XVIII.La guerra di Russia e gl'Italiani. — I nostri generali e i nostri soldati. — Partenza dei nostri da Milano. — I primi eroismi. — Ciò che racconta il barone Zanòli. — Il vicerè Eugenio insulta i nostri soldati. — Vivo alterco fra il generale Pino e il vicerè. — Il piano di guerra russo. — Lombardi feriti. — Gl'Italiani alla Moscowa. — Scene orrende. — Napoleone biasimato dai nostri sul campo. — All'incendio e al saccheggio di Mosca. — Altre scene d'orrore. — Una bottega di confetti. — Abbigliamenti grotteschi. — Cinico motto di Napoleone sulla sua salute. — Le perdite italiane accertate. — Il ritorno delle «aquile» napoleoniche a Milano. — Il generale Lechi.
La guerra di Russia e gl'Italiani. — I nostri generali e i nostri soldati. — Partenza dei nostri da Milano. — I primi eroismi. — Ciò che racconta il barone Zanòli. — Il vicerè Eugenio insulta i nostri soldati. — Vivo alterco fra il generale Pino e il vicerè. — Il piano di guerra russo. — Lombardi feriti. — Gl'Italiani alla Moscowa. — Scene orrende. — Napoleone biasimato dai nostri sul campo. — All'incendio e al saccheggio di Mosca. — Altre scene d'orrore. — Una bottega di confetti. — Abbigliamenti grotteschi. — Cinico motto di Napoleone sulla sua salute. — Le perdite italiane accertate. — Il ritorno delle «aquile» napoleoniche a Milano. — Il generale Lechi.
La guerra di Russia e gl'Italiani. — I nostri generali e i nostri soldati. — Partenza dei nostri da Milano. — I primi eroismi. — Ciò che racconta il barone Zanòli. — Il vicerè Eugenio insulta i nostri soldati. — Vivo alterco fra il generale Pino e il vicerè. — Il piano di guerra russo. — Lombardi feriti. — Gl'Italiani alla Moscowa. — Scene orrende. — Napoleone biasimato dai nostri sul campo. — All'incendio e al saccheggio di Mosca. — Altre scene d'orrore. — Una bottega di confetti. — Abbigliamenti grotteschi. — Cinico motto di Napoleone sulla sua salute. — Le perdite italiane accertate. — Il ritorno delle «aquile» napoleoniche a Milano. — Il generale Lechi.
Di notte, le fessure delle capanne russe, dove i soldati francesi assiderati riparavano confusi alla peggio, come belve, venivano otturate con pezzi di cadaveri gelati.... Questo ricordo d'un cieco ammiratore di Napoleone I, Stendhal, è appena un languido tocco degli orrori nei quali l'egoismo del condottiero côrso gettò l'esercito suo in Russia: il più vasto esercito che fino allora il sole avesse visto.
Napoleone aveva svelato al conte di Narbonne il disegno non solo di abbattere lo czar Alessandro e di conquistare un nuovo trono, madi rovesciarsi sull'India e impadronirsi anche di quella. Sogno titanico, ingoiato da un abisso spaventevole di vittime umane, non compiante dal Despota.
Ah, il giovane czar Alessandro di Russia, il suo amico di ieri, da lui abbagliato di lusinghe nei congressi di Tilsitt e di Erfurt, non gli era più amico? Sì, è vero: lo czar, per piacere a Napoleone, aveva chiuso i porti russi all'Inghilterra; e poi li riaperse. Ma Napoleone non occupava forse, contro i patti, la città di Danzica, prossima alle frontiere russe? Non aveva egli ristabilito il ducato di Varsavia, volendo quasi ricostituire il regno della misera Polonia?... Non si era appropriati gli Stati del duca d'Oldemburgo?.... Begli alleati davvero! E poi.... se Alessandro s'era innamorato per un giorno di Napoleone, lo detestavano i Boiari, coi quali lo czar doveva pur fare i conti: e i Boiari obbligarono lo czar a gravare di nuova tariffa le merci francesi!...
Oltre mezzo milione di soldati Napoleone radunò intorno al fulgore delle sue aquile dorate, copiate da quella d'Aquileia. Ma i Francesi, quasi presaghi del disastro, balbettavano, atterriti, parole amare contro la nuova coscrizione. I soldati francesi erano 250,000 e 60,000 i polacchi col principe Poniatowski, il Baiardo polacco, a capo, anelanti di meritare l'indipendenzanazionale, ahimè! fatta sperare e non concessa. Gli altri soldati erano sassoni, bavaresi, austriaci, prussiani (l'Austria e la Prussia si erano confederate con Napoleone) e spagnoli, portoghesi, svizzeri, westfalici, wirtemburghesi; e poi soldati di Baden, di Darmstadt, di Gotha e Weimar, di Würtzburg, della Franconia, del Meklemburg e d'altri minuscoli principati, soggiogati dal prepotere del Despota; e italiani, sì, italiani, che al rullo del tamburo, sfilavano al comando di Eugenio, vicerè del Regno d'Italia, che pretendeva rifare i gesti e le collere del padrone, come succede spesso ai servi; e al comando dei generali Teodoro Lechi, bresciano, e Domenico Pino, milanese. La cavalleria, 60,000 cavalli, galoppava dietro il bianco cavallo impennacchiato del formoso Murat, re di Napoli, figlio d'un oste, che la comandava. Austriaci e Prussiani odiavano nel fondo del cuore Napoleone e lo combatteranno domani, e come!, ma intanto, per necessità, erano stati gettati ai piedi del dominatore da Federigo Guglielmo e da Francesco I, coi cavalli e coi buoi. E donne, molte donne, seguivano insieme con le salmerie i guerrieri napoleonici: vivandiere, mogli, serve e amanti. Dalle sponde dell'Oceano e dell'Adriatico, dalle sponde del Mediterraneo e del Baltico, i corpi della Grande Armata conversero,svariate falangi votate alla morte, nel suolo tedesco per raccogliersi lungo l'Elba, l'Oder, la Vistola.
E l'oro?... Un enorme tesoro il Bonaparte si tirava dietro; ma anche (come narra lo stesso Thiers) un'enorme quantità di biglietti falsi, di dieci, cento, cinquecento rubli.... Un Napoleone alla pari dei falsari smascherati della Rivoluzione?... Ma il buffo, nell'epopea napoleonica, si mescola al tragico.
Sì. Quali buffe mascherate carnevalesche volle offrire ai milanesi Eugenio, alla vigilia di partire con 27,000 uomini, 7700 cavalli, 58 cannoni, 702 carriaggi per trasporti militari voluti da Napoleone! Il giovedì grasso, 13 febbraio 1812, sul corso diPorta Riconoscenza(già Porta Orientale), lanciò sedici fragorosi e spettacolosi carri rappresentanti, non sappiamo perchè, le Stagioni; li lanciò pure il sabato grasso con una mascherata di Corte raffigurante in due barche la conquista del vello d'oro; e il popolino guardava a bocca aperta; non sapeva nulla del vello.
Le truppe napoletane, che, avvezze al mite clima nativo, tanto soffersero nei geli della Russia, vedevano nello stato maggiore i loro Florestano Pepe e Giuseppe Rossaroll, nomi poi cari dell'indipendenza italiana. Il 111º fanteria, l'eroico reggimento piemontese, era comandatodal Davoût, il vittorioso d'Abukir. Appartenevano a quel reggimento Pietro Arnisano, che, a Mosca, ebbe quattordici ferite di sciabola, e Michele Chiabotto, crivellato anch'esso di ferite spietate. E forse era di quello stesso reggimento l'italiano di cui parla Alberto Sorel nelleNotes sur la campagne de Russie, Arnisano, lui, il più allegro dei soldati. Questi ebbe, come tanti e tanti, i pollici dei piedi gelati, in Russia; preso dalla cancrena, non poteva sopportare calzature, e ogni sera si tagliava con un coltello la carne incancrenita, poi avvolgeva di stracci ciò che rimaneva de' suoi piedi, e andava! A Wilna, non gli rimasero più che i talloni.... E scherzava, rideva.... Morì ridendo.
Tutte le lingue, tutti i dialetti s'incrociavano. Il prode colonnello Gaspare di Bellegarde, piemontese, capo di stato maggiore della divisione Compans, incitava i compatriotti col dialetto natìo. Egli scoprì che, al suo fianco, combatteva un suo fratello di latte, certo Pralavario di Almese, semplice fantaccino del 111º.
Infinite le scene di affetto, di eroismo e di atroce barbarie in quella spaventevole e stolta campagna, nella quale il freddo giunse a 27 gradi; freddo cominciato fin dagli ultimi di giugno e cresciuto il 1º luglio, quando gli Italiani avevano già passato il Niemen, e ilvicerè Eugenio (narra il barone Alessandro Zanòli nell'operaSulla milizia cisalpino-italiana, vol. II, pag. 193) provò «grande soddisfazione vedendo questa schiera da lui creata entrare nel territorio nemico a 600 leghe dal proprio paese, osservando il medesimo ordine e la medesima disciplina come se operasse evoluzioni sulla piazza davanti al regio palazzo della capitale, Milano».
Varcando il Niemen le truppe italiane gittavano alte grida di gioia. Gli Italiani, riscossi dalle mollezze, dal torpore secolare, rinascevano adunque al valore delle armi, invocate un dì da Nicolò Machiavelli per la forza e per il decoro d'Italia! Ma non combattevano per l'Italia.
Eugenio, il vicerè, istigato dal generale Anthourd, suo aiutante, il quale disprezzava tutti coloro che non erano francesi, si mostrò talvolta ben ingiusto e mascalzone verso i nostri!... Il 19 luglio 1812, a Dokchsizy, per una questione di biscotti (la fame infieriva), osò dire agli Italiani: «Se non siete contenti, ritornate pure in Italia, chè nulla m'importa di voi; nè temo le vostre spade più dei vostri stili!»
A Malo-Jaroslawetz le truppe italiane combatterono con valore, con gloria. «È una giornata che l'esercito d'Italia deve inscrivere neisuoi fasti», scrisse un prode: il generale francese Rapp, aiutante di campo di Napoleone, i cuiMémoires(1832) meriterebbero d'essere meglio conosciuti. Lo stesso Napoleone, nel suo 27º bollettino, lodò gl'italiani in quella giornata.
Accanto al castello dove stava il principe Eugenio scoppiò un incendio. Alcuni maligni lo attribuirono a vendetta degli Italiani.
Fra Eugenio e il general Pino sorse fierissimo alterco. Il Pino disse: «Poichè Vostra Altezza non vuol rendere agli Italiani la giustizia che meritano, corro ad ottenerla dall'imperatore». E depose la spada. Eugenio tentò di addolcirlo; gli rese la spada. S'accorse poi che gli Italiani, lungi dal serbargli rancore per gli stupidi oltraggi, lo seguirono con fedeltà e con eroismo continuo.
Era placidamente terribile il piano di battaglia seguìto dai russi. Lo czar si trovava a una festa di ballo, nel castello di Zakret presso Wilna, quando apprese che le truppe napoleoniche avevano varcato il Niemen. E subito ordinò di sgombrare la Lituania. I combattenti russi erano meno numerosi dei francesi e volevano stancare il nemico con lo sfuggire, più che era possibile, gli scontri, col lasciare abbandonati villaggi e città. Il conte di Maistre attribuisce a un ufficiale prussiano, certo Pruhl, il piano di stancare e affamare i francesi senzadare loro battaglia. La cavalleria dei selvaggi cosacchi, che Napoleone disprezzava (cette méprisable cavalerie, come la definì nel suo famoso 29º bollettino della Grande Armata), appariva, come una torma di mostri, e scompariva. Ma aspre battaglie s'ingaggiarono, battaglie macelli.
I russi si appiattavano nelle foreste e di là sparavano i loro cannoni. Un italiano, il comandante Scipione Della Torre, compì allora atti di audacia, a capo de' suoi cavalleggeri; così il colonnello Peraldi. Si era a Ostrowno, e qui fu combattuta aspra battaglia. I russi avevano 20,000 fanti e 6000 cavalli e sembrava avessero il sopravvento. Eugenio si rivolse ai nostri ed esclamò: «Ora confido nella mia brava Guardia!» Risposero i nostri con grida generose di plauso al loro offensore di ieri, con grida di gioia. I due battaglioni dei coscritti della Guardia reale, comandati dal colonnello Peraldi, scacciarono dalla foresta quei russi, che li cannoneggiavano nella loro direzione. Giunse sul campo, ammirato come un dio, Napoleone, e ordinò di respingere l'attacco. I nostri cannonieri si illuminarono allora di esultanza, di valore e di gloria: così la brigata di cavalleria leggera italiana comandata dal Viilata. Il colonnello Antonio Banco, comandante il secondo reggimento di cacciatori, daSourai inseguì un convoglio russo ben scortato; e, dopo accanito conflitto, fece cinquecento prigionieri e sequestrò i bagagli. A Viliz i nostri vinsero ancora i cosacchi. Benedetto Giovio di Como fu ferito da tre colpi di baionetta ed ebbe il cavallo ucciso. Quell'eroe, atteso dal vecchio padre, superbo di lui, morì poi di stenti; non così sfortunato fu il fratello Paolo, che meritò la croce della Legione d'onore.
A Luzos i cosacchi sbucarono ancora sui loro cavalli e con le loro lunghe picche urlandourrà! urrà!Ma i cacciatori italiani, calmi, li rigettarono. Il capo squadrone Giulini spiegò valore ammirabile.
Durò tre giorni, dal 4 al 7 settembre, la sanguinosa battaglia alla Moscowa. Ma gli Italiani non vi presero tutta la parte che si dice. Tennero in freno il nemico e facilitarono la vittoria fra indicibili fatiche, sofferenze, privazioni, marciando per venti giorni in terreni paludosi, in paesi deserti, saccheggiati dai corpi che li avevano preceduti.
A Borodino, villaggio occupato da un reggimento di cacciatori della Guardia russa, Eugenio dà l'attacco. Gl'Italiani del glorioso 111º e del 66º lo seguono. In pochi momenti, il capitano Arnaudi e il tenente Morelli cadono uccisi, mortalmente feriti i luogotenenti Tuerti eCampana. È colpito a una spalla il generale Compans. Molti i feriti, molti i morti. Presso Borodino, una formidabile ridotta russa deve essere presa dai cannonieri italiani, comandati dal colonnello Millo, che il toscano De Laugier, testimonio oculare, nella sua storiaGli Italiani in Russia(1826), giustamente loda. Essi fanno fuoco sulla fronte; nello stesso tempo, si difendono alle spalle. Il De Laugier e Gerolamo Cappello, nel volume documentato uscito per cura dell'Ufficio storico presso il Comando del nostro Stato maggiore, descrivono al vivo quei fatti grandiosamente epici, di veri giganti delle battaglie, fra i quali brillò di gran luce l'eroismo del livornese Cosimo Del Fante, ufficiale d'ordinanza del vicerè Eugenio, eternato dalle stupende pagine del Guerrazzi. Il Del Fante salì per il primo, di corsa, l'erta della ridotta, l'arduo punto tattico, ne scalò i parapetti e vi entrò, disarmando un vecchio generale, il Likatcheff. Cosimo Del Fante morì poi, da eroe, a Krasuoi.
A Semenoffskoie, il 111º fu assalito, ma il superbo reggimento nostro non indietreggiò; la lotta arse a corpo a corpo. Eroiche pure le masse russe, accese dalla santità della loro causa patriottica e dalle parole animatrici dello Czar.
La neve cadeva a falde immense sulle pianure funeree. Il numero dei morti di gelo cresceva,cresceva. D'un tratto, si vede una vettura chiusa, nera, aprirsi a stento la via fra la neve alta. Attraverso ai cristalli, alcuni soldati, tremanti di freddo, credono di scorgere il profilo tagliente di Napoleone. «È lui! — Non è lui! — Sì, è lui!» gridano, e lo vedono mezzo sepolto in una folta pelliccia. Altre volte sarebbe stato un urlo d'entusiasmo nel vedere il glorioso. Ora è un urlo di sdegno. Napoleone non si turba; ma discende dalla vettura e va a piedi.
Il gelo segna 28 gradi. Una notte, trentadue granatieri d'una schiera stramazzarono morti gelati, mentre aspettavano l'ordine di marciare, narra il capitano dei veliti De Laugier, nella citata sua storiaGli Italiani in Russia. I cadaveri lasciavano la traccia del cammino degl'inutili eroi: la neve li seppelliva. E fame, fame....
Il medico capo degli ospedali militari prussiani, De Kirckhoff, che seguì la Grande Armata, in un libro ormai raro diffusamente descrive, con osservazioni originali, le mortali malattie che miseramente decimavano le schiere napoleoniche: ha parole affannose, insolitamente affannose in un medico (ma egli era anche un filantropo vero), sullo stato miserando dei feriti. «Quanti infelici feriti vagavano pei campi devastati, egli scrive, e invano cercavano un asilo o un aiuto! Una folla di feriti giacevanoabbandonati sul campo, privi d'ogni soccorso, esposti al rigore della stagione, estenuati dalla fame, dai tormenti e dalla perdita del sangue, che sgorgava dalle loro lacere membra, mancanti pur d'acqua per estinguere la sete, mandando spaventevoli urli, le più strazianti grida e implorando la morte, sola consolazione che mai potessero sperare. La chiesa di Borodino e il vasto convento di Kolotsköe e gli edifici sorgenti in giro al campo di battaglia erano pieni zeppi di feriti; ivi gli infelici giacevano ammonticchiati sul suolo e la maggior parte senza paglia, in preda alle privazioni d'ogni genere e senza il menomo modo di attenuare i loro mali; e dappertutto dov'erano relegati non si vedeva che terrore e disperazione. Parecchi di essi, trattenuti negli edifici invasi dal fuoco, perivano fra le fiamme».
E, intanto, Napoleone si adirava perchè, per un raffreddore, aveva perduta la voce ed era costretto a scrivere lui stesso, anzi che dettare, gli ordini di nuove inutili stragi!
Una data particolare nella storia è il 15 settembre 1812. Giorno dell'incendio e del saccheggio di Mosca, l'antica venerata capitale: incendio appiccato dai russi, per comando del governatore Rastopcin, alle case di legno, di cui era quasi tutta formata la vasta città; e saccheggio, al quale le truppe napoleoniches'abbandonarono affamate. Napoleone lasciò in fretta il Kremlino e ordinò al maresciallo Mortier, duca di Treviso (ucciso poi nel 1835 dalla macchina infernale del côrso Fieschi contro re Luigi Filippo), di farlo saltar in aria nel timore di essere accerchiato dalle fiamme, che già distruggevano con stridii e tuoni i depositi di combustibile e gli edifici vicini. Le case divennero fornaci.
«Qual mai aspetto d'orrori! — esclama il De Kirckoff. — Il fuoco è ai quattro angoli di quell'antica città, culla dell'impero russo. L'incendio, aiutato da impetuoso vento, estende il furore suo con una spaventevole rapidità ai quartieri, che presto son cenere.»
Gli abitanti erano fuggiti; non rimanevano che alcuni moscoviti spaventati, nascosti nelle case che ardevano. Al sepolcrale silenzio nel quale era immersa la città all'entrare baldanzoso dei francesi, seguirono lunghi lamenti, urli di terrore. E i soldati napoleonici, affamati, entravano nelle case per saccheggiarle, e si trovavano di fronte ad altri saccheggiatori, ceffi da galera: i condannati, i malfattori, ai quali Rastopcin aveva aperte le carceri col patto che abbruciassero tutte le case di Mosca; a tal fine aveva fatto distribuire a loro miccie impeciate. Avvenivano conflitti da belve. Gli ospedali in fiamme, i malati carbonizzati.Quadri e mobili preziosi in cenere. Fra le vampe, i soldati scendono nelle cantine dei ricchi, le spogliano dei vini, s'ubriacano. Così gli ufficiali. La grandezza epica di prima diventa abbiettezza.
Il colonnello Pion des Loges, in certe sue Memorie, racconta particolari che farebbero ridere se non avessero per isfondo il quadro più tragico. Artiglieri, avvezzi all'inferno delle scariche, saccheggiarono allegramente una bottega.... di confetti; e ne uscirono con ceste colme di dolciumi....
«I reggimenti (racconta quel francese) erano totalmente sbandati; si vedevano da tutte le parti ufficiali e soldati ubriachi, carichi di provviste rubate dalle case in fiamme. Le strade erano ingombre di libri, carte, stoviglie rotte, mobili e abiti di tutte le foggie. Le numerose donne che avevano seguito la Grande Armata facevano bottino con avidità incredibile, per prepararsi una scorta che ci avrebbero fatta pagar cara nella ritirata. Le si vedevano cariche di recipienti colmi di vino, liquori, zucchero, caffè; altre ammassavano ricche pelliccie, sulle quali dovevano poi fare così lauti guadagni durante il tragico ritorno».
E la ritirata, che il 30 ottobre fu generale, si risolse nella più disordinata e lagrimevoletragedia che la storia ricordi: orribile e grottesca. La contessa di Choiseul-Gouffier, che si trovava a Wilna quando ai primi del dicembre 1812 entravano gli avanzi del distrutto esercito imperiale, e altri scrittori del tempo raccontano le mostruose carnevalesche foggie con cui si erano camuffati i fuggiaschi, avvolgendosi delle vesti rubate a Mosca dalle case e dalle chiese. Alcuni erano avviluppati in piviali, altri in vesti da camera imbottite, con cappelli da signora sul capo; alcuni brancolavano o cavalcavano come gli spettri della nordica leggenda, avvolti in lunghi neri mantelli funebri. Napoleone era tutto infagottato in una ricchissima pelliccia e celava la fronte con un colossale, teatrale berretto di pelo. Egli fuggì, quasi di nascosto, sotto il nome di «Duca di Vicenza», in slitta, verso Parigi, mentre avveniva il micidialissimo passaggio de' suoi sulla Beresina, nella quale annegarono 136,000 infelici.
Il 3 dicembre Napoleone lanciava il 29º bollettino della Grande Armata, spietato bollettino che narrava lo sterminio, e che a Milano e in tutti i punti d'Europa strappò le più atroci maledizioni!... Dopo di avere accusati come deboli e inetti gli sventurati caduti per lui e che pur l'adoravano, terminava con le parole: «La salute di Sua Maestà non è mai stata migliore»,— e ciò per ismentire la voce corsa della sua morte in battaglia.
Fu ben diverso il principe Poniatowski. L'anno dopo, al domani della battaglia di Lipsia, incaricato di proteggere l'esercito, si slanciò nell'Elster e scomparve nelle onde, piuttosto che arrendersi.
I Russi, secondo i loro scrittori, perdettero centomila uomini durante la loro ritirata da Mosca.
Dell'enorme intero esercito, formato con 613,600 uomini, se ne contavano 94,000 superstiti, dei quali soli 30,000 validi; gli altri rimasti senza piedi per il gelo, per la cancrena, o infermi; vite spezzate. I reduci narravano ancora esterrefatti particolari abbominevoli o macabri. Di notte dormivano spesso abbracciati l'un l'altro per riscaldarsi, e, svegliandosi, più d'uno trovava avvinto a sè un cadavere. I cavalli caduti (di 176,850 cavalli solo un migliaio salvi) venivano sbranati, e s'immergevano piedi e mani nelle viscere sanguinose per riscaldarsi alla peggio. I mille cannoni rimasero sulle nevi della Russia, tutti; e i 15,000 carri tutti perduti. E intorno alle schiere italiane, che in ogni combattimento spiegarono sì magnanimo valore, il barone Zanòli, segretario generale del ministro della guerra del regno d'Italia, accuratissimo, segna nella sua storiaquesti funebri dati: «Uomini partiti, 27,397; ritornati, 1000. Tutti gli altri, morti e prigionieri in Russia.»
Ma i pochi italiani compirono un gesto bellissimo. Ritornati, riportarono a Milano incolumi le aquile dorate, che Napoleone aveva affidate nel 1805, con giuramento, al generale Lechi, allora comandante dei granatieri della Guardia reale. E il Lechi, nel 1848, offerse con eloquente discorso le aquile a re Carlo Alberto, perchè le custodisse nell'Armeria reale di Torino, a perenne testimonianza della fede italica, del cuore dei soldati degni di combattere per la patria.