Canto di MontagnaTroppo grasso... e troppo grassi!Quel gran cuoco delKurhaus— benchè cavaliere e malgrado tutte le suestagionidi Vichy — aveva respirato troppo fumo di tedescheria e col lezzo pesante delle sue cucine ammorbava anche l'aria della pineta.Ecco!... Le zaffate digoulasche diplumcake— compresi ogni giorno nelménuper gli stomachi... deboli — arrivavano sin là, alla sua panchina prediletta, dietro la chiesuola luterana, dove anche quel giorno la marchesa Felicita avea riparato verso le cinque, mentre il lungo servente dei grassi e delle grasse cominciava a snodarsi lungo il viale dellaTrinkhalle. Com'era diventata opprimente e schiacciante quella turba dipingui, in mezzo alla quale viveva da due settimane!Ed era stata proprio lei ad insistere, perchè il dottore convenisse nel dire che un po' di cura per dimagrare le era necessaria, e le avrebbe fatto meglio del mare! Come l'aveva colta la paura di essere ingrassata, di dover ingrassare?La marchesa sorrise. Quella tremenda paura l'aveva presa una mattina di maggio — era un giovedì — nel «gabinetto degli specchi» negli ammezzati del Ventura.Vi si era indugiata, in corsè, a riprovare l'amazzone per Castelletto.A un tratto, sulla grande lastra di fianco, era apparsa e scomparsa via come un fantasma, la figura mefistofelica del cavalier Febo, esile esile, nero, nero, nel suo eterno lutto misterioso, e il sorriso freddo ed arguto dello scapolo maturo, quel suo sguardo vivo ed intelligente, l'avevano tutta rapidamente ravvolta e sapientemente accarezzata così come ella si trovava in quel punto.Soltanto Febo era capace di penetrare in un luogo simile, in un momento simile, in uno specchio così riservato!Rinetto, per esempio, non avrebbe mai osato farlo, e forse non sarebbe mai arrivato nemmenoe pensarlo! Un ragazzo, nient'altro che un ragazzo, quel povero Rinetto!... Tante volte l'aveva accompagnata sospirando, fin sulla soglia del Ventura! Ma solo per far ridere alle sue spalle tutte le madamine addette alla sartoria, mentre col visetto tondo volto in su, il nasino schiacciato volto in su, l'aspettava gironzando sul Corso.E nemmeno suo marito avrebbe mai avuto il coraggio di ficcarsi lì dentro e di apparire in quello specchio! Suo marito che avrebbe tanto desiderato di poterlo fare quando dal Ventura, in corsè, c'era la contessa Ersilia!In quello sguardo del cavalier Febo ella aveva letto una quantità di restrizioni sulla bellezza troppo appariscente delle rose in pieno sboccio, dalle foglie troppo spesse e carnose, di cui le aveva già parlato una volta. Ella aveva sentito che la linea del suo corpo minacciava di perder la purezza statuaria e, con quel pensiero molesto, un altro ancora, anzi un vero brivido di malinconia, l'aveva scossa tutta... Il pensiero degli anni, di quell'implacabile diciassette d'agosto un'altra volta imminente. Così si era decisa per «il paese dei grassi» e aveva gustato sin dai primi giorni la consolazione, la voluttà di essersi ingannata, di doversi ricredere. Non si era mai sentita tanto giovine,tanto flessuosa, tanto agile e fresca come in mezzo a quelle opulenti dame esotiche, infagottate di seta come le «donne fenomeno» delle fiere, tutte ciondolanti di gioielli come le Madonne della Riviera, e sempre asmatiche, lustre, gocciolanti, preoccupate solo di non riportare a casa tali e quali i loro novanta o cento chilogrammi di peso.E pazienza ancora le donne, elemento di contrasto e quindi di conforto!... Ma gli uomini!? Non ne poteva più!La Germania intera aveva dunque rovesciato in riva a quel fiume, in quella conca verde, tutti i campioni della sua pinguedine, i suoi colossi di gelatina tremolante, impastati di birra e di patate?Da qualche giorno ogni diligenza che arrivava ne rotolava giù alKurhausun'altra dozzina.E sempre quei ventri enormi che sembravano scappare fuori dalla cintola dell'immancabile blusa di panno color ramarro, sempre quegli occhiali d'oro, quei baffi color di stoppa, sempre quegli orribili capelli a pan di zucchero, coll'antipatica piuma di fagiano piantata dietro!Per qualche tempo la marchesa si era divertita col cavalier Febo e con Rinetto, a godersi la sfilata dei tipi, e anzi soleva dire ridendo: «Andiamoa sfogliare l'ultimo numero deiFliegend Blätter!» Ma ormai gente e luoghi, e quel continuoja! ja! so! so!nelle orecchie le erano venuti a noia.. Non ne poteva più! Guai se non ci fossero stati — soli italiani, soli magri e soli amici — quel povero Rinetto.... e il cavalier Febo!***Dopo un meriggio caldo, quasi come in pianura, lassù a quell'altezza si diffondeva verso le cinque la deliziosa frescura delle Alpi e correvano per la selva i primi aliti della brezza. Giù dai prati scendeva l'odor forte del fieno e oltre il fiume e la valle, pel grande anfiteatro dirimpetto, avvicendato di pinete, di frane, di immense pareti granitiche, di nevai e di vette, cominciava a distendersi l'armonia delle penombre, la delicata e morbida grazia dei violetti, degli ori pallidi, quello spettacolo del tramonto, che la marchesa Felicita aveva molte volte ammirato, come un grande quadro del Manzotti alla Scala, ma senza alcuna persuasione, senza alcun intimo commovimento... E nemmeno in quell'ora l'anima della bella signora s'apriva ai fascini della splendidaegloga vespertina. Ella pensava che non sarebbe scesa allaTrinkhalle, tanto era stufa e infastidita della solita processione, pensava al modo di sottrarsi, per quel giorno almeno, a quell'altra noia ineffabile dellatable d'hôte, nel salone semibuio e triste come una chiesa, dove soltanto in fin di tavola, al silenzio scontroso e all'ipocrita parlar sommesso fra i commensali, succedeva un momento di frastuono, il volgare acciottolìo delle tazze e delle posate, con qualche nota aspra, qualche strappo di frase rauca, di tedeschi un po' alticci.... E poi, la sera!.... I soliti cento passi lungo il fiume, che sembrava correre ancor più livido ed iracondo nel buio, ed il solito esame delle sue mantelle ed anche delle sue sottane di pizzo, da parte delle grasse più curiose e più sfacciate... per finire poi dinanzi al chiosco, a godere, sin verso le undici, il primo quarto di luna e il miagolìo dell'orchestrina, che di milanese non aveva più che il nome e i triangoli!... Ah, bisognava pur rompere il pigro ritmo di quella vita! La splendida valle non finiva lì! Oltre quelle montagne s'aprivano altre conche, altri incanti, dietro quella millenaria muraglia di pietre era il mondo, il gran mondo.... Ella non aveva affatto bisogno di mummificarsi intorno a quella fonte... Dunque?***— È arrivata! Non ha sentito iltuff tuff?Rinetto era comparso a capo del viale e si riposava della dolce e breve salita, poggiandosi come un vecchietto, con le due mani inguantate di bianco, sul bastoncino puntato innanzi.Si era messe anche le scarpe dimeltontutte bianche, e le mani e i piedi dell'elegantissimo ragazzone sembravano fatti di gesso ed appiccicati alle braccia e alle gambe di quella sua lunga persona dinoccolata e un po' fantocciesca, insaccata nell'abitone estivo di seta color pulce. Nemmeno l'aria e nemmeno il sole delle alpi erano riusciti a dare un po' di colorito e un po' di solidità alle guance flosce e smorte di quel viso sempre volto in su, sovra il collo fasciato del grande cravattone a tre giri, come nei ritratti di famiglia. Si sarebbe detto che il buon genio del monte non volesse sciupar nulla della sua tavolozza intorno al giovane prototipo dello snobismo cittadino, ben sapendo che di ritorno al piano sarebbe bastata una settimana di veglie buttate via fra le ragazze dell'Eden, per ridurlo di nuovo cascante, imbambolato ed assonnato, come del resto egli godeva di mostrarsi.Di fronte alla comica e bolsa virilità del giovinetto, la femminilità forte e rigogliosa della marchesa trionfava ancor più nella sua rosea e bionda bellezza, sullo sfondo verde cupo del bosco, nel molle abbandono del riposo, sovra la rustica panca. Ogni volta che Rinetto le compariva dinnanzi in una toeletta nuova, modestamente pretenzioso come un artista sicuro di sè, la marchesa non poteva a meno di ridere, e Rinetto ormai si era persuaso che era quella l'espressione irresistibile della sua ammirazione. Ma quella sera neppur Rinetto, così bello e così affascinante, riuscì a divertirla. Anzi, seccata, gli chiese, quasi strapazzandolo, chi mai fosse arrivato.— Come? Non si ricorda?Eureka, la nuova automobile di Febo.— Ah! Sì! Arrivata? E dov'è?— Alla villa del dottore, presso la «curva del latte». Di qui non la si vede, ma credevo l'avesse scorta, quando Febo, poco fa, la manovrava sullo stradone, laggiù... Immagini che ha mangiato quasi di volata le due salite sino alWaldhaus. Una bella macchina, non c'è che dire.— Di che forma?— Unavittoria, una veravittoria.— Il colore?— Grigio-piombo, filettata di turchino. Molto seria, forse un po' troppo.— Sarà goffa e pesante come le altre.— Un po' meno; si progredisce. Anche il rombo non è così seccante come nelle ultime provate a Milano. Farà un magnifico viaggio l'amico Febo!Rinetto aveva insistito su quest'ultima frase, con un'intonazione così fatua, che pareva avesse voluto dire alla marchesa: «Fra un paio di giorni, presso di voi, rimango... io solo!»Felicita lo guardò e questa volta rise di cuore, abbandonandosi indietro, sulla spalliera della panca, sin quasi a celare la massa dei capegli biondi tra i dardi verdi dei pini, mentre la bella gola ampia e candida le sussultava nel riso aperto, traverso la tenue camicietta, slacciata prima pel caldo.Rinetto si provò a ridere anch'egli ma ebbe invece un momento di stizza; di pallido si fece verdognolo. E dire che per lei aveva mancato al patto, si era ridotto alla più insigne e bottegaia delle volgarità, quella di andarsene da Milano in pieno luglio, e che da due settimane si struggeva in mezzo a quei tedeschi, a quelle piante, a quelle capre, mentre gli altri erano rimasti laggiù imperterriti sulla soglia delbar, padroni del Corso,pieno di sole e vuoto di gente, difendendo l'onore del gruppo! E dire che gli amici passavano serate deliziose al Savini, mentre la gran folla borghese era scappata dai trenta gradi di caldo, cosicchè essi soli avrebbero potuto dire con tutta semplicità: «Non ci siam mossi un giorno da Milano!»E per che cosa poi? Per vederla ridere?Ridere... oflirtarecon Febo!Allora, perchè la marchesa gli aveva fatto così chiaramente capire che lo avrebbe avuto caro, con lei, in montagna?... E perchè qualche volta, di tempo in tempo, quando egli osava dirle tante cose con un'occhiata, ella non rideva più?La marchesa scendeva lentamente lungo il viale, buttando via con la punta del parasole scarlatto i rari sassolini bianchi fra la sabbia. Prima di infilare il grande viale delKurhaus, si volse d'improvviso a Rinetto e quasi seriamente gli chiese:— Quanti giorni durerà il viaggio del cavalier Febo?— Non so bene... Otto o dieci giorni, credo. Non ricorda il famoso itinerario? Cinque valichi alpini, dei quali due oltre i duemilaquattrocento metri, quindi in mezzo alla neve, e per ultimo ritorno in Italia dal Sempione. Unrecord... ed una pazzia!— Vi pare? E di quanti posti è la nuova automobile, Oscar?Quando la marchesa lo chiamava Oscar, invece di Oscarinetto o Rinetto, c'era da sperare. Era segno che parlava quasi sul serio.— Quanti posti? Ma tre, quattro, credo. Job la dirige stando a cassetta: è unavittoria, tal quale unavittoriadi cavalli!— Dunque, se io mi unissi al cavalier Febo, nel suorecord, ci potreste venire anche voi?— Come?... Si andrebbe?— Tutti e tre, come siamo stati qui, insieme, fino adesso, da buoni amici.Rinetto era rimasto di gesso — tutt'intero come le mani e i piedi! — e il rapido sguardo rivolto al suo io, non appena udita la proposta della marchesa, rivelò subito la prima, la precipua preoccupazione passatagli in mente.— Per gita alpina in automobile, disse Felicita — credo correttissimi i costumi soliti di montagna. Anch'io dovrò acconciarmi alla meglio.E la marchesa tirò via verso ilKurhaussenza aprir più bocca.***Fu Rinetto stesso che appena scorse Febo, ancora affaccendato intorno adEureka, lo informò del capriccio della marchesa, come di una cosa molto strana ed anche — via! — molto arrischiata. Febo, chino a serrare le viti d'uno stantuffo, non si alzò, non si volse neppure. Sorrise, più con lo sguardo che con le labbra, e con tutta flemma consolò Rinetto.— È un'idea come un'altra. Che qui ci si diverta, non è cosa sicura, ti pare? Per me non vedevo l'ora che Job arrivasse colla macchina per cambiare aria.— Tu... tu. Credevo appunto fossi soltanto tu!— Già, capisco! L'idea della marchesa è un po' bizzarra; ma che vuoi farci? Non è da oggi che la conosciamo, e poichè il viaggio le sorride e lei si è invitata... io invito anche te, naturalmente, e la cosa va via liscia.— Già, come l'automobile.— Speriamo bene! Ti dispiace forse il progetto? Non ti trovi bene con me?— Con te? Con te è un altro conto!...— Ma ti troverai benissimo anche... con noi.In viaggio, come qui! Via, non sei un ragazzo; devi capire che se la marchesa ci tiene allo svago non potrebbe permetterselo nè con te, nè con me...— Presi ad uno ad uno, nevvero?— Precisamente. Cosicchè, senz'altro, posdomani mattina,tuff, tuff, tuff.... In viaggio tutti e tre.... Sei contento?E Febo tornò a chinarsi sugli stantuffi, fingendosi più che mai assorto nel verificare la solidità delle viti. Ma si era fatto serio. L'occhio gli scintillava ancor più fra le molte rughe sottili delle tempie già un po' calve; su tutto quel viso d'uomo arguto pareva che una lunga tensione di propositi e di desideri si allentasse nella certezza di una grande soddisfazione imminente.***Dopo una serata di cortesi e significanti insistenze — sottolineate, al momento di separarsi, da un'occhiata di invocazione, quasi imperativa — il cavalier Febo, il dì dopo, non aveva aggiunto parola, certo che la marchesa era omai decisa. Nel pomeriggio, infatti, comunicazione ufficiale: un lungo telegramma esplicativo alla mamma, inBrianza, un altro molto più breve e molto più abile al marito, ancora a Roma, ed in fretta e in furia, ed un po' anche di nascosto, i preparativi per la partenza, la mattina seguente, prestissimo.Avevano lasciato ilKurhausch'erano appena scoccate le cinque, quasi di soppiatto, mentre tutti dormivano ancora, edEurekacorreva da un'ora sulla magnifica strada piana verso quel paese romancio, che la marchesa desiderava tanto di ammirare anche per tutto quello che gliene aveva narrato Febo.Il paesaggio era divinamente bello e vario così da rapire per qualche tempo anche lo spirito poco infervorabile di Felicita. L'essersi alzata così per tempo, dava alla marchesa un'eccitazione nuova, quasi voluttuosa, ma buona, infantile.Rassegnata ad ogni disastro della carnagione, si era tolta anche la veletta, perchè l'aria viva della mattina le sferzasse forte le gote e la fronte nella corsa rapida dell'automobile, una corsa bizzarra, deliziosa verso il nuovo, verso l'alto... si sarebbe detto verso il cielo. — Nello scompiglio dei riccioli biondi, nel fuggevole rabbrividire per le improvvise sensazioni di freddo, ella era e si sentiva ancor più leggiadra e più desiderata, mane aveva a volte un senso lieve di turbamento, la intimidiva, di tanto in tanto, così il desiderio ardente che scattava da certi sguardi quasi corrucciati di Febo, come l'adorazione di Rinetto che nella sua sonnolenza invincibile per l'ora mattutina diventava ancor più sentimentale.***Nell'automobile ci stavano tutti, benissimo.Rinetto di fronte alla marchesa e a Febo, e Job a cassetta. Ma ella ci si sarebbe trovata mille volte meglio sola, per allora almeno, senza sguardi che la fissassero, senza alcuno che le chiedesse ad ogni momento, come si sentiva, se si trovava bene, se le piaceva il paese. E siccome, ad onta di ogni sforzo, un senso nuovo di benessere e di ammirazione le chiudeva la bocca, anche Rinetto, intimidito, non osava più parlare; si preoccupava di tenersi sveglio e delle poche valigie ch'erano state chiuse negli ampi fianchi diEureka, mentre il grosso dei bagaglio avrebbe viaggiato di tappa in tappa, con le diligenze federali: Febo capiva ed aspettava, tacendo. Tutt'al più scambiava qualche frase con Job, sulla manovra della macchina o sulla direzione della corsa.Job non era passato altre volte, come Febo, perquella strada, ma in un'ora non aveva già più bisogno nè d'indicazione, nè di consigli.Quel magnifico tipo incrociato distartere dimasterche Febo prima di lasciar per sempre l'Inghilterra e la diplomazia, era riuscito a scritturare per sè, e che in breve lo aveva... sublimato in tutti i rami dellosport, dall'ippica allawn-tennis, dalfoot-ballall'automobilismo, s'era insediato a cassetta diEureka, come un capitano di nave sul ponte di comando, ed era già, a bordo, il padrone dopo Dio, dignitoso e corretto, senza una parola oltre l'indispensabile, sicuro e pronto negli incidenti della strada, disinvolto e imperioso nel suo gergo fatto di tutte le lingue, quandoEurekasostava alle porte dei grandi alberghi, per la colazione, pel pranzo, per gli alloggi.***Il sole, il grande sole di luglio, aveva inondato la valle. La strada saliva e la carrozza procedeva lenta, ansimando, con qualche stridore a intervalli. Febo era disceso e camminava a lato, e poichè Rinetto, acciecato dal sole, si era tirato sugli occhi il berretto bianco di marinaio, e cedeva al sonno lasciando ballonzolare la grossa testa, Febo stringeva con la sinistra il polso dellamarchesa, nervosamente, perchè non le sfuggisse nulla di quanto il paese offriva di interessante, ma senza guardarla, soggiogandola, con quella espressione quasi brutale della sua vicinanza e dei suoi desideri.... Venivano incontro e passavano scendendo la china al gran trotto fragoroso dei loro cinque cavalli, fra nembi di polvere e schioccar di frusta le enormi diligenze gialle, alte e traballanti come navi, e dall'alto era un volgersi di visi esotici, maravigliati e sorridenti versoEurekae verso la bella, elegantissima signora bionda, che si sentiva ravvolta e seguita da una vampa di ammirazione e di cupidigie.A quegli incontri, anche Rinetto apriva gli occhi, si scoteva, sorrideva, si dava un contegno, godeva egli pure un po' dell'invidia lasciata dietro per via, ma poi il sonno — quel sonno invincibile della mattina per chi suole dormire tardissimo — lo riafferrava alla gola e non c'era verso... Febo poteva tornarsene a fianco della carrozza, e stringere forte, con la mano scarna e nervosa, il polso tondo e ignudo della marchesa, perchè non le sfuggisse nulla del paesaggio...— Ecco lassù, più in alto... Appare adesso... È il primo lembo di ghiacciaio che il panorama ci offre.... Vedete quanto è bruno e livido in confrontodei nevai, bianchissimi, più sotto? Domani sera, saremo ai piedi di quella grande muraglia che sembra lo sorregga... Chi direbbe che si può arrivare sin quasi lassù, in automobile?***Entravano in un villaggio. Che silenzio! Non giungeva all'orecchio altro che il martellare argentino di un vecchio contadino seduto su di un tronco d'albero, serio ed assorto come un filosofo, che affilava la falce picchiandola a colpi uguali sopra un'incudine piantata nel ceppo. Qualche donna vestita di nero, con una cuffietta di lana bianca annodata sul capo, attraversava la strada frettolosa, senza quasi voltarsi a guardare chi arrivasse e spariva in uno dei solitichalets.... Altri visi di donna — visi affaticati e invecchiati anzi tempo — comparivano ai vetri delle finestrelle, chiuse, chi sa perchè, anche con quel caldo.... Uno sciame di bimbi, tutti puliti, con le grosse scarpe a chiodi, sbarravano tanto d'occhi all'arrivo di quella strana carrozza senza cavalli, che aveva le ruote cerchiate di gomma e si lasciava dietro un forte odor di benzina, e la seguivano a distanza, ficcandosi un dito in bocca, scambiandosi le loro impressioni in un linguaggio brevee dolce, che a Felicita ricordava la canzone provenzale diMagalìnellaSaphodel Massenet.I piccoli indigeni si decidevano a fermarsi in crocchio dinanzi alla solita botteguccia deiconditoreico' suoi immancabili automi di cartone, in vetrina, per larèclamedel Maestrani: altri se ne incontravano pure sui gradini dellachesa comunela, il Municipio del paese, il solo edificio oltre gli alberghi e le due chiese, la cattolica e la protestante, che non fosse di legno e in forma dichalet.— Sente come parlano? — le diceva Febo. — Questo non è ancora precisamente il romancio; è ladino. Niente di tedesco, molto di voci nostre e di vecchio francese. — Poi, sommesso, chinandosi su di lei: — Ditemi, Felicita, che vi sentite lieta, così, qui... — E d'un tratto: — Mi siete più cara che mai!Ella volgeva il viso dall'altra parte, puntando il binoccolo sui pascoli della montagna, di là della valle.— Pecore ancora, lassù tanto in alto?... E qualche cosa gira presso queichalets... Ah! una cascatella... Un molino, forse.... Nemmeno voi, scommetto, senza cannocchiale, non lo vedreste!— L'ho già visto e ne ho già scoperto il nome,nel Bäedeker; guardate qui;Immersäge! Immer, capite? Sempre! Nell'eternità... E vi è morto un famoso cacciator di camosci... v'è tutta una leggenda d'amore intorno...— Mettetela in versi!— E perchè no? Ancora qualche mattina come questa quassù, con voi, così cara, così buona...— E sarete poeta! Per fortuna siamo nelle mani di Job!...Rinetto, poverino, pisolando più sodo, si era messo a fischiare, leggermente, ma in modo insopportabile e Febo, sebbene a malincuore, per l'onore del sesso, lo dovette svegliare, gridandogli con paterna commiserazione:— Sta desto se puoi! Guardati intorno ed ammira, disgraziato! Tra venti minuti si smonta, si fa colazione, e ti concederemo anche un po' di siesta...***Ritta in piedi su quello strano blocco di neve immacolato, ravvolta, anzi fasciata da quel suo costume morbido e fine a riflessi di bronzo, che non turbava una sola delle grazie rigogliose della bella persona. Felicita si poggiava all'altoalpenstokcui aveva legato in cima un fascio di rododendri; e il mazzo delle roselline delle Alpi spiccava come una gran macchia di sangue sul fondo cupo e quasi verdastro del cielo.Sostava così ansante e commossa ad ammirare la distesa melanconica del ghiaccio e siccome si era riempita anche tutta la cintola di fiori dell'Alpi — raccolti con ostinata abnegazione pur nei momenti più scabrosi della salita — così sembrava sbocciasse col busto forte ed eretto e la testa superba, di mezzo ad una festa bizzarra di violaciocche, di tulipani, di verbene, di anemoni, di petunie e di calceolarie... La si sarebbe detta, tutt'insieme, la statua di un'iddia dolce e fiera della montagna, ergentesi sopra un rozzo basamento di marmo purissimo, alla quale il prodigio di una nuovissima gioia avesse infuso vita e calore. Felicita, infatti, era tutta rapita e vibrante di fatica, d'ansia, di curiosità e si sentiva sinceramente grata a Febo che le aveva procurato un così strano piacere. Egli non l'aveva obliata un minuto solo, dacchè erano scesi di carrozza per salire a piedi il ghiacciaio, e la marchesa, per oltre due ore, in quella immensa e suggestiva solitudine alpina, si era sentita in balìa di quell'uomo quasi protervo che pur sapeva con squisita sapienzadirle troppo in mille modi, ma senza dir mai tanto ch'ella potesse bruscamente punirlo.In quello sforzo assiduo di forza e di resistenza fisica, ed in pari tempo di coltura e di genialità dello spirito, l'ostinato amore si rivelava con tutte le seduzioni, con tutte le arti e con tutte le armi di una seconda o terza gioventù, intraprendente ed esperta. Chi lo avrebbe mai detto, conoscendolo solo come un impenitenteviveurcittadino? Agile, destro, prontissimo, audace e discreto, egli l'aveva per così dire portata lassù e quasi senza un battito più frequente dei polsi, senza un più affannoso respiro, nè una stilla di sudore; aveva larvato per lei la fatica e i timori della salita, narrandole le cose più varie, insegnandogliene una quantità d'altre, tutte curiose ed interessanti. Ora ella,lo sentivaancora tranquillamente seduto, lì su di un greppo, sotto di lei e chi sa perchè, proprio in quel punto, di fronte alla scena nuova e nella nuova commozione, le passavano dinanzi come mortificate e piccine, le figure del marito e di Rinetto... quel povero Rinetto che con cento pretesti, fino lassù, al ghiacciaio, non c'era voluto venire...***Una nube bianca e soffice passava sopra il disco del sole e tosto si smorzò tutto lo scintillio di quell'immenso mare immobile di ghiacci, si spensero le vive luci abbaglianti che venivano prima dai nevai. Sulla scena desolata corse come un brivido di morte: tutto all'intorno si fece squallido, livido, sinistro e Felicita n'ebbe un senso improvviso di raccapriccio, di terrore: le parve che anche i suoi fiori declinassero ad un tratto, improvvisamente avvizziti, si sentì sola, come una bimba persa, nell'orrore di quel paesaggio spettrale, e fattasi smorta, si lasciò scivolare dal suo piedestallo di neve, si lasciò prendere sotto le braccia di Febo e stringere, quasi rabbiosamente, da lui...Ma nel mentre egli stava forse per osare, la nube stopposa, veleggiando e sfasciandosi a fiocchi, lasciò sgorgare ad un tratto la grande luce del sole... Tutto si riaccese: un senso di tepore e di conforto rianimò la bella smarrita... le sembrò che la vaniglia bruna di cui aveva tutto ingombro il corsetto la richiamasse, con un alito repentino della sua forte fragranza, ai sensi e al pericolo,cosicchè sorrise, si scosse, dolcemente si sciolse, tentò col piede il terreno e arditamente cominciò a discendere verso la strada che serpeggiava laggiù tra i larici estremi, senza più volgersi indietro, senza parlare.***L'itinerario di viaggio ideato dal cavalier Febo, era un capolavoro del genere. Non un'ora sprecata, non un chilometro di strada che non offrisse un'attrattiva, un godimento speciale; ed in pari tempo una studiosa cura di evitare quei luoghi sciupati nella loro bellezza dalla moda borghese, dallaréclamepiù fastidiosa. La si sarebbe detta una peregrinazione in paese ignoto, un viaggio di scoperta, fra genti primitive e caratteristiche, disseminate nei recessi delle valli più quiete.L'interno morbido ed elegante dell'automobile in quella vita zingaresca e un po' selvaggia, era divenuto come la cabina comune di un bastimento in rotta attraverso un gran mare di verde. La marchesa vi si era fatto il suo cantuccio, vi aveva disposte le sue piccole cose, e ridendo diceva che vi riceveva le sue visite, quando Febo e Rinetto dopo qualche tratto a piedi chiedevano licenza dirisalire. Job, sempre taciturno, sempre vigile, rallentava a tempo, quando il paesaggio rivelava improvvisamente inattesi splendori, o quando, senza neppur voltarsi, avvertiva che un incidente qualunque — uno stormo di corvi gracchianti nel prato, un falco che s'aggirasse stridendo nell'azzurro, od uno scoiattolino saltellante fra gli alberi — avesse destato la curiosità della grande e bella bambina bionda che quei due dietro a lui — il cavaliere ed il giovinetto — sembravano mangiarsi cogli occhi.Rinetto — nella famigliarità di quella vita a tre, nell'abbandono quasi studentesco che per forza di cose si era stabilito fra loro, durante i pasti, spesso frugali, nei piccoligasthausove la marchesa aveva vaghezza di soffermarsi, — smarriva tutta la sua spavalderia, il suo snobismo artificiale, ritornava un buon bambinone, senza alcuno dei piccoli ardimenti che la vita della città e dello stabilimento gli avevano ispirato in quegli ultimi tempi, verso la marchesa.La sua «cotta per la bella bionda» come una volta, un po' brillo, si era permesso di definire la sua passione, in un certo ritrovo, si era purificata, si era elevata sino a duemila metri sopra... le volgarità del loro mondo. Ogni sera, separandosida lei per coricarsi in un luogo diverso, in un letto nuovo, si sentiva innamorato più che mai... ma sempre più idealmente.Egli stesso non si conosceva più. Per non farsi aspettare al mattino, non si radeva più barba e baffi con quella scrupolosa cura che rendeva un tempo tutto il suo viso mondo di ogni virile peluria... Qualche mattina anzi era sceso con più di uno sberleffe del rasoio e qualche aiuola rossastra qua e là. Si occupava molto meno delle cravatte, delle calze e degli altri accessori della sua toletta, e molto più del paese, delle cose nuove e belle che gli si offrivano dinanzi, in quel su e giù sulle «montagne russe» inventate — come diceva lui — da Febo... per i suoi fini.***Ed anche intorno ai fini... insidiosi delvecchioFebo, il buon Rinetto aveva smesso omai ogni gelosia. Capiva che la marchesa non voleva nè la felicità nè l'infelicità di alcuno dei due. Il dì prima, ella si era fermata a tracciare con la punta dell'alpenstockil suo nome nella parete di un grosso blocco di neve che fiancheggiava la strada come la bianca muraglia di un giardino invisibile.Rinetto, seduto su di un paracarro vicino, compitava melanconicamente le sillabe a mano a mano che comparivano incise sulla neve: Fe-li-ci-ta...— Passerà qualcuno, — osservò ad un tratto timidamente, — e leggerà male; crederà sia arrivata davvero quassù la felicità e che vi abbia lasciato il suo nome...La marchesa si volse e con la sua smorfietta di rimprovero:— Non è forse così?— Ahimè! È passata la bellezza, la grazia... ma la felicità no... Manca sempre l'accento.E fece atto di bucare la neve, col suo bastone ferrato sovra l'innocenteafinale... La marchesa gli trattenne il braccio e ridendo, ma con una intonazione seria e recisa, concluse:— Nè voi, nè altri... Resta così, senza accento!Quel «nè altri» aveva consolato il povero ragazzo. Che donna straordinaria la marchesa! Che spirito! Che tatto!Egli ormai aveva preso tutte le abitudini di lei, tutti i suoi gusti. Si gonfiava ogni mattina di latte appena munto, di miele odoroso, di carne secca. Non si lagnava più di nulla, non sentiva più alcunodei piccoli disagi del viaggio, imparava da Febo i nomi dei fiori per sfoggiare poi, egli pure, un po' di conoscenza della flora dell'Alpi e poichè la marchesa s'era innamorata di quel delizioso linguaggioromancio,copiava per lei i detti e le sentenze alle porte delle chiese, le epigrafi nei piccoli cimiteri e appena si giungeva ad un villaggio correva a fare incetta delle fotografie e delle cartoline illustrate del luogo, riuscendo ad emulare, pel futuro album dei ricordi, lo stesso Febo che con ilpoket kodakavrebbe fotografato ogni pianta, ogni sasso della montagna, e la marchesa poi ad ogni minuto della giornata, in tutti gli atteggiamenti, in tutte le luci.***Quel giorno avevano sostato a lungo allo strano albergo che sembrava fatto soltanto di ferro e di vetro, eretto poco lungi dalla vecchia cantoniera al sommo dell'ultimo valico. Ilrecordvolgeva alla fine. La marchesa, con la fronte appoggiata ai cristalli della veranda, fissava la superficie immobile e fosca del piccolo lago alpino che si stendeva sotto quel bizzarro edificio e nel quale si specchiavano le nevi delle montagne ignude e tristi, che circondavano ad anfiteatro lo speco.Altre nevi, che i calori estivi avevano staccate dalla riva, galleggiavano lente verso il mezzo, dando alla scena l'aspetto fantastico di un paesaggio polare. Da quei luoghi ermi e deserti, il pensiero della marchesa scendeva alla pianura; le si riaffacciava alla mente l'animazione dell'inverno cittadino, rivedeva i teatri, le feste, i ritrovi, le amiche, la casa, il marito, e alla voluttà del nuovo che l'aveva sino allora soggiogata, cominciava a succedere il desiderio dell'antica vita, degli agi, delle mollezze, delle femminilità, alle quali da una settimana aveva pressochè rinunziato.***Si scosse... Era rimasta sola nella veranda chiusa e tepida come una serra, che delle serre aveva anche la luce bianca ed i fiori forzati. Sfogliò l'albo in cui c'erano i nomi di chi era passato prima di lei... Tutti tedeschi, inglesi, americani del nord. Qualche raro nome italiano, ma sconosciuto; qualche altro nome letto già, il dì prima, in un altro albergo lungo la via; qualche accenno gentile, qua e là, ad una persona amata, ad una patria lontana, ma nel complesso elogi banali almenu, ostentazioni di titoli, firme presuntuose, evidentemente di semi-analfabeti, diventati milionari...Dinanzi a quel lago ghiacciato, una finlandese, una signorina indubbiamente, aveva evocato con due melanconici versi tedeschi i suoifjords. Un prete bretone aveva trovato modo d'imprecare a Dreyfus, inneggiandoau drapeau de la Francenel bianco delle nevi, nel rosso dei rododendri, nell'azzurro dei cieli.Ad un tratto Felicita, alzando gli occhi dal libro, sentì Febo dietro di sè. Egli le prese un po' per forza le mani, gliele tirò indietro, stringendole fra le sue che scottavano, e chinandosi come per leggere nell'albo, cominciò a dirle che lassù si viveva benissimo, anche nel cuore dell'inverno.— Io ci sono passato, tre anni fa, con le slitte... Tutto bianco intorno... E come vi pensavo sin d'allora! Ci conoscevamo assai poco, nevvero? Eppure mi ero giurato che sarei tornato con voi... Con voi, Felicita, qui e dappertutto, con voi e per voi...Ella strappò le mani da quelle tenaglie, chiuse rumorosamente l'albo, si avviluppò tutta nelplaided uscì a dar del pane, rompendolo ella stessa a grossi pezzi, ad un povero cavalluccio giunto sin lassù, dietro di loro, con una carriuola sconquassata, e che si riposava ora in un angolo, ma siguardava intorno, come esterrefatto di tutti quei sassi, di tutta quella neve senza un arboscello, senza un filo d'erba! Febo, passandole vicino, per raggiungere Job che scaldava l'automobile, la guardò prima fieramente, poi le disse, con una scrollata di spalle:— Meglio così! L'elemosina a tutti! Al cavallo come ieri al cane, come domani a Rinetto... A me nulla!... — E premendo stizzosamente la palla di gomma dell'automobile, ruppe il divino silenzio delle Alpi, con lo stridulo, insistentequè, què, què, della cornetta, che fece accorrere in furia Rinetto, dal vicino ufficio postale.Felicita, frattanto, deposta la manciata dei suoi anelli nel lieve cavo di un sasso e rimboccate alquanto le maniche, si lavava energicamente le manine fatte violacee dal freddo, voltandole e rivoltandole sotto lo zampillo gelido che canticchiava da un tronco, di fronte alla porta dell'albergo.—Carmenbionda, nel terzo atto! — esclamò Rinetto rapito.Ella era adorabile davvero anche così, e Febo ebbe di nuovo un sussulto come stesse per commettere una sciocchezza, come volesse lanciarsi verso di lei... La bella capì, e crudele nella vittoria, lo pregò che le infilasse gli anelli, ad unoad uno, e le riallacciasse i polsini, dicendogli ad ogni momento:— Così, da bravo,les petits services... mantengono le grandi amicizie!***— Vedete quei culmini ultimi, lassù? Li vedete ancora? Lassù è appollaiato il villaggio, il più alto di tutta l'Europa ove crescono ancora le biade, l'ultimo ove si parli ancora il bel dialetto romancio... Domattina, ridiscendendo al di là, non udremo parlare altro che il francese e vedremo la catena dietro la quale è l'Italia... Fra tre giorni al più saremo a casa... È finita.Per la prima volta nella voce di Febo, vibrava una nota di tristezza sincera. Imbruniva. Ella avea finalmente accettato il suo braccio, e salivano lentamente lungo la strada silenziosa, deserta, tagliata lungo un abisso profondo, tutto verde, sopra il quale sembrava calassero più frettolose che alle sommità, le ombre della sera, una sera indicibile, purissima. Lungo l'altro margine della strada, erano schierati, come i militi di un esercito sterminato, immobili e silenziosi, gli immensi pini bruni, con le guglie diritte ed acute a forar quasi la vôltaazzurra del cielo, nella quale si andavano accendendo le prime stelle... Qualche fremito misterioso tra le forre, a piè degli alberi, qualche fuggevole stormire nei rami, — uccelletti che mutavano di posto — e null'altro. Non una casa, più, non un fuoco sulla montagna... nulla... nessuno. Loro due ed il popolo muto delle piante, delle erbe che si addormiva, in una calma magnifica.— Vi duole che ci siamo incamminati così tardi? — le chiese Febo.Ella scosse il capo dolcemente ed a lui parve che il morbido e tepido braccio di Felicita tremasse contro il suo petto.Eurekaaveva preparato una incresciosa sorpresa ai viaggiatori. A cinque chilometri dall'ultima borgata, un guasto improvviso! Inutilmente, fra il cavalier Febo e Job si era cercato di ripararvi: senza un fabbro, senza arnesi, senza un gancio di ricambio, non era possibile. Che fare? Tornare indietro, scompigliando tutto l'itinerario? Si era quasi a mezza via per quel giorno, altri sei chilometri di salita, ed il dì dopo, anche prima della riparazione,Eureka, in continua discesa, li avrebbe portati abbasso, alla gran valle... la valle ultima del pellegrinaggio. Job riuscì a persuadere due mandriani diretti essi pure lassù, ad associarsia lui nello spingere innanzi l'automobile, e Rinetto, un po' a malincuore, ma lieto nondimeno di compiacere Felicita, che si era mostrata seccatissima all'idea di dover tornarsene indietro, aveva a mano a mano affrettato il passo per vigilare davvicino la spedizione... e, al bisogno, spingere un pochino anche lui. Così Febo e la marchesa erano rimasti addietro assai, nè ella mostrava ora di volere affrettarsi molto, presa dal fascino di quel silenzio, di quella solitudine, di quella tenebra luminosa.***Come mai erano cascati a parlare di Milano, di tante cose tristi ed uggiose in un'ora simile? E perchè Febo, già per la seconda volta, le aveva indirettamente richiamato il ricordo di donna Ersilia e di suo marito e di quell'orribile scenata di Roma, di cui appena si era smorzato il pettegolezzo?Forse aveva avuto ragione Febo, un momento prima:— Tutto è divinamente bello nel creato; tutto quello che noi vediamo qui, ora, è sovranamente grande; ma i luoghi e le cose non dicono niente alle anime, se le anime dormono...— La mia anima dorme? — aveva chiesto Felicita.— Sì, mentre la mia soffre... E per questo, entrambe le nostre anime, non sono qui. Se l'anima vostra si destasse, la mia cesserebbe di soffrire e noi godremmo insieme... l'attimo che forse non tornerà più, nè per me nè per voi! Essere soli, in mezzo ad un mondo silenzioso e deserto e sentirsi felici di esservi...Ella chinò il capo. L'ora era grave. La voce di Febo non sembrava la stessa e Felicita pensò se doveva pentirsi d'essersi indugiata tanto con lui.Ad uno svolto brusco della strada, la pineta si apriva ad un tratto verso il monte e a pochi passi biancheggiava una cava diruta, nel cui fondo brillava una fiamma.— C'è qualcuno? — chiese Felicita vivamente.— Può darsi; siete stanca? Volete fermarvi?— No, soltanto vedere.Presso un focherello di sterpi che ardeva tra i sassi, fumigando di resina, sulla soglia nera di un capanno fatto di ardesie e di tavole d'abete, piccolo ed informe come l'abitazione d'un troglodita, un vecchio irsuto, monco di una gamba, raspava in un paiuolo, e vicino a lui, un ragazzo dalla testa enorme, gozzuto e sbilenco, mungeva,in una ciotola, una caprettina stecchita, che per la prima avvertì gli stranieri e cercò di ritirarsi belando dolorosamente.Il vecchio aveva perduto la gamba sotto un macigno.— Quanti anni fa?— Oh! molti. — Non se ne ricordava più, ma qualche volta ne soffriva ancora.Viveva in quell'abituro fino al calar delle nevi, picchiando nel sasso dalla mattina alla sera. Il ragazzo gli recava le pietre e gli scalpelli, poi gli dava da mangiare, giacchè lui non poteva quasi muoversi sul terreno ingombro della cava. Quel fanciullo era l'ultimo di otto: tutti suoi nipotini, figli di una figliuola ch'era morta. Il padre, stanco di vederli patire la fame, era andato in America e non se n'era saputo più niente. Gli altri più grandi erano sparsi «pel mondo» a lavorare e l'ultimo gli era rimasto vicino, attaccato a lui, come la rozza gamba di legno alla sua coscia.Il vecchio aveva detto la sua miseria, tranquillamente, sorridendo, parlando piano, in quelromanciodi cui poco ormai sfuggiva all'orecchio musicale di Felicita; e intanto il ragazzo scemo e la capretta arguta guardavano i due, ma senza curiosità.Neppure il vecchio sembrava stupito della apparizione di quella coppia signorile, a quell'ora, a quell'altezza....— Oggi sono passate in su molte carrozze, con molti signori.— E qualcuno si è fermato a discorrere con voi?Il vecchio alzò gli occhi dal paiuolo, sorridendo di più.— Di giorno il sole batte forte sulla cava. Non si ferma nessuno qui. Io non parlo mai... Quasi mai. — Non un lagno in quella voce, nè il menomo accento d'invidia o di rancore per quei signori che gli passavano dinanzi, in carrozza, senza fermarsi, mentr'egli viveva così, inchiodato dalla sventura e dalla miseria ai macigni della sua montagna, ignaro della suprema bellezza della scena che ogni giorno gli si apriva dinanzi, quando all'alba usciva carponi come una povera bestia dal covo, e riprendeva a martellare sul sasso...— Siete cattolici o protestanti qui? — gli domandò Febo.— Cattolici. Il villaggio dove arriverete fra mezz'ora, è il primo della valle, abitato tutto da cattolici. Vedrete che bella chiesa!... Ci vado anch'io alla domenica.***Quando Felicita e Febo furono di nuovo sulla strada, era già sera. Il discorso cadeva. Ascoltavano, entrambi, le mille voci di quel silenzio più profondo e più canoro ad un tempo, d'ogni silenzio udito mai.Ma si levava il vento freddo delle vette, e Felicita, anche pel contrasto col tepore del focherello presso il quale si era indugiata parlando, rabbrividiva e cercava di ravvilupparsi quanto era possibile nelplaid. Febo, un po' preoccupato di quel vento rigido e dell'ora tarda, preso come da una smania stizzosa d'arrivare, le serrava il braccio sotto il suo, affrettava il passo, la trascinava quasi, sempre tacendo, fissando i fuochi del villaggetto ch'erano comparsi ad uno svolto della strada, che ora si avvicinavano, ora sembravano allontanarsi, quasi burlandosi delle sue ansie, ma che brillavano sempre come un dolce richiamo, come un invito, come una promessa... Giunsero alle prime case del paese, quasi senza avvedersene.Tutto silenzioso, tutto cheto... Qualche lume dietro i doppi vetri delle solite finestruole, delle solite casette, qualche lieve rumore appena...Ad un tratto si udì la voce di Rinetto e quasi subito un fascio di luce si precipitò sulla strada.Rinetto veniva loro incontro, in compagnia di Job che aveva staccato il lampione dell'automobile.— Amici! — gridò Rinetto con enfasi, ancor da lontano — Siamo fritti! L'unico albergo del paese, pieno come un ovo!E avvicinandosi, scrutando un po' inquieto i volti della marchesa e di Febo, continuò:— Non un letto a pagarlo un milione! Sembra una casa presa d'assalto! Ci si è fermata mezza Boston e mezza Filadelfia! Una specie d'invasione di quaccheri, che salgono domani ai ghiacciai...— Possibile? Neppure qualche camera?— Ma che! Sarà molto se ci avranno avanzato un po' di cena! Vi sono letti anche nella sala da biliardo, nei tre camerini da bagno dell'albergo, dappertutto!— E nondimeno, una camera per la marchesa, bisognerà pure che ce la diano! — esclamò Febo, in furia, contrariato, seccatissimo, riprendendo a trascinare rapidamente Felicita verso l'albergo, del quale apparivano, nel buio, le finestre illuminate in fondo all'unica via del villaggio.— Caro mio — proseguì Rinetto, egli pure di pessimo umore, tenendo dietro, e badando alla strada — puoi credere se ho tempestato per una camera, almeno una, per la marchesa!... È tempo perso! Ti rispondono appena: «Tutto occupato!» Non c'è altro che accettare la proposta dello stesso proprietario dell'albergo, l'unica tavola di salvezza, del resto...— E cioè? — fece Febo.—Chez monsieur le curé, s'il vous plaît, messieurs.— In casa del curato?— Già. La casa laggiù, quasi in faccia all'albergo. Pare che la casa del ministro di Dio, sia una specie didépendance, al bisogno!La marchesa non aveva aperto bocca, ma era più infastidita di tutti per quel contrattempo. Si sentiva fisicamente stanca. Durante l'ultimo pezzo di strada, a passo affrettato, non aveva sognato altro che una bella camera con un bel fuoco e molto spazio per tuffare le mani nelle valigie... anzi tutto; poi, prima ancora, della cena, del fuoco, del letto, aveva bisogno, materialmente bisogno di un buon bagno tiepido... di un lungo bagno riparatore. Tutti i suoi istinti, le sue abitudini, le sue raffinatezze, fatte tacere in quei giorni fra ledistrazioni del nuovo, riprendevano ora il sopravvento di fronte all'impossibilità di appagarle, e il dispetto, la stanchezza, il freddo, la prospettiva di una cattiva notte, le davano un senso di amarezza indefinita, quasi quasi la voglia di prendersela con Febo e con Rinetto, o di mettersi a piangere...In casa del curato! Che sciocchezza, che seccatura! Dover magari dar conto... spiegare... far delle presentazioni! Il suo entusiasmo per i piccolichaletsvizzeri, visti dal di fuori, si era molto smorzato da quando aveva avuto occasione, in que' giorni, di mettere la testa dentro a qualcuno di essi. Puliti sì e ordinati, ma afosi: vere scatole opprimenti.Capitare di notte in un luogo simile, a quell'altezza, e trovare un solo albergo, senza una camera vuota... Era la prima contrarietà del viaggio, ma fastidiosissima!***L'albergo era pieno infatti, pur nondimeno quieto e silenzioso. Finiva la cena. Uomini enormi, dai piedi enormi, dalle mani enormi, signore e signorine che sembravano uomini, tutti dall'ariastanca e severa, occupavano sino all'ultimo posto dellatable d'hôtee sbucciavano gravemente delle mele e delle pere, senza quasi guardarsi l'un l'altro, scambiando appena qualche parola.Scialli,plaid, zaini, binoccoli eBädekerdappertutto; in ogni angolo fasci dialpenstokgiganteschi, delle piccozze nelle custodie di cuoio, e sopra ogni mobile mazzi diedelweisse dialpen-rose. L'irruzione rumorosa della bella marchesa e dei due amici, la disinvoltura con la quale i tre italiani sedettero ad un tavolino d'angolo e assediarono di domande in tutte le lingue ilmaître d'hôtele i camerieri, per la cena e per le camere, parvero scandalizzare quegli sbarbati indigeni delle rive del Michigan.Dopo qualche minuto, come spinti da una molla si alzarono tutt'insieme uomini e donne, e presa la loro roba, quasi furtivamente, con un lieve abbassar del capo, uno dopo l'altro, infilarono l'uscio e sparirono come ombre. Non rimasero a tavola, sparsi qua e là, che due o tre commensali, insmokinge in cravatta bianca.Mentre la marchesa, Rinetto e Febo finivano di cenare, comparve sull'uscio un bel pretone, forte, tarchiato, dal viso rubicondo, con grossi riccioli bianchi alle tempie ed un fare, fra il furboed il gioviale, da prete italiano che finì d'indisporre, con la volgarità, i suoi ospiti forzati.Il prete però non era affatto italiano: svizzero puro sangue e precisamente, grigione, dell'Oberalpstein, da oltre trent'anni curato fra quelle casupole, «l'ultima tappa verso il Paradiso». Il brav'uomo, del quale ogni gesto, ogni parola, rivelava l'atavismo forse dell'albergatore anzichè la vocazione ecclesiastica, s'era presentato da sè, parlando mezzo francese e mezzoromanciocon qualche storpiatura, qua e là, d'italiano. Si era già molto bene informato: qualche cosa sul conto dei signori risultava dalla dichiarazione scritta da Job sulFremdenbuch; quanto al resto, il prete furbo lo aveva indovinato, e pareva arcicontento di poter dar ricetto nella sua povera casetta a «così nobile compagnia».— Anzi se la signora vuol favorire anche subito, mi permetterò di presentarle mio nipote, don Arcangelo, il quale parla molto bene l'italiano perchè ha studiato teologia per quattro anni, nel Seminario di Milano, ed è stato ordinato prete dall'arcivescovo che c'era allora, monsignor Calabiana!Febo e la marchesa non rispondevano, sempre più infastiditi, e Rinetto dovette pur mettere fuori qualche parola, per tutti.— Come mai, un suo nipote, svizzero m'immagino... è andato a farsi prete a Milano?— Sa, è un antico privilegio della nostra diocesi di Coira, di poter mandare venticinque chierici per gli ordini, al loro insigne Seminario di Milano. Una concessione che risale al medio evo!***Nell'attraversare la strada per passare dall'albergo alla casa del curato, tutt'e tre avvertirono che il vento si era fatto ancor più forte e più freddo, ed appena posto piede nella piccola anticamera, Felicita provò un senso di tepore e di conforto che dissipò quasi le cattive prevenzioni. L'aria in quella specie di cassa di tavole d'abete e di larice, era poca infatti, ma aveva lo stesso profumo della pineta.Il cuculo, mettendo fuori la testina dal vecchio oriolo sospeso in un angolo dava il benvenuto agli ospiti co' suoi diecidan-cucù, quasi festosi... La vecchia Perpetua, ch'era accorsa con la lucernetta, si faceva in quattro per sbarazzare i nuovi arrivati dei mantelli e di tutto quanto avevano in mano, ed un cagnolino bianco, brutto, ma con un'aria buona e ospitale, s'era messo a scodinzolare,curvo e festoso dinanzi alla marchesa.... Alle sollecitazioni del curato, Felicita si fece innanzi nel breve corridoio, a mezzo del quale brillava lo spiraglio di luce di un uscio socchiuso: spinse ed entrò. La prima cosa che le colpì lo sguardo nel salottino lindo e gaio, fu unharmoniumdi legno nero, aperto in un angolo, e fasci di musica tutt'intorno, sui mobili e per terra.... Felicita ad un lieve grido, come un singulto, si volse e scorse un giovane prete, il nipote del signor curato.Questi entrando e scostando le seggiole perchè gli ospiti sedessero, fece in fretta e con molta disinvoltura un po' di presentazione.— Questi signori... tutti di Milano, e don Arcangelo, mio nipote e mio coadiutore alla parrocchia, un po' milanese anche lui... come ho già spiegato.Don Arcangelo era lì, ritto presso la tavola, fissando la marchesa, in atto quasi di tenderle le mani, e nel suo sguardo spirava la sorpresa, la soggezione, il timore, ma più ancora una gioia, una grande gioia, quasi infantile.Era un giovine di media statura, esile, dal volto pallido e un po' scarno, dagli occhi grandi e azzurri, dall'espressione dignitosa e nobile. Sulla fronte ampia, pallida, un gran disordine di capellicastagni; una selva. Quelle due mani protese per un momento verso di lei erano pure apparse a Felicita esili e nobili, come tutta la sua figura e bianche poi come i tasti dell'harmonium: in quell'atto, avevano tremato nelle ampie maniche della veste nera....Durava fra loro un silenzio imbarazzante. Il curato disponeva sulla tavola un grande piatto di fragole di monte, odorosissime e piccine, e faceva star ritto, in un curioso vaso di terra bruna, un bel mazzo di ciclamini smorti, ma essi pure, profumatissimi.La vecchia fantesca aveva recato anche una bottiglia di vecchio vino di Valtellina, rosso come il rubino, ed il signor curato ne riempiva certi bicchieri dipinti a rabeschi, insistendo perchè tutti bevessero, ma bevendo lui per primo, a piccoli sorsi, da vecchio innamorato. La marchesa, per non fissare il pretino, si guardava intorno, esaminava tutte le strane cose accumulate in quel piccolo salotto, dall'immensa stufa di muro che ne occupava la quarta parte al piccolo nido appiccicato sopra lo stipite dell'uscio e che — spiegava il curato — da sette anni le rondini venivano a rifare, proprio lì dentro, entrando or dalla finestra or dal corridoio, come se fossero in casa loroDopo aver riempito e vuotato più volte il bicchiere, il curato giovialone chiese il permesso di ritirarsi.Il dì dopo era domenica, e per le sei egli doveva salire a dir la prima messa nell'oratorio dei pastori; quasi un'ora di sentiero erto, faticoso... un luogo da capre. Ma durante l'estate, una messa anche per quei poveretti confinati lassù, almeno alla domenica bisognava pur dirla!— Anche loro signori saranno stanchi; vorranno levarsi presto. Però, come loro garba meglio. E ad ogni modo, un altro gocciolo, signora! Permetta; in questi paesi, il vino è sangue! Arcangelo magari, non ne vuol quasi sapere; ma lui, lui, è più santo di me! E poi... ha la musica, lui!Quando il vecchio chiacchierone se ne fu andato, dopo gli ultimi ordini impartiti alla fantesca perchè accompagnasse gli ospiti alle loro camere, Felicita, temendo si rinnovasse l'increscioso silenzio del primo momento, si volse subito al pretino e gli chiese, volgendo un'occhiata all'harmonium:— Musicista?— Sì, — rispose il giovine prete. E quel sì, fu detto quasi fieramente, tanto ch'egli stesso sentì di dover aggiungere in tono più dimesso: — O almeno, appassionato tanto della musica!Subito, come per prevenire la banalità dell'invito, si avvicinò all'harmonium, sedette, e pose le mani sulla tastiera. Senza musica dinanzi, senza guardare in viso ad alcuno, come parlando fra sè, mentre sfiorava appena la tastiera, soggiunse:— Mi sono provato oggi a musicare il poeta più umile e più profondo della Bibbia: Giobbe, nel suo libro dei morti. Ma non c'è ancora tutta la sua melanconia, e non c'è tutta la sua rassegnazione!La voce dell'harmonium, in quella piccola stanza foderata di legno, aveva squilli e sonorità strane che si smorzavano in più strani languori.Il giovine prete accennava ai versetti del Salmo a mezza voce, nel vecchio linguaggioromanciodella vallata e le mani esili e bianche traevano dallo strumento voci di dolori ineffabili, senza disperazione, in un ritmo originalissimo, che non ricordava nessuna musica, nessuna scuola:L'uman, nad dalla donna vis da court etàe vegni impli de diversas miserias. El comparàsco üna fluor, vegn taglià jo e svanisca,sco la sumbriva....L'immagine ultima del fiore reciso, che scompare come l'ombra, aveva ispirato al musicista una elegia ampia e magniloquente, che si risolveva però subito in una perorazione intima e semplice. Nella frase estrema esultava la canzone della montagna; quelle note ne raccoglievano i suoni, ne esalavano le fragranze, sembrava distruggessero col loro soffio le pareti della stanzetta e sollevassero gli spiriti alla maestà delle vette inaccessibili....L'artista fissava la marchesa coi grandi occhi cerulei, sfavillanti; pareva le fosse amico, le fosse intimo da tempo, pareva le rivelasse con quell'esplosione magnifica di melodie prorompenti dall'animo, tutte le ansie dei suoi sogni di adolescente, tutte le intime lotte ignorate e la lunga attesa ed il gaudio di quell'ora creata da un capriccio del caso... Però, in quell'ebbrezza di una grande gioia e di un completo abbandono d'artista, cessato di cantare ed accennando appena sulla tastiera alla frase ultima del suo salmo, il giovine prete diceva ora a Felicita, che le stava vicino, in piedi, presso l'harmonium, il segreto della sorpresa, del suo turbamento, nel vederla.— Non è la prima volta che noi c'incontriamo!— Davvero? Ma dove? Quando?— Oh! È impossibile che lei si sia mai accorta di me! Ma io... io la ricordavo; e l'ho riconosciuta. Ella da fanciulla, era contessina di C..., nevvero?— Sicuro! E come lo sa?— Abitava colla mamma l'antico palazzo sul Corso, quasi dirimpetto al Seminario?...— Ma certo! certo! Casa mia, da ragazza!— Ebbene.... Io la vedevo di frequente, allora. Sono cose... che si ricordano per tutta la vita! Ella qualche volta era al balcone, oppure usciva in carrozza, colla mamma, ed io, due volte la settimana, con i compagni.La marchesa si picchiò la fronte coll'indice e uscì fuori, quasi ridendo a esclamare:— Ah! Ecco finalmente! Ci siamo!Rivedeva infatti, come se si fosse trovata dieci anni innanzi, al suo balcone del Corso, la lunga fila nera dei giovinetti chierici, a due a due, uscire dal gran portone barocco del Seminario e voltare, ora verso i giardini pubblici, per la passeggiata, ora verso la chiesa di San Babila, per le funzioni. E ricordava, queglispirlongoni, tutti cascanti e goffi nelle ampie veste nere svolazzanti e certi visi smorti, quasi terrei, emaciati, con i pomelli rossi, e certi sguardi arditi, sfavillanti, gettati ditraverso alle donne in istrada, ed anche in direzione del suo poggiolo, frenati tosto da un rapido e compunto abbassar di palpebre. Molte volte, la carrozza, dov'ella sedeva con la mamma, doveva fermarsi perchè finisse di passare la sfilata.... Oh, allora non poteva divertirsi a celiare e a sorridere alle spalle di quei poveri ragazzi, come quando, invece, era al balcone con la cugina Emma!... Con la mamma bisognava star seria e sopportare, senza una smorfia, il fuoco di fila di tutti quegli sguardi. Ma allora appunto, fra tutte quelle facce che dall'alto sembravano uguali, ne distingueva alcune o più brutte o più belle delle altre, e adesso il viso del giovine prete, ancor più pallido per la intensa commozione, non le tornava affatto nuovo. Sentiva che quegli occhi l'avevano già molte altre volte cercata e fissata così, a lungo.... Fu un istante solo, ma di grande e profondo turbamento per entrambi: ella, come lui, non erano più in quella stanzetta, in quella casa perduta tra i monti; non c'era più nessuno presso di loro, tutti quegli anni non erano passati ed una folla d'ansie, di curiosità, di domande pareva dovesse prorompere dalle labbra dell'uno o dell'altra. Ma siccome Febo con qualche punta d'ironia e Rinetto con ammirazione sincera insistevano nel chiedere comemai scrivendo della musica simile non la facesse conoscere e vivesse lassù, fuori del mondo, così l'artista, come svegliandosi da un sogno e ridiventando tutto prete, si alzò e tornò verso la tavola.— La mia povera musica è per me e per i miei montanari, ed il mio posto è qui, fra di loro.— E ci sta tutto l'anno? — chiese Felicita.Egli la tornò a guardare più calmo ed accennò di sì.— Chi sa che freddo d'inverno! — esclamò Rinetto.Il pretino sorrise.— Freddo, sicuro.... Molto freddo... sino a 17, o a 18 gradi sotto zero.... E l'inverno dura otto mesi... Da ottobre a maggio: la posta passa soltanto due volte la settimana, con le slitte.— E allora? — fece quasi con ansia Felicita, avvicinandosi.Egli la guardò, così alta, così bella nel chiarore della lucernetta che ardeva ancora sull'harmoniumed ebbe di nuovo una fiamma alla fronte ed un tremito ai polsi. Ma proseguì con la voce pacata:— Allora qui si lavora, si pensa. Molta gente migra lontano. Io tengo la scuola.— Dove? Qui, a casa?— No! No! È un po' lontana, la scuola; oltre la chiesa. E quando la neve è alta si pena un po' ad andarvi. Ma è anche nel posto più sicuro pei ragazzi.— Sicuro per che cosa?— Per la valanga.E in questa sola parola, detta con la consueta semplicità, c'era tutta una evocazione di memorie lugubri, di tragici casi.Stretto dalle domande, don Arcangelo dovette pur dire della sua vita di stenti e di fatiche in quegli eterni mesi d'inverno.Ma poi, come temendo di sembrarle pusillanime, soggiunse:— Una volta all'anno però, prima delle nevi, scendo al nostro paese, nella vallata dell'Albula, oltre Thusis, dove c'è ancora la mamma....E proseguiva a parlare, fissando quasi sempre Felicita con dignitosa tenerezza, e magnificava i conforti della sua vita, la gratitudine di quella povera gente, la gioia del sentirsi così vicino anche materialmente a Dio, in un piccolo mondo fatto tutto di umili e di buoni, e di pregarlo, di onorarlo, in quella chiesuola, la più alta forse di tutte le Alpi.— E... la montagna, la selva e la musica.... Vede? Quante cose, quante ricchezze, nella nostra povertà!... Anzi, per me, la montagna, la foresta e la musica sono ormai una cosa sola, una felicità sola, che io amo, amando il Signore che me le ha concesse. Mi capisce? Sente, non è vero, ciò che io le voglio dire, con queste mie parole? La montagna è come una religione, una poesia, una musica per sè stessa... Beato chi riesce a capirla! Ma forse non basta passarvi qualche settimana, così di sfuggita, come hanno fatto loro. È d'uopo viverci, farsi degli amici negli alberi, nei sassi, negli insetti. Da questa finestra, io scorgo forse un centinaio di vette di pini... e li conosco quasi tutti, anzi potrei quasi mettere un nome a ciascuno di loro, come alle cime dei monti; e così, proprio soli, non si è mai... mai.Ad un tratto, si accorse che parlava da troppo tempo e si alzò, tutto in soggezione, chiedendo scusa della sua grande indiscretezza. Ma aveva ancora sul cuore troppe cose per lei... per lei sola.Nel trasmestìo, allorchè furono tutti in piedi, impacciandosi a vicenda nell'angustia della saletta, egli si trovò vicino alla marchesa e prendendole la mano fra le sue, che non tremavano più le chiese sommessamente:— Felice?...Ella sorrise e scosse il capo.— Ha bambini?Ella accennò di no, scotendo ancora la testa.— Non importa.... Deve essere felice lo stesso, signora.... Ella lo può; deve esserlo!***Alla marchesa avevano destinato la camera migliore, un po' grande, con un lettone altissimo dai materassi di piume.Febo e Rinetto avevano dovuto allogarsi insieme, in una stanza vicina e la marchesa, che aveva dato una capatina per curiosità, sorrideva ora pensando alla lugubre compagnia che era toccata a' suoi compagni.A' piedi del canterano v'era un grande sarcofago di vetro, nel quale stava disteso, immobile, livido, sanguinoso, con l'occhio spento, un immenso Gesù Cristo di cera: sembrava una figura patologica da museo, ed anche Febo e Rinetto avevano tentato inutilmente di nascondere, celiando, la prima impressione, di aver vicino quella salma. Tutta la casa, del resto, era un po' anche una sagrestia. Aprendo gli armadi e i cassettoni esalava un odore misto di lavanda e di incenso, s'intravedevanocotte e pianete, e nel corridoio, lungo le pareti, luccicavano i papi e i candelabri degli altari.— La chiesa è così piccola!... — aveva detto la fantesca.La marchesa cominciò a spogliarsi.Com'era stanca! Quante strane impressioni! Sopratutto quella musica, quegli occhi ed il suo balcone del Corso, le sue birichinerie di ragazza, sua cugina Emma e la biscia nera dei chierici che usciva dal portone del Seminario....Bisognava far tutto piano in quella casa. Ci si sentiva da una stanza all'altra, come se non ci fossero state le pareti. In quella commessura di tavole era un succedersi di colpi secchi, di tonfi cupi e adesso la marchesa sentiva Rinetto che parlava di quegli «spiriti» con Febo, il quale gli rispondeva appena, evidentemente di pessimo umore.Quante cose le mancavano! Non aveva potuto metter mano a tutte le valigie! Ed il rimpianto del bagno?... Continuando a svestirsi, le sembrò che tutti i santi e le sante inchiodate o sospese alle pareti, in cornicette di scorza d'albero, la guardassero molto stupiti e un po' anche scandalizzati... Dirimpetto all'uscio, fra le due finestruole, verso il monte, era appesa una fotografiadi lui, in piedi, vestito mezzo da prete e mezzo da montanaro, sopra un fondo di neve, con un grosso bastone nella destra ed il brutto cagnolino bianco ai piedi. Quel volto mite e fiero la fissava come un momento prima, nel chiederle se fosse felice, nel comandarle di essere felice. La marchesa si avvicinò col lume al ritratto e lesse i quattro versi scritti in tedesco e in italiano, da mano femminile, — la mamma od una sorella forse, — al basso della fotografia, sulla neve:Wo Liebe da FriedeWo Friede da SegenWo Segen da GottWo Gott keine Noth.Dov'è amore è paceDov'è pace è benedizioneDov'è benedizione è DioDov'è Dio nessun bisogno.Nessun bisogno? Nessun desiderio? L'antica quartina della poesia popolare tedesca, col trionfo della fiducia in Dio, poteva essere il motto di quell'uomo intelligente e forte, artista ed... innamorato di una memoria? La pia mano non aveva scritto quei versi sotto il ritratto, come un'invocazione, come un augurio, come l'espressione del desiderio che si acquetasse in lui la moltitudine dei desideri che lo tormentavano?La marchesa ritta in piedi a rileggere, a pensare, ad un tratto, istintivamente — era un senso di freddo o di pudore? — raccolse intorno al collo il morbidosaut du litdicrépe de Chineche le era scivolato dalle spalle... Un momento dopo, al buio, porgendo orecchio ai mille rumori di quella casa che sembrava la cassa armonica di un violoncello, rivedeva ancora lui, udiva l'estrema frase, dolorosa e sublime del salmo, e pensava. Ma poi, crogiolandosi nel tepore delle piume, che sembravano accavallarsi quasi per accarezzare tutta la nuova, bellissima ospite, la marchesa cedette alla stanchezza ed al sonno, ripetendo a fior di labbra, come una preghiera:Wo Liebe, da Friede...***E don Arcangelo?... Che cosa aveva fatto in quelle ore, mentre ella dormiva vicina, a pochi passi? Quale stranezza! Il caso solo non ne era stato capace. Il buon Dio lo aveva voluto!... E perchè? Perchè aveva voluto lì, così vicina a lui, quella donna la cui immagine era andata da anni idealizzandosi nel vivo, melanconico rimpianto, colei che aveva animate, agitate le notti doloroseed ardenti di un tempo, prima delle tragiche vittorie dell'anima sopra le ribellioni della mente e dei sensi? Che cosa aveva egli fatto durante quelle ore insonni? Non lo ricordava: pregato e pianto indubbiamente. Pregato per lei, pianto per lei e per sè.... Non appena il primissimo albore sbiancò il cielo ad oriente, don Arcangelo scese affranto, cauto, silenzioso, ed uscì alla montagna, porgendo la fronte alla brezza aspra che stracciava e metteva in fuga le brume, svelando tutta una gloria di nevi e di vette... Mosse lento su per l'erta verso la chiesuola luminosa che le betulle si chinavano ad abbracciare, dai gradini al tetto, a' piedi della selva estrema dopo la quale non v'era più niente, tranne il cielo e Dio... E la selva si svegliava!... Andava intonandosi, tra il verde, la sinfonia eterna, ispiratrice della sua musica santa che nessuno avrebbe udito, tranne quei poveri mandriani poco dissimili dalle bestie, ma che lei, lei, lei aveva udita e capita!... I fringuelli bisbigliavano nella boscaglia, la cingallegra verde saltellava tra le fronde verdi, una gazza batteva l'ala negra d'abete, in abete, ed un rigolo fischiava sommesso, mentre il picchio cominciava a battere il tempo...***Job, ad un cenno di Febo, mise in moto la macchina riaggiustata edEurekacominciò a scivolare verso la valle, lasciandosi indietro un forte odor di benzina.Il vento gonfiava la veletta bianca intorno al visino di Felicita, come una piccola vela, ed ella si era già voltata più volte, inutilmente, a guardare verso la chiesa. Era seria, tranquilla, un po' triste.Le impressioni, le evocazioni della sera le risalivano dal fondo dell'anima. Per la prima volta dopo tanti anni, si sentiva turbata dai mistici fervori di fanciulla, svaniti nei fastidi e nei piaceri della sua vita ardente e vuota. Sentiva che quell'umile pretino di montagna, il quale non si era lasciato più vedere, che ella non avrebbe visto più mai, aveva adorata la sua immagine nel segreto, nella solitudine, nel sagrificio, e gli appariva moralmente più grande e più bello di tutti gli uomini che fin'allora le avevano detto di amarla, e che l'avevano esaltata nell'universale volgarità del desiderio.Strano! Pensava alla Madonna, di cui un tempo era stata divota, pensava alla mamma morta, cheera stata bella e desiderata quanto lei e che nondimeno si era serbata buona sempre, in mezzo a gioie e a dolori molto simili ai suoi....Sentì che Febo la fissava, ardito e tenace, indovinando e disperando, ed ella allora gli si volse, risolutamente, con un'espressione di sfida tranquilla e superba, per sorridere poscia a Rinetto, fuggevolmente, quasi in atto di sconforto materno, in una improvvisa, irrevocabile dissoluzione d'ogni equivoco, fra tutti e tre.Una mandria, allo svolto, fuor del villaggio, ingombrava la via e mentre Job frenava, Febo stizzoso cominciò a premere la palla di gomma dell'automobile, sfogando con quel rabbiosotè — tè — tè— d'allarme, il dispetto che gli faceva nodo alla gola. Ma dall'alto, dalla chiesuola aprica, ove don Arcangelo inginocchiato pregava ancora, un altro squillo scendeva invece discreto, argentino, lo squillo dell'unica campanina, lassù tra i pini della selva estrema... dopo la quale non vi era più niente, tranne il cielo e Dio!
Troppo grasso... e troppo grassi!
Quel gran cuoco delKurhaus— benchè cavaliere e malgrado tutte le suestagionidi Vichy — aveva respirato troppo fumo di tedescheria e col lezzo pesante delle sue cucine ammorbava anche l'aria della pineta.
Ecco!... Le zaffate digoulasche diplumcake— compresi ogni giorno nelménuper gli stomachi... deboli — arrivavano sin là, alla sua panchina prediletta, dietro la chiesuola luterana, dove anche quel giorno la marchesa Felicita avea riparato verso le cinque, mentre il lungo servente dei grassi e delle grasse cominciava a snodarsi lungo il viale dellaTrinkhalle. Com'era diventata opprimente e schiacciante quella turba dipingui, in mezzo alla quale viveva da due settimane!
Ed era stata proprio lei ad insistere, perchè il dottore convenisse nel dire che un po' di cura per dimagrare le era necessaria, e le avrebbe fatto meglio del mare! Come l'aveva colta la paura di essere ingrassata, di dover ingrassare?
La marchesa sorrise. Quella tremenda paura l'aveva presa una mattina di maggio — era un giovedì — nel «gabinetto degli specchi» negli ammezzati del Ventura.
Vi si era indugiata, in corsè, a riprovare l'amazzone per Castelletto.
A un tratto, sulla grande lastra di fianco, era apparsa e scomparsa via come un fantasma, la figura mefistofelica del cavalier Febo, esile esile, nero, nero, nel suo eterno lutto misterioso, e il sorriso freddo ed arguto dello scapolo maturo, quel suo sguardo vivo ed intelligente, l'avevano tutta rapidamente ravvolta e sapientemente accarezzata così come ella si trovava in quel punto.
Soltanto Febo era capace di penetrare in un luogo simile, in un momento simile, in uno specchio così riservato!
Rinetto, per esempio, non avrebbe mai osato farlo, e forse non sarebbe mai arrivato nemmenoe pensarlo! Un ragazzo, nient'altro che un ragazzo, quel povero Rinetto!... Tante volte l'aveva accompagnata sospirando, fin sulla soglia del Ventura! Ma solo per far ridere alle sue spalle tutte le madamine addette alla sartoria, mentre col visetto tondo volto in su, il nasino schiacciato volto in su, l'aspettava gironzando sul Corso.
E nemmeno suo marito avrebbe mai avuto il coraggio di ficcarsi lì dentro e di apparire in quello specchio! Suo marito che avrebbe tanto desiderato di poterlo fare quando dal Ventura, in corsè, c'era la contessa Ersilia!
In quello sguardo del cavalier Febo ella aveva letto una quantità di restrizioni sulla bellezza troppo appariscente delle rose in pieno sboccio, dalle foglie troppo spesse e carnose, di cui le aveva già parlato una volta. Ella aveva sentito che la linea del suo corpo minacciava di perder la purezza statuaria e, con quel pensiero molesto, un altro ancora, anzi un vero brivido di malinconia, l'aveva scossa tutta... Il pensiero degli anni, di quell'implacabile diciassette d'agosto un'altra volta imminente. Così si era decisa per «il paese dei grassi» e aveva gustato sin dai primi giorni la consolazione, la voluttà di essersi ingannata, di doversi ricredere. Non si era mai sentita tanto giovine,tanto flessuosa, tanto agile e fresca come in mezzo a quelle opulenti dame esotiche, infagottate di seta come le «donne fenomeno» delle fiere, tutte ciondolanti di gioielli come le Madonne della Riviera, e sempre asmatiche, lustre, gocciolanti, preoccupate solo di non riportare a casa tali e quali i loro novanta o cento chilogrammi di peso.
E pazienza ancora le donne, elemento di contrasto e quindi di conforto!... Ma gli uomini!? Non ne poteva più!
La Germania intera aveva dunque rovesciato in riva a quel fiume, in quella conca verde, tutti i campioni della sua pinguedine, i suoi colossi di gelatina tremolante, impastati di birra e di patate?
Da qualche giorno ogni diligenza che arrivava ne rotolava giù alKurhausun'altra dozzina.
E sempre quei ventri enormi che sembravano scappare fuori dalla cintola dell'immancabile blusa di panno color ramarro, sempre quegli occhiali d'oro, quei baffi color di stoppa, sempre quegli orribili capelli a pan di zucchero, coll'antipatica piuma di fagiano piantata dietro!
Per qualche tempo la marchesa si era divertita col cavalier Febo e con Rinetto, a godersi la sfilata dei tipi, e anzi soleva dire ridendo: «Andiamoa sfogliare l'ultimo numero deiFliegend Blätter!» Ma ormai gente e luoghi, e quel continuoja! ja! so! so!nelle orecchie le erano venuti a noia.. Non ne poteva più! Guai se non ci fossero stati — soli italiani, soli magri e soli amici — quel povero Rinetto.... e il cavalier Febo!
***
Dopo un meriggio caldo, quasi come in pianura, lassù a quell'altezza si diffondeva verso le cinque la deliziosa frescura delle Alpi e correvano per la selva i primi aliti della brezza. Giù dai prati scendeva l'odor forte del fieno e oltre il fiume e la valle, pel grande anfiteatro dirimpetto, avvicendato di pinete, di frane, di immense pareti granitiche, di nevai e di vette, cominciava a distendersi l'armonia delle penombre, la delicata e morbida grazia dei violetti, degli ori pallidi, quello spettacolo del tramonto, che la marchesa Felicita aveva molte volte ammirato, come un grande quadro del Manzotti alla Scala, ma senza alcuna persuasione, senza alcun intimo commovimento... E nemmeno in quell'ora l'anima della bella signora s'apriva ai fascini della splendidaegloga vespertina. Ella pensava che non sarebbe scesa allaTrinkhalle, tanto era stufa e infastidita della solita processione, pensava al modo di sottrarsi, per quel giorno almeno, a quell'altra noia ineffabile dellatable d'hôte, nel salone semibuio e triste come una chiesa, dove soltanto in fin di tavola, al silenzio scontroso e all'ipocrita parlar sommesso fra i commensali, succedeva un momento di frastuono, il volgare acciottolìo delle tazze e delle posate, con qualche nota aspra, qualche strappo di frase rauca, di tedeschi un po' alticci.... E poi, la sera!.... I soliti cento passi lungo il fiume, che sembrava correre ancor più livido ed iracondo nel buio, ed il solito esame delle sue mantelle ed anche delle sue sottane di pizzo, da parte delle grasse più curiose e più sfacciate... per finire poi dinanzi al chiosco, a godere, sin verso le undici, il primo quarto di luna e il miagolìo dell'orchestrina, che di milanese non aveva più che il nome e i triangoli!... Ah, bisognava pur rompere il pigro ritmo di quella vita! La splendida valle non finiva lì! Oltre quelle montagne s'aprivano altre conche, altri incanti, dietro quella millenaria muraglia di pietre era il mondo, il gran mondo.... Ella non aveva affatto bisogno di mummificarsi intorno a quella fonte... Dunque?
***
— È arrivata! Non ha sentito iltuff tuff?
Rinetto era comparso a capo del viale e si riposava della dolce e breve salita, poggiandosi come un vecchietto, con le due mani inguantate di bianco, sul bastoncino puntato innanzi.
Si era messe anche le scarpe dimeltontutte bianche, e le mani e i piedi dell'elegantissimo ragazzone sembravano fatti di gesso ed appiccicati alle braccia e alle gambe di quella sua lunga persona dinoccolata e un po' fantocciesca, insaccata nell'abitone estivo di seta color pulce. Nemmeno l'aria e nemmeno il sole delle alpi erano riusciti a dare un po' di colorito e un po' di solidità alle guance flosce e smorte di quel viso sempre volto in su, sovra il collo fasciato del grande cravattone a tre giri, come nei ritratti di famiglia. Si sarebbe detto che il buon genio del monte non volesse sciupar nulla della sua tavolozza intorno al giovane prototipo dello snobismo cittadino, ben sapendo che di ritorno al piano sarebbe bastata una settimana di veglie buttate via fra le ragazze dell'Eden, per ridurlo di nuovo cascante, imbambolato ed assonnato, come del resto egli godeva di mostrarsi.
Di fronte alla comica e bolsa virilità del giovinetto, la femminilità forte e rigogliosa della marchesa trionfava ancor più nella sua rosea e bionda bellezza, sullo sfondo verde cupo del bosco, nel molle abbandono del riposo, sovra la rustica panca. Ogni volta che Rinetto le compariva dinnanzi in una toeletta nuova, modestamente pretenzioso come un artista sicuro di sè, la marchesa non poteva a meno di ridere, e Rinetto ormai si era persuaso che era quella l'espressione irresistibile della sua ammirazione. Ma quella sera neppur Rinetto, così bello e così affascinante, riuscì a divertirla. Anzi, seccata, gli chiese, quasi strapazzandolo, chi mai fosse arrivato.
— Come? Non si ricorda?Eureka, la nuova automobile di Febo.
— Ah! Sì! Arrivata? E dov'è?
— Alla villa del dottore, presso la «curva del latte». Di qui non la si vede, ma credevo l'avesse scorta, quando Febo, poco fa, la manovrava sullo stradone, laggiù... Immagini che ha mangiato quasi di volata le due salite sino alWaldhaus. Una bella macchina, non c'è che dire.
— Di che forma?
— Unavittoria, una veravittoria.
— Il colore?
— Grigio-piombo, filettata di turchino. Molto seria, forse un po' troppo.
— Sarà goffa e pesante come le altre.
— Un po' meno; si progredisce. Anche il rombo non è così seccante come nelle ultime provate a Milano. Farà un magnifico viaggio l'amico Febo!
Rinetto aveva insistito su quest'ultima frase, con un'intonazione così fatua, che pareva avesse voluto dire alla marchesa: «Fra un paio di giorni, presso di voi, rimango... io solo!»
Felicita lo guardò e questa volta rise di cuore, abbandonandosi indietro, sulla spalliera della panca, sin quasi a celare la massa dei capegli biondi tra i dardi verdi dei pini, mentre la bella gola ampia e candida le sussultava nel riso aperto, traverso la tenue camicietta, slacciata prima pel caldo.
Rinetto si provò a ridere anch'egli ma ebbe invece un momento di stizza; di pallido si fece verdognolo. E dire che per lei aveva mancato al patto, si era ridotto alla più insigne e bottegaia delle volgarità, quella di andarsene da Milano in pieno luglio, e che da due settimane si struggeva in mezzo a quei tedeschi, a quelle piante, a quelle capre, mentre gli altri erano rimasti laggiù imperterriti sulla soglia delbar, padroni del Corso,pieno di sole e vuoto di gente, difendendo l'onore del gruppo! E dire che gli amici passavano serate deliziose al Savini, mentre la gran folla borghese era scappata dai trenta gradi di caldo, cosicchè essi soli avrebbero potuto dire con tutta semplicità: «Non ci siam mossi un giorno da Milano!»
E per che cosa poi? Per vederla ridere?
Ridere... oflirtarecon Febo!
Allora, perchè la marchesa gli aveva fatto così chiaramente capire che lo avrebbe avuto caro, con lei, in montagna?... E perchè qualche volta, di tempo in tempo, quando egli osava dirle tante cose con un'occhiata, ella non rideva più?
La marchesa scendeva lentamente lungo il viale, buttando via con la punta del parasole scarlatto i rari sassolini bianchi fra la sabbia. Prima di infilare il grande viale delKurhaus, si volse d'improvviso a Rinetto e quasi seriamente gli chiese:
— Quanti giorni durerà il viaggio del cavalier Febo?
— Non so bene... Otto o dieci giorni, credo. Non ricorda il famoso itinerario? Cinque valichi alpini, dei quali due oltre i duemilaquattrocento metri, quindi in mezzo alla neve, e per ultimo ritorno in Italia dal Sempione. Unrecord... ed una pazzia!
— Vi pare? E di quanti posti è la nuova automobile, Oscar?
Quando la marchesa lo chiamava Oscar, invece di Oscarinetto o Rinetto, c'era da sperare. Era segno che parlava quasi sul serio.
— Quanti posti? Ma tre, quattro, credo. Job la dirige stando a cassetta: è unavittoria, tal quale unavittoriadi cavalli!
— Dunque, se io mi unissi al cavalier Febo, nel suorecord, ci potreste venire anche voi?
— Come?... Si andrebbe?
— Tutti e tre, come siamo stati qui, insieme, fino adesso, da buoni amici.
Rinetto era rimasto di gesso — tutt'intero come le mani e i piedi! — e il rapido sguardo rivolto al suo io, non appena udita la proposta della marchesa, rivelò subito la prima, la precipua preoccupazione passatagli in mente.
— Per gita alpina in automobile, disse Felicita — credo correttissimi i costumi soliti di montagna. Anch'io dovrò acconciarmi alla meglio.
E la marchesa tirò via verso ilKurhaussenza aprir più bocca.
***
Fu Rinetto stesso che appena scorse Febo, ancora affaccendato intorno adEureka, lo informò del capriccio della marchesa, come di una cosa molto strana ed anche — via! — molto arrischiata. Febo, chino a serrare le viti d'uno stantuffo, non si alzò, non si volse neppure. Sorrise, più con lo sguardo che con le labbra, e con tutta flemma consolò Rinetto.
— È un'idea come un'altra. Che qui ci si diverta, non è cosa sicura, ti pare? Per me non vedevo l'ora che Job arrivasse colla macchina per cambiare aria.
— Tu... tu. Credevo appunto fossi soltanto tu!
— Già, capisco! L'idea della marchesa è un po' bizzarra; ma che vuoi farci? Non è da oggi che la conosciamo, e poichè il viaggio le sorride e lei si è invitata... io invito anche te, naturalmente, e la cosa va via liscia.
— Già, come l'automobile.
— Speriamo bene! Ti dispiace forse il progetto? Non ti trovi bene con me?
— Con te? Con te è un altro conto!...
— Ma ti troverai benissimo anche... con noi.In viaggio, come qui! Via, non sei un ragazzo; devi capire che se la marchesa ci tiene allo svago non potrebbe permetterselo nè con te, nè con me...
— Presi ad uno ad uno, nevvero?
— Precisamente. Cosicchè, senz'altro, posdomani mattina,tuff, tuff, tuff.... In viaggio tutti e tre.... Sei contento?
E Febo tornò a chinarsi sugli stantuffi, fingendosi più che mai assorto nel verificare la solidità delle viti. Ma si era fatto serio. L'occhio gli scintillava ancor più fra le molte rughe sottili delle tempie già un po' calve; su tutto quel viso d'uomo arguto pareva che una lunga tensione di propositi e di desideri si allentasse nella certezza di una grande soddisfazione imminente.
***
Dopo una serata di cortesi e significanti insistenze — sottolineate, al momento di separarsi, da un'occhiata di invocazione, quasi imperativa — il cavalier Febo, il dì dopo, non aveva aggiunto parola, certo che la marchesa era omai decisa. Nel pomeriggio, infatti, comunicazione ufficiale: un lungo telegramma esplicativo alla mamma, inBrianza, un altro molto più breve e molto più abile al marito, ancora a Roma, ed in fretta e in furia, ed un po' anche di nascosto, i preparativi per la partenza, la mattina seguente, prestissimo.
Avevano lasciato ilKurhausch'erano appena scoccate le cinque, quasi di soppiatto, mentre tutti dormivano ancora, edEurekacorreva da un'ora sulla magnifica strada piana verso quel paese romancio, che la marchesa desiderava tanto di ammirare anche per tutto quello che gliene aveva narrato Febo.
Il paesaggio era divinamente bello e vario così da rapire per qualche tempo anche lo spirito poco infervorabile di Felicita. L'essersi alzata così per tempo, dava alla marchesa un'eccitazione nuova, quasi voluttuosa, ma buona, infantile.
Rassegnata ad ogni disastro della carnagione, si era tolta anche la veletta, perchè l'aria viva della mattina le sferzasse forte le gote e la fronte nella corsa rapida dell'automobile, una corsa bizzarra, deliziosa verso il nuovo, verso l'alto... si sarebbe detto verso il cielo. — Nello scompiglio dei riccioli biondi, nel fuggevole rabbrividire per le improvvise sensazioni di freddo, ella era e si sentiva ancor più leggiadra e più desiderata, mane aveva a volte un senso lieve di turbamento, la intimidiva, di tanto in tanto, così il desiderio ardente che scattava da certi sguardi quasi corrucciati di Febo, come l'adorazione di Rinetto che nella sua sonnolenza invincibile per l'ora mattutina diventava ancor più sentimentale.
***
Nell'automobile ci stavano tutti, benissimo.
Rinetto di fronte alla marchesa e a Febo, e Job a cassetta. Ma ella ci si sarebbe trovata mille volte meglio sola, per allora almeno, senza sguardi che la fissassero, senza alcuno che le chiedesse ad ogni momento, come si sentiva, se si trovava bene, se le piaceva il paese. E siccome, ad onta di ogni sforzo, un senso nuovo di benessere e di ammirazione le chiudeva la bocca, anche Rinetto, intimidito, non osava più parlare; si preoccupava di tenersi sveglio e delle poche valigie ch'erano state chiuse negli ampi fianchi diEureka, mentre il grosso dei bagaglio avrebbe viaggiato di tappa in tappa, con le diligenze federali: Febo capiva ed aspettava, tacendo. Tutt'al più scambiava qualche frase con Job, sulla manovra della macchina o sulla direzione della corsa.
Job non era passato altre volte, come Febo, perquella strada, ma in un'ora non aveva già più bisogno nè d'indicazione, nè di consigli.
Quel magnifico tipo incrociato distartere dimasterche Febo prima di lasciar per sempre l'Inghilterra e la diplomazia, era riuscito a scritturare per sè, e che in breve lo aveva... sublimato in tutti i rami dellosport, dall'ippica allawn-tennis, dalfoot-ballall'automobilismo, s'era insediato a cassetta diEureka, come un capitano di nave sul ponte di comando, ed era già, a bordo, il padrone dopo Dio, dignitoso e corretto, senza una parola oltre l'indispensabile, sicuro e pronto negli incidenti della strada, disinvolto e imperioso nel suo gergo fatto di tutte le lingue, quandoEurekasostava alle porte dei grandi alberghi, per la colazione, pel pranzo, per gli alloggi.
***
Il sole, il grande sole di luglio, aveva inondato la valle. La strada saliva e la carrozza procedeva lenta, ansimando, con qualche stridore a intervalli. Febo era disceso e camminava a lato, e poichè Rinetto, acciecato dal sole, si era tirato sugli occhi il berretto bianco di marinaio, e cedeva al sonno lasciando ballonzolare la grossa testa, Febo stringeva con la sinistra il polso dellamarchesa, nervosamente, perchè non le sfuggisse nulla di quanto il paese offriva di interessante, ma senza guardarla, soggiogandola, con quella espressione quasi brutale della sua vicinanza e dei suoi desideri.... Venivano incontro e passavano scendendo la china al gran trotto fragoroso dei loro cinque cavalli, fra nembi di polvere e schioccar di frusta le enormi diligenze gialle, alte e traballanti come navi, e dall'alto era un volgersi di visi esotici, maravigliati e sorridenti versoEurekae verso la bella, elegantissima signora bionda, che si sentiva ravvolta e seguita da una vampa di ammirazione e di cupidigie.
A quegli incontri, anche Rinetto apriva gli occhi, si scoteva, sorrideva, si dava un contegno, godeva egli pure un po' dell'invidia lasciata dietro per via, ma poi il sonno — quel sonno invincibile della mattina per chi suole dormire tardissimo — lo riafferrava alla gola e non c'era verso... Febo poteva tornarsene a fianco della carrozza, e stringere forte, con la mano scarna e nervosa, il polso tondo e ignudo della marchesa, perchè non le sfuggisse nulla del paesaggio...
— Ecco lassù, più in alto... Appare adesso... È il primo lembo di ghiacciaio che il panorama ci offre.... Vedete quanto è bruno e livido in confrontodei nevai, bianchissimi, più sotto? Domani sera, saremo ai piedi di quella grande muraglia che sembra lo sorregga... Chi direbbe che si può arrivare sin quasi lassù, in automobile?
***
Entravano in un villaggio. Che silenzio! Non giungeva all'orecchio altro che il martellare argentino di un vecchio contadino seduto su di un tronco d'albero, serio ed assorto come un filosofo, che affilava la falce picchiandola a colpi uguali sopra un'incudine piantata nel ceppo. Qualche donna vestita di nero, con una cuffietta di lana bianca annodata sul capo, attraversava la strada frettolosa, senza quasi voltarsi a guardare chi arrivasse e spariva in uno dei solitichalets.... Altri visi di donna — visi affaticati e invecchiati anzi tempo — comparivano ai vetri delle finestrelle, chiuse, chi sa perchè, anche con quel caldo.... Uno sciame di bimbi, tutti puliti, con le grosse scarpe a chiodi, sbarravano tanto d'occhi all'arrivo di quella strana carrozza senza cavalli, che aveva le ruote cerchiate di gomma e si lasciava dietro un forte odor di benzina, e la seguivano a distanza, ficcandosi un dito in bocca, scambiandosi le loro impressioni in un linguaggio brevee dolce, che a Felicita ricordava la canzone provenzale diMagalìnellaSaphodel Massenet.
I piccoli indigeni si decidevano a fermarsi in crocchio dinanzi alla solita botteguccia deiconditoreico' suoi immancabili automi di cartone, in vetrina, per larèclamedel Maestrani: altri se ne incontravano pure sui gradini dellachesa comunela, il Municipio del paese, il solo edificio oltre gli alberghi e le due chiese, la cattolica e la protestante, che non fosse di legno e in forma dichalet.
— Sente come parlano? — le diceva Febo. — Questo non è ancora precisamente il romancio; è ladino. Niente di tedesco, molto di voci nostre e di vecchio francese. — Poi, sommesso, chinandosi su di lei: — Ditemi, Felicita, che vi sentite lieta, così, qui... — E d'un tratto: — Mi siete più cara che mai!
Ella volgeva il viso dall'altra parte, puntando il binoccolo sui pascoli della montagna, di là della valle.
— Pecore ancora, lassù tanto in alto?... E qualche cosa gira presso queichalets... Ah! una cascatella... Un molino, forse.... Nemmeno voi, scommetto, senza cannocchiale, non lo vedreste!
— L'ho già visto e ne ho già scoperto il nome,nel Bäedeker; guardate qui;Immersäge! Immer, capite? Sempre! Nell'eternità... E vi è morto un famoso cacciator di camosci... v'è tutta una leggenda d'amore intorno...
— Mettetela in versi!
— E perchè no? Ancora qualche mattina come questa quassù, con voi, così cara, così buona...
— E sarete poeta! Per fortuna siamo nelle mani di Job!...
Rinetto, poverino, pisolando più sodo, si era messo a fischiare, leggermente, ma in modo insopportabile e Febo, sebbene a malincuore, per l'onore del sesso, lo dovette svegliare, gridandogli con paterna commiserazione:
— Sta desto se puoi! Guardati intorno ed ammira, disgraziato! Tra venti minuti si smonta, si fa colazione, e ti concederemo anche un po' di siesta...
***
Ritta in piedi su quello strano blocco di neve immacolato, ravvolta, anzi fasciata da quel suo costume morbido e fine a riflessi di bronzo, che non turbava una sola delle grazie rigogliose della bella persona. Felicita si poggiava all'altoalpenstokcui aveva legato in cima un fascio di rododendri; e il mazzo delle roselline delle Alpi spiccava come una gran macchia di sangue sul fondo cupo e quasi verdastro del cielo.
Sostava così ansante e commossa ad ammirare la distesa melanconica del ghiaccio e siccome si era riempita anche tutta la cintola di fiori dell'Alpi — raccolti con ostinata abnegazione pur nei momenti più scabrosi della salita — così sembrava sbocciasse col busto forte ed eretto e la testa superba, di mezzo ad una festa bizzarra di violaciocche, di tulipani, di verbene, di anemoni, di petunie e di calceolarie... La si sarebbe detta, tutt'insieme, la statua di un'iddia dolce e fiera della montagna, ergentesi sopra un rozzo basamento di marmo purissimo, alla quale il prodigio di una nuovissima gioia avesse infuso vita e calore. Felicita, infatti, era tutta rapita e vibrante di fatica, d'ansia, di curiosità e si sentiva sinceramente grata a Febo che le aveva procurato un così strano piacere. Egli non l'aveva obliata un minuto solo, dacchè erano scesi di carrozza per salire a piedi il ghiacciaio, e la marchesa, per oltre due ore, in quella immensa e suggestiva solitudine alpina, si era sentita in balìa di quell'uomo quasi protervo che pur sapeva con squisita sapienzadirle troppo in mille modi, ma senza dir mai tanto ch'ella potesse bruscamente punirlo.
In quello sforzo assiduo di forza e di resistenza fisica, ed in pari tempo di coltura e di genialità dello spirito, l'ostinato amore si rivelava con tutte le seduzioni, con tutte le arti e con tutte le armi di una seconda o terza gioventù, intraprendente ed esperta. Chi lo avrebbe mai detto, conoscendolo solo come un impenitenteviveurcittadino? Agile, destro, prontissimo, audace e discreto, egli l'aveva per così dire portata lassù e quasi senza un battito più frequente dei polsi, senza un più affannoso respiro, nè una stilla di sudore; aveva larvato per lei la fatica e i timori della salita, narrandole le cose più varie, insegnandogliene una quantità d'altre, tutte curiose ed interessanti. Ora ella,lo sentivaancora tranquillamente seduto, lì su di un greppo, sotto di lei e chi sa perchè, proprio in quel punto, di fronte alla scena nuova e nella nuova commozione, le passavano dinanzi come mortificate e piccine, le figure del marito e di Rinetto... quel povero Rinetto che con cento pretesti, fino lassù, al ghiacciaio, non c'era voluto venire...
***
Una nube bianca e soffice passava sopra il disco del sole e tosto si smorzò tutto lo scintillio di quell'immenso mare immobile di ghiacci, si spensero le vive luci abbaglianti che venivano prima dai nevai. Sulla scena desolata corse come un brivido di morte: tutto all'intorno si fece squallido, livido, sinistro e Felicita n'ebbe un senso improvviso di raccapriccio, di terrore: le parve che anche i suoi fiori declinassero ad un tratto, improvvisamente avvizziti, si sentì sola, come una bimba persa, nell'orrore di quel paesaggio spettrale, e fattasi smorta, si lasciò scivolare dal suo piedestallo di neve, si lasciò prendere sotto le braccia di Febo e stringere, quasi rabbiosamente, da lui...
Ma nel mentre egli stava forse per osare, la nube stopposa, veleggiando e sfasciandosi a fiocchi, lasciò sgorgare ad un tratto la grande luce del sole... Tutto si riaccese: un senso di tepore e di conforto rianimò la bella smarrita... le sembrò che la vaniglia bruna di cui aveva tutto ingombro il corsetto la richiamasse, con un alito repentino della sua forte fragranza, ai sensi e al pericolo,cosicchè sorrise, si scosse, dolcemente si sciolse, tentò col piede il terreno e arditamente cominciò a discendere verso la strada che serpeggiava laggiù tra i larici estremi, senza più volgersi indietro, senza parlare.
***
L'itinerario di viaggio ideato dal cavalier Febo, era un capolavoro del genere. Non un'ora sprecata, non un chilometro di strada che non offrisse un'attrattiva, un godimento speciale; ed in pari tempo una studiosa cura di evitare quei luoghi sciupati nella loro bellezza dalla moda borghese, dallaréclamepiù fastidiosa. La si sarebbe detta una peregrinazione in paese ignoto, un viaggio di scoperta, fra genti primitive e caratteristiche, disseminate nei recessi delle valli più quiete.
L'interno morbido ed elegante dell'automobile in quella vita zingaresca e un po' selvaggia, era divenuto come la cabina comune di un bastimento in rotta attraverso un gran mare di verde. La marchesa vi si era fatto il suo cantuccio, vi aveva disposte le sue piccole cose, e ridendo diceva che vi riceveva le sue visite, quando Febo e Rinetto dopo qualche tratto a piedi chiedevano licenza dirisalire. Job, sempre taciturno, sempre vigile, rallentava a tempo, quando il paesaggio rivelava improvvisamente inattesi splendori, o quando, senza neppur voltarsi, avvertiva che un incidente qualunque — uno stormo di corvi gracchianti nel prato, un falco che s'aggirasse stridendo nell'azzurro, od uno scoiattolino saltellante fra gli alberi — avesse destato la curiosità della grande e bella bambina bionda che quei due dietro a lui — il cavaliere ed il giovinetto — sembravano mangiarsi cogli occhi.
Rinetto — nella famigliarità di quella vita a tre, nell'abbandono quasi studentesco che per forza di cose si era stabilito fra loro, durante i pasti, spesso frugali, nei piccoligasthausove la marchesa aveva vaghezza di soffermarsi, — smarriva tutta la sua spavalderia, il suo snobismo artificiale, ritornava un buon bambinone, senza alcuno dei piccoli ardimenti che la vita della città e dello stabilimento gli avevano ispirato in quegli ultimi tempi, verso la marchesa.
La sua «cotta per la bella bionda» come una volta, un po' brillo, si era permesso di definire la sua passione, in un certo ritrovo, si era purificata, si era elevata sino a duemila metri sopra... le volgarità del loro mondo. Ogni sera, separandosida lei per coricarsi in un luogo diverso, in un letto nuovo, si sentiva innamorato più che mai... ma sempre più idealmente.
Egli stesso non si conosceva più. Per non farsi aspettare al mattino, non si radeva più barba e baffi con quella scrupolosa cura che rendeva un tempo tutto il suo viso mondo di ogni virile peluria... Qualche mattina anzi era sceso con più di uno sberleffe del rasoio e qualche aiuola rossastra qua e là. Si occupava molto meno delle cravatte, delle calze e degli altri accessori della sua toletta, e molto più del paese, delle cose nuove e belle che gli si offrivano dinanzi, in quel su e giù sulle «montagne russe» inventate — come diceva lui — da Febo... per i suoi fini.
***
Ed anche intorno ai fini... insidiosi delvecchioFebo, il buon Rinetto aveva smesso omai ogni gelosia. Capiva che la marchesa non voleva nè la felicità nè l'infelicità di alcuno dei due. Il dì prima, ella si era fermata a tracciare con la punta dell'alpenstockil suo nome nella parete di un grosso blocco di neve che fiancheggiava la strada come la bianca muraglia di un giardino invisibile.Rinetto, seduto su di un paracarro vicino, compitava melanconicamente le sillabe a mano a mano che comparivano incise sulla neve: Fe-li-ci-ta...
— Passerà qualcuno, — osservò ad un tratto timidamente, — e leggerà male; crederà sia arrivata davvero quassù la felicità e che vi abbia lasciato il suo nome...
La marchesa si volse e con la sua smorfietta di rimprovero:
— Non è forse così?
— Ahimè! È passata la bellezza, la grazia... ma la felicità no... Manca sempre l'accento.
E fece atto di bucare la neve, col suo bastone ferrato sovra l'innocenteafinale... La marchesa gli trattenne il braccio e ridendo, ma con una intonazione seria e recisa, concluse:
— Nè voi, nè altri... Resta così, senza accento!
Quel «nè altri» aveva consolato il povero ragazzo. Che donna straordinaria la marchesa! Che spirito! Che tatto!
Egli ormai aveva preso tutte le abitudini di lei, tutti i suoi gusti. Si gonfiava ogni mattina di latte appena munto, di miele odoroso, di carne secca. Non si lagnava più di nulla, non sentiva più alcunodei piccoli disagi del viaggio, imparava da Febo i nomi dei fiori per sfoggiare poi, egli pure, un po' di conoscenza della flora dell'Alpi e poichè la marchesa s'era innamorata di quel delizioso linguaggioromancio,copiava per lei i detti e le sentenze alle porte delle chiese, le epigrafi nei piccoli cimiteri e appena si giungeva ad un villaggio correva a fare incetta delle fotografie e delle cartoline illustrate del luogo, riuscendo ad emulare, pel futuro album dei ricordi, lo stesso Febo che con ilpoket kodakavrebbe fotografato ogni pianta, ogni sasso della montagna, e la marchesa poi ad ogni minuto della giornata, in tutti gli atteggiamenti, in tutte le luci.
***
Quel giorno avevano sostato a lungo allo strano albergo che sembrava fatto soltanto di ferro e di vetro, eretto poco lungi dalla vecchia cantoniera al sommo dell'ultimo valico. Ilrecordvolgeva alla fine. La marchesa, con la fronte appoggiata ai cristalli della veranda, fissava la superficie immobile e fosca del piccolo lago alpino che si stendeva sotto quel bizzarro edificio e nel quale si specchiavano le nevi delle montagne ignude e tristi, che circondavano ad anfiteatro lo speco.Altre nevi, che i calori estivi avevano staccate dalla riva, galleggiavano lente verso il mezzo, dando alla scena l'aspetto fantastico di un paesaggio polare. Da quei luoghi ermi e deserti, il pensiero della marchesa scendeva alla pianura; le si riaffacciava alla mente l'animazione dell'inverno cittadino, rivedeva i teatri, le feste, i ritrovi, le amiche, la casa, il marito, e alla voluttà del nuovo che l'aveva sino allora soggiogata, cominciava a succedere il desiderio dell'antica vita, degli agi, delle mollezze, delle femminilità, alle quali da una settimana aveva pressochè rinunziato.
***
Si scosse... Era rimasta sola nella veranda chiusa e tepida come una serra, che delle serre aveva anche la luce bianca ed i fiori forzati. Sfogliò l'albo in cui c'erano i nomi di chi era passato prima di lei... Tutti tedeschi, inglesi, americani del nord. Qualche raro nome italiano, ma sconosciuto; qualche altro nome letto già, il dì prima, in un altro albergo lungo la via; qualche accenno gentile, qua e là, ad una persona amata, ad una patria lontana, ma nel complesso elogi banali almenu, ostentazioni di titoli, firme presuntuose, evidentemente di semi-analfabeti, diventati milionari...Dinanzi a quel lago ghiacciato, una finlandese, una signorina indubbiamente, aveva evocato con due melanconici versi tedeschi i suoifjords. Un prete bretone aveva trovato modo d'imprecare a Dreyfus, inneggiandoau drapeau de la Francenel bianco delle nevi, nel rosso dei rododendri, nell'azzurro dei cieli.
Ad un tratto Felicita, alzando gli occhi dal libro, sentì Febo dietro di sè. Egli le prese un po' per forza le mani, gliele tirò indietro, stringendole fra le sue che scottavano, e chinandosi come per leggere nell'albo, cominciò a dirle che lassù si viveva benissimo, anche nel cuore dell'inverno.
— Io ci sono passato, tre anni fa, con le slitte... Tutto bianco intorno... E come vi pensavo sin d'allora! Ci conoscevamo assai poco, nevvero? Eppure mi ero giurato che sarei tornato con voi... Con voi, Felicita, qui e dappertutto, con voi e per voi...
Ella strappò le mani da quelle tenaglie, chiuse rumorosamente l'albo, si avviluppò tutta nelplaided uscì a dar del pane, rompendolo ella stessa a grossi pezzi, ad un povero cavalluccio giunto sin lassù, dietro di loro, con una carriuola sconquassata, e che si riposava ora in un angolo, ma siguardava intorno, come esterrefatto di tutti quei sassi, di tutta quella neve senza un arboscello, senza un filo d'erba! Febo, passandole vicino, per raggiungere Job che scaldava l'automobile, la guardò prima fieramente, poi le disse, con una scrollata di spalle:
— Meglio così! L'elemosina a tutti! Al cavallo come ieri al cane, come domani a Rinetto... A me nulla!... — E premendo stizzosamente la palla di gomma dell'automobile, ruppe il divino silenzio delle Alpi, con lo stridulo, insistentequè, què, què, della cornetta, che fece accorrere in furia Rinetto, dal vicino ufficio postale.
Felicita, frattanto, deposta la manciata dei suoi anelli nel lieve cavo di un sasso e rimboccate alquanto le maniche, si lavava energicamente le manine fatte violacee dal freddo, voltandole e rivoltandole sotto lo zampillo gelido che canticchiava da un tronco, di fronte alla porta dell'albergo.
—Carmenbionda, nel terzo atto! — esclamò Rinetto rapito.
Ella era adorabile davvero anche così, e Febo ebbe di nuovo un sussulto come stesse per commettere una sciocchezza, come volesse lanciarsi verso di lei... La bella capì, e crudele nella vittoria, lo pregò che le infilasse gli anelli, ad unoad uno, e le riallacciasse i polsini, dicendogli ad ogni momento:
— Così, da bravo,les petits services... mantengono le grandi amicizie!
***
— Vedete quei culmini ultimi, lassù? Li vedete ancora? Lassù è appollaiato il villaggio, il più alto di tutta l'Europa ove crescono ancora le biade, l'ultimo ove si parli ancora il bel dialetto romancio... Domattina, ridiscendendo al di là, non udremo parlare altro che il francese e vedremo la catena dietro la quale è l'Italia... Fra tre giorni al più saremo a casa... È finita.
Per la prima volta nella voce di Febo, vibrava una nota di tristezza sincera. Imbruniva. Ella avea finalmente accettato il suo braccio, e salivano lentamente lungo la strada silenziosa, deserta, tagliata lungo un abisso profondo, tutto verde, sopra il quale sembrava calassero più frettolose che alle sommità, le ombre della sera, una sera indicibile, purissima. Lungo l'altro margine della strada, erano schierati, come i militi di un esercito sterminato, immobili e silenziosi, gli immensi pini bruni, con le guglie diritte ed acute a forar quasi la vôltaazzurra del cielo, nella quale si andavano accendendo le prime stelle... Qualche fremito misterioso tra le forre, a piè degli alberi, qualche fuggevole stormire nei rami, — uccelletti che mutavano di posto — e null'altro. Non una casa, più, non un fuoco sulla montagna... nulla... nessuno. Loro due ed il popolo muto delle piante, delle erbe che si addormiva, in una calma magnifica.
— Vi duole che ci siamo incamminati così tardi? — le chiese Febo.
Ella scosse il capo dolcemente ed a lui parve che il morbido e tepido braccio di Felicita tremasse contro il suo petto.
Eurekaaveva preparato una incresciosa sorpresa ai viaggiatori. A cinque chilometri dall'ultima borgata, un guasto improvviso! Inutilmente, fra il cavalier Febo e Job si era cercato di ripararvi: senza un fabbro, senza arnesi, senza un gancio di ricambio, non era possibile. Che fare? Tornare indietro, scompigliando tutto l'itinerario? Si era quasi a mezza via per quel giorno, altri sei chilometri di salita, ed il dì dopo, anche prima della riparazione,Eureka, in continua discesa, li avrebbe portati abbasso, alla gran valle... la valle ultima del pellegrinaggio. Job riuscì a persuadere due mandriani diretti essi pure lassù, ad associarsia lui nello spingere innanzi l'automobile, e Rinetto, un po' a malincuore, ma lieto nondimeno di compiacere Felicita, che si era mostrata seccatissima all'idea di dover tornarsene indietro, aveva a mano a mano affrettato il passo per vigilare davvicino la spedizione... e, al bisogno, spingere un pochino anche lui. Così Febo e la marchesa erano rimasti addietro assai, nè ella mostrava ora di volere affrettarsi molto, presa dal fascino di quel silenzio, di quella solitudine, di quella tenebra luminosa.
***
Come mai erano cascati a parlare di Milano, di tante cose tristi ed uggiose in un'ora simile? E perchè Febo, già per la seconda volta, le aveva indirettamente richiamato il ricordo di donna Ersilia e di suo marito e di quell'orribile scenata di Roma, di cui appena si era smorzato il pettegolezzo?
Forse aveva avuto ragione Febo, un momento prima:
— Tutto è divinamente bello nel creato; tutto quello che noi vediamo qui, ora, è sovranamente grande; ma i luoghi e le cose non dicono niente alle anime, se le anime dormono...
— La mia anima dorme? — aveva chiesto Felicita.
— Sì, mentre la mia soffre... E per questo, entrambe le nostre anime, non sono qui. Se l'anima vostra si destasse, la mia cesserebbe di soffrire e noi godremmo insieme... l'attimo che forse non tornerà più, nè per me nè per voi! Essere soli, in mezzo ad un mondo silenzioso e deserto e sentirsi felici di esservi...
Ella chinò il capo. L'ora era grave. La voce di Febo non sembrava la stessa e Felicita pensò se doveva pentirsi d'essersi indugiata tanto con lui.
Ad uno svolto brusco della strada, la pineta si apriva ad un tratto verso il monte e a pochi passi biancheggiava una cava diruta, nel cui fondo brillava una fiamma.
— C'è qualcuno? — chiese Felicita vivamente.
— Può darsi; siete stanca? Volete fermarvi?
— No, soltanto vedere.
Presso un focherello di sterpi che ardeva tra i sassi, fumigando di resina, sulla soglia nera di un capanno fatto di ardesie e di tavole d'abete, piccolo ed informe come l'abitazione d'un troglodita, un vecchio irsuto, monco di una gamba, raspava in un paiuolo, e vicino a lui, un ragazzo dalla testa enorme, gozzuto e sbilenco, mungeva,in una ciotola, una caprettina stecchita, che per la prima avvertì gli stranieri e cercò di ritirarsi belando dolorosamente.
Il vecchio aveva perduto la gamba sotto un macigno.
— Quanti anni fa?
— Oh! molti. — Non se ne ricordava più, ma qualche volta ne soffriva ancora.
Viveva in quell'abituro fino al calar delle nevi, picchiando nel sasso dalla mattina alla sera. Il ragazzo gli recava le pietre e gli scalpelli, poi gli dava da mangiare, giacchè lui non poteva quasi muoversi sul terreno ingombro della cava. Quel fanciullo era l'ultimo di otto: tutti suoi nipotini, figli di una figliuola ch'era morta. Il padre, stanco di vederli patire la fame, era andato in America e non se n'era saputo più niente. Gli altri più grandi erano sparsi «pel mondo» a lavorare e l'ultimo gli era rimasto vicino, attaccato a lui, come la rozza gamba di legno alla sua coscia.
Il vecchio aveva detto la sua miseria, tranquillamente, sorridendo, parlando piano, in quelromanciodi cui poco ormai sfuggiva all'orecchio musicale di Felicita; e intanto il ragazzo scemo e la capretta arguta guardavano i due, ma senza curiosità.
Neppure il vecchio sembrava stupito della apparizione di quella coppia signorile, a quell'ora, a quell'altezza....
— Oggi sono passate in su molte carrozze, con molti signori.
— E qualcuno si è fermato a discorrere con voi?
Il vecchio alzò gli occhi dal paiuolo, sorridendo di più.
— Di giorno il sole batte forte sulla cava. Non si ferma nessuno qui. Io non parlo mai... Quasi mai. — Non un lagno in quella voce, nè il menomo accento d'invidia o di rancore per quei signori che gli passavano dinanzi, in carrozza, senza fermarsi, mentr'egli viveva così, inchiodato dalla sventura e dalla miseria ai macigni della sua montagna, ignaro della suprema bellezza della scena che ogni giorno gli si apriva dinanzi, quando all'alba usciva carponi come una povera bestia dal covo, e riprendeva a martellare sul sasso...
— Siete cattolici o protestanti qui? — gli domandò Febo.
— Cattolici. Il villaggio dove arriverete fra mezz'ora, è il primo della valle, abitato tutto da cattolici. Vedrete che bella chiesa!... Ci vado anch'io alla domenica.
***
Quando Felicita e Febo furono di nuovo sulla strada, era già sera. Il discorso cadeva. Ascoltavano, entrambi, le mille voci di quel silenzio più profondo e più canoro ad un tempo, d'ogni silenzio udito mai.
Ma si levava il vento freddo delle vette, e Felicita, anche pel contrasto col tepore del focherello presso il quale si era indugiata parlando, rabbrividiva e cercava di ravvilupparsi quanto era possibile nelplaid. Febo, un po' preoccupato di quel vento rigido e dell'ora tarda, preso come da una smania stizzosa d'arrivare, le serrava il braccio sotto il suo, affrettava il passo, la trascinava quasi, sempre tacendo, fissando i fuochi del villaggetto ch'erano comparsi ad uno svolto della strada, che ora si avvicinavano, ora sembravano allontanarsi, quasi burlandosi delle sue ansie, ma che brillavano sempre come un dolce richiamo, come un invito, come una promessa... Giunsero alle prime case del paese, quasi senza avvedersene.
Tutto silenzioso, tutto cheto... Qualche lume dietro i doppi vetri delle solite finestruole, delle solite casette, qualche lieve rumore appena...
Ad un tratto si udì la voce di Rinetto e quasi subito un fascio di luce si precipitò sulla strada.
Rinetto veniva loro incontro, in compagnia di Job che aveva staccato il lampione dell'automobile.
— Amici! — gridò Rinetto con enfasi, ancor da lontano — Siamo fritti! L'unico albergo del paese, pieno come un ovo!
E avvicinandosi, scrutando un po' inquieto i volti della marchesa e di Febo, continuò:
— Non un letto a pagarlo un milione! Sembra una casa presa d'assalto! Ci si è fermata mezza Boston e mezza Filadelfia! Una specie d'invasione di quaccheri, che salgono domani ai ghiacciai...
— Possibile? Neppure qualche camera?
— Ma che! Sarà molto se ci avranno avanzato un po' di cena! Vi sono letti anche nella sala da biliardo, nei tre camerini da bagno dell'albergo, dappertutto!
— E nondimeno, una camera per la marchesa, bisognerà pure che ce la diano! — esclamò Febo, in furia, contrariato, seccatissimo, riprendendo a trascinare rapidamente Felicita verso l'albergo, del quale apparivano, nel buio, le finestre illuminate in fondo all'unica via del villaggio.
— Caro mio — proseguì Rinetto, egli pure di pessimo umore, tenendo dietro, e badando alla strada — puoi credere se ho tempestato per una camera, almeno una, per la marchesa!... È tempo perso! Ti rispondono appena: «Tutto occupato!» Non c'è altro che accettare la proposta dello stesso proprietario dell'albergo, l'unica tavola di salvezza, del resto...
— E cioè? — fece Febo.
—Chez monsieur le curé, s'il vous plaît, messieurs.
— In casa del curato?
— Già. La casa laggiù, quasi in faccia all'albergo. Pare che la casa del ministro di Dio, sia una specie didépendance, al bisogno!
La marchesa non aveva aperto bocca, ma era più infastidita di tutti per quel contrattempo. Si sentiva fisicamente stanca. Durante l'ultimo pezzo di strada, a passo affrettato, non aveva sognato altro che una bella camera con un bel fuoco e molto spazio per tuffare le mani nelle valigie... anzi tutto; poi, prima ancora, della cena, del fuoco, del letto, aveva bisogno, materialmente bisogno di un buon bagno tiepido... di un lungo bagno riparatore. Tutti i suoi istinti, le sue abitudini, le sue raffinatezze, fatte tacere in quei giorni fra ledistrazioni del nuovo, riprendevano ora il sopravvento di fronte all'impossibilità di appagarle, e il dispetto, la stanchezza, il freddo, la prospettiva di una cattiva notte, le davano un senso di amarezza indefinita, quasi quasi la voglia di prendersela con Febo e con Rinetto, o di mettersi a piangere...
In casa del curato! Che sciocchezza, che seccatura! Dover magari dar conto... spiegare... far delle presentazioni! Il suo entusiasmo per i piccolichaletsvizzeri, visti dal di fuori, si era molto smorzato da quando aveva avuto occasione, in que' giorni, di mettere la testa dentro a qualcuno di essi. Puliti sì e ordinati, ma afosi: vere scatole opprimenti.
Capitare di notte in un luogo simile, a quell'altezza, e trovare un solo albergo, senza una camera vuota... Era la prima contrarietà del viaggio, ma fastidiosissima!
***
L'albergo era pieno infatti, pur nondimeno quieto e silenzioso. Finiva la cena. Uomini enormi, dai piedi enormi, dalle mani enormi, signore e signorine che sembravano uomini, tutti dall'ariastanca e severa, occupavano sino all'ultimo posto dellatable d'hôtee sbucciavano gravemente delle mele e delle pere, senza quasi guardarsi l'un l'altro, scambiando appena qualche parola.
Scialli,plaid, zaini, binoccoli eBädekerdappertutto; in ogni angolo fasci dialpenstokgiganteschi, delle piccozze nelle custodie di cuoio, e sopra ogni mobile mazzi diedelweisse dialpen-rose. L'irruzione rumorosa della bella marchesa e dei due amici, la disinvoltura con la quale i tre italiani sedettero ad un tavolino d'angolo e assediarono di domande in tutte le lingue ilmaître d'hôtele i camerieri, per la cena e per le camere, parvero scandalizzare quegli sbarbati indigeni delle rive del Michigan.
Dopo qualche minuto, come spinti da una molla si alzarono tutt'insieme uomini e donne, e presa la loro roba, quasi furtivamente, con un lieve abbassar del capo, uno dopo l'altro, infilarono l'uscio e sparirono come ombre. Non rimasero a tavola, sparsi qua e là, che due o tre commensali, insmokinge in cravatta bianca.
Mentre la marchesa, Rinetto e Febo finivano di cenare, comparve sull'uscio un bel pretone, forte, tarchiato, dal viso rubicondo, con grossi riccioli bianchi alle tempie ed un fare, fra il furboed il gioviale, da prete italiano che finì d'indisporre, con la volgarità, i suoi ospiti forzati.
Il prete però non era affatto italiano: svizzero puro sangue e precisamente, grigione, dell'Oberalpstein, da oltre trent'anni curato fra quelle casupole, «l'ultima tappa verso il Paradiso». Il brav'uomo, del quale ogni gesto, ogni parola, rivelava l'atavismo forse dell'albergatore anzichè la vocazione ecclesiastica, s'era presentato da sè, parlando mezzo francese e mezzoromanciocon qualche storpiatura, qua e là, d'italiano. Si era già molto bene informato: qualche cosa sul conto dei signori risultava dalla dichiarazione scritta da Job sulFremdenbuch; quanto al resto, il prete furbo lo aveva indovinato, e pareva arcicontento di poter dar ricetto nella sua povera casetta a «così nobile compagnia».
— Anzi se la signora vuol favorire anche subito, mi permetterò di presentarle mio nipote, don Arcangelo, il quale parla molto bene l'italiano perchè ha studiato teologia per quattro anni, nel Seminario di Milano, ed è stato ordinato prete dall'arcivescovo che c'era allora, monsignor Calabiana!
Febo e la marchesa non rispondevano, sempre più infastiditi, e Rinetto dovette pur mettere fuori qualche parola, per tutti.
— Come mai, un suo nipote, svizzero m'immagino... è andato a farsi prete a Milano?
— Sa, è un antico privilegio della nostra diocesi di Coira, di poter mandare venticinque chierici per gli ordini, al loro insigne Seminario di Milano. Una concessione che risale al medio evo!
***
Nell'attraversare la strada per passare dall'albergo alla casa del curato, tutt'e tre avvertirono che il vento si era fatto ancor più forte e più freddo, ed appena posto piede nella piccola anticamera, Felicita provò un senso di tepore e di conforto che dissipò quasi le cattive prevenzioni. L'aria in quella specie di cassa di tavole d'abete e di larice, era poca infatti, ma aveva lo stesso profumo della pineta.
Il cuculo, mettendo fuori la testina dal vecchio oriolo sospeso in un angolo dava il benvenuto agli ospiti co' suoi diecidan-cucù, quasi festosi... La vecchia Perpetua, ch'era accorsa con la lucernetta, si faceva in quattro per sbarazzare i nuovi arrivati dei mantelli e di tutto quanto avevano in mano, ed un cagnolino bianco, brutto, ma con un'aria buona e ospitale, s'era messo a scodinzolare,curvo e festoso dinanzi alla marchesa.... Alle sollecitazioni del curato, Felicita si fece innanzi nel breve corridoio, a mezzo del quale brillava lo spiraglio di luce di un uscio socchiuso: spinse ed entrò. La prima cosa che le colpì lo sguardo nel salottino lindo e gaio, fu unharmoniumdi legno nero, aperto in un angolo, e fasci di musica tutt'intorno, sui mobili e per terra.... Felicita ad un lieve grido, come un singulto, si volse e scorse un giovane prete, il nipote del signor curato.
Questi entrando e scostando le seggiole perchè gli ospiti sedessero, fece in fretta e con molta disinvoltura un po' di presentazione.
— Questi signori... tutti di Milano, e don Arcangelo, mio nipote e mio coadiutore alla parrocchia, un po' milanese anche lui... come ho già spiegato.
Don Arcangelo era lì, ritto presso la tavola, fissando la marchesa, in atto quasi di tenderle le mani, e nel suo sguardo spirava la sorpresa, la soggezione, il timore, ma più ancora una gioia, una grande gioia, quasi infantile.
Era un giovine di media statura, esile, dal volto pallido e un po' scarno, dagli occhi grandi e azzurri, dall'espressione dignitosa e nobile. Sulla fronte ampia, pallida, un gran disordine di capellicastagni; una selva. Quelle due mani protese per un momento verso di lei erano pure apparse a Felicita esili e nobili, come tutta la sua figura e bianche poi come i tasti dell'harmonium: in quell'atto, avevano tremato nelle ampie maniche della veste nera....
Durava fra loro un silenzio imbarazzante. Il curato disponeva sulla tavola un grande piatto di fragole di monte, odorosissime e piccine, e faceva star ritto, in un curioso vaso di terra bruna, un bel mazzo di ciclamini smorti, ma essi pure, profumatissimi.
La vecchia fantesca aveva recato anche una bottiglia di vecchio vino di Valtellina, rosso come il rubino, ed il signor curato ne riempiva certi bicchieri dipinti a rabeschi, insistendo perchè tutti bevessero, ma bevendo lui per primo, a piccoli sorsi, da vecchio innamorato. La marchesa, per non fissare il pretino, si guardava intorno, esaminava tutte le strane cose accumulate in quel piccolo salotto, dall'immensa stufa di muro che ne occupava la quarta parte al piccolo nido appiccicato sopra lo stipite dell'uscio e che — spiegava il curato — da sette anni le rondini venivano a rifare, proprio lì dentro, entrando or dalla finestra or dal corridoio, come se fossero in casa loro
Dopo aver riempito e vuotato più volte il bicchiere, il curato giovialone chiese il permesso di ritirarsi.
Il dì dopo era domenica, e per le sei egli doveva salire a dir la prima messa nell'oratorio dei pastori; quasi un'ora di sentiero erto, faticoso... un luogo da capre. Ma durante l'estate, una messa anche per quei poveretti confinati lassù, almeno alla domenica bisognava pur dirla!
— Anche loro signori saranno stanchi; vorranno levarsi presto. Però, come loro garba meglio. E ad ogni modo, un altro gocciolo, signora! Permetta; in questi paesi, il vino è sangue! Arcangelo magari, non ne vuol quasi sapere; ma lui, lui, è più santo di me! E poi... ha la musica, lui!
Quando il vecchio chiacchierone se ne fu andato, dopo gli ultimi ordini impartiti alla fantesca perchè accompagnasse gli ospiti alle loro camere, Felicita, temendo si rinnovasse l'increscioso silenzio del primo momento, si volse subito al pretino e gli chiese, volgendo un'occhiata all'harmonium:
— Musicista?
— Sì, — rispose il giovine prete. E quel sì, fu detto quasi fieramente, tanto ch'egli stesso sentì di dover aggiungere in tono più dimesso: — O almeno, appassionato tanto della musica!
Subito, come per prevenire la banalità dell'invito, si avvicinò all'harmonium, sedette, e pose le mani sulla tastiera. Senza musica dinanzi, senza guardare in viso ad alcuno, come parlando fra sè, mentre sfiorava appena la tastiera, soggiunse:
— Mi sono provato oggi a musicare il poeta più umile e più profondo della Bibbia: Giobbe, nel suo libro dei morti. Ma non c'è ancora tutta la sua melanconia, e non c'è tutta la sua rassegnazione!
La voce dell'harmonium, in quella piccola stanza foderata di legno, aveva squilli e sonorità strane che si smorzavano in più strani languori.
Il giovine prete accennava ai versetti del Salmo a mezza voce, nel vecchio linguaggioromanciodella vallata e le mani esili e bianche traevano dallo strumento voci di dolori ineffabili, senza disperazione, in un ritmo originalissimo, che non ricordava nessuna musica, nessuna scuola:
L'uman, nad dalla donna vis da court etàe vegni impli de diversas miserias. El comparàsco üna fluor, vegn taglià jo e svanisca,sco la sumbriva....
L'uman, nad dalla donna vis da court età
e vegni impli de diversas miserias. El comparà
sco üna fluor, vegn taglià jo e svanisca,
sco la sumbriva....
L'immagine ultima del fiore reciso, che scompare come l'ombra, aveva ispirato al musicista una elegia ampia e magniloquente, che si risolveva però subito in una perorazione intima e semplice. Nella frase estrema esultava la canzone della montagna; quelle note ne raccoglievano i suoni, ne esalavano le fragranze, sembrava distruggessero col loro soffio le pareti della stanzetta e sollevassero gli spiriti alla maestà delle vette inaccessibili....
L'artista fissava la marchesa coi grandi occhi cerulei, sfavillanti; pareva le fosse amico, le fosse intimo da tempo, pareva le rivelasse con quell'esplosione magnifica di melodie prorompenti dall'animo, tutte le ansie dei suoi sogni di adolescente, tutte le intime lotte ignorate e la lunga attesa ed il gaudio di quell'ora creata da un capriccio del caso... Però, in quell'ebbrezza di una grande gioia e di un completo abbandono d'artista, cessato di cantare ed accennando appena sulla tastiera alla frase ultima del suo salmo, il giovine prete diceva ora a Felicita, che le stava vicino, in piedi, presso l'harmonium, il segreto della sorpresa, del suo turbamento, nel vederla.
— Non è la prima volta che noi c'incontriamo!
— Davvero? Ma dove? Quando?
— Oh! È impossibile che lei si sia mai accorta di me! Ma io... io la ricordavo; e l'ho riconosciuta. Ella da fanciulla, era contessina di C..., nevvero?
— Sicuro! E come lo sa?
— Abitava colla mamma l'antico palazzo sul Corso, quasi dirimpetto al Seminario?...
— Ma certo! certo! Casa mia, da ragazza!
— Ebbene.... Io la vedevo di frequente, allora. Sono cose... che si ricordano per tutta la vita! Ella qualche volta era al balcone, oppure usciva in carrozza, colla mamma, ed io, due volte la settimana, con i compagni.
La marchesa si picchiò la fronte coll'indice e uscì fuori, quasi ridendo a esclamare:
— Ah! Ecco finalmente! Ci siamo!
Rivedeva infatti, come se si fosse trovata dieci anni innanzi, al suo balcone del Corso, la lunga fila nera dei giovinetti chierici, a due a due, uscire dal gran portone barocco del Seminario e voltare, ora verso i giardini pubblici, per la passeggiata, ora verso la chiesa di San Babila, per le funzioni. E ricordava, queglispirlongoni, tutti cascanti e goffi nelle ampie veste nere svolazzanti e certi visi smorti, quasi terrei, emaciati, con i pomelli rossi, e certi sguardi arditi, sfavillanti, gettati ditraverso alle donne in istrada, ed anche in direzione del suo poggiolo, frenati tosto da un rapido e compunto abbassar di palpebre. Molte volte, la carrozza, dov'ella sedeva con la mamma, doveva fermarsi perchè finisse di passare la sfilata.... Oh, allora non poteva divertirsi a celiare e a sorridere alle spalle di quei poveri ragazzi, come quando, invece, era al balcone con la cugina Emma!... Con la mamma bisognava star seria e sopportare, senza una smorfia, il fuoco di fila di tutti quegli sguardi. Ma allora appunto, fra tutte quelle facce che dall'alto sembravano uguali, ne distingueva alcune o più brutte o più belle delle altre, e adesso il viso del giovine prete, ancor più pallido per la intensa commozione, non le tornava affatto nuovo. Sentiva che quegli occhi l'avevano già molte altre volte cercata e fissata così, a lungo.... Fu un istante solo, ma di grande e profondo turbamento per entrambi: ella, come lui, non erano più in quella stanzetta, in quella casa perduta tra i monti; non c'era più nessuno presso di loro, tutti quegli anni non erano passati ed una folla d'ansie, di curiosità, di domande pareva dovesse prorompere dalle labbra dell'uno o dell'altra. Ma siccome Febo con qualche punta d'ironia e Rinetto con ammirazione sincera insistevano nel chiedere comemai scrivendo della musica simile non la facesse conoscere e vivesse lassù, fuori del mondo, così l'artista, come svegliandosi da un sogno e ridiventando tutto prete, si alzò e tornò verso la tavola.
— La mia povera musica è per me e per i miei montanari, ed il mio posto è qui, fra di loro.
— E ci sta tutto l'anno? — chiese Felicita.
Egli la tornò a guardare più calmo ed accennò di sì.
— Chi sa che freddo d'inverno! — esclamò Rinetto.
Il pretino sorrise.
— Freddo, sicuro.... Molto freddo... sino a 17, o a 18 gradi sotto zero.... E l'inverno dura otto mesi... Da ottobre a maggio: la posta passa soltanto due volte la settimana, con le slitte.
— E allora? — fece quasi con ansia Felicita, avvicinandosi.
Egli la guardò, così alta, così bella nel chiarore della lucernetta che ardeva ancora sull'harmoniumed ebbe di nuovo una fiamma alla fronte ed un tremito ai polsi. Ma proseguì con la voce pacata:
— Allora qui si lavora, si pensa. Molta gente migra lontano. Io tengo la scuola.— Dove? Qui, a casa?
— No! No! È un po' lontana, la scuola; oltre la chiesa. E quando la neve è alta si pena un po' ad andarvi. Ma è anche nel posto più sicuro pei ragazzi.
— Sicuro per che cosa?
— Per la valanga.
E in questa sola parola, detta con la consueta semplicità, c'era tutta una evocazione di memorie lugubri, di tragici casi.
Stretto dalle domande, don Arcangelo dovette pur dire della sua vita di stenti e di fatiche in quegli eterni mesi d'inverno.
Ma poi, come temendo di sembrarle pusillanime, soggiunse:
— Una volta all'anno però, prima delle nevi, scendo al nostro paese, nella vallata dell'Albula, oltre Thusis, dove c'è ancora la mamma....
E proseguiva a parlare, fissando quasi sempre Felicita con dignitosa tenerezza, e magnificava i conforti della sua vita, la gratitudine di quella povera gente, la gioia del sentirsi così vicino anche materialmente a Dio, in un piccolo mondo fatto tutto di umili e di buoni, e di pregarlo, di onorarlo, in quella chiesuola, la più alta forse di tutte le Alpi.
— E... la montagna, la selva e la musica.... Vede? Quante cose, quante ricchezze, nella nostra povertà!... Anzi, per me, la montagna, la foresta e la musica sono ormai una cosa sola, una felicità sola, che io amo, amando il Signore che me le ha concesse. Mi capisce? Sente, non è vero, ciò che io le voglio dire, con queste mie parole? La montagna è come una religione, una poesia, una musica per sè stessa... Beato chi riesce a capirla! Ma forse non basta passarvi qualche settimana, così di sfuggita, come hanno fatto loro. È d'uopo viverci, farsi degli amici negli alberi, nei sassi, negli insetti. Da questa finestra, io scorgo forse un centinaio di vette di pini... e li conosco quasi tutti, anzi potrei quasi mettere un nome a ciascuno di loro, come alle cime dei monti; e così, proprio soli, non si è mai... mai.
Ad un tratto, si accorse che parlava da troppo tempo e si alzò, tutto in soggezione, chiedendo scusa della sua grande indiscretezza. Ma aveva ancora sul cuore troppe cose per lei... per lei sola.
Nel trasmestìo, allorchè furono tutti in piedi, impacciandosi a vicenda nell'angustia della saletta, egli si trovò vicino alla marchesa e prendendole la mano fra le sue, che non tremavano più le chiese sommessamente:
— Felice?...
Ella sorrise e scosse il capo.
— Ha bambini?
Ella accennò di no, scotendo ancora la testa.
— Non importa.... Deve essere felice lo stesso, signora.... Ella lo può; deve esserlo!
***
Alla marchesa avevano destinato la camera migliore, un po' grande, con un lettone altissimo dai materassi di piume.
Febo e Rinetto avevano dovuto allogarsi insieme, in una stanza vicina e la marchesa, che aveva dato una capatina per curiosità, sorrideva ora pensando alla lugubre compagnia che era toccata a' suoi compagni.
A' piedi del canterano v'era un grande sarcofago di vetro, nel quale stava disteso, immobile, livido, sanguinoso, con l'occhio spento, un immenso Gesù Cristo di cera: sembrava una figura patologica da museo, ed anche Febo e Rinetto avevano tentato inutilmente di nascondere, celiando, la prima impressione, di aver vicino quella salma. Tutta la casa, del resto, era un po' anche una sagrestia. Aprendo gli armadi e i cassettoni esalava un odore misto di lavanda e di incenso, s'intravedevanocotte e pianete, e nel corridoio, lungo le pareti, luccicavano i papi e i candelabri degli altari.
— La chiesa è così piccola!... — aveva detto la fantesca.
La marchesa cominciò a spogliarsi.
Com'era stanca! Quante strane impressioni! Sopratutto quella musica, quegli occhi ed il suo balcone del Corso, le sue birichinerie di ragazza, sua cugina Emma e la biscia nera dei chierici che usciva dal portone del Seminario....
Bisognava far tutto piano in quella casa. Ci si sentiva da una stanza all'altra, come se non ci fossero state le pareti. In quella commessura di tavole era un succedersi di colpi secchi, di tonfi cupi e adesso la marchesa sentiva Rinetto che parlava di quegli «spiriti» con Febo, il quale gli rispondeva appena, evidentemente di pessimo umore.
Quante cose le mancavano! Non aveva potuto metter mano a tutte le valigie! Ed il rimpianto del bagno?... Continuando a svestirsi, le sembrò che tutti i santi e le sante inchiodate o sospese alle pareti, in cornicette di scorza d'albero, la guardassero molto stupiti e un po' anche scandalizzati... Dirimpetto all'uscio, fra le due finestruole, verso il monte, era appesa una fotografiadi lui, in piedi, vestito mezzo da prete e mezzo da montanaro, sopra un fondo di neve, con un grosso bastone nella destra ed il brutto cagnolino bianco ai piedi. Quel volto mite e fiero la fissava come un momento prima, nel chiederle se fosse felice, nel comandarle di essere felice. La marchesa si avvicinò col lume al ritratto e lesse i quattro versi scritti in tedesco e in italiano, da mano femminile, — la mamma od una sorella forse, — al basso della fotografia, sulla neve:
Wo Liebe da FriedeWo Friede da SegenWo Segen da GottWo Gott keine Noth.Dov'è amore è paceDov'è pace è benedizioneDov'è benedizione è DioDov'è Dio nessun bisogno.
Wo Liebe da FriedeWo Friede da SegenWo Segen da GottWo Gott keine Noth.
Wo Liebe da Friede
Wo Friede da Segen
Wo Segen da Gott
Wo Gott keine Noth.
Dov'è amore è paceDov'è pace è benedizioneDov'è benedizione è DioDov'è Dio nessun bisogno.
Dov'è amore è pace
Dov'è pace è benedizione
Dov'è benedizione è Dio
Dov'è Dio nessun bisogno.
Nessun bisogno? Nessun desiderio? L'antica quartina della poesia popolare tedesca, col trionfo della fiducia in Dio, poteva essere il motto di quell'uomo intelligente e forte, artista ed... innamorato di una memoria? La pia mano non aveva scritto quei versi sotto il ritratto, come un'invocazione, come un augurio, come l'espressione del desiderio che si acquetasse in lui la moltitudine dei desideri che lo tormentavano?
La marchesa ritta in piedi a rileggere, a pensare, ad un tratto, istintivamente — era un senso di freddo o di pudore? — raccolse intorno al collo il morbidosaut du litdicrépe de Chineche le era scivolato dalle spalle... Un momento dopo, al buio, porgendo orecchio ai mille rumori di quella casa che sembrava la cassa armonica di un violoncello, rivedeva ancora lui, udiva l'estrema frase, dolorosa e sublime del salmo, e pensava. Ma poi, crogiolandosi nel tepore delle piume, che sembravano accavallarsi quasi per accarezzare tutta la nuova, bellissima ospite, la marchesa cedette alla stanchezza ed al sonno, ripetendo a fior di labbra, come una preghiera:
Wo Liebe, da Friede...
Wo Liebe, da Friede...
***
E don Arcangelo?... Che cosa aveva fatto in quelle ore, mentre ella dormiva vicina, a pochi passi? Quale stranezza! Il caso solo non ne era stato capace. Il buon Dio lo aveva voluto!... E perchè? Perchè aveva voluto lì, così vicina a lui, quella donna la cui immagine era andata da anni idealizzandosi nel vivo, melanconico rimpianto, colei che aveva animate, agitate le notti doloroseed ardenti di un tempo, prima delle tragiche vittorie dell'anima sopra le ribellioni della mente e dei sensi? Che cosa aveva egli fatto durante quelle ore insonni? Non lo ricordava: pregato e pianto indubbiamente. Pregato per lei, pianto per lei e per sè.
... Non appena il primissimo albore sbiancò il cielo ad oriente, don Arcangelo scese affranto, cauto, silenzioso, ed uscì alla montagna, porgendo la fronte alla brezza aspra che stracciava e metteva in fuga le brume, svelando tutta una gloria di nevi e di vette... Mosse lento su per l'erta verso la chiesuola luminosa che le betulle si chinavano ad abbracciare, dai gradini al tetto, a' piedi della selva estrema dopo la quale non v'era più niente, tranne il cielo e Dio... E la selva si svegliava!... Andava intonandosi, tra il verde, la sinfonia eterna, ispiratrice della sua musica santa che nessuno avrebbe udito, tranne quei poveri mandriani poco dissimili dalle bestie, ma che lei, lei, lei aveva udita e capita!... I fringuelli bisbigliavano nella boscaglia, la cingallegra verde saltellava tra le fronde verdi, una gazza batteva l'ala negra d'abete, in abete, ed un rigolo fischiava sommesso, mentre il picchio cominciava a battere il tempo...
***
Job, ad un cenno di Febo, mise in moto la macchina riaggiustata edEurekacominciò a scivolare verso la valle, lasciandosi indietro un forte odor di benzina.
Il vento gonfiava la veletta bianca intorno al visino di Felicita, come una piccola vela, ed ella si era già voltata più volte, inutilmente, a guardare verso la chiesa. Era seria, tranquilla, un po' triste.
Le impressioni, le evocazioni della sera le risalivano dal fondo dell'anima. Per la prima volta dopo tanti anni, si sentiva turbata dai mistici fervori di fanciulla, svaniti nei fastidi e nei piaceri della sua vita ardente e vuota. Sentiva che quell'umile pretino di montagna, il quale non si era lasciato più vedere, che ella non avrebbe visto più mai, aveva adorata la sua immagine nel segreto, nella solitudine, nel sagrificio, e gli appariva moralmente più grande e più bello di tutti gli uomini che fin'allora le avevano detto di amarla, e che l'avevano esaltata nell'universale volgarità del desiderio.
Strano! Pensava alla Madonna, di cui un tempo era stata divota, pensava alla mamma morta, cheera stata bella e desiderata quanto lei e che nondimeno si era serbata buona sempre, in mezzo a gioie e a dolori molto simili ai suoi....
Sentì che Febo la fissava, ardito e tenace, indovinando e disperando, ed ella allora gli si volse, risolutamente, con un'espressione di sfida tranquilla e superba, per sorridere poscia a Rinetto, fuggevolmente, quasi in atto di sconforto materno, in una improvvisa, irrevocabile dissoluzione d'ogni equivoco, fra tutti e tre.
Una mandria, allo svolto, fuor del villaggio, ingombrava la via e mentre Job frenava, Febo stizzoso cominciò a premere la palla di gomma dell'automobile, sfogando con quel rabbiosotè — tè — tè— d'allarme, il dispetto che gli faceva nodo alla gola. Ma dall'alto, dalla chiesuola aprica, ove don Arcangelo inginocchiato pregava ancora, un altro squillo scendeva invece discreto, argentino, lo squillo dell'unica campanina, lassù tra i pini della selva estrema... dopo la quale non vi era più niente, tranne il cielo e Dio!