XXI.Uno strano giudizio di Alessandro Manzoni. — LaPrineidedi Tommaso Grossi. — È attribuita al Porta. — Ire furibonde di questo e pubbliche dichiarazioni. — Nobile tratto del Grossi. — La tragicommediaGiovanni Maria Viscontiscritta insieme dal Porta e dal Grossi. — Esame del manoscritto. — Giudizio di Carlo Tenca. — Giuseppe Verdi s'ispirò a un effetto scenico di quel dramma.
Uno strano giudizio di Alessandro Manzoni. — LaPrineidedi Tommaso Grossi. — È attribuita al Porta. — Ire furibonde di questo e pubbliche dichiarazioni. — Nobile tratto del Grossi. — La tragicommediaGiovanni Maria Viscontiscritta insieme dal Porta e dal Grossi. — Esame del manoscritto. — Giudizio di Carlo Tenca. — Giuseppe Verdi s'ispirò a un effetto scenico di quel dramma.
Uno strano giudizio di Alessandro Manzoni. — LaPrineidedi Tommaso Grossi. — È attribuita al Porta. — Ire furibonde di questo e pubbliche dichiarazioni. — Nobile tratto del Grossi. — La tragicommediaGiovanni Maria Viscontiscritta insieme dal Porta e dal Grossi. — Esame del manoscritto. — Giudizio di Carlo Tenca. — Giuseppe Verdi s'ispirò a un effetto scenico di quel dramma.
È strano che il Manzoni, così cauto e sereno giudice di fatti storici, abbia potuto chiamare «saggia e pura» la rivoluzione dell'aprile 1814. Al suo amico Carlo Fauriel, a Parigi, quattro giorni dopo l'eccidio scellerato del Prina, osava scrivere queste testuali parole dalla città dove il delitto era stato consumato:
Mon cousin vous raconterala révolutionqui s'est opérée chez nous. Elle a été unanime,et j'ose l'appeler sage et pure, quoiqu'elle ait été malheureusement souillée par un meurtre, car il est sûr que ceux qui ont fait la révolution (et c'est la plus grande et la meilleure partie de la ville) n'y ont point trempé: rien n'est plus éloigné de leur caractère. Ce sont des gens qui ont profité du mouvement populaire, pour le tourner contre un homme chargé de la haine publique, le Ministre des finances, qu'ils ont massacré, malgré les efforts que beaucoup de personnes ont fait pour le leur arracher.Vous savez d'ailleurs que le peuple est partout un bon jury et un mauvais tribunal; malgré cela, vouspouvez croire que tous les honnêtes gens ont été navrés de cette circonstance.[97]
Mon cousin vous raconterala révolutionqui s'est opérée chez nous. Elle a été unanime,et j'ose l'appeler sage et pure, quoiqu'elle ait été malheureusement souillée par un meurtre, car il est sûr que ceux qui ont fait la révolution (et c'est la plus grande et la meilleure partie de la ville) n'y ont point trempé: rien n'est plus éloigné de leur caractère. Ce sont des gens qui ont profité du mouvement populaire, pour le tourner contre un homme chargé de la haine publique, le Ministre des finances, qu'ils ont massacré, malgré les efforts que beaucoup de personnes ont fait pour le leur arracher.
Vous savez d'ailleurs que le peuple est partout un bon jury et un mauvais tribunal; malgré cela, vouspouvez croire que tous les honnêtes gens ont été navrés de cette circonstance.[97]
Lette queste parole, abbiamo diritto di domandare: in quale mondo viveva allora Alessandro Manzoni? Forse, chi sa?, egli volle presentare a ogni costo, per affetto alnatìo loco, sotto una luce benigna la propria città nativa; forse voleva difendere gli antinapoleonici.
Si narrò che il Manzoni, dalle finestre della casa Imbonati, dove si trovava (ora là s'erge il teatro Manzoni), aveva assistito all'esecrabile assalto della folla omicida, e ne raccontava più tardi, a' suoi intimi, pietosi particolari: è certo che l'urlo della folla s'udiva nella casa materna del Manzoni in via Morone.[98]
Il Manzoni aveva partecipato alla levata di scudi contro il regime napoleonico firmando, insieme con numerosi nobili milanesi, la petizione per ottenere la convocazione dei Collegi elettorali. Egli non aveva mai amato Napoleone!
Un giovane solo, inerme, povero, d'umile origine, senza protettori, quasi senza eco, e ancora oscuro, osò rimproverare apertamente i congiurati del delitto consumato sull'infelicissimo Prina; al quale Milano doveva una riparazione allorchè, libera, poteva compierle tutte,e la deve ancora. Quel giovane era ignoto, ma doveva divenire il poeta delle tenere commozioni, degli affetti purissimi e gentili, delle lacrime pie, del dolore.
Quel giovane era il più diletto amico di Carlo Porta, Tommaso Grossi; e la sua arma, audace e solitaria, era una satira, la sola satira politica ch'egli scrisse:La Prineide.
È in dialetto milanese e in sestine. Vi manca il nerbo, l'ironia tagliente, percotitrice del Porta; eppure fu creduta opera del Porta appena si diffuse per Milano. Non nerbo, no, ma sdegno, figlio di alta pietà per lo strazio del misero martire dell'avidità napoleonica e della scelleraggine d'un volgo bestiale; volgo bestiale anche quello che, in quell'esecrabile 20 aprile, spiegava sotto la pioggia gli ombrelli di seta e ne volgeva le punte contro la vittima designata della più cieca delle passioni, quale è la passione politica. La pittura dello stato miserando, nel quale fu ridotto dalla lunga tortura per le vie di Milano, nel fango, il corpo del Prina, è commovente nelle sestine milanesi del Grossi: si rabbrividisce.
Quel poemetto, dice il Cantù, «ebbe tutto il successo della proibizione e del mistero». Si mossero indagini per iscoprire il colpevole: il nuovo governatore austriaco, il manesco Saurau, infuriato, voleva conoscerlo a ognicosto. E intanto Carlo Porta a stampare in propria difesa un sonetto:
Gh'hoo miee, gh'hoo fiœu, sont impiegaaEtquidemanch a caregh del sovran,
Gh'hoo miee, gh'hoo fiœu, sont impiegaaEtquidemanch a caregh del sovran,
Gh'hoo miee, gh'hoo fiœu, sont impiegaa
Etquidemanch a caregh del sovran,
«O che volete che io, impiegato, padre di famiglia, possidente, e malaticcio per giunta, col padre pensionato dal Governo, vada a pigliarla contro Sua Maestà, padrone del mio pane? Bell'onore fate al mio ingegno credendolo capace di trascendere a simili bricconate! Non mi aspettavo questo compenso: non mi credevo degno d'andare in galera!» Così egli si querelava in quell'infelice sonetto.
Ah no! egli ignorava che laPrineidefosse dell'amico Grossi. Altrimenti non avrebbe offeso lui per difendere sè. Appena pubblicata la suddetta difesa, gli capitarono, per la posta, tre sonetti milanesi anonimi in cui, confermandolo autore dellaPrineide, era bistrattato quale vigliacco. Furono diffusi; ma, dice il Porta in una sua nota manoscritta, «non ebbero fortunatamente assai spaccio». Non reputando bastante la prima difesa, ne bandì un'altra. Pare veramente un bando il sonetto:
Carlo Porta, poetta ambrosïan.No vorend vess credun per on baloss,[99]Prima perchè a sto mond el gh'ha quaj cossE pœù perchè el gh'ha minga el coo balzan,El protesta e el dichiara a tutt MilanChe tucc quij vers che gira e che dà adossA re, governa, prenzep e pess grossNo hin farina fada col sò gran.
Carlo Porta, poetta ambrosïan.No vorend vess credun per on baloss,[99]Prima perchè a sto mond el gh'ha quaj cossE pœù perchè el gh'ha minga el coo balzan,El protesta e el dichiara a tutt MilanChe tucc quij vers che gira e che dà adossA re, governa, prenzep e pess grossNo hin farina fada col sò gran.
Carlo Porta, poetta ambrosïan.
No vorend vess credun per on baloss,[99]
Prima perchè a sto mond el gh'ha quaj coss
E pœù perchè el gh'ha minga el coo balzan,
El protesta e el dichiara a tutt Milan
Che tucc quij vers che gira e che dà adoss
A re, governa, prenzep e pess gross
No hin farina fada col sò gran.
«O cari anonimi amici», pregava; «non attribuitemi tutto ciò che in versi milanesi va girando per la città». Ma inutilmente, chè, dall'ombra, qualche malevolo gli lancia altre accuse, altri insulti. «Ebbi lo sconforto», egli lasciò scritto in un libro autografo, «di suscitarmi contro un malevolo, che, di mano in mano ch'io tentava d'emergere dal naufragio, mi sommergeva di nuovo». E crede che sia uno della combriccola anti-italica. «Chiunque sia», egli soggiunge, «è uno sciocco sempre, in quanto a lettere».
Aveva cominciato un altro sonetto più energico (il frammento è alla Biblioteca Ambrosiana) ove prorompe stizzito: «Vogliono capirla o no questi dottoracci che blaterano su tutto e non sanno niente, che io non sono un imbecille il quale venga alle prese coi re?»
Il Grossi non si tenne paurosamente nascosto. Non attese che l'innocente fosse colpito; spontaneo si presentò al Saurau confessandosi autore dellaPrineide. Eravamo ancora lontani dalle sevizie del Ventuno. La dominazioneaustriaca era nella luna di miele; facile quindi la clemenza. Il Saurau tenne due giorni prigioniero il poeta esordiente; quindi lo licenziò ammonendolo di adoperare in migliori usi l'ingegno.
Il Grossi fu costretto a distruggere parecchie carte, fra cui versi del Porta, ch'egli giudicava compromettenti. Di ciò diceva all'amico in una lettera: «.... Mi scrivesti tante e sì belle cose, che serbava come reliquie nel cuore del mio scrittoio, e che il diavolo mi fece abbruciare in occasione delle mie note vicende (e ti assicuro che vorrei piuttosto aver perduto un dente); basta.... riparerò per l'avvenire a questa disgrazia!...»
Anche dopo il baccano dellaPrineide, quell'amicizia rimase inalterata. Il Porta scriveva al Grossi: «Oh i begl'ingegni che siete voialtri! Non v'è nulla che non vi riesca meraviglioso in verso e in prosa, ancorchè fatta così su due piedi; e io scrivo a voialtri di questa prosaccia. Addio, addio. Guardami il cuore. Questo viscere te lo prometto migliore assai del cervello». E un'altra volta allo stesso Grossi: «Ti voglio tutto il bene che vorrei alla più bella e brava ragazza del mondo». E ancora: «Ti ammiro, ti guardo come si guarda il sole».
I due amici lasciarono la prova più bella della loro concordia nella collaborazione dellacomi-tragediaGiovanni Maria Visconti duca di Milano, notevolissima nel Teatro italiano perchè si eleva da ogni convenzione.
Al Porta era stato commesso «di scrivere un'azione drammatica da rappresentarsi al teatro della Canobbiana, e, trovandosi stretto dal tempo, chè la si doveva porre in iscena non più tardi di quindici giorni dopo la sua promessa, propose a Tommaso Grossi di far questo lavoro insieme».
Così nel proemio della comi-tragedia stampata. E si aggiunge che i due collaboratori si unirono «a scegliere l'argomento, a stabilire la disposizione degli atti e delle scene: si divisero fra loro l'esecuzione, rivedendo poi insieme il complesso del lavoro, e stendendo anche alcune scene in compagnia».
In pochi giorni l'opera fu compiuta; ma per «imprevedute circostanze», non fu rappresentata.
È il primo esempio in Italia di collaborazione teatrale a due. Sono cinque atti. Il dialogo procede parte in italiano ampolloso, che mirava «a far colpo», e parte in un pittoresco milanese campagnuolo, sull'esempio della commediaI conti d'Agliate(rappresentata nel 1785) del monaco olivetano Francesco Molina, autore d'un'altra commedia di argomento patrioLa caccia de Barnabò Visconti.
Silvio Pellico, nelConciliatore(pag. 470), eccitava con coraggiose parole a trattare sul teatro drammi d'argomento patrio; e già sin dal Settecento un monaco ne componeva.
ColGiovanni Maria Visconti, i due geniali autori rispondevano ai concetti del Pellico.
L'azione si volge al tempo di Giovanni Maria Visconti, il crudelissimo figlio di quello splendido Gian Galeazzo, che innalzò Milano e la rese una città doviziosa, culta, illustre, potente. Giovanni Maria Visconti ebbe la bravura di perdere, in un decennio (1402-1412) a una a una, quasi tutte le città comprese nel vasto dominio visconteo, lasciatogli dal padre.
I due autori rappresentano, a tinte cupe, un tiranno efferato. Come mai certe frasi potevano piacere ai dominatori austriaci?... Si parla subito di congiurati, fra i quali due fratelli Trivulzio, «caldi tutti di patrio amor», e uno di loro esclama: «Povera patria nostra, in quali mani caduta!» Un altro dice perfino: «Abbiamo deciso di strappare la corona dal capo d'un usurpatore, d'un mostro, per riporla su quello dei legittimi nostri sovrani».
La comi-tragedia fu vietata per molto tempo dai proconsoli d'Austria, e si comprende perchè. «Questo dramma, che scostavasi dalle solite norme convenzionali della scena, e che univa l'elemento tragico coll'elemento popolaree grottesco, prima assai che Victor Hugo pensasse ad erigerlo in teoria letteraria, non è forse che uno sbozzo, e risente della precipitazione con cui fu scritto. Ma v'hanno in esso alcune scene bellissime per vigoria d'affetto e per comica vena; e se nella mirabile creazione di Biagio di Viggiuto, il buon pastricciano milanese, tutto cuore e bontà, manesco e furbo alla sua maniera, si scorge la mano maestra del Porta, coloritore insuperabile di caratteri; nei personaggi dei due Trivulzio, di Luchino Del Maino e sopratutto in quella casta e amorosa figura della Violante Pusterla, si ravvisa la fantasia mesta e soave del Grossi che anche di mezzo alle tristizie di un'epoca corrotta, sapeva trarre imagini belle e nobili».
Così un fine critico, Carlo Tenca, in quell'animosoCrepuscolo, che fu il legittimo erede delConciliatore.[100]
Il Tenca non potè vedere il manoscritto; ma se lo avesse veduto, avrebbe trovato che il Grossi trattò anche qualche parte comi-tragica, ad esempio tutto il principio del terzo atto, quando Biagio è atterrito per aver visto divorare dai cani del Visconti un infelice, condannatoa quell'orribile fine. Ma appartiene al Porta il soliloquio di Biagio nella sesta scena del primo atto. Par di sentir parlareGiovannin Bongeein quel dialogo che Biagio finge di sostenere con Squarcia-Giovanni, confidente del duca.
La seconda scena del quarto atto si presenta a due piani. Il piano superiore è una stanza da letto; l'inferiore è una prigione, dove Violante Pusterla, amante e cugina di Luchino Del Maino, incatenata, prega in ginocchio.
Ebbene: questa scena a due piani suggerì a Giuseppe Verdi l'ultima tragica scena a due piani dell'Aida.