle arene. In sostanza l'Oken pone siccome punto di partenza di tutti i fenomeni vitali, di tutti gli organismi, un sottostrato chimico comune, una sorta di sostanza vitale, generale e semplice, che egli chiama sostanza colloide primitiva, nella quale è facile ravvisare il protoplasma dei moderni. In questa sostanza, che egli dichiara prodotta dapprima spontaneamente dal mare, vede una forma primitiva vescicolare, che è la cellula dei giorni nostri. Finalmente, egli ha queste parole testuali:

—L'uomo si è sviluppato; non è stato creato.

Intorno alla origine dei viventi si esprime in modo anche più esplicito e con somma evidenza, contemporaneamente al Goethe e all'Oken, Goffredo Rinaldo Treviranus di Brema; nella suaBiologiaegli dice:

«Ogni forma vivente può essere prodotta dalle forze fisiche in due modi; può provenire, sia dalla materia amorfa, sia, per modificazione, da una forma già esistente. In questo ultimo caso, la causa prima della modificazione può essere, o l'influenza di una sostanza fecondante eterogenea sul germe, o l'influenza di altre forze che appaiono soltanto dopo la fecondazione. In ogni essere vivente risiede la facoltà di piegarsi a una folla di modificazioni; ogni essere ha il potere di adattare la sua organizzazione ai mutamenti che si producononel mondo esterno; si è questa facoltà, messa in opera dalle vicissitudini sopravvenute nell'universo, quella che ha permesso ai semplici zoofiti del mondo antidiluviano di arrivare a gradi di organizzazione di mano in mano sempre più elevati, e ha introdotto nella natura vivente una varietà infinita.»

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Questi zoofiti sono le forme primitive da cui sono provenuti tutti gli organismi delle classi superiori per via di sviluppo graduale. Inoltre, noi crediamo che ogni specie, come pure ogni individuo, percorre certi periodi di accrescimento, di fioritura e di morte; ma che la morte della specie non è la dissoluzione, come è nell'individuo, ma bensì la degenerescenza. Da ciò pare a noi che risulti che, contro ciò che generalmente si crede, non sono le catastrofi geologiche quelle che hanno sterminato gli animali antidiluviani; molti di quegli animali hanno sopravvissuto, e, se scomparvero dalla natura contemporanea, ciò è perchè le loro specie, avendo compiuto il corso della loro esistenza, si sono fuse in altri generi.»

Avverte qui lo Haeckel che parlando di degenerescenza il Treviranus intende questo vocabolo nel senso di adattamento o di modificazione per via di cause esterne, e fa vedere quanto fosse giusto il concetto che il Treviranus si faceva della mutua dipendenza di tutti i viventi, riportandone le seguenti parole:

«L'individuo vivente dipende dalla specie, la specie dipende dal genere, questo dipende da tuttala natura vivente; e quest'ultima medesima dipende dall'organismo della terra. Dunque l'individuo possiede una vita che gli è propria, e, per questo rispetto costituisce un mondo particolare. Ma, per ciò appunto che la sua vita è limitata, esso costituisce pure un organo nell'organismo generale. Ogni corpo vivente esiste per via dell'universo, ma, reciprocamente, l'universo esiste pure per via di questo corpo vivente.»

Non havvi pel Treviranus nella natura un posto speciale privilegiato per l'uomo, non havvi lacuna fra la natura organica e la natura inorganica.

«Ogni ricerca che abbia per oggetto l'influenza del complesso della natura sul mondo vivente deve prendere le mosse da questo dato fondamentale, che tutte le forme viventi sono dei prodotti fisici, che appaiono ancora nella nostra epoca, e che vi sono state delle modificazioni soltanto nel grado, nella direzione delle influenze.»

Il Treviranus soggiunge poi che con ciò «è risolto il problema fondamentale della biologia.»

Non si può parlare del movimento scientifico in Germania in sul finire del secolo passato senza pensare al Kant, che vi ebbe una così larga parte. È imminente in Italia il compimento di uno studio intorno al grande filosofo tedesco per opera del professore Carlo Cantoni, dell'Università di Pavia. Il lavoro del filosofo italiano intorno al filosofo tedesco, condotto con lungo amore e con grande intensità di applicazione, chiarirà molti dubbi e dimostreràche non è senza qualche esagerazione lo asserire che fanno taluni che troppo il Kant si contraddica intorno alle leggi naturali che regolano i viventi. Qui ora io sto pago a riportar le seguenti parole del grande filosofo:

«È bello percorrere, mercè l'anatomia comparata, la vasta creazione degli esseri organizzati, per vedere se non vi si trova qualche cosa di somigliante a un sistema derivante da un principio generatore, per modo che non siamo per trovarci obbligati ad attenerci a un semplice principio del giudizio (che non ci insegna nulla intorno alla produzione di questi esseri) e a rinunziare senza speranza alla pretesa di penetrar la natura in questo campo della scienza. Il concordare di tante specie di animali con un certo tipo comune, il quale non sembra servir loro di principio solamente nella struttura delle loro ossa, ma anche nella disposizione delle altre parti, e quell'ammirabile semplicità di forme che, accorciando certe parti e allungandone certe altre, involgendo queste e svolgendo quelle, ha potuto produrre una varietà tanto grande di specie, fanno nascere in noi la speranza, sebbene, per vero, debole, di poter arrivare a qualche cosa col principio del meccanismo della natura. Questa analogia di forme le quali, a malgrado della loro diversità, sembrano essere state prodotte secondo un tipo comune, fortifica l'ipotesi che queste forme abbiano una affinità reale, e che vengan fuori da una madre comune facendoci vedere come ciascuna specie si riaccosti gradatamentea un'altra specie, da quella in cui il principio della finalità sembra meglio stabilito, vale a dire l'uomo, fino al polipo, e dal polipo fino ai muschi e alle alghe, infine, sino all'ultimo grado della natura che noi possiamo conoscere, fino alla materia bruta, d'onde sembra derivare, secondo le leggi meccaniche (somiglianti a quelle che essa segue nelle sue cristallizzazioni) tutta questa tecnica della natura, tanto incomprensibile per noi negli esseri organizzati che crediamo in obbligo di concepire un altro principio:

«È permesso allo archeologo della natura di valersi dei vestigi che sussistono ancora delle sue produzioni più antiche, per cercare in tutto il meccanismo, di cui ha conoscenza o sospetto, il principio di questa grande famiglia di creature (perchè questo è il modo in cui bisogna rappresentarsela, e questa pretesa affinità generale ha qualche fondamento).»

Il signor Alfonso De Candolle ha parlato testè di un botanico ed orticultore francese che prima ancora di Erasmo Darwin, vale a dire fin dal 1766, parlò della variabilità della specie, e non in modo ambiguo e dubitativo, ma con molta precisione. Questo botanico ed orticultore è il Duchesne. Il volume in cui è trattato di ciò, pubblicato appunto in quell'anno 1766, è intitolato:Histoire naturelle des fraisiers, ed ha in appendice delleRemarques particulières.

Il signor Duchesne aveva raccolto presso Versaillessemi di fragole selvatiche e li aveva seminati. Con grande sua sorpresa trovò che le pianticelle che ne otteneva avevano quasi tutte una sola fogliolina in luogo delle tre consuete. Affidò novamente al terreno i semi di queste pianticelle e ne ottenne altre somiglianti, e così successivamente, ricavandone una sorta di nuova pianta di fragola alla quale venne dato il nome diFragaria monophylla. Da questi e altri fatti somiglianti osservati nella coltivazione prese le mosse per ragionare, dice il De Candolle, in un modo molto profondo, sulle forme nuove più o meno ereditarie, e su ciò che si possa chiamare specie, razza o varietà. Egli crede che molte delle forme designate col nome di specie sono razze, di cui l'origine può essere riconosciuta o almeno presunta, e vien fuori con queste parole:

«L'ordine genealogico è il solo indicato dalla natura, il solo che sodisfaccia al tutto la mente: ogni altro è arbitrario e vuoto d'idee.»

Seguendo questo concetto egli si spinge persino a fare un albero genealogico delle fragole secondo le derivazioni che egli conosceva o presumeva.

Certo, tutto ciò è rimarchevolissimo, ma, da quanto pare, il signor Duchesne non comprese l'importanza della grande verità che gli era balenata nella mente, non s'applicò a considerare il fatto nella pluralità delle piante, non pensò agli animali, non s'accorse ch'egli aveva che fare con una legge applicabile a tutti i viventi, degna di essere sostenuta e posta con ogni sforzo nella maggiore evidenza.

Ciò veramente si doveva poi fare in Francia, dopo il Duchesne, si doveva fare con tutto l'impegno, con grande corredo di argomenti e di cognizioni, con tutta la consapevolezza della importanza della cosa, da un uomo che fra quelli oggi chiamati i predecessori di Darwin si doveva spingere più avanti di tutti, sebbene, cosa miseranda a pensarvi, con nessun visibile effetto pel suo tempo.

Parlo di Giovanni Lamarck. Questo grande naturalista ebbe chiarissimo nella mente il concetto della variabilità della specie e si sforzò d'investigare le cause adducendo argomenti di cui anche oggi non si può a meno di tenere conto, sebbene oggi a questi se ne siano venuti ad aggiungere altri che hanno un valore incomparabilmente più grande.

L'esercizio di una data parte del corpo di un animale produce un maggiore sviluppo in quella parte; v'ha un maggiore afflusso di sangue in quella parte che si esercita di più, una maggior nutrizione, un aumento di volume. Di ciò ci si dà tutti i giorni più di un vistoso esempio, anche nell'uomo nella vita civile. Il maestro di scherma finisce per avere il braccio destro molto più grosso del sinistro; il barcaiuolo ha sviluppatissime le braccia e le spalle, poco le gambe, mentre i ballerini hanno enormi i polpacci. Un suonatore di violino ha le dita della mano sinistra molto più lunghe di quelle della destra. Tutto ciò per effetto del lungo esercizio della parte. Questi sono caratteri che l'individuo acquista necessariamenteogniqualvolta si trova nella condizione voluta. Si potrebbero anche trasmettere questi caratteri di generazione in generazione e si verrebbero ad esagerare grandemente quando di generazione in generazione i figli facessero sempre quei medesimi esercizi che hanno fatto i loro genitori. Supponiamo una lunga serie di generazioni in cui sempre di padre in figlio si desse opera allo esercizio della scherma. Il carattere del maggiore sviluppo del braccio destro s'incomincia a trasmettere fino a un certo punto ereditariamente dal padre al figlio. Tutti sanno quanto si trasmettano i caratteri per eredità. Ma il figlio che ha ereditato dal padre questo braccio destro maggiormente sviluppato, a sua volta lo accresce proseguendo costantemente nello stesso esercizio e lo trasmette alla sua volta in un grado maggiore alla sua prole. Così, ove, ripeto, si proseguisse nella vita civile per una lunga serie di generazioni questo esercizio della scherma di padre in figlio, dopo parecchi secoli si verrebbe ad avere negli ultimi discendenti una differenza notevole nello sviluppo delle due braccia. Ciò invero non capita nella vita sociale, dove i padri generalmente fanno fare ai figliuoli un mestiere differente dal loro e dove più generalmente ancora i figliuoli hanno poca voglia di fare il mestiere del padre.

Ma capita negli animali.

Lo esercizio di una parte in un dato animale promove lo sviluppo di quella parte; l'animale trasmette ereditariamente questo sviluppo, ma laprole con un nuovo esercizio lo accresce e lo trasmette accresciuto, e così via via. Guardiamo come è fatta la talpa: le sue zampe anteriori sono smisuratamente più grosse delle posteriori; ciò si vede bene nella talpa in carne e pelle, ma si vede anche più nello scheletro; l'osso della talpa che corrisponde al braccio è così stranamente foggiato come non si vede in nessun altro caso; non è più un osso lungo, è smisuratamente largo e grosso e coperto di fortissimi rilievi e spigoli per dare inserzione ai muscoli poderosissimi che lo devono movere; la stessa cosa si dica delle ossa dell'antibraccio, delle dita e delle spalle; anche lo sterno qui si sviluppa con una carena, sempre per lo scopo di porgere una maggiore superficie d'inserzioni alle masse muscolari. Le parti posteriori invece sono, al paragone, gracili e meschine. Noi possiamo benissimo supporre che la talpa non sia sempre stata, ma sia invece diventata, come è ora, e che quindi la sua forma attuale sia notevolmente diversa di quella dei suoi remoti antenati. Possiamo supporre che dapprima la talpa avesse una minor sproporzione fra le parti anteriori e le posteriori, e che a poco a poco, inseguendo i vermi e gli insetti e le larve, e scavando per inseguirli il terreno, abbia, per via di un continuo esercizio e per via di una continua trasmissione ereditaria, acquistato l'attuale suo poderoso sviluppo delle parti davanti, e con esso abbia a poco a poco progredito nel suo menar quella vita sotterranea in cui la vediamo oggi. Ma questo suo venire a pocoa poco e di generazione in generazione acconciandosi a una vita sotterranea, avrebbe poi prodotto un altro effetto inverso, ma concepibilissimo nello stesso modo. Se l'esercizio accresce lo sviluppo e le dimensioni di una data parte del corpo di un animale, il fatto opposto, il difetto di esercizio, deve necessariamente produrre un effetto opposto. A mano a mano che la talpa venne acconciandosi alla vita sotterranea, sempre meno dovette aver bisogno degli occhi. Nelle buie sue gallerie la talpa non ci ha che vedere; avvezzandosi al buio di generazione in generazione, e non esercitando più gli occhi, la talpa finì per vedersi stranamente rimpicciolito, appunto per difetto di esercizio, il suo organo visivo. Certe talpe hanno un piccolo occhiolino, che di fuori non si vede affatto perchè affondato tra i peli, appena a fior di pelle, col quale non possono forse altro discernere che la luce dalle tenebre. Altre talpe hanno l'occhiolino anche più piccolo, addirittura coperto dalla pelle. Qui si può supporre la riduzione a' minimi termini di un occhio per difetto di esercizio, fino al punto che esso, mentre ancora è presente in condizione rudimentale, pure non serve più a nulla.

Certi insetti che vivono in caverne fuori d'ogni luce furon detti anottalmi dallo apparente loro mancare d'occhi; dico apparente perchè non è che ne manchino affatto; ma appena li hanno, in condizioni al tutto rudimentali e fuori d'ogni uso; in altri insetti che vivono nelle foreste di castagni alle falde dei monti in buche sotterranee, scavateda altri animali e coperte consuetamente dalle foglie cadute, ma di cui pure alcuni hanno talora un po' di luce, vedesi mancar gli occhi nel massimo numero, ma taluni aver occhi i quali, sebbene minutissimi, non si possono dire tuttavia affatto senza uso. Il proteo anguino che vive in acque buie ha gli occhi rudimentali e coperti dalla pelle.

Nell'uomo avviene, per disgrazia non tanto raramente, che una ottalmia produca nel bambino un opacamento della cornea davanti alla pupilla. Ove ciò avvenga, quell'occhio non ci vede più; ora, quando ciò segue in un occhio e non nell'altro, coll'andar degli anni l'occhio che non funziona, sebbene per tutto il rimanente integro, finisce per essere notevolmente più piccolo dell'altro. Il difetto di esercizio trae con sè difetto di sviluppo.

Si potrebbe fare uno sperimento, se pur non è stato fatto; prendere un coniglio piccino e tenergli costantemente un occhio coperto; quest'occhio nell'animale adulto riescirebbe notevolmente più piccolo dell'altro. Si potrebbe tener coperti tutti e due gli occhi fin da piccini a una coppia di conigli e poi alla loro discendenza, tenendoli sempre pel rimanente in condizioni acconcie di nutrizione. In capo a poche generazioni si avrebbero conigli con occhi normalmente piccoli, in capo a molte generazioni si avrebbero conigli con occhi rudimentali.

La giraffa ha lunghissimo il collo, lunghissime le zampe davanti, tanto che il suo dorso è un piano inclinato dal garrese alla groppa. Fu sempre così?Nelle grandi foreste africane essa cerca il suo pascolo fra le rigogliosissime fronde di quegli alberi sterminati. Quel tener su continuamente il collo, quel sollevarsi sulle zampe anteriori, quella continua tensione di muscoli, arrecando maggior copia di sangue a tutte le parti in tal modo costantemente esercitate, ha potuto dare un grande sviluppo in quel senso alla muscolatura e allo scheletro della giraffa, che per tal modo si è potuta venire coi secoli trasformandosi sino a ridursi nello stato veramente eccezionale in cui si trova oggi.

Gli uccelli di ripa, col lungo sollevarsi sulle zampe ad allungare il collo, han potuto finire per acquistare maggior lunghezza di zampe e di collo; così la rana la sua palmatura e anche la foca, così il picchio la sua lunghissima lingua, e il formichiere e il pangolino. Così, in una parola, possiamo credere che si siano tanto venute modificando, per via dell'esercizio e dell'inerzia di certe parti, le forme di tanti animali, da essere ora i viventi grandemente diversi nella forma dai loro primi progenitori.

Per tal modo, secondo il Lamarck, l'uomo deriva dalla scimmia. Egli non dubita punto di ciò, anzi ci si ferma sopra a lungo, cercando il modo per cui la trasformazione deve essere avvenuta. Gli uomini più degradati derivarono da scimmie di struttura molto elevata, che a poco a poco si erano avvezzate a star su due piedi. Così venne col lungo sforzo di generazione in generazione amodificarsi la forma del tronco tenuto eretto, e si vennero differenziando le quattro estremità. Le due estremità posteriori diventando a poco a poco inferiori, si fecero più robuste, si appiattì il piede e si svilupparono i polpacci, mentre le estremità inferiori si foggiarono in quello strumento meraviglioso che doveva tanto aiutare l'uomo nel suo progresso: la mano. All'uomo in posizione eretta si presentavano in condizioni di molto più grande agevolezza di osservazione gli oggetti esterni, mentre la mano, come più unicamente strumento di prensione, ma pur anco di esplorazione e di esame, dava maggior contezza di essi all'intelletto che per tal modo si veniva sviluppando. Questi primi uomini derivati da scimmie di maggior elevatezza ebbero una vita sociale più intima, presero a meglio aiutarsi nei loro bisogni, dovettero adoperarsi continuamente ad uno scambio maggiore di pensieri, onde una serie di gridi sempre di più svariati che venivano a far capo a un linguaggio articolato il quale, per quanto dapprima rozzo e limitato, non ha pur potuto a meno di segnare un immenso progresso nello sviluppo dell'uomo; progresso di cui l'effetto principale non può a meno di essere stato un maggiore sviluppo del cervello e un più lungo esercizio di quelle facoltà di cui esso è strumento.

Ciò, ripeto, pel Lamarck non ammette dubbio, egli ci insiste.

A dare un concetto del modo in cui il Lamarck considerava l'origine, le trasformazioni, le derivazioni,le affinità fra i viventi, varrà meglio di ogni discorso riferire testualmente queste sue parole:

«Le divisioni sistematiche, classi, ordini, famiglie, generi e specie, come le loro denominazioni, sono un lavoro puramente artificiale dell'uomo. Le specie non sono tutte contemporanee; sono discese le une dalle altre e non hanno che una fissità relativa, e contemporanea; le varietà danno origine alle specie. La diversità delle condizioni della vita influisce, modificandola, sulla organizzazione, sulla forma generale, sugli organi dell'animale; si può dire tanto dell'uso come del difetto d'uso degli organi. Dapprima furono prodotti solamente gli animali più semplici, e le forme più semplici, poi gli esseri dotati di una organizzazione più complessa. La evoluzione geologica del globo e il suo popolamento organico ebbero luogo in un modo continuo e non furono interrotti da rivoluzioni violente. La vita non è che un fenomeno fisico. Tutti i fenomeni vitali sono dovuti a delle cause meccaniche, sia fisiche, sia chimiche, aventi la loro ragione d'essere nella costituzione della materia organica. Gli animali e le piante più rudimentali, collocati nello scalino più basso della scala organica, nacquero e nascono anche oggi per generazione spontanea. Tutti i corpi viventi od organismi della natura sono sottomessi alle stesse leggi dei corpi privi di vita o inorganici. Le idee e le altre manifestazionidello spirito sono semplici fenomeni di movimento che si producono nel sistema nervoso centrale. In realtà, la volontà non è mai libera. La ragione non è che un grado più alto di sviluppo e di comparazione di giudizi.»

Fra i manoscritti del Museo zoologico di Torino si trova qualche appunto di Franco Andrea Bonelli da cui si vede, e così pure da qualche lettera, come egli fosse stato colpito dalle idee del Lamarck e ne fosse diventato seguace. Il Bonelli morì giovane e l'immensa mole del lavoro che egli fece nella sua breve vita gli impedì di occuparsi di questo come di tanti altri argomenti che pure aveva divisato di trattare.

Sosteneva le idee del Lamarck all'altro capo d'Italia Michele Foderà di Girgenti, professore di fisiologia a Palermo. Egli era stato a Parigi, alunno del Blainville, che s'era atteggiato a oppositore di Giorgio Cuvier; ritornato in patria, sostenne nelle sue lezioni la mutevolezza della specie e lo scomparir lento di certe forme senza scosse violente.

Così in Italia ebbe ascolto il Lamarck più assai che non in Francia. Ma ancora si tratta di casi isolati, e il Bonelli e il Foderà non lasciarono pubblicazioni in sostegno di questo loro avere accolto le idee del Lamarck.

È cosa che desta la più grande meraviglia questa, che l'opera del Lamarck sia passata allora inosservata; non solo non abbia avuto lodi, manemmeno biasimi; sia stata lasciata in disparte e non degnata nemmeno di una discussione.

La spiegazione del fatto sta in ciò, che allora teneva il campo onnipotentemente la scuola di Carlo Linneo e di Giorgio Cuvier, che intorno all'argomento della specie aveva messo come cardine fondamentale il principio opposto.

Carlo Linneo aveva risollevata la storia naturale all'altezza di scienza. Dopo quasi venti secoli aveva ripreso l'opera di Aristotile e l'aveva fatta progredire. Aveva dato le norme per riconoscere, distinguere, denominare, descrivere, ordinare le innumerevoli specie dei viventi e ciò con tanto criterio, con tanto acume, con tanto senno, con tanto ingegno, da non lasciar più guari che fare ai suoi successori.

Ma rispetto alle specie egli ne aveva dichiarato assolutamente l'immobilità. Egli aveva detto esplicitamente, che esistono tante specie quante ne sono state create. Le specie sono state create tutte insieme, la specie è il complesso di tutti gli individui che sono scesi o si possono considerare come scesi da una coppia di progenitori o anche da un solo progenitore; dal giorno della creazione non ha mutato, non muta, non sarà per mutare.

Così i viventi sono stati fatti tutti insieme, tutti in una volta. Si è parlato anche di una virtù generatrice della terra in qualche modo fecondata. Vincenzo Monti, rivolgendosi allaBellezza dell'universo, dice:

Tumide allor di nutritivi umoriSi fecondâr le glebe, e si fêr mantoDi molli erbette e d'olezzanti fiori.

Allor degli occhi lusinghiero incanto,Crebber le chiome ai boschi, e gli arboscelli,Grato stillar dalle cortecce il pianto.

Allor dal monte corsero i ruscelliMormorando, e la florida rivieraLambir freschi e scherzosi i venticelli.

Tutta del suo bel manto primaveraCoprìa la terra; ma la vasta ideaDel gran Fabbro compita ancor non era.

Di sua vaghezza inutile pareaLagnarsi il suolo, e con più bel desiroSguardo e amor di viventi alme attendea.

Tu allor, raggiante d'un sorriso, in giroDei quattro venti sulle penne tese,L'aura mandasti del divino Spiro.

La terra in sen l'accolse e la comprese,E un dolce movimento, un brividìo,Serpeggiar per le viscere s'intese;

Onde un fremito diede e concepìo,E il suol che tutto già s'ingrossa e figlia,La brulicante superficie aprìo.

Dalle gravide glebe, o meraviglia!Fuori allor si lanciò scherzante e prestaLa vaga delle belve ampia famiglia.

Ecco dal suolo liberar la testa,Scuoter le giubbe, e tutto uscir d'un saltoIl biondo imperator della foresta;

Ecco la tigre e il leopardo, in altoSpiccarsi fuori della rotta bica,E fuggir nelle selve a salto a salto.

Vedi sotto la zolla che l'implica,Divincolarsi il bue, che pigro e lentoIsviluppa le gran membra a fatica.

Vedi pien di magnanimo ardimentoSovra i piedi balzar ritto il destriero,E nitrendo sfidar nel corso il vento;

Indi il cervo ramoso ed il leggieroDaino fugace, e mille altri animanti,Qual mansueto e qual ritroso e fiero;

Altri per valli e per campagne erranti,Altri di tane abitator crudeli,Altri dell'uomo difensori e amanti.

E lor di macchia differente i peliTu di tua mano dipingesti, o Diva,Con quella mano che dipinse i cieli.

Poi di color più vaghi onde l'estivaStagion delle campagne orna l'aspetto,E de' freschi ruscei smalta la riva,

L'ale spruzzasti al vagabondo insetto,E le lubriche anella serpentineDel più caduco vermicciol negletto.

Nè qui ponesti all'opra tua confine;Ma vie più innanzi la mirabil tracciaStender ti piacque dell'idee divine.

Cinta adunque di calma e di bonaccia,Delle marine interminabil'ondeLanciasti un guardo sull'azzurra faccia.

Penetrò nelle cupe acque profondeQuel guardo, e con bollor grato naturaIntiepidille, e diventâr feconde,

E tosto varii d'indole e figuraGuizzâro i pesci, e fin dall'ime areneTutta increspâr la liquida pianura.

I delfin snelli con le curve schieneUscir danzando, e mezzo il mar coprîroCol vastissimo ventre orche e balene.

Fin gli scogli e le sirti allor sentîroIl vigor di quel guardo e la dolcezza,E di coralli e d'erbe si vestîro.

È una creazione questa a rovescio, per cui si comincia dal fine e si termina col cominciamento. Vengono prima le fiere, poi gli animali che devono servir loro di pasto, e il bue, che vien fuori dalla terra bue addirittura, e non toro; poi gli insetti, poi ultimi gli animali delle acque, e i pesci prima e i coralli dopo!

Giorgio Cuvier ritenne invero il concetto Linneano rispetto alla immobilità della specie, e lo pose anzi a fondamento della zoologia. Ma egli segna tuttavia un progresso, e un grande progresso, su Linneo.

Il Cuvier si applica allo studio dei fossili, che prima era campo miserando di errori; riconosce che altri viventi diversi dagli attuali hanno popolato la terra in epoche remotissime, anteriori all'esistenza dell'uomo; che le forme primitive erano più semplici, che la struttura dei viventi si andò man mano complicando, che la struttura più perfetta si trova nei viventi dell'epoca attuale, l'epoca umana. Questa verità lo condusse a una teoria, secondo la quale sarebbero avvenuti sulla terra molti e grandi e repentini rivolgimenti di tal fatta da mutar tutto a ogni volta alla superficie di essa. Il nostro globo ha avuto grandi e spaventose rivoluzioni, susseguite ciascuna da un lunghissimo tratto di calma. Ogni rivoluzionespegne sulla terra qualsiasi traccia di viventi, si distruggono di colpo le piante e gli animali; ma rimessa la calma si fa una nuova creazione e i vegetali e gli animali dell'ultima creazione che vien dopo sono sempre più complicati, più elevati, più perfetti di quelli della creazione precedente; così, a poco a poco e di miglioramento in miglioramento, si viene all'epoca attuale, contrassegnata dal più perfetto di tutti i viventi che è l'uomo.

Il Cuvier trovò un potente alleato alla sua teoria dei rivolgimenti nel signor Elia de Beaumont, il quale non solo accettò la cosa in complesso, ma credette di poterne anche definire i particolari: considerando le grandi catene di montagne in ogni parte del globo, studiandone la natura e le direzioni, esaminandone ogni particolare, egli credette di essere riuscito a determinare il numero e le successioni di quei grandi rivolgimenti.

Giorgio Cuvier s'era elevato ad un'immensa celebrità colla grande opera sua. Egli aveva molto migliorata la classificazione di Linneo; aveva preso a rivelare i rapporti degli animali mercè una diligente investigazione della loro interna struttura; aveva insegnato l'importanza della subordinazione de' caratteri, aveva posto le fondamenta di quella grande scienza che è l'anatomia comparata, aveva fatto conoscere un gran numero di forme e di strutture prima di lui ignote o mal note; era sommamente operoso, eloquentissimo, popolare nel senso più elevato della parola e dappertutto sigiurava nel suo nome. Egli aveva mostrato un profondo disprezzo per la teoria del Lamarck, e i suoi contemporanei disprezzarono pure la teoria del Lamarck tanto da non crederla neppure degna di biasimo.

Poco prima di morire, Giorgio Cuvier ebbe a sostenere una lotta con Stefano Geoffroy Saint Hilaire, quella lotta di cui ho detto precedentemente parlando del Goethe. Stefano Geoffroy Saint Hilaire sosteneva la unità dell'organizzazione, o, come si diceva allora, la unità di composizione, la unità del piano della struttura degli animali. Secondo il suo concetto la specie è variabile, le forme mutano costituendosi innumerevoli differenze da una origine comune; gli agenti esterni hanno una grande azione in questi mutamenti. Nelle vicende geologiche passate venne un giorno in cui scemò la quantità dell'acido carbonico nell'atmosfera e ciò valse a promuovere la trasformazione di taluni rettili che, con una maggior intensità di respirazione, di circolazione, mutarono in penne le scaglie e assunsero forma di uccelli.

In verità non era al tutto ingiusto il rimprovero che si faceva a questi concetti di aggirarsi troppo nei campi della teoria. Se a ciò si aggiunge quanto già sopra è detto intorno allo ascendente del Cuvier sui suoi contemporanei, si intende come il Geoffroy Saint Hilaire non apparisse aver riportato nella sua grande discussione gli onori della vittoria.

Giorgio Cuvier morì nel pieno splendore della sua gloria e senza ombra di sospetto che fosserominacciati quei principii scientifici di cui ben si poteva vantare di aver posto le fondamenta. Ciò non fu dello Elia de Beaumont, il quale ebbe a provare l'ineffabile dolore di vedere crollare il suo edifizio e trovarsi da ultimo solo colle sue opinioni.

Il grande geologo tedesco Leopoldo De Buch, nella suaDescrizione fisica delle isole Canarie, pubblicata nel 1836, parlando della distribuzione delle piante, fa le seguenti considerazioni, le quali sono tanto più importanti per quello che dice contemporaneamente intorno ai dialetti:

«Sui continenti, gli individui dei gruppi organici si spandono, si disseminano lontano, e, per azione della differenza dellohabitat, della alimentazione del suolo, formano delle varietà le quali, trovandosi le une discoste dalle altre, non possono andar soggette ad incrociamenti ed essere per tal modo ricondotte al tipo principale; si è perciò che esse, alla fine, diventano delle specie costanti, particolari. Poi le specie le quali sono state simultaneamente modificate, si ritrovano in contatto colla varietà primiera, per tal modo modificata; ma a un tal punto esse sono abbastanza differenti e non possono più mescolarsi insieme. La cosa va in ben altro modo nelle isole. Ivi, ordinariamente confinati entro a valli anguste e entro a zone ristrette, gli individui si possono raggiungere e possono in tal modo distruggere ogni varietà in via di costituirsi. Si è senza dubbio in questo modoche certe particolarità, o certi vizii di linguaggio, dapprima particolari al capo di una famiglia, si estendono con questa famiglia a diventare comuni a un intero distretto. Se questo distretto è separato, isolato, se non hannovi continui rapporti coi distretti vicini che riconducano costantemente il linguaggio alla sua purezza primiera, da questa deviazione linguistica nascerà un dialetto. Quando segue che certi ostacoli naturali, le foreste, la configurazione del suolo, anche il governo, vengano a collegare anche più strettamente fra loro gli abitanti nel distretto di cui parliamo, questi si separeranno anche più schiettamente dai loro vicini; il loro dialetto si fisserà e diventerà una lingua perfettamente distinta.»

Nell'anno 1818, il dottor M. E. Wells leggeva alla Società Reale di Londra un suo rapporto intorno ad una fanciulla di razza bianca colla pelle avente parzialmente l'apparenza della pelle dei neri. In quel lavoro il dottor Wells avvertì che tutti gli animali, entro una certa misura, hanno tendenza a mutare, e che, mercè questa proprietà, i coltivatori possono, colla scelta degli individui, migliorare i loro animali domestici; poi soggiunse:

«Ma pare che l'equivalente del risultamento artificiale ottenuto in tal modo si produca pure, sebbene con maggior lentezza, nella organizzazione delle razze umane, le quali si sono adattate alle contrade in cui vivono. Fra le varietà umane accidentali, che appaiono in mezzo ai rari abitantisparsi per la regione africana, se ne trovano di quelle che resistono meglio delle altre alle malattie del paese. In conseguenza di ciò queste ultime razze si moltiplicano, mentre le altre diminuiscono, e non diminuiscono solamente perchè sono meno atte a resistere alle malattie, ma perchè non sono in condizione di reggere alla concorrenza di altre più robuste. Io ammetto come dimostrato che il colore di queste razze più vigorose sia di una tinta intensamente colorita. Ma siccome la tendenza alla formazione di varietà sussiste sempre, col tempo si forma una razza sempre più nera; e, siccome la razza che ha la tinta più cupa è la meglio adatta al clima, essa finirà per essere, se non la sola, almeno la razza dominante.»

Il Darwin, nella sesta edizione inglese del suo volume sullaOrigine della specie, in un breve cenno storico preliminare, menziona parecchi altri contemporanei che poco prima della pubblicazione della sua opera espressero più o meno chiaramente il concetto della variabilità della specie. In una nota a quel breve cenno storico ha le parole seguenti:

«Aristotile (Physicae auscultationes, libro II, cap. 8) osserva che la pioggia non cade per far nascere il grano, come non cade per guastarlo quando viene trebbiato a cielo scoperto, ed applica lo stesso ragionamento agli organismi. E soggiunge (fu il signor Clair Grece che mi additòquesto passo): «Che cosa impedisce che anche le parti (del corpo) in natura si comportino (a caso) nella stessa guisa, che, per esempio, i denti crescano per necessità, e cioè gli anteriori taglienti ed atti a fendere, al contrario i molari larghi e atti a triturare il nutrimento, poichè non diventano tali a siffatto scopo, ma questo si raggiunge in modo accidentale. Altrettanto avviene nelle altre parti, nelle quali sembra sussistere un adattamento ad uno scopo. Ora le cose, nelle quali ogni singola parte si forma come se fosse fatta per uno scopo speciale, mentre si sono costituite spontaneamente in modo adattato, si conservano, e quelle invece perirono e periscono, in cui la stessa cosa non successe.» Noi troviamo qui un oscuro cenno al principio della selezione naturale, ma quanto Aristotile fosse lontano dal comprenderla pienamente ce lo insegnano i suoi asserti sulla formazione dei denti.» (Sulla origine della specie, traduzione italiana sulla sesta edizione inglese, per cura diGiovanni Canestrini. Torino, Unione tipografica editrice, 1875).

Recentemente il signor Ernesto Haeckel, in un suo discorso al Congresso dei fisici e naturalisti tedeschi in Eisenach, parlò dei filosofi dell'antichità che sostennero il principio della derivazione dei viventi dalla materia inorganica e del succedersi di essi trasformandosi a mano a mano.

Anassimandro sostenne che la infinita materia eternamente in moto ha dato origine ai corpi celesti condensandosi a mano a mano i fluidi in materiasalda e che la terra è uno di tali corpi. I primi viventi si generano nell'acqua per l'azione del sole, poi passano, piante e animali, a vivere sulla terra asciutta. L'uomo deriva per una serie graduata di trasformazioni dagli animali, e probabilmente da animali acquatici pesciformi. Eraclito di Efeso è anche più esplicito. Un grande e non mai interrotto processo di sviluppo domina il mondo intero, tutte le forme sono travolte in una corrente incessante e la lotta è «madre di ogni cosa.»

Empedocle di Agrigento afferma il mutare incessante dei fenomeni, e riconosce siccome fondamento e causa della continua lotta universale due opposti principii in azione, il principio dell'odio e quello dell'amore, che sono appunto ciò che i fisici moderni chiamano attrazione e ripulsione. Così l'unione dei corpi è prodotta dall'amore e la loro separazione dall'odio. Questi due grandi principii operanti hanno pure prodotto i corpi organici. Dalla lotta dei due principii vennero fuori vittoriosamente quelle forme che vivono ora, e si trovarono preparate alla battaglia e atte a reggersi nella vita.

Così queste, che noi chiamiamo teorie moderne, hanno la bella età di venticinque secoli.

Ma perchè, esclamerà qui il lettore, se queste idee hanno venticinque secoli, ci vieni qui tu ora a far perdere il tempo con Carlo Darwin? Se in venticinque secoli queste teorie hanno fatto così poca strada da essere state dimenticate tanto cheora si riprendono per nuove, non è questo un troppo forte argomento contro di esse?

Questa domanda non si può fare che da un lettore ignorante; ma appunto io credo il mio lettore ignorantissimo.

I dotti non badano a me.

Dunque rispondo al mio lettore ignorante, che altro è avere la intuizione di una verità ed esprimerla, altro è avvalorare la propria asserzione con argomenti, i quali, se non ne danno una dimostrazione, valgono almeno a farla considerare come una ipotesi ragionevole, o meglio come una buona teoria.

La sfericità della terra, la circolazione del sangue, la pressione atmosferica, la costituzione dell'aria e dell'acqua, la stessa grande attrazione universale, ebbero accenni più o meno remoti da questo o da quel filosofo, e talora tanto espliciti da riempirci ora di meraviglia. Ciò non toglie che siano state accolte universalmente o come verità dimostrate o come teorie razionali solo quando venne chi, comprendendo tutta l'importanza della cosa e applicandovisi con tutte le forze, addusse argomenti persuasivi in favore della sua asserzione.

Carlo Darwin sentì e comprese primo tutta la grande, la somma, la immensa importanza del principio della variabilità della specie e vide il nesso di questo grande problema con tutti quegli altri più elevati e sublimi che son degni di esercitare la intelligenza dell'uomo; sentì e compresela necessità di studiarli addentro il più possibile, e a questo grande compito consacrò tutta la sua mente poderosa e grande, tutta la sua vita nobile e generosa, e vinse.

Pochi sanno oggi e sapranno in avvenire chi fosse e che cosa facesse Anassimandro, tutti sanno e sapranno finchè durerà l'uomo nell'incivilimento chi sia Carlo Darwin e che cosa abbia fatto.


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