IX.

IX.Il teatro ufficiale di Milano: la Scala. — I bollettini delle vittorie napoleoniche. — Ancora Alfieri! — E ancora ilBallo del Papa. — Nefanda celebrazione del supplizio di Luigi XVI. — Le fortune dei cantanti evirati. — Napoleone ne decora uno! — Motto maligno della cantante Grassini. — I fàscini, gli amori e le vicende di costei. — Il suo primo protettore difeso dalla storia. — La più grande rivale della Grassini. — Il mantello fiammeggiante. — La carrozza dei trionfi nelle barricate della libertà. — Ricordo di Lord Byron. — Carlo Porta alla Scala. — Dove si formava l'opinione pubblica? — Gli amanti delle signore alla Scala.

Il teatro ufficiale di Milano: la Scala. — I bollettini delle vittorie napoleoniche. — Ancora Alfieri! — E ancora ilBallo del Papa. — Nefanda celebrazione del supplizio di Luigi XVI. — Le fortune dei cantanti evirati. — Napoleone ne decora uno! — Motto maligno della cantante Grassini. — I fàscini, gli amori e le vicende di costei. — Il suo primo protettore difeso dalla storia. — La più grande rivale della Grassini. — Il mantello fiammeggiante. — La carrozza dei trionfi nelle barricate della libertà. — Ricordo di Lord Byron. — Carlo Porta alla Scala. — Dove si formava l'opinione pubblica? — Gli amanti delle signore alla Scala.

Il teatro ufficiale di Milano: la Scala. — I bollettini delle vittorie napoleoniche. — Ancora Alfieri! — E ancora ilBallo del Papa. — Nefanda celebrazione del supplizio di Luigi XVI. — Le fortune dei cantanti evirati. — Napoleone ne decora uno! — Motto maligno della cantante Grassini. — I fàscini, gli amori e le vicende di costei. — Il suo primo protettore difeso dalla storia. — La più grande rivale della Grassini. — Il mantello fiammeggiante. — La carrozza dei trionfi nelle barricate della libertà. — Ricordo di Lord Byron. — Carlo Porta alla Scala. — Dove si formava l'opinione pubblica? — Gli amanti delle signore alla Scala.

Ma il teatro che assurgeva al grado di teatro ufficiale, per tutti gli avvenimenti politici, era il teatro «alla Scala», eretto dopo che il Regio Ducale Teatro andò distrutto da un incendio, divampato appena finito il veglione del sabato grasso del 1776, all'alba. Il teatro alla Scala fu rapidamente costruito, a spese dei ricchi proprietari dei palchi di quel teatro incendiato. Sul disegno dell'architetto Piermarini, sorse sull'area della chiesa soppressa di Santa Maria alla Scala, e venne inaugurato la sera del 3 agosto 1778 con l'opera seria in due attiL'Europa riconosciuta, musica di AntonioSalieri, di Legnano, allora alla moda, autore d'una cinquantina di opere, oggi tutte dimenticate. Vi si aggiunse un balletto:Paffio e Mirra, ossia I prigionieri di Cipro; perchè allora cominciava nei cartelloni teatrali l'andazzo degli «ossia», durata sino ai nostri giorni.

Le «strepitose vittorie» (così i manifesti ufficiali) riportate da Napoleone venivano celebrate appunto là, alla Scala, aprendola a quanti volevano godersigratis«illuminazioni a giorno», fremebonde tragedie repubblicane (l'Alfieri era sempre il preferito), opere, balli sul palcoscenico, e sbrigliatissime feste di balli popolari in platea. Si accennò in queste pagine al vituperosoBallo del Papa. Fu rappresentato la sera del 25 febbraio 1797, in odio e disprezzo del vecchio pontefice Pio VI. Il vero titolo dell'azione coreografica eraIl generale Colli a Roma; ma il popolo lo chiamò con quel nome, ch'è rimasto. Un ignobilissimo maestro di ballo, il Lefévre, per obbedire all'invito dei nuovi padroni, impasticciò un'azione d'intrighi politici e amorosi. Si videro in scena il cardinale segretario Busca, il senatore Rezzonico, generale delle truppe papali, il Generale dei padri domenicani, le principesse Santa Croce e Braschi, nipoti entrambe del papa, e il papa stesso, il canuto Pio VI, che ballò sconciamente col berretto frigio in capo, dopo aver buttatoin aria il triregno, fra gli applausi deliranti dei demagoghi. Sì, così si volle raffigurare quell'infelice pontefice, già malato, che doveva morire, prigioniero del Direttorio francese, a Valenza nel Delfinato. L'azione coreografica rappresentava il popolo sollevato contro il generale Colli; e cardinali, teologhi, preti, monache, frati, guardie, dame romane e meretrici ballavano, alla fine, tutti insieme col papa.

La principessa Braschi sveniva fra le braccia del Generale dei domenicani; il generale Colli, mandato dall'Austria, per essere il campione del papa, ne baciava la pantofola; il ballerino, in costume d'eunuco, saltava come il turacciolo d'una bottiglia di vino spiritoso; in platea un declamatore, mentre parlava di Costantino il Grande, vincitore del tiranno Massenzio, fu colpito in fronte da un nocciolo al grido:Abbasso Costantino! Il libretto del ballo fu immaginato e scritto dal «cittadino» Salfi dietro suggerimento del prevosto Lattuada, prete indegno. La musica era del maestro Pontelibero, giacobino rabbioso come la sua musica.

Il delicatissimo capolavoro si ammannì per undici sere di seguito. Sfarzosi i costumi; d'effetto gli scenari d'una sala del Concistoro, dell'appartamento della principessa Braschi, della piazza San Pietro, dipinti da un Landriani,che non si vergognò di prostituire l'arte a quelle sconcezze. Analogo si mostrò il contegno dei demagoghi, ululanti di tripudio.

Quella fu la sera più turpemente memorabile. Altra nefanda serata segnò il 21 gennaio 1799, nella quale si volle celebrare l'anniversario del supplizio di Luigi XVI. Si eseguì una «cantata» scritta apposta da Vincenzo Monti, che oltraggiava la memoria di quello sventurato, chiamandolo «vile e spergiuro Capeto». E dire che lo stesso Monti, nellaBassvilliana, l'aveva glorificato come vittima sacra! La musica era d'un maestro Minoja, un altro miserabile di quel tempo, nel quale le deboli coscienze venivano rovesciate dai mutevoli avvenimenti come rachitici comignoli dai turbini. Di vivissimo entusiasmo fu accesa al teatro alla Scala la sera del 15 giugno 1800, quando un ufficiale francese annunciò agli spettatori la vittoria di Marengo, avvenuta il giorno prima. Un immenso applauso, un grido frenetico accolsero l'annuncio improvviso. E i maestri? Quelli le cui opere si rappresentavano in quel periodo formavano bella corona: il Cimarosa, il Paisiello, lo Zingarelli, il Fioravanti, il Mayr, il Salieri.... Opere quasi tutte buffe, allora, poichè, in teatro, bastavano le tragedie repubblicane a ricordare che a questo mondo ci furono anche dei mostri incoronati che fecero piangere.

S'era nel tempo dei cantanti evirati; e, fra i primissimi, Luigi Marchesi, detto anche Marchesini, del quale la satira disse:

Quel cappon colla vôs de canarin,Che a ogni trill el ciappava en marenghin.

Quel cappon colla vôs de canarin,Che a ogni trill el ciappava en marenghin.

Quel cappon colla vôs de canarin,

Che a ogni trill el ciappava en marenghin.

Un altro evirato ammiratissimo era Gerolamo Crescentini, nato a Urbania, villaggio presso Urbino, morto ottantenne nel 1846. Nell'ariaOmbra adorata, nell'operaRomeo e Giuliettadello Zingarelli, metteva brividi di commozione. Ma le più vive simpatie dei milanesi andavano al Marchesi, perchè nato all'ombra del Duomo. Quand'egli morì, a Inzago, più che settuagenario, nel 1829, fu pianto da tutta Milano per la sua grande, generosa bontà. Egli fondò a Milano, con le sue elargizioni, il Pio Istituto filarmonico e soccorse quello tipografico. Non ostante che, fanciullo, fosse stato vittima, al pari d'altri infelici, del ferro barbarico, esecrato dal Parini nell'ode altamente umana e frementeLa Musica, il Marchesi aveva sentimenti non solo pietosi verso i miseri, ma virili, coraggiosi, verso i prepotenti. Al burbanzoso generale francese Mioillis, che una sera pretendeva di costringerlo a cantare, il Marchesi rispose: «Ella può farmi piangere, ma non farmi cantare». Conobbe Ugo Foscolo questa risposta? Se l'avesse conosciutanon avrebbe alluso a lui, col noto ma velato disprezzo e sdegno neiSepolcri, là dove biasima la città di Milano «d'evirati cantori allettatrice».

Ma il Foscolo alludeva, forse, anche al Crescentini. Costui, veramente, più che da Milano fu «allettato» da Napoleone, il quale, caso unico allora, lo decorò della Croce di Ferro, attirandosi biasimi e ironie.

Un giorno, la cantante Grassini, maligna quanto avvenente e quanto celestiale nel canto, dopo d'aver ascoltata l'indignazione di chi non approvava quell'onorificenza messa sul petto d'un evirato, non avendo il Crescentini, infine (diceva colui), nessun merito, esclamò:Et sa blessure, donc?

La Grassini! Passò nella storia sopratutto perchè fu una delle amanti di Napoleone. Il pittore Bossi, in un suo diario erotico, lasciò scritto: «Esco adesso dalle stanze della Grassini divina. Chi me lo avesse detto! Ed ora sono cognato di Sua Maestà!»

Di recente, alcuni ricercatori si arrovellarono per istabilire la data precisa del primo incontro amoroso fra il celebre guerriero e la celebre cantante. Nella partita volle entrare persino un avvocato, a corto, sembra, di cause più nobili.

«Qui, su questo petto, Napoleone posò la sua testa!»

Così diceva la Grassini, per vanto. E aggiungeva volentieri che, nell'amplesso, il gran Côrso sveniva. Egli, infatti, pativa d'«aura epilettica» come Giulio Cesare. Conobbe la Grassini a Milano, nei giorni de' suoi trionfi militari, e ne ottenne le intime grazie, destando gelosie nella moglie Giuseppina Beauharnais, la quale si lagnava delle infedeltà del grande marito perchè non poteva soffocare la sua natura — ci racconta madamigella Avrillion, che le stava sempre vicina.[30]

Lineamenti decisi, sopracciglia imperiose nere, neri gli occhi balenanti, nero il volume della chioma opulenta avea la Grassini, e magnifica, statuaria, la figura, nata pei trionfi della scena e.... d'un talamo imperiale. La chiamavano «la decima Musa», ed ella credeva di esserla.

Giuseppina Grassini era nata a Varese l'8 aprile 1773, non da «poveri contadini» come si legge nelle biografie. Suo padre, che procreò la bellezza di diciotto figliuoli, era un ragioniere di conventi; fu anche impiegato governativo a Milano. La madre aveva passione per la musica, e suonava ad orecchio. E Giuseppina cantava come un usignolo innamorato.Il vaiuolo, così diffuso a quel tempo, devastò il viso di tutta quanta la famiglia Grassini, ma risparmiò il volto di Giuseppina.

Il conte generale Alberico Barbiano di Belgioioso di Milano fu il suo primo protettore, che la fece perfezionare nell'arte canora. Si vuole ravvisare in quel patrizio l'eroe delGiornodel Parini; ma è un abbaglio. «La vita di quel sontuoso cavaliere non fu tanto disperatamente frivola, quanto la pretende una tradizione digiuna di sana critica.»[31]Il conte Alberico Barbiano di Belgioioso era generale degli eserciti imperiali, capo della Casa militare dell'arciduca Ferdinando d'Austria, uno dei decurioni della città, presidente dell'Accademia di belle arti. «Non fu vero che trascorresse la vita in ignobili passatempi.»[32]

Giuseppina Grassini sirivelòalla Scala.

Nel 1796, ella vi sostenne la dolce parte di Giulietta nell'opera del Zingarelli,Giulietta e Romeo; e tutti l'ammirarono. Il conte Carlo Leoni, il pittoresco epigrafista padovano, la dice, nel suoTeatro nuovo di Padova, soffusa di «voluttuoso e magnetico languore», e riferisce il particolare dello svenimento napoleonico.

Nel vedere nel Museo teatrale della Scala una miniatura della Grassini, opera del Quaglia (molto rara, ma pagata salatissima), si pensa alle vicende di quella vita fortunosa e fortunata, che ebbe per intermezzo un'avventura di briganti. Ella stessa raccontava che, in Francia, era stata presa dai masnadieri, i quali la condussero in un antro ch'ella fece echeggiare della sua voce deliziosa, immergendo i suoi tiranni nell'estasi.

L'aggressione dei briganti è storica. Avvenne sulla strada presso Rouvres (Dijon). La Grassini fu malmenata e derubata, ma poi fu trattata con riguardo. Perciò quando vecchia riandava i suoi ricordi, ella non diceva male di quei malandrini: tutt'altro! Li chiamava:Ces chères assassins!... È pure storico che certo Durandeau affrontò i briganti; ne uccise due e ne arrestò un terzo. Napoleone fregiò il bravo Durandeau della croce della Legion d'onore, ma la Grassini non si mostrò molto grata a Napoleone. Quando poteva tradirlo era felice. Ella non lo amò. Amò il violinista Rode, di Bordeaux, quel Rode per il quale il Beethoven creò una ben nota romanza.

Napoleone nominò la Grassini cantante di camera, con 51,000 lire di stipendio all'anno, e la coprì di alti favori, di doni, con quella munificenza liberale e spettacolosa ch'era unodegli elementi della sua arte sovrana, insuperabile, d'imperare.

Furibondo di gelosia bestiale per lei si mostrò il principe Augusto duca di Sussex, figlio di re Giorgio d'Inghilterra, avendo fra i cospicui rivali il marchese di Caltanissetta, figlio del principe di Paternò. Il critico musicale dellaRevue des Deux Mondes, il veneziano Scudo, raccontò un bel giorno del 1852, nella sua celebre rivista, che il principe britannico, in un accesso di geloso furore, attentò persino alla vita di lei. Una sera d'estate, il principe e la sirena incantatrice si cullavano in una barca, sulle onde del golfo di Napoli, al chiaro di luna. Ella cantava.... D'un tratto, il principe Augusto la fece afferrare e prendere di peso da due barcaiuoli e gittar nel mare. «Quel demonio di donna (disse poi il principe al buffo napoletano Lablache) sapeva nuotare, e il giorno dopo mi fece pagare ben caro il bagno involontario!» Con qual prezzo? Non sappiamo. Quel «demonio» con la voce di angelo era capace di tutto.

Voce, veramente, di contralto e di soprano insieme. E vero «demonio» nella rivalità con la Billington, che partecipò, ella così pia, alla scellerata cantata del Monti nell'anniversario del supplizio di Luigi XVI alla Scala. La Billington rapiva per la bellezza e per la voce.Lo Scudo narra che la Grassini, «scattando come un leone còlto di sorpresa», assalisse la rivale con certi colpi di voce da farla sgomentare. Era donna maschia, nonostante il «magnetico languore» del volto. E, nonostante i mille corteggiatori, la viragine inclinava ad acri amori speciali.... A Venezia, quand'ella vi cantò nelle opereIssipiledel Farinelli,Giulietta e Romeodel Zingarelli eTelemacodel Mayr, volavano di bocca in bocca salaci aneddoti su quegli amori.

Giuseppina Grassini visse sino i settantasette anni. A Milano potè assistere alla lotta popolare delle Cinque giornate contro gli Austriaci. Guardando dalla finestra della sua dimora, a San Babila, vide una grossa barricata improvvisata laggiù sulla via; barricata costrutta con tutto ciò che gl'insorti potevano trovare a portata di mano in quei frangenti. E, fra tavole e botti e persino stie, la Grassini scorse una grande carrozza: era la sua, quella che l'aveva condotta di trionfo in trionfo attraverso l'Europa.

Morì la sera del 3 gennaio 1850, a Milano, in quella casa Arese dove teneva spesso conversazione parlando un linguaggio curiosissimo: un miscuglio d'italiano, di francese e di lombardo. Veniva corretta, di tanto in tanto, da Carlo, suo fratello. Costui, a soli sedici anni,seguì, come semplice tamburino, Napoleone nella campagna di Russia, e fu dei pochissimi che ritornarono da quelle stragi. Si pose poi a comporre novelle e romanzi, che Dio glieli perdoni!, e una grammatica francese, sulla quale molti di noi abbiamo studiato ragazzi.

Il ritratto in miniatura della Grassini, che ora si ammira nel Museo teatrale della Scala a Milano, dipinto dal Quaglia, ella lo lasciò in legato ai «suoi distinti amici Pacchierotti». A suo marito Cesare Ragani (poichè, e pochi lo sapevano, aveva persino un marito!...) la Grassini lasciò il capitale corrispondente a 4000 franchi di rendita all'anno. Sì, a quel marito «residente (ella così dichiarava nel testamento) da tanti anni in Francia, a Vincennes».

Nel Museo potrebbero figurare le due liste superstiti d'un ampio mantello rosso fiammeggiante, ricamato d'oro, regalato da Napoleone alla sublime, che ne andava superba mostrandolo a' suoi visitatori, alle sue favorite come una bandiera di vittoria.

Quando la Grassini moriva, naufragava alla ScalaCellini a Parigi, opera semiseria di Lauro Rossi, un giovane ch'ella voleva proteggere.

Fu sepolta a Milano, nel cimitero di San Gregorio, oggi distrutto. E le sue ossa, che portarono in giro per il mondo una delle più affascinanti vite italiane, andarono disperse.

Carlo Porta, elegantemente abbigliato alla moda, frequentava anche il teatro alla Scala, dove s'incontrava con gli amici romantici dei quali doveva essere il caustico paladino vernacolo. Nel palco del marchese de Breme, gran signore, che appunto in quel palco accolse lord Byron quando, nel 1816, il bellissimo bardo, tutto bollore carbonaro, venne a Milano,[33]anche il Porta aveva accesso. Là il poeta delBongeevedeva lo Stendhal, il suo più fervido ammiratore straniero.

Lo Stendhal ricorda che l'atrio della Scala era il quartier generale dei fatti del giorno: ivi si fabbricava l'opinione pubblica sulle signore, ivi si attribuiva per amico a ciascuno d'esse l'uomo che dava loro il braccio per salire nel loro palchetto:

«C'est surtout les jours de première représentation que cette démarche est décisive. Une femme est déshonorée quand on la soupçonne d'avoir un ami qu'elle ne peut pas engager à lui donner le bras à huit heures et demi, lorsqu'elle monte dans sa loge.»[34]

Ma degli amici delle signore d'allora, dei «patiti», come si diceva, parleremo più innanzi.


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