The Project Gutenberg eBook ofCarta bollataThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: Carta bollataAuthor: Salvatore FarinaRelease date: March 1, 2006 [eBook #17896]Language: ItalianCredits: Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano at http://www.braidense.it/dire.html)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK CARTA BOLLATA ***
This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.
Title: Carta bollataAuthor: Salvatore FarinaRelease date: March 1, 2006 [eBook #17896]Language: ItalianCredits: Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano at http://www.braidense.it/dire.html)
Title: Carta bollata
Author: Salvatore Farina
Author: Salvatore Farina
Release date: March 1, 2006 [eBook #17896]
Language: Italian
Credits: Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano at http://www.braidense.it/dire.html)
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Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the
Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano at http://www.braidense.it/dire.html)
1894
Proprietà Letteraria
Via Solferino, 7.
Romanzi e Novelle di SALVATORE FARINA
Due amori. Terza edizione rinnovata……………………..L. 2 —Un segreto. Terza edizione rinnovata……………………. » 2 —Frutti proibiti(Fiamma vagabonda). Quinta edizione…….. » 2 50Il Romanzo di un Vedovo. Terza edizione riveduta…………. » 2 —Il Tesoro di Donnina. Quarta edizione…………………… » 4Amore bendato.Racconto. Quinta edizione………………. » 2Una separazione di letto e di mensa—La famiglia del signorOnorato—Un uomo felice. Terza edizione………………..» 1 20Fante di Picche. Terza edizione illustrata………………. » 1 50Capelli biondi.Romanzo. Quarta edizione………………. » 4 —Un Tiranno ai bagni di mare.Tre scene dal vero.Terza edizione………………………………………» 4 —Dalla spuma del mare. Terza edizione……………………..» 2 50Oro nascosto.Scene della vita borghese. Terza edizione…..» 4 —Mio figlio!—Prima che nascesse.Novelle. Quarta edizione…» 1 50» Le tre nutrici.Novella. Quarta edizione…….» 1 50» Coraggio e avanti.Novella. Quarta edizione… » 1 50» Mio figlio studia.Novella. Quarta edizione….» 1» L'Intermezzo e la pagina nera.Novella.Seconda ediz…………………………… » 1 50» Mio figlio s'innamora.Novella. Seconda ediz.. » 1 50» Il marito di Laurina.Novella. Seconda ediz….» 2 —» Nonno.Novella. Seconda edizione………….. » 1 50Mio figlio! Sesta edizione…………………………….. » 5 —Il signor Io. Sesta edizione…………………………… » 3 50» Terza edizione illustrata, per bibliofili,legatura in pergamena…………………. » 4 —Fra le corde di un contrabasso.Racconto. Seconda edizione..» 1 20Amore ha cent'occhi. Terza edizione………………………» 5 —SI MUORE.—Caporal Silvestro.Storia semplice. Terza ediz…» 2 —» L'ultima battaglia di Prete Agostino.Novella… » 2 —» Vivere per amare……………………………..» 2 50» Per la vita e per la morte…………………….» 4 —Pe' belli occhi della gloria.Scene quasi vere…………. » 4 —I due Desiderii.Prologo ed epilogo…………………… » 3 50Don Chisciottino……………………………………….» 3 50Più forte dell'amore?…………………………………..» 2 50Perchè ho risposto no?Novella…………………………» 1 25» » edizione di bibliofili in formatopiccolissimo, carta a mano, legata in tela…» 2 —Amore bugiardo. Edizione di bibliofili (come sopra)………..» 3 —» » 2^a edizione…………………………….» 2 —Che dirà il mondo?……………………………………..» 3 50Carta bollata………………………………………….» 2 50
__Per sempre!__
__Novelas__. Traducidas del italiano por D. Cecilio Navarro, illustradas por Apeles Mestres y D. F. Gómez Soler, fotograbados de C. Verdaguer («Entro la cuerdas del contrabajo—El Senor Yo—La Sota de Espada.») Legato in tela a colori e oro………. L. 5
__Hiyo mio!__ Versión castellana di Marìa de la Pena, illustraciôn de F. Gómez Soler. Legato in tela a colori e oro…………… » 10
__Cabellos rubios__. Novela italiana, traducida al castellano yprecedida de un Prólogo por Luis Alfonso. Illustraciôn de M.Foix, grabados de Gómez Pelo. Leg. in tela a col. e oro…….. » 8
__Oro escondido__. Novela italiana, traducida al castellano por LuisAlfonso. Illustraciôn de F. Gómez Soler, grabados de Gómez Pelo.Legato in tela a colori e oro……………………………. » 8
__Amore tiene cien ojos__. Versión espanola de Waldo G. Romera.Ilustrada por P. Carcedo y M. Urrutia…………………….. » 4
__Amor vendado__. Narracion italiana, vertida al espanol por M. dela Pena……………………………………………….. » 2
Lo chiamavanoMaestro, benchè egli con la superbia d'essere solamente scolaro della natura, avesse in supremo disprezzo gl'insegnamenti che un uomo può dare a un altro suo simile. Non aveva egli disertato Brera a diciott'anni, perchè all'accademia, a disegnare un gesso immobile, più d'uno ha sciupato l'esistenza? Diciamo l'esistenza per dire, ma dando retta a Giusto dovremo dire che molti hanno guastato la mano, l'occhio, l'intelletto d'artista, e sono rimasti tutta quanta la vita copisti. Perciò egli aveva piantato il gesso immobile e scialbo, e dando al professore dell'asino, se n'era andato di buon passo fuori di Porta Ticinese, a empir l'occhio di belle linee mobili e di colori trasparenti.
Assicurava che la prima lezione di colore gliel'aveva data una roggia, entro la quale l'acqua si moveva appena, dando tutti i riflessi delle nuvole splendenti pel sole di maggio. La gran maestra gli aveva detto allora per la prima volta: «Giusto mio, lascia il carboncino, piglia la tavolozza e il pennello, guarda bene e cerca di far come me; sarà forse la disperazione di tutta la tua vita, perchè io farò quasi sempre meglio, ma se tu hai qualche cosa dentro e riesci a metterla in luce, sarai un grand'artista e la gente, che me non guarda nemmeno, ammirerà l'opera tua.»
Da quel giorno di maggio, Giusto, cacciato dall'accademia per aver detto al professore una verità sacrosanta, non aveva avuto altri maestri fuor che la natura.
E poco dopo lo scolaro aveva avuto il battesimo di maestro dagli allievi suoi, e perfino dai colleghi ed emuli, che in arte, dove cessano le miserie delle scuole e delle regole, comincia l'anarchia intellettuale e si trova un briciolo di giustizia per dire lealmente a un compagno amato: «tu sei un grande artista» ovverosia «tu sei una bestia.»
Ma perchè, arrivato a questo punto luminoso, l'artista non è felice?
Perchè spesso manca all'uomo glorioso quasi tutto; perchè la gloria è una cosa, l'appetito è un'altra; perchè a una certa età, quando sono entrate nel cervello le visioni d'una vita tranquilla, accanto al focolare caldo, con una compagna buona, la quale all'occasione possa fare la modella ad un capolavoro impaziente, l'artista, che ha cercato nella natura l'anima delle cose, si sente infelicissimo non potendo dare tutto se stesso a un'altra anima cara.
I pittori italiani, a qualunque scuola appartengano, spesso per scarsità di companatico rimangono scapoli tutta la vita; li vedete, già canuti, gironzare ancora intorno all'ideale perduto, senza arrischiarsi al matrimonio; alcuni si pigliano in casa una modella belloccia, affamata quanto loro, a dir poco, per fingere la felicità della casa e della famiglia, e se hanno fortuna, da queste finzioni non nascono figliuoli, ma semplicemente bozzetti e quadri che rimangono invenduti quando i nababbi italiani non li comprano per un tozzo di pane.
Una volta, attraverso l'Atlantico o le steppe, arrivavano nel bel paese i Cresi veri, pieni di dollari o di rubli; andavano a visitare gli studi degli artisti più in voga e si portavano via quadri di genere e statue di marmo di Carrara; ma da poco in qua l'America non è la terra promessa, la Russia nemmeno, le statue italiane si fanno per lo più di gesso, il monte di Carrara non serve quasi ad altro che ai caminetti.
Quest'è lo stato presente dell'arte in Italia; poco è a sperare che si voglia mutare per un pezzo.
E non di meno la gioventù italiana è sempre innamorata dell'arte, sfida la miseria, sopporta allegramente l'appetito e non si dà vita; non passa mai per il capo dei giovani artisti la tentazione di mutar carriera, di darsi alla banca per esempio, al tribunale, al commercio; mentre qualche volta accade il contrario, cioè che un agente di cambio novellino, pentito d'un'operazione a fine mese mal riuscita, voglia rosicchiare l'osso spolpato dell'arte.
Giusto, diventato maestro a forza di digiuni, a 36 anni non era scontento del proprio stato, avendo venduto quaranta volte un Cenacolo di Leonardo da Vinci, ai Russi ed agli Americani del buon tempo, e ultimamente ai Tedeschi ed agli Inglesi. Sperava di vendere altri cento Cenacoli prima di chiudere gli occhi all'eterno sonno; solo gli rimaneva il dubbio angoscioso che l'affresco di Leonardo, ridotto già come un'ombra, svanisse interamente prima del tempo. E allora, che sarebbe di lui e della giovane arte italiana?
Uno sgomento più grave lo assalse un giorno, quando l'agente delle imposte volle gravare sull'arte italiana per mettere le toppe alla finanza dello stato. Quell'uomo ingegnoso, fatto il calcolo che i Cenacoli di Giusto pagati a peso d'oro dovessero dargli molto più companatico che un artista di modesto appetito possa digerire, intimò subito una tassa di ricchezza mobile per una somma enorme, dugento lire annue, da pagarsi in sei rate uguali ogni bimestre, facendo risalire l'obbligo del pagamento a tre anni innanzi per mancata denunzia; insomma uno scapaccione di ottocento lirette.
Ma, Cristo in croce! Dove si vanno a prendere ottocento lire per consegnarle all'esattore? Lo sapete voi?
Giusto non ne sapeva un'acca.
Andò subito a visitare la belva, sperando ingenuamente di placarla; appena gli avesse fatto intendere all'ingrosso in che acque naviga la pittura moderna nel bel paese, il mostro avrebbe chiesto scusa di aver cagionato al prossimo un'afflizione inutile, e non avrebbe fiatato in sempiterno. Così pensava l'ingenuo maestro.
Ma la belva non fu mansueta; dimostrò a Giusto, il quale ascoltava a bocca aperta, che solo con i Cenacoli mandati all'estero tre volte l'anno a un di presso, un maestro di quel valore….—Quale?, domandò umilmente Giusto.—Dugento lire annue di ricchezza mobile, pagabili in sei rate uguali.
Insomma, non vi fu verso di correggere il criterio di quell'uomo, il quale avendo istruzioni dall'alto, era nel preciso dovere di salassare il prossimo per contentare la finanza… e fare un passo avanti nella carriera.
—Però…
—Però, che cosa? dica, dica.
Però Giusto poteva ricorrere alla commissione d'appello per l'accertamento delle imposte.
—E come? e che fa la commissione d'appello? e che ottiene il contribuente?
L'agente fu generoso d'informazioni; Giusto doveva fare il suo reclamo in carta bollata da cent. 60; la commissione d'appello fa sempre ciò che dice l'agente delle tasse; il contribuente per lo più non ottiene altro che fare una seconda istanza a un'altra commissione…
—La quale?…
—La quale giudica come la prima.
Giusto, fatto bene il conto, non fece istanza di sorta, e almeno risparmiò la carta bollata.
Ma bisognava pure pagare le ottocento lirette, se gli premeva fare quasi ogni giorno la cena e tre volte l'anno un cenacolo.
Allora cominciò nel cervello del pittore un lavorio angoscioso, non fatto mai prima di quel tempaccio birbone: il lavoro di avvicinarsi ai parenti abbandonati per disprezzo della loro fortuna, tastarli a uno a uno, amicarseli un poco, fin che un giorno gli avesse indeboliti tanto da poter sparare a bruciapelo la domanda d'un prestito di ottocento lire. E perchè no di mille? La fatica è tal quale a chiedere mille o a chieder ottocento, anzi certamente mille è una cifra più dignitosa, e se un po' di lire gli rimanessero in tasca non gli farebbero male per assicurare una buona modella al suo capolavoro.
Il suo capolavoro doveva essere una Cleopatra, ma tutte le modelle vedute non lo contentavano; una sola aveva le attaccature delle braccia incensurabili, e per rifare il sorriso amaro della morte e dell'amore non vi era altri che lei; solamente, essendo, ricercata da molti, bisognava pagarla tre lire l'ora. E Cleopatra aspettava.
I parenti di Giusto non erano molto prossimi; il più vicino era fratello uterino di suo padre buon anima; lo zio Bortolo aveva fatto il macellaio per vent'anni e s'era messo a riposare dalla macellazione per negoziare i buoi, per il macello, s'intende, che quell'uomo di pasta antica non poteva separarsi, fin che avesse un alito di vita, dalla sua passione.
Lo zio Bortolo aveva messo da parte un po' di denaro, ma ne avrebbe avuto assai più se non gli fosse toccata la disgrazia di generare due figliuoli dello stesso sesso, uno più scioperato dell'altro, i quali altro non facevano se non spolpare il genitore. In oltre lo zio Bortolo aveva un vecchio rancore col fratello, ancor che fosse morto e sepolto, e non vedeva di buon occhio la pittura per una disgrazia toccata all'insegna della sua bottega.
Quell'insegna era una testa di manzo magnifica, come Bortolo ne aveva staccato tante dalle bestie macellate; a giudizio delle cuoche del vicinato era parlante, e il macellaio già si rallegrava della sua pensata, quando gli era piombata la contravvenzione perchè prima di esporre la testa parlante del manzo miracoloso non aveva domandato il permesso al Municipio e pagato la relativa tassa. Bortolo si protestò innocente, dichiarò di non averlo fatto apposta, ma non vi fu verso e dovette pagare. Così quell'insegna, che lo aveva rallegrato un giorno, sembrò poi messa lì solo per riaprire una vecchia piaga per tutto il resto della vita.
Un altro parente prossimo di Giusto apparteneva alla Curia in qualità di usciere; doveva odiare anche lui la pittura perchè si era empito la casa di oleografie e nella sua qualità d'uffiziale giudiziario guardava dall'alto in basso il cugino pittore; si chiamava Ippolito.
Un altro cugino aveva bottega d'orologiaio e orefice in Ponte Vetero e si diceva che rivendendo bene gli orologi acquistati male dagli speculatori di Piazza Castello, che è a due passi, egli si fosse messo da parte un bel gruzzolo; si chiamava Venanzio.
Un altro cugino era prete. Diceva la prima messa, che è la meglio pagata per la difficoltà di alzarsi la mattina di bonissima ora; aveva la sottana sfritellata; i collarini sudici erano una sua specialità.
Costui almeno era venuto qualche volta a trovarlo in studio, e si dichiarava a tutto pasto appassionato della pittura religiosa, ma se appena appena Giusto scopriva le nudità d'una tela di genere pompeiano, o turco, o indiano, prete Barnaba lasciava Cristo a cena con gli apostoli e Cristo in croce per ammirare da vicino e da lontano un po' d'arte mondana. Molte volte aveva manifestato al cugino pittore la tentazione fatale, da cui era preso ogni tanto, di ordinargli una Madonna dei sette dolori per la cappella ove diceva messa, ma sperava di resistere, e veramente aveva resistito fino allora.
Ma non resisterebbe più quando Giusto gli avesse fatto intendere la propria necessità di consegnare all'esattore una somma che non aveva; di sicuro, per non lasciarsi salassare impunemente, il prete comprerebbe la Madonna dei sette dolori per lire mille.
Quel giorno medesimo il pittore andò a trovare suo cugino. Per via aveva una baldanza curiosa di uomo sicuro del fatto proprio; nell'androne di sagrestia cominciò a penetrargli nell'animo un dubbio amaro; e in faccia al reverendo ilmaestroaveva la fisonomia somigliantissima d'uno scolaro che non sapesse la lezione.
—Qual buon vento ti porta qui, così di buon'ora? domandò prete Barnaba, mentre con l'aiuto d'un chierichino infilava la pianeta per la messa.
—Non è un vento, confessò Giusto, e sopra tutto non è un vento buono; è un uragano maligno.
Prete Barnaba si fece il segno della croce dinanzi al Cristo di sagristia, e non rispose verbo perchè fiutava da lontano un gran pericolo.
Giusto, vedendo che gli toccava dir tutto senza incoraggiamenti, chiuse gli occhi e disse:mille lire!
Prete Barnaba alzò gli occhi al Cristo per dirgli alla muta che rispondesse lui qualche cosa a quel disgraziato.
—Ma non vedi, mio buon Giusto, che tu sei in un grave errore? come! e tu non ti eri accorto che io non ho avuto mai mille lire disponibili? Credi che me ne verrei qui come una rondine a dire la prima messa se fossi un prete ricco? E con tutta la voglia che ti ho manifestata tante volte di regalare una Madonna dei sette dolori alla cappella, se non l'ho fatto prima d'oggi, che significa?
—Ma io… balbettò il gran maestro della scuola lombarda, ma io ti farò unaMadonna di sette doloriche farà piangere i sassi; e sarà d'un metro e sessanta, come ti piaceva, e se non basta te la farò di due metri. Fa un sagrifizio per lasciarmi in pace con l'esattore.
Prete Barnaba aveva già la pianeta; si pigliò in mano il calice e inchinatosi ancora davanti al Cristo in croce mormorò sotto voce una preghiera prima di avviarsi all'altare.
—Se ascolti la mia messa, potremo parlare ancora del caso tuo, ma da me non sperare nulla; ti dirò piuttosto di andare da nostro cugino orologiaio. Quello ha un mucchio di danaro, e per un parente vorrà fare qualche cosa.
Il gran maestro non fiatò, ma almeno volle risparmiarsi la messa di suo cugino Barnaba.
Camminando di buon passo sulla via pensava al caso suo, che ora gli sembrava più difficile che mai.
A quale altro parente doveva rivolgersi ora?
All'orologiaio di Piazza Castello, o all'usciere Ippolito, o a zio Bortolo macellaio? L'orologiaio apriva il negozio di Ponte Vetero alle ore otto in punto, l'usciere andava in tribunale non mai prima delle nove, e fino a quell'ora il negoziante di buoi arricchito dal macello non si moverebbe dal suo letto. Erano le cinque in punto; e recarsi a casa dei suoi cugini a quell'ora mattutina a chiedere un prestito di mille lire, non parve a Giusto molto prudente; se ne andò allo studio a riflettere meglio. Con la tavolozza in pugno, buttando qua e là qualche pennellata sopra una di quelle tele destinate a non essere mai finite, che tutti i pittori ne hanno sempre una almeno, si erano affacciate tutte le migliori idee di Giusto. Così fece.
Egli aveva appunto una gran tela intitolata ilParadiso terrestre, dove nello spazio di due metri aveva ammucchiato tutte le seduzioni dell'inferno; vino colante da brocche rovesciate sulle mense; donnine seminude addormentate nel dare un bacio a giovinotti brilli, alcuni dei quali caduti fra le gambe della tavola; dadi e carte da giuoco sulla tovaglia e in terra, stoviglie d'argento luccicanti al sole affacciato da un finestrone a guardar lo spettacolo disameno. Quel quadro concepito in una giornata di orgia, che aveva dato a Giusto una nausea memoranda, non era stato compiuto per la solita causa, perchè le donnine allegre, le quali gli avevano servito una volta di modelle, non erano tornate più a mettersi in posa.
Tuttavia la tela non era stata cancellata, e nei momenti scabri delle sue giornate il gran maestro vi dava volontieri qualche pennellata per rinforzare il tono d'un viso baciato dal sole, o un'ombra sotto la tavola, e per farsi venire le sue idee migliori. Quella mattina l'idea fu questa:
«Io la faccio in barba all'esattore, il quale dovrà rimanere con due spanne di naso a dir poco; io mi rifugio all'estero in un paese meno barbaro che non sia questa nostra Italia di Michelangelo e di Raffaello; io me ne vado in Isvizzera, a Lugano.»
Con poche pennellate di biacca sgorbiò un po' di fondo di tela non ancora coperto di colore, e si tirò indietro per riconoscere che quell'albore rinforzava benissimo i toni di tutto quanto aveva messo fin qui sul quadro, e bisognava proprio scegliere una sala bianca, tutta marmi di Carrara, o stucchi e oro. Pensò ancora.
«Da poco in qua i pochi Russi viaggianti si fermano in Isvizzera, nel Canton Ticino, che è come un pezzo di Italia, a Lugano, città di alberghi… I Tedeschi poi non vengono in Italia senza passare il Gottardo e fermarsi a Lugano; quando il forestiero sappia che a Lugano vi sono io, vorrà fare una visita al mio studio. Chissà quante belle migliaia di franchi in oro metterò da parte senza dare un centesimo al mio caro esattore. E quando avrò le migliaia, potrò forse pensare…»
A che cosa? Egli interruppe il proprio pensiero, perchè gliene venne un altro.
—Sì, ma a Lugano non vi è la Chiesa delle Grazie, non vi è ilCenacolo di Leonardo da Vinci; e come faccio io?
Fu uno sgomento di poca durata. Giusto poteva farsi una copia di Cenacolo per servire a farne poi altre; una seduta in faccia all'affresco originale accontenterebbe il compratore più difficile.
Sta bene, e ora poteva proseguire la suavia crucis, visitare, se fosse necessario, i cugini a uno a uno, e con molta filosofia penetrare tutte le difficoltà di ottenere mille lire in prestito. Erano giunte le otto, l'ora dell'orologiaio di Ponte Vetero.
Giusto si avviò con animo deliberato.
Il cugino Venanzio, giovinetto allegro la sera, quando il suo negozio era andato bene, aveva la mattina un umore intrattabile; la impazienza che si presentasse il primo affare, senza del quale come sapete non è possibile mai fare il secondo, gli dava un'aria inquieta e scontenta, che non cresceva nulla ai vezzi della sua persona. Alle otto in punto ogni mattina, nell'atto di aprire la bottega, dimenticava le amiche della notte per non pensare ad altro che al suo commercio e agli agenti della questura, i quali potrebbero capitargli in bottega quando meno se lo sognasse per fare molte ricerche inutili.
Quando Giusto si presentò, Venanzio era mille miglia lontano da lui; e per un poco, intento a ripulire la mostra, non si avvide nemmanco del suo parente.
Ma il pittore, preparato a ogni sorta di incontri nellavia crucis, non si smarrì di animo.
—Venanzio, disse con voce robusta; e ripetè ancora: Venanzio.
Venanzio si volse verso di lui, tentando un sorriso che riuscì una smorfia.
Giusto non perdè un minuto di tempo per informarlo del suo bisogno; l'altro, senza smettere le proprie occupazioni, gli parlò così:
—Ti hanno ingannato, sai, ti hanno proprio ingannato; io non posseggo un soldo; tutta questa roba che vedi non è pagata, e se non la vendo, la ridò a chi me l'ha data per la mostra; appena appena ne ricavo, ammazzandomi tutto il giorno al banco, tanto da mangiare e vestirmi. Tu lo sai, io sono come te, scapolo ancora; e perchè sono scapolo a trentasei anni sonati? Perchè ho paura del matrimonio e della figliolanza, e ne ho paura perchè sono povero.
Giusto non si lasciò commuovere da quelle dichiarazioni e franco franco ribattè così:
—Aspettavo che mi dicessi questo, perchè so quanto guadagni e quanto sei avaro di giorno; so pure che non prendi moglie, perchè la notte all'Eden, alla Follia e in altri luoghi, trovi quante mogli fanno al caso tuo. Ma io non chiedo un prestito senza interessi, che sarebbe un'ingenuità, sono venuto a proporti un negozio; se mi dai mille lire te le renderò col dieci per cento fra un anno, e anche prima.
Venanzio non ebbe nemmeno il tempo di riflettere, come sembrava volesse fare, perchè un brutto ceffo si affacciò alla bottega senza dir parola.
—Vengo, disse l'orologiaio, e l'uomo sparve.
—Ecco, proseguì Venanzio, continuando ad assestare gli orologi della mostra; io sono qui per contrattare: non dobbiamo forse far contratti tutta la vita? ma quando uno chiede che io gli procuri un po' di denaro che non ho, non posso incomodare la gente che mi vuol bene senza fargli vedere prima il pegno e consegnarglielo poi. Se tu hai dell'oro vecchio, dell'argento, ma meglio oro, portalo qua e io ti potrò fare l'imprestito; così faccio qualche volta; oro e argento; oppure orologi; ma tu non hai sicuramente una partita d'orologi da sbarazzare; tu non sei un collezionista.
Lasciò vagare sulle labbra un sorrisetto, ma lo cancellò subito.
—È vero, rispose Giusto, io non sono un collezionista d'orologi.
—Lo vedi! conchiuse Venanzio.
Aveva detto tutto; si affacciò in istrada per vedere se l'uomo di prima aspettasse, e rialzando il capo verso il suo caro parente senza nemmeno guardarlo, sembrò dirgli qualche cosa che Giusto intese a volo.
—Stammi bene, disse il pittore, e buoni affari.
Lasciò la bottega e nell'avviarsi al tribunale passò rasente al brutto ceffo che tornava verso la bottega di Venanzio.
Sebbene fossero le nove sonate, quando Giusto arrivò al Palazzo di Giustizia, l'usciere non era ancora al telonio a preparare le citazioni e a radunare le sentenze per notificarle. Che ne era avvenuto? Niente altro che questo: Ippolito s'era ammalato d'indigestione, volgarità indegna d'un magistrato, ma che può toccare anche al primo presidente. Giusto lo troverebbe a casa, a letto.
Queste notizie gli vennero date da un altro ufficiale giudiziario, il quale anzi raccomandò di dire al collega malato che quella tal citazione verrebbe fatta prima del mezzodì.
E Giusto via, a picchiare alla porta del suo terzo cugino.
Gli fu aperto dalla figliuola di Ippolito, una cuginettina perduta di vista da molti anni, un amore di bimba non avente proprio l'aria di essere tanto vicina alla curia e al tribunale; ne pareva anzi lontanissima, tanto era bianca, bionda, e gentile; e pure anche il giorno prima quell'amorino ingenuo aveva riempito molta carta bollata indegna di un suo caratterino nitido e bello, senza domandarsi conto di quanto faceva per contentare il babbo.
—Chi è? domandò appena ebbe schiuso l'uscio, e subito soggiunse: è lo zio Giusto.
—Non sono tuo zio, ma tuo cugino, tienlo in mente…
—Il babbo dice che sei zio, ma se tu vuoi essere mio cugino, lo preferisco quasi; vieni pure, ma il babbo sta male, perchè ieri ha lavorato troppo…
—L'altro usciere mi ha detto che ieri ha mangiato…. e gli ha fatto male.
—Non è vero; lavora qualche volta troppo e allora non digerisce quel che mangia. Vado subito a dirgli che sei qui, aspetta un momentino…
Così dicendo, quella donnina accompagnava il suo parente in salotto, gli accennava di mettersi a sedere, e via di corsa.
Uscirono dal cervello del maestro tutti le amarezze della giornata incominciata per trattenere soltanto la visione gentile della cuginetta.
Un pittore che sappia il fatto suo, al primo vedere una figurina come la figliuola dell'usciere Ippolito, si sente subito afferrare dalla tentazione di arrestarne sulla tela il più possibile, il viso almeno, un po' di collo, le manine bianche, le braccia tonde; il resto viene poi.
Così Giusto.
«Come si chiama mia cugina? Maria, mi mi pare; ma non ne sono sicuro, e non mi starebbe bene domandarlo; altrimenti si vedrebbe subito che io dei parenti cari mi sono infischiato magnificamente fino al momento di averne bisogno. È fresca come una rosa appena sbocciata; beato chi la potrà cogliere; è bella; è amabile, disinvolta e garbata; farà la felicità di un usciere novellino, o chi sa mai, magari di un usciere vecchio, che abbia ammucchiato molto denaro notificando molta carta bollata. Ah! quanti grandi artisti sono diventati celebri perchè avevano un modello in casa!»
Giusto ebbe l'audacia di immaginare l'arte gentile che egli avrebbe fatto nel primo tempo dopo le nozze, quando la cugina Maria…. diciamo…. fosse al suo fianco, e l'arte grande che gli sarebbe uscita dal pennello quando Maria, diciamo ancora così, avesse preso proporzioni un tantino matronali, ma un tantino appena, e il suo viso di faterella allegra fosse oscurato da quell'ombruzza di melanconia di chi ha visto da lontano il dolore.
La cuginetta tornò in quel punto ad annunziare che il babbo dormiva ancora, ma nel dire mostrò apertamente il dolore della bugia; tanto apertamente, che Giusto fu lì lì per consolarla così:
«Maria…. ho inteso tutto….» ma dalla camera vicina la voce sonora, che spesso tonava nell'aula annunziando il tribunale, gridò forte: Cristina!
E Cristina, chiesta permissione, sparve una altra volta.
—Si chiama Cristina, e io me ne ero scordato; è proprio bella tanto, ingenua e schietta; non pare la figlia di un usciere; mio cugino Ippolito ha fiutato il caso mio; per paura d'essere indebolito dall'indigestione, mi mandava a spasso con una bugia; ma pensandovi ha visto di non guadagnare gran cosa, e ora mi fa dire di venire al suo letto, che, ammalato com'è, saprà difendersi. È come se lo vedessi.
Cristina rientrò in sala in quel punto; aveva la faccetta allegra d'una donnina che, odiando la menzogna, si rallegra di dire una verità.
—Il babbo dormiva, perchè non aveva inteso che si trattava di te; ora ti vuol vedere.
—Grazie, balbettò Giusto per dire qualche cosa.
—Grazie di che? chiese Cristina.
E veramente grazie di che? Giusto non sapendo rispondere, si avviò in uno stato di perplessità inesplicabile. Giunto a piedi del letto matrimoniale dell'usciere vedovo, non fu tolto al suo stato dagli omei con cui Ippolito cominciava la propria difesa personale.
—Ahi! questo mio stomaco non mi serve più; ahi! è il piloro sicuramente, o è il fegato, o è la milza, o è il demonio; il fatto è che se mangio un boccone con un po' di appetito mi tocca dire mi pento e mi dolgo una settimana intera.
—Che cosa è stato?
—È stato che si lavora troppo per campare la vita. Ma bravo! Mio cugino, il grande artista, il faro dell'arte pittorica lombarda, si è ricordato d'un misero uffiziale giudiziario! Non è, Dio ti guardi, per una citazione? Se il cliente tuo non ti vuol pagare, dà retta a me, piglialo con le buone; non ti venga mai la tentazione di pigliarlo con le mani d'un usciere. L'usciere, anche se è cugino, non può far nulla senza la carta bollata. Ahi! questo piloro, questo fegato, questo demonio mio! Mettiti a sedere; vedi là, vi dev'essere una sedia libera; l'hai trovata? Bravissimo; e ora dimmi il caso tuo. Ahi!
La perplessità singolare di Giusto durava ancora; egli udiva le parole dell'usciere ammalato, ma ascoltava i passi della cuginettina bionda, che dava sesto nell'altra stanza; costretto a dire la molla che l'aveva spinto fino in casa del cugino usciere, nella sua perplessità affermò che le molle erano due.
Curioso! Il fatto che le molle fossero due, mentre erano sembrate una sola all'usciere, lo rallegrò invece di fargli pena. Pensò subito che fossero due cambiali precettabili.
—Se sono pagherò o tratte protestate è meglio, ma fossero anche citazioni, io sono agli ordini tuoi; non pagherai altro che le spese vive.
—Grazie, ma non è questo; io vengo da te unicamente perchè ho bisogno di due cose…
Pensò un momentino se gli convenisse prima parlare dell'agente delle imposte, e riconobbe che era meglio parlarne dopo. E allora?…
—La prima è tua figlia.
—Cristina! come entra mia figlia nel caso tuo?
—Sì, proprio Cristina: sono venuto a chiedertela in moglie…
—Per te?…
—Ma… mi pare.
—Ma tu non sai che Cristina ha diciasette anni soltanto, e tu, se i miei conti tornano, ne hai almeno trentatre….
—Sonati… È disgraziatamente vero; ma io mi sento giovanissimo ancora…
—Sentirsi è una cosa, essere è un'altra; come la pittura d'una cosa non è mai la cosa medesima… Mi spiego? Se non mi faccio intendere abbastanza, mi spiegherò meglio: per mia figlia ho altre vedute. E non ne parliamo altro; se mi vuoi dire l'altra cosa… ahi!
Giusto stette un po' a pensare e lì per lì non rispose.
—Me la vuoi dire? insistè l'usciere.
—Ci penso… Non te la voglio dire, tanto non ci guadagnerei nulla.
L'usciere non era punto curioso e lo disse:
—Pazienza! io non sono curioso.
—Ti saluto, conchiuse Giusto, rizzandosi da sedere; guarisci, cura il tuo piloro, torna presto al tribunale e stammi allegro.
—Senti ancora; che premura hai? senti…. Cristina non sa nulla?
—Non sa nulla ancora.
—Ti conviene che non sappia mai; io non le dirò niente, te lo prometto.
—Grazie.
L'usciere dal suo letto chiamò forte «Cristina!» perchè accompagnasse il faro della pittura lombarda fino all'uscio, e Giusto disse a se stesso:
—Essa invece saprà subito e saprà tutto.
E appena apparsa la faccetta soave della cugina, egli le disse:
—Sai? me ne vado; la cosa che domandavo a tuo padre, mi è riuscita male…
—Me ne spiace tanto…
—Ah! se fossi sicuro che ti spiacesse tanto, quasi mi consolerei un poco.
Cristina aprì gli occhioni belli a guardare il suo parente, non intendendo ancora.
—Si può sapere che cosa gli hai domandato? domandò ingenuamente.
—La vuoi proprio sapere?
Cristina non rispose nulla, perchè l'occhio nero del faro della pittura lombarda le andava dicendo tante cose.
—Te la dirò all'orecchio.
Ma tacque un poco, aspettando il pentimento.
Cristina non respirava più.
—Dimmela, balbettò con un fil di voce.
—Gli ho chiesto… te… in isposa… ed egli mi ha risposto: no.
—Cattivo babbo! scappò detto alla creatura ingenua; e diè in un pianto dirotto.
Giusto, a cui da poco in qua sembrava di sognare, a questo punto del suo sogno si svegliò in paradiso.
—Cristina! gridò forte l'usciere dall'altra camera; Cristina!
Nessuno gli rispose.
—Senti, bambina mia, tu ora mi fai felice, ma asciuga le tue lagrime; se vuoi proprio, se mi saprai aspettare, io ti farò mia; vuoi?
—Sì, voglio.
—Allora dammi un bacio; e speriamo insieme.
Cristina diede il bacio senza titubanza.
—Cristina! chiamava Ippolito dal suo letto; dove si è cacciata quella ragazza?… Cristina!
—Trovo la mia strada da me, rispose Giusto a voce alta.
Si pigliò in silenzio un altro bacio dalla bocca soave, un altro bacio pose sulla fronte della sua fanciulla, e se ne andò fidanzato.
Ma non aveva trovato nulla per l'agente delle imposte.
Tutto il rimanente di quel giorno Giusto non fece altro se non pensare alla sua fidanzata, ed ebbe solo un po' di requie quando con poche pennellate di biacca, di cinabro e di cromo si fu messo dinanzi la faccia gentilina e i capelli d'oro che gli trottavano nella fantasia. Ogni giorno avrebbe aggiunto qualche cosuccia alla tela, pur che ogni giorno trovasse modo di vedere Cristina, in casa, o alla finestra, o alla passeggiata. Uscirono da quel cervellaccio di grande artista tutte le melanconie della tassa di ricchezza mobile, dimenticò perfino l'esistenza d'un agente delle imposte e gli parve di vivere in una Italia nuova, fatta allora allora per lui e per Cristina, in un'Italia dove si fosse perduta la mala semente dell'esattore e non si conoscesse nemmeno la necessità di rifare il Cenacolo quattro volte l'anno per campare la vita.
Camminando per le vie, a testa alta, con gli occhi fissi in Cristina sua, respirando Cristina sua nell'aria di quel mattino di maggio, il faro della pittura lombarda si dimenticò perfino di essere un faro, di aver trentasei anni sonati bene bene, per ridiventare un fanciullone.
Pensava: «Di che mai espedienti si serve il cielo misericordioso (perchè ora tornava a credere nel cielo e nella sua misericordia) per avvicinare due cuori che si vogliono amare! Chi potrebbe far credere all'agente delle imposte che egli, minacciando una tassa che forse non riscoterà mai, mi abbia riunito a Cristina mia per tutta la vita?
«Per tutta la vita? Sì, per tutta. Ormai Cristina è legata a me; nessun tribunale, con nissun atto di usciere potrebbe mai impedire a due cuori di amarsi tanto. Il cugino Ippolito, dopo avermi detto no alla prima, mi dirà sì alla seconda; e a me, fra quindici giorni, non mancherà il coraggio di andarlo a trovare in tribunale, e magari al suo letto se avrà fatto un'altra indigestione.»
Fortunatamente, della seconda causa che lo aveva spinto in casa dell'ufficiale giudiziario, egli non aveva fiatato, perchè sapere bisognoso d'una somma relativamente tenue, il faro della pittura lombarda, non gli aggiunge luce nè decoro; Giusto accomoderebbe forse il proprio negozio con l'altro parente macellaio, e non riuscendo nemmanco con lui piglierebbe la risoluzione di trasportare in Svizzera il Cenacolo incominciato e gli altri bozzetti, accomiatandosi con una bella lettera dall'agente delle imposte.
—Dunque si va a far visita al macellaio?
Giusto si propose il quesito parecchie volte in quella giornata memoranda, e lo lasciò sempre in sospeso per causa di Cristina bella, che lo chiamava a lei in silenzio.
All'ultimo rispose melanconicamente di sì, e si avviò al macello con l'aria d'una buona bestia segnata e rassegnata.
La casa dello zio Bortolo era fuori di porta; d'un piano solo ma bellina assai, tutta tinta di sangue sieroso, ma con le persiane di un rosso vivo, che pareva sangue arterioso; vi abitava la famiglia del macellaio soltanto e perciò, non vi essendo portinaio, per farsi aprire, bisognava toccare il bottone del campanello.
Giusto, dando un'occhiata alla finestra sanguigna, si sentì venire un po' di baldanza accettando questo presentimento bugiardo:
«Mi pare che dove meno me l'aspettava, troverò il fatto mio; qui dentro stanno di sicuro molte migliaia di lire inoperose; sta a vedere che una se ne viene alla chetichella nel mio portamonete.»
Mentre egli toccava coraggiosamente il bottone del campanello, un'altra voce, vera e sacrosanta, mormorava a canto a lui, strascicando le parole, tanto era dimessa: «vedrai che Bortolo farà come gli altri, non ti darà un soldo.»
La porta di strada si aprì, e subito una voce gridò dall'alto:
—Chi è?
—Sono io, rispose il gran maestro, infilando le scale.
Al secondo pianerottolo una vecchia lo squadrò da capo a piedi, ripetendogli:
—Chi è?
—Sono io; il nipote di zio Bortolo; mio zio è in casa? come sta? riceve a quest'ora?
Il macellaio stava benone e non gli sarebbe sembrato vero di poter ricevere nel salotto, in fondo a un corridoio, dove la vecchia accompagnò il visitatore, ancor che fosse nipote del padrone, a contemplare un uscio chiuso. La chiave era nella toppa, ma non girava bene, e dopo inutili sforzi della fantesca si provò Giusto con miglior resultato.
La fantesca spalancò la finestra sanguinosa e alla luce Giusto ammirò il buon gusto di suo zio.
Quella sala era tutta lucente, e i mobili di noce di stile modernissimo, anzi senza stile, acquistati in Santa Marta, erano massicci; avendo una passione per il marmo che gli ricordava le belle memorie del macello, lo zio Bortolo, oltre averne messo in abbondanza sopra due mensole che si facevano riscontro guardandosi con l'occhio enorme di due specchi, aveva aggiunto in una parete un canterano; negli angoli della stanza due tavolini da notte tondi, pronti a ricevere vasi di qualunque genere o puttini di terra cotta… erano già forniti di marmo. Di quadri nemmeno l'ombra, e pareva a Giusto che nelle pareti starebbero benone almeno due paesaggi; già gli sembrava di averli fatti; uno di natura viva, riprodurrebbe i buoi condotti al macello; l'altro di natura morta, molta carne macellata. Il grande artista farebbe la tela in due settimane se Bortolo gli pagasse le mille miserabili lire.
Dopo molto aspettare, la mole enorme di Bortolo, piegandosi un tantino, passò la porta spalancata.
Anche egli, come il prete, domandò quale vento gli avesse portato a casa suo cugino.
Il faro della pittura lombarda si spiegò subito; non era stato un vento, ma bensì l'agente delle imposte, perchè egli, lui, per lui, per ciò… intendeva bene il macellaio?
Il macellaio intendeva benone; ma dalla sua mole uscirono subito certi lamenti tenui, frammezzati di piccioli gridi da far pietà a una belva. Oh! Dio, aver pensato a lui in una congiuntura simile, mentre chiunque, fuori che lui, avrebbe potuto far meglio. Ma, celeste misericordia! Bortolo, poveraccio, non macellava più, non sapeva più come fossero fatti i marenghini con cui una volta pagava i buoi; non era oggi il regno della carta straccia? e dunque? se Giusto gli volesse credere… Bortolo non aveva visto da un poco una moneta d'oro.
Il faro della pittura lombarda a questo punto era già un faro spento, ma volle mandare un ultimo guizzo dicendo allegramente a suo cugino che egli si sarebbe contentato di mille lire in carta, anche stracciata o rappezzata, pur che vi si leggesse chiaramente l'uso che doveva fare.
—Ma io, volle conchiudere Bortolo, cominciando a entrare in collera.
—Ma tu, interruppe Giusto, tu non me li puoi dare, non è così?
Era proprio così.
—Allora ti saluto.
—Te ne vai? Mi dispiace tanto, ma io non posso far nulla; non è una settimana che ho dovuto pagare un debito di quattrocento lire che mio figlio, quello scapestrato di mio figlio Gerolamo, mi ha fatto a Pavia. Io non avrei pagato, te lo giuro, perchè un mese prima l'altro mio figlio, Giuseppe, quello che mi minaccia da dieci anni di non pigliar la laurea di ingegnere, mi aveva salassato di cinquecento lire; ma Gerolamo, che studia la legge da sette anni, mi assicurò che bisognava pagare, perchè egli aveva imitato la mia firma in una cambiale protestata. Vedi dunque se un cristiano battezzato può aiutare un cugino quando ha la disgrazia di due figliuoli come i miei. Ti dico io, è impossibile, e quando te lo dico puoi credere…. Ma se ti fermi un momentino posso farti assaggiare un dito di barolo vecchio come il peccato mortale.
—Davvero?
—Sì, proprio.
L'idea di bere il vino del parente che gli negava mille lire in prestito, sorrise in un cantuccio del cervello a Giusto; bevve allegramente, riconobbe che il barolo vecchio come il peccato mortale era saporito come il peccato veniale, e se ne andò con molta disinvoltura, ringraziando lo stesso.
Non sembrando vero al macellaio d'essersi sbarazzato con così poco, volle almeno dare un buon consiglio al suo giovine parente.
—Va a trovare tuo cugino, l'usciere, gli gridò dal pianerottolo, egli forse accomoderà il fatto tuo.
—Grazie, rispose il faro della pittura lombarda, dall'ultima scala.
Uscendo al sole era spento più d'un fanale.
Cristina gli rientrò subito nel cervello, cacciando ogni altra melanconia.
E allora chi pagherà l'agente delle imposte? Se è destino che qualcuno paghi, qualcuno pagherà; ma mi pare che non sia destino, signor agente.
Gli trottavano per il capo due forme di lettere all'agente delle imposte. In una era il commiato semplice e garbato, in un'altra più tentatrice la garbatezza era ironia, la semplicità si perdeva assolutamente di vista.
Prima di tornare a casa non aveva ancora fatto la scelta, e quando si fu messo davanti al cavalletto a carezzare col pennello la sua Cristina, l'agente delle imposte potè credersi dimenticato.
E veramente Giusto se ne dimenticò tutto un mese per amor di Cristina, fin che l'agente delle imposte gli rinfrescò la memoria per mezzo dell'esattore. Il termine dei reclami essendo scaduto, l'agente se n'era lavato le mani, incaricando il suo sozio di riscuotere lire 811 entro otto giorni dal giorno tale, minacciando la multa per ogni giorno di ritardo, e se fosse proprio necessario, il pignoramento dei mobili.
Allora a un altro fuor che a Giusto non rimaneva se non pagare; invece il faro della pittura lombarda aveva ancora lo scampo di imballare alla chetichella i pochi mobili, oppure vendere tutto il vendibile, e piantare in asso esattore ed agente con due palmi di naso.
Ma sì, ora l'idea di andarsene non gli sorrideva più come la prima volta, perchè Cristina gli era entrata troppo nel cuore, e la tela incominciata, ancor che l'avesse portata seco, non lo poteva compensare di tutto quanto perdeva. E avrebbe perduto tutta quanta la felicità, che non era poi gran cosa; giacchè non avendo potuto trovare verun pretesto giusto di tornare in casa dell'usciere, egli non aveva potuto avvicinare la sua innamorata. Pure l'aveva vista di buon'ora alla finestra di strada, rischiando il torcicollo ogni mattina per guardare al quarto piano; più tardi, all'ora del desinare, e più tardi ancora, prima di notte, si era fatto una festa di andare nella strada del suo paradiso, a indovinare da lontano il visino dell'angelo suo, quando non gli capitava la disgrazia di trovare la finestra chiusa; ma allora era segno che l'angelo era uscito con la fantesca, e aspettando di piè fermo sulla cantonata, mettendo gli occhi inquieti un po' per tutto, era quasi sicuro di incontrarla sulla via e di dirle alla muta tutto l'amor suo sconfinato.
Quando fosse andato a Lugano o altrove, chi gli renderebbe questa felicità perduta?
Giusto vide bene che non gliela renderebbe nessuno, nemmeno l'eterno padre a cui non credeva molto, ma che pure invocava qualche volta per abitudine.—Dio grande, gli diceva a voce alta, se è vero che tu puoi tutto, fa una bella cosa per me: dammi l'angelo mio, io me lo sposo, e ce ne andremo insieme a Lugano; l'esattore non esigerà da me nemmeno un centesimo, noi saremo felici e diremo il Padre Nostro sera e mattina.—
Ma l'invocazione peccava da un lato. Se egli potesse sposarsi subito aCristina, l'usciere, divenuto suocero, lo pregherebbe di fermarsi inMilano, salvando in qualche modo i suoi cenacoli dalle unghie ladredell'agente delle imposte.
E come sposare Cristina prima che avesse l'età maggiore?
Cominciò allora a germinare nel cervello del grande artista un'idea audace; trovarsi con Cristina una domenica all'uscita dalla chiesa chiesa di Sant'Alessandro, spingersi innanzi la fantesca in qualunque modo, con una mancia, con un'astuzia, con un calcio, se fosse proprio indispensabile; e invitar Cristina a venirsene con lui… in cima a un monte inaccessibile per altri, in Australia, al Polo, nel deserto di Sahara, e intanto a Lugano.
Per campare fin che il cugino suocero fosse placato, il faro della pittura lombarda venderebbe un cenacolo per due tozzi di pane, farebbe la concorrenza alla fotografia, riproducendo in effigie tutta la popolazione maschia di Lugano, e se Cristina non vi trovasse nulla a ridire, anche il bel sesso. Un giorno poi l'usciere, mansuefatto, darebbe il consenso alle nozze, e la felicità, entrando finalmente nella casa del grande artista, vi splenderebbe davvero come un faro.
Ma questa idea era appena un germe, quando accadde una cosa straordinaria: il cugino Ippolito in persona venne a fargli visita.
Entrando nello studio del grande artista, l'usciere aveva una solennità straordinaria; senza nemmeno annunziarsi, fece fermare un suo compagno della bassa curia e si avanzò incontro al cugino.
—Oh! Dio! tu qui! esclamò Giusto; e subito gli vennero in mente tutte le cose impossibili: che Cristina, non ne potendo più, avesse svelato la propria passione al babbo; che il genitore, non resistendo alla disperazione di sua figlia, del suo sangue, fosse venuto a chieder scusa del rifiuto, a pregare il grande artista di non lasciargli morir d'affanno la figliuola.
—Sì, sono io, rispose gravemente l'uffiziale giudiziario; e non mi spiace d'essere io, perchè un altro non potrebbe far meglio di me; devo pignorare i tuoi quadri, i tuoi mobili, lasciandoti i pennelli e la tavolozza, gli strumenti professionali; sono stato a casa tua, ma il portinaio mi ha detto che eri uscito e mi ha anche confessato che tu appigioni due stanze mobiliate; se appena appena pignoravo un tavolino il padrone faceva opposizione e il governo ci rimetteva le spese. Ma come è stato? Sicuramente una distrazione; benedetti artisti! voi altri non vi ricordate mai di nulla, e il povero esattore ha da vivere anche lui e dar da mangiare al governo… Sicuramente… è l'esattore che mi manda. Hai lasciato trascorrere tutti i termini di legge, non hai pagato mai… e ha mandato me del terzo mandamento perchè la fatalità ha voluto che i due uscieri del secondo siano ammalati entrambi: noi del terzo ne facciamo le veci per turno.
—Ah! sei qui per il pignoramento? balbettò il gran maestro; credo che non troverai gran cosa…
—Ma dunque devo fare davvero? Per ottocento miserabili lire tutte queste tele andranno all'asta, tutti questi bei mobili…
Così dicendo si guardava intorno, e non potendo rimangiarsi le parole, ammutolì, perchè le tele erano poche e nessuna finita, e tutti quei mobili erano seggioloni tarlati o divani antichi da far magnifico effetto dipinti, ma nessuna buona figura a una subasta pubblica.
—È dunque un puntiglio? aggiunse a bassa voce.
—No; confermò Giusto senza arroganza, ma con accento deliberato, il puntiglio è dell'agente delle imposte, il quale si è messo in testa di essere pagato; ma che colpa ho io se non ho avuto mai ottocento lire tutte in una volta? Dillo tu. Anzi…. si fermò un momentino all'idea di buttare dalla finestra tutta la sua felicità con due parole, ma tanto era avvilito, che gli scapparono…. anzi, quando veniva a chiederti la mano di tua figlia che avrei fatto felice, te lo giuro, perchè l'avrei adorata come una santa, ero tentato di chiederti un prestito di ottocento lire e le avrei rese presto. Tu mi hai dettonoalla prima domanda, e allora mi è mancato il cuore di fare la seconda. E poi, perduta Cristina, non m'importava più di nulla; mi aspettavo questo giorno; ora pignorami; sono curioso di vedere come fai, e, se permetti, rimango.
—Anzi è quasi il tuo dovere, e se vuoi ti nomino custode degli oggetti pignorati; aggiunse Ippolito con accento dimesso mandando in giro un'occhiata melanconica; ma se si potesse risparmiare quest'atto crudele… crudele specialmente per me che ti son parente…. vediamo, non potresti tu fare uno sforzo per contentare l'esattore?
Giusto fece deliberatamente di no col capo.
—No? Pensaci… se rimettessimo le cose a domani, forse si potrebbe tentare qualche rimedio….
Giusto ripetè il rifiuto con un cenno del capo.
—Capisco che tu mi vorresti venire in aiuto, ma io ho mutato idea; me ne andrò all'estero a dipingere i miei quadri; l'esattore si pigli pure tutto… fa il piacere di pignorarmi subito… Però ti ringrazio.
L'usciere, rimasto perplesso tra l'accettare il ringraziamento e dire il vero, rispose:
—Non mi ringraziare, perchè io non avevo intenzione di darti nemmeno un centesimo; ma sono tuo parente e mi pare che qualche cosa potrei fare per te, se non mi costasse nulla.
Continuava a guardare intorno e finalmente concluse.
—Per esempio, potrei fare un verbale, dichiarando di non aver trovato nel tuo studio tanta roba da pagarmi l'accesso giudiziario e la carta bollata…
Proseguì a bassa voce:
—Fammi il piacere di nascondere quella pipa di schiuma e quell'orologio d'oro…
Giusto nascose i due oggetti in tasca, per contentarlo, ma in buona coscienza credette in obbligo di dire sottovoce:
—L'orologio non è d'oro.
Allora l'usciere fece venire innanzi il suo sozio, e fra tutti e due, in fondo a una carta bollata, uno scrisse e l'altro attestò con la sua firma che nello studio di Giusto pittore non si era trovato nulla di buono da meritare il pignoramento.
Dopo di che, il sozio se ne tornò in pretura, e l'usciere volle tenergli dietro; ma il gran maestro lo trattenne per dirgli una parolina.
—Cristina… volle dire.
Ma l'usciere, rialzandosi quattro buoni pollici, assicurò bruscamente che era inutile parlare di sua figlia in quel momento.
—Ne convengo, disse umilmente l'innamorato, ma domani, doman l'altro; dimmi tu il giorno.
—Giammai, disse, e parve che la parola inesorabile fosse scritta in carta bollata.
Dal giorno del pignoramento non fu più possibile a Giusto incontrare Cristina per la via; Sant'Alessandro non vedeva più la sua piccola devota, nè alla messa del mezzodì, nè ad un'altra messa; e quando il pittore fu persuaso di questo, per essere rimasto tutta la mattinata di una domenica piantato come un pilastro (un pilastro inquieto veramente), a distribuire l'acqua santa a tutte le ragazze, allora non gli rimase dubbio che gli ordini del babbo usciere erano di mutar chiesa, d'andarsene alla prima messa a San Giorgio o a San Lorenzo. E Giusto una festa non fece altro che viaggiare da una chiesa all'altra; più semplice sarebbe stato piantarsi in faccia al portone di casa, ma egli temeva d'esser visto dall'usciere, il quale per difendere la legittima prole da quelle nozze che non gli andavano a sangue, sarebbe stato capacissimo di far perdere la messa e il paradiso a sua figlia.
Ma nemmeno a San Giorgio e a San Lorenzo, Cristina si lasciò vedere. Allora un fiero dubbio assalse il pittore innamorato: forse Cristina sua era ammalata!…
Questo pensiero gli era appena entrato nel cervello, e già Giusto era avviato a visitare la cara inferma.
Lo aspettavano insieme una gioia e uno sgomento nuovo: la porta di casa era chiusa, la portinaia informò che la ragazza con la fantesca erano andati in Brianza, per qualche giorno, mentre l'ufficiale giudiziario era rimasto a fare le sue citazioni e i suoi pignoramenti. Però, se Giusto volesse vedere il signor Ippolito dopo il tribunale, tornasse alle diciassette in punto, che a quell'ora per abitudine dava una capatina a casa, prima di andare alla trattoria a desinare.
Il pittore ne sapeva quasi abbastanza.
—In qual paese di Brianza? domandò alla portinaia.
—A Barzanò.
Il grande artista non chiese altro; col primo treno se ne venne a Monza, e di lì con la tramvia a Barzanò. Ma per quante ricerche facesse della casa dell'usciere Ippolito, nessuno ne aveva inteso mai parlare; e quando cominciò a dire di Cristina, dipingendola come sa fare un pittore innamorato, si sentì rispondere che ragazze belle quell'anno Barzanò ne aveva tante, perchè dopo agosto ne erano venute da Milano e da Monza almeno almeno una ventina, quasi tutte sparse per le ville, due o tre appena in paese.
Dio buono! essere a due passi da Cristina sua, e non poterla vedere!
Per altro, prima di sera, Giusto trovò la buona strada, essendogli stata indicata una villetta distante da Barzanò un chilometro e mezzo, dove una signorina con la fantesca, arrivate da poco, erano andate a stare in casa del notaio Cipolla.
La celebrità del notaio Cipolla era molta in Milano, perchè col mezzo del suo tabellionato vi si facevano gli intrugli più difficili; perchè la moglie sua, figlia d'un usciere famoso anche lui, si era fatto essa pure la celebrità d'essere una gazza di prima forza. Quanto il Cipolla era abbottonato e taciturno per necessità professionale, altrettanto la moglie era curiosa e ciarliera; e si aveva la prova parlante che il notaio, tornato a casa, abbandonava il sussiego per lasciarsi sbottonare e rivoltare tutto dalla legittima notaia fino a far vedere le fodere. Perciò il Cipolla metteva bensì insieme i più complicati meccanismi di società commerciali, in nome collettivo, in accomandita, e anonime, ma era raro che per l'opera sua si facesse un testamento.
Giusto gli aveva fatto una volta il ritratto a olio, non gli avendo strappato di bocca altro che monosillabi in tutte le ore delle sedute; questa volta, andando a fargli visita di proposito, lo inviterebbero almeno a desinare, facendolo sedere tra la notaia e Cristina sua, ed egli terrebbe sempre una mano sotto la tovaglia.
Disgraziatamente quel giorno il notaio Cipolla non era in villa, e quando Giusto ebbe chiesto di lui alla fantesca, e la fantesca gli ebbe risposto di cercarlo a Milano, egli non poteva far altro che andarsene.
Nondimeno si provò a domandar notizie di Cristina, ma ahi! la buona fanciulla era ammalata e appunto il dottor Cipolla era corso a Milano a informarne il babbo.
Giusto vedeva naufragare ogni sua speranza; non seppe decidere lì per lì se gli convenisse sfoderare la qualità di zio e di cugino, e insistere per essere messo alla presenza della signora notaia…. ebbe una vaga paura di perdere ogni frutto del suo viaggio se l'usciere ne venisse a cognizione, stette un po' a guardare intorno, forse sperando che la signora curiosa s'arrischiasse a tiro; infine se ne andò con l'unica speranza di non essere visto da nessuno. E almeno in questo ebbe fortuna, perchè nè il notaio nè l'usciere videro lui, ed egli vide entrambi arrivare mezz'ora dopo nel tram, mentre egli vagava come un cane battuto, nascondendo l'amore inquieto dietro i gelsi della campagna.
Non perdette di vista la villa fin che si accesero i lumi alle finestre; in una di queste la luce non si moveva mai, ed era sicuramente la camera di Cristina inferma. E di che male era inferma la creatura adorata? La fantesca non aveva saputo dir nulla; ma sicuramente era il mal di amore, un male così fatto che quando si attacca alla gente robusta la lascia in piedi, a vagare fra i gelsi, ad assorbire la rugiada serotina per tutti i pori, e quando piglia una bambina bianca e delicata la stronca subito e la mette a letto.
Giusto vagò molta parte della notte intorno al villino, tenendo desti i cani di guardia che empivano la campagna co' latrati; cercò sempre il lume acceso, con una speranza impossibile, cioè che la sua innamorata avesse a distinguere il passo di Giusto per le zolle dei campi e potesse correre alla finestra a mandargli un saluto, a dirgli a bassa voce: «io sto meglio e t'amo».
Invece quella notte Giusto si buscò solo una febbre reumatica, e quando a ora tarda andò a svegliare l'albergatore di Barzanò batteva i denti come un dannato.
E là, all'insegna della Corona, si mise a' letto, e la mattina chiamò il medico condotto, e per sua virtù rimase in paese quindici giorni buoni tra vita e morte.
Nello svegliarsi da quel lungo sonno, apprese che erano venuti a vederlo il notaio Cipolla e il cugino Ippolito, ma egli non aveva riconosciuto nessuno, che Cristina era guarita perfettamente e che la sua malattia era stata un'angina leggiera… e che altro? e che ora Cristina, più fresca e più bella di prima, era tornata a casa in compagnia del babbo.
Ah! quanto male gli faceva il medico condotto dandogli queste notizie! La sua fanciulla non aveva nemmanco saputo della presenza di Giusto ammalato, se no, sfidando tutte le collere dell'usciere, avrebbe dichiarato di non voler tornare a Milano se prima non avesse visto il caro infermo.
E pure, mentre l'ammalato si affliggeva, la natura più forte di lui gli dava un benessere singolare, una contentezza non mai provata prima, un entusiasmo gentile al contatto del quale la melanconia era quasi nulla. E talvolta, accarezzato dalla convalescenza, riconosceva che la vita è buona e che si può godere sempre qualche cosa, pur di accontentarsi di poco e di rassegnarsi molto.
Ma subito succedeva il terrore pazzo di dover vivere tutti gli anni della sua esistenza separato dalla fanciulla amata; e la rassegnazione gli sembrava impossibile quando gli fosse piombata sul cuore la notizia feroce che Cristina sua era fidanzata, che Cristina era sposa e madre dei figli d'un altro uomo. Ah! questa idea soltanto guastava tutta la felicità della convalescenza!