XIV.Moderati, accorti ripieghi di Napoleone. — Nuove nomine napoleoniche. — Un ladrone: Sommariva. — I cittadini Visconti e Ruga e le loro mogli. — Il generale Massena lascia Milano con la borsa ricca. — I Comizi di Lione. — Solenne proclamazione della Repubblica italiana: Napoleone presidente, Francesco Melzi d'Eril vice-presidente. — Morte dell'arcivescovo Visconti e del deputato Raffaele Arauco primo marito della moglie di Carlo Porta. — Napoleone disarma Leopoldo Cicognara. — Torna in ballo la moglie del Cicognara. — Murat contro il Melzi. — Una Fossati intrigante politica. — Finte collere di Napoleone. — L'ordine è ristabilito. — Grandi innovazioni. — Il vaiuolo, l'innesto e una poesia di Carlo Porta. — Il Melzi rende onore alla memoria dell'Arauco. — Le poesie dell'Arauco.
Moderati, accorti ripieghi di Napoleone. — Nuove nomine napoleoniche. — Un ladrone: Sommariva. — I cittadini Visconti e Ruga e le loro mogli. — Il generale Massena lascia Milano con la borsa ricca. — I Comizi di Lione. — Solenne proclamazione della Repubblica italiana: Napoleone presidente, Francesco Melzi d'Eril vice-presidente. — Morte dell'arcivescovo Visconti e del deputato Raffaele Arauco primo marito della moglie di Carlo Porta. — Napoleone disarma Leopoldo Cicognara. — Torna in ballo la moglie del Cicognara. — Murat contro il Melzi. — Una Fossati intrigante politica. — Finte collere di Napoleone. — L'ordine è ristabilito. — Grandi innovazioni. — Il vaiuolo, l'innesto e una poesia di Carlo Porta. — Il Melzi rende onore alla memoria dell'Arauco. — Le poesie dell'Arauco.
Moderati, accorti ripieghi di Napoleone. — Nuove nomine napoleoniche. — Un ladrone: Sommariva. — I cittadini Visconti e Ruga e le loro mogli. — Il generale Massena lascia Milano con la borsa ricca. — I Comizi di Lione. — Solenne proclamazione della Repubblica italiana: Napoleone presidente, Francesco Melzi d'Eril vice-presidente. — Morte dell'arcivescovo Visconti e del deputato Raffaele Arauco primo marito della moglie di Carlo Porta. — Napoleone disarma Leopoldo Cicognara. — Torna in ballo la moglie del Cicognara. — Murat contro il Melzi. — Una Fossati intrigante politica. — Finte collere di Napoleone. — L'ordine è ristabilito. — Grandi innovazioni. — Il vaiuolo, l'innesto e una poesia di Carlo Porta. — Il Melzi rende onore alla memoria dell'Arauco. — Le poesie dell'Arauco.
Per illustrare l'opera poetica di Carlo Porta, che respira dell'aura del suo tempo, dobbiamo ripigliare il filo degli avvenimenti che trasformarono di nuovo Milano.
Napoleone, che, alla vigilia d'invadere Venezia e di rovesciarne la secolare gloriosa Repubblica, aveva brutalmente minacciato d'essere un Attila pei Veneziani, che allora non potevano difendersi perchè inermi, non eseguì alla lettera gli ordini infami del Direttorio francese,il quale lo eccitava a infliggere al territorio milanese il maggior male possibile, col «guastare anche i canali e le altre opere pubbliche».
Ritornato padrone del Milanese mercè la portentosa vittoria di Marengo, Napoleone, trovando necessario restaurare la Repubblica cisalpina, sorresse la parte onesta e moderata contro gli esaltati e i facinorosi, che avevano oppressa, oltraggiata la Repubblica, con lo spogliarla da quei ladroni che erano:gatt in grandli chiamò il Porta;incliti ladrili chiamò il Foscolo. Giovanni Battista Sommariva, prima segretario, poi membro, quindi presidente del Direttorio, fu escluso con suo pubblico disdoro dal secondo Direttorio; ma egli, da umile stato, s'era ormai formato, con le ruberie, enormi ricchezze; parte delle quali spese (manco male) nell'acquisto d'opere d'arte per adornarne la sontuosa villa dei Clerici, da lui comperata nell'incantevole Cadenabbia sul lago di Como, e caduta più tardi in mani tedesche. I soli accademici bassorilievi delTrionfo d'Alessandrodel Thorvaldsen, che fasciano le pareti d'una sala della villa, il Sommariva li pagò mezzo milione, cifra maiuscola allora!
Napoleone, non ostante la ben nota mediocre intelligenza del leguleio Sommariva, lo aveva nominato, non si sa perchè, insiemecol marchese Visconti e con l'avvocato Ruga, marito della stupenda, procace dea che abbiamo trovato alla Scala, a membro del Comitato che concentrava le attribuzioni d'una disciolta Commissione di nove membri, fra i quali Raffaele Arauco, primo consorte della moglie di Carlo Porta; ma non tardò a conoscere quella buona lana del Sommariva e lo colmò di sommo disprezzo. A dir vero, le male lingue si esercitarono anche sul conto del Visconti e del Ruga: dicevano che i due «cittadini» avevano ottenuto quei posti in grazia delle loro mogli troppo sorridenti ai primari generali francesi.... Notissimo che la Visconti era l'amante del generale Berthier; ma era uomo di probità specchiata; e l'avvocato Ruga aveva spiegata virile, oculata fermezza nella questione della vendita dei beni nazionali. Intanto, il generale Massena se n'era andato da Milano, non senza aver prima costretto la Municipalità a sborsargli 300,000 lire; e fu sostituito da un Brune, che lasciò bastonare dai profughi cisalpini, rientrati, preti e frati sugli scalini del Duomo.
Ma la seconda Repubblica cisalpina non finiva di piacere allo stesso Napoleone, che rivolgeva nella mente vastissima innovazioni più ampie.
Da questo momento, il Grande spiega meglio la sua prodigiosa potenza di statista e di legislatore.
Per formare una seria repubblica, Napoleone, che intanto, per le strepitose vittorie riportate, da generale era salito a primo console in Francia, convocò a Lione unaConsulta straordinaria di 452 notabili(notabili moderati, si noti) dei ventiquattro dipartimenti onde la Cisalpina era composta: Milano capitale.
La scelta stessa di Lione a sede della Consulta rassicurava. Lione, nel 1793, non era insorta contro la Convenzione nazionale, ligia qual era alla monarchia?
Ma la stagione volgeva rigidissima. Nevi e nevi. Pure tutti mossero al convegno solenne; tanta era la sete di uno stabile riordinamento. L'arcivescovo di Milano, Filippo Visconti, colui che aveva incensato l'eretico Suvaroff nel Duomo, rispose, benchè ottuagenario, anch'egli alla chiamata. Giunse a metà dicembre a Lione; ma il povero vecchio soccombette ai disagi del viaggio, al rigore dei geli, alla grave età, alle vive emozioni. E, a Lione, morì un altro deputato, e dei migliori, l'accennato Raffaele Arauco, poeta ed ex-ministro della Cisalpina.
IComizi di Lione(così li chiamarono), furono preseduti dallo stesso altero Napoleone; e non fecero che approvare, quasi senza discussione,lo statuto che il Bonaparte aveva bell'e preparato e portato con sè.
Un presidente elettivo, decennale, a cui spetta la nomina dei ministri; tre Collegi elettorali, composti uno di possidenti, il secondo di dotti, il terzo di commercianti; una Consulta di Stato di otto cittadini, che eleggono il presidente, vigilano all'ordine interno e curano le relazioni diplomatiche; una Commissione di Censura composta di 21 cittadini, nominati in egual proporzione dai Collegi elettorali, la quale deve eleggere i membri della Consulta, del Corpo legislativo e dei Tribunali supremi; un Corpo legislativo formato di 75 cittadini, cui spetta di fissare le proposte di legge; un Consiglio legislativo, composto almeno di dieci cittadini, il cui compito è quello di compilare le proposte di legge e sostenerne la difesa di fronte al Corpo legislativo; ecco qual era la nuova Costituzione. A presidente fu eletto dai Comizi, quasi unanimi, Napoleone. E, per volontà di questo, a vicepresidente Francesco Melzi «il Giusto».
Così la Repubblica si spogliò del nome screditato e restrittivo di Cisalpina, e assunse quello diRepubblica Italiana.
Era il 26 gennaio 1802.[52]
E ora un aneddoto, che dimostra l'abilità astuta e pieghevole, in certi casi, dell'uomo più dispotico e indomabile autoidolatra insieme, che sia comparso nella storia moderna.
Leopoldo Cicognara, già membro del Gran Consiglio della Cisalpina, ambasciatore della stessa a Torino, e deputato ai Comizi di Lione per Ferrara, aveva negato il proprio voto a Napoleone quale presidente della Repubblica. Napoleone lo seppe e, nell'uscire dal Consesso, gli disse sorridendo: «Ah! Cicognara!... Vi ho nominato consigliere di Stato».
Più tardi, Napoleone gli dirà:
«Cicognara! Non badate ai consigli di vostra moglie, altrimenti cadrete nella mia disgrazia per sempre».
Noi conosciamo, e abbiamo già sentita la contessa Cicognara.
Dieci nazioni (come Napoleone chiamava le regioni italiane....) formavano la Repubblica italiana: milanesi, mantovani, bolognesi, novaresi, valtellinesi, romagnoli, bergamaschi, cremaschi, bresciani e veneziani; ma anche i suoi giorni erano contati; giorni, peraltro, pieni di febbrile lavoro civile.
Il Melzi, dopo quattro anni d'esilio, rivide il 7 febbraio la sua Milano, che lo accolse con onore. Alla sera, quando al teatro alla Scala s'affacciò a un palco fra i generali Pino eMurat (che, geloso di lui, gli minava sotto il terreno), una salva d'applausi lo accolse. Una clamorosa festa di ballo, gratuita (figurarsi quali coppie squisite!), seguì allo spettacolo.
Solenne l'inaugurazione della Repubblica italiana. Si svolse il 14 febbraio, con altosonanti versi del Monti, che si leggevano sotto improvvisati e simbolici bassorilievi. Napoleone vi era chiamato «gallico eroe».
Furono nominati i ministri. Giuseppe Prina, novarese, forte finanziere, venne chiamato alle finanze per volontà dello stesso Napoleone, che lo aveva udito parlare saggiamente nei Comizi di Lione. Chi mai avrebbe profetato all'infelice che, dodici anni dopo, sulle vie di Milano....!?
Il Melzi si circondò d'uomini valenti e retti. Sfollò gli uffici pubblici da orde d'impiegati accolti per favori, non per merito, e premiò il merito. Il ladro Sommariva, rovesciato, tentava, sorretto dal Murat e da una signora Fossati, con arti subdole, di rovesciare il Melzi, che nelMoniteursvelò alla fine le sue ribalderie nella pubblica amministrazione, e lo bollò per sempre con marchio di fuoco.
Quella signora Fossati, una intrigante sullo stampo della famigerata moglie del famigerato avvocato Traversi, teneva conciliaboli controil «sistema francese». Napoleone lo seppe, e accusò i ministri di trascurare il loro dovere, perchè non sopprimevano quei convegni, e trascese in oltraggiosi dubbi sulle sorti della Repubblica. Ma era facile capire che quelle sfuriate non si risolvevano che in un astuto pretesto, per preparare la distruzione della Repubblica, pur fresca creatura sua, e aprirsi la via al trono, come fu.
Intanto, l'ordine a poco a poco fu ristabilito. La religione, il culto e i suoi ministri riebbero il pubblico rispetto. Rialzàti in onore gli studi e gli studiosi; fondate nuove istituzioni civili; abolito il calendario repubblicano francese, che imbrogliava cominciando col 22 settembre, e faceva ridere i buoni ambrosiani con quelbrumaio, nevoso, piovoso.... anche quando risplendeva il più bel sole d'Italia.
Un atto politico-religioso rilevantissimo non va pretermesso: il concordato col papa. Lo volle Napoleone, che alla fine dichiarò la religione cattolica religione dello Stato, e liberi gli ecclesiastici di possedere. Ma, nel promulgare il concordato, Napoleone, obbedendo alla voce imperiosa dell'innato dispotismo, ne fece una delle sue: v'aggiunse alcuni capitoli che menomavano le prerogative ecclesiastiche. Il papa, ch'era Pio VII (Chiaramonti), successo allo straziato Pio VI, del quale doveva seguirela sorte con la violenta deposizione dal potere temporale, non volle, per quel motivo, pubblicarlo; e in quel momento (non poi) fu degno del suo soglio.
La Repubblica italiana pensò alla salute pubblica. Il vaiuolo faceva strage ogni anno. Fu quindi emanato l'ordine sull'innesto obbligatorio, con pene ai medici che si fossero rifiutati a praticarlo, gratuitamente, a tutti coloro che lo richiedevano.
Milano non fu tra le prime città che accogliessero l'innesto del vaiuolo. Non ostante l'apostolato del dottor Sacco, le pubblicazioni di Emanuele Timone (1713), di Giovanni Calvi (1762), di Giammaria Bicetti de' Buttinoni (1765), dei versi del Parini sull'innesto indirizzati appunto al dottor Bicetti e a' quali il Manzoni, da giovane, voleva far seguire un poema rimato,L'innesto del vaiuolo, di cui si conoscono solo due mirabili versi; non ostante gli sforzi di altri che cercavano di vincere i pregiudizi contro l'invenzione benefica, questi duravano. Anche più tardi, e per un bel pezzo, le madri si mostravano restie a concedere i propri bambini ai vaccinatori. Carlo Porta trovò il punto comico di codeste titubanze delle madri, e, come spirito liberale, cercò di dissipare i pregiudizi ridicoli col ridicolo. Un suo sonetto si finge diretto a un pezzo grosso,al solitoillustrissimo. È malizioso, salace, arguto:
A proposet, lustrissem, de vaccinna,[53]Ch'el senta, s'el vœur rid, questa ch'è chì,Ch'el sarà on mês che la m'è occorsa a mìIn del fà vaccinnà la Barborinna.Gh'era in cà del dottor ona mamminnaChe l'eva in d'on fastidi de no dìPer scernì fœura el sit de fà insedìI varœul a ona sova piscininna.Minga chì, perchè chì el dà tropp in l'œucc,Minga là, perchè là se vedarà,Chì nanch, perchè ghe resta el segn di bœucc.Tira, bestira on mondo de reson;Fin ch'el medegh, per falla quïettà,Femmegh l'inest, el dis, in sui garon?Oh, che tocc de mincion!(La sclama sta sciorinna a l'improvvista),Sui garon? giust inscì: pussee anmò in vista!
A proposet, lustrissem, de vaccinna,[53]Ch'el senta, s'el vœur rid, questa ch'è chì,Ch'el sarà on mês che la m'è occorsa a mìIn del fà vaccinnà la Barborinna.Gh'era in cà del dottor ona mamminnaChe l'eva in d'on fastidi de no dìPer scernì fœura el sit de fà insedìI varœul a ona sova piscininna.Minga chì, perchè chì el dà tropp in l'œucc,Minga là, perchè là se vedarà,Chì nanch, perchè ghe resta el segn di bœucc.Tira, bestira on mondo de reson;Fin ch'el medegh, per falla quïettà,Femmegh l'inest, el dis, in sui garon?Oh, che tocc de mincion!(La sclama sta sciorinna a l'improvvista),Sui garon? giust inscì: pussee anmò in vista!
A proposet, lustrissem, de vaccinna,[53]
Ch'el senta, s'el vœur rid, questa ch'è chì,
Ch'el sarà on mês che la m'è occorsa a mì
In del fà vaccinnà la Barborinna.
Gh'era in cà del dottor ona mamminna
Che l'eva in d'on fastidi de no dì
Per scernì fœura el sit de fà insedì
I varœul a ona sova piscininna.
Minga chì, perchè chì el dà tropp in l'œucc,
Minga là, perchè là se vedarà,
Chì nanch, perchè ghe resta el segn di bœucc.
Tira, bestira on mondo de reson;
Fin ch'el medegh, per falla quïettà,
Femmegh l'inest, el dis, in sui garon?
Oh, che tocc de mincion!
(La sclama sta sciorinna a l'improvvista),
Sui garon? giust inscì: pussee anmò in vista!
E Milano si divertiva. Nella sera del 3 marzo il Melzi diede un ballo ufficiale, con tremila invitati. Quale sfoggio di sfolgoranti, affollate uniformi militari, e abbigliamenti femminili, bianchi, rosei, procaci; quali bellezze e brio!
Si proclamavano le benemerenze acquistate verso la patria. Si assegnavano pensioni ad artisti, a figli di militari, a vedove di cittadini benemeriti. E altre feste allora!
Fra le benemerenze proclamate dal vicepresidente Melzi, vi fu quella in nome di Raffaele Arauco, morto a Lione. Il Melzi lo dichiarò benemerito della patria, e assegnò una pensione, non piccola per quel tempo, con decreto del 30 novembre 1802, alla graziosa vedovella Vincenza Prevosti:
«Alla cittadina Vincenza Prevosti vedova di Raffaele Arauco, membro della Commissione di Governo, deputato ai Comizi di Lione, ed ivi mancato di vita, lasciando di sè alla patria, dopo lunghi servigi, nella sua povertà, onorata memoria, il Governo italiano accorda la pensione annua di lire tremilacinquecento.Melzi».[54]
«Alla cittadina Vincenza Prevosti vedova di Raffaele Arauco, membro della Commissione di Governo, deputato ai Comizi di Lione, ed ivi mancato di vita, lasciando di sè alla patria, dopo lunghi servigi, nella sua povertà, onorata memoria, il Governo italiano accorda la pensione annua di lire tremilacinquecento.
Melzi».[54]
Raffaele Arauco era verseggiatore applaudito, e improvvisava volenteri nelle brigate eleganti. Una sera, Napoleone volle che improvvisasse davanti a lui un sonetto e gli fissò le rime tutte bizzarre e tutte tronche.
Da' versi inediti dell'Arauco, che trovo fra vecchie carte, rilevo come cantasse facilmente a Clori, a Mirtillo, a Cloe, a tutti quelli idoletti arcadici, insomma, che Carlo Porta derise con la satira contro un poetino bergamasco, il conte Suardi:
Puresin (pulcino) che in ParnassinPien d'estrin fa frin frin col ghittarin.
Puresin (pulcino) che in ParnassinPien d'estrin fa frin frin col ghittarin.
Puresin (pulcino) che in Parnassin
Pien d'estrin fa frin frin col ghittarin.
In una sola poesia l'Arauco tocca il cuore, quando deplora la morte del Parini.
Ma l'Arauco, meglio che nei versi, si segnalò nel governo della cosa pubblica. Questo arcade era uomo politico non volgare. Sedette ministro della Cisalpina, poi fu de' nove componenti della accennata Commissione di governo, e deputato ai Comizi di Lione. Il Melzi nutriva di lui alta stima per il suo carattere e per lo zelo nel compiere il proprio mandato. Mentre altri rubava a man salva, l'Arauco seguiva rigido i dettami dell'onestà.
Nel 1802, appena giunto a Lione per assistere ai Comizi, il povero deputato moriva,nella casa d'un negoziante, a soli quarantacinque anni, lasciando la terza parte de' propri beni al padre e il resto alla moglie Vincenza; il che prova che egli non era in «povertà», come diceva il decreto del Melzi.