VIII.Le società filodrammatiche. — Origine e miracoli del Teatro Patriottico. — Le nudità di moda e le più avvenenti signore di Milano. — Il viaggio d'andata-ritorno d'uno scialle. — La profonda filosofia d'un marito. — Paolina Bonaparte. — Le scatole da tabacco e il giuoco del tarocco. — La moglie di Vincenzo Monti e le sue recitazioni. — Onori ai reduci prigionieri dell'Austria. — Una lettera patriottica che fa ridere. — Alfieri e Alfieri. — La fabbrica d'un teatro repubblicano. — Il sipario d'Andrea Appiani. — Atteggiamenti osceni.... — Le tragedie del Monti. — Carlo Porta attore drammatico. — Malumori di quinte. — Epigramma del Porta. — L'accademia «di sè maggiore»!...
Le società filodrammatiche. — Origine e miracoli del Teatro Patriottico. — Le nudità di moda e le più avvenenti signore di Milano. — Il viaggio d'andata-ritorno d'uno scialle. — La profonda filosofia d'un marito. — Paolina Bonaparte. — Le scatole da tabacco e il giuoco del tarocco. — La moglie di Vincenzo Monti e le sue recitazioni. — Onori ai reduci prigionieri dell'Austria. — Una lettera patriottica che fa ridere. — Alfieri e Alfieri. — La fabbrica d'un teatro repubblicano. — Il sipario d'Andrea Appiani. — Atteggiamenti osceni.... — Le tragedie del Monti. — Carlo Porta attore drammatico. — Malumori di quinte. — Epigramma del Porta. — L'accademia «di sè maggiore»!...
Le società filodrammatiche. — Origine e miracoli del Teatro Patriottico. — Le nudità di moda e le più avvenenti signore di Milano. — Il viaggio d'andata-ritorno d'uno scialle. — La profonda filosofia d'un marito. — Paolina Bonaparte. — Le scatole da tabacco e il giuoco del tarocco. — La moglie di Vincenzo Monti e le sue recitazioni. — Onori ai reduci prigionieri dell'Austria. — Una lettera patriottica che fa ridere. — Alfieri e Alfieri. — La fabbrica d'un teatro repubblicano. — Il sipario d'Andrea Appiani. — Atteggiamenti osceni.... — Le tragedie del Monti. — Carlo Porta attore drammatico. — Malumori di quinte. — Epigramma del Porta. — L'accademia «di sè maggiore»!...
Carlo Porta aveva la passione dei teatri. Volle essere annoverato fra i fondatori del Teatro Patriottico di Milano, che cambiò poi il nome in quello di Teatro de' Filodrammatici, tuttora esistente.
Quel teatro ebbe curiose vicende; uomini famosi lo protessero; donne e madonne famose lo decorarono.
Sulla fine del Settecento, non erano rare a Milano le private società filodrammatiche. La vita d'allora scorreva semplice; lo sappiamo; e uno dei prelibati divertimenti erail recitare nelle commedie del Goldoni; magari nei rusticiConti d'Agliate, commedia scritta parte in milanese e parte in italiano, come Carlo Porta e Tommaso Grossi composero insieme la loro comitragediaGiovanni Maria Visconti, cavallo di battaglia dell'attore Preda. Il giovanotto milanese voleva farsi vedere dalla sua bella sul piccolo palcoscenico, vestito da «lustrissimo» o da «guerriero», presso a poco come adesso vuol farsi vedere alle corse vestito all'inglese. Le ragazze da marito, lepopòle, erano accompagnate dove la «pivelleria», come si chiamano ancora a Milano gli sbarbatelli, accorreva a inaugurare, prima della scoperta della pila, un corso completo di telegrafia con le occhiate e coi gesti più cauti. Le società filodrammatiche si radunavano, stipate come sardine di Nantes, in afose, anguste sale, al chiarore di lumi a olio col riverbero di latta che accecava o di candele di sego che dal soffitto gocciolavano lagrime attaccaticcie sulle teste.
Una di codeste società filodrammatiche ricercate era quella del «Gambero». Carlo Porta ne lasciò memoria ne' suoi manoscritti inediti: «Fu nominato «del Gambero» (egli scrive) il teatro di San Pietro all'Orto, perchè era accessibile dal cortile della trattoria così detta «del Gambero», che ne mostrava al difuori una immensissima insegna coll'effigie in rosso del protagonista». Più tardi, i componenti dell'artistica società si chiamarono «Filogamberi».
Nell'anno 1796, in cui sulla scena politica milanese comparvero le pazze mascherate demagogiche che abbiamo incontrate, si pensò da alcunicittadinia formare una società più numerosa di quelle che chiamavano ad ogni recitazione tutt'al più un centinaio di spettatori. Il libraio Bernardoni ed un Giusti ingegnere, insieme con un computista, con qualche studente di medicina e qualche dottorino in diritto, chiesero alla Municipalità l'uso del teatrino del Collegio Longone, detto «dei Nobili», dal quale i Barnabiti avevano dovuto far fagotto. «L'amour de la démocratie dont nous brûlons, nous a fait sentir l'utilité d'un théâtre, où des pièces démocratiques seraient uniquement et continuellement déclamées.» Così essi enfaticamente scrivevano a quei messeri della Municipalità, fra i quali sedeva, austero, Giuseppe Parini, ormai vecchio, vicino alla tomba, pronto sprezzatore di coloro che il Foscolo chiamò ben presto «incliti ladri». La Municipalità accordava il teatro col consiglio che vi si dessero rappresentazioni a pagamento, a favore dei poveri; ma i soci a rispondere: «Il pubblico, quando paga, èinesorabile, nè bada ai motivi per cui paga; a lui basta di poter dire:Ho speso li miei dinari. Stabilendo un prezzo alto, il teatro sarà sempre vuoto, e, stabilendolo tenue, potremmo avere gran folla di spettatori tumultuanti che pretenderebbero tutto da noi.»
Non vollero, in conclusione, recitare a pagamento, per non essere fischiati dalla folla che, in quei giorni, pareva invasa daldelirium tremens. E cominciarono con unGuglielmo Tell, tragico pasticcio manipolato per la circostanza dal direttore Bernardoni; poi ruggirono nellaVirginiadell'Alfieri. A questa assistette il generale Napoleone in persona, attorniato da' suoi ufficiali dello stato maggiore colle scarpe rotte e pieni di boria allegra. Girava intorno al teatro gli occhi fulminei («i rai fulminei» delCinque Maggiodel Manzoni); era pallido come lo dipinse l'Appiani, ch'egli s'affrettò a ringraziare in una lettera, tuttora inedita, e a me mostrata dalla nipote del famoso pittore. La Società dei filodrammatici, il cui teatro chiamavasi «Teatro Patriottico» pei dichiarati intenti democratici ond'era animato, ripetè laVirginiaal teatro della Canobbiana, nella cui platea, dopo la rappresentazione, si ballò laCarmagnola, mentre in piazza del Duomo donne discinte ed ubriache e giovinastri ballarono fra urli frenetici esuoni di trombe e di clarinetti attorno all'albero della libertà, guidati dal furibondo demagogo Ranza, nostra conoscenza.
Le donne milanesi della così detta buona società assistevano con passione alle serate della Società Patriottica, alle quali portavano le loro nudità ammiratissime. Segnalavasi fra le più invidiate Annetta Vadori, vantata, dice il Cantù, come l'Aspasia di quel tempo, moglie prima del medico Butorini, poi del famoso medico Rasori, il quale, rivoluzionario democratico sfegatato, era tanto fautore del nuovo teatro filodrammatico, che i soci si credettero in dovere di iscriverlo nell'album dei «benemeriti» insieme col conte Carlo Imbonati, che venne poi cantato dal Manzoni; insieme con Giuseppe Parini, col generale Theulié, con Giovanni Torti, collaboratore del giornale Senza titolo, e con Francesco Salfi di Cosenza, ex-frate, intimo di Ugo Bassville, antipapista, che a Pavia, sollevata contro i giacobini, si salvò per miracolo facendosi credere un Doria di Genova.
Fra le belle, sorgeva la stella di Maddalena Marliani, che nel 1805 sposò il banchiere Paolo Bignami; colei che in una festa patriottica al teatro della Canobbiana, nella sera del 17 dicembre 1807, Napoleone ammirò chiamandola «la plus belle parmi tant de belles», colei che Ugo Foscolo, anche di lei innamoratissimo,immortalò nei divini frammenti delleGraziein versi delicatissimi, incantevoli, ricordando «i grandi occhi fatali» dell'insubre dea.
Un medico decrepito della Brianza, dove la bellissimaLenin(come la chiamavano) villeggiava nella villa del padre avvocato Rocco Marliani, mi scriveva un dì con superstite entusiamo di quella donna stupenda, alla quale una bruna lieve lanugine sopra il labbro aggiungeva acute attrattive. Ella, coraggiosa, audace, si lanciò nella «Giovane Italia»: la Sand le fu amica, e ne parla nell'Histoire de ma vie. Maria Castelbarco, «l'inclita Nice» dell'autore delGiorno, che palpitò per lei, tramontava assestando in silenzio e nell'ombra, con oculato accorgimento, l'avito patrimonio sconnesso.
Imperava, più per le arti seduttrici che per l'autentica beltà, la contessa Antonietta Arese Fagnani, alla quale Ugo Foscolo stesso scrisse poi fasci di lettere d'amore rovente sullo stampo di quelle del suo Jacopo Ortis. A lei consacrò l'odeAll'amica risanata, una delle più celebri della letteratura moderna.
Antonietta, figlia del marchese Fagnani e moglie al conte Arese, di schiatta antichissima, insigne, era solita uscire dai teatri con la carrozza piena come un uovo d'ufficiali d'ogni arme. Nell'alta società di Milano rimasero ricordi incredibili di quell'amatrice, che aveval'utile capriccio di farsi regalare sempre qualche cosa da' suoi adoratori. Si parlò per molto tempo a Milano d'un ricco scialle che un amante le aveva regalato, e ch'ella portò subito alla propria connivente modista, madama Ribier, eccitando poi abilmente un altro adoratore a fargliene offerta graziosa.
— Amico mio! Oh, che bello scialle ho visto questa mattina da madama Ribier! Me lo sono provato! Mi sta d'incanto! Non vi piacerebbe vedermelo sulle spalle quando venite?
E il cavalleresco adoratore correva a comperare lo scialle e lo deponeva a' piedi della bruna dea, che lo indossava, lietamente intascandosi il prezzo. I due amanti, che nulla, si capisce, sapevano del doppio giuoco, ammiravano sulle rotonde salde spalle dell'idolo lo stesso omaggio; e chi sa quanto, nel loro segreto, se ne compiacessero come d'un proprio esclusivo trofeo!
Ne' suoi tardi anni (donne simili vivono molto vecchie: si conservano nel ghiaccio del cuore), la impenitente Antonietta non faceva mistero delle sue gherminelle: se ne vantava, anzi, come di briose trovate.
E suo marito? Rappresentava la imperturbabile filosofia coniugale. Egli andava dicendo: «Nessuno vuole comperare la mia casa, che vorrei cedere a tutti; e tutti vorrebbero miamoglie, che non avrei coraggio di cedere a nessuno». Un ritratto di lei, a olio, la rappresenta con un turbante. I lineamenti sono grossolani, l'espressione volgare; un insieme di massiccio, di procace e d'ignobile. Ugo Foscolo esagerò nel decantarne le bellezze; ma ne era sensualmente acceso, ed era lirico, quel grande lirico, che adoriamo.
Una rivale ammiratissima dell'Arese-Fagnani si additava in Margherita Ruga, che la vinceva di molto nella bellezza (era magnifica), e la emulava nello sfoggio delle floride nudità e nelle rapide avventure civili e militari.
Rimase memoranda la sera del Ballo del Papa alla Scala, di cui abbiamo toccato; memoranda, anche, per le nudità della Ruga e della Traversi. Quest'ultima aveva ballato frenetica, insieme con altre consorelle baccanti, intorno all'albero della Libertà. Donna perfida, nata al livore, all'intrigo politico e al crimine, lasciò nome vituperevole. Suo marito era un avvocato famigerato, degnissimo di lei. La Ruga, collo, braccia, seno avea nudi: si presentò alla Scala, in quella sera clamorosa, con una semplice veste alla romana, formata di quattro liste di seta bianca, che a ogni movimento, rivelavano le forme statuarie appena coperte da una maglia color della carne. Sul capo aveva tanto di berretto frigio; così laTraversi. Costei, di avvenenza sensuale, carnosa, e che chiamavano «l'avvocatessa» perchè voleva entrare in tutte le questioni, di tutto disputare, arbitra, recisa, meritava meglio il titolo d'«infernal dea» che le appioppò il Rovani ne' suoiCent'anni, velandola sotto il falso nome di «Falchi». Nata sul Lago Maggiore da bassa stirpe, sposò l'avvocato Traversi, vedovo d'una povera gobba, angelica di bontà, ricca, morta presto. Pur troppo incontreremo ancora quella dea.
Ma con le mode francesi d'allora le nudità formavano parte del programma rivoluzionario. La bellissima Paolina dagli occhi stellanti, sorella di Napoleone, ritratta dal Canova nella ben nota scultura che si ammira a Roma, è un nudo immortale e un documento del tempo. Il pittore Bossi, amico di Carlo Porta, la ritrasse col pennello, e senza veli anch'egli, com'ella volle; e il pover'uomo vestito com'era in una stanza caldissima dove dipingeva dal vero la dolcissima Venere côrsa, mollemente sdraiata, si buscò un'infermità. Dove è andata a finire quella pittura? Un amico mi introdusse, anni or sono, in un gabinetto segreto della sua casa, e, tolto un panno verde, che la copriva, mi mostrò una giovane formosa signora tutta nuda, nell'atto d'entrare nel bagno. Era sua nonna.
Ma non tutte le signore si bagnavano. Molte ne avevano persino paura. S'impiastravano il viso di cosmetici e belletti, e consideravano l'acqua e il sapone nemici.
Tabaccare era moda anche nell'alta società. Pensiamo alle conseguenze della lurida polvere, bruna, fetente, nelle rosee nari delle belle e lungo i veli delle loro vesti.... e nel fazzoletto di batista ricamato, che stringevano fra le dita ingioiellate.
Ma le lucide tabacchiere, dipinte talora da finissimi pennelli, presentavano signore vezzose, quando non erano impudiche ed oscene. Quest'ultime venivano mostrate di nascosto nelle conversazioni e ai teatri, con sorrisi analoghi; i più audaci possessori di quelle pitturette le mettevano sotto gli occhi delle più timide e delle ritrose....
Fra le più giovani dee, graziosissima, brillava Bibin Catena, congiunta d'un illuminato, venerando sacerdote, degno della porpora ed epigrafista eletto, che a Milano molti ricordano ancora con venerazione e che mi riferì particolari curiosi della morte di Carlo Porta: li leggeremo a suo tempo.
Lo Stendhal parla con garbo di Bibin Catena nelRome, Naples et Florence; racconta ch'ella gl'insegnò il tarocco. Guai a chi, nel bel mondo, non sapeva giuocare il tarocco! E ilgiuoco imperversava: si giuocava anche in teatro, mentre, sul palcoscenico, le ballerine sgambettavano e i cantanti si sfiatavano sudati per farsi applaudire.
Le beltà femminili, le donne di spirito si contavano a diecine. Circondate da letterati, da poeti, da artisti, da ufficiali, si abbandonavano a gaiezze, a pompe, a eccitazioni piacevoli; e non potevano farne senza in quelle settimane di generale delirio. La donna nei rivolgimenti politici si eccita: figurarsi in quelli della Repubblica cisalpina!
Ma le signore più intellettuali, come si direbbe oggi, preferivano recitare.
Anche la bellissima Teresa Pikler, moglie a Vincenzo Monti e madre di Costanza Perticari, di colei che fu chiamata la «divina Costanza», era appassionata dell'arte filodrammatica. Al suo desiderio l'eccelso poeta non si opponeva, lasciandole libertà di vita. Esaminando l'archivio del Teatro Filodrammatico trovo che, nella sera d'un 10 brumajo, recitò la Monti.
Una delle più solenni rappresentazioni degli animosi filodrammatici fu data per onorare i patriotti reduci di Cattaro e di Sebenico. Abbandonando Milano per l'imminente ritorno dei Francesi vittoriosi e spavaldi, i governanti austriaci avevano mandati i patriotti accusatidi fellonìa a Verona. Di là, quaranta furono spediti a Venezia e imbarcati per la Dalmazia; altri vennero cacciati prigioni nelle isole della laguna veneta. Dopo la battaglia di Marengo, centotrentuno di loro, ammucchiati nella stiva d'un trabaccolo, furono da Venezia trasferiti a Cattaro e a Sebenico, e chiusi in sotterranei, cinti di catene. Li mandarono poi alla fortezza di Petervaradino, come un branco di pecore. Ma trovarono colà un po' di clemenza, mercè un generale sassone e un capitano ungherese che concessero loro locali salubri, pasti copiosi, liberi passeggi in ampii cortili; ogni ben di Dio. Appena furono liberati, Milano si commosse: li invitò a pranzi, li festeggiò in tutti i modi. I soci del Teatro Patriottico li vollero a una rappresentazione allestita in loro onore. Fra un atto e l'altro, si gridò a squarciagola: Viva Robespierre! Morte ai tiranni! con battimani infiniti. Le spettatrici guardavano curiose quei reduci dalle fortezze, quei martiri, come si diceva, e li trovavano «abbastanza bene conservati». Carlo Porta, in una lettera al fratello Gaspare, scriveva:
«L'altro ieri sono qui giunti i nostri concittadini deportati, per la maggior parte in buonissimo stato di salute, di modo che pare piuttosto siano stati legati con della salciccia di Monza, che con delle catene di sessantalibbre di peso. Furono trattati ad un pranzo di trecento coperti, che fu dato dal Governo in casa Clerici, ed alla sera intervennero tutti al nostro Teatro Patriottico alla rappresentazione dell'Antigone, che fu data per loro espressamente dalla Società, con illuminazione esterna ed interna del teatro medesimo. Furono continue le grida di gioia, che empivano i vuoti fra un atto e l'altro della tragedia, fra le quali si udirono pure quelle solite di viva Robespierre e morte a Tizio, morte a Sempronio.»
Intanto, il Ministro degli affari esteri della Repubblica cisalpina, «unica ed indivisibile», mostrava la propria simpatia alla Società del Teatro Patriottico regalandole un ricco abito, che la Cicognara aveva indossato alla Corte di Torino; il dono era accompagnato da una lettera curiosa, conservata nell'Archivio di Stato di Milano. È tutta da godere.
«Cittadini,
»Il Direttorio governativo m'incarica di presentarvi un ricco abito, che potrà servire in molte occasioni alle decorazioni del vostro Teatro. Le circostanze lo hanno fatto servir prima ad una cerimonia diplomatica presso una Corte vana e corrotta, che sdegnava l'esterior semplice e franco della virtù e del merito.
»Nelle vostre mani esso avrà un uso ben più utile, e sotto questo rapporto io mi lusingo che vogliate gradire il pensiero di offrirvelo.
»Gradite pure in simile occasione l'espressione sincera della mia perfetta stima.
»Salute repubblicana!»
Gli attori del Teatro Patriottico ricevettero l'abito incriminato con molto giubilo. Intanto, recitavano a tutto spiano il Bruto e l'Antigone dell'Alfieri. Questo conte repubblicano non si sarebbe mai immaginato che le sue tragedie dovessero alimentare in Italia i furori de' suoi «cari» Francesi! Un bel giorno, la Società avvertiva il Prefetto dipartimentale d'Olona che essa si era «organizzata sotto il nome di Accademia dei Filodrammatici». Essa entrava, adunque, in una nuova fase; ed ecco come.
Una sera, in casa del medico rivoluzionario Giovanni Rasori, si tenne una seduta dei nostri filodrammatici fervorosi. Avevano dovuto lasciare in quei giorni la sala del Collegio Longone perchè riaperto ai giovani, e, non avendo più un teatro dove recitare, ne cercavano un altro, pronti anche a fabbricarselo: s'erano perciò raccolti in casa del Rasori che, tutto fuoco per l'arte e per la libertà, aveva promesso d'aiutarli, volendo che si continuasserole interrotte rappresentazioni a pro delle idee repubblicane, del «civismo».
Il Gran Consiglio dei Seniori, trasferito altrove, aveva lasciata libera la propria aula nella soppressa antica chiesa dei Santi Cosma e Damiano alla Scala; una chiesa dalla soffitta di legno, che avea visti molti monaci, i Gerolimini; ed ecco i filodrammatici a chiederla, per erigervi un teatro più comodo del primo, e il Direttorio esecutivo a concederla.
Ma i denari per la fabbrica? Non c'erano. I giovani repubblicani le tiravano verdi; e non sapevano a qual santo.... repubblicano votarsi. Però niente paura! Sulla torre della vecchia chiesa abolita, erano rimaste, raccolte in silenzio, quattro piccole campane. Che cosa facevano là le derelitte? Bisognava assolutamente farsele regalare dal Direttorio, e venderle, e ricavarne quattrini. Così fecero quei bravi giovani, con orrore e scandalo dei vecchi. Intanto si raccoglievano quattromila ottocento lire milanesi in sottoscrizioni: il governo cedette, per pochi soldi, pietre e legnami, e il famoso folignate Piermarini, l'architetto che aveva innalzata la Villa Reale di Monza, i teatri della Scala e della Canobbiana, il palazzo Belgioioso, ed altri, fu chiamato a erigere il teatro, o a dir meglio, a compiere un miracolo, costruendo con pochi denari, sulvecchio tempio di Dio, un nuovo tempio del diavolo, perchè l'arte teatrale era ancora dai torcicollo giudicata arte di perdizione.
Se non che, cambia la scena: cambia d'improvviso la fortuna francese, e si rovescia su Milano la valanga austro-russa col nuovo Attila, Suvaroff, che per tredici mesi si diverte a derubare, a offendere i cittadini spaventati, con le violenze più selvaggie. I lavori per il teatro rimangono interrotti: ma anche la reazione feroce, quando Dio vuole, cessa: e, come baleno, ritorna Napoleone, quell'«omett del cappellin», come lo chiama il Porta in un brindisi, e i lavori del teatro si compiono presto.
Se dobbiamo badare alPoligrafo, giornale letterario di quel tempo, si spesero più di centomila lire per la riduzione dell'edificio a teatro. Rimase, per altro, qual era, la rozza facciata dell'antica chiesa, molto brutta, e, in compenso, fu conservata una magnifica porta dello stile del periodo sforzesco, che in mezzo alla volgare manìa di cattivi restauri e di vendite ancor più volgari, fu lasciata anche oggi qual era. Il teatro fu costruito a quattr'ordini di loggie: nessuna divisione di palchi, nessuna distinzione pei posti. Fratellanza repubblicana anche in teatro, fratellanza perfetta, nei posti come nei soci. Andrea Appiani, il pittore principedel tempo, classicista del pennello elegante, regalò il sipario, da lui dipinto, rappresentante laVirtùche saetta e pone in fuga iVizi. Il Vaccani dipinse i parapetti delle loggie a finto bassorilievo; buoni scenografi approntarono gli scenari.
E seguì la prima solenne rappresentazione dell'Accademia, la quale contava la bellezza di sessanta accademici attori e di venticinque «iniziati» (si chiamavano proprio così!), mentre le piovevano continue protezioni dall'alto e incoraggiamenti d'ogni dove. Nella sera del 30 dicembre 1800, colla tragedia dell'Alfieri,Filippo, si ricominciarono le recite. Fu una sera memorabile; il successo fu lietissimo. La sempre corteggiata moglie del Monti, la sempre avvenente Teresa Pikler, che sosteneva la parte d'Isabella, fu incensata d'elogi. L'autorità aveva predisposto, per tempo, all'ordine con un manifesto affisso al teatro e che cominciava con questo profondo pensiero: «Senza istruzione non vi è libertà; senza buon ordine e tranquillità non vi è istruzione».
E il buon ordine venne indetto così:
«Nessuno degli spettatori potrà introdurre nel teatro, nè colà (sic) tenere cani, lucerne accese, scaldiglie, o vasi di fuoco di qualunque sorta, nè fumare tabacco, nè stare in piedi, nè tenere il cappello in testa durante la rappresentazioneper non impedire la vista ai posteriori (sic), nè fischiare, schiamazzare con battimani, o bastoni od altro. Nè far replicare alcun pezzo di suono, canto, recita, o pantomima; nè obbligare gli attori a sortire per ricevere applausi, nè fermarsi nell'andito in mezzo alla platea, nè offendere la decenza con pubblicità di atteggiamenti o clamori osceni, nè finalmente disturbare in altra simile guisa gli attori o l'uditorio.»
«Atteggiamenti osceni!» Si può dare di peggio? Le belle, vestite alla greca o alla romana, davano, è vero, agio alle satire sul gusto di quelle dell'almanacco intitolato:Le galanti scarselle della cortigiana Frine; ma speriamo che non avessero atteggiamenti osceni in teatro.
Le società filodrammatiche recitavano, in quel tempo, con ispaventevoli cantilene e latrati. Il carattere delle tragedie alfieriane spingeva anche gli attori più provetti all'enfasi declamatoria. Nell'articolo X d'un Regolamento, le cui prove di stampa leggo fra le curiosità bibliografiche della Biblioteca Ambrosiana, sta scritto che «oggetto primario dell'istruzione sarà d'animare il dialogo; d'ispirare agli attori il sentimento delle cose che recitano; di addestrarli al linguaggio muto degli occhi e della figura; e di togliere qualunque cantilena o vizio nel declamare». Notevolissimeparole che provano come la buona recitazione si volesse coltivare al Filodrammatico, dal quale uscirono infatti attori valorosi; basti citare Giuseppe Moncalvo che fu poi il famoso Meneghino così comicamente dipinto dal Brofferio ne'Miei tempi. Il Porta voleva scrivere un dramma per il Teatro Patriottico, come ne scrisse uno (e l'abbiamo accennato) per il teatro La Canobbiana. Certo, Ugo Foscolo promise a quegli attori una tragedia, Timocrate, come rilevo da una lettera autografa nell'archivio di quel teatro; ma non mantenne la promessa. Bensì mantenne la sua Vincenzo Monti, che concesse l'Aristodemo. Voleva il Monti stesso sostenere la parte di protagonista nella propria tragedia; ma, alle prove, s'ingarbugliò, si riconobbe impari al compito e cedette in fretta la parte a un altro dilettante cui, a rappresentazione finita, buttò le braccia al collo, ringraziandolo commosso.
Il Porta recitava con passione. Non sappiamo come quell'autentico ambrosiano pronunciasse la lingua di Dante. S'immaginano quali lutti per l'ortoepia! Il Porta preferiva le parti comiche alle tragiche, e vi riusciva con lieto successo, spargendo il buon umore in tutto il teatro. Ma non sempre poteva sbizzarrirsi in commedie di proprio gusto. Continuava in quel tempo l'andazzo del dramma piagnucoloso,e anche il Porta dovea seguire la corrente. Egli recita nella commediaTeresa la Vedovaaccanto all'ammirata Teresa Monti Pikler. E recita nelCiarlatano maldicente, nell'Abate de l'Epéedel Bouilly, e nella parte di Mastro Burbero nelCiabattino. Ed eccolo nelle vesti di Pietro inMisantropia e pentimento, dramma del Kotzebue allora in voga, e nella farsaCasa da vendere; poi si tramuta in don Ciccio nell'Amor platonico. E non basta: nella farsaI due prigionierisi fa applaudire senza fine. L'ultima volta che il pubblico dovette battergli le mani fu il 5 maggio 1804: egli sosteneva la parte di Ambrogio nel lugubre drammaCarlotta e Wertherdel Sografi. D'allora in poi non recitò più; ma rimase «attore accademico», elevato titolo per quella scena, dove essere ammessi era onore.
Nell'archivio di quel teatro si trovano le vestigia d'una battaglia di quinte. Carlo Porta voleva sostenere la parte dell'altero spiantato marchese di Forlimpopoli nellaLocandieradel Goldoni; e gli era contesa da un altro attore. Ne nacquero disgusti, collere. Il poeta, infuriato, presenta le proprie dimissioni; e quei signori a scrivergli che non si accettano affatto, infiorandolo di elogi. E allora il Porta ad assicurare «ch'esso, sopprimendo volentieri quanto ha sofferto di disgustoso, si restituivadi buon grado alla qualità prima di attore ed offriva interamente i di lui scarsi talenti alle provvide mire dell'Istituto».
Oltre l'Aristodemocon quel po' po' di scena allegra delle «fumanti viscere» della squarciata figlia innocente, Vincenzo Monti fece rappresentare al teatro repubblicano per eccellenza ilCajo Gracco, che, appena composto, volle leggere egli stesso agli amici entusiasti che l'attorniavano.
Intanto, avveniva in città un fatterello abbastanza comico. Nelle sue carte inedite Carlo Porta racconta che, avendo il Teatro Patriottico assunto il nome di Filodrammatico, il popolo, per derisione, chiamòfiloanche le altre Società filodrammatiche. Così il teatrino del «Gambero» fu battezzato «Teatro dei Filogamberi»; e i poveri dilettanti a riderne di malavoglia, a promettere rappresentazioni, alla Scala, a pagamento, per comperare dei cavalli e fornirne l'esercito napoleonico; a farsi in cento, in mille pezzi pur di segnalarsi. Si trattava di una gara d'emulazione e di gelosia filodrammatica. E il Porta li bollava colla sua ironia così:
Bravi, sciur rezitant! Se Dio 'l v'ha daaLa deslippa de vess curt de danee,A tuttamanca el v'ha pœu compensaaCon fior de tolla che la var pussee!...[29]
Bravi, sciur rezitant! Se Dio 'l v'ha daaLa deslippa de vess curt de danee,A tuttamanca el v'ha pœu compensaaCon fior de tolla che la var pussee!...[29]
Bravi, sciur rezitant! Se Dio 'l v'ha daa
La deslippa de vess curt de danee,
A tuttamanca el v'ha pœu compensaa
Con fior de tolla che la var pussee!...[29]
Il figliastro di Napoleone, Eugenio Beauharnais, proteggeva l'Accademia, di cui era socio. Volle compensarne con tremilacinquecento lire l'istruttore artistico, certo Andolfati, e volle assistere all'Antigone: serata degna di storia.
Una cantata del Monti, posta in musica dal maestro Gnecco, esaltava in Eugenio «il valoroso figlio del maggior de' mortali». Sul palcoscenico troneggiava, inghirlandato di fiori, il busto dell'Alfieri; busto che, pochi giorni prima, veniva decorato nello stesso teatro di corone con recitazioni del Torti e del conte Giovanni Paradisi, armeggione, adulatore, che seppe salire a presidente del Senato del Regno italico, e segno all'ira del Foscolo nell'Ipercalissi.
Non si lasciava trascorrere occasione per onorare in quel teatro i dominatori: oggi Napoleone, domani Francesco I. Per l'onomastico di Napoleone si preparò una serata, con isfoggio di lumi e di epigrafi sbalorditoie. Sulla porta del teatro leggevasi:Al nome del grande — dei principi — dei popoli — delle arti — proteggitore — l'Accademia Filo-drammatica di sè maggiore(sic!)per Eugenio — primogenito al cuore di Napoleone — socio auspice presente.