V.In due o tre giorni, Gerardo Parvis ha fatto conoscenza con tutti gli abitanti di Boscolungo.— Buona gente, in fondo; abbastanza simpatica!Gli dimostrano molta deferenza, molta stima e molta ammirazione; tutte cose che in faccia alla marchesina D'Albaro lusingano il suo amor proprio e la sua vanità. Ma non fa il grand'uomo per ciò; non sta in sussiego. È semplice, alla mano; è allegro e pieno di brio. Si diverte sopratutto a punzecchiare, come fa il generale, la marchesina Sofia.— Sofia!... Che bel nome!Ha preso passione alla musica — proprio lui, l'onorevole Parvis, — che non ne capisce niente! È vero, tuttavia, che Massenet non è Wagner... e che si finisce sempre colla romanza del Massenet:Je t'adoore!Questa romanza, adesso, la marchesina la canta soltanto per l'onorevole e cantandola, lo guarda, lo fissa co' suoi occhi neri, neri, nerissimi...Je t'adoore!Finita la romanza, mentre il pubblico applaude,la marchesina si avvicina all'onorevole Parvis e sorridendo con dolcezza, con soavità, con bontà, gli domanda sempre:— È contento, signor Parvis?Il Parvis risponde:— Sì, grazie... — e rimane incantato ed esitante, e studia e pensa per ben capire il significato di quella bontà, di quella soavità...— Giudizio, Gerardo mio! Giudizio! Potresti essere suo padre! Domani, niente passeggiata! Scenderò soltanto a colazione e forse nemmeno a colazione! Ho da lavorare; ho da rispondere a un mucchio di lettere.E mantiene la parola data a sè stesso. Il giorno dopo, appena alzato, si mette subito al lavoro. Teo, che vuol uscire, gli annaspa con le zampe contro le gambe. Gerardo gli tira un po' le orecchie accarezzandolo e lo manda a passeggiare con Prospero.— Giudizio! Giudizio! Non bisogna perdere la testa! Posso essere suo padre!Se avesse una figliuola così bella e così buona, come le vorrebbe bene! E se ci fosse ancora la povera Flaviana, come ne sarebbe gelosa!— Povera Flaviana, non ci sei più, proprio più!Lavora, lavora in fretta, e per un po' di tempo riesce a non pensare ad altro. In un paio d'ore risponde a tutte le lettere e comincia a scrivere alDaily Express, quando, a un tratto, sente bussare...— Toc, toc, toc...Si volta: è Teo, sulla soglia, che dimenando la coda, la batte contro l'uscio.— Toc, toc, toc...— Teo!... vieni qui! Teo!Ma Teo, accertatosi che il padrone è ancora lì, in camera, che non è andato via, invece di entrare sparisce di nuovo, e dopo un momento lo si sente abbaiare giù, dietro l'albergo.Il Parvis va alla finestra:— Eccolo là, il cappellone rosa!La marchesina giuocava altennise Teo, abbaiando, correva dietro alle palle. La marchesina vede l'onorevole alla finestra:— Basta! Non si lavora più! Venga giù! Venga a sgridare il suo Teo!... Non ci lascia giuocare!Gerardo scende di corsa e poi, quando la partita è finita e gli altri si fermano a raccogliere le palle e le racchette, egli invita la marchesina a fare «due passi» nel bosco, all'ombra, come raccomanda l'igiene. Teo li segue, dando la caccia ai grilli e alle cavallette.— Com'è accesa in volto! Com'è riscaldata!... Si stanca troppo!— Non è vero! Mi sento così bene! — Ho forse brutta cera?La marchesina lo guarda sorridendo; sa anche troppo di averla buonissima la cera!— Io ho diritto di farle la predica, signorina!— Perchè... diritto?— Perchè... potrei essere suo padre!— Avrei un papà giovane e un bel papà!— Le farebbe piacere... se io fossi suo padre?—Moolto!Quanta tenerezza e quanta grazia! La marchesina Sofia guarda fissa negli occhi l'onorevole ed è lui questa volta, il forte parlamentare, che abbassa i suoi.Lì presso, c'è un piccolo muricciuolo.— Mi siedo qui. Permette, signor papà?— Si copra; se piglia freddo le farà male. Si metta la giacca.— Obbedisco... papà!Il Parvis resta in piedi e Teo si allunga annaspando contro la veste della marchesina per farsi accarezzare.— Mi dica proprio la verità, marchesina.— La dico sempre la verità,Gerardo esita, poi dopo un momento ripiglia con un leggero tremito nella voce:— Ha veramente l'intenzione di darsi al teatro?La marchesina lo guarda un istante, poi abbassa a sua volta gli occhi e ha un lampo di rossore che le corre fin sulla fronte.— Risponda... Sia buona... Risponda...— Adesso... non l'ho più.Il cuore dell'onorevole batte violentemente.— È molto tempo che non l'ha più?La marchesina lo guarda... abbassa ancora gli occhi e risponde di «no», ma soltanto con un cenno del capo.Rimangono tutti e due silenziosi, poi è lei, la prima a parlare:— Che ora è?— Le undici e mezzo.— Bisogna ritornare, o facciamo troppo tardi per la colazione.— Ritorniamo.E di nuovo, per quasi tutta la strada, non parlano più nè l'uno, nè l'altra: sembrano solo intenti a guardare Teo, che ha ripresa la sua caccia facendo dei piccoli saltetti graziosi e comicissimi.Gerardo Parvis pensa alle ultime parole, soprattuttoa quell'ultimonodella marchesina: questa, invece, deve avere tutt'altro in mente, perchè giunta vicino all'albergo esclama con un sospiro:— All'Abetone, però, c'è un grande inconveniente: la posta una volta sola al giorno... e non arriva mai!VI.Il generale Bonferreri, che i veneti della colonia chiamavano «general gambe de pano,» se appunto stava male in gambe, era altrettanto forte anzi duro di testa. Di solito, non gli venivano in mente più di due idee all'anno, una d'estate e l'altra d'inverno, ma poi l'idea gli restava dentro fissa, come un chiodo nel muro, per tutta la stagione. In quell'anno, a Boscolungo, l'idea estiva era il matrimonio dell'onorevole Parvis con la marchesina D'Albaro: due bei nomi, uno vecchio e uno nuovo, — per tutti i gusti, — e anche due belle persone. C'era, evidentemente, molta simpatia, perchè si trovavano insieme spesso e volentieri... — Lui sembrava appassionato per la musica, lei... per i cani. — Dunque, un bel matrimonio!... Un bellissimo matrimonio!Pensandoci sopra, queste nozze sarebbero state appunto convenientissime, almeno per il generale, sotto tutti gli aspetti. Egli era un vecchio amico della marchesina e all'Abetone avrebbe avuto campo di diventarlo anche dell'onorevole. Lui pure, il generale, — perchè no! — si sarebbe stabilito a Milano. Sarebbe andato in villa da Parvis a passare l'autunno; poi in città, in casa Parvis, a pranzare la domenica... e qualche altro giorno della settimana. A teatro, avrebbe avuto il palchetto dei Parvis dove avrebbe fatto da cavaliere alla marchesa... cioè a donna Sofia, quando l'onorevole sarebbe stato a Roma.— Sì! sì! Il matrimonio è più che conveniente, è necessario!Oramai «Gambe de pano» sente il bisogno di avere una famiglia... altrui.Egli comincia col decantare e col far ammirare la ragazza all'onorevole, come fosse «un puro sangue» di cui volesse proporre l'acquisto.— Guardate, onorevole, che bella incollatura.— Bellissima!— Che portamento superbo!... E cheginger! Ma nello stesso tempo di bocca gentile! Garantisco: parola d'onore! Niente morso, niente briglie! Si lascia guidare con un filo di seta rosa!Nella foga dell'entusiasmo, «Gambe de pano» sa trovare anche l'immagine poetica; ma pure, non perde tempo in chiacchiere e viene subito e diritto all'assalto.Sono otto giorni, in punto, da che il Parvis è arrivato all'Abetone. È appena finito il pranzo e passeggia su e giù col Bonferreri dinanzi allaSuccursale. La sera è dolce e tepida: una di quelle due tre sere primaverili, che l'Agosto concede alla montagna. La luna immobile — inonda l'etere — e dall'orizzonte pallido e luminoso la catena dei monti e il profilo frastagliato della pineta sembrano avvicinarsi, sembrano unirsi in un'intimità consapevole ed affettuosa.Ma Gerardo non vede nè la luna d'argento, nè le stelle d'oro, nè il cielo bianco, nè la terra nera. Sofia canta; egli non vede: ascolta. La sua anima e i suoi sensi provano il fascino, il languore di tutti gliooodelJe t'adooore!— Onorevole, una buona idea.Il Parvis ha una scossa.— Voi, generale?... Sentiamo.— Dovete prender moglie.— Prendere moglie?— Penso io a tutto!— Grazie; troppo buono, generale. Trovatemi intanto la moglie, poi ne discorreremo.— Già trovata.Il Parvis si ferma serio, inquieto.— E... sarebbe?— La...casta diva.Gerardo aspettava il colpo e però risponde ancora più arrabbiato, con un'alzata di spalle.— Diventate matto!Ma l'altro replica spiccando le sillabe:—La ca-sta di-va!Ed è davvero una creatura da far diventare matti! Vorrei esser in voi per una cosa sola, garantisco: per sposarla io!— Scherzate; avete voglia di scherzare!— Che cosa c'è di strano? La ragazza vi piace. Non negatelo,vi piace molto: si vede ad occhio nudo.Il canto è cessato: vien gente in istrada.— Parlate sottovoce!— E voi... — Gerardo sente i baffoni bianchi ed ispidi del generale che gli sfiorano l'orecchio: — e voi, piacete a lei.— Basta! Cambiamo discorso!— Vi guarda in un certo modo!... Quando voi la punzecchiate finge di arrabbiarsi, ma le ridono gli occhi! E poi, volete una prova? In tanti anni non è mai andata sola a passeggiare, con nessuno, e con voi sì.— Due volte!— Come ve ne ricordate! — Il generale molto soddisfatto di poter cogliere in trappola un'Eccellenza, scoppia in una risata rumorosa.Gerardo diventa ancora più serio, quasi torvo vuol mettere fine allo scherzo.— Se è venuta a passeggiare con me... lo poteva fare. Non sono più un ragazzo. Potrei essere suo padre.Il generale si scosta un attimo fissandolo attentamente con l'aria di fare una stima.— Quanti anni avete?— Sono... dopo i quaranta, da un pezzo.— L'uomo, fino a che non ne ha cinquanta, e molte volte anche dopo, ne ha sempre quaranta.— Sia pure; ma la signorina D'Albaro ne avrà venti, ventidue! Quanti ne ha, generale?— Ventidue che vanno per i ventitrè. È più vecchia lei, come ragazza, di voi, come ex-ministro. L'età è relativa, secondo la condizione dell'individuo. Mettete in capo a un uomo di quarant'anni un berretto da capitano e avrete un vecchio obeso: metteteci quello coi distintivi di colonnello e avrete un uomo fresco e vegeto.— E allora voi, che siete... generale? — Il Parvis comincia quasi a divertirsi agli aforismidell'amico. Ma «Gambe de pano» risponde con un doloroso sospiro:— Vicino ai sessanta, si hanno sempre più anni, in realtà, di quelli che si dimostrano!A questo punto, quasi conferma dell'asserzione, il Bonferreri ha una specie di traballamento. È Teo, il signor Teo, che gli è piombato addosso improvvisamente, con tutto l'impeto.—Saper...lotte! Fermo... Giù!Ma Teo, invece di quietarsi, continua con le feste e con i salti indiavolati.Il generale rinuncerebbe assai volentieri a tante e così affettuose espansioni. Le zampe del cane gli insudiciano le falde del soprabito nero; un nero un po' lustro, che tradisce la pensione.— Grazie, caro; grazie! Adesso basta! Basta complimenti!Teo spicca un altro salto: gli strappa quasi un bottone della sottoveste.— Giù... E finiamola!Alla voce minacciosa del padrone, Teo si acquatta, sbirciandolo di soppiatto, mentre, per rabbonirlo, gli passa fra le gambe scodinzolando.— Dove siete stato finora? — Prospero dov'è?Teo gli esce di fra le gambe, allungandosi, strisciando, terra terra.— Dove siete stato?Teo si torce e si avvoltola rimanendo diritto, disteso sul dorso, con le gambette corte, ripiegate.— Rispondete! Si risponde! Dove siete stato?Teo si raddrizza, si alza, squassa le orecchie, e allunga e spinge il musetto contro il padrone: gli risponde come può, in tutti i modi, sforzandosi quasi per trovare la parola che non ha.Ma intanto ecco Prospero che sopraggiunge. Prospero minaccioso a sua volta, e in atto d'accusatore. Teo corre di nuovo a mettersi vicino al padrone e lo guarda.— Perchè non lo tieni con te, questo cane?Prospero mastica una mezza frase che non si capisce, poi conclude più intelligibilmente:— CercaMimì; scappa.— Chi è questaMimì?Il vecchio resta muto un momento: si ode il leggero tintinnìo di una piccola bubbolina. Teo rizza il muso, fissa gli occhi, gli si gonfiano le orecchie.— Eccola là!Una bestiola bigia, arruffata, tonda tonda, mezzo cane e mezzo gatto, con un grande collarone d'argento, esce in quel punto dall'albergo: per un tratto di strada, fin che dura la luce dei lampioni,la si vede camminare di sghembo su tre gambe, che sembrano due, dietro una vecchia americana.La brutta bestiola èMimì: Teo la fissa, ritto, immobile, finchè può vederla; poi quando sparisce nel buio, via come un lampo per raggiungereMimì.— Teo! Teo! Teo! Qui Teo! — grida Prospero, mettendosi egli pure a correre.Si diffonde rapidamente la grande notizia: Teo è innamorato, innamoratissimo diMimì, arrivata quel giorno stesso da Cutigliano.—Caaroil suo Teo! Com'è facilmente infiammabile!Caaro!— È la marchesina che si affaccia ad un tratto sulla soglia dellasuccursale.È imbacuccata in un mantello rosso e sotto il riverbero del lampione appare in un contrasto fantastico di luci e di ombre. Che bel diavoletto con quei capelli neri, con quegli occhi neri, fiammeggianti! Più bello di qualunque angelo biondo!— Ancora non ha finito il suo sigaro?Sofia, sorridendo, guarda il Parvis e lo fissa sicura: il Parvis, invece, non può sostenere quello sguardo; è intimidito per il discorso di poco prima del generale.— Eravamo qui... intenti a sentirla cantare!— Lo sapevo; e per farle piacere ho cantato la sua romanza!La bella fanciulla risponde forte, persino un po' ardita.L'onorevole ha la voce bassa e alterata.— Venga con noi! Venga a giuocare! Miss Kean e Mrs Brand sono partite! La sigaretta è permessa e, se vuole... anche il sigaro! Faremo un'eccezione per lei! Ma venga a giuocare! Giuoco anch'io stasera, perchè lachouetteè a scopo di beneficenza!— Cioè?— Si fa così: chi perde perde e la vincita è destinata al povero burattinaio di Boscolungo. È il solito che viene quassù tutti gli anni. Pensi, gli è appena morta la moglie. È rimasto solo con tre figliuoli. Una ragazzina di dodici anni, con un visino pallido pallido, tanto intelligente, e due bimbi piccini piccini, biondibioondi, dueamooridipiiccoli, duetenerezze caare...L'onorevole attratto da tante vocali d'oro segue la marchesina nella sala dove si giuoca, disposto a perdere tutto il suo patrimonio, se occorre... e anche la testa per sopramercato. La marchesina è allegra e felice: per amore del burattinaio, suo protetto, si fa un giuoco d'inferno e Sua Eccellenza perde più di tutti e con grande piacere. Sofia lo ha voluto accanto, al tavolino di giuoco, e gli rideproprio sotto il naso, con quei denti bianchi, e con quella bocca da baci. Lo guarda, lo fissa, e gli dice tante cose, col solo guardarlo: sono risposte, osservazioni, arguzie, che si riferiscono a questo, o a quello, alla parsimonia del generale, alla goffa prodigalità di Cesare e di Annibale, gelosi l'uno dell'altro, e che, pare, cominciano ad esserlo un po' tutti e due, di Sua Eccellenza.Il Parvis è beato; si diverte a stuzzicare la marchesina, ma il frizzo non punge e gli occhi rimangono incatenati.Una volta, nel passarle il mazzo delle carte, irresistibilmente le stringe la mano, ed ella risponde alla sua stretta guardandolo calma, tranquilla.Intanto, c'è chi fa la proposta di una rappresentazione del burattinaio dinanzi all'albergo. La proposta è accolta con entusiasmo e subito Sofia invita l'onorevole ad essere il suo compagno di questua.Gerardo starebbe ancora più volontieri lì, accanto alla marchesina e sarebbe completamente felice se lì, non ci fosse anche il generale. Ma il buon vecchio è distratto, indifferente. Lanciata la bomba, «Gambe de pano» spiega una straordinaria diplomazia.E la marchesina?Gerardo non capisce più niente: tanta amabilità, tanta confidenza, tanta simpatia? E insieme tanta sicurezza?Ingenuità o civetteria? Che cos'è? Cos'è? Ma che cos'è?... Fosse vero?... Davvero una grande simpatia... per lui?Quella stretta di mano in risposta alla sua?... Che cosa ha voluto esprimere quella stretta di mano?L'ex ministro, mentre è beato, lì, vicino a Sofia, mentre non darebbe quel posto per nessun altro, neppure a capo del Ministero, si sfoga fra sè in buoni proponimenti.— Bisogna usare prudenza; bisogna lavorare, rimanere in camera tutto il mattino, tutto il giorno, per non compromettersi, per non compromettere la marchesina, per evitare le chiacchiere, i pettegolezzi, i commenti! — Pensa persino di partire!— Sì, se il generale torna da capo con quel discorso stupido, si fanno i bauli e si parte! — Ma intanto che matura in mente così fieri propositi non si accorge di dare importanza al più piccolo atto di Sofia, ad ogni sua parola, ad ogni suo sguardo, a tutto di lei. Non vede che lei, non sente che lei!E quella stretta di mano?... Come, a poco a poco, diventa importante e grave il piccolo episodietto!La stretta di mano della sincera, della allegra fanciulla, diventa quasi una promessa. — Oppure è una civetteria... Una grande civetteria!Altro che riposare! altro che dormire! Egli era molto più tranquillo e dormiva meglio a Roma, dopo le sedute più tempestose in Parlamento!Anche quella notte rimase un pezzo alla finestra: l'afa era insopportabile... e dalla sua finestra vedeva quella di Sofia.La stanzetta era illuminata. A un tratto, pure Sofia venne alla finestra.Il cuore del Parvis battè con violenza.— Veniva per lui?No. La fanciulla lasciò la finestra aperta e si sedette a un tavolino. A leggere o a scrivere?— Scriveva?.... A chi scriveva?.... Di notte?.... Tutta notte?Gli occhi di Gerardo diventarono serî, poi torvi...A chi scrive? A chi continua a scrivere?...Finalmente Sofia si alza, chiude la finestra, e dopo un momento anche il lume si spegne.Gerardo respira! Prova un senso di sollievo: chiude a sua volta la finestra e si corica. Ma non vuol più restare in camera la mattina dopo, a lavorare. Tutt'altro!Ha la smania che sia giorno, per correre giù, in cerca della marchesina e sapere, — scherzando, ridendo, punzecchiandola, — a chi ha scritto così a lungo, durante la notte.VII.Il generale non disse più una parola a Gerardo Parvis intorno al suo matrimonio; anzi cercava di nominare la marchesina il meno possibile Pure stava attentissimo, osservava, spiava ogni più piccolo incidente ed era molto soddisfatto del come procedevano le cose. Prima di colazione, dopo iltennis, passeggiata igienica della marchesina coll'onorevole... e dopo colazione, musica. Dopo pranzo, altra passeggiata — tutti i giorni un po' più lunga, — o su, arrampicandosi in mezzo al bosco, sotto i vecchi abeti delviale Elena, o giù per la strada provinciale verso Fiumalbo; e la sera, dinuovo musica. Al «Je t'adoore» adesso, si erano aggiunti:l'adieu de l'hôtesse Arabee laserenade Espagnole, e l'onorevole, che sedeva accanto a lei al pianoforte, cominciava a capire la musica tanto da saper voltare le pagine al momento giusto.E Teo?... Sicuro, anche Teo faceva la sua parte! Come il leardo pomellato della Tavola rotonda, girava attorno per Boscolungo con i colori della bella: un nastro rosa, — uguale ai nastri del cappellone, — con un magnifico fiocco e i bubbolini d'argento: il tutto ricamato e regalato dallacasta diva.«Gambe de pano» gongolava! Soltanto quando sentiva i sonaglini si oscurava in viso:— Maledetto cane e maledetti bubboli!... Frastornano la testa!E tornava per la millesima volta a esaminare, a studiare e a fregare col dito, come per farlo sparire, un ricordo dei dentini di Teo, che era rimasto indelebile in fondo alla falda del soprabito, con la forma di un piccolo sette.Intanto ferve il lavoro per la rappresentazione dei burattini: e all'Abetone non si parla d'altro. È stata scelta la commediaStenterello cuoco e generale in capo alla corte della bella Ircana. Tutto il mondo aristocratico è affaccendato inpreparativi; Cesare e Achille, pittori dilettanti, dipingono gli scenarî e gli avvisi illustrati, la marchesina prepara una nuovatoilettesfolgorante per la bella Ircana, e per le damigelle d'onore. Sua Eccellenza loda il talento artistico dei rivali suoi, oramai pienamente sconfitti ed anche rassegnati, e ammira la grazia, la bravura e più di tutto le manine della marchesina. Due mani bianche e morbide, lunghe, sottili, con le unghiette lucenti come il cristallo.— Che bella mano, la sua! Con l'espressione del carattere e dell'intelligenza!—Oooh!... Ma che cosa dice, signor Parvis!... Un'espressione intelligente, le mani? Le mani non hanno occhi, e l'intelligenza è espressa dagli occhi!— Sì, appunto! Queste sue manine hanno bene gli occhi: due occhiettini furbissimi.— Dove sono?— Lì, guardi lì! — Le indica le due fossettine della mano. — Eccoli lì, e come ridono!Sofia si diverte guardando la mano, alzandola, allungandola, facendo sparire le fossette, o facendole riapparire più fonde.— Ridere? Di che cosa dovrebbero ridere?— Di me. — Il Parvis si corregge subito. — Del papà!— Perchè?— Non so...— Perchè è un papà troppo giovane? Poi... sarebbe forse un papà troppo indulgente!E si finisce sempre che il papà bacia la manina che la figliuola gli offre scherzando.Il giorno della rappresentazione, — la rappresentazione deve aver principio alle ore due, in punto, — è l'onorevole che sceglie il posto più adatto nel bosco dietro l'albergo, e che presiede all'impianto del teatro e alla divisione dei posti di platea. Nella prima fila i bambini, nella seconda le signore, in fondo gli uomini.E Teo?... Il signor Matteo, dove lo si mette? Fra i piccini o fra gli uomini grandi? E se non starà fermo?... Se abbaierà? Teo avrebbe certo messo in pericolo il buon successo della rappresentazione. Era già colpevole di un grave reato: mentre si stava innalzando la baracca, aveva rubato il sire di Trebisonda, padre d'Ircana; era fuggito, scappato a nascondersi in un cespuglio e gli aveva strappato la corona, la barba e divorato il naso!... A tanto strazio, figurarsi il dolore e gli strilli di tutti i bimbi che riempivano il bosco e lo animavano con le loro vocine e lo picchiettavano di bianco e di rosso con i loro vestitini; angeli ed uccelletti insieme.Il generale, energicamente, propone di chiudere Teo nella rimessa dell'albergo: Prospero si offre di condurlo a passeggiare finchè dura la recita; ma Sofia legge fra le rughe del faccione ingenuo e buono il rammarico di perdere il trattenimento e allora dichiara senz'altro che Teo resterà con lei, sopra una seggiola accanto a lei!— Sarai buono? Prometti che sarai buono, buono,buooono?Il generale scrolla il capo, borbotta che è un capriccio, una pazzia, ma Teo, invece, che è stato attento al dibattito dimenando la coda, risponde di sì, che sarà buono, con uno starnuto ed un saltetto di gioia.E infatti per tutto il tempo che dura la commedia, Teo rimane immobile, sulla seggiola accanto alla marchesina, intento alla baracca e ai burattini.Quando Stenterello, con il manico della scopa, bastona gli sguatteri che non fanno il loro dovere, sollevando l'entusiasmo dei bambini, Teo con gli occhi fissi, allunga il muso, odorando col nasetto lustro e umido verso la baracca, ma non abbaia nemmeno allo sparo dei petardi che annunziano l'ingresso solenne di Stenterello, creato generalissimo, alla corte della bella Ircana; spariindiavolati, che portano lo spavento e lo scompiglio fra le testine rotonde e ricciolute della prima fila.Furono trecentocinquantatrè lire d'incasso che il Parvis fece diventare cinquecento. Una vera ricchezza!La marchesina Sofia ripone la somma in una busta, mentre il generale parla di interessi, di libretti, di cassa di risparmio.— No, no! Bisogna portar subito il danaro alla povera piccina pallida, dagli occhi tanto buoni e tanto intelligenti!Caara!....Tesooro!Il burattinaio e la sua famigliuola — la figliuoletta e i due bambini — due poveri esseri mezzo rachitici, con un enorme testone, sudici e mocciosi, abitavano nel lorocarro-omnibus, o meglio, nella loro casa di legno, ambulante.Quando l'onorevole e la marchesina giunsero al largo erboso, dietro gli alberi, alla fine dell'abitato, ove il burattinaio aveva piantate le tende, dal breve fumaiolo di lamiera che sovrastava al tetto del carro usciva un pennacchietto di fumo azzurrognolo; ma tosto non lo si distingueva più; svaniva sul fondo del cielo, reso di un azzurro languido, nella grande luce ultima, prima del tramonto.La fanciulletta pallida dagli occhi intelligenti accoccolata presso l'usciolino del carro-omnibus faceva cuocere un po' di cena in un vecchio tegame sopra un fornelletto di ghisa; e le cipolle, friggendo, mandavano intorno certe zaffate grasse, di stantio, che sembravano più acri e più nauseanti fra i miti profumi dei prati in fiore e la fragranza della vicina pineta.Il burattinaio era seduto sopra un muricciuolo, masticando tabacco per ingannare l'appetito, e sembrava assorto nel rabberciare il cranio nero di un Matamoro, sul quale la spatola di Arlecchino aveva picchiato troppo forte per ordine di Stenterello. Il capocomico vagabondo delle teste di legno, quando era nascosto nella sua baracca e stava infondendo una parolina di vita ne' suoi fantocci, poteva essere immaginato un uomo simpatico, allegro ed anche geniale. Ma lì, visto in quell'atteggiamento, alla luce del giorno, appariva soltanto quello che era in realtà: un villano, tra lo scaltro e l'assonnato; un mezzo bruto dal viso gonfio e livido e dallo sguardo spento dall'acquavite.All'estremità di una delle stanghe del carro, legato con un cencio di corda, stava il vecchio asino del burattinaio, magro, spellato, malinconioso, sintesimoribonda, o quasi, di tutte le tristezze e di tutti gli stenti, le fatiche, i patimenti raccolti intorno a quel povero disgraziato che portava attorno la commedia della fame e della miseria.Quando Teo vide la brutta bestiaccia, non ne riconobbe subito la razza, si fermò sospettoso, fiutando alla lontana, non arrischiando di avvicinarsi... e l'asino, a sua volta, chinò il testone canuto verso l'aristocratico Teo, così lustro, così elegante, col bel nastro rosa dal largo fiocco, il dono di Sofia. Fiutava anche il ciuco per riconoscere Teo, ma più che fiuto, il suo pareva sospiro: un sospiro che usciva dalla povera e martoriata carcassa, tatuata di piaghe e di guidaleschi.Sofia ebbe una stretta al cuore, alla vista di quegli infelici, — la ragazzina, i due bimbi ed anche la bestia: — ma volle vedere dentro nella baracca. Dal vano aperto, un raggio di sole basso, entrava diritto nell'interno del carro... Quali tristi segreti fra quelle pareti tarlate e sconnesse! Là dentro si faceva da mangiare e si dormiva in quattro. Si accumulavano i cenci, i burattini, le scene, gli avanzi dei magri pasti, il bottino dei furtarelli campestri del burattinaio ed anche dei due marmocchi mocciosi. Sopra mensole sostenute da funicelle, vecchi libri slabbrati — il repertorioper le grandi rappresentazioni — misti a mazzi di rape e di carote, a pezzi di pane raffermo e di cacio ammuffito: e bottiglie dal collo rotto, contenenti liquidi sospetti, e vasi d'ogni forma e povere salme di burattini mutilati, decapitati, sventrati... Alle pareti, immagini sacre, il ritratto di Garibaldi, canzoni popolari illustrate: un vecchio schioppo arrugginito, con una carniera vicina, rigonfia ormai chi sa di che cosa e in un angolo un vasetto di garofani che protendeva fuori dal finestrino un bel ramo carico di bottoni con qualche fiore sbocciato, aperto, come sitibondo d'aria e di luce! Il garofano era il giardino della fanciulletta pallida dagli occhi tanto intelligenti, come suo doveva essere il giaciglio dall'altro canto, meno sudicio, meno scomposto di quello dei bimbi...Il burattinaio dormiva certo più in fondo, laggiù sopra quel mucchio di vecchi panni, di pacchi, di stuoie. Non si vedeva bene; il sole... nemmeno il sole voleva entrare fin là!Sembrava che in quei pochi metri di spazio, una lunga vita randagia avesse accumulato tutte le reliquie della pitoccheria incontrata su tutte le strade, in ogni paese, in ogni costa e si ostinasse a mettervene ancora, ogni giorno di più, senza rimuovere nulla, senza nulla rinnovare, in unaspecie di ostinazione incosciente, di compiacimento infingardo.La fanciulletta dagli occhi intelligenti capiva tutta la bruttezza, l'orrore di quel suo antro ambulante?Chi sa?... Quel fiore, quel garofano, messo lì, certamente da lei, vicino alla finestretta, non era forse un rimpianto, un desiderio, un anelito verso qualche cosa di bello, di gentile?Anche l'onorevole Parvis era rimasto colpito da quel triste spettacolo. Egli ricordava le grandi e tempestose discussioni della Camera, la facondia, gli strepiti dei socialisti... A quella piccola gente lì, chi mai ci pensava? Non aveva «Camera del lavoro» non aveva «Società umanitaria!»Oh, prima che penetrasse fin dentro a quella baracca il beneficio deglisgravi!Come tutti gli uomini del Parlamento, anche i più avanzati, anche i più scalmanati erano lontani col loro pensiero, col loro cuore e con le loro chiacchiere, da tutta quella miseria materiale e morale!Invece Sofia... Sofia sì. Pur così delicata e squisita nella vita e nei gusti, lei, un vero fiore fra la seta e i merletti, lei circonfusa di grazia, di soavità e di profumo, lei non mostrava nè ripugnanza,nè ribrezzo: non era e non appariva altro che profondamente commossa da una viva, da una grande pietà.Uno dei due bimbi ha un ditino malconcio: Sofia si fa portare dell'acqua, lo lava delicatamente, lo copre col taffetà che ha sempre con sè. E nel consegnare il danaro alla sorellina maggiore, rimasta sbalordita, trasognata, incapace di dire una parola, le fa raccomandazioni e le dà consigli... Sofia sente che la sua presenza, lì, fa del bene, e non se ne andrebbe mai.Tutto ciò che vi è di brutto e di immondo in quella grande miseria non l'ha offesa: ella non ne sente che le sofferenze e le lacrime.— Quanti dolori, non è vero? — dice Sofia al Parvis, mentre riprendono il sentiero del bosco ritornando verso la locanda. — Quanti dolori, che nessuno vede, ai quali nessuno può provvedere!— E questa gente non si agita e non impreca, non fa comizî, nè scioperi. E tutti, tutti noi, abbiamo la colpa di lasciar vivere e crepare tanta gente, tanti uomini, come bestie!— Quei due piccini, poveretti...— Erano brutti, assai!— Non lo dica! I bambini non sono mai brutti! Sono disgraziati, sofferenti, ammalati, ma non sono mai brutti!— Ama molto, lei, i bambini?— Sì.— Le piacciono molto?— Tanto, tanto!— E se... — il Parvis si fa forte e le domanda sorridendo: — E quando avrà un bambino suo?La fanciulla diventa rossa; una fiamma. China gli occhi, un istante, ma poi li rialza raggianti, con una luminosità piena di dolcezza e di lacrime:— Non è forse il perchè di tutto, nella nostra vita?Gerardo la guarda: ella sospira e per un lungo tratto di strada rimane raccolta, tutta in sè stessa e pensierosa.Il Parvis che le cammina accanto passo passo sente l'odore acuto della massa folta, confusa, ondulata dei capelli neri. Egli guarda, continua a guardare e sospira. Sono così neri, quei capelli, così neri e lucenti che abbruniscono la bella nuca rotonda e forte sotto il grande cappellone tutto bianco e tutto rosa.E intanto, guardando e sospirando, i suoi propositi di saviezza, i suoi disegni di prudenza svaniscono tutti insieme, rapidamente.Sì; il generale Bonferreri aveva colpito giusto. Sì; gli piaceva molto quella bella, quella giovanecreatura così giovine e così bella! Ma voleva star a vedere qualche mese, voleva aspettare ancora, allontanarsi per qualche tempo... Voleva mettere alla prova sè stesso, il proprio cuore, la propria passione. Sì, questo bisognava fare: allontanarsi da lei a qualunque costo! Scrivere a Genova, andare a Genova, sapere, informarsi... — Ma intanto guarda, continua a guardare e a sospirare. No, no; non è nera, è bianchissima la bella nuca rotonda e forte; è la radice dei capelli folti, è la lanurie dei capelli più fini, che la rendono bruna...Bisogna informarsi, bisogna sapere, prima, tante cose! Bisogna scrivere, bisogna andare a Genova. Genova! Genova!... Come in quell'istante la vede bella, Genova, in faccia al mare, piena di luce, piena di sole!Che cosa ne sa lui, della marchesina D'Albaro?— Ciò che gli ha detto il generale; nient'altro. Il generale, del resto, è un bravo uomo, un perfetto galantuomo... Egli poi, il Parvis, è riuscito anche a sapere, finalmente, ciò che più gli preme, — a chi la marchesina scrive tanto sovente e così a lungo; e adesso egli sa, finalmente, perchè aspetta con tanta ansia l'ora della posta e perchè ripete sempre, a ogni momento, che non si puòvivere all'Abetone con la posta una sola volta al giorno! — La marchesina scrive alle sue amiche! Aspetta lettere e cartoline dalle sue amiche. — Ne ha molte, sparse in tutta Italia, ma sono tre, le più care; due di Genova e una di Torino: l'Ippolita, la Felicina e laPoupette.— Com'è buona! Come vuol bene alle sue amiche!... Buona, sincera! Sopratutto sincera. Che bella cosa la sincerità!Perchè aspettare ancora a parlare, ad aprirle il cuore? — Per informarsi, per sapere... — Sapere che cosa? informarsi di che cosa? Non lo sa che è buona, affettuosa, tenera, non lo vede che è bella, com'è bella — tanto, tanto, troppo...— Cara... figliuola.Sofia si ferma e lo guarda interrogandolo con gli occhi ridenti:— Signor... papà?Gerardo ha un tremito negli occhi, e gli trema leggermente anche la voce:— Papà?... Risponda, marchesina. — Papà? Proprio... sempre... soltanto papà?La fanciulla ha un sussulto e il suo viso si trasforma mentre si allontana d'un passo, istintivamente:— Teo?... Dov'è Teo?... Dov'è andato Teo?— Che importa adesso, di Teo?— È rimasto indietro! S'è perduto! Non c'è più! — E Sofia chiama forte, con tutta la sua bella voce: — Teo! Teo! Teo!Il Parvis fa un passo, la raggiunge e le afferra una mano.— Risponda! Deve rispondere!— Ma... Teo!— È corso avanti! L'ho visto io! È a casa!... Non si tratta di Teo; mi guardi; si tratta di me, — di un uomo, — della felicità, dell'avvenire, della vita di un uomo!... Ma non capisce?... Non ha capito? — Il Parvis cerca di afferrarle anche l'altra mano e fa per portarsele tutt'e due alla bocca: — Non ha ancora capito?Sofia si ritrae come spaventata, scioglie le mani da quella stretta e fissa il Parvis muta, con una grande espressione di maraviglia dolorosa.A Gerardo si oscura la vista: sente la terra che gli manca sotto i piedi.— Ha capito e... e mi risponde di no?... È unno?Sofia, più che attonita, è come atterrita: fissa quel volto pallido, contraffatto dall'ansia, dall'angoscia, dal dolore... Poi è lei stessa che gli afferra una mano e gliela stringe con forza, con tutta la forza, mentre le lacrime le corrono agli occhi.— Amico! Amico! Oh povero amico mio!Il Parvis sente in queste parole, in questo dolore della buona fanciulla, che la sua condanna è inesorabile. Aspetta un istante, poi le domanda, con un'altra voce, una voce stranamente mutata, ma ferma e sicura:— Nemmeno col tempo? Nessuna speranza?Ella rimane a capo chino.— Risponda: mai, nessuna speranza?... Mi risponda.Sofia alza il capo lentamente e lo guarda: ha una grande, una profonda pietà negli occhi dolcissimi. Vorrebbe parlare, non sa, non ne ha il coraggio. Allora leva dalla tasca della giacchettina un telegramma arrotolato, e glielo dà.— Legga.Il Parvis la fissa; guarda il telegramma come per indovinare, poi apre e legge:«Mamma contentissima — parlerà lei babbo — sono felice.Andrea.Tutto si ferma, per un istante: anche i due cuori non battono in quell'istante...— A lei. — Il Parvis le ritorna il telegramma: un sorriso cattivo gli increspa le labbra. — Siatutto come non detto. E, soltanto, mi usi la finezza di dimenticare le mie stupide parole.Il bosco, folto in quel punto, dopo un breve tratto, diradandosi, si apre sulla strada maestra. Sofia si arresta per poter discorrere, lì, senza essere veduti.— Signor Parvis, si fermi! Ascolti, ho anche io da parlarle! Lei non mi deve disprezzare, non mi deve giudicar male, e non mi deve odiare! Soffrirei troppo: voglio sempre essere stimata da lei! Con Andrea — con mio cugino — ci siamo fidanzati da due anni. E da un anno e mezzo non lo vedo! È in marina: ufficiale. È stato in Cina: è tornato soltanto da pochi giorni.— Io non ho il diritto di chiederle niente; non ho diritto di saper niente!— Sì, invece; tutto! Deve saper tutto! Voglio spiegarle tutto! Mi ha dato un grande dolore, sa, e lo merito! Lo merito, perchè senza saperlo, creda, senza saperlo, sono stata leggera con lei! Ho sbagliato; l'ho ingannato!— No... No!— Sì, mi lasci dire! L'ho ingannato, e ingannato me stessa nell'interpretare la mia simpatia per lei. Mi lasci dire! Mi lasci dire, mi ascolti! Non ci vedremo più, ma io voglio dirle tutto, tutto.tutto! Il sentimento, la simpatia, lo chiami come vuole, ciò che io sento per lei, è vero, è sincero, è forte! Sapesse... è proprio così. Io le voglio bene. Un bene fatto di stima, di fiducia, di confidenza! Era così bella, così buona la nostra amicizia e mi addolora tanto di doverla perdere! — Ho sbagliato, ci siamo ingannati.— No...— Io, io! Mi sono ingannata! Peccato! Lei scherzava quando mi chiamava «cara figliuola», io invece credevo, mi ero illusa! Fosse proprio così, proprio, come una figliuola! Lei scherzava ed io ho avuto torto di non capire, di aver preso il suo scherzo sul serio! Ridevo e scherzavo anch'io quando le dicevo «signor papà»; ma pure, nel dirlo, sentivo in me una grande tenerezza e un grande rimpianto! Pensi, io non l'ho conosciuto il mio povero babbo, e ho conosciuta appena la mia povera mamma! È un vuoto grande, sa, nella vita, non avere il papà, non avere la sua mamma! È un vuoto che nemmeno l'amore non riesce a colmare! Ho sbagliato! Non dovevo scherzare con lei, come ho scherzato! Ma... avrei mai potuto pensare, immaginare che lei, proprio lei, un uomo di tanto merito e di tanto spirito, un uomo così grande, — ne parlavano tutti con tantorispetto, con tanta ammirazione, quando doveva arrivare quassù!... — avrei potuto mai immaginare che ella prendesse così sul serio una ragazza, come me, una ragazza frivola, che non sa niente, che non saprebbe fare un discorso con un po' di giudizio... Io credevo che lei si divertisse a star con me, appunto, perchè con me non aveva da pensare a niente! Così... un po'... come con Teo!Gerardo scrolla il capo, vuole interromperla.— Mi lasci dire! Mi lasci dir tutto! Poi, a poco a poco, senza accorgermene, lo scherzo per me diventava realtà... o idealità, come vuole! Lei è tanto buono, tanto diverso degli altri, tanto superiore agli altri. Dice così giuste cose che colpiscono e fanno pensare!... E io ho sognato, ho sperato... Se davvero, col tempo, diventasse proprio un amico, un buon amico, se diventasse davvero... un po' il mio papà? L'amiconostro, buono! — Sofia si corregge subito — l'amicomio, che mi avrebbe guidata, consigliata, confortata. Sì, confortata, perchè la vita non è mai senza lacrime, anche quando si crede di poter essere felici! E in cambio, di questa sua amicizia, di questo suo affetto, io sentivo e sento, che avrei potuto darle lealmente, e apertamente, una parte così buonadella mia anima, della mia tenerezza! Non è possibile! Non è più possibile! Lo capisco! Lo sento! Per questo non ci vedremo più, non ci parleremo più! Ecco, le ho detto tutto! Adesso... addio! Ma pure... questo mio sentimento, questo mio grande rimpianto lo proverò sempre, sempre! — Io adesso torno indietro; è meglio che non ci vedano insieme; e poi devo avere la faccia stravolta... — Si ricordi sa, così... come le ho detto, un gran bene! Sempre, sempre! Per tutta la vita.Sofia si volta a un tratto con la voce rotta da un singhiozzo e si allontana rapidamente, quasi correndo: il grande cappellone tutto bianco e tutto rosa, si perde, e sparisce nel buio, fra i tronchi vecchi e diritti, in fondo al lungo viale.Il Parvis ritorna verso l'albergo, camminando in fretta, a capo chino, senza vedere nessuno, senza salutar nessuno.— La posta, Eccellenza.È il portiere che gli presenta il solito fascio di lettere, di giornali e di libri.Il Parvis lo prende macchinalmente e straccia la busta della prima lettera, senza nemmeno guardarla.— Il mio servitore dov'è?— Era qui adesso.— Fatelo chiamare, subito. E il mio conto, subito. E una carrozza.Il portiere fa un atto di meraviglia:— Parte, Eccellenza?— Sì.— Prende il diretto per Roma o per Milano?— Per Roma.— Vorrà pranzare, prima. Le ordino il pranzo?— No. Pranzerò a San Marcello o a Pracchia.Gerardo parla spedito, con la voce sicura, con tono risoluto. La sua faccia è la solita, di tutti gli altri giorni. Soltanto ha le labbra pallide, stirate e in mezzo alla fronte è apparsa una piccola ruga: una ruga diritta, dura e fonda, che non c'era prima.Fa le scale tranquillamente, ma poi entrato in camera richiude l'uscio con un impeto di collera. Rapidamente, quasi macchinalmente, prende la piccola valigia a mano e la riempie di lettere, di carte, di libri: vi caccia dentro la scatola delle sigarette, i danari, le spazzole, il berretto da viaggio, l'orario. — E il portafogli? Dov'è? — Non ricorda se lo ha messo nella valigia... Lo cerca con la mano.— Eccolo.— Ma invece del portafogli è l'astuccio di pelle con il ritratto di Flaviana.Lo guarda, ma senza commuoversi: freddamente.— Sei vendicata! Come sei vendicata!Ripone il ritratto e non pensa più al portafogli, continuando invece a cacciar roba nella valigia, tutta la roba che gli capita sotto le mani.A un tratto si riscuote, trasalisce: qualche cosa di fresco, di umido è passato sopra la sua faccia; è il nasino nero di Teo; è Teo che è saltato sul tavolo.— Via! Va via!Lo caccia giù dal tavolo, d'un colpo, ma Teo ritorna all'assalto, gli corre fra le gambe, lo fa inciampare!— Maledetta bestia!Gli dà un altro colpo così forte, che lo fa rotolare sul pavimento.Teo non guaisce, corre a nascondersi sotto il canapè.— Comanda?...È la voce di Prospero, entrato dietro a Teo, ma che il Parvis non ha veduto.— È un'ora che aspetto, vivaddio! Mai al tuo posto! Mai!Prospero non risponde: la sua faccia rasata, scura, sembra diventata di bronzo.— Il mio baule, la mia roba subito. Soltanto la mia. Tu partirai domani, per Milano.E non dice più una parola. Rimane immobile, muto, diritto, le braccia dietro il dorso, fissando il baule che Prospero riempie lentamente.Soltanto, quando sta per salire in carrozza, non può trattenere un impeto, un moto di stizza.È il generale che lo chiama, che lo ferma. Il generale, gli occhi sbarrati, i baffi irti, la bocca aperta, è tutto un punto d'interrogazione.— Ritornate presto, onorevole?— No. Non torno più.— Come?... Non tornate più?— Ho ricevuto un telegramma: sono chiamato a Roma d'urgenza. Affari importantissimi. Buona permanenza, generale, e sempre in buona salute!— Ma...La carrozza parte. «Gambe de pano» rimane fermo, in mezzo alla strada, seguendone, con l'occhio stupito, la rapida discesa.Prospero, sempre con la faccia scura, annuvolata, ritorna subito in camera del padrone, appena questi è partito, e si china ginocchioni, guardando sotto il sofà.— Teo! Vieni qui! Teo! — Niente: Teo non risponde, non si muove. — Teo! Vieni qui! Teo!Dopo un momento, Teo, quatto quatto, esce di sotto il canapè, le orecchie basse, la coda nascostafra le zampe: si avvicina a Prospero, gli odora la faccia, poi corre di nuovo ad accucciarsi nel suo nascondiglio.Prospero scrolla il capo e se ne va chiudendo l'uscio. Prima di sera, ritorna con la zuppa di pane e di carne.— La pappa, Teo!... Buona la pappa!Teo riappare, odora il piatto, ma gli dà contro con il muso, rifiutandolo, e di nuovo si rifugia sotto il canapè.— Teo!... Teo!... Povero Teo!VIII.Com'era vertiginosa quella discesa! Il Parvis era preso da un senso di sconforto, di oppressione, di tedio.Quando si trovò di nuovo, improvvisamente, alla stazione di Pracchia, senza mai aver detto una sillaba al vetturino, gli parve di essersi destato da un sogno. Il solito rumore, il solito frastuono, il solito caldo, la solita polvere, il sudiciume, i saluti ossequiosi del capo-stazione, degli impiegati: il correre affaccendato dei facchini.Come ormai erano già lontani l'Abetone, il bosco, il viale Elena! Quanto tempo era passato... un'ora sola!Rincantucciato nell'angolo del suo scompartimento, non si muove più. Non scrive, non legge, non apre, non tocca nemmeno la valigia.A Civitavecchia, il conduttore spalanca lo sportello:— Desidera i giornali del mattino, Eccellenza?— No.Il Parvis, sempre immobile, sempre rincantucciato, richiude le palpebre, ma non può chiudere gli occhi. Il treno corre velocemente lungo la bigia e desolata campagna romana, così brulla ed arida, qua e là disseminata di ruderi, di avanzi, e di castelli diroccati: un grande cimitero di cui il vento secolare ha portato via i cippi, le statue e le croci. Ma Gerardo non vede che boschi e prati... uno spazio infinito di verde, e in fondo in fondo e poi vicino, più vicino... il cappellone... il grande cappellone tutto bianco e tutto rosa!Lei, sempre lei, lei!...Amoore!Tesooro!Je t'adoore!...— Sarà sempre così? Dovrò vederla sempre, così? Non potrò mai chiudere gli occhi della memoria, gli occhi dell'anima, e non vederla più, eritornare calmo, tranquillo, felice?... — Oh Flaviana, povera la mia Flaviana cara, amata, adorata! Tu sì, tu sì, che mi volevi bene!A Roma, l'onorevole Parvis grida con tutti, strapazza tutti: appena sceso all'albergo per le camere; poi al ristorante per la colazione, poi da Aragno per un articolo dellaTribuna. Il Governo ormai è una baracca, i partiti sono una commedia: il paese è in rovina, la società in dissoluzione. È nervoso, aggressivo, violento.— Che ha l'onorevole Parvis?— Nevrastenia.I più sorridono con malizia:— Nevrastenia, prodotta dalle dimissioni date, e che furono accettate troppo presto! È il bruciore di aver perduto il potere!— Non ha equilibrio, non ha prudenza. Gli manca la serenità, la stabilità dell'uomo di governo.— Ha un carattere troppo impetuoso, atrabiliare! È mezzo matto!Gerardo se ne va da Roma dopo una settimana; ha levato il saluto a tre o quattro persone ed è stato sul punto di avere un duello.— Sono stufo di questa vita, di questa baraonda, di tutte queste liti! Manderò le mie dimissioni anche da deputato! Voglio viaggiare,viaggiare... Viaggiare in paesi lontani, nuovi, diversi dai nostri!E pensa, in cuor suo, a un paese di ghiaccio, di neve, o scolorito, o giallo, ma senza un filo di verde! — Là, finalmente, non lo avrebbe veduto più, mai più, quel grande cappellone tutto bianco e tutto rosa!Quando a Milano sta per entrare in casa, Prospero gli viene incontro, con la faccia stralunata, borbottando qualche parola che Gerardo non capisce bene.— Che c'è?— Teo ha preso il cimurro. Sta maliss...Il resto si perde, vola per aria.— Non hai chiamato il signor Lodetti?Il signor Lodetti è il veterinario.Prospero scrolla il capo, borbottando: si capisce, s'indovina che non c'è più niente da fare.— Dov'è?Prospero va innanzi e Gerardo lo segue.Attraversano l'anticamera, il salotto, lo studio, la stanza da letto, il gabinetto di toilette... Nel guardaroba, sotto la finestra c'è il lettuccio del povero Teo: una cesta rotonda, e un vecchioplaiddisteso sopra la paglia.— Il padrone! Teo! il padrone!Prospero ha un suono tremulo, un accento insolito nella voce pietosa.— È qui il padrone, Teo...— Teo... povero Teo, — mormora il Parvis avvicinandosi alla cuccia. Teo fa uno sforzo, si alza a stento sulle due zampe anteriori; ha il testone grosso, sformato, che non può più reggere. Eppure, barcollando... cerca, allunga il muso verso il padrone, e muove ancora adagio la coda... ma è sfinito: ricasca giù, nella cuccia, abbandonandosi, le gambe ripiegate, il respiro affannoso, come un rantolo, un lamento che continua, che continua, mentre l'occhio rimane aperto, con la pupilla vitrea, dilatata.— Teo, povero Teo...Gerardo si china per accarezzarlo, e allora il lamento, il rantolo si fa più sommesso...— Teo, povero Teo...Gerardo continua ad accarezzarlo, ad accarezzarlo... ma poi, quando fa per allontanare la mano, il rantolo, il lamento diventa più forte, più lungo, disperato, e Teo gli volge l'occhio umano, che si ravviva in quell'ultima, suprema espressione del dolore e della morte.Prospero porta uno sgabello: Gerardo siede erimane sempre vicino a Teo, accarezzandolo sempre, finchè il rantolo, che continua, che continua per un'ora, per due ore, si fa più affannoso, più profondo, più forte, indi, a poco a poco, più lento, più sommesso... poi finisce... non si sente più. Teo, dopo un ultimo sussulto, rimane fermo, immobile, disteso.Gerardo ha il cuore gonfio, stretto: lì, nella cuccia, accanto al povero Teo, c'è ancora il nastro rosa, ricamato e regalato da Sofia.... La mattina dopo, all'alba, nel piccolo giardino della casa, il portinaio sta scavando una buca. Prospero ha portato Teo, rigido, stecchito, avvolto in un panno bianco.Gerardo è pallido, ha gli occhi stravolti.Mentre il portinaio prepara la piccola fossa, Prospero scopre il testone di Teo, poi lo ricopre di nuovo.— Ecco fatto! — esclama il portinaio, allegramente. — Di qua, signor Prospero!E stende le mani per prendere il lungo involto bianco.Prospero non dice nulla, si alza, e sotto gli occhi di Gerardo, sempre ritto, muto, pallidissimo, depone Teo, delicatamente, nella fossa, e lo copre,lo ricopre con il panno bianco, per difenderlo dalle palate di terra, umida e nera.Il portinaio riempie la buca in fretta, poi vi distende sopra la terra, rassodandola con quattro colpi di badile ben forti, bene assestati:— Ecco fatto!Allora, allora soltanto dal petto del Parvis prorompe un urto di singhiozzi, uno scoppio di pianto dirotto, desolato.Egli rientra nella sua stanza, si butta attraverso il letto, piangendo ancora, sfogandosi. Finalmente ha trovato la via delle lagrime.— Finito! Finito! È proprio tutto finito!
In due o tre giorni, Gerardo Parvis ha fatto conoscenza con tutti gli abitanti di Boscolungo.
— Buona gente, in fondo; abbastanza simpatica!
Gli dimostrano molta deferenza, molta stima e molta ammirazione; tutte cose che in faccia alla marchesina D'Albaro lusingano il suo amor proprio e la sua vanità. Ma non fa il grand'uomo per ciò; non sta in sussiego. È semplice, alla mano; è allegro e pieno di brio. Si diverte sopratutto a punzecchiare, come fa il generale, la marchesina Sofia.
— Sofia!... Che bel nome!
Ha preso passione alla musica — proprio lui, l'onorevole Parvis, — che non ne capisce niente! È vero, tuttavia, che Massenet non è Wagner... e che si finisce sempre colla romanza del Massenet:Je t'adoore!
Questa romanza, adesso, la marchesina la canta soltanto per l'onorevole e cantandola, lo guarda, lo fissa co' suoi occhi neri, neri, nerissimi...Je t'adoore!
Finita la romanza, mentre il pubblico applaude,la marchesina si avvicina all'onorevole Parvis e sorridendo con dolcezza, con soavità, con bontà, gli domanda sempre:
— È contento, signor Parvis?
Il Parvis risponde:
— Sì, grazie... — e rimane incantato ed esitante, e studia e pensa per ben capire il significato di quella bontà, di quella soavità...
— Giudizio, Gerardo mio! Giudizio! Potresti essere suo padre! Domani, niente passeggiata! Scenderò soltanto a colazione e forse nemmeno a colazione! Ho da lavorare; ho da rispondere a un mucchio di lettere.
E mantiene la parola data a sè stesso. Il giorno dopo, appena alzato, si mette subito al lavoro. Teo, che vuol uscire, gli annaspa con le zampe contro le gambe. Gerardo gli tira un po' le orecchie accarezzandolo e lo manda a passeggiare con Prospero.
— Giudizio! Giudizio! Non bisogna perdere la testa! Posso essere suo padre!
Se avesse una figliuola così bella e così buona, come le vorrebbe bene! E se ci fosse ancora la povera Flaviana, come ne sarebbe gelosa!
— Povera Flaviana, non ci sei più, proprio più!
Lavora, lavora in fretta, e per un po' di tempo riesce a non pensare ad altro. In un paio d'ore risponde a tutte le lettere e comincia a scrivere alDaily Express, quando, a un tratto, sente bussare...
— Toc, toc, toc...
Si volta: è Teo, sulla soglia, che dimenando la coda, la batte contro l'uscio.
— Toc, toc, toc...
— Teo!... vieni qui! Teo!
Ma Teo, accertatosi che il padrone è ancora lì, in camera, che non è andato via, invece di entrare sparisce di nuovo, e dopo un momento lo si sente abbaiare giù, dietro l'albergo.
Il Parvis va alla finestra:
— Eccolo là, il cappellone rosa!
La marchesina giuocava altennise Teo, abbaiando, correva dietro alle palle. La marchesina vede l'onorevole alla finestra:
— Basta! Non si lavora più! Venga giù! Venga a sgridare il suo Teo!... Non ci lascia giuocare!
Gerardo scende di corsa e poi, quando la partita è finita e gli altri si fermano a raccogliere le palle e le racchette, egli invita la marchesina a fare «due passi» nel bosco, all'ombra, come raccomanda l'igiene. Teo li segue, dando la caccia ai grilli e alle cavallette.
— Com'è accesa in volto! Com'è riscaldata!... Si stanca troppo!
— Non è vero! Mi sento così bene! — Ho forse brutta cera?
La marchesina lo guarda sorridendo; sa anche troppo di averla buonissima la cera!
— Io ho diritto di farle la predica, signorina!
— Perchè... diritto?
— Perchè... potrei essere suo padre!
— Avrei un papà giovane e un bel papà!
— Le farebbe piacere... se io fossi suo padre?
—Moolto!
Quanta tenerezza e quanta grazia! La marchesina Sofia guarda fissa negli occhi l'onorevole ed è lui questa volta, il forte parlamentare, che abbassa i suoi.
Lì presso, c'è un piccolo muricciuolo.
— Mi siedo qui. Permette, signor papà?
— Si copra; se piglia freddo le farà male. Si metta la giacca.
— Obbedisco... papà!
Il Parvis resta in piedi e Teo si allunga annaspando contro la veste della marchesina per farsi accarezzare.
— Mi dica proprio la verità, marchesina.
— La dico sempre la verità,
Gerardo esita, poi dopo un momento ripiglia con un leggero tremito nella voce:
— Ha veramente l'intenzione di darsi al teatro?
La marchesina lo guarda un istante, poi abbassa a sua volta gli occhi e ha un lampo di rossore che le corre fin sulla fronte.
— Risponda... Sia buona... Risponda...
— Adesso... non l'ho più.
Il cuore dell'onorevole batte violentemente.
— È molto tempo che non l'ha più?
La marchesina lo guarda... abbassa ancora gli occhi e risponde di «no», ma soltanto con un cenno del capo.
Rimangono tutti e due silenziosi, poi è lei, la prima a parlare:
— Che ora è?
— Le undici e mezzo.
— Bisogna ritornare, o facciamo troppo tardi per la colazione.
— Ritorniamo.
E di nuovo, per quasi tutta la strada, non parlano più nè l'uno, nè l'altra: sembrano solo intenti a guardare Teo, che ha ripresa la sua caccia facendo dei piccoli saltetti graziosi e comicissimi.
Gerardo Parvis pensa alle ultime parole, soprattuttoa quell'ultimonodella marchesina: questa, invece, deve avere tutt'altro in mente, perchè giunta vicino all'albergo esclama con un sospiro:
— All'Abetone, però, c'è un grande inconveniente: la posta una volta sola al giorno... e non arriva mai!
Il generale Bonferreri, che i veneti della colonia chiamavano «general gambe de pano,» se appunto stava male in gambe, era altrettanto forte anzi duro di testa. Di solito, non gli venivano in mente più di due idee all'anno, una d'estate e l'altra d'inverno, ma poi l'idea gli restava dentro fissa, come un chiodo nel muro, per tutta la stagione. In quell'anno, a Boscolungo, l'idea estiva era il matrimonio dell'onorevole Parvis con la marchesina D'Albaro: due bei nomi, uno vecchio e uno nuovo, — per tutti i gusti, — e anche due belle persone. C'era, evidentemente, molta simpatia, perchè si trovavano insieme spesso e volentieri... — Lui sembrava appassionato per la musica, lei... per i cani. — Dunque, un bel matrimonio!... Un bellissimo matrimonio!
Pensandoci sopra, queste nozze sarebbero state appunto convenientissime, almeno per il generale, sotto tutti gli aspetti. Egli era un vecchio amico della marchesina e all'Abetone avrebbe avuto campo di diventarlo anche dell'onorevole. Lui pure, il generale, — perchè no! — si sarebbe stabilito a Milano. Sarebbe andato in villa da Parvis a passare l'autunno; poi in città, in casa Parvis, a pranzare la domenica... e qualche altro giorno della settimana. A teatro, avrebbe avuto il palchetto dei Parvis dove avrebbe fatto da cavaliere alla marchesa... cioè a donna Sofia, quando l'onorevole sarebbe stato a Roma.
— Sì! sì! Il matrimonio è più che conveniente, è necessario!
Oramai «Gambe de pano» sente il bisogno di avere una famiglia... altrui.
Egli comincia col decantare e col far ammirare la ragazza all'onorevole, come fosse «un puro sangue» di cui volesse proporre l'acquisto.
— Guardate, onorevole, che bella incollatura.
— Bellissima!
— Che portamento superbo!... E cheginger! Ma nello stesso tempo di bocca gentile! Garantisco: parola d'onore! Niente morso, niente briglie! Si lascia guidare con un filo di seta rosa!
Nella foga dell'entusiasmo, «Gambe de pano» sa trovare anche l'immagine poetica; ma pure, non perde tempo in chiacchiere e viene subito e diritto all'assalto.
Sono otto giorni, in punto, da che il Parvis è arrivato all'Abetone. È appena finito il pranzo e passeggia su e giù col Bonferreri dinanzi allaSuccursale. La sera è dolce e tepida: una di quelle due tre sere primaverili, che l'Agosto concede alla montagna. La luna immobile — inonda l'etere — e dall'orizzonte pallido e luminoso la catena dei monti e il profilo frastagliato della pineta sembrano avvicinarsi, sembrano unirsi in un'intimità consapevole ed affettuosa.
Ma Gerardo non vede nè la luna d'argento, nè le stelle d'oro, nè il cielo bianco, nè la terra nera. Sofia canta; egli non vede: ascolta. La sua anima e i suoi sensi provano il fascino, il languore di tutti gliooodelJe t'adooore!
— Onorevole, una buona idea.
Il Parvis ha una scossa.
— Voi, generale?... Sentiamo.
— Dovete prender moglie.
— Prendere moglie?
— Penso io a tutto!
— Grazie; troppo buono, generale. Trovatemi intanto la moglie, poi ne discorreremo.
— Già trovata.
Il Parvis si ferma serio, inquieto.
— E... sarebbe?
— La...casta diva.
Gerardo aspettava il colpo e però risponde ancora più arrabbiato, con un'alzata di spalle.
— Diventate matto!
Ma l'altro replica spiccando le sillabe:
—La ca-sta di-va!Ed è davvero una creatura da far diventare matti! Vorrei esser in voi per una cosa sola, garantisco: per sposarla io!
— Scherzate; avete voglia di scherzare!
— Che cosa c'è di strano? La ragazza vi piace. Non negatelo,vi piace molto: si vede ad occhio nudo.
Il canto è cessato: vien gente in istrada.
— Parlate sottovoce!
— E voi... — Gerardo sente i baffoni bianchi ed ispidi del generale che gli sfiorano l'orecchio: — e voi, piacete a lei.
— Basta! Cambiamo discorso!
— Vi guarda in un certo modo!... Quando voi la punzecchiate finge di arrabbiarsi, ma le ridono gli occhi! E poi, volete una prova? In tanti anni non è mai andata sola a passeggiare, con nessuno, e con voi sì.
— Due volte!
— Come ve ne ricordate! — Il generale molto soddisfatto di poter cogliere in trappola un'Eccellenza, scoppia in una risata rumorosa.
Gerardo diventa ancora più serio, quasi torvo vuol mettere fine allo scherzo.
— Se è venuta a passeggiare con me... lo poteva fare. Non sono più un ragazzo. Potrei essere suo padre.
Il generale si scosta un attimo fissandolo attentamente con l'aria di fare una stima.
— Quanti anni avete?
— Sono... dopo i quaranta, da un pezzo.
— L'uomo, fino a che non ne ha cinquanta, e molte volte anche dopo, ne ha sempre quaranta.
— Sia pure; ma la signorina D'Albaro ne avrà venti, ventidue! Quanti ne ha, generale?
— Ventidue che vanno per i ventitrè. È più vecchia lei, come ragazza, di voi, come ex-ministro. L'età è relativa, secondo la condizione dell'individuo. Mettete in capo a un uomo di quarant'anni un berretto da capitano e avrete un vecchio obeso: metteteci quello coi distintivi di colonnello e avrete un uomo fresco e vegeto.
— E allora voi, che siete... generale? — Il Parvis comincia quasi a divertirsi agli aforismidell'amico. Ma «Gambe de pano» risponde con un doloroso sospiro:
— Vicino ai sessanta, si hanno sempre più anni, in realtà, di quelli che si dimostrano!
A questo punto, quasi conferma dell'asserzione, il Bonferreri ha una specie di traballamento. È Teo, il signor Teo, che gli è piombato addosso improvvisamente, con tutto l'impeto.
—Saper...lotte! Fermo... Giù!
Ma Teo, invece di quietarsi, continua con le feste e con i salti indiavolati.
Il generale rinuncerebbe assai volentieri a tante e così affettuose espansioni. Le zampe del cane gli insudiciano le falde del soprabito nero; un nero un po' lustro, che tradisce la pensione.
— Grazie, caro; grazie! Adesso basta! Basta complimenti!
Teo spicca un altro salto: gli strappa quasi un bottone della sottoveste.
— Giù... E finiamola!
Alla voce minacciosa del padrone, Teo si acquatta, sbirciandolo di soppiatto, mentre, per rabbonirlo, gli passa fra le gambe scodinzolando.
— Dove siete stato finora? — Prospero dov'è?
Teo gli esce di fra le gambe, allungandosi, strisciando, terra terra.
— Dove siete stato?
Teo si torce e si avvoltola rimanendo diritto, disteso sul dorso, con le gambette corte, ripiegate.
— Rispondete! Si risponde! Dove siete stato?
Teo si raddrizza, si alza, squassa le orecchie, e allunga e spinge il musetto contro il padrone: gli risponde come può, in tutti i modi, sforzandosi quasi per trovare la parola che non ha.
Ma intanto ecco Prospero che sopraggiunge. Prospero minaccioso a sua volta, e in atto d'accusatore. Teo corre di nuovo a mettersi vicino al padrone e lo guarda.
— Perchè non lo tieni con te, questo cane?
Prospero mastica una mezza frase che non si capisce, poi conclude più intelligibilmente:
— CercaMimì; scappa.
— Chi è questaMimì?
Il vecchio resta muto un momento: si ode il leggero tintinnìo di una piccola bubbolina. Teo rizza il muso, fissa gli occhi, gli si gonfiano le orecchie.
— Eccola là!
Una bestiola bigia, arruffata, tonda tonda, mezzo cane e mezzo gatto, con un grande collarone d'argento, esce in quel punto dall'albergo: per un tratto di strada, fin che dura la luce dei lampioni,la si vede camminare di sghembo su tre gambe, che sembrano due, dietro una vecchia americana.
La brutta bestiola èMimì: Teo la fissa, ritto, immobile, finchè può vederla; poi quando sparisce nel buio, via come un lampo per raggiungereMimì.
— Teo! Teo! Teo! Qui Teo! — grida Prospero, mettendosi egli pure a correre.
Si diffonde rapidamente la grande notizia: Teo è innamorato, innamoratissimo diMimì, arrivata quel giorno stesso da Cutigliano.
—Caaroil suo Teo! Com'è facilmente infiammabile!Caaro!— È la marchesina che si affaccia ad un tratto sulla soglia dellasuccursale.
È imbacuccata in un mantello rosso e sotto il riverbero del lampione appare in un contrasto fantastico di luci e di ombre. Che bel diavoletto con quei capelli neri, con quegli occhi neri, fiammeggianti! Più bello di qualunque angelo biondo!
— Ancora non ha finito il suo sigaro?
Sofia, sorridendo, guarda il Parvis e lo fissa sicura: il Parvis, invece, non può sostenere quello sguardo; è intimidito per il discorso di poco prima del generale.
— Eravamo qui... intenti a sentirla cantare!
— Lo sapevo; e per farle piacere ho cantato la sua romanza!
La bella fanciulla risponde forte, persino un po' ardita.
L'onorevole ha la voce bassa e alterata.
— Venga con noi! Venga a giuocare! Miss Kean e Mrs Brand sono partite! La sigaretta è permessa e, se vuole... anche il sigaro! Faremo un'eccezione per lei! Ma venga a giuocare! Giuoco anch'io stasera, perchè lachouetteè a scopo di beneficenza!
— Cioè?
— Si fa così: chi perde perde e la vincita è destinata al povero burattinaio di Boscolungo. È il solito che viene quassù tutti gli anni. Pensi, gli è appena morta la moglie. È rimasto solo con tre figliuoli. Una ragazzina di dodici anni, con un visino pallido pallido, tanto intelligente, e due bimbi piccini piccini, biondibioondi, dueamooridipiiccoli, duetenerezze caare...
L'onorevole attratto da tante vocali d'oro segue la marchesina nella sala dove si giuoca, disposto a perdere tutto il suo patrimonio, se occorre... e anche la testa per sopramercato. La marchesina è allegra e felice: per amore del burattinaio, suo protetto, si fa un giuoco d'inferno e Sua Eccellenza perde più di tutti e con grande piacere. Sofia lo ha voluto accanto, al tavolino di giuoco, e gli rideproprio sotto il naso, con quei denti bianchi, e con quella bocca da baci. Lo guarda, lo fissa, e gli dice tante cose, col solo guardarlo: sono risposte, osservazioni, arguzie, che si riferiscono a questo, o a quello, alla parsimonia del generale, alla goffa prodigalità di Cesare e di Annibale, gelosi l'uno dell'altro, e che, pare, cominciano ad esserlo un po' tutti e due, di Sua Eccellenza.
Il Parvis è beato; si diverte a stuzzicare la marchesina, ma il frizzo non punge e gli occhi rimangono incatenati.
Una volta, nel passarle il mazzo delle carte, irresistibilmente le stringe la mano, ed ella risponde alla sua stretta guardandolo calma, tranquilla.
Intanto, c'è chi fa la proposta di una rappresentazione del burattinaio dinanzi all'albergo. La proposta è accolta con entusiasmo e subito Sofia invita l'onorevole ad essere il suo compagno di questua.
Gerardo starebbe ancora più volontieri lì, accanto alla marchesina e sarebbe completamente felice se lì, non ci fosse anche il generale. Ma il buon vecchio è distratto, indifferente. Lanciata la bomba, «Gambe de pano» spiega una straordinaria diplomazia.
E la marchesina?
Gerardo non capisce più niente: tanta amabilità, tanta confidenza, tanta simpatia? E insieme tanta sicurezza?
Ingenuità o civetteria? Che cos'è? Cos'è? Ma che cos'è?... Fosse vero?... Davvero una grande simpatia... per lui?
Quella stretta di mano in risposta alla sua?... Che cosa ha voluto esprimere quella stretta di mano?
L'ex ministro, mentre è beato, lì, vicino a Sofia, mentre non darebbe quel posto per nessun altro, neppure a capo del Ministero, si sfoga fra sè in buoni proponimenti.
— Bisogna usare prudenza; bisogna lavorare, rimanere in camera tutto il mattino, tutto il giorno, per non compromettersi, per non compromettere la marchesina, per evitare le chiacchiere, i pettegolezzi, i commenti! — Pensa persino di partire!
— Sì, se il generale torna da capo con quel discorso stupido, si fanno i bauli e si parte! — Ma intanto che matura in mente così fieri propositi non si accorge di dare importanza al più piccolo atto di Sofia, ad ogni sua parola, ad ogni suo sguardo, a tutto di lei. Non vede che lei, non sente che lei!
E quella stretta di mano?... Come, a poco a poco, diventa importante e grave il piccolo episodietto!
La stretta di mano della sincera, della allegra fanciulla, diventa quasi una promessa. — Oppure è una civetteria... Una grande civetteria!
Altro che riposare! altro che dormire! Egli era molto più tranquillo e dormiva meglio a Roma, dopo le sedute più tempestose in Parlamento!
Anche quella notte rimase un pezzo alla finestra: l'afa era insopportabile... e dalla sua finestra vedeva quella di Sofia.
La stanzetta era illuminata. A un tratto, pure Sofia venne alla finestra.
Il cuore del Parvis battè con violenza.
— Veniva per lui?
No. La fanciulla lasciò la finestra aperta e si sedette a un tavolino. A leggere o a scrivere?
— Scriveva?.... A chi scriveva?.... Di notte?.... Tutta notte?
Gli occhi di Gerardo diventarono serî, poi torvi...
A chi scrive? A chi continua a scrivere?...
Finalmente Sofia si alza, chiude la finestra, e dopo un momento anche il lume si spegne.
Gerardo respira! Prova un senso di sollievo: chiude a sua volta la finestra e si corica. Ma non vuol più restare in camera la mattina dopo, a lavorare. Tutt'altro!
Ha la smania che sia giorno, per correre giù, in cerca della marchesina e sapere, — scherzando, ridendo, punzecchiandola, — a chi ha scritto così a lungo, durante la notte.
Il generale non disse più una parola a Gerardo Parvis intorno al suo matrimonio; anzi cercava di nominare la marchesina il meno possibile Pure stava attentissimo, osservava, spiava ogni più piccolo incidente ed era molto soddisfatto del come procedevano le cose. Prima di colazione, dopo iltennis, passeggiata igienica della marchesina coll'onorevole... e dopo colazione, musica. Dopo pranzo, altra passeggiata — tutti i giorni un po' più lunga, — o su, arrampicandosi in mezzo al bosco, sotto i vecchi abeti delviale Elena, o giù per la strada provinciale verso Fiumalbo; e la sera, dinuovo musica. Al «Je t'adoore» adesso, si erano aggiunti:l'adieu de l'hôtesse Arabee laserenade Espagnole, e l'onorevole, che sedeva accanto a lei al pianoforte, cominciava a capire la musica tanto da saper voltare le pagine al momento giusto.
E Teo?... Sicuro, anche Teo faceva la sua parte! Come il leardo pomellato della Tavola rotonda, girava attorno per Boscolungo con i colori della bella: un nastro rosa, — uguale ai nastri del cappellone, — con un magnifico fiocco e i bubbolini d'argento: il tutto ricamato e regalato dallacasta diva.
«Gambe de pano» gongolava! Soltanto quando sentiva i sonaglini si oscurava in viso:
— Maledetto cane e maledetti bubboli!... Frastornano la testa!
E tornava per la millesima volta a esaminare, a studiare e a fregare col dito, come per farlo sparire, un ricordo dei dentini di Teo, che era rimasto indelebile in fondo alla falda del soprabito, con la forma di un piccolo sette.
Intanto ferve il lavoro per la rappresentazione dei burattini: e all'Abetone non si parla d'altro. È stata scelta la commediaStenterello cuoco e generale in capo alla corte della bella Ircana. Tutto il mondo aristocratico è affaccendato inpreparativi; Cesare e Achille, pittori dilettanti, dipingono gli scenarî e gli avvisi illustrati, la marchesina prepara una nuovatoilettesfolgorante per la bella Ircana, e per le damigelle d'onore. Sua Eccellenza loda il talento artistico dei rivali suoi, oramai pienamente sconfitti ed anche rassegnati, e ammira la grazia, la bravura e più di tutto le manine della marchesina. Due mani bianche e morbide, lunghe, sottili, con le unghiette lucenti come il cristallo.
— Che bella mano, la sua! Con l'espressione del carattere e dell'intelligenza!
—Oooh!... Ma che cosa dice, signor Parvis!... Un'espressione intelligente, le mani? Le mani non hanno occhi, e l'intelligenza è espressa dagli occhi!
— Sì, appunto! Queste sue manine hanno bene gli occhi: due occhiettini furbissimi.
— Dove sono?
— Lì, guardi lì! — Le indica le due fossettine della mano. — Eccoli lì, e come ridono!
Sofia si diverte guardando la mano, alzandola, allungandola, facendo sparire le fossette, o facendole riapparire più fonde.
— Ridere? Di che cosa dovrebbero ridere?
— Di me. — Il Parvis si corregge subito. — Del papà!
— Perchè?
— Non so...
— Perchè è un papà troppo giovane? Poi... sarebbe forse un papà troppo indulgente!
E si finisce sempre che il papà bacia la manina che la figliuola gli offre scherzando.
Il giorno della rappresentazione, — la rappresentazione deve aver principio alle ore due, in punto, — è l'onorevole che sceglie il posto più adatto nel bosco dietro l'albergo, e che presiede all'impianto del teatro e alla divisione dei posti di platea. Nella prima fila i bambini, nella seconda le signore, in fondo gli uomini.
E Teo?... Il signor Matteo, dove lo si mette? Fra i piccini o fra gli uomini grandi? E se non starà fermo?... Se abbaierà? Teo avrebbe certo messo in pericolo il buon successo della rappresentazione. Era già colpevole di un grave reato: mentre si stava innalzando la baracca, aveva rubato il sire di Trebisonda, padre d'Ircana; era fuggito, scappato a nascondersi in un cespuglio e gli aveva strappato la corona, la barba e divorato il naso!... A tanto strazio, figurarsi il dolore e gli strilli di tutti i bimbi che riempivano il bosco e lo animavano con le loro vocine e lo picchiettavano di bianco e di rosso con i loro vestitini; angeli ed uccelletti insieme.
Il generale, energicamente, propone di chiudere Teo nella rimessa dell'albergo: Prospero si offre di condurlo a passeggiare finchè dura la recita; ma Sofia legge fra le rughe del faccione ingenuo e buono il rammarico di perdere il trattenimento e allora dichiara senz'altro che Teo resterà con lei, sopra una seggiola accanto a lei!
— Sarai buono? Prometti che sarai buono, buono,buooono?
Il generale scrolla il capo, borbotta che è un capriccio, una pazzia, ma Teo, invece, che è stato attento al dibattito dimenando la coda, risponde di sì, che sarà buono, con uno starnuto ed un saltetto di gioia.
E infatti per tutto il tempo che dura la commedia, Teo rimane immobile, sulla seggiola accanto alla marchesina, intento alla baracca e ai burattini.
Quando Stenterello, con il manico della scopa, bastona gli sguatteri che non fanno il loro dovere, sollevando l'entusiasmo dei bambini, Teo con gli occhi fissi, allunga il muso, odorando col nasetto lustro e umido verso la baracca, ma non abbaia nemmeno allo sparo dei petardi che annunziano l'ingresso solenne di Stenterello, creato generalissimo, alla corte della bella Ircana; spariindiavolati, che portano lo spavento e lo scompiglio fra le testine rotonde e ricciolute della prima fila.
Furono trecentocinquantatrè lire d'incasso che il Parvis fece diventare cinquecento. Una vera ricchezza!
La marchesina Sofia ripone la somma in una busta, mentre il generale parla di interessi, di libretti, di cassa di risparmio.
— No, no! Bisogna portar subito il danaro alla povera piccina pallida, dagli occhi tanto buoni e tanto intelligenti!Caara!....Tesooro!
Il burattinaio e la sua famigliuola — la figliuoletta e i due bambini — due poveri esseri mezzo rachitici, con un enorme testone, sudici e mocciosi, abitavano nel lorocarro-omnibus, o meglio, nella loro casa di legno, ambulante.
Quando l'onorevole e la marchesina giunsero al largo erboso, dietro gli alberi, alla fine dell'abitato, ove il burattinaio aveva piantate le tende, dal breve fumaiolo di lamiera che sovrastava al tetto del carro usciva un pennacchietto di fumo azzurrognolo; ma tosto non lo si distingueva più; svaniva sul fondo del cielo, reso di un azzurro languido, nella grande luce ultima, prima del tramonto.
La fanciulletta pallida dagli occhi intelligenti accoccolata presso l'usciolino del carro-omnibus faceva cuocere un po' di cena in un vecchio tegame sopra un fornelletto di ghisa; e le cipolle, friggendo, mandavano intorno certe zaffate grasse, di stantio, che sembravano più acri e più nauseanti fra i miti profumi dei prati in fiore e la fragranza della vicina pineta.
Il burattinaio era seduto sopra un muricciuolo, masticando tabacco per ingannare l'appetito, e sembrava assorto nel rabberciare il cranio nero di un Matamoro, sul quale la spatola di Arlecchino aveva picchiato troppo forte per ordine di Stenterello. Il capocomico vagabondo delle teste di legno, quando era nascosto nella sua baracca e stava infondendo una parolina di vita ne' suoi fantocci, poteva essere immaginato un uomo simpatico, allegro ed anche geniale. Ma lì, visto in quell'atteggiamento, alla luce del giorno, appariva soltanto quello che era in realtà: un villano, tra lo scaltro e l'assonnato; un mezzo bruto dal viso gonfio e livido e dallo sguardo spento dall'acquavite.
All'estremità di una delle stanghe del carro, legato con un cencio di corda, stava il vecchio asino del burattinaio, magro, spellato, malinconioso, sintesimoribonda, o quasi, di tutte le tristezze e di tutti gli stenti, le fatiche, i patimenti raccolti intorno a quel povero disgraziato che portava attorno la commedia della fame e della miseria.
Quando Teo vide la brutta bestiaccia, non ne riconobbe subito la razza, si fermò sospettoso, fiutando alla lontana, non arrischiando di avvicinarsi... e l'asino, a sua volta, chinò il testone canuto verso l'aristocratico Teo, così lustro, così elegante, col bel nastro rosa dal largo fiocco, il dono di Sofia. Fiutava anche il ciuco per riconoscere Teo, ma più che fiuto, il suo pareva sospiro: un sospiro che usciva dalla povera e martoriata carcassa, tatuata di piaghe e di guidaleschi.
Sofia ebbe una stretta al cuore, alla vista di quegli infelici, — la ragazzina, i due bimbi ed anche la bestia: — ma volle vedere dentro nella baracca. Dal vano aperto, un raggio di sole basso, entrava diritto nell'interno del carro... Quali tristi segreti fra quelle pareti tarlate e sconnesse! Là dentro si faceva da mangiare e si dormiva in quattro. Si accumulavano i cenci, i burattini, le scene, gli avanzi dei magri pasti, il bottino dei furtarelli campestri del burattinaio ed anche dei due marmocchi mocciosi. Sopra mensole sostenute da funicelle, vecchi libri slabbrati — il repertorioper le grandi rappresentazioni — misti a mazzi di rape e di carote, a pezzi di pane raffermo e di cacio ammuffito: e bottiglie dal collo rotto, contenenti liquidi sospetti, e vasi d'ogni forma e povere salme di burattini mutilati, decapitati, sventrati... Alle pareti, immagini sacre, il ritratto di Garibaldi, canzoni popolari illustrate: un vecchio schioppo arrugginito, con una carniera vicina, rigonfia ormai chi sa di che cosa e in un angolo un vasetto di garofani che protendeva fuori dal finestrino un bel ramo carico di bottoni con qualche fiore sbocciato, aperto, come sitibondo d'aria e di luce! Il garofano era il giardino della fanciulletta pallida dagli occhi tanto intelligenti, come suo doveva essere il giaciglio dall'altro canto, meno sudicio, meno scomposto di quello dei bimbi...
Il burattinaio dormiva certo più in fondo, laggiù sopra quel mucchio di vecchi panni, di pacchi, di stuoie. Non si vedeva bene; il sole... nemmeno il sole voleva entrare fin là!
Sembrava che in quei pochi metri di spazio, una lunga vita randagia avesse accumulato tutte le reliquie della pitoccheria incontrata su tutte le strade, in ogni paese, in ogni costa e si ostinasse a mettervene ancora, ogni giorno di più, senza rimuovere nulla, senza nulla rinnovare, in unaspecie di ostinazione incosciente, di compiacimento infingardo.
La fanciulletta dagli occhi intelligenti capiva tutta la bruttezza, l'orrore di quel suo antro ambulante?
Chi sa?... Quel fiore, quel garofano, messo lì, certamente da lei, vicino alla finestretta, non era forse un rimpianto, un desiderio, un anelito verso qualche cosa di bello, di gentile?
Anche l'onorevole Parvis era rimasto colpito da quel triste spettacolo. Egli ricordava le grandi e tempestose discussioni della Camera, la facondia, gli strepiti dei socialisti... A quella piccola gente lì, chi mai ci pensava? Non aveva «Camera del lavoro» non aveva «Società umanitaria!»
Oh, prima che penetrasse fin dentro a quella baracca il beneficio deglisgravi!
Come tutti gli uomini del Parlamento, anche i più avanzati, anche i più scalmanati erano lontani col loro pensiero, col loro cuore e con le loro chiacchiere, da tutta quella miseria materiale e morale!
Invece Sofia... Sofia sì. Pur così delicata e squisita nella vita e nei gusti, lei, un vero fiore fra la seta e i merletti, lei circonfusa di grazia, di soavità e di profumo, lei non mostrava nè ripugnanza,nè ribrezzo: non era e non appariva altro che profondamente commossa da una viva, da una grande pietà.
Uno dei due bimbi ha un ditino malconcio: Sofia si fa portare dell'acqua, lo lava delicatamente, lo copre col taffetà che ha sempre con sè. E nel consegnare il danaro alla sorellina maggiore, rimasta sbalordita, trasognata, incapace di dire una parola, le fa raccomandazioni e le dà consigli... Sofia sente che la sua presenza, lì, fa del bene, e non se ne andrebbe mai.
Tutto ciò che vi è di brutto e di immondo in quella grande miseria non l'ha offesa: ella non ne sente che le sofferenze e le lacrime.
— Quanti dolori, non è vero? — dice Sofia al Parvis, mentre riprendono il sentiero del bosco ritornando verso la locanda. — Quanti dolori, che nessuno vede, ai quali nessuno può provvedere!
— E questa gente non si agita e non impreca, non fa comizî, nè scioperi. E tutti, tutti noi, abbiamo la colpa di lasciar vivere e crepare tanta gente, tanti uomini, come bestie!
— Quei due piccini, poveretti...
— Erano brutti, assai!
— Non lo dica! I bambini non sono mai brutti! Sono disgraziati, sofferenti, ammalati, ma non sono mai brutti!
— Ama molto, lei, i bambini?
— Sì.
— Le piacciono molto?
— Tanto, tanto!
— E se... — il Parvis si fa forte e le domanda sorridendo: — E quando avrà un bambino suo?
La fanciulla diventa rossa; una fiamma. China gli occhi, un istante, ma poi li rialza raggianti, con una luminosità piena di dolcezza e di lacrime:
— Non è forse il perchè di tutto, nella nostra vita?
Gerardo la guarda: ella sospira e per un lungo tratto di strada rimane raccolta, tutta in sè stessa e pensierosa.
Il Parvis che le cammina accanto passo passo sente l'odore acuto della massa folta, confusa, ondulata dei capelli neri. Egli guarda, continua a guardare e sospira. Sono così neri, quei capelli, così neri e lucenti che abbruniscono la bella nuca rotonda e forte sotto il grande cappellone tutto bianco e tutto rosa.
E intanto, guardando e sospirando, i suoi propositi di saviezza, i suoi disegni di prudenza svaniscono tutti insieme, rapidamente.
Sì; il generale Bonferreri aveva colpito giusto. Sì; gli piaceva molto quella bella, quella giovanecreatura così giovine e così bella! Ma voleva star a vedere qualche mese, voleva aspettare ancora, allontanarsi per qualche tempo... Voleva mettere alla prova sè stesso, il proprio cuore, la propria passione. Sì, questo bisognava fare: allontanarsi da lei a qualunque costo! Scrivere a Genova, andare a Genova, sapere, informarsi... — Ma intanto guarda, continua a guardare e a sospirare. No, no; non è nera, è bianchissima la bella nuca rotonda e forte; è la radice dei capelli folti, è la lanurie dei capelli più fini, che la rendono bruna...
Bisogna informarsi, bisogna sapere, prima, tante cose! Bisogna scrivere, bisogna andare a Genova. Genova! Genova!... Come in quell'istante la vede bella, Genova, in faccia al mare, piena di luce, piena di sole!
Che cosa ne sa lui, della marchesina D'Albaro?
— Ciò che gli ha detto il generale; nient'altro. Il generale, del resto, è un bravo uomo, un perfetto galantuomo... Egli poi, il Parvis, è riuscito anche a sapere, finalmente, ciò che più gli preme, — a chi la marchesina scrive tanto sovente e così a lungo; e adesso egli sa, finalmente, perchè aspetta con tanta ansia l'ora della posta e perchè ripete sempre, a ogni momento, che non si puòvivere all'Abetone con la posta una sola volta al giorno! — La marchesina scrive alle sue amiche! Aspetta lettere e cartoline dalle sue amiche. — Ne ha molte, sparse in tutta Italia, ma sono tre, le più care; due di Genova e una di Torino: l'Ippolita, la Felicina e laPoupette.
— Com'è buona! Come vuol bene alle sue amiche!... Buona, sincera! Sopratutto sincera. Che bella cosa la sincerità!
Perchè aspettare ancora a parlare, ad aprirle il cuore? — Per informarsi, per sapere... — Sapere che cosa? informarsi di che cosa? Non lo sa che è buona, affettuosa, tenera, non lo vede che è bella, com'è bella — tanto, tanto, troppo...
— Cara... figliuola.
Sofia si ferma e lo guarda interrogandolo con gli occhi ridenti:
— Signor... papà?
Gerardo ha un tremito negli occhi, e gli trema leggermente anche la voce:
— Papà?... Risponda, marchesina. — Papà? Proprio... sempre... soltanto papà?
La fanciulla ha un sussulto e il suo viso si trasforma mentre si allontana d'un passo, istintivamente:
— Teo?... Dov'è Teo?... Dov'è andato Teo?
— Che importa adesso, di Teo?
— È rimasto indietro! S'è perduto! Non c'è più! — E Sofia chiama forte, con tutta la sua bella voce: — Teo! Teo! Teo!
Il Parvis fa un passo, la raggiunge e le afferra una mano.
— Risponda! Deve rispondere!
— Ma... Teo!
— È corso avanti! L'ho visto io! È a casa!... Non si tratta di Teo; mi guardi; si tratta di me, — di un uomo, — della felicità, dell'avvenire, della vita di un uomo!... Ma non capisce?... Non ha capito? — Il Parvis cerca di afferrarle anche l'altra mano e fa per portarsele tutt'e due alla bocca: — Non ha ancora capito?
Sofia si ritrae come spaventata, scioglie le mani da quella stretta e fissa il Parvis muta, con una grande espressione di maraviglia dolorosa.
A Gerardo si oscura la vista: sente la terra che gli manca sotto i piedi.
— Ha capito e... e mi risponde di no?... È unno?
Sofia, più che attonita, è come atterrita: fissa quel volto pallido, contraffatto dall'ansia, dall'angoscia, dal dolore... Poi è lei stessa che gli afferra una mano e gliela stringe con forza, con tutta la forza, mentre le lacrime le corrono agli occhi.
— Amico! Amico! Oh povero amico mio!
Il Parvis sente in queste parole, in questo dolore della buona fanciulla, che la sua condanna è inesorabile. Aspetta un istante, poi le domanda, con un'altra voce, una voce stranamente mutata, ma ferma e sicura:
— Nemmeno col tempo? Nessuna speranza?
Ella rimane a capo chino.
— Risponda: mai, nessuna speranza?... Mi risponda.
Sofia alza il capo lentamente e lo guarda: ha una grande, una profonda pietà negli occhi dolcissimi. Vorrebbe parlare, non sa, non ne ha il coraggio. Allora leva dalla tasca della giacchettina un telegramma arrotolato, e glielo dà.
— Legga.
Il Parvis la fissa; guarda il telegramma come per indovinare, poi apre e legge:
«Mamma contentissima — parlerà lei babbo — sono felice.
Andrea.
Tutto si ferma, per un istante: anche i due cuori non battono in quell'istante...
— A lei. — Il Parvis le ritorna il telegramma: un sorriso cattivo gli increspa le labbra. — Siatutto come non detto. E, soltanto, mi usi la finezza di dimenticare le mie stupide parole.
Il bosco, folto in quel punto, dopo un breve tratto, diradandosi, si apre sulla strada maestra. Sofia si arresta per poter discorrere, lì, senza essere veduti.
— Signor Parvis, si fermi! Ascolti, ho anche io da parlarle! Lei non mi deve disprezzare, non mi deve giudicar male, e non mi deve odiare! Soffrirei troppo: voglio sempre essere stimata da lei! Con Andrea — con mio cugino — ci siamo fidanzati da due anni. E da un anno e mezzo non lo vedo! È in marina: ufficiale. È stato in Cina: è tornato soltanto da pochi giorni.
— Io non ho il diritto di chiederle niente; non ho diritto di saper niente!
— Sì, invece; tutto! Deve saper tutto! Voglio spiegarle tutto! Mi ha dato un grande dolore, sa, e lo merito! Lo merito, perchè senza saperlo, creda, senza saperlo, sono stata leggera con lei! Ho sbagliato; l'ho ingannato!
— No... No!
— Sì, mi lasci dire! L'ho ingannato, e ingannato me stessa nell'interpretare la mia simpatia per lei. Mi lasci dire! Mi lasci dire, mi ascolti! Non ci vedremo più, ma io voglio dirle tutto, tutto.tutto! Il sentimento, la simpatia, lo chiami come vuole, ciò che io sento per lei, è vero, è sincero, è forte! Sapesse... è proprio così. Io le voglio bene. Un bene fatto di stima, di fiducia, di confidenza! Era così bella, così buona la nostra amicizia e mi addolora tanto di doverla perdere! — Ho sbagliato, ci siamo ingannati.
— No...
— Io, io! Mi sono ingannata! Peccato! Lei scherzava quando mi chiamava «cara figliuola», io invece credevo, mi ero illusa! Fosse proprio così, proprio, come una figliuola! Lei scherzava ed io ho avuto torto di non capire, di aver preso il suo scherzo sul serio! Ridevo e scherzavo anch'io quando le dicevo «signor papà»; ma pure, nel dirlo, sentivo in me una grande tenerezza e un grande rimpianto! Pensi, io non l'ho conosciuto il mio povero babbo, e ho conosciuta appena la mia povera mamma! È un vuoto grande, sa, nella vita, non avere il papà, non avere la sua mamma! È un vuoto che nemmeno l'amore non riesce a colmare! Ho sbagliato! Non dovevo scherzare con lei, come ho scherzato! Ma... avrei mai potuto pensare, immaginare che lei, proprio lei, un uomo di tanto merito e di tanto spirito, un uomo così grande, — ne parlavano tutti con tantorispetto, con tanta ammirazione, quando doveva arrivare quassù!... — avrei potuto mai immaginare che ella prendesse così sul serio una ragazza, come me, una ragazza frivola, che non sa niente, che non saprebbe fare un discorso con un po' di giudizio... Io credevo che lei si divertisse a star con me, appunto, perchè con me non aveva da pensare a niente! Così... un po'... come con Teo!
Gerardo scrolla il capo, vuole interromperla.
— Mi lasci dire! Mi lasci dir tutto! Poi, a poco a poco, senza accorgermene, lo scherzo per me diventava realtà... o idealità, come vuole! Lei è tanto buono, tanto diverso degli altri, tanto superiore agli altri. Dice così giuste cose che colpiscono e fanno pensare!... E io ho sognato, ho sperato... Se davvero, col tempo, diventasse proprio un amico, un buon amico, se diventasse davvero... un po' il mio papà? L'amiconostro, buono! — Sofia si corregge subito — l'amicomio, che mi avrebbe guidata, consigliata, confortata. Sì, confortata, perchè la vita non è mai senza lacrime, anche quando si crede di poter essere felici! E in cambio, di questa sua amicizia, di questo suo affetto, io sentivo e sento, che avrei potuto darle lealmente, e apertamente, una parte così buonadella mia anima, della mia tenerezza! Non è possibile! Non è più possibile! Lo capisco! Lo sento! Per questo non ci vedremo più, non ci parleremo più! Ecco, le ho detto tutto! Adesso... addio! Ma pure... questo mio sentimento, questo mio grande rimpianto lo proverò sempre, sempre! — Io adesso torno indietro; è meglio che non ci vedano insieme; e poi devo avere la faccia stravolta... — Si ricordi sa, così... come le ho detto, un gran bene! Sempre, sempre! Per tutta la vita.
Sofia si volta a un tratto con la voce rotta da un singhiozzo e si allontana rapidamente, quasi correndo: il grande cappellone tutto bianco e tutto rosa, si perde, e sparisce nel buio, fra i tronchi vecchi e diritti, in fondo al lungo viale.
Il Parvis ritorna verso l'albergo, camminando in fretta, a capo chino, senza vedere nessuno, senza salutar nessuno.
— La posta, Eccellenza.
È il portiere che gli presenta il solito fascio di lettere, di giornali e di libri.
Il Parvis lo prende macchinalmente e straccia la busta della prima lettera, senza nemmeno guardarla.
— Il mio servitore dov'è?
— Era qui adesso.
— Fatelo chiamare, subito. E il mio conto, subito. E una carrozza.
Il portiere fa un atto di meraviglia:
— Parte, Eccellenza?
— Sì.
— Prende il diretto per Roma o per Milano?
— Per Roma.
— Vorrà pranzare, prima. Le ordino il pranzo?
— No. Pranzerò a San Marcello o a Pracchia.
Gerardo parla spedito, con la voce sicura, con tono risoluto. La sua faccia è la solita, di tutti gli altri giorni. Soltanto ha le labbra pallide, stirate e in mezzo alla fronte è apparsa una piccola ruga: una ruga diritta, dura e fonda, che non c'era prima.
Fa le scale tranquillamente, ma poi entrato in camera richiude l'uscio con un impeto di collera. Rapidamente, quasi macchinalmente, prende la piccola valigia a mano e la riempie di lettere, di carte, di libri: vi caccia dentro la scatola delle sigarette, i danari, le spazzole, il berretto da viaggio, l'orario. — E il portafogli? Dov'è? — Non ricorda se lo ha messo nella valigia... Lo cerca con la mano.
— Eccolo.
— Ma invece del portafogli è l'astuccio di pelle con il ritratto di Flaviana.
Lo guarda, ma senza commuoversi: freddamente.
— Sei vendicata! Come sei vendicata!
Ripone il ritratto e non pensa più al portafogli, continuando invece a cacciar roba nella valigia, tutta la roba che gli capita sotto le mani.
A un tratto si riscuote, trasalisce: qualche cosa di fresco, di umido è passato sopra la sua faccia; è il nasino nero di Teo; è Teo che è saltato sul tavolo.
— Via! Va via!
Lo caccia giù dal tavolo, d'un colpo, ma Teo ritorna all'assalto, gli corre fra le gambe, lo fa inciampare!
— Maledetta bestia!
Gli dà un altro colpo così forte, che lo fa rotolare sul pavimento.
Teo non guaisce, corre a nascondersi sotto il canapè.
— Comanda?...
È la voce di Prospero, entrato dietro a Teo, ma che il Parvis non ha veduto.
— È un'ora che aspetto, vivaddio! Mai al tuo posto! Mai!
Prospero non risponde: la sua faccia rasata, scura, sembra diventata di bronzo.
— Il mio baule, la mia roba subito. Soltanto la mia. Tu partirai domani, per Milano.
E non dice più una parola. Rimane immobile, muto, diritto, le braccia dietro il dorso, fissando il baule che Prospero riempie lentamente.
Soltanto, quando sta per salire in carrozza, non può trattenere un impeto, un moto di stizza.
È il generale che lo chiama, che lo ferma. Il generale, gli occhi sbarrati, i baffi irti, la bocca aperta, è tutto un punto d'interrogazione.
— Ritornate presto, onorevole?
— No. Non torno più.
— Come?... Non tornate più?
— Ho ricevuto un telegramma: sono chiamato a Roma d'urgenza. Affari importantissimi. Buona permanenza, generale, e sempre in buona salute!
— Ma...
La carrozza parte. «Gambe de pano» rimane fermo, in mezzo alla strada, seguendone, con l'occhio stupito, la rapida discesa.
Prospero, sempre con la faccia scura, annuvolata, ritorna subito in camera del padrone, appena questi è partito, e si china ginocchioni, guardando sotto il sofà.
— Teo! Vieni qui! Teo! — Niente: Teo non risponde, non si muove. — Teo! Vieni qui! Teo!
Dopo un momento, Teo, quatto quatto, esce di sotto il canapè, le orecchie basse, la coda nascostafra le zampe: si avvicina a Prospero, gli odora la faccia, poi corre di nuovo ad accucciarsi nel suo nascondiglio.
Prospero scrolla il capo e se ne va chiudendo l'uscio. Prima di sera, ritorna con la zuppa di pane e di carne.
— La pappa, Teo!... Buona la pappa!
Teo riappare, odora il piatto, ma gli dà contro con il muso, rifiutandolo, e di nuovo si rifugia sotto il canapè.
— Teo!... Teo!... Povero Teo!
Com'era vertiginosa quella discesa! Il Parvis era preso da un senso di sconforto, di oppressione, di tedio.
Quando si trovò di nuovo, improvvisamente, alla stazione di Pracchia, senza mai aver detto una sillaba al vetturino, gli parve di essersi destato da un sogno. Il solito rumore, il solito frastuono, il solito caldo, la solita polvere, il sudiciume, i saluti ossequiosi del capo-stazione, degli impiegati: il correre affaccendato dei facchini.
Come ormai erano già lontani l'Abetone, il bosco, il viale Elena! Quanto tempo era passato... un'ora sola!
Rincantucciato nell'angolo del suo scompartimento, non si muove più. Non scrive, non legge, non apre, non tocca nemmeno la valigia.
A Civitavecchia, il conduttore spalanca lo sportello:
— Desidera i giornali del mattino, Eccellenza?
— No.
Il Parvis, sempre immobile, sempre rincantucciato, richiude le palpebre, ma non può chiudere gli occhi. Il treno corre velocemente lungo la bigia e desolata campagna romana, così brulla ed arida, qua e là disseminata di ruderi, di avanzi, e di castelli diroccati: un grande cimitero di cui il vento secolare ha portato via i cippi, le statue e le croci. Ma Gerardo non vede che boschi e prati... uno spazio infinito di verde, e in fondo in fondo e poi vicino, più vicino... il cappellone... il grande cappellone tutto bianco e tutto rosa!
Lei, sempre lei, lei!...Amoore!Tesooro!Je t'adoore!...
— Sarà sempre così? Dovrò vederla sempre, così? Non potrò mai chiudere gli occhi della memoria, gli occhi dell'anima, e non vederla più, eritornare calmo, tranquillo, felice?... — Oh Flaviana, povera la mia Flaviana cara, amata, adorata! Tu sì, tu sì, che mi volevi bene!
A Roma, l'onorevole Parvis grida con tutti, strapazza tutti: appena sceso all'albergo per le camere; poi al ristorante per la colazione, poi da Aragno per un articolo dellaTribuna. Il Governo ormai è una baracca, i partiti sono una commedia: il paese è in rovina, la società in dissoluzione. È nervoso, aggressivo, violento.
— Che ha l'onorevole Parvis?
— Nevrastenia.
I più sorridono con malizia:
— Nevrastenia, prodotta dalle dimissioni date, e che furono accettate troppo presto! È il bruciore di aver perduto il potere!
— Non ha equilibrio, non ha prudenza. Gli manca la serenità, la stabilità dell'uomo di governo.
— Ha un carattere troppo impetuoso, atrabiliare! È mezzo matto!
Gerardo se ne va da Roma dopo una settimana; ha levato il saluto a tre o quattro persone ed è stato sul punto di avere un duello.
— Sono stufo di questa vita, di questa baraonda, di tutte queste liti! Manderò le mie dimissioni anche da deputato! Voglio viaggiare,viaggiare... Viaggiare in paesi lontani, nuovi, diversi dai nostri!
E pensa, in cuor suo, a un paese di ghiaccio, di neve, o scolorito, o giallo, ma senza un filo di verde! — Là, finalmente, non lo avrebbe veduto più, mai più, quel grande cappellone tutto bianco e tutto rosa!
Quando a Milano sta per entrare in casa, Prospero gli viene incontro, con la faccia stralunata, borbottando qualche parola che Gerardo non capisce bene.
— Che c'è?
— Teo ha preso il cimurro. Sta maliss...
Il resto si perde, vola per aria.
— Non hai chiamato il signor Lodetti?
Il signor Lodetti è il veterinario.
Prospero scrolla il capo, borbottando: si capisce, s'indovina che non c'è più niente da fare.
— Dov'è?
Prospero va innanzi e Gerardo lo segue.
Attraversano l'anticamera, il salotto, lo studio, la stanza da letto, il gabinetto di toilette... Nel guardaroba, sotto la finestra c'è il lettuccio del povero Teo: una cesta rotonda, e un vecchioplaiddisteso sopra la paglia.
— Il padrone! Teo! il padrone!
Prospero ha un suono tremulo, un accento insolito nella voce pietosa.
— È qui il padrone, Teo...
— Teo... povero Teo, — mormora il Parvis avvicinandosi alla cuccia. Teo fa uno sforzo, si alza a stento sulle due zampe anteriori; ha il testone grosso, sformato, che non può più reggere. Eppure, barcollando... cerca, allunga il muso verso il padrone, e muove ancora adagio la coda... ma è sfinito: ricasca giù, nella cuccia, abbandonandosi, le gambe ripiegate, il respiro affannoso, come un rantolo, un lamento che continua, che continua, mentre l'occhio rimane aperto, con la pupilla vitrea, dilatata.
— Teo, povero Teo...
Gerardo si china per accarezzarlo, e allora il lamento, il rantolo si fa più sommesso...
— Teo, povero Teo...
Gerardo continua ad accarezzarlo, ad accarezzarlo... ma poi, quando fa per allontanare la mano, il rantolo, il lamento diventa più forte, più lungo, disperato, e Teo gli volge l'occhio umano, che si ravviva in quell'ultima, suprema espressione del dolore e della morte.
Prospero porta uno sgabello: Gerardo siede erimane sempre vicino a Teo, accarezzandolo sempre, finchè il rantolo, che continua, che continua per un'ora, per due ore, si fa più affannoso, più profondo, più forte, indi, a poco a poco, più lento, più sommesso... poi finisce... non si sente più. Teo, dopo un ultimo sussulto, rimane fermo, immobile, disteso.
Gerardo ha il cuore gonfio, stretto: lì, nella cuccia, accanto al povero Teo, c'è ancora il nastro rosa, ricamato e regalato da Sofia.
... La mattina dopo, all'alba, nel piccolo giardino della casa, il portinaio sta scavando una buca. Prospero ha portato Teo, rigido, stecchito, avvolto in un panno bianco.
Gerardo è pallido, ha gli occhi stravolti.
Mentre il portinaio prepara la piccola fossa, Prospero scopre il testone di Teo, poi lo ricopre di nuovo.
— Ecco fatto! — esclama il portinaio, allegramente. — Di qua, signor Prospero!
E stende le mani per prendere il lungo involto bianco.
Prospero non dice nulla, si alza, e sotto gli occhi di Gerardo, sempre ritto, muto, pallidissimo, depone Teo, delicatamente, nella fossa, e lo copre,lo ricopre con il panno bianco, per difenderlo dalle palate di terra, umida e nera.
Il portinaio riempie la buca in fretta, poi vi distende sopra la terra, rassodandola con quattro colpi di badile ben forti, bene assestati:
— Ecco fatto!
Allora, allora soltanto dal petto del Parvis prorompe un urto di singhiozzi, uno scoppio di pianto dirotto, desolato.
Egli rientra nella sua stanza, si butta attraverso il letto, piangendo ancora, sfogandosi. Finalmente ha trovato la via delle lagrime.
— Finito! Finito! È proprio tutto finito!