Casta divaI.— Opportunisti irresoluti, ambiziosi e... paurosi!... Nient'altro che interesse, vanità e paura! Hai capito?— Sissignore.— Il partito, il paese, l'ordine, le istituzioni! Hanno tutto sotto la suola delle scarpe quella gente là! Hai capito?— Sissignore.Chi si arrabbia e grida è l'onorevole, cioè no, Sua Eccellenza, o meglio l'ex S. E. Gerardo Parvis, appena arrivato da Roma col diretto della notte.Ha «offerte» le proprie dimissioni da Ministro delle Poste e Telegrafi, nauseato della debolezza dei suoi colleghi che non hanno avuto nè il coraggiodi tener testa all'ostruzionismo, nè l'abilità di disarmarlo.— Mille volte meglio quegli indemoniati dell'Estrema Sinistra! Sinceri non sono nemmeno quelli là... accozzaglia di idee e di ideali che fanno a pugni. Tutt'insieme, non andrebbero d'accordo neanche loro nel proclamare ciò che vogliono, ma sanno però quello che non vogliono! Contro l'ordine, contro lo stato presente, contro le Istituzioni sono d'accordissimo sempre, tutti, come un uomo solo! E qualche volta riescono persino simpatici per la loro audacia, e hanno ragione di rider di noi e di non lasciarci più nemmeno il diritto di parlare! A che cosa siam ridotti noi? A un branco di pecore, di nullità, gonfi di quattrini, di boria e d'ignoranza. Dall'altra parte anche quelli che non hanno ingegno si affermano con la loro combattività... Dove manca il carattere, la coltura, abbonda la sfacciataggine e la violenza... È vero sì o no?— Sissignore.Chi risponde all'ex-Eccellenza è il suo vecchio servitore che gli disfa le valigie, mentre dal gabinetto attiguo alla camera da letto si sente il rumore dell'acqua che riempie la vasca del bagno.— Furboni, sai, quegli Estremi, con tutta la loro retorica! Furbi e scettici... Gente di pocafede!... Sono i primi loro a ridere dei paroloni coi quali accendono la testa alla folla, ma almeno capiscono i tempi e nel cacciarsi avanti per conto loro, per le loro mire, cacciano avanti anche le loro idee, il loro partito...— Sissignore.Prospero, il servitore, è taciturno, quanto il padrone è verboso. Non risponde mai più che «sissignore» o «nossignore» e soltanto quando non può farne a meno. Ogni volta che il padrone arriva da Roma lo accoglie con un: «Ha fatto buon viaggio?» del quale si sente appena: «fat... bon... viag...» perchè il resto delle quattro parole si perde fra le labbra grosse e le rughe del faccione sbarbato, mentre un tenero luccichio degli occhi rivela un affetto intenso per il padrone, il piacere vivo di rivederlo.— E così, capisci... L'onorevole Parvis, che si è levata la giacca e la sottoveste, siede sulla bassa poltroncina accanto al letto, mentre il servo gli leva le scarpe. — E così; quattro ossessi, ostinati, prepotenti, a furia di parole, di urli e di scenate, sono riusciti a metterci in un sacco e a violare la Camera nel suo diritto sacrosanto, che è poi anche il suo dovere: quello di fare le leggi! Basta, per Dio! Da parte mia, capirai bene, li ho piantati làe non mi ci pigliano altro! A Roma, capisci, non torno più!— Non torna più a Roma? E il Governo da... comandare?Prospero non dice queste parole, ma alza il capo, e fermo, colle scarpe fra le mani, guarda il padrone che gli legge la domanda negli occhi. Era avvezzo alle sfuriate del padrone e non udiva nè capiva tutto quanto egli diceva. Era forse anche per questo che l'onorevole Parvis si sfogava così, le sue parole si spegnevano, una dopo l'altra, come tanti fiammiferi buttati nell'acqua. Ma quella dichiarazione di non voler più tornare a Roma, ha fatto al vecchio Prospero una straordinaria impressione. E l'ex-ministro delle «Poste e Telegrafi» — gli avevano dato quel portafogli secondario, perchè in Italia, dove tutto va innanzi per anzianità, egli era parso troppo giovane per un ministero più importante — si sente lusingato constatando che il fatto veramente enorme del suo ritrarsi sull'Aventino, stupisce anche uno zotico testone come il suo servitore.— Precisamente così! Li ho piantati con tanto di naso! Avranno capito adesso che non facevo per burla, allorchè ripetevo loro che io con i timidi, con i conigli non ci sto, assolutamente non ci sto!Gerardo Parvis continua per un bel pezzo ancora, ma il vecchio — svanito quel lampo fugace di maraviglia — è ritornato impassibile ed accudisce metodicamente alle sue incombenze, prepara la biancheria calda e fredda, le spugne, le babbucce, tutto l'occorrente per il bagno.Ad un tratto gli sfoghi dell'ex-ministro contro i colleghi e il silenzio rispettoso e affaccendato del servo, sono interrotti da un abbaiare festoso, poi da un quattire affannoso all'uscio, finché un bolide vivo si slancia contro le imposte a vetri e le spalanca... E un cagnolino lungo lungo, basso basso, dal bel pelo lustro, color marrone, dagli aurei riflessi di scarabeo al sole. Il cane si precipita addosso all'onorevole, gli salta sulle ginocchia e continua ad abbaiare e a quattire torcendosi e allungandosi per arrivare a lambirgli il volto.— Teo! — esclama Prospero fermandosi ritto. E la luce che gli brilla negli occhi sembra gli spiani le rughe fonde della vecchia faccia. — Teo! Giù! Teo! Qui! Vieni qui!... Teo!Ma tutto è inutile e anche il padrone tenta invano, con la voce, con le mani di sottrarre il volto alle leccate della bestiola che salta, si arrotola, si allunga e smania sempre più.Il servitore continua a guardare il cane, poi si volta al padrone:— Ha sentito subito la sua voce! Lo ha conosciuto subito! Teo! Bravo Teo! Povero Teo!Teo, — diminutivo del vero nome, — Matteo, — salta fra i piedi del servitore abbaiando, dimenando la coda, dimenandosi tutto, piegando con mille vezzi il lungo testone intelligente dall'espressione umana, come per metter il vecchio a parte della sua gioia. Ma poi subito si volta, corre, si slancia verso il padrone e per raggiungere lo scopo salta sullo schienale della poltroncina e lo lecca sul collo e riesce, finalmente, a lambirgli la faccia.— Basta! Fermo! Giù! — grida Gerardo un po' infastidito e nondimeno maravigliato e lusingato di tanta festa. Lusingato e commosso.Quella sua casa d'uomo importante e influente, d'uomo politico e d'uomo di Governo, così piena di gente seccante, noiosa e interessata non appena è noto il suo arrivo, è altrettanto vuota e melanconica ogni volta ch'egli vi capita quasi improvvisamente, come appunto quella mattina.Il: «ha... fat... bon... viag...» del vecchio servitore, e nient'altro.— Teo! Teo! — Quel povero Teo! Quanta festa gli faceva e con quanta sincerità! Come gli riempiva il cuore e la casa di affetto e di allegria.— Sta fermo, dunque! Giù, giù! Basta, Teo! Adesso basta!... Ma le labbra sorridono, come continuano a sorridere gli occhi del vecchio Prospero che ripete sotto voce:— Teo! Povero Teo! Ha conosciuto subito la voce!— Ma se quando sono partito per Roma era un cucciolo di tre o quattro mesi appena?... Davvero! Io non mi ricordavo nemmeno più d'averlo!— La povera bestiola no, invece!... Quando io mettevo mano agli abiti del signor padrone, Teo vi si sdraiava vicino, vi metteva il muso sopra... e mi guardava come se volesse domandarmi qualche cosa.Teo capisce che si parla di lui: fermo, attento, fissa il padrone con gli occhi lucentissimi e piegando un po' la testina in atto di dolcezza affettuosa.Il servo è andato a chiudere il rubinetto del bagno.— Pronto!— Vengo!Ma Gerardo non si muove; accende una sigaretta e sempre sdraiato nella poltroncina accarezza le orecchie del cane che gli si è avvicinato e chemessogli il muso sopra una gamba, socchiude gli occhi e sbatte le labbra, con un senso di delizia soddisfatta.Il giovane ex-ministro, per altro, non pensa già più a Matteo. Quella festa, quell'accoglienza lo portano col pensiero a ricordi lontani, ma che erano sempre i più cari e i più vivi nel suo cuore.Quasi ancora ragazzo era rimasto senza parenti, e gli anni dell'ardore e della bontà, li aveva dati ad una donna, — non la prima, ma la sola ch'egli avesse amato davvero, — una donna che ben meritava quell'omaggio assoluto di devozione e di passione, una creatura fatta di grazia, di bontà e d'intelligenza, una mente eletta ed un'anima grande, un cuore dolce, affettuoso, sapiente e indulgente, un cuore di donna innamorata.La cara e fida e buona amica era morta da tre anni e il cuore del Parvis, dopo tre anni, era ancora pieno di ricordi e vuoto di persone. Soltanto il lavoro, un grande lavoro assorbente, e poi gli odi e gli amori, le passioni, le cure e le lotte della politica, lo avevano occupato, agitato e stordito.Nient'altro!... Nessuna donna, mai. Nè la civetta che si offre, nè la bellezza che si vende.Giovane ancora, nè la sua anima nè il suo sangueavevano mai avuto un fremito. Lei ancora, sempre Flaviana, soltanto Flaviana riappariva ai suoi occhi nelle brevi soste della stanchezza, ritornava a lui nel sogno.Com'era stata bella, com'era stata buona! Bella, buona esicura.Egli era vissuto, a sua volta, sicuro dell'amore di lei, come di nessun'altra cosa al mondo; sicuro dell'amore, sicuro della fedeltà... E che gioia poter esseresicurodella donna che si ama... e che tormento dover sempre dubitare, sospettare, temere.Oh, egli aveva saputo amarla in ragione di quanto aveva potuto crederle!... Allorchè si dubita, si disprezza, o si odia: si desidera ancora, forse, con tutto l'ardore, con tutta l'ansia, ma «amare», no; non si ama più.Ed egli, invece, aveva potuto amare... aveva potuto amarla, sempre, senza una nube, senza una bugia mai, sino alla fine!... Buona, tanto, e bella!... Come rivedeva quel volto classico, pallido, nel quale ardevano i grandi occhi neri pieni d'amore e di devozione... Quanto il suo cuore, quegli occhi e quelle labbra erano stati sicuri! E come era intelligente e lieta e cara e pensosa... e come le sue ansie e le sue gioie, la sua anima e i suoi nervi rispondevano sempre al desiderio, al sogno, al «momento» dell'uomo amante...— Cara!...Come gli aveva riempito di sè il cuore e la giovinezza, senza mai attraversargli la via, senza mai essergli d'inciampo, senza mai dargli una pena!... Ed egli — allora! — a' suoi improvvisi ritorni da Roma, come saliva di corsa quelle scale, ansioso...— C'è la marchesa?C'era sempre! Il cuore di lei aveva immancabilmente il presagio del suo ritorno; e che festa d'amore quel rivedersi, che luce ne' suoi occhi e che baci per l'improvvisa gioia!Teo sospira forte scuotendo il muso umido e fresco sulle ginocchia di Gerardo, che torna a fissare il cane, ma con una grande mestizia negli occhi umidi.— Più!... Non c'è più! E da allora... sei tu, sei proprio tu il primo che mi fa un po' di festa, sincera, soltanto per me! Teo!... Povero Teo! — e Gerardo, scrollando il capo gli accarezza le orecchione calde e morbide come il velluto. — Anche di te posso esseresicuro?— L'acqua del bagno diventa fredda.— Eccomi! Vengo subito!Gerardo si alza vivamente e finisce in fretta di svestirsi, mentre Matteo, preso da una smania digioia, corre per le camere, gira su se stesso, torcendosi a semicerchio, attraversando a salti, innanzi e indietro, e il letto basso e la poltroncina, e mordendo per ischerzo, delicatamente, i piedi scalzi del padrone.II.— Viene anche il Teo, all'Abetone?— Il Teo?L'onorevole Parvis guarda Prospero con aria stupita e la bestiola capisce che si parla di lei. Teo, seduto sulle gambe di dietro e ritto su quelle davanti, corte e storte, a roncolo, con gli occhi gialli, d'ambra lucida, fissi, guarda a sua volta il padrone ed il servitore, piega, ora verso l'uno, ora verso l'altro, la testolina con un'espressione d'ansia, con un atto fra interrogativo e supplichevole.— Prendere anche il Teo, con noi? Diventi matto?— Perchè?— Un cane? In viaggio? Figurati che seccatura!— Durante tutto il viaggio lo terrò con me. Lei non ci pensi; non se ne accorgerà neppure!Teo, che per quanto inglese puro sangue, capisce benissimo l'italiano di Prospero, gli si avvicina, rizzandosi, tenendosi appoggiato con le grosse zampe alla gamba del suo protettore e leccandogli la mano.— In viaggio, sta bene... — continua il Parvis. — Ma poi lassù, all'Abetone, all'albergo? Con tanta gente, con tanti forestieri?... No, no, è impossibile! Diventi matto, ti ripeto!— Anche all'albergo, starà sempre con me. Dormirà con me. Gli darò io da mangiare, lo condurrò io a passeggiare. Lei non ci pensi neppure!Trattandosi di intercedere per Matteo, per l'amico fedele che sa dire, come lui, tante cose senza parlare, il vecchio Prospero diventa persino loquace.Ma l'onorevole è insofferente di contraddizioni. Non vuol saperne di cani in viaggio, all'albergo: e siccome l'altro insiste, egli perde la pazienza, si arrabbia, alza la voce, e Prospero, subito, allunga il broncio.— Allora, mi dirà lei, dove e a chi lo dovrò lasciare! Lo avverto, però, che in un'altra casa non ci sta, certo, nemmeno dipinto!... E poi, quando non vedrà più nè me, nè lei, creperà, magari, anche di fame!Dopo questoaut aut, e quasi affermando la gravità del problema, Teo torna a fissare il padrone, tenendo la coda bassa e dimenandola lentamente, come aspettando che venga decisa la sua sorte.— Si potrebbe lasciarlo alla portinaia!Prospero non si degna nemmeno di rispondere, di voltarsi. Continua a chiudere bauli e valigie.— Oh Dio! — pensa Parvis, sbuffando. — Ci siamo! — Infatti, quando Prospero si imbroncia ce n'è per un bel pezzo... — Perchè poi, domando io, non si potrebbe lasciarlo alla portinaia?— Perchè dalla portinaia non ci sta.Teo dimena la coda più forte. Dice anche lui che dalla portinaia non ci sta. Egli aveva una precisa antipatia contro quella donna per certe vivissime impressioni ricevute sotto l'atrio e lungo le scale, durante la sua prima gioventù.Gerardo non vuol troppo inquietarsi; s'è inquietato abbastanza a Roma, per cose più serie, e finisce col sorridere a Teo e coll'accarezzarlo, per rappacificarsi col servitore. Riflette, intanto, quale possa essere la maggiore delle sue seccature: viaggiare col cane, oppure col broncio di Prospero che è capacissimo di farglielo godere per tutto il tempo della villeggiatura...— Starò lassù un paio di settimane, per riposare, camminare, prendere il fresco e per scrivere un paio di articoli sulle condizioni politiche dell'Italia alDaily Express... Poi, basta Abetone! Tornerò a Roma per una settimana. A Roma ci posso andare senza Prospero e Prospero, invece, potrà tornare a Milano con Matteo!Il muso di Prospero ha dunque ottenuto l'effetto voluto. Gerardo Parvis è ormai disposto a cedere. Adesso, cerca soltanto di salvare l'onore delle armi e quindi continua a guardare e ad accarezzare il cane, mentre domanda al servitore:— E se poi disturbasse i forestieri?Prospero, sempre zitto. Ha finito di chiudere i bauli e tutte le valigie e comincia ad arrotolare ilplaid.— Se poi, qualche notte, si mettesse ad abbaiare?Silenzio perfetto.— Basta! Sarà quel che sarà! Condurremo anche Teo in montagna! Ma ricordati, Prospero, ci penserai tu!— Sissignore!La faccia del vecchio ha un lampo di sorriso, e Teo, dalla gioia, comincia a squittire frenetico, a correre di nuovo in giro per la stanza, a tirare,a mordere la giacca e i pantaloni del padrone; poi afferra colla bocca una babbuccia di pelle e se la porta via scappando sotto le seggiole e il canapè, inseguito dalle grida e dalle minacce di Prospero.L'onorevole Parvis ha fatto conto di fermarsi a Pracchia e di salire all'Abetone in carrozza, la mattina presto, col fresco, e così prende l'ultimo diretto, quello della notte per Firenze.Come tutti gli uomini politici e gli uomini d'affari che viaggiano molto e non hanno tempo da perdere, l'onorevole Parvis legge, scrive, lavora anche in treno, nel suo scompartimento. Un ministro, anche dimissionario, trova facilmente il modo di rimaner solo.Appena il treno è in moto, egli apre la sua valigetta particolare, leva la cartella, il calamaio, poi un fascio di lettere e di carte. Ne sfoglia, ne esamina alcune attentamente, poi le mette da parte e comincia a scrivere. Sente di dover inviare una lettera al suo sotto-segretario, l'onorevole Donadei. Bisogna persuaderlo che non è il caso ch'egli pure dia le dimissioni, e ciò non soltanto per atto di cortesia, abituale in simili casi, ma altresì perchè al Parvis, preme realmente che il suo collaboratorerimanga qualche tempo ancora sulla breccia a sostenere l'urto delle opposizioni postume ed anche delle postume invettive.La lettera non è facile a scrivere, neppure per un diplomatico fine e consumato come Gerardo Parvis. Ma il rullio del treno, che non gli permette di scrivere in fretta, gli lascia il tempo necessario di meditare sulle frasi. E non c'è male: certe lettere, quando meno ci si pensa, si vedono poi comparire, al solito momento più inopportuno, su questo e su quel giornale.Le lettere degli uomini politici, come quelle delle donne che hanno più di un innamorato, non sono mai prudenti abbastanza...«Onorevole amico,«Se ho avuto qualche perplessità nel risolvermi ad abbandonare le cure e le responsabilità del Governo e se ora ne provo qualche rimpianto, è soltanto pel rammarico di separarmi da lei, di interrompere un'opera con tanta fiducia iniziata insieme e, mercè la sua intelligente e provvida collaborazione, proseguita in mezzo a contrarie fortune, non senza onore ed utilità.«Ma questo rimpianto si farebbe in me assai più grave e doloroso, e mi indurrebbe quasi a temere di aver recato danno colla mia risoluzioneagli interessi del Paese e delle Istituzioni, ove dovessi apprendere, che per eccessiva delicatezza nell'intendere l'obbligo morale di un'antica e fida solidarietà ella intendesse di ritirarsi a sua volta.«Il Ministero del quale oggidì Ella regge interinalmente e così degnamente le sorti, è d'indole affatto amministrativa, ed in un paese ove le forme rappresentative fossero più progredite, dovrebbe al pari dei dicasteri dell'Agricoltura, delCommercio, deiLavori Pubblicie così via — essere sottratto alle vicende troppo di frequente mutabili della politica parlamentare. A questo carattere imperfetto del nostro ordinamento, procuriamo di riparare, anche a costo di personali sacrifici, noi tutti, uomini d'ordine, zelanti del bene pubblico; ed Ella, ne offra l'esempio col rimanere...»A questo punto, il treno rallenta, poi si ferma nella stazione di Lodi.Il Parvis sente, tra il fragore del convoglio, il trepestìo dei passeggieri e il gridare dei conduttori, un abbaiare furioso; è la voce di Matteo!— Bravo!... Cominciamo bene!Poco dopo aprono lo sportello dello scompartimento. L'Onorevole si volta, guarda... È Prospero, confuso, impacciato, che tiene Teo fra le braccia,Teo che si agita, si dibatte nervoso, furioso, inquieto.— Che vuoi?... Cosa c'è con quel cane?— Sa che lei è qui vicino, e non vuol più stare con me!... Non ha fatto altro che abbaiare e smaniare tutto il tempo!— Te lo avevo detto io!... Avevo preveduto che sarebbe stata una seccatura! «Lei non ci pensi! Lei non ci pensi!» E poi subito, tanto di muso, ostinato, testardo!Ma più del vecchio servitore, che rimane a testa bassa, l'ostinato e il testardo è Teo, che si divincola, si torce più che mai per sfuggire dalle braccia di Prospero, e ringhia al conduttore, che tenendo con una mano lo sportello, coll'altra cerca di accarezzarlo.— E adesso che facciamo?— Lo tenga con lei...La campanella, il fischio...— Partenza!...Teo fa il diavolo a quattro e Prospero non riesce più a trattenerlo.— Dà qui! E ricordati: se non sta tranquillo, alla prima stazione vi lascio a terra: te e la tua bestia! Tutti e due!Il cane è già saltato sul sedile, sulle ginocchiadi Gerardo, che lo accoglie con uno spintone e uno scappellotto. Ma Teo, in questa circostanza, non si mostra permaloso. Scuote, pieno di allegrezza, le orecchie e la coda, e poi corre a rizzarsi sul finestrino per guardare fuori.— Fermo! E quieto! — impone Gerardo con voce aspra e alzando la mano in aria di minaccia.Teo capisce... e non capisce. Si acquatta di colpo, si stende sulle quattro zampe. Ma poi, alzando gli occhi, senza alzare la testa, fissa il padrone attentamente, e lo studia, ancora poco persuaso che quel tono di minaccia non sia uno scherzo.Prospero frattanto è scomparso; il treno si ripone in moto e l'onorevole Parvis ricomincia a scrivere e continua la sua lettera all'onorevole Donadei.Matteo, queto queto, stirandosi sul cuscino, si avvicina al padrone e pone la punta del musetto, lustro ed umido, sulle ginocchia di lui, senza muoversi più. Solo, di tanto in tanto, apre ed alza gli occhi, sempre senza alzar la testa, e guarda Gerardo con una lunga occhiata affettuosa; poi sbatte le labbra mandando sospironi di soddisfazione.Quando il treno giunge a Pracchia, comincia ad albeggiare. Fra le varie carrozze che attendonopresso la stazione, Matteo distingue subito il più bel landò a due cavalli, e mentre i facchini scaricano i bauli e le valigie, egli salta in carrozza, rimanendo appoggiato accanto allo sportello aperto, sempre guardando il padrone e dimenando la coda a Prospero, quando il vecchio servo si avvicina, per far caricare il bagaglio nella carrozza.E per tutto il viaggio, per tutta la salita, Teo non fa altro che passare da un capo all'altro del sedile, in faccia al padrone, allungandosi quasi ad aspirare con delizia i buoni odori della campagna, fiutando Prospero per accertarsi che sia sempre ben lui l'uomo che siede a cassetta presso il cocchiere; poi di nuovo, di qua e di là, spingendosi molto all'infuori dello sportello, quando sulla strada passa qualche mucca o qualche pecora, balzando fin sul mantice del landò quando la vettura s'incontra in un qualche cagnaccio ringhioso che le corre dietro latrando.L'onorevole Parvis sorride a Teo, sorride a quella gioia quasi bambinesca e involontariamente apre l'animo alla stessa allegrezza, si sente preso dallo stesso ingenuo benessere.A mano a mano che la strada sale e l'aria si fa più pura ed elastica, e dalla foresta, che si stende verde e cupa a ridosso della montagna, esalanopiù forti i profumi delle resine sotto il sole, anche i pensieri dell'ex-ministro sembrano sollevarsi, farsi più tenui, più languidi. Quei buoni aromi del monte gli penetrano nel cervello, come un blando narcotico, e lo inducono a una lieve sonnolenza cullata dal moto della carrozza, che i cavalli oramai trascinano al passo, su per l'erta, sostando tratto tratto, per riprender fiato. E di quelle fermate, Gerardo Parvis non si indispettisce; tutt'altro! Per la prima volta, dopo tanto tempo, non ha nessuna fretta di arrivare: non ha più nulla che lo stimoli, che lo urga a fare o a dire: non aspetta nessuno, non si prepara a parlare con nessuno, comincia a non pensare più a niente, o quasi!— Che silenzio!... Che delizia!Poi quell'odor forte della resina che lacrima attraverso la scorza bruna degli abeti, gli richiama la fragranza dell'incenso, che fanciullo aspirava con avidità, nella lunga noia delle cerimonie religiose, al suo paese, nella cappella della ampia e melanconica villa paterna.— Quanto tempo è passato! Quante cose, quanti dolori, quanti amici, quanti nemici!Ma è inutile. Anche il cumulo delle memorie non vale a rattristarlo sotto quel bel sole, in mezzoa quel verde, a quel silenzio, a quella solitudine! Il silenzio! La solitudine! Che ristoro, che carezza, che pace, che vita nuova! Non par vero che lui, proprio lui, è lì, su quella strada, solo con Prospero, con Teo, col vetturale e non è obbligato nè ad ascoltare, nè a dire, nè a pensare niente, proprio niente, più niente! I soli rumori che ode sono anch'essi discreti, diversi dai rumori soliti: il passo dei cavalli, ogni tanto la musica argentina delle sonagliere scosse, od un sommesso squittire di Teo, che sembra matto di gioia e di piacere, od il ronzìo di un moscone che batte contro il cuoio del mantice e se ne va, o il fruscio d'ali d'uno scarabeo che fende l'aria luminosa con un barbaglio d'oro e scompare...Più niente, più nessuno!... Riposo, riposo e pace; la pace profonda, immensa che ha sospirato tante volte, con una nostalgia da studente e da innamorato, in mezzo ai fastidi, alle cure, ai disinganni, alle ire represse, alle ipocrisie forzate della sua vita occupata, preoccupata, eccitata, tutta per gli altri... Come si sente bene, anche di nervi e di stomaco!... Non prova neppure più il bisogno di accendere sigarette, una dopo l'altra, come poche ore innanzi, in treno... Forse è una illusione, ma gli sembra già di avere appetito...Appetito, di quello buono, che fa pensare all'odore del pan fresco e del formaggio, non già quel languore, quegli stiramenti del ventricolo, a bocca amara, che lo avvisavano di aver lasciata passare l'ora del pranzo o della colazione, per sbrigare tutto quello che a sbrigare non si arriva mai!... Più niente! Più nessuno!La strada sale continuamente e i villaggi, i casolari, giù nelle vallate ridenti, si fanno sempre più piccoli. Come si fanno piccine anche le impressioni, le cose, le battaglie che fino alla vigilia ingombravano la sua mente, agitavano la sua vita! Come appare meschina e perfida la grande politica di Stato, di fronte a quel cielo così vasto e così puro! Ed anche la sua missione di salvatore della patria e della umanità, quella persuasione intima, inavvertita di essere indispensabile al bene degli altri, non è una fisima, una vanità? Il Parvis comincia a dubitarne, vedendo come tutto intorno fiorisca e gioisca la vita, in un distacco assoluto, in una perfetta ignoranza di tutto quanto si agita e si trascina al basso, nei grandi centri del cosidetto mondo civile... Anche gli uomini — quei pochi uomini che appaiono a rari intervalli sulla via e che la carrozza si lascia dietro — gli sembrano uomini di un'altra razza: più fieri e piùonesti nei loro poveri panni, di tutti i suoi colleghi e clienti e adulatori e denigratori di Roma e di Milano, in frak e cravatta bianca... Quasi quasi gli spiace di arrivare anche all'Abetone... Vorrebbe passare la sua vacanza, tutta intera, in quel bel deserto verde, fatto di frescura e di silenzio.All'Abetone, fra la folla elegante, sempre a caccia del più piccolo incidente atto a rompere la monotonia della vita, la venuta dell'ex-Eccellenza delle cui dimissioni avevano tanto parlato i giornali, fu un avvenimento vero, importante.Era stato consultato l'orario e fatti i calcoli. Si sapeva che l'onorevole Parvis sarebbe arrivato in landò a due cavalli e che quei due cavalli impiegavano nella salita tre ore e mezzo. L'onorevole Parvis doveva dunque giungere all'Abetone verso le dieci.E verso le dieci, la larga strada fiancheggiata ai due lati, dalla locanda e dallaSuccursale, formicolava di villeggianti incuriositi.Quando, sullo stradone, allo svolto ove finiva il bosco d'abeti, spuntò la carrozza, vi fu un mormorìo.— È venuto col Narducci!Il Narducci era il più bravo vetturale, quelloche aveva il più bel landò e i migliori cavalli, dell'Abetone e di tutto Boscolungo.Poi, quando il landò fu vicino alla locanda, chi attirò l'attenzione generale fu Teo, sempre appoggiato colle zampe allo sportello, Teo che guardava a sua volta e fiutava curiosamente quei signori e quelle signore.Al Parvis la vista di quella folla, il «bel mondo» di Firenze, di Napoli, di Palermo, riunita dalla indiscrezione e dalla smania del pettegolezzo intorno alla sua carrozza, dà un senso di uggia invincibile. Addio buon umore, addio serenità di spirito, addio godimento ingenuo e profondo della campagna, della montagna! Egli ha sperato invano in un altro paese; il paese è sempre quello! L'uomo, come la formica, s'illude inutilmente di trovare la solitudine: gira e rigira, quando meno se lo crede, si trova di nuovo in mezzo al formicaio.— Piccolocaaro!L'albergatore accorre, tutto ossequioso, apre lo sportello della carrozza e il Parvis sta per scendere, quando lo scuote il «piccolocaaro» pronunciato con voce tenera e armoniosa, il languore del doppioa, strascicato. Mette piede a terra e si volge.È uno splendore di ragazza, tutta vestita di bianco, ritta in mezzo ad un gruppo di altre signorine, ma di tutte più alta, più bella, più viva.Sotto l'enorme cappellone di trine e di nastri rosa, le si avvolge confusamente la massa ondulata dei capelli neri, e luccicano gli occhi pure neri, nerissimi, di un nero lucente: di fuoco.— Bella creatura!Per l'onorevole Parvis la «bella creatura» ha anche il merito di non occuparsi di lui, ma di Teo, e Teo, riconoscente, appena balzato di carrozza, le fa festa intorno, poi subito segue il padrone, fiutando di qua e di là, fiutando lungo le scale, nella camera, intorno ai bauli, alle valigie, sotto il letto, come per una prima ricognizione ed una presa di possesso dei luoghi e delle cose.Le camere sono al primo piano, le finestre sono aperte e dalla strada sale un brusìo di voci fresche ed allegre, e fra tutte, più fresca, più allegra, come una risata, la voce già nota del «piccolocaaro». Il Parvis vuol restare solo e Teo deve andarsene con Prospero. Ma quando il padrone ha finito la sua toletta, prima ancora che richiami Prospero, ecco Teo, — il quale ha già imparato la strada, — precipitarsi contro l'uscio ed entrare nella camera come una bomba: Prospero, lo segue, con la faccia soddisfatta.— Teo ha già fatte amicizie!— C'è qualche altro cane, all'Hôtel?— No, no! Amicizia... con una bella signorina! E Prospero accarezza la bestiola, come approvando il suo buon gusto nella scelta.Il Parvis non dubita neppure chi sia la bella signorina. Rivede la figura bianca, gli occhioni neri sotto il grande cappellone rosa, e di nuovo sente la melodia, l'incanto del doppioa, di quelcaaro...— Ha fatto amicizia, povero Teo!Mentre Prospero continua ad accarezzare il fido amico, Gerardo si avvede che anche sul viso di limone del vecchio servitore, quella apparizione di donna giovane e fiorente ha gettato come un raggio di calore e di luce.— Piccolocaaro!III.Gerardo Parvis era un polemista ed un oratore violento e, certe volte, persino aggressivo. Sul terreno, in quegli anni in cui i duelli erano ancora di moda, era stato un avversario pronto e assai temibile; tuttavia nel suo carattere c'era un fondo di timidezza che pure nelle lotte della tribunaparlamentare e nelle vicende rumorose della vita pubblica non era ancora riuscito a vincere interamente. Anzi, questa sua timidezza, non scemava punto, ma, al contrario, si faceva più viva, a grado a grado che aumentavano la sua fama e la popolarità del suo nome.Al primo presentarsi in un teatro o in una sala o in qualunque altro luogo, in mezzo alla gente, egli rimaneva un istante confuso, impacciato da tutti gli sguardi curiosi che gli si fissavano addosso. Egli doveva sempre fare uno sforzo per vincersi, per mostrarsi sicuro e disinvolto; ma questo sforzo non sempre gli riusciva e allora il Parvis nascondeva la propria timidezza sotto una apparenza seria, quasi dura, pronunciando poche parole tronche e imperiose.Quel primo giorno, in montagna, entrando per far colazione nella grande sala, lunga, bassa e così affollata e rumorosa della locanda, egli si sentì ancor più viva e più fastidiosa l'impressione di debolezza che lo turbava e lo impacciava.Le due lunghe tavole erano piene. Non un posto vuoto. Subito al suo presentarsi, era cessato per un istante il cicalìo e il risonare delle posate e dei cristalli; tutti gli sguardi si erano alzati e fermati sopra l'onorevole Parvis.«Per un ex-ministro era ancora giovane! E molto elegante!... Aveva un aspetto simpatico!... — Doveva avere del talento! — Certo, per arrivare, sia pure soltanto alle «Poste e Telegrafi», di talento ce ne vuole!Lo fissavano con ostinata curiosità anche gli occhi neri, nerissimi, della bella signorina del grande cappellone tutto bianco e tutto rosa.Gerardo, aveva veduta l'amica di Teo, prima di guardarla; anzi, più che averla vista, l'aveva sentita.— Che combinazione! Era lì, proprio lì, dinanzi, in faccia al suo tavolino!Per restar solo, per non conoscere nessuno, l'onorevole aveva ordinato per sè un tavolino a parte, e glielo avevano tenuto e preparato proprio in faccia all'amica di Teo!Il primo cameriere, in atto di grande deferenza, aspettava i suoi ordini, porgendogli la lista del giorno.Gerardo la guardò un momento.— Devo ordinare, invece, per sua Eccellenza, una costoletta alla milanese con patatesoufflées? Oppure un buonchateaubriand au beurre d'anchois?— Come volete. Quello che c'è. Purchè si faccia presto!— E vino, Eccellenza?— Niente Eccellenza e niente vino! Soda e cognac.Gerardo ha fra le mani laTribuna, e mentre aspetta che gli portino la colazione comincia a scorrerla lanciando occhiate in giro, senza parere.Varie di quelle facce non gli riuscivano del tutto nuove.— Quanta fatica dovrò fare per impedire le conoscenze, i riconoscimenti e i complimenti!Nella sala erano ricominciate le conversazioni e a mano a mano diventavano più animate e rumorose. Le pronunzie delle varie regioni spiccavano più nettamente fra quel brusìo festevole e cerimonioso. L'accento piemontese rispondeva al toscano, il napoletano e il siciliano al milanese, e la parlata veneta rumorosa alla romana aggraziata e melodica. Ma ben chiara, scolpita, fra quelle mille voci diverse e stonate, giungeva al suo orecchio la voce fresca di quella tal signorina — l'amica di Teo.— Piccolocaaro!Parlava benissimo; senza tradire nessun dialetto. Doveva essere dell'alta Italia... milanese no. L'avrebbe veduta qualche volta a Milano.— Signorina? — Perchè signorina?... — Che cosa ne sapeva Prospero? — Poteva essere benissimo anche una signora.Gerardo, colla scusa di voltare la pagina dellaTribuna, lanciò un'altra occhiata.— Signorina! È ancora signorina...: Pure, per essere una signorina, è molto disinvolta! Troppo disinvolta!Seduta in mezzo a due giovanotti, che sembravano piuttosto due giovinetti, col viso sbarbato e smorto, rimpicciolito dall'abbondante e folta capigliatura, ella parlava molto, rideva molto, si moveva molto.— Signorina, sì; ma già un po' civetta!Ecco il cameriere colchateaubriand, l'onorevole ripone laTribuna, e intanto guarda ancora il cappellone rosa e i due vicini.Dalle giacche bigie, larghissime, spuntavano i colli impiccati negli alti solini rigidi.— Che caricature... Con la marca autentica dell'imbecillità fatua e pretenziosa!— Pure, bisogna essere così per piacere alle donne!E al Parvis, sfugge un sospiro. È forse il rammarico di essere diverso!— Com'è più viva e radiosa lei, di quei due lì,Pareva un caldo fiore dell'Oriente, un sole di luce, in mezzo a due candele spente!— Eh! Se io fossi ancora giovane! Mah!... Potrò diventare presidente del Consiglio, ma giovane non lo ritorno più, pur troppo!E l'onorevole, per la prima volta, sospira alla bella gioventù sparita, sparita per sempre, senza che egli nemmeno se ne sia accorto!All'Abetone, le noie della celebrità furono, per fortuna, di breve durata. Quel giorno stesso all'ora di pranzo, la sua entrata nella sala non fece più voltar la testa a nessuno.Come mai?... La bella amica di Teo è partita?Così pensa Gerardo mettendosi a sedere, ma poi la vede al suo posto, fra i due soliti cavalierini rigidi, impettiti e angolosi, come due cavallette nell'abito di sera.— C'è! C'è!Ma non c'è più il cappellone!... Peccato!Nessuna signora aveva il cappello. Gli uomini insmokingo infrak, le signore intoilette; non c'era più nella sala l'allegria espansiva della mattina; correva invece per le due lunghe tavolate un'aria compassata di grande sussiego e di musoneria.— Peccato! Stava così bene con quel grande cappello alla moschettiera!Mentre l'onorevole pensa al cappellone, il signor Vincenzo — il primo cameriere, — aspetta i suoi ordini.— Date anche a me il pranzo del giorno!... Il solito della pensione.L'inchino del signor Vincenzo si fa, involontariamente meno profondo. Tante raccomandazioni e tanto strepito per un ministro... che non ordina nemmeno unextrae beve la soda!Bel ministro e bel Governo «da carovana!»Il Parvis si accorge d'essere un po' in ribasso nella considerazione del signor Vincenzo e nota pure di non destare più nessuna curiosità nell'amica di Teo, la quale mangia di buon appetito e come alla mattina parla, ride, scherza... ma senza occuparsi affatto di Sua Eccellenza!— Ha un tipo espressivo; tuttavia dev'essere una ragazza inconcludente! Come può divertirsi tanto ai discorsi di que' due scimuniti?... — Perchè sono due scimuniti!... Positivo!... — Senza cappello ci perde moltissimo! È molto meno bella; non sembra più lei!— Desidera senape inglese, oworcester sauce! — domanda il signor Vincenzo passandogli vicino.— Datemi ilSecoloe ilCorriere della Sera.E fra un boccone e l'altro comincia a leggere i due giornali.Dio, la politica!... Sembra una cosa tanto grande e non è che un pettegolezzo così piccolo! — Baruffe chiozzotte! — Invidie e gelosie, ambizione e volgarità! È l'interesse proprio, colla scusa di fare quello degli altri.L'amica di Teo aveva però una voce ben singolare! Che voce strana! Non era forte, eppure come la si sentiva bene, anche da lontano! Che bella voce, calda, penetrante!— Una bella voce è una gran bella cosa! Deve avere anche dello spirito, la signorina. Quelle due mummiette vive sono condotte per il naso — si vede — che è un piacere! — Come ride di gusto e come ride bene! — Sfido io a non rider bene con quei denti! Che bianchezza! È una bocca abbagliante!— I bei denti sono una gran bella cosa! — Che età potrà avere? Non deve essere più giovanissima!...L'onorevole Parvis l'osserva, questa volta con coraggio, attentamente.La giovinezza trionfava in lei, in tutto il suo pieno rigoglio: ogni linea, ogni contorno era viventee fiorente, mentre il volume enorme e capriccioso dei capelli nerissimi sembrava dare alla sua carnagione un brunito di sodezza e di forza.— E pensare che con tante belle ragazze e con tante belle donne che ci sono al mondo, io ho speso le ore migliori della mia vita con Saracco... e con Zanardelli! — Al diavolo il Governo e la politica, la Camera e il Senato! — E sua madre? — Ci sarà la mamma, certo. — Dov'è? — La vecchia gialla che le sta di faccia? — No! No!... Non le somiglia affatto! Più che altro, ha l'aria di essere un'istitutrice. — Ad ogni modo, madre o istitutrice, perchè non le sta accanto? Una ragazza seduta in mezzo a due giovanotti, che le fanno la corte... Come sono cambiati i costumi e gli usi del mondo! A' miei tempi...Ma a questo punto, mentre l'onorevole Parvis, occupato da così gravi pensieri, si serve distrattamente dell'arrosto e dell'insalata, è richiamato d'improvviso alle piccole realtà della vita e dell'Abetone da una gravissima disobbedienza commessa da Teo.... Com'è stufo il povero Teo di passeggiare su e giù dinanzi alla locanda, legato e tenuto al guinzaglio dal vecchio Prospero! Ogni tanto dàuna grande strappata e tenta di mordere il laccio. Peggio ancora quando passa vicino al portone dell'albergo: si ferma, puntando le quattro zampe, s'allunga prodigiosamente. Ma non c'è verso! — Prospero continua passo passo, trascinandoselo dietro inesorabile e muto come il destino.Teo si arrabbia, brontola riottoso, ma intanto medita il colpo, e sta attento.Un po' innanzi, passato l'albergo, la valle si apre spaziosa e libera, tutta verde di abeti; e in fondo alta, nuda, rocciosa la vetta del monte Cimone prende, in quell'ora del crepuscolo estivo e dopo l'ultima doratura infocata del sole, una tinta arancia, poi violacea, poi quasi rosea, in sullo sfondo, limpido e terso, del cielo azzurrino.La giornata non era stata mai tanto bella, nè il tramonto tanto maraviglioso. Prospero contempla a bocca aperta, e Teo, che lo vede in estasi, non perde l'occasione: una terribile strappata e via come una saetta! Infila la porta dell'albergo, infila l'uscio della sala da pranzo e sempre a tutta carriera e sempre tirandosi dietro il guinzaglio passa sotto le tavole, fra le gambe della gente, fra le sottane delle signore, fiutando, annusando,frugando di qua e di là, in cerca del padrone di cui sente l'odore, ma non trova ancora la traccia.Il monotono sussiego dellatable d'hôteè rotto come per incanto: due vecchie inglesi — detestate alla lor volta dai villeggianti, per l'odio che portano alla sigaretta — si alzano spaventate e inorridite, sbattendo i tovaglioli per difendersi. Teo, credendo l'atto uno scherzo e un incitamento, corre loro addosso saltando e abbaiando. Tutti ridono e molti gridano per far del chiasso.— Teo! Qui! Teo!...— Piccolocaaro! — esclama l'amica, colla sua voce più languida e più tenera e con un accento di ammirazione e di protezione.—Caaro! Caaro!Piccolocaaro!— Teo! Teo! — L'onorevole è furioso. Quelpiccolo caarogli rimescola il sangue più dell'ira ridicola delle due vecchie inglesi.— Teo! Qui! Subito!Teo comprende al tono che non è il momento di scherzare. Prima si rimpiatta sotto la tavola, poi esce fuori quatto quatto, tutto basso, tutto lungo, tutto storto, la coda fra le gambe e sbirciando il padrone.Gerardo afferra il guinzaglio e di colpo, sollevandolo mezzo da terra, lancia il povero Teo frale gambe di Prospero che aspettava timoroso sull'uscio e che a sua volta acchiappa il cane e scompare.— Poveropiiccolo... Che cattiveria!L'onorevole sente appena queste parole volare nell'aria, sente il lamento, il rimprovero che gli è diretto e torna a sedere al suo tavolino con una faccia così seria e torva, come se non si trovasse dinanzi ai quarti di un pollo arrosto, ma di fronte ad una schiera di ostruzionisti!Passata la collera, gli resta in corpo la stizza. Va presto su, nella sua stanza per dormire. Lo ha preso la stanchezza delle due notti passate in ferrovia e più ancora dell'aria diversa della montagna. Ma prima di coricarsi, dà una lavata di testa sonora, al povero Prospero, che lascia passare la burrasca senza fiatare e questa volta senza metter muso, perchè riconosce il proprio torto.— Dov'è quella bestiaccia maledetta?— Lì.Prospero indica una poltrona in fondo alla camera sulla quale c'è una coperta e sulla coperta Teo, raggomitolato, ma che è stato attento, senza parere, a tutta la grande sfuriata.— Se lo fai un'altra volta! Se vieni in sala un'altra volta, stai fresco! — E Gerardo, che ormais'è sfogato, alza ancora la mano, ma nell'atto, più che una minaccia, c'è adesso un invito... Teo non si muove: gli occhi bassi, socchiusi, guardano da un'altra parte; invece di Prospero è lui, questa volta, che tiene il muso al padrone.— Bravo Teo! Hai più fierezza e più carattere di molti miei colleghi!Gerardo, ridendo, si avvicina al povero Teo per accarezzarlo e far la pace, ma a un tratto si ferma sospeso e sorpreso...Dalla sala terrena dellaSuccursaledi faccia — la sala dell'albergo riservata al ballo, alla musica e alla conversazione — dopo i primi accordi incerti del pianoforte, si è levata e sale nell'aria una bella voce di soprano, limpida e squillante, un canto largo e pieno che riempie tutta la strada e tutta la valle.È una romanza del Massenet che ripete ad ogni ritornello in tutti i toni, con tutte le cadenze, e con l'estasi più appassionata le parole:Je t'adoore!...— È la signorina! — borbotta Prospero vedendo il padrone come incantato.— Quale signorina?— Quella del Teo!Non c'era dubbio: i dueoodelt'adoore, avevanola stessa intonazione dei dueaadel «piccolocaaro!»— È una signorina di famiglia molto nobile; ma vuol darsi al teatro lo stesso, perchè non ha più nè padre, nè madre e ha pochi soldi.— Come lo sai?... Chi te l'ha detto?— La signora Clotilde.— E chi è questa signora Clotilde?— La cameriera della signorina. Siamo vicini di tavola. — La signorina è una marchesa. Marchesa D'Albaro di Genova.Gerardo fissa il servitore stupito.... Oh bella! Quella mutria taciturna del signor Prospero che all'Abetone diventa loquace e pettegolo!IV.L'onorevole Parvis non dormì bene quella prima notte; anzi, non dormì affatto. Era troppo stanco e troppo agitato. E poi non era ancora abituato all'aria, al clima, alla montagna alta.Non potendo dormire, era rimasto tutta notte in preda al «Je t'adoore!», anche dopo che la marchesina D'Albaro, ricevuta una duplice salvadi applausi, si era ritirata con la sua istitutrice ed era andata a dormire.Il Parvis aveva sentito i complimenti che le erano stati fatti giù in strada, i saluti e il ricambio della buona notte.— Al teatro!... Sarebbe andata a finir male!L'onorevole Parvis, che in vita sua era stato assai poco a teatro e che non era forse mai salito sopra un palcoscenico, aveva tutti i pregiudizi comuni a chi vede da lontano le quinte e i camerini.— Sola e libera? Sul teatro!Gerardo era contrariato e indispettito. L'onda di simpatia era svanita. Egli, ad un tratto, provava quasi del risentimento contro la marchesina. E lì, nel buio, dallaGildaallaTosca, tutte le eroine delle poche opere che ricordava, gli passavano innanzi nella loro posa più provocante... ma tutte col viso, colla bocca e con gli occhi della giovane e bella amica di Teo.— Farà certo fortuna con quella sua bellezza! E anche con quell'espressione che sa dare alcaaroe al «Je t'adoore!».— Auf!... Non si può dormire all'Abetone!...Era venuto per godere il fresco e invece soffriva un caldo, un'afa, che gli mettevano la smania addosso!— Che letto incomodo!... E quanta gente antipatica, odiosa!Ma a lui che cosa importava della gente? Era venuto all'Abetone per passeggiare e per riposare con la testa e con lo spirito. Avrebbe fatto una vita assolutamente solitaria. Poi aveva tante cose da leggere e tante lettere e tanti articoli da scrivere!— Non voglio conoscere nessuno e non voglio parlare con nessuno. Lunghe escursioni, faticare tanto da poter dormire e poi a tavolino!... E se qui non mi sentirò sicuro, cambierò locanda... e se occorre, anche paese!La mattina dopo, si alza prestissimo, gira nel bosco per un paio d'ore e poi, evitando la gente, ritorna all'albergo e sale in camera sua, dove trova Teo che gli fa quattro salti e una corsa in giro, ma che torna subito ad accucciolarsi, avvolgendosi in sè stesso sulla poltrona.— Ha sonno! È stanco, povero piccolo!...Gerardo non s'è accorto di chiamarlo piccolo, «povero piccolo» come l'ha chiamato la signorina del cappellone.— Povero piccolo!... Tu dormi ed io mi metto a lavorare.Infatti, siede al tavolino e comincia il suo primo articolo alDaily Express.Ma quando si dorme male, non si può poi scrivere bene. È impossibile! — L'onorevole Parvis quella mattina non è di lena.... E il pianoforte dellaSuccursaleche non tace mai!— È un'ira di Dio!... È proprio la terra dei suoni e dei canti, l'Abetone!Ma non sono gli accordi della sera innanzi! Non sono gli accordi della romanza di Massenet; non è ilJe t'adoore!Il Parvis resta per una buona mezz'ora assorto e pensoso... e la carta che ha dinanzi, per quella mattina, rimane bianca e intatta.— Andiamo, Teo! Andiamo a fare un'altra passeggiata! L'articolo alDaily Expresslo scriveremo dopo colazione.Si era di piena estate, eppure lassù si respirava un'aria fresca di primavera! Il verde ancora tenue sotto il verde carico e cupo dei vecchi abeti; nei prati le margherite e ivergiss, nelle rive ombrose fra il murmure del rio e lo spionciare delle cingallegre, le violette e le fragole. La primavera! La primavera!Come consola gli occhi, come accarezza il viso e penetra nel sangue ed anche nel cuore con un infinito e dolce benessere!— Mi sento più giovane in montagna! — Andiamo Teo! Andiamo a fare una bella passeggiata! Siam qui per riposare e non per lavorare! Ci divertiremo, mangeremo di buon appetito e ci faremo buona compagnia!... Noi soli, sempre soli!... E tu, bravo Teo, sta attento e fa la guardia! Se vedi un seccatore da lontano, abbaia! E se ti viene vicino, ringhia e mordi! Qui non sei costretto a portare la museruola; all'occorrenza approfittane!Teo, che ha ascoltato il lungo discorso, standosene attento con una gamba davanti ripiegata e sospesa, con la testa inclinata da un lato, alzando, allargando le orecchie, fissando, dilatando le pupille, fa un atto di assenso con un piccolo starnuto e via come il vento, giù dalle scale, guaiolando prima, non di dolore ma di gioia, e poi fuori all'aperto, innalzando lui pure il suo inno alla primavera e alla montagna con festevoli latrati che echeggiano risonanti nel silenzio della valle!Ma in quanto al non fare conoscenze, il signor Matteo è di tutt'altro avviso e di tutt'altri gusti dell'onorevole Parvis! All'Abetone lui vuol vivere nel bel mondo, giuocare con tutti, divertirsi con tutti! E specialmente con le signore! Quando nevede una in distanza si acquatta, prima, allungandosi e poi prende la corsa saltandole addosso.— Teo! Qui, Teo!Il grande stradone fiancheggiato dagli abeti comincia a popolarsi. Dai boschi spuntano le signore nelle bianchetoilettesmattinali, circondate, seguìte dagli eleganti cavalieri. E Teo, ormai reso popolare dalla scena del giorno innanzi con le due vecchie stizzose, riceve da tutti saluti e carezze, che gli sono prodigate anche per ingraziarsi il padrone.— Teo! Qui!... Teo!Teo si volta un momento con la testa, sbatte le orecchione ricadenti come foglie di lattuga appassita, e poi di nuovo salti, giravolte, cerimonie, di qua e di là, con tutti quelli che incontra, purchè sia gente ben vestita.A un certo punto, dove la strada si biforca nel bosco, l'occhio di Gerardo si fa torbido, il viso accigliato:— Teo! Qui! Teo!Ha visto sbucare dal verde folto il grande cappellone a trine bianche e a nastri rosa, seguìto dai due soliti giovinotti o giovinetti, vestiti pure di chiaro, il berretto bigio, e con in mano le racchette e la reticella, con le palle deltennis.— Teo! Qui! Teo!Ma che!... Teo si è già abbassato, allungato e all'invito di un —piccolo caaro! caaro! caaro!— si precipita incontro alla sua amica del dì innanzi, le salta addosso, riesce a leccarle la faccia, poi, sempre di corsa, torna indietro a far festa al padrone, e poi di nuovo alla signorina, e poi di nuovo, al padrone, come per far capire all'una e all'altro che ormai devono essere amici tutti e tre!La bella marchesina saluta l'onorevole Parvis con un cenno grazioso e signorile del capo: i due giovanotti o giovanetti si fermano a due passi di distanza, diritti, come due aiutanti di campo, scoprendosi rispettosamente.Non c'è verso! L'onorevole deve salutare, deve fermarsi, deve parlare...— È una grande seccatura questa mia bestiola! Si permette troppe confidenze, e si prende troppe libertà!...— È tantocaaro!— Il mio servitore... È stata un'idea infelice del mio servitore, quella di tirarselo dietro, fin quassù! Giù! Fermo! Bestiaccia sconveniente!— Teo, una bestiaccia?! Oh, poveropiiccolo!Teo, con il petto giallo sporgente e le gambetteanteriori puntate ad arco, scrolla la testa e starnuta di nuovo con l'atto di dire anche lui di no, che non è una bestiaccia.— È carino, carino, carino! È untesooro, lui; è unamoore! Soltanto l'intelligenza che ha dimostrato ieri sera!— Già, interloquisce uno dei due pallidi cavalieri. Quando voleva mangiare il naso a miss Kean e a mrs Brand!La marchesina ride, con tutti i suoi bei denti luccicanti e chinandosi e tenendo Teo per le zampe gli scocca due bacioni sulla grossa testa di raso.—Caaro! Caaro! Tesooro!Gerardo ha un barbaglio agli occhi e sente una scossa in tutto il corpo: il barbaglio di quella bocca, di quei capelli.... Ha la scossa dei due baci sonanti.Si parla del tempo, del fresco, del buon odore di resina.— Ritorna all'albergo, marchesina?— Vicino all'albergo, altennis. Facciamo due ore ditennistutti i giorni, prima di colazione. Lei giuoca altennis?— Giuocavo!...L'onorevole Parvis, guardando la marchesina,mette involontariamente un sospiro, un rimpianto in quel verbo giuocare al tempo passato.La marchesina è molto intelligente, coglie al volo la mesta intonazione.— Adesso, non giuoca più?... È naturale! A Roma! La Camera! Tante occupazioni! Tantolavooro! Ma qui vorrà ben riposare un po'! Farà qualche partita con noi? Accetta una sfida?E si volge, senza aspettare risposta, ai due giovinotti rimasti fermi, impalati e li chiama per presentarli:— Se permette, Eccellenza....— Non sono più un'Eccellenza!— Come devo dire, allora?... Onorevole?... Se permette, onorevole, le presento il conte Annibale e il conte Cesare Mattioli, miei cugini.L'onorevole Parvis saluta l'uno e l'altro, con una stretta di mano, e tutti insieme ritornano fin al campo deltennis, che è giù, basso, in una conca verde, proprio sotto l'albergo.L'onorevole cammina al fianco della marchesina D'Albaro, con Teo che gli passa fra le gambe: Cesare e Annibale, che non hanno dei due grandi conquistatori altro che il nome, rimangono dietro, sempre a due passi di distanza.La marchesina parla e fa ammirare il paesaggio:l'onorevole tace e ammira la marchesina. — Come sa essere amabile e vivace, pur rimanendo sempre... bambina! Non è civetteria, è schiettezza, è naturalezza giovanile la sua!... Ha bandite — si vede — tutte le stupide formalità, tutte le ipocrisie del suo ambiente, ma per altro, ne conserva tutta la grazia signorile. È proprio «marchesina» fino alla punta dei capelli! — Che capelli meravigliosi!... E che occhi! Neri, neri, nerissimi! Da perdervi dentro, l'anima e il corpo!— Teo, Teo! Finiamola!Teo diventava troppo insopportabile!... Aveva visto da lontano le due vecchie quacquere, e s'era messo a correre per saltar loro addosso!— Teo, qui!Teo si ferma sulle tre gambe: dall'aria birichina, lo si vede, non c'è da fidarsi! La bella fanciulla, ridendo, lo piglia in braccio, accarezzandolo e baciandolo di nuovo, finchè le due vecchie non sono sparite.— Caro, caro,caaro!Gerardo ne è ormai più che persuaso: bisogna rinunziare, da quel momento, ad ogni speranza di solitudine, ad ogni proposito di non voler fare conoscenze. La signorina D'Albaro, prima ancora di arrivare altennis, è circondata da una frottadi villeggianti, che approfittano dell'occasione per essere presentati all'onorevole. Molti, anzi, dichiarano di averlo già visto, già conosciuto altre volte e citano luoghi, date, particolari.Di qualcuno, il Parvis si ricorda davvero: di un vecchio generale, fra gli altri: il generale Bonferreri, messo da parecchi anni in posizione ausiliaria dalla gotta e dai reumatismi.Addio solitudine! Addio quiete! Addio pace!Giunti vicino altennis, la marchesina ripete l'invito: il Parvis crolla il capo, ringraziandola con un inchino.— Oggi no? Proprio no?... Ma domani?... Domani sì?... Promette?— Giuocare altennis? Io?... Ma io non sono più un giovanotto! Sono vecchio, marchesina!— Vecchio?Leei!Quantie, in quellei! E tutti, uno più delizioso dell'altro!— Bella ragazza! — esclama il generale Bonferreri, rimasto solo coll'onorevole. L'onorevole lo guarda: il generale, lungo lungo, secco secco, un po' dondolante sulle gambe malferme, ha i capelli e i grossi baffi d'un bianco d'argento, che dànno risalto al rosso vivo della faccia. Quell'ammirazioneper la marchesina è tutta paterna. — Bella ragazza... e buona! Le piace scherzare, divertirsi, ma non c'è nulla da dire sul conto suo!Il Parvis ha uno slancio di simpatia per il generale e lo piglia sotto braccio... senza appoggiarsi troppo.— Quando l'avete conosciuta, onorevole?— Stamattina; un momento fa. È stato Teo a presentarmi.— La signorina D'Albaro viene all'Abetone tutti gli anni. Conosce tutti! Qui, è come un po' la padroncina di casa.— Ed è... sola?— La signora De Paolis, la sua antica governante o istitutrice, adesso è la sua dama di compagnia. Bisogna sentirla cantare! Come canta! È una Patti! Una Stoltz!— La signora De Paolis?— No, che! La marchesina Sofia! La faremo cantare! Sentirete!... Una voce! Un talento! Straordinario! Ha intenzione di darsi al teatro e farà bene.— Farà male. Giovane, bella e sola.— Non c'è pericolo! È una donnina piena di giudizio! Saprebbe tener testa a un reggimento! Oh, sono molti anni che la conosco. E poi è d'uncarattere calmo, freddo, positivo. Sapete come la chiamo io, per farla arrabbiare?...Notte di gelo!E poi, per farla ridere,la casta diva!Così discorrendo, sono giunti, passo passo, fin sulla soglia dell'albergo. L'onorevole Parvis, salutando il generale, gli stringe la mano con grande e sentita effusione.— Sono contento, contentissimo di avervi trovato quassù, caro generale! Spero che ci vedremo spesso e ci faremo buona compagnia.... Che mattina deliziosa! Che aria balsamica!Il Parvis, messo di buon umore dall'aria e dal cielo, fa le scale cantarellando. Appena in camera, chiude la finestra in faccia allaSuccursale, — vi entrava troppo sole, — e apre l'altra di fianco, dalla quale si domina tutta la vallata e si vede, proprio, sotto, il giuoco deltennis.Egli rimane a lungo alla finestra, ma tenendosi nascosto dietro le persiane.— Che bel verde! Che bel cielo limpido! E che fragranza, che buon odore di pino!Teo, visto che il padrone non si occupa di lui, è sparito. È andato in cerca di Prospero e della colazione.
— Opportunisti irresoluti, ambiziosi e... paurosi!... Nient'altro che interesse, vanità e paura! Hai capito?
— Sissignore.
— Il partito, il paese, l'ordine, le istituzioni! Hanno tutto sotto la suola delle scarpe quella gente là! Hai capito?
— Sissignore.
Chi si arrabbia e grida è l'onorevole, cioè no, Sua Eccellenza, o meglio l'ex S. E. Gerardo Parvis, appena arrivato da Roma col diretto della notte.
Ha «offerte» le proprie dimissioni da Ministro delle Poste e Telegrafi, nauseato della debolezza dei suoi colleghi che non hanno avuto nè il coraggiodi tener testa all'ostruzionismo, nè l'abilità di disarmarlo.
— Mille volte meglio quegli indemoniati dell'Estrema Sinistra! Sinceri non sono nemmeno quelli là... accozzaglia di idee e di ideali che fanno a pugni. Tutt'insieme, non andrebbero d'accordo neanche loro nel proclamare ciò che vogliono, ma sanno però quello che non vogliono! Contro l'ordine, contro lo stato presente, contro le Istituzioni sono d'accordissimo sempre, tutti, come un uomo solo! E qualche volta riescono persino simpatici per la loro audacia, e hanno ragione di rider di noi e di non lasciarci più nemmeno il diritto di parlare! A che cosa siam ridotti noi? A un branco di pecore, di nullità, gonfi di quattrini, di boria e d'ignoranza. Dall'altra parte anche quelli che non hanno ingegno si affermano con la loro combattività... Dove manca il carattere, la coltura, abbonda la sfacciataggine e la violenza... È vero sì o no?
— Sissignore.
Chi risponde all'ex-Eccellenza è il suo vecchio servitore che gli disfa le valigie, mentre dal gabinetto attiguo alla camera da letto si sente il rumore dell'acqua che riempie la vasca del bagno.
— Furboni, sai, quegli Estremi, con tutta la loro retorica! Furbi e scettici... Gente di pocafede!... Sono i primi loro a ridere dei paroloni coi quali accendono la testa alla folla, ma almeno capiscono i tempi e nel cacciarsi avanti per conto loro, per le loro mire, cacciano avanti anche le loro idee, il loro partito...
— Sissignore.
Prospero, il servitore, è taciturno, quanto il padrone è verboso. Non risponde mai più che «sissignore» o «nossignore» e soltanto quando non può farne a meno. Ogni volta che il padrone arriva da Roma lo accoglie con un: «Ha fatto buon viaggio?» del quale si sente appena: «fat... bon... viag...» perchè il resto delle quattro parole si perde fra le labbra grosse e le rughe del faccione sbarbato, mentre un tenero luccichio degli occhi rivela un affetto intenso per il padrone, il piacere vivo di rivederlo.
— E così, capisci... L'onorevole Parvis, che si è levata la giacca e la sottoveste, siede sulla bassa poltroncina accanto al letto, mentre il servo gli leva le scarpe. — E così; quattro ossessi, ostinati, prepotenti, a furia di parole, di urli e di scenate, sono riusciti a metterci in un sacco e a violare la Camera nel suo diritto sacrosanto, che è poi anche il suo dovere: quello di fare le leggi! Basta, per Dio! Da parte mia, capirai bene, li ho piantati làe non mi ci pigliano altro! A Roma, capisci, non torno più!
— Non torna più a Roma? E il Governo da... comandare?
Prospero non dice queste parole, ma alza il capo, e fermo, colle scarpe fra le mani, guarda il padrone che gli legge la domanda negli occhi. Era avvezzo alle sfuriate del padrone e non udiva nè capiva tutto quanto egli diceva. Era forse anche per questo che l'onorevole Parvis si sfogava così, le sue parole si spegnevano, una dopo l'altra, come tanti fiammiferi buttati nell'acqua. Ma quella dichiarazione di non voler più tornare a Roma, ha fatto al vecchio Prospero una straordinaria impressione. E l'ex-ministro delle «Poste e Telegrafi» — gli avevano dato quel portafogli secondario, perchè in Italia, dove tutto va innanzi per anzianità, egli era parso troppo giovane per un ministero più importante — si sente lusingato constatando che il fatto veramente enorme del suo ritrarsi sull'Aventino, stupisce anche uno zotico testone come il suo servitore.
— Precisamente così! Li ho piantati con tanto di naso! Avranno capito adesso che non facevo per burla, allorchè ripetevo loro che io con i timidi, con i conigli non ci sto, assolutamente non ci sto!
Gerardo Parvis continua per un bel pezzo ancora, ma il vecchio — svanito quel lampo fugace di maraviglia — è ritornato impassibile ed accudisce metodicamente alle sue incombenze, prepara la biancheria calda e fredda, le spugne, le babbucce, tutto l'occorrente per il bagno.
Ad un tratto gli sfoghi dell'ex-ministro contro i colleghi e il silenzio rispettoso e affaccendato del servo, sono interrotti da un abbaiare festoso, poi da un quattire affannoso all'uscio, finché un bolide vivo si slancia contro le imposte a vetri e le spalanca... E un cagnolino lungo lungo, basso basso, dal bel pelo lustro, color marrone, dagli aurei riflessi di scarabeo al sole. Il cane si precipita addosso all'onorevole, gli salta sulle ginocchia e continua ad abbaiare e a quattire torcendosi e allungandosi per arrivare a lambirgli il volto.
— Teo! — esclama Prospero fermandosi ritto. E la luce che gli brilla negli occhi sembra gli spiani le rughe fonde della vecchia faccia. — Teo! Giù! Teo! Qui! Vieni qui!... Teo!
Ma tutto è inutile e anche il padrone tenta invano, con la voce, con le mani di sottrarre il volto alle leccate della bestiola che salta, si arrotola, si allunga e smania sempre più.
Il servitore continua a guardare il cane, poi si volta al padrone:
— Ha sentito subito la sua voce! Lo ha conosciuto subito! Teo! Bravo Teo! Povero Teo!
Teo, — diminutivo del vero nome, — Matteo, — salta fra i piedi del servitore abbaiando, dimenando la coda, dimenandosi tutto, piegando con mille vezzi il lungo testone intelligente dall'espressione umana, come per metter il vecchio a parte della sua gioia. Ma poi subito si volta, corre, si slancia verso il padrone e per raggiungere lo scopo salta sullo schienale della poltroncina e lo lecca sul collo e riesce, finalmente, a lambirgli la faccia.
— Basta! Fermo! Giù! — grida Gerardo un po' infastidito e nondimeno maravigliato e lusingato di tanta festa. Lusingato e commosso.
Quella sua casa d'uomo importante e influente, d'uomo politico e d'uomo di Governo, così piena di gente seccante, noiosa e interessata non appena è noto il suo arrivo, è altrettanto vuota e melanconica ogni volta ch'egli vi capita quasi improvvisamente, come appunto quella mattina.
Il: «ha... fat... bon... viag...» del vecchio servitore, e nient'altro.
— Teo! Teo! — Quel povero Teo! Quanta festa gli faceva e con quanta sincerità! Come gli riempiva il cuore e la casa di affetto e di allegria.
— Sta fermo, dunque! Giù, giù! Basta, Teo! Adesso basta!
... Ma le labbra sorridono, come continuano a sorridere gli occhi del vecchio Prospero che ripete sotto voce:
— Teo! Povero Teo! Ha conosciuto subito la voce!
— Ma se quando sono partito per Roma era un cucciolo di tre o quattro mesi appena?... Davvero! Io non mi ricordavo nemmeno più d'averlo!
— La povera bestiola no, invece!... Quando io mettevo mano agli abiti del signor padrone, Teo vi si sdraiava vicino, vi metteva il muso sopra... e mi guardava come se volesse domandarmi qualche cosa.
Teo capisce che si parla di lui: fermo, attento, fissa il padrone con gli occhi lucentissimi e piegando un po' la testina in atto di dolcezza affettuosa.
Il servo è andato a chiudere il rubinetto del bagno.
— Pronto!
— Vengo!
Ma Gerardo non si muove; accende una sigaretta e sempre sdraiato nella poltroncina accarezza le orecchie del cane che gli si è avvicinato e chemessogli il muso sopra una gamba, socchiude gli occhi e sbatte le labbra, con un senso di delizia soddisfatta.
Il giovane ex-ministro, per altro, non pensa già più a Matteo. Quella festa, quell'accoglienza lo portano col pensiero a ricordi lontani, ma che erano sempre i più cari e i più vivi nel suo cuore.
Quasi ancora ragazzo era rimasto senza parenti, e gli anni dell'ardore e della bontà, li aveva dati ad una donna, — non la prima, ma la sola ch'egli avesse amato davvero, — una donna che ben meritava quell'omaggio assoluto di devozione e di passione, una creatura fatta di grazia, di bontà e d'intelligenza, una mente eletta ed un'anima grande, un cuore dolce, affettuoso, sapiente e indulgente, un cuore di donna innamorata.
La cara e fida e buona amica era morta da tre anni e il cuore del Parvis, dopo tre anni, era ancora pieno di ricordi e vuoto di persone. Soltanto il lavoro, un grande lavoro assorbente, e poi gli odi e gli amori, le passioni, le cure e le lotte della politica, lo avevano occupato, agitato e stordito.
Nient'altro!... Nessuna donna, mai. Nè la civetta che si offre, nè la bellezza che si vende.
Giovane ancora, nè la sua anima nè il suo sangueavevano mai avuto un fremito. Lei ancora, sempre Flaviana, soltanto Flaviana riappariva ai suoi occhi nelle brevi soste della stanchezza, ritornava a lui nel sogno.
Com'era stata bella, com'era stata buona! Bella, buona esicura.
Egli era vissuto, a sua volta, sicuro dell'amore di lei, come di nessun'altra cosa al mondo; sicuro dell'amore, sicuro della fedeltà... E che gioia poter esseresicurodella donna che si ama... e che tormento dover sempre dubitare, sospettare, temere.
Oh, egli aveva saputo amarla in ragione di quanto aveva potuto crederle!... Allorchè si dubita, si disprezza, o si odia: si desidera ancora, forse, con tutto l'ardore, con tutta l'ansia, ma «amare», no; non si ama più.
Ed egli, invece, aveva potuto amare... aveva potuto amarla, sempre, senza una nube, senza una bugia mai, sino alla fine!... Buona, tanto, e bella!... Come rivedeva quel volto classico, pallido, nel quale ardevano i grandi occhi neri pieni d'amore e di devozione... Quanto il suo cuore, quegli occhi e quelle labbra erano stati sicuri! E come era intelligente e lieta e cara e pensosa... e come le sue ansie e le sue gioie, la sua anima e i suoi nervi rispondevano sempre al desiderio, al sogno, al «momento» dell'uomo amante...
— Cara!...
Come gli aveva riempito di sè il cuore e la giovinezza, senza mai attraversargli la via, senza mai essergli d'inciampo, senza mai dargli una pena!... Ed egli — allora! — a' suoi improvvisi ritorni da Roma, come saliva di corsa quelle scale, ansioso...
— C'è la marchesa?
C'era sempre! Il cuore di lei aveva immancabilmente il presagio del suo ritorno; e che festa d'amore quel rivedersi, che luce ne' suoi occhi e che baci per l'improvvisa gioia!
Teo sospira forte scuotendo il muso umido e fresco sulle ginocchia di Gerardo, che torna a fissare il cane, ma con una grande mestizia negli occhi umidi.
— Più!... Non c'è più! E da allora... sei tu, sei proprio tu il primo che mi fa un po' di festa, sincera, soltanto per me! Teo!... Povero Teo! — e Gerardo, scrollando il capo gli accarezza le orecchione calde e morbide come il velluto. — Anche di te posso esseresicuro?
— L'acqua del bagno diventa fredda.
— Eccomi! Vengo subito!
Gerardo si alza vivamente e finisce in fretta di svestirsi, mentre Matteo, preso da una smania digioia, corre per le camere, gira su se stesso, torcendosi a semicerchio, attraversando a salti, innanzi e indietro, e il letto basso e la poltroncina, e mordendo per ischerzo, delicatamente, i piedi scalzi del padrone.
— Viene anche il Teo, all'Abetone?
— Il Teo?
L'onorevole Parvis guarda Prospero con aria stupita e la bestiola capisce che si parla di lei. Teo, seduto sulle gambe di dietro e ritto su quelle davanti, corte e storte, a roncolo, con gli occhi gialli, d'ambra lucida, fissi, guarda a sua volta il padrone ed il servitore, piega, ora verso l'uno, ora verso l'altro, la testolina con un'espressione d'ansia, con un atto fra interrogativo e supplichevole.
— Prendere anche il Teo, con noi? Diventi matto?
— Perchè?
— Un cane? In viaggio? Figurati che seccatura!
— Durante tutto il viaggio lo terrò con me. Lei non ci pensi; non se ne accorgerà neppure!
Teo, che per quanto inglese puro sangue, capisce benissimo l'italiano di Prospero, gli si avvicina, rizzandosi, tenendosi appoggiato con le grosse zampe alla gamba del suo protettore e leccandogli la mano.
— In viaggio, sta bene... — continua il Parvis. — Ma poi lassù, all'Abetone, all'albergo? Con tanta gente, con tanti forestieri?... No, no, è impossibile! Diventi matto, ti ripeto!
— Anche all'albergo, starà sempre con me. Dormirà con me. Gli darò io da mangiare, lo condurrò io a passeggiare. Lei non ci pensi neppure!
Trattandosi di intercedere per Matteo, per l'amico fedele che sa dire, come lui, tante cose senza parlare, il vecchio Prospero diventa persino loquace.
Ma l'onorevole è insofferente di contraddizioni. Non vuol saperne di cani in viaggio, all'albergo: e siccome l'altro insiste, egli perde la pazienza, si arrabbia, alza la voce, e Prospero, subito, allunga il broncio.
— Allora, mi dirà lei, dove e a chi lo dovrò lasciare! Lo avverto, però, che in un'altra casa non ci sta, certo, nemmeno dipinto!... E poi, quando non vedrà più nè me, nè lei, creperà, magari, anche di fame!
Dopo questoaut aut, e quasi affermando la gravità del problema, Teo torna a fissare il padrone, tenendo la coda bassa e dimenandola lentamente, come aspettando che venga decisa la sua sorte.
— Si potrebbe lasciarlo alla portinaia!
Prospero non si degna nemmeno di rispondere, di voltarsi. Continua a chiudere bauli e valigie.
— Oh Dio! — pensa Parvis, sbuffando. — Ci siamo! — Infatti, quando Prospero si imbroncia ce n'è per un bel pezzo... — Perchè poi, domando io, non si potrebbe lasciarlo alla portinaia?
— Perchè dalla portinaia non ci sta.
Teo dimena la coda più forte. Dice anche lui che dalla portinaia non ci sta. Egli aveva una precisa antipatia contro quella donna per certe vivissime impressioni ricevute sotto l'atrio e lungo le scale, durante la sua prima gioventù.
Gerardo non vuol troppo inquietarsi; s'è inquietato abbastanza a Roma, per cose più serie, e finisce col sorridere a Teo e coll'accarezzarlo, per rappacificarsi col servitore. Riflette, intanto, quale possa essere la maggiore delle sue seccature: viaggiare col cane, oppure col broncio di Prospero che è capacissimo di farglielo godere per tutto il tempo della villeggiatura...
— Starò lassù un paio di settimane, per riposare, camminare, prendere il fresco e per scrivere un paio di articoli sulle condizioni politiche dell'Italia alDaily Express... Poi, basta Abetone! Tornerò a Roma per una settimana. A Roma ci posso andare senza Prospero e Prospero, invece, potrà tornare a Milano con Matteo!
Il muso di Prospero ha dunque ottenuto l'effetto voluto. Gerardo Parvis è ormai disposto a cedere. Adesso, cerca soltanto di salvare l'onore delle armi e quindi continua a guardare e ad accarezzare il cane, mentre domanda al servitore:
— E se poi disturbasse i forestieri?
Prospero, sempre zitto. Ha finito di chiudere i bauli e tutte le valigie e comincia ad arrotolare ilplaid.
— Se poi, qualche notte, si mettesse ad abbaiare?
Silenzio perfetto.
— Basta! Sarà quel che sarà! Condurremo anche Teo in montagna! Ma ricordati, Prospero, ci penserai tu!
— Sissignore!
La faccia del vecchio ha un lampo di sorriso, e Teo, dalla gioia, comincia a squittire frenetico, a correre di nuovo in giro per la stanza, a tirare,a mordere la giacca e i pantaloni del padrone; poi afferra colla bocca una babbuccia di pelle e se la porta via scappando sotto le seggiole e il canapè, inseguito dalle grida e dalle minacce di Prospero.
L'onorevole Parvis ha fatto conto di fermarsi a Pracchia e di salire all'Abetone in carrozza, la mattina presto, col fresco, e così prende l'ultimo diretto, quello della notte per Firenze.
Come tutti gli uomini politici e gli uomini d'affari che viaggiano molto e non hanno tempo da perdere, l'onorevole Parvis legge, scrive, lavora anche in treno, nel suo scompartimento. Un ministro, anche dimissionario, trova facilmente il modo di rimaner solo.
Appena il treno è in moto, egli apre la sua valigetta particolare, leva la cartella, il calamaio, poi un fascio di lettere e di carte. Ne sfoglia, ne esamina alcune attentamente, poi le mette da parte e comincia a scrivere. Sente di dover inviare una lettera al suo sotto-segretario, l'onorevole Donadei. Bisogna persuaderlo che non è il caso ch'egli pure dia le dimissioni, e ciò non soltanto per atto di cortesia, abituale in simili casi, ma altresì perchè al Parvis, preme realmente che il suo collaboratorerimanga qualche tempo ancora sulla breccia a sostenere l'urto delle opposizioni postume ed anche delle postume invettive.
La lettera non è facile a scrivere, neppure per un diplomatico fine e consumato come Gerardo Parvis. Ma il rullio del treno, che non gli permette di scrivere in fretta, gli lascia il tempo necessario di meditare sulle frasi. E non c'è male: certe lettere, quando meno ci si pensa, si vedono poi comparire, al solito momento più inopportuno, su questo e su quel giornale.
Le lettere degli uomini politici, come quelle delle donne che hanno più di un innamorato, non sono mai prudenti abbastanza...
«Onorevole amico,
«Se ho avuto qualche perplessità nel risolvermi ad abbandonare le cure e le responsabilità del Governo e se ora ne provo qualche rimpianto, è soltanto pel rammarico di separarmi da lei, di interrompere un'opera con tanta fiducia iniziata insieme e, mercè la sua intelligente e provvida collaborazione, proseguita in mezzo a contrarie fortune, non senza onore ed utilità.
«Ma questo rimpianto si farebbe in me assai più grave e doloroso, e mi indurrebbe quasi a temere di aver recato danno colla mia risoluzioneagli interessi del Paese e delle Istituzioni, ove dovessi apprendere, che per eccessiva delicatezza nell'intendere l'obbligo morale di un'antica e fida solidarietà ella intendesse di ritirarsi a sua volta.
«Il Ministero del quale oggidì Ella regge interinalmente e così degnamente le sorti, è d'indole affatto amministrativa, ed in un paese ove le forme rappresentative fossero più progredite, dovrebbe al pari dei dicasteri dell'Agricoltura, delCommercio, deiLavori Pubblicie così via — essere sottratto alle vicende troppo di frequente mutabili della politica parlamentare. A questo carattere imperfetto del nostro ordinamento, procuriamo di riparare, anche a costo di personali sacrifici, noi tutti, uomini d'ordine, zelanti del bene pubblico; ed Ella, ne offra l'esempio col rimanere...»
A questo punto, il treno rallenta, poi si ferma nella stazione di Lodi.
Il Parvis sente, tra il fragore del convoglio, il trepestìo dei passeggieri e il gridare dei conduttori, un abbaiare furioso; è la voce di Matteo!
— Bravo!... Cominciamo bene!
Poco dopo aprono lo sportello dello scompartimento. L'Onorevole si volta, guarda... È Prospero, confuso, impacciato, che tiene Teo fra le braccia,Teo che si agita, si dibatte nervoso, furioso, inquieto.
— Che vuoi?... Cosa c'è con quel cane?
— Sa che lei è qui vicino, e non vuol più stare con me!... Non ha fatto altro che abbaiare e smaniare tutto il tempo!
— Te lo avevo detto io!... Avevo preveduto che sarebbe stata una seccatura! «Lei non ci pensi! Lei non ci pensi!» E poi subito, tanto di muso, ostinato, testardo!
Ma più del vecchio servitore, che rimane a testa bassa, l'ostinato e il testardo è Teo, che si divincola, si torce più che mai per sfuggire dalle braccia di Prospero, e ringhia al conduttore, che tenendo con una mano lo sportello, coll'altra cerca di accarezzarlo.
— E adesso che facciamo?
— Lo tenga con lei...
La campanella, il fischio...
— Partenza!...
Teo fa il diavolo a quattro e Prospero non riesce più a trattenerlo.
— Dà qui! E ricordati: se non sta tranquillo, alla prima stazione vi lascio a terra: te e la tua bestia! Tutti e due!
Il cane è già saltato sul sedile, sulle ginocchiadi Gerardo, che lo accoglie con uno spintone e uno scappellotto. Ma Teo, in questa circostanza, non si mostra permaloso. Scuote, pieno di allegrezza, le orecchie e la coda, e poi corre a rizzarsi sul finestrino per guardare fuori.
— Fermo! E quieto! — impone Gerardo con voce aspra e alzando la mano in aria di minaccia.
Teo capisce... e non capisce. Si acquatta di colpo, si stende sulle quattro zampe. Ma poi, alzando gli occhi, senza alzare la testa, fissa il padrone attentamente, e lo studia, ancora poco persuaso che quel tono di minaccia non sia uno scherzo.
Prospero frattanto è scomparso; il treno si ripone in moto e l'onorevole Parvis ricomincia a scrivere e continua la sua lettera all'onorevole Donadei.
Matteo, queto queto, stirandosi sul cuscino, si avvicina al padrone e pone la punta del musetto, lustro ed umido, sulle ginocchia di lui, senza muoversi più. Solo, di tanto in tanto, apre ed alza gli occhi, sempre senza alzar la testa, e guarda Gerardo con una lunga occhiata affettuosa; poi sbatte le labbra mandando sospironi di soddisfazione.
Quando il treno giunge a Pracchia, comincia ad albeggiare. Fra le varie carrozze che attendonopresso la stazione, Matteo distingue subito il più bel landò a due cavalli, e mentre i facchini scaricano i bauli e le valigie, egli salta in carrozza, rimanendo appoggiato accanto allo sportello aperto, sempre guardando il padrone e dimenando la coda a Prospero, quando il vecchio servo si avvicina, per far caricare il bagaglio nella carrozza.
E per tutto il viaggio, per tutta la salita, Teo non fa altro che passare da un capo all'altro del sedile, in faccia al padrone, allungandosi quasi ad aspirare con delizia i buoni odori della campagna, fiutando Prospero per accertarsi che sia sempre ben lui l'uomo che siede a cassetta presso il cocchiere; poi di nuovo, di qua e di là, spingendosi molto all'infuori dello sportello, quando sulla strada passa qualche mucca o qualche pecora, balzando fin sul mantice del landò quando la vettura s'incontra in un qualche cagnaccio ringhioso che le corre dietro latrando.
L'onorevole Parvis sorride a Teo, sorride a quella gioia quasi bambinesca e involontariamente apre l'animo alla stessa allegrezza, si sente preso dallo stesso ingenuo benessere.
A mano a mano che la strada sale e l'aria si fa più pura ed elastica, e dalla foresta, che si stende verde e cupa a ridosso della montagna, esalanopiù forti i profumi delle resine sotto il sole, anche i pensieri dell'ex-ministro sembrano sollevarsi, farsi più tenui, più languidi. Quei buoni aromi del monte gli penetrano nel cervello, come un blando narcotico, e lo inducono a una lieve sonnolenza cullata dal moto della carrozza, che i cavalli oramai trascinano al passo, su per l'erta, sostando tratto tratto, per riprender fiato. E di quelle fermate, Gerardo Parvis non si indispettisce; tutt'altro! Per la prima volta, dopo tanto tempo, non ha nessuna fretta di arrivare: non ha più nulla che lo stimoli, che lo urga a fare o a dire: non aspetta nessuno, non si prepara a parlare con nessuno, comincia a non pensare più a niente, o quasi!
— Che silenzio!... Che delizia!
Poi quell'odor forte della resina che lacrima attraverso la scorza bruna degli abeti, gli richiama la fragranza dell'incenso, che fanciullo aspirava con avidità, nella lunga noia delle cerimonie religiose, al suo paese, nella cappella della ampia e melanconica villa paterna.
— Quanto tempo è passato! Quante cose, quanti dolori, quanti amici, quanti nemici!
Ma è inutile. Anche il cumulo delle memorie non vale a rattristarlo sotto quel bel sole, in mezzoa quel verde, a quel silenzio, a quella solitudine! Il silenzio! La solitudine! Che ristoro, che carezza, che pace, che vita nuova! Non par vero che lui, proprio lui, è lì, su quella strada, solo con Prospero, con Teo, col vetturale e non è obbligato nè ad ascoltare, nè a dire, nè a pensare niente, proprio niente, più niente! I soli rumori che ode sono anch'essi discreti, diversi dai rumori soliti: il passo dei cavalli, ogni tanto la musica argentina delle sonagliere scosse, od un sommesso squittire di Teo, che sembra matto di gioia e di piacere, od il ronzìo di un moscone che batte contro il cuoio del mantice e se ne va, o il fruscio d'ali d'uno scarabeo che fende l'aria luminosa con un barbaglio d'oro e scompare...
Più niente, più nessuno!... Riposo, riposo e pace; la pace profonda, immensa che ha sospirato tante volte, con una nostalgia da studente e da innamorato, in mezzo ai fastidi, alle cure, ai disinganni, alle ire represse, alle ipocrisie forzate della sua vita occupata, preoccupata, eccitata, tutta per gli altri... Come si sente bene, anche di nervi e di stomaco!... Non prova neppure più il bisogno di accendere sigarette, una dopo l'altra, come poche ore innanzi, in treno... Forse è una illusione, ma gli sembra già di avere appetito...Appetito, di quello buono, che fa pensare all'odore del pan fresco e del formaggio, non già quel languore, quegli stiramenti del ventricolo, a bocca amara, che lo avvisavano di aver lasciata passare l'ora del pranzo o della colazione, per sbrigare tutto quello che a sbrigare non si arriva mai!... Più niente! Più nessuno!
La strada sale continuamente e i villaggi, i casolari, giù nelle vallate ridenti, si fanno sempre più piccoli. Come si fanno piccine anche le impressioni, le cose, le battaglie che fino alla vigilia ingombravano la sua mente, agitavano la sua vita! Come appare meschina e perfida la grande politica di Stato, di fronte a quel cielo così vasto e così puro! Ed anche la sua missione di salvatore della patria e della umanità, quella persuasione intima, inavvertita di essere indispensabile al bene degli altri, non è una fisima, una vanità? Il Parvis comincia a dubitarne, vedendo come tutto intorno fiorisca e gioisca la vita, in un distacco assoluto, in una perfetta ignoranza di tutto quanto si agita e si trascina al basso, nei grandi centri del cosidetto mondo civile... Anche gli uomini — quei pochi uomini che appaiono a rari intervalli sulla via e che la carrozza si lascia dietro — gli sembrano uomini di un'altra razza: più fieri e piùonesti nei loro poveri panni, di tutti i suoi colleghi e clienti e adulatori e denigratori di Roma e di Milano, in frak e cravatta bianca... Quasi quasi gli spiace di arrivare anche all'Abetone... Vorrebbe passare la sua vacanza, tutta intera, in quel bel deserto verde, fatto di frescura e di silenzio.
All'Abetone, fra la folla elegante, sempre a caccia del più piccolo incidente atto a rompere la monotonia della vita, la venuta dell'ex-Eccellenza delle cui dimissioni avevano tanto parlato i giornali, fu un avvenimento vero, importante.
Era stato consultato l'orario e fatti i calcoli. Si sapeva che l'onorevole Parvis sarebbe arrivato in landò a due cavalli e che quei due cavalli impiegavano nella salita tre ore e mezzo. L'onorevole Parvis doveva dunque giungere all'Abetone verso le dieci.
E verso le dieci, la larga strada fiancheggiata ai due lati, dalla locanda e dallaSuccursale, formicolava di villeggianti incuriositi.
Quando, sullo stradone, allo svolto ove finiva il bosco d'abeti, spuntò la carrozza, vi fu un mormorìo.
— È venuto col Narducci!
Il Narducci era il più bravo vetturale, quelloche aveva il più bel landò e i migliori cavalli, dell'Abetone e di tutto Boscolungo.
Poi, quando il landò fu vicino alla locanda, chi attirò l'attenzione generale fu Teo, sempre appoggiato colle zampe allo sportello, Teo che guardava a sua volta e fiutava curiosamente quei signori e quelle signore.
Al Parvis la vista di quella folla, il «bel mondo» di Firenze, di Napoli, di Palermo, riunita dalla indiscrezione e dalla smania del pettegolezzo intorno alla sua carrozza, dà un senso di uggia invincibile. Addio buon umore, addio serenità di spirito, addio godimento ingenuo e profondo della campagna, della montagna! Egli ha sperato invano in un altro paese; il paese è sempre quello! L'uomo, come la formica, s'illude inutilmente di trovare la solitudine: gira e rigira, quando meno se lo crede, si trova di nuovo in mezzo al formicaio.
— Piccolocaaro!
L'albergatore accorre, tutto ossequioso, apre lo sportello della carrozza e il Parvis sta per scendere, quando lo scuote il «piccolocaaro» pronunciato con voce tenera e armoniosa, il languore del doppioa, strascicato. Mette piede a terra e si volge.
È uno splendore di ragazza, tutta vestita di bianco, ritta in mezzo ad un gruppo di altre signorine, ma di tutte più alta, più bella, più viva.
Sotto l'enorme cappellone di trine e di nastri rosa, le si avvolge confusamente la massa ondulata dei capelli neri, e luccicano gli occhi pure neri, nerissimi, di un nero lucente: di fuoco.
— Bella creatura!
Per l'onorevole Parvis la «bella creatura» ha anche il merito di non occuparsi di lui, ma di Teo, e Teo, riconoscente, appena balzato di carrozza, le fa festa intorno, poi subito segue il padrone, fiutando di qua e di là, fiutando lungo le scale, nella camera, intorno ai bauli, alle valigie, sotto il letto, come per una prima ricognizione ed una presa di possesso dei luoghi e delle cose.
Le camere sono al primo piano, le finestre sono aperte e dalla strada sale un brusìo di voci fresche ed allegre, e fra tutte, più fresca, più allegra, come una risata, la voce già nota del «piccolocaaro». Il Parvis vuol restare solo e Teo deve andarsene con Prospero. Ma quando il padrone ha finito la sua toletta, prima ancora che richiami Prospero, ecco Teo, — il quale ha già imparato la strada, — precipitarsi contro l'uscio ed entrare nella camera come una bomba: Prospero, lo segue, con la faccia soddisfatta.
— Teo ha già fatte amicizie!
— C'è qualche altro cane, all'Hôtel?
— No, no! Amicizia... con una bella signorina! E Prospero accarezza la bestiola, come approvando il suo buon gusto nella scelta.
Il Parvis non dubita neppure chi sia la bella signorina. Rivede la figura bianca, gli occhioni neri sotto il grande cappellone rosa, e di nuovo sente la melodia, l'incanto del doppioa, di quelcaaro...
— Ha fatto amicizia, povero Teo!
Mentre Prospero continua ad accarezzare il fido amico, Gerardo si avvede che anche sul viso di limone del vecchio servitore, quella apparizione di donna giovane e fiorente ha gettato come un raggio di calore e di luce.
— Piccolocaaro!
Gerardo Parvis era un polemista ed un oratore violento e, certe volte, persino aggressivo. Sul terreno, in quegli anni in cui i duelli erano ancora di moda, era stato un avversario pronto e assai temibile; tuttavia nel suo carattere c'era un fondo di timidezza che pure nelle lotte della tribunaparlamentare e nelle vicende rumorose della vita pubblica non era ancora riuscito a vincere interamente. Anzi, questa sua timidezza, non scemava punto, ma, al contrario, si faceva più viva, a grado a grado che aumentavano la sua fama e la popolarità del suo nome.
Al primo presentarsi in un teatro o in una sala o in qualunque altro luogo, in mezzo alla gente, egli rimaneva un istante confuso, impacciato da tutti gli sguardi curiosi che gli si fissavano addosso. Egli doveva sempre fare uno sforzo per vincersi, per mostrarsi sicuro e disinvolto; ma questo sforzo non sempre gli riusciva e allora il Parvis nascondeva la propria timidezza sotto una apparenza seria, quasi dura, pronunciando poche parole tronche e imperiose.
Quel primo giorno, in montagna, entrando per far colazione nella grande sala, lunga, bassa e così affollata e rumorosa della locanda, egli si sentì ancor più viva e più fastidiosa l'impressione di debolezza che lo turbava e lo impacciava.
Le due lunghe tavole erano piene. Non un posto vuoto. Subito al suo presentarsi, era cessato per un istante il cicalìo e il risonare delle posate e dei cristalli; tutti gli sguardi si erano alzati e fermati sopra l'onorevole Parvis.
«Per un ex-ministro era ancora giovane! E molto elegante!... Aveva un aspetto simpatico!... — Doveva avere del talento! — Certo, per arrivare, sia pure soltanto alle «Poste e Telegrafi», di talento ce ne vuole!
Lo fissavano con ostinata curiosità anche gli occhi neri, nerissimi, della bella signorina del grande cappellone tutto bianco e tutto rosa.
Gerardo, aveva veduta l'amica di Teo, prima di guardarla; anzi, più che averla vista, l'aveva sentita.
— Che combinazione! Era lì, proprio lì, dinanzi, in faccia al suo tavolino!
Per restar solo, per non conoscere nessuno, l'onorevole aveva ordinato per sè un tavolino a parte, e glielo avevano tenuto e preparato proprio in faccia all'amica di Teo!
Il primo cameriere, in atto di grande deferenza, aspettava i suoi ordini, porgendogli la lista del giorno.
Gerardo la guardò un momento.
— Devo ordinare, invece, per sua Eccellenza, una costoletta alla milanese con patatesoufflées? Oppure un buonchateaubriand au beurre d'anchois?
— Come volete. Quello che c'è. Purchè si faccia presto!
— E vino, Eccellenza?
— Niente Eccellenza e niente vino! Soda e cognac.
Gerardo ha fra le mani laTribuna, e mentre aspetta che gli portino la colazione comincia a scorrerla lanciando occhiate in giro, senza parere.
Varie di quelle facce non gli riuscivano del tutto nuove.
— Quanta fatica dovrò fare per impedire le conoscenze, i riconoscimenti e i complimenti!
Nella sala erano ricominciate le conversazioni e a mano a mano diventavano più animate e rumorose. Le pronunzie delle varie regioni spiccavano più nettamente fra quel brusìo festevole e cerimonioso. L'accento piemontese rispondeva al toscano, il napoletano e il siciliano al milanese, e la parlata veneta rumorosa alla romana aggraziata e melodica. Ma ben chiara, scolpita, fra quelle mille voci diverse e stonate, giungeva al suo orecchio la voce fresca di quella tal signorina — l'amica di Teo.
— Piccolocaaro!
Parlava benissimo; senza tradire nessun dialetto. Doveva essere dell'alta Italia... milanese no. L'avrebbe veduta qualche volta a Milano.
— Signorina? — Perchè signorina?... — Che cosa ne sapeva Prospero? — Poteva essere benissimo anche una signora.
Gerardo, colla scusa di voltare la pagina dellaTribuna, lanciò un'altra occhiata.
— Signorina! È ancora signorina...: Pure, per essere una signorina, è molto disinvolta! Troppo disinvolta!
Seduta in mezzo a due giovanotti, che sembravano piuttosto due giovinetti, col viso sbarbato e smorto, rimpicciolito dall'abbondante e folta capigliatura, ella parlava molto, rideva molto, si moveva molto.
— Signorina, sì; ma già un po' civetta!
Ecco il cameriere colchateaubriand, l'onorevole ripone laTribuna, e intanto guarda ancora il cappellone rosa e i due vicini.
Dalle giacche bigie, larghissime, spuntavano i colli impiccati negli alti solini rigidi.
— Che caricature... Con la marca autentica dell'imbecillità fatua e pretenziosa!
— Pure, bisogna essere così per piacere alle donne!
E al Parvis, sfugge un sospiro. È forse il rammarico di essere diverso!
— Com'è più viva e radiosa lei, di quei due lì,
Pareva un caldo fiore dell'Oriente, un sole di luce, in mezzo a due candele spente!
— Eh! Se io fossi ancora giovane! Mah!... Potrò diventare presidente del Consiglio, ma giovane non lo ritorno più, pur troppo!
E l'onorevole, per la prima volta, sospira alla bella gioventù sparita, sparita per sempre, senza che egli nemmeno se ne sia accorto!
All'Abetone, le noie della celebrità furono, per fortuna, di breve durata. Quel giorno stesso all'ora di pranzo, la sua entrata nella sala non fece più voltar la testa a nessuno.
Come mai?... La bella amica di Teo è partita?
Così pensa Gerardo mettendosi a sedere, ma poi la vede al suo posto, fra i due soliti cavalierini rigidi, impettiti e angolosi, come due cavallette nell'abito di sera.
— C'è! C'è!
Ma non c'è più il cappellone!... Peccato!
Nessuna signora aveva il cappello. Gli uomini insmokingo infrak, le signore intoilette; non c'era più nella sala l'allegria espansiva della mattina; correva invece per le due lunghe tavolate un'aria compassata di grande sussiego e di musoneria.
— Peccato! Stava così bene con quel grande cappello alla moschettiera!
Mentre l'onorevole pensa al cappellone, il signor Vincenzo — il primo cameriere, — aspetta i suoi ordini.
— Date anche a me il pranzo del giorno!... Il solito della pensione.
L'inchino del signor Vincenzo si fa, involontariamente meno profondo. Tante raccomandazioni e tanto strepito per un ministro... che non ordina nemmeno unextrae beve la soda!
Bel ministro e bel Governo «da carovana!»
Il Parvis si accorge d'essere un po' in ribasso nella considerazione del signor Vincenzo e nota pure di non destare più nessuna curiosità nell'amica di Teo, la quale mangia di buon appetito e come alla mattina parla, ride, scherza... ma senza occuparsi affatto di Sua Eccellenza!
— Ha un tipo espressivo; tuttavia dev'essere una ragazza inconcludente! Come può divertirsi tanto ai discorsi di que' due scimuniti?... — Perchè sono due scimuniti!... Positivo!... — Senza cappello ci perde moltissimo! È molto meno bella; non sembra più lei!
— Desidera senape inglese, oworcester sauce! — domanda il signor Vincenzo passandogli vicino.
— Datemi ilSecoloe ilCorriere della Sera.
E fra un boccone e l'altro comincia a leggere i due giornali.
Dio, la politica!... Sembra una cosa tanto grande e non è che un pettegolezzo così piccolo! — Baruffe chiozzotte! — Invidie e gelosie, ambizione e volgarità! È l'interesse proprio, colla scusa di fare quello degli altri.
L'amica di Teo aveva però una voce ben singolare! Che voce strana! Non era forte, eppure come la si sentiva bene, anche da lontano! Che bella voce, calda, penetrante!
— Una bella voce è una gran bella cosa! Deve avere anche dello spirito, la signorina. Quelle due mummiette vive sono condotte per il naso — si vede — che è un piacere! — Come ride di gusto e come ride bene! — Sfido io a non rider bene con quei denti! Che bianchezza! È una bocca abbagliante!
— I bei denti sono una gran bella cosa! — Che età potrà avere? Non deve essere più giovanissima!...
L'onorevole Parvis l'osserva, questa volta con coraggio, attentamente.
La giovinezza trionfava in lei, in tutto il suo pieno rigoglio: ogni linea, ogni contorno era viventee fiorente, mentre il volume enorme e capriccioso dei capelli nerissimi sembrava dare alla sua carnagione un brunito di sodezza e di forza.
— E pensare che con tante belle ragazze e con tante belle donne che ci sono al mondo, io ho speso le ore migliori della mia vita con Saracco... e con Zanardelli! — Al diavolo il Governo e la politica, la Camera e il Senato! — E sua madre? — Ci sarà la mamma, certo. — Dov'è? — La vecchia gialla che le sta di faccia? — No! No!... Non le somiglia affatto! Più che altro, ha l'aria di essere un'istitutrice. — Ad ogni modo, madre o istitutrice, perchè non le sta accanto? Una ragazza seduta in mezzo a due giovanotti, che le fanno la corte... Come sono cambiati i costumi e gli usi del mondo! A' miei tempi...
Ma a questo punto, mentre l'onorevole Parvis, occupato da così gravi pensieri, si serve distrattamente dell'arrosto e dell'insalata, è richiamato d'improvviso alle piccole realtà della vita e dell'Abetone da una gravissima disobbedienza commessa da Teo.
... Com'è stufo il povero Teo di passeggiare su e giù dinanzi alla locanda, legato e tenuto al guinzaglio dal vecchio Prospero! Ogni tanto dàuna grande strappata e tenta di mordere il laccio. Peggio ancora quando passa vicino al portone dell'albergo: si ferma, puntando le quattro zampe, s'allunga prodigiosamente. Ma non c'è verso! — Prospero continua passo passo, trascinandoselo dietro inesorabile e muto come il destino.
Teo si arrabbia, brontola riottoso, ma intanto medita il colpo, e sta attento.
Un po' innanzi, passato l'albergo, la valle si apre spaziosa e libera, tutta verde di abeti; e in fondo alta, nuda, rocciosa la vetta del monte Cimone prende, in quell'ora del crepuscolo estivo e dopo l'ultima doratura infocata del sole, una tinta arancia, poi violacea, poi quasi rosea, in sullo sfondo, limpido e terso, del cielo azzurrino.
La giornata non era stata mai tanto bella, nè il tramonto tanto maraviglioso. Prospero contempla a bocca aperta, e Teo, che lo vede in estasi, non perde l'occasione: una terribile strappata e via come una saetta! Infila la porta dell'albergo, infila l'uscio della sala da pranzo e sempre a tutta carriera e sempre tirandosi dietro il guinzaglio passa sotto le tavole, fra le gambe della gente, fra le sottane delle signore, fiutando, annusando,frugando di qua e di là, in cerca del padrone di cui sente l'odore, ma non trova ancora la traccia.
Il monotono sussiego dellatable d'hôteè rotto come per incanto: due vecchie inglesi — detestate alla lor volta dai villeggianti, per l'odio che portano alla sigaretta — si alzano spaventate e inorridite, sbattendo i tovaglioli per difendersi. Teo, credendo l'atto uno scherzo e un incitamento, corre loro addosso saltando e abbaiando. Tutti ridono e molti gridano per far del chiasso.
— Teo! Qui! Teo!...
— Piccolocaaro! — esclama l'amica, colla sua voce più languida e più tenera e con un accento di ammirazione e di protezione.
—Caaro! Caaro!Piccolocaaro!
— Teo! Teo! — L'onorevole è furioso. Quelpiccolo caarogli rimescola il sangue più dell'ira ridicola delle due vecchie inglesi.
— Teo! Qui! Subito!
Teo comprende al tono che non è il momento di scherzare. Prima si rimpiatta sotto la tavola, poi esce fuori quatto quatto, tutto basso, tutto lungo, tutto storto, la coda fra le gambe e sbirciando il padrone.
Gerardo afferra il guinzaglio e di colpo, sollevandolo mezzo da terra, lancia il povero Teo frale gambe di Prospero che aspettava timoroso sull'uscio e che a sua volta acchiappa il cane e scompare.
— Poveropiiccolo... Che cattiveria!
L'onorevole sente appena queste parole volare nell'aria, sente il lamento, il rimprovero che gli è diretto e torna a sedere al suo tavolino con una faccia così seria e torva, come se non si trovasse dinanzi ai quarti di un pollo arrosto, ma di fronte ad una schiera di ostruzionisti!
Passata la collera, gli resta in corpo la stizza. Va presto su, nella sua stanza per dormire. Lo ha preso la stanchezza delle due notti passate in ferrovia e più ancora dell'aria diversa della montagna. Ma prima di coricarsi, dà una lavata di testa sonora, al povero Prospero, che lascia passare la burrasca senza fiatare e questa volta senza metter muso, perchè riconosce il proprio torto.
— Dov'è quella bestiaccia maledetta?
— Lì.
Prospero indica una poltrona in fondo alla camera sulla quale c'è una coperta e sulla coperta Teo, raggomitolato, ma che è stato attento, senza parere, a tutta la grande sfuriata.
— Se lo fai un'altra volta! Se vieni in sala un'altra volta, stai fresco! — E Gerardo, che ormais'è sfogato, alza ancora la mano, ma nell'atto, più che una minaccia, c'è adesso un invito... Teo non si muove: gli occhi bassi, socchiusi, guardano da un'altra parte; invece di Prospero è lui, questa volta, che tiene il muso al padrone.
— Bravo Teo! Hai più fierezza e più carattere di molti miei colleghi!
Gerardo, ridendo, si avvicina al povero Teo per accarezzarlo e far la pace, ma a un tratto si ferma sospeso e sorpreso...
Dalla sala terrena dellaSuccursaledi faccia — la sala dell'albergo riservata al ballo, alla musica e alla conversazione — dopo i primi accordi incerti del pianoforte, si è levata e sale nell'aria una bella voce di soprano, limpida e squillante, un canto largo e pieno che riempie tutta la strada e tutta la valle.
È una romanza del Massenet che ripete ad ogni ritornello in tutti i toni, con tutte le cadenze, e con l'estasi più appassionata le parole:Je t'adoore!...
— È la signorina! — borbotta Prospero vedendo il padrone come incantato.
— Quale signorina?
— Quella del Teo!
Non c'era dubbio: i dueoodelt'adoore, avevanola stessa intonazione dei dueaadel «piccolocaaro!»
— È una signorina di famiglia molto nobile; ma vuol darsi al teatro lo stesso, perchè non ha più nè padre, nè madre e ha pochi soldi.
— Come lo sai?... Chi te l'ha detto?
— La signora Clotilde.
— E chi è questa signora Clotilde?
— La cameriera della signorina. Siamo vicini di tavola. — La signorina è una marchesa. Marchesa D'Albaro di Genova.
Gerardo fissa il servitore stupito.
... Oh bella! Quella mutria taciturna del signor Prospero che all'Abetone diventa loquace e pettegolo!
L'onorevole Parvis non dormì bene quella prima notte; anzi, non dormì affatto. Era troppo stanco e troppo agitato. E poi non era ancora abituato all'aria, al clima, alla montagna alta.
Non potendo dormire, era rimasto tutta notte in preda al «Je t'adoore!», anche dopo che la marchesina D'Albaro, ricevuta una duplice salvadi applausi, si era ritirata con la sua istitutrice ed era andata a dormire.
Il Parvis aveva sentito i complimenti che le erano stati fatti giù in strada, i saluti e il ricambio della buona notte.
— Al teatro!... Sarebbe andata a finir male!
L'onorevole Parvis, che in vita sua era stato assai poco a teatro e che non era forse mai salito sopra un palcoscenico, aveva tutti i pregiudizi comuni a chi vede da lontano le quinte e i camerini.
— Sola e libera? Sul teatro!
Gerardo era contrariato e indispettito. L'onda di simpatia era svanita. Egli, ad un tratto, provava quasi del risentimento contro la marchesina. E lì, nel buio, dallaGildaallaTosca, tutte le eroine delle poche opere che ricordava, gli passavano innanzi nella loro posa più provocante... ma tutte col viso, colla bocca e con gli occhi della giovane e bella amica di Teo.
— Farà certo fortuna con quella sua bellezza! E anche con quell'espressione che sa dare alcaaroe al «Je t'adoore!».
— Auf!... Non si può dormire all'Abetone!...
Era venuto per godere il fresco e invece soffriva un caldo, un'afa, che gli mettevano la smania addosso!
— Che letto incomodo!... E quanta gente antipatica, odiosa!
Ma a lui che cosa importava della gente? Era venuto all'Abetone per passeggiare e per riposare con la testa e con lo spirito. Avrebbe fatto una vita assolutamente solitaria. Poi aveva tante cose da leggere e tante lettere e tanti articoli da scrivere!
— Non voglio conoscere nessuno e non voglio parlare con nessuno. Lunghe escursioni, faticare tanto da poter dormire e poi a tavolino!... E se qui non mi sentirò sicuro, cambierò locanda... e se occorre, anche paese!
La mattina dopo, si alza prestissimo, gira nel bosco per un paio d'ore e poi, evitando la gente, ritorna all'albergo e sale in camera sua, dove trova Teo che gli fa quattro salti e una corsa in giro, ma che torna subito ad accucciolarsi, avvolgendosi in sè stesso sulla poltrona.
— Ha sonno! È stanco, povero piccolo!...
Gerardo non s'è accorto di chiamarlo piccolo, «povero piccolo» come l'ha chiamato la signorina del cappellone.
— Povero piccolo!... Tu dormi ed io mi metto a lavorare.
Infatti, siede al tavolino e comincia il suo primo articolo alDaily Express.
Ma quando si dorme male, non si può poi scrivere bene. È impossibile! — L'onorevole Parvis quella mattina non è di lena.
... E il pianoforte dellaSuccursaleche non tace mai!
— È un'ira di Dio!... È proprio la terra dei suoni e dei canti, l'Abetone!
Ma non sono gli accordi della sera innanzi! Non sono gli accordi della romanza di Massenet; non è ilJe t'adoore!
Il Parvis resta per una buona mezz'ora assorto e pensoso... e la carta che ha dinanzi, per quella mattina, rimane bianca e intatta.
— Andiamo, Teo! Andiamo a fare un'altra passeggiata! L'articolo alDaily Expresslo scriveremo dopo colazione.
Si era di piena estate, eppure lassù si respirava un'aria fresca di primavera! Il verde ancora tenue sotto il verde carico e cupo dei vecchi abeti; nei prati le margherite e ivergiss, nelle rive ombrose fra il murmure del rio e lo spionciare delle cingallegre, le violette e le fragole. La primavera! La primavera!
Come consola gli occhi, come accarezza il viso e penetra nel sangue ed anche nel cuore con un infinito e dolce benessere!
— Mi sento più giovane in montagna! — Andiamo Teo! Andiamo a fare una bella passeggiata! Siam qui per riposare e non per lavorare! Ci divertiremo, mangeremo di buon appetito e ci faremo buona compagnia!... Noi soli, sempre soli!... E tu, bravo Teo, sta attento e fa la guardia! Se vedi un seccatore da lontano, abbaia! E se ti viene vicino, ringhia e mordi! Qui non sei costretto a portare la museruola; all'occorrenza approfittane!
Teo, che ha ascoltato il lungo discorso, standosene attento con una gamba davanti ripiegata e sospesa, con la testa inclinata da un lato, alzando, allargando le orecchie, fissando, dilatando le pupille, fa un atto di assenso con un piccolo starnuto e via come il vento, giù dalle scale, guaiolando prima, non di dolore ma di gioia, e poi fuori all'aperto, innalzando lui pure il suo inno alla primavera e alla montagna con festevoli latrati che echeggiano risonanti nel silenzio della valle!
Ma in quanto al non fare conoscenze, il signor Matteo è di tutt'altro avviso e di tutt'altri gusti dell'onorevole Parvis! All'Abetone lui vuol vivere nel bel mondo, giuocare con tutti, divertirsi con tutti! E specialmente con le signore! Quando nevede una in distanza si acquatta, prima, allungandosi e poi prende la corsa saltandole addosso.
— Teo! Qui, Teo!
Il grande stradone fiancheggiato dagli abeti comincia a popolarsi. Dai boschi spuntano le signore nelle bianchetoilettesmattinali, circondate, seguìte dagli eleganti cavalieri. E Teo, ormai reso popolare dalla scena del giorno innanzi con le due vecchie stizzose, riceve da tutti saluti e carezze, che gli sono prodigate anche per ingraziarsi il padrone.
— Teo! Qui!... Teo!
Teo si volta un momento con la testa, sbatte le orecchione ricadenti come foglie di lattuga appassita, e poi di nuovo salti, giravolte, cerimonie, di qua e di là, con tutti quelli che incontra, purchè sia gente ben vestita.
A un certo punto, dove la strada si biforca nel bosco, l'occhio di Gerardo si fa torbido, il viso accigliato:
— Teo! Qui! Teo!
Ha visto sbucare dal verde folto il grande cappellone a trine bianche e a nastri rosa, seguìto dai due soliti giovinotti o giovinetti, vestiti pure di chiaro, il berretto bigio, e con in mano le racchette e la reticella, con le palle deltennis.
— Teo! Qui! Teo!
Ma che!... Teo si è già abbassato, allungato e all'invito di un —piccolo caaro! caaro! caaro!— si precipita incontro alla sua amica del dì innanzi, le salta addosso, riesce a leccarle la faccia, poi, sempre di corsa, torna indietro a far festa al padrone, e poi di nuovo alla signorina, e poi di nuovo, al padrone, come per far capire all'una e all'altro che ormai devono essere amici tutti e tre!
La bella marchesina saluta l'onorevole Parvis con un cenno grazioso e signorile del capo: i due giovanotti o giovanetti si fermano a due passi di distanza, diritti, come due aiutanti di campo, scoprendosi rispettosamente.
Non c'è verso! L'onorevole deve salutare, deve fermarsi, deve parlare...
— È una grande seccatura questa mia bestiola! Si permette troppe confidenze, e si prende troppe libertà!...
— È tantocaaro!
— Il mio servitore... È stata un'idea infelice del mio servitore, quella di tirarselo dietro, fin quassù! Giù! Fermo! Bestiaccia sconveniente!
— Teo, una bestiaccia?! Oh, poveropiiccolo!
Teo, con il petto giallo sporgente e le gambetteanteriori puntate ad arco, scrolla la testa e starnuta di nuovo con l'atto di dire anche lui di no, che non è una bestiaccia.
— È carino, carino, carino! È untesooro, lui; è unamoore! Soltanto l'intelligenza che ha dimostrato ieri sera!
— Già, interloquisce uno dei due pallidi cavalieri. Quando voleva mangiare il naso a miss Kean e a mrs Brand!
La marchesina ride, con tutti i suoi bei denti luccicanti e chinandosi e tenendo Teo per le zampe gli scocca due bacioni sulla grossa testa di raso.
—Caaro! Caaro! Tesooro!
Gerardo ha un barbaglio agli occhi e sente una scossa in tutto il corpo: il barbaglio di quella bocca, di quei capelli.... Ha la scossa dei due baci sonanti.
Si parla del tempo, del fresco, del buon odore di resina.
— Ritorna all'albergo, marchesina?
— Vicino all'albergo, altennis. Facciamo due ore ditennistutti i giorni, prima di colazione. Lei giuoca altennis?
— Giuocavo!...
L'onorevole Parvis, guardando la marchesina,mette involontariamente un sospiro, un rimpianto in quel verbo giuocare al tempo passato.
La marchesina è molto intelligente, coglie al volo la mesta intonazione.
— Adesso, non giuoca più?... È naturale! A Roma! La Camera! Tante occupazioni! Tantolavooro! Ma qui vorrà ben riposare un po'! Farà qualche partita con noi? Accetta una sfida?
E si volge, senza aspettare risposta, ai due giovinotti rimasti fermi, impalati e li chiama per presentarli:
— Se permette, Eccellenza....
— Non sono più un'Eccellenza!
— Come devo dire, allora?... Onorevole?... Se permette, onorevole, le presento il conte Annibale e il conte Cesare Mattioli, miei cugini.
L'onorevole Parvis saluta l'uno e l'altro, con una stretta di mano, e tutti insieme ritornano fin al campo deltennis, che è giù, basso, in una conca verde, proprio sotto l'albergo.
L'onorevole cammina al fianco della marchesina D'Albaro, con Teo che gli passa fra le gambe: Cesare e Annibale, che non hanno dei due grandi conquistatori altro che il nome, rimangono dietro, sempre a due passi di distanza.
La marchesina parla e fa ammirare il paesaggio:l'onorevole tace e ammira la marchesina. — Come sa essere amabile e vivace, pur rimanendo sempre... bambina! Non è civetteria, è schiettezza, è naturalezza giovanile la sua!... Ha bandite — si vede — tutte le stupide formalità, tutte le ipocrisie del suo ambiente, ma per altro, ne conserva tutta la grazia signorile. È proprio «marchesina» fino alla punta dei capelli! — Che capelli meravigliosi!... E che occhi! Neri, neri, nerissimi! Da perdervi dentro, l'anima e il corpo!
— Teo, Teo! Finiamola!
Teo diventava troppo insopportabile!... Aveva visto da lontano le due vecchie quacquere, e s'era messo a correre per saltar loro addosso!
— Teo, qui!
Teo si ferma sulle tre gambe: dall'aria birichina, lo si vede, non c'è da fidarsi! La bella fanciulla, ridendo, lo piglia in braccio, accarezzandolo e baciandolo di nuovo, finchè le due vecchie non sono sparite.
— Caro, caro,caaro!
Gerardo ne è ormai più che persuaso: bisogna rinunziare, da quel momento, ad ogni speranza di solitudine, ad ogni proposito di non voler fare conoscenze. La signorina D'Albaro, prima ancora di arrivare altennis, è circondata da una frottadi villeggianti, che approfittano dell'occasione per essere presentati all'onorevole. Molti, anzi, dichiarano di averlo già visto, già conosciuto altre volte e citano luoghi, date, particolari.
Di qualcuno, il Parvis si ricorda davvero: di un vecchio generale, fra gli altri: il generale Bonferreri, messo da parecchi anni in posizione ausiliaria dalla gotta e dai reumatismi.
Addio solitudine! Addio quiete! Addio pace!
Giunti vicino altennis, la marchesina ripete l'invito: il Parvis crolla il capo, ringraziandola con un inchino.
— Oggi no? Proprio no?... Ma domani?... Domani sì?... Promette?
— Giuocare altennis? Io?... Ma io non sono più un giovanotto! Sono vecchio, marchesina!
— Vecchio?Leei!
Quantie, in quellei! E tutti, uno più delizioso dell'altro!
— Bella ragazza! — esclama il generale Bonferreri, rimasto solo coll'onorevole. L'onorevole lo guarda: il generale, lungo lungo, secco secco, un po' dondolante sulle gambe malferme, ha i capelli e i grossi baffi d'un bianco d'argento, che dànno risalto al rosso vivo della faccia. Quell'ammirazioneper la marchesina è tutta paterna. — Bella ragazza... e buona! Le piace scherzare, divertirsi, ma non c'è nulla da dire sul conto suo!
Il Parvis ha uno slancio di simpatia per il generale e lo piglia sotto braccio... senza appoggiarsi troppo.
— Quando l'avete conosciuta, onorevole?
— Stamattina; un momento fa. È stato Teo a presentarmi.
— La signorina D'Albaro viene all'Abetone tutti gli anni. Conosce tutti! Qui, è come un po' la padroncina di casa.
— Ed è... sola?
— La signora De Paolis, la sua antica governante o istitutrice, adesso è la sua dama di compagnia. Bisogna sentirla cantare! Come canta! È una Patti! Una Stoltz!
— La signora De Paolis?
— No, che! La marchesina Sofia! La faremo cantare! Sentirete!... Una voce! Un talento! Straordinario! Ha intenzione di darsi al teatro e farà bene.
— Farà male. Giovane, bella e sola.
— Non c'è pericolo! È una donnina piena di giudizio! Saprebbe tener testa a un reggimento! Oh, sono molti anni che la conosco. E poi è d'uncarattere calmo, freddo, positivo. Sapete come la chiamo io, per farla arrabbiare?...Notte di gelo!E poi, per farla ridere,la casta diva!
Così discorrendo, sono giunti, passo passo, fin sulla soglia dell'albergo. L'onorevole Parvis, salutando il generale, gli stringe la mano con grande e sentita effusione.
— Sono contento, contentissimo di avervi trovato quassù, caro generale! Spero che ci vedremo spesso e ci faremo buona compagnia.
... Che mattina deliziosa! Che aria balsamica!
Il Parvis, messo di buon umore dall'aria e dal cielo, fa le scale cantarellando. Appena in camera, chiude la finestra in faccia allaSuccursale, — vi entrava troppo sole, — e apre l'altra di fianco, dalla quale si domina tutta la vallata e si vede, proprio, sotto, il giuoco deltennis.
Egli rimane a lungo alla finestra, ma tenendosi nascosto dietro le persiane.
— Che bel verde! Che bel cielo limpido! E che fragranza, che buon odore di pino!
Teo, visto che il padrone non si occupa di lui, è sparito. È andato in cerca di Prospero e della colazione.